Skip to main content
Internet Archive's 25th Anniversary Logo

Full text of "Valori Umani Vol Due"

See other formats


OPERE COMPLETE DI F. ORESTANO 
Voi. XIII ^ 


W ¥ ' 5Z 6 


FRANCESCO ORESTANO 

Accademico d’Italia 


I VALORI UMANI 

Voi. II 

SAGGIO DI UNA TEORIA 
DEI VALORI MORALI 

(2 a Edizione) 



MILANO 

FRATELLI BOCCA - EDITORI 


1942 - XX 








PROPRIETÀ LETTERARIA 


Finito di stampare il 30 giugno 1942-XX 


Ani Grafiche Vittorio Cardio - Milano Corso a8 Ottobre, 75 • Telef. 54*950 









INDICE 


Il valore morale secondo il Meinong.Pag. 1 

Il valore morale secondo l’Ehrenfels.» 46 

Il valore assoluto secondo Felix Kriiger.» 102 

Il problema della valutazione nella filosofìa morale e re¬ 
ligiosa di Hoffding .» 121 

Il giudizio del valore nell’etica di Lipps . . . . » 132 

Recenti studi sui valori morali in Italia.» 144 

Esame critico delle teorie esposte.» 162 

Saggio di una teoria dei valori morali.» 192 

Appendice: Un giudizio di Paul Barth su u I valori u- 

mani ». i, 217 

Indice degli Autori citati.» 222 









81526 




« 


121. — Cominceremo il nostro studio sui valori 
morali facendo una rassegna delle principali teorie 
etiche, che sono state recentemente proposte in ba¬ 
se al concetto del valore. Compiuto indi un esame 
critico di queste teorie, verremo ad esporre le no¬ 
stre personali vedute sui valori morali. 


IL VALORE MORALE SECONDO IL MEINONG 

122. — La prima teoria che si presenta è quella 
del Meinong, svolta nella seconda parte delle sue 
Rsychologisch-ethische Untersuschungen zur Werth- 
theorie. Nota il Meinong, che l’opposizione tra va¬ 
lore e non-valore domina in tutto il campo dejH’e- 
tica, e che pertanto il primo compito di questa disci¬ 
plina, comunque si pensi intorno al contenuto di es¬ 
sa, si collega colla teoria generale del valore. L’eti¬ 
ca deve porre in luce i fenomeni del valore, che si 
svolgono nel suo dominio, cercando anzitutto di de¬ 
terminarli sotto gli aspetti caratteristici comuni a 
tutti i fenomeni del valore (1). 


(1) Op. cit., p. 85. 


1 




2 


I valori umani 


La prima analisi deve muovere dalla distinzione 
Ira oggetto e soggetto del valore. 

Il campo dei valori morali (Meinong adopera 
l'aggettivo morale in senso pratico e l’aggettivo eli¬ 
co in senso teorico) (2) è straordinariamente vasto, 
e i suoi oggetti sono straordinariamente molteplici. 
Pertanto non è il caso di premettere una definizio¬ 
ne preliminare, la quale incorrerebbe facilmente in 
errori. Più opportuno è scegliere un dato di fallo 
centrale, che serva di punto di orientamento e di 
riferimento nel corso delle ulteriori analisi, lascian¬ 
do all’inizio da parte i casi dubbi, che si chiariran¬ 
no meglio in seguito. 

Il dato di fatto centrale è la comune distinzione 
e opposizione tra bene e male, la quale si suole ap¬ 
plicare, se non esclusivamente, prevalentemente 
nel campo del dovere e della responsabilità. 

Meinong comincia da un’indagine sull’oggetto 
della valutazione morale, passa poi all’analoga in¬ 
dagine sul soggetto di tale valutazione, ed esamina 
indi la questione della obbiettività e della subbiet- 
tività del valore morale. Al termine di questa ana¬ 
lisi si lusinga di aver trovato una via per sottoporre 
alle leggi del valore anche i concetti del dovere e 
ilei la responsabilità (3). 

123. — Non la sola distinzione tra bene e male 
ha luogo nella vita comune, ma un sano criterio 


(2) Op. cit., p. 89. 

(3) Op. cit., p. 86-88. 





Il valore morale secondo il Meinong 


3 


empirico distingue anche un’azione di grande me¬ 
rito o encomiabile da un’altra semplicemente cor¬ 
retta, cioè conforme alle regole del vivere sociale. 
Immaginando dunque tutte le valutazioni morali su 
una linea divisa in due parti da un punto di indif¬ 
ferenza, ima parte, quella della valutazione del be¬ 
ne, si suddividerà in altre due, di cui la più vicina 
al punto d’indifferenza rappresenterà il valore di 
ciò che è corretto (correct ), l’altra più lontana il 
valore di ciò che è meritorio (verdiensllùh). La 
linea delle valutazioni contrarie si suddividerà pur 
e-sa in due parti. La semplice negazione di ciò che 
è meritorio formerà la categoria degli atti tollerabili 
(zuliissig ), mentre la negazione di ciò che è corret¬ 
to darà luogo agli atti riprovevoli (verwerflich ). La 
prima categoria sarà la più vicina al punto d’indif 
ferenza, mentre la seconda sarà la più lontana (4). 

Queste distinzioni non sono assolute, perchè i 
limiti tra l’uria categoria e l’altra sono soggetti a 
variazioni. Può dirsi però che, mentre le due clas¬ 
si del corretto e del tollerabile sono limitate, quel¬ 
le del meritorio e del riprovevole vanno all’infini¬ 
to, non essendo assegnabile un limite, che non si 
possa oltrepassare (5). 

Inoltre è da osservarsi, che le categorie « bene e 
male » non si applicano rigorosamente, con una 
netta linea di demarcazione, l’una per intero alle 
due sottocategorie del meritorio e del corretto, l’al¬ 


ta Op. cit., p. 88-90. 
(5) Op. cit., p. 90-92. 





4 


/ valori umani 


tra per intero a quelle del tollerabile e del riprove¬ 
vole. Nell’uso comune la qualificazione « buono » 
si applica prevalentemente a ciò ch’è meritorio ed 
anche ad una parte, la più rilevante, di ciò che è 
corretto; laddove la qualificazione « cattivo » vie¬ 
ne attribuita ili regola a ciò eli è riprovevole, e for- 
.-e anche a una parte del tollerabile, secondo i casi. 
11 linguaggio segue qui la sua consueta legge, di tro¬ 
vare denominazioni per i casi di un certo grado d’im¬ 
pressionabilità, trascurando i gradi più deboli (6). 

124. — Chiarito che i concetti buono e cattivo si 
applicano comunemente a quelle sole categorie di 
(atti morali aventi uno spiccato carattere, non ser¬ 
vono perciò meno come punto di partenza di uno 
studio dei valori, il quale, per ({nello che il Mei- 
nong ritenne già trattando del valore in generale, 
non può procedere che dalla valutazione (7). 

ha questione adunque si pone così: qual’è la na¬ 
tura di ciò che è valutato con la qualificazione di 
buono o cattivo? 

Si suole dire, che la valutazione morale dei fatti 
concerne non il loro aspetto esteriore, ma l’interio- 
re, non il risultato che con essi si ottiene, ma l’in¬ 
tenzione da cui sono proceduti. La volizione sareb¬ 
be dunque il vero oggetto delle valutazioni morali. 
Il Meinong crede però, che in questa veduta si dia 

(6) lbid., p. 92. 

i i > Si ricordi che il Meinong non faceva dipendere l’esii/enan 
del valore dalla valutazione, ma bensì la conoscenza di esso. Il 
naturale indizio dell esistenza del valore è sempre la valutazione. 




Il valore morale secondo il Mvinoni; 


S 

una eccessiva preferenza a un solo momento del¬ 
l’atto morale, sebbene importantissimo, a scapito 
degli altri momenti. Occorre adunque una inda¬ 
gine preliminare più vasta (8). 

125. — Gli scopi della volontà si possono divi¬ 
dere secondo i loro obbietti, applicandovi l’opposi¬ 
zione tra ego e alter, in egoistici, altruistici e neu¬ 
trali, se diretti a un fine proprio, altrui o indiffe¬ 
rente (9). 

L’opposizione tra egoistico e altruistico si può e- 
saltamente formulare solo coll’introduzione del 
concetto del valore. Una volizione si dice altruisti¬ 
ca quando ha per oggetto il bene di un altro per 
se stesso. Il bene però non deve intendersi come 
qualche cosa di astratto, nè farsi consistere nel pia¬ 
cere altrui, ma nel valore, che un dato oggetto ha 
per un altro individuo considerato come soggetto di 
valutazione (Werth-Object fiir das fPerth-Subjeet 
Alter ) (10). 

Per l’egoismo invece è essenziale l’appetire qual¬ 
che cosa che ha un valore solamente in relazione al 
proprio io. Il desiderio di provare una data sensa¬ 
zione per il piacere di provarla non può dirsi che 
egoistico; mentre la bramosia di sapere, il raffina¬ 
mento dell’intelligenza, la formazione del caratte¬ 
re non si possono classificare tra gli oggetti di voli 
zioni egoistiche, sol perchè giovano all’io; essi in- 


(8) Ibid., p. 93-94. (9) Ibid., p. 94-96. (10) Ibid., p. 98-99. 





fi 


/ valori umani 


fatti non hanno un valore solamente in relazione 
al soggetto che li appetisce (11). 

Per caratterizzare meglio il concetto dell'egoismo 
è bene analizzarlo nelle sue componenti, ed esami¬ 
nare le varie combinazioni di queste. Le compo¬ 
nenti appartengono a due dicotomie contraditlorie. 
La parte positiva è data dall’opposizione tra suipsi 
sta ( selbstisch ) e non-suipsista (unselbst isoli ); la 
negativa dall’opposizione tra altruistico e noli-al¬ 
truistico. Ogni determinazione dell’ima coppia è 
combinabile con quelle dell’altra coppia. 

Da queste combinazioni si ottengono quattro 
casi : 

1") appetizione suipsista-non-altruistica, quella 
cioè assolutamente egoistica; 

2°) appetizione suipsista-altruislica, per esempio 
I amore per la famiglia, per la nazione, per la pa¬ 
tria, il rapporto coi compagni di lavoro, di fede, 
di sventura, ecc. ; 

3") appetizione non-suipsista-non-altruistica. 
Questa doppia negazione si può meglio esprimere 
colla parola neutrale. Neutrale in questo senso c 
l’amore della verità e dell’arte, ma anche quello 
per lo sport più indifferente, quando chi vi appeti¬ 
sce, vi si dedica senza annettervi alcuna importanza; 

4°) appetizione non-suipsista-altruislica, quale si 
manifesta nell’amore ideale degli uomini, libero da 
ogni limitazione e dipendenza. 


(11) Ibid., p. 100-102. 




Il valore morale secondo il Meinong 


7 


Riunendo la seconda categoria colla quarta, ot¬ 
teniamo di nuovo la stessa tricotomia dalla quale 
siamo partiti, di scopi egoistici, altruistici e neu¬ 
trali (12). 

126. — La categorizzazione degli scopi della vo¬ 
lontà in « altruistici », « egoistici » e « neutrali » 
coincide, termine per termine, con quella delle va¬ 
lutazioni morali in « buono », « cattivo » e « in¬ 
differente »? 

Prima di addentrarsi in questa disamina il Mei¬ 
nong avverte, che il campo degli scopi neutrali non 
può coincidere in tutta la sua estensione colla ca¬ 
tegoria della indifferenza morale, perchè se ogni 
zero è una negazione, non ogni negazione c uno 
zero. L’indifferenza morale è l’assenza di qualsiasi 
valore morale, ma fa parte della scala delle valu¬ 
tazioni morali, inutile invece applicare questa 
categoria là dove di valore morale non si può in 
nessun caso parlare, cioè nella sfera delle azioni 
extra-morali ( ausser-inoratiseli ). Il Meinong pre¬ 
scinde perciò nella seguente discussione dagli scopi 
neutrali, che sono appunto estranei per natura alla 
vita morale. 

Il problema del valore morale si pone invece, sen 
za esitazione, per gli scopi sì egoistici, che altrui 
stiri. 

Si può però pensare, che gli atti egoistici siano, 
come tali, indifferenti, e che solo gli altruistici va- 


\ 


(12) Ibid., p. 102-103. 




8 


/ valori umani 


dano soggetti alla valutazione morale, positiva e ne¬ 
gativa; di modo che l’intera linea dei valori morali 
sarebbe così costituita : gli atti altruistici sarebbero 
rappresentati dalla parte positiva della linea, gli at¬ 
ti non-altruisfici dalla negativa, mentre gli egoistici 
corrisponderebbero al punto zero. Per controllare 
questa tesi alla stregua dei fatti basta osservare, se 
nei vari casi è costante il rapporto tra soggetto e 
predicato, così che dove l’un termine cresca, l’al¬ 
tro si modifichi effettivamente nello stesso senso. Se 
si afferma che tutti gli A sono B, bisogna pure do¬ 
mandare se tutti i B sono A (13). 

127. — Noi disponiamo adunque, per esaminare 
le relazioni anzicennate, di tre tentativi di deter¬ 
minazione su tre coppie di giudizi : bene e altruisti¬ 
co positivo, male e altruistico negativo, indifferen¬ 
te ed egoistico. 

1. La prima relazione dà luogo a due esami: 
a) Che nulla si possa dire buono, se per deli¬ 
berazione del soggetto escluda il bene di altri, sarà 
subito ammesso da tutti. In questo senso, pertanto, 
l’ipotesi della coincidenza si verifica. Ma il bene 
in tutti i suoi gradi aumenterà in proporzione del¬ 
l’utilità altruistica che produce? L’esperienza prova 
il contrario: così il poco che dà il povero è, moral¬ 
mente parlando, un bene maggiore del molto che 
dà il ricco. Inoltre, se io posso salvare una perso¬ 
na, in un caso con una mia parola, in un altro sa- 


( 13 ) Ibid., p. 104 - 105 . 




Il valore morale secondo il Meinong 


9 


criticando la mia vila stessa, l'utilità altruistica ri 
inane costante, laddove il valore morale del mio 
atto varia tra gradi estremi. 

b ) Si può dire che ogni volizione altruistica sia 
per ciò stesso buona? Qui l’esperienza prova assai 
frequentemente che i due termini non coincidono, 
perchè occorra una più diffusa dimostrazione. 

2. Anche la seconda relazione dà luogo a due e- 
sami : 

a) Ogni negazione dell’altruismo è un male, o 
moralmente un non valore? Se la negazione del¬ 
l’altruismo è voluta, dobbiamo rispondere afferma¬ 
tivamente. Ma la coincidenza non ha più luogo in 
caso di variazioni di grandezze, 11 non-valore al¬ 
truistico può variare molto, pur restando costanle 
l’intenzione del soggetto. 

b) Ogni male è una negazione dell’altruismo? 
Qui non c’è neppure l’ombra di coincidenza. Gli 
atti immorali e delittuosi, che l’esperienza quoti¬ 
diana ci mostra, sono solo in piccolissima misura 
provocati dalla semplice volontà di non essere al¬ 
truisti . 

3. La terza coppia di giudizi va pure esaminata 
nelle due posizioni inverse, come le precedenti: 

a) Ogni valore d’indifferenza è egoistico? In 
generale sì, ma la coincidenza non può dirsi totale. 

b) Ogni atto egoistico è indifferente? Non ogni 
volizione egoistica è certo un valore negativo, ma 
che non sia sempre indifferente mostrano ad evi¬ 
denza le pene, che in taluni casi sono comminate 


IO 


/ valori unuwi 


* 


contro eli esse dalla legge (14). 

128. — Tirando la somma dei risultati delle fatte 
analisi, possiamo dire: lutto ciò ch’è buono è po¬ 
sitivamente altruistico, tutto ciò ch’è negativamente 
altruistico è cattivo. Per tutte le altre eventualità 
non si può postulare neppure il fatto della coinci¬ 
denza estrinseca. 

Che l’essenza del valore morale positivo consista 
nell’altruismo, non si può oramai più affermare. 
Resta però il fatto, che il carattere positivamente al¬ 
truistico o negativamente altruistico o egoistico di 
una volizione è determinante nella valutazione mo¬ 
rale di questa. La determinazione si compie sem¬ 
pre nel senso che l’altruismo positivo ha un valore 
positivo, il negativo un valore negativo, e l’egoismo 
non ha alcun valore. 

Questo schema suppone il semplice rapporto di 
ogni singolo scopo col giudizio del valore. Ma nel 
la pratica la complicazione dei motivi è tale che 
quello schema non si può applicare senza variare i 
segni delle valutazioni. Volere il bene «li un altro è 
in sè stesso un bene, ma i danni connessi coll’at¬ 
tuazione di questo proposito possono annullare quel 
val««re e renderlo persino un non-valore. Desidera¬ 
re il bene proprio, nel senso dell’egoismo, non è 
in sè nè un bene, nè un male, però in date condizio¬ 
ni può non essere un fatto indifferente, ma divenire 
un non-valore. Arrecare un danno ad uno è in se 


(14) Ibid., p. 105-109. 





// valore morale secondo U Meinong 


11 


stesso un male, ma diventa un male maggiore, se 
le conseguenze del danno si estendono ad altri. 

Tutte queste considerazioni non attenuano l’im¬ 
portanza della intenzione per la valutazione mora¬ 
le; ma ci mostrano, che il risultato non dipende so¬ 
lo dall’intenzione per se stessa, bensì anche da cir¬ 
costanze concomitanti, le quali assumono in dati 
casi una importanza decisiva. Non si può adunque 
«lire semplicemente, che oggetto della valutazione 
morale sia l’intenzione, finché non si sia determi¬ 
nala positivamente la parte, che nei fatti morali 
hanno le circostanze concomitanti, e in qual modo 
esse influiscono sulle relative valutazioni (15). 

129. — Non tutte le circostanze, che accompa¬ 
gnano l’attuazione di uno scopo della volontà, han¬ 
no importanza pel valore morale. E intanto è certo, 
che esse in generale entrano a far parte del feno¬ 
meno, non in quanto sono reali, ma in quanto il 
soggetto le ritiene tali. È sempre il lato subbietti- 
vo che interessa nel giudizio morale. 

Ma anche fra queste talune sono moralmente ir 
rilevanti. Così se la scelta di un mezzo di esecuzio¬ 
ne non interessa nessuno, è moralmente indifferen¬ 
te, per l’effetto morale finale, che io mi serva di 
questo o quello strumento. Epperò in termini ge¬ 
nerali può dirsi, che le circostanze concomitanti 
sono moralmente rilevanti solo quando esse stesse 
costituiscono oggetto di valutazione. 


( 15 ) Ibid., p. 109 - 110 . 







12 


I l’nlori umani 


Per l’analisi di queste circostanze sotto raspol¬ 
lo del valore morale, il Meinong si serve di una sim¬ 
bolica assai semplice, distinguendo il bene e il ma¬ 
le, secondo che siano propri del soggetto o di al Iri 
soggetti, rispettivamente colle lettere g e u, Y e e 
le appetizioni egoistiche, altruistiche e neutrali col¬ 
le lettere e, a, n, se sono del soggetto, colle lette¬ 
re Vi a * se appartengono ad altri soggetti. 

I valori egoistici risultano perciò espressi con le 
lettere 


[f,, f»/ c w,, y) n 

gli altruistici con le lettere: 

9 < », T« e <;« 

i neutrali colle lettere: 


Siccome il Meinong non si propone di dare una 
teoria compiuta dei fatti concomitanti del valore, 
ma solo di analizzare taluni casi speciali, così, per 
evitare complicazioni, quando adopera i simboli sen¬ 
za l’indice intende significare i valori egoistici. 

Questi simboli possono esprimere beni, ma an¬ 
che le volizioni ad essi riferentisi. Per indicare le 
volizioni il Meinong adopera gli stessi segni fra pa¬ 
rentesi. 



Il valore morale secondo il Meinong 


13 


Infine per semplificare il calcolo egli suppone, di 
regola, che la circostanza concomitante sia sem¬ 
pre una sola, la quale insieme alla volizione formi 
ciò che egli chiama binomio della volizione. Se le 
circostanze sono più, allora si forma un polino¬ 
mio (16). 

La precedenza della lettera in un polimonio o 
binomio indica il valore principale desideralo o at¬ 
tuato. 

130. — In che modo i latti concomitanti del va¬ 
lore sono connessi collo scopo della volizione? Sic¬ 
come ogni scopo di volizione è anche un oggetto 
di valutazione, la domanda può formularsi, in ter¬ 
mini generali, così: come dei valori possono en¬ 
trare in connessione tra loro? Si noti però che la 
connessione deve stabilirsi prima del cominciatoci t- 
to della volizione, giacché questa deve tenerne con¬ 
to. Le coesistenze casuali restano naturalmente e- 
scluse. 

Tra lo scopo della volizione e l'oggetto della va¬ 
lutazione concomitante possono correre le seguen¬ 
ti relazioni: 

1. Identità: ciò che il vero artista crea non sod¬ 
disfa lui soltanto, egli apparirà sempre in qualche 
modo come un benefattore di tutta una sfera di 
uomini. 

2. Coesistenza di più qualità di una stessa cosa 


( 16 ) Ibid.. p. 111 - 115 . 





14 


l valori umani 


o anche di più cose : per esempio, un tale vuol 
comprare un piano che ha un bel tono, ma il pia¬ 
no ha anche una cattiva meccanica; o un cane da 
guardia molto vigile, il quale però morde; o una 
macchina che lavora bene, ma che fa rumore e 
fumo, ecc. 

3. Nesso causale, nelle sue due forme: a) lo sco¬ 
po è causa di conseguenze valutabili; chi, per e- 
sempio, promuove il movimento e l’industria «lei 
forestieri, mira ad arricchire il paese, ma anche lo 
demoralizza; b) lo scopo non si può raggiungere 
che come effetto di dati valori morali; per esempio, 
un fabbricante per guadagnare di più deve miglio¬ 
rare la condizione materiale dei suoi operai (17). 

Ora torniamo alla domanda principale: in che 
modo il valore morale di una valutazione dipende 
dai valori concomitanti, e, in caso di binomio, «tal 
valore concomitante? 

131. — Noi abbiamo distinto quattro categorie 
di valori, g, r, u e v, le «piali si applicano anche 
ai falli concomitanti. Però il caso u si può omette¬ 
re, perchè non accadrà mai, che si voglia un pro¬ 
prio non-valore per se stesso. Rimangono così tre 
possibilità, le quali, liberamente combinate, dàn- 
no dodici casi che costituiscono la tavola dei va¬ 
lori. Per l’esame di questi casi bisogna pensare. 


(17) Ibid., p. 115-117. 




Il valore morale secondo il Meinong 


15 


che ad un oggetto di volizione si aggiungano gli al¬ 
tri come fatti concomitanti, e osservare le variazio¬ 
ni di valore che questo intervento produce. 

1. La volizione positivamente altruistica è data 
dalla formula ( 7 ), Il momento più importante è qui 
1 associazione della circostanza concomitante u, il 
proprio danno. È evidente che l’aggiunta di que¬ 
sto secondo momento accresce il valore di ( 7 ) e di 
tanto, quanto più grande sarà il sacrificio proprio. 
Indicando il valore con W, si avrà dunque: 

W(TK) > W(f). 


Se invece si aggiunge v, il danno altrui, sia di 
persone estranee al rapporto (quando per benefica¬ 
re uno si danneggia altri), sia dello stesso benefica¬ 
lo (quando il beneficio produce pure un male al 
beneficato), allora il valore (Iella volizione con que¬ 
sta circostanza concomitante diventerà minore. E 
la formula sarà: 


W(rv.) < \V(T). 


Se la circostanza concomitante è pure in lavore 
del beneficato, allora la formula sarà indubbia¬ 
mente 


W(rr) > w-f „ 

Invece l’aggiunta del vantaggio proprio al bene 



Itì 


l valori umani 


altrui nè diminuisce, nè aumenta il valore. Quindi 
si avrà: 

W(y<7)= Wf. 

2. La volizione egoistica è espressa dalla I or- 
mula (g), la modificazione più grave qui si La. 
quando al caso (g) si aggiunge la circostanza del 
male altrui «• Allora si avrà : 

W(flru) < W(j). 

Se la circostanza concomitante è invece Y, il va¬ 
lore della volizione egoistica si eleva. La formula 
diverrà quindi: 

W(jrr) > Wfo). 


Che poi alla volizione egoistica si aggiunga la 
circostanza secondaria di un altro proprio vantag 
gio o anche di un proprio danno, non modifica il 
valore di (g). Si avranno quindi le due eguaglianze: 


Y?[gg) — W(p) = 0 


Wfou)= W(g)rrO. 

3. La volizione altruistica negativa o anti-altrui- 
stica è espressa con la formula (»)• Se per attuare 




Il valore morale secondo il Meinong 


17 


il danno altrui, si fa anche il danno proprio u, que¬ 
sta circostanza aggrava il male e aumenta il non 
valore. 

Si avrà quindi : 

W(u«) < YV(u). 

Così pure si aumenta il non-valore, se oltre al 
danno principale si aggiungono altri danni. Ep- 
però : 


W(uu) < W(u). 

Per quanto il caso sia inusitato, si può prevede¬ 
re anche, che al male altrui si associ una qualche 
conseguenza buona, indiretta, ma pure prevista. Al¬ 
lora il non-valore si ridurrà, nel modo indicato 
dalla ineguaglianza : 

W(ut) > W(u). 

Il fatto concomitante della propria utilità non ag¬ 
giunge, nè toglie al valore della volizione princi¬ 
pale anti-altruistica. Si avrà quindi l’eguaglianza : 

W(uiy) = W(u). 

La somma dei risultati ottenuti si può disporre 
nel seguente quadro: 


2 





18 


I valori umani 


W( rr) > W( T )? 
W(Tjf) = vv(-r) 
VV(tu) < W(T) 
\V(t«) > W(T) 


W(flT) > W( f/ ) V 
W (g<j) — W(gf) = 0 
W(<yu) < W’(fj) 

W(f/») = W(jf) = 0 


vv(ur) > W(u)? 
W(u//) = W(U) 
W(uu) < W(u) 
W(u«) < W(u) 


Da questo quadro si rileva, che le circostanze 
concomitanti con segno negativo non sono più fe¬ 
conde di effetti di quelle con segno positivo. Di 
queste ultime, g non modifica nulla, e 7 non dà 
risultati sicuri, come indica il punto interrogativo. 
L’influenza dei fatti concomitanti si può dunque 
riassumere così: 7 agisce aumentando debolmente 
il valore; g non modifica nulla; «diminuisce gran¬ 
demente il valore; u opera secondo lo scopo della 
volizione ora aumentando, ora diminuendo e ora 
non modificando il valore. 

Si è già detto che sarebbe unilaterale il voler giu¬ 
dicare del valore morale di una volizione dallo sco¬ 
po; che però, in quanto lo scopo prende parte 
alla determinazione del valore, l’altruismo positivo 
è buono, l’egoismo è indifferente, l’altruismo nega¬ 
tivo è cattivo. Ora è importante constatare, che il 
senso in cui i tre momenti valutativi operano sui 
fatti concomitanti è completamente lo stesso (181. 


132. — La validità della tavola dei valori, dian¬ 
zi tracciata, subisce variazioni, se cambia la qua¬ 
lità della volizione? — intendendo per qualità la 


(18) Ibid., p. 117-122. 








Il valore morate fecondo il Meinonn 


19 


differenza Ira appetizione e repulsione, che però 
non deve equipararsi a una contrapposizione lo¬ 
gica tra affermazione e negazione, i cui termini si 
escludano a vicenda, ma considerarsi come una dop¬ 
pia possibilità psicologica, di cui l’una abbia al¬ 
trettanta realtà indipendente, quanto l’altra. 

Un’analisi delle nolizioni mostra, che esse si 
comportano egualmente come la volizione, solo che 
si applicano di regola ai valori y, v ed u, ritenendosi 
assurdo il non volere il proprio vantaggio g. Indi¬ 
cando le nolizioni con 

(fi (w) (") 

si possono fare le seguenti sostituzioni, che aiuta¬ 
no a trovare il coi-rispondente valore nella tavola 
relativa alle volizioni (19): 

(t) — (non — y) = («) 

(w) — (non — u)= (t) 

(«)~ (non — «)=('/)• 

133. — Lo stalo subbiettivo di rappresentazioni 
e di predisposizioni anteriore alla volizione è indi¬ 
cato dal Meinong con la parola progetto (projecl). 
K siccome in questo stato abbiamo supposta anche 
la cognizione delle circostanze concomitanti valu¬ 
tabili, così al polinomio o al binomio della volizio¬ 
ne corrisponde un polinomio o un binomio del pro- 


(19) Ibid., p. 122-125. 






20 


I valori umani 


(tetto. Per indicare questi stati Meinong adopera 
gli stessi simboli senza la parentesi. Osservando le 
volizioni in rapporto agli stati predisposizionali, 
l'analisi delle valutazioni dei fatti concomitanti può 
rendersi più esatta. 

Si ponga, per esempio, un binomio iniziale *« 
che esprima il mio desiderio di far male, al mo¬ 
mento opportuno, a una persona, ma che non mi 
sia possibile evitare, ciò facendo, conseguenze dan¬ 
nose per me, u. Se il desiderio di non danneggiar¬ 
mi prevale, allora non si avrà più il binomio (vii), 
ma l’altro (to'), il quale dice che la volizione è ri¬ 
sultala nel senso di non volere il male proprio, pur 
ammettendo che questa volizione abbia per circo¬ 
stanza concomitante 7, cioè il bene altrui. In torma 
positiva la volizione finale sarà (gv). E così da una 
situazione iniziale negativa vii si riesce nella op¬ 
posta g'i (20). 

Meinong chiama coordinati fra loro due binomi 
di progetti, dai quali procedano due volizioni ior 
malmenle concordanti. Anche i binomi di queste 
volizioni saranno coordinati fra loro (21). 

Egli si ferma ad esaminare più a lungo la cop¬ 
pia dei binomi fu—/ v, dei binomi cioè che hanno 
la maggiore importanza pratica. Il primo esprime 
l’altrui bene col proprio danno, il secondo il bene 
proprio col danno altrui. 

Nel primo rientrano, nel senso massimale, tutte 


(20) Ibid.. p. 125-127. 


(21) Ibid ., p. 128. 







Il valore morale secondo il Meinong 


21 


le occasioni in cui si può affermare la grandezza 
morale di un uomo; nel senso minimale i casi del¬ 
la più comune fedeltà al proprio dovere. La se¬ 
zione di linea dei valori morali che comprende il 
meritorio e il corretto è tutta espressi da questo 
binomio; laddove la sezione che va dal punto «l’in¬ 
differenza al tollerabile c al riprovevole corrispon¬ 
de alla negazione di questo binomio. 

Nel binomio gv sono espressi tutti i casi che van¬ 
no dal più sano egoismo alle negazioni più delittuo¬ 
se deH’altruismo. Reciprocamente, la rinunzia a 
siffatte volizioni va dal semplicemente doveroso al¬ 
l’eroico. 

Le volizioni che procedono da questi due binomi 
comprendono adunque tutte le quattro classi di va¬ 
lori caratterizzate in principio (22), 

134. — I due binomi anzidetti suppongono un 
conflitto fra l’interesse proprio e l’altrui. È evi¬ 
dente che dalla grandezza di questi interessi, dalla 
portata di g e di Y, dipende il valore morale del¬ 
l’azione (i momenti u c v s’intendono compresi 
nella negazione di g e y). Intanto è certo, che il va¬ 
lore egoistico in cui g è congiunto con v, W (gtf)i 
si trova sempre al disotto dello zero della scala, 
ed ha segno negativo; mentre il valore altruisti¬ 
co in cui y è congiunto con u, W (yn), si trova al 
di sopra dello zero ed ha segno positivo. Ciò posto, 


(22) Ibid., p. 128-130, 








22 


/ valori umani 


la funzione valutativa tra i termini dei due binomi 
si può scoprire agevolmente con una semplice os¬ 
servazione. Sacrificare un piccolo interesse proprio 
a un grande interesse altrui, ha un valore positivo 
minore, che il sacrificare a un piccolo interesse al¬ 
trui un grande interesse proprio. D’altra parte chi 
non pospone a un grande interesse altrui un pic¬ 
colo interesse proprio produce un non-valore mo¬ 
rale più basso, che non colui il quale per una uti¬ 
lità propria rilevante non tien conto di utilità al¬ 
trui trascurabili. 

Questo primo abbozzo di una legge del valore si 
può esprimere nelle due formule : 

W(f«) — C ?- 


e 


W(ju) = -C -J-, 

nelle quali C e C' indicano le costanti proporzio¬ 
nali sconosciute, condizionate dalla qualità delle 
unità ge}' (23). 

135. — Nell’applicazione di queste formule al¬ 
l’esperienza si rendono necessarie talune modifi¬ 
cazioni. 


(23) Ibid., p. 130-131. 








il valore morale secondo il Meinong 


23 


Se poniamo i valori ? e g eguali ai limiti jo e 0, 
allora i calcoli diventano molto esatti : 


per T — °° 
per T = 0 
per fj — co 
per g ~ 0 


lini W(yk) — 0 , 
lim W(r«) = co, 
lini W (yn) = co, 
lim W(y«) = 0 , 


lim W(</u) rr — 00 
lim W(r/u) = 0 
lini VV(i/u) = 0 
lim W((/u) = — co. 


L’esperienza non è però sempre d accordo con 
queste formule. 

Ognuno ammetterà, che l’adoperarsi nell interes¬ 
se altrui si accosti al punto inorale d’indifferenza, 
quanto più grande è quest’interesse; e che il tra¬ 
scurarlo divenga nella stessa misura riprovevole, 
supposto costante e limitato l’interesse proprio da 
sacrificare. È pure evidente, che la trascuranza di 
un interesse altrui diviene tanto più indifferente, 
quanto più irrilevante è questo interesse. Epperò 
non si ammetterà da tutti, che il valore dell altrui¬ 
smo divenga allora infinito (come nella T formu¬ 
la). Osservando però bene, questi casi non rientra¬ 
no nel campo della morale. Si contrasterà pure che 
il valore del sacrificio di un bene proprio per 1 al¬ 
trui, cresca colla grandezza del bene sacrificato 
(formula terza), ma l’esperienza prova che l’esi¬ 
tazione al sacrificio si fa maggiore quanto più 
grande è il hene cui si sta per rinunziare. Invece è 
da riconoscersi che non è esatta la quarta formula, 
perchè non si può negare ogni valore al hene che 
si fa ad altri, solo perchè non si determina un con¬ 
flitto con un bene proprio. 



24 


I valori umani 


Le formule anzidette si debbono mitigare nella 
loro assolutezza, perchè si accostino di pili alla 
realtà. Per far ciò basta attenuare il valore di g, 
il che si può ottenere aggiungendo a g ogni voi 
ta una costante c o c. 

Si avranno così le formule : 


W( T «) = C 


e 


W( 5 r U ) = _ C 


Y 

g + c' • 


Queste formule non modificano i limiti funzio¬ 
nali dianzi ottenuti, ponendo y = oo, y — 0 eg = oo; 
cambia bensì la formula del quarto limite, perocché 
se g = 0, 


lim W( T «) = C, lim W(gu) = — C’ -p* (1)- 

136. — Sin qui abbiamo considerato l’una va¬ 
riabile indipendente dall’altra. Che avverrà però, 
se le variazioni si compiranno in entrambe le va¬ 
riabili congiuntamente, supponendo che y e g ri¬ 
mangano uguali fra loro per grandezza di valore? 

Sostituendo a g il simbolo y, le formule diver¬ 
ranno 

W(T«>= C , W(flru) = - C' 


0 Ibid .. p. 131-133. 












Il vaiare morale secondo il Meinong 


25 


dal che risulta, che il non-valore deve crescere e 
diminuire nello sesso senso di Y e g, e il valore in 
senso contrario. 

Consultando l’esperienza, si può riscontrare a- 
gevolmente che un oggetto, per esempio un dono, 
abbia lo stesso valore per chi lo dà e per chi lo ri¬ 
ceve. Ora si domanda, regalare di più avrà un va¬ 
lore più alto o più basso del regalare di meno? Sen¬ 
za dubbio più alto. E se si contrapponga vita a vi¬ 
ta, chi sacrifichi la propria per conservare quella 
di un altro, suscita di fatto grande ammirazione. 
Questo è però il contrario di ciò che quelle formu¬ 
le esprimono. Occorre adunque correggere le for¬ 
mule e per far ciò Meinong introduce un esponen¬ 
te di g, più grande dell’unità, e lo indica colle let¬ 
tere k e k’. 

Le due formule diverranno così (rimettendo g 
al posto di y) 

Vf(T«| = C-£±5- e W( gu ) - _ e' 

Sicché si avranno i seguenti limiti : 

pei y — u — co lini W(tm) = co lim W(r/u) — 0 

por t — </ — 0 lini W|y«) ~ co lini VV(^u) — 0 

A questo punto le nozioni dei limiti non hanno 
più bisogno, secondo il Meinong, di alcun’altra cor¬ 
rezione. Solo per semplicità di espressione ponen¬ 
do C — I e k = 2 la formula del binomio di- 





26 


I valori umani 


verrà : 

W( T «)e W(gu) ~ - . 

F, questa la formula principale, cui Meinong si 
riferirà nelle discussioni seguenti (25). 

Preliminarmente egli ne ricava alcune conse¬ 
guenze. Ogni progetto offre a colui, che dovrà rea¬ 
gire con una volizione, la doppia possibilità di fare 
o di tralasciare.. 

Le due volizioni staranno, secondo la formula 
principale or ora ricavata, in un rapporto di reci¬ 
procità negativa, per ciò che riguarda il loro valore 
morale. 

In secondo luogo, siccome le volizioni di grande 
valore (positivo o negativo) o sono meritorie o ri¬ 
provevoli, e quelle di piccolo valore o corrette o tol¬ 
lerabili, così potrà dirsi in generale che: quanto 
più distanti sono il numeratore e il denominatore 
di quella formula nella scala dei numeri, tanto 
più il valore della volizione sarà indicato dalle par¬ 
ti estreme, superiore o inferiore, della linea dei va¬ 
lori; quanto più vicini sono invece quei numeri, 
tanto pili l’indice del valore cadrà verso il punto 
di mezzo di detta linea. La formula si applica inol¬ 
tre anche ai casi di volizioni, i cui scopi non siano 
accompagnati da circostanze concomitanti. Basta ri¬ 
durla così: 


(25) fbid., p. 133-136. 










Il valore morale fecondo il Meinong 


27 


W (T)=-~. W(^) — 0 (1). 

137. — TI Meinong passa ora ad esaminare, più 
brevemente un’altra coppia di binomi : 


y y — un. 


Mentre la prima coppia esprimeva il caso di con¬ 
flitto d’interessi, la caraltestica della seconda è la 
concordanza degl’interessi propri con gli altrui (po¬ 
sitivi e negativi). 

Se il progetto offre l’occasione di congiungere con 
la mia utilità l’altrui, o se mi rappresenta un pe¬ 
ricolo altrui nel quale scorgo un pericolo mio, la 
volizione corrispondente sarà espressa con (gy). V’è 
però anche la rappresentazione del desiderio di un 
male altrui, cui si associa anche la previsione di 
un danno proprio. La corrispondente volizione sa¬ 
rà espressa con (««). 

TI conflitto qui non esiste fra g e V, ma fra g e «• 
cioè fra g e — V. Questa riflessione ci fa subito ap¬ 
plicare al caso attuale la formula principale, del 
primo binomio, cosi: 


W(um) = 


n' + 1 

— Y 


g’+i 

Y 


Siccome l’azione sarà tanto più riprovevole. 


Il i Ibid., |>. 136-1.17. 




28 


1 valori umani 


quanto più grande sarà il proprio sacrificio in ra¬ 
gione del danno che si vuol produrre, si può to¬ 
gliere y dal denominatore; la formula precedente 
si cambia quindi in quest’altra : 

W(im) = — ( ( f 4- ])y. 

Mantenendo anche in questo caso il principio 
della reciprocità negativa dei due binomi, l’altro 
binomio diverrà 


W(y-f) 


1 

(<7’ + Ì)Y ’ 


epperò la seconda formula principale così otlenu 
ta sarà (27): 


W(uw) = - (g- + 1)t , WOjnr) = 7 ^XT )7 


138. — Le costanze rilevale in queste formule 
dimostrano sufficientemente, che il valore morale 
è in relazione tanto con lo scopo principale della vo¬ 
lizione. quanto coi fatti concomitanti valutabili. 

Questa relazione di dipendenza è però un dato 
ultimo e irriducibile? o non è essa stessa funzione 
di un dato ancora più profondo? Noi potremo dire 
di avere scoperto questo dato, quando osserveremo 
quel momento particolare della volizione valutala. 


(27> Ibid.. p. 138-MO, 









Il valore morale secondo il Meinonti 


29 


che, cresciuto, accresce il valore, diminuito, lo di¬ 
minuisce. 

Ora in questa scoperta l’empiria aiuta più che 
ogni riflessione teorica. Essa ci dice, che nelle va¬ 
lutazioni morali ciò cui si mira è il carattere per¬ 
manente del soggetto della volizione, la sua capa¬ 
cità o disposizione intrinseca a sentire il bene e il 
male degli altri. In altri termini non la volizione 
per se stessa, na l’animo (die Gesinnung) che in 
essa si rivela, è il vero oggetto della valutazione 
morale. Questo dato empirico, suggerito dalla co¬ 
mune esperienza, dev’essere ora dalla teoria esat¬ 
tamente analizzato (28). 


139. — E anzitutto va messo in relazione con le 
due formule principali ottenute nelle precedenti 
analisi. 

In quanto alla prima, che si applica ai conflitti 
tra diversi oggetti egoistici e altruistici di volizione, 
basta domandare, in che grado e misura il bene al¬ 
trui ci sta a cuore. Per ogni volizione si può così 
stabilire il valore subbiettivo dell’oggetto corrispon¬ 
dente. Se vi ha conflitto, vincerà il valore subbiet¬ 
tivo più grande. La decisione fra interesse proprio 
e altrui (egoistico) seguirà quindi in ogni caso la 
parte che ha il più grande valore pel soggetto. Se 
questi opta per Y, ciò vuol dire che l’interesse al¬ 
trui griniporta più del proprio; e viceversa se opta 


(28) Ibid.. p. 140-143. 





30 


/ valori umani 


per g. vuol dire che, almeno in questo caso, gli 
preme più l’interesse proprio che l’altrui. 

Se ora poniamo che lo stesso valore Y venga pre¬ 
ferito in ogni caso da un soggetto a un più grande 
g, e da un altro a un più piccolo g, ciò si può spie¬ 
gare solo ammettendo una diversità suhbiettiva fra 
i due individui, una diversa disposizione costante 
dei loro sentimenti. Quanto più grande è il valore g 
costantemente sacrificato, tanto più il relativo sog¬ 
getto è disposto ai sentimenti simpatici. Se, invece, 
il valore V vien trascurato per un più piccolo g, si 
deve concludere che il soggetto della volizione è 
più indifferente ai valori altruistici. 

Da queste considerazioni possiamo concludere, 
che nelle risoluzioni altruistiche la benevolenza e 
nelle egoistiche 1 indifferenza dipendono dalla gran¬ 
dezza dell’importanza soggettiva di y e di g, come 
era affermato nella prima formula principale dei 
valori e dei non-valori morali. La benevolenza e 
I indifferenza per l’altrui bene e male è adunque 
quel momento, parallelamente al quale variano le 
grandezze dei valori e dei non-valori morali : essi 
sono pertanto il vero oggetto della valutazione mo¬ 
rale (29). 

140. — L’esame della seconda formula dà pure 
analoghi risultati. Chi opera in danno altrui non 
s’interessa evidentemente al bene degli altri, ma si 


(29) Ibid.. p. 143-145. 





Il valori■ morale secondo il Meinang 


31 


comporla a riguardo di esso almeno con indifferen¬ 
za. La volizione (v) segnala però più che l indiffe- 
renza, il bene altrui sembra avere un valore ne 
gativo, e il male un valore positivo. V’è dunque 
qui un conflitto nel senso della prima formula, 
con risultato conforme al valore preponderante, 
eh è in tal caso quello anti-altruistico. Quanto più 
grande è poi il sacrifìcio di bene proprio fallo per 
realizzare «, tanto più valore ha t> pel soggetto, e 
tanto più grande è pure la malevolenza che que¬ 
sto sente. Il valore g sembra in tal caso non il bene 
proprio sacrificato, ma il danno altrui raggiunto. 
La malevolenza è inoltre tanto più grande quanto 
più per arrecare un piccolo danno si sacrifica un 
grande valore proprio. Se invece vincono i valori 
egoistici si deve ammettere, che la malevolenza non 
era comparativamente tanto grande, massime se ba¬ 
sta un piccolo g a scongiurare un rilevante v , vai 
quanto dire a renderlo indifferente (30). 

• Sebbene le analisi sin qui fatte siano as¬ 
sai incomplete, pure bastano, secondo il Meinong. 
per farsi idee abbastanza chiare su alcuni punti 
essenziali. 

L in primo luogo se ne ricava, che è caratteristi¬ 
co di ogni valutazione morale Tesser fondata sopra 
una specie di misurazione dei valori altruistici da¬ 
gli egoistici. L importanza dei fenomeni binomiali. 


( 30 ) Ibid., p. 145 - 149 . 







32 


1 valori umani 


dei quali ci siamo sin qui occupati, consiste in ciò, 
che dall’esito della decisione si ricava quanto val¬ 
ga pel soggetto il bene o il male di un altro, in base 
alla unità di misura del bene proprio. 

C’è però nella parola altruismo un doppio signi¬ 
ficato, che dà luogo ad equivoci, l’uno positivo e 
attuale, l’altro disposizionale. Nel primo senso l’al¬ 
truismo si distingue per la proprietà di non essere 
suscettibile di aumento, mentre nell’altro è aumen¬ 
tabile indefinitamente. 

In modo analogo può distinguersi un egoismo at¬ 
tualmente dato e non aumentabile, da un egoismo 
che può crescere senza limili. 

Gli oggetti di valutazioni morali si possono, do¬ 
po l’anzidetto, ridurre in quattro classi : 1 altruismo 
positivo è un bene, il negativo e un male, la man¬ 
canza dell’altruismo positivo è un male, la man¬ 
canza del negativo è un bene. 

Il carattere comune delle volizioni, che costitui¬ 
sce l’oggetto della valutazione morale si può espri¬ 
mere colla parola « partecipazione » o « simpatia » 
(Anteil). Nelle valutazioni morali adunque si mira 
alla capacità, manifestantesi nella volizione, di par¬ 
tecipare all’utile e al danno degli altri. Questa di¬ 
sposizione simpatica non è ancora il carattere, ed è 
soggetta anche a variare. È anzi notevole, che per 
il giudizio morale di una volizione è indifferente, 
se la disposizione altruistica del soggetto sia stata 
passeggierà o sia permanente (31). 


(31) Ibid., p. 149-154. 






Il valore morale secondo il Meinon, 



Perchè, però, la simpatia sia verament 
occorre che sia imparziale. Qui entra in azìone^il 
momento della giustizia. Quando tre persone in imo 
stato di uguali bisogni, ricevono l’uno x, l’altro 2 jc, 
il terzo nulla, allora noi siamo meno inclini ad am¬ 
mirare l’atto altruistico corrispondente. 

Una sola volizione non è per se stessa nè giusta, 
nè ingiusta, ma diventa tale se confrontata con al¬ 


tre volizioni. Di queste una serve di caso normale. 
Per giustizia si può quindi intendere essenzialmen¬ 
te la concordanza col valore normale (32). 

11 caso più puro di simpatia o ili partecipazione 
è quello in cui si fa astrazione tanto dallo stato 
particolare dell 'io, quanto dalla persona altrui in¬ 
dividualmente presa. Questa simpatia assoluta, im¬ 
personale , universale, non legata a particolari cir¬ 
costanze di tempo e di luogo forse non esiste, ma 
in ogni caso serve come guida ideale per misurare 
i valori morali. Si può quindi definitivamente con 
eludere che: oggetto «Ielle valutazioni morali è la 
simpatia impersonale, che si manifesta nelle voli¬ 
zioni, per il bene e il male del prossimo (33). 


142. — Stabilita la simpatia come proprietà de¬ 
gli atti morali, tutta una massa di azioni, nelle quali 
questo momento non è direttamente in questione, 
non rientrerebbe nella detta categoria. Intanto nel¬ 
la terminologia corrente l’opposizione tra buono e 

(32) Ibid.. p. 154-155. 


3 


1331 Ibid.. p. 154 159. 






34 


I valori umani 


cattivo comprende anche valutazioni, nelle quali il 
criterio della simpatia non entra. Si dice, per esem¬ 
pio, buona la subordinazione all’autorità, si appro¬ 
va in certi casi la menzogna convezionale, si tollera 
la mancanza a promesse non solenni, ecc. 

Tutte queste valutazioni sono dette dal Meinong 
quasi-morali. 1 giudizi del valore sono qui prati¬ 
camente incerti e mulesoli, laddove quelli siuora esa¬ 
minati si distinguevano per una grande squisitez¬ 
za e sicurezza. Ma anche alle volizioni quasi-mora- 
le si può applicare il metodo di misurazione, che 
si serve dell’ipotesi ausiliare del conflitto, e segna¬ 
tamente la comparazione con la forza di motivazio¬ 
ne dei valori egoistici (34). 


143. — Esaurita così l’indagine sull’oggetto del¬ 
la valutazione, Meinong passa a esaminare i proble¬ 
mi che si riferiscono al soggetto del valore morale. 

L’ego e Valter sono pure qui i due soggetti, che 
l’esperienza contrappone: l'uno l’agente, l’altro il 
termine della volizione. 

Cominciamo dall'ego. Abbiamo ragioni per am¬ 
mettere che le valutazioni morali a noi note siano 
solo concepite nei riguardi dell’agente? No, perchè 
Vego non può sostituirsi all’aZter nel valutare ciò 
che giova di più a quest’allro, Questi lo saprebbe 
meglio. Si può ricorrere alle funzioni della coscien¬ 
za, ma anche queste variano da persona a persona. 


(34) Ibid., p. 159-162. 




Il valore morale secondo il Meinong 


35 


e anche nella stessa persona. Il principio dell’inte¬ 
resse beninteso è quindi sottoposto a gravi variazio¬ 
ni individuali. 

Neppure Valter come tale ha diritto ad essere 
considerato come soggetto del valore in tutte le sue 
determinazioni individuali e variabili (35). 

Da questa analisi Meinong conclude che il vero 
soggetto del valore morale dev’essere un terzo di¬ 
sinteressato e neutrale. Come tale il soggetto non è 
uno solo, ma ve ne sono indeterminatamente molti. 
In quanto anzi si vuol comprendere la totalità dei di¬ 
sinteressati in un unico concetto, si può parlare di 
un soggetto collettivo, il quale sarà precisamente la 
collettività circostante (die umgebende Gesammt- 
heit) (36). Il soggetto imparziale e disinteressato 
della valuzione morale è adunque la collettività. 

Il valore morale è un valore umano e concreto. 
Le quistioni del valore sono quistioni di fatto, li un 
fatto è che l’uomo normalmente attribuisce valore 
alla simpatia e non-valore alla disposizione contra¬ 
ria ad essa. L’uomo, come tale, è, dunque, in defi¬ 
nitivo, il vero soggetto delle valutazioni morali (37). 

Anche i valori morali si possono considerare co¬ 
me valori propri e come valori traslati. Non solo 
i valori propri sono fondati sulla estimazione col¬ 
lettiva, ma i valori morali in generale costituiscono 
pure, in un certo senso, dei valori traslati per la 
collettività. La dimostrazione di qnesto fatto è di 


(35) lbid., p. 163-166. 
(37) lbid., p. 169-170. 


(36) lbid., p. 167-168. 







3ti 


I valori umani 


grandissimo interesse pratico, perocché conferma, 
che il soggetto del valore morale è di fatto la collei- 
tività, e che i dissidenti sono individui insufficien¬ 
temente o erroneamente orientati (38). 

144. — Oggetto delle valutazioni sono, come ab¬ 
biamo visto, le disposizioni dell’animo. Che le di¬ 
sposizioni interiori abbiano un valore traslato nes¬ 
suno mette in dubbio; e tanto meno si dubiterà, che 
questo valore vari secondo il termine correlativo 
delle disposizioni, cioè secondo l’oggetto cui tendo¬ 
no. II valore dei sentimenti simpatici e antipatici 
segna quello delle volizioni, e questo segna il va¬ 
lore delle azioni. Cominciamo da queste. 

Dato un individuo E, il quale sia sul punto di 
agire favorevolmente o sfavorevolmente riguardo a 
un individuoA, si domanda, se un terzo individuo 
X, affatto estraneo al rapporto EA, epperò neutra¬ 
le, possa provare interesse all’azione di E. La ri¬ 
sposta non può essere che affermativa, e ciò per 
varie ragioni. Anzitutto pel sentimento generico «li 
simpatia umana, che non può mancare qui di ma¬ 
nifestarsi, tanto più che gl’interessi egostici di X 
non sono in quistione; inoltre perchè l’attività buo¬ 
na consolida e aumenta in E una disposizione al 
bene, che potrà poi giovare ad altri individui B, C... 
e persino anche eventualmente a X; inoltre perchè 
l’azione buona è un esempio che provoca, per la 


(38) Ibid., p. 170. 



Il valore morale secondo il Meinong 


3T 


legge dell’imitazione, disposizioni analoghe in altri 
a fare il simile, il che aumenta le probabilità gene¬ 
riche buone, favorevoli anche per X. Adunque ciò 
che accade tra E ed A uon può lasciare indifferen¬ 
te X, il quale attribuirà valore positivo a un’azio¬ 
ne altruistica, e valore negativo a un’azione egoi¬ 
stica di E (39). 

Dall’azione risaliamo al sentimento, cioè all’ani¬ 
mo, che essa rivela. Non c’è dubbio, che nella mag 
gior parte dei casi il valore della volizione è il pre¬ 
supposto del valore dell’azione. Un atto accidenta¬ 
le non esercita tanta influenza indiretta (anche in 
rapporto all’imitazione), quanto un allo volontario. 
Passando dalla volontà alle disposizioni dell’animo, 
che in quella si manifestano, è pure evidente che 
la volontà buona è dipendente da disposizioni co¬ 
stanti del soggetto, le quali sono naturalmente quo¬ 
tate, come valore traslato, più altamente di un at¬ 
to momentaneo, sebbene voluto. 

E poiché il contenuto della volontà buona è la 
simpatia per altrui beni o mali, così il vero valore 
traslato dell’atto di E riguardo ad A risiede per X 
nella quantità di simpatia che l’atto manifesta (40). 

Con una serie di considerazioni infine il Meinong 
riesce a stabilire, che nel terzo individuo X, neu¬ 
trale e disinteressalo, può scorgersi il rappresentan¬ 
te della collettività, cioè il vero soggetto della valu¬ 
tazione morale (41). 


(39) Ibid., p. 171-174. 
(41) Ibid., p. 176-180. 


(40) Ibid., p. 174-176. 





38 


/ valori umani 


145. — Compiuta questa indagine intorno all’og¬ 
getto e al soggetto del valore, Meinong affronta il 
problema del dovere, della imputazione e della 
libertà. 

Le indeterminatezze del concetto del dovere , sì 
teoretiche che pratiche, possono eliminarsi, secon¬ 
do il Meinong, considerandolo sotto l’aspetto del 
valore. Non solo, ma questa indagine ci farebbe co¬ 
noscere una « vera causa » sufficiente a spiegare 
definitivamente i fenomeni del dovere morale. 

Nel dovere morale è caratteristico l’oggetto del 
dovere. Morale è quel dovere che ha per oggetto 
una volizione morale. Ciò che ha un valore morale 
positivo costituisce il campo del dovere morale po¬ 
sitivo, mentre il non-valore dà luogo al dovere ne¬ 
gativo. 

Caratteristico è pure, che il dovere morale ha di¬ 
versa intensità secondo la qualità morale del suo 
oggetto. 

Il dovere più reciso ed energico si afferma nel 
campo del corretto, il più energico non-dovere nel 
campo del riprovevole; più debole è il non-dovere 
che si riferisce al tollerabile, e almeno altrettanto 
debole è forse il dovere del meritorio. L’intensità 
non resta però costante nel seno di ciascuna di 
queste categorie; si può invece in generale afferma¬ 
re, che pei valori positivi l’intensità del dovere de¬ 
cresce a misura che aumenta la grandezza del va¬ 
lore morale, pei valori negativi la forza del non- 



Il valore morale secondo il Meinong 


.39 


dover*' cresce colla grandezza del non-valore (42). 

Questa funzione tra intensità del dovere e valo¬ 
re ci dice, che il dovere c un fenomeno del valore 
,< consiste precisamente nel valore della volizione 
morale, qualificala tale non in rapporto al soggetto 
agente, ma in rapporto alla collettività. Esso di¬ 
pende cioè non * lai valore delle disposizioni d’ani¬ 
mo del soggetto (W), ma Hall a valutazioni; colletti¬ 
va (te), la quale determina e impone al soggetto a- 
gcute un valore attuale. Notevole è che mentre il 
valore disposizionale sentito dall’agente può spin¬ 
gerlo al più grande sacrificio per un ideale, il valo¬ 
re attuale imposto dalla collettività si contenta di 
piccoli sacrifici, sicché i doveri sociali si possono 
compiere con un piccolo sforzo. Chi adempie al suo 
dovere quotidiano, puro e semplice, attua per la so¬ 
cietà un valore importantissimo, incomparabilmen¬ 
te più grande dello sforzo che gli costa. 11 vero bi¬ 
sogno sociale di moralità si limita a che si faccia ciò 
ch’c corretto, e si tralasci ciò ch’è riprovevole; il 
contrario rappresenta un pericolo sociale (43). 

Donde deriva il carattere autoritario del dovere? 
Premesso che ogni dovere si riferisce al futuro, si 
può osservare che esso consiste in un particolare 
modo di decisione proposto personalmente all’indi¬ 
viduo agente da una valutazione collettiva. 

Si noli infine, che al campo del corretto corri 
sponde il dovere ( Pflicht come determinazione più 


(42) Ibid., p. 181-185. 


(43) Ibid., p. 185-192. 







40 


I valori umani 


particolare del Sollen) nel senso più rigoroso della 
parola, e che il termine correlativo del dovere è il 
diritto (44). 

146. — Mentre nel dovere l’interesse morale è 
rivolto al futuro, l ’imputazione riflette essenzial¬ 
mente il passato, e particolarmente le azioni com¬ 
piute. 

T casi nei quali non ha luogo alcuna imputazio¬ 
ne sono : 

1) quelli in cui non c’è stata volizione, epperò 
le azioni in cui il momento psichico manca o non 
è costituito da una volizione. Gli atti istintivi pos¬ 
sono rientrare nella categoria dell’imputabile, se 
sla in potere della volontà l’evitarli; 

2) casi in cui c’è stata volizione, ma è accaduta 
cosa diversa dalla voluta, o almeno prevista; — l’er¬ 
rore conta qui tanto quanto l’ignoranza o l’insuf¬ 
ficienza intellettuale; 

3) casi in cui c’è stata volizione e previsione del 
risultato, ma o la volizione non riguarda un fallo 
moralmente valutabile, o si è agito in uno stalo di 
necessità (per costrizione esterna, fisica o psichica). 
Se la costrizione non era assolutamente irresistibile, 
invece di eliminazione, c’è attenuazione della re¬ 
sponsabilità (45). 

T casi nei quali l’imputazione si attenua si pos 
sono schematizzare così : 


(44) Ibid., p. 192-195. 


(45) Ibid., p. 196-197. 






Il valore morale secondo il. Meinong 


41 


I. L'occasione, cioè il complesso delle circostan¬ 
ze die hanno influito sulla volizione. Quanto più 
grande è stala, per esempio, la tentazione, tanto più 
piccola la colpa. Nel concetto d 'influenza si com¬ 
prende anche la suggestione, la quale in certi gradi 
può persino sopprimere la responsabilità; 

II. I momenti intra subbiativi, che si possono sud¬ 
dividere in varie categorie : 

1) le differenze subbiettive, dipendenti dal tem¬ 
peramento; 

2) i rapporti personali fra il soggetto agente e 
l’altro soggetto, cui l’azione si è riferita; 

3) l’opinione che si ha della imputabilità del 
soggetto; 

4) il passato psichico dell’agente; 

5) il tempo, in rapporto sia alla durala dell’a¬ 
zione, sia allo intervallo trascorso fra l’azione e 
l’imputazione (prescrizione). 

Tutti questi momenti si applicano, oltre che alla 
imputabilità, al calcolo del merito di un’azione. 

TI punto centrale, cui il problema dell’imputa¬ 
bilità o del merito di un’azione si riferisce, è la 
spontaneità morale dell’agente. In compendio si può 
dire: chi pone il problema della imputabilità di 
un’azione, cerca di conoscere due cose: in quale 
misura l’azione sia proceduta dalla disposizione d’a¬ 
nimo ( Gesinnung ) del soggetto, e quale questa di¬ 
sposizione sia in realtà (46). 


(46) Ibid., p. 197-204. 








42 


/ valori umani 


Il processo della imputazione morale non è però 
soltanto intellettuale; consiste anche in una reazV 
ne emozionale, con la quale lo spettatore imparzia¬ 
le X si investe quasi della condizione di A danneg¬ 
giato o favorito da E. La collettività, rappresenta¬ 
ta da X, reagisce quindi, dal lato emozionale, come 
A, Nell'imputazione intellettualmente concepita og¬ 
getto della valutazione è la personalità di E, in 
quanto il suo atto può considerarsi come una ema¬ 
nazione diretta (per la spontaneità morale) di que¬ 
sta personalità (47). 

147. — Pervenuto a tali risultati nel caratterizza¬ 
re l'imputazione, Meinong osserva di non avere 
fatto uso del concetto di libertà. È segno, egli dice, 
che questo momento non ha per la teoria dell im¬ 
putazione quell'importanza, che gli si suole attri 
huire. 

Nel concetto della libertà in senso non soltanto 
morale, ma generale, c’è una negazione: ciò eh "è 
negato è qualche cosa di avverso c di spiacevole, 
vale a dire un non-valore. Dove manca qualche co¬ 
sa di prezioso, c'è una lacuna, non c’è libertà. 

La libertà che si riferisce alla vita morale è stata 
distinta: (I) in libertà dell'agire e (II) in libertà 
del volere. 

L Per libertà d’agire si è intesa la libertà fi¬ 
sica di fare o non fare. Si danno le seguenti even¬ 
tualità : 


(47) tbid., p. 204-209. 





Il valore morale fecondo il Meinong 


43 


1) io tento un’azione, ma un ostacolo esterno la 
impedisce; 

2) io non tento, perchè un ostacolo, come nel ca¬ 
so 1, lo impedirebbe; 

3) io tento e riesco : e cosi affermo la mia libertà 
di agire; 

4) io non lento, ma se tentassi non troverei al 
cun ostacolo, allora la mia libertà di fare è ipoteti¬ 
ca e diviene una facoltà. 

II. Questa casistica si può applicare anche alla 
libertà del volere, sostituendo al tentativo di fare 
il tentativo di volere. 

Lo stato d’animo predisposizionale della volontà 
è allora il desiderio : 

1) io desidero, ma non posso volere; 

2) io non desidero, ma se desiderassi non potrei 
volere; 

3) io desidero, e poiché non trovo alcun ostaco¬ 
lo, voglio anche: è questo il caso della libertà del 
volere o del decidersi; 

4) io non desidero, ma se desiderassi non trove 
rei difficoltà anche a volere. Qui la volontà si fa 
ipotetica e, se combinata con altri casi simili, di¬ 
venta libertà di scelta. 

Abbiamo così i quattro casi possibili di libertà : 
libertà dell’agire, libertà del decidersi, libertà co¬ 
me facoltà, e libertà di scelta. 

La libertà si può definire, in una.parola, come 
desiderio di volere secondo la propria inclinazio¬ 
ne. Libertà significa allora tanto quanto spontanei- 





44 


1 valori umani 


là c, così definita, si ricollega con lutti i momenti 
della valutazione morale di già precisati (48). 

148. — L’etica è la scienza, così conclude il Mei- 
nong, che esamina il valore che l’uomo ha per 
l’uomo, e più particolarmente il valore che l’uomo, 
ha nel suo modo di comportarsi con l’uomo. Note¬ 
vole è in tfuesta definizione il momento della uni¬ 
versalità, che distingue il campo dei fatti morali. 
11 senso comune tende nelle valutazioni morali a 
rendersi indipendente dalle peculiarità individua¬ 
li e dalle circostanze eccezionali: esso pretende di 
tenere una uguale misura per tutti (49). La defi¬ 
nizione dice pure che ciascun uomo può essere sog¬ 
getto di valori morali, non meno che oggetto di va¬ 
lutazione; nessuno può dirsi neutrale nelle valu¬ 
tazioni morali. Non può però mai accadere, che il 
soggetto e l’oggetto del valore s’identifichino. Non 
che non si possano valutare le proprie volizioni, ma 
non si può identificare il vero soggetto del giudizio 
etico con se stessi. Voler porre accanto a un’etica 
sociale un ' etica individuale è perciò inammissibile. 
\nche quando l’interesse etico c rivolto al proprio 
io. la collettività è parte interessata in queste va¬ 
lutazioni, e non le si può perciò negare la funzione 
di vero soggetto del valore morale (50). 

Si è attribuito all’etica un carattere normativo; 
ciò non deve indurre a credere, che questa scienza 

(48) Ibid., p. 209-214. (49) Ibid., p. 219. 

(50) Ibid., p. 220-222. 








Il valore morale secondo il Memori# 


45 


possa di propria assoluta autorità imporre precetti 
al volere e all’agire degli uomini. In quanto disci¬ 
plina pratica, essa può dare « norme », non in no¬ 
me proprio, ma presupponendo posti i fini che si 
vogliono attuare. Solo che l’etica non trova, come le 
altre scienze pratiche, i valori già definiti, ma li 
deve ricercare e fissare. Essa diviene quindi norma¬ 
tiva nel senso che, laddove la riflessione Ingenua 
rimane inerte, l’etica scorge valori e non-valori; e 
dove la riflessione ingenua valuta in un dato modo, 
l'etica lavora a precisare e a correggere queste va¬ 
lutazioni. Con le sue deduzioni e dimostrazioni essa 
può infatti chiarire errori ed anomalie del valore, 
che sfuggono all’occhio non esercitato o indifferen¬ 
te. Ma pure non bisogna dimenticare che i problemi 
del valore sono problemi di fatto, che l’etica è una 
scienza empirica, e che l’empiria ha sempre l’ultima 
parola nelle statuizioni morali (51). 


(51) Ibid., p. 222-225. 











IL VALORE MORALE 
SECONDO L’EHRENFELS 


149. — L’etica concepita come disciplina pratica 
mira a dare norme per la vita. La sua aspirazione 
più alta è di pervenire a dei comandi assoluti, cioè 
incondizionati, agl’imperativi categorici. Conside¬ 
rata però come scienza teorica, si muove verso il 
polo opposto, cioè verso la concezione relativistica 
e storica dei comandi morali. Il dissidio dipende 
da un diverso concetto fondamentale dei valori eti¬ 
ci. Chi si attiene all’etica come scienza capace di 
norme assolute, afferma per ciò stesso l’esistenza di 
valori assoluti. Chi (concepisce 1 etica come una 
scienza storica, afferma al contrario implicitamente 
la relatività dei valori. 

Questo dissidio dimostra, ch’è impossibile antici¬ 
pare una definizione dell’etica nell’un senso o nel¬ 
l’altro, senza incorrere in una petitio principii. 
Il problema fondamentale e preliminare dell’etica 
è dunque l’analisi psicologica dei valori morali. So¬ 
lo al termine di questa analisi si potrà venire a una 
definizione più sicura dell’etica e dei suoi compiti, 

Riservando ogni questione riguardante tali còni- 






Il valore morale secondo Ehrenfels 


47 


piti, una cosa è certa, che l’etica si appalesa subi¬ 
to come una branca della teoria generale del valo¬ 
re. La stima del bene e il disprezzo del male non 
sono infatti che fenomeni di valutazione, il bene e 
il male stesso si pongono come valori, e il problema 
del valore assoluto non è che un problema partico¬ 
lare della teoria generale dei valori morali (1). 

11 metodo seguito dall’Ehrenfels per la determi¬ 
nazione scientifica dei concetti morali consiste nel¬ 
lo scoprire, sulla guida dell’uso secolare delle co¬ 
muni denominazioni morali, i fatti costanti o la 
realtà morale, cui nella vita pratica quelle deno¬ 
minazioni concordemente si riferiscono. Osservan¬ 
do poi questi fatti, egli si domanda ciò che essi han¬ 
no di comune, e se ed in quanto questo momento 
comune può formare un concetto fecondo per un’e¬ 
tica intesa sia come scienza teorica, sia come disci¬ 
plina pratica (2). 

150. — 11 concetto centrale di tutti i fatti etici 
è quello di approvazione e ili disapprovazione mo¬ 
rale, più brevemente quello della valutazione etica. 
Chiarire ciò che vi ha di essenziale nella valutazio¬ 
ne elica, significa non trovare più nulla di oscu¬ 
ro in tutti i campi della vita morale (3). 

L’Ehrenfels si domanda, se i fatti psichici dei- 
l'approvazione e della disapprovazione abbiano un 


p- 


(1) System der tt'erththeorie. II voi. Grundzuge einer Ethik, 
1 - 6 . 

(2) Ibid., p. 7-14. 


(3) Ibid., p. 14. 



48 


I valori umani 


qualche carattere generale comune. Per fare una 
lale indagine è bene circoscrivere nell»* spazio e nel 
tempo il complesso delle relazioni da esaminare; 
e l’Ehrenfels ritiene, che nessun altro campo sia 
più propizio, per questa ricerca, «Iella vita contem¬ 
poranea, da noi direttamente e interamente osser¬ 
vabile (4). 

Per le valutazioni eliche, come per tutte le valu¬ 
tazioni, si debbono distinguere la qualità (positiva 
o negativa), la grandezza, la sottospecie (se il loro 
oggetto è immediato o mediato, se il valore è pro¬ 
prio o traslato), e infine i loro oggetti e le relazioni 
di questi colla qualità e grandezza della valutazio¬ 
ne (5). 

151. — Giova cominciare dagli oggetti del valore. 
Un’osservazione superficiale basta a distinguere fra 
essi le azioni umane. Per azione umana s’intende 
un atto dell’appetire o del volere, per mezzo del (pia¬ 
le ti producono effetti intenzionali in vista di uno 
scopo determinalo. In ogni azione si devono quindi 
distinguere i seguenti momenti: lo scopo, l’inten¬ 
zione (cioè previsione degli effetti dell'agire) e le 
disposizioni fondamentali dell’appetire e del sen¬ 
tire, che in quelli si manifestano. Inoltre sono ac¬ 
cessori detrazione gli effetti non voluti, ma at¬ 
tesi, infine gli effetti reali, compresi gl’impreve- 
duti. 


(4) Ibùl., p. 15-16. 


(5) Ibid., p. 16. 





Il valore morale secondo Ehrenfels 


49 


Ora si può subito constatare, che di un’azione 
si valutano moralmente gli effetti, solo in quanto 
essi furono voluti (non importa se siano o no pro¬ 
dotti), e inoltre gli effetti preveduti, anche se non 
voluti (6). 

Lo scopo dell’appelire e del volere è, in una paro 
la, quello che viene in prima linea valutato, anzi 
sembra, secondo un’opinione corrente, che formi 
il valore dell’azione. Una correzione a questo pri¬ 
mo concetto empirico si ha però nell’altra opinio¬ 
ne, che lo scopo deve valutarsi congiuntamente ai 
mezzi adoperati; in una parola, oggetto della valu¬ 
tazione sarebbe la totalità delle intenzioni (concer¬ 
nenti lo scopo e i mezzi). E poiché le intenzioni 
hanno per correlato gli effetti, si può dire, che sia 
determinante per le valutazioni morali la totalità 
degli effetti preveduti (voluti o anche semplice- 
mente attesi). Se non che nè le intenzioni come ta¬ 
li nè gli effetti dànno la vera misura del valore del¬ 
l’azione, perocché resterebbero così fuori causa le 


disposizioni affettive e appetitive, che sono il fon¬ 
damento del volere. La presenza o la mancanza tli 
date disposizioni intanto può costituire o annullare il 
valore di un’azione. Il bene altrui si può, ad esem¬ 
pio, fare per semplice simpatia, o per calcolo di 
utilità; e l’azione per se stessa nulla ci direbbe di 
ciò, se non messa in relazione colle disposizioni fon¬ 
damentali, da cui la totalità delle intenzioni e de¬ 


gli effetti è proceduta. 


(6) tbid., p. 16-18. 


4 




50 


I valori umani 


Adunque [lessiamo per ora concludere, che la 
valutazione morale di un’azione si regola secondo 
la presenza o mancanza, che quell’azione rivela, 
di disposizioni subbiettive di una determinata spe¬ 
cie. Lo stesso criterio si applica anche ai casi di 
omissione, nei quali l’inazione del soggetto dipen¬ 
de dalle proprie disposizioni interne (7). 

152. -- Qui l’Ehrenfels procede a una rassegna 
delle disposizioni subbiettive (del desiderio e del 
sentimento), che sono valutate positivamente e ne¬ 
gativamente dalla morale pratica dell’epoca nostra. 

Fra le disposizioni morali del sentimento, la più 
alta e più nobile, e perciò la più intensamente va¬ 
lutata, è quella che nel linguaggio cristiano è espres¬ 
sa colla massima : « ama Dio sopra tutto e il tuo pros¬ 
simo come te stesso ». L ''amore del prossimo non si 
deve intendere quale sola facoltà di sentire gioia del¬ 
la gioia e dolore del dolore altrui. Come l’egoismo 
non è solo desiderio del piacere, ma anche di potenza 
e di pieno sviluppo della propria personalità, cosi 
l’amore degli altri non è semplice desiderio del loro 
piacere (8), ma del loro perfezionamento. 

L’amore può essere, oltre che generale, circo- 
scritto a sfere determinale di persone, appartenenti 
alla nazione, allo Stalo, alla stirpe, alla contrada, 
alla famiglia. Tutte queste forme delFamore ven¬ 
gono altamente valutate, e in generale in misura 


(7) Ibid., p. 18-23. 


(8) Ibid., p. 23-29. 






Il valore morale secondo Ehrenfels 


51 


tanto minore, quanto più ristretta è la sfera di per¬ 
sone che abbraccia. 

CoH’amore generale e speciale non è esaurito il 
campo delle valutazioni morali. Giustizia, fedeltà, 
onestà, sentimento del dovere, veridicità, rispetto di 
sè, pudore, castità, moderazione, diligenza e amo¬ 
re del lavoro, son tutte designazioni di particolari 
disposizioni del sentire e dell'appetire più o meno 
altamente apprezzate sotto l’aspetto morale. 

In special modo la giustizia e la fedeltà, la prima 
colla più uniforme possibile distribuzione dei beni 
e della felicità, l’altra colla maggiore possibile co¬ 
stanza nell’amore, aggiungono nuovi elementi alle 
inclinazioni per gli altri, ed elevano il valore di que¬ 
ste disposizioni (9). 

II correlato dell’amore per gli altri è il desiderio 
di essere amato, dal quale pure possono scaturire 
azioni meritorie, senza esserne, come taluni vorreb¬ 
bero, l’unica fonte (10). 

Per disposizione immorale del sentimento s’inten¬ 
de in primo luogo Vindifferentismo in rapporto a 
tutti quegli oggetti, che destano amore in un animo 
moralmente disposto (11). 

L indifferentismo per l'amore del prossimo si 
chiama egoismo. Esso ha per effetto, che la rappre¬ 
sentazione del proprio io fisico e psichico prende 
una posizione dominante fra tutti gli oggetti del 
desiderio e della volontà. 


( 9 ) Ibid., p. 29 - 30 . ( 10 ) Ibid., p. 30 . 


( 11 ) Ibid., p. 31 . 











52 


I valori umani 


Affine all’egoismo è Vipsissimismo, che non con¬ 
siste in mancanza di amore, ma nella sua limitazio¬ 
ne a sfere ristrette, quali la propria famiglia, co¬ 
munità, razza, nazione. Esso è conciliabile anche 
con un grande slancio di passione, epperò la rela¬ 
tiva valutazione etica è incerta (12). 

Si danno le più diverse specie di egoismo e di 
altruismo. Vi sono di quelli che sentono più per 
esseri lontani e astratti, che per i prossimi e concreti; 
altri che sentono simpatia solo in certe particolari 
condizioni, ecc. 

È curioso osservare che la mancanza assoluta di 
sentimenti simpatici è disistimata meno della man¬ 
canza di onore. 

Accanto aH’indifTerentismo nelle sue varie forme, 
esistono anche altre disposizioni positive del senti¬ 
mento, che provocano una energica valutazione mo¬ 
rale negativa. Tutte le disposizioni morali contra- 
dittorie, per cui si sente piacere del dolore e dolore 
del piacere altrui, appartengono a questa catego¬ 
ria. Nei gradi più vivaci queste disposizioni si chia¬ 
mano malvagità, crudeltà, e in casi particolari si 
congiungono coll odio, la vendetta, ecc. (13). 

153. — Riassumendo i vari casi ili approvazione 
e di disapprovazione, cioè di valutazione positiva 
e negativa, si può stabilire, che il carattere comune 
di tutte le disposizioni moralmente valutate è la 


(12) Ibid., p. 32 


(13) Ibid., p. 32-34. 






Il valore morale secondo EhrenfeU 


53 


loro utilità o dannosità. Tutte le disposizioni di sen¬ 
timento approvate, si dimostrano nei loro effetti, cioè 
nelle azioni, nella massima parte dei casi, utili alla 
generalità degli uomini; mentre quelle riprovate si 
manifestano nocive (14). 

Su queste hasi si potrebbe aderire alla morale u- 
lilitaria, affermando che il momento determinante 
della valutazione etica sia l’utilità o la nocevolezza 
delle disposizioni del sentimento pel consorzio li¬ 
mano. Pure si può opporre, in primo luogo, che. 
se le disposizioni utili o nocive alla società sono va¬ 
lutate positivamente o negativamente, si dònno ca¬ 
si di disposizioni assai utili alla società, che pure 
destano uno scarso sentimento del corrispondente 
valore; per esempio, l’istinto della propria conser¬ 
vazione. In secondo luogo è da osservare, che in 
molti casi rammirazione si desta in soggetti, che 
non hanno alcuna coscienza del vantaggio o del da¬ 
llo sociale dell’azione valutata. 

La teoria utilitaria può in fondo aver ragione ed 
essere mantenuta, ma con certe modificazioni. Que¬ 
ste ci vengono suggerite dalla legge dell’utilità mar¬ 
ginale. 

La legge dell’utilità marginale, infatti, aiuta a 
interpretare anche le anomalie del principio del¬ 
l'utilità morale, di cui nella prima obbiezione. Co¬ 
me l'aria e l’acqua, nelle condizioni normali, si 
trovano in tale abbondanza, che il loro aumento 


(14) Ibid., p. 34. 














54 


/ valori umani 


sarebbe senza valore economico, mentre categorie 
molto meno utili, come metalli preziosi, seta, eco., 
acquistano un alto valore traslato e vengono ricer¬ 
cati, in ragione della loro rarità e difficoltà di posse¬ 
derli; così nella vita morale hanno un valore traslato 
quelle disposizioni utili al bene generale, il cui in¬ 
cremento è proficuo per la felicità di tutti, non quel¬ 
le di cui questo incremento non è necessario, seb¬ 
bene la loro presenza sia utile, come per l’appunto, 
l’istinlo della propria conservazione. In quanto al¬ 
la seconda obbiezione bisogna tener presente, die 
vi sono valori propri dipendenti da relazioni, le 
quali possono non essere momentaneamente presen¬ 
ti alla coscienza di chi quei valori valuta, senza che 
per questo si possa dire che manchino in realtà. 

Da ciò rimane confermato il costante e assoluto 
parallelismo tra l’utilità sociale di certe disposizio¬ 
ni del sentimento e la loro valutazione positiva o 
negativa, la loro approvazione o disapprovazio¬ 
ne (15). 

154. — Quale realtà corrisponde ai concetti di 
utilità generale, danno generale, benessere della 
collettività? Si può pensare alla quantità comples¬ 
siva di piacere e di dolore, che si produce nella so¬ 
cietà; si può pensare alla maggior possibile sodisfa- 
zione di appetizioni; si può anche foggiare un con¬ 
cetto di salute della collettività, in senso fisico e 
psichico, e al concetto della salute associare quello 


(15) Ibid.' p. 34-40, 






Il valore morale secondo Ehrenfels 


55 


di consolidamento e sviluppo. Più prossimo ai dati 
dell’esperienza è definire il bene della collettività 
come il più grande possibile soprappiù di piacere, 
al qual concetto bisogna però eopraordinare l’altro 
della proficuità universale (16). 

155. — Si è visto sili qui il rapporto tra l’oggetto 
e la i lualitù (positiva e negativa) della valutazione. 
Ora l’Ehrenfels esamina il rapporto tra lo stesso 
oggetto e la grandezza del valore attribuito. 

Per la grandezza e I altezza dell’approvazione 
morale sono di influenza decisiva due fattori ob 
biettivi : la specie e la forza «levile disposizioni del 
sentimento rivelautisi nell azione valutata. L in¬ 
fluenza di questi fattori si riconosce facilmente, se 
si esaminano gruppi di esempi, nei quali ogni volta 
uno di essi varia, mentre l’altro rimane costante. Se 
due uomini si propongono di salvare la vita di un 
terzo, ma l’uno corre il pericolo della vita, l’altro 
(per una diversa situazione) fa solo uno sforzo o 
un sacrificio di poche ore o minuti; non c’è dubbio 
che il fatto del primo riscuoterà un plauso più alto, 
che non quello del secondo. Il primo ha dimostrato 
il suo amore del prossimo in una misura relativa¬ 
mente molto maggiore di colui, che fa un sacrificio 
di gran lunga minore. Tuttavia non si può dire an¬ 
cora, che il secondo sia meno del primo animalo 
dall’amore del prossimo. D’altra parte neppure chi 


(16) Ibid., p. 41-50, 








56 


I valori umani 


ha occasione di salvare la vita di un uomo con un 
sacrificio relativamente piccolo, dimostra per ciò 
stesso, che se quel salvataggio avesse richiesto il sa¬ 
crificio della vita, egli l’avrebbe compiuto. 

Da ciò possiamo concludere, che la valutazione 
etica, nella sua grandezza, si regola non tanto se¬ 
condo la misura delle disposizioni subbiettive, da 
cui l’azione è realmente proceduta, quanto secon¬ 
do la misura di quelle disposizioni permanenti, che 
Dazione dimostra esistenti nel soggetto. \ parità di 
disposizioni subbiettive vince in valore chi compie 
il sacrificio più grande; ma dove i sacrifici sono 
uguali e varia la grandezza dello scopo, la valuta¬ 
zione etica in generale cresce col decrescere di que¬ 
sta grandezza. Infatti di due uomini che compiano 
un sacrificio di lavoro, per esempio, di parecchie 
settimane, l’uno per salvare la vita. Daltro per 
procurare il benessere di una persona, senza dub 
hio il secondo ha un merito morale più grande. Se 
le disposizioni del sentimento sono di uguale natu¬ 
ra, la valutazione cresce colla forza delle disposi¬ 
zioni (17). 

La disapprovazione, di regola, colpisce la man¬ 
canza di disposizioni socialmente utili o la loro pre¬ 
senza ni di sotto della media. Anche la specie del¬ 
le disposizioni mancanti influisce sulla grandezza 
della disapprovazione. Chi non sentisse Dajnore del 
prossimo sarebbe eticamente svalutato di più, di 
chi non possedesse il senso della verità (18). 


(171 Ibii., p. 51-53. 


Il8i Ibirl.. p. 53-54. 






Il valore morale secondo Ehrenfels 


57 


156. — Una grande importanza ha la quistione, 
.se i valori morali possano distinguersi secondo il lo¬ 
ro oggetto in valori propri e in valori traslati. L’a¬ 
vere riconosciuto, che gli oggetti delle valutazioni 
morali costituiscono dei valori traslati per il bene 
«Iella collettività, lascia impregiudicata tale quistio- 
ne, perche non ci ha indotti a ritenere, se non che 
esiste un nesso causale Ira quei valori e il bene del¬ 
la collettività, e che quindi attribuendosi un valori• 
proprio a questo bene, gli altri valori diventano 
traslati. È però possibile, che non tutti vedano que¬ 
sto nesso, che lo limitino a sfere più ristrette di per¬ 
sone che non sia la totalità; che non vedati > i rap¬ 
porti umani in astratto, ma solo rapporti concreti 
con determinali individui; che persino circoscriva¬ 
no al proprio io la valutazione delle qualità mora¬ 
li; in tutti questi casi nondimeno gli oggetti della 
valutazione costituiscono sempre dei valori o non- 
valori traslati. 

Ciò non esclude intanto, che ciò ch’è un valore 
traslato costituisca anche un valore proprio. L’e¬ 
sperienza mostra anzi, che queste due specie di va¬ 
lutazioni si trovano quasi senza eccezione unite, fe 
un errore fondamentale di molti utilitaristi il nega¬ 
re questo fatto. Ben a ragione fu loro opposto, che 
l’approvazione e la disapprovazione morale non 
abbisognano del riferimento al nesso causale col 
beile della società per manifestarsi, ma si collegano 
immediatamente con la nozione dell’oggetto appro- 







58 


f valori umani 


vato o disapprovato. Per la più parte degli uomini 
la qualità morale è un valore proprio, e l’immorale 
un non-valore proprio (19). 

157. Con la quistione precedente si collega 
l'altra, se il soggetto delle valutazioni debba essere 
concepito come una coscienza giudicante sotto a- 
spetti universali, o non piuttosto come appartente 
a sfere sociali circoscritte. Colla prima ipotesi si 
collegano i concetti di valore assoluto, d’imperati 
vo categorico, ecc., il cui esame Ehrenfels si riser¬ 
va di fare appresso. In quanto alla seconda l'em¬ 
piria conferma, che variando, sia storicamente, sia 
etnologicamente, i campi di cultura, cui i soggetti 
appartengono, variano anche questi soggetti. In 
quanto però agli oggetti del valore, alle disposizio¬ 
ni del sentimento, non v’è limitazione di sorta nei 
riguardi della utilità o del danno generale. La va¬ 
riazione nell’apprezzamento di quelle disposizioni 
ha luogo solo in rapporto alle più concrete deter 
minazioni del sesso, del ceto, dell’ufficio (virtù ma¬ 
schili e femminili, virtù guerriere, virtù di sovra¬ 
ni, di sudditi, di artisti, ecc.) (20). 

158. — Le valutazioni morali non si distinguono 
dalle altre valutazioni secondo l’oggetto, ina pare 
affettino questo oggetto con una speciale qualità 
dell’approvazione o della disapprovazione. Carat¬ 
teristico della disapprovazione è il desiderio, che 


(19) Ibid., p. 54-56. 


(20) Ibid., p. 56-58. 






Il vaiare morale secondo Ehrenfels 


59 

la realtà disapprovata non esista, ma il desiderio 
non è tutto, c’è anche una specie di ripugnanza e 
di disprezzo, che dà carattere morale alla disap¬ 
provazione. Inversamente può dirsi dell’approva¬ 
zione (21). 

Questo momento subbiettivo caratteristico po¬ 
trebbe farsi consistere in una speciale colorazio 
ne della maniera di sentire, ed eventualmente di 
appetire, nelle valutazioni etiche. Un più atten¬ 
to esame mostra però, che qui non si palesa tanto li¬ 
na valutazione di speciale qualità, quanto tutto 
un complesso di associazioni e di valutazioni carat¬ 
teristiche, cui la differenza notata deve attribuirsi. 

Alla rappresentazione e al giudizio affermativo 
di disposizioni di sentimento e di volontà dannose 
all’universale, si associa nella più parte dei casi un 
complesso di sensazioni generali e vitali, molto si¬ 
mili alle sensazioni di nausea c di disgusto; e poi¬ 
ché queste sensazioni provocano un vivace dispia¬ 
cere, così colla valutazione morale negativa si as¬ 
socia per lo più nel modo più intimo la valutazione 
negativa del complesso di sensazioni anzidelte. 

Inoltre nell’uomo civile, per via dell’educazione, 
e forse anche della eredità, sono preformate certe 
disposizioni generali dell’appetire, che entrano in 
giuoco, non appena disapprovata una data qualità 
in un dato individuo; le disposizioni cioè a evitare i 
contatti con quel dato individuo, di ridurre o an¬ 
nullare i rapporti con lui. In altri si aggiunge il de- 


(21) Ibid., p. 58-60, 






60 


/ valori umani 


sidelio di vederlo umilialo e sofferente, in altri in¬ 
fine anche il desiderio di fargli del male. 

La spiegazione di questi fatti può rinviarsi. In¬ 
tanto si può constatare, che le valutazioni etiche, 
quasi senza eccezione, si presentano con un coni 
plesso di fenomeni psichici caratteristici concomi¬ 
tanti. 

159. — Sin qui si sono rilevali i rapporti delle 
qualità morali di un individuo col suo ambiente; le 
disposizioni morali del sentimento hanno però an¬ 
che speciali rapporti colla vita interiore dell’indi¬ 
viduo. 

Si riconosce generalmente, che l’uomo morale 
possiede nelle disposizioni dell’animo suo un teso¬ 
ro, ch’è fonte di felicità e di pace, gli dà agio di 
guardare tranquillamente agli orrori della vita, ai 
casi che sconvolgono la propria sorte, e persino al¬ 
la morte. Questa disposizione si suol chiamare 
« buona coscienza », la contraria « cattiva coscien¬ 
za ». L’una e l’altra sono argomento di molti pro¬ 
verbi e di acute osservazioni della psicologia po¬ 
polare. 

Hi fronte a questi fatti si pone il problema, se 
gli effetti delle disposizioni morali o immorali si 
deducano per intero dal rapporto dell’individuo con 
I ambiente, o se i fenomeni della buona o cattiva 
coscienza ci conducano alla constatazione di spe¬ 
ciali qualità dei fatti del sentire e dell'appetire per 
se stessi (22). 

(22) Ibid., p. 60-61. 




Il valore morale secondo Ehrenjels 


61 


Comunque sia di ciò, due considerazioni possia¬ 
mo fare, l’una che si riferisce alla sanzione elìca, 
e l’altra all’esistenza di valori morali traslati indi¬ 
viduali. 

Per sanzione etica l’Ehrenfels intende quella 
« santità » di certe disposizioni di sentimenti e di 
desideri, che ne fa una specie di santuario inter¬ 
no, una garenzia dell’intima pace e felicità. — Per 
valori morali traslati individuali intende quelle di¬ 
sposizioni e quei processi interni, che vengono va¬ 
lutati in relazione a quella pace dell’animo, alla 
quale si attribuisce un valore proprio. 

I valori traslali dell’etica individuale coincidono, 
nella massa, coi valori traslati nel senso del bene 
generale. Gli uomini sono in maggioranza cosi di¬ 
sposti, che quando tendono con successo a quella 
pace interiore, sono anche orientali nel senso di 
promuovere il bene generale. Solo nella coscienza 
dell’armonia delle proprie aspirazioni e tendenze 
con quelle del mondo circostante, l’uomo normale 
può raggiungere la stabilità della propria pace. 

In quanto alla sanzione etica bisogna osservare, 
che essa sta spesso in connessione diretta e in un 
rapporto di vicendevole influenza con le convin¬ 
zioni metafisiche dei diversi individui. Chi creda al¬ 
la durata eterna della vita psichica, e alle ricom¬ 
pense eterne dopo la morte, sentirà la ripercussio¬ 
ne della sua attività sulla pace dell’anima in mo¬ 
do essenzialmente diverso, di chi quella credenza 
non abbia (23). 


(23) Ibid., p. 61-63. 










62 


I valori umani 


160. — L’Ehrenfels si dimanda a questo punto, 
se i risultati ottenuti dall’esame delle valutazioni 
morali correnti nel nostro tempo siano confermati, 
ove si esaminano stati di civiltà inferiore (conside¬ 
rando quella presente come la civiltà più altamente 
sviluppata). La risposta è affermativa, con alcune 
limitazioni soltanto. 

L’una è, che invece del bene generale inteso nel 
senso totale moderno, si aveva di mira, nello sta¬ 
bilire il valore e il non valore etico, il bene di una 
più ristretta sfera di conviventi. L’altra limitazio¬ 
ne riguarda il modo di concepire le disposizioni del 
sentimento o della volontà. Quanto più primitivo 
è lo stato di sviluppo, tanto più imperfettamente e 
rozzamente quelle disposizioni sono concepite e ap¬ 
prezzate. 

Anche per potere solo pensare come un uomo 
comune dei nostri tempi intorno alle proprie dispo¬ 
sizioni interne e alle altrui, occorre una enorme for¬ 
za di astrazione e una tale somma di cognizioni psi¬ 
cologiche, che sono del tutto estranee all’uomo pri¬ 
mitivo (4). 

161. — Ciò ch’è stato sin qui detto autorizza, 
secondo l’Ehrenfels, a compiere un ultimo passo nel¬ 
l’astrazione per la determinazione dei concetti mo¬ 
rali. In luogo del concetto di disposizione del sen¬ 
timento e della volontà si può adoperare il concetto 


(24) Ibid., p. 63-66. 






Il valore morale secondo Ehrenfels 


63 


6opraordinato e più generale, ma anche meno pre¬ 
ciso, di tendenza della condotta. E invece del bene 
generale o della totalità o collettività (Gesammtheit) 
si può parlare del bene di una più grande sfera di 
conviventi. Questo concetto ha limiti oscillanti, ma 
non è per questo meno adoperabile, anzi ha il pre¬ 
gio di applicarsi a tutti i vari stadi dell’evoluzione 
morale. 

In una formula generale può infine dirsi, che so¬ 
no eticamente approvate le tendenze della condotta, 
che hanno un valore per il bene di una più grande 
sfera di conviventi, oppure le omissioni dell’agire, 
dalle quali si può concludere per la presenza di 
quelle tendenze. Disapprovate moralmente sono le 
tendenze della condotta nocive per quella data sfe¬ 
ra di conviventi, sia che si fondino sulla presenza 
di talune o sulla mancanza di tal’altre disposizioni. 
Con altre parole si può dire, che moralmente buo¬ 
ne o cattive sono quelle tendenze della condotta, 
il cui incremento in una data sfera di conviventi 
sarebbe rispettivamete utile o nocivo; o la cui di¬ 
minuzione nelle stesse condizioni sarebbe rispetti¬ 
vamente nociva o utile (25). 

E così movendo dai dati della esperienza comune 
si sono potuti fissare concetti generali precisi e si¬ 
curi. I concetti morali popolari non solo sono coe¬ 
renti, ma anche eminentemente fecondi, e sopra¬ 
tutto in senso pratico. Poiché è chiaro che per tutti 


(25) Ibid., p. 66-67. 










64 


I valori umani 


coloro, i quali aspirano ad accrescere il bene gene¬ 
rale, o anche il bene di sfere più ristrette di per¬ 
sone, dev’essere di altissimo valore pratico, che, 
sulla base di un lavorio collettivo di tante genera¬ 
zioni, e di una terminologia popolare radicata, si 
possano loro additare come moralmente buone o 
cattive, quelle disposizioni della volontà e del sen¬ 
timento, al cui sviluppo o alla cui soppressione es¬ 
si devono mirare se vogliono raggiungere lo sco¬ 
po (26). 

162. — Volgendosi ora l’Ehrenfels a osservare 
più da vicino la legge dell’evoluzione etica, è na¬ 
turale che in prima linea per trasformazione mora¬ 
le egli intenda la trasformazione delle valutazioni 
eliche o il movimento dei valori etici. Si noti che per 
valutazione etica l’Ehrenfels stabilisce qui di si¬ 
gnificare quella che si fa delle disposizioni o ten¬ 
denze del sentimento, riservando l’aggettivo mora 
le a quelle valutazioni che sono insite e operative 
nel soggetto di quelle disposizioni (27). 

Per comprendere in che consista la forza che 
muove l’evoluzione umana, si devono studiare gli 
effetti delle valutazioni etiche. 

Il primo effetto concerne la posizione sociale di 
un individuo, in relazione alla stima o disistima 
dei consociati. Questo effetto si può caratterizzare 
come una elevazione o una depotenziazione sociale 


(26) Ibid., p. 67-69. 


(27) Ibid., p. 69-71. 



Il valore morale secondo Ehrenfeh 


65 


della personalità. Chi è eticamente molto stimato, 
si cattiva l’amore e la confidenza degli altri, e per¬ 
ciò guadagna rispetto e potenza, chi è eticamente 
aborrito perde di valore sotto tutti questi riguardi. 

Una seconda più vasta e più importante efficacia 
delle valutazioni etiche consiste nella tendenza, 
inerente alla natura delle cose, di promuovere lo 
sviluppo degli oggetti valutati positivamente, e d’im¬ 
pedire quello degli oggetti valutati negativamente. 
Questa tendenza è uno dei fattori principali di tut¬ 
ta l’evoluzione morale. Un esame particolareggia¬ 
to degli effetti della sanzione etica mostra infatti, 
che l’estimazione etica è uno dei più potenti moti¬ 
vi, che promuove, e la disapprovazione uno dei più 
potenti motivi che limita lo sviluppo delle rispetti 
ve tendenze della condotta (28). 

163. — Si è detto, che gli oggetti della valuta¬ 
zione etica rappresentano, per chi valuta, tanto dei 
valori propri quanto dei valori iraslati. Le ragioni 
di questo parallelismo consistono in parte in una 
naturale armonia delle disposizioni del sentimento, 
per cui ciò che ha un valore pei suoi effetti, sodisfa 
anche in sè a un bisogno originario, e viceversa ciò 
che è dannoso, dispiace per se stesso. È infatti pro¬ 
babile, che l’uomo, accessibile sempre, per la sua 
organizzazione stessa, alla simpatia e all’antipatia, 
accolga ciò che lo spinge in analoghe direzioni (le 


(28) Ibid., p. 71-75. 


5 





66 


I valori umani 


disposizioni morali degli altri) con sentimenti sim¬ 
patici, e ciò che agisce in senso opposto (disposizio¬ 
ni immorali proprie) con sentimenti antipatici. 

Una siffatta disposizione armonica non basta pp- 
rò a spiegare il parallelismo accennato. Il fatto più 
generale, che può dar meglio la ragione cercala, 
consiste nella derivazione storica, per la massima 
parte dei valori propri dai valori Iraslati. 

Questo processo di formazione dei valori etici non 
si è compiuto e non si compie in tutti gl'individui ap¬ 
partenenti a una data sfera sociale di valutazione, 
nello stesso tempo e allo stesso modo. Anzi la di¬ 
versità delle circostanze e delle nature individuali 
porta con sè, che quella derivazione si compie pri¬ 
ma in un certo numero d’individualità, e poi si 
trasporta colla propagazione fisica e psichica (esenv 
pio, suggestione) da queste individualità in altri 
membri della collettività. Nella formazione dei va¬ 
lori etici si possono adunque distinguere le indi¬ 
vidualità attive e le /Missive. 

Questa opposizione è di una grandissima impor 
tanza pratica. Essa spiega i fatti di proselitismo. Ir 
imposizioni violente, la preponderanza degli spiri¬ 
li e dei caratteri forti sugli altri più deboli, ecc. Nè 
sono fattori trascurabili di propagazione quelli ere¬ 
ditari. 

Sulla stessa guida si possono distinguere i valo¬ 
ri in tre categorie : la prima è quella dei valori ol¬ 
trepassati ( uberlebte ), di valori cioè che hanno per¬ 
duto il loro riconoscimento generale, o restano effi- 



Il valore, morale secondo Ehrenfels 


67 


caci solo per taluni individui, o si conservano per 
abitudine; la seconda è costituita dai valori norma¬ 
li, ed è la più vasta, perchè generalmente domi¬ 
nante; la terza è quella dei valori insorgenti ( auf - 
strebende), cioè tendenti ad affermarsi, e che sono 
riconosciuti soltanto da una minoranza d’indivi¬ 
dui (29). 

164. — L’alta importanza delle valutazioni eliche 
traslate c’induce ad esaminare, come i principi ge¬ 
nerali della valutazione traslata si attuino nel cam¬ 
po etico, e se specialmente vi si applichi il concet¬ 
to delTittifitò marginale. 

Si è accennato a una certa apparenza di spropor¬ 
zionalità, analoga a quella che si riscontra nell’eco- 
nomia, tra valore traslato e utilità. Come certe co¬ 
se della massima utilità, per esempio l’aria e l’ac¬ 
qua, debbono esser considerate economicamente 
prive di valore, così anche certe disposizioni della 
più alta utilità (per esempio l’istinto della pro¬ 
pria conservazione e propagazione), le quali per 
natura, in quanto cioè disposizioni del sentimento, 
potrebbero rientrare nella categoria di ciò che è 
eticamente aprezzabile, pure non vengono quotate 
altamente, nè come valori propri, nè come valori 
Iraslati; e ciò perchè essi, in virtù delle leggi na¬ 
turali dominanti, si riscontrano già negli uomini in 
tale estensione ed intensità, che l’interesse della pre- 


(29) Ibid., p. 76-86. 






08 


I valori umani 


nervazione della convivenza sociale non è affatto 
minacciato; laddove questo interesse è molto vivo per 
tutte le forme altamente apprezzate di amore del 
prossimo. In termini economici si può dire, che la 
proiivista sociale degl’istinti di conservazione e pro¬ 
pagazione non è mai inferiore a! bisogno, mentre 
quella dell’amore generale degli uomini resta sem¬ 
pre molto al disotto; donde la differenza di valuta¬ 
zione, bassa nel primo caso, alta nel secondo (30). 

Questa analogia, nei suoi grandi tratti, fa pensa 
re che il concetto dell'utilità marginale come mi¬ 
sura dei valori sia completamente trasportabile nel 
campo etico. V’è però un importante fattore, che 
non si può evidentemente trasferire: la libertà 
dell’individuo nell’impiego economico della sua 
provvista di beni. Le disposizioni subbiettive degli 
altri non sono materia inerte in nostro potere, che 
noi possiamo adoperare o consumare qua o là a 
piacimento. 

Se nondimeno quell'analogia ha luogo, si dew 
poter dimostrare, che da una parte è insita nella 
provvista di oggetti di valutazione etica la tendenza 
a essere impiegata col vantaggio più grande possi¬ 
bile; d’altra parte, che noi possediamo la coscienza 
d’influire colla valutazione etica sulla consistenza 
della provvista di oggetti aventi un valore etico. K 
in realtà queste due condizioni sono soddisfat¬ 
te (31). 


(30) Ibid., p. 86. 


(311 Ibid.. p. 87. 



Il valore m-oraìe .secondo Ehrenfels 


RP 


Per ben comprendere ciò, è bene farsi prima 
un’idea chiara del modo, in cui cresce e diminuisce 
la provvista dei valori etici. 

Il quantum di disposizioni del sentimento di una 
data specie esistenti in una pluralità d’individui 
può essere modificato in due modi: o si aumenta, 
rispettivamente diminuisce, l’energia di quelle di¬ 
sposizioni nei singoli individui; o si aumenta, ri¬ 
spettivamente diminuisce, il numero degl’individui 
che possiedono ir. una qualche misura le disposi¬ 
zioni medesime. Questi due modi di aumento e di 
diminuzione si debbono ben distinguere, perche i 
loro effetti sociali non sono equivalenti, se non si¬ 
ilo a un certo grado. Se, per esempio, in un paesi- 
metà dei sacerdoti fosse composta di persone delle 
più alte qualità morali e l’altra metà di egoisti sen¬ 
za coscienza, l’influenza sulla popolazione sarebbe 
in totale presso a poco uguale a quella, che si ot¬ 
terrebbe se tutti i sacerdoti fossero di inedia mora¬ 
lità. Allo stesso modo, in un’adunanza per scopi be¬ 
nefici, alla quale intervenissero dieci assoluti egoi¬ 
sti e dieci assoluti altruisti, il risultato, a parità di 
condizioni, sarebbe all’incirca lo stesso, che se con¬ 
venissero venti medianamente disposti. Certo vi so¬ 
no anche situazioni, nelle quali pochi perfetti al¬ 
truisti ottengono di più, che non un gran numero di 
mediocremente disposti, giungendo persino a eser¬ 
citare una grande influenza collettiva là, dove sol¬ 
tanto con eroica abnegazione si può far qualche co¬ 
sa, come nei casi di epidemie, di guerra, ecc. Ma 




70 


/ valori umani 


per la condotta organica e armonica di molti è più 
favorevole il caso di una inedia costante di morali¬ 
tà, anziché quello di alle prerogative morali di una 
metà in contrasto coll’altra. Un più grande valore 
traslato pel bene generale non può dunque venire as¬ 
solutamente attribuito nè all’una, nè all’altra del¬ 
le due distribuzioni di disposizioni morali ipotizzate. 
Inoltre è chiaro, che in realtà non si dànno mai i 
casi di opposizioni totali ed estreme tra sommità 
morale da una parte e assoluta bassezza dall’altra, 
senza gradi intermedi, data la tendenza espansiva 
delle disposizioni del sentimento per mezzo dell’e¬ 
sempio e della suggestione. Anzi si nota, che l'ele¬ 
vazione morale intensiva di pochi è sempre anche 
accompagnata da manifestazioni estensive. Furonvi. 
è vero, epoche di massimi contrasti morali: si pen¬ 
si alla Roma imperiale al tempo dei primi cristiani: 
ma la tendenza a istituire una certa proporzione 
finisce coll'affermarsi dovunque. Ciò posto è lecito 
di trascurare in un calcolo sommario quelle estre¬ 
me differenze e riunire in unico concetto l’accre¬ 
scimento o la diminuzione, intensivi ed estensivi, di 
facoltà morali (32). 

Torniamo ora alle due quistioni relative all ana¬ 
logia etico-economica. La pruina quistione, se e 
proprio di una data provvista di disposizioni mo¬ 
rali la tendenza a essere impiegata col più grande 
possibile vantaggio, dev’essere risoluta affermativa- 
mente. Gli uomini che possiedono quelle disposi- 


(32) Ibid., p. 87-89. 





Il valore morale secondo Ehrenfelt 


71 


zioni, le attiveranno infatti dove essi ritengano con¬ 
seguibile con esse il più alto possibile valore. L’uo¬ 
mo pietoso agirà a preferenza e con più energia do¬ 
ve scorge il maggior bisogno; chi ama la verità, do¬ 
ve crede di riconoscere il più grande errore, ecc. In 
tal modo le disposizioni morali dimostrano la ten¬ 
denza di agire in modo, da creare la più grande so- 
disfazione generale, da produrre cioè la più gran¬ 
de somma di valori propri. 

Da questa premessa risulta anche la conseguenza 
necessaria, che con un graduale aumento della prov¬ 
vista (in modo analogo a ciò che avviene nel cam¬ 
po economico) non avrà luogo un aumento propor¬ 
zionale, ma un aumento costantemente minore del¬ 
l’intera utilità, sicché il concetto dell’utilità margi¬ 
nale è qui in massima adottabile. 

La seconda quistione, se le valutazioni etiche si 
fanno pure col proposito di aumentare o di dimi¬ 
nuire il quantum delle disposizioni cui si riferi¬ 
scono, dev’essere pure risoluta affermativamente. 
Ciascuno ha chiara coscienza di esercitare cogli atti 
della sua estimazione etica e colla loro manifesta¬ 
zione una influenza morale sul suo ambiente; e la 
stessa coscienza ha, nei casi di omissione di un do¬ 
vere, d’influire sul proprio ambiente, quando si 
tacciono, per paura o sotto la pressione di altri rap¬ 
porti, quelle estimazioni etiche che intimamente si 
sentono. 

L’analogia è adunque completa, e il concetto di 
utilità marginale è applicabile al campo dell’ap- 



72 


/ valori umani 


prezzamento positivo di disposizioni morali quali 
valori traslati (33). 

In quanto alla stima del non valore o del danno, 
non si può neppur dire che il principio marginale 
valga nel campo economico, tanto meno quindi 
varrà nel campo morale. Mentre nell’aumento co¬ 
stante di disposizioni morali ogni ulteriore aggiun¬ 
ta ha un’utilità marginale sempre minore; nel caso 
di accrescimento di disposizioni immorali avviene 
tutto il contrario. Si pensi decuplicato il numero 
degli incendiari e degli assassini nella nostra socie¬ 
tà, e si vedrà facilmente, che il danno sarebbe più 
che decuplo. Solo se il loro numero superasse la 
maggioranza della società, forse si modificherebbe 
totalmente l’analogia col principio dell’utilità mar¬ 
ginale. 

Non si deve però dal rapporto inverso, notatp 
nel giudizio del danno, ricavare la conclusione, che 
le disposizioni immorali debbano provocare un abor¬ 
rimento etico tanto più intenso, quanto più si ab¬ 
bassi il livello morale medio di una popolazione. In¬ 
fatti, in primo luogo, per lo più la nozione del dan¬ 
no si viene in questi casi perdendo; in secondo luo¬ 
go, coloro pei quali il riprovevole risiede semplice- 
mente nella mancanza di disposizioni morali, e sono 
i più, condanneranno solo in quanto rimane al di¬ 
sotto della media; sicché coll’abbassarsi delle qua¬ 
lità morali generali, si ridurranno pure le pretese 
morali. 


(33) Ibid., p. 89-90. 



Esame critico delle teorie esposte 


73 


L’abbassamento del livello medio morale o, ch'è 
lo stesso, l’aumento di disposizioni immorali agi¬ 
sce adunque con due opposte tendenze sulla valu¬ 
tazione etica negativa. Al contrario, in caso d’in¬ 
cremento delle qualità morali, quelle due tenden¬ 
ze, l’una che riduce la nozione dell’utilità, l’altra 
che confronta i valori colla media morale sociale, 
agiscono aumentando le pretese etiche e indebo¬ 
lendo la valutazione approbativa delle qualità u- 
tili (34). 

165. — Dopo le analisi compiute, l'Ehrenfels 
crede facile di determinare i fattori principali del 
mutamento delle valutazioni etiche e di farsi un 
concetto sulla direzione del movimento dei corri 
spondenti valori. 

Fra quei fattori il primo posto spetta alla forma¬ 
zione di nuovi attributi umani, i quali, in quanto 
diventano operativi nella vita sociale, diventano 
pure oggetto di una valutazione positiva o negati¬ 
va. Questa neoformazione di qualità e facoltà, in 
special modo di nuove disposizioni del sentimento, 
può avvenire nel corso dell’evoluzione umana per 
le cause più svariate, note e ignote. D’importanza 
capitale è qui in ogni caso il fatto dell’umana con¬ 
vivenza per se stesso, e l’aumentarsi e stringersi dei 
rapporti di reciproca dipendenza, come nello svi¬ 
luppo della vita politica ed economica. Forse al- 


(34) Ibid., p. 90-91. 





74 


I valori umani 


trettanto importanti sono inoltre le forze operanti 
nel senso etico individuale. Si è già notato, che 
l’aspirazione verso una pace interiore possiede, ne¬ 
gl'individui normali, la tendenza a formare qualità 
e modi di attività, che consentano all'individuo di 
divenire cosciente di sè come un essere armonico 
colle tendenze dei suoi consociati. Sembra inoltre 
che, per l’armonia naturale della costituzione li¬ 
tuana, le disposizioni tendenti a foggiare la bellez¬ 
za della vita interiore abbiano pure un valore Ira- 
slalo per gli altri e divengano perciò oggetto di \ il¬ 
lutazione elica. L’amore della verità e l’onestà, il 
sentimento del dovere e la fedeltà si alimentano pe¬ 
rò di fatto più per una orgogliosa e cosciente dife¬ 
sa dell’armonia e bellezza della propria vita inte¬ 
riore, che per riguardo ai desideri e alle appeti¬ 
zioni altrui (35). 

fin secondo fattore del movimento dei valori eti¬ 
ci è il progresso degli uomini nella conoscenza di 
se stessi e dei loro rapporti sociali. La estimazione 
di attributi umani quali valori traslati si compie 
per mezzo di un giudizio. La conoscenza si arric¬ 
chisce in doppia direzione. In primo luogo il pro¬ 
gresso della psicologia popolare pratica rende pos¬ 
sibile una finezza e una differenziazione sempre cre¬ 
scenti nella formazione dei concetti psicologici, e 
una nozione sempre più precisa appunto di quell*’ 
qualità umane, che per il loro influsso sulla condot 


(35) Ibid., u. 92. 




Il vaiare morale secondo Ehrenfels 


75 


ta hanno il più grande valore Iraslato. In secondo 
luogo diviene possibile di apprezzare l’utilità mar¬ 
ginale o il danno delle qualità umane in gradazioni 
sempre più fini. Questo arricchisce e moltiplica da 
una parte le valutazioni etiche; d’altra parte agisce 
anche svalutando quei valori, che si dimostrano 
prodotti da una grossolana ideazione e appaiono 
quindi come oltrepassati, in confronto ai nuovi va¬ 
lori poggianti su concetti più positivi e precisi (36). 

È inoltre di grandissima importanza per il movi¬ 
mento dei valori etici la trasformazione dei rapporti 
sociali prodotta dalle cause più diverse. Si pensi al¬ 
la diversa valutazione elica del rispetto dell’autorità 
in uno stalo teocratico o in uno stalo democratico. 

Come un caso speciale d’influenza del mutamen¬ 
to dei rapporti sociali sulle valutazioni merita di es¬ 
sere ricordata la modificazione del rapporto di po¬ 
tenza e di numero tra soggetti valutanti attivi e pas¬ 
sivi. Vari fenomeni degli spostamenti attuali nelle 
valutazioni etiche sono conseguenza dell’emancipa¬ 
zione della massa, «in qui passiva, dei valutato- 

ri (37). 

Tu una certa affinità coi fattori anzidetti sta l’e¬ 
spansione e la compenetrazione di diversi campi di 
valutazioni etiche. Un più intensivo commercio spi¬ 
rituale tra le nazioni opera necessariamente assimi¬ 
lando non solo le opinioni e le convinzioni, ma an ¬ 
che i sistemi di valutazione (38). 


(36) Ibid., p. 93. 


(37) Ibid., p. 93-94. (38) Ibid., p. 94. 






76 


I valori umani 


Finalmente va ricordato che il sorgere di nuove 
qualità umane può dar luogo a nuovi valori, men¬ 
tre Faccrescimento e la diffusione di qualità esistei) 
ti e valutale già positivamente agiscono svalutaii- 
dole . massime se crescono in tale misura che la lo¬ 
ro utilità marginale si riduca a zero. Questo non è 
che uno schema teorico, e si può dubitare se sia ap¬ 
plicabile alla realtà. Nondimeno la storia de'Pevo- 
luzione etica ce ne dà un chiaro esempio. Noi ve¬ 
diamo che i tragici greci stimavano la « moderazio¬ 
ne » così altamente, come oggi non fa il nostro sen¬ 
timento etico. Una comparazione psicologica ci mo¬ 
stra infatti, che quella moderazione era in quel tem¬ 
po una qualità assai meno diffusa che oggi, donde 
il suo alto valore marginale allora e il suo valore 
quasi nullo oggi (39). 

Riassumendo, non è difficile farsi un’idea della 
estensione e violenza della lotta, che deve accen¬ 
dersi, dove tutti i fattori delle valutazioni etiche 
operano insieme. Pochi rapporti umani sono fuori 
di quel processo del divenire etico. Anche la teoria 
influisce sulla lotta e n’è influenzata. 

Neppure è difficile farsi ora un concetto dell’im¬ 
portanza biologica della valutazione etica e della 
tendenza fondamentale del suo divenire. Essa in¬ 
fatti da un canto si adatta ai rapporti biologici nel 
loro effettivo determinarsi, ma esercita a sua volta 
sul divenire umano una influenza sempre più gran¬ 
de e sensibile (40). 


(39) Ibid., p. 94-96. 


(40) Iblei., p. 96-97. 





Il valore morale secondo KhrenjeU 


n 


166, — Poiché le valutazioni etiche provocano o 
impediscono lo accrescimento dei loro oggetti, fra 
i quali sono pure le valutazioni implicite nelle di¬ 
sposizioni subiettive, e da Ehrenfels denominale 
morali (per distiguerle dalle etiche ), si può osser¬ 
vare quale sia l’influenza speciale delle valutazioni 
eliche sulle morali. Or qui è a notarsi che le etiche 
non dominano le morali in modo categorico, ma 
danno loro solo una tendenza di direzione, che vie¬ 
ne poi rafforzata colla sanzione etica (41). 

Non è nè desiderabile, nè empiricamente possibi¬ 
le, che al posto delle molteplici si sostituisca in tutti 
una unica disposizione del sentire e del volere mo¬ 
rale; e così ha luogo una deviazione del rapporto 
fondamentale astratto, conforme alla volontà col¬ 
lettiva, e il sorgere delle disposizioni individuali 
aventi fini più concreti. Questa deviazione la sì che 
le disposizioni rivolte verso scopi lontani e astratti 
abbiano per la collettività un valore traslalo più 
alto delle altre. Le tendenze morali rivolte a scopi 
più vasti, per esempio alla più grande felicità pos¬ 
sibile della collettività, servono da principi regola 
tori, di fronte alle spinte morali verso scopi più 
prossimi; di modo che se queste dominano nella vi¬ 
ta quotidiana, quelli si fanno intervenire nei casi 
di conflitto di queste spinte fra loro o con scopi 
superiori. Se non cbe le spinte morali più alle, an¬ 
che se più forti, non vincono, in confronto alle in- 


(41) Ibid., p. 98. 






78 


I valori umani 


feriori, incondizionatamente, ma determinano la de¬ 
cisione solo nella maggioranza dei casi. 

Con queste riflessioni si collega il concetto di 
una morale evolutiva, fondata su quelle disposizio¬ 
ni del sentimento, che si possono caratterizzare co¬ 
me amore di evolvere. Questa morale, supposta da¬ 
ta la sua direzione e l’evoluzione consentanea, si 
profila nella realtà come morale perfezionantesi 
( aufstrebende) (42). 

167. — Con l’anzidetto non è però ancora cara! 
lerizzalo esaurientemente quel movimento dei va¬ 
lori morali prodotto dall’influenza delle valutazio¬ 
ni etiche. Vi sono ancora tendenze generalissime, 
che possono essere presenti persino in un campo 
extra-etico. 

È un fatto osservabile su vastissima scala, che la 
più favorevole disposizione per produrre la più 
grande quantità possibile di oggetti di una data ca¬ 
tegoria, non poggia sulla semplice appetizione di 
questi oggetti, ma prevalentemente sull’appetire 
dell’n/t/V/tò diretta a produrli. Per varie ragioni che 
l’Ehrenfels partilamente esamina, anzi, la valuta¬ 
zione dell’attività diretta a uno scopo, conferisce 
di più alla riuscita, che non la semplice o preva¬ 
lente valutazione dello scopo per se stesso. Ciò con¬ 
diziona un movimento di valori diverso da quello sin 
qui esaminato : cioè un trasporto del valore proprio 


(42) Ibid.. p. 99-104. 





Il valore morale secondo Ehrenfels 


79 


da ciò ch’è fatto o da farsi al fare stesso, una sosti¬ 
tuzione cioè nelle categorie del valore, la quale può 
denominarsi movimento del valore verso l’atticità. 

Questa tendenza nel campo morale si manifesta 
meglio sotto l’influenza delle valutazioni etiche, le 
quali favoriscono massimamente lo sviluppo delle 
disposizioni del sentimento più prezioso per la col¬ 
lettività. Con crescente precisione ci appare moral¬ 
mente più alto colui, il quale ama l’agire morale 
per se stesso, e nello stesso senso si spostano le di¬ 
sposizioni morali proprie. Non la più grande felici 
là, non la più grande possibile evoluzione della 
collettività sono perciò il valore morale proprio pra¬ 
ticamente più alto, ma lo sforzarsi di attuare questi 
scopi (43). 

168 . — L’Ehrenfels passa ora a esaminare come 
le valutazioni etiche si concretino nelle massime mo¬ 
rali, nel costume e nel diritto (44). Essendo questo 
un campo di applicazione dei concedi generali già 
fissali, e quindi di un contenuto prevedibile, possia¬ 
mo dispensarci dal discorrerne espressamente. An¬ 
che l’importante capitolo concernente l’etica indi¬ 
viduale, la coscienza morale, e l’importanza etica 
delle concezioni metafisiche (45) è un campo di de¬ 
duzioni mediate, che nelle sue linee generali è sla¬ 
to per altro di già abbozzato nelle pagine prece¬ 
denti. 


(43) Ibid., p. 104-111. (441 Ibid.. p. 111-144. 

(45) Ibid.. p. 144-188. 






80 


I valori umani 


Veniamo dunque subito alla trattazione più inte¬ 
ressante, che l’Ehrenfels fa intorno al concetto e 
all’esistenza di valori assoluti. 

L’etica non ha fatto dall’inizio fino ai nostri tem¬ 
pi, che una serie ininterrotta di tentativi per de¬ 
durre e illustrare il concetto dell’assolutamcnle buo¬ 
no e prezioso; e in ciò facendo non ha foggiato da 
se stessa il dogma dell’esistenza di questo assoluto, 
ma lo ha derivato dalle tendenze della riflessione 
popolare. L’uomo comune, alla domanda, che co¬ 
sa sia il bene o il male, non dubita di rispondere, 
che è ciò che è e resta buono o cattivo in se stesso, 
indipendentemente da ogni desiderio individuale, e 
che dev’essere voluto o evitato, perchè in sè degno 
di essere desiderato o aborrito. In concreto poi egli 
darà le risposte più diverse. 

La prova della non esistenza di date classi di 
realtà, non è mai, per sua natura, esauriente. Mas¬ 
sime se la domanda si pone senza limitarla a una 
data sfera d’esperienza, individuata e circoscritta 
nello spazio e nel tempo, non le si potrà mai ri¬ 
spondere in base all’empiria. Ma anche se la do¬ 
manda è limitata a un campo preciso di esperien¬ 
ze, la dimostrazione empirica della non-esistenza 
non potrà consistere in altro, se non nella garanzia 
che, esaminato sufficientemente da tutti i lati quel 
dato campo, non si è riscontrato l oggetto voluto, 
nè trovato indizio che esista, nè che 1 esistenza di 
quell’oggetto sia compatibile con la totalità degli 
elementi raccolti. Si tratterà dunque sempre di un 


Il valore morale secondo Ehrenfels 


81 


grado maggiore o minore di probabilità, laddove 
l’esistenza può essere subito dimostrata da fatti di¬ 
rettamente esperimentabili o scoperti per mezzo di 
un nesso causale. 

169. — Se ora a proposito dei valori assoluti, si 
domanda la prova scientifica : o che formino una 
certa classe di oggetti nel campo della esperienza 
umana, o che siano una creazione concettuale di¬ 
pendente da pregiudizi ingiustificati o da bisogni 
costruttivi; sarà meglio, per evitare l’insufficienza 
della dimostrazione empirica negativa, di doman¬ 
darsi prima, se nel concetto stesso non siano già in¬ 
cluse contradizioni, la cui constatazione renda su¬ 
perflua l’indagine di fatto. 

Per valori assoluti s’intendono quelli, che nella 
loro qualità di valori sono indipendenti da ogni rea¬ 
le mutamento dell’appetire. Domandiamo dunque, 
se in questa determinazione non sia già implicita 
una contradizione. 

La risposta non può essere che affermativa, se 
per valore assoluto s’intende una determinazione 
concepibile senza riferimento a una qualsiasi appe¬ 
tizione. Questa interpretazione non è però neces¬ 
saria. Si può infatti concepire il valore assoluto, in¬ 
vece che in rapporto ad un’appetizione realmente 
mutevole, a un’appetizione reale o possibile, che 
rimanga semplicemente immutata e si distingua per 
un suo carattere speciale. 

Qui si aprono tre vie. L’appetizione costante e 


6 



82 


I valori umant 


contraddistinta da uno speciale carattere, in rap¬ 
porto al quale il valore assoluto è pensato, può in 
primo luogo concepirsi come la \olontà di un esse¬ 
re necessario e immutabile; oppure, in secondo luo¬ 
go, come un’appetizione verso certi scopi, la quale 
però, come fenomeno attuale o anche solo come di¬ 
sposizione, si deve poter manifestare in ogni essere 
appetente e in concorso con qualsiasi caso di appe¬ 
tizione e per qualsiasi scopo; oppure, in terzo luo¬ 
go, può concepirsi come un’appetizione reale o pos¬ 
sibile, che si distingua dalle altre in modo analogo 
che un giudizio vero da un giudizio falso, cioè per 
un carattere corrispondente all’evidenza del giudi¬ 
zio. In questi tre concetti del valore assoluto non si 
riscontra alcuna contradizione. I due primi com¬ 
prendono solo categorie note, che non si possono a 
priori dichiarare indimostrabili; l’ultimo postula li¬ 
na categoria non ancora sufficientemente studiata 
dalla psicologia descrittiva, cioè un analogon dell’e¬ 
videnza del giudizio nel campo dell’appetire, cate¬ 
goria della cui esistenza si può dubitare, ma che non 
può dichiararsi senz’altro impossibile. 

Da ciò segue che noi, nel problema dell’esistenza 
di valori assoluti, siamo rinviati non ad un proce¬ 
dimento aprioristico, ma ad un procedimento empi¬ 
rico (46). Oltre ai tentativi di definizioni popolari 
e scientifiche dei concetti del bene e del male, si 
dovranno esaminare i fenomeni della vita etica in¬ 
terna, della buona e della cattiva coscienza, del 


(46) Ibid., p. 188-192. 









Il valore morale secondo Ehrenfets 


83 


dovere e delPimperativo etico, e infine delia stima 
o del disprezzo morale sociale., 

L’Ehrenfels si propone prima di ricercare, se 
uno qualunque dei detti campi di fenomeni elici 
sia definibile soltanto con un riferimento a determi¬ 
nazioni assolute del valore; e, in caso di risultato ne¬ 
gativo, di segnare gli aspetti sotto i quali l’esplora¬ 
zione di quei campi si debba imprendere con riferi¬ 
mento a quelle determinazioni; infine, di esamina¬ 
re le dottrine scientifiche che affermano l’esistenza 
di valori assoluti (47). 

170. — L’analisi sin qui compiuta delle realtà 
etiche ha dimostrato l’estensione e ^costanza dei 
concetti etici popolari, ma non ne ha precisato il 
contenuto effettivo. Ora è chiaro che, fermo restan¬ 
do l’ambito di un concetto, il contenuto può va¬ 
riare. 

Di questo contenuto sono possibili quattro deter¬ 
minazioni più o meno comunemente diffuse : le 
qualità moralmente stimabili o riprovevoli sono 
quelle il cui incremento sarebbe giovevole o noci¬ 
vo al bene generale; le disposizioni morali o im¬ 
morali del singolo sono quelle, il cui incremento o 
la cui diminuzione egli desidera concordemente col 
suo ambiente; le disposizioni del singolo, in armo¬ 
nia col suo ambiente, sono valori o non-valori pro¬ 
pri, che si accompagnano con fenomeni subbiettivi 


(47) Ibid., p. 192. 





84 


I valori umani 


concomitanti caratteristici; il valore o non-valore 
morale è quello che giova o nuoce alla « pace in¬ 
terna », concetto non molto precisamente definito, 
ma di cui -i fa un largo uso pratico. 

Queste quattro determinazioni vengono nell'uso 
popolare combinate nella maniera la più svariata, 
-deche si produce una enorme quantità di varianti 
de! contenuto dei concetti etici, donde la difficoltà 
di una definizione, ma nello stesso tempo la più 
grande facilità di accordo, non importa se non to¬ 
tale. nell’applicazione di quei concetti (48). 

Or in tutte queste determinazioni non si ha biso¬ 
gno di ricorrere al concetto di valore assoluto. Lo 
stesso Ehrenfels perviene a stabilire, esaminando 
i concetti di azioni buone e cattive, le massime mo¬ 
rali e le reazioni della coscienza morale; ma non 
occorre discorrerne qui partitamente (49). 

171. — Un’analisi speciale richiedono invece i 
concetti di dovere e imperativo etico e di obbliga¬ 
zione etica, ai quali si suole attribuire carattere di 
valore assoluto. 

L’imperativo etico, ch’è il fenomeno centrale, è 
un tipo speciale d’imperativo. Un imperativo o co¬ 
mando ha luogo, se si esprime la volontà, che un’a¬ 
zione si faccia o non si faccia, nella attesa più o 
meno sicura che con ciò si sia realmente determi¬ 
nalo il compimento o remissione di quell’azione. 


(48) Ibid., p. 192-194. 


(49) Ibid., p. 194. 



Il valore morale secondo Ekrenfels 


85 


Il soggetto che comanda e quello che presuntiva¬ 
mente eseguirà od ometterà possono essere lo stes¬ 
so soggetto; ma è più naturale che non lo siano. In 
quanto poi ogni azione od omissione sta in rappor¬ 
to a un’appetizione, l’imperativo richiede due ap¬ 
petizioni, una sopraordinata e l’altra subordinata, 
delle quali l’ultima è però pensata solo come pos¬ 
sibile e sino ad un certo punto probabile (50). 

Il dovere (Sollen) non è altro, nel suo significalo 
originario, che il rapporto, fondato per via di un 
imperativo, dell’agente o agente presuntivo colla 
sua azione od omissione presuntiva. Dire che \ 
« deve » fare o non fare una data cosa, significa, 
che qualcuno comanda ad .4, di fare o non fare 
quella data cosa. Questo significato originario si 
estende colla distinzione fra comando esterno ed 
interno. 

Quando poi da un imperativo o da un dovere ge¬ 
nerico sorge l’appetizione sopraordinata di un va¬ 
lore etico, si ha un imperativo o un dovere etico. 
Così nasce il concetto di dovere morale (Pflicht). 
che può esser preso in senso generale e speciale, se¬ 
condo la condizione particolare del soggetto. TI con¬ 
cetto di obbligazione morale (Verpflichtung) n’è 
un derivato. 

È nel carattere di ogni imperativo, che colui, al 
quale esso è rivolto, nel caso che non ubbidisca, 
venga minacciato dello sdegno di chi emana l’ini- 


150) Ibid., p. 195, 




86 


I valori umani 


perativo medesimo. Secondo che questo sdegno è 
più forte o più debole, si suole distinguere il grado 
di autorità degl’imperativi. 

Però questa proporzionalità non è generale e co¬ 
stante, e meglio è graduare gl’imperativi secondo la 
forza dell’appetizione sopraordinata. Così se in 
piazza d’armi un ufficiale comanda invano «marsc» 
ai suoi soldati, lo sdegno consecutivo non è così 
grande come la forza della volontà manifestata; lad¬ 
dove lo stesso comando in battaglia, mentre piovono 
le palle nemiche, può corrispondere a una debole 
volontà sopraordinala, ma anche a un grande sde¬ 
gno in caso di rifiuto di obbedienza (51). 

11 dovere etico ha per oggetto l’aspirazione, che 
si producano disposizioni morali, il cui aumento 
sia utile al bene generale; e si sopprimano le noci¬ 
ve. Oltre agl’imperativi semplici vi son però quel¬ 
li composti, aventi cioè per oggetto una pluralità di 
appetizioni sopraordinate. Alla complicazione dei 
doveri non c’è limite assegnabile, e la forza di essi 
cambia secondo la loro provenienza. Così il desi¬ 
derio della pace interiore e della buona coscienza, 
quello della buona riputazione etica, della stima e 
dell’amore altrui saranno di regola molto più ener¬ 
gici in chi è soggetto del dovere, che non nel suo 
ambiente; mentre il desiderio del bene generale e 
di una condotta morale per se stessa, è negli altri 
individui disinteressati, e spesso nella collettività. 


(SI) Ibid., p. 195-198, 






Il valore mortile secondo EKrenfels 


87 


sempre più forte che in colui che deve. Così il do¬ 
vere etico rappresenta per lo più un dovere in rap¬ 
porto a tutto un fascio di appetizioni sopraordina¬ 
le, che sono geneticamente in connessioni moltepli¬ 
ci fra loro, e vengono attualmente o potenzialmen¬ 
te poste a un gran numero di estranei, oltre che 
a chi in quel caso particolare deve, e ciò fa del 
comando etico un comando esterno e interno, com¬ 
posto secondo le medesime categorie di valori, ma 
in misura diversa. La situazione è resa anche più 
complicata da ciò che il comando interno è pure ac¬ 
compagnalo, da minaccie di sdegno — disprezzo 
morale di se stesso — e in molti casi anche da preoc¬ 
cupazioni metafisico-religiose; sicché può dirsi, che 
il dovere etico non è solo un complesso di appeti¬ 
zioni sopraordinate, ma di minaccie di sdegno rea¬ 
le o presunto (52). 

E caratteristico dell’imperativo etico, ch’esso, in 
quanto si riferisce ad azioni od omissioni morali, 
può pretendere il prodursi di ciò che esige, come un 
effetto del suo comando, per lo più in forza di un 
errore intellettuale. Poiché chi viene eccitato da 
un imperativo etico a compiere un’azione ch’egli 
avrebbe altrimenti tralasciata, dimostra con ciò di 
non possedere nella misura necessaria un impulso 
morale proprio per quell’azione, e l’azione allora è 
per lo più solo superficiale, e nella sua genesi psi¬ 
cologica non quella che l’imperativo richiedeva. 


(52) Ibid., p. 198-202, 



88 


/ valori umani 




Questa antinomia non è però senza eccezione, poi¬ 
ché fra i motivi, in virtù dei quali si obbedisce a 
un imperativo etico si trovano pure delle disposi¬ 
zioni morali, come ad esempio il desiderio di esse¬ 
re amato da altri, il bisogno della pace interio¬ 
re, etc. 

Le massime morali dipendenti da imperativi eti¬ 
ci sono considerate come comandi o leggi. La legge 
morale primaria consiste, a giudizio di tutti, nel co¬ 
mando di agire costantemente nel modo che giovi 
più che sia possibile al bene generale. Come leggi 
morali secondarie valgono quelle, la cui osservanza 
giova al bene generale nella massima parte dei ca¬ 
si, ma non senza eccezione, sicché si può disobbe¬ 
dire loro talvolta, senza per questo agire contro 
l’imperativo etico principale (53). 

Da quanto si è detto dell’imperativo e dei suoi 
derivati, risulta evidente, che, non meno che pei 
concetti di bene e male, non è necessario ricorrere 
a determinazioni assolute del valore per intender¬ 
li. Noi infatti li abbiamo appresi interamente per 
via di caratteri osservabili nella coscienza generale, 
e trovato che i concetti da noi così ottenuti sono 
confermati dalla empiria (54). 

127. — La dimostrazione data della superfluità 
del concetto di valore assoluto non prova la non¬ 
esistenza di tale valore. Dal fatto che i concetti eti- 


(53) Ibid. p. 202-204. 


(54) Ibid.. p. 204. 



Il valore morale secondo EhrenleLs 


89 


ci correnti si possono definire senza ricorso a de¬ 
terminazioni assolute del valore, non segue che le 
realtà cui quei concetti corrispondono non abbiano 
un valore assoluto. Vero è che nessuna teoria elica 
ha potuto dimostrare delle determinazioni assolu¬ 
te del valore, la cui applicazione comune fosse ve¬ 
rificabile empiricamente; e questa circostanza sa¬ 
rebbe atta a ingenerare un dubbio giustificato; ma 
d’altra parte esiste una decisa tendenza popolare e 
scientifica a spiegare fatti, concetti e postulati mo¬ 
rali con determinazioni assolute di valore. Questa 
tendenza spingerà sempre a nuovi tentativi teorici, 
fintanto che non si sarà trovata una spiegazione psi¬ 
cologica sufficiente di essa e non -i potrà ri tenere co¬ 
me interamente esplorato il campo di realtà, nel 
quale il concetto di valore assoluto si attua. 

La prima condizione si potrà sodisfare facilmen¬ 
te, anzi è stata già nel corso di queste analisi sodi- 
sfatta (55). La tendenza del pensiero umano ad am¬ 
mettere determinazioni assolute, cioè indipendenti 
dalla subbieltività umana fisica e psichica, là dove 
non sono che determinazioni relative, si può esat¬ 
tamente provare, tanto che ha reso necessarie le 
più larghe correzioni in quasi tutti i campi dell’at¬ 
tività intellettuale. Che si manifestasse anche nel 
campo etico era poi non soltanto da aspettarsi, ma 
anche plausibile per la speciale natura delle cose. 
La categoria di fenomeni che sembra, infatti, a 
preferenza caratterizzata da determinazioni assolu- 


(55) V. in special modo. Voi. I, p. 45. 





ao 


/ valori umani 


te di valore è quella dell’imperativo etico. Una mol¬ 
teplicità di appetizioni (e disposizioni di appeti¬ 
zioni) sopraordiuate ci si presenta concordemente 
esistente, in gran parte almeno, in un numero illi¬ 
mitato di individui sotto forma di comandi comuni 
a tutti. Questa molteplicità fu presa, da un’osserva¬ 
zione ristretta, e anche pel bisogno vivo di genera¬ 
lizzare, per universalità, e la spiegazione di questa 
presunta universalità reale per mezzo di una uni¬ 
versalità logica necessaria condusse direttamente ad 
ammettere le desiderate determinazioni assolute. 

Inoltre la riflessione popolare era naturalmente 
tentata ad ammettere, nel campo dell’appetire e del¬ 
le relazioni del valore, che ne dipendono, un ana- 
logon della verità e della assoluta perfezione del 
giudizio, tanto pili che le valutazioni traslate dei 
mezzi di un dato fine si fondano su giudizi, e si so¬ 
gliono, come questi, in senso improprio però, di¬ 
stinguere in vere e false. Dal concetto di mezzi giu¬ 
sti (adatti) era breve il passo a quello di giusti fi¬ 
ni, donde la comune definizione dei fini etici come 
scopi giusti e validi per tutti (56). 

173. — Trovata la spiegazione psicologica della 
tendenza all’assoluto etico, non ci resterebbe, che 
rivolgere il nostro esame alla esplorazione totale 
del campo della vita etica per provare empiricamen¬ 
te la non-esistenza delle presunte determinazioni 


(56) Op. cit., Voi. I. p. 204-206. 








Il valore morale secondo Ehrenfels 


91 


assolute del valore. Qui però si può subito conve¬ 
nire, che una tale esplorazione può essere teorica¬ 
mente solo predisposta, non mai esaurita. 

L’attenzione è prevalentemente attratta verso 
quei fenomeni che sembrano prodotti direttamente 
dall’esistenza di determinazioni assolute del valo¬ 
re. Essi sono i complessi psichici caratterizzati co¬ 
me sentimenti di colpa c di responsabilità, i quali 
denoterebbero l’esistenza di valori assoluti, però so¬ 
lo pel tramite di un concetto indeterministico del¬ 
la volontà. 

La coscienza della colpa e i fenomeni di rimorsi) 
e di compunzione, che vi si collegano, divenuti ca¬ 
ratteristici della vita a tipo cristiano, e ancor oggi 
dominanti nei sentimenti di una gran parte dell’u¬ 
manità, non possono conciliarsi con un determini¬ 
smo che non sia solo astrattamente pensato, ma con¬ 
cretamente vissuto. Per determinismo concretamen¬ 
te vissuto deve intendersi quella convinzione segui¬ 
ta da effetti pratici, della completa e ineccettuabile 
condizionalità causale dell’umano volere. Il sen¬ 
timento della colpa non è per necessità accompa¬ 
gnalo da una teoria indelerminista della volontà, 
astrattamente formulala, ma vien di fatto soppres¬ 
so da una concezione determinista praticamente 
seguita (57). 

Ora l’indeterminismo limitato alla vita morale, 
in quanto cioè facoltà di uscire dalla catena delle 


(57) Ibid., p. 206-207. 





92 


I valori umani 


cause e degli effetti per seguire una legge mirale 
assoluta, urta contro l’impossibilità di ammettere 
tina facoltà mistica di sottrarsi ai rapporti più pro¬ 
fondi delle cose, e d’improvvisarsi nuove potestà. 
Nondimeno esso persiste per la confidenza nella 
forza dei sentimenti della colpa e del merito, e pel 
bisogno di epiazione, sui quali poggia tanta parte 
della vita morale. La forza di un sentimento non 
può però provare mai la giustezza del giudizio cbe 
lo produce. 

Per decidere la contesa fra deterministi e indeter¬ 
ministi non basta la riflessione, occorre ! esperien¬ 
za diretta. Che la concezione deterministica abbia 
più probabilità teoriche, non nega neppure 1 inde¬ 
terminista. D’altra parte il concetto di forze libei e 
della volontà non si è potuto dimostrare contradit- 
torio. in modo convincente. Si tratta ounque piut¬ 
tosto di vedere, se le basi morali possano essere 
danneggiate o rimosse dalla rigida e conseguente ap¬ 
plicazione pratica della teoria determinista, la r> 
sposta non può essere però soltanto pensata, ma 
dev’essere vissuta (58). Teoricamente tutte le ca¬ 
tegorie etiche sin qui trovate sono in generale con 
odiabili coll’ipotesi determinista, senza alcuna mo¬ 
dificazione. 

Per il concetto della responsabilità basta adottar» 
la definizione del Meinong. secondo la quale l’es¬ 
senza dell’imputazione consiste nella constatazione 


(58) Ibid., p. 207-218, 



lì valore morale secondo EhrenfeU 


93 


della presenza o mancanza di date disposizioni sub- 
biettive dell’agire o del non agire; e così esso può 
rientrare pure senza stento nelle categorie comprese 
in queste indagini (59). 

174 — F ra l e tre vie, che in principio si notaro¬ 
no aperte per statuire il concetto di valore assoluto, 
la prima, che ricorre alle valutazioni di un ente as¬ 
soluto, necessario e immutabile, non è più battuta 
dalla filosofia moderna, poi che già la teologia del 
Medio Evo avea proposto la questione, se ciò eh è 
valutalo da Dio si può distinguere, almeno concet¬ 
tualmente, da ciò ch’è buono in se, e aveva rispo¬ 
sto, in parte, in senso affermativo. 

Al contrario si manifestano presentemente con 
più fortuna le tendenze che, seguendo la seconda 
via, cercano di definire ^assolutamente prezioso 
come ciò che è lecito desiderare o imporre che ven¬ 
ga valutalo realmente da tutti gl’individui capaci di 
una qualche valutazione. Questa tendenza, molto 
diffusa, non offre però che probabilità illusorie di 
utili risultati. Esisterebbe un che di necessariamen¬ 
te valutato da tutti gli esseri capaci di valutazione, 
anche supposto che l’appetire sia dirigibile, per sua 
natura, soltanto verso una categoria di scopi (co¬ 
me, per esempio, vari rappresentanti dell’assoluto 
egoismo psicologico hanno affermato). Una tale ipo¬ 
tesi si può però confutare facilmente in base al¬ 
l’empiria. 0 si concepisce ciò ch’è valutato neces- 


(59) Ibid., p. 213-214. 





94 


I valori umani 


sanamente, come quello che può solo formare og¬ 
getto di valutazione, sicché avrebbe per contenuto 
gli scopi di una sola categoria di appetizioni, che si 
affermerebbero per necessità e senza eccezione al¬ 
cuna insieme con ogni altra appetizione; ma si può 
subito constatare empiricamente, che una tale ca¬ 
tegoria non esiste. 0 si può considerare ciò che è 
valutato per necessità, come cosa, che debba essere 
valutata sempre anche in concorso con altri oggetti 
di valutazione, siano fenomeni attuali o disposizioni; 
sicché si dovrebbe ammettere una disposizione spe¬ 
ciale dell’appetire per l’assolutamente prezioso, la 
quale sarebbe coesistente con la facoltà di appetire 
in generale. Ma anzitutto, se una tale disposizione 
costante e speciale esistesse, non ci troveremmo mai 
nella condizione di giudicare della necessità della 
sua coesistenza colla facoltà di appetire in gene¬ 
rale, perchè noi non possiamo rappresentarci le di¬ 
sposizioni dell’appetire, come anche tutte le altre 
disposizioni psichiche, se non in modo affatto indi¬ 
retto, per mezzo di determinazioni relative. Non¬ 
dimeno noi avremmo una ragione di probabilità per 
ammettere una tale relazione necessaria, se si po¬ 
tesse dimostrare empiricaente, che una disposizio¬ 
ne speciale dell’appetire accompagni senza eccezio¬ 
ne alcuna la facoltà di appetire in generale. L’em¬ 
piria non suffraga però questa ipotesi e il massi¬ 
mo che si possa in questo senso affermare è la pos- 
sìbilità di una tale determinazione assoluta del va¬ 
lore (60). 


(60) Ibid., p. 214-217. 





Il valore morate secondo Ehrenfels 


95 


Non resla adunque che il terzo tentativo, di tro¬ 
vare la caratteristica del valore assoluto in una pro¬ 
prietà delle appetizioni analoga all’evidenza dei 
giudizi. Qui l’Ehrenfels riprende la conlutazione 
altrove tentata della teoria del Brentano, ma non 
aggiunge alcun elemento nuovo alla discussione. 
Notevole è solo, ch’egli trovi la teoria del Brenta¬ 
no, spoglia del suo contenuto assoluto, conciliabile 
completamente con lutti i concetti fondati sulle a- 
nalisi di sopra compiute, e in special modo colle 
leggi dell’evoluzione etica e colla distinzione dal- 
l’Ehrenfels fatta delle valutazioni in normali,oltre- 
/xissate e insorgenti ( aufstrebende ) (61). 

1^5. — Fatte queste constatazioni, l’Ehrenfels 
viene a riassumere tutti i momenti che conferisco¬ 
no una posizione speciale (anche da un punto di 
vista relativistico) alla legge morale primaria e al- 
1 appetizione sopraordinata che vi corrisponde; po¬ 
sizione che ha suggerito (data la tendenza verso 
1 assoluto) l’erroneo postulato di determinazioni as¬ 
solute del valore. Un esatto concetto comprensivo 
di tutti questi momenti chiarirà agevolmente, a suo 
giudizio, ogni equivoco. 

La legge morale primaria impone anzitutto quel¬ 
le stesse categorie di azioni e omissioni esterne, che 
dall’uomo dotato di alte disposizioni morali vengo¬ 
no seguite per proprio impulso e senza riguardo a 
norme di sorta; colla qual cosa è da ritenere per 

(61) Ibid., p. 217-222. 



96 


l valori umani 


fermo, che la disposizione morale della preponde¬ 
rante maggioranza dei consociati rappresenta in mo¬ 
do concorde un valore proprio. 

In qualità di appetizioni sopraordinate si unisco¬ 
no al comando della legge morale primaria: 1) il 
desiderio del bene generale, presente come dispo¬ 
sizione, se non in tutti, in un grande numero di con¬ 
sociati e per lo più anche in coloro cui l’imperativo 
etico è diretto; 2) il desiderio del bene di sfere più 
circoscritte (membri della stessa nazione, stirpe, fa¬ 
miglia, ecc.), presente in un numero ancora più 
grande di consociati; 3) il desiderio della pace in¬ 
teriore e della buona coscienza, presente nella per¬ 
sona cui si dirige il comando etico e in tutti coloro 
che l’amano e s’interessano ad essa; 4) finalmente 
il desiderio, che chi osserva l’imperativo etico pro¬ 
va di essere amato e stimalo, desiderio comune an¬ 
che a tutti coloro che lo amano e lo stimano. 

Pel caso di inadempimento dell’imperativo, il 
soggetto è minacciato dai fenomeni della cattiva co¬ 
scienza, dalla perdita della pace interiore, e, se¬ 
condo la grandezza e la specie dell’infrazione, dal¬ 
la riprovazione morale, con tutti i fenomeni con¬ 
comitanti, da parte di ogni singolo individuo del 
suo ambiente; dalla diminuzione o dalla perdila to¬ 
tale dell’amore o della stima degli altri; dalle pene 
inflitte secondo il costume e il diritto. 

Il bene della collettività, in vista del quale la 
legge morale primaria prescrive di disporre tutte 
le azioni come mezzo al fine, si distingue da ogni 


Il valore morale secondo EhrenfeU 


97 


altro scopo particolare, in quanto rappresenta quel 
concetto generale che comprende, nella misura 
dell’approssimazione più grande possibile, tutti "li 
scopi, che mai possano venire desiderali per se 
stessi (non, cioè, come mezzi). Chi cerchi di ab¬ 
bracciare con un solo sguardo il campo di tutto 
ciò che può desiderarsi come valore proprio, sarà 
confermato nell’opinione, che solo per un’assolu¬ 
ta eccezione può venire desiderato uno scopo che 
non formi una parte del Itene collettivo o generale; 
e che pertanto chi aspira al bene generale si pone 
senz’altro in armonia, nella più perfetta maniera 
pensabile, con la totalità delle appetizioni effettive 
e possibili. 

La coincidenza di tutte queste circostanze dà li¬ 
na sufficiente spiegazione delle tendenze ad asso¬ 
ciare determinazioni assolute del valore con la leg 
ge morale primaria, senza però che offra occasione 
di constatare alcun fatto che autorizzi a tali deter¬ 
minazioni (62). 

176. — Concludendo: tutti i comandi delle mas¬ 
sime morali, del costume e del diritto provengono 
da valutazioni della condotta o delle tendenze del¬ 
la condotta umana, valutazioni compiute concor¬ 
demente dai membri di una data sfera sociale più 
grande, e che influiscono verso date direzioni e me¬ 
diante caratteristici fenomeni concomitanti, >ulla 
condotta nell’ambito di quella sfera sociale stessa. 

(62) Ibid., p. 222-224. 


7 





98 


I valori limoni 


Perciò quegl’imperativi possono comprendersi tut¬ 
ti nel concetto di regolatori sociali della condotta. 

Le sottoclassi si distinguono secondo le categorie 
degli oggetti valutati. Ma i limiti fra le varie clas¬ 
si di regolatori sociali della condotta (massime mo¬ 
rali, costume, diritto) sono variabili (63). 

La legge fondamentale, che il valore etico po¬ 
sitivo o negativo affetti solo quelle tendenze della 
condotta, il cui incremento o la cui diminuzione 
sarebbero utili al bene generale, soffre talune ec¬ 
cezioni : a) pei valori elici oltrepassati, in quan¬ 
to questa caratteristica relazione, malgrado la lo¬ 
ro sopravvivenza attuale, è vera solo pel passato, 
non pel presente; b ) pei valori insorgenti, i qua¬ 
li mancano della proprietà dell’accordo con una 
sfera sociale più grande (64). 

Infine la determinazione del rapporto caratte¬ 
ristico tra oggetti di valutazione etiche e il bene 
generale soffre una limitazione riguardo a certi 
possibili casi-limiti, che si possono spiegare nel mo¬ 
do più chiaro solo ammettendo una larga parte al¬ 
la incoerenza della riflessione etica popolare. 

È una nozione abbastanza generale, benché non 
concepita con piena sicurezza, che il valore socia¬ 
le traslato delle disposizioni del sentimento sta in 
rapporto causale colla loro valutazione etica. 

Ora per formarsi un giudizio di quel valore, v è 
un metodo, comunemente molto usato, quello di 
fare l’ipotesi che le disposizioni, di cui si tratta. 


(63) IbUl., p. 224-226. 


(64) Ibid.. p. 226. 




Il valore morale secondo Ehrenfels 


99 


diventino generali e di dedurne l’effetto sociale pre¬ 
sumibile. La domanda di solito è questa : « che av¬ 
verrebbe se tutti gli uomini agissero in tale o tal’al- 
tra guisa? ». L’errore di questo metodo è facilmen¬ 
te dimostrabile. Chi lo segue cade nella illusione 
stessa di cui fu vittima il re Mida, quando questi 
non previde che il valore dell’oro sarebbe cessa¬ 
to, quando tutto fosse diventato oro. Ma non si può 
dedurre dalle calamità del re Mida, che l’oro non 
avesse alcun valore. L’analoga inconseguenza si 
suol commettere nel campo etico, negando, per e- 
sempio, valore alla castità, perchè se tutti fossero 
casti, l’umanità si estinguerebbe; mentre la quistio- 
ne non è posta in rapporto a tutti gli uomini, ma 
a certe speciali categorie di uomini, che si dedica¬ 
no a dati uffici o a date missioni. È dunque comple- 

I tamente sbagliato attribuire valore morale solo a 
quelle disposizioni del sentimento, che si possano 
desiderare esistenti in tutti gli uomini; com’è sba- 

I gliato credere, che se una qualità è apprezzabile, 
gioverebbe alla generalità, anche quando tutti gli 
uomini la possedessero. E l’ipotesi di un carattere 
morale ideale non può essere ammessa (65). 

Anche l’opinione corrente, che sia nell’interesse 
generale che le disposizioni dei sentimenti morali 
si diffondano di più e le immorali diminuiscano, 
non è una conseguenza necessaria delle valutazioni 
etiche. 

Nulla sembra più intuitivo del principio, che il 


(65) Ibid., p. 227-228. 





100 


l valori umuni 


inondo sarebbe molto pili bello, se vi fossero più 
uomini buoni e meno uomini cattivi. Coloro che 
però affermano questo principio con tanta assolu. 
rezza, non riflettono che l’umanità dispone di una 
data quantità di forza vitale, e che non si può al¬ 
ternarne a piacere le direzioni. Chi pensasse di po 
tere modificare sostanzialmente il rapporto fra di¬ 
sposizioni morali, amorali (indifferenti) e immora¬ 
li, cambiando le due ultime nelle prime, trascure¬ 
rebbe di osservare, per esempio, che le disposizio¬ 
ni morali sono talvolta molto impegnative di forza 
\ itale, e che le immorali nella grandissima maggio¬ 
ranza dei casi consistono nella mancanza delle ino¬ 
rali, cioè in una parziale debolezza dell'animo. Tut¬ 
te le forine di amore richiedono una vivace compe¬ 
netrazione nella vita di esseri estranei, ed è ben 
chiaro che un tale consentire e partecipare consu¬ 
ma, in confronto all’inerte egoismo, un notevole 
soprappiù di forza vitale. Lo slesso avviene colle 
altre disposizioni inorali. Tentare adunque di ac¬ 
crescere sostanzialmente le qualità morali colla for 
za vitale disponibile, importerebbe ridurre di tali 
tu le altre facoltà forse indispensabili per il sano 
sviluppo della vita, e il risultato sarebbe forse non 
una specie umana felice e brillante di ps.chica <• 
fisica bellezza, ma una società anemica, nervosa¬ 
mente eccitabile, che per eccesso di compassione e 
di sentimento del dovere avesse perduto 1 ingenuo 
animo di vivere e il gusto del piacere, e si spro¬ 
fondasse a poco a poco nel pessimismo e nella ipe- 



Il valore morale secondo Ehrenfels 


101 


restesia morale. 

Per ciò che riguarda le disposizioni immorali, 
che non consistono in una mancanza di energia, ma 
in facoltà positive, e la cui restrizione apparisce as¬ 
solutamente necessaria per l’interesse generale, si 
deve considerare, che esse nella vita della società 
umana compiono, come molti degli animali cosid¬ 
detti nocivi nella economia naturale, molteplici fun¬ 
zioni, e che la loro completa estinzione o sostanzia¬ 
le riduzione potrebbe essere accompagnata da ef¬ 
fetti postumi non prevedibili, data la nostra insuf¬ 
ficiente conoscenza delle connessioni sociologiche. 
La follia morale in pochi individui eccezionali può. 
ad esempio, agire favorevolmente pel contrasto mo¬ 
rale, rafforzando la solidarietà, suggerendo mezzi 
di preservazione, eccitando l’interesse morale, dan¬ 
do alimento alla fantasia, ecc. (66). 

Con ciò l’Ehrenfels non vuol affermare, che il 
presente rapporto fra disposizioni immorali, amo¬ 
rali e morali non sia modificabile e che corrisponda 
allo stato ideale nell’inleresse collettivo; ma vuol 
solo dimostrare, che il contrario non si può pro¬ 
vare (67). 

TI movimento progressivo della vita etica si può 
solo descrivere così: l’aspirazione cosciente all’evo¬ 
luzione guadagnerà una efficacia sempre più gran 
de e dominante su tutti i regolatori sociali della 
condotta. 


(66) Ibid., p. 229-231. 


(67) Ibid., p. 231-232. 








IL VALORE ASSOLUTO 
SECONDO FELIX KRUEGER 


177. — Il Kriiger nel suo studio sul concetto del 
concetto del valore assoluto (1) intende combatte¬ 
re Vetica delV utilitarismo sociale, tanto diffusa ai 
nostri giorni, sotto la pressione dei bisogni prati¬ 
ci, specialmente economici. 

Pure ammettendo, così egli dice, che ciò che im¬ 
pone Futilitarismo sociale sia sentito da tutti co¬ 
me un dovere morale, con ciò non si dimostra, che 
questo dovere includa, senza lasciare un residuo, 
tutti gli altri comandi della coscienza etica. La qui- 
stione è di sapere, se l’aumento sociale di piacere 
sia in realtà il supremo e assoluto ideale, al quale 
tutti i restanti valori umani si debbano moralmen¬ 
te subordinare; se l’eudemonismo sociale costitui¬ 
sca l’unica misura valevole dei valori morali; e qua¬ 
le sia in ogni caso, il fondamento dell’obbligazione 
assoluta a una condotta socialmente utile (2). 

(1) Ueber deli Begriff des absolut U erlvoUen als Grundbegriff 
der Moralphilosophie, Leipzig, 1898. 

(2) Ibid., p. 1-2. 





Il valore assoluto secondo Felix Kriiger 103 

Di solilo si risponde a queste domande, che l’eli¬ 
ca moderna non si cura più di scoprire fondamenti 
assoluti e principi incondizionati; ma con questa t - .- 
nunzia l’etica rinnega se stessa. 

Secondo il Kriiger il problema fondamentale del¬ 
la filosofia morale consiste invece nella domanda: 
qual’è il principio incondizionatamente valido, del 
giudizio morale, cioè del giudizio sul valore delle 
volizioni umane? o, in altri termini, che cosa h i 
un valore assoluto per gli uomini? (3). Persino il 
concetto di valori relativi, così bene accolto ai no¬ 
stri giorni, suppone una unità di misura adoperata 
come assoluta. Al psicologismo moderno, che ridu¬ 
ce tutta la morale a una calcolazione di stati di pia¬ 
cere, il Kriiger rimprovera che l’idealismo tedesco 
era andato molto più in là nella scoperta di verità 
morali; che anzi dopo Kant la teoria dei principi 
morali non ha fatto alcun progresso essenziale, don¬ 
de la necessità e convenienza di riprendere le mos¬ 
se da Kant, correggendo però tutto quello che c’è 
nella sua filosofia di contingente ed arbitrario, e 
andando oltre. 

Kant ci ha insegnato, che tutto ciò ch’è obbiet¬ 
tivo nel mondo deve ricondursi a funzioni e rego¬ 
larità psichiche, subbiettive. Le conseguenze di que¬ 
sto principio fondamentale della psicologia non so¬ 
no state, nel campo del volere e dei valori, ancora 
tratte. Ora, se l’etica non può rinunziare a un con- 


(3) Ibid., p. 3. 







104 


I valori umani 


retto supremo del valore obbiettivamente valido, se 
d’altra parie si deve escludere ogni presupposto me¬ 
lafisico, che attribuisca valore assoluto a un qual¬ 
siasi stato o « scopo finale » extra-psichico, ne se¬ 
gue, che il giudizio del valore incondizionatamente 
valido, se esiste, deve fondarsi piuttosto su una re¬ 
golarità funzionale della nostra vita psichica (4). 

Contro il disdegno di una base psicologica nell’eti¬ 
ca kantiana, il Kriiger afferma la possibilità, anzi 
necessità di scoprire la legge del valore assoluto nel¬ 
l’ambito della psicologia empirica (5). Contro l’eu- 
demonismo corrente in tutte le sue graduazioni, dal¬ 
l’egoismo rettificato dello Stuart Mill all’altruismo 
costituzionale dell’Ebrenfels, il Kriiger oppone, che 
il criterio del valore morale può essere trovato solo 
nella personalità, e che il valore assoluto, se esi¬ 
ste, non può essere se non una qualche funzione 
della personalità volitiva stessa, una qualità speci¬ 
fica o regolarità della volontà umana (6). 

178. — L’etica cerca un principio che serva di 
guida nel giudizio morale. 

! giudizi morali, qualunque sia la loro determi¬ 
nazione particolare, sono in ogni caso giudizi di va¬ 
lore. Questi giudizi presuppongono uno stato psi¬ 
chico determinato nel soggetto giudicante, una cer¬ 
ta relazione del suo volere e del suo sentire con 
l’oggetto. la quale si suol chiamare valutazione. Bi- 


f4) Ibid., p. 4-7. (5) Ibid., p. 8-20. 


(6) Ibid., p. 21-29. 



fi valore assoluto secondo Felix Kriiger 


105 


sogna dunque partire da un’analisi psicologica di 
lutto il fenomeno del valore, se si vuole risolvere il 
problema fondamentale della morale (7). 

TI Kriiger ritiene che il principio posto dal- 
l’Ehrenfels: lia valore ciò che si appetisce, sia en¬ 
tro certi limiti indubbiamente esatto: ma che per 
renderlo più rispondente alla realtà, lo si debba 
correggere così : valore ha per me solo ciò che io 
costantemente appetisco, verso cui, sotto certe con¬ 
dizioni psichiche, tende regolarmente la mia aspi¬ 
razione (8). 

Una valutazione si distingue da una singola ap¬ 
petizione per il carattere della costanza (relativa). 
Le valutazioni si possono definire come appetizioni 
costanti. Per costanza non si deve però intendere 
la durata nel tempo, ma il rapporto costante fra 
l’appetire e un dato contenuto psichico. Mettendo 
in evidenza il momento volitivo si può più in ge¬ 
nerale dire, che le valutazioni sono fatti costanti 
della volontà e consistono nel regolare prodursi del¬ 
le relative appetizioni. 

La regolarità particolare del valutare consiste in 
ciò, che, sotto date condizioni psichiche, l’oggetto 
valutato viene regolarmente appetito, comunque sia¬ 
no disposte le altre condizioni soggettive. Le va¬ 
riazioni cui la nostra vita psichica è sottoposta, non 
influiscono lulte e in uguale misura sulle nostre 
decisioni volontarie. La volontà astrae, per così di- 


(7) Ibid., p. 30. 


(8) Ibid., p. 33. 









106 


f valori umani 


re, ria certe modificazioni dell’iiilero contenuto psi- 
chico, e così persiste la tendenza di mantenere, mal¬ 
grado ogni altra variazione interna, fermi gli sco 
pi di date appetizioni. Dando ancor più rilievo al¬ 
la costanza subbiettiva si può quindi dire, che le 
valutazioni sono disjwsizioni costanti verso date ap¬ 
petizioni (9). 

L’opposizione tra la valutazione e una singola 
appetizione si può, riassumendo, descrivere così : 
ogni valutazione si comporta colle appetizioni at¬ 
tuali che vi corrispondono, coirne il concetto «li 
qualche cosa, con le singole sensazioni che la co¬ 
stituiscono, e che quel concetto abbraccia (10). 

Il giudizio del valore non è costitutivo della va¬ 
lutazione, come voleva il Meinong, ma la presuppo¬ 
ne, la valutazione non può essere vera o falsa, il 
giudizio sì, perchè è un atto di conoscenza, i cui 
elementi possono corrispondere o non corrispoi fie¬ 
re a uno stato di fatto valutabile (11). 

179. — Solo l’introduzione del concetto del va¬ 
lore nell’etica può aiutare a superare realmente 
l’eudemonismo. 

Probabilmente in un primo stadio della vita co¬ 
sciente si brama solo quello, da cui il soggetto at- 
attende un relativo aumento di piacere. Ma ogni 
aspirazione (sforzo) ha la tendenza a svilupparsi in 
una valutazione, poiché lascia nella personalità, 


(9) Ibid., p. 34-39. (10) Ibid., p. 40-41. (11) Ibid., p. 42-44. 





Il vai-ore assoluto secondo Felix Krìiger 


107 


non solo un ricordo rappresentativo, ma anche una 
disposizione ad appetire, in base alla quale, ripro¬ 
ducendosi lo stalo di fatto, la volontà si rivolge di 
nuovo allo stesso oggetto dell’appetizione,anteriore. 
Compiutosi però questo processo, noi non appetia¬ 
mo più realmente solo quello che produce un re¬ 
lativo aumento di piacere, ma ciò che ha acquistato 
per noi un valore (12). Non solo, ma col consoli¬ 
darsi del valore, il momento del piacere si viene ri¬ 
ducendo. Finché un possibile scopo del mio agire 
sta realmente in un rapporto di valore con me, io 
mi proporrò di raggiungerlo, restando anche, per 
ciò che riguarda il sentimento, indifferente. Solo la 
volontà primitiva ha per presupposto una aspetta¬ 
zione positiva del sentimento di piacere. Non esi¬ 
stono valutazioni innate. I rapporti di valore sor¬ 
gono però subito in ogni personalità normale, in ba¬ 
se ad esperienze sodisfacenti del l ’appetire. Una vol¬ 
ta però costituitesi le connessioni costanti o dispo¬ 
sizioni stabili, allora queste possono sostituire la 
rappresentazione di un piacere futuro, quale con¬ 
dizione psicologica di appetizioni attuali (13). 

Certo la consecuzione di uno scopo, in generale, 
è accompagnata da piacere, e noi reagiamo con un 
sentimento di dolore alle violazioni delle nostre va¬ 
lutazioni; ma il meccanismo dell’aspirazione al pia¬ 
cere viene interrotto dalle valutazioni, poiché es¬ 
se, e non più il piacere atteso, diventano la mi¬ 
sura e la norma delle volizioni. I fenomeni della 


(12) Ibid., p. 45-47. 


(13) Ibid., p. 47-48. 









108 


/ valori umani 


volontà guadagnano coll’introduzione del fatto del 
valutare, per dir così, una terza dimensione, laddo¬ 
ve l’intensità e la durata del piacere erano le loro 
due prime unità di misura. 

Dove agisce la facoltà o funzione del valutare, i 
singoli fatti del sentimento e dell’appetire vengono 
intensificali e approfonditi in un modo singolare, 
essi assumono un carattere personale, trovano nella 
personalità, per dir così, una più piena e individua¬ 
le risonanza; e noi possiamo in questi casi parlare 
di una vita interiore più altamente sviluppata (14). 

180. — La facoltà del valutare è, come si è \isto. 
il presupposto necessario di tutti i giudizi del va¬ 
lore. Essa deve trovarsi tanto in chi deve poter da¬ 
re giudizi del valore morale, come in chi è oggetto 
di un tale giudizio. Un essere, che fosse capace sol¬ 
tanto di conati momentanei e affatto irregolari, non 
potrebbe venir sottoposto a un giudizio morale. 

La legge morale incondizionata, se una ve n’è, è 
valida solo per una coscienza valutante , allo stesso 
modo che le leggi logiche non valgono per un es¬ 
sere qualsiasi, ma per una coscienza pensante. 11 
principio assoluto del giudizio morale, deve per¬ 
tanto esprimere la regolarità specifica della vita 
della volontà, quale ci si manifesta nei fatti del va¬ 
lutare. 

Con ciò è anche detto, che qualsiasi valore, an¬ 
che l’assoluto, è psicologicamente condizionato; nè 


(14) Ibid., ip. 48-50. 



Il valore assoluto secondo Felix Kriiger 


100 

per questo il problema del valore assoluto perde il 
suo particolare carattere, che anzi questo problema 
ha un senso solo in quanto ha per presupposto la 
subiettività dell’assoluto. 

Se noi dovessimo assumere l’esistenza di valori 
al di là di ogni umana ooscienza, allora un concetto 
univoco dell’assolutamente prezioso sarebbe s.n dal¬ 
l’inizio escluso. Noi non sapremmo mai, come quei 
valori transubbiettivi si comporterebbero con quelli 
da noi empiricamente conosciuti; e dovremmo ope¬ 
rare con line diversi concetti del valore, che avreb¬ 
bero di comune solo il nome, e dei quali l’uno non 
potrebbe trovare un posto nè nella psicologia, nè 
in qualsiasi altra scienza. 

L’intuizione ingenua che un mondo esista indi¬ 
pendentemente da ogni coscienza, che una realtà si 
contrapponga, compiuta in sè, al pensiero come 
qualche cosa di dato, e della quale noi c impos 
gessiamo pensando, è stata da Kant scacciata per 
sempre dal dominio della scienza. Egli pel primo 
ha fatto della dipendenza psichica subbiettiva di 
tutto ciò che esiste, il punto di partenza di tutta 
una filosofia positiva. Basta ora trarre le conseguen¬ 
ze di questo principio per i giudizi del valore, per 
trovare un criterio incondizionatamente valido per 
tutti i valori, ossia il valore assoluto. Non si sco¬ 
prirà naturalmente il valore assoluto nel senso del¬ 
la trascendenza o della transsubbiettività. La qui- 
stione si pone invece nei seguenti termini : che co¬ 
sa è incondizionalmente prezioso, data la coscienza 






no 


l valori umani 


umana a noi empiricamente nota. Qual’è il giudi¬ 
zio del valore assolutamente valido per ogni indi¬ 
viduo valutante? (15). 

Un concetto del valore cosiffatto potrà ben ser- 
vire di fondamento della teoria morale, e non sog¬ 
giacerà a tulli gli equivoci e alle incongruenze di 
cui è stato accusato il soggetto kantiano del dove¬ 
re assoluto. Esso inoltre basterà a spiegare i falli 
morali senza bisogno di altri presupposti, che non 
siano in esso racchiusi. Certo può avvenire, che noi 
finiamo coll’appetire e col fare altra cosa, che non 
ciò che riteniamo più degno, ma un’appetizione non 
può apparirci come quella non degna, se nello stes¬ 
so tempo non esistono per noi valutazioni, le quali 
additino al nostro agire altre direzioni, che non 
quelle seguite (16). 

Anche la quistione, come sia possibile riunire 
nella stessa persona l’autorità che comanda e la 
coscienza che obbedisce, o che non obbedisce, qui- 
slione ardente della filosofia morale dopo Kant, si 
può solo risolvere psicologicamente con l’introdu¬ 
zione del concetto del valore. L’uomo internamen¬ 
te (17) è solo obbligato di fronte alle sue proprie 
valutazioni. Sono queste la fonte del dovere, in 
quanto non sono stati momentanei, ma disposizionali 
e costanti. II concetto del dovere senza rapporto 
con le valutazioni è psicologicamente privo di con 
tenuto ed eticamente affatto infecondo. 


(15) Ibid., p. 51-56. (16) Ibid., p. 56-59. (17) Ibid., p. 59-60. 




Il valore assoluto secondo Felix Kriiger 


111 


• Nulla esiste che in date circostanze non 
possa divenire un valore per un qualche soggetto: 
ma I assolutamente prezioso deve avere valore per 
ogni individuo valutante e affermarsi sotto tutte le 
condizioni. Esso deve conservare il suo valore finche 
una qualche cosa venga valutata, non lo può perde 
te sol perchè una parte degli oggetti valutati si sva¬ 
luti, e deve essere conciliabile con tutti gli altri pos¬ 
sibili valori. 

Il Kriiger non vede se non un solo oggetto valuta¬ 
bile, che soddisfi a queste condizioni. L’assoluta- 
mente prezioso non può essere altro che la condi¬ 
zione subbiettiva immancabile di tutti i valori in 
generale, di tutti i valori realmente esistenti per un 
qualsiasi soggetto, e di tutti i valori che siano e- 
gualmente possibili in avvenire. Questa condizio¬ 
ne è la stessa facoltà funzionale della personalità 
umana, che opera in tutte le valutazioni pensabili : 
la facoltà psichica o funzione del valutare è dun¬ 
que l’oggetto del giudizio valutativo assolutamen¬ 
te necessario e incondizionatamente prezioso (18). 

Tutti i giudizi pensabili del valore, quale che 
sia il loro speciale contenuto, presuppongono in chi 
giudica incondizionatamente la presenza di appe¬ 
tizioni costanti. Un individuo che avesse sensazioni, 
rappresentazioni e concetti, sentimenti attuali e ap¬ 
petizioni, memoria di tutti questi stati della coscien¬ 
za, ma cui mancasse la capacità di appetire con re- 


(18) Ibid., p. 60-61. 




112 


I valori urnuni 


lativa costanza, non giungerebbe mai a formare giu 
dizì valutativi. Tali giudizi uua volta compiuti, non 
sono altro che manifestazioni di tali modi costanti 
della volontà. 

Tutto nel mondo perderebbe per me assolutamen¬ 
te ogni valore, nel momento in cui io perdessi la 
facoltà di appetizioni relativamente costanti. Que¬ 
sta facoltà di valutare è l‘<i priori di ogni singolo 
giudizio del valore e di ogni sistema di valori empi¬ 
ricamente possibile; essa è la condizione necessa¬ 
ria e insostituibile di tutti i valori in generale, ep- 
però ha un valore incondizionato per ogni indivi¬ 
duo che possiede realmente la coscienza di valori 
qualsiasi (19). 

La funzione del valutare non è un fatto elemeu 
lare, essa presuppone necessariamente certi aspet¬ 
ti della vita psichica, che non coincidono col va 
lore. Chi non potesse percepire, rappresentarsi, sen¬ 
tire, volere, non potrebbe naturalmente neppure 
valutare. Ma a queste funzioni psichiche più seni 
plici non può venir attribuito un valore assoluto. 
Esse sono per sè sole una condizione non completa 
nè sufficiente, ma condizioni parziali per la esisten¬ 
za di valori. Noi possiamo pensare un essere, che 
le possieda e non compia delle valutazioni. E d'al¬ 
tra parte, anche per l’individuo capace di valutare 
sonvi sensazioni, rappresentazioni, sentimenti, ap¬ 
petizioni attuali, che non hanno nulla a che fare 


119) Ibid., p. 61. 



Il valore (insoluto secondo Felix Kriiger 


113 


coi suoi valori. Quelle attività elementari della co¬ 
scienza sono preziose solo condizionatamente, cioè 
solo in quanto si compongano nella singolare fun¬ 
zione del valutare. La vita psichica in generale, per 
quanto formi la condizione necessaria del valutare, 
ha un valore assoluto solo in questa direzione, cioè 
come condizione di tutti i valori, e in quanto si or¬ 
ganizzi in valutazioni (20). 

La facoltà di valutare è la forma sintetica della 
volontà creatrice di unità, che Kant cercava. Essa 
si attiva empiricamente sulla materia delle singole 
appetizioni. Il grado del suo sviluppo è, secondo i 
diversi individui, assai diverso; e su questo si basa 
la più profonda differenza che esiste tra gli uomini, 
la differenza morale. 

Il giudizio morale non si applica direttamente a 
>ingole azioni o qualità del carattere, ma a tutta !a 
personalità volitiva. L’uomo ha un valore morale 
tanto più grande, quanto più carattere egli ha, va¬ 
le a dire quanto più sviluppata è in lui la facoltà 
di appetizioni costanti. 

Il valore assoluto o morale di un uomo è diretta- 
mente dipendente dalla misura, in cui egli parte¬ 
cipa deH’assolutamente prezioso, cioè dalla misura 
in cui la funzione del valutare opera nella sua vita 
psichica. Questo momento Kriiger chiama energia 
di valutazione (21). 

Con ciò naturalmente non è ancora dato un giu- 


(20) Ibid., p. 62. 


8 


(21) Ibid., p. 63. 





||4 I valori umani 

dizio intorno al valore morale dell’uomo. La mo¬ 
ralità è una qualità specifica della personalità voli¬ 
tiva, una proprietà del volere umano. Nondimeno 
la costanza delle appetizioni è già un carattere mo¬ 
rale in confronto all’instabilità psichica di queg'i 
noni ini del momento ( Augenblicks-menschen ), in¬ 
capaci di applicarsi durevolmente a qualche cosa. 
In generale può dirsi che la prima condizione mo¬ 
lale indispensabile è la ca/xicità di organizzare, cioè 
di comporre più che sia possibile in unità, per mez¬ 
zo della funzione psichica del valutare, la più gran¬ 
de possibile molteplicità di appetizioni [wssibi 

li (22). 

18. — I fenomeni del cosiddetto conflitto dai mo¬ 
livi mostrano chiaramente, che la moralità presup¬ 
pone e promuove ovunque la funzione del valu¬ 
tare, Il conflitto consiste in ciò che, sotto uguali 
condizioni, vengono desiderati due o più scopi in¬ 
compatibili fra loro. Perchè il conflitto sorga occor¬ 
re, che almeno uno degli scopi sia oggetto di appe¬ 
tizioni relativamente costanti. Due appetizioni sol¬ 
tanto attuali si eliminerebbero. Il risultato del con¬ 
flitto può farci provare un sentimento caratteristi¬ 
co d’inquietudine, di malcontento, di soddisfazio¬ 
ne, ecc.. secondo la concordanza o meno di questo 
risultato colle nostre valutazioni (23). 

L’energia con cui un uomo sa soffrire, permette 


(22) Ibid., p. 63-66. (23) Ibid., p. 66-71. 






Il valore assoluto secondo Felix Kriiger 


115 


molto spesso di farsi un concetto della forza del 
carattere, con la quale egli sa affermare le sue vo¬ 
lizioni costanti e rimanere fedele alle sue valuta¬ 
zioni. Chi è meno costante nei fini della volontà si 
può adattare più facilmente nel suo fare e non fa¬ 
re alle mutevoli circostanze esterne ed evitare me¬ 
glio il dolore, che non colui il quale riconosce, vo¬ 
lente, molti valori ed è pronto, se occorre a lotta¬ 
re e a soffrire per essi. Il principio : « bisogna po¬ 
tersi proibire qualche cosa », è riconosciuto gene¬ 
ralmente come un postulato morale, e non afferma 
se non questo, che si debbono saper subordinare 
alle proprie valutazioni i desideri del momento e 
le voglie contrastanti fra loro (24). 

Il conflitto dei motivi è particolarmente più gra¬ 
ve e difficile là dove non appetizioni, ma valutazioni 
si contrappongono fra loro in tutto o in parte. La 
soluzione può trovarsi solamente delimitando l’un 
valore in confronto all’altro, in modo da poter fa¬ 
re coesistere entrambi con le minori alterazioni pos¬ 
sibili. Se si sopprimesse uno dei valori cesserebbe il 
conflitto, ma il risultato non ci lascerebbe tran¬ 
quilli (25). 

183. — L’aspirazione umana alla conservazione 
e all’incremento dell’energia di valutazione si ma¬ 
nifesta chiaramente anche in un altro fatto carat¬ 
teristico, Veterogenesi dei fini ( Wundt ). Noi rag- 


(24) Ibid., p. 71. 


(25) Ibid., p. 72. 








I valori umani 


116 

giungiamo, cioè, mollo spesso, col nostro agire qual¬ 
che cosa di diverso, da quello che abbiamo inizial¬ 
mente voluto; e anche quando raggiungiamo quel 
lo che era oggetto della nostra appetizione, oltre 
a questo si provocano altre conseguenze secondarie, 
non volute o non prevedute. 

C’è una tendenza nelle nostre valutazioni a molti¬ 
plicarsi. a intensificare l’energia funzionale del va¬ 
lutare. Così sorgono nuovi valori, mentre gli origi¬ 
nari conservano, come si vede nel costume, più che 
sia possibile il loro credito e la loro stabilità (26). 

184. L’ordine e l’armonia nella vita delle va¬ 
lutazioni, l’eguaglianza misurata del carattere fu¬ 
rono già molto presto un postulato etico nella storia 
della filosofia. 11 valore incondizionato del valutare 
viene per lo più presupposto tacitamente. Senza 
questo valore assoluto anche Vordine fra i valori 
sarebbe però moralmente privo di valore. Esso è 
invece moralmente prezioso sol perchè e solo in 
quanto sta in servizio del valore supremo, aiuta cioè 
a conservare e ad accrescere l’energia del valutare. 

L’assenza dei conflitti non è per se stessa affatto 
un bene. Non importa moralmente, che si eviti ad 
ogni costo un contrasto tra i valori. Questo ideale 
condurrebbe alla limitazione del campo delle valu¬ 
tazioni possibili, e a una diminuzione dell’energia 
valutativa, cioè a quel quietismo ch’è il polo oppo¬ 


ni Ibid., p. 72-74. 



Il valore assoluto secondo Felix Kriigcr 


117 


sto dell’ideale morale. 

Chi si restringe angustamente a una piccola sfera 
di valori prossimi ed evita paurosamente ogni cosa 
che minacci questo equilibrio stabile, può anche 
ben vivere « armonicamente » con sè. Vi sono pe¬ 
rò differenze nella pienezza di questa armonia. Le 
nature più ricche, più animose sono esposte di più 
al pericolo dei conflitti di motivi, che non quell*' 
che son povere di energia valutativa. 

Per questo la sottigliezza di una collisione di va¬ 
lutazioni profondamente sentila ci appare spesso 
appunto come caratteristica di una personalità mo¬ 
ralmente elevata, allo stesso modo che dubbi teo¬ 
retici e viluppi tormentosi di problemi si riscon¬ 
trano in alto grado in uomini intellettualmente as¬ 
sai progrediti (27). 

11 nostro godimento estetico in argomenti tragi¬ 
ci prova inequivocamente dove siano da cercarsi i 
fattori positivi e decisivi degli umani valori. La 
profonda valutazione dei conflitti tragici risiede 
nella forza del valutare, che si manifesta appunto 
in essi. Un uomo senza qualsiasi capacità di voli¬ 
zioni costanti non potrebbe mai divenire Terne di 
una tragedia (28). 

Che l’assenza di conflitti non sia come tale un 
valore incondizionato, ci è chiaro riflettendo, che 
noi ci rimproveriamo e rimproveriamo anche ad <d- 
tri azioni o semplici omissioni, dalle quali si può 


(27) Ibid., p. 74-75. 


|28) Ibid., p. 75-76. 





118 


I valori umani 


argomentare la mancanza di una valulatazione o di 
un intero complesso di valutazioni. 

Il postulalo etico dell’ordine e deirarmonia deri¬ 
va nella vita valutativa solo secondariamente dal 
supremo principio morale. 

L’unità della personalità umana porta con se, 
che le nostre appetizioni non sorgono e si dileguaro 
isolatamente o senza relazioni fra loro, e che le va¬ 
lutazioni possono persistere durevolmente solo in 
un ordine sistematico. Qui si offre spontanea l’a¬ 
nalogia con un organismo, nel quale ogni processo 
sta in rapporti di azione e reazione reciproca con 
ciascun altro. L’energia del valutare può solo au¬ 
mentare stabilmente nel senso di un accrescimento 
organico (29). 

Fatta astrazione dal valore incondizionato del va¬ 
lutare, come quello ch’è positivamente conciliabi¬ 
le con tutte le valutazioni possibili, non esiste al¬ 
cun valore che si sottragga alla possibilità di uii 
conflitto con altri valori. Ogni singola valutazione 
può venire corretta da nuove esperienze e dagli 
effetti, che queste hanno nella personalità volitiva. 

Quanto più riccamente è sviluppato e differen¬ 
ziato l’organismo di un sistema di valori, tanto più 
numerose sono, manifestamente, le possibilità di 
conflitti di motivi. Ma d’altra parte, oon ogni prati¬ 
ca soluzione dei conflitti si arricchisce e approfon¬ 
disce la vita valutativa, e questo guadagno è tanto 


(29) Ibid., p. 76, 





Il valore assoluto secondo Felix Kriijter 


119 


più grande, quanto meno residui dà la soluzione del 
conflitto. 

Le forme di relazioni dei valori fra loro sono 
innumerevoli, dalle più semplici, quale ad esempio, 
l’ordine temporale delle condizioni «li diverse ap¬ 
petizioni costanti, sino ai rapporti reciproci più 
specializzati d’interi complessi «li valori. Perciò il 
concetto di incondizionatamente prezioso non è 
affatto identico con lo « scopo finale » o col « som 
mo bene ». La vita non si può neppure teoricamen¬ 
te ridurre a una semplice linea di scopi e «li mezzi, 
i quali tutti siano subordinati a un unico scopo <> 
valore. A questa finzione dello scopo finale unico si 
deve la opinione diffusa, che con buona volontà o- 
gni conflitto morale si possa risolvere in modo del 
tutto soddisfacente. Si sono fatti anche dei tentati¬ 
vi di una casistica, per lo più manchevole e arbi¬ 
traria. Ma la vita è sempre più ricca e più comples¬ 
sa della teoria, e questa non potrà mai sostituire 
il tatto morale individuale (30). 

185. — L’ideale etico, che sorge dalle fatte ri¬ 
flessioni, consiste nel divenire, nella misura più al¬ 
ta possibile, un uomo valutante. Il compito morale 
si può riassumere così : collegare una sempre più 
grande molteplicità di possibili appetizioni, valu¬ 
tando in modo sempre più unitario. 

L’etica può e deve parlare di un valore assoluto 

(30) Ibid., V . 76-79, 








120 


/ valori umani 


nella personalità umana; ma appunto perciò non 
ha senso discorrere di un uomo moralmente perfet¬ 
to o di moralità assoluta. Il compito morale è ne¬ 
cessariamente tale da non potersi mai dire esaurito. 
La possibilità e la necessità del progresso morale 
sono naturalmente illimitate, ed il momento caral- 
leristico dell’evoluzione morale consiste appunto in 
ciò, ch’essa consente e provoca un progresso inde¬ 
finito. Tutti gli altri valori sono, in quanto valori, 
suscettibili di aumento solo in una misura limita¬ 
la; anche qualità personali preziose che, come Pi n - 
lelligeuza, non coincidono pienamente colle mora- 
li, raggiungono, se si pensano aumentate per sè so- 
le, presto o tardi un grado di sviluppo, oltre il (pia¬ 
le ogni ulteriore progresso unilaterale in quella par¬ 
ticolare direzione cesserebbe di avere un pregio. 
Solo il valore morale assoluto non può mai per 
sua natura raggiungere il limite dell’uttiifà finale 
(Grenznutzen ), contrariamente a quanto perno 
1 Lhrenfels (31). 


(31) Ibid., p. 79-80. 




IL PROBLEMA DELLA VALUTAZIONE 
NELLA FILOSOFIA MORALE E RELIGIOSA 
DI HCEFFDING 


186. — Nei Philosophische Problemea ( ]) l’Hòff- 
ding fa un posto a parte al problema della valuta¬ 
zione. accanto a quelli della coscienza, della cono¬ 
scenza e dell’esistenza. In partieolar modo oppone 
il valutare al conoscere, e rileva gli errori di colo¬ 
ro cbe ban voluto risolvere Luna funzione della co¬ 
scienza nell’altra (2). 

1 alore ha tutto ciò che produce soddisfazione o 
provvede a un bisogno. Talvolta noi ci accorgiamo 
solo dal prodursi di una soddisfazione, che c’era 
una lacuna nella nostra esistenza; tal’altra questa 
lacuna viene osservata prima e dà luogo a un biso¬ 
gno o provoca un’appetizione. Se ciò che ha pregio 
per noi, non ci è dato immediatamente, ce lo pro¬ 
poniamo come scopo e cerchiamo mezzi per rag¬ 
giungerlo. TI mezzo per conseguire un fine prezio¬ 
so acquista un valore mediato ( Meinong ed Eh- 


(!' Leipzig, Reisland. 1903. 


(2) Ibid., p. 84. 




122 


I valori umani 


renfels dicono traslato). 

Nei nostri valori e scopi si manifesta l’intima 
essenza del nostro sentire e volere. 

Come poi il concetto di scopo dipende da quello 
del valore, così pure il concetto di norma dipen¬ 
de da quello di scopo: la norma è la regola dell’al- 
tività, che è necessaria per conseguire un dato sco¬ 
po. Molto nocque al problema del valore l’aver 
Kant invertito questi rapporti, e voluto dedurre i 
concetti di scopo e di valore da quello della norma. 
Questo è psicologicamente impossibile (3). 

L’esperienza ci mostra, che per diversi individui, 
e per lo stesso individuo in tempi diversi, hanno 
pregio diversi valori. Se questi diversi valori si deb¬ 
bono poter confrontare fra loro — e ogni valuta¬ 
zione cosciente consiste in un tale confronto — al¬ 
lora si deve presupporre un valore fondamentale. 
alla cui stregua si possa fissare la scala dei diversi 
valori. Un certo valore dev’essere preso a base e co¬ 
stituire la misura di tutti gli altri, se dev’essere 
possibile pensare e agire con coerenza nel campo 
dei valori. Movendo da un tale valore fondamenta¬ 
le, si può — supposta una sufficiente esperienza — 
costruire un sistema di valutazioni, nel quale o- 
gni singolo valore abbia il suo posto secondo il suo 
rapporto col valore fondamentale. Occorre però la 
riflessione, è necessaria la « ragion pratica » per 


(3) Ibid., p. 85 r 






Il probi, della vai. nella filoì. mor. e relig. di Hoffding 123 


determinare questo rapporto, e per trovare anche 
mezzi e vie onde produrre o trovare i singoli valori 
in certe date circostanze. 

In un campo vuoto non è possibile parlare di va¬ 
lutazione o di rivalutazione. Il concetto del valore 
fondamentale è nel problema della valutazione, 
cioè nel campo dell’etica e della filosofia della reli¬ 
gione, quello che il concetto del fenomeno origi¬ 
nario è nel problema dell’esistenza, cioè nella me¬ 
tafisica. 

Il problema della valutazione si divide in due 
problemi, nell’etico e nel religioso. La valutazio¬ 
ne etica concerne umane azioni, modalità e ordi¬ 
namenti di vita (istituzioni); la religiosa si estende 
più i là, e valuta l’esistenza secondo la sorte attua¬ 
le e ideale dei valori nel mondo (4). 

187. — Esaminando il problema dell’esistenza 
l’Hoffding era riuscito a stabilire, che è possibile 
un lavoro per mezzo del quale l’esistenza si svilup¬ 
pi ulteriormente. Un tale lavoro si compie in ogni 
cultura umana, ma segnatamente nel campo delle a- 
spirazioni e volizioni morali. 

Questo campo si può designare come un tende¬ 
re a produrre una più grande continuità, parte nel 
la stessa personalità singola, parte fra personalità 
diverse. 

La misura della tensione morale, cioè il princi- 


(4) Ibid , p. 85-86. 









124 


I valori umani 


pio della valutazione etica, è dato appunto dal 
principio di continuità. 

La personalità presuppone la continuità con se 
stessa, e questa è condizionata dal valore fondameli 
tale, che determina il valore di singoli momenti, 
periodi di vita, facoltà e istinti. L’evoluzione che 
costituisce la vera personalità presuppone un ten¬ 
dere al di là di ciò ch’è momentaneo e sporadico, 
un superare l’inclinazione del singolo momento o 
del singolo bisogno per raggiungere uno stato d’in¬ 
dipendenza e di autonomia. Quello che importa è 
d’incorporare nella vita della personalità, presa co¬ 
me totalità, i singoli momenti ed elementi in modo 
armonico. E a ciò è necessario di compiere un la¬ 
voro, di superare una lotta, la quale nei diversi in¬ 
dividui richiede un diverso grado di energia. 

Vi sono principi etici che affermano, di fronte 
alla totalità della vita, il diritto dei singoli momen¬ 
ti e delle singole spinte, della varietà successiva e 
simultanea. Ma anche questi principi aspirano a 
subordinare, in modo diverso, la totalità della vi¬ 
ta, Continuità non vuol dire uniformità, ma dispo¬ 
sizione delle diversità in una unica serie graduata. 
D altra parte sarà sempre appreso come una im¬ 
perfezione il considerare un periodo di vita, una 
facoltà o un istinto, quali semplici mezzi, senza un 
valore proprio. L’arte della vita consiste nel con¬ 
ferire ad essi nel contempo un valore immedialo 
e mediato (5). Meinong ed Ehrenfels dicono. 


(5) Ibid., p. 86-87. 





Il probi, della vai. nella filo*, mor. e retile, ai Hdffding 125 


proprio e traslato (6). 

Producendosi un contrasto tra il momentaneo e 
lo sporadico e il bisogno di continuità, sorgerà u- 
n’aspirazione più o meno cosciente, più o meno e- 
nergiea di foggiare la personalità come un’opera 
d’arte, nella quale ogni singolo momento e ogni 
capacità abbiano il posto loro consentaneo e il com¬ 
petente diritto. Allora nessun elemento della vita 
personale sarà considerato solo come mezzo, ma 
costantemente anche come scopo. Ciò ch’è mezzo o 
punto di transizione per lo sviluppo della personali¬ 
tà, deve possedere per se stesso il più grande possi¬ 
bile valore immediato. Questo è il pensiero fonda- 
mentale e immortale dell’etica greca (platonico-a¬ 
ristotelica), il concetto dello sviluppo armonico del¬ 
la vita dell’anima, che acquista una speciale impor¬ 
tanza di fronte alla tendenza della cultura moder¬ 
na di isolare e meccanizzare i singoli momenti della 
vita (7). 

188. — Il problema della continuità sorge pu¬ 
re, e in una forma più acuta, nella quistione, se 
sia possibile al singolo individuo di formare un 
mondo a sè, e se Inai questo costituirebbe il valo¬ 
re massimo. Ora, non solo l’individuo deve, per a- 


(6) La distinzione da noi introdotta tra valori propri e traslati 
da una parte e valori originari o immediati e valori mediati dal¬ 
l’altra, evita confusioni e risponde a categorie reali (§ 113) ch’era 
opportuno caratterizzare. (V. la nostra Teoria generale del valore, 
I valori umani, voi. I • voi. XII). 

(7) lbid„ p. 87-88. 




126 


l valori umani 


vere i mezzi del suo proprio sviluppo, entrare in 
continui rapporti scambievoli con altri; ma in lui 
esiste anche un bisogno di dedizione di sè, che può 
manifestarsi in diverse forme, e condurlo ad attri¬ 
buire un valore immediato ad altre personalità. Co¬ 
si l’individuo è attratto nel grande regno delle per¬ 
sonalità; e, come prima si è domandato, se i singo¬ 
li elementi della vita totale di un solo si possano 
ordinare in modo armonico, così ora deve doman¬ 
darsi, se le singole personalità si possano sviluppa¬ 
re indipendenti e nondimeno in reciproca armonia, 
così che, analogamente alla totalità individuale, si 
formi una totalità sociale di vita. 

Ciò che qui si afferma è l’aspirazione alla con¬ 
tinuità della continuità. La misura della perfezione 
di una società umana — in virtù del principio del¬ 
la continuità, che qui ci appare chiaramente in 
rapporto con quello della felicità, — è infatti que¬ 
sta : in quale grado ogni essere personale vien trat¬ 
tato in modo ch’egli esista non come semplice mez¬ 
zo, ma sempre anche come fine. La morale stoica 
e cristiana, la proclamazione dei diritti dell’uomo, 
la quistione sociale hanno tutte per comune pre¬ 
supposto tale principio (8). 


189. — L’etica sarebbe una scienza più progre¬ 
dita, se l’esplicazione del principio di continuità 


(8) Ibid., p. 88-89. 





Il probi, della vai. nella filos. mor. e reli fi. di Flóffding 127 

non incontrasse gravi ostacoli. Ogni ragionamento 
etico vale solo a condizione, che si riconosca un certo 
valore fondamentale, che determini tutte le valu- 
lazioi speciali. In seno a queste determinazioni v’è 
un nesso logico dimostrabile. Quando però si tratta 
del passaggio da un valore fondamentale all’altro, 
la logica interna non basta più. 

Un valore fondamentale si forma per mezzo di 
un processo psicologico e storico, che presuppone 
anche l’azione di altri elementi, che non la coeren¬ 
za logica e la conoscenza dei fatti. Collo spostamen¬ 
to dei motivi e dei valori un valore fondamentale 
può cambiarsi in un altro; ma mentre un tale muta¬ 
mento si opera nel campo della vita dei sentimenti 
e della volontà ,non gioverà a nulla il ragionare 
dei presupposti, i quali si paleseranno al termine 
del processo. 

Nell’educazione non si può senz’altro argomen¬ 
tare col fanciullo movendo dai presupposti dell’a¬ 
dulto, perchè appunto il fanciullo deve prima ac¬ 
quistare tali presupposti. Così pure accade nel 
grande processo educativo, che si riflette nella sto¬ 
ria. Durante l’educazione e lo sviluppo operano na¬ 
turalmente altri motivi, che non quelli che saran¬ 
no solo il risultato dell’intero processo. 

Ma nella storia non ha luogo una tranquilla e 
ducazione progressiva dai valori primitivi ai più al¬ 
ti. Essa è il grande campo di elezione dei valori 
fondamentali. Qui stanno di contro individuo e in¬ 
dividuo, individuo e società, società e società; e 



128 


I valori umani 




spesso un nuovo valore fondamentale si può affer¬ 
mare solo dopo violenti lolle nell’animo degli uo¬ 
mini. 

Se qui il principio della continuità non si può ap¬ 
plicare nella sua forma elica pura, se ne può nondi¬ 
meno perseguire l’azione relativa nella realtà psi¬ 
cologica e storica. È questo il punto in cui l’etica 
diventa psicologia e sociologia (9). 

Una ragione di discontinuità morale si ha, per 
esempio, nel contrasto fra egoismo e altruismo. È 
questa una lotta di valori fondamentali che tendo¬ 
no ad affermarsi contemporaneamente. Nella vita 
umana reale forse si verificano continue oscillazioni 
dall’uno all’altro polo. Nella specie, presa uella 
sua totalità, tanto l’affermazione di sè, quanto il 
sacrificio hanno una loro funzione utile. La valu¬ 
tazione delle singole oscillazioni verso Luna o l'altra 
direzione dipenderà dalla possibilità di stabilire se 
esse ci conducano a un tipo di vita, in cui ogni sin¬ 
gola personalità sia in grado di svilupparsi in modo 
originale e indipendente, e di poter dare nel con¬ 
tempo il miglior aiuto allo sviluppo altrettanto ori¬ 
ginale e indipendente di altri uomini. 

Un’altra ragione di discontinuità consiste in ciò, 
che le massime dipendenti da un valore fondamen¬ 
tale debbono essere applicate a individui che si tro¬ 
vano nelle più diverse condizioni interiori ed este¬ 
riori. 


(9) Ibid., p. 90-92. 



Il probi, dello vai. nella filos. mor. e relìg. di lloffding 129 

Le disposizioni e le inclinazioni non sono le stes¬ 
se in lutti gl’individui, nè per tipo, nè per grado, e 
il medesimo comando diretto a diversi individui 
può richiedere un lavoro morale estremamente di¬ 
verso. Alcuni si troveranno già forse senza volerlo 
sulla via dell’adempimento di quel comando, lad¬ 
dove altri debbono lottare penosamente per fare il 
primo passo. La legge deve adunque variare secon¬ 
do i diversi individui, se vuol essere la stessa per 
tutti. Ognuno dev’essere gravato secondo la sua po¬ 
tenzialità. Bisogna individualizzare estremamente il 
comando morale, se l’etica non vuol violare il suo 
primo principio di usare la personalità sempre come 
scopo, non mai come mezzo. Il comando non dev’es¬ 
sere astratto o esteriore, ma corrispondere alla po¬ 
tenzialità etica delle singole personalità e concor¬ 
rere a svilupparla. La legislazione e la pedagogia 
non si possono affatto separare l’una dall’altra. 

Naturalmente il giudizio morale nei singoli casi 
diviene così assai pili difficile (10), e qui pure si 
deve constatare che il mondo — il mondo delle 
personalità (come quello di tutte le possibilità reali 
in generale) — , è grande e il nostro cervello è pic¬ 
colo. La riflessione etica non può formulare alcuna 
legge, che sia senz’altro applicabile alla enorme va¬ 
rietà dei casi della vita. Nondimeno dobbiamo am¬ 


ilo) La stessa dimostrazione è nell'Ethìk (2 a ed.), p. 27, 164 
e segg., dove il concetto di valore non era stato ancora dal- 
l'Hoffding espressamente introdotto e analizzato. Di più se ne 
trova nella Religionsphilosophie, p. 10 e segg. 


9 




130 


I valori umani 


mettere, che in ogni singolo caso la soluzione giu¬ 
sta non può essere che una sola. Questa è la forma 
della continua lotta del nostro pensiero coll’irrazio- 
nale, e la via di sempre più alte conquiste (11). 

190. — In quanto ai valori religiosi, dei quali 
qui noi non vogliamo occuparci espressamente, 
l'Hòffding rileva la connessione ch’essi hanno coi 
valori del mondo della realtà in generale; e altri 
buisce la loro origine al desiderio di perpetuare ta¬ 
luni tra questi. Ad ogni sentimento corrisponde un 
valore. Il sentimento della vita, e i sentimenti che 
si collegano con l’attività intellettuale, estetica, mo¬ 
rale, costituiscono diverse specie di valori. La con¬ 
servazione e lo sviluppo della vita, la verità, la bel¬ 
lezza e la bontà sono valori dei quali l’uomo può 
essere partecipe, senza provare perciò alcun senti¬ 
mento religioso. Ma se si osserva che la vita, la ve¬ 
rità, la bellezza, la bontà, debbono lottare per man¬ 
tenersi al mondo, allora sorge un sentimento singo¬ 
lare, che non è più determinato da quei valori in 
se stessi, ma dal loro conservarsi, progredire o re¬ 
gredire. Le esperienze che l’uomo fa di ciò possono 
produrre un bisogno di credere, che quei valori 
resisteranno, anche quando non si dovessero più 
manifestare nella realtà percepibile all’uomo, o do¬ 
vessero assumere forme diverse dalle attuali. Per lo 
più l’uomo è incline ad ammettere, che il valore 


(11) Philot. Probi., p. 92-94. 






Il probi, della vai. nella filos. tnor . e relig. di llòffding 131 

durevole sarà quello stesso del quale egli ora è par¬ 
tecipe, ma in progresso di evoluzione, potrà pure 
pervenire al convincimento, che i valori empirici 
debbono scomparire, acciocché un più alto e più 
comprensivo sistema di valori venga attuato. Dalle 
rappresentazioni che gli uomini si fanno di un mon¬ 
do di deità e della vita futura si può ricavare quali 
valori stiano loro più a cuore, e sino a qual punto 
essi si siano conciliati col pensiero, che i valori em¬ 
pirici debbano subire una metamorfosi più o meno 
essenziale, acciocché la conservazione del vero va¬ 
lore sia possibile (12). 

La credenza nella continuazione del valore può 
avere infine essa stessa del valore, in quanto nelle 
lotte della vita tien desto il coraggio dell’uomo, e 
lo sprona a trovare sempre nuovi valori equivalenti 
a quelli che scompaiono (13). 


(12) Ibid., p. 96-97 


(13) Ibid., p. 98. 




IL GIUDIZIO DEL VALORE 
NELL' ETICA Di LIPPS 


191. — Anche Theocloro Lipps nelle sue Etili- 
sche Grundfragen (1), se non ha dato una compili 
la teoria del valore morale, ha adoperato continua - 
menle questo concetto, introducendolo nelle sue de¬ 
finizioni dei concetti etici. 

Egli riconosce l'opposizione iondamenlale fra giu¬ 
dizi conoscitivi (ohjektives Talsachenurteil) e giudi¬ 
zi valutativi (Werlurteil), e distingue questi ultimi 
in estetici e morali. In che essenzialmente i giudizi 
valutativi consistano il Lipps non dice; solo rileva, 
che la coscienza di un valore non si può acquistare, 
se non se ne ha una esperienza diretta personale; 
essa è per ciò incomunicabile, il che non esclude che 
possa essere provocata da giudizi altrui. 

Il costume, la tradizione, i giudizi e pregiudizi 
dominanti nel mio ambiente sociale mi determina¬ 
no senza dubbio nelle mie valutazioni etiche, eppu¬ 
re il fatto del valutare emana in ogni caso da me. 


|ll Die Ethischen Grundfragen, zeliti l ortriige. Itami), u. I.eip 
/.i g. 1905. 


i 





Il giudizio del valore nell'etica di Lipps 


133 


Le valutazioni solo apparentemente vengono tra¬ 
sportate da un soggetto all'altro e agiscono in mo¬ 
do contagioso e suggestivo. Ciò che si trasporta o 
si suggerisce è solo l’osservazione e la particolare il¬ 
luminazione della cosa che si valuta (2). 

Lipps distingue il sentimento di un valore egoi 
-lieo (egoislisches Wertgefiihl) dal sentimento di 
idi valore altruistico (altruistisches Wertgefiihl): il 
primo ha per contenuto stali subbiettivi propri; il 
secondo stali subbiettivi altrui. La |>ossibilità di 
sentire i valori altruistici è condizionata da quella 
di sentire i propri, giacché il fatto fondamentale 
dell’altruismo è, secondo Lipps, VEinfiililung, cioè 
la possibilità di sentire se stesso in un altro, di com¬ 
penetrarsi di una situazione altrui, come di una 
propria (3). I rapporti umani sono dapprima cau¬ 
sati da interessi egoistici, ma poi danno occasione 
al destarsi di sentimenti valutativi simpatici (4). 

192. — La contemplazione della vita morale sot¬ 
to il solo aspetto dell’egoismo e dell’altruismo sem¬ 
bra però al Lipps molto superficiale. Per uscire da 
questa volgare opposizione egli distingue il senti¬ 
mento del valore di cose, dal sentimento del valore 
di persone. Nella lotta fra altruismo ed egoismo so¬ 
no in quislionc per lo più i primi valori. Ma i veri 
motivi etici fondamentali sono i valori della perso¬ 
nalità. 


(2) Ibid., p. 28-31. (3) Ibid., p. 32-33. (4) Ibid., p. 34. 





134 


/ valori umani 


11 sentimento della stima di sè è il sentimento del 
valore della propria personalità. Lipps lo chiama 
brevemente: sentimento del valore proprio (Eigen- 
wertgefiihl). Il contenuto di questo sentimento non 
è il piacere, non la potenza, non l’appagamento di 
un qualsiasi bisogno egoistico, ma un senso parti¬ 
colare di soddisfazione che accompagna la concor¬ 
danza di sè e della propria attività cou se stesso. 
Questa concordanza viene sentita in modo libero e 
obbiettivo, e non può essere altrimenti sostituita e 
in nessun caso artificialmente prodotta (5). 

Il sentimento del valore ha per base il sentimento 
di sè (Selbstgefiihl). Questo non è altro che il sen¬ 
timento dell’attività propria libera e spontanea. 

Inoltre, o tutto il mio fare, la forza del mio vo¬ 
lere, si concentra in un punto, oppure io abbrac¬ 
cio e coordino coscientemente una molteplicità di 
mie volizioni in un’unica direzione della mia atti¬ 
vità. Allora io ho anche un sentimento corrispon¬ 
dente, il sentimento della forza o grandezza, della 
ricchezza o dell’interna ampiezza, un sentimento 
della concordanza con me stesso o della interna li¬ 
bertà. Il sentimento dell’interna forza, dell’interna 
ampiezza e dell’interna libertà sono i modi felici 
possibili del sentimento di sè. Essi si fondono in 
una unità del sentimento del proprio valore (6). 

Questo sentimento del valore proprio e quello 
del valore di oggetti denotano due direzioni coesi¬ 
stenti, ma divergenti del sentimento del valore. La 


(5) Ibid., p. 38-44. 


(6) Ibid., p. 44-45. 







Il giudizio del valore nell'etica di Lipps 


135 


nostra vita importa un continuo scambio reciproco 
fra noi e il inondo degli oggetti. Ora essa è attiva, 
ora è recettiva, o meglio ora essa è più attiva, ora 
è più recettiva. In ogni caso non è possibile ricon¬ 
durre l’un sentimento del valore all’altro. Essi si 
sviluppano solo accanto, sebbene secondo la stessa 
|p gge (7), 

Qualunque poi sia il grado di evoluzione raggiun¬ 
to, ogni individuo possiede il suo valore di perso¬ 
nalità. che determina la coscienza di sè in un grado 
purchessia. 

Ma infine il progresso morale fa sorgere il con¬ 
cetto della personalità ideale, che rappresenti in 
grado eminente tutti gli attributi più altamente va¬ 
lutati. Questo ideale suscita immancabilmente l’a¬ 
spirazione di attuarne in noi stessi il tipo e i va¬ 
lori. 

Perchè poi il contenuto di questi valori diventi 
ognora più alto debbono concorrere vari fattori : 
la crescente cultura materiale e la liberazione del¬ 
l’uomo dalle dipendenze estrinseche; la crescente 
esperienza e la moltiplicazione degli scopi umani 
che ne risulta; l’evoluzione sociale che stringe i 
rapporti esteriori fra gli uomini e li dispone a rap¬ 
porti interiori sempre più simpatici (8V 

193. — Il sentimento del valore della personalità 
non è nè egoistico, nè altruistico. Ciò non toglie. 


(7) Ibid.. p. 45. 


(8) Ibid., p. 45-48. 




f 


136 ' l valori umani 

che accanto al sentimento del valore proprio esi¬ 
stano sentimenti del valore di personalità, i quali 
si comportino con quel sentimento, come i sentimen¬ 
ti altruistici del valore di cose si comportano con i 
corrispondenti sentimenti egoistici. Tali sono i sen¬ 
timenti del valore di altre personalità o i vt senti¬ 
menti simpatici del valore di personalità » (sympa- 
thische Persoli ! ichkeitswertgefiili le). 

Il prodursi di questi sentimenti si può facilmen¬ 
te spiegare, quando si pensa, che la nostra rappre¬ 
sentazione di altre personalità è formata di tratti 
della personalità nostra. La personalità altrui, qua¬ 
le oggetto della nostra coscienza, è la nostra pro¬ 
pria, quale ci è nota dall’esperienza interna, solo 
qua e là accresciuta o diminuita, e unificata nella 
rappresentazione di un altro corpo e delle sue ma¬ 
nifestazioni. Da ciò segue, che quello che altre 
personalità provano di lieto o di triste, ha pure la 
tendenza ad agire su noi, in quanto lo conosciamo 
in modo analogo, che se lo provassimo noi stessi (9). 

Noi non conosciamo però soltanto ciò che altri 
uomini provano, ma anche il modo in cui essi ca¬ 
ratteristicamente si manifestano e la loro personale 
essenza, che così si estrinseca. Anche questa nostra 
conoscenza ha però per ultimo contenuto quello 
che noi riscontriamo in noi stessi. Questo conoscere 
è un ritrovare « noi stessi in altri ». Ma allora, 
coerentemente a ciò, noi dobbiamo avere, di fron- 


(9) Ibid., p. 52. 







Il giudizio dol valore nell'etica dì Lipps 


137 


te a manifestazioni e qualità di altre personalità, un 
sentimento del valore o non valore omogeneo a quel¬ 
lo che proviamo, se ci rappresentiamo di scorgere 
in noi stessi quelle tali manifestazioni e qualità. 

Esistono adunque sentimenti simpatici del valore 
di personalità, come è certo che esistono sentimenti 
del valore proprio. Essi hanno per contenuto tmrnc 
dialo la personalità altrui, e si producono infalli¬ 
bilmente, come i sentimenti altruistici osservati in 
principio, sol che noi abbiamo conoscenza di altre 
personalità. 

Anche il selvaggio ammira e onora il forte, l’or 
goglioso, chi resiste al dolore, chi sa vendicarsi, o è 
specialmente insidioso e scaltro. In ciò ha luogo un 
riconoscimento, una valutazione positiva di qualità 
personali di un altro. Forse il forte giova al sel¬ 
vaggio, è suo compagno, e occorrendo lo assiste e 
protegge. Qui c’è una soddisfazione egoistica. Ma 
quell’« ammirazione » è di tutt’altra specie, che 
non quel sentimento egoistico. Essa è colorita di 
una tinta di grandezza e nobiltà che manca all'egoi- 
smo. Ciò che mi giova, mi rallegra, ma non desta 
in me ammirazione. Al selvaggio giova, per esem 
pio, la debolezza e la stupidaggine del nemico, ma 
non per questo egli ha stima di lui, al contrario lo 
disprezza. L’ammirazione, il rispetto, l’approva¬ 
zione personale non sono mai comprensibili per mo¬ 
tivi egoistici; ma consistono in un sentimento im¬ 
mediatamente connesso con l’oggetto dell’ammira¬ 
zione (10). 


(10) Ibid., p. 52-54. 




138 


I ralqri umani 


Questa coscienza del valore di altre personalità 
si manifesta poi in modo evidente nell invidia, nel 
sentimento connessovi dell’odio e nella gioia del ma¬ 
le altrui. La coscienza deìì’altrui superiorità offu¬ 
sca talvolta la stima di noi stessi, ma siccome non si 
può fare a meno di riconoscerla, questo riconosci¬ 
mento forzato provoca l’invidia, che può in certi 
particolari casi accompagnarsi con l’odio e avere 
per correlato la gioia dell’altrui danno (11). 

L’eccezione conferma ad ogni modo la regola: 
l’uomo, cui manca il senso della propria dignità 
morale, non comprende e non stima la dignità mo¬ 
rale di altri. Al contrario il disdegno della dignità 
morale altrui, l’indifferenza se altri la sentono, !a 
voluta degradazione della personalità altrui, so¬ 
no segni, che non si è in regola colla propria co 
scienza morale (12). 

194. — Lipps cerca anche di stabilire, quale sia 
l’oggetto della valutazione morale. Ciò ch’è prezio¬ 
so in se non è l'utile, perchè il buono dev’essere 
approvato incondizionatamente. Non è neppure il 
« moralmente utile », perchè questa denominazio¬ 
ne contrassegna un valore mediato o secondario, da 
distinguersi da quello principale e fondamentale 
del buono in sè. 

L’utilitarismo mira pili che altro al risultato del¬ 
le azioni, e considera le qualità morali come mezzo 


(11) Ibid., p. 54-55. 


(12) Ibid., p. 56. 



Il giudizio dpi valore nell’elica di l ippa 


139 


per conseguire la felicità. 

Queslo criterio porta ad equivoci e ad incongruen¬ 
ze, quando si deve venire a distinguere l’eudemo¬ 
nismo individuale da quello sociale. Senza dire clic 
si può concepire un’esistenza felice senza grandez 
za morale. Non dunque la felicità come tale, ma 
una felicità moralmente pregevole ha un vero va¬ 
lore e appaga i nostri bisogni morali. Ma se la fe¬ 
licità non è più l’unità di misura del valore, e di¬ 
venta essa stessa oggetto di valutazione, l’eudemo 
nismo è senz’altro superato. 

11 piacere può avere un valore inorale in quanto 
è congiunto con stati di una personalità, che si e- 
splichi liberamente, poiché in questa espansione 
totale della personalità viene in luce ciò che v’è 
in essa, non di manchevole e di negativo, ma di 
positivamente prezioso. 

Il valore morale del piacere ha dunque per noi 
come presupposto necessario il valore della perso¬ 
nalità.. T valori della personalità — questo è un fai 
to psicologico puro e semplice — sono i soli valori 
incondizionati. Il valore del piacere è invece con¬ 
dizionato dipendente, secondario. 

L’animo (Gesinnung) con cui la personalità agi¬ 
sce, ciò che v’è di prezioso in essa, costituisce il 
valore della volontà morale. Il piacere è però uno 
stato intimamente connesso con la libera e totale e- 
spansione della personalità. Sicché il volere morale 
raggiunge anche lo scopo che la personalità morale 
esplichi la sua vita felicemente. 





140 


/ valori umani 


Ogni valore produce gioia. Anche ciò che v è 
di prezioso in me e in altre personalità è adunque 
causa di felicità. Questo principio non conduce at- 
reudenionistno individuale, ma aireudetnouismo 
della personalità. Non si dice: « Agisci in modo, 
che tu sia massimamente felice »; ma: « agisci in 
modo che fu, quale personalità morale, sia felice 
quanto è possibile »: il che vuol dire: « la tua più 
grande felicità e il vero fondamento di ogni tua 
felicità, siano il tuo valore morale e con il tuo l’al¬ 
trui »; oppure: «la tua più grande felicità sia il 
più alto rispetto verso di te e verso gli altri » (13). 

Anche l'eudemonismo sociale si può correggere 
in conformità al suddetto principio. La sua antica 
formula: « agisci in modo, che la felicita dell’urna 
nilà venga promossa da te quanto li c possibile » va 
sostituita con quest'altra: « promuovi, come in te 
così in altri, quale base di ogni felicità moralmente 
preziosa, il bene o il valore della personalità ». 

Gli uomini son destinati non ad essere felici e a 
rendere felici gli altri, ma ad esser buoni e a far 
che gli altri lo diventino, e infine ad essere, essi c 
gli altri, felici in quanto sono buoni (14). 

195. — Volendo determinare il concetto del 
« moralmente giusto » Lipps introduce il concetto 
di valore obbiettivo. 

« Una cosa ha valore » significa, non che io la 


(13) tbid., p. 67 90. 


(14) Und., p. 90. 




Il giudizio del valore nell’etica di Lippa 


141 


valuti ora casualmente o a modo mio, ma che essa 
sia in sè tale, o ci s’imponga per sua natura in mo¬ 
do, che noi dobbiamo valutarla in una determina 
la guisa, o provare dinanzi ad essa un determinato 
sentimento valutativo, sia sentimento di piacere, 
gioia, soddisfazione. Bisogna distinguere perciò il 
valore di una cosa da quello che è la nostra valuta¬ 
zione. 

Si può opporre, che finche io non abbia esperi - 
mentalo il valore di un oggetto, esso non ne ha per 
me realmente alcuno. Il valore di un oggetto si mi¬ 
surerebbe cioè dal sentimento valutativo. Questo, 
secondo Lipps, è giusto; ma io non parlo, egli di¬ 
ce, del valore che una cosa ha per me o per qualun¬ 
que altro; ma del valore che essa ha in sè o che 
« porta in sè », cioè del valore obbiettivo. Il valore 
.-obbiettivo si misura indubbiamente dalla valuta¬ 
zione; anzi consiste in questa. Ma il valore obbiet¬ 
tivo, o il valore esistente in una cosa, si misura 
dal sentimento valutativo, che io al suo cospetto 
debbo provare; vale a dire dal sentimento valuta 
livo, che la cosa per sua natura produce in me. 1! 
valore obbiettivo consiste nell’intera possibilità. 
eh’è nella cosa, di produrre un sentimento valu¬ 
tativo. 

Applicando questo concetto alla definizione del¬ 
la condotta morale, Lipps fornitila il seguente prin 
cipio: la condotta morale è determinata dal valore 
obbiettivo di tutti gli scopi, che possono in qual¬ 
siasi modo entrare in discussione nei nostri atti. 





142 


/ valori umani 


esigendo di essere da noi valutati, ossia riconosciu¬ 
ti ( 15 ). 

La quislione morale non è posta, quando si di- 
ee : questo o quel possibile scopo o contenuto della 
mia volontà mi talenta, perchè io sono chi sono; ma 
si formula così : quale valore obbiettivo ha questo 
possibile scopo o contenuto della mia volontà? cioè: 
come debbo io valutarlo, se lo considero come è in 
se stesso, astrazion facendo dal suo rapporto con 
me e dalla maniera casuale, in cui esso s inserisce 
nel mio stato subbiettivo? (16). 

E la risposta a tale questione suona così: inorai 
mente giusto è quel valore, che risulta dal puro e 
pienamente obbiettivo esame di tutti i possibili mo¬ 
tivi o scopi; vale a dire il volere, ch’è condizionato 
dal puro e pienamente efficace valore obbiettivo di 
tutti i possibili scopi in discussione. Per esame ob¬ 
biettivo degli scopi deve intendersi quello fatto sot¬ 
to Paspetto del loro puro valore obbiettivo, non tur¬ 
bato da alcun fattore subbiettivo (17). Il volere sub- 
biettivaraente condizionalo è inclinazione, quello 
condizionato solo obbiettivamente non obbedisce 
che al dovere, e si lascia guidare dalla ragione (18). 

196. — Riassumendo: tutti i valori, che noi co¬ 
nosciamo, sono o valori per gli uomini, o valori 
degli uomini. Questi ultimi sono i valori morali : 
non c’è valore morale, che non sia mi valore della 
personalità; e nulla v’è di prezioso nella persona- 

(15) Ibid., p. 136-137. (16) Ibid., p. 138. 

(17) Ibid., p. 146. (18) Ibid., p. 146-147. 







Il giudizio ilei valore nell’elica di Lippt 143 

lità umana, che non rientri nella coscienza morale. 
Ma prezioso è per l’uomo tutto ciò che è positivo, 
ciò che implica una qualche forza, attività, vigo¬ 
ria della personalità; ogni attività vivace dell’intel¬ 
letto, ogni forza e ampiezza del sentimento. 

Una compiuta personalità, e quindi anche una 
compiuta personalità morale, potrebbe essere solo 
quella, che racchiudesse in sè tutto il possibile sa¬ 
pere e sentire umano, quando questo sapere e sen¬ 
tire avesse pure in sè la massima vigoria e chia¬ 
rezza; e mantenesse in tutte le sue esplicazioni il 
più perfetto accordo con se stesso. 

Tutti gli uomini invece non rappresentano in sè 
che una parte di questa personalità tipo (19). 

197. — 11 concetto del valore torna ad essere ado 
perato dal Lipps, là dove egli tratta della libertà 
e della responsabilità. Brevemente possiamo dire 
che l’attribuzione morale del merito o della colpa 
viene da lui definita come una valutazione. 

L’imputazione morale (imputare nel senso lar¬ 
go di zurechnen ) è attribuzione del valore o del 
non-valore morale. 

Una persona vien valutata alla stregua di una 
sua data azione: questo è il concetto della respon¬ 
sabilità. Un’azione può dirsi poi moralmente prege¬ 
vole, astraendo dallo individuo agente, se fa del 
bene e crea scopi morali o ne aiuta la consecuzio¬ 
ne; è cattiva invece quando fa del male, e impedi 
sce o danneggia la consecuzione di scopi morali (20). 


(19) Ibid., p. 150. 


(20) Ibid., p. 150-151, 264-265, etc. 



RECENTI STUDI 
SUI VALORI MORALI IN ITALIA 


198 . — Giuseppe Tarozzi comunicò al V Congres¬ 
so internazionale «li Psicologia (Roma, J90.>) (li, 
un programma di etica scientifica, sotto il titoli»: 
Sulla possibilità di un fondamento psicologico del 
calore etico. 

a 1 risultati dell’indagine psicologica sono ca¬ 
paci di assumere importanza di fondamento e «li 
criterio nella determinazione del valore etico delle 
azioni umane e nell’apprezzamento etico degli in¬ 
dividui umani? ». 

Questo il problema. Tarozzi crede possibile una 
risposta affermativa, e ne dà le ragioni. 

11 valore etico è il risultato di un apprezzamento 
morale. L’apprezzamento morale è funzione della 
coscienza morale, die si forma in noi storicamente 
e psicologicamente. E siccome lo studio della for¬ 
mazione storica si risolve pure in un’indagine psi¬ 
cologica, così la vera sede della dimostrazione del 
valore etico è la psicologia. 


(1) Atti, Roma, 1906, p. 102-412. 



Recenti studi sui valori morali in Italia 


145 


A ciò non si può opporre, che il valore etico di¬ 
penda direttamente dal fine etico, e che questo per 
l’assolutezza sua (o teologica o categorica) sia in¬ 
dipendente dalla causalità psicologica e antropolo¬ 
gica. Giacché, anche ammessa questa indipendenza 
del fine etico, nulla vieta che essa riceva una in¬ 
terpretazione psicologica e antropologica. Si può 
cioè voler sapere come sia possibile nella realtà (u- 
mana) il fine etico, e ciò conduce anche a interpre¬ 
tare la relazione dei valori etici con quei fini, e a 
trovare il criterio per la valutazione morale degl’in¬ 
dividui umani (2). 

Fra il principio assoluto e l’atto concreto, più an¬ 
cora fra quel principio e l’individuo, intercorre la 
eterogeneità più radicale; per giudicare quindi se 
l’atto compiuto o da compiersi stia in un giusto rap¬ 
porto col principio, è necessaria una interpretazio¬ 
ne psicologica. 

Senza questa interpretazione la valutazione etica 
alla stregua dei principi assoluti non può farsi. 

Ove poi si abbia un concetto non teologico, nè 
categorico del fine etico, la psicologia può darne 
non solo l’interpretazione, ma anche, coll’aiuto dei 
dati dell’antropologia e della sociologia, una vera 
e propria dimostrazione. L’ufficio della psicologia 
nella dimostrazione del fine etico è anzi assai più 
rilevante, perchè da questa dimostrazione dipen¬ 
de: 1° se il principio sia ammissibile oppur no; 2° 


(2) Ibid., p. 402-403. 
10 









146 / valori umani 

quale valore elico abbiano le azioni e gl’individui 
in base al principio dimostrato. 

Ma non a questo si ferma l’ufficio della psicolo¬ 
gia nella morale. 

Volendo fondare un’etica umanistica nelle sue 
basi, e umanitaria nelle sue norme, un’etica cioè 
rispondente alla « concezione di un significato mo¬ 
rale della vita umana, la coscienza del quale giu 
stifichi, non in senso di fine, ma in senso di fonda 
mento , i particolari propositi delle volizioni urna 
ne », la psicologia porterebbe i più decisivi ele¬ 
menti a una tale concezione della umanità. La psi 
cologia è scienza sovrana nell’àmbito dell’etica uma¬ 
nistica; senza di essa è impossibile la ricerca di un 
significalo morale della vita, che assuma valore di 
fine dopo essere stato fondamento e criterio, e ri¬ 
sponda alle tendenze onde la moralità positiva si 
svolge nella storia dell’umanità (3). 

Oltre a questo contributo diretto della psicologia 
all’etica, vi sono gl’indiretti, consistenti nella di¬ 
fesa, che solo la psicologia può fare contro lo scet¬ 
ticismo morale. La legittimità di una valutazione 
etica, che abbia forza di per sè, si suole negare da 
chi crede che il bene e il male siano risultato di 
convenzioni sociali più o meno inveterate, muta¬ 
bili secondo i vari tempi e i bisogni, e non rispon¬ 
denti a una costante necessità della vita e della na¬ 
tura umana. Per riparare dallo scetticismo si è ri- 


(3) Ibid., p. 403-404. 





Recenti studi sui valori morati in Italia 


147 


corso o all’utilitarismo o alla metafisica. Ora, allo 
scetticismo e anche ai suoi falsi rimedi (l’utilitari¬ 
smo e la metafisica) non può opporsi efficacemente 
che la ricerca psicologica. Essa sola, riuscendo a 
determinare positivamente le concezioni fondamen¬ 
tali del valore morale, porge argomenti di difesa 
sia contro la negazione di un fondamento reale e 
necessario del valore etico, sia contro le affermazio¬ 
ni erronee od arbitrarie di esso (4). 

Un esempio importantissimo dà il Tarozzi del¬ 
l’ufficio della psicologia nell’etica, accennando ai 
problemi concernenti la ricerca dei fondamenti psi¬ 
cologici della solidarietà o dei fondamenti naturali 
di essa, come li chiamava Antonio Genovesi, op¬ 
portunamente ricordato dall’Autore, Questo esa¬ 
me particolareggiato comprende la crudeltà e le sue 
varie forme, la simpatia, cosi in generale, come 
nelle sue due manifestazioni principali, gli atti di 
cortesia e di protezione (5). 

Le dispute sulla natura umana, cosi conclude il 
Tarozzi, attendono la loro decisione non dagli ar¬ 
gomenti del razionalismo, ma dai fatti che la psi¬ 
cologia può rivelare e valutare. 

Quando fosse dato di stabilire, che non è gene¬ 
rale nell’uomo l’avversione al potente, ma « alle 
nature avare, fredde, crudeli », quando si potes¬ 
se esplorare in un àmbito sempre più vasto l’esten¬ 
sione dei fatti e dell’istinto della simpatia, sì da ren- 


(4) Ibid., p. 404-406. 


(5) Ibid., p. 406-412. 



148 


I valori umani 


dere legittimo il costituire con essi il concetto del- 
Vumanità , questa umanità sarebbe il fondamento 
di una morale immanente, estranea, benché non 
opposta, airutilitarismo. Quando si potesse altri 
buire positivamente, cioè psicologicamente e an¬ 
tropologicamente, un valore definitivo al rapporto 
di solidarietà, e stabilire che esso risponde a un 
istinto originario, valido per se stesso, e non per 
l’esperienza della sua utilità, sarebbe tolta all'uti¬ 
litarismo quella base consistente nella proposizione 
universale, che l’uomo agisce soltanto per il suo 
utile. Nè c’è da temere che i dubbi della ricerca 
psicologica si riflettano sulla morale, perchè « i ri¬ 
sultali che la psicologia ci potrà offrire non avran¬ 
no valore di modificazione del contenuto normativo 
della morale, ma bensì tenderebbe a modificare il 
carattere formale di essa, come dottrina del dover 
essere e come scienza. La norma « non uccidere » 
per esempio apparterrà sempre al contenuto nor¬ 
mativo della morale, qualunque conclusione possa 
trarre la psicologia intorno agl’istinti di pugnacità 
e di ferocia. Ma se le conclusioni intorno al fon¬ 
damento umano delle tendenze alla solidarietà e al¬ 
la simpatia saranno negative, l’etica sarà un siste¬ 
ma dottrinale, la cui imposizione presenterà i ca¬ 
ratteri della accidentalità e della fluttuazione dei 
fatti sociali, oppure i caratteri trascendentali meta¬ 
fisici o religiosi; e perciò la valutazione etica sarà 
una graduazione fondata su altra base, non su quel- 
Ja della realtà effettiva dei fatti umani ». Se inve- 


Recenti studi sui valori morali in Italia 


149 


ce a quelle conclusioni saranno positive, l’etica, 
assumendole come sue proprie, avrà a fondamento 
il significalo psicologico e antropologico dell’uma¬ 
nità morale e potrà scientemente stabilire i valori 
umani in relazione con esso ». Infine il Tarozzi ria-- 
siunc il suo credo in queste parole, che lutto si 
debba attendere dalla scienza, e che essa sola possa 
spiegare un giorno perchè abbiano universale va¬ 
lore massime come queste: « Non uccidere », « Non 
mentire », « Ama il tuo prossimo » (6). 

199. — Al Congresso medesimo Giovanni Calò 
presentò una comunicazione intorno alla Interpre¬ 
tazione psicologica dei concetti etici (7). 

Il Calò ritiene che « l’assenza della ricerca e del¬ 
la sufficiente analisi di quello ch’è il fatto ultimo e 
irriducibile su cui poggia tutta la vita morale, il 
giudizio elico » ha impedito il costituirsi dell’ctiea 
come scienza. Molto ha anche nociuto « la nessu¬ 
na, o quasi, distinzione che si è fatta tra il giudizio 
etico e il giudizio teoretico o conoscitivo » (8). La 
morale deve invece « ricercare come ogni altra scien¬ 
za, dei fatti ultimi, elementari, irriducibili su cui 
fondare l’edifirio autonomo delle proprie investi¬ 
gazioni » (9). 

L’elemento irriducibile, la realtà ultima, da cui 
deve prendere le mosse ogni dottrina morale, è un 
fatto psicologico, >in sentimento, il sentimento di 

(6) Ibid., p. 412. (7) Atti, Roma. 1906. ji. 413-426. 

(8) Ibid., p. 113. (9) Ibid., p. 414, 




150 


1 valori umani 


valore. Ogni qual volta noi giudichiamo del valore 
morale d’un sentimento, d’un’azione, d’una deter¬ 
minazione volitiva, tale giudizio si presenta alla no¬ 
stra coscienza con un sentimento particolare di ap¬ 
provazione o di disapprovazione. L’esame retro¬ 
spettivo ci dice, che quel giudizio non risulta da un 
meccanico sovrapporsi dei concetti del soggetto e 
del predicato (buono, giusto, ecc.), dal paragone 
delle loro estensioni e connotazioni rispettive, dal¬ 
la rivelazione pura e semplice del loro rapporto : 
ciò che interviene, e ciò che più importa, è il sen¬ 
timento di approvazione o di disapprovazione, di 
adesione o di ripugnanza. 

Qui si presenta un problema fondamentale. Trat¬ 
tasi di vedere se il sentimento di approvazione o 
di disapprovazione accompagni semplicemente, co¬ 
me effetto o come carattere, la rivelazione del rap¬ 
porto in cui l’obbietto considerato è con quel pre 
dicato; o se quel sentimento appunto renda possi¬ 
bile la costituzione del predicato e quindi, merci- 
la capacità di riferimento propria della ragione, 
l’enunciazione del rapporto. 

Questo problema non può essere risoluto senza 
una analisi comparativa del giudizio conoscitivo e 
del giudizio valutativo. E quest’analisi mostra ap¬ 
punto che, mentre nella funzione conoscitiva il sen 
timento è un sopraggiunto, nella funzione valuta- 
trice è, al contrario, costitutivo del rapporto. 

Conoscere è constatare, attingere ciò che è; men¬ 
tre nel valutare, l’atteggiamento dello spirito non 




Recenti studi sui valori morali in Italia 


15 ) 


è di chi constata, ma di chi reagisce; non di chi af¬ 
ferma e riconosce l’essere, ma di chi vi aggiunge 
qualcosa risultante da ciò che in lui non corrispon¬ 
de, ma risponde alla realtà conosciuta : è l’atteg¬ 
giamento non di chi afferma o nega, ma di chi si 
sovrappone alla realtà, o che le assenta o che le si 
ribelli, sia che Iodi, sia che condanni » (10). 

Mentre per il teoretico il sentimento è un acces¬ 
sorio trascurabile, per il moralista esso è la vera 
realtà etica, poiché il sentimento « serve a caratte¬ 
rizzare qualsiasi obbietto di giudizio etico: in ul¬ 
tima analisi, ogni giudizio etico si riduce ad appro¬ 
vazione o disapprovazione d’un sentimento, d’un 
istinto, d’una volizione, d’un’azione; ora l’appro¬ 
vazione e la disapprovazione noti sono che due spe¬ 
ciali sentimenti, due forme diverse d’uno stesso 
sentimento, il sentimento del valore. Il giudizio e- 
lico, dunque, in tanto è possibile in quanto si com¬ 
pie una sintesi fra Tobbietto conosciuto e la ragio¬ 
ne valutativa ch’esso suscita in noi: è, insomma, 
questa stessa reazione che costituisce tutto quanto 
noi diciamo in quel fatto qualsiasi ch’è assunto co¬ 
me soggetto del giudizio. Si direbbe che quel fatto 
tanto ha di realtà etica quanto e come vive nel sen¬ 
timento valutativo ». Questo poi « varia e quasi 
si determina e si atteggia diversamente secondo gli 
obbietti a cui si riferisce, e diventa volta a volta 
sentimento del giusto, del buono, del santo, dell’e- 


(10) Ibid., p. 414-416. V. anche De Sareo, op. cit., a § 108. 



152 


I valori umani 


roico o dei loro contrari, di rimorso o di autosodi- 
sfazione, di rimpicciolimento o di stima di se stes¬ 
si, di pace deH’anima, ecc. ; di modo che può dir¬ 
si che ognuna di queste determinazioni del senti¬ 
mento di approvazione e di disapprovazione ha li¬ 
na sua individualità e che l’analisi di esse ci dà 1 a- 
nalisi di tutta la coscienza morale » (11). 

Il sentimento del valore, come fatto fondameli 
tale della coscienza etica, si pone a norma della 
realtà interiore e dispone gerarchicamente i vari 
istinti e le varie tendenze. 

Un’altra sua proprietà è anche quella di avverti¬ 
re ogni alto che rappresenti un noli-valore come 
un’intima contradizione, il che dà luogo al sen¬ 
timento particolare dell’obbligazione. 

Il sentimento del valore è dunque rii sua natu¬ 
ra tale da assumere, di fronte al resto della realtà 
psichica, un’attitudine speciale e da contrapporre 
all’esistenza di fatto un’esistenza di diritto. Esso 
si distingue profondamente dal piacere e dal do¬ 
lore, perchè questi sono stati subbiettivi interes¬ 
santi semplicemente l’individualità del soggetto, 
mentre il sentimento del valore è obbiettivo anch»* 
rispetto alla individualità del soggetto che giudica. 
Il sentimento del valore oltrepassa la sfera della 
mia utilità o del mio benessere individuale; sono 
io che sento, ma non per me. 


(11) Ibid.. p. 416-417. 





Recenti studi sui valori morali in Italia 


153 


Altro carattere differenziale è questo, che nei 
sentimenti di piacere e dolore lo stato subbietti- 
vo è confuso con l’oggelto della rappresentazione, 
mentre nel sentimento del valore, l’oggetto è netta¬ 
mente distinto dall’atto valutativo e può essere rap¬ 
presentalo come obbietto di conoscenza teorica. 

Ciò ch’è piacevole e spiacevole non esiste che 
nel sentimento e per il sentimento, mentre ciò ch’è 
valutato è chiaramente rappresentato di fronte al- 
I alto giudicativo, è insomma conosciuto. Non si 
può valutare se non ciò ch’è ben noto, tanto è ve¬ 
ro che la valutazione si presenta spessissimo sotto 
forma di preferenza e il valore viene appreso com¬ 
parativamente ad altri come plus-valore o come nu¬ 
li us-valore. 

Sebbene il giudizio di valore abbia il suo punto 
di partenza nel sentimento, esso non esclude, anzi 
richiede necessariamente l’intervento della funzio¬ 
ne conoscitiva, la quale prepari il terreno su cui 
possa esercitarsi la funzione apprezzativa. La gran¬ 
de varietà dei giudizi morali osservabile fra indi¬ 
vidui diversi dipende appunto dal diverso modo 
come sono appresi e considerati gli obbietti, dai 
diversi elementi che ci pone in luce la funzione co¬ 
noscitiva (12). Così, mentre l’analisi del processo 
della valutazione elica è compito della psicologia 
morale, gli obbietti a cui le nostre valutazioni mo¬ 
rali si riferiscono non possono esser tratti anali- 


(12) Ibid., p. 119421. 





154 


I valori umani 


ticamente dalla natura stessa dei nostri sentimen¬ 
ti di valore. Essi possono essere determinati in 
parte in base alla considerazione di rapporti for¬ 
mali della volontà, in parte in base all’esperienza 
storica e sociale, quale è studiata dall’etica stori- 
rica e comparata (13). 

200. — Mario Calderoni, nelle sue Disarmonie 
economiche e disarmonie morali (14), si è recen- 
tnente proposto di porre in rilievo talune concor 
danze fra le leggi economiche del valore e della 
rendita e le valutazioni morali sociali. In tal mo¬ 
do egli crede che l’economia politica possa appor¬ 
tare un contributo positivo alla scienza della mora 
le e aiutarne il definitivo costituirsi. 

« La vita morale può considerarsi, così Calderoni, 
come un vasto mercato, dove determinate richieste 
vengono fatte da taluni uomini o dalla maggioran¬ 
za degli uomini agli altri, i quali oppongono a que¬ 
ste richieste una resistenza, secondo i casi, maggio¬ 
re o minore, e richiedono alla loro volta incitamen¬ 
ti, stimoli, premi e compensi di natura determina¬ 
ta. Questi stimoli o incitamenti prendono la forma 
sociale di approvazione e di biasimo, di lodi, di 
gloria, di premio e di punizione » (15). 

Premesse alcune nozioni intorno alla legge del¬ 
l’utilità marginale e alla formazione della rendita, 
non soltanto fondiaria, ma anche, in generale, del 


(13) Ibid., p. 422423. 
(15) Ibid., p. 21-22. 


(14) Firenze, Lumachi. 1906. 






Recenti studi sui valori morali in Italia 


155 


consumatore e del produttore, il Calderoni accenna 
più particolarmente a due specie di disarmonie e- 
conomiche che si verificano nei fenomeni della ren¬ 
dita. La prima è conseguenza del principio che, 
data la unicità del prezzo in un mercato, il coni 
pratore e il venditore realizzano un vantaggio, rap¬ 
presentato dalla differenza tra ciò che sarebbe ba¬ 
stato a indurli a comprare o a vendere la singola 
dose in questione, e ciò che, per effetto del mer¬ 
cato, vengono a ricevere. Ora, se i prezzi sono pro¬ 
porzionali ai costi marginali delle merci, essi non 
sono proporzionali ai costi di tutte quelle dosi che 
non sono al margine. Tutti coloro che si trovano 
più o meno lontani dal « margine di produzione » 
o di « consumo », si trovano a fruire di un prezzo, 
che basta soltanto a rimunerare quegli individui, i 
quali cesserebbero dal produrre se il prezzo ribas¬ 
sasse; e godono perciò di un vantaggio differenzia¬ 
le. o rendita, più o meno grande. Nè è possibile la 
correzione automatica del fenomeno della rendita, 
mediante aumento di produzione da parte di quel¬ 
li che guadagnano di più, e conseguente ribasso 
di prezzi, perchè non sta ad arbitrio dei produtto¬ 
ri di ottenere in quantità indefinita le merci in qui- 
stione. 

I mezzi di produzione si trovano infatti in quan¬ 
tità limitata e variano grandemente per qualità ed 
efficacia, sicché la produzione si compie in condi¬ 
zioni differentissime da diversi individui, e l’au¬ 
mento di produzione fatto con mezzi più costosi, 



156 


/ valori umani 


mette quelli che impiegano i mezzi più facili in n - 
na posizione privilegiala, ch’è poi quella da cui 
la rendita deriva. 

Queste e altre considerazioni mostrano, che il 
fenomeno della rendita non si può correggere mai 
assolutamente, e che dà luogo a vere e proprie di¬ 
sarmonie economiche ( 16). 

La seconda specie è descritta dal Calderoni co¬ 
sì: supponiamo che sia raggiunta in un modo qual¬ 
siasi l’abolizione dei più stridenti ed evidenti fe¬ 
nomeni di rendita. In tal caso tutti i produttori ri¬ 
ceverebbero retribuzioni equivalenti, per ciascun 
loro prodotto, a ciò che è necessario e sufficiente per 
indurli alla loro produzione. E nondimeno non si 
potrebbe ancora affermare che all’eguaglianza di 
retribuzione per i produttori dei diversi prodotti 
corrisponda una intima ed effettiva eguaglianza nei 
sacrifizi o nel lavoro che il prodotto costa a ciascu 
no. La misurazione di questo rapporto impliche¬ 
rebbe la conoscenza dei bisogni e dei desideri più 
intensi, dei sacrifizi più gravi per ciascun indivi¬ 
duo e porterebbe a risultati assai diversi. Dal fat¬ 
to che due individui sono disposti a dar la mede¬ 
sima somma per una merce o a contentarsi di una 
data somma per un servigio, nulla può dedursi in¬ 
torno alla intensità del desiderio che hanno o del 
sacrificio che fanno : come dal fatto che due indi¬ 
vidui si scambiano una merce, non può dedursi 


(16' Ibid., p. 31-46, 





137 


Recenti muti mi valori morali in Italia 

che chi la cede la desideri meno di chi l’acquista. 

Dal persistere di queste differenze è condizionata 
un’altra serie di disarmonie economiche più sot¬ 
tili e piu intime e per loro natura irriducibili, per¬ 
ché persisterebbero anche quando si riuscisse a sta¬ 
bilire rapporti equivalenti o eguali sul merca¬ 
to (17). 

Dopo questi cenni il Calderoni passa a rilevare 
le analogie tra fatti economici e fatti morali, le qua¬ 
li renderebbero, a suo giudizio, possibile una con- 
cezione economica della morale. 

Anzitutto, non meno in morale che in econo¬ 
mia, « ciò di cui effettivamente si giudica è, non 
il valore complessivo o generale degli atti e delle 
attitudini, di cui s’invoca Padempimento o l’os¬ 
servanza; ma il loro valore marginale e compara¬ 
tivo, valore atto a variare e col numero di questi 
atti effettivamente compiuti dagli uomini, e col nu¬ 
mero altresì di quegli altri atti, cui si rinuncia per 
compierli ». Con ciò il Calderoni vuole opporsi a 
tutta quanta la tradizione intuizionistica e kantiana 
in filosofia morale. Gli atti morali non hanno al¬ 
cun valore assoluto, ma un valore esclusivamente 
marginale e comparativo. 

« Vi e nella vita una gran quantità di atti ed at¬ 
titudini, che pur essendo di una incontestabile « u- 
tilita », pur essendo essenziali alla conservazione 
e al benessere della convivenza umana, non entrano 


(17) Ibid., p. 46-54. 





158 


I valori umani 


nell’ambito di ciò che noi chiamiamo la morale. Per¬ 
chè? Perchè nonostante la loro desiderabilità astrat¬ 
ta, nonostante i vantaggi totali che la società ritrae 
dal loro adempimento, vantaggi certamente assai 
maggiori, nel loro complesso, a quelli degli atti che 
la morale esalta; essi sono tuttavia atti di cui non è 
desiderabile un ulteriore aumento; la desiderabilità 
« marginale comparata » in altre parole è zero o 
addirittura negativa. Gli atti prodotti dall istinto 
personale di conservazione o da quello della ri- 
produzione della specie non sono considerati vir¬ 
tuosi, perchè, ben lungi dal richiedere un incita¬ 
mento, essi richiedono freni, gli uomini essendo 
piuttosto proclivi ad eccedere che a difettare in es¬ 
si, e a sacrificar loro l’adempimento di altre fun¬ 
zioni che sono marginalmente o comparativamen¬ 
te... più desiderabili » (18). « Le nostre tavole di 
valori contengono tutte quelle cose, per ottenere 
un aumento delle quali, in noi stessi o negli altri, 
siamo disposti a determinati sacrifici; ma non già 
tutte le cose che possono apparirci desiderabili... 
Col crescere delle azioni virtuose esse tendono a 
diminuire di valore, come analogamente il diminui¬ 
re delle azioni viziose tende a render meno dispo¬ 
sti a far dei sacrifici per diminuirle ulteriormente; 
ond’è sempre concepibile un limite, naturalmente 
molto diverso, secondo i casi, oltre il quale « il 
vizio » diverrebbe una « virtù » e la « virtù » un 


(18) Ibid p. 55-71. Cfr. anche Ehrenfels cit. al § 153. 







Recenti studi sui valori morali in Italia 


159 


« vizio » ( 19). Avviene infatti per la domanda e 
per l’offerta etica lo stesso che per la domanda e 
l’offerta economica: in una società di completi al¬ 
truisti avrebbe pregio l’egoista. L’altruismo è una 
virtù il cui valore è strettamente connesso colla pre¬ 
senza di egoisti o almeno di non altruisti nella so¬ 
cietà (20). 

Queste considerazioni confuterebbero la legge 
morale di Kant, che prescrive di seguire massime ca¬ 
paci di divenire universali. « Nessuna virtù e nes¬ 
sun dovere resisterebbe al un esame fatto rigoro¬ 
samente in base a questo criterio. Molte azioni so¬ 
no per noi un dovere, appunto perchè gli altri uo¬ 
mini non le fanno e rimangono tali a condizione 
che non siano troppi gli uomini capaci e volontero¬ 
si di imitarle... Come in una barca sopraccarica, 
l’opportunità di sedersi da una parte o dall’altra 
dipende strettamente dal numero di persone sedu¬ 
te dalla parte opposta : se qui fosse seguito un im¬ 
perativo kantiano qualsiasi, il capovolgimento del¬ 
la barca porrebbe tosto fine ai consigli del pilota 
e alle buone volontà dei passeggieri » (21). 

Si può credere che si possa ovviare a questi er¬ 
rori particolareggiando quanto più è possibile i 
precetti e le sanzioni, individualizzajidole in grado 
estremo. Ma alla stessa maniera che in un mercato 
non si può variare il prezzo secondo gli avventori, 
così alla « legge d’indifferenza del mercato » corri¬ 


ti!)) lbid., p. 61-62. 
(21) lbid., p. 65-66. 


20) lbid., p. 62-64. 





160 


I valori umani 


sponde una legge d’indifferenza morale, per cui 
sono stabilite regole comuni non troppo discutibili 
e sanzioni precise, non atte troppo a variare e ap¬ 
plicabili alla media dei casi (22). 

Ciò premesso, il Calderoni trova le analogie fra 
le disarmonie economiche e morali. 

La necessità di dare precetti e sanzioni generali 
dà luogo a fenomeni analoghi ai fenomeni di ren¬ 
dita. Alla generalità e rigidità della legge morale 
farà contrasto la varietà delle condizioni individua¬ 
li, per le quali si verificheranno vantaggi e svan¬ 
taggi differenziali da individui a individui. 

Il dovere per ciascuno sarà di fare, non già 
quello che nel suo caso è il meglio o 1 ottimo, ma 
ciò che in media è meglio che gli uomini facciano 
di più, di quanto ora non facciano; non agendo 
così egli si attirerà una sanzione, che nel suo caso, 
potrà anche talvolta essere « immeritata » (23). 

Le pene e i premi hanno un costo margina¬ 
le che cresce col crescere della loro severità e 
grandezza, e colla loro estensione, mentre colla lo¬ 
ro estensione diminuisce la loro efficacia marginale : 
la gloria e l’onore, come 1 infamia, diminuiscono 
rapidamente di efficacia quanto maggiore è il nu 
mero degl’individui che ne fruiscono o soffrono. 
Così alcuni si troveranno a godere di lode o gloria 
molto superiore al loro « merito » individuale, per 
avere campiuto azioni, poniamo, talmente confor- 


(22) Ibid., p. 67-69. 


(23) Ibid., p. 70-71. 



Recenti studi sui vulori morali in Italie 


16 ! 


ini al loro carattere che sarebbe piuttosto stato ne¬ 
cessario « punirli » se si fosse voluto distorglierli 
dal farle. Altri subiranno invece biasimo o infa¬ 
mia di gran lunga sproporzionata alla loro col¬ 
pa (24). 

Se poi i precetti e le sanzioni fossero più parti¬ 
colareggiate e commisurate a ciò che è necessario 
e sufficiente per indurre ciascuno al ben fare, ri¬ 
marrebbe ancora una gran diversità nelle condizio¬ 
ni individuali, delle quali non si potrebbe tener 
conto senza diminuire Vefficacia dei precetti e del¬ 
le sanzioni medesime. E questo dà luogo all’altra 
specie di disannonie morali analoghe a quelle che 
persisterebbero nel campo economico, se si correges- 
se la legge d’indifferenza del mercato (25). Queste 
disannonie morali infatti persisterebbero, anche se 
le prime si venissero a eliminare, analogamente a 
quello che è stato osservato nei fenomeni di ren¬ 
dita (26). 


(.24) Ibd., [j. 71-72. 125) Ibid., p. 76. 

(26) Ibid., p. 79-85. 


1 



ESAME CRITICO DELLE TEORIE ESPOSTE 


201. — Tulle le teorie dianzi esposte, che dànno 
una definizione del valore elico, assumono uno stes¬ 
so atteggiamento di fronte alla realtà morale e se¬ 
guono, malgrado la sostanziale differenza del loro 
contenuto, un comune indirizzo. Tanto più, anzi, 
è notevole questa involontaria concordanza, quanto 
più poi, in concreto, le definizioni date sono in 
massima discordi. Esse cercano tutte di determi¬ 
nare ciò che ha valore morale. Sebbene si premetta 
in tutte la riserva, che il valore è soggettivamente 
appreso e condizionato, lo si la poi consistere, se¬ 
condo queste teorie, in una parte componente del¬ 
la realtà, sia soggettiva od oggettiva, che s identifica 
con esso e sta alla coscienza che lo a prende come 
un dato che si offra, compiuto in se stesso, alla e- 
sperienza immediata o mediata. Il concetto di 1 un¬ 
zione o di rapporto, anche se inizialmente ammesso, 
esula in seguito dalla definizione, e il valore morale 
finisce sempre per essere qualche cosa : un senti¬ 
mento, una disposizione subbiettiva, un’azione uti¬ 
le, ecc. Così il Meinong riscontra il valore morale 








Esame critico delle teorie esposte 


163 


nella Gesmnung, disposizione d’animo, l’Ehren- 
fels in tutto ciò che ha una utilità altruistica, il 
Kriiger nella funzione valutativa, l’Hòffding nella 
continuità della personalità, il Lipps nelle cose e 
nelle persone in se stesse; in tutti questi casi il va¬ 
lore consiste in un dato oggetto dell’esperienza, e 
noi non abbiamo che a conoscerlo o a riconoscerlo. 
Anche Tarozzi fece questione di metodo di ricerca 
scientifica, ma per giungere alla dimostrazione di 
dati precetti aventi un valore assoluto. E Calò so¬ 
stantivò il valore, anche assoluto, nel sentimento 
del valore. E Calderoni assimilò tanto i valori mo¬ 
rali ai beni economici, cioè a valori obbiettivamente 
stabiliti, da non esitare ad applicare ad essi il solo 
criterio della quantità. 

Questa ipostasi o sostantivazione del valore mo¬ 
rale rimette la ricerca scientifica sulla via della 
riflessione volgarp, e conduce a una ontologia 
del valore, la quale non può essere più pura 
scienza, ma è già materiata di una certa sostanza 
morale scelta a tipo, e ad esclusione di ogni altra 
realtà morale. 

Or un qualsiasi concetto ontologico del valore non 
può essere fondamento della scienza morale, nel 
senso da noi ammesso, perchè ha già un dato con- 
tenul > preferenziale e quindi particolaristico, nel 
quale sono potenzialmente inclusi gli elementi dei 
concetti che ne conseguono, senza bisogno di ulte¬ 
riore ricerca. Se si vuole che il concetto del valore 
sia uno strumento di ricerca e di analisi scientifica. 


164 


I valori umani 


dev’essere invece sopraordinato a qualsiasi conte¬ 
nuto empirico particolare, deve divenire un concet¬ 
to puramente relazionale, uno schema di rapporti 
funzionali, applicabile universalmente, senza limi* 
lazioni aprioristiche a tutta la realtà umana osser¬ 
vata sotto l’aspetto morale. 

Il principio metodologico, da noi qui sostenuto, 
apparirà più chiaro, esaminando paratamente le 
spigole teorie dianzi esposte. 

202. — 11 Meinong aveva nella prima parte delle 
Untersuchungen definito il valore come un senti¬ 
mento congiunto con un giudizio affermativo o ne¬ 
gativo dell’esistenza di un oggetto. Poi modificò la 
definizione, facendo consistere il valore nella forza 
di motivazione, con cui un oggetto si afferma nella 
lotta dei motivi. Nell’uno o nell’altro caso aveva¬ 
mo un rapporto del soggetto individuale con dati 
momenti della realtà subbiettivamente appresa (in 
giudizi o in volizioni), ma in quanto obbiettivamente 
esistente. 

In fondo il Meinong, come del resto l’Ehrenfels, 
avendo preso le mosse dallo studio del valore in 
economia, non hanno mai abbandonato la piatta¬ 
forma dell’obbiettività delle condizioni del valuta¬ 
re, nè la speranza di riuscire così a individuare il 
dato obbiettivo di qualsiasi valutazione. Da ciò il 
trattamento dei valori morali in equazioni tra il 
quantum di utilità o danno e il quantum di egoismo 
e di altruismo, dove è evidente la lotta concettuale 



Esame critico (Ielle teorie esposte 


165 


ira l'astrattezza dell’algoritmo impiegato, ma do¬ 
vuto continuamente correggere, e la ricchezza e va¬ 
rietà della casistica, per altro acutamente osservata. 

Tanto meno poteva riuscire al Meinong di distri¬ 
carsi dalle sue premesse ontologiche, ora che se¬ 
condo lui la valutazione ha sì per oggetto t'animo 
(die Gesinnung), che si manifesta nelle volizioni, 
ma quest’ultimo ha tanto più valore morale, quanto 
più grande è la parte, che nella determinazione vo¬ 
lontaria ha avuto la benevolenza verso gli altri o 
l’altruismo; tanto minore valore, quanto più sono 
prevalsi motivi anti-altruistici; e infine sarebbe mo¬ 
ralmente indifferente o quasi, quando si fossero 
seguili motivi soltanto egoistici, non però anti-al- 
Iruistici. Questo criterio in fondo si appella ai mo¬ 
livi e ai risultali di fatto delle azioni. 

Combinando questa definizione colle prime 
«lue (1) avremo clic il valore morale dipende dal 
sentimento (di piacere o di dolore) o dalla appe¬ 
tizione (positiva o negativa), che desta in noi il 
giudizio dell'esistenza o della non-esislenza di atti 
altruistici, o il desiderio o rabborrimento di porli 
in essere; gli atti semplicemente egoistici non avreb¬ 
bero la proprietà di destare alcun sentimento o al¬ 
cuna appetizione, che si possano dire morali. Ma 
quali siano gli atti egoistici, gli altruistici o gl’in¬ 
differenti non può dirsi senza ricorrere agli scopi 


(I) E’ curioso osservare che il Meisonc non racUe mai in rela- 
aione la definizione generale del valore con «niella dei valori 
morali ! 






106 


l valori umani 


e ai risultati concreti delle azioni, caso per caso. 

Poche considerazioni basteranno a dimostrare 
l’arbitrarietà di questa definizione. Meinong non 
nega, che la rappresentazione di un proprio van¬ 
taggio, attuale o futuro, possa provocare nel sog¬ 
getto il più vivace sentimento valutativo; e che quel¬ 
la di un utile altrui possa provocare una assai de¬ 
bole reazione del sentimento o della volontà. Esiste¬ 
rebbero dunque due scale, indipendenti fra loro, 
d’intensità di valutazioni, l’una delle valutazioni 
in quanto stati soggettivi e 1 altra delle valutazioni 
morali. Nulla di male fin qui; se non che la misura¬ 
zione dei valori della seconda scala si farebbe coi 
valori della prima, perchè i valori altruistici si mi¬ 
surerebbero dalla grandezza dei valori egoistici sa¬ 
crificati, come risulta dallo esame delle coppie di 
binomi proposti dal Meinong, Yu — gw #Y v u. 
Anzi, quanto più debole fosse l’intensità del valore 
altrui Y da produrre o del non-valore altrui « da e- 
vitare in confronto all’intensità del valore proprio g 
da sacrificare o del non-valore proprio u da subire, 
tanto maggiore sarebbe il valore morale, cioè tanto 
più grande sarebbe il sentimento di piacere congiun¬ 
to col giudizio esistenziale della volizione (yu) (2). 

(2) Il Meinong cercò di mitigare l’assolutezza di certe sue prò- 
posizioni, introducendo nelle formule deduttivamente ottenute cer¬ 
ti elementi addizionali e anche certi esponenti. Chi, per esempio, 
non aiuta un altro, anche se l’aiutarlo non costasse alcun sacrificio 
nè positivo nè negativo, avrebbe un non valore morale infinito , 
una volta posti g e u = 0. Per correggere questo eccesso, il Mei- 

g + c 

nong introduce un termine addizionale c, che rende W = C • 

Y 







Esame critico delle teorie esposte 


167 


È però vero, che la volizione ('.'») è sempre ac 
cornpagnata nel soggetto da una reazione valutati¬ 
va W (cioè da un sentimento di piacere o rii dolore 
congiunto col giudizio esistenziale o da una forza 
di motivazione) più grande di quella che nel sog¬ 
getto stesso provocherebbe la volizione contraria 
(g w )? L’arbitrarietà di questa ipotetica costanza è 
tanto evidente, che il Meinong dovette allogare il 
giudizio del valore morale in un terzo soggetto in¬ 
differente, o nel complesso degl’individui indiffe¬ 
renti o disinteressati di una collettività! Così l’uni¬ 
tà del rapporto fra il sentimento o l’appetizione del 
soggetto e il valore morale rimase rotta, e ciò ebbe 
nella teoria del Meinong due conseguenze impor 
lautissime: l’ima la sostantivazione del concetto di 
valore, il quale, staccatosi dal rapporto subbiettivo 


Parimenti per evitar» che. ne) caso in cui g = v o i due termini 

v 4- c 

variano parallelamente, si venga a concludere dalla formula C — —— , 

v 

che quanto maggiore è il bene altrui v tanto più piccolo è il valore 
morale dell’azione altruistica, il Meinong introduce l'esponente po- 

g k + c 

Iniziale k che cambia la formula potenziale in C - . Ma che 

si direbbe, osserva qui giustamente il Barili nella sua acuta recen¬ 
sione dell’opera del Meinong (nella Zeilschrift jiir Psychologie un ri 
Physiologie der Sinnesorgane, voi. X, fase. 1 e 2. p. 145-149), se 
in fisica si dovessero sempre aggiungere a una formula che si pre¬ 
sunte ricavata dall’osesrvazione dei fatti, nuovi fattori per adattarla 
ai fatti medesimi? se. per esempio, alla formula della forza viva 

1 

— m v*, si dovesse aggiungere in corso di applicazione un termine 

2 

1 

nuovo ebe la rendesse, poniamo: — m k v * 1 2 ? 

2 



168 


I valori umani 


individuale, divenne un dato obbiettivo, materia di 
conoscenza, una certa realtà morale: l’alto o la 
disposizione altruistica, considerali nei loro scopi. 
L’altra conseguenza: lo spostamento del soggetto 
del valore morale dall’individuo, che è sede della 
coscienza e del valore morale, in un terzo soggetto, 
spettatore disinteressalo, o un altro individuo o la 
collettività. 

Può bene darsi, secondo il Meinong, che il sog¬ 
getto e l’oggetto ilei valore coincidano, cioè si riu¬ 
niscano nella stessa persona, ma anche in questo 
caso la coscienza del soggetto opererebbe come una 
proiezione di quella «Iella collettività! 

Ciascuno vede come sia artificioso un siffatto pro¬ 
cedimento, e come ne traspaia la preoccupazione di 
identificare la moralità coll'altruismo. Non neghia¬ 
mo che ci sia molto di vero nella necessità per il 
soggetto di rendersi estraneo ai propri stati, come 
condizione di serenità del giudizio morale, e nel 
criterio sociale del giudizio morale su noi stessi: 
ma neghiamo recisamente che tutta la morale sia 
questa: clic non sia possibile un valore morale sog¬ 
gettivo. senza alcun riferimento alla utilità collet¬ 
tiva; che l’io come tale, con tutti i suoi bisogni e le 
sue aspirazioni, sia escluso dal campo della morale, 
se non diventi una variabile dipendente dei biso¬ 
gni altrui! L’etica del Meinong, come scienza del 
valore che l’uomo ha per l’uomo, è figlia di una 
tendenza moderna assai diffusa, la quale non rico¬ 
nosce all’individuo fini propri, indipendenti da 


Esente critico delle teorie exposte 


IfiP 

quelli sociali. Questa negazione c conseguenza di 
quella degli scopi religiosi della vita, i quali prima 
assorbivano tutta l'individualità, incorrendo ncl- 
l’opposlo errore eli compendiare nel problema dei 
propri destini metempirici gl’interessi di tutta la 
realtà umana anche sociale. Ma negali quei fini, in 
quella loro assolutezza, nulla si è sostituito che li 
equivalesse, quando si è fatta rientrare tutta l’in¬ 
dividualità nella sfera della vita sociale empirica, 
senza riservare alla coscienza umana una sfera a 
se, uè riconoscerle destini suoi propri. 

Le moderne insorgenze deirindividualismo, per¬ 
sino nelle sue gradazioni' estreme verso il solipsismo 
e l'immoralismo, non hanno altra funzione stori¬ 
ca che «li riaffermare i diritti della coscienza sin¬ 
gola e autonoma, die si son dovuti troppo accomu¬ 
nare e socializzar»' (.‘1). 

Il criterio sociale «lei giudizio etico, preso a norma 
«lei valore e del dovere, doveva poi fornire al Mei- 
nong una base assai ristretta e insufficiente pei suoi 
concetti «leU'obbligazione e della responsabilità. 

Il concetto del dovere nel senso più rigoroso del¬ 
la parola si applicherebbe, secondo il Meinong, al¬ 
la categ«»ria degli atti « corretti », non più in là! 
La collettività si contenterebbe «li piccoli sacrifici 
e i doveri sociali si possono compiere con un picco¬ 
lo sforzo. Manca alla teoria di Meinong del dovere, 
appunto perchè solo socialmente intesa (e, aggiun- 


(3) Wundt. Ethik, voi. I. 




170 


I valori umani 


giamo, adeguata solatnto alle condizioni normali del¬ 
la vita di tutti i giorni), la possibilità di spiegare 
queirintimo senso ili obbligazione imperiosa, che 
per virtù propria spinge ai grandi sacrifìci, agli at¬ 
ti eroici, ed è il vero coefficiente di quella gran¬ 
dezza morale, che si sottrae al calcolo dell utilita¬ 
rismo, e ne oltrepassa tutte le previsioni empiriche. 

203. — Per l’Ehrenfels oggetto di approvazione 
o di disapprovazione, cioè di valutazione etica, so¬ 
no le disposizioni del sentimento utili o nocive al¬ 
l’interesse generale. Egli aderisce alla teoria uti¬ 
litaria con poche raodifìcazoni. TI parallelismo tra 
il valore o il non valore traslato delle disposizioni 
del sentimento socialmente utiTi o nocive e la loro 
valutazione etica positiva o negativa, non subireb¬ 
be che due alterazioni, ,quella dipendente dplla 
quantità, che dà luogo alla valutazione marginale, 
e l’altra relativa alla posizione storica particolare 
dei singoli valori, secondo che siano oltrepassati. 
normali o insorgenti. Esisterebbe poi una armonia 
naturale fra ciò ch’è valore traslato per la colletti¬ 
vità e ciò ch’è valore proprio per l’individuo, giac¬ 
ché questi solo proponendosi il bene generale può 
raggiungere la calma, la buona coscienza, la r e- 
licità, ecc. 

C’è in questa posizione teorica, come in quella 
del Meinong, la medesima preoccupazione di giun¬ 
gere a un dato obbiettivo e, in quanto tale, giu¬ 
dicalo universale e assoluto. Il modello dei vaio- 





Esame critico delle teorie esposte 


171 


ri economici {rii suggeriva il coefficiente dell’ob- 
biettivìtn; mentre l’imperativo categorico kantia¬ 
no gli imponeva quello dell’ assolutezza. Ne è ri¬ 
sultato un compromesso di valutazioni assolute, 
temperale dal giudizio empirico, dalla effettiva 
possibilità d’uua realizzazione utile. Esempio: 
l’utilità di un quantiun di egoismo. 

Tutta l’etica dell’Ehrenfels ha un tratto ottimi¬ 
stico, che, in quanto non è speranza dell’avvenire, 
ma interpretazione del passato e del presente, è. 
quanto meno, unilaterale. Egli non esita, per esem¬ 
pio, ad affermare, che le più alte spinte morali, 
se non funzionano di fronte alle più basse con l’as¬ 
solutezza di una decisione suprema, dànno pure 
nella maggioranza dei casi il tratto decisivo alle de¬ 
liberazioni della volontà (4). 

Intanto l’armonia fra l’etica individuale e l’uti¬ 
lità sociale è subito rotta, se si pensa, che non è ne¬ 
cessario, acciocché l’individuo raggiunga i suoi va¬ 
lori propri (pace dell’anima, sicura coscienza, feli¬ 
cità, ecc.), di aver compiuto ciò che è effettivamen¬ 
te utile alla collettività, ma di essere convinto di 
averlo compiuto. Massime nei casi d’insorgenza di 
valori, la cui valutazione sociale è incerta e che per¬ 
ciò dànno più occasione agli atti di fede e al ma¬ 
nifestarsi dell’eroismo e dello spirito di sacrificio, 
in contrasto coi valori dominanti nella propria so¬ 
cietà; la pace dell’anima, la sicura coscienza, la 


(4) Ibid., p. 101-102. 




172 


I valori umani 




felicità propria, possono persino associarsi coi piò 
grandi delilti (per esempio, i delitti politici). Vi¬ 
ceversa, l'uccisione di un tiranno può essere so¬ 
cialmente utilissima; dà però il titolo di eroe a 
chi viola la legge umana universale : non ammaz¬ 
zare? L’assassinio dei Reali di Serbia, era, secon¬ 
do la impudente dimostrazione che ne diede all’Eu¬ 
ropa Tex-primo ministro Gcorgewitch, giudica¬ 
lo necessario per salvare l’onore e l’avvenire del 
popolo serbo. Eppure la taccia di assassini conti¬ 
nua a gravare su coloro che presero parte alla or¬ 
ribile congiura e che la eseguirono con meditata 
ferocia da criminali. Come decidere il conflitto di 
queste valutazioni in base al solo principio della 
utilità generale? Si può ricorrere ai soliti periodi 
di transizione, ai soliti stali di equilibrio finale, 
ecc. Ma nessuno vi può ricorrere meno dcll’Ehren- 
fels, che ritiene non arbitrariamente modificabile la 
somma di bene e di male esistente nella società li¬ 
tuana, e crede nella persistenza delle atlitali valu¬ 
tazioni in ragione della « quantità di forza vitale » 
di cui romanità dispone. 

V’è pure nell’Ehrenfels un contrasto fra le due 
definizioni del valore in generale e del valore ino¬ 
rale. Valore ha ciò che noi appetiamo; valore mo¬ 
rale ciò che giova al benessere generale. Si può 
dire che noi appetiamo sempre, tutte le volte clic 
valutiamo il benessere generale? 

L’Ehrenfels conviene, che nella maggior parte dei 
casi la rappresentazione del benessere generale co- 


Emme critico delle teorie esposti e 


173 


ine fine, manca nell’individuo agente. Anche qui 
v’è dunque uno sdoppiamento tra la coscienza agen¬ 
te e la giudicante, il quale conduce alla sostantiva 
zione del valore morale in date qualità, e alla crea¬ 
zione di un soggetto fittizio del valore, superiore alla 
personalità morale. Non si nega che ciò possa av¬ 
venire, anzi è proprio «leile morali inferiori attinge¬ 
re il criterio del giudizio della condotta soltanto al¬ 
le intuizioni dominanti nella collettività. Ma una 
definizione siffatta non può aspirare a divenire uni¬ 
versale, perchè trascura un momento essenzialissi¬ 
mo della morale superiore, il carattere di autono¬ 
mia inorale che meste sempre più la personalità. 

Per questo non aderiamo, che con molte e molte 
riserve alla ingegnosa estensione della legge del- 
I utilità marginale fatta dall EhrenlYls dal campo dei 
beni economici a quello «lei beni morali. Questa 
equiparazione, malgrado le anahigie sotto certi a- 
spetti impressionanti, urta contro una grande in¬ 
conseguenza. 1 beni ecoinomici soggiacciono alla 
svalutazione particolare che proviene dal jmsses- 
so, dal godimento e dal consumo; laddove i beni 
morali, raggiunti, non si svalutano, ma si consoli¬ 
dano, si organizzami e formano la base di ulteriori 
sviluppi. fC comune l’osservazione che un bene ma¬ 
teriale posseduto, a misura che è usato, si viene e- 
conomicamenle svalutando, mentre conserva un po¬ 
sto nella estimazione del suo possessore, in quanto 
il valore economico cessante si viene integrando con 
iui valore di affezione, congiunto con l’abitudine di 



174 


/ valori umani 


servirsi di quel dato oggetto, con l’associazione di 
ricordi, ecc. Questa eccezione conferma la legge ge¬ 
nerale della progressiva svalulazione economica dei 
beni materiali, mentre avverrebbe in senso inverso 
una progressiva rivalutazione morale del bene stes:o, 
proprio in funzione diretta dell’uso e della dura¬ 
ta di questo. 

È un fatto che le qualità morali, lungi del per¬ 
dere, acquistano pregio e il loro possesso diviene 
tanto più prezioso, quanto più è duraturo e stabile 
nel generale consenso e conformismo. 

D’altronde la cosa si spiega facilmente in base al¬ 
lo stesso principio fondamentale dell’Ehrenfels, che 
fa della utilità sociale l’unità di misura dei valori 
morali. Quando una qualità morale diventa univer¬ 
sale e stabile, non cessa per questo di essere social¬ 
mente utile, anzi lo diventa nella massima misura 
auspicabile e auspicata. Inoltre essa diventa la base 
e il punto di partenza di ulteriori progressi morali. 
In altri termini i valori morali sono sempre positivi 
e non possono in alcun caso ridursi a zero, tanto me¬ 
no convertirsi in negativi. Sicché l’applicazione del¬ 
la legge dell’utilità marginale estesa alle qualità 
morali è in contradizione col principio dello stesso 
Autore, che identifica il valore morale coll’utilità 
sociale. 

La stima e la felicità proprie della personalità 
sarebbero esposte a ben gravi oscillazioni, se le 
qualità morali sottostassero alla stessa legge di sva¬ 
lutazione dei beni economici. 





Esame critico delle teorie esposte 


175 


il principio dell’utilità marginale, negli stretti li¬ 
miti in cui è applicabile alla moralità, cioè nella 
riduzione dei valori positivi, subisce non solo le mo¬ 
dificazioni proposte dall’Ehrenfels, ma anche que¬ 
sta, importantissima, che esso non si applica al¬ 
l’etica individuale, mentre la sua vera sede nel 
campo dell’economia è appunto l’economia indi¬ 
viduale! Perchè la detta legge si verifichi nel do¬ 
minio dei fatti morali, bisogna immaginare tutta la 
società come un solo soggetto, che giudichi del suo 
patrimonio morale, come l’individuo giudicherebbe 
dal suo patrimonio economico. E in questo senso è 
vero, che quanto più comuni si rendono certe vir¬ 
tù, tanto meno altamente sono quotate nella socie¬ 
tà. Si è potuto osservare, per esempio, nella recen¬ 
te guerra russo-giapponese una certa svalutazione 
degli atti di eroismo dovuta alla loro grande quan¬ 
tità e frequenza, svalutazione che appare tanto più 
ingiusta, se si confronta colla nostra continua ce¬ 
lebrazione del sacrifìcio di Pietro Micca. 

Non bisogna tuttavia confondere due fatti ben di¬ 
versi: l’uno il fenomeno di stanchezza dell’influen¬ 
za delle rappresentazioni e dei giudizi sul senti¬ 
mento e sulle emozioni; onde la ripetizione fre¬ 
quente di molte rappresentazioni uguali o simili 
provoca una reazione emotiva sempre più debole; 
l’altro il fenomeno della effettiva elevazione mora¬ 
le sociale, per cui certe qualità, che in una morale 
inferiore sono virtù rare, per esempio la temperan¬ 
za, il rispetto della legge, il rispetto della cosa pub- 


176 


I valori umani 


hlica, ecc. ; in una morale superiore appariscono co¬ 
me qualità corrette, utili, ma per se stesse non me¬ 
ritorie, benché la loro mancanza incorra in una ri¬ 
provazione di tanto più energica. 

Or mentre il momento della quantità è essenzia¬ 
le per la produzione del primo fenomeno, lo stcs 
so non può dirsi pel secondo, dove non la quantità 
per se stessa è in giuoco, ma la qualità morale, che 
si eleva, si raffina, si propone mete più alte. La 
svalutazione, se così può dirsi, delle qualità morali 
raggiunte non è mai assoluta, come quella di beni 
economici, che si offrano in quantità eccessiva (per 
esempio, l'acqua in una inondazione), ma relativa 
a qualità morali più alte, che su quelle si fondano. 
Manca nella teoria deH’Khrenfels un concetto del¬ 
la personalità umana nella quale tutte le proprietà 
morali e le virtù si integrino, si graduino, si diano 
reciproca luce e forza. Per applicare la legge del¬ 
l'utilità marginale l’Ehrenfels deve disintegrare gli 
attributi della personalità morale. Per poter loro 
applicare il criterio quantitativo deve considerarli 
isolatamente, e astrarre da quel bisogno morale uni¬ 
tario e organico, eh’è il fondamento della perso¬ 
nalità e al quale non può assegnarsi che un limite 
iniinilo. Questo bisogno permanente e non mai as¬ 
solutamente soddisfatto è quello che dà pregio co¬ 
stante e inalterabile a tutte le virtù, grandi e piccole, 
a tutte le qualità rare o comuni, perchè abbiano il 
loro posto e il loro ufficio nella armonica composi¬ 
zione della personalità e nel progresso morale ge¬ 
nerale. 



Esame critico delle teorie esposte 


177 


204. — Il Kriiger mise bene in rilievo, cpj mo- 
mento «Iella costanza, il carattere normativo o rego¬ 
latore della valutazione. Se non che l’Ehrenfels 
avrebbe potuto replicare, che le singole appetizioni 
costituiscono valori transitori, momentanei, anche 
effimeri, ma pur sempre dei valori, mentre quelle 
costanti corrispondono ai valori più stabili. La defi¬ 
nizione dell’Ehrenfels avrebbe quindi il pregio di 
essere più comprensiva, una volta supposto pur nel¬ 
la singola appetizione un grado minimale di leu 
denza a persistere, a regolare, ad agire normativa¬ 
mente. 

D’altra parte il Kriiger nel corso delle sue ri¬ 
cerche intorno all’assoluto ertico, si è dimenticato 
del carattere relazionale e funzionale, o secondo la 
terminologia kantiana formule, del fondamento da 
lui dato ai fenomeni del valore e ha finito coll’i- 
dentifieare .cioè col sostantivare l’assoluto etico nel¬ 
la funzione valutativa stessa. 

Si possono inoltre muovere al Kriiger varie ob¬ 
biezioni. 

L’analogia tra la formazione del valore e la for¬ 
mazione del concetto non è esatta, se per concetto 
s'intende solo un concetto generale, perchè la va¬ 
lutazione è anzi eminentemente individuatrice. Ap¬ 
plicata ai concetti e alle valutazioni individuali, 
l’analogia può indurre in un equivoco, se per con¬ 
dizione della valutazione si considera l’integrazio¬ 
ne di varie appetizioni, analogamente alla integra¬ 


li 


178 


I valori umani 


zione di molteplici rappresentazioni nel concetto; e 
ciò perchè l’appetizione può essere una sola e ben 
chiara e distinta, laddove le rappresentazioni pos¬ 
sono venire concettualizzate. solo quando sono mol¬ 
te e. nella loro similarità, anche varie. 

Il Kriiger ha certo visto bene, che l’unica via per 
superare l’eudemonismo etico è l’introduzione del 
concetto del valore. Ma siccome egli non concepi¬ 
sce la possibilità di valori morali relativi, senza che 
abbiano il fondamento comune in un valore asso¬ 
luto, si pone alla ricerca di questo assoluto etico, e 
lo trova nella stessa capacità di valutare, quindi in 
un’attività funzionale, astraendo da qualsiasi con¬ 
tenuto, cui essa si applichi. Quanto più grande è 
questa capacità, tanto più alta, più sviluppata, più 
progredita, più evoluta è la coscienza. Ciò è esatto 
funzionalmente, ma non ci dà ancora il criterio per 
distinguere bene e male. 

La teoria del valore assoluto del Kriiger ha una 
importanza pragmatistica grandissima, ma non ri¬ 
solve il problema proposto. Le grandi personalità, 
che hanno stampato più vasta orma di sè nella sto¬ 
ria umana, si possono senza dubbio considerare co¬ 
me coscienze capaci di una eccezionale potenza va¬ 
lutativa. La loro grandezza si può persino calcolare 
in funzione (e qui ha ragione il Kriiger) colla lo¬ 
ro capacità di reagire con poderose valutazioni a 
tutte le influenze del loro ambiente, dei loro tempi, 
di tutta la storia anteriore. Solo che, riconosciuto 
questo, innalzata la funzione meramente relaziona- 





Esame critico delle teorie esposte 


179 


le a categoria, fattane anzi una specie d ’imperativo 
categorico funzionale , non si è ancora neppure af¬ 
frontato il problema del giudizio morale di quelle 
personalità, nè relativo, nè assoluto. Alessandro, 
Attila, Cesare Borgia, Napoleone, sono senza dub¬ 
bio tipi umani che hanno posseduto in altissimo gra¬ 
do « energia di valutazione ». Nondimeno il giudi¬ 
zio morale della loro personalità o lascia perplessi, 
o è risolutamente contrario. Oppure si deve ammet¬ 
tere una specie di armonia prestabilita tra lo svilup¬ 
po più fecondo e possente della capacità di valuta¬ 
re e l’utilità sociale? tra esso e il bene morale in¬ 
trinsecamente considerato? L’esperienza non con¬ 
ferma questa ipotesi, nè il Kriiger ci dà un concet¬ 
to così largo del bene morale, da comprendervi tutti 
i grandi atti valutativi in quanto tali. 

0 il Kriiger vuol dire semplicemente che la con¬ 
dizione necessaria per applicare un giudizio valu¬ 
tativo morale a un individuo è che questi possieda 
esso stesso, in una qualche misura, non importa se 
grande o piccola, la capacità di valutare? Questo 
principio sarebbe giustissimo. Potremmo anzi sog¬ 
giungere, che la responsabilità morale si deve com¬ 
misurare alla potestà valutativa dell’individuo agen¬ 
te. Ma con ciò saremmo ancora sempre al presup¬ 
posto funzionale e non avremmo ancora trovato il 
criterio differenziale del valore e del non valore 
etico; avremmo semplicemente espresso in termini 
diversi il rapporto tra il valore di una personalità o 
delle sue azioni e il grado di coscienza delle sue 


180 


/ valori umani 


reazioni coscienti t volontarie. 

Quale sarebbe dunque il nuovo fondamento as¬ 
soluto della morale? Assolutamente prezioso sareb¬ 
be pel Kriiger che l’uomo valutasse il più possibile 
e col massimo grado di coscienza. Ma con ciò ci 
troviamo di nuovo nel campo indefinito dove han¬ 
no luogo le molte opposizioni tra il bene e il male, 
senza possedere ancora un criterio qualsiasi per di¬ 
stinguere ciò ch’è degno di approvazione da ciò che 
merita biasimo. 

2^5. L Hòffding riconobbe, che tutta la vita 
morale si svolge nel dominio delle valutazioni uma¬ 
ne, ammise però la variabilità dei valori da indivi¬ 
duo a individuo, e per lo stesso individuo nei di¬ 
versi tempi, e postulò la necessità di un valore fon¬ 
damentale , cui tutti gli altri in ogni caso siano su¬ 
bordinati. 

Il principio di continuità prende nella filosofia 
dell Ilòffding il posto che di solito si conferisce al 
momento dell'integrazione progressiva nella filoso¬ 
fia dell evoluzione. Esso è uno schema che si ap¬ 
plica non solo al divenire della coscienza, e paral¬ 
lelamente ai fenomeni dell’essere e del conoscere; 
ina anche ai fenomeni morali e religiosi. La per¬ 
sonalità etica presuppone la continuità degli stati 
psichici, e la capacità astratta di subordinare a un 
solo valore fondamentale tutti i valori particolari e 
momentanei. 

Questo schema non è erroneo, non è neppure 



Esame critico delle teorie esitaste 


181 


nuovo, forse non ci dà che un nuovo termine per 
un vecchio concetto. Essenziale è per la nostra ana¬ 
lisi il constatare, che la relatività soggettiva del va¬ 
lore non implica per l’Hdffding la negazione della 
realtà oggettiva del valore stesso. Valore ha tutto 
ciò che appaga un bisogno, valore ha la continuità 
nella personalità, valore ha pure il principio fon¬ 
damentale cui la continuità s’informa, valore han¬ 
no le altre personalità. Come si vede, il concetto 
del valore non è in Hòffding sufficientemente analiz¬ 
zalo e definito, c prende diversi atteggiamenti non 
tutti armonizzabili fra loro. In ogni caso il valore 
è sempre per l’Hoffding una parte componente del¬ 
la realtà, che l’esperienza ci fa conoscere, in noi e 
fuori di noi. 

206. — Meno critico ancora è il concetto «lei va¬ 
lore nell'elica del Lipps. Vi sono valori di cose c 
valori di persone, e v’è un sentimento del valore 
proprio e un sentimento del valore altrui. Tutte le 
analisi del Lipps tendono a dimostrare, che c’è in 
noi la possibilità di sentire il valore di beni parti¬ 
colari altrui e dell’altrui personalità colla stessa im¬ 
mediatezza, colla quale sentiamo i nostri valori 
egoistici e il valore della nostra personalità. Ma il 
valore è una qualità intrinseca delle cose, avente 
una realtà obbiettiva e da noi appressa o nella espe¬ 
rienza diretta, se si tratta di valori propri, o me¬ 
diante VEinfiihlunp se si tratta di valori altrui. Sia¬ 
mo, come si vede, in piena ontologia del valore. 


182 


I valori umani 


Ciò non toglie però merito a molte acute osserva¬ 
zioni, che i! Lipps ha fatto sul modo in cui il sen¬ 
timento della valutazione si comunica da individuo 
a individuo, e sulle conseguenze del sentimento del 
proprio valore, una volta affermatosi come ceulro 
della personalità. 

207. — Il problema trattato dal Tarozzi è di or¬ 
dine metodologico. Può la psicologia dare una di¬ 
mostrazione positiva e compiuta dei valori morali? 
Il problema equivale secondo il Tarozzi a quello: 
se sia possibile un’etica fondata unicamente sulla 
scienza. I due problemi, in verità, non si possono 
identificare, come il Tarozzi stesso bene avvertiva, 
là dove ammetteva la possibilità di un"'interpretazio¬ 
ne psicologica e antropologica del fine etico, anche 
se imposto altrimenti che in base a una dimostrazio¬ 
ne scientifica. 

La prima domanda del Tarozzi ha già avuto una 
risposta affermativa da tutti coloro, che hanno lavo¬ 
ralo a dare un fondamento psicologico al concetto 
del valore, dal Meinong in poi. Noi aderiamo piena¬ 
mente a questo indirizzo, colla sola riserva, che bi¬ 
sogna estendere il campo delle ricerche dalla psico¬ 
logia alla biologia, se si vuol trovare una dimostra¬ 
zione compiuta dei fenomeni del valore. Ciò è stato 
per altro ammesso anche dal Tarozzi, il quale, pur 
avendo inizialmnete domandato soltanto, se i risul¬ 
tati dell’indagine psicologica fossero capaci di ser¬ 
vire di fondamento e di criterio nella determinazio- 




Esimie critico delle teorie esposte 


183 


ne del valore etico, trovò poi opportuno, nel corso 
della discussione, di aggiungere ai dati della psico¬ 
logia quelli de\V antropologia. 

Una volta posta l’etica alla dipendenza della psi¬ 
cologia, non intendiamo però come il Tarozzi escili 
da a priori , che i risultati che la psicologia ci po¬ 
trà offrire non avranno valore di modificazione del 
contenuto normativo della morale. — La norma 
« non uccidere » apparterrà sempre, così il Taroz 
zi. al contenuto normativo della morale, qualunque 
conclusione possa trarre la psicologia intorno agl'i¬ 
stinti di pugnacità e di ferocia. Qui non oempren- 
diamo più l’ufficio della psicologia, la quale dovreb¬ 
be fornire « il fondamento e il criterio nella deter 
Turnazione del valore etico delle azioni umane e nel¬ 
l’apprezzamento etico degl’individui umani ». Si 
può dare questo fondamento e questo criterio senza 
alterare l’efficienza normativa di una determinata 
valutazione? F, se si dimostrasse non psicologicamen¬ 
te, ma antropologicamente, che la crudeltà fosse più 
utile della mansuetudine, che la sfrenata concor¬ 
renza vitale avesse un più alto valore della tolleran¬ 
za e del sacrificio, in virtù di quale altro principio 
solamente psicologico manterrebbe la sua autorità 
normativa il comando : « non uccidere » « ama il 
tuo prossimo » ecc, ? 

Il Tarozzi ha visto bene, che certe norme morali 
hanno un carattere di universalità e di necessità, 
per cui possono essere innalzate al rango di una 
legge morale tanto ineccettuabile quanto una legge 


184 


I valori umani 


scientifica. Solo che egli ne ha cercato il fondamen¬ 
to solo nella scienza psicologica, e in couchiu- 
sione nell’analisi della soggettività umana, ri¬ 
schiando di cadere nel relativismo, senza suggerire 
alcun criterio per uscirne, alla ricerca di quell’as¬ 
soluto elico in cui servigio egli vuol mobilitala la 
scienza. 

208. - l*er il Calò « il sentimento è la vera real¬ 
tà etica, poiché è esso che serve a caratterizzare 
qualsiasi abbietto di giudizio etico ». Qui parrebbe 
che l’obbietto del giudizio sia il sentimento, invere 
il sentimento non sarebbe per il Calò che il criterio 
soggettivo secondo il quale si giudica. Infatti egli 
così continua: « in ultima analisi ogni giudizio eti¬ 
co si riduce all’approvazione o disapprovazione d’un 
sentimento, d’un istinto, d’una volizione, di un’a¬ 
zione ». La realtà etica è dunque il sentimento, l’i 
stinto, la volizione, l’azione, c l’altro sentimento, 
clic è il criterio soggettivo del giudizio morale, non 
è il sentimento in generale, ma quello di approva¬ 
zione o di disapprovazione, o sentimento del valo¬ 
re, positivo e negativo. 

Non poco ha nociuto alla esattezza ed evidenza 
delle proposizioni del Calò il non avere latto al¬ 
cuna distinzione fra il fenomeno della valutazione 
in generale e la valutazione etica. Sembra anzi che 
egli tratti i due fenomeni come tutt’una cosa, e che. 
salvo una speciale categoria di valori estetici, tulli 
gli altri valori siano valori morali. Da ciò varie af- 





Esame critico delle teorie esposte 


185 


formazioni, che prese in senso generale sono ine¬ 
satte. 

Il Calò attribuisce per esempio al sentimento del 
valore un potere gerarchico. Il sentimento ilei va¬ 
lore, egli dice, appunto perchè tale, si pone come 
norma della realtà interiore e dispone gerarchica¬ 
mente i vari istinti, le varie tendenze, ecc. « L’am¬ 
mettere un sentimento del valore, il quale non ah 
Ina alcuna presa sui vari elementi onde risulta l’at¬ 
tività pratica, è altrettanto assurdo quanto ammet¬ 
tere, ad esempio, uno spazio, che non sia forma or¬ 
dinatrice della realtà esterna o un principio di cau¬ 
sa a cui non sia subordinato il vario del divenire 
fenomenico ». In termini così generali quest’affer¬ 
mazione è troppo assoluta, giacché se è proprio di 
ogni stalo valutativo l’andar congiunto con appeti¬ 
zioni di diverso grado, in ciò non si può vedere 
ancora nè una norma interiore, nè una disposizione 
gerarchica dei vari istinti c delle varie tendenze. 
Questi fenomeni appartengono solo alla coscienza 
monde e, in forma così compiuta, soltanto alla co¬ 
scienza di una personalità definitivamente costi¬ 
tuita. 

Il sentimento del valore sarebbe inoltre tale da 
contrapporre all'esistenza di fallo un’esistenza di 
diritto. 11 sentimento del l'obbligatorietà lo accom¬ 
pagnerebbe necessariamente. La prima proposizio¬ 
ne si può ammettere nel senso, che è proprio di 
ogni reazione valutativa negativa la tendenza a mo¬ 
dificare la realtà, ma il momento deU’obbligatorie- 



186 


/ valori umani 


tà non è parte integrante e necessaria del sentimen¬ 
to del valore come tale. Ciò non si può dire nep¬ 
pure di tutte le valutazioni morali, ma solo di quel¬ 
le che si riferiscono alla nostra condotta, con ca¬ 
rattere imperativo. 

Analoga identificazione dei caratteri de! senti¬ 
mento del valore in generale con quelli del valore 
morale, si riscontra là dove il Calò nota in che si 
distingua il sentimento del valore « dal piacere e 
dal dispiacere ». Così, ad esempio, non si può dire 
della valutazione in generale, nè che oltrepassi la 
sfera dell’utilità e del benessere individuali, nè che 
abbia sempre un oggetto ben noto, nè che « la fun¬ 
zione conoscitiva prepari sempre il terreno, su cui 
possa esercitarsi la funzione apprezzativa ». Que¬ 
ste determinazioni sono proprie solo di talune, non 
di tutte le diverse funzioni valutative. 

Per altro il Calò non è uscito da queste afferma¬ 
zioni generali : che concetto fondamentale dell’eti¬ 
ca sia il concetto del valore e che il valore consi¬ 
sta nel sentimento di approvazione e di disappro¬ 
vazione; affermazioni, come risulta da tutto quan¬ 
to abbiamo precedentemente svolto, nè nuove, nè 
esaurienti. 

209. — Nell’applicazione della legge dell’utilità 
marginale alla morale il Calderoni è andato molto 
più in là deH’Ehrenfels, giacché questi negava che 
quella legge si potesse estendere ai non-valori mo¬ 
rali, mentre il Calderoni non fa riserva alcuna e 




Esame critico delle teorie esposte 


187 


ammette, che, sotto dati rapporti puramente quan¬ 
titativi , il vizio può diventare una virtù e la virili 
un vizio; o più precisamente le azioni virtuose pos¬ 
sono rappresentare dei valori negativi, e le viziose 
dei valori positivi. 

Questo criterio di assoluta indifferenza verso il 
contenuto della moralità, questa nozione dei rap¬ 
porti fra Adrtù e vizio, fra valore e non valore mo¬ 
rale, divelti dal substrato biologico e sociale che 
li determina, ci sembrano inaccettabili, perchè arbi¬ 
trari. L’esperienza conferma, lult’al più, che la 
valutazione di certe proprietà morali diventa meno 
alta, se queste proprietà da eccezionali diventano 
comuni; ma non ci ha ancora mostrato un solo caso, 
in cui il generalizzarsi di una proprietà morale, ne 
abbia cambiato il segno del valore da positivo in ne¬ 
gativo. La riduzione del valore delle proprietà dive¬ 
nute comuni è condizione di progresso morale; ma 
è fantastico e assurdo immaginare che questo pro¬ 
gresso implichi un’inversione dei valori consoli¬ 
dati nella coscienza morale. 

La confutazione, che il Calderoni poi crede di 
poter fare della legge morale di Kant in base al 
principio dell’utilità marginale, non si regge nean¬ 
che ammesso che questo principio abbia validità 
assoluta nel campo morale. La legge di Kant non 
prescrive che tutti facciano la stessa cosa, ma che 
ciascuno faccia quello che egli potrebbe pretende¬ 
re, che ciascun altro facesse al suo posto. Così nel 
caso della barca sopraccarica, data l’opportunità 






188 


I valori umani 


di sedersi dalla parie ove è il minor numero di tra¬ 
gittanti, ehi vorrà seguire la legge morale di Kanl, 
dovrà sedersi appunto da questa parte e non da 
quella ove è il maggior numero di altre persone, 
giacche nessuno può volere come regola di condot¬ 
ta universale, clic i tragittanti di una barca si di¬ 
spongano cosi stupidamente da farla capovolgere. 
Il principio: « One righi man in thè righi place and 
no more » non è adunque contro, ma a favore del¬ 
la legge kantiana. 

Questo errore d’interpretazione della legge di 
Kant è del resto più comune di quanto si creda. An¬ 
che il Paniseli nel suo « Kanl >i propone il caso 
del fanatico religioso che perseguili per dovere gli 
infedeli. E', domanda se iu questo caso il fanatico 
non possa pure invocare in suo favore la legge mo¬ 
rale di Kanl. Che si ponga però il problema nei 
suoi termini universali, e si chieda se c lecito a 
qualsiasi fanatico, per qualsiasi fede, di persegui¬ 
tare i non correligionari, e allora la risposta non 
potrà essere che negativa (5). 

Più originale e significativo è il parallelismo i- 
stituito dal Calderoni fra i fenomeni di rendita c 
quelli della estimazione sociale in base a una legge 
morale comune a tutti. Si può anzi convenire col 
Calderoni, che dato un unico criterio sociale di giu¬ 
dizio morale (alla stessa maniera che un unico prez¬ 
zo medio nel mercato), v'è ehi guadagna e ehi perde. 


(5) Vedi il mio TuRvndbegrill bei Kanl, parie III, § 8. 





Esame critico delle teorie esposte 


lue 

chi guadagna di più c chi meno, chi perde di più 
o di meno, come già ave\a notalo I’Hoffding, pur 
senza applicare il concetto della rendita. Se si mette 
la moralità solo in rapporto colla valutazione socia 
le corrente, non è improprio parlare di un diver¬ 
so costo ili produzione della virtù e di una diversa 
rendita morale. Ma come nell economia si hanno, 
oltre ai casi «li prezzi medi, anche «piedi di prezzi 
singolari, esattamente rispondenti al valore di un 
dato bene, prodotto in circostanze speciali; così pu¬ 
re nei giudizi morali non si possono escludere i ca¬ 
si, in cui la stima corrisponda esattamente al me¬ 
rito. 

Inoltre la vita morale non si può solo osservare 
«lai lat«i della media dei giudizi correnti in una so¬ 
cietà. Accanto a questo giudizio grossolano, appros 
sanativo e sempre più «> meno inesatto vi è quello 
assai squisito e preciso che dà la propria coscien¬ 
za, il quale ha per lo meno altrettanta realtà feno¬ 
menica, quanto quello sociale corrente, e non può 
essere ridolt.» arbitrariamente a una pura illusione: 
e v’c pure il giudizio tipo che si attribuisce ad una 
società migliore, o alla parte migliore della società 
attuale, o a talune personalità più altamente stima¬ 
le; e in tali giudizi non v è inganno possibile: le 
Incili virtù non dàttilo luogo a rendita, e le diffici¬ 
li hanno il loro equo compenso morale. Guai se la 
vita morale si dovesse regolare in base alle leggi «Iel¬ 
la rendita. se non fosse possibile altra guida nella 
produzione della virtù, che il prezzo medio statisti- 



190 


/ valori umani 


co sul mercato dei valori morali, e la ricerca di uti¬ 
lità marginali! Una tale economia morale manche¬ 
rebbe del precipuo ed essenziale fattore del valore 
etico: la sincerità. Tutta la vita morale sarebbe una 
inutile commedia e l’abito morale si potrebbe alla 
fine smettere, come una ipocrisia incapace d’ingan¬ 
nare più alcuno. Se esiste una « indifferenza del 
mercato dei beni » il mercato morale non è mai 
indifferente e non ammette, per definizione, nè la 
fraudolenza, nè il sopraprofitto, nè... la rendita. 

Fatte queste riserve, non neghiamo che abbia un 
grande interesse il tentativo di trovare analogie fra 
le valutazioni economiche e le morali. — Si può 
anzi prevedere che i punti di contatto siano molto 
numerosi, e non tanto per ragioni di materia come 
ammise il Calderoni (6), ricascando nell’ontologia 
dei valori generali e morali; quanto per l’intima 
unità subbiettiva dei processi valutativi. — Le leg¬ 
gi della circolazione della moneta offrono, fra l’al¬ 
tro, analogie impressionanti colla circolazione dei 
giudizi morali. Come, ad esempio, in un mercato, 
per la nota legge di Gresham, la moneta catt'.vr 
scaccia sempre la buona, sicché in un paese, po¬ 
niamo, con circolazione cartacea, la moneta d’oro 
è accolta con diffidenza e forse anche respinta; cosi 
pure in una società assuefatta a giudizi morali bas¬ 
si, i valori morali autentici non circolano, la vera 
virtù è oggetto di dubbi, di maligne interpretazio- 


(6) Disarmonie, etc., p. 5-8. 




Esame critico delle teorie esposte 


161 


ni e spesso finisce col non essere affatto riconosciu¬ 
ta. Tu questi casi il volersi provare a far crede¬ 
re a una azione genuinamente virtuosa, può essere 
altrettanto difficile, quanto il far accettare un pez¬ 
zo da cento lire in oro in un mercato che non ne 
ha mai visti. 

Le analogie, ripetiamo, si possono moltiplicare, 
e non crediamo che sia argomento di pura curiosi 
tà ricercarle e descriverle, perchè esse poggiano, 
in gran parte dei casi, in atteggiamenti e procedi¬ 
menti identici del soggetto delle valutazioni. 

Ma guai ad essere conseguenziari in queste ana¬ 
logie. Ad applicare il criterio del costo di produzio¬ 
ne e il principio della rendita nel campo morale, 
le nature disposte nativamente alla santità sarebbero 
meno meritevoli della stima di cui godono delle 
nature mediocri, stentate esecutrici dei propri do¬ 
veri elementari. 





SAGGIO DT UNA TEORIA DEI VAI ORI MORALI 


210. — Prima di entrare definitivamente in ar¬ 
gomento, conviene togliere un dubbio preliminare. 

!*.' possibile introdurre nell’etica il concetto del 
valore? Non ne dubiteremmo punto, se filosofi del 
l’autorità de! Cohen non l’avessero negalo. 

Il valore, egli dice, citando Kant, è il valore di 
mercato. Le cose hanno valore, cioè un prezzo. 
La persona non ha valore, ha dignità ( I ). E al¬ 
trove: il valore è la categoria dello scambio (2). 

In verità Kant non opponeva il concetto del va¬ 
lore (Wert), ma il concetto di prezzo, a quello di 
dignità. Nel regno degli scopi, così diceva, tutto ha 
o un prezzo (Preis) o dignità (Wiirde). Ha un prez¬ 
zo ciò, al cui posto può sostituirsi qualche altra co¬ 
sa equivalente; al contrario, ciò che sta al disopra 
di ogni prezzo, e non ammette alcun equivalente, 
ha dignità (3). 

(1) Elhik il. reini'n fl'illenx, p. 305. (2) Ibid.. p. 571. 

(3) CrundleguiiK zur Mctaphysik dor Sitten, Op. ed. Rartenstein, 
voi. IV. pagina 282 e seg. Altrove Kant distingue il valore relativo, 
che chiama anche prezzo, dal valore intrinseco, che chiama digni¬ 
tà: “ das was die Bedingung ausmaeht, unler der ullein etwas Zweck 
an sich selbst sein kann, hat nicht blos einen relativen Wert, d. i. 




Saggio di una teoria dei vatori morali 


193 


Ciò che rende il Cohen ostile all’uso del concet¬ 
to del valore nella inorale, è il timore che si iden¬ 
tifichi il valore col piacere, il non-valore colla pe¬ 
na, e si faccia così della morale una economia del 
piacere (4). 

Noi abbiamo però potuto constatare, nel corso 
delle nostre analisi, che ìmn è assolutamente ne¬ 
cessario dare un contenuto edonistico al concetìo 
del valore. Il dibattilo si riduce quindi ad una pu¬ 
ra quistione di parole. 

Noi crediamo, che sia più conveniente usare il 
termine « valore », perchè più comprensivo di 
quello di « dignità », e più idoneo quindi a indi¬ 
care gradazioni morali, alle quali l’altra denomi¬ 
nazione mal si adatterebbe. È anche utile, per l’u¬ 
nità della terminologia scientifica, mantenere nel¬ 
la morale la stessa denominazione di un concetto, 
che essa ha indubbiamente comune, salvo le ca¬ 
ratteristiche sue differenziali, con varie altre disci¬ 
pline. 


211. — Noi abbiamo definito il valore come li¬ 
na funzione dell interesse, cioè della reazione to- 


eineu l’reis, sonderà einitri intiera Werl, d. i. Wiirde ”. Metaphysilt 
der Silten. voi. VII, p. 270 e seg. E nell 'Anthropologie egli dice 
.!.<• l'ingegno ha un prezzo di mercato, ii temperamento un prezzo 
di affezione, il carattere un valore intrinseco (einen innern Wert) 
ed è superiore ad ogni prezzo, voi. VII, p. 614. 

(4) Op. cit., p. 154-156: “ S'ichts Ut abgeschmaekter und wider- 
vvarliger als die Verbindung von Lust und Unlust mit dieserò 
Grundgedanken der politischen Oekonomie ". 


13 



/ valori umani 


194 

tale dell’io a una causa, che ne modifichi la co¬ 
scienza. 

Trattasi ora di scoprire il carattere differenziale, 
che conlradistingue la reazione morale dalle altre 
forme d’interesse, e quindi degli altri fenomeni di 
valutazione, di cui è suscettibile il soggetto. 

Ora a noi sembra, che il tratto caratteristico del¬ 
la reazione morale sia il riferimento di un oggetto 
particolare d’interesse al concetto fondamentale, 
esplicito o implicito, che si ha della vita nella to¬ 
talità dei suoi scopi. 

Nei giudizi morali è tutta la vita in questione, 
ma si badi bene, non la vita com’essa si svolge bio¬ 
logicamente, ma la vita secondo il concetto che noi 
ci formiamo di essa e dei suoi fini generali e parti¬ 
colari, attuali e futuri. 

Questa formula è la più astratta pensabile, ma 
può applicarsi a qualsiasi tipo di vita morale e a 
qualunque fase della evoluzione umana. Essa espri¬ 
me mia relazione funzionale tra due Variabili indi - 
pendenti, entrambe fondamentali, entrambe deter¬ 
minanti di ciascun valore morale e di ciascun siste¬ 
ma di valori morali. 

Nessuna esperienza morale le sfugge. Tutte vi so¬ 
no comprese e ricevono dalla formula da noi com¬ 
posta la definizione più semplice e completa al 
tempo stesso. Con essa siamo pervenuti alla radi 
ce, alla matrice di tutta l’esperienza morale, che 
può essere non soltanto compendiata, ma persino 
misurata alla stregua della relazione funzionale 




Saggio di una teoria dei valori morali 


105 

scoperta, costante e variabile a un tempo. Tale re¬ 
lazione è veramente la coordinata massima nella 
(piale noi possiamo risolvere e subsumere tutta l’e¬ 
sperienza murale, tutta la vita e tutta la storia dei 
valori morali. 

[1 concetto della vita (presa nella totalità dei suoi 
scopi), non importa se esplicitamente e chiaramen¬ 
te formulato o implicitamente presupposto, è il ve¬ 
ro fondamento di tutti i giudizi etici, di ogni cri¬ 
terio del bene e del male, di ogni sentimento di 
approvazione o di disapprovazione, di ogni valuta¬ 
zione morale positiva o negativa. E questo fonda¬ 
mento, ch’è insieme necessario e sufficiente, è an¬ 
che in ciascun suo momento assoluto e relativo; as¬ 
soluto, perchè immancabile e costitutivo di tutta 
l’esperienza morale; relativo perchè soggetto a in¬ 
finite variazioni storiche e individuali. Ma una vol¬ 
ta fissato, malgrado tutta la sua condizionabilità, 
tutte le sue dipendenze soggettive e oggettive, per¬ 
sonali e sociali, attuali e storiche, quel concetto, di¬ 
venuto l’unità di misura del valore della vita, a- 
gisce come un principio assoluto nella determina¬ 
zione dei valori dipendenti, e non c’è momento par¬ 
ticolare o generale della vita, che non si possa riva¬ 
lutare, anche se già valutato sotto altra specie, sot¬ 
to l’aspetto morale. 11 rigorismo stoico e kantiano 
trova così la più piana spiegazione. Non lutto ha 
necessariamente un valore morale, ma lo acquista 
nel momento stesso, che vien posto in rapporto col 
concetto della vita. Tutti i beni possono rientrare, 


196 


I valori umani 


secondo il rigorismo stoico, nella categoria delle 
cose adì Afora o indifferenti, il piacere, la ricche/- 
za, la fama, la salute e persino la vita stessa, quan¬ 
do non siano considerale in funzione del concetto 
fondamentale della vita e si astragga dal loro rap- 
porto con questo. Viceversa nessun momento della 
vita, per indifferente che appaia, sfugge al giudizio 
morale, al rigorismo etico, quando il concetto della 
vita sia presente e operante. In questa affermazione 
estrema troviamo la conferma che la base di qual¬ 
siasi valutazione morale è non la vita stessa, ma il 
concetto che si ha della vita. 

-1-- — Abbiamo detto che nel giudizio morale 
è in quislione la vita, non come fatto biologico, 
ma secondo il concetto che noi ce ne facciamo. In¬ 
tatti, coloro che hanno definito il bene e il male 
come ciò che favorisce od ostacola la vita biologi¬ 
camente intesa, hanno obbedito a un postulato im¬ 
plicito. che cioè la vita biologica meriti di essere 
vissuta; sia anzi il valore-base, il valore fondamen¬ 
tale capace di condizionare ogni altra valutazione. 
Rd essi hanno ragione, in quanto questo postula¬ 
to è pure quello più comunemente accettato e sol 
tinteso dalla maggioranza degli uomini. Ma non 
è il solo postulato possibile, e si può pensare un’e¬ 
tica, che tenda a superare il limite della pura di¬ 
pendenza biologica, ad affrancare lo spirito dai bi¬ 
sogni, dalle comuni leggi del piacere e del dolore, 
a costituire un tipo di esistenza sopraordinato al- 




Saggio di una teoria dei valori morali 


197 


l;i realtà semplicemente fisiologica, e in questi ca¬ 
si l’equivalenza tra Lene o male e utilità o danno 
biologico più non si regge. 

La nostra formula esprime colla massima evi¬ 
denza ciò che è caratteristico del problema morale : 
la possibilità cioè di sovrapporre alla realtà natu¬ 
rale. biologica, un convello della vita, clic di pro¬ 
pria autorità confermi o modifichi questa realtà, 
la indirizzi verso nuovi sviluppi, verso nuovi desti 
ni, comunque concepiti, siano cioè destini umani 
o superumani, empirici o metempirici, prossimi o 
lontani, contingenti o eterni. 

Comunque la massa degli uomini sottostia incon¬ 
sciamente alle determinazioni delle necessità biolo¬ 
giche, e non veda oltre queste necessità, accettando 
le come il termine assoluto e morale di ogni azio¬ 
ne; il problema morale, in ciò ch’esso ha di più 
vivo e di più significante, è il problema di nuovi 
esperimenti colla vita, il problema di nuove pos¬ 
sibilità umane, di adattamenti nuovi del reale all’i¬ 
deale; è il problema della autonomia umana nel 
suo divenire, di una nuova realtà originalmente 
e volontariamente umana, di un mondo di valori 
umani, che si viene formando: di un processo li¬ 
mano che si viene svolgendo sotto l’influenza d’in¬ 
tuizioni spesso in lotta tra loro, e il cui campo di 
dimostrazione non è il passato, ma l’avvenire, non 
ciò che fu, ma ciò che si vuole che sia, non l’es¬ 
sere, ma il dovere. E se teatro di questa lotta è la 
natura umana, il senso della lotta è il superamento 





198 


I valori umani 


di questa realtà come valore, cioè in un ordine di 
valutazioni originalmente umane. 

Che se poi lotta non c’è, come in tutte le etiche 
naturalistiche, edonistiche e simili, ciò vuol dire che 
qui si fa coincidere il concetto della vita col fatto 
puro e semplice del vivere secondo natura, a pia¬ 
cere. 

Per questo crediamo di poter affermare nei ter¬ 
mini più universali, sì da comprendervi ogni intui¬ 
zione etica possibile, che il sistema di riferimen¬ 
ti di tutte le valutazioni morali, la loro coordinata 
massima, la sintesi motrice, luogo geometrico c 
insieme loro centro di propulsione, è non neces¬ 
sariamente la vita nelle sue modalità biologiche, ma 
il concetto che si ha della vita nella totalità dei 
suoi scopi, sia che questi scopi confermino o sia 
che tendano a modificare in qualsiasi altro modo la 
realtà biologica, nel più largo senso di questa espres¬ 
sione. Con altre parole: il contrasto tra diverse va¬ 
lutazioni morali è un contrasto di intuizioni diver¬ 
se della vita, e questo contrasto ha sede nella co¬ 
scienza umana: nella individuale, che senta le 
spinte di opposte aspirazioni verso opposti fini del¬ 
la vita; nella collettiva, se vi è libertà pratica suf¬ 
ficiente per divergenti concezioni del mondo dei 
valori umani. 

213. — Per lumeggiare meglio il nostro pensie¬ 
ro istituiamo un confronto fra valori morali, valo¬ 
ri economici e valori estetici. 


Saggio di una teoria dei valori morali 


199 


[ valori economici hanno per termine di riferi¬ 
mento un interesse senza dubbio vitale, il sodisfa- 
cimento degli umani bisogni; e obbediscono a leggi 
proprie dipendenti dallo stato di questi bisogni e 
dalle condizioni materiali per sodisfarli. Una vol¬ 
ta però fissata la valutazione economica, è poi pu¬ 
re possibile una rivalutazione totale o parziale dei 
beni materiali, in base alla personale intuizione 
della vita, cui obbedisce il soggetto; rivalutazione 
di ordine morale, che può assegnare un esponente 
n o persino un coefficiente zero a quei beni, i quali 
possono cosi o divenire l’unico termine delle pro¬ 
prie appetizioni o essere persino totalmente riget¬ 
tati da chi preferisca, per esempio, una vita di u- 
miltà e di penitenza. In ogni caso tutti i valori e- 
conomici sottostanno al valore fondamentale che 
si riconosce alla vita nella sua totalità e nei modi 
particolari di viverla. Il loro presupposto univer¬ 
sale è il valore attribuito al bisogno di vivere, sic¬ 
ché tutta l'economia dei beni rientra in un piti am¬ 
pio processo di economia della vita. 

Se infatti avviene che i beni economici godano 
di un certo primato di universalità e assolutezza, 
bisogna qui distinguere. Vera universalità e asso¬ 
lutezza hanno i beni indispensabili al vivere per¬ 
chè appunto il fatto del vivere è la premessa di qua¬ 
lunque particolare indirizzo delle altre possibili va¬ 
lutazioni umane. Anche per il santo e per l’asceta. 
Ma superato il minimo assoluto indispensabile 
nella scala dei bisogni, tutte le altre valutazioni e- 


200 


1 valori umani 


conomiche, dalle variazioni più semplici nelle mo¬ 
dalità del vivere, alle espressioni più fantasiose r. 
arbitrarie del lusso, sono influenzate da concetti e- 
tico-sociali, e questi si ricollegano al concetto fon¬ 
damentale della vita, unità di misura di tutti i va¬ 
lori umani. Il diffondersi, poniamo, di un’intuizio¬ 
ne più seria e più sana della vita fisica e morale, 
può far crollare interi castelli di valori economici, 
edificati sulla mobile arena del gusto e della moda 
dei tempi. 

I valori estetici hanno molti punti di contatto coi 
valori morali; essi sono pure una reazione totale 
della personalità, nella quale pertanto entrano in 
giuoco le sue tendenze, i gusti, le appetizioni, le 
emozioni, i sentimenti, le abitudini, gli affetti, il 
sapere, la coltura, ecc. Il momento differenziale 
più importante tra valori poetici e valori morali ci 
sembra questo: che mentre i primi hanno per fon¬ 
damento Vinattualità degli oggetti d’interesse rap¬ 
presentati e hanno per sottinteso generale la sub- 
coscienza della favola o finzione poetica, i valori 
morali sono in un rapporto immediato e attuale con 
tutti gl’interessi più gravi della vita. 

La visione o finzione poetica e artistica pone 
una certa distanza , e un necessario distacco, fra 
il momento presente, che attraversa la coscienza, 
e la sua capacità valutativa. La disposizione este¬ 
tica opera come una specie di filtro psicologico, 
che lascia passare soltanto le attitudini generali a 
reagire con stati d’interesse, purificandole di tut- 


Saggio di ima teorìa dei valori umani 


201 


le le affezioni pratiche momentanee e attuali. Così 
si ottiene quella che si può chiamare contemplazio¬ 
ne disinteressata, ma tale solo in apparenza, del¬ 
l’oggetto d’interesse estetico. Al contrario il più 
piccolo caso di coscienza attuale, la più pic¬ 
cola incidenza di un interesse pratico, che affetti di¬ 
rettamente o indirettamente la nostra vita perso¬ 
nale e di relazione, può divenire un oggetto di va¬ 
lutazione morale, a patto che la coscienza reagisca 
totalmente, colla pienezza dei suoi interessi e della 
sua intuizione generale della vita. 

Il concetto di distanza e di inattualità dell’inte¬ 
resse estetico in opposizione alla completa inerenza 
attuale dell’interesse etico, ci rende anche possibi¬ 
le di chiarire l’opposizione fra le due formule l’ar¬ 
te per l’arte e l’arte per la vita. Nella prima for¬ 
mula si esprime categoricamente il concetto dell’an- 
zidetta inattualità e della separazione di ogni in¬ 
teresse pratico e attuale da ciò ch’è pura contempla¬ 
zione poetica e artistica. Nella seconda si riafferma 
il diritto della vita di rivalutare anche le manife¬ 
stazioni dell’arte alla stregua dei propri interessi 
attuali e immanenti, diritto che si esercita quindi 
in sede di giudizio morale della poesia e dell’arte, 
e che nessuna perfezione artistica basta ad evitare, 
ma che non può servire in alcun modo di criterio 
nella determinazione dei valori poetici e artistici 
per se stessi, il cui contenuto è la rappresentazio¬ 
ne e trasfigurazione libera e inattuale della realtà. 



202 


l valori uinaiti 


214. — Abbiamo detto che il concetto fondameli 
tale della vita è la base di tutte le valutazioni mo¬ 
rali. Questo concetto è esso stesso oggetto di una va¬ 
lutazione, cioè la valutazione totale della vita, e co¬ 
stituisce per così dire il valore dei valori. 

Ciò notato, possiamo elevare un altro importan¬ 
te principio della determinazione dei valori in ge¬ 
nerale e dei valori morali in particolare. 

TI valore si misura col valore. L’unità di misu¬ 
ra dei valori non può essere che un valore tipo, e 
pei valori morali quest’unità fondamentale di mi¬ 
sura, il valore tipo, è quello che si attribuilsce al¬ 
la vita. 

Il Grundwert, il valore fondamentale dell’Hòff- 
ding, non è nè l’egoismo, nè l’altruismo, in se stessi 
presi, ma la particolare concezione del valore del¬ 
la vita* In questo valore si può anche vedere il ve¬ 
ro contenuto deWabsoluter lVeri, che cercava il 
Kriiger; non assoluto perchè al di fuori di tutte le 
relazioni di tempo e di spazio, ma perchè funzio¬ 
ne fondamentale costitutiva di tutte le valutazioni 
etiche, di tutti i giudizi morali, senza eccezione 
possibile. 

Tutta la realtà morale è in concreto una funzio¬ 
ne del valore della vita, al quale compete perciò 
una posizione di primato. Si badi però bene, che 
per valore della vita noi non intendiamo una somma 
di interessi empirici, ma la valutazione corrispon¬ 
dente al concetto, qualunque esso sia, della vita 





Saggio di una teoria dei valori morali 


203 


presa nella totalità dei suoi momenti, aspetti e sco¬ 
pi. Se questo valore si riduce a zero, è possibile, co¬ 
me soluzione del problema della vita, il suicidio, 
cioè la negazione violenta e totale dell’intero mon¬ 
do dei valori umani. 

Siccome la vita umana può assumere moltepli¬ 
ci orientamenti e contenuti, il valore assegnatole, 
cioè il valore-base può variare nelle sue determi¬ 
nazioni concrete senza limitazioni assegnabili. 

L’impossibilità di dimostrare sui dati della espe¬ 
rienza che un dato valore è assoluto, dipende non 
solo dalla relatività umana, ma da una particolare 
circostanza, che non è stata sin qui sufficientemente 
lumeggiata. Ed è che il fulcro del sistema morale 
e quindi anche dell’assoluto etico non è nel passa¬ 
to, ma nell’avvenire. Tutto al più si può concepi¬ 
re cb’esso sia nel presente colla proclamazione della 
.sovranità del momento , quale principio e termine 
di tutta l’attività. In tal caso la vita si innoverebbe 
in uno stato di equilibrio indifferente, nel senso 
proprio dell’etica di Aristippo. 

Quando invece l’attività è orientata, come nella 
massima parte dei casi, verso Tavvenire, allora il 
valore assoluto può avere il suo fulcro all’infinito, 
come in Kant, o può essere allogato in un avve¬ 
nire più o meno prossimo, secondo il grado di ot¬ 
timismo che accompagna le previsioni intorno alla 
realtà morale vagheggiata. 

In ogni caso il valore morale assoluto, funzional¬ 
mente definito, è quello a cui tutta la vita è effet- 


204 


I valori umani 


tivamente subordinala e può essere a! bisogno sa¬ 
crificata. 

215. — Finche non si riconosca, che base dei 
giudizi morali non è nè un particolare interesse di 
fatto, e neppure la vita stessa nelle sue dipendenze 
reali, ina il concetto che noi ci facciamo della vita, 
e il valore corrispondente a questo concetto, non è 
possibile spiegare il sacrificio. TI sacrificio relativo 
può entrare nell 'hedonistic calculus di un Bentham, 
ma il sacrificio assoluto, la distruzione pura e sem¬ 
plice di un valore umano, e della base di tutti i 
valori umani attuali o possibili, la vita, sarebbe un 
atto di cattiva economia della vita e della realtà 
umana. Il sacrificio della vita, infatti, è incompa¬ 
tibile coll’attribuzione di un valore assoluto alla vi¬ 
ta come fatto. La vita non può allora negare se stes¬ 
sa. Non si può rinunciare alla vita puntando sulla 
vita. Il sacrificio volontario, perchè avvenga, deve 
avere la sua base (base razionale intendiamo, non 
psicologica, chè la varietà empirica dei casi è impre¬ 
vedibile) non nella vita come tale, ma nel concetto 
che l’uomo si è fatto delia vita. Socrate poteva ave¬ 
re la più ferma volontà di vivere, e nondimeno tro¬ 
vare la continuazione dell’esistenza incompatibile 
con la mancanza di certe condizioni, che altera 
vano la realtà in confronto al concetto ch’egli ave¬ 
va della vita. Senza quelle condizioni la vita per¬ 
deva ogni valore, non meritava più di essere vis¬ 
suta. Così il soldato, che s’immola in combattimeli- 


Sughiti ili unti teoria ilei valori litorali 


205 


lo, muove da un concetto della vita opposto a quel¬ 
lo del soldato che fugge di fronte al nemico. 

La inserzione cosciente dei doveri morali nella 
condotta ha per punto d’inerenza non la vita co¬ 
me tale, ma il concetto della vita, e da ciò dipende 
la estrema varietà del modo di concepire i doveri 
morali, e della disposizione positiva o negativa al 
sacrificio. 

216. — La distinzione posta dall’EhrenfeJs tra 
valori oltre/Missnti . normali e insorgenti, vale per 
le grandi medie umane. Ma nulla impedisce che 
oggi risorga in date individualità una intuizione 
della vita (per esempio, primitiva o pagana o asce¬ 
tica, ecc.), che i più ritenevano oltrepassata, e che 
ridivenga il valore fondamentale, motivo d’interes¬ 
se, d'una rinnovata forma di esistenza. Data la 
estrema variabilità e adattabilità della vita umana, 
ciò non deve recar meraviglia. E neppure è da me¬ 
ravigliare, se dei valori insorgenti occupino siffat¬ 
tamente la coscienza da divenire fondamentali per 
la vita di dati individui, malgrado la mancanza di 
consenso generale. Questi due casi confermano lu¬ 
minosamente il principio da noi posto, che le va¬ 
lutazioni particolari sono una funzione del valore 
fondamentale attribuito alla vita, qualunque esso 
sia, e che il valore della vita, comunque concepito, 
una volta posto, opera come principio assoluto, ha 
cioè un suo primato su tutte le altre funzioni va¬ 
lutative e serve di criterio e di norma per la de- 



/ valori umani 


206 

duzione di tutti gl’interessi particolari e valori di¬ 
pendenti. 

217. — Avendo noi concepito il valore elico co¬ 
me una reazione totale dell'io, clie riferisca un par¬ 
ticolare oggetto d’interesse al concetto fondamen¬ 
tale ch’egli ha della vita, non abbiamo bisogno di 
assottigliare il fenomeno del valore sino a ridurlo 
a un semplice sentimento di approvazione o di di¬ 
sapprovazione o a un giudizio di ordine intellettua¬ 
le. L’approvazione e la disapprovazione, sono due 
modi di reazione, che non si possono far passare 
sic et simpUciter per due sentimenti o per due mo¬ 
di di uno stesso sentimento. In essi c’è sempre più 
che un sentimento, più che un’emozione, più che 
un’appetizione, più che un giudizio. Ci sono infi¬ 
niti coefficienti consci e inconsci della sintesi attua¬ 
le. Ci sono moltissimi atteggiamenti parte spiegati, 
parte appena abbozzati o latenti, in ogni modo at¬ 
tivi. E ci sono pure congiunti colle valutazioni po¬ 
sitive tutti quei fenomeni concomitanti di disgusto, 
di negazione, di contradizione interna, ecc. ben 
descritti dall’Ehrenfels, i quali danno una colora¬ 
zione particolare alla sempre complessa reazione 
morale. 

Ma c’è inoltre quel carattere dell evidenze , co¬ 
sì opportunamente rilevato dal Brentano; la qua¬ 
le evidenza ha la sua ragione non nell’oggetto par¬ 
ticolare della valutazione (e in ciò ci permettiamo 
di dissentire dal Brentano); ma nel concetto della 





Saggio di una teoria dei valori morali 


207 


vita che costituisce il valore assoluto fondamentale, 
da cui tutti gli altri sono determinati apoditticamen¬ 
te. Da ciò l’evidenza, imponenza, irresistibilità dei 
valori morali. C’è una logica dei Valori, come una 
logica dei giudizi. E se i valori hanno evidenza e 
carattere di assolutezza, ciò si deve alla loro ri¬ 
gorosa deduzione dal valore affermalo come asso¬ 
luto nelle premesse. 

La logica dei valori va ad ogni modo distinta pro¬ 
fondamente dalla logica dei concetti. Questa è go¬ 
vernata dai principi d’identità e di conlradizione, 
cioè dalle leggi della coerenza formale; mentre la 
logica dei valori è falla di compatibilità, di coesione 
ed è governata da quel principio di continuità ben 
rilevato dal Kriiger, dall’Hoffding e da altri auto¬ 
ri, il quale non è di natura soltanto logica, ma bio- 
psicologica e nel più largo senso morale. 

218. — Nel concetto funzionale del valore morale 
da noi determinato c'è posto per tutte le intuizioni 
della vita, dalle estremamente egostiche alle estre 
inamente altruistiche, dalle atomistiche alle collet¬ 
tivistiche, dalle empiriche alle ideali, dalle stori¬ 
che alle future. f 

Era arbitrario sostantivare il valore morale in 
date disposizioni subbiettive, quali le altruistiche, 
come fecero il Meinong e l’Ehrenfels. Siffatte so- 
stantivazioni non dipendono che da goffe genera¬ 
lizzazioni di particolari concetti della vita. Posso¬ 
no avere un ufficio pratico, ma mancano al loro oh- 




208 


I valori umani 


bieltivo teorico. Esse non sono suscettibili di dive¬ 
nire principi imparziali e universali di descrizione 
scientifica. 

Chi concepisce, come noi, la scienza in generale 
e l’etica scientifica in particolare, come la descri¬ 
zione più economica, cioè la più semplice e com¬ 
pleta possibile, della realtà, deve servirsi dei con¬ 
cetti che riassumono i rapporti funzionali elemen¬ 
tari scoperti, come concetti 1 ormali, schemi sopraor 
dinati a ogni particolare contenuto, perchè applica¬ 
bili a qualsiasi contenuto. Come il concetto di forza 
in fisica non fu mai uniformemente applicabile a 
lutti i campi energetici, finché la forza fu concepita 
come una proprietà sostanziale dei corpi, e non co¬ 
me un rapporto funzionale di dati ordini di fenome¬ 
ni; così il concetto del valore nella morale resta 
inapplicabile a tutta la realtà morale, se aderisce a 
talune modalità della vita etica ad esclusione di 
tutte le altre. 

Quando noi avremo dimostrato, che i valori mo 
rali sono delle variabili dipendenti dal valore fon 
damentale, qualunque esso sia, attribuito alla vita 
nella totalità dei suoi scopi, e dagli stati d interes¬ 
se che vi si subordinano o conformano, e quando 
avremo pure dimostrato, che nell ambito della loro 
sfera d’influenza le valutazioni fondamentali val¬ 
gono come assolute, avremo raggiunto l’unica po¬ 
sizione scientifica che ci consenta di contemplare 
con occhio imparziale tutta l’incommensurabile 
varietà etica e di descriverla nei suoi rapporti fun- 


Saggio di una teoria dei valori morali 


209 


zionali veramente costitutivi, epperò universali. 

219. — Riservando ad altro studio una più par¬ 
ticolare determinazione di questi rapporti (5), ci 
sia lecito mostrare in questo nostro primo saggio co¬ 
me taluni di essi si manifestino. 

Il primo valore, che immediatamente dipende dal 
concetto e dalla valutazione complessiva della vi¬ 
ta, è quello che si attribuisce alla propria perso¬ 
na. In una società primitiva, in cui l’individua¬ 
lità è tutta assorbita neH’ambiente sociale in cui 
vive, quanto più grande è la dipendenza sociale 
tanto più il valore della propria persona tende 
all’unità indifferenziata. Collo sviluppo dell’auto¬ 
nomia della personalità cresce corrispondentemen¬ 
te il valore di questa, ed è persino possibile di con¬ 
cepirlo (con Kant, per esempio) a un limite infini¬ 
to. Se col progredire della personalità si approfondi¬ 
scono anche i rapporti sociali, tutti valori morali, 
sociali e individuali, variano parallelamente. 

Lipps ha avuto il merito di mettere in evidenza 
il fenomeno dell ’Einfuhlung nella estetica e nella 
morale, e di dimostrare come l’approfondirsi del¬ 
la capacità di sentire per sè condizioni quella di 
immedesimarsi in modi interiori di esistenza altrui. 
Questo fenomeno dà la spiegazione del progressi¬ 
vo accrescimento parallelo del valore morale tanto 
individuale, quanto sociale. Il principio Kantiano di 
non servirsi mai di altre personalità solo come mez- 

(5) Prolegomeni alla scienza del bene e del male , 1914. 


14 







210 


I valori umani 


zo, ina sempre anche come fine, suppone la iden¬ 
tica valutazione morale dell’ego e deH’aZter, la qua¬ 
le ha per condizione psicologica il fenomeno della 
simpatia che Lipps ha mirabilmente illustrato. 

Abbiamo detto: non la vita stessa, ma il concet¬ 
to della vita è il fondamento di tutti i valori mo¬ 
rali. 

Il valore della personalità propria e altrui, non 
è pertanto un dato immediato, originario, indedu¬ 
cibile da altri, come ammise il Lipps, il quale lo 
identificò col rispetto di sè. Esso è uua funzione del¬ 
l’intuizione della vita nella totalità dei suoi scopi, 
e varia quindi col concetto della propria funzione 
nel mondo. La nostra formula ha il merito di com¬ 
prendere tutte le possibili varietà di valori della 
personalità dai negativi ai positivi, dai minimi ai 
massimi, dai più poveri ai più ricchi di contenuto 
e di dignità. 

220. — Per bene intendere gli altri rapporti fun¬ 
zionali, ammettiamo il caso limite di una intuizio¬ 
ne della vita (qualunque essa sia) saldamente for¬ 
mata, e che si estenda a tutta l’esistenza o a un pe¬ 
riodo apprezzabile di essa; e che sia pure esattamente 
stabilito il valore della propria personalità. La evi¬ 
denza dei rapporti nel caso limite ci aiuterà a com¬ 
prendere anche la non evidenza di essi in tutti gii 
altri casi, dove la incertezza e le oscillazioni e per¬ 
sino la mancanza di una precisa intuizione della 
vita, dei suoi scopi e di noi stessi, produce le dub- 





.Saggio di uno teoria dei valori morali 


211 


biezze e la volubilità di tutti i rapporti dipendenti. 

Dei quali i primi e più importanti, che si offro¬ 
no alla riflessione, sono quelli della norma e del 
dovere. La vita biologicamente vissuta non ha nor¬ 
me, nè doveri, ma bisogni e necessità. La norma e 
il dovere cominciano quando si forma un concetto 
della vita, il quale o confermi la realtà, o tenda a 
negarla, o a modificarla o a superarla. Il rigore del 
comando etico e del dovere varia col grado di co¬ 
scienza che si ha degli scopi volontari della vita. 
L’imperativo categorico non è che un caso parti¬ 
colare di determinazione morale della condotta. 
L 'autonomia, della personalità consiste nell’obbedi- 
re soltanto alla legge delle proprie valutazioni. 

In connessione immediata coll’esplicarsi effetti¬ 
vo della vita in funzione delle norme e dei doveri, 
che le si attribuiscono, si determina la coscienza 
del valore attuale della propria personalità. Il va¬ 
lore attuale non è da confondersi con quello idea¬ 
le, che ciascun uomo attribuisce alla sua persona¬ 
lità in quanto esiste, e in dipendenza del concetto 
generale ch’egli ha della vita. Il valore ideale è il 
valore limite della personalità umana. Invece il 
valore attuale è quello che ciascun uomo sente di 
potersi o di doversi realmente attribuire, in dipen¬ 
denza della sua attività pratica confrontata sia col 
concetto fondamentale della vita, sia coi momenti 
particolari e derivati della norma e del dovere. 

Se il valore attuale e il valore limite coincidono, 
si ha il fenomeno del totale accordo con se stesso. 


'i\2 


I valori umani 


della piena soddisfazione di sè, della paee dell’a- 
ninia, dell’armonia interna. Se il valore attuale re¬ 
sta più o meno inferiore al limite, si ha il fenomeno 
della scontentezza di sè, del dissidio interno, del- 
Pintima contradizione, della svalutazione di se 
stesso. 

Quanto più abbiamo deliberatamente agito con¬ 
tro la legge delle nostre valutazioni, e quanto più 
facile ci sarebbe stato di seguirla, tanto più cresce 
in noi la coscienza delia nostra responsabilità e il 
sentimento del rimorso. Questo sentimento non è 
per se stesso di natura morale. Un ladro può avere 
rimorso di non avere profittato di una buona occa¬ 
sione per rubare, un gaudente può provar rimorso 
di non avere carpita l’occasione di un godimento. 
Perchè questo sentimento rientri nella sfera dei 
valori morali occorre che si produca in funzione 
della valutazione etica della vita e della nostra per¬ 
sonalità. 

11 concetto della giustizia non si può comprende¬ 
re in tutto il suo significato, se non si congiunge 
col concetto di valore morale. 

La logica della giustizia è una logica di valuta¬ 
zione, logica deduttiva e infallibile, che ha per pre¬ 
messa dei suoi sillogismi il valore della vita e quel¬ 
lo della personalità. Se questi valori fondamentali 
si pongono al limite, si ha un giudizio assoluto, se 
si pongono con tutte le loro variazioni attuali in¬ 
fluenzate dalle circostanze, si ha un giudizio re¬ 
lativo. 


•Saggio rii una teoria dei valori morali 


213 


Se le sentenze della propria coscienza sono lo 
pii» severe, e non si lasciano traviare dai giudizi al 
trui, cosi die c persino possibile la massima auto- 
disistima in mezzo al godimento del massimo cre¬ 
dito morale, ciò si deve al fatto, che nessuno degli 
elementi del giudizio sfugge alla propria coscienza, 
e che la deduzione si compie con la fatalità di un 
sillogismo. 

Nessuna violazione della legge delle proprie va¬ 
lutazioni sfugge alla sanzione interna di una dimi¬ 
nuzione corrispondente del valore attuale della per¬ 
sonalità in confronto al suo valore limite; e tulle 
le vicende, che il valore attuale continuamente su¬ 
bisce, se la personalità non abbia trovato i! suo as¬ 
setto definitivo e il suo equilibrio stabile nel pieno 
accordo colle valutazioni assolute della propria co¬ 
scienza, costituiscono la storia delle anime tormen¬ 
tate, che errano e soffrono, cadono ai propri occhi 
o si innalzano, anime contradittorie, che. se per¬ 
dono la speranza dell’altezza, possono finire collo 
sprofondarsi volontariamente nel male; e alle qua¬ 
li sono riservate tante maggiori lotte e altrettante 
possibilità di vittorie su se stesse, quanto più si al¬ 
lontanano dalla norma interiore delle proprie va¬ 
lutazioni o vi si riaccostano. 


221. — Il valore limile non si deve intendere co¬ 
me una frontiera assoluta della personalità, per¬ 
chè ancor esso è soggetto a cambiare, secondo le vi¬ 
cende che subiscono le intuizioni fondamentali del¬ 
la vita, 









214 


/ valori umani 


Noi abbiamo esaminato sommariamente il caso 
tipo di una coscienza con intuizioni definite e va* 
lori stabili. Questo caso normale ci dice, che le 
condizioni necessarie della vita e del progresso mo¬ 
rale sono lo sviluppo della coscienza, la sua capa¬ 
cità di abbracciare in una valutazione comprensiva 
la vita, il mondo, tutta la realtà, e di mantenere 
ferma la legge delle proprie valutazioni nella espli¬ 
cazione della propria attività pratica fra le più va¬ 
rie circostanze e contingenze. 

La saldezza delle convinzioni morali non è un 
semplice prodotto di riflessione, suppone però la ca¬ 
pacità di riflettere, ed è tanto maggiore quanto più 
da intuitiva diviene dimostrativa. Ma il massimo 
coefficiente di moralità è quella coesione o coeren¬ 
za della vita interiore, che l’Hoffding chiama prin¬ 
cipio di continuità, e che permette la stabilità psi¬ 
cologica di un concetto, di una valutazione, di una 
norma, di un dovere. 

La tendenza delle valutazioni a persistere, la co¬ 
stanza delle appetizioni e Venergia delle valutazio 
ni, per usare la formula del Kriiger, sono una fun¬ 
zione dipendente della costituzione della coscienza, 
del suo grado di sviluppo, della stabilità psichica 
che è la base del carattere. 

La coscienza è la vera sede della vita morale (6). 


(6) In ciò ci accordiamo con De Sarlo, L'attività pratica, eie. 
p. 181: “Nulla si può intendere della vita morale senza riferirsi 
alla coscienza. Io cosiddetta moralità obbiettiva, le istituzioni so¬ 
ciali, gli effetti o risultati obbiettivi dett'attività etica possono avere 
significato per l’Etica solo a patto che siano considerati in rela- 





Saggio di una teoria dei valori morali 


215 


Si ha un bel rimpicciolire l’importanza della mi¬ 
nuscola e fatua unità uomo, se l’universo vi si ri¬ 
specchia e ne riceve misura e valore. Si può affet¬ 
tare quel disdegno che si vuole dei problemi mo¬ 
rali ; non si può negare la morale senza fare della 
morale. Quando non si viva più la pura vita ani¬ 
male, momento per momento, ma si acquisti una 
coscienza complessiva della propria durata, l’inte¬ 
resse che si congiunge con questa estensione del 
concetto della propria realtà, propone immediata¬ 
mente il problema della valutazione della vita, cioè 
il problema morale per eccellenza. Le soluzioni pos¬ 
sono variare estremamente per direzione, positiva 
o negativa, e per contenuto. Esse rivestiranno pe¬ 
rò sempre un carattere morale. 

È fisica, e non metafisica, affermare, che l’uni¬ 
verso può compendiarsi nel microcosmo umano e 
trovarvi la propria continuazione colla creazione de¬ 
gli umani valori. 

222. — Giunti al termine delle nostre analisi, ci 
domandiamo, se siamo rimasti fedeli al nostro prin¬ 
cipio metodologico di adoperare il concetto del va¬ 
lore come un principio formale di sintesi dell’espe¬ 
rienza morale senza obbedire ad alcuna intuizione 
concreta, pur di potercele compendiare tutte. 

Il saggio che abbiamo dato ci autorizza a rispon- 


zione alla persona, ch’è il solo, il vero agente morale ”, Dicendo 
coscienza noi intendiamo tuttavia riferirei così a quella personale, 
come alla sociale. 



216 


/ valori umani 


dere affermativamente. Noi non abbiamo dato al¬ 
cuna definizione concreta, nè del valore, nè del non 
valore, nè del bene, nè del male, nè della virtù, 
nè del vizio, nè ci siamo posti infine a difendere al¬ 
cuna intuizione particolare della vita morale, sia 
egoistica o altruistica, sia monadologica o colletti¬ 
vistica, ecc. Le nostre definizioni, derivate da un 
concetto formale del valore, sono tutte formali, cioè 
relazionali e funzionali, e si applicano indistinta¬ 
mente a tutta l’esperienza morale dai gradi infimi 
ai supremi. 

Non ci lusinghiamo di aver dato più che un sag¬ 
gio della nostra teoria, nè crediamo, lo abbiamo 
già più volte dichiarato, che il concetto del valore 
sia più che un aspetto dell’abissale realtà umana e 
dell’immenso dramma morale della vita. 

Comunque teniamo per fermo, che la scienza del¬ 
la morale, se vuol essere scienza veramente positiva, 
e riuscire alla descrizione pili completa e più sem¬ 
plice della realtà etica, deve rendere formali tutti 
i suoi concetti e tutte le sue definizioni, nel senso 
da noi tentato, ch’è quello stesso per cui le altre 
scienze, la fisica per esempio, sono riuscite a con¬ 
seguire un grado di matematica esattezza. 


UN GIUDIZIO DI PAUL BARTH 
SU « I VALORI UMANI » 


Riteniamo opportuno riprodurre qui il brano sa¬ 
liente della recensione che P. Barth pubblicò su 
/ valori umani nel « Vierteljahrschrift fiir wis- 
senschaftliche Philosophie und Soziologie », il pe¬ 
riodico fondato da Richard Avenarius in collabora¬ 
zione con Ernest Mach e Alois Riehl, e da lui al¬ 
lora diretto, nel 1908 (pagg. 513-4). 

Dopo aver esposto nelle sue linee principali il 
contenuto dell’opera, l’insigne maestro dell Uni¬ 
versità di Leipzig così concludeva: 

« L’esposizione e la critica delle teorie esamina¬ 
te sono nelle linee generali esatte e penetranti. Per 
esempio una condizione che Meinong poneva per 
il valore, il giudizio esistenziale, è dimostrata con 
ragione inammissibile. Così pure viene dimostrato 
con argomentazioni calzanti, che Ehrenfels ha da¬ 
to un concetto troppo ristretto, quando ha fatto di¬ 
pendere il valore della « appetibilità » di un og¬ 
getto; e che Eisler ne ha dato invece una definizio¬ 
ne troppo larga, perchè stando ad essa alla fin fi- 


218 


Appendice 


ne qualsiasi evento della vi la diventa un valore. 

« Per quanto coucerne le concezioni proprie del- 
TOrestano, « l’interesse » è sicuramente una felice 
combinazione di tutto ciò che condiziona il valore, 
ma esso medesimo non è un fatto semplice bensì un 
fenomeno composto di molti elementi. L’« interes¬ 
se » poggia a mio avviso sull’® attenzione involon¬ 
taria », la quale filogeneticamente è anche la ra¬ 
dice della volontaria. L’attenzione involontaria ha 
tuttavia diverse cause e diversi effetti. Possiamo be¬ 
ne attenderci che 1 Orestano in ulteriori indagini, 
che egli lascia prevedere, penetrerà fino alle ulti¬ 
me, più profonde fonti dell’interesse. 

« Al contrario la definizione che l’Orestano dà 
dell’ultimo criterio dei valori morali è la migliore 
possibile. Poiché la vita è realmente il fine ultimo 
dell agire morale. Persino I asceta non vuol distrug¬ 
gere la vita, ma soltanto condurre quella vita ch’e¬ 
gli giudica superiore. E Kant dà invero come cri¬ 
terio del suo famoso « imperativo categorico », che 
la massima della volontà possa servire anche come 
principio di una legislazione universale. Ma que¬ 
sto criterio è puramente formale. Esso ha bisogno 
nella sua applicazione di uno scopo, al quale quella 
legislazione universale debba servire. E allora non 
è concepibile alcun altro scopo, se non lo svilup¬ 
po della vita, quale appaia desiderabile a tutti i 
membri della società, per la quale la legislazione 
deve valere. 

« Così il presente libro è un eccellente comincia- 





Appendice 


219 


mento. Possa la continuazione seguire presto! » 

La prosecuzione delle mie indagini sui Valori do¬ 
veva vedere la luce solo otto anni dopo, nei « Pro¬ 
legomeni alla scienza del bene e del male ». In essi 
ho portato più a fondo l’analisi delle dipendenze 
soggettive deH’interes.se e della valutazione. Non 
tuttavia, nel senso indicato dal Barth. 

La sua definizione (\e\V interesse-attenzione invo¬ 
lontaria risentiva dell’intellettualismo herbartiano 
e zilleriano. Invece nella mia definizione integrale 
dell’interesse il momento intellettualistico dell at¬ 
tenzione, tanto involontaria, quanto volontaria, non 
era che una componente e tutt’al più un indice sog¬ 
gettivo d’uno stato immensamente più complesso e 
più profondo. Pertanto l’attenzione non poteva sta¬ 
re a rappresentare quella reazione totale della sog¬ 
gettività, da cui a mio giudizio rampollano le valu¬ 
tazioni umane, con l’entrata in azione delle più in¬ 
time scaturigini, parte sondabili, parte insondabili, 
degli stati d’interesse. 

Inoltre nell’incitamento del Barth a indagare sui 
« molti elementi » del « fenomeno composto » de¬ 
nominato « interesse » si manifestava il postulato 
allora universalmente ammesso, che tutta la realtà 
sia « composta » di elementi o fattori « semplici » 
da individuare, se si vuole giungere a una spiega¬ 
zione scientifica. Invece tutte le mie indagini e ana¬ 
lisi su qualsiasi contenuto di esperienza hanno ob¬ 
bedito a un principio metodologico esattamente op¬ 
posto a quello diciamo classico, che proclamava: 



220 


Appendice 


simplex sigillimi veri. 

II inio principio può essere compendiato nelle 
tre proposizioni seguenti : 

}’ Rifilare l'ammissione aprioristica, massime 
nei fatti della vita e della coscienza, che esistano 
« elementi semplici » e che ad essi si debbano ri¬ 
durre i fenomeni complessi, cosiddetti composti. 

2. Muovere dal principio, che la spiegazione 
scientifica dev essere dello stesso ordine ili comples¬ 
sità dei fatti ch’essa pretende di spiegare. Ogni sem¬ 
plificazione può sodisfare a ragioni di economia 
mentale, ma è fonte d’interpretazioni.illusorie e di 
errori. 

3. Risolvere la dipendenza ( causazione , correla¬ 
zione, ecc.) di una data classe di fenomeni in coor¬ 
dinate di più ampia funzionalità, non tuttavia tali 
che la coordinata maggiore, come il concetto più ge¬ 
nerale rispetto al particolare, abbia una comprensio¬ 
ne inversa alla sua estensione; ma che abbia invece 
esattamente tanta estensione, quanta comprensione. 
In tal modo il più alto grado di generalizzazione at¬ 
tinto dalle coordinate di più in più universali corri¬ 
sponde non a una riduzione proporzionale del loro 
contenuto di esperienza, ma anzi a un contenuto 
proporzionalmente più ricco. L’universalità non è 
più un’astrazione, ma una sintesi più comprensiva 
e per così dire una più economica rappresentazione 
di tutte le esperienze concrete compendiate in una 
loro espressione relazionale. 

Ognuno può constatare, che sin dal mio primo 


Appendice 


221 


saggio intorno ai Valori umani sono stato fedele a 
questo mio principio metodologico, anche se solo 
più tardi dovevo formularlo in termini esatti (Nuo¬ 
vi principi, voi. I, Nuove vedute logiche , voi. V, 
ecc.). 

Invero, mentre lutti gli altri andavano astraen¬ 
do e isolando elementi semplici con cui spiegare i 
fenomeni del valore, io : 1. non ho ammesso, nean¬ 
che per ipotesi, alcun elemento semplice o più sem¬ 
plice dei fenomeni studiati; 2. ho dato di tali fat¬ 
ti, senza arrossire una spiegazione, la quale è del 
medesimo ordine di complessità dei fatti stessi; 3. ho 
ritrovalo coordinate funzionali — l’interesse rispet¬ 
to ai fenomeni del valore, il valore rispetto ai pro¬ 
blemi dell'agire e del vivere ecc. — aventi la me¬ 
desima estensione e l’intera comprensione dei fe¬ 
nomeni subsunti. 

La differenza tra gli altri e me è tutta qui. Que¬ 
sto è il procedimento mentale mio, « assolutamen¬ 
te, esclusivamente mio » per il quale non debbo 
nulla a nessuno e al quale ho accennato nella Pre¬ 
fazione alla 1* edizione di Verità dimostrate. (Voi. 
V, pag. XIII). 

Quanto poi con questo procedimento sia stala 
introdotta una nuova tecnica del pensare e quali 
vantaggi essa offra, è cosa che si potrà giudicare 
col tempo e dai risultati. 






INDICE DEGLI AUTORI CITATI 

A G 


Aristippo, 203. 

Avenarius K., 217. 

B 

Barlh P., 217 a 221. 

Bentham, 204. 

Brentano F., 95, 206. 

C 

Calderoni M., 154 a 161 pan- 
sim, 163, 186 a 190. 

Calò G., 149 a 154 passim. 

163, 184 a 186. 

Cohen H. 192, 193. 

O 

De Sarlo F., 214. 
Determinismo, 91, 92. 

E 

Ehrenfels, 46 a 101 passim. 
101, 105, 120, 121-2, 124, 163, 

164, 170 a 177, 186, 205, 206, 
207, 217. 

Eisler R., 217. 


Genovesi A., 147. 
Georgewitch, 172. 

Gresham, 190. 

H 

Hoeffding H., 121 a 131 pas- 
sim, 163, 180. 181, 189, 202. 
207. 214. 


I 

Immoralismo, 169. 
Indeterminismo, 91, 92. 
Individualismo, 169. 

K 

Kant, 103, 104, 109, 110, 113, 

122, 159, 187, 188, 192, 193, 

195, 203, 209. 218. 

Kriiger F„ 102 a 120 passim, 

111, 163, 177 a 180, 202, 207, 
214. 


L 

Lippa Th., 132 a 143 passim. 
163, 181, 182, 209, 210. 




Indice degli Autori citati 


223 


M 

Mach E., 217. 

Meinong, 1 a 45 passim, 92, 
106, 121, 124, 162, 164 a 169, 
182, 207, 217. 

Mill J. S., 104. 

Morale utilitaria, 53, 57, 102. 
138, 147. 

R 

Riehl A., 217. 

9 

Socrate, 204. 


Solipsismo, 169. 

Stoicismo, 195, 196. 

T 

Tarozzi G., 144 a 149 passim. 

163, 182, 183, 184. 

Teologia medioevale. 93. 

u 

Utilitaristi, 57. 

W 

Wundt W„ 115. 


81326 


W4 162 



SERIE DELLE OPERE DI F. ORESTANO 


VOLUMI GIÀ PUBBLICATI 

— Nuovi princìpi, 2“ ed., voi. I. 

— Idee e concetti, voi. II. 

— Il nuovo realismo, voi. III. 

— Nuove vedute logiche, voi. VI. 

— Verità dimostrate, 2 a ed., voi. V. 

— Celebrazioni (I), voi. VI. 

— Celebrazioni (II), voi. Vili. 

— Saggi giuridici, voi. IX. 

— Verso la Nuova Europa, 3” ed., voi. X. 

— Gravia Levia, voi. XI. 

— I valori umani, voi. I — Teoria generale del valore, 2 a ed., 

voi. XII. 


IN CORSO DI PUBBLICAZIONE 
1942-XX 

— I valori umani, voi. II — Saggio d’una teoria dei valori mo¬ 
rali, 2 a ed., voi. XIII. 

— Prolegomeni alla scienza del bene e del male, voi. I, 2 a ed., 
voi. XIV. 

— Prolegomeni ecc., voi. II, 2 a ed., voi. XV. 

— La conflagrazione spirituale, voi. XVI. 

— Pensieri, un libro per tutti, voi. XVII. 

— Filosofia della politica, voi. XVIII. 

— Filosofia dell’arte o poetica, voi. XIX. 

— Leonardo, Galilei, Tasso, voi. XX. 


I volumi dal XXI al XXV seguiranno entro il 1943-XXI.