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Full text of "Etica"

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Benedetto De Spinoza 


DELL’ETICA 

TRADUZIONE 

DALL’ ORIGINALE LATINO 



DI 

CARLO SARCHI 




A 

:v v A, MILANO 

.. ? 1 Gf 0 

'j&Tplo.vic<j ‘Bortolotti e ‘C.J tipografi-editori 


PROPRIETÀ LETTERARIA 


INDICE 


Avvertimento degli Editori 

Estratto della Prefazione preposta dall ' Editore delle opere po- 
stume di Benedetto De Spinoza, pubblicate Parino lóyy . . 


Pag. 


» 


VII 

i 


PARTE PRIMA. 


D’ Iddio . 


Pag. 17 


PARTE SECONDA. 


Della natura e della origine della Mente . 

PARTI TERZA. 


Pag. 65 


Dell’ origine e della natura dei Sentimenti 


PARTE QUARTA. 

Della servitù umana, ossia della potenza degli Affetti 

PARTE QUINTA. 


Della potenza dell Intelletto, ossia dell’umana Liberti 


Pag. 125 


. Pag. 20) 


. Pag. 283 





AVVERTIMENTO DEGLI EDITORI 


l.rn m animo del cavaliere-? «S archi di ciccompu- 
fjnare? al pubblico questo primo volgarizzamento italiano 
dell. Etica di benedetto ( 'De? Spinoza con una Pre- 
fazione* intesa ad agevolare ? l'intelligenza dell' opera 
ed a giustificare ? V interpretazione? di alcuni passi, 
non pienamente ? conforme ? a quella di traduzioni già 
m altra lingua pubblicate. 

va leni’ uomo si accingeva a dettare? la pre- 
lazione ? ed a ultimare? le? correzioni alla stampa del 
libro, allorché morte quasi improvvisa lo tolse? al- 
V amore? della famiglia, all' affettuosa estimazione? 
degli amici ed al nobilissimo lavoro intellettuale? che? 
rendeva ameno a lui, utile ? agli altri persino il più 

tardo tramonto di una non breve, indefessamente? 

* 

operosa esistenza. 

L editore? non può, né oserebbe? tentar' di ri- 


Barrire* i lettori pel danno che* loro infligge * la per- 
dila della ‘Prefazione, ‘figli, spera bensì di avere otte- 
nuto, grazie* alle * assidue* care* di un amico affe- 
zionatissimo del Sarchi, che , l’edizione* sia riescila 
nitida e* corretta guanto meritano il pubblico stu- 
dioso e* la venerala memoria del chiarissimo tra- 
duttore. 


Stilano, 20 dicembre 1S/9. 


ESTRATTO DELLA PREFAZIONE 


PRR POSTA 

DALL' EDITORE DELLE OPERE POSTUME 

DI 

BENEDETTO DE S P I NÌO Z A 

PUBBLICATE L’ANNO 1677 


Poco prima di lasciare la vita l’Autore del presente Libro 
aveva espressamente raccomandato che non venisse apposto 
il suo nome al Libro dell’ .Elica di cui egli stava ordinando 
l’ impressione. Nè da altra cagione proveniva il suo divieto 
se non dalla di lui repugnanza a consentire che da lui pren- 
desse il nome la professata dottrina. Imperocché all’Appen- 
dice della 4* Parte dell’ Etica, Capitolo 2j, egli dice: che co- 
lui che vuol giovare col fatto o col consiglio non avrà, mestieri 
per risentire il gaudio della compiuta giovevole operazione di 
procurare che la professata dottrina riceva da lui la nomi- 
nanza. E di più nella 3* Parte dell’Etica, discorrendo degli 
affetti (vedi definizione 44) dimostrando in che consista 
l’ambizione, la ripone nella brama di trar vanto delle cose 
operate. 

Db Spinoza. _ Dril’ F.ticu. 


I 


2 


ESTRATTO DELI. \ PREFAZIONE PREPOSTA 


L’Etica, ancorché ci rimanga il desiderio di una Prefazione 
che introducesse alla prima Parte di essa, sorpassa non per- 
tanto di gran lunga ogni altro scritto del nostro Autore , e 
possiamo tenere quel libro qual’ opera perfettamente com- 
piuta. 

La presente opera venne dall’Autore distribuita in cinque 
Parti le quali trattano successivamente : 

I. Di Dio. 

IL Delia mente umana. 

III. Degli affetti mostrandone l’origine e la natura. 

IV. Della servitù umana ivi dimostrando ciò che debba es- 
ser tenuto per buono o per cattivo, e quale debba essere 
la regola e la norma del vivere. 

V. Della potenza dell’ intelletto e della libertà ed eternità 
della mente umana. 

Nella Prima Parte del suo Libro professa il nostro Autore 
essere l’esistenza di Dio cosa necessaria ed assoluta, quindi 
egli ne dimostra la divina unicità, proponendo di poi pro- 
cedere la sostanza e la manifestazione di Dio dalla sola ne- 
cessità della sua natura ; egli prova pertanto essere Iddio 
libera cagione delle cose tutte, le quali tutte sono in Dio e 
da Lui in tal guisa dipendono che quando non si premet- 
tesse 1 esistenza di Dio nulla potrebbe nè sussistere nò con- 
cepii si, e finalmente professa essere tutti gli avvenimenti 
predeterminati da Dio non giusta il suo beneplacito e per 
arbitrario volere, ma in forza dell’assoluta natura di Dio, 
ossia per 1’ assoluta sua potenza. 

Viene in acconcio il qui ricordare le opposizioni a cui 
diede luogo il rraltato teologico-politico del nostro Autore, 
per le quali egli fu accusato in primo luogo di aver con- 
fuso Iddio colla natura presentandogli amendue qual cosa 
istessa e medesima, e di poi dell’ aver egli sottoposto ogni 
movimento delle cose ed ogni operazione ad una fatale ne- 
cessità. Egli è d’ uopo pertanto di ricordare la risposta 


dall’editore delle opere postume. 


3 


data dal nostro filosofo alla prima opposizione nella XX 1“ 
sua epistola diretta al chiarissimo Oldemburgo. Ritroviamo in 
quell’ epistola le seguenti parole : Affermo essere Iddio ca- 
gione immanente ("come si suol dire) e non transitoria; essere 
e muoversi in Dio tutte le cose , in ciò concordando coti Paolo 
e forse anche con tutti gli antichi filosofi, benché questi abbiano 
esposto talvolta i loro concetti per altra forma ; e mi azzar- 
derei a dire 'posino accordarsi le mie sentenze eziandio con 
quelle degli antichi Ebrei, per quanto si possa rilevare da al- 
cune tramandale tradizioni le quali appo di essi si ritrovano , 
quantunque in gran parte travisate ed adulterate. 

Alla seconda obbiezione , egli di tal modo risponde nella 
sua epistola XXIII* diretta al medesimo Oldemburgo : Qui 
voglio spiegare con brevi centri la ragione a cui si appoggia la 
mia credenza circa la fatale necessità delle cose e delle azioni. 
Imperocché Iddio non viene da me sottoposto in modo veruno 
al Fato, ma intendo procedere da Dio le cose tutte, in ciò ac- 
cordandomi altresì coll ’ universale opinione la quale riconosce 
emanare ogni avvenimento dalla Natura di Dio espressa per 
V intelletto divino. Cotale universale credenza non sottopone me- 
nomamente al Iato le azioni divine, e viene da ognuno rico- 
nosciuto esser libera quell azione ed essere determinata dalla 
divina intelligenza. Laonde siffatta inevitabile necessità delle 
cose in nulla pregiudica all efficacia delle leggi divine ed umane. 
Imperocché i medesimi precetti morali, sieno dessi o no consi- 
derati qual forma legale e giuridica emanata da Dio, non ne 
sarebbero alterate le salutifere conseguenze. Ed altresì il bene 
da noi conseguito per 1 esercizio della virtù e pel nostro amore 
vaso Iddio , sia egli considerato qual da Dio emanato in qua- 
lità di legislatore e Giudice, ovvero sia egli pensato qual ne- 
cessaria conseguenza della Natura Divina , non riesce pertanto 
né più né meno desiderabile, ed all ’ incontro i mali che con- 
seguono dalle prave azioni e dagli smodati affetti, benché ne 
sia necessario I avvenimento , riescono non meno pericolosi e 


4 


ESTRATTO DELLA l’RKFAZ IONE PREPOSTA 


temibili. Finalménte sieno neccssarii o contingenti gli impulsi, 
sentiamo tuttavia essere determinale le nostre anioni dalla spe- 
ranza e dal timore. 

Siffatta necessità fatale delle cose viene determinata da 
cagioni prossime dipendenti da altre più lontane, le quali 
promosse aneli’ esse da altri impulsi più remoti formano una 
continua serie di cagioni che si prolunga incessantemente , 
finché giunga ad inalzarsi a Dio (prima causa universale 
effettiva, e non effettuata, delle cose tutte, non prodotta 
da ninna di esse), e lo dimostra altresì il nostro filosofo per 
le proposizioni 26, 27 , 2S e 29 della Prima Parte dell’ Etica. 

Il considerare assolutamente Iddio qual cagione universale 
delle cose, le quali tutte da Lui procedono, sembrerebbe con- 
durre a riguardarlo qual autore del male e del peccato. Ma 
a tale difficoltà ed alle conseguenze che se ne possono in- 
ferire , risponde il nostro Filosofo colle sue lettere XXXII, 
XXXIV e XXXVI. Egli è chiaro e manifesto non poter dare 
luogo a ninna fondata dubitanza , l’ affermare che da Dio 
emanino tutte le cose, e ch’esse sieno determinate e preordi- 
nate dal suo eterno decreto, la quale credenza viene da 
molti Cristiani professata, e vivamente propugnata qual ne- 
cessaria verità. 

Alle surriferite opposizioni se ne aggiunge un’ altra, per 
cui ò accusato il nostro Autore di avere professato una dot- 
trina al tutto diversa dagli insegnamenti di Cristo, nostro 
Salvatore, e degli Apostoli, trasmessi dalla Sacra Scrittura 
circa alla regola c norma del vivere e delle condizioni del 
vero Bene. A rimuovere una simile accusa riesce opportuno 
di porre sotto occhio al leggitore la propria sentenza del- 
l’Autore, e quindi dimostrare come egli non discordi in verun 
modo dalla dottrina di Cristo e degli Apostoli. 

Cotal questione viene trattata dal nostro Autore nella 
Quinta Parte dell’ Etica , dove egli dimostra per le proposi- 
zioni 2 6 e 27 che la mente, nell’ esercizio della sua attività , 


DALL 1 EDITORE DELLE OPERE POSTUME. 


s 


giudica essere solo utile all’ uòmo quello che lo conduce alla 
perfezione dell’ intelligenza , ed essere nociva e mala cosa tuttociò 
che ce ne distoglie od allontana. Di più egli dimostra per le 
proposizioni 23 c 24 della medesima Quarta Parte, dispiegare 
la mente la propria virtù, quando concepisce le cose intelletti- 
vamente, ossia adeguatamente , e che in modo assoluto conducono 


le percezioni adequate, alle opere virtuose. Quindi egli ne de- 
duce, per la susseguente proposizione 28, costituire la nozione 
di Dio il bene supremo della mente, e consistere la piu alla 
perfezione della mente nella cognizione di Dio. Senzachè egli 
aggiunge che ogni nostra brama, ogni operazione di cui siamo 
auto ti , allorché siamo penetrati dall’ idea di Dio, cioè quando 
ne abbiamo la cognizione, tutte conducono alla religione. La 
brama del retto operare, ingenita nell’ nomo e che. lo conduce 
a vivere conforme alla ragione, viene da lui nominata Pietà. 
F.d egli nomina Onestà quel sentimento pel quale l’uomo vive 
conforme alla ragione, e lo spinge a congiungersi amorevol- 
mente coi suoi simili, proclamando essere onesto quanto viene 
commendato da coloro che vivono conforme alla ragione, ed al 
contrario dichiarando turpe ciò che distorna dall’ nomo i sensi 
invoglienti ed affettuosi dei suoi simili ; e ciò viene espresso 
nel 1 Scolio della proposizione 37. 

Di più egli avverte per la proposizione 33 che gli nomini 
governati dalla ragione trovatisi sempre concordi, riunendosi 
vi essi l’ intelletto, la volontà, l’ appetenza ed ogni lor senti- 
mento, a far ottenere agli altri uomini quel bene medesimo da 
essi personalmente ambito, c più è in essi perfetta la cognizione 
di Dio, più trovatisi disposti a contraccambiare le altrui di- 
mostrazioni di odio , d’ira e di disprezzo con opere generose ed 
amorevoli. (Proposizione 46.) E dalle dimostrazioni da lui 
proposte circa all’amore ed all’ intelletto egli conclude : com- 
battere con letizia e sicurezza coloro che contrappongono l ’ amore 
all’odio, nè mai ad essi abbisognare il soccorso della fortuna , 
qualunque sia il numero degli inimici; mentre d’ altra parti 


6 


ESTRATTO DELLA PREFAZIONE PREPOSTA 


coloro che rimangono vinti ritrovatisi lieti della loro disfatta , 
per essere in essi non scemate ma rinvigorite le forze (Vedi 
Scolio della proposizione 46). 

Allo Scolio della proposizione 66 (della citata parte) egli 
esamina qual differenza vi abbia tra 1’ uomo che si governa 
secondo gli affetti o l’opinione, e quello la cui vita è gui- 
data dalla ragione ; ed afferma essere il primo costretto ad 
operare ciecamente ed alla propria insaputa, mentre V altro 
agisce di proprio senno, ed elegge solamente quelle cose da 
lui stimate principali , migliori e sommamente desiderabili. 
Laonde l’Autore qualifica il primo di servo, il secondo di 
libero. 

Per la proposizione 69 egli mostra non essere peg[i nomini 
liberi minore virtù lo scansare i pericoli che il sormontargli ; 
per la proposizione 71, egli afferma essere ognor disposti gli 
uomini liberi ad un vicendevole contraccambio di grazie e di 
benejicìi, ed esser sempre repugnanti (proposizione 72) ad ogni 
atto fraudolento e doloso , rimanendo sempre vogliosi di man- 
tenere illesa la buona fede , e conchiude che quegli uomini si 
sentono più liberi in mezzo ad una città e sotto V imperio delle 
Itggi comuni, che in una solitudine ove potrebbero condur la 
vita al solo loro arbitrio. (Proposizione 75.) 

I pregi da lui predicati quali proprii della vera liberti gli 
riferisce alla tortezza nello Scolio della antecedente propo- 
sizione, dicendo che V uomo forte va esente da ogni movi- 
mento di odio, di invidia, di collera, di disprezzo, né giam- 
mai insuperbisce. 

Nella Quinta Parte dell’ Etica imprende il nostro filosofo a 
dimostrare come quando giungiamo per la comprensione , 
ossia per un operazione puramente intellettiva, ad acquistare 
la cognizione adequaca di Dio e delle cose , ci mettiamo in 
grado di superare i pravi affetti c quindi di ottenere l’acquie- 
scenza della mente, cioè il Bene supremo acni possa l’uomo 
aspirare, provenendone l’amore di Dio; egli proclama final- 


dall'editore delle opere postume. 


7 


mente derivare in noi dall'eterno amore verso Iddio , la sal- 
verò , la beatitudine , la libertà. 

Tali sono le principali dimostrazioni del nostro Autore 
da lui considerate quali imposte dalla Ragione circa alla retta 
norma del vivere, ed al Bene supremo degli uomini. Com- 
parando codesti principii colle dottrine insegnate da Gesù 
Cristo nostro Salvatore c dai di Lui Apostoli, apertamente 
riconosciamo esser dessi al tutto conformi , ed oltreciò ve- 
diamo a chiare note perfettamente concordare le prescri- 
zioni della ragione colle apostoliche predicazioni, nelle quali 
si rinvengono perfettamente espressi e contenuti i dogmi 
morali che assicurano P umana felicità. 

Imperocché gli insegnamenti del nostro Salvatore e degli 
Apostoli alla perfine si riducono al dovere di amare Iddio 
sopra ogni cosa ed il prossimo quanto noi medesimi. 1 E 
dimostra il nostro filosofo essere manifesto che quell’amore 
d Iddio e del prossimo è parimente imposto dalia ragione. 

Le cose anzidetto apertamente ci mostrano per qual mo- 
tivo dica l’Apostolo (Epistola ai Romani Cap. XII, i), es- 
sere razionale la religione cristiana perchè originata dalla 
Ragione , e sovra quella saldamente fondata. 

Ricorrendo ai detti dell’Apostolo Giovanni nella sua I Epi- 
stola Cap. IV, 7, 1 6, 17, 18 raccostati ai versetti 20, 21, 
vediamo apertamente che la rigenerazione , senza la quale 
non può l’uomo penetrare nel regno di Dio, consiste asso- 
lutamente nell amore di Dio il quale , siccome lo dimostra 
il nostro Autore, proviene dalla cognizione intellettiva di 
Dio. Professa altresì il nostro filosofo consistere la rigene- 
razione nella vittoria ottenuta dall’ uomo sopra i pravi affetti 
c nella mortificazione delle terrene e vane cupidigie insite 
nella natura umana , nonché negli assidui sforzi dispiegati 


8, 


1 Manli. VII, 12 c XXII, 37, 38, 39, 40. Lue. X, 27, 28. Rom.XIII, 
9, io. Gal. V, 14. 


8 


ESTRATTO DELI. A PREFAZIONE PREPOSTA 


per rinvigorire le nobili ed oneste appetenze che si rivol- 
gono al Vero ed al Buono. Questi nobili affetti inalzandoci 
all’ amore di Dio , ci procacciano la pace ossia la vera 
acquiescenza dell’ animo , ed in tal guisa l’ uomo acquista 
letizia, verità, benignità e giustizia (la quale consiste nella 
perpetua ed eterna volontà di attribuire a ciascuno quanto 
gli spetta) , ccc., doti cui il nostro filosofo dimostra esser 
frutti necessarii dell’intelletto. Le surriferite condizioni della 
rigenerazione si accordano intieramente colla dottrina inse- 
gnata dall’Apostolo nell’Epistola agli Efesi Cap. IV, 22, 24, 
ed in quella ai Colossei Cap. Ili, 9 e io , dove trattasi del 
vecchio uomo e del nuovo , e nell’ Epistola ai Romani 
Cap. Vili, 5 a 15, come eziandio in quella ai Galati Cap. V, 
16 che si aggira intorno all’ imperio dello spirito sopra la 
carne. 

Professa il nostro filosofo essere all’ ottenimento della 
salvezza , necessaria cosa di procurare a tutta possa la com- 
prensione intellettiva delle cose , e quindi conformare alle 
percepite verità la norma del vivere osservando i dettami 
della ragione. Come non si accorderebbero cotali proposi- 
zioni colla Sacra Scrittura e coi fondamenti della Religione 
Cristiana? Ma se è manifesta quella concordanza, nondimeno 
viene veementemente combattuta la dottrina del nostro filo- 
sofo da coloro che si attengono strettamente alla lettera 
della Scrittura , lasciandone in non cale lo spirito e la ve- 
rità. Le considerazioni svolte dal nostro Autore dimostrano 
al contrario che desse si accordano colle verità cristiane, e 
primamente viene da lui dimostrato quell’ accordo appog- 
giandosi ai passi della Scrittura ove la Meditazione e l’ac- 
quisto della Verità e della Sapienza vengono principalmente 
raccomandati. Egli insiste parimente nel dimostrare che la 
Sapienza, la Cognizione, V Intelligenza sono le cagioni dalle 
quali derivano le operazioni salutevoli e fruttuose. 

Chi può negare altresì che la cognizione e l’ intelligenza 


dall'editore delle opere postume. 9 

dei precetti divini non abbiano per obbietto quei dogmi la 
cui osservanza conduce necessariamente all’ottenimento della 
salvezza? A che gioverebbero la meditazione, l’acquisto 
della verità e 1’ uso dell’ intelletto se non valessero a mo- 
strarci le norme del vivere e dell’ operare ? Ne puossi cre- 
dere che pei vocaboli di Verità, di Sapienza, di Cognizione 
intenda la Scrittura una cognizione od un assentimento (on- 
dato unicamente sul materiale contesto delle scritte paroie , 
imperocché strana e pazza cosa sarebbe il restringere 1 u»o 
dell’intelletto a quelle materiali formalità ove non hanno luogo 
la verità nè la sapienza , nè si dispiega veruna delle potenze 
intellettive. 

E perchè non si accorderebbero i precetti fondamentali 
della Religione Cristiana colle massime che proclamano es- 
sere il possedimento di idee adequate necessaria condizione 
del possedimento delle nozioni valevoli ad ottenere la 
salvezza , conformando agli insegnati precetti il tenore della 
vita e delle operazioni , e sottoponendolo alla guida deila 
ragione ? Riesce quindi cosa chiara e manifesta (e di ciò 
debbono convenire tutti i Cristiani) che le Sacre Scritture 
le quali non possono contenere proposizioni contraddittoi ie, 
insegnino in molti luoghi, come I’ abbiamo testé mostrato , 
che la nuova alleanza stabilita da Dio per la mediazione di 
Cristo abbia avuto in mira di sostituire alle leggi comuni- 
cate da Dio agli Israeliti per caratteri inscritti sulla pietra, 
l’interpretazione di esse rivelata per l’intervento di Cristo, 
per la quale venissero infisse non più sopra la pietra, ma 
nelle menti degli uomini, vale a dire col farne intendere ad 
essi la vera significanza , e di impedire che i ministri della 
nuova alleanza non continuassero nella interpretazione late- 
rale, come lo avevano fatto i loro predecessori, ma atten- 
dessero di continuo allo spirito della insegnata dottrina, cioè 
prendessero per guida 1’ intelletto , siccome appare ad evi- 
denza dalla testimonianza di Giovanni al Canit. V, versetto 6, 
Db Spinoza. — Dell' Etioa. 2 


ro 


estratto della prefazione preposta 


c dalle altre Apostoliche Scritture. È adunque cosa chiara 
ed indubitabile che le dottrine del nostro Autore pienamente 
concordino coi principii fondamentali della Religione Cri- 
stiana. 

Concordano pienamente le ammonizioni dell’Apostolo circa 
alla carne ed agli effetti delle carnali concupiscenze colle 
dimostrazioni proposte dal nostro Autore alla 4 “ Parte del 
presente libro , dove dimostra da un lato 1 ’ impotenza del- 
1 ’ uomo irrazionale a governare gli affetti , dall’ altro la po- 
tenza dell’ uomo ragionevole a raffrenargli e moderargli. 

Notino i Cristiani qual cosa molto ragguardevole, che è 
dovunque dal nostro filosofo confermata la dottrina dei sa- 
cri scrittori , nel mostrare l’ identità dei precetti della Reli- 
gione Cristiana coi dogmi impostici dalla Ragione, venendo 
in tal guisa a rafforzare le verità religiose, e quindi anche 
1’ autorità delle Sacre Lettere ; e di tal modo le sue dimo- 
strazioni infondono nei nostri petti un’ incrollabile certezza 
cui non smoverebbe nò il Giudeo, nò il Pagano, nè l’Ateo 
nè qualsiasi oppositore. 

Sono insufficienti i miracoli ad introdurre negli animi l’a- 
desivo consenso alle verità religiose. Ad altro non possono 
giovare i portentosi avvenimenti se non a somministrarci un 
segno esteriore di ricordanza. Ma la certezza assoluta ed ir- 
removibile si produce unicamente negli animi per la cogiti* 
/.ione diretta della verità , ossia per la vera percezione in- 
tellettiva, la quale involge ogni forma della certezza. E di 
qual maniera coloro che hanno riconosciuto ad evidenza la 
verità e che a ragion d’ esempio riconoscono 1 ’ esistenza di 
Dio e 1’ azione provvcditrice del suo Figliuolo (cioè della 
Ragione e della Sapienza divina), la quale guida gli uomini 
alla salvezza, come coloro che sanno esser dovere dell’uomo 
di amare Dio ed il suo Figlio potrebbero abbisognare di al- 
tre dimostrazioni per accertarsi delle verità , di cui trovano 
nei proprii loro animi una certezza superiore e più salda di 


dall’editore delle opere postume. 


1 1 


quante attestazioni potrebbe somministrare qualsiasi stermi- 
nata serie di eventi miracolosi ? Adunque a buon diritto 
disse Paolo: « chiedan pure miracoli i Giudei e coloro che 
stanno sotto alla Legge, nò sono capaci d’ intendere la ve- 
rità. » Ed affine di ottenere quei miracoli fu Cristo dai Giudei 
infastidito (Matteo XII, 38, XVI, 1,3,4. Marco Vili, n- 
Luca XI, 29); e pel medesimo motivo lu mestieri all’Apo- 
stolo di tanto travaglio per infondere nei suoi discepoli 
/’ ampiezza di persuasione e l’intelligenza del mistero di Dio 
Padre , glorificandosi degli sforzi da lui sostenuti. (Colos- 
sei F.p. II, 1, 2.) 

Le ragioni dianzi prodotte a difesa del nostro filosofo e 
delle sue profonde ed argutissime disquisizioni serviranno a 
confutare le calunnie di coloro che per crassa ignoranza, o 
per cieca passione si attentarono non solamente di tacciare 
d’ irreligione queli’ uomo insigne , ma eziandio procurarono 
a tutta forza di persuadere al pubblico eh’ egli nei suoi scritti 
professasse V Ateismo , e che le sue proposizioni si rivolges- 
sero ad estirpare negli animi ogni senso di religione e di 
pietà. Se quegli oppositori avessero solamente avvertito al 
verso del Salmista (Salmo XIV , 1 e Salmo III, 2), lo 
stollo dice nel sito animo che non vi ha Dio , quel detto gli 
avrebbe f.ittos più avii e più prudenti, trattenendogli da tante 
temerarie imputazioni. Imperocché con quelle parole insegnò 
chiaramente il Salmista, che in sì orribile trascorso non pos- 
sono giammai cadere i sapienti (nel qual numero confessano 
anche gli avversari dover esser annoverato il nostro filosoto). 

Laonde avvertano gli oppositori di quel grande filosofo 
quando verranno all’ esame dei suoi scritti , di guardarsi 
studiosamente dal rigettarne le proposizioni qual false e 
contrarie alla religione Cristiana, senza aver prima pene- 
trata la mente dello scrittore ed attentamente raffrontato 
le sue massime col vero senso delle Sacre Lettere e coi 
precetti della vera religione. Debbono dapprima avvertire di 


12 


ESTRATTO DELLA PREFAZ'OVE preposta 


non appoggiarsi facilmente ai concetti erronei, ed alte ar- 
bitrarie opinioni da essi avute sul senso della Sacra Scrittura, 
nè di tener la loro particolare interpretazione per infallibile 
paragone del vero e del falso, e di ciò che convenga o di- 
scordi col sacro Codice o colla religione Cristiana. Offu- 
scati da quei pregiudizii non sarebbero in grado di giudicare 
assennatamente i trattati argomenti, e quando alle dimostrate 
ragioni momentaneamente aderissero, tosto ricadrebbero nei 
primi assurdi, reputando false o prave le vere e buone sen- 
tenze, ed avendo per contrarie alla religione quelle massime 
che al tutto concordano coi precetti di essa. Imperocché 
trovansi i Cristiani divisi in moltissime sètte, e tutte ed ogni 
singola a vicenda vantano la verità delle proprie credenze , 
ed accanitamente le propugnano qual dogmi della religione 
Cristiana, nò hanno fine fra essi i contrasti e talvolta le 
zuffe, e quelle proposizioni ricevute dagli uni per accertate 
e sacrosante verità, vengono dagli altri rigettate ed abborrite 
quali empie e diaboliche. Quindi le perpetue contese ed i 
civili contrasti di cui sono piene le storie e che anche al 
presente continuano. Di quei mali fu sola origine la falsa 
oninione avuta da alcuni dell’ assoluta verità degli erronei 
concelti, e delle infondate loro opinioni (da essi pertinace- 
mente affermate) sul senso delle sacre pagine. A tale giun- 
sero i fautori delie varie sètte che tennero le loro arbitrarie 
interpretazioni qual parte essenziale della Scrittura, e Verbo 
infallibile di Dio, considerandole assolutamente per norma 
precisa, ed accertato paragone capace di far distinguere il vero 
dal talso. Dureranno senza dubbio, fuor di ogni speranza di 
emendamento, quegli scismi e quei contrasti finche non ri- 
corrano i Cristiani alla ricognizione della verità, infallibile 
norma del vero c del falso, per essa giudicando della con- 
gruenza o dell’ opposizione colla religione Cristiana delle 
diverse e discrepanti dottrine arbitrariamente proposte ed 
accanitamente propugnate. Ma dalle anzidetto cose racco- 


DM.L* EDITORE DELLE OPERE POSTUME. 


I? 

gitesi di leggieri non esser necessario di mostrare quale sia 
la norma, quale il paragone a giudicare le discordanti con- 
troversie delle sètte Cristiane. Però chi volesse , per un 
bieve esame chiarirsi di una tal questione, ricordi prima- 
mente essere eterni tutti i comandi, le testimonianze e le leggi 
d Iddio, e costituire quel complesso l’ eterna verità. Ricor- 
dino eziandio i Cristiani fondarsi unicamente sulla verità , 
la dottrina del Vangelo che tutta contiene la religione cri- 
stiana , ed abbiano sempre in mira quelle benefiche verità , 
qual universale patrimonio dei Cristiani. Rammentino di poi 
essere la verità indicatrice , e di sè stessa, e della falsità , 
nè poter dessa esser conosciuta se non di per sè sola , e 
non mai per qualsivoglia altra interposizione. Laonde riesce 
al tutto evidente essere unicamente la verità la norma cui 
deve 1 uomo aspirare. Perciò i Cristiani giunti al pieno go- 
dimento della verità insegnata dalla Scrittura, e dalla vera 
e pura comprensione di essa, saranno assicurati in modo in- 
fallibile ed assoluto di esser fatti partecipi dello spirito della 
Scrittura, e di possedere il Verbo di Dio. 

Quindi siccome la verità alla guisa della natura e dell’es- 
senza delle cose è semplice e indivisibile, nè offre giammai 
se non un senso unico e preciso , impossessati i Cristiani 
di quella verità, debbono di necessità concordare in un me- 
desimo intendimento, e nelle istesse sentenze, siccome io 
attesta Paolo I Epist. ai Corintii I, io, 1 1, ed ai Filipp. Il, 

3 ; III, 1 6. 

L perchè coloro che vogliono obbedire alle prescrizioni 
dello Spirito Santo circa alla tolleranza, non si affrettano di 
porgere tuia snssidievol mano a cln è ancora vacillante nella 
fede (Rom. XI ^ , i), cioè a quelli a cui difetta la piena co- 
gnizione, sovvenendo alla debolezza dei malfermi ed all’igno- 
ranza dei traviati? In tal guisa compiranno l’uffizio ad 
essi prefisso (Gal. VI, 4. Rom. XIV, 4-14. II ai Co- 
nimi I, 14) non rimireranno con occhio diffidente e torvo 


>4 


ESTRATTO DELLA PREFAZIONE PREPOSTA 


le espressioni della fede altrui (Pietro V, 3), ma si di- 
mostreranno placidi verso gli errati , e gli ammaestreranno 
con mansuetudine , aspettando che piaccia a Dio di procurare 
la conversione di essi, e di condurgli alla verità. E c’insegnò 
col proprio esempio l’Apostolo Paolo, non dovere cotale tol- 
leranza essere ristretta a coloro che sono imbevuti di lievi 
errori , ma estendersi anche a quelli che errano negli arti- 
coli fondamentali ed essenziali della fede. Abbenchè i Ga- 
lati avessero accettato un altro Vangelo e fossero incorsi in 
errore, reputando che la giustizia c le altre opere spirituali 
non si acquistassero per la fede e per l’ acquiescenza alla 
verità, ma bensì pel solo eseguimento delle formalità della 
legge e per la legge (errore che versa sul punto fondamen- 
tale della fede), nonpertanto, malgrado una tanta differenza, 
furono i Galati nominati dall’Apostolo fratelli e figli (Gal. 
IV, 19 ed altrove). 

Oltre a ciò il Dottore delle genti dice nell’ Epistola ai 
Filippensi III, 15: Tale i ! il nostro sentimento (riguardo 
alla cognizione di Gesù Cristo ed alla virtù di esso per la 
quale si perfeziona la nostra rigenerazione e giustificazione), 
ma se sentite diversamente , ciò vi sarà pure rivelato da Dio. 
Con tali parole Paolo mostra manifestamente voler egli tol- 
lerare coloro che sull’ articolo fondamentale della giustifica- 
zione da lui dissentono , riconoscendoli per fratelli e per 
membri della Chiesa, nonostante quel grave dissentimento. 

Adunque quando coloro che per impotenza ed ignorali a 
errano lor malgrado, e mostransi tuttora balbettanti nella 
dottrina di Cristo (e tali vogliono esser reputati quelli che 
errano nei punti fondamentali della fede) , hanno a guisa di 
fanciulli impedita ed inceppata la lingua, chiedendosi edu- 
cazione e tempo assai lungo per giungere nella dottrina di 
Cristo all’ adolescenza ed alla età virile. Ed usa la Sacra 
Scrittura appellazioni diverse pei varii gradi della cognizione 
cristiana, nominandogli Infanzia, Adolescenza e Virilità. Laonde 


DKI L’r.niTORF. DEt.U- OPERE POSTUME. 


15 


apertamente si dimostra essere meritevole di ogni tolleianza 
chi male s’ appiglia circa all* interpretazione delle verità re- 
ligiose. 

Adunque quei Cristiani i quali per le diversità delle opi- 
nioni a vicenda contrastano, qualificandosi d inimici di Dio, 
rimandandosi gli uni agli altri 1’ imputazione di eretico , ed 
ingiuriosamente qualificandosi, non si fondano in verun modo 
sulla verità, ma sopra false ed arbitrarie opinioni. F. cotali 
violenze aborrite dai veri Cristiani dimostrano apertamente 
la falsità delle loro sentenze le quali al tutto si discostano 
dal vero c retto sentire. 



DELL’ ETICA 


PARTE PRIMA 

D' IDDIO 


Definizioni. 

I. Intendo per cagione propria di si l’oggetto la cui essenza 
involge l’esistenza, ossia ciò la cui natura non può esser pen- 
sata se non provveduta di esistenza. 

II. È finito nel suo genere quell’ oggetto da noi pensato qual 
circoscritto da una cosa di simigliarne natura. Ad esempio, un 
corpo viene detto finito perché ci sovviene mai sempre un altro 
corpo di lui maggiore, ed alla medesima guisa viene ogni nostro 
pensiero determinato da un concetto susseguente. Ma il corpo 
non riceve dal pensiero ninna determinazione, siccome non può 
il pensiero essere limitato dal corpo. 

III. Intendo per sostanza un quid sussistente di per si, e 
per si medesimo concepito , vale a dire una cosa il cui con- 
cetto non ha d’ uopo di appoggiarsi a verun altro originale 
pensiero. 

IV. Intendo per attributi quelle manifestazioni della sostanza 
che ci appaiono qual principio costitutivo di essa. 

V. Per modo intendo le affezioni della sostanza, ovvero le im- 
pressioni che la fanno conoscibile all’ altrui intelletto. 

Dr Spinoza. — Peli’ Elica. 


3 


8 


DEI. L’Etica — PARTE ! 


VI. Intendo per Iddio V Ente assolutamente infinito ù /io,' la 
sostanza che racchiude attributi infiniti, ciascuno dei quali 
esprime V essenza eterna ed infinita. 

Spiegazione. Dico essere Iddio infinito noti solo generica- 
mente ma assolutamente. Imperocché a ciò che é soltanto infinito 
genericamente, possiamo negare un’infinità di attributi, ma 
r assoluta infinità é 1’ espressione dell’ essenza sostanziale me- 
desima, ni può dar luogo a restrizione veruna. 

VII. Sarà detto libero l’ oggetto che esiste per la necessità 
della propria natura, ed agisce unicamente per V effetto di una 
propria determinazione, ed al contrario agisce ed esiste in modo 
assolutamente necessario e coatto l’oggetto che i sottoposto ad 
una cagione esteriore la quale ne determina di esatta ragione 
V esistenza e le operazioni. 

Vili. Intendo per eternità l’esistenza medesima, concepita 
qual conseguenza necessaria per la sola definizione della cosa 
eterna. 

Spiegazione. Imperocché una tale esistenza viene conce- 
pita quale eterna verità costitutiva dell’ essenza della cosa , 
laonde non può spiegarsi per vermi concetto di durazione o di 
tempo , ancorché vogliasi concepire una durazione scevra di 
principio e di fine. 


Assiomi. 

I. Tutte le cose che sono, sussistono in sé od in un altro 
oggetto. 

II. L’oggetto il cui pensiero non deriva da altro concetto 
dev’ essere concepito di per sé in modo indipendente ed assoluto. 

III. Da una data e determinata cagione consegue di neces- 
sità l’effetto, e per converso, senza una cagione determinala, 
non potrebbe aver luogo V effetto. 

IV. La cognizione dell’ effetto dipende dalla cognizione della 
cagione, ed é in questa involuta. 


D IDDIO. 


19 


V. Le cose che non hanno elementi comuni non possono re- 
ciprocamente esser V una per l'altra conosciute, cioè -il con- 
cetto dell ' una non involge quello di un’ altra. 

VI. L’ idea vera deve corrispondere colla cosa ideata. 

VII. La cosa che può esser pensata qual non esistente, non 
può riferirsi ad un’ essenza che involga esistenza. 

Proposizioni. 

Proposizione I. La sostanza precede naturalmente le sue 
affezioni. 

Dimostrazione. Ciò riesce evidente per le dimostrazioni 

3" e 5‘- 

Proposizione II. Due sostanze provvedute di attributi di- 
versi non hanno tra si comunanza veruna. 

Dimostrazione. Ciò risulta eziandio dalla 3“ definizione. 
Una sostanza deve sussistere di per se, ed essere partico- 
larmente concepita, ossia !il concetto di una sostanza non 
involge quello di un’ altra. 

Proposizione III. Le cose che non hanno tra loro ninna 
comunanza, non possono essere cagionate Vana dall’altra. 

Dimostrazione. Quando le cose non hanno tra s£ comu- 
nanza veruna, la cognizione di una di esse non può (per 
l’Assioma V) condurre a quella dell’altra, perciò (per l’Assio- 
ma IV) non può 1 ’ una esser cagione dell’ altra. C. V. D. 

Proposizione IV. Due 0 più cose diverse si distinguono tra 
loro , 0 per la varietà degli attributi, 0 per quella delle affe- 
zioni di esse. 

Dimostrazione. Tutti gli oggetti sussistenti hanno il loro 
sostanziale principio od in sò , (Assioma I), od in un’altra 
cosa, il che significa (definizione 3“ e 5“) nulla darsi fuori 
dell’ intelletto tranne le sostanze e le proprie di lui affezioni. 
Adunque non dassi cosa veruna fuori dell’ intelletto che possa 
essere distintamente percepita, tranne le sostanze, vale a 


20 


dell’etica — pah te r. 


dire, ciò che è una cosa medesima, tranne i loro attributi 
e le affezioni di esse. C. V. D. 

Proposizione V. Nella natura non possono darsi due o più 
sostante di medesima condizione, ossia che abbiano i medesimi 
attributi. 

Dimostrazione. Se fossero parecchie le sostanze diverse , 
si dovrebbero distinguere o per la diversità degli attributi, o 
per quella delle affezioni (per la proposizione precedente). Se 
consistesse la differenza nella varietà degli attributi, ne ver- 
rebbe per conseguenza che spettassero ad una sola di esse 
quegli attributi; se provenisse il divario dalla varietà delle 
affezioni , siccome la sostanza precede le proprie affezioni, 
la sostanza, messe in disparte le sue affezioni, e conside- 
rata in sé stessa e nella piena sua verità (per le definizioni 
3 * e 0 > non s * distinguerebbe da un’ altra; perciò (per la 
proposizione precedente) non possono esser moltiplici le so- 
stanze ; e debbono ridursi ad una sola. C. V. D v 

Proposizione VI. La sostanza non può esser prodotta da 
un’ altra sostanza. 

Dimostrazione. Nella Natura non possono darsi due so- 
stanze di un medesimo attributo (per la proposizione pre- 
cedente), cioè (per la proposizione 2“) che abbiano qualche 
comunanza; laonde (per la proposizione 5*) non può 1’ una 
esser cagione dell altra , ossia 1’ una di esse non può esser 
prodotta dall’ altra. 

Corollario. Da ciò consegue che la sostanza non può 
esser prodotta da un altro oggetto. Imperocché non offre 
altra cosa la Natura se non le sostanze e le loro affezioni, 
come apertamente si scorge per l’Assioma I e le defini- 
zioni 3" e j' 1 ; pertanto ella non può esser prodotta da un’al- 
tra sostanza (per la proposizione precedente). Dunque non 
può assolutamente la sostanza esser prodotta da un’ altra 
cosa. C. V. D. 

Di altra maniera. Ciò viene più agevolmente dimostrato 


d’ iddio. 


21 


per I assurdo. Imperocché se la sostanza potesse esser pro- 
dotta da un altra cosa , la cognizione di essa dovrebbe di- 
pendere da quella della di lei cagione (per l’Assioma IV) ; 
quindi (per la definizione 3 0 ) ella cesserebbe di essere so- 
stanza. 

Proposizione VII. Alla natura della sostanza spetta ne- 
cessariamente l’esistenza. 

Dimostrazione. La sostanza non può essere prodotta da 
un altro oggetto (pel Corollario della proposizione prece- 
dente); adunque ella è cagione di sé stessa, cioè (per la 
definizione i“) la sua essenza involge necessariamente l’esi- 
stenza , vale a dire l’ esistenza e la necessaria manifesta- 
zione di essa. C. V. D. 

Proposizione Vili. Ogni sostanza è necessariamente in- 
finita. 

Dimostrazione. La sostanza provveduta di un qualche at- 
tributo esiste di per sé, ed unicamente , e spetta alla di lei 
natura di manifestarsi per l’esistenza (per la proposizione 5"). 
Adunque l’esistenza risulterà dalla propria sua condizione, 
sia ella pensata qual finita o quale infinita. Ma ella non è 
finita , imperocché se fosse finita dovrebbe esser limitata da 
un altra sostanza di simigliarne natura, la quale dovrebbe 
esistere aneli essa necessariamente (per la proposizione 7“) ; 
laonde vi sarebbero due sostanze del medesimo attributo, il 
che è assurdo. Ella è adunque infinita. C. V. D. 

Scolio I. La qualificazione di finito, esprimendo una par- 
ziale negazione, mentre quella d’ infinito è l’ affermazione 
assoluta dell esistenza , consegue dalla sola proposizione 7“ 
dover ogni sostanza essere infinita. 

Scolio IL Non dubito che riesca disagevole la compren- 
sione della dimostrazione della 7* proposizione a coloro che 
giudicano confusamente delle cose, nò sono assuefatti ad 
investigarne le prime cagioni. 

Ciò deriva principalmente dal non esser dessi in grado 


22 


DELL* ETICA 


PARTE I. 


di distinguere le modificazioni delle sostanze dalle sostanze 
medesime, e dall’ esser da essi ignorate le intrinseche con- 
dizioni delle cose. Quindi avviene che per quell’ignoranza 
sieno applicate alle sostanze le condizioni fenomenali da essi 
osservate. Imperocché colui che non accostuma di conside- 
rare a dovere le cagioni delle cose, è condotto a confondere 
di continuo cose dissimiglianti ; egli non ripugna ad accor- 
dare alle piante 1’ umana favella, fa procedere senza verun 
contrasto la razza umana ora dai sassi, ora dal parto fem- 
minile, e s’ infinge le più strane trasformazioni. A simil 
guisa quelli che si compiacciono di confondere la natura di- 
vina colla natura umana , riportano di leggieri a Dio gli af- 
fetti della natura umana, e ciò succede principalmente per 
esser da essi ignorato in che consistano gli affetti, e di qiial 
maniera essi siano pensati dalla mente. Se gli uomini giun- 
gcssercr ad intendere quale sia la natura della sostanza , non 
dubiterebbero della verini della proposizione 7“, ed anzi la 
considererebbero quale assioma da annoverarsi tra le nozioni 
universalmente ricevute. Imperciocché sarebbe da essi rico- 
nosciuto essere la sostanza un quid sussistente di per sé, ed 
il cui concetto ci sovviene direttamente, nè ha mestieri di 
fondarsi sopra il pensiero di un altro oggetto, e giudiche- 
rebbero altresì che ogni modificazione dipende dall’ oggetto 
modificato , e che i concetti modificativi derivano tutti dalla 
sostanziale entità alla quale si appoggiano. Possiamo avere 
idee vere circa a modificazioni non esistenti, perchè quan- 
tunque desse non abbiano fuori del nostro pensiero una reale 
ed obbiettiva esistenza, possono nondimeno esser da noi ri- 
ferite ad un altro oggetto reale ed effettivo. In fatto la vera 
percezione delle sostanze non ha luogo se non al riguardo 
di quelle cose ch’esistono di per sé, e vengono di per sé 
concepite. Quindi se alcuno dicesse di avere un’ idea chiara 
e distinta , cioè vera , della sostanza , e nondimeno dubitasse 
dell’ esistenza di essa , ciò presenterebbe una contraddizione 


non meno formale di quella offerta da chi affermasse una 
verità da lui chiaramente percepita , e nondimeno ponesse 
in dubbio quella medesima verità tenuta da lui per certa cd 
evidente, cosa manifestamente contraddittoria, e ciò equi- 
varrebbe al credere che potesse una cosa falsa assumere il 
carattere della verità, proposizione di cui è manifesta la 
piena assurdità. Quindi egli è forza riconoscere quar eterna 
verità , e l’esistenza e 1’ essenza delti sostanza. E cosi di altra 
maniera dimostrasi esser unica una sostanza di conforme na- 
tura, e stimai prezzo dell’ opera di proporne la dimostrazione. 
Però, affinché io possa disporre ordinatamente il mio discorso, 
vuoisi notare : I che la vera definizione di una qualsiasi cosa 
nulla può contenere nè esprimere oltre alla natura della cosa 
definita ; II che nessuna definizione può involgere un numero 
determinato di cose particolari, nè estendersi oltre alle cose 
comprese nella cosa definita. Cosi a ragion d’ esempio , la 
definizione del triangolo altra cosa non esprime se non la 
natura del triangolo , e non mai un qualsiasi numero deter- 
minato di triangoli; III vuoisi notare che dobbiamo neces- 
sariamente assegnare ad ogni cosa esistente una cagione 
determinata per la quale esiste; IV finalmente dobbiamo 
considerare che quella cagione per cui esiste una qualsiasi 
cosa , deve essere riconosciuta o per le condizioni proprie 
della cosa esistente e dalla definizione di essa , ovvero esser 
data fuori di essa. Posti cotali principii , ne consegue che se 
esiste nella natura un numero determinato di particolari indi- 
vidui , vi ha necessariamente una cagione che ne assegni quel 
numero in modo preciso , e non lo accresca nè lo scemi. 
Supponiamo ad esempio , che si componesse la razza umana 
di venti persone , per dar ragione della simultanea presenza di 
quei venti individui, non basterebbe il considerare la cagione 
della complessiva formazione di quei venti individui cui sup- 
poniamo costituire la razza umana, ma sarebbe d’uopo di 
mostrare per qual cagione quel numero sia nè maggiore , nè 


Co 


24 


DELL’ETICA — PARTE I. 


minore di venti ; poiché (per la nota preced.) necessaria- 
mente dcbbesi assegnare una determinata cagione ad ogni 
particolare esistenza. Il principio costitutivo della razza uma- 
na , concepito nella sua generalità , non contiene quella vi- ' 
cennaria determinazione , la quale perciò non si ritrova in una 
generica definizione che si riferisca al complesso della razza 
umana. Laonde (per la nota 4“) deve di necessità esser este- 
riore la cagione per la quale esiste ognuno di quei venti 
individui ; perciò egli è forza conchiuderc che alla esistenza 
di tutte quelle cose che si presentano a noi numerose, de- 
v’ essere assegnata una cagione particolare. E siccome (per 
le ragioni esposte nel presente Scolio) la sostanza si mani- 
festa necessariamente per 1’ esistenza , sarà 1 esistenza com- 
presa nella corrispondente definizione , e per conseguenza 
la definizione deve contenerne e dimostrarne la esistenza. 
Da una simile definizione è esclusa (come venne dimostrato 
per la nota II* e IH*), la pluralità della sostanza ; quindi deve 
necessariamente esistere soltanto un unica sostanza della 
medesima natura , il che si accorda colla professata propo- 
sizione. 

Proposizione IX. “ Quanto i maggiore la realita 0 la sus- 
sistenza di una cosa , tanto i maggiore il numero degli attri- 
buti che le competono. 

Dimostrazione. Ciò risulta manifestamente dalla defini- 
zione 4. 

Proposizione X. Ogni particolare attributo di una so- 
stanza dev’essere per sé medesimo concepito. 

Dimostrazione. Imperocché 1 attributo è ciò che viene 
percepito dall* intelletto qual emanazione della sostanza me- 
desima (per la definizione 4*)» laonde 1 attributo (defini- 
zione 3“) deve essere per sé direttamente concepito. C. V. D. 

Scolio. Da ciò si scorge che quantunque sieno riconosciuti 
due attributi realmente distinti, cioè l’uno indipendente dal- 
l’ altro , non puossi pertanto conchiudere che quegli attri- 


d’ iddio. 


25 


buti costituiscano due enti o due sostanze diverse. Impe- 
rocché* vuole la propria condizione della sostanza clic ognuno 
de’ suoi attributi sia di per s è, e direttamente concepito, 
perchè tutti gli attributi di una sostanza sono in essa insie- 
memente congiunti, nè possono considerarsi qual reciproca- 
mente dipendenti ed originati 1 ’ uno dall’ altro , esprimendo 
ciascuno di essi la realtà , ossia 1 ’ essenza della sostanza a 
cui si riferisce. Possiamo adunque legittimamente assegnare 
ad una sostanza più attributi, nè nulla trovasi più chiaro ed 
evidente quanto il concepire un qualsiasi ente sotto un qual- 
che attributo, e più nella sostanza è intensa la realtà, più 
trovansi in essa numerosi gli attributi, e per conseguenza 
nulla è più evidente e legittimo quanto l’assegnare attribu i 
infiniti all’ ente di cui è assoluta 1’ infinità. Se chiedesse 
qualcuno a qual segno l’uomo possa riconoscere la diver- 
sità deile sostanze , voglia egli leggere le proposizioni che 
seguono, le quali dimostrano non esistere se non che una 
sola ed unica sostanza , e questa essere assolutamente infi- 
nita ; laonde sarebbe vana la ricerca di un segno che indi- 
casse una tale diversità. 

Proposizione XI. Iddio ossia quella sostanza di cui sono 
infiniti gli attributi , ciascuno dei quali esprime l’essenza eterna 
ed infinita , esiste necessariamente. 

Dimostrazione. Chi volesse contrastare a tale proposi- 
zione procuri, se gli è possibile , di concepire che Iddio 
non esista, e quindi che la sua essenza non involga l’esi- 
stenza (per l’Assioma VII); ma ciò è assurdo (per la pro- 
pos. 7 "). Dunque Iddio si manifesta necessariamente per la 
propria esistenza. C. V. D. 

Di altra maniera. Debbesi sempre assegnare una cagione 
ovvero ragione tanto dell’esistenza di una cosa, quanto della 
non esistenza di essa. Ad esempio , se esiste il triangolo 
deve esservi la ragione o la causa dell’ esistenza di esso ; ma 
se egli non esiste, vi ha parimente la ragione o la causa 

De Spinoza. — Dell' lìtica. 


i 


l6 


DELI.’ ETICA — PARTE I. 


che ne impedisce I* esistenza. Cotale causa o ragione deve 
rinvenirsi o nella natura propria della cosa, o all’ infuori di 
essa. Ad esempio, la ragione per cui non può darsi un cir- 
colo quadrato viene dimostrata dalla condizione propria del 
circolo, per la contraddizione offerta da una tale ipotesi. Al 
contrario l’ esistenza della sostanza risulta dalla naturale 
condizione di essa, la quale involge l’esistenza. (Vedi pro- 
posiz. 7.“). La ragione della esistenza o della non esistenza 
del circolo o del triangolo , non è la diretta conseguenza 
della sua naturai condizione, ma dipende dall’ordine uni- 
versale della natura corporale, perchè le condizioni di quel- 
l’ ordine dovevano determinare la possibilità o l’ impossibi- 
lità di quell’esistenza, e ciò riesce del tutto evidente. Risulta 
da quanto precede, che esistano quelle cose che non ne 
sono impedite da veruna cagione. Di tal guisa s non può 
darsi alcuna ragione o causa che impedisca o che tolga 
l’ esistenza di Dio , debbesi conchiudere in modo assoluto 
ch’egli esiste necessariamente. Se si desse una simile ragione 
o causa, ella dovrebbe ritrovarsi o nella propria natura di 
Dio, od all’ infuori di essa, cioè in un’ altra sostanza di na- 
tura diversa; imperocché se fosse di natura medesima quella 
sostanza, sarebbe di tal maniera affermata l’esistenza di Dio. 
Ma una sostanza di natura diversa nulla avrebbe di comune 
con Dio (per la prop. 2“) nè potrebbe perciò porre, nè to- 
gliere la di lui esistenza. Non potendo adunque darsi fuori 
della natura divina la ragione o la causa che ne tolga l’e- 
sistenza, dovrebbe una cotal ragione ritrovarsi nella sua pro- 
pria natura, il che implica contraddizione , e una simile 
affermazione sarebbe al tutto assurda al rispetto di un ente 
infinito ed in sommo grado perfetto; dunque non vi ha nè 
in Dio, nè all’ infuori di lui veruna causa o ragione che ne 
tolga l’esistenza: quindi Iddio esiste necessariamente. C. V. D. 

Altra dimostrazione. La possibilità del non esistere si- 
gnifica impotenza , mentre al contrario è segno di potenza 


u’ IDDIO. 


27 


la possibilità dell’esistenza, il che è fuor di dubbio. In tal 
guisa se fosse finita la cosa posta qual necessaria , gli enti 
finiti avrebbero maggior potenza dell’ente infinito, ciò clic 
riesce ad evidenza di tutta assurdità. Dunque , o non esiste 
niuna cosa, o esiste di necessità un essere assolutamente 
infinito. Pertanto noi esistiamo, od in noi, od in altra cosa 
di cui è necessaria l’esistenza. (Vedi Assioma I e prop. 7’). 
Dunque esiste necessariamente un Ente assolutamente in- 
finito, cioè Iddio (definizione 6"). 

Scolio. In questa ultima dimostrazione ho voluto provare 
a posteriori l’esistenza di Dio affine di renderne più agevole 
l’ intendimento ; ma ciò non toglie che non possa dessa per 
quel medesimo fondamento esser provata anche a priori. 
Perchè data la possibilità dell’esistenza, consegue che più 
ad una cosa compete un maggior grado di realtà , più si 
accrescono in essa le forze che la fanno esistere e perciò 
1’ Ente assolutamente infinito, cioè Iddio, possiede in sè, in 
modo assoluto un infinita potenza di manifestare la sua 
esistenza. Nondimeno a molti non riesce facil cosa di per- 
cepire 1’ evidenza di questa dimostrazione , e ciò perchè 
sono assuefatti ad avvertire solamente a quelle cose che 
provengono da cagioni esterne, e particolarmente a quelle 
che prestamente si producono , cioè a quelle cose cui ve- 
dono in breve tempo nascere e perire, mentre al contrario 
reputano più difficile la venuta, ossia meno facile l’esistenza 
delle cose meno semplici e piu complicate. Ma a liberargli 
da cotali pregiudizii non mi è d’ uopo di qui mostrare quale 
sia il vero senso del volgare detto : ciò che presto nasce presto 
si estingue, nè tampoco di mostrare al contrario come in 
riguardo all’universa natura riescano egualmente di facile 
liuscita le cose tutte. Pertanto basterà ricordare che non si 
riferisce il mio discorso alle cose provenienti da cagioni 
esterne, ma bensì alle sole sostanze le quali (per la pro- 
posiz. 6 ) non possono essere prodotte da veruna cagione 


2* 


DELI.' ETIUA — PARTE I. 


c.teriore. Perciocché le cose che provengono da cagioni 
esterne, sieno elle composte di molte parti o di poche, la 
realtà e la perfezione che in esse si ritrovano al tutto di- 
pendono dalla virtù della cagione esterna da cui derivano; 
perciò proviene la loro esistenza dalla perfezione di una 
causa esterna, e non da una propria ed ingenita virtù. Al 
contrario, qualsivoglia perfezione della sostanza non 6 dovuta 
a veruna cagione esteriore, perchè anche l’esistenza di essa 
risulta unicamente dalla propria sua natura , la quale altra 
cosa non è clic la propria essenza. Adunque la perfezione 
di una cosa, lungi dal toglierne l’ esistenza , viene al con- 
trario ad affermarla, mentre quell’ esistenza sarebbe tolta se 
fosse imperfetta la condizione del proposto oggetto; perciò 
non possiamo esser meglio accertati di una qualsiasi esistenza 
quanto di quella dell’ Ente perfettissimo, cioè di Dio. Impe- 
rocché siccome 1’ essenza divina esclude qualsivoglia imper- 
fezione , involgendo una perfezione assoluta , ciò toglie al 
tutto ogni cagione di dubitare della sua esistenza , la quale 
ci è provata in modo certissimo, e di cui non può dubitare 
chiunque vorrà porre ai nostri argomenti una pur mediocre 
attenzione. 

Proposizione XII. Niun attributo della sostanza può esser 
concepito con verità , se per quel concetto conseguisse la possi- 
bilità di una qualsiasi divisione. 

Dimostrazione. Le parti nelle quali potrebbe dividersi la 
sostanza, o riterrebbero la natura della sostanza, o no. Se 
la ritenessero dovrebbe (per la proposizione 8") ciascuna di 
quelle parti conservare il carattere dell’infinità, ed essere 
(per la proposizione 6“) insiememente cagione di sè mede- 
sima , dimostrando altresì (per la proposizione 5“) esser ella 
provveduta di un proprio e speciale attributo. Di tal ma- 
niera da una sola sostanza ne deriverebbero parecchie, il 
che (per la proposizione 6“) è assurdo. Aggiungasi che le 
parti non avrebbero veruna comunanza colla loro totalità, e 


D 1 IDDIO. 


29 


potrebbe Li totalità (per la definizione 4" e la proposizione io") 
esseie 0 conce pirsi senza le parti di essa, cosa di cui non 
é muio manifesta 1 assurdità. Ammettendo al contrario la 
seconda supposizione, cioè che le parti non ritenessero la 
natura della sostanza , ne conseguirebbe che ritrovandosi di- 
visa 1’ intiera sostanza in altrettante parti uguali, perderebbe 
la propria natura e cesserebbe di esistere, il che (per la 
proposizione 7") è parimenti assurdo. 

Proposizione XIII. La sostatila assolutamente infinita è 
indivisibile. 

Dimostrazione. Se fosse divisibile la sostanza, le parti 
di essa, o riterrebbero la natura della sostanza assoluta- 
mente infinita, o non la conserverebbero. Nel primo caso 
vi sarebbero più sostanze di medesima natura, il che (per 
la proposizione 5") è assurdo. Ponendo il secondo caso 
(come abbiamo veduto dianzi), verrebbe la sostanza assolu- 
tamente infinita a cessare di essere, il che (per la propo- 
sizione il") è parimente assurdo. 

Corollario. Dalle cose anzidette consegue che non è di- 
visibile veruna sostanza, ed in conseguenza neanche la so- 
stanza corporale, in quanto vien concepita qual sostanza. 

Scolio. L’ indivisibilità della sostanza risulta dal carattere 
d infinità, senza il quale non può esser pensata; non può 
concepirsi partizione se non al rispetto di una cosa finita, 
mentre la divisione partitiva non può applicarsi ad un ente 
sostanziale (proposizione 8") senza manifesta contraddizione. 

• Proposizione XIV. All ' infuori di Dio non può esser nè 
data, ni concepita sostatila veruna. 

Dimostrazione. Essendo Iddio l’Ente assolutamente infi- 
nito in cui è forza riconoscere ogni attributo che ne esprima 
1 essenza sostanziale, non puossi negare (per la defini- 
zione 6“) eh’ egli non esista necessariamente (per la pro- 
posizione ii*). Se si desse un’altra sostanza all’ infuori di 
Dio, ella dovrebbe dispiegarsi per un qualche attributo di 


30 


DELL’ ETICA PARTE I. 


Dio, e vi avrebbero in cotal guisa due sostanze provvedute 
del medesimo attributo, il clic (per la proposizione 5“) è as- 
surdo. Quindi all’ infuori di Dio non può nò darsi, nò esser 
pensata una sostanza, perchè se potesse essere concepita, 
ella dovrebbe necessariamente esser concepita qual esistente’ 
ma ciò (per la prima parte di questa dimostrazione) è as- 
surdo. Dunque all* infuori di Dio non può esser data nò 
concepita niuna sostanza. C. V. D. 

Corollario I. Quindi chiarissimamente consegue, I" es- 
sere Dio unico, cioè (per la definizione 6 *) non esservi nella 
natura se non una sola sostanza la quale è assolutamente 
infinita, siccome lo abbiamo mostrato allo Scolio della pro- 
posizione io*. 

Corollario II. Ne consegue in secondo luogo che 1 ’ es- 
tensione ed il pensiero sono attributi di Dio, ovvero (per 
1 Assioma I) sono disposizioni degli attributi divini. 

Proposizione XV. Le cose tutte sono in Dio , 'e fuori di 
Dio nulla può sussistere, ni esser pensato. 

Dimostrazione. All’ infuori di Dio non può darsi, nè es- 
ser concepita veruna sostanza (proposizione i 4 ‘), all’ infuori 
cioè (definizione 3*) di quell’ obbietto che sussiste di per sò 
e viene di per sè concepito. Senza la sostanza non possono’ 

1 modi nè sussistere, nò esser pensati (definizione 5*) per- 
chè essi sussistono nella sola natura divina per la quale so- 
lamente possono esser concepiti. Nulla vi ha di reale c di 
pensabile fuori della sostanza e delle sue modalità (Assio- 
ma I). Iddio è dunque l’essenza unica e sostanziale da cui 
deriva ogni percezione ed ogni pensiero. C. V. D. 

Scolio. Sono in gran numero coloro che si figurano Id- 
dio sotto una forma somigliante a quella di un uomo e in 
una guisa conforme alla natura umana, e se lo fingono al- 
tresì esposto all’ incorso di tutte le umane passioni. Le con- 
siderazioni da noi precedentemente dichiarate, sono più che 
sufficienti a dimostrare quanto cotali erronei divisamenti si 


d’ iddio. 


)< 

allontanino dalla vera cognizione dell’ Ente divino. Ma la- 
sciamo in disparte cotali imaginazioni, e ricordiamo che 
coloro che hanno di una qualsiasi maniera considerata la 
natura divina, si accordano per escluderne ogni corporeità. 
La quale opinione viene da essi comprovata mostrando che 
il corpo, quale è da noi percepito , sia un oggetto quantita- 
tivo che si presenta sotto le dimensioni di lunghezza, lar- 
ghezza c profondità, e con forma determinata e precisa; le 
quali condizioni non possono applicarsi all’Ente divino senza 
la più manifesta assurdità. Le ragioni che li determinano a 
rigettare la corporeità della sostanza divina provengono dal 
modo erroneo onde viene da essi concepita la sostanza es- 
senziale ed infinita, e perciò considerano qual creata quella 
corporale sostanza da essi considerata sotto un falso aspetto. 
Pertanto essi trascurano di mostrare per qual potenza sia 
avvenuta la creazione della sostanziale corporeità , con ciò 
mostrando di non intendere le loro proprie proposizioni. 
Però venne da me dimostrato per ragioni a mia sentenza chia- 
rissime (pel Coroll. della proposizione 6 \ e lo Scolio II della 
proposizione 8 R ) non potere sostanza veruna essere da un’ al- 
tra generata e prodotta. Di più per la proposizione 14“ ab- 
biamo dimostrato che fuori di Dio non vi è nè può esser 
pensata sostanza veruna, conchiudendo essere la sostanza 
cstensa uno degli infiniti attributi di Dio. Per viemmeglio 
dilucidare il mio concetto egli è mestieri di confutare le 
opinioni degli avversarli. Primamente considerano costoro la 
sostanza corporale in un modo che al tutto contraddice la 
natura di essa, perchè la suppongono qual suscettibile di 
partiti va divisione , c da ciò consegue essere da essi riget- 
tato il suo carattere d infinità , quindi non la riconoscono 
qual pertinente alla persona divina. Le quali proposizioni 
sono da essi avvalorate per molti csempii, di cui alcuni sa- 
ranno qui da me ricordati. Se, dicono essi, fosse infinita la 
sostanza corporale , potrebbe quella sostanza esser pensata 


5-2 


DEt.L’ ETICA 


PARTE li 


qual divisi ili due parti o finita, od infinita. Se finita, si 
comporrebbe adunque l’infinito di due parti finite, ciocché 
ò assurdo. Se infinita, sarebbe disuguale la loro infinitA, il 
che parimente è assurdo. Di più se la quantità infinita ve- 
nisse misurata in tante parti uguali ad un piede, dovrebbe 
contenere una quantità infinita di quelle parti, ed altresì se 
venisse divisa in parti eguali ad un pollice, un numero in- 
finito sarebbe dodici volte maggiore di un altro numero pa- 
rimente infinito. Finalmente se venissero protese due linee 
A ' B > A ‘ C che da UQ Punto infinito divise dal loro principio 




per una distanza determinata e precisa, si dilungassero all’in- 
finito, egli è certo che la distanza fra B e C si accresce- 
rebbe di continuo, e finalmente 'cesserebbe quella distanza 
di essere determinata, e riuscirebbe indeterminabile. Deri- 
vano quelle assurde conseguenze dall’ aver dessi supposto 
originariamente potere una quantità concepirsi quali’ infinita, 
e per quella supposizione conchiudono essere finita la so- 
stanza corporea ; perciò non poter dessa esser riportata al- 
1 essenza di Dio. Il secondo argomento si appoggia altresì 
sulla suprema ed assoluta perfezione di Dio; imperocché di- 
cono essi, Dio essendo sommamente perfetto non può rice- 
vere impressioni passive, pertanto la sostanza corporea per 
essere divisibile trovasi in condizione passiva; donde con- 
segue non poter dessa appartenere all’ essenza di Dio. Tali 
sono gli argomenti eh’ io rinvengo presso quegli scrittori i 
quali si affaticano a dimostrare che la condizione della so- 
stanza corporale ripugna alla dignità della natura divina, nè 
può in verun modo esserle attribuita. Però a chiunque avrà 


d’ iddio. 


>? 

atteso alle mie dimostrazioni appari essere state da me 
confutate a sufficienza le precedenti asserzioni. Si fondano 
unicamente cotali discorsi sulla supposizione della divisibilità 
della sostanza corporale , proposizione di cui venne gii da 
me dimostrata l’ assurdità (proposizione 12* col Corollario 
della proposizione 13*). Quindi chi vorrà disaminare atten- 
tamente il proposto argomento riconoscerà di leggieri che 
tutte le assurde ragioni per le quali vuoisi conchiudere eh ò 
finita la sostanza estcnsa, non si applicano in modo veruno 
alla natura di una sostanza infinita , bensì all’ erroneo loro 
concetto di una sostanza infinita, avuta da essi qual misura- 
bile, c composta di parti finite; nò dalle conseguenze as- 
surde che quindi derivano possono altra cosa conchiudere 
se non che non esser misurabile la quantità infinita, nò poter 
essa esser composta di parti finite. E ciò concorda al tutto 
colle nostre antecedenti dimostrazioni (proposizione 12*). Per- 
ciò quel dardo vibrato contro di noi dagli oppositori viene 
a rivolgersi contro di essi. Adunque , se dai loro assurdi ra- 
gionamenti vogliono conchiudere che debba la sostanza cor- 
porale esser finita, vengono ad assomigliare a chi si figurasse 
il circolo colle proprietà del quadrato , c conchiudesse essere 
il circolo privo di quel centro , donde condotte alla circon- 
ferenza , sono eguali tutte le linee. Imperocché quella so- 
stanza corporale che non può concepirsi se non infinita , 
unica ed indivisibile (vedi proposizione 8*, 5* e 12“), essendo 
da essi avuta erroneamente qual finita , consegue da una tal 
infondata supposizione che la sostanza riesca per essi mol- 
teplice, divisibile e composta di parti finite. Alla medesima 
guisa altri ragionatori col supporre la linea composta di 
punti, sanno trovare molti argomenti per provare che una 
linea non può dividersi all’ infinito. Ed al certo non è meno 
assurdo il proporre che la sostanza corporea sia un compo- 
sto di corpi ossia di parti diverse; ed una simile supposi- 
zione non ò meno imaginaria ed infondata di quella che af- 

Dk Spinoza. — Dall' litica. 


5 


34 


DELL’ETICA — PARTE I. 


ferma essere i corpi un aggregato di superficie, le superficie 
un complesso di linee, e le linee una riunione di punti, e 
dcbbe assentire alle nostre proposizioni chiunque riconosce 
l’infallibilità della ragione, e delle percezioni da essa chia- 
ramente somministrate, e particolarmente coloro che non 
ammettono nella natura 1’ esistenza del vuoto. Imperocché 
se la sostanza corporale potesse di tal maniera esser divisa, 
che le parti di essa fossero realmente distinte, perché adun- 
que una parte non potrebbe essere annientata , rimanendo nel 
pristino stato le altre parti che le eran congiunte ? E come 
in allora potrebbero tutte aggiustarsi tra di esse in guisa da 
escludere la presenza del vuoto ? Al certo le cose che sono 
realmente tra di esse distinte, possono rimanere le une senza 
le altre nel loro stato medesimo. Adunque , siccome non 
dassi vuoto in natura (c di ciò ragioneremo di poi), conse- 
gue che le parti debbano avere tra di esse una congiuntiva 
disposizione , che impedisca 1’ interposizione del vuoto : con- 
segue altresì non poter desse essere le une dalle altre real- 
mente distinte; e ciò significa che la sostanza corporale, 
concepita qual sostanza, non è suscettibile di divisione. Se 
peiò chiedesse taluno donde derivi la nostra propensione a 
considerare qual divisibile la quantità, ìispondo essere due i 
modi onde veniamo a concepire la quantità, l’uno astratto 
o superficiale allorquando viene la mente a figurarsi la 
quantità per materiale rappresentazione , 1’ altro intellettivo 
quando si dirige il nostro pensiero alla sostanza intellettiva- 
mente concepita. Allorché attendiamo alla quantità , il che 
avviene piò sovente e con maggiore facilità, al riguardo 
delle nostre rappresentazioni figurative, ella si olire alla no- 
stia percezione qual finita, divisibile e composta di parti. 
Ma quando consideriamo intellettivamente il suo carattere 
sostanziale , ricorrendo, cosa piò difficile, alle intime nostre 
mentali potenze, oltrepassiamo ogni concetto quantitativo, e 
ci si olire 1 idea della sostanza (come di già abbiamo a sut- 


d’ iddio. 


35 


ficienza dimostrato) infinita, unica ed indivisibile. Ciò riu- 
scirà manifesto a chiunque sappia distinguere l’ imaginazione 
dall’ intelletto ; e riconoscerà che la materia rimane dovun- 
que medesima , e che le parti di essa si distinguono sola- 
mente in riguardo alla guisa onde concepiamo essere ella 
diversamente modificata, distinguendosi le parti di essa mo- 
dalmente, ma non mai in modo reale c costitutivo. Ad esem- 
pio riconosciamo che l’ acqua nella propria sua qualità di 
acqua possa essere indefinitamente divisa in parti tenuissime; 
ma ella si offre al nostro pensiero in modo al tutto diverso, 
quando la consideriamo al rispetto della sostanziale entità a 
cui si riferisce, ed a quel riguardo ella non comporta ve- 
ri na partitiva divisione. Quindi 1’ acqua nella sua fenome- 
nale esistenza, ed in quanto acqua, è generata e corrutti- 
bile, ma al rispetto del suo sostanziale carattere, ella non 
è n- generata ne corruttibile. Reputo per le proposte ra- 
gioni avei risposto anche alla seconda argomentazione, nella 
quale per una conf isione di idee, viene attribuito alla ma- 
teria, sostanzialmente considerata, il carattere fenomenale 
che la fa divisibile e composta di parti diverse. Nè posso 
assolutamente comprendere in qual modo sieno le proposte 
considerazioni indegne della maestà divina, quando abbiamo 
dimostrato per la proposizione i 4 “, non darsi all’ infuori di 
Dio sostanza veruna, nè esservi veruna cosa per cui Egli 
possa esser passivamente impressionato. Sono in Dio, lo ri- 
peto, le cose tutte, procedono dalla natura divina tutti gli 
avvenimenti, tutti risultando dalla necessità dell’essenza di- 
vina (come avremo tosto a dimostrarlo). Non vi ha dunque 
ragione alcuna clic autorizzi ad ammettere in Dio una qual- 
siasi passività, nè ve n’ha alcuna per la quale possiamo 
conchiudere essere indegna di Dio la estensiva sostanza, 
foss’ ella divisibile, purché ne venga riconosciuta l’eternità 
ed infinità. Ma bastano al presente i proposti discorsi. / 
Proposizione XVI. Dalla necessità della noutTTdivìna 


3<5 


DELI.' ETICA — PARTE I. 


debbono risultare cose infinite con infiniti modi, cioi tutte e 
quante le cose che possono sovvenire ad un intelletto infinito. 

Dimostrazione. La presente proposizione deve ad ognuno 
riuscire manifesta, purch’ egli avverta che da qualunque de- 
finizione di qualsiasi cosa, 1’ intelletto conchiuda parecchie 
proprietà di essa, le quali si presentano qual conseguenze 
della definizione proposta , vale a dire qual derivanti dal- 
l’ essenza istessa della cosa, e saranno tanto più numerose 
quelle conseguenze, quanto sarà maggiore la realtà espressa 
per la definizione, cioè quanto sarà maggiore la realtà invo- 
luta nell’ essenza della cosa definita. E possedendo la natura 
divina attributi assolutamente infiniti (per la definizione 6“) 
di cui ciascuno nel suo genere esprime aneli’ esso l’essenza 
infinita, per la medesima necessità debbono risultare cose 
infinite con infinite modificazioni, cioè tuttociò che può sov- 
venire ad un intelletto infinito. C. V. D. 

Corollario I. Da ciò consegue essere Iddio la cagione 
efficiente di tutte le cose che possono sovvenire ad un in- 
telletto infinito. 

Corollario II. Consegue in secondo luogo essere Iddio 
universale cagione per sè stesso, e non per accidente. 

Corollario III. Consegue in terzo luogo essere Iddio 
assolutamente la primaria cagione. 

Proposizioni: XVII. Dio agisce per le proprie leggi della 
sua natura, sen^a ninna coazione. 

Dimostrazione. Abbiamo testé mostrato (per la prop. i6°) 
che dalla sola necessità della natura divina , ossia (ciò eh’ è 
lo stesso) per le sole leggi di quella natura risultino assoluta- 
mente cose infinite, ed abbiamo dimostrato (per la prop. 15*) 
che senza Iddio nulla può nè sussistere nè essere concepito , 
e le cose tutte essere in Dio. Laonde non vi ha rispetto a 
Dio veruna forza esteriore che lo possa determinare o costrin- 
gere ad operare ; perciò Iddio agisce per le sole leggi della 
sua natura, nè può in alcun modo esser coatto. C. V. D. 


d’ iddio. 


J7 


Corollario I. Quindi consegue non darsi veruna cagione 
estrinseca od intrinseca che possa promuovere le azioni di 
Dio , fuorché le perfezioni della propria sua natura. 

Corollario II. Risulta adunque per altra conseguenza , 
essere Iddio la sola cagione libera , perchè solo Egli esiste 
ed opeia (proposizione il® e Coroll. proposizione 14*) per la 
necessità della propria natura (proposizione precedente) , 
quindi (per la definizione 7®) Egli è l’unica cagione libera. 
C. V. D. 

Scolio. Credono alcuni che Iddio per esser libera ca- 
gione delle cose tutte , possa per arbitraria risoluzione im- 
pedire l’avvenimento, od alterare l’ordine delle cose da lui 
prodotte e disposte , come se potessero subire modificazione 
^ cruna i fatti che derivano dalla natura dell’essenza divina. 
Ma una tale opinione equivarrebbe all’ asserire che possa 
Iddio togliere al triangolo le proprie condizioni, ed impe- 
dire che i suoi tre angoli sieno eguali a due retti , oppure 
che una data cagione cessi dal produrre i necessarii suoi ef- 
fetti , il che è assurdo. 

Mostrerò piu avanti senza ricorrere alla presente propo- 
sizione, che alla natura divina non si possono in nulla rife- 
rire quelle monche ed imperfette facoltà che chiamansi negli 
uomini intelletto e volontà. Sono a me ben note le ragioni 
generalmente approvate per le quali vuoisi dimostrare che ap- 
partenga alla natura di Dio un sommo intelletto e una li- 
bera volontà, aggiungendo niuna cosa esser più accertata 
ed evidente , quanto il conoscere in Dio al grado più alto 
ed eccellente quelle facoltà che meglio dimostrano 1’ umana 
perfezione. Quindi, quantunque venga dai medesimi ammesso 
essere somma 1 ’ attuale ed effettiva intelligenza di Dio, ne 
viene da essi ristretta 1’ operativa potenza col reputare ’clie 
Egli non eseguisca tutte le cose da lui intelletto , credendo 
che sarebbe distrutta la divina potenza se ai pensieri del suo 
intelletto corrispondesse un’effettiva operazione. Coloro che 


J 8 DELL’ ETICA — PARTE l. 


propugnano cotali opinioni dicono oltreciò che se Iddio avesse 
creato tutte le cose da lui pensate, sarebbe in lui esaustala 
Potenza creatrice, ciocché, a lor sentenza, ripugnerebbe al- 
l’onnipotenza di Dio, ed in tal guisa hanno professato che 
Iddio rimanesse inoperoso ed indifferente cessando quella 
creativa operazione eseguita per arbitrario decreto. Mi sem- 
bra aver assai chiaramente dimostrato che dalla suprema po- 
tenza di Dio, cioè dall’infinita sua natura, con infiniti modi, 
siano necessariamente emanate opere infinite ; e ciò per quella 
medesima necessità che vuole che dalla natura del triangolo 
eternamente risulti essere i tre angoli di esso eguali a due 
retti. Perciò si dispiegò ab-eterno 1’ attività della potenza di 
Dio, e perdurerà in elenio quella sua attività. Ed in cotal 
guisa riesce vieppiù saldamente stabilita 1' onnipotenza di 
Dio; mentre per esprimere apertamente la nostra sentenza 
quell, che rigettano la nostra dottrina, vengono realmente’ 
a negare r onnipotenza di Dio , perchè egli è d’ uopo 
che credano che Iddio pensi un’ infinità di cose creabili , 
di cui non potrebbe effettuare la produzione. Imperocché* 
giusta le loro opinioni , la reale effezione dei concetti della 
niente di Dio , ne esaurirebbe V onnipotenza , e la farebbe 
estenuata ed imperfetta. Adunque all’ oggetto di dimostrare 
maggiore la perfezione divina, vengono a dichiarare alla 
volta allargarsi all’infinito la potenza di Dio, e nondimeno 
non poter Egli effettuare tutte le cose alle quali si estende 
la sua potenza , proposizione assurda, e che direttamente 
contrasta coll’ onnipotenza di Dio. Oltre a ciò per dar qui 
un qualche cenno circa l’intelletto e la volontà attribuiti co- 
munemente a Dio, se consideriamo che alla eterna essenza 
d. Dio appartengono quell’intelletto e quella volontà, rico- 
nosceremo dovere entrambi quegli attributi essere concepiti 
m modo al tutto diverso dalle volgari opinioni. Imperocché 
intelletto e la volontà che costituiscono l’essenza di Dio, 
digeriscono infinitamente dall’ intelletto e dalla volontà del- 


I>’ IDDIO. 


Ì9 


1’ uomo , no possono in modo alcuno corrispondere se non 
che nella nominale appellazione, non avendo tra essi comu- 
nanza veruna non più che quella del cane , segno celeste , 
col cane animale latrante. F. ciò sarà da me dimostrato per 
le seguenti ragioni. L’ intelletto attribuito alla natura divina 
dilìeriscc al tutto da quello di cui 1’ uomo ò fornito ; non 
gli è d uopo come a questi nè di esercitarsi sovra oggetti 
antecedenti , ni di prodursi simultaneamente cogli oggetti 
considerati, perchè al riguardo della causalità. Iddio ante- 
cede le cose tutte (pel Corollario I, proposizione 16*) e non- 
dimeno 1 essenza vera e formale delle cose esiste mai sem- 
pre obbiettivamente nella mente divina in tutta la sua pie- 
nezza. Perche 1 intelletto di Dio, considerato qual attributo 
constituth o della sua essenza, è la cagione assoluta delle 
cose, tanto dell’essenza, quanto dell’esistenza di esse, il 
che sembra essere stato avvertito da coloro che hanno af- 
fermato essere in Dio una sola ed istessa cosa 1’ intelletto, 
la volontà e la potenza. Di tal guisa essendo l’ intelletto di 
Dio 1 unica- cagione delle cose , cioè (come lo abbiamo mo- 
sti ato) al riguardo e dell essenza e dell’ esistenza, deve ne- 
cessariamente differire da esse in ragione tanto dell’essenza, 
quanto dell’ esistenza. Imperocché la cosa causata differisce 
dalla sua cagione precisamente in ciò che gli è da essa tra- 
mandato. Ad esempio, l’uomo è cagione dell’esistenza di 
un altro uomo, ma non già della di lui essenza, la quale 
sussiste conte eterna verità; laonde possono gli uomini cor- 
rispondere ed esser simigliami al rispetto dell’essenza, ma 
debbono differire quanto all’esistenza; perciò quando perisce 
1 esistenza dell uno, non perirà quella dell’altro, mentre al 
contrario se potesse distruggersi o falsarsi 1’ essenza di un 
ndividuo , si distruggerebbe anche quella dell’altro. Perciò 
la cagione dell’ essenza ed esistenza di qualsiasi effetto deve 
differite da esso tanto in ragione dell’essenza, quanto in 
quella dell’esistenza. Pertanto l’intelletto di Dio è cagione 


DELL’ETICA PARTE I. 


40 


dell’essenza e dell’esistènza del nostro intelletto, dunque 
I intelletto di Dio concepito qual attributo costitutivo del— 
l’ essenza divina , differisce dal nostro intelletto tanto per 
l’essenza, quanto per l’esistenza, nè può, siccome l’ ab- 
biamo stabil ito, somigliarlo e seco lui corrispondere se non 
che nominalmente. E le medesime ragioni possono eziandio 
riferirsi alla volontà, come se ne può ognuno facilmente 
convincere. 

Proposizione XVIII. Iddio é cagione immanente e non tran- 
sitiva delle cose. 

Dimostrazione. Le cose tutte sono in Dio, e tutte ven- 
gono per lui concepite (proposizione 1 5 ’), e ciò si riferisce 
alla prima parte della proposizione. Non può darsi sostanza 
veruna all’ infuori di Dio (proposizione 14"), cioè (defini- 
zione j a ) , non può sussistere fuori di Dio niuna cosa che 
provenga dalla sua propria natura, e ciò risguarda alla se- 
conda parte della proposizione. Adunque Iddio è la cagione 


immanente e non transitiva delle cose tutte. C. V. D. 

Proposizione XIX. Iddio è eterno , e sono eterni i suoi 
attributi. 

Dimostrazione. Iddio (per definizione 6*) è la sostanza 
che (proposizione n“) esiste necessariamente, cioè alla cui 


natura appartiene l’esistenza (proposizione n”), ossia (ciò 
che è una cosa medesima) la cui definizione implica 1’ esi- 
stenza , perciò (per la definizione 8“) egli è eterno. Quindi 
per attributi di Dio dobbiamo intendere (per definizione 4 0 ) 
ciò eli esprime 1 essenza della sostanza divina, vale a dire 
quelle cose che appartengono alla sostanza, dovendo il so- 


stanziale elemento ritrovarsi ed essere involuto nei proprii 
attributi. Pertanto alla natura della sostanza (siccome 1 ’ ho 
già dimostrato per la proposizione 7 a ), appartiene l’eternità ; 
dunque ciascuno degli attributi debbe involgere 1’ eternità * 
quindi sono eterni tutti quegli attributi. C. V. D. 


Scolio. La presente proposizione riesce chiarissima per 


X)' IDDIO. 


41 


le ragioni per le quali (proposizione n a ) venne da me dimo- 
strata l’esistenza di Dio, risultando da tale dimostrazione 
essere eterne verità 1’ esistenza di Dio , siccome la sua es- 
senza. L’ eternità di Dio venne da me dimostrata altresì nei 
principii della filosofia di Cartesio, Parte I, proposizione if nò 
mi è d’ uopo di qui ripetere cotale dimostrazione. 

Proposizione XX. L' esistènza e l’essenza di Dio sono una 
cosa medesima. 

Dimostrazione. Iddio (per la proposizione antecedente) e 
tutti i suoi eterni attributi, nonché (per la definizione 8 “) 
ciascuno di essi sono 1 ’ espressione della di lui esistenza. 
Adunque i medesimi attributi divini i quali (per la defini- 
zione 4 “) dispiegano l’essenza eterna di Dio, ne palesano 
anche l’eterna esistenza, cioè la potenza medesima che co- 
stituisce l’essenza di Dio costituisce insiememente la di lui 
esistenza, quindi l’esistenza e l’essenza di Dio sono una sola 
e medesima cosa. C. V. D. 

Corollario I. Dalle anzidette ragioni derivano necessa- 
riamente le seguenti conseguenze: I. L’esistenza di Dio e 
la sua essenza essere eterna verità. 

Corollario II. In secondo luogo essere immutabile Iddio 
ed ogni suo attributo. Se mutassero quegli attributi in ra- 
gione dell’ esistenza, muterebbonsi eziandio (per la proposi- 
zione antecedente) in quella dell’ essenza , e con ciò verreb- 
besi evidentemente a dichiarare che il vero potrebbe indif- 
ferentemente cangiarsi in falso, il che è assurdo. 

Proposizione XXI. Tutte le cose che risultano dall’assoluta 
natura di un attributo di Dio hanno dovuto sempre esistere 
nella loro infinità: in altri termini quel medesimo attributo le 
fa eterne ed infinite. 

Dimostrazione. Chi volesse contraddire alla presente pro- 
posizione procuri di pensare, se gli è possibile, in un qual- 
che attributo di Dio, un elemento derivante dalla sua assoluta 
natura che possa esser concepito qual finito , c la cui csi- 

Db Spinoza. — Dell’ litica. 


6 


42 DELL* ETICA — PASTE I. 

stanza abbia una durazione determinata, per esempio, l’idea 
di Dio considerata al rispetto del suo pensiero. Però il pen- 
siero considerato qual attributo di Dio (per la proposizione r i a ) 
è di sua natura necessariamente infinito, e d’altra parte il 
pensiero dell’ uomo che concepisce l’ idea di Dio è di per 
sé finito. Ma (per la definizione 2 ") quel pensiero non può 
concepirsi qual finito se non al riguardo di quella determi- 
nata operazione mentale, per la quale l’ uomo percepisce 
l’idea di Dio. Dobbiamo adunque considerare che il pensiero 
umano riconosce, ma non costituisce quella idea di cui (per 
la proposizione n a ) è necessaria l’esistenza. Abbiamo qui 
adunque un pensiero che non costituisce l’idea di Dio, e 
perciò quell’ idea non consegue necessariamente dalla na- 
tura del pensiero umano; laonde abbiamo un pensiero il 
quale alla volta costituisce e non costituisce l’ idea di Dio , 
ciocché contraddice la proposta ipotesi. Perché se l’ idea 
di Dio é riguardata qual cogitativa c raziocinante, o qualsiasi 
altro subbietto del pensiero (per essere universale e gene- 
rica la proposta dimostrazione), l’attributo di Dio in tal guisa 
considerato, riveste per necessaria conseguenza dell’ assoluta 
natura di quell’ attributo il carattere dell’infinità, e ciò si 
riferisce alla prima parte della proposizione. Quindi la cosa 
che proviene dalla necessaria condizione di un qualsiasi at- 
tributo divino, non può avere determinata durazione. Impe- 
rocché diremo a chi a ciò si opponesse, che procuri egli di 
figurarsi una cosa che risulti dalla condizione necessaria di 
un qualche attributo, ad esempio , 1’ idea di Dio nella cogi- 
tazione, e che oltreciò venga quella idea pensata qual non 
esistente , o quale non dover esistere in avvenire. Dato il 
pensiero qual attributo di Dio, egli deve di necessità esistere 
ed essere immutabile. Perciò oltre i limiti della durazione 
dell’ idea di Dio (ritenendo la supposizione che talvolta non 
esistesse, o non fosse per esistere) esisterebbe il pensiero 
senza 1’ idea di Dio, il che non si confà colla proposta ipo- 


d’ iddio. 


43 


tesi, la quale vuole che da un tal pensiero consegua neces- 
sariamente l’ idea di Dio. Dunque 1 ’ idea di Dio , al rispetto 
dell’ azione cogitativa , o qualsiasi altra cosa che consegua 
necessariamente dalla natura assoluta di un qualche attiibuto 
divino , non può avere una determinata detrazione , ma deve 
essere eterna per l’ effetto di quell’ attributo. E ciò forma 
la seconda parte della dimostrazione. Vuoisi avvertire che 
si estende quest’ affermazione a qualunque cosa che si rife- 
risce ad un attributo divino. 

Proposizione XXII. Una qualsiasi cosa che provenga da 
un qualche attributo di Dio, modificata di tal maniera che ap- 
paia derivare da quell’attributo , deve pur essa essere necessa- 
riamente infinita. 

Dimostrazione. A dimostrare questa proposizione vale l’ar- 
gomcncazione medesima usata per la proposizione precedente. 

Proposizione XXIII. Ogni modificazione che si produce 
col carattere d’ infinità deve procedere necessariamente, o dalla 
natura assoluta di un qualche attributo di Dio, ovvero da un 
attributo sottoposto ad una modificazione anch’ essa necessaria 
ed infinita. 

Dimostrazione. Imperciocché un modo deve sempre rife- 
rirsi ad un obbietto pel quale egli è pensato (definizione j a ), 
vale a dire egli ritrovasi in Dio (proposizione 15“) nè può 
esser pensato fuori di Dio. Adunque se l’esistenza del modo 
fosse concepita qual necessaria ed infinita, dovrebbesi ne- 
cessariamente conchiudere che ne derivi la percezione da un 
qualche attributo di Dio , al rispetto o dell’ infinità c della 
necessaria esistenza, o (ciò che è una cosa medesima per la 
definizione 8' 1 ) dall’eternità assolutamente considerata (per la 
definizione 6° e proposizione 19“). Dunque un modo che esi- 
ste necessariamente ed è infinito, deve procedere dalla pro- 
pria ijatura di un attributo divino, e ciò o direttamente (come 
alla proposizione 2 i a ), 0 col mezzo di un’ altra modificazione 
la quale consegua dall' assoluta natura di Dio , vale a dire 


44 


DELL'ETICA — TARTE I. 


(per la proposizione precedente) da un obbietto infinito, c 
di cui è necessaria 1’ esistenza. C. V. D. 

Proposizione XXIV. L’ essenza delle cose prodotte da Dio 
non involge /’ esistenza. 

Dimostrazione. La presente proposizione riesce manifesta 
per la proposizione I“. Imperocché un oggetto la cui natura 
involge l’esistenza, è cagione di sé medesimo, ed esiste in 
forza della propria sua natura. 

Corollario. Quindi consegue: Iddio essere non solamente 
la cagione per cui le cose incominciano ad esistere, ma quella 
eziandio del loro perseverare ad esistere, ossia (per adope- 
rare un termine scolastico) Dio è cagione dell’ essere delle 
cose. Imperocché data o no, 1’ esistenza delle cose, non im- 
plica la propria loro essenza nè esistenza, nè durazione; 
perciò l’ essenza di esse non può essere cagione nè della 
loro esistenza, nè della loro durazione. Iddio ne è l’unica 
cagione, ed alla sola sua natura appartiene l’esistenza. (Co- 
rollario I della proposizione iq 11 .) 

Proposizione XXV. Iddio é cagione efficiente non solamente 
dell'esistenza delle cose, ma procede da Lai anche l’essenza di esse. 

Dimostrazione. Chi a ciò non assentisse , negherebbe es- 
sere Iddio la cagione delle essenze, quindi (per l’Assioma IV) 
sarebbero concepite le essenze quali non create da Dio , ed 
indipendenti dalla di lui creativa potenza, il che è assurdo (per 
la proposizione iffi). Dunque Iddio è cagione anche dell’ es- 
sensa delle cose. C. V. D. 

Scolio. La presente proposizione appare con maggior evi- 
denza per la proposizione 1 6 ft . Imperocché dagli argomenti 
ivi proposti risulta che data la natura divina, debba neces- 
sariamente da essa provenire tanto l’essenza, quanto l’esi- 
stenza delle cose, ed allorquando diciamo essere Iddio cagione 
del proprio suo essere, debbesi con ciò intendere ch’egli è 
cagione delle cose tutte. Il che riuscirà più chiaramente sta- 
bilito pel seguente Corollario. 


d’ iddio. 


45 


Corollario. Le cose particolari altro non sono, se non 
disposizioni degli attributi di Dio, ovvero modi pei quali ven- 
gono ad esprimersi con forma determinata e precisa gli at- 
tributi di Dio. E la presente dimostrazione viene altresì aper- 
tamente confermata per la proposizione 15* c la definizione 5*. 

Proposizione XXVI. La cosa che viene determinata ad ofie - 
rare, Im ricevuto necessariamente da Dio quella sua determi- 
nazione, nè senza quella sarebbe condotta di per si ad inlra- 
s prendere una qnalsiasi operazione. 

Dimostrazione. In dicendo essere le cose determinate ad 
una data operazione affermiamo un fatto reale e positivo 
(cosa per sé manifesta); pertanto Iddio per la necessiti della 
sua natura, è la cagione efficiente (proposizioni 2j a e i6 a ) 
e della sua essenza, e della sua esistenza, e ciò si rife- 
risce alla prima parte della proposizione ; quanto alla se- 
conda parte ella appare di per sé con sufficiente chiarezza. 
Imperocché se la cosa non determinata da Dio potesse de- 
terminarsi di per sé, sarebbe falsa la prima parte della pré- 
sente dimostrazione, il che, come l’abbiamo dimostrato, è 
assurdo. 

Proposizione XXVII. La cosa determinata da Dio ad un’ 0- 
perazione non può isf uggire dalla imposta determinazione. 

Dimostrazione. Questa proposizione riesce evidente per 
l’Assioma terzo. 

Proposizione XX\ III. Una qnalsiasi cosa particolare, 
ossia una cosa finita e che abbia un’ esistenza determinata, non 
può né esistere , nè essere determinata ad operare, se non che 
in fona di un’altra cagione che a ciò la determini, la cui 
esistenza è parimente finita e determinata : e di ricapo quella 
cagione medesima non può esistere, ni operare, se non vien 
mossa da un’altra cagione, aneli’ essa finita, e la cui esistenza 
sia aneli’ essa determinata, e cosi all’ infinito. 

Dimostrazione. Tutto ciò che è determinato ad esistere 
e ad operare, riceve da Dio quella determinazione (proposi- 


46 


DELI.’ ETICA — PARTE I. 


zionc 2<J a e Corollario della proposizione 24“). Una cosa finita, 
e la cui esistenza è determinata , non poteva essere pro- 
dotta direttamente da un attributo divino, imperocché è eterno 
ed infinito tuttociò che deriva in modo diretto ed assoluto 
da un attributo divino (per proposizione 2 1 a ) ; adunque ogni 
qualsiasi modificazione delle cose deve riferirsi a Dio o ad 
un qualche attributo di Dio. Avvegnaché nulla può darsi all’in- 
fuori della sostanza divina e delle modalità divine (Assioma I 
e definizioni 3* e 5*), e le modalità (pel Corollario della pro- 
posizione 25 ) altra cosa non sono senonchè disposizioni de- 
gli attributi di Dio. E ciò non poteva provenire da Dio, o 
da un qualche attributo divino considerato qual modificazione 
eterna ed infinita (proposizione 22“). Adunque quell’oggetto 
• ha dovuto essere determinato da Dio , o da un attributo di- 
\ino modificato da una disposizione finita e di determinata 
esistenza ; e ciò si rivolge alla prima parte della proposi- 
zione. Di poi (per la medesima ragione) cotal cagione .mo- 
dificativa ha dovuto aneli’ essa di bel nuovo essere determi- 
nata da un’ altra cagione aneli’ essa finita e di determinata 
esistenza , ed anche quest’ ultima da un’ altra cagione, sem- 
pre procedendo in tal guisa all’ infinito. C. V. D. 

Scolio. Debbono alcune cose essere state prodotte im- 
mediatamente da Dio, quelle cose cioè che di necessità ema- 
nano direttamente dalla di lui natura, le quali cose non 
possono né sussistere, né essere concepite senza Iddio. Laonde 
consegue in primo luogo essere Iddio assolutamente la ca- 
gione prossima e non generica , come suol dirsi, delle cose 
da lui direttamente prodotte, imperocché gli effetti della 
potenza di Dio non possono né essere, né sussistere senza 
la potenza che gli ha cagionati (proposizione 1;“ e corollario 
della proposizione 24*) ; consegue in secondo luogo che non 
possiamo dire con esattezza di termini essere Iddio la ca- 
gione remota delle cose particolari se non per distinguerle 
dalle cose da lui prodotte direttamente, cioè da quelle che 


d’ iddio. 


47 


derivano dalla sua natura assoluta. Perché per cagione re- 
mota intendiamo quella che non è di niuna maniera con- 
giunta col suo effetto. Ma le cose tutte sono in Dio, c da 
Dio in tal guisa dipendono che senza di lui non possono 
né sussistere , né esser pensate. 

Proposizione XXIX. Nella Natura nulla vi ha di contin- 
gente, ma le cose tutte sono dalla necessità della natura divina 
determinate ad esistere ed operare in un modo preciso. 

Dimostrazione. Iddio contiene le cose tutte (proposi- 
zione ij 11 ). Non é Iddio contingente, avvegnaché (per pro- 
posizione 1 1‘) egli esiste di necessità in modo assoluto. Quindi 
i modi della natura divina provengono da essa necessaria- 
mente, c non presentano vermi carattere di contingenza (pro- 
posizione e ciò tanto in riguardo all’assoluta natura di 
Dio, quanto (proposizione 21") alle sue determinate opera- 
zioni (proposizione 27"). Laonde Iddio non è solamente ca- 
gione di questi modi in quanto alla semplice loro esistenza 
(pel Corollario della proposizione 24"), ma eziando al riguardo 
delle loro determinate operazioni (proposizione 26Q. Quindi 
egli é impossibile che non provenga da Dio ogni loro deter- 
minazione, e vediamo al contrario che provenendo da Dio 
la loro determinazione , sparisce in essi ogni carattere di 
contingenza che faccia indeterminati ed accidentali gli avve- 
nimenti (proposizione 27' 1 ). Perciò le cose tutte per la ne- 
cessiti della natura divina sono determinate, non solo 'ad 
esistere, ma ad una forma particolare e precisa dell’esistere 
e dell’ operare, nè vi ha nella Natura verun oggetto contin- 
gente. C. V. D. 

Scouo. Prima di procedere piò avanti mi è d’uopo spie- 
gare o piuttosto professare ciò ch’io intenda per Natura na- 
turante, c per Natura naturala. Dalle mie antecedenti pro- 
posizioni risulta a mia sentenza, che per Natura naturante 
debbasi intendere 1’ obbietto che in sé sussiste, e viene per 
sé concepito , ossia quei tali attributi della sostanza che ne 


4« 


DELI ETICA 


PARTE I. 


esprimono l’essenza eterna ed infinita, cioè Iddio (Corolla- 
rio i , proposizione 14 e Corollario 2' 1 proposizione iy 11 ) con- 
siderato qual causa libera. Ed intendo per Natura naturata 
tuttodì’) che procede dalla- necessità della natura divina, ov- 
vero da un qualche attributo di Dio, vale a dire tutti i modi 
degli attributi di Dio , che senza Iddio non possono nè sus- 
sistere, nè esser concepiti. 

Proposizione XXX. L’intelletto attivo , finito , ed infinito 
deve comprendere gli attributi di Dio e le disposizioni di esso , 
e nulla più. 

Dimostrazione. Un’idea vera deve corrispondere col suo 
ideato (Assioma VI), cioè (cosa per sè nota) ciò che è con- 
tenuto obbiettivamente nell’ intelletto deve ritrovarsi neces- 
sariamente nella Natura. Pertanto dassi unicamente nella Na- ■ 
tura una sola sostanza (Corollario i“, proposizione 14") cioè 
Iddio , ne trovatisi in essa altre disposizioni (proposizione 1 5“) 
se non quelle che sussistono in Dio, e queste (per la me- 
desima proposizione) non possono senza Iddio nè sussistere 
ne essere pensate. Dunque l’intelletto finito ed infinito deve 
nella sua attività comprendere gli attributi e le disposizioni 
di Dio, e nulla piò. C. V. D. 

Proposizione XXXI. L’ intelletto attivo , finito od infinito 
eh’ egli sia e con esso la volontà , /’ appetenza e V amore, ecc., 

debbono riportarsi alla Natura naturata , e non alla Natura na- 
turante. 

Dimostrazione. Non intendiamo per intelletto (cosa no- 
tissima) il pensiero assoluto , ma bensì quella facoltà del- 
1 uomo la quale al tutto si discosta dalle altre nostre dis- 
posizioni , cioè dall’ appetenza , dall’ amore , ecc. Quindi 
P intelletto (per la definizione 5 a ), allorché percepisce e di- 
scorre , altra cosa non ci presenta se non che il riflesso di 
quell’attributo divino (proposizione i5 a e definizione 6 “) che 
esprime 1 ’ essenza eterna ed infinita di Dio, e senza il quale 
nulla potrebbe sovvenire alla nostra considerazione. Perciò 


d' iddio. 


-19 


l’ intelletto (Scolio della proposizione 29“) deve essere ripor- 
tato alla Natura naturata, e non alla naturante, siccome ogni 
altra forma del pensiero. C. V. D. 

Scolio. La ragione per cui venne da me qui considerato 
l’intelletto in istato di attiviti non proviene punto dall’aver 
io voluto negare l’esistenza di un intelletto virtuale ; fu so- 
lamente mio proposito di scansare qualsiasi confusione col- 
1’ usare un’ espressione intesa da tutti , e che significhi chia- 
ramente l’intellezione, cosa da tutti riconosciuta con evidenza. 
Imperocché non possiamo intendere cosa veruna, senza che 
ne risulti il perfezionamento del nostro intelletto. 

Proposizione XXXII. La Volontà dev’essere considerata 
qual causa non libera, ina necessaria. 

Dimostrazione. Al pari dell’ intelletto (proposizione 28“) 
la Volontà non si produce che per una forma precisa del- 
l’ intelletto. Non può alcuna volizione nè prodursi, nè de- 
terminare un’operazione se non mossa da un’ altra cagione , 
e questa di ricapo da un’altra, così procedendo all’infinito. 
Supposta infinita la Volontà, ella deve essere da Dio deter- 
minata ad esistere e ad operare, ed in ciò debbesi conside- 
rare 1 ’ azione divina non al rispetto dell’infinità di Dio, ma a 
quello del particolare attributo ch’esprime (proposizione 23“), 

1 essenza eterna ed infinita del pensiero. Dunque in qual- 
siasi modo venga essa considerata, finita od infinita, ella di- 
pende sempre da una cagione che la faccia esistere ed ope- 
rare ; perciò (definizione 7“) ella deve esser tenuta non qual 
indipendente c libera , ma qual costretta da una superiore 
necessità. C. V. D. 

Corollario I. Donde consegue primieramente che Iddio 
non opera per sciolto ed arbitrario volere. 

Corollario II. Ne consegue altresì secondamente che la 
volontà e l’ intelletto si riportino rispetto alla natura di Dio 
come il moto e la quiete, ed assolutamente alla guisa me- 
desima delle esistenze naturalidi cui (proposizione 29*) l’e- 

Dk Spinoza. — Dell ' Elica . 7 


50 


DELL’ETICA — PARTE I. 


sistenza c 1 ’ operazione vengono determinate da Dio. Impe- 
rocché la volontà, come ogni altra cosa, abbisogna di una 
cagione per la quale venga determinata ad esistere e ad 
operare in un modo preciso. Allorché da quella data volontà 
e dall’intelletto provengono conseguenze infinite, non pos- 
siamo dire pertanto che, Iddio agisca di arbitrario volere, 
non più che l’attribuire al moto cd alla quiete una libertà 
per cui succedano i relativi avvenimenti. Perciò alla na- 
tura di Dio piu non compete la volontà, che ogni altra na- 
turale esistenza ; ella si riferisce a Dio alla medesima guisa 
dell universalità delle cose le quali tutte risultano e dipen- 
dono dalla necessità della natura divina, da cui viene de- 
terminata in un modo preciso la successione di tutti gli av- 
venimenti. 

Proposizione XXXIII. Non hanno potuto le cose essere 
prodotte da Dio in una maniera ed in un ordine diversi da 
quello in cui le vediamo disposte ed ordinate. 

Dimostrazione. Imperocché le cose tutte emanano neces- 
sariamente dalla natura di Dio (proposizione i6 a ), e dalla 
necessità della natura di Dio sono determinate ad esistere 
ed operare con forma precisa (proposizione 29“). Se le 
cose potessero esser disposte cd ordinate in modo diverso 
dalle attuali loro condizioni , verrebbe ad esser diversa an- 
che la natura di Dio, e dovrebbe il nuovo ordinamento pro- 
cedere da un’altra causa; vi sarebbero per conseguenza due 
o piu Iddii , il che (Corollario i° della proposizione 14") é 
assurdo. Perciò le cose non possono sussistere in altro modo, 
nò con altro ordinamento. C. V. D. 

Scolio I. Ancorché pei prefati argomenti io abbia mo- 
sti ato, con chiarezza maggiore di quella del sole in sul me- 
non darsi assolutamente negli avvenimenti nulla di 
contingente, voglio tuttavia dichiarare con brevi parole ciò 
che abbiasi ad intendere per contingente , mostrando prima- 
mente ciò che viene significato per necessario e per impos- 


d’ iddio. 


5i 


sibili. Viene dichiarata necessaria una cosa od in ragione 
della sua essenza, od in quella della cagione da cui procede. 
Imperocché I’ esistenza di una qualsiasi cosa proviene neces- 
sariamente o dalla propria sua essenza e definizione, o da 
una esterna cagione che la produca. Laonde per quelle ra- 
gioni medesime viene considerata impossibile una data cosa, 
quando la sua essenza e definizione involgono contraddizione, 
ed eziandio quando non iscorgiamo veruna cagione clic ne 
determini la produzione; nè può altresì esser dichiarata con- 
tingente una qualsiasi cosa se non al rispetto della deficienza 
della nostra cognizione. E quando è da noi ignorato se l’es- 
senza di una proposta cosa implichi o no contraddizione, e 
quando per non esser a noi palese 1’ ordine delle cagioni , 
nulla possiamo affermare con certezza circa all’ esistenza di 
essa, ella non può giammai essere da noi reputata nè ne- 
cessaria , nò impossibile, e perciò la nominiamo contingente 
o possibile. 

Scolio II. Dai precedenti discorsi chiaramente consegue 
ehe le cose lurono prodotte da Dio con somma perfezione 
per proceder desse necessariamente da un Ente perfettissimo. 
Ne ciò suppone in Dio imperfezione veruna, ed all’opposto 
ci rivolge a riconoscere in lui l’assoluta perfezione. Anzi, da 
un contrario concetto conseguirebbe chiaramente (come l’ho 
teste dimostrato) Dio non essere sommamente perfetto, per- 
chè se le cose fossero state prodotte di altra maniera, do- 
vrebbesi attribuire a Dio una condizione diversa da quella 
pei la quale ci si dimostra massimamente perfetto. Ma non 
dubito che molti rigetteranno a tutta forza siffatta sentenza 
dichiarandola assurda, nò vorranno farla soggetto di attenta 
disanima , e proverrà la loro opposizione dalla lunga loro 
consuetudine di attribuire a Dio un’arbitraria volontà che al 
tutto si allontana (definizione 6") dal nostro concetto. Ma 
punto non dubito che ove volessero meditare il presente 
argomento e ponderare attentamente la serie delle nostre 


52 


DELL'ETICA — PARTE I. 


dimostrazioni, rigetterebbero la libertà da essi attribuita a 
Dio, non solamente qual nugatoria, ma qual grave ostacolo 
alle scientifiche investigazioni. Non mi è d’ uopo di qui ri- 
petere le ragioni esposte nello Scolio della proposizione 17“. 
Aggiungerò nondimeno che anche concedendo che la vo- 
lontà di Dio appartenga alla sua essenza, nondimeno le per- 
fezioni divine considerando, egli è forza conchiudere che 
le cose non potessero essere create da Dio di altra maniera, 
nò con ordine diverso. E ciò risulta altresì anche dalle pro- 
prie dichiarazioni dei nostri oppositori , i quali professano 
dipendere dal solo decreto di Dio e dalla sua volontà tutte 
le cose ed ogni disposizione di esse ; imperocché di altra 
maniera non potrebbe Iddio essere riconosciuto qual univer- 
sal cagione delle cose, e d’ altra parte tutti i decreti divini 
furono ab-eterno da Dio sanciti, altrimenti potrebbe Iddio 
essere arguito d’ imperfezione e d’ incostanza. Non compe- 
tendo all’ Eternità veruna determinazione di tempo, nè es- 
sendovi riinpetto ad essa nè presente, nè passato, nè futuro, 
vuole adunque la perfezione di Dio eh’ Egli nè possa, nè ab- 
bia mai potuto altra cosa decretare se non quanto venne da 
Lui stabilito ; in altri termini, non possiamo concepire Iddio 
qual anteriore ai propri decreti, nè lo possiamo pensare dis- 
giunto da essi. Ma dicono gli avversarii che anche col sup- 
porre che Iddio abbia costituito diversamente la natura , ed 
abbia decretato ab-eterno un altro ordine di cose, ciò non to- 
glierebbe in nulla la sua perfezione. Ma in ciò dicendo ven- 
gono ad asserite che potesse Iddio mutare i proprii decreti. 
Ma se Iddio avesse decretato ab-eterno un ordine di cose 
diverso da quello da lui stabilito, cioè se egli avesse voluto 
e pensato un’altra Natura, sarebbero stati al tutto diversi 
1 intelletto c la volontà divina. E se fosse lecito di attri- 
buire a Dio un altro intelletto ed un’altra volontà, senza 
che vi abbia veruna mutazione della sua essenza e della sua 
perfezione, qual motivo vi sarebbe ad impedire eli’ Egli mu- 


n’ IDDIO. 


53 


i suoi decreti circa le cose create, rimanendo non per- 
equa mente assoluta la sua perfezione? Imperocché il 
suo intelletto ed il suo volere in riguardo alle cose create, 
ed ,1 loro ordinamento al rispetto della di lui essenza e per- 
ezionc rimangono medesimi in qualsiasi modo vengano 
concepiti. Di più convengono tutti i filosofi di cui ho noti- 
la , che 1 intelletto divino non rimanga giammai in istato 
potenziale, ma tosto si riduca in atto. Però siccome l’intel- 
letto e la volontà non si distinguono dalla sua essenza, il 
che è anche da tutti accordato , ne consegue altresì che 
se Iddio avesse avuto in atto un altro intelletto ed un’altra 
volontà , necessariamente sarebbe stata pure altra la sua es- 
senza ; laonde se le cose fossero state prodotte da Dio di 
un' altra maniera , dovrebbero essere in lui diversi l’ intel- 
letto e la volontà, quegli attributi cioè pei quali di comun 
consenso manifestasi l’essenza divina; il che è assurdo. Adun- 
que siccome le cose non hanno potuto esser prodotte da 
Dio di altra maniera, nè con altro ordinamento, il che è 
necessaria conseguenza della perfezione divina, la sana ra- 
gione non ci può persuadere in verun modo che Iddio non 
abbia voluto creare tutte le cose in modo conforme alla sua 
intellettiva perfezione. Ma potranno dire che non vi ha nelle 
cose ne perfezione, nè imperfezione veruna, e che dipende 
dalla volontà di Dio che riescano perfette od imperfette , 
none o cattive , laonde se Iddio lo avesse voluto , avrebbe 
potuto lare clic fosse somma imperfezione ciò che al pre- 
sente è perfezione , e viceversa ; il che sarebbe affermare 
risolutamente che Iddio il quale di necessità ha l’intelli- 
genza delle cose da lui volute, possa di suo volere com- 
prendere le cose in guisa diversa da quella da lui pensata, 

>1 che (siccome l’ho già dimostrato) è una solennissima as- 
surdità. Perciò mi riuscirà facil cosa il ritorcere contrassi 
la p oposizione nella seguente maniera : le cose tutte dipen- 
dono dalla potenza di Dio, e se le cose potessero esistere 


SI 


DELL'ETICA — PARTE 1. 


di altra maniera , dovrebbe necessariamente esser diversa la 
volontà di Dio ; però non può mutarsi quella volontà (come 
lo abbiamo testò dimostrato ad evidenza fondandoci sulla 
perfezione divina); adunque non possono le cose succedere 
di alti a maniera. Riconosco che coloro che vogliono esser 
tutte le cose sottoposte ad una volontà indifferente di Dio, 
e pi ol essano che le cose tutte dipendono dal suo benepla- 
cito , si discostano meno dalla verità di quelli che profes- 
sano dovere tutte le operazioni di Dio rivolgersi a ciò che 
da essi è stimato per buono. Imperocché sembrano questi 
porre all’ infuori di Dio un altro oggetto clic non dipenda 
da esso, ed al quale Dio intenda qual esemplare delle pro- 
piie opei azioni, od a cui rimiri come ad una meta precisa. 
Ciocché non è al certo altra cosa che sottoporre Iddio al 
Fato, c nulla di più assurdo può applicarsi alla Persona di- 
vina cui abbiamo dimostrato essere la prima e 1’ unica ca- 
gione libera tanto dell’essenza, quanto dell’esistenza di tutte 
le cose. Perciò non è mestieri di perder tempo a confutare 
cotali assurdità. 

Proposizione XXXIV. La polenta ai Dio è la propria 
di lui essenza. 

Dimostrazione. Per la sola necessità della propria essenza, 
Iddio è cagione di sè (proposizione ii“) e (proposizione 16“ 
e suo Corollario) delle cose tutte. Dunque la potenza divina 
per la quale sussistono ed operano e Dio e le cose tutte, 
altra cosa non ò se non 1 ’ essenza divina. C. V. D. 

Proposizione XXXV. Sussiste necessariamente ciò che viene 
da noi concepito qual sottoposto alla potenza di Dio. 

Dimostrazione. Imperocché le cose che provengono dalla 
potenza di Dio derivano eziandio necessariamente dalla sua 
essenza, ed offrono perciò il carattere di assoluta necessità. 
C. V. D. 

Proposizione XXX\ I. Nulla esiste dalla cui natura non 
provenga un qualche effetto. 


n’ IDDIO. 


5 > 


Dimostrazione. Tutte le esistenze esprimono la natura e 
1 essenza di\ina in un modo determinato e preciso (Corollario 
della proposizione vale a dire (per proposizione 34“) 

tuttociò che esiste esprime in modo preciso e determinato 
la potenza di Dio, la quale è universale cagione delle cose ; 
perciò (proposizione 16*) ne deve risultare un effetto corri- 
spondente. C. V. D. 


Appendice. 

Per le precedenti dimostrazioni venne da me dichiarato 
quali siano la natura di Dio e le di lui proprietà , ed ho pro- 
fessato essere necessaria la sua Entità; esser Egli unico; ema- 
nare dalla propria sua natura e la sua Essenza e le sue ope- 
razioni; esser Egli la libera ed universale cagione delle cose, 
e tutto dipendere da Dio di tal maniera che senza di lui non 
potrebbe ni sussistere ni esser pensata cosa veruna; finalmente 
venne da me professato essere le cose tutte predeterminate 
da Dio non in effetto di un arbitrario volere o di un asso- 
luto beneplacito, ma qual conseguenza necessaria dell 'assoluta 
natura di Dio, ovvero della sua potenza infinita. Di più ogni 
qualvolta n’ebbi occasione ho procurato di rimuovere i pre- 
giudizi! clic potevano impedire l’ intendimento delle mie 
dimostrazioni. Ma siccome non pochi rimangono i pregiu- 
dizi!' che hanno potuto e possono tuttavia distórre le menti 
dall abbracciare le concatenate ragioni da me esposte , ho 
stimato esser prezzo dell’opera di qui sottoporle all’esame 
della ragione. 

Tutti i pregiudizii eh’ io imprendo di combattere, si fon- 
dano principalmente sulla comune opinione, che a simiglianza 
delle azioni degli uomini, le forze della natura ad altro fine 
non si rivolgano se non che all’unico prò dell’umana ge- 
nerazione. Proclamasi eziandio ad una voce, qual cosa in- 
dubitata, avere Iddio creato l’ universo all’ unico prospetto 


5 fi 


DELL' ETICA — PARTE I. 


degli uomini, ed avere creato l’uomo all’oggetto di esserne 
riverito ed onorato. 

Incomincerò coll esaminare cotale argomento, ricercando 
primamente per qual cagione sieno gli uomini quasi tutti 
propensi ad accogliere un siffatto pregiudizio. Passerò quindi 
a dimostrare la falsiti di simili sentenze, esaminando alla 
pei line donde procedano le false opinioni universalmente 
predicate circa al bene ed al* male, al inerito ed al peccato, 
alla lode ed al vituperio , all’ ordine ed alla confusione, al 
bello ed al deforme, e ad altre cose simigliami. Non sarebbe 
qui il luogo di indagare in qual modo fosse la mente umana 
indotta ad accettare simili persuasioni. Basterà ch’io appoggi 
le mie considerazioni sovra i fatti più ovvii ed accertati 
Egli è fuor di dubbio che gli uomini al loro nascere igno- 
rano al tutto le cagioni delle cose, e di più, che sono° na- 
turalmente disposti, ciò di cui hanno piena coscienza, a consi- 
derale le cose all’ unico rispetto del proprio vantaggio. Da 
ciò consegue primamente che gli uomini si reputino liberi 
per ciò solo che hanno la coscienza delle loro volizioni e 
delle loro appetenze, non pensando nemmeno per sogno 
alle cagioni ad essi incognite che gli dispongono ad appe- 
tire ed a volere. Viene in secondo luogo, che gli uomini 
rivolgano tutte le loro operazioni ad un fine determinato, a 
quello cioè di procacciarsi il vantaggio da essi desiderato. 
Donde avviene che ricerchino mai sempre la cognizione delle 
cause finali dei preteriti avvenimenti, e che siano tostamente 
appagati all’ udire quelle proposizioni che tolgono a quel ri- 
guardo ogni lor dubitanza. Ma quando non hanno ricevuto 
da altrui quelle sentenze, in allora asè medesimi rivolgendosi, 
m figurano il fine degli avvenimenti in modo analogo alle 
consuete loro risoluzioni, e vengono di necessità a misurare 
ogni cosa alla stregua del proprio ingegno. Oltreciò ritro- 
vando gli uomini ed in sè e fuori di sè non poche cose 
di cui possono direttamente approfittare, come ad esempio 


d’ iddio. 


57 


sii occhi per vedere, i denti per masticare, il sole per ri- 
schiararli, il mare per somministrare il pesce, i vegetali e 
gli animali proprii alla loro alimentazione, ne avviene esser 
dessi disposti a considerare ogni operazione della natura 
qual unicamente rivolta a provvedere alle loro necessità, ed 
a procacciare ad essi le cose che lor sono giovevoli. E siccome 
gli oggetti ottenuti dalla loro industria non vennero da essi 
trovati a bella prima disposti e preparati, ciò diede loro oc- 
casione di creder essere stati gli oggetti che ridondano a loro 
vantaggio apprestati da un’estrinseca provvidenza. Imperoc- 
ché considerando le cose naturali quali mezzi acconciati al 
loro prò, non poterono credere esserne essi stati gli autori; 
laonde avuto riguardo alle cfFezioni della propria industria, 
conchiusero esservi uno o parecchi reggitori della natura 
provveduti di liberi impulsi, i quali ogni cosa loro sommi- 
nistrassero e tutto operassero all’ oggetto di sovvenire alle 
umane necessità. Ed abbenchè non possedessero nozione 
veruna della potenza che gli beneficava, furono non pertanto 
condotti a consi lerarne il carattere qual somigliante all’ u- 
mano ingegno, e quindi tennero per fermo clic gli Dei tutto 
dirigessero per 1 uso degli uomini, al fine di averli per 
obbligati e di esserne tenuti in somma reverenza. Donde 
avvenne che gli uomini secondo la varietà dei loro ingegni 
imaginassero diversissime maniere di adorare Iddio, al fine 
di ottenere eli egli sovra ogni altro gli amasse, e dirigesse 
tutte le forze della natura per favorire le cieche lor brame 
e la loro insaziabile avidità. Ed in tal guisa cotal pregiudizio 
rivolto in superstiziose credenze, gettò nelle nienti pro- 
fonde radici, e condusse gli uomini a ricercare nelle cose e 
ad assegnare a ciascuna di esse una causa finale particolare. 
Ma in ricercando di dimostrare che la natura non faccia 
indarno cosa veruna (con ciò intendendo, che non tornasse 
a prò degli uomini) ad altro non hanno riuscito se non a 
proporre sentenze per le quali apparrebbero impazziti alla 

De Spinoza. — Dell' litica. 


8 


5» 


DELI.’ ETICA — PARTE I. 


volta e la Natura, c gli Dei, e gli uomini. Considera di grazia, 
o leggitore, a qual punto sieno giunti quei deliramenti ! In 
mezzo ai tanti vantaggi offerti ad ogni ora agli uomini dalla 
Natura, s imbattevano nondimeno in molti incomodi, siccome 
tempeste, terremo. i, morbi, ecc.; laonde vennero a conside- 
rare ogni sofferto disagio qual manifestazione dell’ ira divina 
cagionata dalle loro offese , cioè dai loro peccati e dalla tras- 
giessione dei religiosi uffici. E quantunque mostrasse la quo- 
tidiana esperienza per infiniti esempii, che i beni ed i mali 
cadessero indistintamente sovra i pii e sovra gli empii, non- 
dimeno persistettero nell’inveterato pregiudizio. Quindi il 
provocare un qualsiasi accordo di questi fatti nocivi coi loro 
pregiudizi!', ed il perseverare nella loro ingenita ignoranza, 
riuscì ad essi più facile che l’ intraprendere di rovesciare 
tutto il sistema delle loro incongruenti fantasticazioni, e ri- 
volger 1’ animo ad altri pensamenti. Quindi ebbero per fermo 
che i giudizii degli Dei sorpassassero di gran lunga l’umano 
intendimento, e circoscritto di tal guisa il campo dell’umana 
ragione, ne avvenne che al genere umano rimanesse nascosta 
la verità, all’ infuori della Matematica, la quale non conside- 
rando la finalità delle cose dimostrate, e aggirandosi sola- 
mente circa 1’ essenza e le proprietà delle figure , propose 
un’altra norma della Verità. Ed oltre alla Matematica, altre 
cagioni possono assegnarsi (cui egli è inutile di qui noverare) 
per le quali potè avvenire che gli uomini dirigessero la loro 
mente alla disamina di quei pregiudizii, e fossero condotti 
alla vera cognizione delle cose. 

Con queste considerazioni ho soddisfatto alla mia antece- 
dente promessa. Non mi sarà mestieri di usare estesi ragio- 
namenti per dimostrare che la natura non si propone veruna 
prefissa finalità , e per dichiarare che le cause finali altra cosa 
non sono se non che infingimenti dell’ umana imaginazione. 
Imperocché col mostrare l’origine ed il fondamento di un 
tal pregiudizio (per la proposizione i6*e pel Corollario della 


d’ iddio. 


59 


proposizione 32* ed eziandio per tutte le ragioni da me pre- 
cedentemente discusse), credo di avere stabilito assai chiara- 
mente procedere le opere della Natura da un’eterna ne- 
cessiti e da una suprema perfezione. Aggiungerò pertanto 
che la dottrina della finalità sovverte onninamente l’anda- 
mento della Natura, perché una tal dottrina considera l’effetto 
qual cagione e viceversa; quindi ella fa posteriori le cose 
primarie e rende al tutto imperfetto ciò che dimostra asso- 
luta perfezione. Avvegnaché (i due primi punti tralasciando, 
i quali riescono per sé manifesti siccome risulta dalle propo- 
sizioni 21", 22*, 23*) é perfettissimo quell’ effetto che viene 
prodotto direttamente da Dio, e quello riesce vieppiù imper- 
fetto la cui produzione abbisogna di un maggior numero di 
cagioni intermedie. Ma se le cose emanate direttamente da 
Dio, fissero da Lui prodotte all’oggetto di ottenere un fine 
particolare, ne conseguirebbe necessariamente che quelle ope- 
razioni al cui riguardo sarebbero state fatte le prime cose, 
occuperebbero il primo grado e sarebbero di tutte, le più ec- 
cellenti. Di tal maniera una simile dottrina viene a negare 
la perfezione di Dio , perchè se Iddio operasse al riguardo 
di un fine, egli dimostrerebbe abbisognare di una cosa che 
gli difettasse. Ed abbenchè i Teologi ed i Metafisici distin- 
guano tra il fine d indigenza ed il fine di assimilazione, con- 
fessano pertanto avere Iddio operato le cose per sé, e non 
al riguardo delle cose create; perchè avanti la creazione non 
possono assegnare alcuna cosa quale oggetto dell’opera di- 
vina. Perciò sono di necessità condotti a confessare che a Dio 
difettassero quelle cose al cui provvedimento gli era d’uopo 
acconciare i mezzi necessari e ch’egli desiderasse supplire 
alla loro deficienza, ciò che risulta evidentemente dalle loro 
argomentazioni. Nè debbesi tralasciare che i propugnatori di 
una siffatta dottrina volendo far pompa d’ingegno nell’asse- 
gnarc i fini delle cose, hanno introdotto per provare i loro 
placiti un metodo tutto nuovo di ragionamento, vale a dire 


<>0 DELL’ETICA — PARTE J. 

ridussero l’argomentazjone non all’ impossibilità ma all’ igno- 
rollio, il che mostra mancare a quei discorsi un qualsiasi altro 
genere di argomentazione. Ad esempio , cadendo dall’alto 
una pietra sul capo ad un uomo e lo uccida, non manche- 
rebbero quei ragionatori di affermare che la caduta di quella 
pietra fosse avvenuta coll’intento di uccidere quell’uomo, pre- 
tendendo che senza l’espresso volere di Dio non avrebbero 
potuto a ciò concorrere accidentalmente tante molteplici cir- 
costanze. Sarà forse da te risposto, ciò essere accaduto per- 
che soffiava il vento, e l’uomo nel seguitare il suo cam- 
mino colà s’ imbattesse. Ma insisteranno : perchè il vento 
soffiava a quel tempo? Perchè l’uomo teneva a quel mo- 
mento quella via? Se replico essersi levato quel vento 
perche il mare dianzi tranquillo cominciò il giorno prece- 
dente ad agitarsi, e che l’uomo percosso abbia lasciato la sua 
dimora per rispondere all’invito di un amico, di bel nuovo 
insisteranno a chiedere la cagione di quel duplice movimento, 
nè avranno fine le loro interrogazioni e chiederanno per 
qual cagione venisse agitato il mare, c perchè l’uomo ucciso 
rispondesse al tempo medesimo all’invito dell’amico. Nè ces- 
seranno di rimontare di cagione in cagione finché abbiano 
costretto l’interlocutore a ricorrere per ultimo al volere di- 
vino, cioè al rifugio dell’ignoranza. Di tal guisa allorché ve- 
dono il meccanismo del corpo umano, rimangono maravi- 
gliati, e per l’ignoranza delle cause di quelle disposizioni 
conchiudono essere il corpo costrutto non con mezzi mec- 
canici , ma direttamente da un’ arte divina e soprannaturale 
che determina l’unione e l’armonia delle parti diverse. Donde 
avviene che colui che ricerca le vere cagioni dei miracoli, 
imprendendo di scrutare scientificamente la Natura, nè si ap- 
paga di una stupida ammirazione, viene le più volte tenuto 
e proclamato eretico ed empio da coloro che sono riveriti 
dal volgo quali interpreti della Natura e degli Dei. Imperocché 
sanno benissimo che caduto il velo dell’ ignoranza , cessa 


D IDDIO. 


6 1 

ne li uomini 1 inerte e stupida maraviglia, e con ciò vieti 
to to a essi ogni mezzo di argomentare e di mantenere la 
propria autoritA. Ma tialasccrò ormai cotale argomento per 

rivolgermi alle considerazioni mi .. 

uei azioni cui mi era proposto di esa- 
minare in terzo luogo. 

Giunti gli uomini a persuadersi che a lor rispetto succe- 
dessero tutti i fenomeni della natura, furono condotti a giu- 
dicare che ogni qualsiasi avvenimento dovesse esser diretto al 
proprio loro vantaggio e quindi giudicavano più eccellente 
ciò che meglio rispondeva alle loro appetenze. E dietro co- 
tali principii vennero condotti a formarsi quei concetti che 
spiegassero a quella norma le naturali esistenze ed a deter- 
minare ogni giudizio circa al bene ed al male , all'ordine , alla 
confusione , al caldo , al freddo , alla bellona, alla deformità, ecc., 
e fondati sulla credenza della piena loro libcrtA, distribuirono 
le qualificazioni di lode, di vituperio, di peccato e di merito. 
Ma per essere mio proposito di trattare in avanti questo ar- 
gomento in modo più esteso, quando i miei ragionamenti si 
volgeranno alla natura umana, mi contenterò al presente di 
esporre con brevi parole la mia sentenza. Adunque in forza 
di quei sragionati principii venne creduto esser buone quelle 
operazioni che conducevano al benessere degli uomini ed 
alla pratica delle religiose cerimonie, e dato il nome di mal- 
vagie e di turpi alle azioni contrarie. E siccome quelli che 
ignorano la natura delle cose non possono nulla circa ad esse 
ragionevolmente affermare, vennero giudicate le cose secondo 
i movimenti della fantasia surrogata all’intelletto, quindi nel- 
1 ignoranza della vera condizione delle cose si figurano essere 
sottoposta la Natura a quell’ordine da essi fantasticamente con- 
cepito. Imperocché vengono di tal guisa considerate le cose 
che elle ci sembrano bene ordinate quando rappresentateci 
per via dei sensi, veniamo egualmente ad introdurle nella 
nostra imaginazione ed a facilmente ricordarcele, mentre al 
entrano ci sembrano disordinate e confuse quando ce ne 


62 


DELL’ETICA — PAIÌTE I. 


riesce più difficile il comprensivo collegamento. E siccome 
riescono all’uomo più aggradevoli le cose le quali sono da 
lui più agevolmente figurate, perciò egli preferisce l’ordine 
alla confusione figurandosi un ordine che si conformi ai bi- 
sogni dell’ umana imaginazione. Vieti pensato altresì che 
Iddio abbia creato le cose tutte conforme all’ ordine imagi- 
nato dall’uomo, e di tal maniera a loro insaputa attribui- 
scono a Dio un’ imaginazione analoga a quella dell’uomo, o 
forse vien supposto che Iddio abbia provveduto ai bisogni 
dell’ umana imaginazione col disporre le cose in tal guisa che 
potesse 1’ uomo rappresentarsele più agevolmente. Nè vale 
a trattenergli la considerazione dell’ infinità delle cose che 
sorpassano di gran lunga l’umana imaginativa, nonché le tante 
nozioni che ci appaiono confuse per l’ impotenza delle nostre 
facoltà. Ma di ciò abbiamo discorso a sufficienza. 

Oltre all’azione imaginativa che trasforma gli oggetti giusta 
le impressioni della fantasia, le nozioni da noi percepite non 
hanno di per sè realtà veruna e nondimeno vengono dalie 
menti ignare considerate quali principali ed intrinseci attri- 
buti delle cose, e ciò, come lo abbiamo detto, succede quando 
vien creduto essere state fatte le cose all’unico riguardo del- 
1 umana generazione; laonde la natura di qualsiasi cosa viene 
reputata dalle menti ignare buona o malvagia , sana o cor- 
i otta secondo il modo con cui vengono a risentirsene. Ad 
esempio, se i movimenti ricevuti pei nervi dagli oggetti rap- 
pi esentati per mezzo degli occhi producono un’ impressione 
grata e salutifera, quegli oggetti son tenuti qual belìi , mentre 
al contrario sono reputati deformi quelli che producono un 
elleno contrario. Quegli oggetti che muovono il senso ol- 
fativo sono chiamati profumati o fetidi ; dolci od amari , 
saporosi od insipidi quelli percepiti pel palato; quelli pel 
tatto duri o molli, ruvidi o lisci, e finalmente quelli che 
modificano 1 udito sono detti produrre strepito, rumore, 
suono od armonia, ed al riguardo del senso dell’udito ven 


d’ turno. 


6j 


nero disviate le menti degli uomini a tal segno da far cre- 
dere loro che Iddio si dilettasse di armonici concenti. Nò 
mancarono filosofi che hanno creduto che i movimenti dei 
corpi celesti fossero disposti in guisa da produrre musicali 
disposizioni. Dimostrano a sufficienza cotali ragguagli che 
ciascuno giudica le cose conforme alla disposizione del suo 
cervello, e che sono da lui considerate qual reali ed effet- 
tive le figurazioni della sua fantasia. Perciò non è maraviglia, 
come lo noterò più avanti, che sieno sorte tra gli uomini 
tante diverse deputazioni le quali fecero sorgere lo scetticismo. 
Imperocché quantunque gli organismi umani convengano in 
molte cose, discordano nondimeno in gran parte di esse, e 
perciò sembra buono all’uno quanto è reputato cattivo da 
un altro; ciò che appare agli uni ben disposto ed ordinato, 
riesce ad altri confuso; quanto è all’uno aggradevole, riesce 
agli altri dispiacevole, e di tal maniera ritrovansi in molte 
altre cose simigliatiti opposizioni. Ma non è d’uopo di qui 
dottrinalmente discorrere un tale argomento, tanto più che 
tutti hanno di tal cosa sufficiente 1’ esperienza. A tutti è in 
bocca essere tante le teste quante le sentenze, volere ognuno 
abbondare nel proprio senso , e non essere minore la op- 
posizione dei cervelli, della diversità dei palati; le quali vol- 
gatc espressioni mostrano a sufficienza che gli uomini giu- 
dicano delle cose conforme alla disposizione del loro cervello, 
e che sogliono giudicare più per l’imaginazione che per l’in- 
telletto. Se avessero l’intelligenza delle cose, queste, come 
ne dà prova la matematica, se non allettassero, almeno con- 
vincerebbero. 

Vediamo in tal guisa che tutte le ragioni per le quali 
suole il volgo interpretare i naturali fenomeni, altra cosa non 
sono se non che disposizioni imaginative, elle non dimostrando 
la vera e reale costituzione delle cose, ma bensì arbitrarie 
conghietture della fantasia. Quei placiti arbitrarii hanno non- 
dimeno proprie denominazioni come se si riferissero ad Enti 


DELL’ ETICA — PARTE I. 


«t 


clic avessero un’esistenza reale aldi fuori della fantasia- co- 
tali forme non vengono da me nominate come suolsi dire 
Enti di ragione, ma bensì Enti meramente imaginarii. Quindi 
ella è facil cosa il confutare gli argomenti fondati sopra si- 
mili supposizioni. Sogliono molti chiedere per qual ragione 
procedendo tutti gli avvenimenti dalla perfezione divina, in- 
contrami nondimeno nella Natura tante imperfezioni , tanta 
fetida corruzione, tante nauseanti deformità, tanta confusione 
ed alla perfine il male ed il peccato. Ma, come 1’ ho già detto, 
è facile la risposta; imperocché la perfezione delle cose deve’ 
essere giudicata al rispetto della loro natura e della loro po- 
tenza; perciò non riescono le cose più o meno perfette per- 
che piu dilettino od offendano il senso degli uomini, favori- 
scano o repugnino alla umana condizione. Ed a coloro che 
chiedono perchè Iddio non abbia creato gli uomini di tal 
maniera che tutti si governassero conforme ai dettami della 
ragione, altra cosa non rispondo se non che non aver man- 
cata a Dio la materia per creare le cose in tutti i gradi 
della perfezione dal più alto fino all’infimo, ovvero, per espri- 
mermi con parole più adatte c precise, le leggi della natura 
divina sono di tanta ampiezza da supplire ad ogni possibile 
produzione emanata da un intelletto infinito, siccome l’ho 
dimostrato per la proposizione i6 a . Tali sono i pregiudizii 
cui ho impreso di combattere. Se alcuni di simil fatta ri- 
mangano, gli potrà ciascuno confutare quando gli avrà con 
mediocre attenzione considerati. 


FINE DELLA PARTE PRIMA. 


PARTE SECONDA 


DELLA NATURA E DELLA ORIGINE DELLA MENTE. 

Passo al presente a dimostrare quali sieno le conseguenze che 
risultano necessariamente dall'essenza dell’ Ente eterno ed infi- 
nito. Non imprendo di spiegare tutti i fatti infiniti che debbono 
conseguire per modi infiniti dall’ Essenza Divina ( come lo ab- 
biamo mostrato alla prop. 16, p. /'*), ma solamente quelle cosi 
che possono gradatamente avviarci alla cognizione della Mente 
umana e della suprema sua beatitudine. 

Definizioni. 

I. Intendo per corpo quella modificazione per la quale viene 
espressa in una forma precisa e determinala l’essenza di Dio 
considerata qual cosa eslensa. (Vedi parte I , coroll. della 
Prop. 25“.) 

II. Dico appartenere all’ essenza di una cosa quell’ elemento 
che la afferma e la stabilisce , e senza il quale ella viene tolta e 
sparisce, e ciò che non può reciprocamente sussistere ni esser 
pensato senza la cosa a cui si riferisce. 

III. Intendo per idea il pensiero concepito dalla mente in 
forza della sua condizione di cosa pensante. 


De Scinde*. — Urli’ litica. 


9 


66 


DELL’ ETICA — PARTE II. 


Spiegazione. Uso di preferenza il vocabolo pensiero in luogo 
di quello di percezione, perchè il vocabolo percezione significa 
uno stato passivo della mente rispetto all’oggetto percepito, mentre 
al contrario il pensiero esprime un'operazione attiva. 

IV. Intendo per idea adequata quella che considerata in si 
stessa e senza relazione al proposto obbietta , contiene tutte le 
proprietà della vera idea, ossia tutte le sue intrinseche condizioni. 

Spiegazione. Dico intrinseche per escludere ogni estrinseca 
disposizione, come sarebbe a dire la corrispondenza dell ’ idea 
col suo ideato. 

V. La duratone è la continuazione indefinita dell’esistenza. 

Spiegazione. Nomino indefinita la duragione di un oggetto 

la quale non può in verna modo esser determinata da intrin- 
seche condizioni, ni tampoco da una cagione efficiente la quale 
di necessità ne afferma , e non ne toglie V esistenza. 

VI. Per realità e perfezione intendo una cosa medesima. 

VII. Intendo per particolari quegli oggetti finiti che hanno 
un’esistenza determinata. Allorché parecchie cose particolari ed 
individue concorrono all’ effezione di un’ operazione medesima 
in guisa che tutte si congiungano per produrre un effetto , il 
loro complesso viene da me insiememente considerato qual’ n- 
nica e medesima cosa. 

Assiomi. 

I. L’ essenza dell’uomo non ne involge la necessaria esistenza, 
cioè per l’ ordine della natura può avvenire tanto che tale e 
tale uomo esista, quanto eh’ egli non esista. 

II. L’ uomo pensa. 

III. Le modalità del pensiero, come l’amore, l’appetenza ad 
una qualsiasi impressione dell’ animo , di qualsivoglia nome 
venga ella insignita, non sono risentite senza che al momento 
istesso non si presenti all’uomo l’idea della cosa amata, appe- 
tita, ecc. Ma può sorgere un’ idea non preceduta da una mo- 
dificazione del pensiero. 


DELLA MENTE. 


67 


IV. Sentiamo che un dato corpo può subire in molli modi 
le impressioni esteriori. 

V. Non possiamo ni sentire, ni percepire veruna cosa par- 
ticolare, oltr ■ ai corpi ed alle, modalità del pensiero. 

Fedi i postulati in segnilo alla Proposizione i). 

Proposizioni. 

Proposizione I. Il pensiero i un attributo di Dio, ossia Iddio 
i una sostanza pensante. 

Dimostrazione. I pensamenti peculiari , ossia tale o tale 
determinati cogitazione sono modalità le quali esprimono la 
natura di Dio con forma precisa e determinata (corollario 
della proposi/. 25 " parte I). Adunque a Dio compete (per 
la definizione j" parte I) quell’attributo il cui concetto in- 
volge ogni particolare pensamento, c ne determina la pro- 
duzione. Perciò il pensiero è uno degli infiniti attributi di 
Dio il quale ne esprime 1’ essenza eterna ed infinita (defini- 
zione 6 " parte I) : in altri termini Iddio è una sostanza pen- 
sante. C. V. D. 

Scolio. Appare accertata la presente proposizióne allor- 
quando consideriamo essere l’intelletto umano capace di con- 
cepire un Ente pensante ed infinito. Imperocché più si estende 
in un Ente il potere di pensare, più comprendiamo essere 
maggiore in lui la realtà e la perfezione. Dunque l’Ente che 
può pensare infinite cose per infiniti modi è necessariamente 
infinito rispetto alla virtù di pensare da lui posseduta. Di 
tal guisa considerando 1’ Ente infinito al solo riguardo della 
cogitazione , riconosciamo di necessità (per definiz. 4 " e 6 n , 
parte I) essere il pensiero uno degli infiniti attributi di Dio, 
siccome lo avevamo proposto. 

Proposizione II. L’ estensione i un attributo di Dio , in 
altri termini Iddio i una sostanza estrusa. 

Dimostrazione. Si dimostra come la proposizione prece- 
dente, ed alla medesima guisa. 


DELL’ ETICA — PARTE IL 


68 


Proposizione III. Dossi necessariamente in Dio l’idea tanto 
della sua essenza guanto di tutte le cose che da quella conseguo, io. 

Dimostrazione. Imperocché Iddio ( proposizione i" di 
questa parte) può pensare cose infinite, con modi infiniti, 
ossia (ciò che è una cosa medesima per la proposizione 16" 
pai te I) può formarsi l’idea della sua essenza e di tutte Le 
cose che da essa necessariamente conseguono. Pertanto tutto 
ciò che dipende dalla potenza di Dio, sussiste necessariamente 
(Proposi 2 * 35 n parte I); dunque cotale idea è data di ne- 
cessità (prop. 15-' parte I) nella sola Mente divina. C. V. D. 

Scolio. Intende il volgo per potenza di Dio una sciolta 
e libera volontà, ed un assoluto ed arbitrario comando sovra 
tutte le cose, e con ciò assumono tutti gli avvenimenti un 
carattere di contingenza. Vuole il volgo altresì che sia nel- 
1 arbic io di Dio l’operare 1 ’ annientamento di tutte le cose. 
Di più, ragguagliano spessissime volte la potenza di Dio a 
quella dei Monarchi ; ma un tale concetto venne da me già 
ribattuto (corollario 1 c 2 proposiz. 32'’), dimostrando (pro- 
pose. 1 6, a parte I) che Dio agisce per quella necessità me- 
desima che lo fa di sè consapevole : in altri termini, siccome 
è necessaria conseguenza della Natura Divina (ciò che è d i 
tutti ad una voce approvato) essere l’intelligenza di Dio 
conscia della propria entità , risulta che per quella stessa 
necessità sieno da Lui operate infinite cose per infiniti 
modi. Di poi abbiamo mostrato (proposiz. 34“ partc n 
consistere la potenza di Dio nell’ attuosa ed operativa sua 
essenza; pertanto ci riesce non meno impossibile il concepire 
Iddio non operante, quanto il pensarlo non esistente. Laonde 
se mi venisse in acconcio di spingere più oltre il ragiona- 
mento, mi sarebbe facil cosa aggiungere alle precedenti con- 
siderazioni che gli infingimenti delle volgari imaginazioni 
circa alla potenza divina , riducono Iddio alle condizioni 
umane abbassandone la potenza in luogo di raffermarla ed ac- 
crescerla , col concepirla uguale e simigliarne a quella del- 


DEI. LA MENTE. 


69 


l’uomo : la quale opinione involge al contrario l’idea della di- 
vina impotenza. Ma non mi è d’uopo d’insistere da vantaggio 
sovra questo argomento. Prego soltanto istantemente il leg- 
gitore di disaminare pii'i e più volte le ragioni prodotte a 
tal proposito nella prima parte di questo libro, incominciando 
dalla proposizione 16 fino all’ultimo. Perchè non potrebbe 
niuno intendere rettamente le cose da me proposte, se non 
procurasse con somma diligenza di non confondere la potenza 
di Dio col potere e l’autorità dei terreni Monarchi. 

Proposizione IV. L’idea di Dio dalla quale conseguono con 
mudi infiniti infinite cose non può essere se non unica. 

Dimostrazione. L’intell.tto infinito nulla comprende oltre 
ag.i attributi ed alle affezioni di Dio (proposiz. 30’' parte lj, 
perciò Iddio è Unico (corollario i°, proposiz . 14" parte I). 
Dunque l’idea di Dio dalla quale conseguono d’infiniti modi 
infinite cose, non può essere che unica. C. F. D. 

Proposizione V. Iddio viene da noi considerato qual prin- 
cipio formale delle idee al rispetto del suo pensiero, e non a 
quello di qualsivoglia altro suo attributo: in altri termini, le 
idee degli attributi di Dio, nonché quelle delle cose particolari, 
non hanno qual cagione efficiente gli oggetti ideati, ovvero le 
cose percepite, ma provengono direttamente da Dio, concepito 
qual Unte pensante. 

Dim astrazione. Ella riesce evidente per la proposizione 3" 
di questa parte medesima. Ne abbiamo tratto qual conse- 
guenza che Iddio può formare l’idea della propria essenza e 
di tutte le conseguenze di essa al solo riguardo del suo at- 
tributo di sostanza pensante, e non per esser Egli l’obbietto 
della sua propria idea. Perciò 1 ’ essenza formale delle idee 
lia per cagione Iddio considerato qual Ente pensante. L’es- 
senza formale delle idee è un atto del pensiero, cosa per se 
evidente: in altri termini (corollario proposiz. 2j a parte I), 
Iddio qual Ente pensante viene ad esprimere con forma pre- 
cisa le modalità della sua natura; laonde (proposiz. to“ 


7o 


DELL’ ETICA — PARTE II. 


pirte T) ciò non involge il concetto di qualsiasi altro at- 
tributo divino, quindi (assioma 4 ° parte I) egli proviene dal- 
l’attributo cogitativo inerente in Dio , e non da un qual- 
siasi alti o suo attributo. Adunque Iddio è principio for- 
male delle idee al solo rispetto del cogitativo suo attributo 
C. V. D. 

Proposizione VI. I modi di qualsiasi attributo hanno per 
cagione Iddio considerato solamente al rispetto di quell’ attri- 
buto da essi modificalo, e non al riguardo di qualsiasi altro. 

Dimostrazione. Ciascun attributo vien concepito di per sè 
ad esclusione di qualunque altro (proposiz. ro a parte I). 

I ci clic le modalità di un attributo involgono il concetto del- 
l’attributo a cui si riferiscono, e non quello di qualsiasi 
alno; quindi (assioma 4, parte I) desse hanno per cagione 
Iddio considerato al solo riguardo di quell’attributo di tal 
maniera qualificato, ne possono ad un altro riferirsi. C. V. D. 

Corollario. Quindi consegue che quegli elementi dell’es- 
senza formale delle cose i quali non sono modalità del pen- 
siero, non si riferiscono alla natura divina considerata qual 
sostanza pensante, e per la cognizione avutane precedente- 
mente da Dio, quando all’ incontro, siccome lo abbiamo di- 
mostrato, al medesimo modo e per la medesima necessità le 
cose ideate derivano dall’attributo cogitativo al quale si ri- 
feriscono. 

Proposizione VII. L‘ ordine e la connessione delle idee i 
una cosa medesima coti l’ordine e la connessione reale ed effet- 
tiva delle cose. 

Dimostrazione. Ciò riesce evidente per l’assioma 4 0 parte I. 
Perchè l’idea della cosa causata dipende dalla cognizione della 
causa di cui ella è effetto. 

Corollario. Ne viene per conseguenza che la potenza 
cogitativa di Dio uguaglia quella della sua potenza operativa, 
od in altri termini, tutrociò che consegue formalmente dalla 
natura infinita di Dio, corrisponde obbiettivamente colle con- 


DEM. \ MENTE. 


7» 


cezioni della mente divina nel medesimo ordine e colla me- 
desima connessione. 

Scolio. Avanti di procedere più oltre egli è mestieri di 
rammemorare le cose dianzi dimostrate, ricordando apparte- 
nere ad un’unica sostanza ogni qualsiasi cosa che possa es- 
ser percepita da un intelletto infinito , principio constitutivo 
dell’essenza sostanziale , e per conseguenza che la sostanza 
pensante c la sostanza estensa sono una sola ed istessa so- 
stanza, la quale si manifesta sotto l’uno o sotto l’altro di 
quegli attributi. Di tal guisa eziandio sono una cosa mede- 
sima la modalità dell’estensione e l’idea di essa; ma quella 
identità viene ad esprimersi di due diverse maniere. E di 
ciò sembrano alcuni fra gli Ebrei avere avuto una qualche 
confusa contezz a , quando presentano qual cosa medesima 
Iddio, 1 intelletto divino e le cose da lui concepite. Ad esempio, 
il circolo qual si ritrova materialmente nella Natura, e l’idea 
di esso la quale è aneli’ essa in Dio, sono una sola e mede- 
sima cosa che si dispiega per attributi diversi. Perciò in 
qualsiasi modo venga considerata la Natura, sia sotto l’attri- 
buto dell’ estensione , sia sotto quello del pensiero , o sotto 
qualsiasi altro, ritroviamo in essa un ordine medesimo ed 
una istessa connessione di cose , vale a dire riconosciamo 
procedere a vicenda le cose le une dalle altre. Nè per altro 
motivo venne da me proposto essere Iddio alla volta cagione 
dell’idea, come sarebbe a dire quella del circolo al rispetto 
del suo attributo cogitativo, ed eziandio della cosa materiale 
qual è il circolo percepito materialmente sotto la forma del- 
l’estensione; l’idea formale del circolo non può esser per- 
cepita se non per un’ altra forma del pensiero qual cagione 
prossima, e questa per un altro concetto, e cosi all’infinito, 
e finché venga ad essere considerata la cosa qual oggetto 
del pensiero, dobbiamo spiegare 1’ ordine e la connessione 
delle cagioni pel solo attributo del pensiero; ma allorché 
vengonsi a considerare le cose quali modalità dell’estensione. 


72 


DELL’ETICA — PARTE II. 


debbono spiegarsi quelle cose al solo riguirdo dell’estensione 
e ciò si estende al modo onde vuol essere considerato ogni 
altro attributo. Laonde Iddio che in si contiene attributi 
infiniti, è realmente cagione delle cose quali sono in sè, 
ma non è mestieri di presentemente somministrare a tal 
proposito maggiori dilucidazioni. 

Proposizione V III. Le idee delle cose particolari , ossia 
dei modi non esistenti debbono comprendersi nell’ idea in- 
finita di Dio alla medesima guisa che sono compresi tra gli 
attribuii di Dio le essente formali dei modi e delle cose par- 
ticolari. 

Dimostrazione. Riesce evidente questa proposizione per 
la precedente, e trovasi pure esposta con maggior chiarezza 
nel suo scolio susseguente. 

Corollario. Quindi consegue che fintanto che non esi- 
stono le cose particolari, se non per essere concepite negli 
attributi di Dio, non hanno le loro idee un’ esistenza ob- 
biettiva, se non che al rispetto della idea infinita di Dio; ma 
quando le cose particolari sono riconosciute quali esistenti , 
non solamente per essere comprese negli attributi di Dio, 
ma quali capaci di durazione, le idee di esse involgono l’e- 
sistenza per la quale ottengono durazione. 

Scolio. Se qualcuno desiderasse un esempio per meglio 
chiarire il proposto argomento, niuno ne potrò addurre che 
con ciò adequatamente corrisponda, perché il ricercato esempio 
si riferirebbe ad un unico oggetto , e non ne conseguirebbe 
un concetto generico ; procurerò tuttavia di offrirne la diluci- 
dazione. Vediamo essere di tal natura il circolo che sono 
eguali i rettangoli sotto i segmenti di tutte le lince rette le 
quali in esso s’ intersecano. Perciò nel circolo sono conte- 
nuti infiniti angoli retti di assoluta uguaglianza. Tuttavia niuno 
di essi può dirsi esistere se non in conseguenza dell’esistenza 
del circolo, nò si può dire eziandio esistere l’idea di alcuni 
di quegli angoli retti, se non per esser pensati qual sussi- 


DELLA MENTE. 


73 


stenti nell’ idea del circolo. Ora vogliasi pensare tra il nu- 
mero infinito di essi che ne esistano due E e D. 




Al certo quei determinati angoli retti non esistono sola- 
mente quali compresi intellettivamente nell’idea del circolo, 
ma hanno oltre ciò un’ esistenza reale per la loro effettiva 
determinazione che li distingue dalle idee degli altri angoli 
retti. 

Proposizione IX. L’ idea di una cosa particolare esistente 
in atto , ha per cagione Iddio , non in riguardo alla di lui in- 
finità, ina al rispetto dell ’ impressione da lui avuta dell’ idea 
di un’altra cosa attualmente esistente, la quale deriva da un’altra 
idea che proviene anch’ essa da un’ altra, procedendone la suc- 
cessione fino all’ infinito. 

Dimostrazioni:. L’idea di una cosa particolare esistente 
in atto è una modificazione precisa del pensiero che si di- 
stingue da qualsiasi altra (corollario e scolio della propos. 
8“ di questa parte), perciò (propos. 6* di questa parte) ella 
è cagionata da Dio in virtù della sua potenza cogitativa. 
Vuoisi però avvertire che quella idea (propos. 28“ parte I) 

Db Spinoza. — Dirli' Etica . 10 


74 


DELL’ ETICA — PARTE 11. 


non procede direttamente dalla potenza cogitativa pensata 
quale assoluta, ma bensì per una determinazione la quale si 
manifesta qual modificata da una forma particolare del pen- 
siero, che aneli essa e modificata da una nuova impressione 
anch’ella promossa da un’altra, seguitando di tal maniera 
fino all infinito. Pertanto la connessione e l’ordine delle 
idee e quella delle cagioni effettrici sono una cosa medesima. 
Adunque Iddio è la cagione di ogni idea particolare, mani- 
festandosi però la sua azione intellettiva sotto forme parti- 
colari, le quali le une alle altre succedendo e collegandosi 
procedono all’ infinito. C. V. D. 

Corollario. Possiede Iddio la cognizione di qualsivoglia 
mutazione che avvenga nell’ obbictto di ogni idea particolare, 
e ciò per aver Egli 1 ’ idea di quel dato obbictto. 

Dimostrazione. Vi ha in Dio l’ idea di ogni mutazione 
che succeda nell’ obbietto di qualsivoglia idea (propos. 3" di 
questa parte), e ciò vuol essere particolarmente attribuito 
non all’ azione diretta della sua infinità, ma alla determinata 
cognizione (propos. precedente) da lui avuta di ogni cosa par- 
ticolaic ; come lo abbiamo veduto sono identici F ordine e 
la connessione delle idee (propos. 7* di questa parte) e 
quelli delle cose. Dunque la cognizione di ogni mutazione 
accaduta in un obbietto particolare è attribuita a Dio, non al 
ìispetto della sua infinità, ma a quello della determinata 
cognizione da lui avuta di ogni obbictto particolare. C. V. D. 

Proposizione X. Non appartiene all’essenza dell’ uomo la 
sostanziale entità, od in altri termini , la Sosta?iza non costi- 
tuisce la forma dell’ nomo. 

Dimostrazione. Imperocché- la sostanziale entità involge 
necessariamente 1 ’ esistenza (propos. 7" parte I). Quindi "se 
spettasse all uomo 1 entità sostanziale, ne conseguirebbe che 
data la sostanza, darebbesi necessariamente l’ uomo (defini- 
zione 2 di questa parte): laonde riuscirebbe necessaria l’e- 
sistenza dell uomo, il che è assurdo. (Assioma i° di questa 
parte.) Dunque ecc. C. V. D. 


DELLA MENTE. 


75 


Scolio I. Dimostrasi pure questa proposizione per la 
proposizione j* parte prima, la quale stabilisce non poter 
darsi due sostanze di medesima natura. Potendo parecchi 
uomini esistere simultaneamente, ed essendo unica la so- 
stanza, ne consegue che il principio costitutivo della forma 
umana non può essere una sostanziale entità. L evidenza 
della proposizione risulta eziandio dalle intrinseche condi- 
zioni della sostanza, la quale è di sua natura infinita, im- 
mutabile, indivisibile, ecc., ciò che ciascuno può agevolmente 
riconoscere. 

Corolla '(io. Quindi consegue che l’essenza dell’uomo è 
costituita per alcune determinate modificazioni degli attributi 
di Dio. Imperocché l’entità sostanziale (per la propos. pre- 
cedente) non appartiene all’essenza dell’ uomo. Dunque sus- 
siste in Dio l’essenza dell’uomo, e dessa non può senza Iddio 
né sussistere, né essere pensata, vale a dire 1’ essenza del- 
1’ uomo emana da una disposizione che esprime la Natura 
divina (corollario propos. 2 t : ‘ parte I) con forma precisa e 
determinata. 

Scolio II. Deve ognuno accordare che senza Iddio nulla 
può sussistere e nulla può esser pensato. Avvegnacchè con- 
cordano tutti gli uomini nel riconoscere in Dio l’unica ca- 
gione delle cose tutte, tanto al rispetto della loro essenza, 
quanto a quello della loro esistenza ; in altri termini, Iddio 
non é solamente cagione delle cose in fieri (come suol 
dirsi), cioè del firturo loro avvenimento , ma della loro 
vita presente ed effettiva. Non pertanto vogliono alcuni 
che vi abbia nelle cose un principio particolare senza il 
quale elle non possono né sussistere nè esser pensate. 
Vengono in tal guisa a proporre, o che appartenga la 
natura di Dio all’ essenza delle cose create, o che le cose 
create possano sussistere ed essere concepite senza Iddio; 
ma, ciò che riesce più validamente accertato egli è che 
non hanno coerenza veruna le loro contraddittorie supposi- 


dell’ etica 


PARTE II 


76 

zioni. E ciò a mia credenza vuol essere attribuito al non 
aver dessi osservato il vero metodo da seguirsi nelle filoso- 
fiche disquisizioni. Imperocché dessi hanno del tutto invertito 
1 ordine dei proprii discorsi; dovevano primamente conside- 
rare la natura divina per occupar dessa il primo luogo tanto 
per le sue alte condizioni, quanto per la subordinazione ne- 
cessaria dei rispettivi concetti ; gli vediamo al contrario aver 
posto in ultimo luogo la natura divina, ed accordata la pre- 
cedenza agli obbietti che cadono sotto il senso; donde av- 
venne che nel considerare le cose particolari non hanno 
atteso in verun modo alla natura divina, nè tampoco quando 
hanno voluto di poi rivolger l’animo allo studio della na- 
tura divina non hanno potuto altra cosa conseguire, se non 
che di ritornare ai loro primi infingimenti, sopra i quali 
avevano inalzato il sistema delle loro infondate supposi- 
zioni circa le cose naturali. Non potevano quindi i loro pla- 
citi giovare in nulla alla cognizione della natjra divina , e 
perciò non debbono recar maraviglia le frequenti loro con- 
traddizioni. Ma di ciò ho detto abbastanza. 

Proposizione XI. Il principio fondamentale che costituisce 
l'essenza della Mente umana altro non i se non che l’ idea di 
una cosa particolare provveduta di effettiva esistenza. 

Dimostrazione. L’essenza dell’uomo è costituita (coroll. 
della prop. precedente) per alcune determinate modalità degli 
attributi di Dio , vale a dire (assioma 2 0 di questa parte) per 
quelle modalità del pensiero la cui idea occupa (assioma 3 0 
di questa parte) naturalmente il primo luogo, ed in conse- 
guenza di quell’idea debbono le altre modalità rinvenirsi nel- 
1 individuo medesimo (assioma 4 0 di questa parte). Perciò 
l’idea ò il principio costitutivo della Mente umana. Però quel- 
l’idea non si riferisce ad una cosa non esistente, nè può • 
concepirsi 1’ esistenza di una simile idea priva di reale so- 
stegno (coroll. della proposiz. 8“ di questa parte); ella sarà 
adunque l’idea di una cosa di cui è effettiva 1’ esistenza, non 


DILLA MRNTE. 


7 


però di una cosa infinita, perchè una cosa infinita deve ne- 
cessariamente avere (proposiz. 21" e 23* parte I) una per- 
petua esistenza; pertanto ciò è assurdo (assioma i° di questa 
parte). Dunque ciò che primamente costituisce 1 ’ essere at- 
tuale della mente umana è l’idea di una cosa particolare di 
attuale ed effettiva esistenza. C. V. D. 

Corollario. Da ciò consegue che la mente umana fa parte 
dell’intelletto infinito di Dio; quindi in dicendo esser dal- 
l’uomo percepita una qualsiasi idea, veniamo ad affermare 
che si ritrovi quella idea nella mente di Dio, non al riguardo 
della sua infinità , ma a quello dell’ esercizio della mente 
umana da lui costituita c fomentata. E quando nel conside- 
rare la mente umana viene da noi deito che Iddio esprime 
per essa una qualsiasi idea determinata e precisa, ciò non 
avviene al rispetto dell’ azione costitutiva esercitata prima- 
mente da Dio sulla mente umana, ma a quello della simul- 
tanea produzione di un’ idea particolare nella Mente di Dio 
ed in quella dell’ uomo; laonde conformandosi quella idea 
ade ristrette condizioni umane, ne riescono parziali ed ina- 
dequati i concetti. 

Scolio. Cotale sentenza cagionerà sorpresa senza dubbio 
ai miei leggitori i quali ricorderanno in gran copia le ragioni 
ihe possono impedire il loro assentimento; sarò dunque a pre- 
garli di voler seguitarmi di lento passo nella via ove gli ho 
introdotti, e di trattenere il loro giudizio finché abbiano più 
c piu volte meditato le mie proposizioni. 

Proposizione XII. Deve essere necessariamente percepita 
dalla mente umana qualunque cosa che avvenga nell’ obbietta 
dell’idea costitutiva di essa; in altri termini , quella idea le sov- 
verrà necessariamente, cioè se l’abbietto di quell’idea costitutiva 
{• il corpo, nulla potrà accadere in quel corpo che non venga 
percepito dalla mente. 

Di most razione. Imperocché qualunque cosa, accada nel- 
l’obbietto di un’ idea, la cognizione di essa ritrovasi nccessa- 


78 


DELL’ ETICA — PARTE II. 


riamente in Dio (corollario della prop. 9 a di questa parte), e 
ciò per la sua partecipazione all’esercizio della mente umana, 
e per l’azione costitutiva (proposiz. u" di questa parte) 
da Lui universalmente esercitata sovra le menti particolari. 
Laonde tuttociò che accade nell’obbietto dell’idea che costi- 
tuisce la mente umana. Iddio ne ha necessariamente la co- 
gnizione, per esser Egli il principio costitutivo di essa, cioè 
(corollario della prop. n“ di questa parte) la cognizione di 
quella cosa sovverrà di necessità alla mente, e sarà da essa 
percepita. C. V. D. 

Scolio. La presente proposizione riesce evidente e trovasi 
eziandio esposta con maggior chiarezza per lo scolio della 
proposizione 7* di questa parte che vuole esser riletto. 

Proposizione XIII. L’ obb ietto dell’idea che costituisce la 
mente umana è il corpo, il quale altra cosa non i se non una 
precisa e determinata disposizione dell’estensione provveduta di 
vitale esistenza. 

Dimostrazione. Imperocché se non fosse il corpo il proprio 
obbictto della mente umana, le idee delle impressioni del 
corpo non si produrrebbero in Dio (corollario proposiz. 9" di 
questa parte) al particolare riguardo della nostra mente, ma 
bensì a quello dell’azione costitutiva da lui esercitata su tutti 
i corpi, vale a dire (corollario proposiz. u°di questa parte) 
non sarebbero percepite dalla nostra mente le idee delle 
impressioni del nostro corpo ; ma è cosa indubitata (as- 
sioma 4 0 di questa parte), che sono da noi risentite le im- 
pressioni del corpo. Adunque l’obbietto dell’idea costitutiva 
della mente umana è il corpo provveduto (proposiz. 11" di 
questa parte) di vitale esistenza. Quindi se oltre il corpo 
avesse la mente un altro obbictto, non essendovi cosa alcuna 
(proposiz. 3<I a parte II) da cui non consegua un effetto cor- 
rispondente, dovrebbero di necessità esser percepiti dalla 
mente gli effetti dell’altra sua impressione; ma (assioma 5“ 
parte II) quelle estrinseche impressioni non sono pefce- 


DEH. A MENTE. 


79 


pile dalla nostra mente. Dunque l’obbietto della nostra nienti, 
è unicamente il proprio corpo e non altra cosa. C. I ■ D. 

Corollario. Quindi consegue esser 1 uomo composto di 
mente e di corpo, ed essergli accertata l’esistenza per 1 avu- 
tone sentimento. 

Scolio. Dalle predette cose comprendiamo non solamente 
che la mente umana è al corpo congiunta, ma eziandio ciò 
che abbia ad intendersi per quella congiunzione. Al certo 
non potrebbe ninno concepire in modo distinto ed adequato 
cotale unione se non fosse da esso adequatamente conosciuta 
la natura del nostro corpo. Vuoisi pertanto avvertire che i 
precedenti nostri discorsi hanno un carattere tutto generico, 
nè più si riferiscono all’uomo che ad ogni altro animato in- 
dividuo, qualunque sia il grado delle vitali sue condizioni. 
Imperocché dassi necessariamente in Dio l’ idea di tutte le 
cose di cui egli è cagione non meno che quella del corpo 
umano, e perciò le considerazioni da noi proposte circa al- 
l’idea del corpo umano si estendono necessariamente all’idea 
di qualsiasi altra esistenza. Tuttavia non puossi negare che 
differiscano tra sé tanto le idee, quanto gli obbietti di esse, 
che le une sopravanzino le altre in eccellenza, c sia in esse 
disuguale la realtà, c più si accresce la perfezione di un ob- 
bietto, più ne viene accresciuta la realtà. Perciò a determi- 
nare quanto la mente umana si discosti dagli altri esseri, e 
quanto sia ad essi superiore , ci è d’ uopo conoscere la na- 
tura del suo obbietto, come lo abbiamo detto, cioè quella 
del corpo che le è congiunto. Non mi è pertanto mestieri 
di qui intraprendere un simile studio, nè ciò punto corri- 
sponde al nostro proponimento. Affermo tuttavia che meglio 
ritrovasi un corpo al paragone degli altri disposto a spie- 
gare alla volta le sue facoltà attive e passive, più fassi la di 
lui mente capace di ottenere un maggior numero di perce- 
zioni, e quanto più da lui solo dipendono gli attivi suoi mo- 
vimenti e gli riesce meno necessario il sussidio delle forze 


Ro 


DELL’ETICA — PARTE II. 


esteriori, più viene a concepire la mente ampie e distinte 
intellezioni. E da ciò possiamo sapere in che consista la 
preminenza di una mente sovra le altre, e quindi ricono- 
scere eziandio la cagione per cui non possiamo avere se non 
in modo coniuso la nozione del nostro corpo, con parecchie 
altre conseguenze che saranno da me ulteriormente dedotte. 
Laonde pensai esser prezzo dell’opera di spiegare e di mo- 
strare accuratamente quegli argomenti, e giudico perciò ne- 
cessario l’ incominciare col proporre alcune considerazioni 
circa alla natura dei corpi. 

Assioma I. lutti i corpi osi muovono o stanno in riposo. 

Assioma II. Ogni corpo si muove con maggiore o minore 
celerità. 


Lemma I. I corpi si distinguono a vicenda in ragione del 
movimento o del riposo, della tenterà o della celerità, e non 
in ragione delle loro sostanziali disposizioni. 

Dimostrazione. Suppongo che riesca per sè evidente la 
prima parte di cotale assioma. Che i corpi non si distin- 
guano in ragione della loro sostanziale condizione, ciò viene 
ad evidenza dimostrato tanto dalla proposizione ; a quanto 
dalla 8“ della parte prima; ma ciò venne più chiaramente 
espresso pegli argomenti discorsi alla proposizione ij“ parte 
prima. 

Lemma IL Tutti i corpi mostrano una qualche condizione 
comune. 

Dimostrazione. Imperocché è comune a tutti i corpi la 
propria condizione di involgere il concetto di un medesimo 
attributo (delìniz. i n parte II). Di poi possiedono tutti la 
medesima proprietà di rimanere in riposo, e di muoversi con 
una maggiore o minore celerità. 

Lemma III. Un corpo in qualsivoglia situazione si ritrovi, od 
in riposo, od in movimento, la sua posizione venne determinata 
dall impulso di un altro corpo, il quale aveva ricevuto da un 
altro il suo movimento , e questi da un altro succedendo fino 
all infinito le tramandate impulsioni. 


DELLA MENTE. 


8l 


Dimostrazione. I corpi (definiz. i a parte II) sono oggetti 
particolari i quali (pel lemma i°) tra sé si distinguono a 
vicenda in ragione del movimento o del riposo ; perciò 
(proposiz. 28* parte I) ha dovuto necessariamente ciascuno 
di essi essere determinato al movimento od al riposo da un 
altro oggetto particolare, vale a dire (prop. 6 a parte II) da 
da un altro corpo il quale aneli’ egli (assioma i°) venne per 
un ricevuto impulso determinato al movimento od al riposo. 
E questo (per la stessa ragione) non ha potuto nè muoversi 
nè rimanere in riposo se non per l’ impulso ricevuto da un 
altro, il quale di ricapo aveva ricevuto un’altra mossa, e cosi 
continuando lino all’ infinito i vicendevoli impulsi. C. V. D. 

Corollario. Quindi consegue che ritrovandosi un qualche 
corpo in movimento continuerà a muoversi lincile venga de- 
terminato al riposo da un altro corpo, ed un corpo che sta 
in riposo rimarrà in quello staro finché venga determinato 
a muoversi da un altro corpo; ciò che è da tutti conosciuto. 
Imperocché quando suppongo un corpo A stante in riposo , 
e non attendo a verun altro corpo in movimento, nulla potrò 
dire del corpo A se non ch’egli se ne sta in riposo. Che se 
accade di poi che venga a muoversi quel corpo, ciò al certo 
non avrà potuto avvenire per effetto del suo riposo, dal 
quale non poteva succedere altra cosa se non che il corpo A 
persistesse nel suo stato. Supponendo al contrario essere in 
movimento il corpo A nel mentre che fissiamo in esso ogni 
nostro avvertimento . non potremo altra cosa rilevarne se non 
quel suo movimento. Che se succede che A trovisi in riposo, 
ciò non ha potuto certamente avvenire in forza del suo mo- 
vimento precedente, perchè non potè altra cosa risultare da 
quel movimento se non la di lui continuazione; quel riposo 
venne dunque prodotto da un oggetto esteriore ad A, vale 
a dire da una cagione esterna per la quale fu determinato al 
riposo. 

Assioma I. I utti i modi pei quali il corpo riceve l’impres- 

De Spinoza. — Deli' Etica. 


11 


82 


DELL’ETICA — PARTE IX. 


sione di un altro corpo provengono dalla condizione del 
corpo impressionato, e alla volta da quello che gli cagionò 
1 avuta impressione , ed in tal guisa un unico e medesimo 
corpo viene mosso in diverse maniere secondo la condizione 
diversa dei corpi impellenti ; e ciò avviene egualmente quando 
corpi diversi ricevono l’ impulso di un solo corpo. 

Assioma II. Quando un corpo mosso s’imbatte in un corpo 
in riposo cui non vale a dismuovere, egli si riflette per con- 
tinuare a muoversi, e 1 angolo della linea del movimento di 
riflessione col piano del corpo quiescente ove si è imbattuto. 



sarà eguale all’angolo formato dalla linea del movimento d’in- 
cidenza col medesimo piano. 

Nei precedenti discorsi vennero da noi considerati i corpi 
nella loro semplicità, ed all’ unico rispetto dei loro comples- 
sivi movimenti. Passiamo ora a considerargli nella diversità 
della loro composizione. 

Definizione. Quando i corpi di simile o di diversa gran- 
dezza vengono obbligati dall’impulso di altri corpi ad insieme- 
mente congiungersi, ovvero quando si muovono colla medesima 
o con diversa celerità, in guisa da comunicarsi a vicenda i loro 
movimenti per una determinata ragione , diremo essere quei 
corpi vicendevolmente uniti , e comporre dessi unitamente un 
corpo unico ed individuo il quale si distingue dagli altri per 
l’ ottenuta congiunzione. 

Assioma III. Quando le parti di un corpo particolare ed 
individuo, ossia di un corpo composto si raccostano a vicenda, 
formando un oggetto complessivo particolare ed individuo, 
sarà a quel corpo più o meno facile il cambiare la sua situa- 


DELLA MENTE. 


«J 


zionc, in ragione della sua maggiore o minore superficie, e 
per conseguenza potrà egli con maggiore o minore facilità 
rivestire un’altra e diversa figura. Quindi i corpi le cui parti 
si presentano congiunte in masse ferme c di gran dimensione 
saranno nominati duri, saranno dette molli le parti più piccole, 
c finalmente fluidi quelli le cui parti sono tra di esse in con- 
tinua commozione. 

Lemma IV. Se in un corpo composto di varie parti vengono 
alcune di esse a separarsi, ad esse succedendo altri elementi di 
consimil natura, quel corpo persistendo nella sua individualità 
conserverà la primitiva condizione, ni subirà mutazione veruna. 

Dimostrazione. Imperocché i corpi (lemma i°) non si 
distinguono in ragione della sostanza, ma bensì deriva dalla 
congiunzione dei corpi la forma costitutiva di ogni partico- 
lare individuo (definizione precedente), e supposto il continuo 
rinnovamento degli clementi che lo compongono, conserverà 
l’individuo le anteriori sue condizioni, tanto in ragione della 
sostanza, quanto in quella delle proprie modalità. C. V. D. 

Lemma V. Quando in un individuo si accrescessero o diminuissero 
le rispettive sue parti, conservando tuttavia fra loro le mede- 
sime proporzioni, nonchi mantenendosi la ragione dei movimenti 
e del riposo , persisterà nell’ individuo la primitiva sua condi- 
zione senza vermi cambiamento di forma. 

Dimostrazione. Si mostra alla medesima guisa del lemma 
precedente. 

Lemma VL Quando i corpi diversi che concorrono alla co- 
stituzione. di un corpo individuo, tendono a dirigere il loro 
movimento verso una parte diversa da quella di prima, di tal 
guisa peri che persistano nei loro movimenti, e nella reciproca 
comunanza di essi, riterrà quel corpo l’antecedente sua condizione 
senza che ne consegua vermi cambiamento nella di lui forma. 

Dimostrazione. Ci<S riesce per sé evidente. Imperocché 
dobbiamo supporre che persista l’individuo a conservare 
quanto definisce e determina la propria sua condizione. 


DELL’ ETICA — PARTE II. 


Lemma VII. Oltreciò il corpo individuo composto di piu ele-J 
menti ritiene la sua condizione e quando si muove in totalità, 
e quando rimane in riposo, e quando segue una direzione di- 
versa, parchi persista in esso di qualche maniera il proprio 
movimento, e venga desso comunicato alla totalità. 

Dimostrazione. Riesce evidente per la definizione propo- 
sta al lemma 4 0 . 

Scolio. Vediamo dunque pei proposti discorsi di qual ma- 
niera possa una cosa individua composta di varii elementi ri- 
cevere impressioni diverse, conservando tuttavia la propria 
condizione. Abbiamo finora concepito i corpi al rispetto del 
movimento e del riposo, ed alla celerità o lentezza delle loro 
mosse, vale a dire nei loro più semplici caratteri. E se ri- 
volgiamo il nostro esame ai caratteri più complicati delle 
cose che risultano dal concorso di un maggior numero di 
clementi, ritroveremo clic coll’accresccrsi la quantità delle 
avute impressioni, persiste pertanto la essenziale condizione 
dell’obbietto proposto. Imperocché essendo una qualsiasi parte 
del corpo formata di più clementi, può quella parte (lemma 
precedente) muoversi con maggiore o minore prontezza , 
senza che ne sia in verun modo cambiata la naturai condi- 
zione, e per conseguenza ella potrà comunicare alle altre 
parti i proprii movimenti ora più celeri, ora più tardi. E se 
oltreciò dal raffronto di quei nuovi corpi si formasse un 
terzo genere di cose, troveremo che anche queste possono 
ricevere molte e varie impressioni senza verun cambiamento 
della loro forma. E se proseguiamo di tal maniera a conce- 
pire una quantità vieppiù crescente di corpi che tra essi cor- 
rispondano, procedendo di tal guisa fino all’infinito, ricono- 
sceremo concorrere tutti a costituire l’universal Natura, cioè 
un unico oggetto provveduto di vitale esistenza, il quale per- 
siste nella propria ed individua unità in mezzo alle perpetue 
variazioni delle diverse sue parti. Ma se avessi avuto in mira v 

di esaminare in modo scientifico e dottrinale le proprie con- 



della mente. 


8j 

dizioni del coipo, mi sarebbe mestieri di estendermi in più 
ampie e più prolisse dimostrazioni; ma ho detto dianzi es- 
sere altro il mio intento, nè ad altro fine rivolgersi i miei 
precedenti discorsi se non che ad agevolare l’intendimento 
delle cose di cui ho intrapresa la particolare dimostrazione. 

Postulati. 

I. È formato il corpo umano di più elementi di natura di- 
versa, di cui ciascuno and)’ esso composto di parli diversissime. 

II. Le diverse parti che concorrono alla composizione del corpo 
umano sono dure, o molli, o fluide. 

III. Le parti particolari ed individue che costituiscono il corpo 
umano, e per conseguenza 1’ intiero corpo, ricevono in diverse 
guise le impressioni dei corpi esteriori. 

IV. Il corpo umano abbisogna per conservarsi del sussidio 
di altri corpi dai quali viene quasi di continuo rigenerato. 

V. Quando la parte fluida del corpo umano viene determi- 
nata da un corpo esteriore ad incontrare spesse volte una parte 
molle , muta il piano, e le imprime le tracce del corpo esteriore 
di cui ha ricevuto l’impulso. 

VI. Il corpo umano può in diverse guise muovere e disporre 
i corpi esteriori. 

Proposizione XIV. La mente umana è capace di moltissime 
percezioni, ed I tanto maggiore quella sua capacità, quanto sono 
in maggior numero le possibili disposizioni del corpo. 

Dimostrazione. Imperciocché il corpo umano (postu- 
lato 5 ° e 6°) riceve c tramanda a vicenda molte impressioni. 

I utte le modificazioni del corpo vengono riflesse e pensate 
dalla mente (proposiz. ia*, parte II); adunque la mente umana 
è capace di formare in gran numero i concetti, e ciò tanto 
più quanto ecc. C. V. D. 

Proposizione XV. Non t semplice l’idea costitutiva dell’es- 
senza formale della mente umana, ma ella risulta dal congiun- 
gimento di parecchie idee. 


36 


DELL'ETICA — PASTE II. 


Dimostrazione. L’ idea costitutiva della formale essenza 
della mente umana è l’idea del corpo (proposiz. 13“ parte II) 
composto di più cose individue che racchiudono aneli’ esse 
varii particolari elementi. In Dio dassi necessariamente (co- 
rollario proposiz. 8 J parte II) l’idea di quanto concorre alla 
composizione del corpo umano; dunque l’ idea del corpo 
umano (proposiz. 7“ parte II) è composta di tutte le diverse 
idee che hanno contribuito alla sua formazione. C. V. D. 

Proposizione XVI. L’idea di tutte le impressioni del corpo 
deve involgere la natura di esso, ed insiememente quella del 
corpo esteriore. 

Dimostrazione. Imperocché tutti i modi pei quali viene 
impressionato un corpo, conseguono tanto dalla natura del 
corpo che eccita l’impressione, quanto da quella che la ri- 
sente (assioma 5 0 e corollario del lemma 3“). Perciò quella 
idea (assioma 4 0 parte I) involgerà necessariamente la na- 
tura di entrambi i corpi; laonde l’idea di qualsiasi modo 
pel quale il corpo umano viene impressionato da un corpo 
cstcìiore involge alla volta l’ idea del corpo umano e quella 
del corpo esteriore. C. V. D. 

Corollario I. Quindi consegue dapprima che la mente 
umana percepisce la natura di parecchi corpi insiememente 
a quella del suo. 

Corollario II. Secondamente le idee dei corpi esteriori 
da noi avute, dimostrano piu la costituzione del nostro corpo 
che quella dei corpi esteriori, ciò che venne da me spiegato 
pei molti esempii nell’appendice della Prima parte. 

Proposizione X\ II. Se viene il corpo umano a ricevere una 
impressione il cui concetto involga V esistenza di un qualche 
corpo esteriore, la mente considererà quel corpo qual provveduto 
di reale ed effettiva esistenza, e quale a si presente, finché il 
corpo non venga a risentire una nuova modificazione che di- 
strugga /’ antecedente impressione. 

Dimostrazione. Per tutto quel tempo ove dureranno nel 


DELLA MENTE. 


«7 


corpo le avute impressioni (proposiz. 12* parte II), conti- 
nuerà la mente ad attenderle, vale a dire (proposiz. prece- 
dente) ella avrà l'idea di una effettiva modificazione che in- 
volge l’esistenza di un corpo esteriore, cioò un’idea che non 
rifiuta 1 esistenza presente ed attuale di quel corpo, ed anzi 
la suppone ed afferma, c di tal guisa la mente (coroll. i°prcced.) 
ne continuerà a rappresentarsi l’ effettiva e reale esistenza, 
finché perdureranno in essa le avute affezioni. C. V. D. 

Corollario. La mente può attendere ai corpi esteriori dai 
quali venne impressionato una volta il corpo, ed abbenchè 
siane cessata 1 esistenza può tuttora rapprescntarsegli nelle 
primitive sue condizioni. 

Dimostrazioni-. Quando i corpi esteriori determinano le 
parti fluide del corpo umano di tal guisa clic le spingano di 
ti equente \erso le parti piò molli, mutano i piani di esse 
(postulato 5 0 ). Donde avviene (assioma 2 0 , dopo il corollario 
del lemma 3 0 ) che vengano a rinfrangersi in un modo di- 
verso dal solito, e clic anche di poi imbattendosi pel proprio 
loro movimento nei nuovi lor piani, si rinfrangano giusta la 
direzione imposta dai corpi esteriori; per conseguenza ne sarà 
impressionato il corpo umano nel modo istesso, finché con- 
tinueranno a muoversi nella direzione ad essi imposta, e la 
niente verrà di bel nuovo a rivolgere sovra essi la sua at- 
tenzione (proposiz. i2° parte II), vale adire (proposiz. 17* 
parte II), continuerà la Mente a rappresentarsi in simil guisa 
il corpo esteriore, e ciò succederà ogni qualvolta le parti 
fluide del corpo umano verranno ad incontrare i piani me- 
desimi. Perciò abbenchè più non esistano i corpi esteriori dai 
quali il corpo umano venne una sol volta impressionato, non- 
dimeno essi si rappresenteranno alla mente ogni qualvolta 
si rinnoveranno i medesimi movimenti. C. V. D. 

Scolio. Con ciò vediamo di qual maniera giunga la Mente 
a 1 appresentarsi le cose di cui ha cessato l’esistenza. Possono 
pertanto quelle rappresentazioni sovvenire per altre cagioni. 


88 


DEM. ETICA — PARTE II. 


ma a me basta di averne proposta una sola, sufficiente ad 
offrire la spiegazione del fatto , c di aver mostrato esserne 
assegnata nel citato esempio la vera cagione; nè credo es- 
sermi molto discostato dal vero, poiché tutti i postulati da 
me prodotti, nulla propongono che non risulti dall’esperionza, 
della quale non ci è lecito di dubitare, quando abbiamo di- 
mosti ato 1 csseici affermata dal proprio nostro sentimento 
1 esistenza del corpo umano (corollario proposiz. 15® parte II). 
Oltreciò (corollario preced. e coroll. 2 0 proposiz. i 6 a parte II) 
intendiamo chiaramente qual sia ad esempio la differenza 
tra la idea da noi avuta di Pietro quale costitutiva della di 
lui essenza particolare e quella idea generica che può ap- 
plicarsi ed a quel Pietro ed a Paolo. Quella si riferisce di- 
lettamente all essenza del corpo di Pietro, e non ne involge 
1 esistenza se non durante il termine della di lui vita, questa 
indica più fortemente l’esistenza di Paolo di quella di Pietro, 
c quindi pei tutta la durazione della vita di Pietro continuerà 
la mente a rappresentarsi l’imagine del defunto Pietro. Laonde 
pei conservare gli usuali vocaboli , le affezioni del corpo 
umano per le cui idee veniamo a rappresentare i corpi este- 
riori, saranno da noi nominate imagini delle cose, abbenchè 
non riproducano in verun modo le loro vere figure, e quando 
la mente viene a considerare di tal maniera gli oggetti, la 
sua avvertenza sarà da noi detta imaginazione. E qui comin- 
cerò ad accennare in che consiste l’errore: vuoisi notare che 
le cose considerate dall’ imaginazione non contengono in sé 
nulla di erroneo : in altri termini, non erra la Mente nelle 
cose da lei imaginate, se non al riguardo della soppressione 
delle cose alle quali non giunge la sua potenza imaginatrice. 
Allorquando la mente si rappresenta cose non esistenti, se 
fosse conscia della non esistenza di quelle cose, cotale rap- 
presentativa potenza vorrebbe considerarsi non qual vizio 
della sua natura, ma qual pregevolissima disposizione, parti- 
colarmente se cotal facoltà imaginativa dipendesse unica- 


DELLA MENTE. 


!? 

inerite dalla sua propria natura, cioè (definiz. 7" parte I) se 
fosse libera quella sua facoltà. 

Proposizione XVIII. Se il corpo mutino è sitilo mia volta 
impressionalo insiemeinentc da mio 0 dà parecchi corpi , sovve- 
nendone alla mente mia qualsiasi ricordanza , le occorreranno 
alla volta la memoria di tulle le circostanze che le hanno ac- 

y 

compagnate. 

Dimostrazione. Si rappresenta alla mente (cordi, preccd.) 
il corpo modificato dall’ azione di un corpo esteriore , alla 
medesima guisa onde si sono realmente effettuate in esso le 
ricevute modificazioni; però vuole la condizione del corpo 
che la mente risenta istantaneamente le di lui impressioni ; 
perciò si offriranno ad essa le imagini di due corpi, e quindi 
sovvenendole la memoria di uno di essi, tosto verrà a ram- 
memorarsi quella dell’altro. C. V. D. 

Scolio. Quindi ò chiaramente dimostrato qual cosa sia la 
memoria. Imperocché ella consiste nella concatenazione delle 
idee che comprendono tutta la serie degli avvenimenti este- 
riori in quell’ordine ed in quella connessione con cui si sono 
succedute nel corpo le impressioni risentite per esse. Dico 
in primo luogo, che questa concatenazione abbraccia solamente 
quelle idee che comprendono gli avvenimenti esteriori, non 
però quella delle idee che ne dimostrano la propria condi- 
zione. Sono desse quelle idee (proposiz. 16“ parte II) che si 
riferiscono alle impressioni del corpo umano, le quali com- 
prendono la nozione tanto del corpo, quanto degli oggetti 
esteriori. (Dico in secondo luogo conformarsi quella concatc- 
nazione all’ordine ed al collegamento delle affezioni del corpo 
umano, al fine di distinguerla dalla concatenazione delle idee, 
la quale si produce giusta l’ordine seguito dall’ intelletto nella 
percezione delle cose , attribuendole alle loro originarie ca- 
gioni; il quale ordinamento è a tutti gli uomini comune. Con 
ciò intendiamo chiaramente perchè alla mente rivolta al pen- 
siero di una cosa, occorra subitamente il pensiero di un’altra. 
De Spinoza. — Dell ' lìtica . 


12 


9o 


DELL’ ETICA - PARTB II. 


che non ha veruna simiglianza colla prima; come, ad esempio, 
nell udire il vocabolo pomtun viene condotto un Romano a 
rappresentarsi un frutto, il qual frutto non offre di per sé 
veruna simiglianza col suono articolato, nè ha con esso ve- 
runa comunanza all’ infuori del lungo costume introdottosi 
nell’uomo di associare entrambe quelle impressioni, vale a 

ire dall avere egli udito spesse volte la voce pornurn alla 
veduta del frutto, e di tal maniera passa ciascuno da uno ad 
altro pensiero, secondo l’ordinamento delle imagini delle cose 
introdotte in lui dalla consuetudine. Imperocché ad esempio 
il milite, viste sulla sabbia le orme di un cavallo, subitamente* 
dal pensiero del cavallo si rivolgerà a quello del cavaliere 
c quindi a quello della guerra, ecc.; mentre il contadino pas- 
serà dal pensiero del cavallo a quello dell’aratro, del cam- 
po, ecc., ed in simil guisa ciascuno secondo le imagini delle 
cose a lui più famigliati e consuete, raccozzerà e concatenerà 
le cose in uno od in altro modo, e rivolgerà il pensiero ad 
oggetti dissimiglianti. 

Proposizione XIX. La mente umana non conosce il corpo, 
ni ha contesa dell ’ esistenza di esso, se non per le idee delie 
affezioni risentite dal corpo. 

Dimostrazione. La mente umana è la propria idea del corpo 
umano (prop. 13" parte II) la cui cognizione (prop. 9* parte II) 
è considerata in Dio, al rispetto dell’ azione da lui esercitata 
sulla mente umana; si estende eziandio quella idea ai varii 
corpi di cui abbisogna il corpo umano, e pei quali egli viene 
di continuo rigenerato; vuoisi ricordare altresì che l’ordine e 
la connessione delle idee al tutto corrisponde (proposiz. 7» 
parte II) coll’ ordine e colla connessione delle cagioni effi- 
cienti per le quali si producono realmente le cose. E quel- 
1 idea del corpo congiunta a quella dei suoi necessari! sussidii 
e posseduta da Dio per esser da lui sentite le impressioni di 
tutti 1 eoi pi particolari. É adunque da Dio concepita l’idea 
del corpo umano non al rispetto dell’azione costitutiva da lui 


DELLA MENTE, 


9* 


esercitata sulla mente umana, ma a quello delle molteplici 
idee che in lui si ritrovano, vale a dire la mente umana non 
conosce il corpo di per sò, né senza l’intervenzione divina. Le 
idee delle impressioni del corpo si trovano in Dio per esser 
Egli il principio costitutivo della Mente umana ; quindi viene 
la mente a percepire quelle affezioni, e per conseguenza ella 
ottiene la cognizione del corpo e la di lui vitale esistenza. 
Dunque a tali condizioni viene la mente ad ottenere la per- 
cezione del corpo. C. V. D. 

Proposizione XX. L'idea o la cognizione della mente umana 
(' da Dio concepita al medesimo modo di quella del corpo. 

Dimostrazione. È il pensiero un attributo di Dio (pro- 
posi. i a parte II); perciò deve necessariamente darsi in Dio 
l’idea tanto di sé, quanto delle universali affezioni delle cose 
particolari, e per conseguenza (proposiz. i i ft parte II) anche 
quella della mente umana. Laonde cotale idea o cognizione 
non consegue dalla sua infinità, ma vuol essere particolar- 
mente attribuita al sentimento da lui avuto di tutte le affe- 
zioni ricevute dall’aniversalità delle cose peculiari (proposiz. 9 a 
parte II). Ma l’ ordine e la connessione delle idee esatta- 
mente corrispondono coll’ordine c la connessione delle ca- 
gioni effettrici delle cose reali (proposiz. 7“ parte II). Adunque 
l’idea o la cognizione della niente umana è da Dio concepita 
al medesimo modo onde da lui proviene ed a lui si riporta 
quella del corpo umano. C. F. D. 

Proposizione XXI. L’idea t propria condizione della mente 
siccome la l la sua congiunzione col corpo. 

Dimostrazione. Abbiamo mostrato essere la mente unita 
al corpo per essere il corpo l’ obbietto della mente (pro- 
posiz. 12* e 13“ parte II); per la ragione medesima l’idea 
della mente deve essere congiunta col proprio obbietto, cioè 
colla mente, siccome la mente trovasi col corpo indissolu- 
bilmente unita. C. V. D. 

Scolio. Cotal proposizione riesce ancor più chiara per le 


92 


DELL* ETICA — PARTE II. 


ragioni prodotte allo scolio della proposizione 7 * parte II. 
Abbiamo colà mostrato essere un’ unica ed indivisibile cosa 
1 idea del corpo ed il corpo medesimo, cioè essere una cosa 
istessa la mente ed il corpo, concepita ora secondo l’attri- 
buto del pensiero, ora sotto quello dell’ estensione. Perciò 
sono una cosa medesima e l’idea della mente e la mente 
istessa concepita sotto un unico e medesimo attributo, vale 
a dire quello del pensiero. Pertanto l’idea della mente e la 
mente stessa dassi in Dio per la medesima necessità ed in 
virtù della sua potenza cogitativa. Al certo l’idea della mente, 
cioè 1 idea dell’idea non è altra cosa se non la forma del- 
1 idea considerata qual condizione dell’esercizio del pensiero, 
senza 1 dazione veruna coll obbietto pensato. Imperocché 
tosto che l’uomo sa qualche cosa, egli sa di saperla, e sa 
irisiememente di sapere ciò che sa, e cosi all’ infinito. Ma 
di ciò ragioneremo più avanti. 

Proposizione XXII. La mente umana percepisce non solo 
le affezioni del corpo, via eziandio le idee di quelle affezioni. 

Dimostrazione. Le idee delle idee delle affezioni si pro- 
ducono in Dio, ed a Lui si riferiscono alla guisa medesima 
onde vengono da Lui pensate le idee delle affezioni dei corpi; 
il che si dimostra per quelle stesse ragioni dichiarate nella 
precedente prop. 2o a . Le idee delle affezioni del corpo sono 
nella mente umana (prop. i2 a parte II) cioè (coroll. prop. 11“ 
parte II) in Dio, pensato qual principio costitutivo della 
mente umana. Dunque le idee di quelle idee saranno in Dio 
per avere Egli la cognizione , ossia l’ idea della mente umana, 
in altri termini (proposiz. 2i a parte II) esse saranno nella 
mente umana, la quale perciò percepisce non solamente le 
affezioni del corpo , ma eziandio le idee di esse. C. V. D. 

Proposizione XXIII. La mente non giunge alla cognizione di 
sé, se non quando percepisce le idee delle affezioni del corpo. 

Dimostrazione. L’ idea ossia la cognizione della mente 
(proposiz. 2o a parte II) si produce in Dio ed a Lui si rife- 


della meste. 


9J 


riscc nella medesima guisa che l’idea o la cognizione del 
corpo. Siccome proposiz. 1 9 ' l parte II) la mente non conosce 
il corpo, cioè (coroll. proposiz. u* parte II) siccome la co- 
gnizione del corpo non si riferisce a Dio qual principio co- 
stitutivo dell’ essenza di quella mente, da ciò consegue che 
quella cognizione non si riporta a Dio al rispetto delibazione 
costitutiva sovr’ essa esercitata ; perciò (per lo stesso corol- 
lario della proposiz. 11“ parte II) la mente non conosce sè 
stessa direttamente. Laonde le idee delle affezioni che im- 
pressionano il corpo, involgono la natura del corpo (per la 
proposiz. 16" parte II), cioè (proposiz. 13“ parte II) corri- 
spondono colla natura della mente. Perciò la cognizione di 
quelle idee involger:! di necessità la cognizione della mente. 
La cognizione di queste idee (proposiz. precedente) è al- 
tresì posseduta dalla mente dell’ uomo; dunque a quel solo 
rispetto la mente viene a conoscere sè stessa. C. V. D. 

Proposizione XXIV. La condizione della mente non le 
permette di possedere la cognizione adequata delle parti che 
compongono il corpo. 

Dimostrazione. Le parti che compongono il corpo non 
appartengono all’ essenza di quel corpo , se non al rispetto 
della reciproca comunicanza dei loro movimenti, la quale si 
produce con una precisa e determinata ragione (definizione 
che fa seguito al corollario del lemma 3 0 ), c non quanto 
alia loro individua qualità considerata qual indipendente dagli 
alni corpi. Perchè le parti del corpo umano formate an- 
eli’ esse pel concorso di parecchi (postulato i°) altri parti- 
colari elementi che'risultano anch’cssi da altre aggregazioni, 
possono disgiungersi dal corpo (lemma 4 0 ) senza alterarne’ 
la forma, e possono altresi comunicare i loro movimenti ad 
altri corpi dietro una ragione diversa. (Vedi assioma 2 0 dopo 
il lemma 3 .) Perciò 1 idea o la cognizione di qualsiasi parte 
(proposiz. 3* parte II) sarà in Dio al rispetto (proposiz. 9 ‘ 
parte II) dell’ impressione in Lui risentita dall’ universalità 


94 


DELL’ ETICA — PARTE II. 

delle cose peculiari, il quale formale complesso precede na- 
turalmente l’idea delle rispettive sue parti (proposiz. 7®parte II.) 
Ciò vuoisi dire egualmente di tutte le parti che compongono 
il corpo umano; laonde la cognizione di qualsiasi parte com- 
ponente quel corpo ritrovasi in Dio per esser in Lui univer- 
salmente contenute le impressioni di tutte le cose particolari, 
e non per esser da Lui particolarmente pensata l’idea del 
corpo umano, cioè (proposiz. 13“ parte II) quell’ idea parti- 
colare che costituisce la condizione della mente umana; perciò 
(coi oli. proposiz. 11" parte II) la condizione deliamente non 
le permette di ottenere l’adequata cognizione delle parti che 
compongono il corpo. C. V. D. 

Proposizione XXV. L’idea di qualsiasi affezione del corpo 
umano non involge la cognizione adequata del corpo esterno. 

Dimostrazione. Abbiamo mostrato (proposiz. 16* parte II) 
che l’idea dell’affezione del corpo involge la natura del corpo 
esteriore al solo rispetto della modificazione da questo in- 
trodotta nelle condizioni del corpo. Ma non risente il corpo 
a di lui riguardo altre impressioni se non quelle che ne ha 
ricevute, nò ha egli veruna contezza delle altre proprie con- 
dizioni del corpo impellente; gli altri clementi di esso sono 
da noi considerati percepiti da Dio per l’effetto del senti- 
mento da lui avuto delle impressioni di tutte le cose (prop. 9“ 
patte II), e quel corpo si presenta naturalmente (proposiz. 7* 
pai te II) nella sua complessiva esistenza qual anteriore a 
tutte le parti di esso. {Perciò la cognizione adequata di quel 
corpo esteriore non vuole essere attribuita a Dio al rispetto 
della sua partecipazione ai sentimenti del corpo umano: in 
altri termini 1’ idea delle impressioni del corpo non involge 
1 adequata cognizione del corpo esteriore da cui venne il 
corpo parzialmente modificato. C. V. D. 

Proposizione XXVI. La mente umana non percepisce vermi 
corpo esteriore provveduto di effettiva esistenza se non per le 
idee delle affezioni del proprio corpo. 


della mente. 


9» 


Dimostrazione. Quando il corpo umano non riceve im- 
pressione veruna da un corpo esteriore , non cape del pari 
nella mente quella impressione (proposiz. 7 0 parte II), vale 
a dire la mente non percepisce in alcun modo (proposiz. 13" 
parte II) 1 esistenza di quel corpo esteriore. Ma giunta al 
corpo una simile impressione , ella viene tosto comunicata 
alla mente c da essa percepita. C. V. D. 

Corollario. La mente col rappresentarsi un corpo este- 
riore non ne ottiene perciò la cognizione adequata. 

Dimostrazione. Allorquando la mente è condotta dalle im- 
pressioni del corpo alla considerazione di un corpo esteriore, 
viene tosto a figurarselo imaginativamente (scolio proposiz. 17“ 
parte II), nè può la mente figurarselo se non provveduto 
di vitale esistenza (proposiz. precedente); perciò (proposiz. 2j a 
parte II) quella imaginazione delle cose esteriori non le som- 
ministrerà a lor riguardo una cognizione adequata. C. V. D. 

Proposizione XXVII. L’idea di qualsiasi affezione del corpo 
umano non involge la cognizione adequata di quel corpo. 

Dimostrazione. Qualsivoglia idea di un’ affezione del corpo 
umano involge la natura del corpo per l’effetto della risen- 
tita impressione (proposiz. 1 6“ parte II); e potendo la cor- 
porale individualità ricevere molte altre modificazioni, non 
basta una di esse a procurarle l’ intiera ed adequata cogni- 
zione del corpo esteriore clic 1 ’ ha modificata. (Vedi la dimo- 
strazione della proposizione 2j a parte II). 

Proposizione XXVIII. Le idee delle affezioni del corpo 
umano percepite dalla mente umana non sono chiare e distinte , 
ma confuse. 

Dimostrazione. Le idee delle affezioni del corpo umano 
involgono la natura tanto dei corpi esteriori, quanto del corpo 
istesso (proposiz. i6 a parte II) e debbono involgere non so- 
lamente la natura del corpo umano, ma eziandio quella delle 
parti di esso. Imperocché le affezioni del corpo sono altret- 
tante modificazioni (postulato 3 0 ) ricevute dal corpo in tutte 


96 


DELL’ ETICA — FARTE II. 


le sue parti, e per conseguenza nella totalità di esso. La co- 
gnizione adequata (proposiz. 24" e 2j“ parte II) dei corpi 
esteriori ed eziandio quella delle parti del corpo umano non 
viene pensata qual sussistente in Dio al- riguardo dell’azione 
da Lui direttamente esercitata sulla mente, ma bensì all’u- 
niveisale cognizione da Lui avuta di ogni naturale fenomeno. 
Dunque riferendosi la cognizione di quelle impressioni al- 
1 azione particolare ed isolata della mente, manca al loro 
concetto un sufficiente sostegno, e ci si manifestano alla simi- 
glianza di quelle conseguenze a cui difettano le necessarie 
pi emesse, e perciò quelle idee sono di necessità confuse ed 
incomplete. C. V. D. 

Scolio. Puossi di egual maniera dimostrare non esser chiara 
e distinta 1 idea costitutiva della mente in sè stessa consi- 
deiata, nè esser tampoco chiari e distinti i concetti che ne 
derivano, vale a dire anche l’idea della mente, e le idee 
delle idee delle afleziom del corpo, ciò che può agevol- 
mente esser da tutti riconosciuto. 

Proposizione XXIX. L’idea dell’idea di qualsiasi affezione 
del corpo non involge la cognizione adequata della mente. 

Dimostrazione. L’idea dell’affezione del corpo (proposiz. 27“ 
parte II) non involge la cognizione adequata di quel corpo, 
ovvero non esprime adequatamcnte la natura di esso; cioè 
(proposiz. 13“ parte II) non corrisponde in modo adequato 
colla natura della mente. Quindi (assioma 6° parte I) l’idea di 
quella idea non esprime in modo adequato la natura della 
mente, in altri termini, non involge l’adequata cognizione di 
essa. C. V. D. 

Corollario. Quindi consegue che ogni qualvolta la mente 
percepisce le cose nel loro naturale ordinamento, ella non 
possiede la cognizione adequata nè di sè medesima , nè del 
proprio corpo, nè dei corpi esteriori, e rimane monca e con- 
fusa 1 avutane cognizione. Perchè non viene la mente a co- 
noscere sè stessa, se non quando ella è avviata a quella co- 


DELLA MENTE. 


97 


gnizione dal sentimento delle affezioni del corpo (proposiz. 23 
parte II), nè è da lei ottenuta la percezione del proprio corpo 
(proposiz. 19“ parte II) se non mediante le idee delle affe- 
zioni da lei risentite e che la conducono eziandio alla pei 
cezionc dei corpi esteriori (proposiz. 2 6 a parte II). Quindi 
quelle idee non possono somministrare alla mente nè 1 idea 
di sè medesima (proposiz. 29“ parte II) nè quella del corpo 
(proposiz. 27“ parte II), nè quella dei corpi esteriori (pro- 
posiz. 25“ parte II) la cui contezza le rimane mai sempre 
mutilata e confusa. C. V . D. 

Scolio. Dico con termini precisi non possedere la mente 
la cognizione adequata, ma solamente la nozione confusa ed 
incompleta di sè stessa, del suo corpo e dei corpi estendi 
ogni qualvolta viene a percepire le cose secondo 1 ordine 
generale della natura; e ciò avviene ogni qualvolta ella è 
determinata dal concorso fortuito delle cose esteriori a ri- 
volgere a caso il pensiero a tale o tale subbietto particolare; 
però si dispiega di tutt’ altra maniera la sua potenza quand’ella 
disamina intrinsecamente le condizioni delle cose, le congiunge 
e ne comprende la convenienza , le differenze e le opposi- 
zioni. Perchè ogni qualvolta ella si addentra nella conside- 
razione delle condizioni intrinseche delle cose, ne ottiene la 
chiara e distinta cognizione, ciò che sari in appresso da me 
dimostrato. 

Proposizione XXX. Non possiamo avere veruna contesa 
della duratone del nostro colpo se non in un modo inadequato. 

Dimostrazione. La durazione del nostro corpo non di- 
pende dalla propria sua essenza (assioma 1“ parte II) e nem- 
meno deve essere riferita all’assoluta natura di Dio; dob- 
biamo riportarne la determinazione (proposiz. 2i a parte I) 
alla potenza per la quale Iddio opera per un numero infinito 
(proposiz. 28 1 parte I) di intermedie cagioni; dipende adun- 
que quella durazione da una indefinita serie di cagioni par- 
ticolari e precise, le quali vengono aneli’ esse determinate da 


De Spinoza. — Deli' Etica. 


13 


9* 


OKI !.'ETIC\ — parte ir. 


altre cagioni, queste dipendendo alla lor volta da altre pii 
remote, e cosi via discorrendo fino all’infinito. Adunque la 
duratone del nostro corpo dipende dall’ordine generale della 
natura e dall’ universale condizione delle cose. Di qualsiasi 
ragione sieno costituite le cose, dobbiamo attribuirne a Dio 
1 adequata cognizione, quanto all’ idea da lui avuta dell’ uni- 
versalità dei naturali fenomeni, e non considerando l’azione 
da lui particolarmente esercitata sulla mente umana (corol- 
in ° P r °P° siz - 9 ° parte II). A quel particolare riguardo Iddio 
trasmette alla mente umana in modo inadequato l’idea della 
evirazione del corpo, per aver Egli di tal maniera stabilito 
le condizioni della mente umana; perciò (coroll. proposiz. i ,► 

pane H) I* mente umana concepisce inadeguatamente la 
dur azione del corpo. C. V. D. 

Proposizione XXXI. Non possiamo avare se non un’ idea 
al tutto inadeguata della duratone delle cose particolari poste 
all infuori di noi. 


Dimostrazione. Imperocché un qualsiasi oggetto partico- 
lare deve, come il corpo umano, essere mosso per una ragione 
precisa e determinata all’azione ed all’esistenza da un “altro 
oggetto particolare, e quell’oggetto riceverà alla volta un si- 
migliarne impulso, ciò r innovellandosi alla medesima guisa, e 
così via via procedendo all’infinito (proposiz. 28“ parte I). Ma 
avendo noi dimostrato, per la proposizione precedente, essere 
nell’uomo inadequata la cognizione della dotazione del nostro 
corpo, per la universale condizione delle cose, dovremo con- 
chiudere che una tale imperfezione si estenda egualmente 
•dia percezione di tutte le cose particolari delle quali non ab- 
biamo contezza se non in modo confuso ed inadequato. C. V.D. 

Corollario. Quindi consegue essere tutte le cose parti- 
colari, e contingenti, c corruttibili. Avvegnaché non possiamo 
avere veruna cognizione adequata della durazione di esse 
(proposiz. precedente), e ciò è quanto dobbiamo intendere 
per contingenza e corruttibilità delle cose (scolio 1“ proposiz. 3 2 a 


DELLA MENTE. 


99 


parte I). Ld in ciò consiste il carattere di contingenza il 
quale non appartiene intrinsecamente alle cose, ma si rife- 
risce solamente alle condizioni dell’ intelletto umano. (Pro- 
posi. 29“ parte I.) 

Proposizione XXX IT. Sono vere latte le idee che si riferi- 
scono all’intelligenza divina. 

Dimostrazione. Imperocché tutte le idee che sono in Dio 
corrispondono al tutto coi loro ideati (coroll. proposiz. y‘ l 
parte II) e quindi (assioma 6° parte I) elle sono vere. C. V. D. 

Proposizione XXXHI. Non può nelle idee esser tenuto per 
Jalso quanto trovasi per esse affermato in modo positivo. 

Dimostrazione. Se ciò fosse da te negato, rappresèntati 
un modo positivo di pensare che costituisca la forma del- 
l’errore, ossia della falsità. Una simile forma del pensiero 
non può concepirsi qual esistente in Dio (proposiz. prece- 
dente) nò tampoco può sussistere , né esser pensato all’ in- 
fuori di Dio (proposiz. 15* parte I); laonde non può 
nelle idee ritrovarsi un carattere positivo che le faccia tenere 
per false. C. V. D. 

Proposizione XXXIV. È vera ogni idea da noi percepita in 
modo assoluto, ossia adequato e perfetto. 

Dimostrazione. In dicendo darsi in noi un’idea adequata e . 
perfetta, niuna altra cosa veniamo a dire (coroll. proposiz. ir* 
parte lì) se non clic ella sussiste adequatamente in Dio, e 
che é in noi derivata per 1 ’ azione costitutiva da Lui eser- 
citata sulla mente umana, c per conseguenza (proposiz. 32* 
parte II) non veniamo ad esprimere altra cosa se non che 
l’assoluta verità di quella idea. C. V. D. 

Proposizione XXXV. Consiste la falsità nella mancanza di 
una sufficiente cognizione, pclla quale riescono le idee mutilate 
e confuse. 

Dimostrazione. \ T on vi ha nelle idee verun carattere po- 
sitho che costituisca la forma della falsità (proposiz. 33* 
parte II). Non può consistere la falsità nell’ assoluta man- 


1 00 


dell'etica — PARTE fi. 


canza di cognizione (perchè diconsi errare le nienti e non 
i corpi) nè possono nemmeno attribuirsi all’ignoranza i falsi 
concetti, per essere cose al tutto diverse l’ignoranza e l’er- 
rore; perciò consiste la falsiti nell’imperfetta cognizione, sulla 
quale fondandosi, concepisce la mente ed afferma idee ina- 
dequate e confuse. C. V. D. 

Scolio. Allo scolio della proposizione 17“ parte II venne 
da me mostrato di qual maniera riducasi l’errore alla man- 
canza di una sufficiente cognizione. Qui sarò ad addurre un 
esempio onde più chiaramente dichiarare il proposto argo- 
mento. S’ingannano gli uomini nel reputarsi liberi, e fondasi 
unicamente quella credenza sul consciente loro sentimento 
delle proprie operazioni , a ciò aggiungendosi Tesser da loro 
ignorate le cagioni per le quali viene eccitata la loro atti- 
viti. Proviene in essi il sentimento della loro liberti, dal- 
l’ignoranza delle cagioni che gli muovono ad operare. E nel 
dire che le azioni umane dipendono dalla volonti, viensi a 
proferire nudi vocaboli che non esprimono alcun reale con- 
cetto. Imperocché è da tutti ignorato in che consista la vo- 
lonti ed in qual modo ella muova il corpo, e coloro che 
si millantano di averne notizia, si figurano esservi per l’anima 
una sede ed un preciso abitacolo, con ciò movendoci a de- 
risione ed a nausea. Similmente nel mirare il sole ce lo fi- 
guriamo ad una distanza di alcune centinaia di piedi, e quel- 
l’errore non è l’effetto della sola imaginazione, ma proviene 
dall’ignoranza in cui siamo della vera distanza del sole, nonché 
della cagione per cui viene da noi di tal maniera percepito. Ed 
allorquando veniamo a sapere di poi che il sole è a noi di- 
stante di uno spazio che equivale a più di 600 diametri dalla 
terra, non pertanto quell’astro si rappresenta al senso qual 
posto ad una breve distanza, poiché non imaginiamo la vici- 
niti del sole per ignorarne la vera distanza, ma perchè l’im- 
pressione del nostro corpo involge l’essenza del sole in modo 
conforme al sentimento prodotto dal sole sul nostro corpo. 


DELLA MENTE. 


IO! 


Proposizione XXXVI. Le idee inadequate e confuse , quanto 
alla loro forma, si presentano alla nostra niente con un ca- 
rattere di necessità non diverso da quello col quale sono da noi 
adequatamcnte pensate le idee chiare e distinte. 

Dimostrazione. Sono adequate tutte le idee percepite dalla 
Mente divina, ed hanno per se un carattere di assoluta ve- 
rità (proposiz. ij 11 parte I, proposiz. 32' parte II e corali, pro- 
posi. 7* parte II); perciò esse non sono concepite in modo 
inadequato e confuso se non dalle menti particolari ed incom- 
plete (proposiz. 24" e 28" parte II), quindi tutte le idee 
tanto le adequate, quanto le inadequate, si manifestano per 
un’ eguale necessità (corali, proposiz. 6“ parte II). C. V. D. 

Proposizione XXXVII. Ciò che a tutti i comune (Vedi 
il lemma 2 0 ) e ciò che ritrovasi nelle parti e nella totalità, 
non costituisce l’essenza di veruna cosa particolare. 

Dimostrazione. Se a ciò ti opponi, pensa, se lo potrai, 
una qualche cosa che costituisca l’essenza di un qualsiasi og- 
getto particolare, per esempio l’essenza di B ; non potrebbe 
quell’oggetto (definiz. 1" parte II) nè sussistere, nè essere 
concepito senza B; ma ciò contraddice alla proposta ipotesi. 
Dunque quella data cosa non appartiene all’essenza di B nè 
costituisce 1 ’ essenza di alcun oggetto particolare. C. V. D. 

Proposizione XXXVIII. Quelle nozioni che sono a tutti co- 
muni, e che si riferiscono egualmente alle parti ed alla totalità 
di un abbietto, non possono esser pensate se non adequatamenle. 

Dimostrazione. Sia A una qualche cosa comune a tutti i 
corpi, e che sussista egualmente nelle parti, o nel tutto di un 
qualsiasi corpo. Dico che il pensiero di A non può essere con- 
cepito se non in modo adequato; imperocché quella idea 
(coroll. proposiz. ~ a parte II) sarà necessariamente adequata 
nella mente di Dio, e ciò tanto al riguardo della costituzione 
del corpo umano , quanto a quello delle risentite affezioni 
delle peculiari esistenze, le quali (propos. 16*, 25*, 27“ parte II) 
imolgono in parte la natura del corpo umano e quella dei 


IOS 


DELL’ETICA — PARTE II. 


corpi esteriori, in altri termini (proposiz. 12° c 13" parte II ), 
quella idea sarà adequata nella mente di Dio tanto al ri- 
guardo dell’ azione costitutiva da Lui esercitata sulla mente 
umana, quanto a quello della partecipazione da Lui avuta 
degli umani concetti. Perciò la Mente divina percepisce (co- 
roll. proposiz. n n parte IT) necessariamente A in modo ade- 
quato , per essere da Lei concepito e la propria essenza e 
tutte le cose che a Lei spettano, cioè la totale universalità 
delle esistenze, nè può A essere di altra maniera concepito. 
C. V. D. 

Corollario. Quindi consegue esservi negli uomini alcune 
idee 0 nozioni a tutti comuni. Imperocché (lemma 2°) tutti 
i corpi si accordano e corrispondono in alcune cose, e per 
quelle naturali corrispondenze (proposiz. precedente) debbono 
le loro idee da ognuno di essi essere concepite adequamente, 
cioè in modo chiaro e distinto. 

Proposizione XXXIX. La comunanza di alcuni caratteri 
offerta dal corpo umano e dai corpi esteriori che sogliono im- 
pressionare il corpo e tutte le parti di esso somministrerà ne- 
cessariamente un' idea adequata. 

Dimostrazione. Sia A un oggetto comune al corpo umano 
e ad alcuni corpi circostanti, e ch’egli si ritrovi o parzial- 
mente, od in totalità in un corpo esteriore. Comprendiamo 
esservi in Dio un’idea adequata del subbietto A (coroll. pro- 
posiz. 7“ parte II) per essere in Lui e l’ idea complessiva 
del corpo umano, e quella eziandio di ogni particolare af- 
fezione di esso. Suppongasi di più, che il corpo riceva da 
un corpo esteriore un’impressione per l’elemento che è ad 
entrambi comune , vale a dire da A la cui idea ne espri- 
merà le condizioni (proposiz. 16“ parte II); perciò (pel me- 
desimo coroll. della proposiz. 7" parte TI) l’idea di quell’af- 
fezione involgendo le condizioni di A, sarà concepita da Dio 
adequatamente al rispetto della sua partecipazione agli affetti 
del corpo umano, vale a dire (proposiz. 13' 1 parte II) per 


DELLA MENTE. 


to> 

esser Egli il principio costitutivo della mente umana, quindi 
(coroil. proposi?. n a parte II) ella è concepita adequata- 
mente dall* intelletto umano. C. F. D. 

Corollario. Quindi consegue essere la mente meglio dis- 
posta ad avere concetti adequati, quanto sono maggiori le 
sue comuni attinenze cogli altri corpi. 

Proposizione XL. Le idee eh: conseguono da concetti ade- 
quati sono ancV esse adequate. 

Dimostrazione. È per sé manifesta. Perchè in dicendo 
introdursi nella mente umana un’ idea proveniente da idee 
adequatamente percepite, non diciamo altra cosa (corollario 
prop. 1 1° parte II) se non che darsi nell’intelletto divino un’idea 
di cui Egli c cagione, non al riguardo della sua infinità, nè 
a quello della sua partecipazione agli adetti di tutte le cose 
particolari, ma per esser Egli il principio costitutivo della 
mente umana. 

Scolio. Venne in tal guisa da me dimostrata la cagione 
delle nozioni dette comuni sulle quali si fonda ogni nostro 
raziocinio. Però vi hanno altre cagioni da cui provengono 
alcuni assiomi o nozioni cui sarebbe d’ uopo dichiarare se- 
guendo il consueto nostro metodo, dimostrando quali di esse 
riescano più giovevoli, e quali sieno di quasi veruna utilità. 
Quindi quali sieno quelle nozioni chiare e distinte consentite 
da tutte le menti non inciampate da inveterati pregiudizi!» 
mostrando finalmente quali opinioni sieno al tutto infondate 
ed erronee. Fa d’ uopo del pari dimostrare donde proven- 
gano quelle nozioni dette secondarie, nonché gli assiomi che 
sovra esse si appoggiano, a ciò aggiungendo alcune mie 
proprie meditazioni. Ma avendo io già trattato in un altro 
libro quell’ argomento, ed anche per non infastidire il leg- 
gitore con prolisse dimostrazioni, ho deliberato di tralasciare 
al presente cotale discorso. Tuttavia, per non trascurare quegli 
argomenti di cui è necessaria la cognizione, mi è mestieri 
di spiegare che debbasi intendere per quelle nozioni dette 


104 


DELL’ ETICA — PARTE IL 




trascendentali siccome 1 ’ Ente, la Cosa, il Che. Venne 1 ’ uso 
di cotali termini necessitato dalla limitazione del corpo 
umano, per la quale egli non è capace di rappresentarsi di- 
stintamente se non un dato numero d’ imagini (abbiamo 
spiegato allo Scolio della proposiz. 17“ parte II ciò che si 
deve intendere per imagini), le quali riescirebbero confuse 
se ne fosse eccessiva la quantità, e sorpasserebbero di gran 
lunga il numero delle rappresentazioni alla cui percezione 
si aggiusta la capacità dell’ uomo. Di qual maniera ciò av- 
venga lo abbiamo accennato nel Corollario della proposi- 
zione 17* e i8* di questa parte, dimostrando che i corpi cui 
può figurarsi la mente umana corrispondono precisamente 
alle imagini che sono dal corpo figurate. E quando si pro- 
ducono confusamente nel corpo le figurazioni, elle sovver- 
ranno alla mente pei concetti egualmente disordinati e con- 
fusi, ed in allora è condotta la mente a significare le idee 
da lei distintamente percepite per attributivi concetti, vale 
a dire sotto l’attributo di Ente, di Cosa, o di particolare so- 
stanza, ecc. E ciò consegue eziandio dall’ ineguale vivacità 
delle offerte imagini, nonché da altre analoghe cagioni di 
cui non gioverebbe al presente la disamina, bastando i pre- 
cedenti nostri discorsi a condurci al proposto fine. Pertanto 
si accordano tutti gli uomini a riconoscere che le ricordate 
espressioni significano un complesso di idee confusissime. 
Oltreciò si produssero per cagioni simigliatiti quelle no- 
zioni dette universali, siccome Uomo , Cavallo, Cane, ecc. E 
ciò avviene perchè il corpo umano si rappresenta in modo 
superficiale ed alla rinfusa le imagini, ad esempio quelle di 
parecchi uomini, senza essere in grado di avvertire alle par- 
ticolari condizioni degli oggetti rappresentati , ma conside- 
rando solamente quei caratteri generici più saglienti, non po- 
tendo desso figurarsi alla volta le condizioni particolari che 
le distinguono (come sarebbe a dire il colorito, la statura, 
ecc.), nè può di tal maniera imaginarsi se non che quei ca- 


DELLA MENTE. 


io; 


ratte ri comuni le cui impressioni sono egualmente ricevute 
da tutti gli uomini, imperocché l’ impressione complessiva 
risentita vivamente dal corpo alla presenza di un uomo, 
venne a suggerire la denominazione generica di uomo, la 
quale fu di poi applicata in modo indefinito ed assoluto a 
significare moltissimi individui di simigliarne natura. Impe- 
rocché, siccome lo abbiamo veduto, non può giungere la 
mente a rappresentarsi un numero determinato di oggetti 
particolari. Pertanto vuoisi notare che quelle nozioni non si 
formano in tutti di una istcssa maniera, ma variano in cia- 
scuno secondo la cosa di cui ha ricevuto più spesso l’ im- 
pressione, e che conduce la mente a figurarsi più facilmente 
tale o tale oggetto. Cosi, ad esempio, coloro cui spesse volte 
accade di considerare con ammirazione la statura degli uo- 
mini, intenderanno sotto il nome di uomo un animale di alta 
corporatura, mentre quelli che sono consueti di rimirarlo ad 
un altro rispetto, si formeranno diversamente l’ imagine co- 
mune degli uomini, vale a dire si rappresenteranno 1’ uomo 
quale animale capace di ridere, qual animale bipede o senza 
piume, c finalmente qual animale razionale ; e similmente 
ognuno si figurerà direttamente le imagini universali degli 
omeletti conforme alla disposizione del proprio corpo. Perciò 
non è maraviglia che siano nate tante controversie tra ì fi- 
losofi che hanno voluto spiegare le cose naturali per le sole 
imagini degli occorsi oggetti. 

Scolio II. Apparisce chiaramente dalle precedenti conside- 
razioni molte cose essere da noi percepite, e molte nozioni 
universali essere da noi formate i. dalle cose particolari 
rappresentate dai sensi all’intelletto, mutilate, confuse e dis- 
ordinate (corollario proposiz. 29“ parte II) e perciò soglio 
nominare tali percezioni, cognizioni Ir a Ih' da una malferma e 
vagante esperienza; 2. 0 come ad esempio, dai segni, dalla 
ricordanza di alcune cose suscitate da alcuni vocaboli uditi 
o letti e da noi figurati conformi agli oggetti che mossero 

u 


De SriNOZA. — Dell' Etica. 


to6 


DELL'ETICA — PASTE fi. 


dapprima quelle nostre imaginazioni. (Scolio proposizione rS" 
parte IT.) Ed entrambi quei modi di considerare le cose saranno 
da me nominati cognizione di primo genere, ossia opiniotii 
od imaginazioni. E finalmente darò il nome di raziocinii e 
di cognizione di secondo genere alle idee che in noi deri- 
vano dalle nozioni comuni, e da idee adequate e conformi 
alla condizione propria dei proposti subbietti. (Vedi Corol- 
lario proposizione 38 11 e proposizione 39“ e Corollario e pro- 
posizione 40 .) Oltre a questi due generi di cognizione av- 
vene un terzo, come sarò ad esporlo nelle parti susseguenti 
di questo libro, a cui darò il nome di Scienza intuii iva. 11 
qual genere di cognizione procede dalla idea adequata del- 
1 essenza formale delle cose. E cotali mie proposizioni sa- 
ranno da me spiegate per un unico esempio. Poniamo 
tre numeri pei quali vogliasi ritrarre un quarto termine 
da noi ignorato che si trovi rispetto al terzo, come il se- 
condo al primo. I mercatanti senza veruna esitanza molti- 
plicano il secondo pel terzo, e dividendo quel prodotto pel 
primo termine ne ricavano il numero ricercato, e quelle 
operazioni sono da essi effettuate perchè si ricordano i pre- 
cetti del maestro ad essi mostrati meccanicamente e senza 
ricorrere a veruna dimostrazione; alcuni però risolvono il 
pioposto problema fondandosi sulle dimostrazioni date da 
Euclide nella proposizione 19“ dei suoi Elementi, vale a dire 
per la proprietà generale delle quantità proporzionali. Ma 
pei numeri semplicissimi non è mestieri di ricorrere a di- 
mostrazione. Ad esempio, dati i numeri 1, 2, 3, a niuno sfugge 
essere 6 il numero proporzionale, ed avvegnaché l’intuizione 
medesima ci mostri il modo onde il primo numero si rife- 
1 isce al secondo, ci fa istantaneamente concludere quale sia 
il numero richiesto. 

Proposizione XLI. La cognizione dei primo genere conduce 
alle false opinioni , mentre quelle del secondo e terzo genere sono 
necessariamente vere. 


DELLA MESTE. 


107 


Dimostrazione. Nello Scolio precedente abbiamo detto 
appartenere alla cognizione del primo genere tutte le idee 
inadequatc e confuse, perci('> (proposiz. 35'“ parte II) una 
tal cognizione è 1 * unica causa della falsità. Quindi abbiamo 
detto appartenere alla cognizione del secondo e terzo ge- 
nere le idee adequate; dunque (proposiz. 34* parte II) quella 
cognizione è necessariamente vera. C. V. D. 

Proposizioni-' XI. II. La cognizione del secondo e del terzo 
genere, non già quella del primo, c' insegna a distinguere il 
vero dal falso. 

Dimostrazione. Ciò è per sè manifesto. Perchè colui che 
sa distinguere il vero dal falso, deve avere l’ idea adequata 
del vero c del falso, cioè (Scolio 2° proposiz. 40“ parte II) 
deve discernere il vero dal falso pel secondo e terzo genere 
della cognizione. 

Proposizione XLIII. Chi ha un’idea vera sa al tempo i- 
stesso di possedere un’idea vera, ni può dubitare della verità 
di essa. 

Dimostrazione. L’ idea vera da noi posseduta è quella 
che è adequata in Dio, in quanto Egli manifesta sè stesso 
nella mente umana (corollario proposiz. u a parte II). Sup- 
poniamo darsi in Dio, quale st manifesta nella mente umana, 
l’ idea adequata di A. L’ idea di quell’ idea deve pure neces- 
sariamente darsi in Dio, e questa si deve riferire a Dio al 
medesimo modo seguito per l'ideai (proposiz. 20" parte II 
la cui dimostrazione è universale). Ma l’ idea A viene sup- 
posta riferirsi a Dio quale si manifesta particolarmente nella 
mente umana; dunque anche l’idea dell’idea di A deve alla 
medesima guisa riferirsi a Dio, cioè (pel medesimo corol- 
lario della proposiz. ii a parte II) quell’idea dell’idea di A 
sarà adequata nella mente medesima che possiede 1’ idea 
adequata di A ; laonde chi ha l’ idea adequata, ossia (pro- 
posiz. 34* parte II) chi ha piena cognizione della cosa, deve 
•dia volta avere 1 idea della cognizione adequata da lui per- 


dell’ etica — parte ir. 


joS 

cepita, ossia la vera cognizione di essa, cioè deve egli al 
medesimo tempo possedere la certezza. C. V. D. 

Scolio. Allo Scolio della proposizione 2 i a di questa parte 
ho spiegato qual cosa sia l’idea della idea. Vuoisi notare 
c'ie la precedente proposizione è di per sé assai manife- 
sta. Imperocché niuao che abbia un’ idea vera può dubitare 
che dessa involga u.ia piena certezza ; perchè possedere 
un’ idea vera comporta la perfetta ed ottima cognizione del 
subbietto considerato, a meno che non venga 1’ uomo a fi- 
gurarsi l’ idea qual cosa muta ed inerte, simigliarne alla pit- 
tura di un quadro, senza considerarla qual effettivo esercizio 
del pensiero pel quale viene procurata l’ intellezione. E di 
grazia, chi può accertarsi di una qualsiasi verità se non è 
primamente giunto all’ intendimento del proposto subbietto ? 
cioè, chi può sentirsi accertato di una cosa, se il suo intel- 
letto non abbia dapprima acconsentito alla proposta sentenza ? 
E qual’ idea vera può offrire un carattere di maggior chia- 
rezza c di più precisione che quella che è norma della ve- 
rità? Al certo siccome la luce manifesta alla volta e sè stessa 
c le tenebre circostanti, similmente la verità è norma e di 
sè e della falsità. Ed a mia sentenza venne da me risposto 
sufficientemente alle prefate interrogazioni, perchè se l’idea 
riconosciuta per vera si distingue dalla falsa per la sua 
corrispondenza colla cosa ideata, dessa non contiene di per 
sè ed al riguardo della forma concettiva una maggiore realtà 
e perfezione (perchè le vere sentenze non si distinguono 
dalle false se non in quanto alla estrinseca denominazione), 
ed a quel formale riguardo 1’ uomo posseditore di una idea 
vera non può essere preposto a quello che concepisce un’idea 
falsa. Di poi donde avviene che gli uomini abbiano idee 
false ? E finalmente , in qual guisa può 1’ uomo sapere con 
certezza ch’esso possiede idee che corrispondano coi loro 
ideati? Replicherò ch’io reputo aver di già risposto a cotali 
interrogazioni ; imperocché quanto alla differenza che esiste 


DELLA MENTE. 


109 


fra l’idea vera e la falsa risulta dalla proposiz. 35“ parte II 
esser dessa eguale a quella eh’ esiste tra 1 ’ Ente ed il non 
Ente. Le cagioni della falsità vennero da me apertamente 
dimostrate nei discorsi che incominciano alla proposizione 19* 
fino alla 35* nonché allo Scolio susseguente, per le quali 
dimostrazioni apparisce eziandio in qual modo dilferisca l’uomo 
che possiede idee vere da quello di cui sono falsi i concetti. 
Finalmente rispetto all’ ultimo punto, vale a dire in qual 
guisa possa 1’ uomo riconoscere la corrispondenza della sua 
idea coll’oggetto ideato, mostrai anche di soverchio che ciò 
proviene dal sentirsi egli posseditore di un’ idea che corri- 
sponde col suo ideato, e che gli sia norma la verità. A ciò 
vuoisi aggiungere, che la nostra mente allorché percepisce 
le cose nella loro verità, si dimostra qual parte dell’ intel- 
letto infinito di Dio (corollario proposiz. n* parte II) e 
che le idee chiare e distinte della mente umana sieno in 
lui tanto avverate, quanto lo sono nella mente di Dio. 

Proposizione XLIV. Vuole la propria condizione della Ra- 
gione che gli avvenimenti sieno pensati quali non contingenti, 
ma necessarii. 

Dimostrazione. Vuole la propria natura della Ragione 
che le cose sieno da essa percepite nella loro verità (pro- 
posizione 41* parte II), quali sussistono realmente, cioè non 
quali contingenti, ma quali necessarie (assioma 6° parte I, e 
proposizione 29* parte I). C. V. D. 

Corollario I. Quindi consegue dipendere unicamente 
dalla potenza figurativa che le cose, tanto rispetto al passato, 
quanto al tuturo, sieno da noi considerate quali contingenti. 

Scolio. Per qual ragione ciò avvenga, sarò a spiegarlo 
con poche parole. Abbiamo veduto dianzi (proposizione 17* 
paite II e corollario) che la mente si raffigura talvolta quali 
realmente presenti anche oggetti non esistenti, a meno che 
le sovvenga un pensiero che escluda la possibilità di quelle 
esistenze. Quindi (proposizione 18' 1 parte II) abbiamo mo- 


DELI.’ ETICA — PARTE II. 


t IO 

strato che allorquando il corpo umano è stato ad una volta 
impressionato da due corpi esteriori, allorché la mente è 
condotta ad imaginare 1’ uno o 1’ altro di essi, tosto ricor- 
derà anche l’altro, cioè li considererà come se fossero pre- 
senti ambidue, quando però non occorra una qualche cagione 
che escluda la possibilità della loro attuale esistenza. Oltre- 
ciò niuno dubita essere anche il tempo ed i suoi movimenti 
successivi oggetto della nostra imaginazione, e ciò quando 
veniamo a figurarci i corpi quali mossi ora più tardamente, 
ora più velocemente, ora con eguale celerità. Supponiamo, 
ad esempio, un fanciullo che ieri per la prima volta abbia 
veduto in sul mattino Pietro, al mezzogiorno Paolo, e verso 
sera Simeone, ed oggi di bel nuovo vedesse sul mattino 
Pietro. Risulta apertamente dalla proposizione i8 a parte II, 
che nel vedere la luce del mattino gli si rappresenterà il 
sole percorrente la istessa parte di cielo di quella percorsa 
nel giorno precedente, e gli apparrà similmente il decorso 
dell’intiera giornata; quindi imaginerà Pietro all’ora mattu- 
tina, Paolo in sul meriggio e Simeone verso sera ; cioè 
imaginerà l’esistenza di Paolo e di Simeone rispetto ad un 
tempo futuro, ed al contrario nel vedere Simeone verso 
sera riferirà Paolo e Pietro ad un tempo preterito, vale a 
dire li unirà per l’ imaginazione a quel tempo preterito, e 
ciò tanto più costantemente, quanto più spesso li avrà ve - 
duti apparire nel medesimo ordine. Accadendo che alle me- 
desime ore vespertine egli vedesse una volta Jacopo in luogo 
di Simeone, gli si rappresenteranno poi all’ ora medesima 
ora Simeone ed ora Jacopo, ma non entrambi al tempo me- 
desimo. Perchè giusta la proposta ipotesi sarà da lui ima- 
ginato dovergli occorrere all’ora vespertina 1’ una o l’altra di 
quelle persone, ma non già tutte e due. Ondeggierà di tal 
guisa la sua imaginazione, e col tempo vespertino collegherà 
l’ imagine ora di questo, ora di quello, senza poter affermare 
in modo preciso la presenza dell’ uno o dell’altro; ma gli si 


DELLA MENTE. 


rr » 


affaccierà l’ apparizione di uno o dell’altro di essi qual cosa 
incerta e contingente. Cotale fluttuazione dell’ imaginazione 
avverrà egualmente al riguardo di tutte le cose che ci sov- 
verranno in un modo simigliarne e congiunte con un tempo 
p issato o presente, e per conseguenza tutti gli avvenimenti 
preteriti, presenti, o futuri di tal maniera considerati, ci si 
rappresenteranno col carattere di contingenza. 

Corollario II. In virtù della propria sua natura, la Ra- 
gione percepisce le cose sotto una qualche forma di eternità. 

Dimostrazione. Imperocché vuole la propria natura della 
Ragione che le cose sieno da essa considerate quali neces- 
sarie, e non quali contingenti (proposiz. precedente). Ella 
percepisce la necessità delle cose (proposiz. 4* parte II) con 
verità e conforme (assioma 6" parte I) alla condizione reale 
di esse. Ma (proposiz. 16 * parte I) cotale necessità delle 
cose esprime la necessità dell’ eterna natura di Dio ; vuole 
adunque la natura della Ragione che sieno da essa conside- 
rate le cose sotto l’aspetto dell’eternità. Aggiungasi esservi 
alcune nozioni (proposiz. 38* parte II) fondamental sostegno 
d’ogni razionale esercizio, le quali (proposiz. 37 11 parte II) 
non si rivolgono a spiegare l’essenza delle cose particolari, 
ma considerano le cose senza veruna relazione ad un qual- 
siasi tempo, offrendole al pensiero sotto una forma di eter- 
nità. C. V. D. 

Proposizione XLY. Una qualsiasi idea di un qualche corpo, 
ossia di una cosa particolare provveduta di vitale esistenza, in- 
volge necessariamente l’essenza eterna ed infinita di Dio. 

Dimostrazione. L’idea di una cosa particolare provveduta 
di effettiva esistenza involge necessariamente tanto l’essenza, 
quanto 1 ’ esistenza di quella (coroll. proposiz. 8 a parte II). 
Xon possono le esistenze particolari essere concepite senza 
Iddio (proposiz. ij* parte I), il quale è la cagione di esse 
(proposiz. 6° parte II) per quell’attributo di cui quelle esi- 
stenze rappresentano le modalità ; laonde le idee di esse (as- 


1 1 2 


dell' etica — parte ri. 


sioma 4“ parte II) debbono necessariamente involgere il con- 
cetto dell’attributo a cui si riferiscono, cioè (definiz. 6“ parte I) 
l’eterna ed infinita essenza di Dio. C. V. D. 

Scolio. Qui non intendo per esistenza la durazione, cioè 
l’esistenza concepita astrattamente e con determinazione quan- 
titativa , ma si rivolge la mia considerazione alla reale esi- 
stenza della natura, ed al complesso degli infiniti fenomeni 
particolari, i quali provengono per modi infiniti dalla eterna 
necessitA della natura di Dio (proposiz. i6 a parte I). Ragiono 
adunque dell’effettiva esistenza delle cose particolari consi- 
derate quali sussistenti in Dio. Imperocché quantunque cia- 
scuna cosa particolare venga determinata da un’ altra cosa 
ad esistere in un modo preciso, tuttavia la forza per cui cia- 
scuna di esse persevera nella propria esistenza, proviene dal- 
l’eterna necessitA della natura di Dio. (Vedi a tal proposito 
il coroll. proposiz. 24* parte I.) 

Proposizione XLVI. La cognizione dell ' eterna ed infinita 
essenza di Dio involuta in qualsiasi idea è adequata e perfetta. 

Dimostrazione. La dimostrazione della proposizione pre- 
cedente è universale, ed un oggetto, quando venga conside- 
rato qual parte, o qual totalitA, l’idea di esso, sia quella di 
un tutto o di una parte (proposiz. precedente), involgerA l’es- 
senza eterna ed infinita di Dio. Perciò quel principio che 
esprime la cognizione dell’essenza eterna ed infinita di Dio 
è comune alle cose tutte , e sussiste tanto nelle parti , che 
nella totalitA, quindi (proposiz. 38“ parte II) sarà adequata 
cotal cognizione. C. V. D. 

Proposizione XLVII. La mente umana ha l’adequata co- 
gnizione dell’essenza eterna ed infinita di Dio. 

Dimostrazione. La mente umana possiede idee ( pro- 
posiz. 22* parte II) per le quali (proposiz. 23“ parte II), perce- 
pisce sè stessa ed il proprio corpo (proposiz. 19* parte II), 
ed eziandio (coroll. proposiz. 1 6* e proposiz. 17" parte II) i 
corpi esteriori provveduti di reale esistenza ; perciò (prò- 


DElt.V MENTE. 


"5 

posiz. 45 n e 46* parte TI"), ella ha l’adequata cognizione del- 
l’essenza eterna ed inlìnita di Dio. L. !'■ D. 

Scolio. Laonde vediamo essere a tutti manifesta 1 essenza 
infinita ed eterna di Dio. Essendo in Dio le cose tutte , e 
giungendo elle per Lui al nostro pensiero, ne possiamo de- 
durre molte altre cognizioni parimente adequate; i quali con- 
cetti ci innalzeranno gradatamente a quel terzo genere di co- 
gnizione da noi accennato nello Scolio 2 U proposiz. 40* parte II 
e di cui avremo a dimostrare 1’ eccellenza c 1’ utilità nella 
Quinta Parte del presente Trattato. E se gli uomini non 
hanno in modo eguale la chiara cognizione di Dio e delle 
nozioni comuni, ciò deve ascriversi alla loro impotenza di 
figurarsi Iddio alla medesima guisa onde sogliono rappre- 
sentarsi le corporali esistenze , ed eziandio alla costumanza 
di congiungere col nome di Dio le imagini delle cose da 
essi abitualmente vedute, da ciò risultando che per esser 
dagli uomini risentite di continuo le impressioni degli oggetti 
corporali, possono a mala pena sottrarsi alle fallaci rappre- 
sentazioni del senso. Ed al certo la maggior parte degli er- 
rori proviene dal modo fallace ed erroneo onde i nomi ven- 
gono imposti alle cose. Perché venendo qualcuno a dire che 
sono ineguali le linee menate dal centro del circolo alla cir- 
conferenza, egli intende al certo per. circolo un’altra cosa che 
quella pensata dai Matematici. Similmente, quando gli uomini 
sbagliano in un’operazione di calcolo, hanno nella mente altri 
numeri che quelli che pongono sulla carta. Perciò dessi non 
isbagliano rispetto alla loro mentale operazione, ma ci sem- 
brano essere caduti in isbaglio perché supponiamo essere 
nella loro mente quei numeri da essi posti sovra la carta. 
•Se ciò non fosse, non stimeremo aver dessi errato, come non 
ho creduto aver errato quell’ uomo da me testé udito , il 
quale andava esclamando essere involato 1’ atrio della sua 
casa nella gallina del vicino, perché mi appariva assai mani- 
lesta l’ intenzione della sua mente. Quindi nascono per Io 

De Spinosa. _ nell'Etica. 15 


Dirti.’ itica — parti» it. 


114 

più le controversie o dal non riuscir gli uomini a spiegare 
rettamente il loro pensiero , o dall’ avere gli uditori non 
giustamente interpretato la mente altrui. Imperocché quando 
sono più vive ed accanite le contraddizioni , sono o mede- 
simi o diversi i pensieri dei contendenti, ed avviene per lo 
più che non sieno effettivamente erronee ed assurde le com- 
battute proposizioni. 

Proposizione XLVIII. Non cape nella mente nessuna vo- 
lontà assoluta , ossia libera , ma la mente viene determinata a 
voler tale 0 tale cosa da una qualsiasi cagione , la quale an- 
cb’essa 1 promossa da un’altra, e cosi di ricapo V una dall’altra 
fino all’infinito. 

Dimostrazione. La mente segue un modo preciso e de- 
terminato di pensare (proposiz. 1 1* parte II), perciò (coroll. 2 0 
proposiz. 17* parte I) ella non può essere la libera cagione 
delle proprie azioni; in altri termini, ella non può possedere 
la facoltà di volere o di rifiutare ; ma le sue volizioni deb- 
bono esser determinate da una cagione la quale pur essa 
viene promossa da un’altra, e questa di bel nuovo da un’al- 
tra ecc. (proposiz. 28 a parte I). C. V. D. 

Scolio. Alla medesima guisa puossi dimostrare che la 
mente non possiede in modo assoluto la facoltà di concepire, 
di bramare e di amare, ecc. Donde consegue che cotali fa- 
coltà ed altre consimili , non hanno veruna reale esistenza , 
ed altra cosa non sono che enti Metafisici, cioè nozioni gene- 
riche ed astratte; sono adunque artificiali denominazioni cui 
soliamo astrarre dagli oggetti particolari. Di tal maniera le 
espressioni d’ intelletto e di volontà debbono essere riguar- 
date quali afferenti a tali e tali particolari concetti e voli- 
zioni, siccome l’idea generica della lapideità si riferisce a tale 
0 tale pietra effettiva e determinata, e come eziandio il vo- 
cabolo uomo viene applicato indistintaménte a Pietro , a 
Paolo, ecc. Per qual cagione vengano gli uomini a reputars 
liberi lo abbiamo mostrato nell’Appendice della Prima Parte. 


DELLA MENTE. 


11 » 

Ma avanti di procedere più oltre , mi è mestieri avvertire 
che per la volontà di affermare c di negare, viene da me signi- 
ficata la facoltà propria dell’intellezione, quella facoltà, cioè, 
per la quale afferma o rifiuta il vero od il falso, e non già 
quell’ appetenza che muove la mente al desiderio od al ri- 
fiuto. Ma dopo aver dimostrato essere cotali facoltà nozioni 
meramente generiche da noi ritratte dalle cose particolari, ci ri- 
mane a ricercare se le volizioni medesime abbiano una propria 
sussistenza oltre alle idee delle cose volute. Vuoisi adunque 
ricercare se vi abbia nella mente ima qualche cosa clic cor- 
risponda alla affermazione o negazione, oltre all’idea la quale 
trovasi involuta nell’idea medesima, considerata nel suo ca- 
rattere ideale. Di ci A sarà trattato nella proposizione seguente, 
nonché nella susseguente terza definizione ; i quali discorsi 
meditando, l’uomo scanserà il pericolo di confondere il pen- 
siero colla imaginativa percezione. Avvegnaché non do il 
nome di idee a quelle imagini che si presentano nel fondo 
dell’occhio, ovvero se ciò meglio aggrada, nel bel mezzo del 
cervello, ma intendo per idea il concetto del pensiero. 

Proposizione XLIX. Non dossi nello mente alcuna voi itone-, 
ossia affermatone e negatone, fuorché quella che trovasi invo- 
luta nella idea, considerata nel suo carattere ideale. 

Dimostrazione. Non possiede la mente (proposizione pre- 
cedente) niuna facoltà assoluta di volere c di non volere, 
ma vi hanno solamente volizioni particolari, vale a dire tale 

0 tale affermazione, tale o tale negazione. Si rivolge sempre 
il nostro pensiero ad una volizione particolare, cioè, ad una 
forma precisa dell’esercizio del pensiero, come sarebbe a 
diie il riconoscere clic i tre angoli del triangolo sono eguali 
a due retti. Cotale affermazione involge il concetto ossia 

1 idea del triangolo, né può essere pensata senza quella idea, 
imperocché ella è una cosa medesima il dire che debba A 
involgere il concetto di li, o che A non possa essere pen- 
sato senza B. Di tal maniera il riconoscimento (assioma 3 0 


DKLl'eTIC \ — PARTE II. 


1 1 6 

p.irtc II) delle proprietà del triangolo non pub aver luogo, 
nò esser pensato senza la precedente idea del triangolo, e 
reciprocamente 1* idea del triangolo deve involgere la pro- 
posta affermazione dell’eguaglianza dei suoi tre angoli a due 
retti, quindi (definizione 2 a parte II) cotale affermazione 
deriva dall’essenza dell’idea del triangolo, ed altra cosa non 
ò se non quell’ idea medesima. E quanto venne da noi detto 
circa quella particolare volizione (casualmente proposta) si 
riferisce eziandio ad ogni altra volizione, e per ciò consiste 
unicamente la volizione nel suo mentale concetto. C. V. D. 

Corollario. La volontà e l’ intelletto sono una cosa me- 
desima. 

Dimostrazione. La volontà e 1 ’ intelletto esprimono uni- 
camente le volizioni particolari e le idee di esse (proposi- 
zione qS* parte II* e Scolio). Ora la volizione particolare e 
la idea di essa sono una cosa medesima (proposizione pre- 
cedente); adunque sono una cosa istessa la volontà e l’ in- 
telletto. 

Scolio. Con ciò abbiamo vittoriosamente combattuto un 
errore comunemente professato. Di più abbiamo preceden- 
temente dimostrato consistere la falsità nella sola privazione 
involuta nelle idee mutilate e confuse. Perchè l’ idea falsa 
in ragione della sua falsità non involge certezza. Di tal guisa 
quando diciamo essere un uomo imbevuto di false opinioni, 
nè esser da lui posta in dubbio la sua credenza, non perciò 
viene da noi detto averne egli la certezza, ma solamente 
non rimanergli vcrun dubbio circa ad essa, od in altri ter- 
mini, persistere egli nella falsa sua opinione per non esservi 
niuna cagione che lo determini a dubitare della sua infon- 
data credenza. Vedi a tal proposito lo Scolio della propos. 44“ 
di questa parte medesima. Adunque, sebbene venga supposto 
clic 1’ uomo persista tenacemente nelle sue false opinioni, 
non diremo perciò ch’egli ne abbia la certezza. Avvegnaché 
intendiamo per certezza qualche cosa di positivo (prop. 43* 


DELLA MENTE. 


"7 


parte II e Scolio), c non gii la privazione della dubbiezza, 
ed intendiamo essere la falsità la privazione della certezza. 
Ma mi è d’ uopo ricorrere ad altri avvertimenti per meglio 
chiarire la proposizione precedente. Pertanto onde prevenire 
le opposizioni che possono essere sollevate, e finalmente 
per rimuovere a tal riguardo qualsiasi scrupolo, stimo esser 
prezzo dell'opera di più ampiamente dimostrare alcune utili 
conseguenze della professata dottrina. Ilo detto alcune per- 
ché da queste dilucidazioni saranno più facilmente intesi i 
principali argomenti esposti nella quinta parte del presente 
libro. 

Adunque incomincio dapprima coll’ ammonire i leggitori 
di i pericolo a cui soggiacerebbero quando non distinguessero 
accuratamente la idea concepita dalla mente e le imagini 
die si oifrono alla fantasia. Di poi è necessaria cosa il non 
confondere le idee coi vocaboli pei quali sogliono essere 
significate. Avvegnaché, per essere le imagini, i vocaboli, le 
idee da molti percepite in modo al tutto confuso, o per non 
essere da altri con sufficiente precauzione avvertitane la dif- 
letenza, venne da essi al tutto ignorata la vera dottrina di 
cui é necessaria la cognizione, tanto al rispetto della specu- 
lazione, quanto a quello della provvida e sapiente istituzione 
della vita pratica. Quindi coloro che reputano consistere le 
idee solamente nelle imagini che ci occorrono pei movimenti 
dei corpi, si persuadono non esservi altre idee se non le 
imagini cui possiamo figurarci materialmente, considerando 
le idee vere ed assolute quali meri infingimenti procedenti 
ila un arbitrario volere. Laonde per essi si riducono le idee 
ad essere tante figurative espressioni le quali punto non dif- 
feriscono dalle pitture apposte sovra mute tavole, e da tal 
credenza preoccupati, disconoscono che ò proprio carattere 
dell idea l’ involgere la negazione o I’ affermazione. Perciò, 
coloro che confondono il vocabolo coll’ idea, ossia coll’affer- 
mazione involuta nell’idea, credono potere a loro arbitrio 


•DELL’ETICA •— PARTE 17. 


ElS 


eleggere un partito respinto dal proprio loro sentimento, 
mentre in fatto dessi non si oppongono se non in modo al 
tutto verbale all’ impulso del proprio sentire. Si dilegueranno 
di leggieri cotali pregiudizi per chi attenderà alla propria 
natuia del pensiero, la quale non involge menomamente il 
concetto della estensione; perciò egli comprenderà chiara- 
mente che 1 idea (per esser ella un modo dell’esercizio del 
pensiero) non consiste ne nell’imagine di una qualsiasi cosa, 
nè in un congiungimento di vocaboli, imperocché l’essenza 
dei. vocaboli e delle indagini risulta dai soli movimenti del 
corpo, i quali non si riferiscono in vcrun modo al concetto 
cogitativo. 

Bastano i brevi argomenti da me discorsi, ed ora passerò 
alla disamina delle proposte obbiezioni da noi testé accen- 
nate. Fondasi la prima di esse sulla credenza che i limiti 
della volontà oltrepassino quelli dell’intelletto. La ragione 
alla quale molti si appoggiano per affermare una cotale dif- 
ferenza consiste sull’ esperienza che essi credono avere, di 
non abbisognare di una maggior forza di assentimento, di 
affermazione , di negazione per ottenere la cognizione di 
infinite cose a cui non può giungere l’ intellettiva compren- 
sione, accrescendo in tal guisa l’ intellettiva potenza. Vengono 
di tal maniera a separare la volontà dall’intelletto conside- 
rando questi per finito, e quella per infinita. In secondo 
luogo può esserci opposto che l’esperienza nulla più chiara- 
mente ci dimostra quanto l’essere in nostra balla la sospen- 
sione del nostro giudizio, avanti di affermare la realtà delle 
avute percezioni; il che viene eziandio ad essere confermato 
dall’opinione universalmente consentita che niuno venga tratto 
in inganno dalle sue percezioni, ma bensì dai giudizi! da esse 
suggeriti. Ad esempio, allorquando viene taluno a figurarsi 
un cavallo alato, egli non è perciò tratto in inganno, almeno 
che egli non venga ad affermare l’effettiva esistenza di quel ca- 
vallo ; adunque niuna cosa dimostrerebbe^ con maggiore chia- 


della utente. 


T IV 

rezza quanto I insegnarci l’esperienza che è libera la volontà 
ovvero la facoltà dell assentimento, e ch’ella sia al tutto di- 
versa dalla facoltà intellettiva. La terza obbiezione che può’ 
esserci opposta consiste nell’ asserire che non vi abbia dif- 
ferenza veruna tra le diverse affermazioni, il che viene a 
dire che quando 1’ uomo afferma la verità di una cosa real- 
mente vera, egli non dispieghi una maggior potenza di quella 
da lui avuta nel dichiarare vera una cosa falsa. Ma compren- 
diamo che un’ idea può esprimere una maggiore realtà o per- 
fezione di un’ altra, secondo la minore o maggiore eccel- 
lenza dei proposti obbietti, e con ciò vorrebbesi dimostrare 
essere cosa diversa la volontà e l’ intelletto. Mi si può op- 
porre in quarto luogo che se l’uomo non operasse di libero 
suo volere, che avverrebbe, quando in mezzo a movimenti 
contrarii si trovasse immobile ed irresoluto tra i due partiti 
alla guisa dell’ asino di Buridano ? Dovrà egli morire di fame 
e di sete ? Se ciò fosse da me concesso, il proposto oggetto 
sarebbe per noi un asino od una statua inerte priva di sensi 
umani; se io lo dinegassi, verrei ad affermare eh’ egli si ri- 
solverà ad una determinazione finale, e per conseguenza ri- 
conoscerei essere in lui la facoltà di operare secondo il pro- 
prio volere. Oltre ai precedenti, potrebbero essere opposti 
altri argomenti, ma non mi credo obbligato di attendere a 
tutte le fantasticazioni che possono sovvenire alla mente di 
ciascuno ; procurerò soltanto di confutare con ogni possibile 
brevità le sovraccennate argomentazioni. E rispondendo al 
primo argomento, concedo estendersi la volontà oltre ai li- 
miti dell’intelletto, quando viene inteso per intelletto le fa- 
coltà di concepire idee chiare e distinte, ma nego assoluta- 
mente estendersi la volontà al di là delle percezioni ossia 
della facoltà percettiva. Ed al certo non vedo in qual guisa 
la facoltà di volere possa dirsi infinita più che la facoltà del 
sentire, imperocché se per la facoltà di volere possiamo af- 
fermare cose infinite, pertanto non possiamo volerle che 


120 


dell' ETICA — PARTE U. 


successivamente 1* una dopo 1’ altra, riuscendoci impossibile 
di abbracciare simultaneamente una quantità infinita, di cose, 
ed anche similmente possiamo sentire o percepire corpi in- 
finiti, ma sempre in modo successivo, e l’uno dopo l’altro, 
lì se pretendessero esservi infinite cose cui non possiamo 
pei copile, leplichcrò clic sovra quelle non possono in verun 
modo esercitarsi nè il nostro pensiero, nè la nostra volontà. 

Ma dicono, se piacesse a Dio di farci percepire nuovi og- 
getti dovrebbe accrescere la nostra facoltà percettiva, non 
già la nostra lacoltà volontaria ; il che tornerebbe a dire 
che se Dio volesse darci l’intelligenza di altri enti infiniti, 
sarebbe necessario che Egli ci desse un intelletto più vigo- 
roso ed esteso per abbracciare enti infiniti, ma non un’ idea 
dell’ ente più universale di quella da noi presentemente pos- 
seduta. Abbiamo mostrato essere la volontà un’idea mera- 
mente generica ed astratta nella quale sono raccolte c si- 
gnificate tutte le volizioni particolari, venendo manifestato per 
essa, come per ogni altra espressione astratta, il commi ca- 
rattere delle avute percezioni. Ed in tal guisa, allorché ve- 
diamo da essi animata ed avuta qual facoltà effettrice un’idea 
puramente generica, non dobbiamo meravigliarci se li ve- 
diamo estendere la potenza di quella facoltà all’ infinito ed 
oltre ai limiti dell’ intelletto. Avvegnaché un’ idea detta uni- 
versale, cioè generica ed astraila, può applicarsi tanto ad un 
unico individuo, quanto a parecchi ed infiniti. Alla seconda 
obbiezione replicando, nego risolutamente che 1’ uomo abbia 
la libera potenza di sospendere il proprio giudizio. Imperoc- 
ché in dicendo che 1 uomo sospende il suo giudizio, non 
viene da noi altra cosa significata se non che non essere 
da quello adequatamele percepito il dubitato subbietto. Adun- 
que la sospensione del giudizio risulta realmente dalla na- 
tura della percezione avuta e non punto dal beneplacito 
di una libera volontà. Per ciò più chiaramente dimostrare , 
supponiamo un fanciullo il quale si figuri un cavallo, nè 


DELLA MENTE. 


I 21 


abbia verun’ altra percezione. Involgendo cotale figurazione 
l’esistenza del cavallo (corollario propos. 17* parte II), e 
non avendo quel fanciullo niun’ altra percezione che con- 
traddica all’ esistenza di quel cavallo, viene di necessità ch’egli 
si rappresenti realmente quel cavallo, e che non possa du- 
bitare dell’ esistenza di esso, senza averne però l’ assoluta 
certezza. La qual cosa viene da noi quotidianamente espe- 
rimentata nei sogni ; non reputo pertanto che possa alcuno 
credere di avere in sognando la libera potenza di sospendere 
il giudizio circa alle cose da lui sognate, nè di fare eh’ egli 
non sogni le cose che gli si affacciano in quello stato ; ci 
avviene nondimeno di sospendere anche durante il sonno 
il nostro giudizio particolarmente allorché sogniamo di so- 
gnare. Quindi concedo non esser l’uomo tratto in inganno 
dalle proprie percezioni ; in altri termini , viene da me ac- 
cordato che le imaginazioni della mente in sè stesse consi- 
derate, non involgano erronee nozioni (vedi Scolio prop. 17* 
parte II), ma mi oppongo all’ asserzione che nega all’ uomo 
l’affermazione delle proprie percezioni. Imperciocché il per- 
cepire un cavallo alato non è egli una cosa medesima che 
l’affermare la presenza delle ali in sul cavallo? Perciò se 
la mente altra cosa non percepisse se non quel cavallo alato, 
essa ne rappresenterebbe la figura, c non avrebbe niuna ca- 
gione nè di dubitare dell’ esistenza di esso, nè avrebbe la 
facoltà di altramente opinare, a meno che imaginandosi quel 
cavallo le si offrisse insiememente un’ idea la quale togliesse 
1’ esistenza di quel cavallo dimostrandone l’ impossibilità, od 
in altri termini dimostrasse quella nuova percezione essere 
inadequata l’ idea del cavallo alato, ed in allora sarà di ne- 
cessità condotto il pensiero a negare od a porre in dubbio 
1 esistenza dell imaginato cavallo. Colle precedenti dimo- 
strazioni credo di avere risposto anche alla terza obbiezione 
coll avere dimostrato essere l’appellazione di volontà un’idea 
meramente generica ed universale, predicato comune di tutte 

He. Spinoza. — De!/' Elica. 


iti 


122 


PELI.’ ETICA — PARTE 1J. 


le idee, nò aver dessa altra significazione se non quella che 
ò comune a tutte le idee al medesimo modo concepite. L’es- 
senza di quell’ idea non puossi considerare qual adequata se 
non astrattivamente e soltanto rispetto ai concetti consimili, 
ed a quel solo riguardo ella viene da tutti in un medesimo 
modo accettata ; però ella non possiede il carattere che co- 
stituisce la vera idea, perchè non le corrisponde un’essenza 
reale ed effettiva, altra cosa non esprimendo se non che 
P artificiale congiungimento di cose ed idee particolari che 
tra sè differiscono. Ad esempio, I’ affermazione per la quale 
asseriamo che P idea del circolo differisce da quella involuta 
nell’ idea del triangolo, stabilisce ad un tempo essere eguale 
la differenza dell’ idea del circolo da quella del triangolo ; 
laonde nego assolutamente che vogliasi una cgual potenza 
concettiva per riconoscere la verità di una cosa vera, quanto 
per affermare la verità di una cosa falsa. Avvegnaché quanto 
alla mente, cotali due affermazioni debbonsi reciprocamente 
considerare alla medesima guisa che P ente rispetto al non 
ente, perchè nelle idee non vi ha niun elemento positivo 
che ne dimostri la falsità. (Vedi propos. 55" e Scolio, c lo 
Scolio della propos. 47* parte II.) E giova a tal proposito 
avvertire primamente quanto sia facile cadere in isbaglio 
allorché veniamo a confondere i concetti universali colle 
cose particolari e gli enti di ragione, e le astrazioni colle 
idee vere e reali. In quanto alla quarta obbiezione, dico es- 
sere da me al tutto concesso che morirà necessariamente di 
fame e di sete quell’uomo il quale, posto nel descritto stato 
di equilibrio, non saprà decidersi alla scelta di uno o l’altro 
genere di cibo e di bevanda che si trovassero dai due lati 
ad una distanza eguale. E se mi fosse dimandato se un tal 
uomo debba essere tenuto piuttosto qual asino che qual uomo, 
rispondo eh’ io non so in qual grado abbiansi a riporre i 
mentecatti, i suicidi, gli stolti, i pazzi, ecc. 

Rimane tuttavia a dimostrare quanto la cognizione della 


della mente. 


'2! 

proposta dottrina corrisponda colla buona direzione della vita 
pratica, il clic sarà di leggieri da ognun riconosciuto essere 
conseguenza dei principii da noi proposti. Avvegnaché ab- 
biamo professato: 

I. Dipendere ogni nostra azione dal cenno di Dio; essci e 
I’ uòmo partecipe della Natura divina, e ciò in grado tanto 
maggiore , quanto riescono più perfette le sue operazioni , 
e quanto egli vieppiù si addentra nella cognizione di Dio. 
Adunque questa dottrina, oltre a procurarci la pace del- 
l’ animo, c’insegna eziandio in che consista la nostra felicita 
e la nostra beatitudine , riponendole unicamente nella co- 
gnizione di Dio, per la quale veniamo condotti ad operare 
in modo conforme agli impulsi dell’ amore e della pietà. 
Donde veniamo chiaramente ad intendere quanto si disco- 
stino dalla vera estimazione della virtù coloro che mossi da 
un sentimento servilmente mercenario, aspettano di essere da 
Dio ricompensati con larghi premii per le loro azioni vir- 
tuose , come se la virtù medesima e 1’ obbedire a Dio non 
costituissero di per se la suprema felicità e la piena libertà. 

II. Ella ci insegna eziandio di qual maniera dobbiamo com- 
portarci rispetto alle cose che dipendono dalla fortuna, e che 
non attengono alla propria nostra natura, c con quale equa- 
nimità dobbiamo aspettare e sopportare gli eventi dell’una e 
dell’altra fortuna, considerando provenire le cose tutte dalla 
necessità dell’ eterno decreto di Dio , alla guisa medesima 
onde consegue dall’essenza del triangolo che i suoi tre an- 
goli sieno eguali a due retti. 

III. Si accordi cotal dottrina colle vere condizioni della 
vita sociale, imperocché ella c’insegna a non portar odio a 
nessuno , ad astenerci dal disprezzo e dall’ irrisione , e dal 
non lasciarci muovere contro chicchessia dall’ ira c dall’ in- 
vidia ; oltreciò ella ci mostra esser nostro dovere di ap- 
pagarci della nostra condizione, di esser pronti a porgere 
aiuto al prossimo , non in forza di una femminile com- 


114 


dell'etica — parte ir. 


passione , di spirito partigiano e di superstizione , ma ai 
solo oggetto di obbedire ai precetti della ragione, siccome la 
richiedono il tempo e le circostanze , le quali cose saranno 
ampiamente dimostrate nella terza parte di questo libro. 

IV. Finalmente si accorda non poco cotal dottrina colle 
proprie condizioni della società civile, insegnandoci di qual 
ragione debbano governarsi i cittadini, non per servile obbe- 
dienza agli imposti comandi, ma per libero e spontaneo con-* 
corso ad eseguire le opere convenevoli ed ottime. In tal 
guisa venne compiuto 1’ oggetto del presente Scolio , c qui 
darò fine a questa, seconda parte nella quale credo di avere 
spiegato con sufficiente chiarezza, quanto lo comportasse la 
difficoltà del subbietto, la natura e le proprietà della mente 
umana, nonché di aver proposto utili c necessarie verità, e 
ciò sarà meglio dimostrato nelle parti susseguenti del no- 
stro lavoro. 


»IXE DELLA SECONDA PARTE* 


PARTE TERZA 


DELL' ORIGINE E DELLA NATURA DEI SENTIMENTI, 

La maggior parte degli Autori che hanno trattato dei senti' 
menti e degli affetti sembrano aver considerato non il naturale 
andamento delle cose quale risulta dalle leggi comuni della na- 
tura, ma aver intrapreso la descrizione di oggetti posti all’ in- 
fuori del mondo reale. Da quell’ arbitraria disamina furono 
condotti a concepire l'uomo qual indipendente dalla natura ed 
al tutto sottoposto a leggi particolari , nonché qual posseditore 
di un’assoluta autorità che lo scioglie dalle condizioni dell’uni- 
versale natura di cui egli fa parte. 

Di tal maniera a lor sentenza verrebbe l’ uomo non a con- 
formarsi all’ordine della natura, ma piuttosto a perturbarlo, 
egli avrebbe una potenza assoluta sulle proprie operazioni , nè 
sarebbe da ver un’ altra cosa determinato, se non che dai suoi 
personali impulsi. Laonde attribuiscono costoro la cagione del - 
/’ impotenza e dell’ incostanza umana, non alle condizioni del - 
universale natura, ma a non so qual vizio originale proprio 
della natura umana ; quindi gli vediamo talvolta tristi c la - 
grimevoli , talvolta festosi e ridenti, ma ciò che più frequente- 
mente accadde gli vediamo mossi ad implacabile ira contro co- 
loro che rigettano le loro credenze, e quegli che con maggiore 


120 


dell’ etica 


IURTE III. 


veemenza o con più argute argomentazioni deplora l’impotenza 
della mente umana viene da essi acclamato qual uomo divino. 
Non mancarono però uomini eccellenti ( ai quali per gli insigni 
loro lavori confessiamo di essere grandemente debitori), i quali 
hanno scritto molte ragguardevolissime cose circa alla retta ra- 
gione del vivere , e dato ai mortali provvidi e prudentissimi 
consigli ; non pertanto ninno di essi l riuscito , per quanto io 
sappia, a determinare la natura e le forze degli affetti, nonchi 
a mostrare di qual maniera possa la niente giungere a diri- 
gerli e governarli. Riconosco tuttavia avere il celeberrimo Car- 
tesio, abbenchi egli attribuisca alla mente una potenza assoluta 
sulle proprie azioni , ricercato quali fossero le prime cagioni dei 
sentimenti, procurando alla volta di additare la via per la quale 
potesse la mente esercitare sovra essi un assoluto imperio; ma a 
mia sentenza non riusci quell’ insigne filosofo se non che a dar 
prova dell’acutezza del sommo suo ingegno, siccome sarò a di- 
mostrarlo più avanti. Ora mi viene in acconcio di rivolgermi 
all’esame dei placiti di coloro i quali amano meglio detestare 
o deridere i sentimenti degli uomini, piuttostochi procurarsene 
la diretta ed esatta cognizione. Non vi ha dubbio che a costoro 
sembrerà strana cosa il vedermi intraprendere di discorrere con 
forma geometrica circa ai vizii ed alle inezie degli nomini, 
sottoponendo ad un metodo rigoroso e preciso quelle cose che ven- 
gono dichiarale da essi repugnanti alla ragione, vane, assurde 
e detestabili; ma procede di altra maniera il mio discorso. A 
mia sentenza nulla avviene nella natura che possa attribuirsi 
ad un suo vizio ; ella rimane sempre e dovunque medesima ed 
una; sempre e dovunque si dispiega alla medesima guisa la virtù 
e la potenza operativa di essa, conformemente a leggi e regole 
immutabili per le quali avvengono, e successivamente le ime nelle 
altre si trasformano le cose tutte; quindi deve sempre essere me- 
desimo ed unico anche il metodo di procedere alla cognizione 
della natura di qualsiasi cosa, rintracciando in essa leggi e re- 
gole fisse ed universali. Di tal maniera i sentimenti di odio , 


DE! SENTIMENTI. 


127 


d’ira, d'invidia, tee. in sé stessi considerati, provengono egual- 
mente dalla necessità e dalla potenza della natura, siccome ogni 
altro particolare fenomeno ; quindi dipendono da cagioni precise 
per le quali vogliono essere intelletti. Elle hanno eziandio le 
loro speciali proprietà le quali meritano la nostra considerazione 
non meno che le altre cose il cui studio ci { perpetua cagione- 

di sommo diletto. Lo studio della natura e delle forze dei sen- 

timenti, non che quello della potenza esercitata sovra essi dalla 
mente verrà da me esposto a quel modo medesimo da me se- 
guito nelle precedenti proposizioni circa a Dio e alla mente, e 
le azioni e le appetenze dell’uomo saranno disaminate come se 

si trattasse delle linee, dei piani, 0 di qualsivoglia altra cor- 

porale disposizione. 


Definizioni. 

I. Nomino adequata quella cagione il cui effetto deve essere 
attribuito in modo necessario ed evidente alla propria sua azione, 
ed avremo per inadequata 0 parziale quella il cui effetto non 
può essere pensato se non pel concorso di altre circostanze. 

IT. Diciamo esercitare ! uomo la sua attività quando egli é 
cagione adequata di un avvenimento successo nella sua persona, 
od al di fuori di essa; in altri termini (per la definizione pre- 
cedente), quando un qualsiasi fatto i necessariamente pensato 
in modo chiaro e distinto qual procedente dalla individuale 
energia ; ed all’ incontro diciamo esser l’uomo in islato di pas- 
sività quando si produce in esso 0 consegue dalla sua natura 
una qualche cosa di cui egli non l la cagione se non in parte 
ed imperfettamente. 

ITI. Intendo per sentimenti od affetti quelle impressioni del 
corpo per le quali ne viene accresciuta 0 diminuita, sussidiata 
od impedita la potenza operativa, ed insiememeule a quelle im- 
pressioni anche le idee che ad esse corrispondono. 

In tal guisa, quando ci ti dato di essere l’adequata cagione di 


DELL’ ETICA — PARTE III, 


n8 


quelle impressioni sarà attivo il nostro sentimento, ed egli sarà 
passivo nel caso diverso. 

Postulati. 

I. Può il corpo umano vincere molte impressioni atte ad ac- 
crescere od a diminuire in lui l’operativa potenza, ed altre ve 
ne hanno per cui questa non riesce in modo alcuno modificata. 

Questo Postulato ossia Assioma si appoggia al Postulato i° 
ed ai Lemmi 5 e 7 della Propostone / 3 a Parte II a cui vorrà 
rivolgersi il leggitore. ' 

II. Può il corpo umano subire molte mutazioni conservando 
nondimeno le impressioni ed i vestigi degli oggetti (Postulato 5 0 
parte II) e continuando in esso le medesime rappresentazioni 
le cui definizioni vennero proposte nello Scolio della Proposi- 
zione 17* Parte II. 

Proposizionl 

Proposizione I. La nostra mente trovasi talvolta in istato 
di attività, talvolta in quello di passività; allorquando ella 
possiede idee adequate trovasi necessariamente attiva, ed é ne- 
cessariamente passiva quando ne sono inadequati i concetti. 

Dimostrazione. Le idee concepite dalla mente sono le 
une adequate, le altre mutilate e confuse (scol. proposiz. 40* 
parte II). Le idee che sono adequate in una mente partico- 
laie sono adequate in Dio per esser Egli il principio costi- 
tutivo dell’essenza di quella mente (corollario 11 parte II) 

1 quelle che sono inadequate in una mente particolare sono 
Pertanto adequate in Dio (corollario medesimo), non sola- 
mente al rispetto dell’essenza della mente da Lui costituita, 
ma eziandio per essere in Lui contenuti tutti i concetti delle 
menti particolari. Quindi, dovendo da una data idea seguire 
necessariamente un qualche effetto (proposiz. 36 11 parte I), è 


DEI SENTIMENTI. 


I 29 


IJJio la cagione adequata di quell’elTetto (ved, deRuutone . 
parte III) «. qual couaegue.ua diretta della sua po.enra m- 
finito , ma per la sua partecipati, degli affé,., par .col n 
dell’uomo (proposiz. 9“ parte II). Ma quella mente uio ^ 
sere avuta qual cagione adequata di quell edotto pantana 
mente cagionato da Dio qual partecipe delle umane affezioni 
(corollario proposiz. n* parte II). Adunque la nostra mente 
(definizione 2“ parte II) si dimostra necessariamente attiva 
allorquando ella possiede idee adequate , e ciò si riferisce 
alla prima parte della proposizione. Laonde le necessarie 
conseguenze dell’ idea concepita adequatnmente dalla Mente 
divina non si riportano unicamente ad un particolare indi- 
viduo , ma abbracciano 1 ’ universalità di cui questi fa parte ; 
perciò la nozione tramandata da Dio si conforma colle con- 
dizioni particolari della mente umana per la quale ella si la 
imperfetta ed inadequata (pel medesimo coroll. proposiz. 11 
parte II) ; quindi 1 ’ uomo (definizione 2 * parte III) si ritro- 
vcr.\ di una qualche maniera in condizione passiva. Per queste 
considerazioni viene chiarita la seconda parte della proposi- 
zione. Dunque la nostra mente ecc. V. D. 

Corollario. Quindi consegue che più abbondano nella 
mente le idee inadequate, più viene ella a soggiacere a sen- 
timenti passivi , ed al contrario più sono numerose in essa 
le idee adequate, più vengono accresciuti in lei i sentimenti 


attivi. 

Proposizione II. Non può il corpo determinare lo mente al 
pensiero, ni la mente può determinare il corpo al movimento 
ed alla quiete , ni (se ciò potesse avvenire) a vermi’ altra di- 
sposizione. y 

Dimostrazione. Tutte le modalità del pensiero hanno per 
cagione Iddio, e si riferiscono al Divino attributo del pen- 
siero, e nona quello dell’estensione (proposiz. 6 n parte II); 
adunque ciò che determina la mente al pensare è una mo- 
dalità del pensiero c non dell’estensione, cioè (definizione i a 


De Si’inoza. — lieti litica . 


17 


no 


DELL* ETICA — PARTE III. 


parte II) non è oggetto corporale, e ciò si riporta alla prima 
parte della proposizione. Quindi il movimento ed il riposo 
del corpo debbono essere promossi da un altro corpo il quale 
anch’esso venne determinato da un altro corpo al movimento 
ed al riposo; in modo assoluto, qualunque cosa avvenga in un 
corpo proviene da Dio e deve riferirsi al suo attributo esten- 
m\o e non al cogitativo (per la stessa pr.oposiz. 6 " parte II)- 
,n altri termini, i corporali movimenti non possono essere 
cagionati dalla mente per la quale viene a dispiegarsi il 
pensiero (proposi „• parte II). E ciò si riporta alla se- 
conda parte della proposizione. Dunque non può il corpo ecc. 

Scolio. Cotali proposizioni saranno più chiaramente intese 
in mercè delle ragioni esposte allo scolio della proposiz. 7“ 
parte II donde venne affermato essere una ed istessa cosa 
a mente ed il corpo, concepita ora sotto l’attributo del pen- 
derò , ora sotto quello dell’estensione. Donde avviene che 
I 01 dine, ovvero la concatenazione delle cose, ossia la Natura 
sieno concepite ora sotto questo , ora sotto quell’ attributo 
cd ,n conseguenza che l’ordine dei movimenti attivi e passivi 
del nostro corpo corrisponda all’ordine delle percezioni at- 
tive e passive ciglia mente. E ciò apertamente risulta anche 
ai ragionamenti della proposizione 12“ parte II. L’effettiva 
condizione delle cose conferma ad evidenza la verità delle mie 
proposizioni, nondimeno mi ha provato l’esperienza essere dif- 
fidi cosa l’ottenere dagli uomini la giusta ed esatta disamina 
del proposto argomento. Sta in essi fermamente impressa la 
persuasione che il corpo ad ogni cenno della mente sia d : - 
sposto a dirigere i suoi movimenti ed a disporli alla quiete od 
alla mossa, ed a governarne le operazioni giusta la volontà 
cella mente e dei di lei discorsivi esercizii. Ma fino ad ora 
non vennero da filosofi fissati in modo preciso i limiti della 
potenza del corpo, cioè l’esperienza non ha fino ad ora in- 
segnato quanto possa operare il corpo in virtù delle leggi 


PEI SENTIMENTI. 


HI 

della sua materiale natura, e quali cose non possano essere 
effettuate se non per l’impulso della mente. Avvegnaché fino 
ad ora ninno ha penetrato a sufficienza le condizioni della 
struttura del corpo per conoscerne pienamente le funzioni, ed 
è cosa universalmente riconosciuta, che spesse volte incon- 
triamo nelle operazioni degli animali parecchi caratteri, che 
oltrepassano la sagacità umana, per non rammentare alcune 
azioni dei sonnambuli, i quali eseguiscono ne! sonno molte 
azioni cui non ardirebbero intraprendere in istato di veglia; 
il che dimostra a sufficienza potere il corpo di per sé ed in 
forza delle sole leggi della propria natura effettuare molte 
cose delle quali la mente rimane di poi ammirata. Sono da 
tutti ignorati i mezzi seguiti dalla niente per eccitare i 
movimenti del corpo "e per misurare i gradi di velociti! o di 
lentezza ad esso comunicati. Quindi coloro i quali professano 
essere la mente preposta al governo del corpo, e provenire 
da essa tutti i di lui movimenti, altro non fanno che profe- 
rire parole sprovvedute di senso , confessando con pomposi 
ed ammirativi vocaboli l’assoluta loro ignoranza circa le ri- 
cercate cagioni. Pertanto aggiungono che, sieno 0 no da essi 
conosciuti i modi onde la mente esercita sul corpo il suo 
governo , nondimeno 1’ esperienza loro dimostra di continuo 
che il corpo rimarrebbe inerte se non ricevesse dalla mente 
il necessario impulso: Oltracciò si fondano eziandio sull’espe- 
rienza nell’asserire che dal solo arbitrio della mente dipenda 
il favellare, il tacere c molte altre importantissime opera- 
zioni. Ma quanto al primo punto sarò a pregare i propu- 
gnatori dell’ avversata dottrina , di farmi conoscere in qual 
guisa potrebbe dispiegarsi l’attività della mente, se il corpo 
rimanesse inerte ed inoperoso. Per quell’inerzia non sarebbe 
la mente incapace di formarsi un qualsivoglia concetto ? Im- 
perocché vediamo che tostochè il corpo è immerso nel sonno, 
sparisce nella mente la facoltà di pensare cui suole dispie- 
gare nello stato di veglia. E reputo essere da ognuno con- 


DELL' ETICA — PARTE III. 


1J2 

sentito che la mente non trovasi sempre egualmente disposta 
alla considerazione di un proposto subbietto e ch’ella obbe- 
disce in quel suo esercizio alle disposizioni del corpo, ed in 
tal guisa quando il corpo si rappresenta più vivamente Imma- 
gine di un obbietto , riesce meglio disposta la mente alla 
proposta disquisizione. 

Aggiungeranno gli avversarii non bastare le leggi della 
natura, corporalmente considerata, a cagionare le opere del- 
l’arte umana, ad innalzare gli edifìci, a produrre le pitture e 
tutti gli altri artilìcii che provengono dall’umano ingegno, 
nè potere il corpo senza l’azione della mente condurre a 
buon fine gli splendidi monumenti , ed i templi grandiosi. 
Venne da me nonpertanto dimostrato dianzi essere ignorati 
i limiti della potenza del corpo e quante cose debbano es- 
sere attribuite alla sola natura corporale. Dimostra altresì la 
quotidiana esperienza prodursi per le sole leggi della natura 
latti il cui eseguimento sarebbe stato creduto impossibile 
senza la direzione della mente, ricordando altresì le opera- 
zioni dei sonnambuli durante il sonno, le quali eccitano l’am- 
mirazione degli agenti allorché ritornano allo stato normale. 
Nè vuoisi a tal proposito porre in non cale la costruzione 
del corpo, le cui mirabili dispotizioni sorpassano di gran lunga 
qualsiasi opera dell’umano ingegno, nè abbiamo mestieri di 
ricordare le cose da noi dianzi dimostrate, cioè emanare dalla 
natura, considerata sotto qualsiasi attributo, produzioni e dispo- 
sizioni infinite. Volgendoci al secondo punto, sarebbero di- 
sposte le cose umane in modo di gran lunga più felice se avesse 
l’uomo la piena potestà di moderare la propria loquela, tacendo 
e favellando a sua posta. Ma troppo ci ammaestra l’esperienza 
nulla dipendere meno dall’arbitrio dell’uomo, quanto il governo 
del suo favellare, nè essergli più facile il raffrenarlo, che il re- 
primere qualsiasi altro suo appetito. Da ciò avviene la comune 
credenza, che non vale l’uomo a dispiegare la sua libertà, se 
non che verso quegli appetiti che lievemente lo muovono. 


DEI SENTIMENTI. 


155 


c cui possono agevolmente essere infrenati dalla sola 1 icor 
danza degli eventi passati, ma rimanere inefficaci 1 suoi sforzi 
in presenza di un sentimento gagliardo cui non possono rin- 
tuzzare le passate memorie. E potrebbero i fautori dell as- 
soluta umana liberti affermarla risolutamente, se l’esperienza 
non dimostrasse di continuo essere da noi commessi molti 
atti, di cui abbiamo di poi amaramente a pentirci, senza 
die , allorquando siamo combattuti da affetti discordanti ed 
opposti, veniamo tante volte a riconoscere il meglio c ad ap- 
pigliarci il p’ggio. Di tal guisa crede il bambino agire libe- 
ramente quando appetisce il latte, similmente quando ricerca 
vendetta l'adirato fanciullo c quando il timido e pauroso si 
risolve alla fuga. Crede l’ubbriaco di avere ubbidito ad un 
libero decreto della mente quando ha palesato cose che 
vorrebbe aver taciute allorché trovasi liberato dall’ebbrezza. 
Di egual maniera, il delirante, il ciarlone, il fanciullo e molti 
altri di simil fatta credono favellare per una libera determi- 
nazione della mente, quando trovansi incapaci di rattenere 
l’impeto della favella, e l’esperienza concordando colla ra- 
gione mostra di continuo che gli uomini credono di essere 
liberi solamente per essere dessi conscii delle proprie azioni, 
rimanendo tuttavia nell’ ignoranza quanto alle cagioni che 
hanno determinato i loro atti , né punto si accorgono non 
essere altra cosa i decreti della mente, se non che l’impulso 
degli appetiti i quali diversamente succedono giusta le varie 
disposizioni dei corpi. Avvegnaché 1 ’ uomo dispone le co;c 
tutte alla norma del proprio affetto , ed oltreciò colui che 
viene tratto in senso contrario da sentimenti contrastanti non 
sa ciò eh’ egli abbia a volere, mentre chi non ò mosso da 
verun sentimento forte ed efficace lascia piegare or qui, or 
li le vacillanti sue risoluzioni. E provano con chiarezza i 
prelati ragionamenti essere di egual natura tanto il decreto 
della Mente, quanto l’appetenza e la determinazione del 
corpo, c consistere quelle diverse manifestazioni in una sola 


*34 DEI-L'ETfCA — PARTE III. 

€ medesima cosa, la quale pensata sotto l’attributo del pen- 
siero riceve il nome di risoluzione e di decreto, e considerata 
sotto r attributo dell’ estensione e conforme alle leggi del 
moto e del riposo riceve il nome di determinazione , il che 
sarà in avanti più chiaramente dimostrato. Ifavvi un’altra 
cosa cui vorrei primamente avvertire, che nulla può da noi 
essere operato, giusta il decreto della mente, se non in se- 
guito di un ricordo della memoria. Ad esempio, non pos- 
siamo enunciare un qualsiasi vocabolo se non ce lo ha sug- 
gerito la memoria; non è in balìa della mente il ricordare 
o 1 obbliare a sua posta. Nondimeno viene comunemente cre- 
duto poter la mente per solo proprio decreto tacere o pro- 
ferire le cose da lei ricordate. Però quando sogniamo di fa- 
vellare, reputiamo che ciò provenga dal libero decreto della 
mente, pertanto non viene da noi in quel momento artico- 
lata veruna parola, o se vengono da noi emesse alcune voci, 
ciò proviene da un moto spontaneo del corpo. Sogniamo egual- 
mente essere da noi usata reticenza con alcuno alla mede- 
sima guisa onde sono da noi taciute in istato di veglia alcune 
>.ose in seguito ad una mentale deliberazione; sogniamo alla 
perfine di eseguire per decreto della mente alcune operazioni 
alle quali non si attenterebbe l’uomo svegliato, laonde vorrei 
sapere se vi hanno nella mente due generi di decreti l’uno 
pei fantasticanti 1 ’ altro pei liberi. Ed a meno che non si 
voglia al tutto impazzire coll’attribuire alla mente due forme 
della decisione, sarà forza di concedere che quella risoluzione 
della mente creduta libera non si distingua dall’imaginazione 
ossia dalla memoria, nò sia altra cosa se non l’affermazione 
involuta necessariamente nell’idea percepita (vedi propos. 49* 
parte II), c perciò le idee nascono nella mente per la me- 
desima necessità onde vengono percepite dal senso le idee 
delle esistenze effettive e reali. Laonde, coloro che credono 
tacere , favellare od operare in forza di un libero decreto 
della mente, mostrano di sognare cogli occhi aperti. 


DEI SENTIMENTI. 


f?> 

Proposizione III. Le operazioni della mente sono attive 
quando derivano da idèe adequate, c passive quando proven- 
gono da idee inadequate. 

Dimostrazione. Il principio costitutivo dell’ essenza della 
mente consiste unicamente nell’ idea del corpo concepito 
per la di lui reale esistenza (propos. 11“ e 13* parte II), e 
quell’ idea si compone di concetti moltiplici, alcuni adequati, 
altri inadequati. (Vedi propos. ij !l parte II, più Corollario 
propos. 3S* parte II e Corollario propos. 29* parte II). 
Dunque il concetto che proviene dalla propria natura della 
mente e del quale ella è cagione prossima deve presentare 
necessariamente una qualunque idea, sia adequata, sia inade- 
quata. La Mente è passiva allorquando concepisce idee ina- 
dequate (propos. 1* parte III) ; dunque la condizione attiva 
della mente viene determinata dalle sole idee adequate, ed 
ella rimane passiva quando ne sono inadequati i concetti. 
C. V. D. 

Scolio. Vediamo di tal maniera che le impressioni pas- 
sive non si riferiscono alla Mente, se non quando presentano 
un qualche carattere negativo, cioè quando la Mente agisce 
qual parte della natura e col concorso di un gran numero 
di circostanze esteriori, c potrei mostrare che di simil ra- 
gione si riferiscono le impressioni passive a tutte le feno- 
menali esistenze, non meno che alla mente umana, nè poter 
desse essere diversamente percepite, ma egli è unico mio 
proposito di restringere la mia disamina ai soli escrcizii 
della mente. 

Proposizione IV. Ninna cosa può essere distrutta se non 
che da una cagione esteriore. 

Dimostrazione. Appare per sè evidente cotale proposi- 
zione, avvegnaché la definizione di qualsivoglia cosa afferma 
e non nega I esistenza di essa , cioè ella ne propone e ne 
stabilisce 1 essenza e non la toglie ; di tal maniera, allorché 
consideriamo un oggetto nelle interne sue condizioni ed in- 


DELL’ETICA PARTE III. 


IJÓ 

dipendentemente da ogni forza esteriore, nulla potremo rin- 
venire in esso da cui possa risultare il suo disfacimento. 

c. v n. 

Proposizione V. Quando le cose sono di contrastatile na- 
tura, cioi quando non possono sussistere in un subbietto mede- 
simo, possono vicendevolmente distruggersi. 

Dimostrazione. Se in un subbietto medesimo potessero 
ritrovarsi e corrispondere elementi contrastanti , rinchiude- 
rebbe quel subbietto principii che potrebbero reciprocamente 
distruggersi, il che (per la propos. precedente) è assurdo. 
C. V. D. 

Proposizione VI. Qualsiasi cosa in sé considerala si sforma 
di perseverare nel suo essere. 

Dimostrazione. Imperciocché sono le esistenze particolari 
modalità per le quali gli attributi di Dio vengono espressi 
con forma determinata e precisa (Corollario proposiz. 25“ 
parte I); in altri termini elle esprimono i modi onde si di- 
spiega 1 ’ essenza di Dio e la sua potenza operativa (propo- 
sizione 34“ parte I) ; perciò niuna cosa può contenere un 
principio distruttivo che ne tolga l’ esistenza (proposiz. 4* 
parte III), ed al contrario quell’ individuale oggetto combatte 
ciò che si oppone alla sua esistenza, c quindi (proposizione 
preced.) adopera ogni sforzo affine di perseverare nella vi- 
tale sua condizione. C. F. D. 

Proposizione. VII. Il conato dispiegalo da qualsiasi indi- 
viduo al fine di perseverare nel proprio essere , altra cosa non 
i se non V altuosa sua essenza. 

Dimostrazione. Proposta una qualsivoglia essenza, ne de- 
rivano di necessità alcune conseguenze (propos. 36“ parte I) 
c queste non possono procedere, se non conformandosi alle 
determinazioni che derivano necessariamente dalla loro es- 
senziale natura (propos. 29“ parte I). Perciò la forza, il co- 
nato di qualsiasi individuo diretto ad una qualsiasi operativa 
eduzione compita di per sé, o coll’altrui concorso; in altri 


DEI SENTIMENTI. 


1 37 


termini, h forra, il conato pel tinaie persevera nella propria 
sna condizione (propos. (I- parte III) rappresenta unicamente 

1’ attuosa sua essenza. C. V. D» 

Proposizione Vili. // conato per cui un individuo si sforma 
di perseverare nei suo essere non involge la nozione di un tempo 
preciso e finito, ma bensì quella di una duratone indeterminata 

ed indefinita. 

Dimostrazione. Se lo sforzo si riferisse ad un tempo 
limitato e preciso che determinasse la durazione di quella 
particolare esistenza, la distruzione di questa sarebbe cagio- 
nata dalla medesima forza che la sostenta, il che (propos. 
parte III) è assurdo; adunque il conato che sostenta un in- 
dividuale esistenza non involge un tempo determinato e de- 
finito, e questa se non venisse distrutta (per la medesima 
propos. q 11 parte III) da una cagione esteriore, perdurerebbe 
pel continuato edotto della forza che la sostenta ; involge 
adunque quel conato un tempo indefinito. C. / . D. 

Proposizione IX. La- niente, e quando possiede idee chiare 
e distinte, e quando le ha inadequate e confuse, continua sempre 
a perseverare nel suo essere per una duratone indefinita, ed 
ella è conscia del suo sformo. 

Dimostrazione. L’ essenza della mente presenta un com- 
plesso composto alla volta di idee adequate ed inadequate 
(propos. 3“ parte III); laonde, e per quelle e per queste 
(propos. 7“ parte III), ella si sforza di perseverare nel suo 
essere, c ciò (propos. 8“ parte III) durante un tempo inde- 
finito. lìd essendo di necessità conscia la mente dei movi- 
menti del proprio corpo (proposizione 23* parte II) per le 
idee delle sue corporali affezioni (proposizione 7“ parte III), 
viene ad essere conscia del proprio conato. C. V. D. 

Scolio. Il conato riferito alla mente appellasi volontà; ma 
quando egli insiemeinente si riporta alla mente ed al corpo, 
prende 1’ appellazione di concupimento , ciò che altra cosa 
non esprime se non l’essenza medesima dell’uomo, dalla 
Pk SrjNnZA — Veli' Elico, 


IS 


!JS 


DELL* ETICA — PARTE III. 


qua! natura conseguono le operazioni alla cui effezione rro 
vasi naturalmente disposto. Laonde non vi ha differenza Z 

per' lo più jf Pete ” Za ed !l concu P imento. Se non che diamo 

di -,,i P - PPe aZ1 ° ne dl concu pnncnto a quell’ appetenza 
d. cut starno consci!, e perciò può essere definito nei se- 

c; r ni: il r cupimento è un ’ a ^* * **■ 

conscu. Provano adunque le precedenti considerazioni che 
on sono diretti gl, sforzi, i voleri, le appetenze ed i con 
cuptment, deil’uom 0 d aHa cognizione dei vantaggi e dalla 
tà degl, oggetti agognati, ma che al contrario vendono 

tZffr UOne e gi0vev0li Ic noi volute 

J— m x - Viita cbe 'HW* “l «Kb* e aia*™ 

?' m Z° C T‘ p '“ um ‘ ‘ m “ pì,a •»*. «I «»v 
è (tei essa ripugnante e contraria. 

Distrazione. Non può sussistere nel corpo un principio 

, CL " nM,ltl 1 SU ° d,sfaciment0 (propos. 5“ parte III), quindi 

snett 0 Tm P nemmeno esistere ^ Dio al particolare ri- 
petto della cognizione da lui avuta del nostro corpo (co- 

i” P ^’ n);in nitri termini Cpr „ pos . e 

13 parte II) | ,dea costttutiva dell’ essenza della mente è 
quella del corpo provveduto di effettiva esistenza; laonde 
' Fimo e principale sforzo della nostra mente (propos -• 
p.in« II!) è l’ affermazione dell' esistenza del nostro corpo- 

slhnoi “ ” eS “ ’"' lr rtpugn» ed è contraria' 

alia nostra mente, ecc. C. V. D. 

Proporzione XI. Qualsiasi cagioni chi a, mimi o dimi. 

Z'Z’v a ! 'T ° '" ma “ lh P °“ n < a °‘ ,cm,ha del »<ro 

disili! ! T ° Morite. od impc. 

dicci la potinoci cogitativa dilla mura man 
DtMosTRAttoNE. Questa proposizione riesce evidente per 
• I p»s. 7 parte li, nonché per la propos. 14“ parte II 

ttran C rr, VeJiam ° * *“•" mente', 

8 and. mutazioni e passare successivamente a maggiore od 


DEI SENTIMENTI. 


a minore perfezione, il che ci spiega la varietà dei nostri 
sentimenti di letizia e di tristezza. Mostrerò in appresso che 
intendo per letizia quel sentimento pel quale acquista la mente 
una maggior perfezione, e per tristezza quello che la fa meno 
perfetta. Quindi l’ affetto di letizia al simultaneo riguardo 
della mente e del corpo è da me chiamato titillazione od 
ilarità, e la tristezza dolore o melanconia. Però vuoisi avver- 
tire clic la titillazione cd il dolore vengono risentiti dal- 
l’ uomo quando una sua parte riceve più delle altre una 
qualche impressione, mentre quei sentimenti assumono il 
carattere d’ ilarità o di melanconia quando le impressioni 
ricevute si estendono a tutte le parti della persona. Venne 
da me spiegato qual cosa sia il Concupimento nello Scolio 
della propos. 9“ di questa parte; ma oltre ai cotali tre ram- 
mentati sentimenti non conosco verun altro affetto che abbia 
un carattere primario e fondamentale, e dimostrerò in avanti 
essere secondarii gli altri sentimenti e quindi derivano dessi 
dai tre precedenti. Avanti di procedere più oltre, mi viene 
in acconcio di chiarire più distesamente la propos. io a di 
questa parte al line di mostrare più chiaramente di qual 
maniera possa un’ idea essere contraria ad un' altra. 
Abbiamo mostrato nello scolio della proposiz. parte II, 
che l’idea costitutiva dell’essenza della mente involge l’esi- 
sistenza del corpo per tutta la durazione di esso. Abbiamo 
veduto di poi conseguire dalle proposizioni svolte nel co- 
rollario della proposiz. 8 ‘ parte II e nello scolio susseguente, 
che dipende unicamente la presente esistenza della nostra 
mente dall’essere in lei involuta Pattuosa esistenza del corpo 
I inalmentc abbiamo affermato che la potenza della mente 
per la quale ella imagina e ricorda le cose dipende eziandio 
dall’essere (vedi proposiz. 17“ e 18“ parte II e scolio) pa- 
rimente involuta in essa 1 attuosa esistenza del corpo. Risulta 
da colali dimostrazioni sparire l’esistenza presente della mente, 
nè poter più dessa imaginare nè ricordare tostochè ella cessa 


Mo 


DELL’ETICA — PARTE IH. 


dall’ affermare 1’ esistenza presente del corpo. Quando cessa 
la mente dall’affermare l’esistenza del corpo, e quando cessa 
egualmente la vita di quel corpo non è punto cagione la 
mente di tali cessazioni (proposiz. 4 a parte III). Nò ciò di- 
pende altresì dall aver avuto un incominciamento e dover 
aver termine l’esistenza del corpo, ma ciò (proposiz. 8“ 
parte II) vuoisi attribuire ad un’ altra idea esclusiva dell’ e- 
s'stenza e del corpo e della mente la quale contrasta coll’idea 
costitutiva dell’ essenza della nostra mente. 

Proposizione XII. La mente procura, con ogni possibile sformo 
d imagware le cose che possono accrescere o favorire la potenza 
operativa del corpo. 

Dimostrazione. Finché conserva il corpo umano il senti- 
mento che involge la natura di un qualche corpo esteriore 
continua la mente a rappresentarsi quel corpo (proposiz. i 7 \ 
parte li) e per conseguenza (proposiz. 7 a parte II) la mentJ 
continuerà a rappresentarsi quel corpo esteriore ed a figu- 
rarselo finché perdura nel corpo quell’affezione che involge 
la natura di quel corpo esteriore ; quindi finché la mente 
imagina quelle cose che favoriscono la potenza del nostro, 
corpo, continuano nel corpo quei sentimenti che accrescono 
o favoriscono la potenza operativa di esso (vedi postul. i°, 
parte III) e di rimbalzo trovasi accresciuta o favorita la po- 
tenza cogitativa della mente (proposiz. n a parte III), quindi 
(proposiz. 6 a e 9" parte III) persiste la mente ad Sforzarsi 
a produrre quelle imaginazioni a tal uopo opportune. C V D 
Proposizione XIII. Allorché la mente viene a rappresen- 
tarsi le cose che diminuiscono od impediscono la potenza ope- 
rativa del corpo , essa procura con ogni sformo di ricordare quelle 
cose le quali escludono la presenta di quegli ostacoli. 

Dimostrazione. Finché perdura la mente a rappresentarsi 
una qualche cosa che diminuisca o restringa la potenza del 
corpo (come venne dimostrato per la precedente proposi- 
zione) persisteranno in essa quelle imaginazioni, finché le 


DEI SENTIMENTI. 


MI 


sovvengano altre rappresentazioni che escludano 1’ esistenza 
presente di quella cosa (proposiz. 17“ parte II) cioè (sic- 
come abbiamo or ora dimostrato) la potenza della mente e 
del corpo continuerà ad essere diminuita od impedita finché 
la mente abbia formato altre imagini che tolgano quella re- 
strittiva condizione, e perciò procurerà la mente (proposiz. 9“ 
parte III) con ogni sforzo di ricorrere ad esse. C. V. D. 

Corollario. Laonde consegue repugnare la mente a rap- 
presentarsi quelle imagini che diminuiscono od impediscono 
la sua potenza e quella del corpo. 

Scolio. Dai precedenti discorsi intendiamo chiaramente 
quali cose sieno l'amore e l’odio. Non è altra cosa l’amore 
se non un sentimento di letica accompagnato dall’idea di una 
cagione esteriore, nè altra cosa è l’odio se non che un senti- 
mento di triste^a accompagnato dall’idea di una cagione este- 
riore. Quindi vediamo che colui che ama si sforza necessa- 
riamente di rappresentarsi vivamente la persona amata e di 
conservarne l’ imagine, mentre al contrario colui che odia 
procura con ogni sforzo di rimuovere e di distruggere la 
rappresentazione dell’oggetto del suo odio. Ma avremo in 
avanti a trattare più diffusamente cotale argomento. 

Proposizione XIV. Se la mente venne alla volta a ricevere 
l’impressione di due sentimenti, allorquando di poi ella verrà 
a risentire uno di essi, le sovverrà di bel nuovo anche l’impres- 
sione dell’altro. 

Dimostrazione. Se il corpo umano avrà risentito una volta 
la simultanea impressione di due corpi, quando la mente 
verrà d. poi a rappresentarsi una di quelle impressioni, essa 
verrà tosto a ricordare anche l’altra (proposiz. i8 a parte II). 

a le imaginazioni della mente ci dimostrano più le im- 
pressioni del nostro corpo, che la natura dei corpi esteriori 
(coroll. II proposiz. it> a parte II); dunque se il corpo e per 
conseguenza la mente avranno risentito due diverse e simul- 
tanee impressioni, quando verranno di poi a risentire una 


deu.’etica 


PARTE ili. 


142 

di esse tosto si rinnoverà il sentimento dell’altra. (Vedi de- 
finizione 3 n parte III.) C. V. D. 

Proposizione XV. Una qualsiasi cosa può per accidente es- 
sere cagione di letizia, di tristezza 0 di concupìinento. 

Dimostrazione. Supponiamo aver ricevuto la mente due 
simultanee impressioni, una che non accresca nè diminuisca 
la sua potenza operativa, l’altra di tal natura che possa ac- 
crescerla o diminuirla (postul. i° parte III). Dimostra chia- 
ramente la precedente proposizione che venendo di poi la 
mente a riconoscere che una di quelle impressioni, per ipo- 
tesi , non aumenti , nè diminuisca la sua potenza cogitativa, 
tosto le sovverrà anche l’impressione di quella cosa che può 
agire sulla sua potenza cogitativa, cioè (proposiz. n a parte III) 
che può destare in essa i sentimenti di letizia o di tristezza; 
perciò quella cosa non per sè medesima, ma per accidente 
sarà cagione di letizia o di tristezza, e si dimostra al modo 
medesimo poter dessa essere per accidente anche la cagione 
del concupimento. C. V. D. 

Corollario. Allorquando impressi da un qualche senti- 
mento di letizia o di tristezza ci sovviene un altro oggetto 
il quale non sia per nulla la cagione efficiente dell’ avuta 
impressione , questi può nondimeno inspirarci un senso di 
amore o di odio. 

Dimostrazione. Da ciò avviene che la mente (proposiz. 14“ 
parte III) sovvenendole di poi quella cosa, risenta un’im- 
pressione di letizia o di tristezza, in altri termini (scolio 
proposiz. n’ parte III) clic venga accresciuta o diminuita 
la potenza della mente e del corpo; per conseguenza viene 
la mente (proposiz. 12 parte III) a ricercare bramosamente 
od a respingere (corali, proposiz. 13“ parte III) una data 
rappresentazione, cioè (scolio proposiz. 13” parte III) ad 
amarla o ad averla in odio. C. V. D. 

Scolio. Quindi intendiamo come accada che sieno da noi 
amate od odiate alcune cose senza veruna cagione da noi 


DEI SENTIMENTI. 


il; 

conosciuta , ma solamente cóme suol dirsi per simpatia od 
antipatia. E dobbiamo tra esse annoverare anche quegli og- 
getti che somigliano alle cose che sogliono arrecarci letizia 
o tristezza, siccome lo dimostrerò nella proposizione seguente. 
So nonpertanto che quegli autori i quali furono i primi ad 
introdurre i vocaboli di simpatia c di antipatia hanno voluto 
significare per essi una qualche proprietà occulta delle cose, 
ma nondimeno credo esserci permesso di attribuire cotali 
sentimenti a qualità conosciute e manifeste. 

Proposizioni; XVI. Basterà muoverci ad amore o ad odio 
verso una cosa la sola sua simigliatila con un oggetto da cui 
soliamo ricevere impressioni di letizia o di tristezza, benché .essa 
non sia la cagione efficiente dell’ avuta impressione. 

Dimostrazione. L' oggetto che rassomiglia ad una cosa 
che ha eccitato in noi un sentimento di letizia o di tristezza, 
rinnovandosi nella mente (propos. tq' 1 parte III) l’ avuta 
impressione ogni qualvolta ella si rappresenta quell'oggetto 
che 1’ ha commossa, alla medesima guisa la cosa simigliarne 
sarà accidental cagione della riproduzione dell’ originario 
sentimento (propos. ij a parte III); perciò quantunque quella 
fortuita rassomiglianza non sia la causa efficiente del nostro 
sentimento (corollario precedente), non pertanto ella desterà 
in noi un senso di amore o di odio. C. V. D. 

Proposizione XVII. Se una cosa che suole produrre in noi 
un sentimento di tristezza viene da noi imaginata qual simi- 
gliatile ad un altra, la quale soglia muovere in noi una forte, 
impressione di letizia, saremo condotti ad avere simultanea- 
mente quella cosa in amore ed iti odio. 

Dimostrazione. Venendo a rappresentarci un oggetto qual 
cagione di tristezza siamo mossi verso di esso da un senti- 
mento di odio (scolio propos. 13“ parte III), ed al contra- 
rio se quell’ oggetto medesimo rassomigliasse ad una cosa 
Jie suole procurarci una vivissima impressione di letizia 
saremo disposti ad amarlo (propos. precedente) ed in tal 


HELI.’ ETICA — PARTE III. 


HI 

guisa verrebbe un oggetto medesimo ad ispirarci ed amore 
ed odio. C. V. D. 

Scolio. La disposizione della mente prodotta dalla pre- 
senta. di due sentimenti contrarii riceve il nome di fluttuazione 
quando si riporta agli affetti, ed è dubitanza quando si ri- 
volge alle rappresentazioni dell’ imaginazione (scolio propo- 
sizione 44“ parte II), nò vi ha una essenziale differenza tra 
la fluttuazione dell’ animo e la dubitanza se non in ragione 
della maggiore o minore intensità. Vuoisi però avvertire 
aver io nella precedente proposizione riportate le fluttuazioni 
dell’ animo a quelle originarie cagioni le quali o per forza 
loro propria, o per accidente promuovono la diversità degli 
affetti. E quella disamina venne da me intrapresa al fine di 
agevolare l’ intendimento delle precedenti considerazioni, e 
non già perchè io volessi negare che le fluttuazioni dell’ani- 
mo non provengano per lo più da un oggetto preciso, ca- 
gione efficiente della descritta alternanza. Avvegnaché il corpo 
umano (postulato r° parte II) è composto di elementi indi- 
vidui di diversa natura, e perciò (assioma i° dopo il lemma 3“, 
dopo la propos. 13“ parte II) l’uomo può ricevere da un 
solo e medesimo corpo impressioni in molti e diversi modi 
determinate, ed all’incontro potendo una cosa essere im- 
pressionata di molte maniere, ne consegue che una sola e 
medesima parte del corpo può anch’ essa ricevere impres- 
sioni diversissimamente modificate. Dalle quali ragioni pos- 
siamo comprendere facilmente come da uno stesso e me- 
desimo obbietto possiamo ricevere molte e contrastanti im- 
pressioni. 

Proposizione XVIII. Quando V nomo viene a figurarsi 
V imagine di una cosa passata 0 da avvenire egli ne riceve 
un’ impressione di letizia e di tristezza al tutto ’ simigliante a 
quella prodotta in lui dall’ imagine di una cosa presente. 

Dimostrazione. Per tutto quel tempo ove l’uomo rimane 
sotto 1’ impressione di una occorsa imagine, l’oggetto di essa 


DEI SENTIMENTI. 


145 


quantunque non significhi una cosa reale ed esistente, gli si 
rappresenta qual reale ed effettivo (propos. 17“ parte II c 
suo corollario), ned è da lui riferita la ricevuta impressione 
ad un qualsiasi tempo determinato, a meno che quella ima- 
ginazione non si riporti assolutamente ad un tempo preciso, 
preterito o futuro (scolio propos, 44" parte II). Perciò la 
figurata imaginc in sò considerata sussiste invariatamente a 
qualsivoglia tempo si riporti, futuro, passato o presente (co- 
rollano 2 propos. n> B parte II). La disposizione del corpo 
o l’ impressione da esso ricevuta resta dunque medesima a 
qualsiasi tempo venga riportata, rimanendo inalterata la rap- 
presentazione delle cose, sia ella preterita, futura o presente; 
laonde 1 affetto di letizia o di tristezza persiste nella sua 
interezza al rispetto di qualsivoglia tempo preterito, futuro 
o presente. C. V. D. 

Scolio I. Qui viene da me nominata preterita o futura 
quella cosa di cui abbiamo ricevuto o saremo a ricevere 
l’ impressione. 

Ad esempio, un oggetto può esserci stato in passato od 
esserci al presente di conforto, come eziandio può averci 
arrecato nocumento o cagionarcelo al presente ecc. Col- 
l' iinaginarci di tal guisa quella cosa ne è al tempo mede- 
simo da noi affermata l’esistenza, cioè non riceve il corpo 
nessun' altra impressione che escluda quell* esistenza e per- 
ciò (propos. i 7 “ parte II) il corpo riceve dall’ imagine di 
quella cosa un’impressione non diversa da quella cagionata 
da la presenza effettiva della cosa medesima. Egli è fuor di 
dubbio che gli uomini avvisati ed esperti si trovino le più 
volte dubbiosi ed irresoluti rispetto alle cose future o pas- 
sate, e rimanga sospeso il loro giudizio circa alla verità del 
' d. essi considerato (scolio propos. 44* parte II)- ed 
e cagionata quell’incertezza dalla incostanza degli affetti 
prodotti da imagini di consimile natura ; di tal maniera ri- 
mangono conturbate le menti dalle successive imaginazioni 

Di Spino* a, - /)-•//• rClù-a. 

19 


g DELL’ETICA — PARTE III. 

finché non venga il fatto ad accertarle ed a toglier ogni 
dubitanza. 

Scolto II. Dimostrano i prefati discorsi in che consistano 
la speranza, il timore, la sicurezza, la disperazione, il gaudio 
ed il rimordimento dellajcoscienza. È la speranza un incostante 
sentimento di letizia prodotto dall’imagine di una cosa futura 
o preterita del cui successo vassi tuttora dubitando ; al contrario 
è il timore un’incostante tristezza cagionata aneli’ essa dalla 
dubbiosa ed alternante rappresentazione di un avvenimento fu- 
turo. Tolta in quei sentimenti la dubitanza cambierassi la 
speranza in sicurezza e si rivolgerà il timore in disperazione, 
venendo in tal modo effettivamente accertata la letizia o la 
tristezza cagionata dall’ imagine delle cose temute o sperate. 
La gioja consiste nel sentimento di letizia cagionato dall otte- 
nuta effettuazione di un avvenimento sperato di cui crasi pii- 
mamente dubitato ; e finalmente il rimordimento della coscienza 
è un sentimento di tristezza opposto al gaudio. 

Proposizione XIX. L’ uomo si contrista allorché si rappre- 
senta la distruzione di un oggetto amato, e si rallegra quando 
è accertato della conservazione di esso. 

Dimostrazione. La mente si sforza a tutto suo potere di 
rappresentarsi quelle cose che accréscono o favoriscono la 
potenza operativa del corpo (propos. 12 parte III) cioè 
(scolio della medesima propos.) quelle che ricordano le cose 
amate. L’ imaginazione viene favorita da quelle rappresen- 
tazioni che affermano l’ esistenza del proposto oggetto, ed 
al contrario è ristretta od impedita da quelle che ne esclu- 
dono 1 * esistenza (propos. 17* parte II). Dunque le rappre- 
sentazioni di quelle cose che affermano l’esistenza della cosa 
amata favoriscono lo sforzo della mente diretto a figurarsi 
quelle rappresentazioni; in altri termini (scolio propos. 11“ 
parte III), esse producono nella mente un sentimento di le- 
tizia, mentre al contrario quelle imagini che escludono tale 
esistenza indeboliscono l’azione della mente, ed introdu- 


DEI SENTIMENTI. 


147 


cono in essa (scolio medesimo) un sentimento di tristezza. 
Di tal guisa sarà contristata la mente quando si rappresen- 
terà la distruzione della cosa amata. C. V. D. 

Proposizioni XX. Si allegrerà colui che si figura la di- 
sparitone di una cosa odiosa. 

Dimostrazioni:. La mente (propos. 13* parte III) si ado- 
pera a tutta possa per rappresentarsi ciò che toglie od esclude 
l' esistenza delle cose che affievoliscono od inciampano la 
potenza operativa del corpo , cioè (scolio della medesima 
proposizione) ella dispiega ogni sforzo per rimuovere dal pen- 
siero !’ esistenza delle cose da lei odiate. Laonde l’ imagine 
che esclude i’ esistenza della cosa avversata favorisce quello 
sforzo della mente (scolio propos. ii* parte III) e le ca- 
giona un sentimento di letizia. Dunque verrà ad allegrarsi 
colui che si rappresenterà la distruzione di una cosa odiata. 
C. D. V. 

Proposizione XXL Colui che si rappresenta l’oggetto amato 
in istato di letizia o di tristezza risentirà anch’egli letizia o 
tristezza, e quindi nel subbietto amante saranno entrambi quei 
sentimenti maggiori o minori, secondo l’intensità di essi nel- 
l’oggetto amato. 

Dimostrazione. Le imagini delle cose (come lo abbiamo 
dimostrato per la propos. 19“ parte III) che suppongono resi- 
stenza dell’oggetto amato, favoriscono lo sforzo per cui la 
mente procura di rappresentarselo. La letizia afferma 1 ’ esi- 
stenza dell’oggetto amato, tanto più vivamente quanto è 
maggiore P affetto , avvegnaché è quel sentimento (scolio 
propos. 11* parte III) un veicolo che ci conduce a maggior 
perfezione. Adunque il raffigurarsi la letizia dell’oggetto amato 
favorisce nell’ amante lo sforzo della mente , cioè (scolio 
propos. 11” parte III) infonde in lui un sentimento di le- 
tizia tanto piu vivace, quanto l’impressione corrispondente 
si sarà dimostrata con maggiore vivezza nella cosa amata, e 
ciò si riferisce alla prima parte della proposizione. Di poi 


DELL' ETICA — PARTE III. 


148 

venendo una còsa amata a risentire tristezza , si sforza la 
mente ad allontanare la rattristante imagine, e ciò tanto piò, 
quanto sari maggiore quella tristezza (pel medesimo scolio 
propos. u n parte III). Laonde (propos 19“ parte III) colui 
che si rappresenteri in istato di tristezza l’oggetto amato ne 
risentirà tosto un sentimento consimile, e ciò tanto più for- 
temente quanto sarà piò gagliardo il suo affetto. C. V. D. 

Proposizione XXII. Venendo a rappresentarci una persona 
che arrechi letizia all’oggetto da noi amato , proveremo al suo 
riguardo un sentimento di affettuosa lenvoglien^a , ed al con- 
trario imaginando essere qualcuno cagione di tristezza all’ og- 
getto amato, quegli ci verrà in odio. 

Dimostrazione. Colui, che reca letizia o tristezza all’ og- 
getto da noi amato, ci comunica i medesimi sentimenti quando 
ci figuriamo la letizia o la tristezza della persona amata (pro- 
pos. precedente.) Quei sentimenti sono supposti essere da noi 
risentiti per l’effetto di una cagione esteriore; dunque (scolio 
propos. 13“ parte III) rappresentandoci essere qualcuno au- 
tore della letizia o della tristezza della persona amata , ri- 
sentiremo a di lui riguardo un’impressione di odio o di amore. 
C. V. D. 

Scolio. La proposizione 2r“ ci dimostra in che consista 
la commiserazione, il qual sentimento può essere da noi defi- 
nito : la tristezza prodotta dalla considerazione di un danno ac- 
caduto ad altri. Però non saprei qual nome speciale attri- 
buire a quella letizia eccitata dalla considerazione di un altrui 
vantaggio. Nomineremo favore il sentimento ispirato da chi 
ha beneficato una persona a noi cara , ed all’ incontro quel- 
l’iroso sentimento provocato in noi da un atto nocivo a quel- 
l’oggetto riceverà il nome di indignazione. E finalmente vuoisi 
avvertire che non si restringe la nostra commiserazione al 
solo rispetto delle persone da noi particolarmente amate (il 
quale sentimento venne considerato nella precedente propo- 
sizione 2 ri') ; egli comprende altresì quei rispetti che si ri- 


DEI SENTIMENTI. 


<49 

feriscono a persone verso le qu;ili non risentiamo veruna spe- 
ciale predilezione, purché sieno da noi considerate quali no- 
stri simili (e ciò verri da noi più avanti dimostrato); perciò 
viene da noi favorito chi beneficò il nostro simile ed avuto 
in disdegno chi gli ha recato nocumento. 

Proposizione XXIII. Si allegrerà ritorno nel rappresen- 
tarsi la triste^a di una persona odiala , ed al contrario si con- 
tristerà figurandosela lieta e giuliva , e cotali impressioni sa- 
ranno piu gagliarde o piu miti secondo il grado maggiore o 
minore dell’amore o dell’odio risentiti. 

Dimostrazione. L’ imagine di una persona odiata viene 
respinta e distrutta dalla nostra imaginazione in modo tanto 
più risoluto quanto é maggiore la tristezza di cui ci è ca- 
gione (scolio propos. ri 8 parte III). Adunque l’uomo risen- 
tir.! letizia (proposiz. 20' 1 parte III) nel rappresentarsi la 
tristezza dell’inimico, e quella sari tanto più viva quanto sarà 
in lui maggiore quel sentimento; c ciò si riferisce al primo 
punto della proposizione. Passando alla Seconda Parte, la le- 
tizia pone cd afferma altresì l’esistenza della persona impressa 
di letizia, e ciò tanto più vivamente quanto ò maggiore la 
Pensata letizia (scolio medesimo della propos. 11" parte III). 
Rappresentandosi alcuno la letizia di una persona odiosa, co- 
tale imagine restringerà la potenza del suo conato (propo- 
sizione 15* parte III), il che significa, essere affetto di un 
sentimento di tristezza colui che (propos. ri a parte III) 
sente l’impressione dell’odio, ecc. C. F. D. 

Scolio. Cotale letizia non può essere concepita qual sen- 
timento saldo e fermo esente dal travaglio dell’animo. Im- 
perocché (siccome sarò tosto a dimostrarlo nella propos 2 ~‘ 
d. questa parte) quando I’ uomo si rappresenta contristato 
UU SUO s,nille deve risentirne del pari il doloroso contrac- 
colpo e succederà il sentimento contrario quando se lo fi- 
gurerà affetto dell’ impressione di letizia. Ma qui viene da 
noi considerato unicamente il sentimento di odio. 


150 


DELL'ETICA — PARTE HI. 


Proposizione XXIV. Quando ci rappresentiamo qualcuno 
cagionare letizia ad una persona odiata viene and/ egli ad 
esserci odioso. Ove al contrario ce lo figuriamo esserle cagione 
di triste^a ci sentiamo per lui amorevolmente disposti. 

Dimostrazione. Si dimostra in modo conforme ai ragio- 
namenti dichiarati nella proposizione 22 a cui sarà d’uopo ri- 
leggere. 

Scolio. Questi sentimenti ed altri consimili hanno per 
naturale principio il sentimento di odio che dispone 1 ‘ uomo 
a rallegrarsi del male altrui ed a rattristarsi del suo bene. 

Proposizione XXV. È perpetua tendenza dell’ nomo di 
rappresentarsi ed aver per vere le cose atte a procurare letizia 
a si 1 ed alla persona amata , ed a respingere e negare quanto 
possa esser ad essi cagione di tristezza. 

Dimostrazione. Nel figurarci la persona amata qual com- 
presa di letizia o di tristezza veniamo ad essere partecipi 
della medesima disposizione (propos. 2i a parte III), in al- 
lora la mente si affatica a rappresentarsi ciò che le reca le- 
tizia (propos. 17® parte II e suo corollario) , rigettando al 
contrario quelle imagini che la possono rattristare (propo- 
sizione 13* parte III); dunque è l’uomo disposto ad acco- 
gliere quanto possa recare letizia a sé ed alla persona amata, 
ed all’opposto a respingere ogni contraria figurazione. C. V. D. 

Proposizione XXVI. Siamo naturalmente disposti a credere 
ed affermare quelle cose che possono recare tristezza alla per- 
sona da noi odiata, ed a rifiutare credenza a quelle che la 
possano rallegrare. 

Dimostrazione. Consegue questa proposizione dalla pro- 
posizione 23®, siccome la precedente risulta dalla proposi- 
zione 21“ di questa parte. 

Scolio. Vediamo pei precedenti discorsi di qual maniera 
venga l’ uomo condotto a giudicare di sè e delle persone 
amate troppo favorevolmente ed oltre alle reali loro condi- 
zioni, nonché ad apprezzare al di sotto del loro merito le 


DEI SENTIMENTI. 


1)1 


rlip irli sono odiose. È superbia quell’ illusione per 
persone cne * r 1 , 

la quale l’uomo presume troppo altamente di sè, ed essa 
, yna f or ma di deliramento per la quale 1’ uomo viene a 
sognare con ocelli aperti che si estenda la sua potenza al- 
l’ intiero campo delle sue fantasticazioni, la quale imaginana 
potenza è da lui avuta qual reale ed effettiva, ed egli ne 
esulta per tutto quel tempo ove non gli occorrono quelle 
imaginazioni che possano contraddire il suo sentimento e 
che°gli dimostrano i veri limiti del suo potere. È dunque la 
superbia un sentimento di letizia prodotto dall eccessiva stima 
di si medesimo. Dimandasi inconsiderata estimazione quel sen- 
timento di letizia prodotto dal giudizio troppo favorevolmente 
ed oltre ai giusti limiti concepito delle qualità di qualcuno, ed 
l disdegno o disprezzo l’ingiusto ed insufficiente apprezzamento 
dei meriti altrui. 

Proposizione XXVII. Allorquando un nostro simile che et 
} indifferente viene a ricevere una qualche impressione siamo 
condotti a provare un analogo sentimento. 

Dimostrazione. Le imagini delle cose sono impressioni 
del corpo umano, le idee delle quali ci rappresentano i corpi 
esteriori (scolio propos. 17" parte II), e (propos. 16“ parte II), 
quelle idee involgono insicmemente la natura del nostro 
corpo e la natura presente del corpo esteriore. Perciò se la 
natura di un corpo esteriore rassomiglia a quella del nostro 
corpo, tosto l’idea del corpo esteriore da noi imaginato in- 
volgeri per l’ avuta conformità un’ eguale disposizione del 
nostro corpo, e per conseguenza nel figurarci un nostro si- 
mile qual affetto da una qualche impressione, quella figura- 
zione medesima esprimerà la nostra partecipanza all’ impres- 
sione avuta dal nostro simile. Dunque nel rappresentarci 
l’ impressione del nostro simile veniamo noi pure a risen- 
tirne una simigliarne. Ma quando quel nostro simile e da 
noi avuto in odio risentiamo un’impressione diversa ed op- 
posta (propos. 23“ parte III) a quella da lui sentita. C. V. D. 


*5 2 DELL’ETICA PARTE UL 


Scolio. Cotale imitazione degli affetti, allorquando si ri- 
ferisce ad un sentimento di tristezza, appellasi commiserazione 
(circa alla quale vedi lo scolio propos. 22 a di questa Parte) 
e prende il nome di emulazione allorché ha riguardo ad un 
colia, pimento suscitato in noi per la rappresentazione di un 
nostro simile che agogni al medesimo fine da noi propostoci. 

Corollario I. Rappresentandoci un nostro simile a noi 
indifferente recar altrui letizia ci sentiamo disposti ad amarlo, 
ed avremo in odio la persona cui ci figuriamo esser cagione 
dell’ altrui tristezza. 

Dimostrazione. Ciò si dimostra per la proposizione pre- 
cedente, siccome la propos. 22“ per la propos. 21". 

Corollàrio II. La persona da noi commiserata non può 
inspirarci odio, poiché la sua miseria ci è cagione di tri- 
stezza. 

Dimostrazione. Imperocché se 1’ avessimo in odio vcr- 
remmo ad allegrarci della sua tristezza (prop. 25“ parte III), 
il che sarebbe contrario alla proposta ipotesi. 

Corollario III. Saremo disposti ad efficacemente ado- 
perarci affine di sollevare dall’afflizione la persona da noi 
commiscrata. 

Dimostrazione. Il fatto che rattrista una persona da noi 
commiscrata promuove in noi un consimile sentimento (pro- 
posizione precedente), laonde saremo disposti a rappresen- 
tarci quelle circostanze che possono togliere 1’ esistenza di 
quella cagione di tristezza, ossia assiduamente procureremo - 
di rappresentarcene l’annientamento (propos. 13» parte III), 
vale a dire (scolio propos. 9“ parte III) ci sentiremo incli- 
nati, a togliere quella cagione , e ci sforzeremo di sollevare 
dall’ afflizione la compianta persona! C. V. D. 

Scolio II. Cotale voglia di beneficare, prodotta dalla 
brama di sovvenire alle persone da noi compassionate , ap- 
pellasi henvogì tenia, ed essa consiste nel desiderio inspirato 
da commiserazione. Però egli è d’uopo ricorrere allo scolio 


DEI SENT 'MENTI, 


ut 

della proposizione 22" parte III circa all’amore od all’odio 
verso coloro che hanno beneficato o danneggiato il nostro 
simile. 

Proposizione XXYIII. L, uomo procura di filtrarsi quegli 
avvenimenti atti a letificarlo, ed al contrario si adopera ef- 
ficacemente a rimuovere e ad annientare quelle rappresenta- 
zioni che lo rattristerebbero J 

DiMOSTRAZioNE.rQuelle cose cui ci figuriamo esserci ca- 
gione di letizia (propos. 12" parte IH) vengono da noi as- 
siduamente imaginate Je ce le rappresentiamo (propos. 17" 
parte II) quali oggetti reali ed effettivi. Ma lo sforzo della 
mente e la sua potenza cogitativa corrispondono in modo 
eguale e simultaneo colio slorzo del corpo e colla potenza 
operativa di esso (siccome chiaramente risulta dal corollario 
della propos. 7“ e dal corollario della propos. 11* parte II). 
Adunque 1 ’ uomo procura a tutta possa di effettuare il bra- 
mato avvenimento, vale a dire (ciò che è una cosa istessa 
per lo scolio della propos. 9* di questa parte) di vivamente 
rappresentarselo, e ciò ha riguardo alla prima parte della 
proposizione. Quindi ci rallegreremo col figurarci la distru- 
zione dell’oggetto da noi reputato cagione di tristezza, cioè 
dell’oggetto odiato, perciò siamo disposti a procurarne l’an- 
nientamento; in altri termini, ci sforzeremo di rimuoverlo 
dal pensiero e di non più rappresentarcelo, e ciò si riferisce 
alla seconda parte della proposizione. Adunque tuttociò che 
ci conduce a letizia ecc. C. V. D. 

Proposizione XXIX. Siamo disposti a rivolgere ogni nostro 
sforzo per eseguire le azioni tenute da altrui prenunzii di leti- 
zia *, ed al contrario saranno da noi avversate quelle opera- 
zioni che ci figuriamo essere agli uomini ripugnanti ed odiose. 

Dimostrazione. Col rappresentarci una qualche cosa amata 
od avuta in odio dagli uomini (propos. 27“ di questa parte) 

* Con ciò si riferisce .ad uomini liberi di ogni particolare affezione. 


l)r Spinoza. — Dt ' lVKlfca . 


20 


'54 


DELL’ETICA — PARTE UT. 


verremo ad amarla o ad avversarla ; laonde ( per la prece- 
dente proposizione) procureremo di operare quelle cose cui 
ci figuriamo essere amate dagli uomini e da essi favorevol- 
mente ricevute. C. V. D. 

Scolio. Quello sforzo di operare un’azione o di astener- 
sene in vista di compiacere agli uomini viene detta ambi- 
zione, particolarmente quando procuriamo di piegarci al tutto 
ai voleri del volgo anche col nostro o coll’ altrui discapito; 
negli altri casi quel sentimento di arrendevolezza inerita il 
nome di umanità. Di poi quel sentimento di soddisfazione 
cagionato da un’azione altrui cui ci rappresentiamo qual utile 
o piacevole è da me chiamata lode, mentre al contrario do 
il nome di vituperio all’ affetto promosso da un’ azione dan- 
nosa ed invisa. 

Proposizione XXX!~/lIlorqnando qualcuno viene ad operare 
una cosa ch’egli si figura qual cagione dell’ altrui letizia, ne 
proverà un sentimento di letizia congiunto coll’ idea dell’essere 
la propria persona cagione di quella letizia , vale a dire egli 
rimirerà sé medesimo con un senso di letizia; quando al con- 
trario si rappresenterà una propria afone qual cagione del- 
V altrui triste^a , riguarderà la propria persona con un senti- 
mento di biasimo e di tristezza. 

Dimostrazione. Colui che saprà di avere cagionato altrui 
letizia o tristezza (proposiz. parte III) proverà anch’egli 
un consimile sentimento. Per essere l’uomo conscio di sè 
per le affezioni che lo hanno determinato ad operare, quegli 
che avrà eseguito azioni cui si figurerà essere altrui giove- 
voli, risentirà un impressione di letizia accompagnata dall’idea 
della propria persona qual cagione della prodotta utilità, e 
ne proverà un lieto compiacimento, mentre al contrario ecc. 
C. V. D. 

Scolio. Per essere l’amore un sentimento di letizia (sco- 
lio propos. 1 3 l , parte III) accompagnato dall’idea di una 
cagione esteriore , e 1 odio un senso di tristezza parimenti 


DEI SENTIMENTI. 


>55 


accompagnato dall’idea di una cagione esteriore, saranno ambo 
quei sentimenti forme dell’ amore e dell’ odio. Riferendosi 
]’ amore e l’ odio ad oggetti esteriori, saranno quegli affetti 
da noi significati con nomi particolari; vale a dire la letizia 
accompagnata dall’ idea di una causa esteriore appcllerassi 
gloriti o vanto borioso, ed il senso di tristezza accompagnato 
del pari dall’ idea di una cagione esteriore avr;\ il nome di 
pudore o di vergognosa rattenutezza. Qui debbesi intendere 
clic si producano quei sentimenti di letizia o di tristezza al- 
lorché l’uomo crede di esser lodato o vituperato. Chiamerò 
acquiescenza il compiacimento inspirato dalle proprie azioni, 
c darò il nome di pentimento all’ affetto contrario prodotto 
da un’impressione di tristezza. Può eziandio avvenire che sia 
(coroll. propos. iy a parte II) al tutto imaginaria la letizia 
di cui 1’ uomo si reputa esser cagione ad altrui , perchè in 
seguito della naturale disposizione dell’ uomo a magnificare 
le proprie azioni (propos. 25“ di questa parte) succede di 
leggieri che il glorioso divenga superbo, e ch’egli si infinga 
di riuscir grato ad ognuno, quando egli è a tutti molesto ed 
istucchevole. 

Proposizione XXXI. AUorchl ci figuriamo essere da altri 
amato, concupito od odiato un oggetto da noi amato, concupito 
od avuto in odio , verrà in noi raffermato il sentimento avuto 
verso quell’oggetto medesimo; ma quando ci figuriamo essere altri 
disposti verso quell’ oggetto in modo opposto 0 diverso dal pro- 
prio nostro sentire , rimarrà irresoluta ed ondeggiante la nostra 
disposizione verso quell’oggetto medesimo. 

Dimostrazione. La sola credenza che sia amato da qual- 
cuno un qualsiasi oggetto, ci dispone ad avere a suo ri- 
guardo un sentimento di amore (propos. 27“ parte III). E 
supponendo essere da noi amato un dato oggetto per pro- 
prio nostro impulso, allora viene il consenso altrui ad ac- 
crescere il nostro amore e ad aggiungergli fermezza. Del 
pari saranno in noi rinforzati per consenso altrui i sensi di 


i 5 6 


DELL’ETICA — PARTE ITI. 


malvoglienza e di odio da noi provati (per la medesima pro- 
posizione). E supponendo clic persista il sentimento di amore 
nonostante 1’ altrui opposizione , saremo spinti al medesimo 
tempo da due movimenti contrarii di amore e di avversione 
(scolio proposiz. 17“ parte III), e si troverà il nostro animo 
fluttuante ed irresoluto in mezzo ad affetti contrastanti 
C. V. D. 

Corollario. Quindi, come eziandio dalla proposiz. 28“ 
di questa parte, consegue esser 1’ uomo naturalmente incli- 
nato a comunicare per quanto egli possa ad altri gli affetti 
di amore o di odio da lui sentiti verso una data persona , 
donde i versi del poeta : 

« Amanti, ci sono comuni le sperante ed i timori ed t 1 ferreo 
» il cuore che non tralascia di amare ciò che i dall’ altro 
» ributtato. » 

Scolio. Cotale viva ed assidua disposizione dell’ uomo a 
volere che altri venga a partecipare ai propri sentimenti di 
amore e di avversione è realmente ambi-ione (scolio pro- 
posiz. 29' 1 parte III) ; laonde vediamo essere ciascuno na- 
turalmente disposto a volere che vivano gli altri alla norma 
del di lui ingegno, abbenchè sia cosa manifesta che, se tutti 
vivessero di egual maniera, riuscirebbero gli uni agli altri di 
gì ave impedimento, ed in tal guisa col voler ottenere le 
lodi dell’universale, l’uomo ad altro non riesce se nonché 
a fomentare i contrasti e le inimicizie. 

Proposizione XXXII. Allorquando V uomo si figura essere 
da qualcuno goduta una cosa la quale non può essere posseduta 
se non che da un solo, procurerà con ogni sformo di opporsi a 
quella esclusiva possessione. 

Dimostrazione. Perciò solo che ci rappresentiamo essere 
goduta da qualcuno una cosa (proposiz. 27"- parte III e suo 
primo corollario) saremo disposti a procacciarcene il godi- 
mento e (conforme alla proposta ipotesi) verremo a voler 
opporci a quella letizia goduta dii posseditore, c (proposi- 


Olir SENTIMENTI. 


157 


zinne 28* parte III) saremo .disposti a contrastargliene la 
padronanza. C. V. D. 

Scoino. Vediamo di tal guisa come la natura disponga gli 
uomini ad un tempo istesso ed a commiscrare gli afflitti ed 
i disgraziati , e ad invidiare i prosperi e gli avventurati , e 
ci<’> (per la proposiz. precedente) con tanto maggior impeto 
quanto ci figuriamo maggiori i vantaggi da noi ambiti. Quindi 
vediamo risultare dalla propria condizione dell’umana natura, 
che se essa dispone gli uomini ad essere misericordiosi , li 
rivolge egualmente all’ invidia ed all’ambizione. Osserviamo 
finalmente essere cotale disposizione ogni giorno confermata 
dall’esperienza , e ciò ci appare chiaramente quando ricor- 
diamo i primi anni della nostra vita. Imperocché ci dimostra 
l’esperienza che i fanciulli il cui corpo rimane di continuo come 
in equilibrio, sono mossi al riso od al pianto allorché vedono 
altri ridere o piangere; nonché gli vediamo sempre pronti 
ad imitare le altrui operazioni, siccome eziando a concepire 
tostamente quelle cose cui vedono recare ad altri diletto ; 
pertanto egli ò d’uopo ricordare, siccome lo abbiamo dimo- 
strato , essere le imagini delle cose che si affacciano alla 
niente altrettante disposizioni del corpo; ossia significare 
desse le modificazioni pelle quali il corpo riceve le impres- 
sioni delle cause esteriori che lo determinano ad eseguire 
tali o tali operazioni. 

Proposizione XXXIII. Allorquando auliamo .un oggetto a 
noi simili sì rivolgo ogni nostro sfurio a procurare, che sia da 
esso contraccambiato il nostro sentimento. 

Dimostrazione. Procuriamo a tutta possa di rappresen- 
tarci la persona amata di preferenza ad ogni altro oggetto 
(proposiz. 12" parte III). Adunque trattandosi di un oggetto 
a noi simile procureremo di essergli ca r ione di una letizia 
(proposiz. 29 ' parte III) accompagnata dall’idea della propria 
nostra persona, il che vale a dire (scolio prop. r; n parte III) 
Procureremo che desso corrisponda al nostro sentimento. 


dell’etica — PARTE III. 


15» 

Proposizione XXXIV. Quanto é più vivo il sentimento cui 
imaginiamo sussistere a nostro riguardo nella persona amata , 
tanto più viene accresciuto il glorioso compiacimento da noi 
sentito. 

Dimostrazione. Tende ogni nostro sforzo ad ottenere per 
quanto possiamo (proposiz. precedente) dall’ oggetto amato 
la corrispondenza del nostro affetto, vale a dire (scolio 
proposiz. 13 0 parte III) è nostro intento che l’oggetto amato 
risenta un’impressione di letizia accompagnata dall’idea della 
nostra persona) Di tal guisa più ci rappresentiamo accre- 
sciuta la letizia da noi prodotta sulla persona amata , più 
viene a dispiegarsi a quel riguardo il nostro sforzo (pro- 
posiz. ii“ e scolio parte III) ed aumentasi la nostra letizia, 
e più sarà viva quella letizia, più altamente sarà da noi va- 
lutato il proprio nostro merito (proposiz. 30* parte III). 
Dunque col rappresentarci maggiore l’affetto da noi ispirato 
più ne saremo rallegrati, e verrà accresciuta (scolio pro- 
posiz. 30®) al proprio nostro riguardo la gloriosa compia- 
cenza. C. V. D. 

Proposizione XXXV. Allorché V uomo si rappresenta la 
persona amata di cui possedeva solo l’affetto , stretta verso altri 
di eguale 0 maggiore vincolo affettuoso, sarà mosso da odio 
verso di essa ed invidierà colui che gli viene anteposto. 

Dimostrazione. Più vivo si rappresenterà l’ uomo l’ af- 
fetto da lui inspirato alla persona amata, sarà maggiore in 
lui la sua gloriosa compiacenza (proposiz. precedente) e 
(scolio proposiz. 30® parte III) l’ avutane letizia ; perciò 
(proposiz. 28® parte III) egli sarà naturalmente disposto a 
rappresentarsi più stretti -i vincoli che a lui congiungono la 
prediletta persona, e quel sentimento sarà vieppiù favorito 
e fomentato allorquando egli si figurerà essere da altri con- 
cupito l’oggetto de) suo amore (proposiz. 31“ parte III). 
Lo sforzo dispiegato ed il concupimcnto sentito verso la 
persona amata sarà indebolito e ristretto nell’ uomo allor- 


DEI SEMTIMENTI. 


r 59 


q uan Jo «li si affaccierà alla volta l’ imagine di quella per- 
sona e quella del suo competitore : dunque (scolio pro- 
posi/. li® parte ITI) egli sarà compreso di tristezza accom- 
pagnata dall’ idea dell’ oggetto amato qual cagione del suo 
dolore, e si rappresenterà insiememente Pimagine del com- 
petitore ; quindi (scolio proposiz. ip parte III) avrà in odio 
la cosa amata, ed a quel sentimento si aggiungerà avversione 
pel sorvenuto rivale (corollario proposiz. 15* parte III) 
di cui egli invidierà la gioia (proposiz. 25” parte III) del- 
l’ ottenuto amore. C. V. D. 

Scolio. Chiamasi \Gelosia quel sentimento composto di 
Amore e di Invidia il quale produce nell’animo una fluttua- 
zione cagionata dai due contrastanti impulsi di amore c di 
odio ai quali si aggiunge l’ imagine della persona invidiata. 
Si accrescerà l’odio verso la persona amata in ragione della 
letizia provata dal geloso nel tempo ove soleva esser reci- 
proco l’affetto, e sarà fomentato eziandio quando questi si 
rappresenterà l’amore portato dalla sua prediletta ad un’altra 
persona. Imperocché il suo odio verso colui si riverserà 
anche sulla persona amata allorché gli sovverrà l’ imagine 
della letizia cagionata da essa all’ odiato competitore (pro- 
posiz. 24“ parte III), ed accrescerassi in lui il livore quando 
(corollario proposiz. ij a parte III) si rappresenterà quella 
femmina congiunta al rivale nella forma consueta degli amo- 
rosi trattenimenti , ed in tal guisa egli si figurerà quella 
femmina abbandonarsi alle altrui voglie, e sarà contristato 
non solamente per esserne impedito il conseguimento delle 
proprie brame, ma eziandio si accrescerà la sua indegnazione 
rappresentandosi quella femmina turpemente contaminata per 
atti vergognosi ed osceni, e gli riuscirà pur dolorosa la pri- 
vazione delle grate accoglienze a cui era costumato, e come 
saremo tosto a dimostrarlo se ne accrescerà il suo cor- 
doglio. 

Proposizione XXXVI. Ricordando ruotilo il diletto da lui 


DELL' ETICA — PARTE III. 


160 


ima valiti provalo, brama ili rinnovarlo coll ■ medesime, circo- 
stante che accompagnavano primamente il sentito piacere. 

Dimostrazioni-. Futte le cose che accompagnavano un’ sen- 
tito diletto saranno all’uomo per accidente ed indirettamente 
cagione di letizia (proposiz. ij ' 1 parte III) ed egli (prò- 
posiz. 28 ' parte III) bramerà di rinvenirle insieme alla per- 
sona che lo ha dilettato, cioè bramerà il possedimento del- 
] oggetto amato in mezzo alle circostanze medesime che 
accompagnavano il primo suo piacere. C. V. D. 

Corollario. Di tal maniera si contristerà l’amante allorché 
riconoscerà mancargli una delle anzidette circostanze. 

Dimostrazione. ' Imperocché accorgendosi che gii difetta 
una di quelle circostanze, gli sovverrà tosto un’idea che 
rende incompleta F imagine della cosa amata. Portandolo il 
suo amore a rappresentarsi 1’ oggetto amato accompagnato 
da quelle circostanze (proposiz. precedente) verrà a rattri- 
starsi (proposiz. 19' 1 parte III), accorgendosi della mancanza 
di una di esse. C. F. D. jj 

Scolio. Cotale sentimento di tristezza prodotto dall’ al- 
lontanamento di una cosa amata appellasi desiderio. 

Proposizione XXXYII. Il concupimento ossia la tristezza 0 
la letizia cagionate da odio 0 da amore, I pili 0 meno vigoroso 
in ragione dell’ intensità dell’ affetto che lo ha promosso. 

Dimostrazione. La tristezza scema o restringe (scolio 
proposiz. ir' parte III) la potenza operativa dell’uomo, 
cioè (proposiz. 27“ parte III) essa affievolisce ed impedisce 
l’ esercizio di quella forza dispiegata dall’ uomo affine di 
perseverare nel suo essere ; laonde (proposiz. 5“ parte III) 
una tale disposizione contrasta a quello sforzo, perciò l’uomo 
compreso da tristezza procura a tutta possa di rimuoverla 
e di liberarsene. E viene di necessità (per la definizione 
della tristezza) che l’ uomo si sforzi di rimuovere quella 
tristezza con un’energia proporzionata all’intensità di quel 
sentimento ; dunque più sarà grave la tristezza più si sfor- 


4 


DE] SENTIMENTI. 


1 6 1 

zeri l’uomo di rimuoverla e discacciarla, cioè (scolio pro- 
posi. 9“ parte III) si accrescerà in lui la brama di liberar- 
sene. Laonde (scolio medesimo della proposiz. u a parte III) 
siccome la letizia accresce e favorisce la potenza operativa 
dell’ uomo, sarà facile di dimostrare, per gli argomenti me- 
desimi, che 1’ uomo animato da letizia nuli’ altro brami che 
di conservarla, e sari in lui tanto più viva quella brama , 
quanto è più intensa la letizia da lui provata. Finalmente 
per essere l’odio e l’amore affezioni di letizia o di tristezza, 
ne risulta della medesima maniera che il conato, 1’ appe- 
tenza, il concupimento prodotti dall’odio 0 dall’amore saranno 
maggiori in ragione dell’intensità dell’uno o dell’altro di 
quei sentimenti. C. V. D. 

Proposizione XXXVIII. Allorchi incomincia V uomo ad 
avere in odio una persona da lui primamente amata, e quindi 
ritinge a distruggere l’ antico affetto, egli sarà condotto in una 
occasione medesima ad odiarla più veementemente che scegli non 
l’avesse giammai amata. 

Dimostrazione. Perciocché allorquando viene 1’ uomo ad 
avere in odio la persona amata, egli vede annientarsi in lui 
quei piacevoli sentimenti cui egli non avrebbe ottenuto senza 
il sentito amore. Avvegnaché è l’ amore un sentimento di 
letizia (scolio proposiz. 13* parte III) cui 1 ’ uomo procura 
a tutta possa di conservare (proposiz. 28 a parte III), perciò 
(vedi il medesimo scolio) egli si rappresenterà ogni ora la 
persona amata e ricercherà ogni occasione di procurarle 
letizia (proposiz. 21“ parte III), ed a ciò adoprerà cure 
tanto più attive ed assidue (proposiz. precedente) quanto è 
più forte il suo affetto, ricercando ogni mezzo di destare a 
suo riguardo un’amorevole corrispondenza (proposiz. 33“ 
parte TU). Ma succedendo l’odio agli amorevoli sentimenti 
(corollario proposiz. 13“ e proposiz. 23“) si dileguano le 
dolci impressioni del passato, ed in cotal guisa sentesi 1’ a- 
mante (scolio proposiz. 11“ parte III) invaso da una tristezza 
De Spinoza. — Dell'Etica. 21 


dell’etica — 


PARTE III. 


ì6 2 


tanto maggiore quanto era più intenso il suo affetto ; cioè, 
alla tristezza, cagione del subentrato sentimento di odio, si 
a gg* un ge la ricordanza del precedente affetto , ed in conse- 
guenza si accrescerà la sua tristezza ogniqualvolta si rap- 
presenterà la persona già amata , vale a dire (scolio pro- 
pose. 13“ parte III), sarà disposto verso di lei ad odioso 
sentimento, più che se egli non 1’ avesse giammai amata, e 
ciò tanto più quanto sarà stato maggiore il suo affetto. 
C» ^ » J5» 

. Prop ° ( SIZI °ne XXXIX. L’ uomo che ha in odio qualcuno , 
ricercherà in ogni occorrala di danneggiarlo allorquando non 
sarà rattenuto dalla tema di recare a sé medesimo un qualche 
nocumento , ed all’incontro egli cercherà per la legge medesima 
ogni occasione di giovare e di beneficare la persona amata. 

. DlMOS TRAZiONE. L’avere qualcuno in odio (scolio propo- 
sizione 13* parte III) egli è rappresentarselo qual cagione 
della propria tristezza; perciò (proposiz. 2S a parte III) colui 
che odia qualcuno si sforzerà di rimuoverlo o di annientarlo 
Ma sovvenendogli il pensiero ch’egli si esporrebbe ad un 
evento più triste, ossia (ciò che è una cosa medesima) la 
temenza di imbattersi in un male maggiore di quello pre- 
parato all’inimico (per la medesima proposiz. 28* parte III) 
tosto si risolverà a desistere dalla meditata impresa, e sarà 
tanto più disposto a quella rinunzia (proposiz. 37“ parte III) 
quanto riuscirà più grave ed arrischiato il meditato progetto- 
e ciò si riferisce alla prima parte della proposizione. Pro- 
cede di siimi maniera la dimostrazione della Seconda Parte. 
Dunque colui che ha in odio ecc. C. V. D. 

Scolio. Qui intendo per bene ogni genere di letizia ed ogni 
mezzo che conduce a conseguirla, principalmente ciò che 
compie ed appaga un qualsiasi concupimento ; ed è da me 
denominato male ogni genere di tristezza e principalmente 
ciò che viene a frustrarci dall’ ottenimento della cosa desi- 
derata. Abbiamo mostrato in addietro (scolio proposiz. 9 « 


DEI SENTIMENTI 


ifir 

parte III) nou essere da noi concupita una cosa perchè la 
giudichiamo buona, ma al contrario essere da noi avuta per 
buona la cosa da noi concupita e per conseguenza giudi- 
chiamo cattiva la cosa, repugnante e da noi avversata. Perciò 
ciascuno giudica giusta il proprio talento e stima a quella 
stregua il bene , il male, il meglio, il peggio, V ottimo ed il 
pessimo. Di tal maniera 1 ’ avaro stima consistere il supremo 
bene nella possessione di una gran copia di pecunia, ed es- 
sere l’inopia il peggiore dei mali. Per l’ambizioso nulla è più 
pregevole della gloria, nulla più terribile della vergogna , e 
per l’invidioso non vi ha cosa più gioconda e piacevole che 
1 ’ altrui infelicità. Di tal guisa ciascuno giudica conforme al 
proprio affetto essere una qualche cosa buona o cattiva, utile 
o dannosa. Quel sentimento altresì pel quale 1 ’ uomo si de- 
cide a rigettare le cose da lui ambite e ad accettare quelle 
che a lui ripugnano viene chiamato timore , e consiste nella 
disposizione che lo determina ad eleggere un minor male 
futuro onde isfuggire ad un danno presente. (Vedi proposi- 
zione 2S a parte III.) Ma se il male temuto consiste in un""! 
pudibondo rossore riceve quella temenza il nome di vere- 
condia. Finalmente se la brama di sfuggire un male futuro 
viene contrastata dal timore di un altro male in tal modo 
che l’uomo non sappia più a qual partito appigliarsi, in allora 
la paura prende il nome di costernazione, principalmente 
quando sono massimi entrambi i minacciosi pericoli. 

Proposizione XL. Colui che si figura essere in odio a qual- 
cuno senza avergliene dato nessun motivo, verrà anch’egli pa- 
rimenti ad odiarlo.~l 

Dimostrazione. Quando l’uomo si figura essere l’obbietto 
dell’odio di qualcuno (proposiz. 27“ parte III) viene tosto 
(proposiz. 13“ parte III) ad avere verso quello un sentimento 
di tristezza accoppiato coll’ idea di una cagione esteriore. 
Qui viene supposto non aver egli dato a quella persona 
verun motivo di esserne odiato. Dunque dal sentirsi odiato 


i6.f 


Dr-;l [. ETICA 


TARTE III. 


da qualcuno risentirà tristezza accompagnata dall’ idea di 
colui che lo odia , e quindi (per lo scolio medesimo) sarà 
condotto a contraccambiare l’odioso sentimento ch’egli non 
aveva meritato. C. V. D. 

Scolio I. L’ uomo che si figurerà aver dato a qualcuno 
una giusta cagione di odio ne proverà un sentimento di 
vergogna (proposiz. 30* parte III e scolio), ma ciò (pro- 
posiz. 25* parte III) avviene ben di rado. Senza che, quella 
reciprocanza dell’odio può provenire altresì dalla persuasione 
che l’odio dell’inimico lo determini a portarsi verso di lui 
ad un’azione nociva (proposiz. 39® parte III). Quindi colui 
che si figura essere odiato da qualcuno se lo rappresenta 
qual disposto a danneggiarlo, ossia ad essergli cagione di 
tristezza ; laonde egli ne risentirà tristezza ovvero sarà colto 
da un’ impressione paurosa accompagnata dall’ idea dell’ ini- 
mico cagione del suo timore, cioè, come l’abbiamo detto di 
sopra, egli sarà condotto ad odiarlo. 

Corollario I. Colui che si crederà odiato da una persona 
amata, sarà combattuto alla volta dall’ odio e dall’ amore. 
Imperocché col figurarsi l’odio a lui portato, egli sarà dis- 
posto (proposiz. precedente) a corrispondere a quell’ odio 
con un consimile odioso sentimento. Ma (per l’ipotesi) egli 
persiste nondimeno nel suo amore e quindi contrasteranno 
in lui gli opposti sentimenti di odio e di amore]J 

Corollario II. Quando qualcuno si rappresenterà essere 
danneggiato da una persona fino allora rimastagli indifferente 
e divenutagli di poi inimica, si sforzerà tosto alla sua volta 
di esserle molesto e nocivo. 

Dimostrazione. Col rappresentarsi l’ odio portatogli da 
qualcuno, 1’ uomo sarà disposto ad odiare quel suo inimico 
(proposiz. precedente) e si sforzerà (proposiz. 26® parte III) 
di ricercare tutti i mezzi che possono recargli tristezza, e di 
rivolgerli contro di esso (proposizione 39* parte III). La 
prima cosa che gli sovverrà sarà la memoria delle ricevute 


DEI SENTIMENTI. 


l6) 

offese, quindi tostamente egli si sforzerà di renderne all’ini- 
mico il contraccambio. C. / . D. 

Scolio II. JLo sforzo dispiegato affine di danneggiare un 
inimico appellasi ira, ed è chiamata vendetta allorquando si 
riferisce alla brama di infliggere ad altrui un male che cor- 
risponda al danno sofferto. 

Proposizione XLI. Allorché l’uomo si figura di essere amato 
da una persona saiga avergliene dato particolare cagione , il 
che può succedere secondo il corollario della propostone i f 
e per la proposig. 16 * di questa parte, egli sarà disposto a cor- 
rispondere a quell’ affetto. 

Dimostrazione. La presente proposizione si dimostra alla 
medesima guisa della precedente di cui vuoisi rileggere anche 
Io scolio. 

Scolio I. Quando 1 ’ uomo, ciò che avviene di frequente , 
crede di aver dato una giusta cagione all’ amore promosso 
(proposiz. 30“ parte III e scolio), egli (proposiz. 25“ parte III) 
se ne inorgoglierà, ed abbiamo detto sorgere il sentimento 
contrario allorquando l’uomo si figura di essere odiato (scolio 
proposizione precedente). Laonde nasce un reciproco amore, 
e (proposizione 39* parte III) quello sforzo cui dispieghiamo 
per beneficare chi ci ama e giovare (per la stessa proposiz. 39* 
parte III) a chiunque ha procurato di favorirci chiamasi gra- 
gia o gratitudine. Ma avviene quasi sempre che 1 ’ uomo sia 
più disposto alla vendetta che alla riconoscenza. 

Corollario. Colui che si figura essere amato da una 
persona da lui avuta in odio, risentirà alla volta gli opposti 
sentimenti di odio e di amore. Il che si dimostra nella me- 
desima guisa usata nel corollario precedente. 

Scolio II. Prevalendo nell’uomo l’odioso sentimento verso 
la persona che gli porta amore, egli sarà condotto a mole- 
starla, e quel sentimento merita il nome di crudeltà, prin- 
cipalmente se l’ oggetto che lo ama non gli ha dato alcun 
motivo di odio. 


1 66 


DELL'ETICA — PARTE III. 


Proposizione XLII. Colui che ha beneficato altrui per amore 
o per speranza di gloria, si contristerà al vedere ricevuto con 
animo sconoscente il suo beneficio. 

Dimostrazione. Colui che ama un suo simile si sforza, 
per quanto egli possa, di ottenere il contraccambio del suo 
affetto (proposiz. 33® parte III). Dunque colui che benefica 
altrui per amore è mosso dal desiderio di esserne corrisposto, 
cioè (per la proposiz. 34* parte III) egli è condotto dalla 
speranza di ottenerne gloria, ossia letizia (prop. 30“ parte III). 
Perciò (per la proposizione 12“ parte III) egli sarà dispo- 
sto a rappresentarsi qual reale ed effettiva quella causa di 
glorificazione. Ma vuole la proposta ipotesi che gli sov- 
vengano altre rappresentazioni distruggitrici della sua per- 
suasione, e perciò egli ne sarà contristato. C. V. D. 

Proposizione XLIII.VL'od/'o si accresce per l’odio reciproco, 
e può dileguarsi quando subentra un sentimento di amorerj 

Dimostrazione. Allorquando si figura 1’ uomo di essere 
odiato da una persona da lui astiata (proposiz. 40* parte III), 
viene ad aggiungersi un odio novello a quello che era da 
lui primamente sentito. Ma col figurarsi essergli propensa la 
persona odiata (proposiz. 30“ parte III), succederà in lui un 
sentimento di letizia e quindi (proposiz. 29® parte III) pro- 
curerà di riuscire aggradevole a quella persona , e pertanto 
(proposiz. 40® parte III) si sforzerà di svellere il suo odio 
astenendosi da ogni atto che possa a quella cagionare tri- 
stezza, e la nuova sua disposizione sarà più o meno viva 
in ragione dell’intensità dell’originario affetto (proposiz. 37® 
parte III). Laonde se il nuovo sentimento supererà l’ odio 
primamente concepito, il quale lo disponeva a recar tristezza 
all’odiato oggetto, prevarrà quel sentimento affettuoso e verrà 
il suo odio a scomparire (proposiz. 2 < 5 ® parte III). C.V. D. 

Proposizione XLIV. Allorquando all' odio viene al tutto 1 
a subentrare V amore, Y affettuoso sentimento riesce più vivace 
che non lo sarebbe stato, se Y odio non lo avesse preceduto. 


DEI SENTIMENTI. 


167 


Dimostrazione. Procede 1 ’ argomentazione alla medesima 
cmisa clic nella proposiz. 38” di questa parte, imperciocché 
colui che incomincia ad amare una persona primamente 
odiata, ossia ch’egli soleva considerare con tristezza, si ral- 
legra del concepito amore e ne consegue un sentimento di 
letizia involuto in quell’amore (vedi la sua definizione nello 
scolio della proposiz. 13” di questa parte). A ciò viene anche 
ad aggiungersi che la provata soddisfazione ò determinata 
dallo sforzo diretto a rimuovere il sentimento di tristezza 
involuto nell’ odio) (siccome lo abbiamo dimostrato nella 
proposiz. 37* parte III), la quale disposizione viene anche 
ad essere favorita dall’ idea della persona dapprima odiata, 
e fatta al presente cagione di novella letizia. 

Scolio. Abbenchè sia naturale una simile disposizione, 
nondimeno nessun uomo si risolverà ad avere in odio una 
persona, cioè a procurarsi tristezza affine di godere di poi 
una maggiore letizia, vale a dire niuno bramerà d’incorrere 
in un qualche male per la speranza della maggior gioia ri- 
sentita quando ne fosse liberato, nè verun uomo desidererà di 
ammalarsi per la speranza delle dolcezze della convalescenza. 
Perchè il principale obbietto dell’attività umana è la conser- 
vazione del proprio essere e la brama di rimuovere ogni sen- 
timento di tristezza. Che se al contrario fosse possibile il 
pensare che l’uomo brami di odiare un suo simile per sentire 
di poi a di lui riguardo un affetto maggiore, egli sarà condotto 
ad averlo sempre in odio. Perchè se quanto più grave sa- 
rebbe stato 1’ odio, tanto maggiore dovesse essere il conse- 
guente amore , l’uomo desidererebbe sempre di accrescerlo, 
e per la ragione medesima vorrebbe ognor più grave ogni 
sua malattia all’ oggetto di maggiormente rallegrarsi di poi 
della ricuperata salute, procurando perciò di vieppiù aggra- 
vare il suo male, il che (per la proposiz 6 a di questa parte) 
è manifestamente assurdo. 

Proposizione XLV. L’ uomo nel figurarsi che qualcuno 


i68 


DELI’ ETICA — PARTE HI. 


abbia in odio una persona da lui prediletta verrà tostamente 
ad avversarlo^ S} 

Dimostrazioni^ Imperocché la persona amata sarà con- 
dotta ad avversare colui che le si è dichiarato inimico 
(proposiz. 40' 1 parte III). Perciò l’amante nel rappresentarsi 
la prediletta in preda all’ odio e quindi invasa da tristezza 
(scolio proposiz. 13“ parte III) se ne attristerà aneli’ egli 
(proposiz. 2i* parte III) considerando qual cagione della sua 
mestizia colui che porta odio alla sua amata, e quindi verrà 
anch’egli (scolio proposiz. 13* parte III) ad averlo per ini- 
mico. C. V. D. 

Proposizione XLVI. Se qualcuno avrà risentito letizia 0 
tristezza cagionata da un individuo di altra nazione 0 di 
altro ceto , gli sovverrà V imagine dell’offensore sotto il carat- 
tere generico della di lui nazione 0 del di lui ceto , e si tro- 
verà disposto a riversare il suo amore od il suo odio sovra 
tutti gli uomini che appartengono a quella nazione od a quel- 
/’ ordine sociale. 

Dimostrazione. Questa dimostrazione riesce manifesta per 
la proposiz. 1 6* di questa parte. 

Proposizione XLVII. L’ impressione di letizia da noi pro- 
vata nel sapere essere distrutto 0 provare discapito un oggetto 
del nostro odio , non é discompagnata da un sentimento di 
tristezza. 

Dimostrazione. Ciò risulta ad evidenza per la propos. 27* 
parte III. Non possiamo sfuggire ad un sentimento di tri- 
stezza in presenza dell’afflizione di un nostro simile. 

Scolio. Può dimostrarsi la presente propos. pel corollario 
della propos. 17* parte II. Avvegnacchè ogni qualvolta ci 
occorre alla memoria una cosa quantunque sprovveduta di 
un attuale esistenza, la sola sua rappresentazione ci procura 
un’impressione consimile. Perciò rimanendo ancor vivace la 
memoria di una cosa che lo ha contristato viene l’ uomo 
disposto alla tristezza, il qual sentimento in esso perseve- 


DEI SENTIMENTI. 


i 


rande viene combattuto da quelle circostanze che hanno 
distolto, ma non soppresso l’oggetto della sua tristezza. Però 
quelle circostanze non vengono talvolta ricordate, e quindi 
avviene che quella letizia prodotta dal male accaduto alla 
persona odiata, si rinnovella ogni qualvolta ce nc occorre 
la memoria. Perché, siccome lo abbiamo detto , quando ci 
figuriamo un oggetto, quella rappresentazione involgendo 
1* esistenza di esso, continua l’ uomo a considerarlo di egual 
maniera ed a provarne tristezza conforme al sentimento avuto 
durante la di lui effettiva esistenza. Ma siccome a quella 
figurata imagine tosto si congiunge l' impressione che esclude 
quell’esistenza, viene tosto repressa la rattristante disposi- 
zione, e P uomo di bel nuovo si rallegra, il che si rinnova 
ogni qualvolta succedono le medesime impressioni. Ed è 
questa la cagione che muove gli uomini a rallegrarsi ogni 
qualvolta sovvenga ad essi la ricordanza di un male passato 
ed a compiacersi nel narrare i pericoli da cui furono liberati. 
Imperocché, tosto che l’uomo ripensa all’ incorso pericolo, 
se lo rappresenta come se ne fosse attualmente minacciato, 
e rinnovellandosi in esso l’ impressione dell’ avuto timore, 
quel pauroso sentimento tosto si dilegua, c la memoria della 
liberazione gli restituisce la sicurezza c lo dispone di bel 
nuovo alla letizia. 

Proposìzione XLVIII. L’amore e l’odio concepiti, ad esem- 
pio, al riguardo di Pietro vengono a scomparire quando le im- 
pressioni di letizia o di triste %ga in essi involute si aggiungono 
all’idea di altra ragione, e perciò si indeboliscono quei sensi 
quando ci accorgiamo non essere Pietro 1 ’ unica Ragione delle 
i m press io n i r iccvule. 

Dimostrazione. Essa riesce evidente per la sola defini- 
zione deli’ amore e dell’ odio proposta nello scolio della 
propos. 13° di questa parte. Imperocché, l’amore producendo 
letizia c l’odio generando tristezza, per essere considerato 
Pietro qual cagione di quei sentimenti, viene a, lui attribuito 

Dk Spinosa. — Dell ' Elica . 2 1 


>7® 


DELL’-ETICA — PARTE Iti. 


l’effetto di essi ; e di tal guisa tolta in parte una cotale opi- 
nione, verrà quindi ad essere diminuito anche il sentimento 
concepito a riguardo di Pietro. 

Proposizione XLIX. L’amore e l’odio verso uh oggetto re- 
putato libero, datane dalle due parti eguale la cagione, deb- 
bono essere più intensi che se dipendessero dalla necessità. 

Dimostrazione. L’ oggetto da noi reputato libero deve 
(per la definizione 7“ parte I) essere percepito di per sé 
ed indipendentemente da qualsivoglia altra circostanza. Adun- 
que, allorché consideriamo quell’oggetto qual cagione di le- 
tizia o di tristezza, siamo condotti (per lo scolio della pro- 
posizione 13* parte III) a sommamente amarlo od odiarlo, 
e ciò (per la proposizione precedente) fino agli estremi li- 
miti ove possano giungere quegli affetti. E nel rappresen- 
tarci qual determinato dalla necessità quell’ oggetto da cui 
ci deriva la ricevuta impressione , non lo avremo (per la 
medesima definizione parte I) quale unica cagione di essa, 
e gli aggiungeremo altre diverse e più remote cagioni, 
laonde (per la propos. precedente) sarà minore verso di esso 
l’amore e l’odio. C. V. D. 

Scolio. Quindi consegue che gli uomini che si reputano 
indipendenti e liberi sono più degli altri disposti a risentire 
vivamente i vicendevoli affetti di amore 0 di odio, a ciò 
aggiungendosi la propensione degli uomini ad imitare le al- 
trui costumanze. (Propos. 27®, 34”, 40*, 43*, parte III). 

Proposizione L. Una qualsiasi cosa può essere per acci- 
dente una cagione di speranza 0 di timore. 

Dimostrazione. Questa proposizione si dimostra alla me- 
desima guisa della propos. 15* di questa parte che vuol es- 
sere riletta insieme allo scolio della propos. i8 a della me- 
desima. 

Scolio. Le cose che per accidente ci muovono a speranza 
od a timore sono riguardate quali buoni o cattivi preminoli. 
Quindi per esserci quei prenunzii cagione di speranza o di 


t>EI SENTIMENTI. 


171 


timore (per la definizione della speranza e del timore pro- 
posta nello scolio II della propos. 18* di questa parte) pro- 
ducono in noi letizia o tristezza, e per conseguenza (pel co- 
rollario della propos. ij a parte III) ci riescono grati 0 di- 
spiacenti e li fomentiamo quali promettitori del consegui- 
mento delle nostre speranze (propos. 28“ parte III), 0 li 
rimuoviamo quali ostacoli e cagione di timore. Oltreciò con- 
segue dalla propos. 25* di questa parte, essere noi disposti 
per la propria condizione della nostra natura a credere fa- 
cilmente le cose da noi sperate ed a prestare difficilmente 
fede alle cose da noi temute, e quindi non viene da noi 
giustamente apprezzata la loro eventualità per riuscire dessa 
oltre al vero esagerata o diminuita. E da cotale disposizione 
provengono le superstizioni dalle quali gli uomini sono do- 
vunque molestati. Non credo altresì essere prezzo dell’opera 
di estendermi al presente circa le fluttuazioni dell’ animo 
prodotte dalla speranza e dal timore, risultando dalla sola 
definizione di quegli affetti non poter la speranza discom- 
pagnarsi dal timore, nè prodursi il timore senza la speranza 
(come avremo a spiegarlo più distesamente a luogo oppor- 
tuno).. Oltreciò quando viene da noi sperata o temuta una 
cosa, veniamo ad amarla o ad averla in odio : quindi sarà 
facile l’ applicare alla speranza ed al timore quanto venne 
da noi detto riguardo all’amore ed all’odio. 

Proposizione LI. Possono parecchi uomini ricevere da un 
medesimo ohbietto impressioni diverse, ed anche può un mede- 
simo individuo essere affetto in tempi diversi da un istesso ab- 
bietto in modi al tutto dissimiglianti. 

Dimostrazione. Il corpo umano siccome lo abbiamo pro- 
posto nel postulato 3 0 parte II viene in varie guise modifi- 
cato dai corpi esteriori. Quindi possono due uomini ricevere 
ad un tempo medesimo impressioni dissimili da un mede- 
simo obbictto: perciò (per l’assioma i° che seg”e il lemma 3* 
cui si vorrà vedere dono la propos. n* parte II) possono 


>7* 


DELL’ETICA — PARTE HI. 


essere diversamente affetti da un obbietto medesimo. Quindi 
(pel medesimo postulato) può il corpo umano essere di più 
maniere disposto, e per conseguenza in virtù del medesimo 
assioma ricevere in tempi diversi impressioni dissimiglianti. 
C. V. D. 

Scolio. Vediamo di tal maniera come possa avvenire che 
ciò che è amato dall’ uno ecciti l’odio di un altro, nonché 
di qual guisa venga un medesimo individuo ad amare un 
oggetto da lui primamente avuto in odio ; eh’ egli affronti 
gagliardamente ciò che lo aveva dapprima impaurito ecc. 
Quindi giudicando ognuno giusta il proprio talento ciò che 
sia buono o cattivo, migliore o peggiore (per lo scolio della 
propos. 39“ parte III), ne consegue che possono variare negli 
uomini* tanto i giudizii quanto gli affetti: donde risulta che 
quando abbiamo a raffrontare uomini diversi, li distinguiamo 
per la sola varietà dei loro affetti, venendo a riconoscere 
gli uni quali intrepidi, gli altri quali paurosi ed in modo con- 
simile per le altre loro diverse disposizioni. Ad esempio, 
chiamerò intrepido colui che affronta un pericolo cui soglio 
temere, e chiamerò audace colui che è disposto senza esi- 
tanza a danneggiare il suo inimico ed a beneficare chi è da 
lui amato senza essere trattenuto dal pensiero del male 
eh’ egli può incorrere, il quale basterebbe in simile circo- 
stanza ad arrestarmi. Quindi sarà da me reputato pauroso 
colui che teme un male cui soglio disprezzare, e dirò pusil- 
lanime colui cui vedrò trattenuto dal timore di un danno 
da me avuto in non cale ; di tal maniera vengono a pro- 
dursi i giudizii degli uomini. Finalmente da quella disposi- 
zione naturale dell’uomo e dall’incostanza del suo giudizio 
viene egli a giudicare le cose alla norma del suo affetto; e 
per essere molte volte imaginarii i motivi da lui reputati 
cagione di letizia o di tristezza cui egli si affatica di conse- 

* Abbiamo mostrato allo scolio della propos. 17* parte II che ciò possa 
avvenire, quantunque la Mente umana faccia parte dell’ Intelletto divino. 


DEI SENTIMENTI. 


m 

giiire o discacciare (prop. 28 a parte III), per tacere di quelle 
altre cose da noi mostrate nella seconda parte, comprendiamo 
per 1 incertezza degli avvenimenti essere l’uomo spesse volte 
esposto tanto a contristarsi, quanto a rallegrarsi aggiungendo 
a quei sentimenti 1 idea della sua propria persona qual ca- 
gione di essi. Quindi egli 6 facil cosa riconoscere in che 
propi iamente consista il pentimento ed in che l’acquiescenza, 
cioè essere quegli affetti l’uno impressione di Insterà e l’altro 
un sentimento di letizia, entrambi accompagnati dall’ idea della 
propria persona qual cagione di essi , e quegli affetti riescono 
vivissimi per credersi gli uomini indipendenti e liberi (pro- 
posizione 49 a parte III). 

Proposizione LII. L’oggetto da noi primamente veduto in- 
sieme ad altre cose, senza eh’ egli abbia un carattere particolare 
che lo distingua dalle cose con lui percepite, non sarà da noi 
considerato colla medesima attenzione data a quella cosa che 
si distingue dalle altre per qualche speciale singolarità. 

Dimostrazione. Allorquando ci rappresentiamo un oggetto 
percepito insiememente ad altre cose tosto ci sovviene la 
ricordanza di quelle (per la propos. i8 a parte II, nonché 
per lo scolio cui vuoisi rileggere), e di tal guisa passiamo 
tostamente dalla considerazione di un oggetto a quella di 
parecchi altri ; e ciò si riferisce ad un oggetto che non pos- 
siede verun peculiare carattere che gli sia proprio e che lo 
distingua dagli oggetti circostanti. Imperocché viene da noi 
supposto non darsi in lui nulla che non sia stato primamente 
da noi avvertito negli altri oggetti; ed in vero nel supporre 
che ci rappresentiamo in un dato oggetto una qualche cosa 
da noi giammai primamente veduta, non veniamo a dire 
altra cosa se non che, venendo la mente a considerare quel- 
1’ obbictto, non ha nulla in sé medesima che possa farla pas- 
sale ad un altra considerazione , e perciò essa viene deter- 
minata a fissare su quell’ unica cosa la sua avvertenza. Dun- 
que l’obbietto ecc. C. V. D. 


«74 


DELL 1 ETICA — PARTE 111. 


Scolio. L’ affezione della mente ossia la disposizione di 
figurarsi una cosa particolare nella quale ella concentra ogni 
sua attenzione, riferita al mentale esercizio è nominata am- 
mirazioni , e dimandasi costernazione quando l’uomo mosso 
da un obbietto da lui temuto e prospettando unicamente il 
minaccioso pericolo si rivolge alla sola considerazione di sè 
in modo da non poter concepire altri pensieri che lo po- 
trebbero scampare dal temuto pericolo.' Rivolgendosi la no- 
stra ammirazione alla prudenza, all’industria, ed altri pregi 
di tal fatta pei quali si manifesta l’altrui superiorità, prende 
il nome di venerazione il nostro rispettoso sentimento, e que- 
sto si converte in orrore quando abbiamo motivo di paven- 
tare Vira, l’invidia od altri viziosi trascorsi di una qualche 
persona. Quindi , venendo una persona da noi prediletta ad 
ottenere per le sue virtù l’universale ammirazione, si ac- 
crescerà il nostro amore verso di lei (propos. I2 a parte III), 
e quell’ amore congiunto coll’Ammirazione e colla Venera- 
zione prenderà il nome di Devozione; ed alla medesima guisa 
può 1’ ammirazione aggiungersi agli altri affetti, siccome al- 
l’ odio, alla speranza, alla sicurezza, da quella congiunzione 
derivando parecchi altri affetti cui sogliamo significare per 
ispeciali vocaboli comunemente ricevuti. Donde appare che 
la denominazione degli affetti provenga più dall’uso volgare 
che dalla ricerca di un’ appropriata significanza. 

AH’ammirazione viene contrapposto il disprezzo il quale 
deriva dall’ essere 1’ uomo consueto di conformarsi alle di- 
sposizioni altrui, ammirando, amando, temendo un oggetto 
medesimo, ciò pure estendendosi alle cose che assomigliano 
alla cagione della prima nostra impressione. (Vedi prop. 15* 
e suo corollario e propos. 27“ parte III). Per la presenza 
del contemplato obbietto, ovvero per una più accurata disa- 
mina riconosciamo difettargli quei caratteri, cagione dei primi 
affetti avuti a suo riguardo; siamo condotti in allora ad av- 
vertire più quelle mancanze che le sue proprie e positive 


dei sentimenti. 


7» 


condizioni ; laonde la mente per la presenza della cosa viene 
disposta a riguardare quelle qualità che non si trovano nel- 
l’obbietto considerato, piuttostochè quelle che in essa si rin- 
vengono , abbenchè la presenza dell’ obbietto la determini 
d’ordinario a pensare principalmente alle condizioni reali e 
positive dell’obbietto considerato. Quindi, siccome nasce la 
devozione dall’ammirazione di una cosa da noi amata, cosi 
producesi l’ irrisione dallo spregio della stoltezza, siccome la 
venerazione dall’ ammirazione della prudenza. Finalmente 
possiamo concepire congiunti al disprezzo 1’ amore, la spe- 
ranza, la gloria e gli altri sentimenti e dedurre da quei con- 
giunti alletti disposizioni varie e molteplici cui non sogliamo 
significare per particolari denominazioni. 

Proposizione LUI. Allorché la mente considera si stessa e 
la sua potenza operativa ella si rallegra , e ciò tanto maggior- 
mente quando le si offre più distintamente quella nozione. 

Dimostrazione. L’ uomo non conosce sè stesso se non 
per le impressioni del suo corpo e le idee di esse. (Vedi 
propos. i9 a e 23“ parte II). Dunque la mente sè stessa con- 
siderando, giunge ad un maggior grado di perfezione, cioè 
(scolio propos. 1 i a parte III) risente letizia, e ciò tanto piò 
quando le si offra in modo più distinto il suo essere e la 
sua potenza operativa. C. V. D. 

Corollario. La letizia verrà cresciuta quando più si fi- 
gurerà 1 ’ uomo ottenere le lodi de’ suoi simili. Imperocché 
più vivamente sovverranno alla sua imaginazione le lodi da 
lui ricevute, più si figurerà esser egli cagione dell’altrui le- 
tizia accompagnata dall’idea della di lui persona (scolio pro- 
posiz. 29" parte III), c perciò (propos. 27“ parte III) si ac- 
crescerà in lui la letizia cui egli riferirà alla propria per- 
sona. C. V. D. 

Proposizione LIV. La mente procura di rappresentarsi 
quelle sole cose che affermano la sua potenza operativa. 

Dimostrazione. Il conato della mente ossia la potenza di 


DEM.’ ETICA — PARTE HI. 


1 7 6 


essa esprime la propria di lei essenza (propos. 7* parte IIP 
e 1’ essenza della mente (cosa per sè nota) altra cosa non 
afferma se non il suo essere e la sua potenza, ma non mai 
ciò che oltrepassa i limiti imposti dalle proprie sue condi- 
zioni; perciò tende unicamente il suo sforzo ad affermare e 
stabilire la sua potenza operativa. C. V. D. 

1 rcposizione L\ . Venendo la mente a rappresentarsi la 
sua impotenza, tosto se ne rattrista. 

Dimostrazione. L ’ essenza della mente non esprime se 
non quelle cose che stabiliscono il suo essere e la sua po- 
tenza, vale a dire, è tale la condizione della mente che non 
le occorrono se non quelle imagini che affermano la sua 
potenza operativa (per la propos. precedente). L’ occorrere 
alla mente la considerazione della sua impotenza dimostra 
essere impedito da un qualche ostacolo il naturale e con- 
sueto suo andamento , e quell’ impedimento le è cagione di 
tristezza. (Scolio propos. n a parte III.) C. V. D. 

Corollario I. Cotale tristezza riceve di continuo novelli 
alimenti quando l’uomo s’imagina essere da altri vituperato; 
ciò si dimostra alla medesima guisa del corollario della 
propos. 53* di questa parte. 

Scolio. Cotale tristezza accompagnata dall’idea della nostra 
debolezza ed impotenza appellasi umiltà, e la letizia rice- 
vuta dal favorevole apprezzamento dei meriti chiamasi fi- 
lautia (amor proprio) ossia acquiescenza e compiacimento 
di noi stessi , c per essere 1’ uomo disposto a manifestare 
altrui quel suo sentimento, egli si compiace di continuo nel 
tare pomposamente il racconto delle proprie gesta ed a non 
rifinire dal millantare le sue forze corporali ed intellettive ; 
quindi fansi gli uomini vicendevolmente incresciosi e mo- 
lesti, e ciò nuovamente conferma essere gli uomini natural- 
mente invidiosi (scolio propos. 24* c scolio propos. 32* 
parte IH), ossia essere disposti a rallegrarsi della debolezza 
dei compagni, ed all’incontro ad attristarsi allo spettacolo 


DEI SENTIMENTI. 


177 


delle loro virtù, imperocché ogni qualvolta l’uomo si rap- 
presenta le proprie azioni , egli ne risente tosto letizia , la 
quale è tanto più viva (propos. 53“ parte III) quanto ven- 
gono ad essere eccellenti e preclare e presentansi alla mente 
in modo più distinto (pegli argomenti esposti allo scolio I 
della piopos. qc' parte II), e si accresce la sua soddisfa- 
zione col figurai si che le sue azioni sono dagli altri ammi- 
rate ed applaudite. Perciò ciascuno nel considerare se stesso 
si allegrerà, e ciò tanto piu reputando essere da lui possedute 
doti particolari di cui vanno gli altri sprovveduti. Ma quando 
egli si accorge essere comuni ad altre persone od anche ad 
altri esseri animati i pregi da lui vantati, e che venendo egli 
a raffrontarli riconosca la propria inferiorità, ne proverà tri- 
stezza cui si sforzerà di rimuovere (propos. 28* parte III), 
coll interpretare in modo ingiusto e maligno le azioni dei 
compagni, o col magnificare le proprie operazioni. 

Ciò dimostra di bel nuovo quanto gli uomini sieno incli- 
nati all’odio ed all’invidia, le quali disposizioni vengono 
altresì favorite dall’ educazione. Imperocché sogliono i geni- 
tori, per stimolare i figliuoli all’ottenimento della virtù, ecci- 
tare in essi la brama di ottenere particolari onoranze, ed 
insiememente li promuovono ad invidiare i loro competitori. 
Non dobbiamo pertanto trascurare di tenere in conto i sen- 
timenti di ammirazione c di venerazione in noi non di rado 
destati dalle altrui virtù. La quale disposizione sarà disami- 
nata nel seguente corollario. 

Corollario.^’ uomo non invidia 1’ altrui virtù se non al 
riguardo di un suo pari. 

Dimostrazioni:. L’invidia è un sentimento di odio il quale 
restringe la potenza operativa dell’ uomo e ne rattiene il 
conato. (Vedi scolio propos. 24% nonché scolio propos. 13“ 
e scolio propos. ti" parte III). L’uomo (scolio proposi- 
zione 9“ parte III) nulla si sforza di operare e nulla con- 
cupisce se non ciò che appartiene alla propria sua natura. 

De Spinoza. — Dell' Elica. 


£3 


DELL’ETICA — PARTE III. 


17» 

Perciò 1 ’ uomo non vorrà dispiegare la sua potenza operativa 
al fine di intraprendere cose che non corrispondono alle 
proprie sue condizioni. Quindi non può egli considerare qual 
sopraffatta la sua potenza alla vista di un’azione operata da 
un oggetto a lui dissimile, nè (scolio propos. 11“ parte III) 
esser egli perciò mosso a tristezza , nè risentirne invidia , 
come avverrebbe trattandosi di un oggetto di eguale condi- 
zione. C. V. D. 

Scolio. Adunque , siccome lo abbiamo detto dianzi allo 
scolio della propos. 52“ di questa parte, è da noi venerato 
un uomo perché ne ammiriamo la prudenza, la fortezza e le 
altre doti, e ciò avviene per essere da noi considerate quelle 
virtù quali sue particolari e non quali comuni alla propria 
nostra natura : perciò non saranno quelle doti da noi invi- 
diate più che 1’ altezza degli alberi, la gagliardìa del leone 
ed altre consimili particolari qualità. 

Proposizione LVI. Il sentimento di letizia, di tristezza e di 
concupitnetito, e per conseguenza tutti gli affetti che di questi si 
compongono, siccome le fluttuazioni dell’ animo, nonché le im- 
pressioni che ne derivano di amore, di speranza, di timore, tee. 
rivestono tante forme, quante sono quelle degli oggetti che le 
hanno prodotte. 

Dimostrazione. La letizia e la tristezza, e per conseguenza 
gli affetti che di essi si compongono o che ne derivano, 
sono sentimenti passivi (per lo scolio della proposiz. n“ 
parte III), ed a loro riguardo (propos. r a parte III) ci tro- 
viamo necessariamente in istato di passività per essere ina- 
dequate le nostre idee (propos. 3' 1 di questa parte) e (scolio 
propos. 40* parte II) ci ritroviamo di necessità in istato 
passivo perchè ci figuriamo c risentiamo impressioni che 
involgono la natura del nostro corpo e quella di un corpo 
esteriore. (Propos. iq a parte II e scolio). Dunque la natura 
di ogni impressione che ci rende passivi, deve di necessità 
essere determinata per quella dell’ obbietto della nostra im- 


DEI SENTIMENTI. 


179 


pressione. Ciò vale a dire clip la letizia prodotta, a cagione 
di esempio, da un obbietto A involge la natura di quell’ob- 
bietto A, e la letizia prodotta da un obbietto B involge 
quella di quel dato obbietto , e perciò sono naturalmente 
diverse quelle due impressioni di letizia, perché provengono 
da cagioni di diversa natura. Di tal maniera anche l’impres- 
sione di tristezza prodotta da un dato oggetto è di natura 
diversa dalla tristezza derivata da un’ altra cagione , c ciò 
devcsi intendere parimente riguardo all’amore, all’odio, alla 
speranza, al timore, alla fluttuazione dell’animo, ccc. Laonde 
vi hanno di necessità tante forme della letizia, della tristezza, 
deH’amore, dell’ odio, ecc. quante sono quelle degli obbietti 
da cui siamo impressionati. Il concupimento esprime l’ es- 
senza propria ossia la natura dell’individuo, ed egli é da 
noi pensato qual determinato ad esercitare la sua potenza 
operativa conforme alle condizioni proprie e costitutive di 
ogni individuale natura (scolio propos. 9“ parte III). Dun- 
que secondo le modificazioni ricevute dalle cagioni esteriori, 
risente ciascuno forme diverse di letizia , di tristezza , di 
amore, di odio, ecc. , cioè, secondo le particolari condizioni 
della sua naturale costituzione, il suo concupimento differirà 
da quello di un’ altra persona in ragione della dissimiglianza 
delle cagioni promotrici. Di tal maniera si danno tante forme 
del concupimento, quante sono quelle della letizia, della 
tristezza, dell’amore, ecc., e per conseguenza (conforme ai 
prefati discorsi), quante sono le forme diverse degli oggetti 
da cui siamo impressionati. C. V. D. 

Scolio. Tra le forme degli affetti che (per la proposizione 
precedente) sono le più frequenti , figurano al primo grado 
lo sfarlo, V ebrietà , la libidine, l’avarizia e 1’ ambizione, le 
quali sono manifestazioni dell’ amore o del concupimento , 
variandone le forme secondo gli obbietti a cui si riferiscono. 
Perchè per isfarzo, ebrietà, libidine, avarizia ed ambizione 
altra cosa non intendiamo se non che lo smodato amore o 


iSo 


DELL'ETICA — PARTE III. 


concupimento del banchettare, del bere, delle carnali con- 
giunzioni e dell’eccessiva appetenza di ricchezza e di glori- 
ficazione. Pertanto quegli affetti cui distinguiamo per la sola 
diversità dell’obbietto a cui si riferiscono, non hanno i loro 
contrarii. Imperocché la temperanza cui sogliamo opporre 
allo sfarzo, siccome la sobrietà all’ ebrietà e finalmente 
la castità alla libidine non sono sentimenti passivi, e ma- 
nifestano al contrario la potenza dell’ animo clic giunge ad 
infrenare i vizii corrispondenti. D’ altra parte , non posso 
qui propormi la spiegazione delle altre forme degli affetti 
le quali sono tanto numerose, quanto quelle dei proposti 
obbietti, nè sarebbe necessaria anche se fosse possibile una 
tale disamina. Imperocché ciò non risponderebbe al nostro 
intento il quale si restringe a determinare le forze degli 
affetti e la potenza della mente intorno ad essi , bastandoci 
una definizione generale di ciascuno. È adunque sufficiente 
la cognizione delle comuni proprietà degli affetti e della 
mente , affine di poter determinare quanto valga la po- 
tenza dell’intelletto a governarli e raffrenarli. Imperocché, 
quantunque sia grande la differenza fra tale e tale espres- 
sione dell’amore, dell’odio o del concupimento, ad esempio, 
tra l’ amore verso i figliuoli e quello verso la consorte, per- 
tanto non ci è d’ uopo estenderci circa quelle differenze, nè 
ricercarne minutamente la natura e l’origine. 

Proposizione LVII. Gli affetti degli individui differiscono 
in ragione della diversità delle loro essente. 

Dimostrazione. Questa proposizione riesce manifesta per 
1 ’ assioma i° che segue il lemma 3 0 dello scolio 13 0 parte II. 
Nondimeno verremo a dimostrarla ricorrendo alla definizione 
dei tre sentimenti primitivi. 

Si riferiscono tutti i sentimenti al concupimento, alla le- 
tizia od alla tristezza siccome lo hanno mostrato le defini- 
zioni da noi proposte. Il concupimento esprime la propria 
natura ossia l’essenza dell’ individuo (vedi la sua definizione 


dei sentimenti. 


Ri 


allo scolio «iella propos. 9“ parte III);fdunque il concupi- 
mento di un qualsiasi individuo differisce da quello di un 
altro, quanto la natura dell’ uno si discosta dalla natura di 
un alno. Quindi la letizia e la tristezza di un individuo sono 
disposizioni passive che accrescono o diminuiscono, giovano 
o restringono in esso la potenza od il conato dj p cr«pwnri. 
"- 1 suo .essere (propos. ir' e scolio parte III). IVI a „ ulo 
riferito insieme alla mente ed al corpo intendiamo l’appe- 
tenza di conseguire la perseverante conservazione dell’essere 
(vedi scolio propos. 9’ 1 parte III): dunque la letizia, la tri- 
stezza e il concupimento sono accresciuti o menomati, 
giovati od impediti da cagioni esteriori; in altri termini 

(pei lo scolio medesimo) esprime quell’ appetenza la propria 

natura di ciascun uomo. Perciò differisce la letizia o la tri- 
stezza di un individuo dalla letizia o dalla tristezza di un 
•litio quanto la natura o l’essenza di essi, e per conseguenza 
varieranno egualmente i sentimenti nei diversi individui 
C. V. D. 

Scolio. Quindi consegue che gli affetti degli animali da 
noi chiamati irrazionali (perchè non possiamo dubitare dopo 
di aver conosciuto l'origine della mente, che gli animali 
bruti sicno anch’ essi provveduti di sensibilità) differiscano 
dagli affetti degli uomini, quanto la loro natura si discosta 
dalla natura umana. L uomo ed il cavallo sono mossi egual- 
mente dalla libidine o dalla brama di procreare ; ma questa 
è brama equina e quella umana. E di tal maniera debbono 
essere diverse le brame e le appetenze degli insetti, dei 
pesci e degli uccelli. E cosi , abbenchò rimanga contento 
ogni individuo della natura da lui sortita e ch’egli se ne 
appaghi e ne goda, ciò in altra cosa non consiste se non 
nell’idea e nella vitalità di quell’individuo, c perciò il gau- 
dio dell’uno differisce da quello di un altro, quanto differi- 
scono le rispettive essenze di essi. Finalmente consegue dalla 
precedente proposizione non poco differire il godimento cui 


I 82 


DELL’ETICA — PARTE III. 


si propone l’ebrioso c quello cui aspira il filosofo, il che 
ho voluto qui in passando ricordare. E ciò basta quanto agli 
a (l'etti passivi dell’ uomo". Ci rimane ad aggiungere alcune 
cose circa quegli affetti pei quali si dimostra la sua attività. 

Proposizione LVIII. Oltre alla letizia ed al concupimento 
che sono in noi sentimenti passivi , (dansì altri sentimenti di 
letizia e di concupimento che dipendotio dalla nostra attività. 

Dimostrazione. Quando la mente considera sè stessa 
la sua potenza operativa ella si rallegra (propos. 53' 1 parte III), 
cd altresì ella c condotta di necessità alla considerazione di 
sè medesima allorché concepisce un’ idea vera ossia adequata 
(propos. 43® parte II). La mente si compiace quando con- 
cepisce idee adequate, giungendo di tal maniera ad attestare 
la propria attività (propos. i a parte III). Quindi la mente 
nel concepire idee chiare e distinte ed eziandio idee inade- 
quate e confuse manifesta il conato pel quale ella persevera 
a mantenere il suo essere (propos. 9 a parte III) ; d’ altra 
parte il conato è 1’ espressione dell’appetenza (scolio mede- 
simo) : adunque l’appetenza comprende ed i pensieri e le 
operazioni. C. V. D. 

Proposizione LIX. Fra tutti i sentimenti che promuovono 
Fattività della mente, non ve n’ha alcuno che non si riferisca 
alla letizia ed al concupimento. 

Dimostrazione. Tutti i sentimenti si riferiscono al con- 
cupimento, alla letizia, od alla tristezza siccome lo dimostrano 
le proposte definizioni. Ed intendiamo per tristezza ciò che 
impedisce o diminuisce la potenza cogitativa della mente 
(propos. n a parte III col di lei scolio). Perciò, allorché la 
mente si rattrista, viene diminuita la sua potenza cogitativa 
(propos. i a di questa parte) e quindi la sua attività. Laonde 
non può accogliere la mente nessuna impressione di letizia 
allorché ella si dimostra attiva cd operosa, e dessa non può 
in allora essere affetta se non da speciali impressioni di le- 
tizia e di appetenza. C. V. D. 


DEI SENTIMENTI. 


J8j 

Scolio. Tutte le operazioni determinate dall’attività co- 
gitativa della mente vengono da me comprese nell’idea della 
Fortezza eh’ io distinguo in due parti : Animosità e Generosità. 
Intendo per animosità l’appetenza della conservazione del pro- 
prio essere manifestata in modo conforme ai precetti della ra- 
gione. Intendo per generosità la brama di essere giovevole agli 
altri uomini e di restare seco loro congiunto coi legami dell’ami- 
cizia, perciò seguitando i dettami della ragione. Riferisco all’Ani- 
mosità quelle operazioni che tornano unicamente a prò’ del- 
1’ agente , ed alla Generosità quelle che mirano anche al- 
l’utilità altrui. Adunque la Temperanza, la Sobrietà e la pronta 
risoluzione in mezzo ai pericoli ecc. sono forme dell’Animo- 
sità, mentre la Modestia, la Clemenza, ecc., sono altrettante 
forme della Generosità. Reputo di avere spiegato per le 
precedenti dimostrazioni in che consistano gli affetti princi- 
pali e gli ondeggiamenti dell’animo prodotti dall’azione si- 
multanea di tre fondamentali sentimenti, cioè del concupi- 
mento, della letizia e della tristezza. Dalle quali cose risulta 
essere noi di molte guise agitati da cagioni esteriori e flut- 
tuanti siccome le onde del mare sollevate da venti contra- 
rii, e rimasti inconscii degli eventi che ci possono accadere. 
Ma siccome l’ho detto, è mio proposito di mostrare sola- 
mente i principali e non tutti i conflitti dell’ animo, impe- 
rocché continuando col metodo da me finora seguito potrei 
procedere di leggieri a mostrare ritrovarsi l’ amore nel pen- 
timento, nel disdegno, nella vergogna, ecc. Quindi credo risul- 
tare dai precedenti discorsi che i sentimenti possono immi- 
schiarsi gli uni negli altri di moltissime guise e nascerne 
un numero indefinito di variate disposizioni. Ma basta al 
mio intento di averne annoverati i principali, e 1’ estendersi 
più oltre potrebbe soddisfare la curiosità ma non sommini- 
strerebbe veruna utile cognizione. Mi rimane ad avvertire 
in quanto all’ amore , accadere spesse volte che giungendo 
l’uomo al godimento di un oggetto da lui lungamente appe- 


DELL'ETICA — PARTE III. 


IS., 


tito, acquisti il corpo una condizione al tutto nuova per la 
quale egli venga diversamente determinato ed insieme venga 
la mente ad avere altre rappresentazioni ed altri dcsiderii, 
ad esempio quando ci imaginiamo una cosa il cui sapore 
suole recare diletto, si desta in noi la brama di assaporarlo 
e di cibarcene. Ma quando ce ne satolliamo, si aggrava lo 
stomaco ed il corpo viene di altra maniera disposto. Adun- 
que se in tale nuova disposizione del corpo ci occorresse 
la rappresentazione di quel cibo , e con quella imaginc si 
rinnovasse la brama di cibarcene , a quella brama verrebbe 
a repugnare la nuova disposizione e, per conseguenza, la 
presenza di quel cibo cui avevamo appetito ci riuscirebbe 
odiosa; ed è tale l’ impressione da noi nominata fastidio e 
disgusto. Vennero da me trascurate le disposizioni esterne 
del corpo che si riportano ai sentimenti, quali sono : il tre- 
mito, la pallidezza , il singulto, il riso, ccc. per essere quelle 
alterazioni proprie del corpo senza verun intervento della 
mente. In fine, tra le definizioni dei sentimenti, ve ne hanno 
alcune che meritano di essere avvertite e che saranno da 
me perciò ricordate ordinatamente, proponendomi di aggiun- 
gere ad esse le opportune osservazioni. 

Definizioni dei sentimenti. 

I. E il concupimento l’essenza medesima dell’ uomo conside- 
rata al riguardo dell’ impulso degli ajfetti che lo muovono ad 
operare. 

Spiegazione. Abbiamo detto dianzi nello scolio della pro- 
posizione 9“ di questa Parte essere il concupimento un’ appe- 
tenza di cui abbiamo coscienza, e costituire l’appetenza la 
propria essenza dell’uomo determinata a procacciargli ciò che 
giova alla di lui conservazione. Ma venne da me avvertito 
nel predetto scolio che non riconosco veruna differenza tra 
l’appetenza ed il concupimento. 


DEI SENTIMENTI. 


.85 

Imperocché l’uomo, abbia egli o no la coscienza della sua 
appetenza, rimane nondimeno uno e medesimo quell’affetto; 
perciò, affine di non apparire di essere caduto in una tau- 
tologia, ricusai di attribuire il concupimento all’appetenza, c 
procurai di definirlo di tal guisa da mostrare che tutti gli 
sforzi della natura umana da noi significati col nome di ap- 
petenza, volere, concupimento ed impulso si rivolgono ad un 
unico e medesimo sentimento. Avrei potuto dire essere il 
concupimento l’essenza medesima dell’uomo pensata guai pro- 
mossa all’anione da un qualsiasi affetto. Però non risulte- 
rebbe da cotale disposizione (propos. 23“ parte II) che 
possa la mente essere conscia del suo concupimento od ap- 
petenza. Quindi ad involgervi la nozione di quella coscienza 
fu d’uopo 1 ’ aggiungere pensata qual promossa ecc. Imper- 
ciocché per affezioni dell’ essenza umana intendiamo le co- 
stitutive condizioni della sua natura di qualsivoglia maniera 
vengano considerate, e quando le pensiamo sotto l’attributo 
del pensiero o dell’estensione, o finalmente sotto entrambi 
quegli attributi. Quindi intendo sotto 1 ’ appellazione di con- 
cupimento qualsiasi conato, impeto, appetito e volizione , i 
quali affetti, per la varietà della costituzione dell’uomo, ven- 
gono non di rado ad essere reciprocamente opposti in guisa 
da lasciarlo irresoluto e perplesso alla sua insaputa senza 
eli’ egli possa ravvisare la proposta meta. 

II. La Letizia i il transito per cui l’ uomo giunge a maggior 
perfezione. 

III. La Tristezza 1 1 il transito per cui l’uomo giunge ad un 
minor grado di perfezione. 

Spiegazione. Adopero il vocabolo transito perchè la letizia 
non è di per sé perfezione. Se possedesse l’uomo al suo na- 
scimento quella perfezione alla quale egli può giungere , la 
possederebbe indipendentemente dal sentimento di letizia, e 
ciò più chiaramente si dimostra considerando il sentimento 
di tristezza che è il suo opposto. Avvegnacchè consistendo 
De Spinoza. — Veli' Elica 


24 


1 86 


DELL' ETICA — PARTE III. 


la tristezza nel passaggio ad un rainor grado di perfezione, 
ciò implica non pertanto la presenza di una qualsiasi per- 
fezione la quale viene ottenebrata allorché l’ uomo si abban- 
dona alla tristezza. Nò puossi dire che consista la tristezza 
nella privazione di una perfezione maggiore, perché la pri- 
vazione è un nulla, non offrendo quella nozione un che 
positivo e reale. Ma la tristezza é un sentimento effettivo 
che perciò non può essere altra cosa se non 1’ effettivo tra- 
passo a minor perfezione, cioè un movimento che diminuisce 
od impedisce la potenza operativa dell’ uomo (scolio propo- 
sizione ii“ parte III). Saranno da me altresì tralasciate le 
definizioni dell’ ilarità , della titillazione, della malinconia e 
del dolore, perchè quelle impressioni appartengono le più 
volte al corpo, nè sono altra cosa se non che forme della 
letizia e della tristezza. 

IV. ^ Consiste /’ ammirazione nella figurazione di un gualche 
oggetto la quale tiene fissa la mente perché essa non offre ninna 
comunanza cogli altri oggetti circostanti. (Vedi propos. 52" e 
scolio.) 

Spiegazione. Allo scolio della proposizione i8 a parte II ab- 
biamo mostrato quale fosse la cagione per cui la mente dalla 
considerazione di un qualche obbietto passa tosto a pensarne 
un altro, ciò vale a dire come le imagini delle cose sieno 
tra loro concatenate ed ordinate di tal maniera che le une 
seguano le altre ; e quei successivi pensieri cessano di pre- 
sentarsi nell’ ordine consueto in presenza di un nuovo ob- 
bictto sul quale è condotta la mente a concentrare la 
sua avvertenza, finché non vengano altre cagioni a ri- 
volgerla ad altri pensamenti. Di tal guisa la figurazione 
di un nuovo oggetto in sè stessa considerata non differisce 
dalla natura delle altre figurazioni ; cppcrciò non pongo 
l’ ammirazione nel numero dei sentimenti , nè vedo una 
qualche ragione che valga a farmela introdurre, quando 
altresì cotale distrazione della mente non proviene da una 


dei sentimenti. 


187 


ciusa positiva che distolga il pensiero dall’ordine delle con- 
suete sue operazioni , ciò dipendendo unicamente dalla 
mancanza di una cagione che determini la mente a passare 
dalla considerazione di una cosa ad altre avvertenze. Adunque 
(siccome 1 ho mostrato allo scolio della propos. it a parte III) 
tre soli sono i sentimenti da me riconosciuti quali primitivi 
ossia primarii, cioè la letizia, la tristezza ed il concupimento, 
e non per altra ragione venne da me ricordata l’ammira- 
zione se non per conformarmi alla consuetudine che vuole 
significare con particolari denominazioni i sentimenti che 
derivano dai tre affetti primitivi quando si riferiscono ad og- 
getti da noi ammirati, la qual ragione mi muove parimente 
a qui aggiungere anche la definizione del disprezzo. 

^ asce il Disprezzo dall’ imaginazione di un gualche og- 
getto che coni muova leggermente la mente in modo da non di- 
sporla alla considerazione degli ispcciali caratteri in esso con- 
tenuti, ina la rivolga piuttosto a ricercare gli elementi che gli 
difettano. (Propos. 52' 1 parte III.) 

Tralascio le definizioni della venerazione e del disdegno perchè, 
per quanto io sappia, n ititi affetto riceve per esse una speciale 
denominazione. 

X I- ' L ' amore_J_juJUsailiuicaLi Jì delizia , con giu nto coll’Jdeu 
di una cagione e steriore. 

Spiegazioni'. Cotale definizione dimostra assai chiaramente 
il carattere essenziale dell’amore, mentre la definizione pro- 
posta da quegli autori che fanno consistere l’amore nella vo- 
lontà dell amante di congiungersi coll’oggetto amato non esprime 
1 essenza dell amore, ma bensì una sua proprietà; e per non 
essere stata a sufficienza da essi avvertita l’essenza dell’amore, 
non giunsero ad ottenere verun chiaro concetto nè di essa 
nè della sua proprietà; perciò riuscì oscura la definizione da 
essi proposta. (Vuoisi avvertire che in dicendo essere proprietà 
dell amante di voler congiungersi coll’oggetto amato, non 
intendo pertanto provenire quella propensione da una deli— 


i8S 


DELL’ ETICA — PARTE III. 


berazione dell’ animo ossia da un libero suo decreto (impe- 
rocché abbiamo dimostrato nella propos. 48“ parte II essere fit- 
tizia quella libera deliberazione), nè pertanto stimo essere es- 
senzial carattere dell’amore quel concupimento dell’amante di 
congiungersi coll’ oggetto amato quando trovasi lontano, o 
quando egli è a lui presente, perchè l’amore può sussistere 
ed essere pensato senza quel concupimento; ma intendo per- 
severare mai sempre nell’amante quel pieno compiacimento, 
quella soddisfazione alla presenza dell’ oggetto amato per la 
quale l’impressione di letizia da lui sentita viene corroborata 
ed alimentata. 

VII. L’Odio è un sentimento di tristezza congiunto coll’idea 
di una cagione esteriore. 

Spiegazione. Le cose che vogliono a tal proposito esser 
notate saranno di leggeri dedotte dalla spiegazione della 
definizione precedente. Vedi altresì lo scolio della propos. 13* 
di questa parte. 

Vili. La Propensione t' un sentimento di letizia accompagnato 
dall’ idea di un qualche oggetto che trovasi per accidente ca- 
gione di quella lieta impressione. 

IX. L’ Avversione t un sentimento di tristezza accompagnalo 
dall’ idea di un qualche oggetto che trovasi per accidente esser 
cagione di attrist amento. V. lo scolio della propos. 13* parte III. 

X. La Devozione i Y amore verso una persona ammirata. 

Spiegazione. Abbiamo mostrato per la propos. 52“ di questa 

parte provenire l’ammirazione dall’aspetto di una cosa nuova. 
Adunque avvenendo che una cosa da noi ammirata si rap- 
presenti di frequente alla nostra considerazione , cesseremo 
tosto dall’ ammirarla , e quindi vediamo essere la devozione 
un sentimento che degenera facilmente in una semplice amo- 
revole disposizione. 

XI. L’ Irrisione l un sentimento di letizia prodotto dalla ri- 
cognizione in una persona odiata di maniere da noi tenute di- 
sacconcio e dispregevoli. 


UHI SENTIMENTI. 


189 


Spiegazione. Nel disprezzare una persona odiata veniamo 
a scemare in noi la nozione dell’esistenza di essa (vedi scolio 
propos. 52* parte II), e perciò (propos. zo n parte III) ce 
ne rallegriamo. Ma volendo la nostra supposizione essere la 
persona irrisa oggetto di odio, ne consegue non avere quella 
letizia verun saldo fondamento. (Vedi lo scolio della proposi- 
zione 47" di questa parte. 

XII. La Speranza é un sentimento incostante di letizia pro- 
dotto dall idea di una cosa futura 0 preterita il cui evento ri- 
mane tuttavia dubbioso. 

XIII. Il Timore è, un sentimento incostante di tristezza pro- 
dotto dall idea di. una cosa futura 0 preterita, del quale evento 
rimaniamo tuttavia dubbiosi. Vedi sovra ciò lo scolio II della 
propos. 18“ parte III. 

Spiegazione. Risulta da cotali definizioni non darsi spe- 
ranza scompagnata da timore, nè timore senza speranza. Im- 
perocché all’uomo mosso dalla speranza appare incerto l’aspet- 
tato avvenimento, e trovasi (propos. 19" parte III) disposto 
a figurarsi qualche ostacolo che impedisca il bramato suc- 
cesso. Ed al contrario colui che risente paura ha tuttavia per 
dubbioso l’avvenimento della cosa temuta; laonde sempre gli 
si affacciano le circostanze che possono impedirla; quindi 
(propcs. 20'' parte III) egli ne risente letizia sperando che 
non si effettui il temuto pericolo. 

XIV. La Sicurezza t un sentimento dì letizia prodotto dal- 
l’ idea di un avvenimento futuro 0 preterito del quale venne 
tolto ogni motivo di dubitazione. 

XV. La Disperazione i un sentimento di tristezza prodotto 
dall’idea di un avvenimento futuro 0 preterito di cui viene tolto 
ogni motivo di incertezza. 

Spiegazione. La sicurezza procede di tal guisa dalla spe- 
ranza , e la disperazione dal timore quando viene tolta al 
tutto ogni ragione di dubitare del preveduto avvenimento, 
e ciò succede allorché l’uomo si rappresenta vivamente la 


DELL’ETICA — PARTE HI. 


)90 

cosa preterita o futura, ossia quando gìi si affacciano quelle 
circostanze che gli tolgono ogni incertezza circa all’ effettua- 
zione delle cose da lui sperate o temute. Imperocché quan- 
tunque sia sempre incerto l’avvenimento dei fatti particolari 
(coroll., propos. 31“ parte II), può nondimeno talvolta suc- 
cedere che non rimanga in noi nessun dubbio circa all’ ef- 
fettuazione di esse. Imperocché abbiamo mostrato essere cosa 
diversa (vedi scolio propos. 49" parte II) il non dubitare 
di una cosa e l’avere di essa piena certezza, e perciò può 
succedere che venga da noi risentita un’impressione di letizia 
e di tristezza nel figurarci un fatto passato o futuro qual cosa 
presente ed effettiva , siccome lo abbiamo dimostrato nella 
propos. iS a di questa parte e nel secondo scolio successivo. 

XVI. La Gioja t un s: ut intento di letizia accompagnato dal- 
I idea di nn fatto preterito succedalo fuori di ogni nostra speratila. 

XVII. Il Rimar dimento della coscienza l un sentimento di 
tristezza accompagnalo dall idea di un fatto preterito succeduto 
in seguilo di una nostra anione. 

XVIII. La Commiserazione t' un sentimento di tristezza ac- 
compagnalo dalT idea del male sofferto da un nostro simile. 
(Vedi scolio, propos. 22 a e scolio propos. 27“ parte III.) 

Spiegazione. Non appare differenza veruna tra la commi- 
serazione e la misericordia, se non che forse si riporta la 
commiserazione ad un fatto particolare, mentrechè la mise- 
ricordia è un sentimento abituale e consueto. 

XIX. Il Favore I l'amore sentito a riguardo di una persona 
che ha beneficato qualcuno. 

XX. L’ Indegnazione f un sentimento di odio concepito verso 
colui che ha recato danno a qualcuno. 

Spiegazione. Conosco pienamente essere usanza comune 
il dare alle prefate denominazioni altra significanza. Ma non 
c mio intento di considerare la significazione dei vocaboli , 
bensì di spiegare la propria natura delle cose, e di esprimerle 
per quelle voci la cui usuale significanza, di cui mi è piaciuto 


dei sentimenti. 


rqr 

far uso, si discosta al tutto dal mio sentimento, e basta di 
aver ciò una volta avvertito. Quanto alla cagione di quei 
sentimenti vedi il corali. I della propos. 2 7* e lo scolio della 
propos. 22* parte III. 

XX T. L Estimazione i un sentimento amorevole che ci dispone 
a giudicare troppo favorevolmente di una persona. 

XXII. Il Disprezzo è un sentimento di odio che ci dispone 
a giudicare una persona in modo troppo severo. 

Spiegazione. Di tal guisa è la stima un sentimento amo- 
revole, ed il disprezzo un sentimento di avversione ossia 
sono desse manifestazioni di amore e di odio; laonde può 
l’estimazione essere definita: l'amore che dispone l’uomo a 
giudicare troppo favorevolmente ed al di là del giusto limile un 
oggetto amalo, ed al contrario il disprezzo: quell’odio che di- 
spone l’uomo a giudicare sfavorevolmente una persona fuori dei 
limiti di una giusta considerazione. (Vedi sovra ciò lo scolio 
della propos. 2 6 a parte III.) 

XXIII. L’Invidia l un sentimento di odio che dispone l’uomo 
a rattristarsi dell altrui felicità, ed a rallegrarsi al contrario 
del male altrui. 

Spiegazione. Viene comunemente opposta all’ invidia la 
misericordia, la quale a dispetto della significanza dei vocaboli 
può essere definita come segue : 

XXIV. lì la Misericord ia un sentimento di amore che dispone 
l’uomo a rallegrarsi del bene altrui, ed a rattristarsi del di lui 
male. 

Spiegazione. Quanto all invidia egli è d’uopo ricorrere 
altresì allo scolio della propos. 24" ed a quello della propos. 32 11 
di questa parte. Ma vuoisi avvertire clic i descritti sentimenti 
di letizia c di tristezza sono accompagnati dall’idea di un 
°SS e ^o esteriore cagione di essi per propria natura o per 
accidente. Ora passerò a quell’ordine di sentimenti i quali 
sono accompagnati dall’ idea di un impulso interno qual ca- 
gione di essi. 


i 


192 nELL’ ETICA — PARTE III. 

XXV. L’ Acquiescenza 1 1 un sentimento di letizia che tinse e 
quando l’ uomo considera St' stesso e la sua polenta operativa. 

XXV I. L’Umiltà è un sentimento di triste ^a che si produce 
quando 1 ’ uomo considera la sua impotenza ossia la sua de- 

bole^a. „ 

Spiegazione. Suolsi contrapporre l’acquiescenza all’umiltà 
allorchi abbiamo riguardo alla letizia clic nasce dalla consi- 
derazione della nostra potenza operativa. Ma quando inten- 
diamo per essa quella letizia accompagnata dall’ idea di un 
qualche fatto cui crediamo procedere da un libero decreto 
della nostra mente, in allora essa viene opposta al penti- 
mento cui definiamo come segue : 

XXà TI. Il Pentimento t 1 un sentimento di tristezza accom- 
pagnalo dall’ idea di un qualche fatto cui crediamo aver ope- 
rato per un libero decreto della nostra mente. 

Spiegazione. Abbiamo mostrato quali sieno le cagioni di 
questi sentimenti allo scolio della propos. 51“ di questa parte 
e delle propos. 55®, 54®, 55” e suo scolio. E rispetto al libero -I 

decreto della mente sarà d’uopo di ricorrere allo scolio 
della propos. 35®, parte II. Ma qui vuoisi avvertire che 
non è meraviglia se tutte le operazioni le quali per univer- 
sale costume sono nominate prave , sieno seguite da un 
sentimento di tristezza, mentre quelle avute per rette ap- 
portano seco un sentimento di letizia. Egli è facile altresì 
d’intendere che ciò possa di frequente provenire dall’edu- 
cazione. Pertanto i genitori col disapprovare alcuni fatti, 
spesse volte ora col rampognare i figliuoli , ora coll’ usare 
verso essi la persuasione e la lode li dispongono ad emo- 
zioni di tristezza , o a sensi di letizia , e ciò viene ogni 
giorno a confermarlo l’esperienza. Imperocché le costumanze 
e la religione non sono presso a tutti medesime, ed al con- 
trario certi atti sono da alcuni riveriti quali sacri, dagli altri 
aborriti quali profani, e vi hanno operazioni stimate da alcuni 
belle ed oneste, e repudiate da altri quali turpi e vergognose. 


4 


ORI SENTIMENTI. 


>93 


Quindi, secondo la ricevuta educazione, viene 1’ uomo a ri- 
pentirsi od a gloriarsi per un’azione medesima. 

XXVIII. Consiste la Superbia in una eccessiva opinione dei 
proprii meriti cagionata dall’amore di sé^s\ 

Spiegazione. Adunque differisce la superbia dall’estimazione 
in ciò che questa si riporta ad un oggetto esteriore, mentre 
la superbia si riferisce all’ uomo che ha di sè troppo alto 
concetto. Altresì è l’acquiescenza l’effetto dell’amore, ed è 
la superbia l’effetto di un eccessivo amore della propria 
persona ( filautia ), e la superbia può definirsi come segue: 
acquiescenza od eccessiva soddisfazione di si medesimo che muove 
l’uomo ad avere un’ esagerata opinione dei proprii meriti (vedi 
scolio propos. 2 <S a parte III). A cotal sentimento non si 
può contrapporre l’opposto; imperocché niun uomo mosso 
da odio verso di sè viene condotto ad apprezzare sé stesso 
al di sotto dei giusti limiti, e quando egli si rappresenta 
quei limiti non ha pertanto di sè un più basso concetto. 
Avvegnacchè quando l’uomo si figura essergli impossibile 
l’eseguimento di una data intrapresa, quella ricognizione è un 
effetto necessario il quale lo dispone a persuadersi dell’ as- 
soluta impossibilità della proposta operazione in modo da 
farlo ad essa rinunziare , avvertendolo eh’ ella sorpassa di 
troppo la sua forza. Quanto alle impressioni che dipendono 
unicamente dall’opinione possiamo pensare che l’uomo venga 
a tenersi in un concetto minore di quello da lui meritato. 
Perchè può succedere che un uomo rimpiangendo la propria 
debolezza si figuri essere oggetto di universale disprezzo , 
mentre nulla è più lontano dai pensieri altrui quanto il di- 
spregiarlo. Può altresì l’uomo essere condotto ad avere di 
sè ingiustamente una mala opinione, quando egli si rifiuta a 
riconoscere in sè il potere di rappresentarsi futuri avveni- 
menti rispetto ai quali egli rimane dubbioso ed incerto, ri- 
fiutandosi a credere ch’egli possa giungere a quel riguardo 
a concepire un pensiero che gli offra una qualche certezza, 

De SriNozA. — Dell' Etica. 


25 


191 


dell'etica — Parte ih. 


e quindi si figuri di non poter appetire od operare se non 
cose prave o turpi. Possiamo aggiungere che l’uomo non 
abbia una sufficiente stima di sé stesso quando lo vediamo 
per eccessiva sconfidanza non ardire di intraprendere le cose 
compite dai suoi compagni. Possiamo adunque opporre alla 
superbia il qui descritto sentimento a cui darò il nome di 
abbicatone, perchè siccome proviene la superbia dall’acquie- 
scenza di sé medesimo, cosi nasce l’abbiezionc dall’umiltà, 
il qual sentimento sarà da noi definito come segue: 

_ XXIX - L’ Abbaione è un sentimento di tristezza che dispone 
l’uomo ad avere di si troppo basso concetto. 


Spiegazione. Sogliamo spesse volte opporre l’umiltà alla 
superbia , ma ciò avviene quando avvertiamo piuttosto agli 
cileni di entrambi quei sentimenti che alla propria natura 
di essi. Abbiamo costume di nominare superbo colui che 
troppo si glorifica (vedi scolio propos. 30“ parte III), che 
non rifinisce di millantare le sue virtù e di ricordare in ogni 
suo discorso gli altrui vizi, e colui, finalmente, che assume 
ne suoi atti è nei suoi abbigliamenti una gravità ed una 
pompa che compete unicamente a coloro i quali trovatisi 
in un grado molto superiore alla di lui condizione. Al con- 
trario diamo il nome di umile a colui che spesse volte ar- 
rossisce , che riconosce i propri difetti e si compiace nel 
vantare le altrui virtù, che si dimostra con tutti arrendevole 
e finalmente procede a capo chino trascurando ogni esteriore 
ornamento. Peraltro quei sentimenti di umiltà e di abiezione 
sono rarissimi, imperocché le proprie condizioni dell’umana 
natura contrastano fortemente ad essi (vedi propos. 15" e 54" 
parte III), e quindi coloro che vengono creduti rimessi ed 
umili sono le più volte ed al più alto grado pieni di ambi- 
zione e d’invidia. 


XXX. H la Glorificazione un sentimento di letizia accompa- 
gnato dall’idea di qualche nostra operazione cui ci figuriamo 
essere da altri encomiala. 


dei sentimenti. 


T95 


XXXI. La Vergogna i un sentimento di tristezza congiunto 
* coll’idea di un anione cui ci figuriamo essere da altri vitu- 
perata. 

Spiegazione. Circa questi sentimenti vuoisi ricorrere allo 
scolio della piopos. 30' 1 di questa parte; ma qui vuoisi av- 
vertire alla differenza che passa tra la vergogna c la vere- 
condia, imperocché la vergogna 6 un sentimento di tristezza 
che consegue ad un fatto di cui 1’ uomo arrossisce , ma la 
verecondia è il timore della vergogna che rattiene 1* uomo 
dal commettere un azione turpe. Suolsi contrapporre alla 
verecondia 1 impudenza, la quale non è un sentimento reale 
siccome lo dimostrerò a suo luogo, ma (siccome lo abbiamo 
avvertito) le denominazioni sono più determinate dall’ uso 
di esse, che confacenti colla propria natura. Qui prende line 
la descrizione da noi intrapresa dei sentimenti di letizia e 
di tristezza ; continuerò nella medesima guisa a considerare 
quegli effetti che si riferiscono al concupimcnto. 

XXXII. Il Desiderio è il concnpimento ossia l’appetenza di 
possedere una cosa la quale viene determinata dalla ricordanza 
della cosa stessa e viene altresì repressa ed impedita dalla memoria 
di quelle circostanze che escludono l’esistenza dell’oggetto appetito. 

Spiegazione. Quando ricordiamo un qualche oggetto, sic- 
come lo abbiamo detto più volte , veniamo disposti a con- 
siderarlo col sentimento medesimo cui desterebbe in noi 
l’effettiva presenza di esso ; però cotale disposizione od im- 
pulso viene le più volte contrastato dalle imagini delle cose 
che escludono l’esistenza dell’oggetto ricordato. Di tal ma- 
niera quando rammentiamo un oggetto clic desta in noi un 
qualche sentimento di letizia , siamo disposti a vivamente 
rappresentarcelo col medesimo sentimento di letizia ; ma 
quell’ impulso da noi sentito viene tosto represso dalla ri- 
cordanza di quelle cose che ne escludono l’esistenza. Perciò 
il desiderio ù realmente un sentimento di tristezza opposto 
a quella letizia cui desta in noi la scomparsa di un oggetto» 


u)6 


DELI. ETICA — PARTE UT. 


odiato (vedi lo scolio della propos. 47“ parte III). Ma a 
prima vista appare quell’ affetto aver riguardo al concupimento, 
e perciò lo riporto al concupimento. 

XXXIII. Consiste l’emulazione nell’appetenza di un oggetto, 
prodotta in noi allorché ce lo rappresentiamo qual voluto da 
altri. . 

Spiegazione. Colui che fugge quando scorge gli altri darsi 
alla fuga, o si spaventa alla vista dell’ altrui timore ed anche 
colui che vedendo un altro bruciarsi la mano, tosto si af- 
fretta di rimuovere la propria mano- e di scostare il corpo 
come s’egli provasse quell’ impressione medesima, viene da 
noi detto imitatore degli altrui fatti, ma non emulo dell’ imi- 
tata persona; la diversità di tali denominazioni non proviene 
da una precisa cognizione da noi avuta delle cagioni dcl- 
l’ imitazione e dell’emulazione, ma vuole La consuetudine che 
riceva il nome di emulo solamente colui che viene da noi 
giudicato proseguire per la sua imitazione un fine nobile, 
utile od aggradevole. Circa alla cagione dell’emulazione vedi 
altresì la propos. 27“ di questa parte col di lei scolio. E 
quanto al modo onde a cotal sentimento venga per lo più 
ad aggiungersi l’invidia vuoisi ricorrere alla propos. 32° collo 
scolio successivo. 

XXXIV. La Grazia 0 la Gratitudine consiste nella brama di 
giovare a colui che mosso da un amorevole affetto ci ha recato 
benefizio. (Vedi propos. 39* e suo scolio e proposizione 41“ 
parte III.) 

XXXV. La Benvoglienza l il desiderio di beneficare ed as- 
sistere una persona da noi commiscrata. (Vedi scolio propo- 
sizione 27 a parte III.) 

XXXVI. L’ Ira è il voglioso impulso prodotto dall'odio che 
spinge ad affliggere e danneggiare la persona odiata. (Vedi pro- 
posizione 39* parte III.) 

XXXVII. È la Vendetta quella brama per la quale siamo 
eccitati da un odio reciproco a risarcire stili’ inimico le rice- 


dei sentimenti. 


19 


vate offese. Vedi il corollario 2 0 della propos. 40* di questa 
parte col suo scolio. 

XXXVIII. La Crudeltà 0 la Seviri a consiste nell* appetenza 
di trattare disumanamente coliti che ha recato nocumento ad 
una persona da noi amata 0 compassionala. 

Spiegazione. Alla Crudeltà viene opposta la Clemenza la 
quale non è sentimento passivo, ma espressione attiva della 
potenza dell’animo la quale raffrena nell’uomo i movimenti 
dell’ ira e la voglia di vendetta. 

^ ^ Vi * Cons iste il Limare nella disposizione d’ incorrere 
al presente in un minor pericolo al fine à‘ ischivarne un mag- 
giore nell ’ avvenire. (Vedi scolio propos. 39“ parte III.) 

XL. L’Audacia é quel sentimento che incita l’uomo a sob- 
barcarsi ad un’azione pericolosa temuta dai suoi compagni. 

XLI. È detto Pusillanimità quel sentimento che raffrena 
I’ appetenza per la tema di un pericolo tenuto in non cale dai 
compagni. 

Spiegazione. Adunque non 6 altra cosa la pusillanimità 
se non il timore di un qualche male cui gli uomini sogliono 
per lo più facilmente affrontare, e perciò quel sentimento 
non viene da me riportato al concupimento ; tuttavia mi 
sono determinato a porgerne la spiegazione perchè al ri- 
guardo del concupimento la pusillanimità viene effettivamente 
opposta all’audacia. 

XLII. Vien detto Costernazione il sentimento che raffrena 
l’appetenza per la tema di un male da cui l’uomo si sente 
d’ improvviso gravemente minacciato. 

Spiegazione. Perciò è la costernazione una forma della 
pusillanimità. Ma nascendo la costernazione da un doppio 
timore, quindi può essere riferita: quella paura per cui ri- 
mane V uomo talmente esterrefatto ed ondeggiante che ne viene 
impedito di sfuggire il male che gli sovrasta. Dico rimanere 
l’uomo esterrefatto per essere dall’ammirativa sorpresa im- 
pedita la sua brama d’ischi vare il minaccioso pericolo. Dico 


DELL’ ETICA — PARTE HI. 


I98 

esser egli ondeggiante perchè quella brama viene eziandio 
contrastata dal timore di un altro male che parimente lo 
impaurisce, d’onde avviene ch’egli non sappia quale dei 
due sovrastanti pericoli debba egli rifuggire. (Vedi a tal ri- 
guardo lo scolio della propos. 39“ e quello della proposi- 
zione 32“ di questa parte.) Vedi altresì circa la pusillanimità 
e l’audacia lo scolio della propos. ji a parte III. 

XLIII. L’ Umanità 0 Modestia i la brama di operare le 
cose che riescono più aggradevoli agli uomini e di tralasciare 
le anioni che lor riescono dispiacevoli od importune. 

XLIV. L’Ambizione l la smodata appetenza di gloria. 

Spiegazione, lì 1 ’ ambizione un sentimento che viene ad 
alimentare ed avvalorare tutti gli affetti (propos. 27“, 31“ 
parte III), e quindi quel sentimento può a mala pena essere 
superato; imperocché quando l’uomo è mosso da una qualche 
appetenza ciò gli avviene per un effetto necessario. Ogni 
uomo eccellente , dice Cicerone, è condotto massimamente dal- 
l' appetenza di gloria , ed i filosofi non mancano di apporre 
il loro nome anche sui libri ove trattano del disprezzo della 
gloria. 

XLV. Il Lusso, l’uso dello sfarzoso dispendio t la smodata 
appetenza 0 l’ amore del vivere e del banchettare sontuosamente. 

XLVI. L’Ebrietà t la smodala appetenza ed amore di tra- 
cannare bevande spiritose. 

XLVII. L'Avarizia i l’eccessiva appetenza ed amore delle 
ricchezze. 

XLV III. La Libidine è V appetenza e l’amore dei corporali 
congiungimenti. 

Spiegazione. Cotale appetenza suole in ogni suo grado 
chiamarsi Libidine, sia ella moderata od eccessiva. I cinque 
affetti qui dianzi ricordati non hanno i loro contrarii (sic- 
come venne da me avvertito allo scolio della propos. 56“ di 
questa parte). Imperocché è la Modestia una forma del— 

1’ ambizione (intorno alla quale vedi lo scolio della propo- 


DEI SENTIMENTI. 


199 


sizione 29" di questa parte), e venne da me proposto di 
considerare la Temperanza, la Sobrietà e la Castità per 
altrettante potenze della Mente, e non dover esse annove- 
rarsi fra i sentimenti passivi. Può talvolta avvenire che 
T avaro, P ambizioso ed il timido vengano ad astenersi dal- 
P uso eccessivo del cibo , delle bevande e dei carnali con- 
giungimenti , nondimeno l’Avarizia , l’Ambizione e lo. Sfar- 
zo , ecc. non hanno corrispondenza veruna colle prefate 
disposizioni. Imperocché l’avaro, mostrasi le più volte bra- 
moso di cibarsi ed abbeverarsi delle cose altrui , e P ambi- 
zioso quando spera di operare nascosamente si abbandonerà 
ad ogni intemperanza, e ritrovandosi in mezzo ad ebriosi e 
libidinosi l’ambizione lo farà più proclive ad abbandonarsi 
ai vizii di quei suoi compagni. Finalmente il timido eseguirà 
cose da lui non volute. Imperocché quantunque per ischivare 
la morte si risolva P avaro a gettare in mare le sue ricchezze 
non pertanto persiste in lui P avarizia, e quando il libidinoso 
si rattrista e deplora di non aver la potenza di cambiare in 
meglio il suo costume, non cessa tuttavia di perseverare nel 
suo vizio. In modo assoluto non consistono quegli affetti 
particolarmente negli atti di banchettare, bere, ecc. ma ncl- 
P appetenza e nell’amore di quelle azioni. Laonde quegli af- 
fetti non hanno il loro contrapposto, tranne la generosità e 
P animosità di cui ragioneremo più avanti. 

Le definizioni della Gelosia e delle altre fluttuazioni del— 
P animo saranno da me tralasciate, sia perchè quegli affetti 
provengono dalla composizione di sentimenti da noi già 
definiti, sia perchè una gran parte di essi non hanno una 
denominazione particolare, il che dimostra che le consuete 
generiche appellazioni soddisfanno bastevolmcnte ai bisogni 
della vita usuale. D’altra parte risulta dalle definizioni degli 
affetti da noi proposti, che tutti i ricordati sentimenti pro- 
vengono dall’appetenza, dalla letizia e dalla tristezza, o piut- 
tosto non esser dessi altra cosa se non che quei tre senti- 


200 


DELL'ETrCA — PARTE III. 


monti i quali sogliono essere diversamente nominati secondo 
le varie loro attinenze, ed essere quelle varie denominazioni 
degli affetti non proporzionate agli affetti medesimi, ma 
appellazioni arbitrarie ed estrinseche. Se vogliamo attendere 
a quegli alletti primitivi ed a quanto venne da noi proposto 
dapprima circa la natura della mente potremo definire coi 
seguenti termini gli affetti che si riferiscono unicamente alla 
mente. 


Definizioni generali degli affetti. 

Affetto nominato patema d‘ animo i quella idea confusa 
per la quale la mente é condotta a valutare in modo non con- 
sueto e straordinario la maggiore o minor forra di esistènza 
del proprio corpo o di qualche parte di esso , venendo perciò la 
mente ad essere determinata a concepire tale o tale pensiero. 

Spiegazione. Dico primamente risultare da un’ idea confusa 
quella disposizione dell’ animo che lo dimostra in istato di 
passività. Imperocché abbiamo mostrato provenire la condi- 
zione passiva dell’animo (Vedi propos. 3“ parte III) dalla 
maggiore o minore quantità delle idee inadequate o confuse 
che gli sovvengono. Quindi passo a dire: essere la mente 
condotta ad affermare la maggiore 0 minore forza di esistenza 
del proprio corpo 0 di qualche parte di esso fuori della di lui 
consueta disposizione ; perchè tutte le idee dei corpi da noi 
avute significano ed esprimono più la costituzione presente 
del nostro corpo (corollario 2° propos. i6 a parte II) o di 
qualche parte di esso, che quella di un corpo esteriore. 
Quelle disposizioni che esprimono la forma costitutiva degli 
affetti debbono parimente dimostrare la propria costituzione 
del corpo o di una parte di esso, per la quale disposizione 
trovasi cresciuta o scemata, giovata od impedita la sua po- 
tenza operativa e 1’ energia della di lui esistenza. Però vuoisi 
avvertire che col proporre che si dispieghi una maggiore 0 


DEI SENTIMENTI. 


201 


minor foraci della corporale esistenza fuori della consueta di - 
sposinone, non intendo perciò che la mente venga a raffron- 
tare la costituzione presente del corpo collo stato precedente, 
ma bensì che l’ idea costitutiva degli affetti del corpo af- 
ferma un elemento che involga effettivamente una maggiore 
o minore realtà. Consistendo l’essenza della mente (propo- 
sizione n a e ij 11 parte II) nell’ affermazione .dell’attuale 
esistenza del corpo, e per essere da noi avuto qual perfe- 
zione il principio essenziale dell’ obbietto , ne consegue che 
passa la mente ad un maggiore o minor grado di perfezione 
quando le avviene di affermare circa al suo corpo ed alle 
parti di esso un pensiero che involga un grado di realtà 
maggiore o minore di quello avuto in addietro. Coll’ aver 
detto di sopra accrescersi o diminuirsi la potenza cogitativa 
della mente, altra cosa non ho voluto esprimere se non che 
avere la mente formato del suo corpo e dèlie parti di esso 
un’ idea che involge un maggiore o minor grado di realtà 
diverso da quello da lei pensato per lo innanzi. Imperocché 
1’ eccellenza delle idee e l’ effettiva potenza cogitativa cor- 
rispondono coll’eccellenza dell’oggetto considerato. Final- 
mente aggiunsi essere determinata la mente a concepire tali 
o tale pensiero , con ciò mostrando che, oltre alla prima parte 
della definizione che si riferisce ai sentimenti di letizia o dì 
tristezza, venni colle prefate parole a comprendere eziandio 
quelle che han riguardo all’appetenza. 


fini: della parte terza. 




De Spinoza. — Dell ' Elica . 



































PARTE QUARTA 


DELLA SERVITÙ UMANA OSSIA DELLA POTENZA DEGLI AFFETTI 


Prefazione. 

U impotenza dell’ nomo circa al governo ed alla repressione 
dei propri affetti viene da noi nominata Servilà. Avvegnacchl 
quando l’ nonio obbedisce ai suoi sentimenti non trovasi di si 
padrone, ma cade in balla, della fortuna la quale lo costringe 
AD ELEGGERE IL PEGGIO QUANDO EGLI VEDE ED APPROVA IL 
meglio. Mi proposi di dimostrare nella presente Parte ciò 
che vi ha negli affetti di buono e di cattivo denotandone 
altresì V originaria cagione. Ma avanti di dar principio alle 
proposte dimostrazioni mi viene in acconcio di farle precedere 
da alcuni riflessi circa alla perfezione ed alla imperfezione, 
al bene ed al male. 

Quando l’uomo ha deliberato di eseguire una qualche cosa 
e l’ha compiuta, crederà essere perfetta V intrapresa operazione, 
e dovere ella essere considerata tale da chiunque conosca il 
pensiero e lo scopo che lo hanno determinato. Cosi ad esempio. 


dell’etica — PARTE IV 


20 , ( 

vedendo alcuno un lavoro (cui suppongo non essere ancora 
compiuto'), e sapesse essere l’intento dell’ autore dell’opera la 
fabbricazione di una casa , dirà essere tuttavia imperfetto l’in- 
cominciato edifìcio; ed all’ incontro egli dirà perfetta quel- 
l’opera quando la vedrà condotta a buon fine e corrisponder 
dessa all’ intento dell’ autore. Ma se qualcuno vedesse un qual- 
che lavoro di cui non avesse mai conosciuto il simigliente, ni 
gli fosse palesa l’intento dell’artefice , non potrà al certo giu- 
dicare se quél lavoro sia perfetto od imperfetto. Tale 
sembra essere stata l’ originaria significatila dei vocaboli per- 
fetto ed imperfetto. Ma venuti di poi gli uomini a conce- 
pire idee generiche ed a proporsi un tipo delle case, degli edi- 
fica e delle torri, incominciarono a preferire tali o tali tipi e 
modelli , ed ognuno venne a qualificare di perfetti quegli 
edificii che meglio corrispondevano all’ idea generica da lui 
concepita, ed al contrario egli venne ad avere per imperfette 
quelle costruzioni che si discostavano dal tipo da lui conside- 
rato , quantunque esso fosse al tutto conforme al pensiero del- 
l’artefice. Per la ragione medesima sono nominate dal volgo 
perfette od imperfette anche le cose naturali, quelle ciol 
che non provengono dall’umana industria. Sogliono infatti gli 
uomini concepire idee generiche tanto al rispetto delle cose na- 
turali, quanto a quello delle opere artefatte; senza che conside- 
rano essi i proprii concetti qual tipi a cui debbano conformarsi 
le operazioni della natura ( volendo che tutte le opere di essa at- 
tendano ad un fine particolare e preciso) reputando in tal guisa 
che intenda la natura a realizzare gli esemplari proposti dalla 
fantasia umana. Di tal maniera •, allorchl vedono avvenire 
nella natura un fatto che non corrisponda alla forma da essi 
pennata, reputano essere venule meno le forze della natura, e 
non aver dessa supplito al prefisso intento, lasciando la sua 
opera in istalo d’ imperfezione. Vediamo in tal guisa essere 
costume degli uomini nominare perfette od imperfette le 
cose naturali piu alla norma dei loro arbitrari i concetti e pre- 


della servitù umana. 


20 y 


giudizii, che a quella di una vera ed intrinseca cognizione dei 
fa'ti. Abbiamo mostrato altresì nell’ Appendice della Prima 
Parte non operare la Natura per un fine determinato , perchè 
1 ’ Unte eterno ed infinito cui appelliamo Iddio o Natura opera 
per la medesima necessità per cui si manifesta la di lui Esi- 
stenza, ed abbiamo mostrato prodursi la sua Potenza operativa 
per quella medesima necessità (vedi propos. 16“ parte I). Perciò 
unica e medesima è la ragione o la causa per la quale si ma- 
nifestano e la Potenza operativa di Dio o della Natura e la 
di lui esistenza. Adunque siccome la sua esistenza non si pro- 
duce per un fine determinato, similmente non hanno un qual- 
siasi fine le sue operazioni , laonde non hanno vermi fine limi- 
tato e preciso nè la sua esistenza nè la sua attività. Quindi 
la causa nominata finale non è altra cosa se ; non che il desi- 
derio e la disposizione dell’ uomo di considerare sè stesso qual 
principio o cagione primaria di ogni avvenimento. Ad esempio, 
in dicendo essere stata V abitazione il motivo finale dell’ edifi- 
cazione di tale o tale casa, non intendiamo al certo altra cosa 
se non che Y uomo volendo procacciarsi i comodi della vita 
domestica deliberò di fabbricarsi una casa. Perciò l’abitazione 
considerala qual cagione finale altra cosa non significa se non 
una particolare appetenza, vero motivo efficente da essere pri- 
mamente considerato ; però isfugge per lo più agli uomini la 
cagione delle loro appetenze. Imperocché siccome lo abbiano 
più volte ripetuto, sono gli uomini conscii delle loro azioni e 
delle loro appetenza ma ne è da essi ignorata la cagione de- 
Drtninativa. Quanto ai volgari lamenti rispetto ai fatti cui 
si dà comunemente il nome di deficienze o di imperfezioni della 
natura, dessi debbono riporsi tra quegli irrazionali infingimenti 
che vennero da me disaminali, nell’ Appendice della Prima Parte. 
Laonde la perfezione e /’ imperfezione non sono realmente 
altra cosa se non modificazioni particolari del nostro pensiero, 
vale a dire nozioni cui sogliamo arbitrariamente concepire al- 
lorché veniamo a paragonare individui della medesima specie 


DELL’ETICA — PARTE IV. 


2(>6 

o del medesimo genere. Perciò venne da me detto precedente- 
mente essere per me una cosa identica e medesima la realtà e 
la perfezione (Dcfìniz. 6 a parte II). Per tanto sogliamo ridurre 
ad un solo genere da noi appellato generalissimo tutte le forme 
particolari della natura, vale a dire viene l’uomo ad infin- 
gersi Enti di Ragione cui riferisce in modo assoluto a tutte le 
naturali esistenze e che tutte le comprendono. Nel raccostare di 
tal maniera gli oggetti particolari della Natura ad un’ idea 
generica , e nel compararli vicendevolmente, e riconoscendo in 
essi un grado maggiore o minore di realtà viene tosto V uomo 
a dichiararli più perfetti; ed allorquando viene ad essi da 
noi attribuita una qualche condizione che involga negazione , 
come termine, fine, impotenza, vengono da noi nominati im- 
perfetti per essere da essi la nostra mente non egualmente 
impressionata nel mentre che gli oggetti cui nominiamo perfetti 
ci si rappresentano di tal maniera che ci sembra nulla adessi 
mancare delle loro proprie qualità, e quindi non avere a loro 
riguardo peccato la natura. Nessuna determinazione particolare 
compete alla natura di una cosa, se non quanto risulta dalla 
naturale necessità della causa efficiente, ed avvengono necessa- 
riamente le cose che provengono dalle forze della natura. 

Ed eziandio il bene ed il male non offrono nulla di posi- 
tivo al riguardo delle cose in sé stesse considerate, e quelle idee 
non sono altra cosa se non che modalità o concetti del pensiero 
cui ci formiamo pel reciproco confronto delle cose. Imperocché 
può una cosa medesima essere buona o cattiva ed anche in- 
differente. A ragione di esempio una musica può sembrar buona 
ad un melanconico, molesta ad un afflitto, né buona né cattiva 
ad un sordo; e colali appellazioni sono da noi conservate 
finché perdura in noi una medesima disposizione dell’ animo. 
Imperocché volendo V uomo effettuare V idea tipica da lui con- 
siderata, egli é condotto a conservare la significanza dei vo- 
caboli confacenti a quella considerazione. Pertanto da qui in- 
nanzi intenderò per bene ciò che viene da noi saputo in modo 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


207 


accertato essere più opportuno a farci sempre più raccostare al- 
V esemplare delia natura umana da noi ravvisato, ed intende- 
remo per male ciò che sappiamo accer latamente essere di im- 
pedimento a farci raggiungere quel contemplato esemplare. 
Quindi diremo essere gli uomini più 0 meno perfetti, quando 
dessi più 0 meno si discostano dal tipo prospettato. Pertanto è 
d’uopo avvertire che in dicendo passare l’uomo da un minore 
ad un maggior grado di perfezione od all’ opposto, non intendo 
dire eh’ egli passi dalla propria essenza 0 forma ad una essenza 
diversa ( imperocché il cavallo sarebbe egualmente distrutto pas- 
sando tanto alla forma dell’uomo che a quella di un insetto'), 
intendiamo bensì che le modificazioni della potenza operativa 
sempre si manifestino nelle condizioni proprie ad ogni proposto 
individuo. Finalmente intendo genericamente per perfezione 
la posseduta realtà, siccome l’ho già detto, cioè l’essenza di una 
qualsiasi cosa considerata al rispetto dell’ esistenza e dell’ ope- 
rosità, senza vermi riguardo alla duratone di essa; perchè 
ttiun oggetto particolare può dirsi più perfetto per esserne mag- 
giore la duragione. Non è la duratone delle cose determinate 
dalla loro essenza, ni involge l’essenza delle cose verna tempo 
preciso assegnato alla loro esistenza, ma qualsiasi cosa, qua- 
lunque sia il grado dell’ avuta perfezione può ognora perseverare 
per l’effetto della forza merci la quale incominciò ad esistere, di 
maniera che a tal rispetto sono eguali le condizioni di tutte le 
esistenze. 


Definizioni. 

I. Intenderò per bene ciò che è da noi con certezza conosciuto 
esserci utile. 

II. Intenderemo per male ciò che sappiamo con certezza es- 
serci d’ impedimento al possesso di un qualche bene. 

Circa a queste definizioni vedi il fine della precedente 
Prelazione. 


2o8 


DELL' ETICA — PARTE IV. 


III. Nomino contingenti le cose particolari quando atten- 
dendo alla sola essenza di esse , nulla ritroviamo che affermi 
in modo necessario la loro esistenza o che necessariamente la 
escluda. 

IV. Nomino possibili le cose particolari quando nell' atten- 
dere alle cagioni che le hanno prodotte , rimane tuttavia da 
noi ignorato il progressivo andamento di quella produzione. 

Allo scolio i° della propos. 33“ parte I non venne da me 
accennata differenza veruna tra il possibile ed il contin- 
gente, perchè in allora non era d’uopo distinguerle più ac- 
curatamente. 

V. Intenderò nei seguenti discorsi per sentimenti contrastanti 
quelli che trascinano l’uomo in senso diverso benché appar- 
tengano ad un medesimo genere , come lo sfarlo e V avarizia, 
i quali sono entrambi forme dell’amore, e sono contrarii per 
accidente, e non quanto alla propria loro natura. 

VI. Ciò che é da me inteso pel sentimento avuto verso un og- 
getto futuro, presente e preterito venne di già spiegato allo 
scolio i° e 2 0 della proposizione 1 8* parte III cui vuoisi ri- 
vedere. 

Ma oltreciò egli è mestieri di notare al presente che nulla 
possiamo rappresentarci al di là di alcuni limiti , tanto al 
riguardo del luogo che a quello del tempo, cioè, siccome 
tutti gli oggetti che sono da noi disgiunti per uno spazio di 
dugento piedi o da un maggiore intervallo, volendoli distin- 
tamente osservare ce li rappresentiamo qual collocati ad una 
eguale distanza e ad un piano medesimo, similmente anche 
gli oggetti la cui esistenza è da noi imaginata qual avvenuta 
in tempi diversi e lontanissimi, quando vogliamo figurarceli 
distintamente sogliamo credere essere tutti da noi egualmente 
distanti , e vengono tutti da noi riportati quasi ad un mo- 
mento medesimo. 

VII. Pel fine in vista del quali vicjie da noi eseguita qual- 
che operazione intendo significare l’appetenza. 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


209 


Vili. Per virtù e potenza intendo una cosa medesima, ciol 
(proposi?. 7* parte III), la virtù essere rispetto all’uomo la 
propria di lui essenza la quale manifesta la potenza di effet- 
tuare quelle operaiioni che provengono dalle leggi della sua 
natura. 


Assioma. 


Non vi ha nella natura veruna cosa particolare di cui non 
si ritrovi un’altra più potente e più gagliarda, e qualunque sia 
una data cosa, ve n’ha un’altra più potente dalla quale ella 
può essere distrutta. 


PrOPOSIZIONT. 

Proposizione I. Ninna affermaiione positiva contenuta in 
un’ idea falsa viene tolta dalla presenia del vero consideralo 
al rispetto della verità. 

Dimostrazione. Consiste solamente la falsità nella nega- 
zione involata nell’idea inadequata (propos. 35* parte II); 
nò vengono riconosciute false quelle asserzioni quando esse 
esprimono qualche cosa di positivo (propos. 33“ parte II), 
ed al contrario desse sono vere al rispetto di quelle positive 
affermazioni (propos. 32“ parte II). Quindi se venisse tolto 
al riscontro del vero ciò che vi è di positivo nell’idea ina- 
dequata, verrebbe l’idea vera ad essere da se medesima ne- 
gata e contraddetta (propos. 4“ parte III), il che è assurdo. 
Niuna idea quindi, ccc. C. V. D. 

La presente proposizione s’intende facilmente col ricorrere 
al coroll. 2 0 della propos. 1 6“ parte II. Imperocché l’ ima- 
ginazione ci somministra un’ idea la quale ci rappresenta la 
costituzione del corpo umano più che la natura del -corpo 
esteriore, c per essere non distinta ma confusa quella rap- 
presentazione, da essa provengono gli errori della mente. A 


210 


DELL’ etica 


PARTE IT. 


cagion di esempio, rimirando il sole, ce lo figuriamo ad una 
distanza di circa duecento piedi e persistiamo nel nostro 
errore finché rimane da noi ignorata la vera distanza. Ma 
conosciuta la verità del fatto, dileguasi l’errore, persistendo 
nondimeno la materiale figurazione e rimane medesima la 
rappresentazione del sole manifestataci corporalmente dalla 
natura; non pertanto continuiamo a sentirne vicina l’impres- 
sione, abbenchè sia da noi conosciuta la vera lontananza. 
Imperocché, siccome lo abbiamo detto allo scolio della 
propos. 35 n parte II, non dipende il modo onde ci rappre- 
sentiamo la propinquità del sole dall’ignoranza della distanza 
reale di esso, ma dalle impressioni del nostro corpo quali 
vengono ad imprimersi nella mente. Ed in simil guisa quando 
i raggi solari imbattendosi sulla superficie delle acque giun- 
gono riflessi al nostro sguardo, siamo condotti a figurarceli 
quali emergenti dall’acqua, quantunque sia da noi conosciuta 
la loro vera collocazione. Di tal maniera tutte le altre figu- 
razioni da cui viene illusa la mente , sia quando esprimono 
la costituzione naturale del corpo , sia quando dimostrano 
essersi accresciuta o diminuita la nostra potenza operativa, 
non sono però tra esse contrastanti , nè svaniscono ih pre- 
senza dell’esatta cognizione degli oggetti considerati. Succede 
che nel temere infondatamente un male svanisca la nostra 
paura all’annunzio della verità, ed avviene parimente che si 
dilegui in noi un fondato timore nell’udire una notizia falsa 
e fallace. Quindi non sono dissipate le nostre figurazioni 
rimpetto al vero in forza della verità medesima, ma perchè 
ci sovvengono impressioni più gagliarde che distruggono le 
precedenti rappresentazioni , siccome lo abbiamo dimostrato 
nella propos. 17“ parte II. 

Proposizione II. Siamo soggetti ad impressioni passive per - 
chè facciamo parte della natura , e perciò non possiamo pensare 
a nostra personalità indipendentemente dalle cose circostanti. 
Dimostrazione. Diciamo trovarci in condizione passiva 


■ 


della servitù umana. 


21 I 


allorquando si produce in noi una qualche modificazione di 


cui non siamo clic parzialmente cagione (definiz. 2 R parte III), 
c.oò (definiz. i parte ITI), una modificazione la quale non 
dipenda unicamente dalle leggi della nostra natura partico- 
lare. Rimaniamo adunque passivi perchè facciamo parte della 
natura, ecc. C. V. D. 

Proposizione III. La for~a per la quale ritorno persevera 
nc a sua esistenza i limitata ed l infinitamente sorpassata dalla 
potenza delle cause esteriori. 

Dimostrazione. Gii riesce evidente per l’ assioma pro- 
posto al principio di questa parte. Imperocché, dato un uomo, 
dassi un altra cosa, supponi A di lui più potente, e dato A, 
dassi quindi altra cosa, supponi lì, più potente di A, e 
ciò procede all’infinito. Laonde la potenza dell’ uomo viene 
limitata dalia potenza di un’ altra cosa ed è sorpassata in- 
natamente dal complesso delle forze esteriori. C. V. D. 

Proposizione IV. Non pai cessare l’ nomo dall’ essere una 
parte della natura , ni trovarsi esente dal subire mutazioni, e 
non cessa di essere passivo se non quando le sue matafioni 
possano pensarsi come dipendenti unicamente dalla sua partico- 
lare natura e la cui cagione possa adequatamente concepirsi. 

Dimostrazione. La potenza per la quale le cose particolari, 
e per conseguenza 1’ uomo , conservano il proprio essere 
esprime la propria potenza di Dio e della Natura (cord- 
ano della propos. 24“ parte I) non concepita al rispetto della 
sua infinità, ma considerata al riguardo dell’essenza dei- 
uomo per la quale si manifesta particolarmente l’azione 
divina (propos. 7 « parte III). Di tal maniera la potenza del- 
1 uomo quale s. esprime per la sua attuale essenza fa parte 


della potenza infinita di Dio o della N 
parte I), dell’Essenza Divina. E ciò 
parte della proposizione. Di poi, se p 
1’ uomo non soggiacesse a mutazione ve 
che provengono direttamente dalla sua 


se potesse avvenire che 
e veruna, se non a quelle 
sua potenza particolare 



212 


DELL’ KTICA — PARTE IV 


(propos. 4" e 6 a parte III) ne seguirebbe ch’egli non po- 
trebbe perire e che durerebbe sempre di necessità la sua 
esistenza; e ciò dovrebbe provenire da una cagione la cui 
potenza fosse finita od infinita , cioè unicamente dalla po- 
tenza dell’ uomo il quale sarebbe in grado di rimuovere dalla 
di lui persona tutte le mutazioni che potessero provenire 
da cagioni esteriori; in altri termini, la potenza infinita della 
natura verrebbe a dirigere tutte le cose particolari in tal 
guisa che l’uomo non potesse soggiacere ad altre mutazioni, 
se non a quelle che gioverebbe alla di lui conservazione. 
Ma primamente è assurda quella supposizione (in forza della 
proposizione precedente la cui dimostrazione è universale, 
e può applicarsi a tutte le cose particolari). Dunque se av- 
venisse che l’uomo non soggiacesse ad altre mutazioni se 
non a quelle che dipendessero unicamente dalla propria di 
lui natura, e se per conseguenza (siccome già lo abbiamo di- 
mostrato) sempre perdurasse la sua esistenza, ciò dovrebbe 
provenire al rispetto della condizione dell’uomo dalla po- 
tenza infinita di Dio e per conseguenza dalla necessità della 
Natura Divina (propos. 1 6 ‘ parte I), ed a ciò dovrebbe con- 
lormarsi 1’ ordine dell’ universal natura considerata negli at- 
tributi dell’estensione e del pensiero, quindi (propos. 2i a 
parte II) risulterebbe che 1’ uomo sarebbe infinito , il che, 
per la prima parte della presente dimostrazione, è assurdo. 
Non può adunque avvenire che 1’ uomo non subisca altre 
mutazioni se non quelle di cui egli sia la cagione adequata. 
C. V. D. 

Corollario. Quindi consegue che 1’ uomo è necessaria- 
mente sottoposto ai sentimenti passivi , eh’ egli debba se- 
guitare l’ordine della natura e ad essa obbedire, piegandosi 
a quanto viene imposto dalle leggi di essa. 

Proposizione V. La for\a e V incremento di qualsiasi af- 
fetto passivo e la di lui duratone non sono definiti e determi- 
nati dallo sformo dispiegate dall'uomo affine di perseverare nella 


della servitù umana. 21 j 

s " a esistenza; ma sono prefissi dalla potenza di una causa este- 
riore la quale viene ad affrontarsi colla forza dell’uomo. 

imos trazione. L’ essenza di un affetto passivo non può 
essere spiegato per la sola nostra essenza (defini*. e 3 - 

quebsn t ^ (pr ° pos - 7 “ parte III) la potenza di 

PO rrr T P “ ò ; !S ' r,:d ' Mt “ « determinata dalla 
potenza per la quale a sforziamo di perseverare nel nostro 

P r e'ilTde abbiamo Astrato alla propos. 16“ 

arte II) deve necessariamente essere determinata dalla po- 

C V. D WZ CaUSa CSterÌOre Che Si affronta colb sforzo umano. 

rareT°f UlOÌ,E - VL ^ **** P assivi P uó mpe- 

le forze attive 0 la potenza dell’uomo di tal maniera che 
vengano quegli affetti ad infiggersi pertinacemente nell’uomo ' 

La i f ° m 6 rincreme «o di qualsiasi affetto 
• ‘ l ‘ U1 dura/l °ne vengono determinati da una 

cagione esterna che si affronta collo sforzo umano (propo- 
sizione prece .); quindi (propos. f di questa parte) ella può 
superare la potenza dell’ uomo. C. V. D P 

PHO p os, Z ,°NH VII. Non può venni sedimento essere represso 
distrutto se non per l’effetto di un sentimento più forte che 
valga a reprimerlo. r J 

Dimostrazione. Il sentimento considerato al rispetto della 
ente e un idea per cui la mente afferma la maggiore o 

ZI il à f~ M (per U definii gc ! 

d ^' affettl cllc si ritrova al line della terza parte) 

afe» ’ri v^T 110 '* a T VÌC " e •*““ da ™ ^lchc 

■ ‘ ' ' cor P° alla v °l [ a una impressione per la 

S T" ° dil ”'" uita la- potenza operativa. 

Oltreciò questa , m pressione del corpo (per la propos. j- «u 

‘ ^ di ’per- 

“ i ,„edi S “° eSSe r q ~" *•» venire ni distrutta 
, ’ , tr i , "°" da “"a “gione corporale (propos ,■ 

Parte 111) die modifichi il corpo per una impresine col 


214 


deh’ etica — Parte IV. 


tram (propos. 5* ‘parte III) e più gagliarda (per l’assioma 
di questa parte). Quindi (per la proposiz. 12“ parte II) la 
mente viene impressa dall’idea di un’affezione più forte è 
contraria alla prima, cioè (per la definizione generale degli 
affetti) la mente riceverti l’impressione di un sentimento più 
gagliardo contrastante al primo il quale escluda od annienti 
la presenza dell’affetto anteriore; perciò un sentimento non 
può essere distrutto se non da un’impressione contraria e più 
forte. C. V. D. 

Corollario. Il sentimento al riguardo della mente non 
può essere nò impedito nò distrutto se non per l’idea di 
un’affezione del corpo contraria e più forte di quella da noi 
sentita. Imperocché l’affetto da noi sentito non può essere 
impedito e distrutto se non per un affetto più forte che ad 
esso contrasti (vedi proposiz. precedente) cioè (per la de- 
finizione generale dei sentimenti) se non per l’idea di una 
impressione del corpo più forte di quella da noi preceden- 
temente avuta. 

Proposizione Vili. La cognizione del bene e del male non 
1 altra cosa che un sentimento di letizia 0 di triste-a di cui 
siamo conscii. 

Dimostrazione. Viene da noi nominato bene o male ciò 
che giova o si oppone alla conservazione del nostro essere 
(per le definizioni i a e 2“ parte IV) vale a dire (per la 
proposiz. 7“ parte III) ciò che accresce o diminuisce, giova 
od impedisce la nostra potenza operativa. Di tal guisa (per 
la definizione della letizia o della tristezza circa alle quali 
vedi lo scolio della proposiz. 11* parte III) per essere da 
noi percepita una qualche cosa qual cagione di letizia o di 
tristezza, dessa viene da noi dichiarata buona o cattiva, e 
perciò la cognizione del bene e del male consiste unica- 
mente nell’ idea di letizia o di tristezza che consegue neces- 
sariamente dalla impressione di letizia o di tristezza da noi 
risentita (proposiz. 22” parte II); e quell’idea ò congiunta 


della servitù umana. 


2IJ 


.ili avuta impressione come la mente è unita al corpo (pro- 
posiz. 21 parte II), cioè (come venne dimostrato allo scolio 
deh anzidetta pioposizione), quell’idea (per la definizione ge- 
nerale degli affetti) non si distingue dall’ idea dell’ impres- 
sione del corpo se non al rispetto del pensiero. Dunque 
questa cognizione del bene c del male non consiste in altra 
cosa se non che nell’impressione di cui siamo conscii. C. V. D. 

1 Roposrzioxi IX. Il sentimento Iti cui cagione viene cìct noi 
imaginata qual presente, é piti vivo di quello di cui non ci 
figuriamo attuale la presenta. 

Dimostrazione. L imaginazione di una cosa è l’idea per 
la quale la mente si rappresenta quell’oggetto (vedi sua de- 
finizione allo scolio della proposiz! 17* parte II) e dessa 
indica più la costituzione del corpo umano che la natura 
dell’oggetto esteriore (corollario 2" propos. i6 n parte II). 
Dunque l’ imaginazione di un affetto (per la definizione ge- 
nerale degli affetti) esprime la costituzione del corpo. Quella 
figurazione (propos. 17* parte II) riesce più intensa quando 
continuiamo a non rappresentarci nulla che possa escludere 
1 esistenza attuale di un oggetto esteriore. Dunque anche il 
sentimento la cui cagione è da noi imaginata qual presente 
è più intensa ossia più forte di quella di cui non ci figuriamo 
l’attuale presenza. C. V. D. 

Scolio. In dicendo dianzi nella proposiz. i8* parte III 
essere 1 uomo impresso egualmente dalla imagine di un 
oggetto futuro o presente come se gli si affacciasse la cosa 
realmente imaginata, ho avvertito espressamente essere ciò 
vero quando attendiamo unicamente all’ imagine di quell’og- 
getto, perchè 1 oggetto conserva la medesima natura, sia 
egli o no da noi imaginato; però non venne da me negato 
farsi più debole la nostra impressione quando ci rappresen- 
tiamo altre cose che escludono l’esistenza presente di quel- 
l’ oggetto, e non venne da me tralasciato d’indicare cobi 
quella differenza se non per essere in allora mio proposito 


2l6 


DELL’ETICA — PARTE IV. 


di rinviare a questa parte del mio lavoro la particolare di- 
samina delle forze degli affetti. 

Corollario. La figurazione di una cosa futura o preterita, 
cioè di una cosa da noi considerata relativamente ad un 
tempo futuro o. preterito ad esclusione del tempo presente, 
rimanendo medesime le altre circostanze, riesce più debole 
dell imagine di un oggetto presente, e per conseguenza il 
sentimento promosso da una cosa futura o preterita , rima- 
nendo eguali le altre circostanze, è più tenue e rimesso del- 
l’ aflezione eccitata da una cosa presente. 

Proposizione X. Siamo più intensamente impressionati per 
una cosa futura di cui ci rappresentiamo prossimo l’avveni- 
mento che da un oggetto il quale ha da succedere in un tempo 
più lontano, ed egualmente siamo più commossi dalla ricor- 
danza di una cosa successa di recente che da quella occorsa 
in un tempo più distaili ’. 

Dimostrazione. Imperocché, quando ci rappresentiamo un 
fatto che debba tostamente prodursi o che non sia avvenuto 
in un tempo lontano, ci figuriamo qualche cosa che esclude 
la presenza di quell’avvenimento in minor grado che s’egli 
fosse successo o dovesse avvenire in un tempo più remoto 
(cosa per sé evidente), e per ciò (per la proposizione pre- 
cedente) ne saremo più vivamente commossi. C. V. D. 

Scolio. Dalle considerazioni proposte circa alla defini- 
zione 6" di questa parte, consegue che gli oggetti separati 
dal tempo presente per un intervallo maggiore di quello clic 
può essere determinato dalla nostra potenza imaginativa , 
qualunque sia l’effettiva- distanza dei tempi, vengono a com- 
muoverci debolmente. 

Proposizione XI. Il sentimento riguardo ad un oggetto che 
ci si rappresenta qual necessario ( rimanendo eguali altresì le 
altre circostanze') riesce più intenso che s’egli si producesse al 
riguardo di una cosa possibile o contingente, cioè non necessaria. 

Dimostrazione. Nel figurarci un oggetto qual necessario, 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


217 

veniamo ad affermarne l’esistenza, ed all’incontro rifiutiamo 
1 esistenza alla cosa cui ci figuriamo non essere necessaria 
(per lo scolio r° propos. 33* parte I); laonde (proposiz. 9“ 
parte IV) il sentimento avuto per una cosa necessaria, ri- 
manendo eguali le altre circostanze, avrà maggiore intensità 
die s’egli si producesse rispetto ad una cosa non neces- 
saria. C. V. D. 

Proposizione XII. Il sentimento verso una cosa cui sappiamo 
non esistere al presente, ma cui ci figuriamo possibile, rima- 
nendo eguali le altre circostante t più intenso ili quello ispi- 
ratoci da un oggetto contingente. 

Dimostrazione. Nel figurarci una cosa qual contingente 
nulla ci sovviene che ponga ed affermi l’esistenza di essa 
(per la definizione 3“ di questa parte), ed al contrario (giu- 
sta la proposta ipotesi) occorrono alla mente quelle circo- 
stanze che ne escludono l’esistenza presente. Ed allorché ci 
rappresentiamo una cosa qual possibile in un tempo avvenire, 
riceviamo impressioni che affermano quell’esistenza (per la de- 
finizione 4® di questa parte) cioè (per la prop. i8 !l parte III) 
quei sensi clic ci muovono alla speranza od al timore; quindi 
riesce più vivo il sentimento cagionato da una cosa pos- 
sibile , ecc. C. V. D. 

Corollario. Il sentimento avuto verso una cosa cui sap- 
piamo non esistere al presente e che è da noi considerata 
qual contingente è molto più tenue e rimesso di quell’af- 
fetto che ci dimostra attuale la presenza di quell’oggetto. 

Dimostrazione. Il sentimento prodotto da una cosa la cui 
esistenza ci appare presente è più intenso che se l’ imagi- 
nazione ci rappresentasse la cosa qual futura (corollario 
proposizione 9® parte IV); perù si rinforzerà quel sentimento 
quando ci apparrà prossimo quel tempo futuro (propos. io® 
di questa parte). Di tal maniera sarà quel sentimento molto 
più tenue e rimesso che s’cgli ci si rappresentasse qual pre- 
sente, e nondimeno (per la proposizione precedente) sarà 

De Spinoza. — J)rU' Elica. 


26 


dell’ etica — parte iv. 


II S 

più intenso quel sentimento che se il contemplato oggetto- 
fosse da noi concepito qual contingente. Perciò il sentimento 
verso una cosa contingente sarà di gran lunga più rimesso 
che se la cosa fosse da noi imaginata qual effettivamente 
presente. C. V. D. 

Proposizione XIII. Il sentimento che si riferisce ad una 
cosa contingente cui sappiamo non esistere al presente t, in 
condizioni eguali , piìt debole di ciucilo avuto per una cosa av- 
venuta in passato. 

Dimostrazione. Nel figurarci una cosa qual contingente 
niuna imagine ci si affaccia che affermi l’esistenza di essa 
(per la definizione 3® di questa parte); ma al contrario (per 
la proposta ipotesi) ci occorrono quelle circostanze che ne 
escludono l’attuale presenza. Pertanto, col figurarci quell’og- 
getto relativamente ad un tempo passato, viene supposto 
che ci figuriamo qualche cosa che rinnovclli in noi la per- 
cezione di quell’ imagine (vedi propos. 18* parte II e suo 
scolio), e quindi ce la rappresentiamo qual attuale (pel co- 
rollario della prop. 17® parte II). Laonde (prop. 9® di questa 
parte) il sentimento verso un oggetto contingente cui sap- 
piamo non esistere al presente sarà, in condizioni eguali, piu 
debole del sentimento avuto verso una cosa preterita. C. I . D. 

Proposizione XIV. La vera cognizione del bene e del male 
considerata al solo rispetto della percezione del vero non vale 
a raffrenare niun affetto, se non quando sorge un sentimento 
che corrisponda alla percepita verità. 

Dimostrazione. Il sentimento è l’idea per la quale la 
mente afferma essere maggiore o minore che lo fosse in 
prima la forza dell’esistenza del suo corpo (per la defini- 
zione generale degli affetti), e quindi (propos. i a parte I\) 
gli elementi positivi in lui contenuti sussistono necessaria- 
mente al ragguaglio del vero; ne risulta per conseguenza che 
la cognizione del bene e del male rispetto alla percepita 
verità non vale a raffrenare verun sentimento; ma quando 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


219 


alla percezione cognitiva viene ad aggiungersi un sentimento 
che ad essa corrisponda (propos. 8 :l parte IV), se questo è 
più forte del sentimento eli’ egli ha a reprimere, in allora 
solamente (proposiz. 7' 1 parte IV) potrà riuscire ad un tale 
intento. C. V. D. 

Proposizioni- XV. Il sentimento Appetitivo da noi prodotto 
dalla vera cognizione del bene e del male può essere ristretto od 
impedito da molte altre appetenze provenienti dagli affetti che 
sogliono conturbarci.! 

Dimostrazione. Dalla vera cognizione del bene e del male 
considerata (propos. 8 a parte IV) qual sentimento nasce di 
necessità un’appetenza (per la definizione i“ degli affetti) 
tanto maggiore quanto è più vivo quel sentimento (propo- 
sizione 37“ parte III). Ma per essere quell’appetenza (per 
ipotesi) cagionata da una cosa da noi veramente intelletta , 
ne consegue ch’ella influisca su di noi al rispetto della no- 
stra attività (propos. 3” parte ITI) e per conseguenza (per 
la definizione 2 1 parte III) la forza e l’accrescimento di essa 
(proposiz. 7“ parte III) deve essere unicamente determinata 
dalla potenza dell’ uomo. Di più, le appetenze che nascono 
dagli affetti da cui siamo combattuti sono eziandio tanto mag- 
giori quanto si producono con maggiore veemenza, e lo 
sviluppo e l’accrescimento di essi (proposiz." j a parte IV) 
sono determinati dalla forza delle cagioni esteriori, la quale 
raffrontata alla nostra potenza viene a sorpassarla indefinita- 
mente (proposizione 3“ parte IV) ; laonde le appetenze che 
provengono da cotali allctti possono essere più veementi di 
quella prodotta in noi dalla vera cognizione del bene c del 
male, giungendo perciò (vedi propos. 7” parte là') ad im- 
pedire o ad aumentare la summentovata appetenza. C. V. D. 

Proposizione XVI. L’ appetenza che proviene dalla cogni- 
zione del bene e del male al rispetto di un tempo avvenire piti 
più facilmente essere impedita 0 ristretta dall’appetenza delle 
rose attualmente presenti. 


220 


DELL* ETICA — PARTE IV. 


Dimostrazione. Il sentimento cagionato da una cosa cui ci 
figuriamo futura è più rimesso dell’impressione cagionata da 
un oggetto presente (vedi corollario della proposizione 9 11 
parte IV). L’appetenza prodotta dalla vera cognizione del 
bene e del male, abbenchè cotale cognizione si rivolga a cose 
clic presentino attualmente il carattere della bontà, può es- 
sere ristretta od impedita dajana qualsiasi appetenza temeraria 
(per la proposizione precedente di cui è generale la dimo- 
strazione). Dunque 1 ’ appetenza che proviene da quella co- 
gnizione può essere facilmente impedita o ristretta quando 
ella si riferisce ad un avvenimento futuro. C. V. D. 

Proposizione XVII. L’appetenza che nasce dalla vera co- 
gnizione del bene e del male allorché ha per oggetto cose con- 
tingenti può con molta facilità essere impedita dalla brama delle 
cose presenti. 

Dimostrazione. Cotale proposizione si dimostra alla me- 
desima guisa che la proposizione precedente pel corollario 
della proposizione 12“ di questa parte. 

Scolio. Credo aver dichiarato quale sia la cagione della 
prepotenza degli affetti, mostrando commuoversi maggior- 
mente gli uomini dall’ opinione che dalla vera ragione , ed 
essere ristretti i limiti dell’azione prodotta dalla cognizione 
del bene e del male cedendo spesse volte 1’ uomo agli im- 
pulsi del concupimento. Laonde venne a dire il poeta: Veggo 
il migliore ed al peggior m’appiglio; e sembra l’ Ecclesiaste 
aver avuto in mira quell’ istessa disposizione dell’uomo quando 
disse: Chi accresce scienza , accresce dolore. Pertanto non ven- 
gono da me ricordate tali considerazioni al fine di conchiu- 
dere che debbasi preferire l’ignoranza alla scienza, ovvero 
che nel governo degli affetti non vi abbia differenza veruna 
tra il sapiente e lo stolto; ma è di necessità conoscere tanto 
la potenza quanto l’impotenza della nostra natura onde de- 
terminare quanto valga la ragione nel governo degli affetti 
e quali sieno i limiti della di lei azione; e mi è mestieri di 


DELI.A SERVITÙ UMANA. 


221 


ricordare che venne da me antecedentemente avvertito es- 
sere mio proposito di trattare unicamente in questa parte 
dell’ impotenza umana riserbandomi di dimostrare separata- 
mente ciò che ha riguardo alla potenza esercitata dalla ra- 
gione sovra gli affetti. 

Proposizione XVIII. L’ appetenza che proviene dalla letizia, 
rimanendo eguali le altre circostante, sorpassa quella originata 
dalla tristezza. 

IJimostrazione. L il concupimento la propria essenza 
dell’uomo (per la definizione generale degli affetti) e si ma- 
nilesta (propos. 7 * parte III) per lo sforzo dispiegato dal- 
1’ uomo al fine di perseverare nel suo essere. Perciò il con- 
cupimento prodotto dalla letizia viene favorito od accresciuto 
dall affetto medesimo di letizia (per la definizione della le- 
tizia data alio scolio della proposiz. n a parte III); mentre 
al contrario l’appetenza, clletto della tristezza, viene (pello 
stesso scolio) diminuita od impedita dalla tristezza medesima. 
Laonde la forza dell’appetenza prodotta dalla letizia si di- 
spiega per la potenza umana coadiuvata dalla potenza di una 
cagione esterna, mentre quella che è effetto della tristezza 
deve essere determinata dalla sola potenza dell’uomo; dun- 
que riesce più potente il desiderio che proviene dalla leti- 
zia. C. V. D. 

Scolio. Per cotali brevi parole ho dimostrato quali situo 
le cagioni dell impotenza e dell’ incostanza degli uomini , e 
di qual maniera sieno condotti a trascurare i precetti della 
ragione. Mi rimane ora a mostrare quali sieno i precetti della 
ragione , ed in qual modo con queste regole concordino o 
discordino gli alletti. Ma avanti d’incominciare ad esporre 
distesamente il presente argomento coll’ ordine geometrico 
da noi usato, mi viene in acconcio di ricordare con brevi 
parole quali siano i dettami della .ragione al fine di facilitare 
a chiunque 1 intelligenza della dottrina da me professata. 
Nulla prescrivendo la ragione che contrasti colla natura con- 


222 


DELL’ ETICA — PARTE IV. 


segue da cotale conformiti aver 1' uomo il diritto di amare 
la propria persona e di ricercare il proprio vantaggio, quando 
cotal vantaggio corrisponde ad una vera e reale utilità , ed 
eziandio di appetire le condizioni tutte che lo possono con- 
durre a maggior perfezione, ed in termini assoluti egli ha 
il diritto di assicurare a tutta forza la propria conservazione. 
Queste proposizioni appaiono non meno evidenti quanto 
l’ essere il tutto maggiore della parte (Vedi proposizione 4“ 
parte III). Per consistere la virtù (per la definiz. 8 :i parte IV) 
nell’ operare secondo le leggi della natura umana, ne con- 
segue che nitino possa dispiegare lo sforzo necessario alla 
conservazione del proprio essere (propos. 7“ parte III) se 
non con ormandosi alle leggi dell’ umana natura. Laonde 
consegue primamente essere il fondamento della virtù lo 
sforzo medesimo di conservare il proprio essere e consi- 
stere la felicità dell’ uomo nel conseguimento della conser- 
vazione del proprio essere. Viene in secondo luogo dovere 
la virtù essere per sè medesima appetita , nò poter 1’ uomo 
bramare una qualsiasi cosa clic sia più di essa eccellente ed 
a lui più giovevole. Finalmente ed in terzo luogo, dimostrare 
un animo impotente coloro che ricorrono al suicidio col la- 
sciarsi sopraffare e vincere da cagioni esteriori le quali ri- 
pugnano all’umana natura. Di più, deducesi dal postulato 4® 
della parte II che l’uomo non giunge giammai a non abbi- 
sognare per la conservazione del suo essere delle cose poste 
fuori della sua persona, nò dispensarsi dall’ aver commerciò 
cogli oggetti esteriori ; oltre ciò, considerando la nostra mente, 
riconosceremo di leggieri che riuscirebbe più imperfetto il 
nostro intelletto se rimanesse isolata la mente , nè ad altro 
si rivolgesse se non che alla considerazione di sè medesima. 
Vi hanno adunque fuori di noi molte cose che ci sono utili 
e perciò desiderabili. Fra di esse hanno il primo grado quelle 
che convengono e corrispondono colla nostra natura. Impe- 
rocché , se a ragion d’ esempio , due diversi individui di una 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


22 J 

medesima natura vengono a congiungersi , dessi formano di 
tal maniera una individualità fornita di una potenza doppia 
di quella avvenuta particolarmente da ciascuno di essi. Adun- 
que ninna cosa riesce all’ uomo più utile quanto 1’ uomo me- 
desimo; nulla possono gli uomini bramare che più eccellen- 
temente giovi alla conservazione del proprio essere quanto 
il concorso dei loro simili affine di ottenere che le menti 
ed i corpi formino insieme una sola mente ed un corpo solo 
per provvedere colle congiunte forze alla conservazione del 
loro essere ed a ricercare insieme la comune utilità; e da 
ciò risulta che gli uomini i quali ricercano il loro utile alla 
guida della ragione niuna cosa appetiscono che non sia pa- 
rimente desiderata dagli altri uomini c pertanto si dimostrino 
giusti, fedeli ed onesti. 

Tali sono i precetti della ragione cui mi era proposto di 
esporre con brevi parole avanti d’ intraprenderne in modo 
più esteso l’ordinata dimostrazione, e ciò venne da me ope- 
rato al fine di provocare l’attenzione di coloro che credono 
essere fondato sull’ empietà e non sovra la virtù e la pietà 
il proposto principio che afferma dover ciascuno procacciarsi 
la propria utilità. Dopo di aver brevemente dimostrato il 
ni un fondamento di una tale opinione, proseguo le mie di- 
mostrazioni per la medesima via da me finora seguitata. 

Proposizione XIX. Ciò che ciascuno appete o respinge in 
forra delle leggi della propria natura i da lui giudicato buono 
o cattivo. 

Dimostrazione. La cognizione del bene e del male è (pro- 
posiz. 8 a parte IV) un sentimento di letizia o di tristezza di 
cui siamo conscii. Laonde (proposizione 28* parte III) viene 
ciascuno di necessità ad appetere ciò ch’egli giudica esser 
buono, ed al contrario a respingere ciò che è da lui reputato 
essere cattivo. Quell’appetenza altra cosa non esprime se non 
l’essenza propria e la particolare natura dell’uomo (per la 
definizione delle appetenze esposta allo scolio della prop. 1* 


224 


HELl ETICA — PARTE IV. 


dei sentimenti). Dunque le appetenze e le avversioni del- 
1 ’ uomo si conformano colle leggi della propria natura ecc 
C. V. D. 

Proposizione XX. Più V uomo procura ed ottiene la propria 
ulihl.i, ciò! la conserva-ione del suo essere, più si dimostra 
posseditore della virtù ; ed al contrario , più viene da lui tra- 
scurata la ricerca della propria utilità , cioè la conserva-ione 
del proprio essere , più egli si manifesta impotente e dappoco. 

Dimostrazione. La virtù è unicamente la potenza del- 
l’uomo definita e determinata dalla di lui essenza (per la 
definizione S‘ parte IV), cioè (proposizione 7 “ parte III), ella 
viene definita dallo sforzo da lui dispiegato per perseverare 
nel suo essere. [Dunque , quanto è maggiore e più efficace 
quello_sfbrzo , tanto piiTTuomo si dimostra virtuoso, e per 
conseguenza (per la propos. 4 a e parte III) più 1’ uomo 
^trascura la conservazione del proprio essere , più egli riesce 
impotente e dappoco. C. V. D. 

Scolio. Perciò in niun uomo viene a cessare l’appetenza 
della propria utilità e niuno viene ad avere in non cale la 
conservazione del proprio essere se non per trovarsi sopraf- 
fatto da cagioni esteriori contrarie alla sua natura. Non ve- 
desi niuno essere di propria elezione costretto a rifiutare di 
alimentarsi o ad attentare alla propria vita , il che può suc- 
cedere in molte maniere ; cioè, può qualcuno uccidersi quando 
è a ciò costretto da un altro il quale rivolga contro di lui 
una spada eh’ egli avesse presa in mano a caso e la dirigesse 
verso il di lui cuore, ed eziandio quando per ordine di un 
tiranno egli, alla guisa di Seneca, fosse costretto di aprirsi le 
vene, o quando egli voglia eleggere un minor male per 
ischivarne un maggiore. Finalmente ciò può avvenire quando 
1 uomo si figura cagioni esteriori nascoste che dispongano 
la sua imaginazione ed impressionino il suo corpo di tal 
maniera eh’ egli venga a rivestire una natura contraria alla 
sua e la cui idea non può essergli suggerita dalla propria 


DELI. A SERVITÙ UMANA. 


22 ) 


mente (propos. io' 1 parte III). Ma è cosa tanto impossibile 
che l’uomo venga per un effetto necessario della sua natura 
a voler far cessare la sua esistenza e tramutarsi in un’altra 
forma, quanto egli è impossibile clic abb.ia a provenire dal 
nulla una qualsiasi cosa, siccome può ciascuno convincersi 
per una mediocre meditazione. 

Proposizione XXlJ Ninno può bramare di essere beato , di 
vivere e di operare rettamente stilla desiderare insiememente di 
essere , di operare e di vivere , vale a dire di essere provveduto 
di un’attuale esistenza. 

Dimostrazione. Riesce evidente la dimostrazione di que- 
sta proposizione, o piuttosto ella è di per se manifesta, av- 
verandosi ella eziandio per la definizione dell’ appetenza. 
Imperocché (per la definizione i“ dei sentimenti) l’appetenza 
di ottenere una vita beata e di ben vivere e di ben operare ecc., 
manifesta la propria essenza dell’uomo, cioè (per la prop. 7“ 
parte III), lo sforzo pel quale procura ciascuno di conservare 
il proprio essere. Dunque niuno può appetire ecc. C. F. D. 

Proposizione XXII. Ninna virtù può essere pensata qual 
anteriore al conato dispiegato per la propria conservazione. 

Dimostrazione. Il conato dispiegato per la propria con- 
servazione esprime l’essenza dell’uomo (prop. 7“ parte III). 
Adunque se una qualche virtù potesse essere pensata sussi- 
stere prima dell’ anzidetto conato, verrebbe ad essere consi- 
derata quell’essenza qual anteriore a sé stessa (definizione 8® 
parte IV) , il che evidentemente è assurdo. Dunque niuna 
virtù ecc. C. V. D. 

Corollario. Il conato dispiegato per la propria conser- 
vazione è il primo anzi 1 ’ unico fondamento della virtù. Im- 
perocché nessun principio può essere pensato (proposi- 
zione precedente) qual anteriore a quel conato ed indipen- 
dentemente da esso, né può senza di esso (proposizione 21" 
parte IV) essere concepita veruna virtù. 

Proposizione XXIII. L’uomo determinalo ad operare in 

De Spinoza. — Dell' Elica. i’J 


22 6 


DELL’ ETICA — PARTE IV 


forici di idee inadequate non può agire in forma pienamente 
virtuosa , perché le anioni virtuose vogliono essere state dapprima 
completamente intelletto. 

Dimostrazione. Allorché l’ uomo viene determinato ad 
operare per l’effetto di idee inadequate egli si trova in con- 
dizione passiva (prop. i a parte III), cioè (per definiz. i a e 2 * 
parte III), egli eseguisce un’operazione che non può essere 
concepita qual proveniente dalla sola di lui essenza (defini- 
zione 8 a parte IV), dessa non derivando dalla sua potenza. 
Quando al contrario l’ operazione è stata intellettivamente 
percepita (per la medesima propos. i a parte III), in allora 
1’ uomo obbedisce ai soli impulsi della propria essenza (de- 
finizione 2 a parte III) e della sua virtuosa efficacia (defini- 
zione 8 a parte IV). C. D. 

Proposizione XXIV. L’ operare in modo assolutamente vir- 
tuoso consiste unicamente nell ’ agire , nel vivere e nel conservare 
il proprio essere alla guida della ragione, le quali tre cose 
hanno una sola e medesima significatila ed hanno per cornuti 
fondamento la ricerca della propria utilità. 

Dimostrazione. L’operare al tutto dietro l’impulso della 
virtù non è altra cosa (definiz. 8 a parte IV) jche 1’ operare 
secondo le leggi proprie della natura umana, il che avviene 
quando le azioni vengono determinate dall’esercizio del- 
l’intelletto. (Propos. 3 a parte III.) Dunque l’agire, il vivere 
ed il conservare il nostro essere sotto l’impulso della virtù 
non è per noi altra cosa se non che l’operare, il vivere ed 
il conservare il proprio essere alla guida della ragione , es- 
sendo fondamento comune di quelle disposizioni (corollario 
proposiz. 22 a parte IV) la ricerca della propria utilità. C. V. D. 

Proposizione XXV . (Ninno i mosso a procurare la propria 
conservaiione per una cagione esteriore 

Dimostrazione^_Lo sforzo dispiegato dall’uomo a procac- 
ciare la conservazione del suo essere si dispiega per sè, ed 
in forza della propria essenza (proposizione 7“ parte III), 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


227 


nò abbisogna di un sussidio esteriore (proposiz. 6 a parte III). 
Riesce oltreciò evidente la presente proposizione pel corol- 
lario della proposizione 22 a di questa parte. Imperocché, 
se lo sforzo di perseverare nel proprio essere provenisse 
■da una cagione esteriore, sarebbe dessa il primo fondamento 
della potenza dell’uomo (cosa da tutti conosciuta); il che 
(per l’ anzidetto corollario) ò assurdo. Dunque niuno ecc. 
C. V. D. 

Proposizione XXVI. Da qualsiasi cosa venga razional- 
mente determinato un nostro conato , proviene quello sformo 
da un previo intellettivo consiglio; laonde è assiduo proponi- 
mento della mente di giudicare quanto le sia di procaccio , e 
quindi di assicurarsi i mezzi idonei ad ottenere la sua intel- 
lettiva perfezione. 

Dimostrazione. Il conato dispiegato dall’ uomo per la sua 
conservazione esprime propriamente la sua essenza (propo- 
sizione 7 a parte IV) la quale, per la manifestazione della 
sua esistenza , viene pensata qual provveduta (proposiz. 6 a 
parte III) della forza necessaria alle sue operazioni. (Vedi 
definizione delle appetenze allo scolio della proposiz. <j a 
parte III), e dobbiamo intendere unicamente per l’essenza 
della ragione la nostra mente giunta a chiara e distinta in- 
telligenza. (Vedi la sua definizione allo scolio 2°, proposi- 
zione 40' 1 parte II.) Dunque ( proposizione 40 a parte II) 
ogni sforzo razionalmente proseguito altra cosa non di- 
mostra se non il vero ed esatto intendimento della pro- 
posta cosa. Quindi la mente, col raziocinare, si sforza di 
conservare intatte le proprie condizioni, cioè di giungere 
all’esatta cognizione delle cose (e ciò si dimostra per la 
prima parte della presente proposizione). Adunque lo sforzo 
della mente per ottenere la comprensione delle cose (corol- 
lario, proposizione 22 a parte IV) è il primo ed anzi l’unico 
fondamento della virtù , e d’ altra parte a verun altro fine 
rimira la mente col rivolgersi all’acquisto della cognizione 


228 


DELI.’ ETICA — PARTE JV. 


(proposizione 2j a parte IV) se non al conseguimento di ciò 
che è da lei avuto qual unico obbietto della propria perfe- 
zione. (Definiz. i a parte IV). C. V. D. 

Proposizione XXVII. Non sappiamo riconoscere con cer- 
tezza in che consista il bene od il male se non col distinguere 
da tuia parte ciò che conduce all’ intelligenza delle cose e dal- 
l’altra ciò che ci distoglie da quella cognizione. 

Dimostrazione. La mente nel raziocinare non appetisce al^\ 
tra cosa se non il conseguimento dell’ intellettiva compren- 
sione, nè ella reputa utile e giovevole se non quanto le faci- 
lita una tal cognizione (proposizione precedente). Non giunge 
la mente (proposizione 41* e 43* parte II ed eziandio 
scolio di questa) ad intendere le cose con certezza se non 
per le idee adequate da lei possedute, vale a dire (ciò che 
è una cosa medesima per lo scolio della proposiz. 40“ 
parte II) qumdo ella adempie i suoi cogitativi esercizii. Dun- 
que non siamo accertati della borni di una cosa se non col 
ti conoscere elicila ci conduce all’intellettiva comprensione, 
nè sono da noi giudicate cattive se non quelle circostanze 
che ci distolgono da una tale cognizione. C. V. D. 

Proposizione XXVIII. Il bette supremo della mente è la co- 
gnizione d’iddio e la suprema virtù della mente consiste in 
quella cognizione. 

Dimostrazione. La più alta cognizione a cui possa giun-^"| 
gere la mente è Iddio , vale a dire ( per la definizione 6" 
parte IV jl’Ente assolutamente infinita senza jl _quale (p ropo- 1 
sizione 15“ parte I) nulla può nè sussistere nè esser pen- 
sato.) Perciò^ ( vedi proposiz. 2 6* e 27“ parte IV ) ciò clic 
ireca alla mente la massima utilità, ossia (defin. i a parte IV) 
ciò che è per essa il bene supremo,, è la cognizione di Dioj 
Quindi, più giunge la mente all’intellettiva comprensione, 
meglio ella dimostra la propria energia (prop. i a c 3» parte III) 
ed in allora viene dessa a dispiegare (proposiz. 23* parte III) 
pienamente la sua virtù : adunque per la manifestazione della 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


229 


sua intelligenza viene la mente a dispiegare le proprie virtù. 
Il grado supremo ove giunga l’ intelletto è la cognizione di 
Dio (come lo abbiamo giù dimostrato); dunque la virtù su- 
prema della mente ò l’intellezione, ossia la cognizione di Dio. 
C. V. D. 

Proposizione. XXIX. Nessun oggetto particolare il quale 
dissenta dalle naturali nostre condizioni non può favorire ni 
avversare le umane operazioni , e vermi subbietto può riuscirci 
buono 0 dannoso senza la presenza di un elemento comune che 
a noi lo col leghi. 

Dimostrazione. La natura di qualsivoglia cosa particolare 
e, per conseguenza (corollario, proposiz. io n parte II), la 
potenza umana per la quale l’uomo esiste ed opera, non 
viene determinata se non dalla natura di un’ altra cosa par- 
ticolare (proposiz. 28“ parte I); la qual natura (proposiz. 6 a 
parte II) deve essere provveduta di un attributo che appar- 
tenga anch’esso alla natura umana.' IHexcàò-la— mastra-potenza 
operativa, di qualsivoglia mnnicra-TCnga ^concepita, soggiace 
a condizioni det erm in a te che derivano dall’intervento di un’al- 
tra cosa particolare provveduta di un elemento a noi co- 
mune, e non per l’azione di un oggetto di diversa natura; 
ed abbiamo mostrato altresì essere dall’uomo tenuto per 
buono o per cattivo ciò che gli è cagione di letizia o di 
tristezza (proposiz. 8 a parte IV), vale a dire (scolio, propo- 
sizione 11“ parte III), ciò che può in lui accrescere o me- 
nomare, favorire od impedire la potenza operativa. Dunque 
la cosa la cui natura differisce dalla nostra non può essere a 
nostro riguardo nò buona nò cattiva. C. V. D. 

Proposizione XXX. Ninna cosa può riuscirci cattiva quanto 
all’elemento che ci i reciprocamente comune , ma col dimo- 
strarsi a noi molesta e cattiva ella manifesta contenere carat- 
teri diversi e ripugnanti alle nostre naturali condizioni. 

Dimostrazione. È da noi considerato cattivo ciò che reca 
tristezza (proposiz. 8 n parte IV), vale a dire (per la defini- 


*3° 


DEI.l’ ETICA — PARTE IV. 


zione allo scolio della proposiz. u* parte III), ciò che me- 
noma od impedisce la nostra potenza operativa. Perciò se 
fosse per noi cattiva una qualche cosa per quel carattere che 
è a noi comune, potrebbe quella cosa diminuire od accre- 
scere il comune nostro elemento; il che (per la propos. 4® 
parte III) è assurdo. Adunque , non può riuscire a noi cat- 
tiva una cosa per quegli elementi che ci sono comuni , ma 
all’incontro il riescirci cattiva, cioè (siccome lo abbiamo gii 
mostrato) , il potere da lei avuto di diminuire od impedire 
la nostra potenza prova la sua discordanza colla nostra na- 
tura. (Proposiz. 5“ parte III.) C. V. D. 

Proposizione XXXI. Allorquando mia qualche cosa con- 
viene e si accorda colla nostra natura essa i necessariamente 
buona. 

Dimostrazione. Imperocché non può essere cattiva una 
cosa che convenga colla nostra natura (proposiz. preced.). 
Dunque ella ci riuscirà necessariamente o buona o indifferente. 
Se ella non riuscisse a nostro riguardo nè buona nè cattiva, 
nulla (per l’assioma di questa parte) potrebbe da lei prove- 
nire che giovasse alla conservazione della nostra natura, ed 
anzi (per la proposta ipotesi) che potesse giovare eziandio 
alla propria sua conservazione; ma ciò è assurdo. (Prop. 6* 
parte III.) Dunque la cosa che conviene colla nostra natura 
è necessariamente buona. C. V. D. 

Corollario. Quindi consegue che vieppiù si accorda una 
cosa colla nostra natura, più ella ci riesce utile, c reciproca- 
mente , quanto più ella ci si dimostra giovevole , tanto più 
ella appare confacente ed adatta alle proprie nostre condi- 
zioni. Imperocché , quando una cosa discorda dalla nostra 
natura, viene di necessità che le sia avversa e contraria. Se 
ella differisce dalla nostra natura (proposiz. 29“ parte IV) , 
non potrebbe esserci nè buona nè cattiva; se contraria ver- 
rebbe a contrastare alle disposizioni di essa , vale a dire 
(proposiz. preced.), si opporrebbe al nostro bene e sarebbe 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


2 ?» 

cattiva. Dunque non può esserci buona una qualsiasi cosa 
che contrasti colla nostra natura , e perciò più una cosa si 
accorda con quella, più ci é utile , mentre al contrario ecc. 
C. V. D. 

Proposizioni: XXXII. Allorché gli uomini soggiacciono a 
sentimenti passivi non possono essere riguardati come conformi 
alle vere loro naturali condizioni. 

Dimostrazione. Quando dicesi conformarsi l’ uomo alla 
propria natura, viene inteso farsi egli partecipe della potenza 
(proposiz. 7 11 parte III), ma non gii dell’impotenza di essa; 
il che esprime una negazione. Laonde non può nemmeno 
(scolio, proposiz. 3“ parte II) andar partecipe dei sentimenti 
passivi; perciò l’uomo che soggiace a tali sentimenti non 
dimostra pertanto la sua conformiti colle naturali sue con- 
dizioni. C. V. D. 

Scolio. Ciò riesce di per sè manifesto. Perché colui che 
dice il bianco ed il nero in altra cosa non corrispondere se 
non nel non essere amendue di color rosso, viene ad affer- 
mare in modo assoluto 1’ effettiva discordanza del bianco e 
del nero. Di tal maniera eziandio colui che dice che la pietra 
e l’ uomo in altra cosa non rassomigliano se non che nel- 
l’essere entrambi finiti, impotenti e non esistenti per la ne- 
cessità della loro natura e che sieno entrambi indefinitamente 
superati dalla potenza delle cagioni esteriori, viene ad affer- 
mare che la pietra e l’ uomo non convengono in cosa veruna 
se non che negli elementi che loro difettano. Imperocché 
quando le cose non si assomigliano che per le proprietà 
che lor mancano, non offrono tra sé convenienza veruna, ed 
in realtà ne è assoluta la differenza. 

Proposizione XXXIII. Possono gli uomini dimostrare una 
natura diversa quando vengono combattuti da sentimenti passivi, 
e quindi avviene altresì che un medesimo uomo si dimostri 
malfermo, scorrevole ed incostante. 

Dimostrazione. La natura 0 l’essenza dei nostri sentimenti 


232 


DELL* ETICA — PARTE IV. 


non può dispiegarsi per la nostra naturale essenza (defini- 
zione i“ e 2“ parte III), (ma riceve determinata limitazione 
pel concorso delle forze circostanti f congiunte e raffrontate 
con quelle della nostra particolar natura. (Propos. 7“ parte III.) 
Donde avviene che vi abbiano tante forme degli affetti quante 
sono le forme degli oggetti dai quali derivano le ricevute 
impressioni (proposiz. 56“ parte III ) , e che gli uomini ri- 
cevano impressioni diverse da un obbietto medesimo ( pro- 
posizione 51“ parte III) e quindi sia tanto discrepante la loro 
natura. Finalmente da ciò avviene eziandio che un dato uomo 
(per la medesima proposizione jr a parte III) riceva da un 
obbietto medesimo impressioni diverse e quindi si dimo- 
stri incoerente ed incostante. C. V. D. 

Proposizione XXXIV.', G/i uomini conturbati da sentimenti 
passivi possono a vicenda essere pii unl_ agli altri contrarii. 

Dimostr.vzione. Un uomo, ad esempio Pietro, può esser 
cagione della tristezza di Paolo, e ciò per aver egli qualche 
simiglianza con una persona odiata da Paolo (proposiz. 1 6' 
parte III) od eziandio per esser Pietro posseditore di un 
oggetto concupito anche da Paolo ( proposiz. 32* parte III 
e scolio) , nonché per molte altre cagioni (di cui vennero 
ricordate le principali allo scolio della propos. 35“ parte III) 
e da ciò (per la defìniz. 7“ degli affetti) nascendo in Paolo 
un odio verso Pietro, succederà facilmente che (propos. 40“ 
parte III e scolio) questi corrisponda di ricapo all’ odio di 
Paolo, e quindi (proposiz. 39“ parte III ) che vengano en- 
trambi ad avversarsi reciprocamente (proposiz. 30“ parte IV); 
ed altresì il sentimento di tristezza è sempre passivo (pro- 
posizione J9 a parte III); dunque gli uomini impressionati 
da quell’affetto di tristezza possono dimostrarsi gli uni agli 
altri contrarii. C. V. D. 

Scorno. Ilo detto poter Paolo aver in odio Pietro per 
esser questi posseditore di un oggetto da sé concupito. 
Appare a prima vista che risultino quel contrasto c la reci- 


DF.U.A SERVITÙ UMANA. 


255 

proca loro inimicizia dall’accordo di entrambi in un mede- 
simo sentimento, e se ciò fosse vero sarebbero false le pro- 
posizioni 30 a e 31* di questa parte. Ma se vogliamo appro- 
fondare la cosa e rigorosamente disaminarla , vedremo non 
essere in nulla contradette le summentovate proposizioni 
dalla proposta ipotesi. Imperocché non nasce la discordia 
di Pietro c di Paolo dall’ accomuna iza del loro sentimento, 
cioè dall’amore da essi portato ad un obbietto medesimo, 
ma dall’opposto loro desiderio di esserne esclusivamente 
posseditori. Mm.perorxlié-i’j.uio££_iii— entrambi per un i , , i u1l: - 
simo obbietto rinvigorisce in entrambi l’amorevole sentimento 
(proposiz. 31” parte III) cioè (per la definizione 6" dei Sen- 
timenti) ò per amendue cagione di maggior letizia. Perciò 
non per amar dessi una medesima cosa si fanno eglino vi- 
cendevolmente molesti , e non proviene la loro discrepanza 
che dalla cagione da noi accennata. Imperocché, supponiamo 
che l’idea di Pietro si rivolgesse ad un oggetto di cui egli 
fosse stato primamente posseditore e che dall’altra parte 
si rappresentasse a Paolo l’ idea di un oggetto amato venuto 
in propria balia; ne avviene che quello risenta tristezza, 
mentre questo provi un sentimento di letizia, dai quali op- 
posti sentimenti nasce la loro contrarietà. Possiamo mo- 
strare alla medesima maniera dipendere tutte le altre ca- 
gioni di odio tra gli uomini unicamente dalia differenza e 
non dalla comunanza delle naturali loro disposizioni. 

• Proposizione XXXV. Vivendo gli uomini alili guida della 
ragione viene di necessità a concordare la loro natura. 
^Dimostrazione. Allorché soggiacciono gli uomini a senti- 
menti passivi può esserne diversa la natura (proposiz. 33 
parte IV), e possono mostrarsi vicendevolmente contrarii 
(proposiz. preced.) Non potendo aversi per veramente umane 
quelle azioni che non si conformano alle leggi della ragione 
(prop. 3“ parte III), ne risulta che le operazioni dell’uomo 
vogliono essere attribuite alle proprie condizioni della sua 
Dii Spinosa. — Tifi!' Elica. 30 


4 


*u 


nerr. 'etica — parte tv. 


natura ed alla loro conformiti colle razionali sue condi- 
zioni (definiz. 2 a parte III). Per le leggi della propria na- 
tura ciascuno è mosso ad appetire ciò che gli ò buono ed a 
respingere ciò che gli è cattivo (proposiz. 19“ parte IV), e 
d’altra parte gli uomini condotti dalla ragione si dimostrano"! j 
unanimi nella ricognizione del buono (proposiz. 11* parte II). 
Quindi cotal verace apprezzamento proviene pel naturale 
impulso delle appetenze ed alla volta per una ragionata esti- 
mazione dei proposti obbietti (proposiz. 41“ parte II). Dun- 
que vivendo gli uomini alla guida della ragione, sono neces- 
sariamente condotti a quelle pratiche le quali , pienamente 
rispondendo ai bisogni di ciascuno, vendono perciò accettate 
quali buone dall’universale (corollario proposiz. 3 i a parte IV) ; 
perciò concordano gli uomini quando vivono conforme alle ^ 
leggi della ragione. C. V. D. 

Corollario I. Nulla vi ha nelle cose particolari che riesca 
all’uomo più utile quanto l’uomo che vive alla guida della 
ragione. Imperocché ciò che reca all’uomo la massima mi- 
liti é quell’oggetto che più concorda colla sua natura (co- 
rollario, proposiz. 3i a parte IV), e questo (cosa di per sè 
manifesta) è l’uomo.' L’uomo opera assolutamente conforme 
alle leggi della sua natura quando vive secondo i precetti \" 
deliri^ ragione (definiz. 2 a parte III) ;Upiindi vien e di -neces-T 
sità ch’egli mai sempre concordi colla natura degli altri uo- 
mini, (proposiz. preced.). Dunque tra le cose particolari non 
ve n’ ha alcuna che sia all’ uomo più giovevole dell’ uomo 
medesimo, ccc. C. V. D. 

Corollario II. Più ciascun uomo intende a procurare 
la propria utilità, più sente il bisogno di procacciarsi il gio- 
vevole sussidio dei suoi simili ; imperocché più viene dal- 
l’uomo ricercato il proprio utile e più si sforza di conser- 
vare il suo essere, più egli si dimostra virtuoso ( prop. 2o a 
parte IV) , vale a dire , ciò che è una cosa medesima (per 
Ha, definiz. 8“ parte IV) , più viene in lui accresciuta la po~ 


4 


DELLA SERVITÙ UMANA 



lenza di operare conforme alle leggi della sua natura; il che 
consiste nel vivere dietro la scorta della ragione (proposi- 
zione 3“ parte III). ' Gli uomini si accord ano al massimo 
vgradocolla propria natura quan do v ivono conforme “alla ra- 
gione \(proposiz. precedente) ; dunque (corollario precedente) 
gli uomini saranno a vicenda gli uni agli altri giovevoli 
quando sari da ciascuno con maggior diligenza ricercata la 
propria personale utilità. C. V. D. 

Scolio. Le proposte considerazioni vengono alla giornata 
confermate dall’esperienza per tante splendide testimonianze, 
cd è in bocca di tutti il volgato proverbio : essere V nome 
agli altri nomini un Lidio.' Però avviene di rado che g li uo - 
mini vivano alla guida della ragione, e per lo più è tale la 
fioro condizione che si dimostrano reciprocamente invidi osi 
c molesti. Nondimeno riesce all’ uomo quasi incomportalàile 
la vita solitaria, e venne perciò favorevolmente accettata da 
molti la qualificazione data all’uomo di animale socievole , 
ed effettivamente vogliono le condizioni del vivere umano 
che, dalla comune società, gli uomini conseguano molti van- 
taggi che oltrepassano di gran lunga i riportati inconvenienti. 
Ridano adunque a loro piacere coloro che si compiacciono 
nel satirizzare le umane operazioni ; continuino i teologi a 
detestarle e lodino i melanconici a loro senno la vita in- 
colta e rusticale; disprezzino pure il genere umano. Tuttavia 
non cesserà l’ esperienza di dimostrare agli uomini che il 
reciproco aiuto ed il comune commercio procurano ad essi 
le cose di cui difettano di ben altra maniera clic se fossero 
ridotti alle loro forze naturali c che il congiungimento delle 
forze può solo scansare i pericoli da cui sono dovunque mi- 
nacciati. Nè è mestieri aggiungere che è di gran lunga 
migliore e più degno della nostra cognizione il rivolgere il 
pensiero alle pratiche degli uomini piuttostochò a quelle dei 
bruti. Ma quest’argomento sarà in avanti da noi più diste- 
samente trattato. 


2)6 


DKLL’ ETICA — PARTE IV. 


Proposizione XXXVI. Il bene supremo ottenuto dagli uo - 
mini che seguono la virtù é a tutti comune ; perciò tutti pos- 
sono procacciarsi i medesimi godimenti. X 

Dimostrazione. Operare virtuosamente egli è operare alla 
guida della ragione (proposiz. 24“ parte IV), c lo sforzo di 
operare conforme alla ragione è un effetto dell’ intelligenza 
(proposiz. 2 parte IV) ; perciò (proposiz. 28" parte IV) 
il bene supremo di chi segue la virtù consiste nella cogni- 
zione di Dio, quindi (proposiz. 47* parte II e scolio) il bene 
die è a tutti gli uomini accessibile può esser da tutti pos- 
seduto per essere dessi di una natura medesima. C. F. D. 

Scolio. Se chiedesse alcuno: che avverrebbe se il bene 
supremo di coloro che seguitano la virtù non fosse a tutti 
comune? Sarebbe loro risposto che avverandosi una simile 
supposizione ne seguirebbe che quegli uomini che vivono 
(proposiz. 34' 1 parte IV) condotti dalla ragione, vale a dire 
(proposiz. 35® parte IV), gli uomini di una natura medesima 
sarebbero vicendevolmente contrarii; però non nasce acci- 
dentalmente, ma deriva dalle intime condizioni della natura 
li comunanza della percezione del bene, per essere cotale 
comunanza la conseguenza della propria essenza dell’ uomo 
guidato dalla ragione, non potendo l’uomo nò sussistere nò 
esser pensato se non quando riconosciamo in lui la potenza 
di godere di quel bene supremo. Imperocché (proposiz. 47“ 
parte II) è proprio pregio dell’essenza della mente umana 
di avere l’adequata cognizione dell’essenza eterna ed infinita 
di Dio. 

Proposizione XXXVII. V nomo che segnila la virtù bra- 
merà che sia anche dagli altri uomini conseguito quel bene da 
lui per si medesimo concupito, e ciò tanto maggiormente quanto 
sarà in lui più perfetta la cognizione di Dio. 

Dimostrazione. Gli uomini quando vivono alla guida della 
ragione sono ai loro simili massimamente giovevoli (corol- 
lario I, proposiz. 35® parte IV) ; quindi viene l’uomo (prò- 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


257 


posizione 19* parte IV) condotto di necessità a procurare 
con ogni siorzo che medesimamente vivano gli uomini alla 
giid.1 deila ragione; ed il bene appetito per seda chiunque 
vive conforme al decreto della ragione, cioè (proposiz. 24“ 
parte I\ ) da chi seguita la virtù consiste (proposizione 2 6 a 
parte là) ned’otteiiimento della comprensione intellettiva; 
dunque 1 uomo virtuoso bramerà che sieno anche gli altri 
uomini partecipi del bene cui appete per sè; laonde rispetto 
alla mente cotale appetenza costituisce la di lui essenza (de- 
finizione 1 degli Affetti) , e 1 ’ essenza della mente consiste 
nella potenza cognitiva di essa (proposiz. ri' 1 parte II) la 
quale involge la cognizione di Dio (proposiz. 47® parte II) 
senza cui ne può sussistere né esser pensata (proposiz. 15" 
parte I), e quindi, piu sarà perfetta nella mente la cogni- 
zione di Dio , piu si accrescerà il suo desiderio di vedere 
paitecipato dagli altri il bene eh’ ella per sé appetisce. 
C. V. D. 

Altra dimostrazione. Il bene cui 1 ’ uomo ama e per sé 
appetisce sarà da lui più vivamente amato nel vedere par- 
tecipato dagli altri quell’ affetto medesimo (proposizione 31* 
porte III); perciò (corollario della medesima proposizione) 
egli procurerà a tutta possa che gli altri sieno partecipi di 
quel suo amore; per essere quel bene accessibile a tutti 
(proposiz. preced.), tutti ne possono godere , e (per la ra- 
gione medesima) egli bramerà che vengano anche gli altri 
ad ottenerne il godimento , e ciò (per la proposizione 37“ 
parte III) tanto maggiormente quanto sarà in lui più intenso 
quel sentimento di gaudio. C. V. D. 

Scolio I. Colui che, mosso unicamente dal personale suo 
sentimento, vuole che gli altri amino ciò che è da lui amato 

e che vivano conforme al suo talento, opera per un 1 

mente e sragionato impulso le di tal gnisa-tlwW odkis£L_a 
tutti, particolarmente a coloro che si compiaciono di un 
altro modo di vivere. Quindi il bene considerato dagli ùo- 


DELL’ ETICA — PARTE IV. 


238 

mini per una sragionata appetenza qual supremo ed asso- 
luto riesce spesse volte di tal natura da non poter essere 
posseduto se non che da un solo individuo ; donde avviene 
che coloro che provano un cotal sentimento non sieno coe- 
renti nei loro propositi, e che mentre gioiscono nel vantare 
ad ogni tratto la cosa cui amano , vengano insiememente a 
temere d’incontrare credenza, mentre al contrario colui che 
imprende a tutta possa di guidare gli uomini per la ragione 
e non per uno sragionato ed impetuoso impulso, ma usando 
modi umani e benigni rimane di continuo fermo c coerente 
nel suo proposito. Riferisco alla religione le appetenze e le 
operazioni di cui siamo direttamente cagione in forza del- 
l’idea di Dio in noi impressa, ossia quando possediamo la 
cognizione di Dio, ed è da me nominata pietà l’appetenza 
di beneficare prodotta dalla consuetudine di vivere conforme 
alla ragione. Riceve da me l’appellazione di onestà l’appe- 
tenza sentita da coloro che vivono alla guida della ragione 
di congiungersi amorevolmente coi loro simili, e do la de- 
nominazione di oneste alle operazioni lodate da quegli uo- 
mini, la cui vita è conforme alla ragione, mentre al contrario 
è da me qualificato turpe ciò che si oppone all’ottenimento 
dell’altrui favore ed amicizia. Oltre a ciò che spetta parti- 
colarmente agli individui, vennero in tal guisa accennati an- 
che quei principii che sono fondamento della vita civile. 
Quindi dai precedenti discorsi si scorge facilmente in che 
differiscano la vera virtù e l’impotenza dell’ animo; non con- 
sisto in_altra-cosa la_vera virtù se non die, nel vìvere ali ai 
norma della ragione, ed è nell’uomo distintivo carattere \ 
dell’ impotenza il lasciarsi passivamente governare dalle cose 
esteriori, lasciandosi dirigere nelle sue operazioni dalle forze 
circostanti in luogo di conformarsi alle particolari condizioni 
della natura ummar^Tali sono le cose la cui dimostrazione 
venne da me promessa allo scolio della proposiz. 18 3 di 
questa parte. Appare chiaramente dai proposti principii che 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


2 ?*? 

la legge la quale vieta l’ uccisione degli animali bruti si ap- 
poggi non alla sana ragione, ma ad una vana superstizione 
ed a compassione femminile. C’insegna la ragione di ricer- 
care la nostra utilità , di congiungerci amorevolmente coi 
nostri simili, ma essa non ci prescrive la medesima benvo- 
licnza verso gli esseri la cui natura è dalla nostra diversa, 
nè ci vieta di esercitare a loro riguardo il medesimo diritto 
da essi su di noi posseduto ; laonde siccome il proprio di- 
ritto viene determinato dalla forza e dalla potenza di cia- 
scuno, gli uomini hanno, rispetto agli animali bruti, un diritto 
più esteso di quello avuto da essi sopra di noi. Non nego 
al certo che sieno gli animali provveduti di sentimento ; 
ma nego bensì che sia interdetto all’ uomo di provvedére 
alla sua utilità e di usare a suo prò’ degli esseri irrazionali, 
trattandoli nel modo che riesce a lui più opportuno, e ciò 
per essere di lor natura diversi dai nostri i loro sentimenti 
(vedi scolio proposiz. 57* parte III). Mi rimane a spiegare 
in che consista il giusto, l’ ingiusto, il peccato ed il inerito , 
ed a quel riguardo sarà mestieri ricorrere allo scolio se- 
guente. 

Scolio II. Nell’appendice della prima parte ho promesso 
di dichiarare in che consistano la lode ed il vituperio , 
il giusto c l’ingiusto. Allo scolio della proposizione 29 11 
parte III venne da me mostrato ciò che ha riguardo alla 
lode ed al vituperio, ed al presente siamo giunti ad un punto 
opportuno alla discussione delle rimanenti considerazioni. Ci 
resta non pertanto ad incominciare la proposta disamina col 
tenere in conto le primitive condizioni della natura umana 
anteriori al sociale congiungimento e col considerare di poi 
i cambiamenti introdotti dalla vita politica e civile. 

L’esistenza dell’uomo è l’espressione del suo naturale di- 
ritto; da ciò consegue clic le operazioni da lui esercitate si 
conformino colle necessarie ed essenziali sue condizioni, e 
l’uomo esercita il supremo suo diritto allorquando egli giu- 


DELL’ ETICA — PARTE IV. 


240 

dica del bene e del male e provvede giusta il suo beneplacito 
alla propria utilità (proposiz. 19" e 20* parte IV); [quindi 
egli si fa vindice delle ricevute offensioni (corollario 2 0 
proposiz. 40 11 parte III) isforzandosi eziandio di procacciare 
li conservazione delle cose da lui amate, e la distruzione 
degli oggetti da lui avversati (proposiz. 23 * parte III). Se 
fossero gli uomini condotti dalla ragione, userebbe ciascuno 
del suo diritto (corollario r° proposiz. 35* parte IV) senza 
recare agli altri il menomo nocumento, ma per soggiacere 
eglino (corollario proposizione 4“ parte IV) ad affetti che 
sorpassano di gran lunga la umana potenza (proposiz. 6 n 
parte IV), accade spesse volte che sicno ora in qua or in là 
trascinati (prop. 33® parte IV) c che si dimostrino vicende- 
volmente contrarii (proposiz. 34“ parte IV) quando avrebbero 
maggior bisogno di reciproco e concordevole sussidio (scolio 
pioposiz. 35 parte IV). Adunque perché possano giungere 
gli uomini a vivere concordemente ed a porgersi un vicen- 
devole aiuto, -. è cos a necessaria che rinunziiuo ad una parte 
del loro natur ale diritto ye che stabiliscano l’universale si- 
curezza coli astenersi da quelle azioni clic riuscissero a danno 
altrui. <Di qual maniera avvenga che gli uomini sottoposti 
necessariamente all’impulso dei loro affetti (corollario pro- 
posizione 4* parte IV) le perciò incos tantLf^v^ybgi (pro- 
posizione 33' parte IV) pgssatre— ottenere da— aàcgj ldevo lc 
sicu rezza ed avere tra sè una r ^^jprnri r^nfidn-i , ciò 
venne ad evidenza mostrato per la proposiz. 7“ di questa 
parte e per la proposizione 39“ parte III, per le quali si 
scorge che niun sentimento può essere raffrenato se non 
che da un affetto più gagliardo e ad esso contrario; perciò 
gli individui non si astengono dal nuocere ai loro simili se 
non per la temenza d’ incorrere in un male maggiore. Laonde 
fu necessario partito il costituire una sociale autorità che 
evocasse a se ed assumesse il diritto di personale vendetta 
avuto dai singoli nonché quello di concentrare in sé ogni 


DELLA SERVITÙ umana. 


-41 


particolare giudizio circa al bene ed al male , / giungendo in 
tal guisa a prescrivere un modo di vivere comune ed a pro- 
clamare leggi assicurandone 1 obbedienza, n on coll’appoggi 
a quella ragione che si mostrò impotente ad infrenare gli 
affetti (scolio proposiz. 17» parte IV), ma col minacciare 
pronti ed efficaci castighi. Cotal società raffermata dalie leggi 
e provveduta dei mezzi di assicurare la propria conserva- 
zione ò nominata governo politico e civile (comunità cittadi- 
nesca) ed appellarsi cittadini quelli che sono difesi dalla 
comune autorità. Dalle proposte cose comprendiamo di leg- 
gieri non esservi nulla nello stato di natura che possa per 
universale consenso essere qualificato buono o cattivo, av- 
vegnaché 1 uomo cui supponiamo vivere in quelle condizioni 
ha per unico intento il procacciarsi ciò che a se riesce pro- 
fittevole, e qualifica a suo talento buono o cattivo ciò che 
ha riguardo alla propria utilità. Di piò non Io costringe legge 
\euma a sottoporsi all’altrui obbedienza; perciò lo stato di 
natura non comporta l’idea del peccato , mentre procedono 
in modo al tutto opposto le condizioni del vivere civile dove 
il bene ed il male ò definito di comune consenso , e dove 
ciascuno è astretto ad obbedire ai decreti della civile comu- 
nità. Ned è altra cosa il peccato se non la disobbedienza la 
quale viene castigata in forza delle leggi civili , mentre al 
contrario l’obbedienza fa meritevole il cittadino e lo dimo- 
stra degno di partecipare ai vantaggi ed ai comodi della 
vita cittadinesca. Quindi nello stato di natura niuno può dirsi 
avere di comune consenso un diritto di padronanza sopra un 
qualsivoglia oggetto, nò vi ha cosa veruna che possa conside- 
rarsi qual proprietà di una determinata persona: tutto è di tutti, 
quindi in una tale condizione non ha luogo la volontà dì 
conferire a ciascuno quanto gli spetta, e mancando ogni qual- 
siasi diritto di padronanza non poteva all’ uomo esser tolto 
nulla di personale e di proprio; e da ciò consegue che nello 
stato di natura nulla può pensarsi che possieda i caratteri 
De Spinoza. — Dell' Etica. * , , 


dell’etica — parte isr . 


I 




del giusto e dell’ ingiusto. Procedono altrimenti le cose nella 
stato legale dove di comune consenso viene determinato ciò 
che appartiene a tale o tale persona. Risulta adunque da» 
prefati discorsi che il giusto e l’ingiusto, il peccato ed il 
merito sono nozioni estrinseche ; ma non già attributi che 
manifestino la natura della mente, e non vi ha d’uopo di 
aggiungere a tal proposito altre considerazioni. 

Proposizione XXXVIII. Riesce utile agli uomini ciò che 
dispone il corpo di tal maniera che possa essere più facilmente 
modificato dai corpi esteriori , e che possa alla volta modificare 
quei corpi con maggiore facilità ; ed al contrario i nocivo ciò 
che impedisce al corpo l’ottenimento di cotali reciproche modi - 
\Jica%ionL} &} 

Dimostrazione. All’accrescimento delle attitudini del corpo 
corrisponde quello della potenza comprensiva della mente 
(proposiz. 14“ parte II) ; perciò quello che dispone di tal 
maniera il corpo ed accresce la sua capacità di sentire c di 
agire è necessariamente buono, cioè utile (propos. e 27* 
parte IV), e si accresce quell’utilità in ragione dell’ottenuto 
accrescimento, mentre al contrario (per la proposizione 14* 
parte II) inversamente intesa e per la proposiz. 26* e 27* 
parte IV) riesce nocivo ciò che diminuisce nel corpo quella 
disposizione. C. V. D. 

Proposizione XXXIX. i Sono bu one le case che, po nservann 
[l’arm onica cor rispaudeji^LjleUe parti del corpo nel movimento 
( e nel riposo, \ ed al contrario è nocivo ciò che distarla quella J 
regolare correlafone.'K 

Dimostrazione. Il corpo umano abbisogna per conservarsi 
del concorso di parecchi altri corpi (postulato 4 0 parte II), 
e vuole la sua costituzione che le di lui parti si trasmettano 
reciprocamente i movimenti per una regolare e determinata 
ragione (per la definiz. che precede il lemma 4 0 la quale vuole 
essere riletta dopo la prop. 13“ parte II). Dunque ciò che con- 
serva nelle parti del corpo quell’ armonica corrispondenza 




«■> 




DELLA SERVITÙ UMANA. 


= 13 

vici movimenti viene con ciò a mantenere la forma di quel 
corpo, e quindi risulta (postulati 3 0 e 6° parte II) clie possa 
il corpo essere in diverse maniere modificato, potendo alla 
volta modificare a vicenda in diverse guise i corpi circo- 
stanti; laonde (proposiz. preced.) ciò riesce giovevole e 
buono. All incontro sono cattive quelle cose clic disturbano 
la regolare disposinone dei movimenti delle varie parti del 
corpo, le quali alterazioni (per la medesima definizione 
parte II) riescono alla perfine a distruggerne la forma (cosa 
per sò manifesta e cui abbiamo avvertito al fine della pre- 
fazione di questa parte) e ne cagionano per conseguenza la 
distruzione coll’ impedire al corpo di ricevere le sue diverse 
e 'necessarie modificazioni (vedi proposizione precedente). 
C. V. D. 

Scolio. Saranno spiegate nella quinta parte di questo libro 
le cose che possono favorire od impedire l’azione della 
mente ; ma qui vuoisi avvertire a quelle circostanze da me 
intese qual cagione della morte del corpo allorché vengono 
disposte le sue parti di tal guisa che ne sia disturbata la 
regolare corrispondenza dei movimenti ;^non nego pertanto 
essere possibile cosa che il corpo umano, per cessare in esso 
repentinamente la circolazione del sangue o per altra cagione 
che disturbi le condizioni al suo vivere necessarie, possa 
nondimeno tramutarsi in un’altra diversa natura, imperocché 
nessuna valevole ragione mi obbliga a pensare che non 
muoia il corpo se non quando viene fatto cadavere , nè l’e- 
sperienza medesima sembra persuadere altra cosa. Imperoc- 
ché avviene talvolta che 1 ’ uomo soggiaccia a tali mutazioni 
che non facilmente possa essere riconosciuto pel medesimo 
individuo di quel dapprima , siccome narrasi di quel poeta 
spagnuolo il quale, tornato in salute dopo una grave malattia, 
aveva di tal modo dimenticato le circostanze della sua vita 
passata che rifiutava di riconoscere come proprii i suoi dram- 
matici componimenti, e sarebbe stato tenuto qual fanciullo 


DELI.’ ETICA — PARTE IV. 


ili nlta statura se avesse dimenticato anche il nativo idioma. 
Se a qualcuno paresse incredibile un tal fatto basterà ricor- 
dargli la condizione dei bambini la cui natura viene repu- 
tata da un uomo di età provetta essere tanto diversa dalla 
sua ed al quale sembrerebbe inverosimile di essere stato 
bambino, se non avvertisse alla trasformazione operatasi sotto 
ai suoi occhi in ogni bambino ; ma per non somministrare 
ai superstiziosi nuova materia di disputazioni e di accuse , 
reputo miglior partito di tralasciare nel bel mezzo siffatto 
argomento. 

Proposizione XL.[ 5 omo utili quelle cose che favoriscono la 
società comune degli uomini, cioè che facilitano il vivere con- 
corde dei cittadini , ed al contrario sono cattive quelle che in- 
troducono la discordia nella civile comunità. 

Dimostrazione. Imperocché quelle circostanze per le quali 
gli uomini vivono concordi conducono insiememente alla os- 
servazione dei precetti della ragione (proposiz. 55" parte IV), 
e desse (proposiz. 26“ e 27“ parte IV) sono buone , ed in 
forza dei medesimi principii sono cattive quelle che cagio- 
nano cittadinesche discordie. C. V. D.^( 

Proposizione XLI. La Letizia che nasce direttamente e di 
per sé i buona , ed al contrario è cattiva la Tristezza la quale 
si produce in modo spontaneo e diretto. Jx. 

Dimostrazione. j^La Letizia (proposiz. 11“ parte III e 
scolio) ò un sentimento che accresce o favorisce la potenza | 
operativa del corpo, mentre al contrario la Tristezza dimi- 
nuisce od impedisce la potenza operativa , perciò (proposi- 
zione 38" parte IV) la Letizia è di per sé buona, ccc.j 
C. V. D. 

Proposizione XLII. \L’ Ilarità non può giammai essere ec- 
cessiva ed i sempre buona, mentre al contrario è sempre cattiva 
la Malinconia j 

Dimostrazione. L’Ilarità (vedi la sua definizione allo scolio 
della proposiz. 11“ parte III) manifesta uno stato di letizia 


della servitù umana. 


245 


HI quale rispetto al corpo ha per effetto di far risentire ad 
o 0 'ni parte di esso le medesime impressioni, e cosi (propo- 
sizione 11“ parte III) di accrescerne e favorirne la potenza 
operativa, di tal maniera che il corpo nei reciproci movi- 
menti delle sue parti venga a seguire una ragione medesima, 
perciò (proposiz. 39“ parte IV) è sempre buona l’ila riti, nè 
può giammai essere eccessiva, mentre al contrario la malin- 
conia (di cui è d’uopo vedere la definizione al medesimo 
scolio della proposiz. 11“ parte III) è la manifestazione 
della tristezza, la quale riguardo al corpo ha ’pcr effetto di 
diminuire od impedirne assolutamente la potenza operativa 
epperciò ella è sempre cattiva. C. V. D. 

Propostone XLIII. La Titillatone può farsi eccessiva c 
riuscire cattiva, e può essere buono il dolore quando toglie l’ec- 
cesso della titillatone originata dapprima da un’impressione di 
letizia. 

DiMOSTRAZ!OKE(La Titillazione è un’ impressione cagionata 
da letizia, e rispetto al corpo essa consiste in una impres- 
sione più intensa sentita in una parte del corpo più che 
nelle altre, ma (vedi la sua definizione allo scolio della 
proposiz. i i* parte III) può giungere a tale quell’impressione 
che impedisca gli altri movimenti del corpo, e dessa talvolta 
aderisce al corpo (proposiz. 6“ parte IV) con tanta ostinata 
tenacità da giungere ad impedire le altre sue necessarie 
modificazioni, e perciò (proposiz. 38" parte IV) essa può 
essere cattiva. Il dolore in sò considerato è un’ impressione 
di tristezza, c non può essere buono (proposiz. 41“ parte IV)- 
ma per essere il successivo accrescimento del dolore deter- 
minato dalla potenza di cagioni esteriori che si affrontano 
colla nostra natura, possiamo pensare al riguardo della loro 
azione modificazioni e gradi infiniti (proposiz. 3“ parte IVV 
possiamo d’altra parte riconoscere una qualche dolorosa 
impressione che contrasti alla titillazione c ne impedisca 
gli eccessi, avvenendo in tal guisa (pel principio della prc - 


2 16 


BELL’ ETICA — PARTE IV. 


sente proposizione) che sieno ricuperate dal corpo le con- 
suete sue disposizioni, e ad un tal rispetto egli può consi- 
derarsi qual buono. C. V. D. 

Proposizione XLIV. L’Amore ed il Concupimento possono 
essere eccessivi 

Dimostrazione. L’Amore è un sentimento di letizia (de- 
finizione 6 “ degli Affetti) accompagnato dall’ idea di una ca- 
gione esteriore, e (scolio proposiz. 11“ parte III) quella ti- 
tillazione che ci spinge verso un oggetto amato è il proprio 
carattere dell’amore accompagnato dall’idea di una cagione 
esteriore ; perciò (proposizione precedente) può l’amore es- 
sere eccessivo. Quindi è tanto maggiore l’appetenza quanto 
è maggiore il sentimento a cui corrisponde (proposiz. 37“ 
parte III) , e siccome quell’ affetto può sorpassare le altre 
disposizioni dell’uomo, così anche il concupimento prodotto 
dall’amore può sorpassare ogni altra appetenza e riuscire di 
tal maniera eccessivo ; il che venne da me dimostrato ri- 
spetto alla titillazione nella proposizione precedente. C. V. D. 

Scolio. iL* Ilarità da me .qualificata buona può più facil- 
mente essere pensata che dar luogo ad una positiva osser- 
vazione ; imperocché i sentimenti che vengono ogni giorno 
ad agitarci si riferiscono per lo più ad una qualche parte del 
nostro corpo la quale riesce più delle altre impressionata , 
ed altresì un tal sentimento trattiene la mente nella con- 
templazione di un solo obbietto in modo da discacciarne 
ogni altro pensiero, c benché sieno rari coloro in cui per- 
sista una sola e medesima impressione, sono nondimeno in 
assai gran numero quelli nei quali persiste con tenacità un 
unico affetto ; vediamo spesse volte essere gli uomini tal- 
mente invasi da un particolare sentimento, che anche quando 
ò lungi da essi 1’ oggetto che ne è cagione se lo figurano 
qual ad essi effettivamente presente, il che avviene anche in 
istato di veglia, ed è da noi reputato mentecatto colui clic 
di tal maniera si comporta, e ci sembrano parimente im- 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


247 


pazziti e ridicoli coloro che si danno talmente in preda ai 
loro amorazzi che giorno e notte altro non sognano , e ad 
altro non pensano ; ma nè 1’ avaro che altra cosa non con- 
sidera se non che i guadagni c la moneta , nè 1’ ambizioso 
il cui pensiero è ognora rivolto alla gloria ed alle onoranze 
non vengono creduti delirare, ma riescono a tutti molesti e 
sono avuti universalmente in odio; non pertanto l’avarizia, 
l’ambizione, la libidine, ccc., sono altrettante forme del de- 
liramento, benché non sieno annoverate tra i morbi. 

Proposizione XLV. L’Odio non può giammai esser buono. 

Dimostrazione. Procuriamo a tutta possa la distruzione 
dell’uomo da noi odiato (proposiz. 9* parte III) cioè (pro- 
posizione 37* parte IV) si dirige il nostro intento ad un fine 
cattivo. Dunque , ecc. C. V. D. 

Scolio I. Egli è d’uopo avvertire che, e qui e nelle sus- 
seguenti proposizioni, intendo per Odio solamente quell’ av- 
versione ispirata da persone umane. 

Corollario I. Sono sentimenti cattivi l’invidia, l’ irri - 
sioni , il dispreizo, l’ira, la vendetta e gli altri affetti che cor- 
rispondono all’odio e da esso provengono, ciò riuscendo al- 
tresì manifesto per la proposiz. 39® parte III, e proposiz. 37“ 
parte IV. 

Corollario II. Ogni appetenza ispirataci dall’odio è cosa 
turpe e reputata ingiusta nella vita civile, e ciò riesce evi- 
dente anche per la proposiz. 39* parte III e per la defini- 
zione del turpe e dell’ingiusto proposta allo scolio della 
proposiz. 37“ parte IV. 

Scolio II. Riconosco esservi un gran divario tra l’ irri- 
sione (da me qualificata cattiva nel precedente corollario) 
ed il riso, imperocc hé il riso è una giocosa disposi zione ed 
una ni£ja. letizia,; perciò quando non lassi _cc cc^giyp egli è — . 
di per s e buo no (proposiz. 41® parte IV) e niuna fondata 
ragione proibisce e condanna i piacevoli diletti, tranne una 
torva e triste superstizione. Perchè sarebbe cosa più conve- 


2 4 8 


DELL’ETICA — PASTE IV. 


nevole e legittima Io spegnere la fame e la sete che il di- 
scacciare la malinconia ? Tale è la regola della mia vita, ed 
a ciò infoi mai il mio animo. Nessuna deità, nè verun uomo, 
se non invidioso, può dilettarsi della mia impotenza e del 
mio incomodo, nè possono condurci alla virtù le lagrime, i 
singhiozzi, il timore ed altre simili dimostrazioni di un ànimo 
impotente ; ma al contrario, più si accresce in noi la letizia, 
piu ci accostiamo alla perfezione, cioè siamo necessariamente 
condotti ad una più intima partecipazione della natura di- 
vina. È dell’uomo sapiente il trarre il miglior partito ed il 
dilettarsi delle cose possedute, ma non giù di abusarne fino 
ad averle a nausea, il che non produce verun diletto : deve 
dunque il sapiente ristorarsi e ricrearsi moderatamente con 
cibi c bevande soavi, come eziandio egli può a suo bell’agio 
compiacersi delle dolci flagranze, dell’ amenità delle piante 
verdeggianti , dei vestimenti , della musica , dei corporali 
esercizii, dei teatri e di ogni altro piacevole sollazzo di cui 
può l’uomo godere senza recare ad altrui nocumento veruno ; 
imperocché il corpo umano è composto di parecchie parti 
di natura diversa le quali abbisognano di essere continua- 
mente e variamente alimentate affinchè il corpo tutto possa 
trovarsi egualmente disposto ad eseguire tutto ciò che spetta 
alla sua natura, e per conseguenza perchè possa anche la 
mente essere di egual maniera condotta a percepire alla 
volta un maggior numero di divisamenti. Una cotale istitu- 
zione del vivere si confà ottimamente e coi principii da 
noi professati, e colla pratica comunemente seguita. Perciò 
se questa ragione di vivere è ottima e più di ogni altra com- 
mendevole , non vi ha luogo di ricorrere a più chiare cd 
estese dimostrazioni. 

Proposizione XLVI. L’uomo che vive alla scorta della 
ragione procura a tutta possa di corrispondere coll’ amore e 
con atti generosi all’ odio, all’ ira ed al disprezzo, ecc., da lui 
provocati. 


della servitù umana. 


219 


Dimostrazione. {Sono cattivi tutti i sentimenti di odio 
(corollario i°, proposizione precedente}; perciò l’uomo clic 
vive in modo coulonne alla ragione procurerà a tutta possa 
di non nodri re odiosi sen timenti (proposiz. 19“ parte IV) e 
si sforzerà eziandio (proposiz. 37" parte IV) di allontanare 
da altri impressioni simigliami; ma si accresce l’odio quando 
egli trovasi reciprocato, mentre al contrario lo possono di- 
struggere le amorevoli dimostrazioni (proposiz. 43" parte III); 
dunque colui che vive conforme alla ragione procurerà a 
tutta possa di contraccambiare l’odio altrui con atti amore- 
voli, cioè con dimostrazioni di generosità. (Vedi perciò la sua 
definizione allo scolio della proposiz. 59“ parte III). C. V. D. 

Scoi.io. Colui che vuole riportar vende tta per le ingiu rie 
solici te si condanna ad una vita -miserabile; mentre al con- 
ti 11 io colui che vuole contrastare all’odio coll’amore com- 
batte l’inimico sempre confortato da letizia e da sicurezza; 
di tal maniera sarà del pari facil cosa il resistere ad uno od 
a molti inimici, nò perciò abbisognano esteriori sussidii. Gli 
inimici in tal guisa superati gioiscono della loro sconfitta per 
non esserne state scemate ma accresciute le forze, le quali 
conseguenze derivano ad evidenza dalle definizioni dianzi 
proposte dell amore c dell intelletto, nè vi ha d’uopo di pro- 
cedere a più particolari dimostrazioni. 

Proposizione XLVII. I sentimenti di Speranza e di Timori 
non possono di per si esser buoni. 

Dimostrazione. Non si producono i sentimenti di speranza 
o di timore senza essere accompagnati da tristezza , impe- 
rocché (per la definizione 13" degli Affetti) il timore è tri- 
stezza, nò vi ha speranza se non alternata col timore (vedi 
la spiegazione 12* e 13" nella definizione degli Affetti); laonde' 
quei sentimenti non possono essere buoni di per sò (propo- 
sizione 41* parte IV), ma possono soltanto riuscire giove- 
voli (proposiz. 43* parte IV) quando infrenano gli eccessi^, 
della letizia. C. l r . D. 

Di Spinoza. — Peli' Etici r, «2 


PELL* ETICA 


PARTE IV. 


2 yo 

Scolio. Vuoisi aggiungere che i surriferiti sentimenti 
esprimono l’ insufficienza dell’ avuta cognizione delle cose , 
con ciò dimostrando l’impotenza della mente; perciò anche 
la sicure zza, la disperazione, il gaudio ed i rimordimenti della 
coscienza dimostrano l’ impotenza dell’ animo : imperocché 
quantunque sieno effetti della letizia la sicurezza ed il gaudio, 
dessi suppongono una precedente tristezza, cioè un’ anteriore 
impressione di speranza o di timore, e più vigorosamente 
si accinge l’ uomo a vivere alla norma della ragione più 
giunge a liberarsi dalle fluttuazioni della speranza e del ti- 
more ed a signoreggiare la fortuna col dirigere le sue ope- 
razioni, giusta gli accertati consigli della ragione. 

Proposizione XLVIII. Sono sempre cattivi i sentimenti della 
propria estimazione e dell’altrui disprezzo. 

Dimostrazione. Quei sentimenti repugnano alla ragione 
(vedi i numeri 21 e 22 , nella definizione degli Affetti) e 
sono perciò cattivi. (Proposiz. 2 6 a e 27* parte IV.) C. V. D. 

Proposizione XLIX. La propria Estimazione conduce facil- 
mente alla superbia. 

Dimostrazione. Allorché vediamo altrui avere di noi un 
concetto troppo favorevole verremo facilmente ad inorgo- 
glire (scolio proposiz. 41“ parte III) ed a risentirne letizia 
(numero 30, definizione degli Affetti), essendo l’uomo facil- 
mente inclinato a prestar credenza ai vanti a suo riguardo 
proferiti (proposiz. 25“ parte III) ed a formare di sé un 
concetto che oltrepassa il suo merito ; il che significa (nu- 
mero 28 , definizione degli Affetti) che l’uomo viene facil- 
mente ad insuperbire. C. V. D. 

Proposizione L. La Commiserazione è cattiva ed inutile 
nell' uomo che vive conforme alla ragione. , ' 

Dimostrazione. È la commiserazione un sentimento di 
tristezza (numero 18, definizione degli Affetti) ed è perciò 
cattiva (proposiz. 41* parte IV); ma le buone conseguenze 1 
che possono da un tal sentimento derivare , vale a dire il 


1 


della SERVITÙ i man a. 


251 


sottrarre dalla miseria la persona da noi commiscrata (co- 
rollario 5 0 proposiz. 27“ parte III) sarebbero parimente ot- 
tenute per l’effetto dei soli precetti della ragione (proposi- 
zione 27 parte 1\ ); né se non alla guida della ragione pos- 
siamo operare qualche cosa di accertata bontà (proposiz. 27" 
patte I\ ) ; laonde, in un uomo che si conforma ai dettami 
della ragione, la commiserazione è per sé stessa cattiva od 
inutile. C. F. D. 

Corollario.) Quindi conscgu.'_che l’uomo la cui vita è 
conforme alla ragione procura, quanto egli possa, di preser- 
varsi dalla commiserazione. 

Scolio. Colui che riconosce pienamente succedere tutti 
gli avvenimenti per la necessità della natura divina e pro- 
dursi dessi in forza delle leggi eterne e delle regole della 
natura, non ritroverà nulla in un qualsiasi oggetto che me- 
liti di eccitai lo all odio , all irrisione od al disprezzo, né 
vi sarà per lui veruna cosa che possa disporlo a -commise- 
razione ; ma, quanto lo permette l’umana potenza, egli pro- 
curerà di rettamente operare e di ottenere una confidente 
letizia. A ciò si aggiunge che quegli che è facilmente di- 
sposto alla commiserazione e che si lascia di leggieri com- 
muovere dalle lagrime e dai lamenti viene spesse volte ad 
operare cose di cui ha tosto occasione di ripentirsi , im- 
perocché nessuna azione venne dapprima riconosciuta qual 
buona da un ponderato giudizio, e da ciò consegue che pos- 
siamo essere facilmente tratti in inganno dalle lagrime e dai 
lamenti; però questo nostro discorso si riferisce unicamente 
all’ uomo la cui vita é conforme alla ragione , imperocché 
l’uomo incapace di seguire i precetti della ragione o di sen- 
tire commiserazione, e perciò di porgere aiuto a chicchessia, 
può giustamente essere dichiarato inumano per mostrarsi egli 
dissimile da ogni umana persona (proposiz. 27° parte III). 

Proposizione LI. Il Favore non contrasta colla ragione , 
ma piu'i con essa accordarsi ed essere da essa originato. 


DELL* ETICA — PARTE IV 


2)2 

Dimostrazione. ^Consiste il Favore nell’amorevole dispo- 
sizione avuta verso chi ha beneficato altrui (definizione 19“ 
degli Affettile può essere riportato alla mente (proposiz. 59“ 
parte III) e ad un atto intellettivo di essa (proposiz. 3® 
parte III) ; perciò quel sentimento si accorda colla ragione ecc. 
C. V. D. 

Altra dimostrazione'. L’uomo la cui vita è conforme alla 
^ragione brama che sia dagli altri ottenuto il bene da sè ap- 
petito (proposiz. 37“ parte IV); perciò alla veduta di un atto 
di beneficenza si accresce in lui il desiderio di dimostrarsi 
benefico, ed egli proverà un sentimento di letizia (propo- 
sizione 11“ parte III) e (giusta la proposta ipotesi) si ag- 
giungerà a quel suo sentimento l’idea del benefattore, e 
quindi (definizione 19“ dei Sentimenti) egli sarà condotto ad 
averlo in favore. C. F. D. 

Scolio. L’Indegnazione quale venne da noi definita (de- 
finizione 20® degli Affetti) è necessariamente cattiva (propo- 
sizione 45® parte IV). Non intendo però essere effetto di 
indegnazione l’atto della sovrana podestà quando, mossa dal 
desiderio di preservare la pubblica pace, punisce colui che 
ha impreso di conturbarla : ella non manifesta perciò nè in- 
degnazione nè odio verso il delinquente, ma si dimostra pie- 
tosa verso la patria comune. 

Proposizione. LII. V Acquiescenza, in si stessa considerata ,*] 
può derivare dalla ragione, ed essa raggiunge il massimo suo 
grado quando è cagionata dalla ragione. 

Dimostrazione. Consiste l’Acquiescenza nell’impressione 
di letizia sentita dall’uomo allorché egli considera la pro- 
pria potenza operativa (num. 25 definizione degli Affetti), e 
la vera potenza e virtù dell’ uomo è la ragione da lui per- 
cepita (proposiz. 3“ parte III) in modo chiaro e distinto 
(proposiz. 40* e 43* parte II). Dunque l’ Acquiescenza è pro- 
dotta propriamente dalla ragione, quindi l’uomo non perce- 
pisce nulla in modo chiaro e distinto, ossia adequato, se non 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


253 


le cose die derivano dalla propria potenza (definizione 2* 
parte III) vale a dire (proposiz. 3" parte III) dalla potenza 
intellettiva, epperció nasce l’ acquiescenza dalla piti alta con- 
siderazione e dal possedimento della più perfetta cognizione. 

C. V. D. 

\Sc_olio, Ed al vero, l’acquiescenza compie la più alta e 
suprema nostra speranza ; imperocché (siccome lo abbiamo 
mostrato nella proposiz. 25“ di questa parte) ninno intende 
alla conservazione del suo essere per un fine determinato; 
e per essere quell’acquiescenza massimamente rinvigorita 
dalla lode (corollario proposiz. 53“ parte III), mentre al con- 
trario essa viene sempre più diminuita (corollario i° propo- 
sizione 55 1 * parte III) dal biasimo c dal vituperio, ci com- 
piacciamo al sommo degli encomii da noi riportati e ne con- 
segue un sentimento di legittima glorificazione, mentre al- 
l’incontro ci riesce quasi incomportabile una vita che è 
oggetto di biasimo e di vituperio. 

Proposizione LUI. L’Umiltà non é virtù se non quando de- W... .7- ^ 
riva dalla ragione. 

Dimostrazione. L’ Umiltà è un sentimento di tristezza 
prodotto nell’uomo alla cognizione della propria impotenza 
(per la definiz. 2 6‘ dei Sentimenti); magnando l’uomo con- 
sidera sé stesso al lume della ragione, egli” è forza di am- 
mettere che si rivolga il suo pensiero all’ intelligenza della 
sua essenza, cioè (proposiz. 7* parte III), della sua potenza; 
tPerciù se l’uomo rivolto alla considerazione di sè medesimo 
percepisce esser egli in qualche parte impotente, il difetto 
in tal modo conosciuto, non proviene da quel suo atto iu- 
tellettivo, ma belisi (siccome lo abbiamo dimostrato alla pro- 
posizione J5* parte III) dall’ osservata intrinseca deficienza. 

Che se veniamo a supporre che l’uomo riconosca la sua 
impotenza pel ragguaglio delle proprie forze con quelle di 
un oggetto investito di potenza maggiore della sua, mostra 
quella ricognizione esser giunto l’uomo alla cognizione di 


2i4 


DELL* ETICA — PARTE IV. 


sì medesimo (proposiz. 2 6“ parte IV), con ciò manifestando 
l’accrescimento della sua potenza operativa; perciò l’umiltà', 
ossia la tristezza prodotta nell’uomo dalla considerazione della 
sua impotenza, non proviene da una vera ed esatta conside- 
razione o dalla ragione ; dessa non è virtù o sentimento 
attivo e si riduce ad un’impressione passiva. 

Propostone LIV. Il Pentimento non ! manifestazione di 
virtù e di / r^r quando non é inspirato dalia ragione, e colui 
che infruttuosamente si ripetile si fa doppiamente miserabile ed 
impotente. 

Dimostrazione. Viene provata la prima parte alla mede- 
sima guisa della precedente proposizione ; la seconda parte 
riesce manifesta per la sola definizione degli affetti (defini- 
zione 27* degli Affetti); imperocché l’uomo che abbandonasi 
ad un inefficace pentimento , vinto dapprima da una prava 
appetenza, viene di poi a lasciarsi sopraffare dalla tristezza. 

Scolio. Per essere raramente gli uomini guidati dalla ra- 
gione riescono più utili che dannosi i due sopradetti senti- 
menti di umiltà e di pentimento, come eziandio quelli di spe- 
ranza e di timore, e nondimeno se è cosa necessaria il pec- 
care talvolta, vai meglio il peccare di cotal maniera. Impe- 
rocché se gli uomini di animo impotente venissero senza 
ritegno ad insuperbire, non si vergognerebbero di qualsiasi 
loro azione, né temerebbero cosa veruna che gli potesse ob- 
bligare e costringere a sottoporsi a vincoli socievoli e con- 
giuntivi. Fassi terribile il volgo quando cessa di temere , 
quindi non meraviglio se quei profeti che provvidero alla 
utilità universale e non a quella di una ristretta classe di 
persone abbiano si fortemente commendato l’umiltà, il pen- 
timento e la riverenza; effettivamente coloro che possiedono 
cotali sentimenti vengono condotti con maggiore facilità di 
ogni altro ad un vivere razionale , cioè ad essere liberi ed 
a godere una vita beata. 

Proposizione LV. Un altissimo grado di superbia 0 di ab- 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


2)> 


b legione denota V ignoranza delle vere condizioni del nostro 
essere. 

Dimostrazione. Ciò riesce evidente per la definiz. 28“ e 
29“ degli A (Tetti. 

Proposizione LVI. Un grado eccessivo di superbia 0 di ab- 
luzione dimostra V impotenza dell’animo. 

Dimostrazione. Il primo fondamento della virtù consiste 
nella conservazione del proprio essere (corollario prop. 22' 
parte IV) procurata giusta i dettami della ragione (prop. 24’ 
parte IV). Adunque quegli clic non ha la cognizione di sé 
medesimo dimostra essere a lui sconosciuto il fondamento 
di tutte le virtù , e per conseguenza sono da lui ignorate 
anche le virtù istesse ; quindi 1* operare virtuosamente altra 
cosa non è se non l’operare alla guida della, ragione (pro- 
posizione 24* parte IV), e colui clic agisce condotto dalla 
ragione (proposizione 45“ parte II) deve riconoscere che 
le sue azioni sono conformi alla ragione, mentre all’incontro 
colui che non possiede la cognizione di sé medesimo e che 
conseguentemente (siccome Io abbiamo già dimostrato) ignora 
il fondamento di tutte le virtù non può in verun modo ope- 
rare virtuosamente (come risulta ad evidenza dalla defini- 
zione 8“ di questa parte), dimostrando al massimo grado la 
impotenza del suo animo; perciò (proposiz. preced.) i sen- 
timenti di superbia e di abbiezione manifestano al più alto 
grado l’impotenza delPanimo. C. V. D. 

Corollario. Dai precedenti discorsi consegue in modo 
chiarissimo essere i superbi e gli abbietti sottoposti in alto 
grado ad impressioni passive. 

Scolio. Può con maggior facilità essere ottenuta la cor- 
rezione dell’abbietto di quella del superbo; imperocché questi 
prova un sentimento di letizia e quegli soggiace ad un’ im- 
pressione di tristezza; perciò (proposiz. 18“ parte IV) è più 
veemente il sentimento del superbo. 

Proposizione LVII. Si compiace il superbo della presenza 


256 


DELL’ ETICA — PARTE IV. 


dei parassiti e degli adulatori ed avversa quella degli uomini 
schietti e generosi. 

Dimostrazione. La Superbia é un sentimento di letizia 
prodotto dall’infondata opinione dei propri meriti (defini- 
zione 28* e 6' degli Affetti), ed il superbo procura sempre a 
tutta forza d’ingrandire e fortificare codesta opinione (scolio 
proposiz. 13" parte III); perciò egli si compiacerà del con- 
corso dei parassiti e degli adulatori (da me non definiti per 
essere troppo noto il loro costume) e scanserà la presenza 
degli animi generosi che dimostrano al suo riguardo quei 
sensi che corrispondono alla verità. C. V. D. 

Scolio. Sarebbe troppo lunga l’ enumerazione di tutti i 
mali che conseguono dalla Superbia, avvegnaché soggiacciono 
i superbi a tutte le impressioni tranne a quelle che condu- 
cono ad amore e misericordia ;£ma egli è d’uopo di non\ 
lasciare in dimenticanza essere chiamato superbo anche colui 
che ha gli altri in troppo basso concetto, e perciò può essere 
definita la superbia; quella letizia prodotta dalla falsa opinione 
per la quale l’uomo si crede ad ogni altro superiore; e l’ab- 
biezione che è il contrario della superbia vuole essere defi- 
nita, quella triste ?^ a generata dalla falsa opinione della pro- 
pria inferiorità; e proposte cotali sentenze è facil cosa il 
convincersi che il superbo deve necessariamente essere in- 
vidioso (scolio proposiz. 55“ parte III) e che ò massimo in 
lui l’odio verso coloro di cui vengono con maggior grido 
esaltate le virtù; non è facil cosa di estinguere quell’odio 
coll’amore e coi bcncficii (scolio proposiz. 41" parte III); 
quindi naturalmente avviene clic si compiacciano i superbi 
della compagnia di coloro clic favoriscono la disposizione 
del loro animo e bentosto convertono in pazzia la loro ori- 
ginaria stoltezza. Abbenchè sia l’abbiezione il contrario della 
superbia, nondimeno si raccosta l’abbietto al superbo, impe- 
rocché, provenendo la sua tristezza dal giudizio per cui rico- 
nosce la propria impotenza paragonandola all’altrui potenza 


della servitù umana. 


257 


e virtù , sarti alleviata la sua tristezza , cioè sentirà letizia 
quando si rappresenterà i vizii degli altri uomini, donde il 
proverbio: Riescono ili sollievo ni miseri i mali altrui , mentre 
all incontro si accrescerà in lui la tristezza alla ricognizione 
della propria inferiorità. Quindi avviene che ninno sia tanto 
disposto all’invidia quanto gli abbietti e che ninno più di 
essi si affatichi ad osservare le azioni degli uomini all’og- 
getto di vituperarle e non già correggerle e migliorarle. 
\ udiamo eziandio affaticarsi costoro a vantare unicamente il 
vivere basso ed abbietto col glorilìcarsi di ogni consimile 
dimostrazione e col farla risaltare agli occhi dell’universale. 
Cotali pratiche basse c disdicevoli derivano da quel senti- 
mento in modo tanto necessario quanto dalla natura del 
triangolo risulta che i tre suoi angoli sieno eguali a due retti. 
Vennero da me già qualificati cattivi quei sentimenti in ri- 
guardo all’utilità che ne possa agli uomini risultare.; ma le 
leggi naturali corrispondono all’ordine dell’universale natura 
di cui 1 uomo fa parte, e ciò ho voluto avvertire in passando 
perchè niuno credesse esser mio proposito di restringermi 
alla sola narrazione dei vizii e delle azioni assurde degli 
uomini e non aver io voluto dimostrare la natura e la pro- 
prietà delle cose considerate nella loro universalità; impe- 
rocché, come venne da me detto nella prefazione della terza 
parte, sono da me considerati i sentimenti dell’uomo e le 
loro proprietà alla medesima guisa di ogni altro naturale 
fenomeno; ed al certo i sentimenti umani rivelano la potenza 
e la disposizione della natura dell’uomo, meritando scienti- 
fica investigazione non meno che molti altri naturali feno- 
meni i quali sono da noi attentamente studiati ed ammirati. 
Seguito pertanto a trattare degli affetti che si riferiscono al 
prò’ ed al danno degli uomini. 

Proposizioni: L\ IH. Il sentimento di Gloria non repugna 
alla ragione e può eziandio da essa derivare. 

Dimostrazione. Ciò riesce evidente per la proposi/. 30* 

l)E Spinoza. — Dell'Etica. 


33 


*5* 


DELL’ ETICA — PARTE IV. 


degli affetti, fnonchè per la definizione dell’onesto e del bello 
die trovasi allo scolio i° della proposiz. 37“ parte IV. 

Scolio. La cosi detta Vanagloria è un sentimento di sod- 
disfazione e di acquiescenza verso di sé il quale viene ali- 
mentato unicamente dal favore del volgo, e col cessare del 
plauso cessa parimente anche l’acquiescenza, e (scolio pro- 
posizione j2" parte IV) si dilegua l’obbietto riguardato dap- 
prima qual bene supremo ; donde avviene clic colui la cui 
gloria dipende dall’ opinione del volgo si affatica di porre 
tutto in opera ansiosamente e di continuo affine di conser- 
vare la fama; imperocché è vario ed incostante 1 animo del 
volgo, ed il pubblico favore è ben tosto dissipato se non 
riceve di continuo nuovi alimenti: ne consegue che tutti co- 
loro clic vogliono cattivarsi gli applausi del volgo sono con- 
dotti facilmente alla detrazione dell’ altrui fama; e da ciò 
avviene che combattano gli uomini affine di ottenere ciò che 
appare ad essi qual bene supremo c sorga tra i competitori 
smisurata la smania di opprimersi a vicenda, c colui rimasto 
vincitore nell’ accanito combattimento viene a glorificarsi 
più delle traversìe dell’ emulo che degli avvenimenti che lo 
hanno favorito; è adunque cattiva quella gloria od acquie- 
scenza a cui dassi a ragione il nome di vana perchè non si 
appoggia a verun fondamento saldo e reale. 

Quanto alla vergogna, i caratteri principali di quel senti- 
mento possono essere facilmente riconosciuti per le consi- 
derazioni da noi proposte rispetto alla misericordia ed al 
pentimento. Non pertanto è d’uopo aggiungere che a simi- 
glianza della misericordia, quantunque quel sentimento non 
possa essere annoverato tra le virtù, vuol cssetc tenuto qual 
buono , per indicare egli nella persona il cui volto si copre 
di un vergognoso rossore , che in lei persiste la biama di 
vivere onestamente , in ciò simigliando quell affetto al do- 
lore, tenuto anch’csso per buono e per utile, perché egli di- 
mostra non essere ancora putrefatta la parte ammorbata ; 


BELLA SERVITÙ UMANA. 


■ 25 «) 

perciò abbenchè l’uomo die si vergogna di un fatto repien- 
sibile si trovi in istato di tristezza, egli è nondimeno di gran 
lunga piò perfetto c migliore dell’ impudente al tutto scevro 
della brama di un vivere onesto. 

A ciò si limitano le considerazioni cui mi sono proposto 
di dimostrare circa ai sentimenti di letizia e di tristezza. 
Quanto alle appetenze, puossi affermare esser desse buone 
o cattive secondo la natura degli affetti da cui sono origi- 
nate. Ma sono ciechi tutti i sentimenti passivi in noi inge- 
nerati (siccome facilmente può esser riconosciuto per lo scolio 
della proposiz. 44* parte IV) , nè sarebbero in verun modo 
giovevoli se gli uomini potessero essere condotti con faciliti 
a vivere in modo conforme ai dettami della ragione , come 
sari da me con brevi parole dimostrato. 

Proposizione LIX. Può V nonio esser determinato dalla sola 
ragione e senza il concorso di verun affetto passivo ad operare 
quelle anioni da lui eseguite in forza di uno di quei sentimenti. 

Dimostrazione. |L’ agire, spronilo. Ja ragione non è altra^ 
cosa se non che | (proposiz. 3* e definiz. A» parte 111) ropP 
rare quelle cose che conseguono dalla necessità della nostra 
natura in se stessa considerata. -È -cattiva la tristezza perchè 
diminuisce òd impedisce la naturale potenza operativa (pro- 
posizione 41“ parte IV); dunque non può un qualsiasi sen- 
timento di tristezza determinarci a qualsiasi azione cui non 
potremo eseguire per l’impulso della sola ragione. Oltreciò 
non può riuscire cattiva la letizia se non quando pel suo 
eccesso essa impedisce l’uomo di dispiegare tutta la sua at- 
tività (proposiz. 41" c 43" parte IV), e quindi non possiamo 
essere determinati all’eseguimento di una qualsiasi opera- 
zione cui non potremmo compire alla scorta della ragione. 
Finalmente è buona la letizia quando concorda colla ragione 
(per esserne gli effetti cagione dell’ accrescimento e dello 
sviluppo della potenza operativa), ed ella non degenera in 
sentimento passivo se non quando non riesce ad accrescere 


26o 


dell' etica 


PARTE IV. 


'la potenza dell’ uomo lino al punto di condurlo a possedere 
l’ adequata cog niz i one di sè e delle proprie azioni J ( propo- 
sizione 3“ parte III e scolio). Perchè se l’uomo impresso 
da letizia giungesse per essa ad un tal grado di perfezione 
ch’egli potesse conseguire l’adequata percezione di sè e delle 
sue azioni, nondimeno sarebbe in lui viemmeglio raffermata 
quella disposizione se le sue deliberazioni dipendessero dalla 
ragione. Tutti gli affetti si riferiscono a letizia, tristezza ed 
appetenza (vedi la spiegazione nella definizione 4" degli 
Affetti) e l’appetenza (vedi definiz. 1“ degli Affetti) in altro 
non consiste che nello sforzo operativo dell’ uomo. Dunque 
tutte le azioni alle quali siamo determinati da un sentimento 
passivo possono essere da noi eseguite alla scorta della ra- 
gione. C. V. D. 

Altra dimostrazione. ^Una qualsiasi azione è reputata 
cattiva quando è promossa dall odio o da un sentimento 
cattivo (corollario i° proposiz. 45* parte IV); niuna azione 
è di per sè buona o cattiva (siccome lo abbiamo dimostrato 
nella prefazione di questa parte), ma un’azione medesima 
può riuscire ‘talvolta buona, talvolta cattiva; dunque può 
condurci la ragione ad un’azione buona benché dessa sia 
reputata cattiva quando procede da un cattivo sentimento 
(proposiz. 19“ parte IV). C. V. D. ( 

Scolio. Le precedenti proposte Spariranno con maggior 
chiarezza coll’ aggiungervi un esempio: l’atto d’infiiggere 
percosse, fisicamente considerato, si manifesta unicamente allo 
sguardo nel sollevarsi un braccio, nello stringersi una mano 
e quel braccio volgersi all’ ingiù, il che manifesta una forza 
la quale deriva dalla costituzione del corpo umano ; di tal 
maniera, se 1 uomo mosso dall ira c da un odioso sentimento 
si risolve a rinserrare la mano, a sollevare il braccio, ciò 
avviene perchè (siccome lo abbiamo detto nella seconda 
parte) un’azione medesima può essere determinata da pa- 
recchi divisamenti, c può parimente essere promossa da rnp- 




* 


4 


DEM. \ SERVITÙ UMANA. 


261 


presentazioni diverse tanto da quelle che rimangono in.ide- 
quate e confuse, quanto da quelle che riescono chiare e 
distinte.[Yediamo di tal maniera che ogni appetenza origi- 
nata da un sentimento passivo riuscirebbe del tutto inutile 
se potessero gli uomini esser sempre guidati dalla ragione. 
Od ora si scorge perché sieno da noi appellate cieche quelle 
appetenze generate da un sentimento passivo. J 

Proposizione LX. L’appetenza prodotta da letizia 0 da tri- 
stezza che si riferisce ad una 0 ad un’altra parte del corpo e non 
alla totalità di esso, non riesce utile al complesso dell’individuo. 

Dimostrazione. Suppongasi che una parte A del corpo 
venga rinforzata per l’effetto di una cagione esteriore in modo 
da farla prevalere alle altre parti (proposiz. 6" parte IV); 
m allora essa cesserebbe di adempiere il naturale suo officio 
di contribuire alla continuazione delle funzioni esercitate dalle 
altre parti e quindi verrebbe di per sò a perdere la. propria 
^efficacia , il che (prop. 6“ parte III) è assurdo;, si sforzerà 
[adunque quella parte, ed anche la mente, di conservarsi nelle 
sue naturali condizioni; laonde il sentimento di letizia avuto 
Per quello sregolato accrescimento non corrisponde all’utilità 
complessiva del corpo, c se viene supposto all’incontro (pro- 
posizione 7“ e 12' parte III) che lo sviluppo di quella parte A 
venga impedito per la prevalenza delle altre, si dimostra alla 
medesima guisa che quel sentimento di tristezza non ha 

neppur esso niuna corrispondenza colla totale condizione del 
corpo. C. V. D.fl 

X Scouo - Riferendosi per lo più la letizia ad una sola parte 
del corpo (scolio proposiz. 44” parte IV), ne consegue che 
la brama da noi posseduta di conservare il nostro essere non 
tiene per lo più verun conto delle condizioni che assicurano 
1 intiera nostra valida conservazione. A ciò si aggiunge che 
le appetenze le quali in noi prevalgono al più alto°grado 
(corollario proposiz. 9" parte IV) si riferiscono unicamente 
al tempo presente senza punto rimirare al futuro. 


BELI’ ETICA — PARTE IV. 


s6i 

Proposizione LXI. Il Concupimento promosso dalla ragioni 
tiou pai essere eccessivo. 

Dimostrazione. Tl Concupiniento considerato in modo as- 
soluto è (per la definiz. t* degli Affetti) l’essenza medesima 
dell’uomo, ed è da noi creduta sempre rivolta ad operare; 
perciò l’appetenza emanata dalla ragione, rispetto all cseicizio 
della nostra attiviti, costituisce l’essenza o la natura dell’uomo 
in quanto essa ò determinata ad operare quelle cose da noi 
adequatamente concepite quali derivanti dall essenza dell uomo 
(definiz. 2 11 parte III). Se potesse quell’ appetenza trapassare 
i naturali suoi limiti e farsi eccessiva, ne risulterebbe eli ella 
potesse soverchiare le sue naturali condizioni, il che olii e 
una manifesta contraddizione ; quindi quel concupimento non 
può essere eccessivo. C. V. D. 

Proposizione LXII. Allocchi la mente ordina i suoi pensieri 
conforme alla ragione, viene egualmente impressionata quando 
si rappresenta cose tanto attuali quanto future o pretei ile. 

Dimostrazione. I pensieri della mente guidata dalla ra- 
gione sono da essa concepiti sotto la forma dell’ eternità e 
della necessità (corollario 2° proposiz. 44“ parte II) e da 
essa proposti in forma precisa ed assoluta (proposiz. 43* 
parte II e scolio); quindi i concetti della mente sono pen- 
sati in forma assoluta a qualsiasi tempo si riferiscano, pie- 
sente , futuro o preterito , e da essa affermati con eguale 
certezza, e l’idea concepita avrà un medesimo carattere di 
verità (propos. 41* parte II) e possederà le proprietà dell’i- 
dea adequata a qualsiasi tempo ella si riporti (definiz. 4 
parte II), epperciò quando la mente produce i suoi concetti 
guidata dalla ragione, le impressioni da essa ricevute saranno 
eguali a qualunque tempo si riportino presente , futuro o 
preterito, ed offrirà le condizioni dell’idea adequata. C. V. D. 

Scolio. Se l’ uomo conoscesse adequatamente la durazione 
delle cose, egli potrebbe assegnare il termine della loro esi- 
stenza e sarebbero eguali le sue impressioni, circa al futuro 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


26? 


ed al presente, rappresentandosi gli avvenimenti luturi colla' 
medesima vivezza con cui gli si affacciano le cose attuali , 
in allora il bene concepito dalla mente qual futuro sarebbe 
da le! tanto energicamente appetito quanto una cosa presente, 
e per conseguenza ne risulterebbe che sarebbe da lei tra- 
scurato un minor bene attuale in vista di un bene futuro pii'i 
ragguardevole , nè punto desidererebbe l’ottenimento di una 
cosa presente quando conoscesse dovere ella cagionargli in- 
comodo nell’avvenire, siccome saremo tosto a dimostrarlo. 
Però è inadequata la cognizione dell’uomo circa le cose 
future (proposizione 31" parte II), nè ci figuriamo le cose 
future (vedi lo scolio della proposiz. 44 0 parte II) se non 
che per incerte rappresentazioni; donde avviene che la vera 
cognizione del bene e del male da noi avuta non e cogni- 
zione astratta e generica e che, nel sentenziare circa alla 
cognizione dell’ordine delle cose e delle cagioni di esse in 
guisa da determinare al presente ciò che a noi può riuscire 
buono o cattivo, si appoggia il nostro giudizio a fondamenti 
più imaginarii che reali. Perciò non è meraviglia se 1 appetenza 
prodotta dalla cognizione del bene e del male, quando e di- 
retta ad un avvenimento futuro, sia più facilmente contra- 
stata ed impedita che non lo sia quando essa ha in mira le 
cose presenti che le appaiono soavi e piacevoli , ed a tal 
proposito ricorrasi alla proposizione 18“ di questa parte. 

Proposizione LXIII. L’uomo condotto dui timore ad ope- 
rare il bene ed a schivare il male non è guidato dalla ragione. 

Dimostrazione. Tutti i sentimenti che dimostrano la po- 
tenza attiva dell’uomo, vale a dire (proposiz. 3“ parte III) 
quegli affetti che si riferiscono alla ragione, altra cosa non 
/j (Tono che sentimenti di letizia e di appetenza (proposiz. 59 
"> parte III), e perciò (definiz. 13“ degli Affetti) l’uomo che 
opera pel solo effetto di un sentimento pauroso non è con- 
dotto dalla ragione. C. V. D. 

Scolio I. I superstiziosi che più si affaccendano a ripro- 


DELI.' ETICA — PARTE V. 


vare i vizii che a promuovere le virtù e che imprendono di 
governare gli uomini, non col destare in essi l’amore della 
virtù, ma col procurare di signoreggiare gli animi pel timore 
onde disporli ad astenersi dalle azioni da essi dichiarate 
prave piuttostochè ad incitarli a virtuose operazioni, ad altro 
non rimirano se non ad ottenere che si conformino gli uo- 
mini alla vita miserabile da essi prescelta ; laonde non è 
meraviglia che riescano a tutti odiosi e molesti. 

Corollario. Per 1 appetenza originata dalla ragione segui- 
tiamo direttamente il bene, e fuggiamo indirettamente il male. 

Dimostrazione, {[m perocché l’appetenza prodotta dalla ra- 
gione non può provenire che da un sentimento di letizia il quale 
non offre vermi carattere di passiviti (proposiz. y<; a parte III), 
vale a dite da quella letizia che non può essere eccessiva 
(proposiz. 6 1 “ parte IV); nè un simile sentimento può giam- 
mai provenire da tristezza , laonde (proposiz. 8“ parte IV) 
nasce quell affetto dalla cognizione del bene e non del male, 
epperciò condotti dalla ragione appetiamo direttamente il 
bene e fuggiamo indirettamente il maleTjC. V. D. 

Scolio II. Si dimostra il presente corollario per l’esempio 
dell ammalato e del sano. Il timore della morte decide l’am- 
malato a trangugiare sostanze che gli ripugnano, unenti 



sjmo -si- diletta— degli offerti cibi e in tal guisa si compiace 
dei vantaggi della vita più clic s’ egli f osse mosso al cibarsi 


dal timore della, morte cui brama diretta mente di evitare. 


Di simil maniera il giudice il quale, non incitato da odio o 
da ira , ma mosso dalla considerazione della pubblica sal- 
vezza, condanna a morte un delinquente , viene unicamente 
condotto dalla ragione. 

Proposizione LXIV. \L a cognizione del male é cogn izione 
inadequata , i 

Dimostrazione. iLa cognizione del male .(proposizic 


parte IV) produce in noi una tristezza di cui siamo cc 


2 / 


e la tristezza ha per effetto di condurci ad una minor 





DEI LA SERVITÙ UMANA. 


26; 


t fezione (dcfìniz. 3“ degli Affetti), il che repugna alla propria 
essenza dell’ uomo (propOsiz. 6 “ e 7“ parte III); laonde (per 
la defìniz. 2“ parte III) quella cognizione produce un senti- 
mento passivo e dipendente da idee inadequate (propos. 3* 
parte III); per conseguenza ò inadequata la cognizione del male 
(proposiz. 29* parte II). C. F. D. 

Corollario. /Quindi consegue che se fossero adequate tutte 
le idee concepite dalla mente umana essa non avrebbe ve- 
runa nozione del ma 

Proposizione LXV. L’uomo condono dalla ragione elegge 
il bene maggiore od il male minore. 

\ ^ Dimostrazione. Il bene che impedisce il conseguimento 
di un maggiore vantaggio è realmente cattivo, imperocché 
il bene ed il male (siccome lo abbiamo dimostrato nella pre- 
fazione di questa parte) vengono ad apparirci nelle cose al- 
lorquando le raffrontiamo tra di loro , e (per la medesima 
ragione) un male minore può essere considerato qual bene; 
perciò (pel corollario della proposizione precedente) l’uomo 
condotto dalla ragione sempre appetisce il bene maggiore 
ed elegge il inale minore. C. V. D. 

Corollario. L’uomo che si conforma alla ragione elegge 
il minor male ed il maggior bene e trascura il bene minore 
quando egli è cagione di un male maggiore ; imperocché il 
/male che viene detto minore è realmente un bene, ed al- 
l’incontro è cattivo quel bene da cui deriva il male; perciò 
(corollario proposiz. precedente) quello è da noi appetito e 
questo è da noi sfuggito. C. V. D. 

Proposizione LXVI. L’ uomo condotto dalla ragione appe- 
tisce un bene futuro maggiore piuttostochi un bene minore pre- 
sente ed elegge un minor male presente per i schivarne in futuro 
'.aggiorej 


un nu 

Dimostrazione. Se potesse 
adequato di un avvenimento 
impressione tanto della cosa 

De Spinoza. — Dell' Etica. 


la mente formarsi un concetto 
futuro riceverebbe un’ eguale 
futura quanto della presente 

34 


266 


DELL* ETICA — PARTE IV. 




(proposiz. 62" parte IV) perchè iill’unico rispetto delia ra- 
gione, siccome lo abbiamo dichiarato nella presente propo- 
sizione, gli si affacciano medesimi e ad un istesso grado gli 
oggetti presenti, futuri o preteriti, eppcrciò (proposiz. 6 5“ 
par.te IV) viene dall’ uomo ragionevole preferito un maggior 
bene futuro ad un minor bene presente. C. V. D. 

Corollario. L’ uomo guidato dalla ragione eleggerà un 
minor male presente per ischivarne un maggiore nell’avve- 
nire e trascurerà un bene minore presente per conseguire 
in futuro un bene maggiore ; corrisponde il presente corol- 
lario alla proposizione precedente, siccome quello della pro- 
posizione 65“ alla proposizione medesima. 

Scolio. Adunque, se raffrontiamo queste nostre dimostra- 
zioni con quanto venne da noi proposto nel principio di 
questa parte fino alla proposizione 18“, vediamo quanto l’uomo" 
che si lascia condurre dai suoi affetti e dalle volgari opinioni 
si discosti da quello che è unicamente guidato dalla ragione ; 
/quegli j, lo voglia o no, si presta ad oper azioni senza cono- 
scerle nè giudicarle , questi non obbedisce che a sè mede- 
simo, non seguita ciecamente gli altrui infondati consigli, ed 
opera mai sempre giusta le considerazioni da lui tenute quali 
principali e necessarie ; quindi quello sarà da me nominato 
servo, questi sarà da me tenuto qual libero, ed a tal propo- 
sito stimo opportuno di mostrare le condizioni ed il carat- 
tere dell’uomo giunto a libertà. 

Proposizione. LXVII.jT,’ uomo libero a ninna cosa rivolge K/ 
meno il pensiero quanto alla morte , e la sua sapienza consiste \ 
\nella meditazione della vita e non in quella della morte. 

Dimostrazione. [L’uomo libero, vale a dire-quégli che. vive 1 
unicame nte c onforme ai precetti della ragione^ non è con - 1 
dotto dal timore d ella morte, (proposiz. 63“ parte IV);\_je, 
sue appetenze jù__riyolgonu direttamente. aj bene (corollario 
della proposiz. 63" parte IVà ul quale (p roposiz. 24“ parte IV) 
consiste nell’ operare, vivere e conservare il proprio essere. 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


267 


Mondandosi sulla considerazione della ricerca della propria 
^1 utilità; perciò a niuna cosa egli attende meno che alla morte, 
~ e di tal maniera si rivolge la sua sapienza alla perpetua me- 
Lutazione della vita. C. V. D. 

Proposizione LXVIII. Se gli nomini nascessero liberi non 
avrebbero vermi concetto circa al bene ed al male, finché per- 
sistesse la loro libertà, j 

V- Dimostrazione. Ilo detto essere libero colui che è gui- 
dato dalla sola ragione ; perciò sono tutte adequate le idee 
dell’ uomo che nasce e rimane libero, e quindi il suo pen- 
siero esclude ogni concetto del male (corollario proposiz. 64* 
parte IV) e per conseguenza (essendo correlative le idee 
del bene e del male) anche del bene. C. V. D. 

>Scolio. Riesce manifesto per la proposiz. 4“ di questa 

I parte essere falsa ed infondata l’ ipotesi espressa nella pre- 
sente proposizione, nè poter ella essere pensata se non al 
solo riguardo della natura umana o meglio al rispetto di 
Dio non considerato nella sua infinità , ma particolarmente 
pensato qual cagione dell’esistenza dell’uomo, e la presente 
considerazione, come eziandio gli altri riflessi che sarò a tal 
riguardo a proporre, sembrano essere stati accennati da Mosè 
nella storia del primo uomo ; imperocché in quella storia 
non si trova altra indicazione se non quella della Potenza 
di Dio manifestata nella creazione dell’ uomo e della sua 
Provvidenza al riguardo della umana utilità. Perciò "vediamo 
in quel racconto avere Iddio inibito all’ uomo libero di ci- 
barsi di quei frutti da cui derivava la cognizione del bene 
e del male e come appena mangiato di quel frutto tosta- 
mente fosse l’uomo più preoccupato del timor della morte 
che delle condizioni della vita ; vedesi oltreciò che ritrovata 
dall’uomo la moglie la cui natura si conformava colla sua, 
riconobbe niuna cosa potergli offrire la natura che potesse 
recargli maggiore utilità ; riconoscendo di poi ritrovarsi egli 
'Ha istessa condizione di quella degli animali bruti, tosto 


268 


DELL’ ETICA — PARTE (V. 


incominciò ad imitarne gli affetti (proposiz. 27" parte III) 
e perdette la sua libertà la quale venne più tardi ricuperata . 
dai Patriarchi condotti dallo Spirito di Cristo vale a dire 
dall’ idea di Dio dalla quale unicamente dipende la libertà 
dell’ uomo e lo muove a desiderare clic sia ad altri comu- 
nicato il bene da lui appetito ; il che si accorda (proposi- 
zione 37“ parte IV) colle dimostrazioni da noi prodotte. 

Proposizione LXIX. [La virtù dell’uomo libero si dimostrai 
\del pari nello scansare i pericoli quanto nel sormontarli ./< J -J 
Dimostrazione. Non può uh affetto essere annientato od 
impedito se non in forza di un sentimento contrario e mag- 
giore (proposiz. 7° parte IV). La cieca Audacia e la Paura 
sono sentimenti i quali possono essere concepiti come egual- 
mente veementi (proposiz. 5“ e 3" parte IV) ; dunque egli 
è forza di spiegare un’ eguale virtù o fortezza dell’ animo 
(vedi la definizione nello scolio della proposiz. 59“ parte III) 
tanto nell’infrenare l’audacia quanto nel discacciare il- timore, 
ciò vale a dire (per le definizioni 40" e 41“ degli Affetti) 
che l’ uomo libero dispiega un’ eguale virtù tanto nello 
scansare i pericoli quanto nel superarli. C. V. D. 

Corollario. Adunque l’uomo libero è mosso da una ani- 
mosità egualmente coraggiosa e grande tanto alla fuga quanto 
alla pugna,' vale a dire che l’uomo libero manifesta del pari 
il suo coraggio e la sua presenza di spirito tanto nel ricor- 
rere alla fuga quanto nell’ affrontare il combattimento. 

Scolio. Venne da me spiegato allo scolio della proposi- 
zione 39“ parte III in che consista 1 ’ animosità e ciò eh’ io 
intenda per quell’ appellazione. Intendo per pericolo ciò che 
può esser cagione di un qualche male e può recarci tristezza, 
odio, discordia, ecc. 

Proposizione LXX. L’ uomo libero che vive in me\%o ad 
ignoranti procura quanto egli possa di rifiutarne i beneficii. 

Dimostrazione. Ognuno giudica a suo talento ciò che è 
buono (vedi scolio proposiz. 39“ parte III), quindi l’ igno- 


4 


della servitù umana. 


269 


rante che recò ad alcuno un qualche beneficio lo stimerà a 
suo arbitrio ed alla stregua del proprio ingegno e si rattri- 
sterà nel vedere non esser tenuto il suo beneficio nel pregio 
da lui supposto (proposizione 42" parte III). Ma l’ ( uomo li- 
bero vuole congiungersi coi suoi simili pei legami del- 
1 amicizia (proposizione 37 0 parte IV) , nè misura diversa- 
mente beneficii eguali giusta le impressioni dei donatori; 
egli si travaglia a condurre sè e gii altri uomini conforme 
al libero giudizio della ragione ed attende particolarmente 
a quelle cose da lui avute per principali e più importanti ; 
dunque 1 uomo libero per non procacciarsi 1’ odio altrui e 
per seguire la via della ragione e non secondare le appe- 
tenze degli ignoranti procurerà al possibile di declinarne i 
beneficii. C. V. D. 

Scolio. Dico al possibile, imperocché per essere gli uomini 
ignoranti non cessano pertanto di essere uomini ed hanno 
anch’ essi il potere di sovvenire alle umane necessità , ciò 
che è cosa più di ogni altra eccellente; dunque egli è neces- 
sario di accogliere i loro beneficii e dimostrare di averli in 
pregio con quelle forme di ringraziamento che ad essi rie- 
scano più grate per non dar luogo alla imputazione di avara 
renitenza a largire una corrispondente rimunerazione. Se per 
ìschivare occasioni di odio fossero rifiutati quei benefizii, in- 
correrebbe l’ uomo nel pericolo di gravemente offenderli ; 
perciò nel declinarli egli è d’uopo tener conto della comune 
utilità e di ogni onesto riguardo. 

Proposizione LXXI. I soli uomini liberi dimostrano reci- 
procamente grafia ed amorevolezza. 

Dimostrazione. I soli uomini liberi giungono a farsi a 
vicenda utilissimi ed a congiungersi per legami di continua 
fraterna famigliarità (proposiz. 35 0 parte IV c suo corol- 
lario i°), avvegnaché procurano quanto possono di essersi in 
ogni maniera giovevoli (proposiz. 37“ parte IV); perciò i 
fciolj uonii i i i-UbtMÙi (per la definizione 34" degli Affetti) sono 


270 


DELL’ ETICA — PASTE IV. 


l’imo verso l’altro oggetto di vicendevole aggradimento e di 
amorevolezza, C. V. D. 

Scolio. Le espressioni di Grazia e di Gratitudine ricam- 
biate a vicenda dagli uomini mossi da cieca appetenza sono 
le più volte piuttosto un vile mercimonio ed un insidioso 
agguato che vere manifestazioni di gratitudine. Di più l’in- 
gratitudine non può annoverarsi tra gli affetti, ed è tanto più 
turpe perchè essa dimostra essere impresso l’animo dell’in- 
grato di sentimenti di odio , d’ ira , di superbia e di ava- 
rizia ecc. ; imperocché non è ingrato l’ uomo il quale per 
ignoranza non sa trovare il modo di corrispondere ai ri- 
cevuti benefizii, e molto meno colui che .respinge i doni 
meretricii fatti all’oggetto di veder favorite e secondate vo- 
glie libidinose, o le offerte fatte dal ladro perchè rimangano 
nascosti i commessi furti , ed altre cose simigliami ; impe- 
ro cchè al contrario dimostra costanza d’animo colui che non 
si lascia corrompere da qualsiasi donativo che voglia indurlo 
a favorire imprese perniciose e malvagie. 

Proposizioni: LXXII. [L'uomo libero non commette giammai ] 
un atto fraudolento t doloso > ma agisce mai sempre di buona \ 
fede^ 

Di.viosTRAZioNE^Se Jlnome libero usasse atti fraudolenti 
e _dolqsi_egli_a ciò sarebbe condotto dalla ragione ( impe- 
rocché la propria condizione dell’ uomo libero consiste nel 
suo obbedire alla ragione); quindi sarebbe virtù l’atto frau- 
dolento e doloso (proposiz. 24®" parte IV) ed in conseguenza 
(per la medesima proposizione) ,l’ o pera re fraudolosamente 
sarebbe da lui ragionevolmente prescelto qual più espedien te 
ed opportuno, vale a dire, permetterebbe la ragione di ridurre 
a nude ed inefficaci parole le umane convenzioni sempre 
opposte ai fatti stipulati e promessi j_il che j(pel corollario 
della proposiz. 31® parte IV) è assurdo. 'Dunque l’jjomaJi- 
b ero, ecc. C. V. D. 1 

Scolio. A chi chiedesse se per salvare la propria vita 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


27» 


fosse permesso all’ uomo di ricorrere alla perfidia e st la 
brama di conservare il suo essere valesse a giustificare la 
sua slealtà, si risponderà che se a ciò lo inducesse la ragione, 
varrebbe una tal massima per l’universalità degli uomini; 
ma la ragione vieta onninamente di ricorrere nelle pattui- 
zioni ad arti fraudolenti e dolose prescrivendo insiememente 
-di congiungere le forze e di avere comuni i diritti, mentre, 
s’ella permettesse di ricorrere talvolta alla perfidia, a tutti si 
estenderebbe una cotal licenza e quindi cesserebbe la comu- 
nanza c fermezza degli umani diritti, il clic è assurdo. 

Proposizione LXXIII. , L’ uomo condott o dalla ragione si 
lenii più libero in inetto ad un civile conso rzio ov’ egli ubbi- 
d iscejtijhc-rtii delia -comunità che non lo sanili. nell a solitu- 
dine dove si governasse al solo arbitrio del proprio volere. 

Dimostrazione. jL’ uomo condotto dalla ragione non è gui- 
dato all’obbedienza dal timore (proposiz. 6 3“ parte IV), ma 
suo proposito di conservare il proprio essere conforme ai 
dettami della ragione,' vale a dire (scolio prop. 66 * parte IV), 
intende fortemente a vivere da uomo libero e tiene in mas- 
simo conto ciò che torna all’utilità della vita comune (prop. 57“ 
parte IV) ; per conseguenza (siccome lo abbiamo dimostrato 
nello scolio 2 0 della proposiz. 37” parte IV)(brama di vi- 
vere sem pre con formandosi al decreto della civil cornunanza; 
dun que l’uomo cond otto dalla ragione si reputerà più libero 
(quando si sottopone alle leggi della civil società. C. V. D. 

Scolio. Cotali disposizioni ed altre consimili da noi os- 
servate circa all’umana libertà si riferiscono alla Fortezza, 
cioè (scolio proposiz. 59“ parte III) all’Animosità ed alla 
Generosità, nò credo esser prezzo dell’opera di qui dimo- 
strare distintamente tutte le proprietà della Fortezza e molto 
meno di estendermi a provare che l’ uomo clic merita il 
nome di forte non possa nodrire verun sentimento di odio, 
d’invidia, d’indignazione, di disprezzo nò tampoco di su- 
perbia; imperocché le virtù da noi descritte, come eziandio 


272 


DELL' ETICA — PARTE IV. 


tutte quelle che hanno riguardo alla vera vita razionale ed 
alla religione , saranno facilmente persuase ed intese per le 
massime professate nelle proposizioni 37“ e 46“ di questa 
parte, le quali prescrivono che all’odio debba l’uomo opporre 
amorevoli dimostrazioni e che chiunque vive conforme alla 
ragione brama ardentemente di vedere gli altri uomini essere 
partecipi del bene da lui appetito , ed a ciò si aggiunge 
quanto venne da noi avvertito allo scolio della proposiz. 50" 
di questa parte ed in altri luoghi; che se l’uomo forte con- 
siderasse primamente che tutti gli avvenimenti succedono 
per la necessità della Natura divina egli si convincerebbe 
che quando le cose gli si rappresentano come moleste e cat- 
tive, empie, orrende, ingiuste e turpi non provengono quei 
suoi giudizii se non che dall’ apparirgli le cose monche, scon- 
nesse e confuse , e perciò egli procurerà a tutta possa di 
concepire le cose nella vera loro condizione e di rimuovere 
ciò che ne impedisce la piena intelligenza, cioè di scacciare 
ogni sentimento d’odio, d’ira, d’invidia, d’ irrisione, di su- 
perbia, nonché gli altri vizii da noi ricordati nelle precedenti 
dimostrazioni; laonde egli procurerà, siccome lo abbiamo 
detto, di bene e virtuosamente operare e di vivere lieto e 
confidente. Dimostrerò nella parte susseguente fin dove possa 
estendersi l’umana virtù e quanta ne sia la potenza. 

Appendice. 

I placiti da me proposti in questa Parte circa alla retta 
maniera del vivere non sono esposti di tal guisa che si possano 
raccogliere a primo aspetto come lo avrebbe richiesto l’or- 
dine della dimostrazione e la logica loro deduttiva corri- 
spondenza , ma vennero da me dichiarati in una forma che 
li lascia disuniti e dispersi, laonde mi proposi di riunirli e 
di dividerli in ispeciali capitoli. 

Capitolo I. Tutti i nostri sforzi o le nostre appetenze 


DELLA servitù umana. 


27? 


conseguono di tal maniera dalla necessità della nostra natura 
che dessa possa esser facilmente concepita qual prossima 
loto cagione, perche l’uomo fa parte della natura la quale 
non può essere adequatamente pensata in sè stessa senza le 
esistenze individue che la compongono. 

^.Capitolo II. Le appetenze che risultano dalla nostra na- 
nna in maniera da non poter essere pensate senza di essa si 
riferiscono alla mente considerata qual posseditrice di idee 
adequate ; non si riportano alla mente le altre appetenze 
quando dessa percepisce idee inadequatc , e le forze e lo 
sviluppo di esse non dipendono dall’azione interna dell’uomo, 
ma sono determinate dalla potenza degli oggetti posti fuori 
di noi; perciò le prime sono attive, le altre passive; quelle 
dimostiano sempre la nostra potenza, queste al contrario 
manifestano la nostra impotenza e provano essere monca ed 
/imperfetta la nostra cognizione. 

Capitolo III. Quelle azioni ed appetenze che vengono 
definite dalla propria nostra potenza e dalla ragione sono 
sempre buone, mentre le altre possono riuscire talvolta buone, 
talvolta cattive.-^ 

Rapitolo \I V./Nella vita è di massima utilità il perfezio- 
nare al possibile l’intelletto ossia la ragione, ed in ciò solo 
consiste la felicità e la beatitudine dell’ uomo ; imperocché 
non e altra cosa la beatitudine se non l’acquiescenza del- 
1 animo, originata dalla cognizione intuitiva di Dio, e con- 
siste unicamente il perfezionamento dell’intelletto nell’acquisto 
della cognizione di Dio, dei suoi attributi e delle operazioni 
che risultano dalla necessità della Natura divina; perciò l’ul- 
timo line cui rimira 1’ uomo condotto dalla ragione, nonché 
la somma appetenza di valutare sanamente le cose tutte, ad 
altro non hanno riguardo che all’ottenimento della compren- 
sione adequata di tuttociò che può accadere nella propria 
persona e nelle cose circostanti. 

Capitolo V. Adunque non vi ha vita razionale senza l’in- 

Db Spinoza. — Dell' Elica. 35 


DELL’ ETICA — PARTE IV. 


271 

telli^enza, nè sono buone le cose se non quando aiutano 
l'uomo ad ottenere il godimento della vita della mente, cioè 
l’intelligenza ; ma al contrario diciamo essere cattive quelle 
cose che impediscono all’uomo quel perfezionamento che lo 
conduce al godimento della vita razionale. 

Capitolo VI. Sono necessariamente buone quelle cose di 
cui l’uomo è la cagione efficiente e diretta , e non può ac- 
cadere all’uomo verun male se non in forza di cagioni este- 
riori, cioè per esser egli una parte dell univcisale natura alle 
cui leggi soggiacciono le condizioni umane ; ed alle quali 
l’uomo è sempre costretto di accomodarsi. 

Capitolo VII.[Non può l’uomo cessare di essere una] 
parte della natura e non esser sottoposto all universale 01- 
dinamento di essa, ma s’egli trovasi convivere con individui 
le cui disposizioni si conformino con quelle della natura 
umana, verrà ad essere favorita ed accresciuta la sua potenza 
operativa, mentre al contrario se egli trovasi in mezzo ad 
oggetti che non si confanno colla sua natura , a mala pena 
può giungere a piegarsi alle circostanze che ne derivano, a 
meno che non succeda in lui un grande cambiamento delle 
proprie disposizioni.} 1 

Capitolo Vili. Egli" è lecito ad ognuno di rimuovere nel 
modo che gli sembra più adatto e sicuro gli ostacoli natu- 
rali da lui giudicati cattivi , ossia quelle cose che possono 
nuocere alla sua esistenza e togliergli il godimento della 
vita razionale, ed al contrario gli è permesso di procacciare 
in qualsiasi modo ciò ch’egli giudica esser buono e giove- 
vole alla conservazione del suo essere ed al godimento della 
vita razionale, ed in modo assoluto è lecito ad ognuno, pel 
supremo naturale suo diritto, di operare ciò eh egli giudica 

corrispondere alla sua utilità.^ 

Capitolo IX. Nulla può maggiormente convenire alla na- 
tura di un qualsiasi oggetto quanto gli individui della propria 
specie, e perciò nulla giova meglio all’uomo per la conser- 


I 




DELLA SERVITÙ UMANA. 


27) 


vazione del suo essere e per il godimento della vita razio- 
nale quanto un suo simile condotto dalla ragione ; quindi 
siccome non conosciamo tra le cose particolari nulla che sia 
dell’uomo più eccellente, ninno meglio dimostra quanto valga 
in lui l’ ingegno ed a qual grado egli possieda 1’ arte del— 
1 ammaestrare gli uomini che quando riesce a condurli ad 
una vita sempre sottoposta all’imperio della ragione. 

Capitolo X. Gli uomini invasi dall’invidia od altro odioso 
sentimento sono reciprocamente contrastanti ed inimici, c per 
conseguenza riescono più temibili, quando la loro forza più 
sorpassa quella degli altri individui. 

Capitolo XI. Yinconsi gli animi, non colle armi, ma col- 
l’amore e la generosità. 

Capitolo XII. Riesce agli uomini principalmente giovevole 
il congiungersi per l’ accomunanza delle consuetudini e di 
stringersi a vicenda con quei legami che possono più effi- 
cacemente unificare le particolari tendenze, ed in modo as- 
soluto di praticare quelle operazioni da cui risulta maggiore 
la saldezza delle amicizie. 

C apitolo XIII. Ma, ad ottenere un tale intento, egli è d’uopo 
usare arte e vigilanza , imperocché sono diversi gli umani 
ingegni, per essere in picciol numero coloro che vivono alla 
guida della ragione, e quindi sono più invidiosi ed inclinati 
a vendetta che a misericordia , ed egli è d’ uopo dispiegare 
una grande potenza di animo per sopportare le disposizioni 
degli altrui ingegni , ed astenersi dall’ accogliere gli altrui 
pericolosi affetti ; ma al contrario coloro che altro non sanno 
se non inveire contro i vizii c condannare gli uomini piut- 
tostochè disporli alla virtù coi loro insegnamenti, e che im- 
prendono d’infrangere gli animi c non di raffermarli e rin- 
vigorirli, quelli si fanno molesti ed a sé e ad altrui; onde 
sono molti coloro che mossi da animo impaziente e da un 
falso concetto di religione si risolvono a vivere in mezzo 
ai bruti piuttostochè conformarsi al vivere degli uomini, in 


V 6 


dell’ e "ICA — PARTE IV. 


ciò imitando que’ ragazzi che non sanno sopportare a do- 
vere i paterni rimproveri e cercano un ricovero nelle file 
dei militi (preferendo i pericoli della guerra ed i tirannici 
imperii ai domestici comodi ed alle paterne amorose am- 
monizioni) e che si sottopongono di buon grado ad ogni 
gravoso esercizio per trar vendetta dei genitori. 

Capitolo XIV. j^Abbenchè gli uomini si governino per lo 
più a loro piacerei giusta i loro particolari imp ulsi . non-; 
dimeno dalla vita civile cd accomunata risultano maggiori i 
vantaggi che gli inconvenienti, perchè nella vita civile riesce 
facil cosa il sopportare pazientemente le altrui ingiurie e 
procurarsi quelle condizioni che più giovano a raffermare le 
amicizie e la concordia. 

Capitolo XV. Le operazioni che producono la concordia 
sono quelle che risultano dalla pratica della giustizia, del- 
1’ equità e dell’ onestà ; imperocché agli uomini , tranne ciò 
che è ingiusto ed iniquo, nulla riesce più increscevole quanto 
le azioni reputate turpi, vale a dire, quelle per le quali ven- 
gono ad essere disprezzati i cittadineschi costumi. A conci- 
liarsi l’amorevolezza è in primo luogo necessaria l’osservanza 
di ciò che ha riguardo alla religione ed alla pietà , e a tal 
proposito vedasi lo scolio i° e 2° della proposiz. 37® c lo 
scolio della proposiz. 46°, nonché quello della proposiz. 73® 
parte IV. 



Capitolo XVI. Suole per lo più mantenersi la concordia 
pel timore, ma ad una tal condizione difetta la fede. Vuolsj_ 
aggiungere che il timore è un effetto dell’ impotenza del- 
l’animo e quindi non appartiene all’ esercizio della ragione 
non più che la commiserazione, quantunque questa appaia 
talvolta sotto la forma della pietà. 

Capitolo XVII. Rimangono vinti gli uomini dalle largi- 
zioni , particolarmente quelli che non possono procurarsi le 
cose necessarie al sostentamento della vita; ma il provvedere 
alla necessità degli indigenti è cosa che sorpassa di troppo 


DELI A servitù UMANA. 


277 


le forze ed i mezzi di un particolare individuo, imperocché 
le ricchezze di un privato sono di gran lunga a tal uopo 
insufficienti; oltreciò è troppo limitata la potenza dell’indi- 
viduo perché egli possa conciliarsi di tal guisa 1’ universale 
amicizia dei concittadini , quindi incombe all’ intiera società 
la cura dei poveri perchè è proprio suo ufficio mirare al- 
1’ utilità dell’ universale. 

CAPtroi.o X\III. Di tutt’ altro genere deve essere l’acco- 
glienza dei bcneficii c la gratitudine dovuta ai benefattori, 
ed a tal riguardo vedasi lo scolio della proposiz. 70*, nonché 
quello della proposiz. 71“ di questa parte. 

Capitolo XIX.| Oltreciò gli amorazzi meretricii, ossia la 
carnale co inipi s canaa inspirati dalla bellezza della persona, 
ed in modo assoluto ogni .a more che nuu -provenga dalia 
libertà dell animo si converte di leggieri in odio , a meno 
che, e ciò è peggior cosa, egli non ecceda fino alla pazzia, 
ed allora è alimentato quel sentimento più dalla discordia 
che dalla concordia (Coroll. proposiz. 31“ parte III). 

Capitolo XX. Per quanto ha riguardo al matrimonio, è cosa 
certa che desso concordi colla ragione quando la brama di 
quel congiungimento non nasce da carnale impulsione de- 
stata dalla bellezza del corpo, ma quando ha per oggetto la 
procreazione dei figliuoli e la sapiente educazione di essi, 
e particolarmente quando 1’ amore reciproco dei congiunti 
non è cagionato dalla corporale bellezza , ma ha per prin- 
cipal fondamento la libertà dell’animo. 

Capitolo XXI. L’adulazione produce talvolta la concordia, 
ma dessa riposa sovra arti turpi e servili, ovvero sulla perfi- 
dia, niun uomo presta più facilmente l’orecchio agli adulatori 
quanto il superbo il quale vuole immeritamente signoreggiare. 

Capitolo XXII. Ritrovasi nell’ abbiezione la forma della 
falsa pietà e di religiosa apparenza, ed abbenchè l’abbiezione 
sia il contrario della superbia, nondimeno si accosta l’abbietto 
al superbo (scolio proposiz. 57" parte IV). 


1-8 


DELL’ ETICA — PARTE IV. 


Capitolo XXIII. Conviene la vergogna colla concordia 
a riguardo di quelle cose clic non possono rimanere nascoste; 
ma per essere la vergogna un sentimento di tristezza dessa 
non corrisponde all’uso della ragione. 

Capitolo XXIV. Gli altri sentimenti di tristezza che ri- 
trovansi negli uomini sono direttamente opposti alla giustizia, 
all’cquit;\, all’onestà, alla pietà ed alla religione, e quantunque 
sembri l’indignazione presentare i caratteri dell’equità, vuoisi 
considerare che vivesi all’infuori della legge e della vita ci- 
vile laddove è lecito a chicchessia di portar giudizio circa 
i fatti degli altri c di vendicare il proprio e 1’ altrui diritto. 

Capitolo XXV. I La Modestia, cioè la brama di esser da 
tutti aggradito , doterminata dalla ragione deve (siccom e lo 
abbiamo dimostrato nello scolio della proposiz. 37“ parte IV) 
essere riportata alla pietà; ma, se ella mira a personali in- 
tenti, si converte in ambizione, ossia in quell’appetenza che 
sotto le false apparenze di benignità ò di pietà dispone l’uomo 
ad eccitare le discordie e le dissensioni ; imperocché colui 
che brama essere ad altrui giovevole col consiglio o colle 
opere all’ oggetto di condurre gli uomini a godere insieme- 
mente del bene supremo , questi procurerà in primo luogo 
di conciliarsi la generale amorevolezza , e non di eccitarne 
l’ammirazione affine di sottoporre gli uomini ad una forma 
di disciplina che venga sotto il di lui nome accettata e si 
asterrà di offrire assolutamente verun appiglio alla produ- 
zione dell’ invidia ; adunque nei pubblici convegni egli non 
ricorderà gli altrui vizii c non lamenterà se non parcamente 
l’umana impotenza, esaltando al contrario con ampie e forti 
parole le umane virtù o l’umana potenza in guisa di ridurre 
gli uomini all’obbedienza, non per tema dei castighi, ma per 
l’impulso della ragione ed in forza di un sentimento di letizia 
c di libertà. 

Capitolo XXVI. All’ infuori dell’ uomo non ritroviamo 
nella natura verun oggetto particolare dalla cui mente si 


DELLA SERVITÙ UMANA. 


*79 


possa ritrarre godimento e con cui possiamo congiungerci 
per amicizia o per amorevole famigliarità ; laonde non ri- 
chiede la ragione clic per nostra utilità sieno conservate al 
proprio loro riguardo tutte le cose che esistono nella na- 
tura all’ infuori dell’ uomo, ma ella c’insegna di conservarle 
a nostro prò’ e di usufruttarle quando possono soddisfare gli 
umani bisogni. 

^Capitolo XXVII.£L’ Utilità procacciata dalle cose che si 
ritrovano fuori di noi consiste princ ipalm ente nella conser- 
vazione del nostro corpo, e questa utilità viene da noi ri- 
conosciuta e per l’esperienza e per la cognizione acquistata 
mercè le nostre osservazioni, nonché per le successive tra- 
sformazioni cui facciamo subire quegli oggetti esteriori , e 
per cotal ragione quelli sono all’uomo massimamente giove- 
voli i quali vengono adoperati al sostentamento del corpo 
onde possano le varie parti di esso eseguire regolatamente 
le rispettive funzioni; imperocché, meglio trovasi l’uomo di- 
sposto a ricevere un maggior numero d’ impressioni ed a 
poter agire in più maniere sui corpi esteriori, più riesce la 
mente capace di eseguire i suoi intellettivi esercizii (propo- 
sizione 38“, 39" parte IV); ma sembrano essere in picciol 
numero le cose di un simile genere, benché riesca all’uomO 
necessario l’uso di molti e varii alimenti perchè è composto 
il corpo di più parti di natura diversa, le quali abbisognano 
di continua e variata alimentazione affinchè l’ intiero corpo 
possa eseguire ugualmente tutte le operazioni richieste dalla 
sua natura e per conseguenza perchè possa la mente formare 
un maggior numero di concetti. 

Capitolo XXVIII. A procacciarsi le utilità di cui l’uomo 
abbisogna non basterebbero le forze isolate degli individui 
se questi non Scambiassero a vicenda le loro operazioni. 
L’ uso della moneta venne a facilitare di molto la presta- 
zione dei mutui lavori; donde avviene che quel simbolo della 
moneta soglia preoccupare ad alto grado la mente del volgo, 


DELL’ETICA — PARTE IV. 


280 

a tal segno che mimo possa a mala pena figurarsi veruna 
forma della letizia se non accompagnata dall’idea della mo- 
neta qual cagione di essa. 

Capitolo XXIX. Ma quel vizio appartiene, non a coloro 
che ricercano la moneta per indigenza e per necessità , ma 
particolarmente a quelli che hanno appreso le arti del lucro 
e ricercano ricchezze onde magnificamente esaltarsene; questi 
non cambiano perciò il modo consueto de! vivere , ed anzi 
è da essi misurato parcamente ed in modo ristretto quanto 
è necessario al loro mantenimento , reputando diminuito il 
loro benessere di quanto lor costa la conservazione del loro 
corpo ; ma coloro che conoscono il vero uso della moneta 
e la proporzionano ai loro bisogni vivono contenti di poco. 

Capitolo XXX. | È intono quanto giova a tutte le parti 
del corpo e provvede al regolare esercizio delle rispettive 
funzioni. Consiste la letizia dell’uomo nel sentire favorita od 
accresciuta la sua potenza operativa al doppio rispetto della 
mente e del corpo, laonde risulta che sono buone tutte le 
cose che ci sono apportatrici di letizia. Ma non succedendo 
sempre gli avvenimenti in un modo che debbano necessa- 
riamente procacciarci letizia e non essendo altresì dirette 
a nostro profitto le forze esteriori , e finalmente riferendosi 
per lo più la letizia ad una parte del corpo, ne risulta che 
per lo più gli affetti di letizia, e per conseguenza anche le 
appetenze, si facciano eccessive quando non viene a mode- 
rarle la ragione; a ciò si aggiunge che tiene il primo luogo 
tra gli affetti quello che ha riguardo ad un piacere presente, 
e che non è in nostro potere 1’ avere in eguale considera- 
zione una futura occorrenza ed un’attuale impressione (scolio 
proposiz. 44“ e scolio proposiz. 6o a parte IV). 

Capitolo XXXI. Al contrario vediamo predicare i super- 
stiziosi esser buono ciò che reca tristezza ed all’ opposto 
essere cattivo ciò che muove a letizia; ma, siccome lo ab- 
biamo detto dianzi (scolio proposiz. 4J :| parte IV), il solo- 



DELLA SERVITÙ UMANA. 


28 1 


invidioso può compiacersi della mia impotenza e del mio 
incomodo, imperocché più prevale in noi la letizia più ci 
(accostiamo a maggior perfezione e per conseguenza veniamo 
L^a farci maggiormente partecip i della natura divina laonde 
non può gia mmai esser cattiva la letizia quando la ragione 
la dispone in modo da provvedere alla nostra utilità, e 
/ non ù condotto dàlia ragione colui che mosso dal timore 
/ considera qual buona una cosa dannosa e cattiva (scolio 
1 proposiz. 63* parte IV). 

Capitolo XXXII. | L a potenza umana è circoscritta dai 
\quella delle forze esteriori le quali superano di gran lung a 

dare a nostro profitto le cose poste al di fuori della nostra 
persona; sorvenendo avvenimenti che contrastino colla no- 
stra utilità, li dobbiamo sopportare di buon animo, quando 
siamo conscii di aver supplito debitamente al nostro ufficio 
e che non era in nostra facoltà di estendere la potenza di 
cui siamo investiti fino a rimuovere gli incorsi pericoli; di 
più dobbiamo considerare che facciamo parte dell’ universal 
natura di cui ci è forza seguitare l’ordinamento; ed allor- 
quando queste verità sono da noi percepite in modo chiaro 
e distinto, quella parte della nostra persona che appellasi 
intelligenza , cioè quella che è più eccellente e migliore, ac- 
cetterà con acquiescenza le umane condizioni c procurerà di 
mostrarsene mai sempre appagata ; imperocché vogliono le 
condizioni della nostra intelligenza che nulla sia da noi ap- 
petito all’ infuori di quanto ci é necessario, ed assolutamente 
non possiamo appagarci che della verità; laonde, quando 
usiamo rettamente ed a dovere delle nostre forze intellet- 
tive, concorda tosto la parte che é in noi più preziosa ed 
eccellente coll’ordine dell’universale natura. 


FIN li DELLA QUARTA PARTE. 


Dn Spinoza. — Tir!/' lìtica. 


3(1 



PARTE QUINTA 


DELLA POTENZA DELL'INTELLETTO 

OSSIA 

DELL’UMANA LIBEBTÀ 


Prefazione. 

Passo al presente a quella parte dell ’ Etica che ha riguardo 
al modo ed alla via che conduce alla libertà. Saranno quivi 
da me trattati quegli argomenti che versano circa alla potenza 
della ragione , dimostrando quanta sia la for^a che può essere 
dispiegata dalla ragione sopra gli affetti e quindi in che con- 
sista la libertà della niente, ovvero la beatitudine , mostrando 
pei nostri discorsi quanto la condizione del sapiente sorpassi 
quella dell’ ignorante. Non ispetta al mio proposito di qui mo- 
strare il metodo e l’arte cui deve usare l’uomo per perfezionare 
il proprio intelletto e di qual maniera debba egli provvedere 
all’ utilità del corpo onde giunga ad eseguire compiutamente le 
assegnate funzioni. L’arte di curare il corpo è ufficio della me- 
dicina , c spetta alla logica di mostrare il retto ord inamento dei 


DELL’ ETICA — PARTE V. 


concetti. Adunque , siccome V ho detto , sarà da me unicamente 
considerata la potenza della mente ossia della ragione , ed in 
modo principale quanto essa valga a signoreggiare gli affetti, a 
reprimerli ed a governarli. \Abbiamo dianzi dimostrato non bo - 
ter Vnomo esercitare sugli affetti un imperio assoluto : non per- 
tanto professarono gli stoici che gli affetti tutti dipendono dal 
nostro volere e che sia sovra di essi assoluta la nostra domi- 
nazione; ma ammaestrati dall’ esperienza é stato lor forza di 
riconoscere, contrariamente ai loro dottrinali principii, essere 
d’ uopo di spiegare sforzi di straordinaria energia per riuscire 
a raffrenare ed a moderare le varie impressioni dell’animo. La 
possibilità di vincere i naturali istinti venne (se ben mi ricordo ) 
confermata da un filosofo coll’ addurre V esempio di due cani, 
l’uno domestico, l’altro venatico, i quali per un lungo ammae- 
stramento vennero a mutare di tal guisa le ingenite loro con- 
dizioni, che il cane domestico si prestava agli esercizi i della caccia, 
mentre il venatorio rifuggiva dal perseguire le lepri e gli altri 
boschivi animali. Cartesio si mostra non poco favorevole a co- 
tale opinione, imperocché è da quel filosofo professato che l’anima, 
ossia la mente, si congiunga principalmente col corpo in quella 
parte del cervello nominala gianduia pineale ! per la a nal e veu - 
gono dalla mente comunicati al fojffm -d— Movimenti., rice- 

veiufÒ pariiiienti per essa le impressioni dei corpi esteriori, po- 
tendo la mente a suo libito eccitarne qualsiasi movimento. Di 
pili egli professi rimanere quella gianduia sospesa in mezzo 
al cervello di tal guisa da ricevere la commozione degli spiriti 
animali e ad essi corrispondere coi propri movimenti; quindi 
egli stabili che quella gianduia rimanga sospesa nel cervello con 
modi tanto diversi quanto sono diversi gli impulsi degli spiriti 
animali, ed oltrecciò che rimangano impressi in essa tanti vestigi 
quanti sono gli impulsi degli obbietti esteriori; donde risulta che 
se la gianduia venisse per l'azione della mente ad esser mossa 
in un modo che contrastasse ai ricevuti impulsi , essa si tro- 
verebbe collocata al luogo medesimo cui occupava avanti di 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


285 


ricevere ì movimenti esteriori. Oltreció venne da ini professato 
che ad ogni determinazione corrisponda un luogo preciso occu- 
pato da cotal gianduia, ed a ragion d’esempio, se qualcheduno 
vuole rivolgere I’ occhio ad un oggetto lontano , cotal volontà 
produrrà la dilatazione della pupilla, ma s’egli rivolgesse l’at- 
tenzione alla sola dilatazione della pupilla , di niun profitto 
gli riuscirebbe la volontà di mirare /' obbietto summentovato 
perché naturalmente non vi aggiunse quel movimento della 
gianduia idoneo a spingere gli spiriti verso il nervo ottico in 
modo da ottenere la dilatazione 0 la contrazione della pupilla 
colla volontà di operare quei movimenti , ovvero colla volontà 
di ottenere la visione di un oggetto remoto 0 vicino. Final- 
mente venne da lui professato che, quantunque fin dai primordii 
della sua vita appaia all’uomo che ì movimenti di quella gian- 
duia siano naturalmente congiunti con una sua deliberazione , 
possa quella corrispondenza provenire dalia lunga consuetudine ; 
il che, egli procuri di mostrare nella Prima Parte all’Articolo 50° 
del suo Trattato delle Passioni dell’Animo, e da ciò conchiude 
non esservi un’anima tanto debole e fiacca che non possa, quando 
sia bene diretta, acquistare 1 ’ assoluto potere di signoreggiare i 
propri affetti ; imperocché gli affetti sono da quel filosofo defi- 
niti percezioni, sensi 0 commozioni dell’anima che si riferiscono 
specialmente ad essa, e queste sono prodotte, conservate, rinfor- 
zate per un qualsiasi movimento degli spiriti (Vedi Cartesio, 
Delle Pass, dell’animo, p. I, art. 27); quindi ogni uomo potrebbe 
per sentenza di quel maestro produrre un qualsiasi movimento 
della gianduia e per conseguenza degli spiriti; laonde la deter- 
minazione della volontà sarebbe assolutamente in nostra balla. 
Ed in fatto, se V nomo potesse determinare i movimenti delle 
passioni al fine da lui voluto per accertati e fermi giudizii ed 
a questi si conformasse, egli verrebbe di tal maniera ad acqui- 
stare l’assoluto imperio sovra le sue passioni. A questi termini 
si riduce la sentenza di quell’uomo celeberrimo ( per quanto mi 
riesca d’ intendere il senso delle sue proposizioni') ed a mala 


286 


DELL* ETICA — PARTE V. 


pena crederei poter dessa emanare dalla niente di un uomo 
tanto insigne se fosse minore la sonigliela di spirito ivi di- ' 
mostrata. Al certo non mi posso a sufficienza maravigliare nel 
vedere quel filosofo trascurare le massime da lui proposte qual 
fondamento di ogni filosofica disquisizione , premettendo di non 
trarre veruna deduzione se non che da principii di assoluta 
evidenza e di astenersi da ogni affermazione che non si fondasse 
sovra percezioni chiare e distinte. Al contrario dopo aver egli 
si acremente rimproveralo gli Scolastici di aver voluto spiegare 
le cose oscure per la supposizione di cagioni occulte ed incom- 
prensibili, lo vediamo proporre anch’egli un’ipotesi pili oscura 
ed incomprensibile di qualsivoglia altra scolastica imaginazione. 
Ma, di grazia, che intende il nostro filosofo per unione della 
mente e del corpo ? Qual concetto chiaro e distinto egli si forma 
circa all unione della mente con una qualsivoglia minutissima 
parte dell estensione? Grande sarebbe la tuia soddisfazione se 
egli avesse spiegato cotale congiunzione per la prossima cagione 
di essa , ma egli aveva concepito la mente in modo tanto di- 
stinto dal corpo che non gli fu possibile assegnare veruna causa 
particolare né all’unione di essa, né alla mente medesima, ma 
gli fu di necessità il ricorrere alla cagione suprema dell’ uni- 
verso, cioè, a Dìo. Senza che bramerei conoscere quanti gradi di 
movimento possano essere comunicati dalla mente alla gianduia 
pineale e quanta sia la forza che mantenga sospesa quella gian- 
duia , nè ini è nolo tuttavia se la niente agisca sulla predetta 
gianduia con lentezza o con celerità ed anche se i movimenti delle 
passioni cui abbiamo procurato di strettamente congiungere a 
fermi giudizii non possano esser di poi separati per cagioni 
corporali ; da ciò seguirebbe che quantunque la mente si fosse 
proposta di contrastare fortemente ad un incorso pericolo e che 
a convalidare il suo proposto ella avesse aggiunto quel movi- 
mento che corrisponde all’audacia, nondimeno rimanesse sospesa 
la gianduia alla veduta del pericolo in tal modo che la mente 
non si rivolgesse ad altro pensiero se non a quello della fuga. 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


28 7 


Ed al postutto, non potendosi scorgere 'per qual via la volontà 
sia condotta all’esecuzione di un movimento, non avvi nessuna 
materiale relazione tra la potenza e le forze della mente e quelle 
del corpo, e per conseguenza non possono quelle forze essere dalle 
altre determinate ; a ciò vuoisi aggiungere non ritrovarsi il 
luogo occupato in mezzo al cervello da quella gianduia dove 
possa con tanta facilità e di tante maniere esercitare i doppi 
suoi movimenti, ni tampoco i da noi conosciuto di qual maniera 
si distendano i nervi fino alla cavità del cervello. Finalmente 
tralascieremo cotali inutili disquisizioni appoggiate a fondamenti 
di cui abbiamo più che a sufficienza dimostrato la falsità, ed 
imprenderemo unicamente di volgerci alla considerazione delle 
cognizioni acquistate dalla mente per le proprie sue forze ed 
a proporre quei rimedii degli affetti che io credo essere dagli 
uomini sentiti, ma non accuratamente osservali, e le nostre pro- 
posizioni si fonderanno sull’azione esercitata dalla mente sovra 
gli appetiti, procurando di dedurne quelle verità e quei precetti 
pei quali può giungere l’uomo alla beatitudine. 

AsstoMr. 

^ I. Se due movimenti contrarii vengono promossi in un 
medesimo subbietto sar;\ di necessità che si produca una 
uno od in entrambi di essi finché cessi la loro 

tti di una forza sono determinati e circoscritti 
dalla potenza che gli ha cagionati, derivandone l’essenza da 
quella della sua cagione. 

Risulta chiaramente il presente assioma dalla proposiz. 7" 
parte III. 

Proposizioni. 

Proposizione I. Giusta il modo onde i pensieri e le idee 
vengono ordinate e concatenate nella mente, alla medesima ma- 


gò I mutazione in 
■^contrarietà, J 
II. Gli e'ff 


288 


DELL’ ETICA — PARTE V. 


iiicra le affezioni del corpo o le imagini Jelle cose ritrovami 
irdinate e concatenate nel corpo con una precisa ed esatta cor- 
■ispo ndenza i 

DiMOSTRAZiONE.^_L’ordinamento e la connessione delle idee N 
ò una cosa medesima (proposiz. 7® parte II) che l’ordine e Si 
la connessione delle cose, ed a vicenda 1’ ordinamento e la 
connessione delle cose corrispondono al tutto (corollario 
prop. 6 " e 7“ parte limoli’ ordinamento e la connessione 
delle idee; perciò l’ordinamento e la concessione delle idee 
vengono operate nella mente ih modo corrispondente e con- 
forme all’ordine ed alla concatenazione delle impressioni del 
corpo (proposiz. 18* parte II), e reciprocamente (propos. 2“ 
parte HI), l’ordine e la connessione delle impressioni del 
corpo si producono secondo il modo onde si trovano ordi- 
nati e concatenati i pensieri e le idee delle cose. C. V. D. 

Proposizione II. Quando le commozioni od i sentimenti del- 
l’animo vengono tolti per una cagione esteriore e che sieno so- 
stituiti da altri pensieri , saranno in allora distrutti • ramare 
e l’odio verso la cagione esteriore che li ha inspirati, e si dile- 
gueranno eziandio gli ondeggiamenti dell’ animo originati da 
quegli affetti. 

Dimostrazione. Imperocché ciò che costituisce la forma 
dell’amore o dell’odio è un sentimento di letizia o di tri- 
stezza accompagnato dall’ idea di una cagione esteriore (de- 
finizione generale degli Affetti), la quale venendo a dispa- 
rire, tosto si dileguano quei sentimenti ed insiememente gli 
affetti secondarii che ne provengono. C. V. D. 
n^Proposizione UlvC essa in un sentimento passivo il carat il~\^ 
tere di passività tostochi ue nla mo a -eoHrepirìn in un moda chiar o ) 
e distinto. ' 

iX Dimostrazione. ]Un sentimento passivo fe un’idea c onili 
(definiz. generale degli Affetti); laonde, se veniamo a formar- \ ^ 

cene un’ idea chiara e distinta, quella idea non potri razio- j « 
nalmente disgiungersi dall’affetto medesimo (proposiz. 21“ 


Il (A 


BELLA LIBERTÀ UMANA. 


289 


/ 


parte II e suo scolio) e quindi cesserà (prop. 3“ parte III) 
quel sentimento di esser passivo. C. F. D. 

Corollario. Adunque l’affetto trovasi maggiormente sotto 
la nostra potenza e la mente riesce al suo riguardo in uno 
stato di minore passività quando egli ò da noi più esatta- 
[jnente conosciuto. 

Proposizione IN^Non vi ha veruna affezione del corpo di 
cui non possiamo ottenere un concetto chiaro e distinto. 

Dimostrazione. Sono sempre adequate quelle nozioni che 
sono universali ed a tutti comuni (proposiz. 38“ parte II); 
laonde (proposiz. 12* lemma 2 0 , il quale si ritrova in seguito 
allo scolio della prop. i}* parte li) non vi ha alcuna affe- 
zione del corpo di cui non possiamo formarci un concetto 
chiaro e distinto. C. V. D. 

^.Corollario. (Quindi consegue non esservi alcun senti- 
mento di cui non possiamo formarci un concetto chiaro e 
distinto, imperocché è il sentimento o l’affetto l’ idea di una 
affezione del corpoj (definizione generale degli Affetti); per- 
ciò qìTBtta: nozione deve (proposiz. precedente) involgere un 
qualche concetto chiaro e distinto.J 

Scolio. Non essendovi veruna cosa da cui non risulti un 
qualsiasi effetto (prop. 36" parte I), ogni conseguenza di una 
idea da noi chiaramente percepita la pensiamo in modo chiaro 
e distinto (proposiz. 40" parte II); perciò giunge ciascuno, se 
non in totalità, almeno in parte alla chiara e distinta cogni- 
zione di sé e dei suoi affetti e procura per conseguenza di 
scemare a quel riguardo la sua passività ; deve adunque es- 1 
I s iere nostra opera principale di procacciarci al possibile la 
cognizione chiara e distinta dei nostri affetti ed a quel ri- 
guardo disporre la mente a formarsi concetti chiari e distinti 
dei quali ella pienamente si appaghi, procurando oltreciò di 
separare l’interno affetto dal pensiero di una causa esteriore 
e congiungere i suoi divisamenti ai veri e fondati concetti, 
(p, ciò avverrà che non solo saranno annientati (propos. 2“ 

Dk Spinoza. — Dell' litica. 37 


9 


\\(/> 


290 


dei.l’ etica — parte V. 


parte V), gli irragionevoli sentimenti dell’amore e dell’odio, 
ma che non riusciranno eccessive le appetenze che sogliono 
derivare da quegli affetti (proposiz. 6 i a parte IV) -/lmpc-\ 
rocche vuoisi primamente avvertire essere unica e medesima V j 
l’appetenza che determina nell’uomo lo stato ed attivo e ■*==, 
passivo. Ad esempio : consegue dalle condizioni della natura 
umana che brami ciascuno di vedere gli uomini vivere in 
modo conforme al suo particolare ingegno (scolio prop. 31* 
parte III).£Una tale appetenza è un sentimento passivo in - ) 
quell’uomo che non vive alla guida della ragione; in allora J ~1 
quel sentimento ò passivo e viene nominato ambizione, ne 
molto differisce dalla superbia, mentre al contrario quell’af- 
fetto è una virtù attiva che appellasi pietà nell’ uomo che 
vive conforme ai dettami della ragione (scolio i° della pro- 
posizione 37* parte IV e 2 a dimostrazione della medesima 
proposizione). Ed alla stessa guisa sono sentimenti passivi 
quelle appetenze che provengono da idee inadequate, men- 
tre sono reputate virtù quando sono prodotte da idee ade- 
quate ; imperocché tutte le appetenze che ci determinano ad 
una qualsiasi operazione possono provenire da idee tanto 
adequate quanto inadequate (prop. 59 * p^rte IV) e (per far 
ritorno al punto donde sono dipartito) non vi ha in nostro 
potere un più valido ed efficace rimedio per governare gli 
affetti quanto l’esatta cognizione della Verità, nò di altra ma- 
niera si dispiega il potere della mente se non per l’eserci- 
zio del pensiero e per la formazione di idee adequate (pro- 
posizione 3“ parte III), come lo abbiamo dimostrato. __ 

Proposizione V.f 11 sentimento che s i riferisce semplicemen te 
ad un oggetto nel quale non viene considerata la necessita , la 
possibilità 0 la contingenza è quello che ci impressiona al mas-_ 
simo grado. 

Dimostrazione. Il sentimento che ha riguardo ad un og- 
getto da noi considerato qual libero è maggiore di quello 
che si riporta ad un oggetto necessario (proposizione 49“ 


SI 


DELIA LIBERTÀ UMANA. 


291 


parte IH) e per conseguenza egli sorpassa di gran lunga 
quello che si riferisce ad un oggetto possibile o contingente 
(proposizione 11* parte IV), ed il figurarci un oggetto come 
libero non può essere altra cosa se non che il rappresen- 
tarcelo semplicemente quando sono da noi ignorate le ca- 
gioni che lo hanno determinato ad operare (per le ragioni 
da noi prodotte allo scolio della proposizione 35" parte II); 
/dunque l’affetto che si riferisce ad un oggetto semplicemente 
/considerato senza riguardo alla necessità, alla possibilità od 
- ) alla contingenza di esso ò quello che ci 'impressiona al mas- 
simo grado. C. F. D. 

-«Proposizione VI. Quando la niente si rappresenta le cose 
r quali necessarie , si accresce in lei la potenza di signoreggiare gli 
l affetti , ossia viene diminuita a loro riguardo la sua passività. 

Dimostrazione. Giunta la mente a dispiegare tutta la sua 
potenza, le cose le si rappresentano quali necessarie (propo- 
sizione 29“ parte I) e congiunte per un collegamento infi- 
nito di cagioni clic ne determinano 1’ esistenza ed i movi- 
menti (proposizione 58“ parte I) ; in tali condizioni (propo- 
sizione precedente) essa trovasi meno esposta ad esser mossa 
passivamente dagli affetti che ne derivano e (proposizione 48* 
parte III) riesce meno sensibile all’azione di essi. C. V. D. _ 
Scolio. Più viene applicata la nozione della universale 
necessità agli oggetti particolari percepiti più distintamente 
e con maggiore vivezza , più viene accresciuta la potenza 
esercitata dalla mente sovra gli affetti , e ciò viene altresì 
confermato dall’esperienza; imperocché vediamo ad ogni ora 
mitigarsi il dolore prodotto dalla perdita e dalla morte di 
un oggetto amato pel pensiero che non sarebbe stato pos- 
sibile in modo veruno di assicurarsene la conservazione ; di 
tal maniera non è da alcuno commiserata la condizione del 
bambino cui la tenera età impedisce di favellare , di ambu- 
lare, di ragionare , ed il quale finalmente vive per parecchi 
anni quasi inconscicnte di sé e de’ suoi movimenti , mentre 




2()2 


DELL' ETICA — PARTE V. 


al contrario se in mezzo ad adulti si scorgesse uno o l’altro 
di essi balbettante c nelle condizioni dell’ infanzia, in allora 
sarebbe da tutti compianto un simile stato , perchè quella 
condizione infantile non apparrebbe cosa naturale e neces- 
saria, ma sarebbe considerata qual produzione viziosa e srego- 
lata della natura; potremmo alla medesima guisa ricordare 
molti fatti consimili. 

Proposizione VII. Gli affetti che sono in noi generati o di- 
spiegati dalla ragione tenendo conto del tempo, sono più potenti 
di quelli che si riferiscono ad oggetti particolari da noi consi- 
derati esserci lontani, y 

Dimostrazione. L’impressione prodotta in noi da una cosa 
non presente e lontana non ha la medesima forza di quella 
cagionata dall’effettiva presenza dell’oggetto ; si aggiunge alla 
nostra impressione l’ intervento della circostanza che impe- 
disce ed esclude l’attuale presenza (proposizione 17“ parte II); 
perciò quel sentimento che si riferisce ad un oggetto da noi 
considerato non presente e lontano non è assai forte per 
poter sorpassare le azioni consuete e la potenza dell’ uomo 
(proposizione 6“ parte IV), ed al contrario comporta la sua 
natura che ne venga impedita l’azione da quelle affezioni che 
escludono l’esistenza della cagione esteriore (proposizione 9® 
parte IV). L’affetto generato dalla ragione si riporta neces- 
sariamente alle condizioni comuni ed universali delle cose 
(vedi la definizione della ragione nel 2 0 scolio della propo- 
sizione 40“ parte II), le quali vengono sempre considerate 
come presenti (perchè nulla può sorvenire che escluda la loro 
esistenza attuale) e sempre ci si affacciano ad un modo me- 
desimo (prop. 38“ parte II). Perciò cotale affetto rimane 
ognora il medesimo, e per conseguenza (assioma i° parte V), 
le impressioni che ad esso contrastano, quando non sono pro- 
dotte ed alimentate da cagioni esteriori, dovranno sempre più 
conformarsi ad esso fino al punto ove cessi quella contrarietà; 
perciò è più potente l’affetto originato dalla ragione. C. V. D. 


della libertà um\xa. 


29? 


Proposizione Vili. È maggiore quell’affetto il quale si di- 
spiega pel concorso di più cause che agiscono simultaneamente. 

Dimostrazione. Quelle cagioni che si producono più nu- 
merose hanno maggior potenza di quelle che agiscono in 
minor numero (proposizione 7“ parte III); laonde (propo- 
sizione 5“ parte IV) un affetto eccitato da più cagioni riesce 
tanto più forte. C. V. D. 

Scolio. La presente proposizione riesce evidente per l’as- 
sioma 2° di questa parte. 

Proposizione IX. Riesce meno nocivo quell’affetto che si ri- 
ferisce a molle ed a diverse cagioni contemplate dalla mente 
insieme all’affetto medesimo, e ci troviamo a loro riguardo in 
una condizione meno passiva e ne t minore la ricevuta impres- 
sione di quella cagionata da una 0 da poche cagioni. 

Dimostrazione. J^’affeuaJi_tamo_più dan noso quanto ma g- 
giormente impedisce l’esercizio cogitativo della mente (pro- 
posizione 26” e 27“ parte IV) : berciò quell’affetto che rnn. 
dgce^la ^ mente a considerare alla volta un maggior numero 
di obbiettii e meno nocivo di un sentimento di uguale inten- 
sità che rivolga la mente alla considerazione di un solo o di 
pochi obbietti, di tal maniera ch’essa concentri in esso tutta 
la sua potenza e non possa rivolgerla ad altre considerazioni, 
e ciò spetta alla prima parte della proposizione; di poi, con- 
sistendo unicamente l’ essenza (proposizione 7“ parte HI) 
o la potenza della mente nell’esercizio del suo pensiero (pro- 
posizione ri 11 parte III), riesce meno passiva la sua condi- 
zione riguardo all’affetto che la conduce a considerare un 
maggior numero di cose, che rispetto a quello egualmente po- 
tente il quale la riduca alla considerazione di un unico o di 
pochi obbietti, e ciò si riporta alla seconda parte della pro- 
posizione. Finalmente, quell’affetto che si riferisce ad un mag- 
gior numero di cagioni esteriori è minore di quello eccitato 
da una sola ed unica cagione (proposizione 48" parte IN) 

C. V. D. 


294 


DELI.’ ETICA — PARTE V. 


Proposizione X. Per tutto quei tempo ove ci troviamo lì- 
beri dalle impressioni perturbatrici rimane in nostro potere di 
coordinare e concatenare le impressioni del corpo conforme alle 
condizioni ordinativo dell’ intelletto ;X 

^ Dimostrazione. Gli affetti che contrastano colla nostra na- 
tura e che perciò sono cattivi (proposiz! 30“ parte IV) ma- 
nifestano il nocivo loro carattere coll’ impedire 1’ azione in- 
tellettiva della menteJ(prop. 27“ parte IV). Adunque quando 
cessa il contrasto cogli affetti opposti alla nostra natura cessa 
1 ’ impedimento (proposi/. 26® parte IV) della potenza intel- 
lettiva per la quale giunge la mente alla cognizione delle 
cose ; laonde ella conserva per tutto quel tempo il potere di 
concepire idee ciliare e distinte e di dedurre (scolio 2° pro- 
posizione 40® e scolio proposiz. 47® parte II) gli uni dagli 
altri i raziocina, e per conseguenza (proposiz. i a parte V) 
persiste in noi il potere di coordinare e concatenare le im- 
pressioni del corpo conforme alle condizioni ordinative del— 
P intelletto. C. V. D. 

Scolio. In forza di quel potere da noi posseduto di or- 
dinare e concatenare rettamente le impressioni del corpo 
possiamo ottenere di non essere facilmente sopraffatti da af- 
fetti dannosi e cattivi; imperocché esige una maggior forza 
il conturbare l’ordinamento degli affetti allorché questi si tro- 
vano collegati e disposti conforme alle condizioni del nostro 
intelletto, che il combatterli quando sono disordinati ed in- 
coerenti. Adunque il piò eccellente e miglior partito cui pos- 
siamo risolverci , quando non è ancora da noi ottenuta la 
perfetta cognizione dei nostri affetti, consiste nell’eleggere un 
modo di vivere fisso e costante, proponendoci dogmi deter- 
minati e precisi riguardo al tenore della nostra vita , ram- 
mentandoli di continuo e facendone la perpetua applicazione 
in tutte quelle numerose circostanze che ci possono attra- 
versare nel corso della vita, in tal guisa che dessi rimangano 
fortemente impressi nella mente e clic ne sia sempre facile 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


39? 


e pronta 1 ’ osservanza. Cosi, ad esempio, abbiamo posto tra 
i dogmi (propos. 46® parte IV e scolio) che debbono reg- 
gere la nostra vita il dovere di vincere 1’ altrui odio col- 
1’ amore e la generositi, e non col contraccambio di nemi- 
che disposizioni. Per ottenere di aver sempre alla mano ad 
ogni occorrenza quel precetto della ragione egli è d’uopo di 
rivolgere spesse volte la meditazione ed il pensiero alle re- 
ciproche ingiurie cui gli uomini contraccambiano ed a qual 
modo e per qual via possano essere respinte colla genero- 
sità. Di tal maniera sarà da noi congiunta l’ imaginc della 
sopportata ingiuria colla rammemorazione di questo dogma 
e l’avremo tosto pronto ed alla mano (prop. 18® parte II) 
per usarne ogni qualvolta ci sarà recato ingiuria e se aves- 
simo eziandio sempre pronta e sollecita la cognizione del 
nostro utile e del bene che ci deriva dalla reciproca amici- 
zia dei nostri simili e dalla comune società e se ci fossero 
ognor presenti le dolcezze dell’ acquiescenza dell’ animo ca- 
gionata dalla retta ragione del vivere, ed oltreciò se si rivol- 
gesse la mente alla considerazione della naturale necessità 
per la quale avvengono e si muovono le cose tutte, tosto si 
dileguerebbe il pensiero della ricevuta ingiuria ed ogni odioso 
sentimento prodottosi a tal riguardo più non occuperebbe 
sensibilmente la nostra imaginazione e sarebbe facil cosa il 
sormontarlo; e non riuscendo cosa tanto facile il rimuovere 
l’ ira originata da gravissime ingiurie , ella pertanto si attu- 
tirà in uno spazio di tempo più breve di quello che sarebbe 
stato necessario senza l’azione dei ricordati precetti, siccome 
ad evidenza si dimostra per le proposiz. 6®, 7®, 8“ di questa 
parte. Un medesimo ragionamento si applica all’ animosità 
per la quale viene rimosso il timore, ciò ottenendosi col raf- 
figurarsi ed annoverare spesse volte i comuni pericoli della 
vita, rammentandoci di qual maniera la presenza di spirito e 
la fortezza dell’ animo valgano potentemente a schivarli od 
a sormontarli. Però egli è mestieri avvertire che nell’ ordì- 


296 


DELI.' ETICA — PARTE V. 


nare i nostri pensieri e le nostre rappresentazioni dobbiamo 
sempre fissare l’ attenzione (coroll. propos. 63“ parte IV e 
proposiz. 59“ parte III) agli elementi buoni e giovevoli che 
si ritrovano in ogni cosa, affinchè la nostra potenza opera- 
tiva sia sempre diretta a ciò che ci procura sentimenti di 
letizia. ^Ad esempio, accorgendosi l’uomo della troppa sua 
propensione a ricercare la gloria, egli è d’uopo clic rivolga 
il pensiero al retto uso di essa ed al miglior fine ed ai mezzi 
più efficaci pei quali ella possa essere conseguita , piuttosto 
che fermare l’attenzione sull’ abuso che si può farne, sulla di 
lei vanità, sull’amore incostante dei popoli o sovra altri pen- 
sieri di tal fatta, le quali disposizioni si confanno per lo più 
cogli ingegni di animo incostante e malfermo. Simili pen- 
sieri occorrono spesse volte agli ambiziosi, quando disperano 
di poter ottenere gli ambiti onori e vogliono esser avuti per 
sapienti col lasciar prorompere iraconde invettive. Perciò è 
cosa accertata essere al massimo grado appetitori di gloria 
coloro che non rifinano dal declamare contro l’abuso di essa 
e la vanità del mondo. Una simile disposizione non si ritrova 
solamente negli ambiziosi, ma essa è comune a tutti coloro 
che sono attraversati dalla fortuna e che sono di animo im- 
potente; imperocché il povero avido di arricchire non cessa 
dal declamare contro l’abuso della pecunia e dei vizii dei ric- 
chi, e con ciò egli aggrava di molto la propria miseria e 
dimostra che gli sono più intollerabili le altrui ricchezze che 
la propria povertà. Di tal maniera coloro che hanno rice- 
vuto una sgarbata accoglienza dalla donna da essi frequen- 
tata non discontinuano dall’ inveire contro l’incostanza delle 
femmine, del loro animo ingannevole e fallace e dei loro 
vizii ben conosciuti , i quali rimproveri sono da essi tosta- 
mente posti in dimenticanza allorché vengono di nuovo ac- 
colti da quella che li aveva respinti. Di tal maniera colui 
che assiduamente procura di moderare gli affetti e le appe- 
tenze rimirando unicamente all’amore della libertà , si sfor- 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


297 


zcr.i ad ogni possa di giungere alla cognizione delle virtù 
e delle cagioni di esse e di riempirsi l’animo del gaudio che 
deriva da quella cognizione , ed al contrario si asterrà dal 
fermare la sua considerazione sui vizi i degli uomini, dall’avere 
in continuo disprezzo i loro trascorsi ed a proporsi di tal 
maniera una falsa forma di libertà. Colui che osserverà di- 
ligentemente (nè ciò riesce diffìcil cosa) e porrà in pratica 
cotali documenti sarà per lo più in non lungo tempo capace 
di governare le sue azioni giusta l’impulso della ragione. 

Proposizione XI. Ci occorre con maggior frequenta quella 
imagi m che ci rappresenta più cose, cioè, ella si riunuova più 
spesso ed occupa la mente in un maggior grado. 

Dimostrazione. Quando 1’ htiagine o l’ impressione si ri- 
fui isce a piu oggetti, sono in maggior numero le cagioni che 
la possono originare ed alimentare , le quali (per ipotesi) 
sono considerate dalla mente insieme alla complessiva im- 
pressione; laonde quell’ impressione ci occorre con maggior 
frequenza ed occupa la mente ad un maggior grado (pro- 
posizione 8" parte V). C. V. D. 

Proposizione XII. Le imagini delle cose si associano facil- 
mente a quelle figurazioni che si riferiscono agli oggetti da noi' 
chiaramente e distintamente percepiti, più che a qualsiasi altra 
cosa. 

Dimostrazione. I concetti da noi chiaramente e distinta- 
mente percepiti, o si riferiscono alle proprietà comuni delle 
cose, o ne provengono quali necessarie deduzioni (vedi defi- 
nizione della ragione allo scolio 2“ propos. 40* parte II) ; 
per conseguenza sono in noi (propos. precedente) più facil- 
mente promossi e perciò avviene che ci sovvengano insieme 
ad essi in maggior numero altri dhisamenti (proposiz. r8* 
parte II). C. V. D. 

Proposizione XIII. Più un ’ imagine è congiunta ad un 
maggior numero di altre figurazioni, piu ne è frequente la rap- 
presentazione. 

Dk Simnoz.» — Veli' Etica. 


33 




DELI.’ ETICA — TARTE V. 


Dimostrazione. Imperocché più sono numerose le con- 
giunte imagini, piu (prop. 18® parte II) si accresce il numero 
delle cagioni che le possono eccitare. C. V. D. 

Proposizione XIV. Può giungere la mente a riportare al- 
V idea di Dio tutte le impressioni del corpo, ossia tutte le rap- 
presentazioni delle cose. 

Dimostrazione. Non vi ha alcuna impressione del corpo 
di cui non possa la mente formarsi un concetto chiaro e 
distinto (prop. 4* parte V), e perciò essa può mai sempre 
rivolgere (propos. ij® parte I) e riferire i suoi pensieri al- 
l’ idea di Dio. C. V. D. 

Proposizione XV. L’ nomo giunto alla cognizione chiara e 
distinta di si e delle sue affezioni ama Iddio, e pii ’i si accresce 
quell ’ amore quanto l maggiore in lui la cognizione di si e dei 
propri affetti. 

Dimostrazione. Colui che conosce sè ed i suoi affetti in 
modo chiaro e distinto si allegra (prop. 53® parte III), e quella 
letizia è congiunta nel suo pensiero coll’ idea di Dio (pro- 
posizione precedente); laonde (definizione 6 ' dei Sentimenti) 
egli ama Iddio e (per la medesima ragione) è tanto mag- 
giore quell’amore quanto è più perfetta in lui la cognizione 
di sè e de’ suoi affetti. C. V. D. 

Proposizione XVI. L’amore di Dio deve occupare la mente 
al massimo grado. 

Dimostrazione. Imperocché questo amore è congiunto a 
tutte le affezioni del corpo (prop. 14® parte V) dalle quali 
viene di continuo alimentato (propos. 15* parte V) e perciò 
(prop. 11" parte V) egli deve occupare la mente al massimo 
grado. 

Proposizione XVII. Iddio viene concepito qual scevro di 
passioni, ni va soggetta la Persona Divina a vermi sentimento 
di letizia 0 di tristezza • 

Dimostrazione. Sono vere ed adequate (proposizione 32* 
parte II) tutte le idee che si riferiscono a Dio (definizione 4" 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


299 


parte II) e perciò Iddio deve essere da noi pensato (defi- 
nizione generale degli Affetti) qual esente da passioni; quindi 
non può l’uomo attribuire a Dio un maggiore o minor grado 
di perfezione (corollario 2° proposizione 2“ parte I), nè (de- 
finizione 2" e 3* degli Affetti) verun sentimento di letizia o 
di tristezza. C. V. D. 

Corollario. Nel senso preciso dei vocaboli , Iddio nulla 
ama e nulla odia, imperocché Iddio (prop. prcced.) non va 
soggetto a verun affetto di letizia e di tristezza, e per con- 
seguenza (definizione 6 a e 7* degli Affetti), egli non ama nè 
odia cosa veruna. 

Proposizione XVIII. Ninno può odiare Iddio. 

Dimostrazione. L’idea di Dio che sussiste in noi è ade- 
quata e perfetta (proposizione 46“ e 47" parte II); laonde 
quando consideriamo Iddio ci troviamo in uno stato attivo 
(proposizione 3“ parte III), e per conseguenza (prop. 59“ 
parte UT), non vi ha tristezza che si accompagni coll’ idea 
di Dio , vale a dire (definizione 7" degli Affetti) non può 
ninno concepire verso Iddio un sentimento di odio. C. F. D. 

Corollario. L’Amore inspiratoci da Dio non può conver- 
tirsi in odio. 

Scolio. Però può esserci opposto che considerando Iddio 
qual’ unica ed universale cagione delle cose tutte siamo con- 
dotti a riguardare Iddio qual cagione della tristezza. Rispondo 
alla proposta obbiezione che quando viene da noi intelletta 
la cagione della tristezza, all’atto medesimo cessa nella tri- 
stezza (proposizione 3“ parte V) il carattere passivo, vale a 
dire (proposizione 59“ parte III) ella cessa tostamente di es- 
sere tristezza; quindi, allorché viene da noi riconosciuto es- 
sere Iddio cagio.ie della tristezza, ci rallegriamo per l’effetto 
di quella ricognizione. 

Proposizione XIX. Colui che ama Iddio non pub per qual- 
sivoglia sformo personale ottenere che Iddio gli contraccambi 
l’ amore. 


300 


DELL' ETICA — PARTE V. 


Dimostrazione. Se fosse permesso all’uomo di dirigere a 
tal fine i propri sforzi , egli verrebbe a bramare (corollai io 
proposizione 17“ parte V) che Iddio cessasse di essere Iddio, 
e per conseguenza (proposizione 19” parte III), egli brame- 
rebbe di essere contristato, il che (proposiz. 28” parte III) 
è assurdo. Dunque colui che ama Iddio ecc. C. V. D. 

Proposizione XX. Cotale amore verso Iddio no n può essere 
deturpato da un qualsiasi sentimento d’ invidia né di gelosia , 
e viene vieppiù fomentato ed accresciuto allorché ci rappresen- 
tiamo essere maggiore il numero di coloro a noi congiunti coi 
vincoli dell’ amore divino. 

Dimostrazione. L’ amore verso Iddio è il supremo dei 
beni a cui possa aspirare l’uomo condotto dalla ragione (pro- 
posiz. 28“ parte IV). Questa aspirazione è a tutti gli uomini 
comune (proposizione 3 6 a parte IV) ed è in noi universale 
la brama di vedere gli altri farsi partecipi del medesimo 
gaudio (proposizione 37" parte IV); perciò (definizione 23“ 
degli Affetti) quel sentimento non può dar luogo a verun 
senso d’invidia e di gelosia (proposizione i8 n parte V, e per 
la definizione della Gelosia proposta allo scolio della pro- 
posizione 35“ parte III), ed al contrario (proposizione 31* 
parte III) quel sentimento è fomentato ed accresciuto quanto 
più ci rappresentiamo maggiore il numero di coloro che ri- 
sentono il medesimo gaudio. C. V. D. 

Scolio. Possiamo mostrare alla medesima guisa non es- 
servi verun affetto che sia direttamente contrario a quel- 
1 ’ amore e che lo possa distruggere. Possiamo perciò con- 
chiudere essere quell’amore il più costante di tutti gli affetti 
e che rispetto al corpo egli non possa sparire se non col- 
1’ annientamento del corpo medesimo. 

Vedremo in avanti quale sia la natura di quell’ amore al 
rispetto della mente , ma nelle presenti considerazioni mi 
sono ristretto ad additare tutti i rimedii degli affetti, vale a 
dire tuttociò cui la mente in sé considerata può contrapporre 


della libertà umana. 


501 

all incorso delle passioni. Risulta dai proposti argomenti che 
la potenza esercitata dalla mente sugli affetti consiste: i.° Nella 
cognizione medesima degli affetti (scolio prop. 4® parte V). 
2. 0 Nella separazione degli affetti medesimi dalla conside- 
razione delle cagioni esteriori da noi imaginate in modo con- 
iuso ed incompleto (vedi proposizione 2 ‘ e suo scolio e pro- 
posizione 4® parte V). 3.® Nel corso del tempo pel quale le 
affezioni, che si riferiscono alle cose da noi intc I lette, ven- 
gono a sorpassare le nostre imperfette e confuse percezioni 
(vedi proposizione 7® parte IV). 4. 0 Nella molti plicitA delle 
cause che alimentano e favoriscono le percezioni spettanti 
alle generali proprietà delle cose, vale a dire, quelle che si 
riportano a Dio (proposizione 9® ed 11® parte V). 5. 0 Final- 
mente nell’ ordine nel quale può la mente disporre e con- 
catenare le sue impressioni (scolio proposizione io® e di più 
proposizione 12“, 13® e 14“ di questa parte). Per meglio in- 
tendere quanto si estenda la potenza della mente sugli af- 
fetti, egli è d’ uopo avvertire che vengono da noi nominati 
grandi gli affetti allorché li raffrontiamo coi sentimenti degli 
altri uomini _ e quando vediamo essere un uomo maggior- 
mente travagliato da un affetto particolare , come eziandio 
quando, comparati tra loro i diversi affetti, riconosciamo che 
un uomo sia più fortemente commosso da un affetto pecu- 
liare che da qualsivoglia altro. Imperocché (proposizione j® 
parte IV) la forza di un qualsiasi affetto viene determinata 
dal suo raffronto colla potenza della cagione esteriore che 
ad esso contrasta. I limiti di quella potenza sono unicamente 
determinati dall’ampiezza della sua cognizione, ed al con- 
trario l’impotenza della mente o la sua passività si dimostra 
pel difetto della cognizione, vale a dire, per esserne inade- 
quate le idee ; da ciò consegue che trovasi in sommo grado 
in condizione passiva quella mente le cui idee sono quasi 
tutte inadequite, mentre al contrario manifesta la mente al 
più alto grado la sua attività quando sono in maggior parte 


502 


UEt-T.’ ETICA — PARTE V. 


adequate le idee che la costituiscono. D’altra parte vuoisi 
considerare che quantunque in tale o tale mente siano 
in egli al numero le idee inadequate , possono nell’ una es- 
sere in maggior numero le percezioni adequate; quindi si 
manifestano più apertamente le nozioni che riguardano l’u- 
mana virtù di quelle che significano l’umana impotenza. Di 
poi è mestieri avvertire che le angoscie dell’ animo e gli 
infornimi vengono per lo più generati dall’eccessivo amore 
portato ad una cosa sottoposta a continue variazioni e di cui 
non possiamo giammai avere la piena padronanza; impe- 
rocché niuno è per veruna cosa più sollecito ed ansioso 
quanto per 1 oggetto da lui amato, nè nascono le ingiurie, 
le inimicizie cd i sospetti se non per l’amore delle cose di 
cui non è dato a niuno essere realmente padrone. Da ciò 
comprendiamo di leggieri quanto la chiara c distinta com- 
pì ensione delle cose, nonché quella da noi appellata ter^o 
genere della cognizione (circa il quale vedi lo scolio della 
propos. 47 parte II) fondata sulla conoscenza di Dio, valga 
a farci signoreggiare gli affetti, e se non giunge ad estinguere 
al tutto le passioni (propos. 3 1 ' e scolio e propos. 4“ parte V), 
riesce non pertanto ad ottenere che sia da esse occupata la 
minor parte della mente (propos. t4 a parte V). Quindi quella 
cognizione genera 1’ amore verso un oggetto immutabile ed 
eterno (propos. 15“ parte V) di cui siamo realmente padroni 
(propos. 45“ parte II) ed oltreciò verso un oggetto che non 
può essere deturpato dai vizii proprii ad ogni altra forma 
dell’amore, ma che perpetuamente si accresce ed ingrandisce 
(propos. 15 parte V) occupando vieppiù una maggior parte 
della mente (propos. r6 a parte V) ed estendendosi più lar- 
gamente so\ia essa. Con ciò venne da me compiuto quanto 
mi sono determinato di proporre circa alle cose che spettano 
alla vita presente; e quanto venne da me detto al principio 
<li questo scolio, dell avere brevemente accennato i rimedii 
degli affetti, sarà facilmente riconosciuto da chi avrà consi- 


\ 


della libertà umana. 


de rato il principio del presente scolio ed insiememente le 
definizioni degli affetti da me proposte, nonché le proposi- 
zioni r e 3 della parte III. (• ormai giunto il tempo di 
passaie a quelle considerazioni che hanno riguardo alla du- 
rata della mente indipendentemente dal corpo. 

Proposizione XXI. Non può In mente nulla rapprescntnrsi 
in ricordare le cose preterite se non finché perdura il corpo. 

Dimostrazione. La mente non esprime l’esistenza attuale 
del corpo, nè se ne rappresenta come attuali le affezioni al di 
là del tempo prefisso alla durazione di esso (coroll. propos. 8“ 
patte II), e per conseguenza ella non concepisce verun corpo 
qual attualmente presente (propos. 2 6 n parte II) se non per 
quel tempo ove ne persiste la durazione ; laonde (vedi la 
definizione delle imagini allo scolio della propos. 17 11 parte II) 
essa non puiS figurarsi veruna cosa nè rammentarsi le cose 
prcteiite al di là della durazione del corpo (vedi la defini- 
zione della memoria allo scolio della propos. t8 a parte II) 
C. V. D. 

Proposizione XXII. Dossi necessariamente in Dio la idea 
che esprime sotto la forma dell' eternità l’essenza di ogni qual- 
siasi corpo umano. 

Dimostrazione. Iddio non è solamente la cagione dell’esi- 
stenza particolare dei corpi (propos. 2j a parte I); perciò quel- 
l’essenza deve essere pensata necessariamente quale emana- 
zione dell’Essenza divina (assioma 4“ parte 4), e ciò per una 
eterna necessità (propos. 16* parte I); quindi quel concetto 
deve necessariamente sussistere in Dio (propos. 3“ parte III) 
C. V. D. 

Proposizione XXIII. Non può la niente, umana essere al tutto 
annientata allorché succede la distruzione del corpo , ma rimane 
in essa un elemento indistruttibile ed eterno. 

Dimostrazione. Dassi in Dio necessariamente un concetto 
od un’ idea che esprime l’essenza del corpo umano (propo- 
sizione precedente), e quel principio vuole di necessità esser 


dell’etica — PASTE V. 


304 

pensato qual elemento costitutivo dell’essenza di quella niente 
(propos. 13“ parte II). Ma non viene da noi attribuito alla 
mente umana verun limite di durazione che possa essere mi- 
surato dal tempo, tranne quelle disposizioni presenti del corpo 
che implicano temporanea durata : in altri termini (corol- 
lario proposiz. 8“ parte II) il concetto di una determinata 
durazione non si estende oltre al tempo assegnato all’ esi- 
stenza del corpo. Sussistendo non pertanto nella mente umana 
un elemento che si riferisce all’Essenza divina (propos. pre- 
cedente), sari necessariamente eterno quell’elemento. C. V. D. 

Scolio. L’ idea che esprime 1 ’ essenza del corpo sotto la 
forma dell’eternità è, siccome lo abbiamo detto, una condizione 
propria e speciale della mente, e quel concetto offre neces- 
sariamente il carattere dell’ eternità. Pertanto non può sov- 
venirci una qualsiasi ricordanza di un’esistenza anteriore alle 
nostre presenti condizioni, non se ne ritrova nel corpo verun 
vestigio , ed altresì non può 1’ eternità essere definita e de- 
terminata dal tempo nò avere col tempo corrispondenza ve- 
runa. Nondimeno sono fermi in noi il sentimento e la co- 
scienza della nostra eternità, imperocché non è nella mente 
meno accertato e persuasivo il sentimento delle cose da lei 
intellettivamente concepite che quello delle cose corporal- 
mente rammemorate e rappresentate, e gli occhi della mente 
pei quali ella vede ed osserva le cose sono i raziocinii e le 
dimostrazioni. Di tal maniera, abbenchè non ricordiamo una 
vita anteriore all’attuale esistenza, sentiamo e sappiamo fer- 
mamente essere eterna la nostra mente. Ce lo dimostra la 
mente la quale involge sotto la forma dell’eternità l’essenza 
del corpo ; lo dimostra altresì la sua impotenza di definire 
1’ esistenza del corpo e di determinarne la durazione; nò la 
mente concepisce le cose sotto le forme del tempo e della 
durazione se non quando si rivolge alla considerazione delle 
condizioni presenti della corporale esistenza. 

Proposizione XXIV. Più si estendi : nell’uomo la cognizione 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


$05 


> 


c lei particolàri fenomeni , vieppiù si accresce in Itti l intelligenza 
di Dio. 

Dimostrazione. Ella appare ad evidenza pel corollario della 
proposizione 25" parte I. 

Proposizione XXV. Lo sforzo supremo della mente e la su- 
prema sua virtù consistono nel conoscere le cose per le nozioni 
che appartengono al terzo genere della cognizione. 

Dimostrazione. Il terzo genere della cognizione, proce- 
dendo dall’idea adequata di alcuni attributi di Dio, c’introduce 
alla cognizione adequata dell’essenza delle cose (vedi la sua 
definizione allo scolio 2" della propos. 40" parte II), e piu 
acquistiamo di cotal maniera una più perfetta cognizione , 
più (proposizione precedente) riesce in noi perfetta 1 intel- 
ligenza di Dio, e quindi (propos. 28* parte IV) la suprema 
virtù della mente, la sua potenza (deli nix. 8* parte I\ ), la 
sua natura e (propos. 7“ parte III) il più alto suo sforzo 
rimirano congiuntamente ad elevarsi al terzo genere della 
cognizione. C. V. D. 

Proposizione XXVI. Più i capace e disposta la mente a 
giungere al terzo genere della, cognizione, più si accresce in lei 
il desiderio d’ intendere le cose nella forma propria di quel 
genere. 

Dimostrazione. Ciò riesce di piena evidenza; imperocché 
nel considerare la mente come capace d’ intendere le cose 
nella forma che spetta a quel genere della cognizione , la 
pensiamo qtial impressa di un maggior desiderio di più pro- 
fondarsi nell’ intendimento delle cose giusta le condizioni 
del summentovato genere, c per conseguenza (vedi definiz. 1“ 
degli Affetti), più la mente è a ciò disposta e capace , più 
sentiamo farsi in lei più vivo l’intellettivo desiderio. C. V . D. 

Proposizione XXVII. Da quel terzo genere della cogni- 
zione nasce la maggiore e più piena acquiescenza cui possiamo 
imaginare. 

Dimostrazione. La virtù suprema della mente è la cogni- 

30 


Di' Spinoza. — TV//' Etica 


DELL* ETICA — PARTE V. 


306 

zione di Dio (proposiz. 28° parte IV) , vale a dire, 1* intel- 
ligenza delle cose sotto la forma imposta dal summentovato 
terzo genere (proposiz. 25“ parte V), e quella virtù è tanto 
maggiore quanto più ella si innalza a quel terzo genere 
della cognizione (proposiz. 24“ parte V); perciò colui che 
considera le cose a quel rispetto passa tosto al sommo grado 
della perfezione umana e per conseguenza (vedi defìniz. 2* 
degli Affetti) egli possiede il più alto grado di letizia, il qual 
sentimento di letizia (propos. 43“ parte II) sar;\ accompagnato 
dall’idea della propria persona e della propria virtù; laonde 
(vedi defìniz. 25“ degli Affetti) quel genere di cognizione pro- 
duce il più alto grado di acquiescenza cui possa l’uomo con- 
cepire. C. V. D. 

Proposizione XXVIII. Il desiderio per cui l’uomo si sforaci 
di elevarsi fino al terzo grado della cognizione non t promosso 
dalle nozioni del primo grado, ma bensì da quelle che spettano 
al secondo. 

Dimostrazione. Questa proposizione è per sè evidente , 
imperocché le cose da noi intellette in modo chiaro e di- 
stinto ci sovvengono 0 direttamente e di per sé , o per 
mezzo di altre percezioni che si dimostrano direttamente e 
con eguale chiarezza: in altri termini le idee da noi conce- 
pite in modo chiaro e distinto, quelle cioè che si riportano 
alle cognizioni del terzo genere (scolio 2° proposizione 40" 
parte II), non possono derivare dalle idee monche e confuse 
che (pel medesimo scolio) si riferiscono alle cognizioni del 
primo genere, e desse non provengono se non che da idee 
adequate (pel medesimo scolio) spettanti al secondo ed al 
terzo genere della cognizione ; laonde (definizione 1* degli 
Affetti) il desiderio di conoscere le cose giusta quel terzo 
genere non può derivare dal primo e perciò egli è pro- 
mosso dai concetti che corrispondono al secondo genere. 
C. V. D. 

Proposizione XXIX. Ogni pensiero concepito dalla mente 


della LIBERTÀ UMANA. 


307 


sotto la forma dell’ eternità non giunge all’ intelletto in forza 
tiei concetti che hanno per obbietto il corpo attualmente presente , 
tua bensì da quell’elemento dell’essenza del corpo che si presenta 
sotto la forma dell’ eternità. 

Dimostrazione. Allorquando la mente considera l’ esi- 
stenza presente del proprio corpo , ella lo sottopone alle 
condizioni di una durazione determinata dal tempo , ed in 
tale condizione tutte le cose le si presentano quali sottoposte 
all azione del tempo (proposiz. 21* parte V e proposiz. 26* 
parte II); ma l’eternità non si può spiegare per la durazione 
(vedi la definiz. 8' 1 parte I e la sua spiegazione). Rispetto 
alla sua essenza non può la mente concepire le presenti 
sue corporali disposizioni sotto la forma dell’eternità, e d’altra 
parte volendo la natura della ragione che sieno considerate 
le cose sotto quella forma (vedi corollario 2" proposiz. 44'* 
parte II), risultano necessariamente due diverse maniere di 
considerare 1 essenza del corpo, l’una rispetto alle sue tem- 
porali condizioni , l’ altra a quella essenziale disposizione 
per la quale vengono considerate le cose sotto la forma 
dell eternità (proposiz. 23'’ parte V), e quei due principii 
costituiscono unicamente l’essenza della mente (proposiz. 23* 
parte V) ; adunque quella potenza di concepire le cose sotto 
la forma dell’ eternità non appartiene alla mente se non 
quando ella concepisce 1’ essenza del corpo al riguardo dei- 
1 ’ eternità. C. V. D. 

Scolio. In due maniere vengono da noi pensate le cose 
presenti ed attuali: l’una quando le consideriamo quali esi- 
stenti in un tempo ed in un luogo determinato, l’altra quando 
sono da noi concepite quali esistenti in Dio e procedenti 
dalla necessità della Natura Divina. Le cose da noi conce- 
pite nel secondo modo quali vere e reali ci sovvengono sotto 
la forma dell eternità , e quelle idee involgono l’ eterna 
ed infinita essenza di Dio , siccome lo abbiamo dimostrato 
alla p.oposizionc 43 parte II ed allo scolio susseguente. 


DELL’ ETICA — PARTE V. 


308 

Proposizione XXX. Allorquando la nostra mente concepisce 
si stessa ed il corpo sotto la forma dell eternità ella viene tosto 
di necessità ad avere la cognizione di Dio e di non poter essere 
pensata se non per la previa cognizione di Dio. 

Dimostrazione. L’eterniti costituisce la propria essenza 
di Dio , la quale ne involge di necessiti l’esistenza (defini- 
zione 8 3 parte I) ; dunque 1’ avere l’ intelligenza delle cose 
sotto la forma dell’ eternità dimostra essei desse da noi 
concepite al rispetto della loro reale entità e quali derivanti 
dall’Essenza divina, e con ciò ne viene affermata l’esistenza 
per un pensiero clic dalla Essenza divina deduce la sua ne- 
cessaria esistenza ; laonde giunta la nostra mente alla com- 
prensione di sè e del corpo sotto la forma dell eterniti 
ella perviene necessariamente alla cognizione di Dio. C. I • D. 

Proposizione XXXI. Il terzo genere della cognizione dipende 
dalla mente quale cagione formale della propria eternità. 

Dimostrazione. La niente nulla concepisce sotto la forma 
dell’eternità se non che per essere da lei intelletta 1 essenza 
del proprio corpo sotto la forma dell’eternità (proposiz. 29 
parte V), il che (proposiz. 2i a e 23' parte V) è necessario 
effetto dell’eterna di lei essenza ; perciò , in forza della sua 
eterniti (proposizione precedente), ella possiede la cognizione 
di Dio la quale è necessariamente adequata (proposiz. 46“ 
parte II); quindi per essere eterna la mente ella è capace di 
possedere tutte le verità che possono conseguire dall’ottenuta 
cognizione di Dio (proposiz. 4°* P ar * e U)> va l e a dire, ella è 
provveduta della cognizione del terzo genere (la cui defini- 
zione trovasi allo scolio II della proposiz. 40 pai te II) di cui 
la mente in forza della sua eterniti (definiz. 1 parte III) è 
la cagione adequata e formale. C. V. D. 

Scolio. Adunque più l’uomo sari imbevuto dei pi incipii 
che derivano da quel terzo genere della cognizione, più sali 
in lui perfetta l’intelligenza di sè e di Dio, e per conse- 
guenza egli diverrà più perfetto c più beato, il che saià con 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


309 

maggior chiarezza dimostrato per le susseguenti proposizioni. 
Ma qui vuoisi avvertire che, quantunque sia in noi accertata 
la nozione dell’eternità della mente pel potere da lei avuto 
di concepire le cose sotto la forma deU’eternità, nondimeno 
crediamo opportuno, per meglio dichiarare le nostre propo- 
sizioni, di dimostrare in qual maniera incominci la mente a 
considerare le cose a quel rispetto, continuando nella mede- 
sima via da noi finora calcata, nè incorreremo nel pericolo 
di cadere in abbaglio quando non ci discosteremo da chiare 
ed evidenti premesse. 

Proposizione XXXII. Ci inspirano diletto le cose da noi 
intellette giusta il terzo genere della cognizione, ed a un tale 
diletto si congiunge V idea di Dio qual cagione di esso. 

Dimostrazione. Da quel genere di cognizione deriva al 
sommo grado nell’ uomo l’ acquiescenza (definiz. 25“ degli 
Affetti) e la letizia, e questi sentimenti sono accompagnati 
dall’ idea di sè (proposiz. 27“ parte V) , per conseguenza 
(proposizione 30* parte V) dall’ idea di Dio qual’ originaria 
cagione. C. V. D. 

Corollario. Dal terzo grado della cognizione procede di 
necessità 1 ’ amore intellettuale di Dio. Imperocché quel ge- 
nere di cognizione promuove (proposizione precedente) un 
sentimento di letizia al quale si aggiunge l’idea di Dio qual 
cagione di esso (definiz. 6* dei Sentimenti); non sorge quel- 
1 ’ amore dalle consuete manifestazioni dell’ Esistenza divina 
(proposiz. 29* parte V) e si desta in noi alla considerazione 
della sua eternità , il qual sentimento è da noi nominato 
amore intellettuale di Dio. 

Proposizione XXXIII. È eterno quell ' amore intellettuale 
di Dio che proviene dal terzo genere della cognizione. 

Dimostrazione. Imperocché è eterno il terzo genere della 
cognizione (proposiz. 31* parte V ed assioma 3 0 parte I) e 
perciò (pel medesimo assioma) è necessariamente eterno 
1 ’ amore da esso cagionato. C. V. D. 


3io 


DELL* ETICA — PARTE V. 


Scolio. Quell’amore, se pure avesse avuto incommciamento 
(proposizione precedente), possederebbe nondimeno tutte le , 
perfezioni dell’amore, siccome lo abbiamo supposto nel co- 
rollario della proposizione precedente; nè avvi in ciò veruna 
differenza se non che, ciò avvenendo, possederebbe la mente 
in modo diretto e di per sè quelle eterne perfezioni cui avevam 
supposto essere da lei successivamente acquistate , e queste 
accompagnate dall’ idea di Dio qual’ eterna cagione. Che se 
consiste la letizia dell’ uomo nell’ avviarsi ad una maggior 
perfezione e nel successivo ottenimento di essa, la beatitudine 
deve necessariamente risultare dalle proprie mentali perfezioni. 

Proposizione XXXIV. La mente non risente passioni od af- 
fetti passivi se non durante V esistenza del corpo. 

Dimostrazione. Per l’ imaginazione viene 1 ’ uomo a rap- 
presentarsi vivamente un qualche oggetto fenomenale (ve- 
dine la definizione allo scolio della propos. 17“ parte II); la 
quale rappresentazione ci dimostra più le condizioni costi- 
tutive del corpo umano che la natura medesima dell’obbietto 
figurato (coroll. 2° propos. 16" parte II). Adunque corrispon- 
dendo l’ imaginazione colla condizione costitutiva del corpo 
(per la definizione generale degli Affetti), perciò (propos. 21* 
parte V) la mente impressa dalle sovvenute figurazioni non 
soggiace alle passioni se non per le sue imaginazioni e du- 
rante l’ esistenza del corpo. C. V. D. 

Corollario. Quindi consegue non essere eterno nessun 
amore tranne l’amore intellettuale. 

Scolio. Se attendiamo alle comuni opinioni degli uomini, 
li vediamo persuasi dell’ immortalità della loro mente, ma ci 
si dimostrano imbevuti di idee confuse tra le quali trovansi 
anche frammischiati gli opposti concetti di eternità e di 
durazione e li vediamo altresì introdurre nei loro divisamenti 
figurazioni e rimembranze cui credono perdurare dopo la morte. 

Proposizione XXXV. Iddio ama sè stesso con un infinito 
amore intellettuale. 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


Dimostrazione. Dio è assolutamente infinito (per la de- 
finizione 6“ parte I); in altri termini (per la definiz. 6 " parte II) 
la natura divina possiede una infinita perfezione, ed a quella 
perfezione (propos. 3* parte II) si congiunge l’idea della 
Persona divina (propos. 1 1* ed assioma t° parte I) qual’origi- 
naiia cagione, il che esattamente corrisponde a quanto ab- 
biamo proposto nel corollario della proposizione 32* di questa 
parte. 

Proposizione XXXVI. L'amore intellettuale della mente verso 
Iddio é il medesimo amore col quale Iddio ama sé medesimo, 
non al rispetto della sua infinità, ma a quello dell’essenza della 
mente umana considerata sotto la forma dell’eternità, il che 
vale a dire essere l’amore intellettuale della mente verso Iddio 
una parte dell’amore infinito di Dio verso sé medesimo. 

Dimostrazione. Questo amore intellettuale si riferisce (co- 
rollario della propos. 32" parte V e per la propos. 3* parte III) 
all esercizio della potenza della mente pel quale ella consi- 
dera sè stessa e congiunge in un medesimo concetto e l’ idea 
di sè medesima e l’idea di Dio qual cagione di essa (propos. 32* 
parte V e suo corollario). Iddio si manifesta in tal guisa alla 
mente umana (corali, propos. 25" parte I e corali, propos. n a 
parte II); perciò (proposizione precedente) quell’amore della 
mente fa parte dell’ amore infinito riportato da Iddio a sè 
medesimo. C. V. D. 

Corollario. Quindi consegue che Iddio, coll’ amare sè 
stesso, ama gli uomini, e per conseguenza è una e medesima 
cosa l’amore di Dio verso gli uomini e l’amore intellettuale 
della mente verso Iddio. 

Scolio. Dalle proposte cose intendiamo chiaramente in 
che consistano la salvezza, la beatitudine e la liberti, fon- 
dandosi esse sul costante ed eterno amore degli uomini 
verso Iddio e nell’ amore di Dio verso gli uomini. Cotale 
amore da cui deriva la beatitudine ha ricevuto, ed a ragione, 
nei sacri codici il nome di Gloria. Imperocché può essere 


312 


dell’etica — parti: v. 


appellato Gloria quell’amore, sia esso considerato al rispetto 
di Dio, od a quello della mente umana, dal quale deriva quella 
perfetta acquiescenza dell’ animo che non si distingue real- 
mente dalla gloria (per la definizione 25® e 30®dei Sentimenti); 
imperocché al rispetto di Dio quell’amore è (proposiz. 3 5 l , 
parte V) un sentimento di letizia (se ci è lecito di usare a 
tal proposito di quel vocabolo) accompagnato dall’idea di sé, 
e ciò avviene egualmente quando quel sentimento si riferisce 
alla mente umana (proposizione 27* parte V) ; quindi per 
consistere l’essenza della mente nella cognizione di cui (pro- 
posizione ij® parte I e scolio proposizione 47® parte II) 
Iddio è fondamento e principio, riesce a noi chiarissimamente 
dimostrato in qual modo e di qual ragione la nostra mente, 
al rispetto della sua essenza e della sua esistenza, derivi dalla 
Natura divina e di continuo ne dipenda. Quindi ho creduto 
esser prezzo dell’ opera dimostrare per un esempio quanto 
valga la cognizione delle cose particolari da noi appellata 
intiiitiva } ossia del terzo genere (scolio 2" proposizione 40® 
parte II), e quanto ella sorpassi quella cognizione generica e 
discorsiva da me considerata quale propria del secondo genere. 
Imperocché, quantunque fosse da me dimostrato che le cose 
tutte (e per conseguenza anche la mente umana) dipendano 
di Dio al rispetto e dell’essenza e dell’esistenza, perciò quella 
dimostrazione, quantunque legittima ed indubitata, non agisce 
sulla nostra mente al medesimo grado della considerazione 
per la quale scorgiamo dipendere direttamente da Dio l’es- 
senza di tutte le cose particolari. 

Proposizionf. XXXVII. Nulla si ritrova nella natura che 
contrasti a quell’amore intellettuale e lo possa annullare. 

Dimostrazione. Un tale amore intellettuale é diretta con- 
seguenza della natura della mente considerata qual’ eterna 
verità emanata dalla Natura divina (prop. 33 1 e 29“ parte V); 
adunque se vi fosse una qualche cosa che contrastasse e si 
opponesse a quell’amore, ciò sarebbe contrario alla verità e. 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


313 


per conseguenza , se vi fosse una cosa che potesse distrug- 
gere quell’amore, ne conseguirebbe esser falsa una cosa vera, 
ciò che è evidentemente assurdo. Dunque nulla si ritrova 
nella natura ecc. C. V. D. 

Scolio. L’assioma proposto alla Quarta Parte si riferisce 
alle cose particolari considerate al rispetto di un tempo e 
di un luogo determinato, nè credo che possa alcuno metter 
in dubbio tale proposizione. 

Proposizione XXXVIII. Più sono numerose, le cose intellette 
dallo mente, giusta il secondo ed il terzo ordine della cognizione, 
meno ella trovasi combattuta dai mali affetti e scemasi vieppiù 
in essa il timore della morte. 

Dimostrazione. L’essenza della mente consiste nella co- 
gnizione (proposizione u a parte II); dunque più si accre- 
scono in essa le cognizioni che spettano al secondo ed al 
terzo genere, più ne viene aumentata e rinvigorita la parte 
attiva (proposizione 29“ e 23“ parte V), e per conseguenza 
(proposizione precedente) una maggior parte di essa si trova 
preservata dal risentimento degli affetti che contrastano colla 
nostra natura, vale a dire (proposizione 30* parte IV) dagli 
affetti cattivi; di tal maniera, più si accresce nella mente il 
numero delle cognizioni del secondo e del terzo genere, più 
si estende la parte rimasta in essa libera ed illesa, c per con- 
seguenza ella soggiace in minor grado agli affetti passivi 
C. V. D. 

Scolio. Tali sono le cose da me dianzi accennate e di 
cui nello scolio della proposizione 39" parte IV ho promesso 
1 ’ ulteriore esposizione. Le quali considerazioni intendono a 
mostrare che ci riesce meno paurosa la morte quando è 
maggiore e più esatta nella mente la cognizione, e per con- 
seguenza quando è maggiore in essa l’amore di Dio. Quindi 
vediamo che (proposizione 27“ parte V) , per le cognizioni 
del terzo genere, deriva nell’uomo l’assoluta e suprema acquie- 
scenza ed eziandio che è tale la condizione della mente 


De Smnoza — Dsll' E tivù. 


40 


v\ 


DELL’ETICA — PARTE V. 


umana che le cose cui abbiamo veduto perire in essa in- 
sieme alla durazione del corpo (proposizione 21“ parte V) 
non sono di verun momento al rispetto dell’importanza delle 
facoltà che in essa rimangono. Ala di ciò tratteremo ben- 
tosto più distesamente. 

Proposizione XXXIX. // corpo disposto od un maggior nu- 
mero di operazioni è congiunto con una mente di cui sono in 
maggior parte eterne le facoltà. 

Dimostrazione. Colui il cui corpo trovasi meglio disposto 
ad un maggior numero di operazioni è meno combattuto 
dagli affetti passivi che gli sono di ostacolo e di nocumento 
(proposizione 38* parte IV), da quelli cioè (proposizione 
30" parte IV) che sono contrari alla nostra natura; perciò 
(proposizione 10' parte V) egli ha il potere di ordinare e di 
concatenare le affezioni dei corpo secondo 1’ ordine proprio 
dell’ intelletto e per conseguenza di ottenere (proposizione 
14" parte V) che tutte le affezioni del corpo si riferiscano 
all’idea di Dio (proposizione 15“ parte V) rivolgendo a Dio 
un amore che (proposizione 16 “ parte V) occupa c costituisce 
la massima parte della mente ; di tal maniera (proposiz. 33“ 
parte V) egli possiede una mente che è eterna nella mas- 
sima sua parte. C. V. D. 

Scolio. Quando i corpi umani riescono più disposti ad 
eseguire un maggior numero di operazioni, non vi ha dubbio 
che questa loro facoltà corrisponda naturalmente colle dispo- 
sizioni della mente e la promova all’ acquisto della cogni- 
zione di sè e di Dio ed a quelle considerazioni che si ag- 
girano massimamente circa l’eternità; perciò si dileguerà in 
essi quasi al tutto il timor della morte. Perchè riesca più 
facile l’intendimento di queste proposizioni egli è d’ uopo 
ricordare le perpetue variazioni clic occorrono all’uomo nel 
corso della vita e come succedansi in lui il miglioramento 
e la deteriorazione, e quindi come egli venga ad essere re- 
putato successivamente felice od infelice. Imperocché colui 


t>r.LLA L'BERTX UMANA. 


515 

che è fatto cadavere nell’infanzia o nella puerizia viene qua- 
lificato infelice , mentre è considerato qual felice colui che 
passa a quella condizione dopo avere lungamente vissuto go- 
dendo della sanità del corpo e della mente. Ma è al tutto 
infondato un cotale giudizio e dimostra un’ intrinseca debo- 
lezza colui che, secondando le opinioni del volgo, circa alla tem- 
porale esistenza, deplora la breve vita dell’infante o del gio- 
vinetto incapaci tuttavia di qualsiasi importante operazione 
ed esposti massimamente all’influenza delle cause esteriori , 
ed egli prova di tal maniera non avere cognizione veruna 
nè di sè , nò di Dio , nè della vera condizione delle cose. 
Ma colui il cui corpo è naturalmente capace di molte ope- 
razioni ed alla cui attività corrisponde quella della mente 
giunge a possedere un* estesa comprensione di sè, di Dio e 
delle cose. Adunque egli è d’uopo che, tralasciando le volgari 
opinioni, l’uomo diriga ogni suo sforzo a liberarsi dalla in- 
fantile ignoranza ed a pervenire alle mentali operazioni per 
le quali viene ottenuta la cognizione di sè , di Dio e delle 
cose. Di tal maniera tutti gli obbietti ch’egli può figurativa- 
mente rappresentarsi nell’ attuale sua condizione saranno da 
lui giudicati quali cose di quasi verun rilievo, siccome venne 
da me significato allo scolio della proposizione precedente. 

Proposizione XL. Più 1 ! perfetta una cosa, <’ maggiore in 
essa l’attività e minore la passività, ed a vicenda più essa si 
dimostra attiva più si accresce la sua perfezione. 

Dimostrazione. Piò è perfetto un oggetto , più è grande 
in esso la realità (definiz. 6 “ parte 17) , e per conseguenza 
(proposiz. 3 1 * parte Tir e suo scolio) se ne accresce l’attività 
e ne viene diminuita la passività, la quale dimostrazione si 
riproduce alla medesima maniera con inverso ordinamento ; 
da ciò discende che riesca più perfetta una cosa quando 
essa dispiega la sua attività. C. V. D. 

Coroi.i. ario. Quindi consegue che la parte della mente 
rimasta libera ed illesa dovunque ella si estenda è più per- 


3'f* 


DEU.’KTICA - 


PARTE V. 


fetta delle altre sue parti ; imperocché 1’ intelletto ò quella 
parte eterna della mente (proposiz. 23“ e 29" parte V) il 
cui esercizio determina in noi la potenza operativa (propo- 
sizione 3” parte III), mentre al contrario quella parte cui 
abbiamo dimostrato come soggetta alla distruzione é la fa- 
coltà figurativa (proposi/. 21“ parte V) dalla quale ci de- 
rivano le impressioni passive (proposiz. 3“ parte III e per 
la definizione generale degli Affetti); dunque consegue essere 
più perfetta la parte intellettiva della mente (proposizione 
precedente) dovunque essa venga a dispiegarsi. C. V. D. 

Scolio. In ciò consistono le considerazioni eli’ io mi era 
proposto di svolgere rispetto alla mente considerata indipen- 
dentemente dalle corporali sue condizioni; dalle quali dimo- 
strazioni, siccome eziandio dalla proposizione 21* parte I ed 
altri precedenti argomenti, appare che la nostra mente, al 
riguardo della sua comprensione, manifesti una potenza co- 
gitativa determinata da un’ altra forza raziocinante, la quale 
viene aneli’ essa promossa da un’ altra intellettiva potenza , 
procedendo di tal guisa all’infinito finché tutto il complesso 
delle forze intellettive venga a raggiungere l’intelletto infinito 
di Dio. 

Proposizione XLI. Anche se fosse dilli’ uomo ignorala V eter- 
nità della mente, nondimeno sarebbe da lui posto al primo grado 
il dovere di osservare la pietà e la religione e di esercitare tutti 
quegli uffici cui abbiavi mostrato nella IV Parte del presente 
Libro corrispondere all’animosità ed alla generosità. 

Dimostrazione. La ricerca della propria utilità é il primo 
ed unico fondamento a cui si appoggia la ragione del vivere 
costumato e virtuoso (corollario proposiz. 22* c proposiz. 23“ 
parte IV). Ma per determinare quelle cose la cui utilità ci 
è dimostrata dalla ragione non é mestieri di ricorrere al 
concetto dell’ eternità cui avevam proposto di considerare 
in questa Quinta Parte del nostro lavoro. Abbenché in allora 
fosse da noi per un dato tempo tralasciata la considerazione 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


3'7 


dell’eternità della niente, pertanto venne da noi decisamente 
posto tra i primi nostri doveri 1’ obbligo di effettuare quelle 
operazioni che han rispetto all’animosità ed alla generosità, 
c perciò, anche quando fosse da rtoi ignorata la surriferita 
verità , dovremmo nondimeno tenere in massimo conto e 
scrupolosamente osservare quegli imperiosi precetti della ra- 
gione. C. V. D. 

Scolio. Sembra essere su di ciò molto diversa l’opinione 
del volgo. Imperocché vediamo per lo più reputarsi liberi 
quegli uomini quando possano secondare gli impulsi della 
concupiscenza, sembrando ad essi rinunziare alla loro libertà 
allorquando sono condotti a vivere conforme alle leggi ed 
ai precetti divini. Essi si reputano aggravati ed oppressi da 
quelle prescrizioni che impongono l’osservanza della pietà, 
della religione, e di tutti i doverosi consigli che vogliono 
incrollata la fortezza dell’animo, nè consentono di sopportarne 
il peso se non per la speranza di esserne sgravati dopo la 
morte e di ricevere in allora il premio della sopportata 
schiavitù, cioè delle loro dimostrazioni di pietà e di religione. 
Non sono dessi condotti a quell’ osservanza dall’ unica spe- 
ranza del premio, ma anche c principalmente dal timore 
d’ incorrere dopo la morte in atroci supplizii , ed un tal ti- 
more basta a mala pena negli stretti limiti ove li riduce la 
dappocaggine e l’impotenza del loro animo a farli vivere 
secondo i precetti della Legge divina. E se coloro che cre- 
dono che perisca la mente insieme al corpo non avessero 
per raffrenarsi il prospetto di una più lunga vita , ritorne- 
rebbero ad obbedire al solo impulso del proprio ingegno , 
ed in tal guisa governati dalle cieche concupiscenze non 
conserverebbono l’ imperio delle loro azioni , ma soggiace- 
rebbero al tutto agli avvenimenti della fortuna. Le quali 
disposizioni non riescono meno assurde che se qualcuno, 
dubitando di poter pascere eternamente il corpo di buoni 
alimenti, volesse usare al presente cibi velenosi e mortiferi, 


dell’etica — parte v. 


3 <8 

ovvero che se per non credere egli all’ immortalità della 
mente eleggesse di vivere pazzamente e fuor di senno, con- 
seguenze talmente assurde che appena meritano di essere 
ricordate. 

Proposizione XLII. Non i la beatitudine il premio della 
virtù, ella costituisce la virtù medesima ; non all’oggetto di ot- 
tenerla reprime 1 ’ uomo le male voglie, ma al contrario quella 
repressione è necessaria conseguenza dello stato beato. 

Dimostrazione. Consiste la Beatitudine nell’amore da noi 
sentito verso Iddio (proposiz. 56“ parte V e scolio) e de- 
riva quell’ amore dal terzo genere della cognizione (corol- 
lario proposiz. 32'' parte V), laonde quell’amore (proposi- 
zione 59 n e 3" parte III) deve essere riferito alla disposizione 
attiva della mente e (vedi definiz. 8 a parte IV) costituisce 
l’umana beatitudine. Ciò hi riguardo alla prima parte della 
proposizione. Passando alla seconda, più trovasi in alto grado 
nella mente quella gioia e quella beatitudine, più ella dimo- 
stra (proposiz. 32* parte V) la forza della sua intelligenza; 
in altri termini (corollario proposiz. 3* parte V), più viene 
accresciuta in essa la potenza di governare gli affetti, e più 
ella trovasi in grado (proposiz. 38“ parte V) di liberarsi 
dalle passioni nocive e cattive. Perciò più possiede la mente 
quell’amore divino e quella beatitudine, più trovasi accre- 
sciuta in essa la potenza di reprimere le male concupiscenze, 
dimostrando essere cosa propria dell’intelletto il potere di 
reprimere gli affetti. Dunque non deriva la beatitudine dal— 
l’ottenuta repressione degli affetti, ma bensì proviene dalla 
beatitudine il potere di esercitare cotale repressione. C. V. D. 

Scolio. Di tal maniera vengono da me compite tutte le 
considerazioni cui aveva deliberato di proporre circa alla 
potenza esercitata dalla niente sopra gli affetti ed alla sua 
libertà. Dalle proposizioni da noi dichiarate, appare ad evi- 
denza a qual grado possa giungere l’uomo sapiente c quanto 
la sua condizione sorpassi quella dell’ignorante clic obbedisce 


DELLA LIBERTÀ UMANA. 


5 1 9 

alle cieche appetenze. Imperocché Pignorante, oltre ad essere 
esposto al conflitto delle forze esteriori, é conturbato di molte 
maniere, né viene giammai ad ottenere la piena acquiescenza 
dell’animo; egli vive nell’assoluta ignoranza di sé, di Dio e 
delle cose e non cessa dal soffrire se non col cessare di 
vivere. Mentre, al contrario, il vero sapiente a mala pena si 
commuove c, pienamente conscio della necessità che deter- 
mina ogni avvenimento al rispetto di sé, di Dio e delle cose 
tutte, rimane di continuo nella piena persuasione del posse- 
dimento della sua essenziale potenza. Se la via da me mo- 
strata quale atta a condurre ad una tal condizione sembrasse 
troppo ardua e difficoltosa, ella può nondimeno essere rag- 
giunta e seguitata; ed al certo non può esser se non difficile 
una cosa che raramente si ritrova. Come potrebbe avvenire 
che una via a tutti facilmente accessibile c che non esigesse 
grande travaglio fosse trascurata dalla maggior parte degli 
uomini ? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili 
quanto rare. 


FINE. 


Finito ili stampine 
il ili xx Dicembre mdccci.xxix 
nella tipografia ili L. Tìortohtti e 
in Salano. 


EDIZIONE DI SOLI JOO ESEMPLARI.