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Full text of "Istorie Di Mondi"

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OTTAVIO ZANOTTI BIANCO 

INGEGNERE 

Professore incaricato dell’Insegnamento dell’Astronomia 
cella B. Università di Torino. 


ISTORIE DI MONDI 


SAGGI DI ASTRONOMIA 



FRATELLI BOCCA, EDITORI 

MILANO ROMA FIRENZE 


1903 




PROPRIETÀ LETTERARIA 


Torino — Vincenzo Bona, Tip. delle LL. MM. e dei BB. Principi (9084) 


^T^-fTTT tttttttttt t ttt t t im t ry^rrrr t t t t ryy^y^T^rWV^rrrrTrrr rr 


AL CORTESE E BENEVOLO LETTORE 


« The man who cannot wonder, who does 
« not habitually wonder (and worship), were 
« he President of innimierable Royal Societies, 
« and carried thè whole Mécaniqu « Celeste 
«and Hegel s Philoeophy, and thè Epitome of 
« all Laboratories and Observatories with their 
« roBults, in bis single head, • is but a Pair 
« of Spectacles behind whieh there is no Eye. 
« Let thoso who hav« Eyes look through him, 
« thon he raay he nseiul *. 

Thomas Caklylk, Sartor Renar tue. 


Questo volume che ora si presenta al Pubblico 
Italiano è il terzo di una serie di Saggi d’Astro- 
noinia, che già pubblicati in varie riviste, vengono 
gui riuniti e ristampati. Or sono sei anni, licen- 
ziando alle stampe il primo volume della serie — 
In Cielo — peritoso assai non osavo sperare che 
la modestissima opera mia, potesse trovare quella 
buona e lusinghiera accoglienza che s’ebbe nel 
nostro paese e fuori. Di essa mi compiaccio perciò 
tanto più vivamente, e con soddisfazione intensa 
t'i scorgo una manifestazione di calda simpatia per 


VI 


AL BENEVOLO E CORTESE LETTORE 


la nobilissima scienza degli astri, ed un ottimo 
indizio per il progresso della coltura generale in 
questa nostra Italia. Mi si conceda dunque di rin- 
graziare, per me e per l’astronomia, gli Editori 
Fratelli Bocca che continuarono a favorire di loro 
validissimo appoggio l' antichissimo e sublime studio 
del firmamento, ed il Pubblico Italiano che li ha 
secondati, e speriamo continuerà a mostrarsi bene- 
volo e propizio all’ intelligentissima opera loro. 

Torino, Settembre 1902. 


Ottavio Zanotti Bianco. 



f7, r ,.»TtTT! TTrTrmTTTTTTYT rrrTT»TTTTTTrrrTTT T t TTTTTT '*TTrrrTTrn»T 


INDICE 


Prefazione 

. Pag. 

V 

Almanacchi 

• » 

1 

La forma e la grandezza della Terra . 

• W 

26 

La variazione delle latitudini 

» 

78 

Le Comete 

• * 

112 

Le Stelle cadenti 

• 1» 

153 

La fine del mondo .... 

• 1» 

197 

Eclisse di Sole 

1» 

228 

il calore del Sole 

• 1» 

278 


s 










A L M A NAC C II I 


Qnesia op«ra in ogni parte ò un libro d’oro. 
Non fu più preziosa gemma mai 
Del Kalendario 


I. 

Questi versi sono i primi di un sonetto colla 
sua brava coda, che si trova in principio del 
primo almanacco italiano a stampa che si co- 
nosca. 

Esso è quello apparso nel 1476, ed è un li- 
bretto rarissimo; la biblioteca Marciana no pos- 
siede mi esemplare; si sa che fu compilato da 
Regiomontano, ma ignorasi il nome di chi lo ha 
tradotto in italiano. 

Può darsi che il calendario sia un libro d’oro. 
Così non la pensavate voi, bionda Evelina, che lo 
dicevate sgarbato ed insolente al pari dell’oro- 
logio, perchè entrambi vi buttano in faccia, im- 
passibili e beffardi, l’ingiuria del tempo trascorso, 
e non volevate nel vostro salotto nè l’uno, nè 
l’altro, perchè l’uno, dicevate, mi fa invecchiare, 


7 . k sotti Bianco, Istori» di mondi 


1 


2 


ISTORIE DI MONDI 


l’altro rammenta agli amici che mi favoriscono 
di loro visita, l’ora d’andarsene. Poi vi dispia- 
cevano quei due nomi di calendario e d’alma- 
nacco, cosi difficili, mentre in italiano abbiamo 
il buon lunario, la cui etimologia avevate trovato 
in rio e luna, perchè in esso lo lune scorrono 
come l’acqua in un rio, e non vi allontanavate 
troppo dal vero. Il Leopardi però, là in quel suo 
famoso dialogo tra un venditore di almanacchi 
ed un passeggere, adopera indifferentemente ora 
l’uno ora l’altro, ma calendario non scrive, ed a 
ragione, perchè in bocca al rivenditore suonava 
meglio il popolare almanacco. 

Dante non si serve di alcuna di quelle pa- 
role, ma nel canto XVI del Purgatorio scrive : 
come se tue Partissi ancor lo tempo per colendi? 
cioè come se tu dividessi ancora il tempo per 
mesi. Dal latino calendae, e questo dal verbo 
calare che valeva chiamare, convocare, è deri- 
vato il vocabolo calendario, giacché appresso i 
Romani il Pontefice ogni dì primo del mese chia- 
mava il popolo ad udire come fosse la distribu- 
zione dei giorni del mese che in quello princi- 
piava. Quanto all’origine del vocabolo almanacco 
le opinioni sembrano divise. In Italia, il Riccardi 
lo dà come usato per la prima volta per le 
stampe in un libro pubblicato da Pietro Pitati 
nel 1542, e che si riferisce al calendario degli 
undici anni correnti dal 1552 al 1562. Chi vuole 
che almanacco derivi dall’arabo, e chi dal sas- 
sone, altri dal greco. Sembra però che l’opinione 
più accreditata sia quella che lo fa derivare dal 


ALMANACCHI 


3 


sassone, con Verstegan. Riportiamo qui quanto 
egli scrive, perchè ci darà occasione di toccare 
di una curiosissima foggia di almanacchi. “Essi,,, 
egli dice, alludendo ai Sassoni, “ usavano inta- 
gliare sopra certi lognetti quadrangolari, lunghi 
all'incirca un piede, o più o mono, a seconda dei 
gusti, l’andamento delle lunazioni di tutto l’anno, 
così che essi potevano sempre dire quando do- 
vevano accadere le diverse fasi, ed i loro giorni 
festivi. Essi chiamavano poi abnon-aght questo 
legnetto intagliato, cioè tutta l’attenzione delle 
lune, per affermare la cura e l’osservazione di 
tutte lo lune: da ciò il nome di almanacco „. Un 
istrumento di tal fatta esiste ancora a Cambridge 
nel collegio di St. John ed è di data antichis- 
sima. Di una forma simile a quello menzionato 
da Verstegan era l’almanacco ad intagli descritto 
dal dottor Roberto Plot nella sua Naturai History 
of Staffordshire (1680), che egli chiama Clog al- 
manac, e che assai usato in quella ed in altre 
contee settentrionali, vi fu forse portato dai Da- 
nesi che molti secoli prima avevano invaso l’In- 
ghiltcrra. Questo almanacco ad intagli ha con 
quello a libro lo stesso rapporto che i legnetti 
a tacche o taglie, usati altra volta per tenere 
la contabilità, hanno coi poderosi registri delle 
aziende finanziarie moderne. Esso constava di 
un legno di bosso, o di altra essenza dura, a 
sezione quadrata, lungo otto pollici, e così dis- 
posto da poter essere appeso nel salotto per 
l’uso della famiglia, ma qualche volta lo si por- 
tava incastrato in un bastone da passeggio. In 


4 


I8T0BIE DI MONDI 


sostanza era un almanacco perpetuo destinato 
specialmente a designare le domeniche e le altre 
feste fisse dell’anno. Per servirsene ogni persona 
doveva badare in qual giorno l’anno corrente in- 
cominciasse per rispotto a quello segnato sulla 
taglia ; così se i duo non coincidevano, un breve 
calcolo mentale di addizione o sottrazione gli 
permetteva di giungere a conoscere quanto de- 
siderava. 

L’intiera serie dei giorni componenti l’anno 
era rappresentata da intagli praticati sui quattro 
spigoli del legnetto quadrangolare, ogni spigolo 
corrispondeva a tre mesi, il primo giorno d’ogni 
mese ora distinto da un incavo laterale rivolto 
aU’insù, ed ogni domenica da un intaglio più 
grande. I santi poi e le feste erano accompagnati 
da certi segni rappresentanti simbolicamente 
fatti o cose concernenti la vita del santo del 
quale ricorreva l’anniversario. Forse allora si 
conoscevano lo vite dei santi meglio di quel che 
oggi non avvenga, ed agli occhi dei viventi di 
allora, in massima parte analfabeti, quei sim- 
boli valevano meglio di parole. 

Sono almanacchi di questa maniera quello il- 
lustrato da Wolf nel 1820 e studiato da Cahier, 
nella sua utilissima opera sulle caratteristiche 
dei santi; e quello di Bologna, del quale si oc- 
cupò il Frati. 

Più antico di questo è l’almanacco di cui 
Greytner ci dà la figura nelle sue Inscriptiones, 
che era formato da un cubo di marmo, sullo cui 
quattro faccio verticali stavano scolpiti i giorni 


ALMANACCHI 


5 


di tre mesi, le none, le operazioni agricole, cor- 
rispondenti a ciascun mese e le feste. Quanto 
cammino da quel blocco di marmo ai ninnoli di 
oggi, spesso graziosi, non sempre artistici, in 
peluche e raso, e con disegni troppo di frequente 
di maniera volgamela ! Ma siamo ancora indietro 
rispetto ai petits almanachs reliés che nel secolo 
scorso un rinomatissimo confettiere parigino ce- 
lava nell’interno dei suoi bonbons à surprise, e 
dal For (jet me not (non ti scordar di me) di Londra 
pel 1830. Questo, che è forso l’almanacco più 
piccolo che siasi stampato, era del formato 512, 
vale a dire un quarto del famoso e già raro 
j Vantino di Salmin di Padova; osso poteva na- 
scondersi entro un anello e nondimeno conteneva 
squarci dei più celebri autori inglesi. Altri al- 
manacchi perpetui potevano portarsi appesi come 
ciondolo alla catenella dell'orologio, cssondo in 
metallo e di dimensioni oltrepassanti di poco 
quelle di una moneta da due franchi. 

II. 

Fino ad una cinquantina d’anni or sono gli 
almanacchi a libro, ed erano la massima parte, 
contenevano predizioni astrologiche sopra Vanno, 
come solevasi scrivere allora, cui si riferivano. 
E tali predizioni espresse nel più puro linguaggio 
astrologico concernevano gli eventi umani, l’agri- 
coltura, il tempo ossia gli eventi atmosferici. Nè 
questo mal vezzo è smosso oggi: chè se si tra- 
lasciano in generale le predizioni astrologiche, 


6 


ISTORIE DI MONDI 


cui pochi oramai credono, si continuano a stam- 
pare quelle meteorologiche a lunga scadenza, 
cui certo molti prestano ancora fede, a giudicare 
almeno dal favore che incontrano sempre gli al- 
manacchi che le contengono. 

Io nutro fiducia che i cólti lettori dell 'Antologia 
non presteranno fede alle insulse profezie dei 
Mathieu de la Dróme e simili, ma ad ogni modo 
ci consentano una breve digressione al riguardo. 

Fino al giorno d’oggi la scienza non è riu- 
scita a constatare alcuna relazione fra le posi- 
zioni dei pianeti e le vicende atmosferiche che 
producono il tempo. Quanto alla Luna è bene 
riportare qui, e ciò non è mai fatto abbastanza, 
le conclusioni alle quali è giunto il nostro grande 
Schiaparelli, in un suo profondissimo esame del- 
l’influenza della Luna sul tempo. “ A coloro 
dunque che domandano se l’influenza della Luna 
sui fenomeni atmosferici si può riguardare come 
accertata, risponderemo con Arago e Kaemtz es- 
sere difficile ancora dubitarne. Ma ciò non con- 
duca all’illusione che tali influssi possano essere 
di essenziale aiuto per prodire le vicende atmo- 
sferiche. Il grande produttore e regolatore di 
queste vicende sarà sempre il Sole; il suo in- 
flusso e le perturbazioni che la rotazione e con- 
figurazione della superficie terrestre inducono 
nella sua azione, saranno sempre gli elementi 
determinanti lo stato del cielo: le azioni della 
Luna non potranno apportarvi che modificazioni 
affatto secondarie, che si perdono nelle grandi 
oscillazioni prodotte dagli influssi solari diretti 


almanacchi 


7 


riflessi. E ciò è tanto vero che 38 anni di os- 
servazioni appena furono sufficienti a dimostrare 
la esistenza dell'influsso lunare attraverso alle 
infinite irregolarità del tempo, dalle quali, non 
senza lungo lavoro, si è riuscito ad esternarlo ed 
a renderlo manifesto Quindi che cosa bisogna 
pensare delle profezie che fondate sull’influenza 
lunare, o su regole più o meno immaginose ed 
immaginarie, si vanno tuttora spacciando in molti 
almanacchi? La risposta non è dubbia: esse 
vanno respinte, come arrischiate a casaccio e cam- 
pate in aria, e perchè mancanti di baso o peggio 
fondate sopra ipotesi e teoremi falsi. Pur tuttavia, 
dirà taluno, si è notato cho quelle predizioni si 
avverarono qualche volta; e noi rispondiamo: 
si è forse notato quante volte esse non si veri- 
ficarono? Le persone che accettano por attendi- 
bili le profezie sul tempo a lunga scadenza date 
dagli almanacchi, hanno, come tutte quelle im- 
bevute di talune idee, una tendenza rimarchevole 
a segnare di special nota il verificarsi dei fatti 
consoni alle loro idee, ed a lasciar passare asso- 
lutamente inavvertiti quelli cho coll’ inveterate 
loro opinioni non concordano. Per mantenersi nel 
vero, e per giudicare con sano criterio della opi- 
nione accettata intorno alle profezie sul tempo, 
sarebbe bone tenere esatta registro delle coin- 
cidenze e delle discordanze della teoria ammessa 
colla realtà dei fatti. Con ciò sarebbe facile il 
convincersi della fallacia dell’opinione tenuta, e 
si potrebbe ancora colla precisa registrazione dei 
fenomeni rendere segnalati servigi alla raeteoro- 


8 


ISTORIE DI MONDI 

logia. E qui giova applicare quel che, non ram- 
mento chi, disse dolle predizioni astrologichà : 
fra tante treccie che si scoccano a caso, non è 
a meravigliare se alcuna colpisca nel segno. Del 
resto un aneddoto varrà a mostrare come gene- 
ralmente si pronunziano le profezie sul tempo 
degli almanacchi. 

Si è pubblicato fino a non molti anni or sono 
a Liège un almanacco, noto col nome di Almanach 
Liéyeois, od anche Doublé Almanach Liéyeois. 
L’opiteto di doppio si trova spesso appiccicato 
al sostantivo almanacco, od a varie denomina- 
zioni, e cosi si ha ancora da noi 11 doppio pe- 
scator di Chiaravalle. La fondazione di quell’al- 
manacco è, secondo una tradizione conservata 
nella famiglia dello stampatore Bourguignon, 
erede e discendente degli antichi stampatori 
Streel di Liegi, attribuita al canonico Matteo 
Laensberg verso l’anno 1600, però questo nome 
non fu ritrovato nella lista dei canonici di quell’e- 
poca. Che che ne sia di ciò, si racconta che questo 
Laensberg soleva dettare a una sua nipote le pre- 
dizioni meteorologiche, che essa scriveva di fronte 
ai vari giorni dell’anno. Erano giunti al 21 set- 
tembre. Il profeta dettò: Temporale, Grande 
pioggia. * Ma zio „, gli osservò la scrivente, * il 
21 settembre è il giorno del tuo onomastico! „ 

“ Bel tempo, nipotina, bello fisso „, replicò il 
coscienzioso canonico. Se non è vero, è ben 
trovato. 

Il primo almanacco di Matteo Laensberg è 
per l’anno 1636. In esso si vedono i dodici segni 


almanacchi 


9 


colesti governanti le vario parti del corpo umano, 
secondo i dettami dell’astrologia, vi si legge quali 
sono le epoche favorevoli al taglio dei capelli, 
al cavar sanguo, al prendere medicine, ecc. I 
modici d’allora, golosi in vedere che un fabbri- 
cante d’almanacchi s’impadroniva delle loro pre- 
rogative, fecero poi sopprimere quei brani negli 
anni successivi. 

L’accenno ai giorni favorevoli al cavar sangue, 
mi fa ricordare, che presso gli Arabi lo sono il 
martedì ed il mercoledì : Marte essendo in astro- 
logia il patrono del ferro e dol sangue e Mer- 
curio degli umori. Anche oggi, narrano i viag- 
giatori, quando gli astrologhi (o ve ne sono an- 
cora e non solo in Turchia) hanno proclamato 
un dato giorno favorevole ai salassi, le vie di 
Bagdad sono solcate da rigagnoli di sangue, pro- 
venienti dallo botteghe dei barbieri, che colà sono 
tuttora, come presso di noi qualche diecina di 
anni or sono, i soli flebotomi e chirurghi. 

Nei libri manoscritti di devozione e preghiere 
medioevali, si trovano degli almanacchi, vori ca- 
polavori di calligrafia e miniatura, opera paziente, 
sollievo delle interminabili ore nel convento, a 
monaci oscuri. Nelle figure di essi, si vede spesso, 
come ripetè, lo vedemmo, Laensberg, il corpo 
umano circondato dalle costellazioni e dagli astri 
che governano le vario sue parti. Medicina od astro- 
logia andarono per un pezzo d’accordo e così che 
Bernardo di Gordon, famoso medico, pronunciò 
la sentonza che: senza un buon almanacco che in- 
dichi le fasi della Luna, la medicina è un’utopia. 


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ISTORIE DI MONDI 


Gli antichi avevano paura di farsi cavar sangue 
in parecchi giorni deiranno; questi erano detti 
giorni egiziaci ( dies aegyptiaci ), ed in essi era 
consigliato di astenersi dall’ intraprendere qual- 
siasi cosa, e ve ne erano duo al mese, e negli 
almanacchi del basso Impero erano particolar- 
mente notati. Poi, come se questi non bastassero, 
se ne portò il numero a quarantadue, e guai a 
chi in essi si fosse fatto radere la barba, accor- 
ciare i capelli e le unghie, avesse stipulato con- 
tratti di compra e vendita, messa la prima pietra 
di una casa, guai ! Fra questi poi, cinque erano 
infausti a chi volesse viaggiare, il 3 marzo, il 
17 agosto, l’I, 2 e 30 settembre. Ma i giorni 
che riguardavansi come i più temibili e terribili 
dell anno erano il 1° aprile, giorno in cui vuoisi 
nascesse Giuda il traditore; il 1° agosto nel quale 
l'angelo Lucifero fu precipitato dal cielo, e di- 
venne il demonio; il 1° dicembre, giorno della 
distruzione di Sodoma. 

Tra i giorni temuti stanno anche oggi il ve- 
nerdì ed il 13 d’ogni mese; od oggi ancora si 
può applicare ad un gran numero di persone 
quanto scriveva Zaini nella sua Specula physico- 
mathematica: “ multi in die Veneria nolent ungues 
prescindere, aut indusium mutare, aut novo ve- 
stimento indui: ne fortunata aut valetudinem ir- 
ritali „ (1). La superstizione che il cambiarsi la 


(1) Molti non vogliono tagliarsi le unghie in venerdì, 
nè mutarsi la camicia nè vestire un abito nuovo, onde 
non irritare la fortuna e la salute. 


ALMANACCHI 


11 


camicia di venerdì porta sventura è cosi radi- 
cata oggi ancora tra i marinai di corti paesi di 
Europa, che or non è molto mi accadde di leg- 
gere il fatto seguente. Sulle coste della Bretagna, 
naufragò un piccolo veliere, morirono tutti i ma- 
rinai, si salvò solo il capitano. Questi ebbe a 
confessare che i suoi uomini, trasgredendo l'inse- 
gnaraento dei saggi, s’erano cambiata la camicia 
il giorno innanzi al naufragio, che era di venerdì, 
mentre egli se nera guardato . bene, e n’ebbe 
salva la vita. Scrive ancora il sopra citato autore: 
« gi dice che chi è nato nel giorno di Venere 
santa vedrà i morti e le cose tutte che sono 
sotto terra. Io però nato in quel giorno nell’anno 
1641 altro non potoi avvertire se non qualche 
spettro notturno visto anche da altri „ . A questa 
suporstizione del venerdì non sfuggirono uomini 
celebri: Filippo Maria Visconti, ad esempio, 
credeva che se in venerdì avesse incontrato un 
uomo colla barba rasa gli sarebbe toccata una 
sventura, ed è noto come Napoleone I paven- 
tasse questo giorno. Già pare che i primi cri- 
stiani temessero che al malo influsso dei giorni 
egiziaci o neri non potessero sfuggire nemmeno 
i Santi. Sant’ Agostino riferisce infatti che i suoi 
fedeli lo dissuadevano dal cominciare checchessia 
in un giorno egiziaco; e sant’ Ambrogio ricorda 
che molti prestavano fede a quoi giorni di cat- 
tivo augurio. Io ignoro se la paura del venerdì, 
oggidì ancora così comune, abbia cominciato 
colla leggenda che vuole che Adamo ed Èva 
abbiano mangiato il frutto proibito in giorno di 


12 


ISTORIE DI MONDI 


venerdì e siano morti in un giorno di tal nome 
(così l’almanacco sarebbe anteriore alla creazione 
dell’ uomo), oppure coll’orrore di Venere, il sedu- 
cente demone della lussuria, e della sua amica, la 
Freya degli Scandinavi, moglie di Odino. Ignoro 
quanto in questa superstizione entri la morte di 
Gesù Cristo, che la tradizione pone in venerdì, op- 
pure l’avversione per tal giorno che è la domenica 
dei Mussulmani, ma rammento che san Giustino 
parlando dolla Passione di Nostro Signore, evita 
di nominare il venerdì, che gli Scozzesi scelgono 
per le loro nozze, mentre gli Inglesi lo evitano, 
attenendosi all’opinione che Racine ha espresso 
nella sua commedia Les Plaideurs. È curioso d’al- 
tronde l’avvertire che fra i bramini, buddisti del- 
l’India, predomina la superstizione del venerdì così 
che consigliano di nulla cominciare in esso. Quindi 
è impossibile il rintracciare l'origine di questo, 
come di altri errori popolari ; lo storico che vi 
s accinge, si trova come il viaggiatore al cro- 
cevia in un paese ignoto, non sa da qual parte 
dirigersi. Una strada lo conduce nelle antiche fo- 
reste teutoniche; una seconda fra i selvaggi della 
Scandinavia; una terza alla Roma papale e di 
là alla Roma pagana, mentre la quarta mette 
capo al lontano Oriente, ove egli è abbandonato 
a sè colla convinzione che molto di quanto è an- 
tico e strano e straordinario fra noi, molte super- 
stizioni tramandateci dai nostri più lontani pro- 
genitori, hanno loro profonde radici nel suolo di 
una delle antiche culle di nostra razza. 


ALMANACCHI 


1 3 


Quasi quasi scordavo che nella graziosa ope- 
retta La Mascotte si canta: 

Jamais on ne devrait 
Se mettre à table treize, 

Mais douze e’est parfait. 

I Cristiani attribuiscono il cattivo presagio del 
tredici, all'ultima cena di Cristo coi suoi dodici 
apostoli. Nell’antica mitologia nordica, l'essere 
tredici a tavola era ritenuto funesto, perchè ad 
un banchetto nel Valhalla, Loki, introdottosi di 
soppiatto, fece che i convitati fossero tredici e 
Baldur fu ammazzato. I Turchi hanno una tale 
antipatia por il 13, che questa parola fu radiata 
dal loro vocabolario. 

Se il 13 è una brutta data e il venerdì un 
cattivo giorno, cosa succederà quando data brutta 
e giorno cattivo coincideranno? Non so; certo è 
che quella coincidenza avviene e non di rado. 
Qualche anno fa l’ottima rivista francese La Na- 
ture ha dato una regola per trovare quando quel 
pericoloso congiungimonto del 13 col venerdì 
possa accadere. La regola è d’indole matematica 
e qui non possiamo far altro che menzionarla. 
Basti il sapere che per un’annata non bisestile, 
ciò deve pur accade almeno una volta, al più 
tre. Nel 1900, ultimo del secolo decimonono, ac- 
cadde una cosa ancora più rara, il venerdì santo 
fu un 13. Nel secolo ventesimo, incominciato 
coll’anno 1901, il venerdì santo cadrà tre volto 
nel 13 aprile, e precisamente negli anni 1906, 
1979 e 1990. 


14 


ISTORIE DI MONDI 


Il venerdì santo non può avvenire mai dopo 
il 23 aprile, perchè Pasqua non può cadere oltre 
il 25 aprile, ciò avvenne l’ultima volta nel 1886, 
nel secolo ventesimo avverrà una volta sola nel 
1943. Nella chiesa del piccolo villaggio di Ober- 
Emmel sulla Saar nel distretto di Trier in Prussia, 
leggesi la seguente lugubre profezia: “ Quando 
san Marco offrirà l’agnello pasquale, e sant’An- 
tonio solennizzerà la Pentecoste, e san Giovanni 
nel giorno del Corpus Domini venererà Cristo in 
Sacramento, allora il mondo sarà pieno di ge- 
miti e di pianti ». Le coincidenze de’ Santi con 
le feste menzionate si verificarono nel 1886, che 
Nostradamus, nelle sue Centurie, vaticinò sarebbe 
stato il più funesto del secolo decimonono: esse 
si ripeteranno nel 1943. Qui è più che mai il 
caso di esclamare : “ Crepi l’astrologo ! » giacché 
pare che Nostradamus non sia ancor morto, e la 
leggenda vuole che egli si facesse chiudere vivo 
nella sua tomba, nella chiesa dei Francescani a 
Salon, con lampada, carta, inchiostro, penne e 
libri, minacciando di morte chiunque osasse di- 
sturbarlo. 

Il venerdì santo non può cadere prima del 
20 marzo, perchè Pasqua non può trovarsi prima 
del 22 del detto mese. Ciò avvenne nel 1818 e 
per parecchi secoli non si ripeterà più. 

Oggi si dice nefasto un giorno, in cui accade 
qualche disgrazia, o che per qualche motivo è 
di cattivo augurio. Presso i Romani dicevansi 
nefasti quei giorni nei quali era vietato al pre- 
tore dar leggi e giudicare: fasti dicevano quei 


ALMANACCHI 


15 


giorni nei quali era lecito al pretore di ciò fare. 
Fusti da fari, fari tria verbo (pronunziare tre 
parole: do, dico, addico). Nefasti erano i giorni 
specialmente consacrati al culto degli dei. Si 
dicevano poi fasti sacri o Kalendares i libri sui 
quali i sacerdoti, soli depositarii della dottrina 
della divisione del tempo, tenevano registrati e 
distribuiti i giorni festivi e non. Questi libri 
erano custoditi gelosamente dai preti, che non 
ne consentivano ad alcuno l’esame. Ma un giorno 
certo Flavio, scriba di Appio Claudio, riuscì a 
giungere fino a quei sacri pontificali volumi, ne 
copiò l’essenziale o lo espose al pubblico nel loro, 
e d'allora in poi, fasti fu sinonimo di calendario. 

m. 

Quasi non bastassero i giorni vi furono anche 
i mesi di cattivo augurio, paro però che la po- 
tenza malefica sì degli uni che degli altri si vada 
indebolendo ognor più: e vorrei sapere se le sta- 
tistiche ferroviarie conformino quanto da taluni 
si afferma, che di venerdì e di 13 si viaggi real- 
mente meno. Era un mese infausto per lo nozze 
il maggio. Povero mese delle rose, in cui fin 
l’asinelio filosofo canta d’amoro! Settembre era 
pericoloso ai gran signori, ottobre e novembre 
ai vecchi ; in compenso gennaio era un mese fe- 
lice. Incomincia però con un giorno cattivo: in- 
fatti in un antichissimo manoscritto, conservato 
a Exeter in Inghilterra, e che vuoisi sia dei 
tempi di Enrico IL (1154-1189), accanto al primo 


16 


ISTORIE DI MONDI 


gennaio leggasi Dies mala (giorno cattivo), indi- 
cazione che però è scomparsa in calendari ma- 
noscritti dei tempi di Enrico VI d’Inghilterra 
(1377-1399). 

Ed ancora nella vita dell’uomo gli astrologi 
ed i medici, che per molto tempo furono assai 
spesso una cosa sola e basti rammentare Cardano, 
avevano intercalato gli anni climaterici. Nel Fan- 
fani la parola non c’è, e merita di non esservi, 
perchè suona male, ed è cattiva. Il celebre Sau- 
maise (Salmasio, 1588-1658) ha scritto un libro 
sugli anni climaterici; ma Bouché-Leclercq, nella 
sua recente e pregevolissima istoria dell’astro- 
logia greca, dice che dopo aver letto il libro di 
Saumaise, si è scusabili di non saper che cosa 
siano questi anni climaterici. Gli anni climaterici 
della vita umana sono il 7 ed il 9, ed i loro mul- 
tipli, e sopratutto il 63, prodotto di questi due 
numeri, e che era detto il Gran climaterico ; l’ul- 
timo anno climaterico, et pour cause, era l’ottan- 
tunesimo, cui presiedeva Saturno, il pianeta dal 
maligno influsso. 

E di questa influenza dei pianeti hanno sempre 
tenuto conto i compositori d’almanacchi nel for- 
mulare le loro profezie, secondo i dettati della 
astrologai: profezie che poi s’aweravano nega- 
tivamente quasi sempre. 

È curioso però il rammentare che la rivolu- 
zione francese del 1789 fu predetta da tre o 
quattro astrologi, che l’azzeccarono giusta. Voglio 
rammentare una profezia che costò la vita al 
vaticinatore, ed è contenuta in un almanacco, 


almanacchi 


17 


che forse fu distrutto completamente, perchè non 
se ne trova indizio, benché menzionato dal Mu- 
ratori, dal Cibrario, dal Denis (1) e dal Des Es- 
sarts. Trascrivo qui il brano del Muratori che 
nd esso si riferisce: “ Fece orrore in quest’anno 
(1G48) la congiura ordita da alcuni tristi, cioè 
da don Giovanni Gandolfo religioso dell ordine 
di san Bernardo, da Bernardo Sillano, senator 
di Torino, e da Giovanni Antonio Gioja, contro 
l'innocente vita del giovinetto Duca di Savoia, 
Carlo Emanuele o di Madama Reale Cristina sua 
madre. Cercandosi chi avesse composto uno scan- 
daloso almanacco che prediceva tragiche avven- 
ture, gastighi di ministri e morte di gran per- 
sonaggi, se ne scoprì autore il suddetto religioso. 
Preso costui sul fine dell'anno precedente, venne 
poi rivelando i complici ed il nero disegno ^la 
lor fatto di estinguere il sovrano e la madre 
con veleni e con fattucchierio. Erano costoro del 
partito dei principi Maurizio e Tommaso zii del 
Duca. Il Sillano improvvisamente morì in pri- 
gione: ebbero il Gandolfo e il Gioja dalla giu- 
stizia il meritato fine „. 

E come antidoto all'influenza rattristante di 
questo episodio, rammenterò una gioconda predi- 
zione che trovo in un almanacco piemontese del 


(1) Debbo questa indicazione alla cortesia del signor 
Vincenzo Armando, colto bibliofilo assistente alla biblio- 
teca di S. A. R. il Duca di Genova, della quale mio 
padre ò direttore, ed a quella dell’ Accademia delle 
Scienze di Torino. 


Zuotti Uiakco, Istorie di monili 


2 


18 


ISTORIE DI MONDI 




secolo scorso: “ Vi saranno matrimoni con dotto 
(sic) di considerazione, e conviti e feste: in taluni di 
essi nasceranno liti e risse che spero però si ac- 
queteranno j, • E così sia: o meglio così sia stato. 

Curiosi i titoli dogli almanacchi del secolo 
scorso: Mondo nuovo tra i venti ; La Luna in 
corso del dottor Vesta Verde di Milano sopra 
l’anno... dell’ Astrologo di Vaiserena , che ebbe Ni- 
pote e Pronipote dei quali scrisse Carlo Tenca; 
Almanacco Monferrino per l’anno 1781 di Ner - 
visio Pontegamero Eppeton con particolari erudi- 
zioni. In questo troviamo riassunti di osserva- 
zioni meteorologiche e gl’ immancabili discorsi 
sulle stagioni e l’introduzione in versi, e versi 
intercalati fra i Santi del mese, come oggi an- 
cora si usa nella Sibilla celeste, almanacco popo- 
larissimo, che ha toccato la rispettabile età di 
anni 154. Poi abbiamo l’almanacco universale del 
Irrande Pescatore di ChiaravaUe, vivo anche oggi: 
in quello pel 1730 “ L’autore si protesta non 
predire con certezza li futuri contingenti, nò ciò 
che dipende da Dio e dal libero arbitrio Un 
po di metafisica non nuoce. C’è ancora La Luna 
stellante del pastorello astrologo immascherato, il 
Corriere del tempo dell’ astrologo immascherato e 
chi più ne ha più ne metta: ma non dimentichi 
1 Almanach du Diable, e YAlmanach du Paradis, 

I uno per l'inferno e l'altro per il cielo e sopra 
gli anni 1737-38, sfogo di bizze religiose, ma 
scomparsi. 

Gli almanacchi dei secoli decimosesto e set- 
timo, meno numerosi, sempre astrologici, ave- 


ALMANACCHI 


19 


vano per lo più per titolo Prognosticon o Pro- 
, „wsticatio; quelli più vecchi ancora Cisio-Junus. 
Poche righe di spiegazione su questa parola che 
sembra cabalistica ed è del più puro catolicismo 
Così a voi, pia e buona Evelina, tornerà meno 
ostica e paurosa, e comprenderete meglio la 
cura che il vecchio zio, volterriano bonario ed 
indulgente, metteva nello spolverare il Cisio-Junus, 
manoscritto raro, del quale era così goloso, e che 
oggi è là nell'angolo più tranquillo della libreria, 
in °quella stuponda villa al mare che egli vi ha 
legato. 

Cmo-Janus ci rammenta di placidi parroci ta- 
baccosi : ma che tabaccosi ! Quando il Cisio-Junus 
ricordava le date e i Santi dei lunghi e mono- 
toni giorni alle bionde castellane di Polonia c 
di Germania nel malinconico maniero, Jean Nicol 
non aveva ancor fatto conoscere quella pianti- 
cella che so colle sue foglie apposta l’alito dei 
marinai di Bretagna, così che le loro donno con- 
fessano di proferire quello del diavolo, acquista 
così soave aroma quando, rotolata in elegante 
sigaretta, brucia fra le vostro labbra di corallo, 
bruna nipotina. 

Dunquo dicevamo che Cisio-Junus era una 
certa cantilena, colla quale si cercava di tenere 
a memoria i Santi ricorrenti nei vari giorni del- 
l’anno. Il mese di gennaio cominciava così: 

Cisio Janus epi sibi vendicai Oc Peli Mar An. 
Prisca Fab. Ag. Vincen Tim Paulus nobile lumen. 
Cisio che si riferisce al primo gennaio. Da queste 
due parole ebbe nome tutta la cantilena. Vengono 


20 


ISTORIE DI MONDI 


poi l'Epifania, epi, e 1 ’octava, oc, cioè otto giorni 
dopo la festa dei tre Re Magi, il 13 gennaio. È 
curioso che in questa maniera di computo è com- 
preso il principio e la fine dell’ intervallo di 
tempo ; ancora oggidì noi diciamo, fra otto giorni , 
volendo proprio significare sette giorni più tardi. 
Vengono poi le sillabo iniziali ed i nomi dei Santi 
fino al 25 gennaio, mancano però il 15 ed il 19, 
san Mauro e san Ponziano. Gli altri giorni del 
mese venivano designati riferendoli a quelli men- 
zionati, ad esempio, mercoledì dopo Paolo, sabato 
prima di Antonio. Nel 1500 Melantone volle mo- 
dificare il Cisio-Jano, ma ebbe poco successo. I 
Tedeschi ebbero anche i loro Cisio-Jani, nella 
propria lingua, e ne compose Ostwald von Wol- 
kenstein, l’ultimo dei trovatori. 

Cubi di marmo, bastoni, libri, cantilene tutto 
doveva servire da almanacco, ci mancavano le 
armi a completare la serie, e si adoperarono 
le spade. Esse sono dette dai Tedeschi Runen - 
schwerter (spade runniche), e costituiscono un in- 
teressante documento di una speciale industria 
raedioovale. I gentiluomini d’allora facevano vo- 
lentieri ornare le loro spade con iscrizioni mi- 
steriose, e le portavano come amuleti, che dove- 
vano proteggerli contro i colpi di punta e di 
taglio. Per trovare tali iscrizioni gli armaiuoli 
si tiravano d’impaccio ricorrendo ai calendari 
ninnici o scandinavi ancora assai poco intesi. 
Tale è l’origine delle spade runniche, così chia- 
mate perchè portavano incisi dei caratteri run- 
nici, delle quali se n’hanno ancora parecchie nelle 


almanacchi 


21 


c ollezioni e noi musei ; dodici ne possiede l’arse- 
nale di Boriino, a Vienna ve ne è una che vuoisi 
abbia appartenuto a Carlo V : forse di questa 
parla Bettina von Arnim, in una lettera al suo 
Goethe, datata da Vienna il 12 maggio 1810. I 
simboli che indicavano le feste nei calendari a 
bnstone si trovano incisi sopra una spada posse- 
duta dal museo di Dresda che si pretende ap- 
partenesse a Tomaso Mftnger, il capo dei con- 
tadini. 

Gli almanacchi sono molto antichi dunque, e 
si capisce: la necessità di sapere in che giorno 
si vive si è sempre fatta sentire. Marco Polo 
racconta di averne visti in China, ed accanto ai 
giorni eranvi notazioni relative alle cose da farsi 
o da evitarsi in ciascuno di essi. Un papiro egi- 
ziano, forse dell’epoca dolla diciannovesima o 
ventesima dinastia (1200 anni circa a. C.), con- 
tiene per novo mesi delle indicazioni analoghe: 
21 settembre, non uccidere buoi; 22, non man- 
giare nè salare pesci, ecc. ; 28 dicembre, non 
mangiare alcun animale acquatico; 7 gennaio, 
non mostrarsi ad alcuna donna; 24 gennaio, 
giorno felice, bisogna bere delPidromele, ecc. 

E parlando degli almanacchi antichi, come 
scordare i parapegmi o calendari astrometeoro- 
logici degli antichi, ai quali il nostro illustre Schia- 
parolli ha dedicato un suo dottissimo lavoro? 
“ Il calendario rustico di Esiodo „, scrive Schia- 
parelli, “ si distingue dagli altri posteriori dei 
Greci per questo, clic non contiene pronostici di 
sorta alcuna. Il poeta nota semplicemente il ca- 


22 


ISTORIE DI MONDI 


rattere meteorologico di certi periodi dell’anno. 
Ben diverso sotto questo riguardo è il registro 
mensile dei giorni lunari, che forma l’ultima parte 
dell’opora, e che da alcuno anche si è voluto 
attribuire ad un altro autore (1). Esso è una 
specie di classificazione dei giorni della Luna 
propizi o sfavorevoli, sia in modo assoluto, sia 
sotto speciali riguardi; e contiene l’indicazione 
dei giorni in cui di preferenza si debbono fare 
certe operazioni ed evitare certe altre. Tutto è 
fondato su idee superstizioso, come i giorni fasti 
e nefasti del calendario romano. Tuttavia è da 
notare che neppure in questo calendario mensile 
d’Esiodo non si vede la minima traccia di pro- 
nostici del tempo, secondo lo stato della Luna, 
che rassomiglino a quanto si trova in Arato ed 
in Virgilio „. Poi abbiamo il parapegma di De- 
mocrito, il cui scopo era manifestamente quello 
di segnare giorno per giorno le probabilità del 
tempo che si poteva aspettare, e dopo altri, 
quello costrutto dal sommo astronomo Claudio 
Tolomeo verso l’anno 140 o 150 di Cristo, ed 
ordinato secondo il calendario Alessandrino che 
è una specie di calendario Giuliano. 

Questo pregevolissimo lavoro di Schiaparelli è 
stampato néìl‘ Annuario meteorologico italiano pel 
1892 , utile pubblicazione cessata colla morte di 


(1) L’opera di Esiodo, cui qui si allude, fe il poema Opere 
e Giorni, che contiene il più antico calendario rustico 
che si conosca. 


almanacchi 


23 


Francesco Denza. Giovanni Schiaparelli, Fran- 
cesco Donza, due bei nomi! 

Il Padre Donza è morto da otto anni lasciando 
d i sò vivissimo dosiderio; mandiamo alla sua cara 
memoria un pensiero mesto ed affettuoso. Gio- 
vanni Schiaparelli dal 1° novembre 1900 ha la- 
sciato la direzione dell'Osservatorio di Brera ove 
ha mietuto allori che non appassiranno cosi 
presto, nell'astronomia e nella sua storia Gli 
succedette il degno suo allievo Giovanni Caloria. 
Schiaparelli lascia il servizio attivo, sano e ve- 
geto, continua a studiare ed a lavorare, o molto 
darà ancora alla scienza che con sì grande amore 
e successo coltivò senza sosta nè riposo per qua- 
rant’anni. Gli astronomi italiani gli offrirono un 
bellissimo album ricordo, od i suoi ammiratori 
una medaglia d’oro. Sia concesso a chi scrive il 
mandare al principe degli astronomi italiani, al- 
l’amico cortese, ognora largo di sapienti consigli, 
al maestro indulgente ed amorevole, il saluto 
riverente di un animo sempre grato e l’espressione 
dei più caldi voti, perchè egli possa per molti 
anni ancora essere conservato alla scienza del 
cielo, ed alla patria nostra che egli ha tanto 


onorata. 

Alcuni lavori di Schiaparelli furono stampati 
nelle Effemeridi Astronomiche di Milano, che da 
molti anni cessarono e furono sostituite da una 
pubblicazione di altra indole, a cura dell’Osser- 
vatorio di Brera in Milano. L’Annuario Meteoro- 
logico Italiano si è trasformato da due anni nel- 
V Annuario Storico Meteorologico Italiano ; ad esso 


24 


ISTORIE DI MONDI 


attendono con amore il P. 6. Boffito, membro della 
Deputazione di storia patria, ed il P. Morano diret- 
tore dell’Osservatorio di Moncalieri (1). In Italia 
non abbiamo una pubblicazione ufficiale per i dati 
astronomici e nautici ; la Francia ha la Conrnis- 
sance des tenrps ; l’Inghilterra il Nautical Almanac; 
l’America una pubblicazione di egual titolo e la 
Germania il Berliner Jahrbuch. In Italia si tro- 
vano dati astronomici nello Annuario Astro-Me- 
teorologico dell’abate Massimo Tono di Venezia e 
neW Almanacco Italiano. I principali Osservatori 
astronomici del regno fanno stampare calendari 
con alcune indicazioni astronomiche utili alla vita 
civile: ma por la navigazione si ricorre general- 
mente al Nautical Almanac inglese. L’Inghilterra 
possiede nel suo Whitaker’s Almanac un modello 
del genere, utile ad ogni classe di persone. E 
menzionando almanacchi, come scordare quello 
di Gotha così giustamente famoso, e lo State’s 
man Yearbook, indispensabile ad ogni statista e 
diplomatico ? 

La storia degli almanacchi, tentata in questi 
ultimi tempi da Champier, da Wilsinger, da Denis, 
da Uhi ed altri, non è compiuta, ma sull’alma- 
nacco della storia, gli anni ed i secoli scrivono 
il doloroso corso degli umani eventi, e della 
stirpe di Adamo le lotte sanguinose, che il cieco 
e muto spazio non vede e l’Universo ignora. Ro- 
teano gli astri, e corrono per le vie del cielo a 


(1) Anche questo Annuario b oggi (18 giugno 1902) ces- 
sato. 


almanacchi 


25 


sconosciuta meta, nascono e muoiono mondi e 

DO r l'etra sconfinata si svolge inconscia e fatale 
l’evoluzione del tutto e traccia non ne rimane ne 
vestigio. L’eternità non ha almanacco, ed il tempo 
scolpisce i suoi annali nell’infinito nulla (1). 


m Mi si consenta di rendere vive grazie ai cortesis- 
simi signori conte Cipolla, lo storico insigne commen- 
datore Carta, il dottissimo prefetto della Biblioteca Na- 
zionale di Torino che mi favorirono dei loro sapienti 
consigli e di preziose indicazioni bibliografiche. 




LA FORMA E LA GRANDEZZA 
DELLA TERRA 


i le riguardanti la parallasse 

(lello stelle fisse, che condussero alla scoperta 
della nutazione e dell’aberrazione, la storia dolla 
scienza non presenta alcun problema in cui 
I oggetto conseguito — la conoscenza della com- 
pressione inedia della Terra e la certezza che 
la figura di essa non è regolare — sia di bì 
gran tratto sorpassato in importanza dagli ac- 
quisti incidentali che, nel corso del lungo ed 
arduo cammino percorso por conseguirlo, hanno 
accresciuto i) patrimonio delle scienze matema- 
tiche ed astronomiche. 

Humboldt, Cosnm. 


I. 

I metodi adoperati fino ad oggi per la misura 
della grandezza e la determinazione della forma 
della terra sono di tre sorta, geodetici, fisici e 
astronomici : i primi sono antichi quanto i primi 
passi dell’uomo movente alla conquista ed alla 
conoscenza delle cose, gli altri due, recenti af- 
fatto. Rifacciamo collo spirito la via che la mente 
degli uomini tenne per giungere da quei primi 
e semplici tentativi alle complesse e lunghe ope- 
razioni dei moderni, arriveremo più presto e me- 


LA FOHMA E LA QBAKDEZZA DELLA TEBBA 


27 


lio a comprendere come sia oggidì risolto il 
problema della grandezza e figura della Terra, 
che è uno fra i più importanti delle scienze ma- 
tematiche applicate, in relazione specialmente 
colla vita sociale dell’umanità. 

Lo questioni che gli uomini si sono fin da 
principio proposte sono le seguenti: 1° Q™ 1 ’ 0 la 
forma del mondo sul quale essi vivono ? 2° Quali 
sono le dimensioni di questo mondo ? E evidente 
che la seconda questione non può precedere la 
prima: per ottenere le dimensioni di un corpo, 
bisogna prima conoscere come esso sia fatto per 
sapere qual cosa si deve misurare, altrimenti non 
si vieno a capo di nulla. Gli antichi pertanto 
cercarono, prima d’ogni altra cosa, di scoprire 
come ora fatto il mondo da essi abitato. Le 
prime indagini di quosto genere non poterono 
naturalmente aver altro di base, che la porzione 
di superficie terrestre accessibile agli uomini che 
le istituivano: si è perciò che i primi concetti 
circa la forma della Terra ritraggono le impres- 
sioni vergini dei sensi. Orbene, queste impres- 
sioni ci mostrano la superficie sulla quale stiamo, 
come la faccia piana di un disco circolare, del 
quale, sopratutto sul mare o su vaste pianure, 
noi ci crediamo al centro; ciò ben inteso, astraendo 
dai monti e colli che la mente subito si rappre- 
senta come elovantisi su quella superficie. 

Il vecchio concetto oceanico che informa i 
poemi di Omero, e secondo il quale la Terra era 
un vasto disco circondato dal gran fiume Oceano 
vigeva ancora ai tempi di Erodoto, il quale non 


28 


ISTOBIE DI MONDI 


nascondeva il suo disprezzo per quei filosofi che 
volevano che la Terra fosse un corpo sferico. Con- 
sentaneo alla sua idea il grande storico greco 
ammetteva che le regioni terrestri, poste ad 
oriente là ove nasce il Sole, e quelle ad occaso, 
la ove il Sole muore, fossero, come più vicine, 
molto più riscaldate dal Sole levante o cadente. 
Possidonio narra, secondo Strabone, di aver udito 
dire che in Ispagna si sentiva realmente una 
specie di stridore, cagionato dalle fiamme del 
Sole che si tuffavano e si spegnevano nel mare, 
come riferirono anche Giovenale ed Ausonio. 

A vero dire molte delle ipotesi formulate 
dai seguaci delle scuole ioniche ed eleatiche, e 
più tardi anche dai dotti stoici ed epicurei sono 
molto più assurde di quella fondata sopra un’il- 
lusione, ma naturale e semplice, sostenuta da 
Erodoto. Alcuni volevano che la Terra fosse fog- 
giata a lente; Anassimene la assomigliò ad una 
mensa, Leucippo ad un timpano, Democrito a 
un disco, Crate a un somicircolo, Possidonio a 
una fionda, altri a una piramide; altri l’hanno 
creduta quadrangolare; altri concava; altri piatta; 
altri cubica. Persino l’acuto Anassagora profes- 
sava l’opinione di Erodoto. Questa era cosi co- 
mune, che quando Pitoa, che aveva tanto viag- 
giato, racconta nel suo libro Sull’Oceano, che 
andò perduto, i fenomeni che avea osservato e 
che non altrimenti si lasciavano spiegare che 
colla dottrina della sfericità della Terra, i più 
misero in dubbio i fatti affermati. Da taluni si 
crede che Talete insegnasse la dottrina della 


Ij\ fobma e la grandezza della terra 


29 


sfericità della Terra, ma ciò non è ben certo e 
pare che potesse anche senza di essa pronunziare 
la sua celebre predizione d’eclisse. 

Fu opinione popolare degli antichi che la Terra 
presentasse una superficie concava ; ma pur questa 
durò poco, sebbene rammentata da Orazio, Lu- 
cano, Silio Italico e Claudiano; il quale ultimo 
dice di un luogo che par che supponga situato 
nella zojiu torrida, quindi agli orli della Terra, 
che quivi si sentono le sferzate che il Solo dà ai 
suoi cavalli, quando il suo cocchio comparisce 
la mattina sul limitare del mondo. Il dotto Ru- 
bino Abraham ben Chija dimostrò nel medio evo 
che la Terra non poteva essere concava con con- 
siderazioni somplici e giuste. 

Professavano indubbiamente la dottrina della 
sfericità della Terra Pitagora e Parmenide, 
scuoiare questi di Xenofane e dal quale pro- 
viene anzi la divisione della Terra in zone, che 
anche oggi s'insegna nella geografia. La scuola 
Pitagorica segui naturalmente lo idee del maestro. 
Aristotele ed Archimede collocarono l’asserto 
della sfericità della Terra fra lo verità scienti- 
ficamente ben assodate, e solo nel medio evo essa 
fu per poco abbandonata. 

La decadenza del sapere in sul principio del- 
l’otà di mezzo esercitò anche sull’argomento che 
ci occupa la più perniciosa influenza. Padri della 
Chiesa come Ephraim, Diodoro, Teodoro da Mop- 
suestia, Acacio da Cesarea, Grisostomo, Save- 
riano, pensavano il cielo essere come un gran 
tetto emisferico coprente il suolo, e coll’autorità 


30 


ISTORIE DI MONDI 


di squarci biblici sostenevano il mondo essere 
foggiato a padiglione, a casa, a camera. Il famoso 
Lattanzio cade in un analogo errore, per il che 
Copernico non esita a dichiararlo uno scrittore 
fanciullesco ed un matematico molto debole. Un 
anonimo geografo di Ravenna divise la Terra in 
due regioni, in luce l’una, l'altra nelle tenebre, 
fra loro separate da alte montagne. Cosma, mo- 
naco detto pei suoi viaggi nell’India Indopleuste, 
fabbricò su tutte quelle fantasticherie un sistema 
cosmologico. Montfaucon nella sua raccolta di 
opere patristiche cercò di rappresentare col di- 
segno Tipotesi del geografo di Ravenna; di quei 
disegni però, secondo il Giinther, è autentico solo 
quello pubblicato da G. Marinelli nel dottissimo 
suo scritto : La Geografia ed i Padri della Chiesa. 

Ancora nel secolo VID certo Virgilio prete, 
soffrì l’inimicizia di S. Bonifacio vescovo di Ma- 
gonza e di Papa Zaccaria da esso influenzato, 
per aver osato sostenere l’iniqua hwresis che vi 
fossero antipodi, il che, a quanto afferma Keplero, 
gli valse la perdita del suo vescovado (1). 

Si attennero per contro a più esatti concetti 
Origene, Clemente Alessandrino, Gregorio da 
Nyssa , Basilio ; Sant’ Ambrogio nulla trovò di 


(1) Vogliono alcuni che questo Virgilio Prete fosse 
vescovo di Salzburg: ma Leopardi ( Saggio sugli errori 
popolari degli antichi), appoggiandosi all’autorità di Pagi 
e Le Coirnte, sostiene che questo Virgilio prete non 
va confuso con un santo vescovo di Salisbury {sic) dello 
stesso nome. Ma da Salisbury a Salzburg, ci corre. 


LA FORMA K LA GRANDEZZA DELLA TERRA 31 


riprovevole nel riconoscere la verità; Sant’ Ago- 
stino si mantenne in una prudente riserva. Pro- 
fessavano la dottrina della rotondità della Terra 
uomini come Giovanni Scoto Erigena ed il ve- 
nerabile Beda, dal quale ultimo provengono le 
esatte dottrine seguite da Alenino e da Adamo 
da Brema, che assicurarono ognor più la defi- 
nitiva vittoria della fondamentale verità geogra- 
fica. Che essa poi fosse generalmente accettata 
nel XII secolo lo provano i seguenti versi in 
vecchio francese : 


Si que anelili egaument alassent 
11 comendrait qu'il s’encontrnssent 
Desnus le leu dont il se murent. 


In questi il poeta Omons espone quel che egli 
riteneva avverrebbe, se due uomini partendo da 
un dato punto, si muovessero con uguale velocità 
in direzioni opposto, cioè che essi s’incontrereb- 
bero in un punto della Terra diametralmente 
opposto a quello di partenza. 

Da misure istituite dagli Arabi, sulle quali 
dovremo tornare più avanti, appare che essi am- 
mettevano la rotondità della Terra. Di questa, 
il loro grande Abulfeda vedeva una dello più 
naturali conseguenze quando insegnava che in 
un viaggio intorno alla Terra si sarebbe perduto 
o guadagnato un giorno a seconda della dire- 
zione in cui si compisse il viaggio. I lavori di 
Steinschneider e Peschel hanno mostrato che però 


32 


ISTORIE DI MONDI 


anche presso gli Arabi, quel gran popolo pen- 
satore e guerriero, non poca opposizione incontro 
noi suo cammino il gran vero del quale stiamo 
rapidamente scorrendo l’istoria. 

Strano a dirsi, in Persia, sul principio del se- 
colo decimonono, persone occupanti alte cariche 
non prestavano ancor fede alla rotondità . della. 
Terra. Un certo Mirza infatti, che nei primi anni 
del secolo passato venne in Inghilterra, in qualità 
di segretario di un’ambasciata dello Schah, narra 
come il personale dell’ambasciata medesima ri- 
manesse grandemente meravigliato udendo dai 
marinai della nave che li portava, che la r J erra 
è rotonda. 

I Chinesi credono ancora oggi che la terra 
sia un gran disco piatto circondato dall Oceano, 
abitato nei suoi estremi confini da razze favolose 
d’uomini, corrispondenti ai Cimmerii ed ai Pigmei 
dei Greci: ma anche colà s'incomincia dai dotti 
ad accogliere la rotondità della Terra. 

Nel Giappone la vera forma della Terra era 
riconosciuta fin da più di due secoli fa. Ilerren ; 
narra che un fabbricante di globi geografici in 
quella estrema regione orientale, fondo nel 1 <j 70 
la sua industria su questo concetto : “ Finora si 
riguardò la Terra come piana, perchè ci hai tu 
rappresentata rotonda la Terra? Io ho risposto: 
in To-shio-shen sta scritto che tonda è la Terra 
come una sfera, io perciò l’ho cosi rappresen-1 

tata n . T 

I Pirati Malesi, a quanto raccontano J agore 
Peschel, ben conoscono a modo loro la roton- 


33 


LA FORMA E LA GRANDEZZA DELLA TERRA 

ditìi della Terra: essi d’ordinario già tenuti in 
sull 'avviso dalle loro spie, scorgono il fumo della 
nave da guerra che li insegue, in tempo per 
poter fuggire colle loro barche piatte. Essi bat- 
tono una rotta perpendicolare a quella dell’in- 
crociatore nemico, e si nascondono cosi sotto la 
curvatura della Terra, come sotto un tetto. Plinio 
il Vecchio poi già sapeva benissimo, che per 
ogni luogo l’estensione del campo di visione di- 
pendo e dall'altezza o dalla rotondità della Terra, 

Tralasciamo di diro della grande questiono che 
agitò tanti dotti del medio evo, della relazione 
di forma dell'Acqua o della Terra, della quale si 
occupò anche Dante nel suo celebre trattato su 
tale argomento, e che fu chiusa definitivamente 
da Copernico, che dimostrò come la Terra col- 
l'Acqua formino una sfera. Intorno a tale trat- 
tato il P. Boffito, barnabita, pubblicò or non è 
molto un pregiato studio critico. 

Ora la dottrina di Pitagora è ritenuta come 
verità inconcussa da tutti i popoli: la scienza 
moderna l’ha solo leggermente modificata, ed 
insogna che non sferica, ma sferoidica e di poco 
diversa da una sfera è la Terra, come speriamo 
far dimostrato nei capitoli seguenti. 

Un’istoria della lotta per la conquista delle 
verità riguardanti la sfericità della Terra e l’e- 
sistenza degli antipodi, si trova nel volume primo 
dell’ opera Storia della lotta della scienza con 
la Teologia nella cristianità, del signor Andrea 
Diekson White, ambasciatore degli Stati Uniti 
dell’America del Nord, a Berlino. 


Zaxotti Bianco, Istorie di mondi. 


8 


34 


ISTORIE DI MONDI 


II. 

I savi Greci fatti persuasi della vera figura 
della Terra, pensarono anche a misurarne la gran- 
dezza. Ma a ciò eseguire non valgono i mozzi 
usati por la valutazione delle grandezze, che si 
presentano nella vita usuale, per di più la su- 
perficie terrestre, cosi varia per configurazione 
e natura, offre a coteste indagini ben difficile 
appiglio. Se pertanto vuoisi riuscire a qual die 
cosa di concreto bisogna, seguendo l’esempio dato 
dalla geometria nella misura delle aree e dei 
volumi, assurgere a qualche cosa di ideale, fare 
per un momento astrazione dalla realtà, per poi 
tornarvi meglio e più da vicino, ed immaginare 
una Terra, oserei dire, teorica od ipotetica ; o, 
por parlare più correttamente, lasciare per poco 
i dettagli in disparte ed esaminare la Terra nel 
suo complesso: così appunto si fece. Si consi- 
dera la Terra come un tutto di nota figura, e 
si cerca di misurarne la grandezza: pertanto, lo 
si noti bene, a base di tutte le ricerche antiche 
e moderne sulle dimensioni della Terra sta un'i- 
potesi, quella della forma di essa, senza la quale 
nulla si sarebbe concluso mai. 

II primo estimo delle dimensioni terrestri sem- 
bra essere stato fatto dai Caldei; ma la prima 
misura intorno alla quale si abbiano particolari 
autentici è quella istituita da Aristarco da Samo 


I,A GRANDEZZA DELLA TERRA 35 


LA FORMA E 

(280 a. C.); il concetto di essa è esatto ed oggi 
ancora informa i piti delicati procedimenti della 
geodesia. Se d’una sfera si riesce a conoscere la 
lunghezza di un arco di cerchio massimo di nota 
ampiezza, si deduce immediatamente il raggio 
della sfera. Per giungere a ciò si scelgono due 
punti situati sul medesimo meridiano (gli antichi 
dovevano accontentarsi in questo, come nel resto, 
di una approssimazione un poco larga), e se ne 
misura, o se ne ricava indirettamento la distanza, 
l’ampiezza dell’arco compreso fra quei due luoghi 
sani uguale alla differenza delle loro latitudini. 

Gli antichi deducevano la latitudine nel modo 
seguente. Misuravano con cura la lunghezza di 
un gnomone o asta verticale e della sua ombra 
meridiana ai solstizii, deducendone l'altezza me- 
ridiana del sole a quelle epoche, o, il che torna 
lo stesso, la distanza zenitale meridiana. La 
semidifferenza delle due distanze zenitali meri- 
diane e solstiziali dà l’obliquità dell’eclittica, e la 
loro semisomma la latitudine del luogo d'osser- 
vazione: talvolta si servivano anche di un appa- 
recchio detto scaphé. Così ottenevano più o meno 
esattamente gli elementi occorrenti al calcolo del 
raggio terrestre. Molte cause di errore rendevano 
mal sicura una così fatta misura, ed i risultati 
di quelle che a noi pervennero non sono troppo 
concordanti fra loro, il che vuoisi fors’anco in 
buona parte attribuire all’ ignoranza in cui ci 
troviamo della lunghezza precisa dell' unità di 
misura che serviva ad esprimerle: unità stadio 
che ebbe, senza dubbio, nelle varie epoche e nei 


36 


ISTORIE DI MONDI 


diversi paesi, differenti lunghezze. La circonfe- 
renza di un cerchio massimo della sfera terrestre 
è infatti, secondo Aristotele, di 400.000 stadi e 
di 180.000 secondo Tolomeo; le osservazioni degli 
astronomi antichi, sebbene lontane assai dalla 
precisione delle nostre, per il grande acume con 
cui erano condotte rendevano molto improbabili, 
se non impossibili, divergenze di tale entità; 
lo stadio di Aristotele è senza dubbio minore di 
quello di Tolomeo. 

Eratostene, Ipparco, Possidonio neH’antichità ; 
gli astronomi Arabi del califfo Almamoun' nel 
secolo ottavo dell’èra nostra; Nonvood, il medico 
Fresnel nel decimosesto secolo, Snellio che nel 
diciasettesimo inventò il procedimento, ancora 
oggi tenuto, delle triangolazioni, applicarono con 
precauzioni disuguali e particolari diversi il me- 
todo sopra accennato. Esso fu poi anche seguito 
da Picard quando nel 1668 fu incaricato dal- 
l’Accademia dello Scienze di Parigi di ricercare, 
colla massima esattezza, la lunghezza del raggio 
terrestre; ed a quanto sembra, tenuto a Firenze 
nel 1400 da Paolo dal Pozzo Toscanelli. 

Nel 1666 veniva fondata l’Accademia delle 
Scienze di Parigi, che tanta influenza doveva 
avere sull’avvenire della scienza, anche per ri- 
spetto al progresso ed allo svolgimento della 
geografia matematica, o geodesia che dir si vo- 
glia. Gli scienziati che furono chiamati a for- 
mare la nuova istituzione sentirono quanto ono- 
revole sarebbe stato per loro il far cessare ogni 
incertezza sulla grandezza della Terra. L’abate 


LA FORMA E LA GRANDEZZA DELLA TERRA 


37 


Giovanni Picard ebbe l’incarico delle misure ne- 
cessarie all’alto scopo; egli, coadiuvato dal suo 
allievo Labiro, le condusse a termine con scru- 
polose cure e precauzioni, e con mirabili trovati 
pratici e teorici che grandemente giovarono al 
perfezionamento della geodesia. 

Uno dei risultati più felici della misura di Pi- 
card è che essa ha, per cosi dire, salvato dal 
nulla la scoperta della legge di gravitazione uni- 
versale. Quando nel 1666 Newton volle verificare 
la sua prima idea sulla causa dei movimenti pla- 
netarii, adoperò un valore del raggio terrestre 
molto inesatto, e la legge dell’inverso dei qua- 
drati delle distanze non essendosi verificata, 
l'aveva abbandonata. Ma dieci anni dopo, quando 
conobbe la misura doli’ abate Picard ne adottò 
i buoni risultati, rifece i calcoli e la grande 
leggo di natura si trovò verificata. 

Sempre fondandosi sulla sfericità della Terra, 
Keplero propose, per la ricerca del raggio di essa, 
un allro modo indipendente da qualsiasi osser- 
vazione astronomica, più semplice in apparenza, 
ma irto in pratica di gravi difficoltà. Esso fu 
adoprato da Riccioli e Grimaldi fra Bologna e 
Modena, e da Klose nel 1833 fra Strasburg e 
Durlach in Germania, ma con risultati poco at- 
tendibili. 

Altri metodi proposero Ghetaldi e Maurolico, 
che furono seguiti con piccole varianti da Belli, 
Giuntini, Casati, Clavio e Wright, come ebbero a 
provare Pietro Riccardi, l’eminente storico della 
geodesia in Italia, e chi scrive queste pagine. 


38 


ISTORIE DI MONDI 


III. 

Colle scoperte dell’immortale Newton s’intro- 
dusse nella scienza il concetto che la Terra non 
potesso essere matematicamente sferica, ma ri- 
gonfia all’equatore e di poco schiacciata ai poli. 
Il nostro globo infatti, coperto in gran parte da 
liquido e animato da un moto di rotazione at- 
torno al suo asse, non può per quella parte con- 
servare la forma di una sfera, l'equilibrio del 
mare esige che esso prenda la detta forma. 

Newton poi soggiunse che lo stato originaria- 
mente fluido, generalmente ammesso, della crosta 
solida attuale, dovette foggiarla a guisa degli 
oceani. Nello svolgere le ricerche relative a questo 
argomento egli si valse di ipotesi molto poco ve- 
rosimili, ma che tuttavia gli fornirono un risultato 
vicinissimo al vero, col quale egli affermò che 
la Terra s’assomiglia, astrazion fatta dai det- 
tagli, nel suo complesso ad una elissoide di rivo- 
luzione attorno all’asse minore. 

Poco dopo Newton, Huygens dimostrò pure 
che la Terra deve essere schiacciata ai poli, e 
se i risultati numerici ai quali egli pervenne, 
sono un poco minori di quelli di Newton, ciò è 
dovuto alle ipotesi sulla costituzione della Terra 
da lui adottate, ancora più lontane dal vero di 
quelle di Nowton. 

Nel 1672 l'Accademia di Parigi mandò a Ca- 
jenna, nell’America del Sud, l’astronomo Richer, 


tA FORMA E LA GRANDEZZA DELLA TURBA _3‘J 

perchè eseguisse certe osservazioni sopra Marte, 
atte a far conoscere la distanza fra la Terra ed 
il Sole. Arrivato colà l'astronomo francese fu 
molto meravigliato di vedere che un pendolo, che 
egli aveva regolato a Parigi, ritardava di due 
minuti ed un quarto in un giorno, e fu obbligato 
perché battesse esattamente i secondi di accor- 
ciarlo di una linea e un quarto (millimetri 2,82). 
Ritornato in Francia, Richer dovette ridonare al 
pendolo la primitiva lunghezza. Questo fatto, 
che apparve singolare, fu confermato dalle os- 
servazioni di Deshayes , Varin e Du Glos nella 
loro spodiziono al Capo Verde e da quello di 
Hftlley all’Isola di Sant'Elena. Cosi ebbe dai fatti 
sanzione l'affermazione di Picard, il quale fino 
dal 1671 annunziava che un pendolo doveva 
oscillare più lentamente avvicinandosi all’equa- 
tore. Di questo nuovo fenomeno gli astronomi 
cercarono subito la causa, che Newton rivelò pel 
primo noi suoi Principii (1687), e cho oggi s’in- 
segna in tutti i trattati di fisica e di meccanica, 
essere la figura ellissoidica della Terra, ed il 
moto di questa attorno al proprio asse, vale a 
dire in risultante, la diminuzione della gravità 
dai poli all’equatore. 

Altra conseguenza della forma ellissoidica della 
Terra, si è la varia lunghezza dei gradi dei me- 
ridiani, che sarebbero fra loro uguali solo nel 
caso in cui la Terra fosse una sfera perfetta. 
Noi ora sappiamo che i gradi variano (aumen- 
tano) come il quadrato del seno della latitudine 
a ndando dall’equatore al polo ; ma il decidere se 


40 


ISTORIE DI MONDI 


cosi realmente avviene non fu tanto presto fatto, 
che anzi ne nacque una controversia vivace che 
rimarrà celebre nella storia della scienza. 

Malgrado i lavori di Newton e di Huygens, 
e le osservazioni di Picard, Lahire, Iiicher e 
Ilalley sopra ricordati, l’Accademia di Parigi non 
volle abbandonare così presto la dottrina della 
sfericità rigorosa della Terra. Nel 1690 Gia- 
como II d’Inghilterra, re spodestato ed ospite di 
Luigi XIV, visitò l’Osservatorio di Parigi: espo- 
nendo egli la teoria di Newton, gli accademici 
che lo accompagnavano gli fecero notare, che, 
sebbene alcuni di loro, avendo visto il pianeta 
Giove schiacciato, avessero conchiuso per ana- 
logia che anche la Terra doveva esserlo, pur 
tuttavia l’ombra della Terra, che si scorge sulla 
Luna nelle ecclissi perfettamente circolare, li 
aveva contraddetti. Quei dotti accademici ag- 
giunsero poi che, l’accorciamento del pendolo 
nei pressi dell’equatore, era in realtà una cor- 
rezione dovuta alla dilatazione del metallo che 
componeva il pendolo, prodotto dalla elevata 
temperatura di quei paesi ! ! ! Bertrand ha cal- 
colato che per produrre l’effetto in quel modo 
spiegato, l’aumento di temperatura da Parigi a 
Cajenna dovrebbe essere di 200 gradi centigradi ; 
ma a ciò non badarono gl’interlocutori di Gia- 
como II, e sbagliarono di grosso. 

Giova qui avvertire che i risultati di talune 
misure istituite fino a quei giorni, sembravano 
contraddire alle vedute di Newton. Nel 1691, 
Giovanni Gaspare Eisenschmidt, medico a Stras- 


LA forma b la grandezza de lla terr a 41 

burg o, in un libro intitolato: “ Diatribe de Figura 
telluri ’s elliptico spharoide „ dimostrò che le misure 
compiuto fino allora, indicavano un accorciamento 
anziché un allungamento dei gradi andando dal- 
P equatore ai poli. Egli poi deduceva dai suoi 
computi che le lunghezze dei gradi di meridiano 
trovate da Eratostene, Riccioli, Picard, Feraci, 
Snollius, a varie latitudini corrispondevano per- 
fettamente ad un’ellissoide allungassimo ai poli. 
La conseguenza, a rigor di geometria, sembra 
giusta, tuttavia essa fu contestata con grande 
vivacità. 

Keil, compatriota di Newton, il cui nome com- 
pare nelle discussioni per la scoperta del calcolo 
differenziale, scrive: “ Ci vuole una stupidità, ed 
una sbadataggine prodigiosa per ragionare come 
Eisenschmidt „. Cassini esprime, nel 1701, in 
forma più moderata, un'opinione conforme a 
quella di Keil. 

Keil e Cassini stavano dunque con Newton ; 
doducendo da falsi argomenti la verità dello 
schiacciamento terrestre, interpretando male os- 
servazioni inesatto. 

Noi 1683 Colbert incaricò Cassini II, figlio di 
Gian Domenico, di misurare il meridiano di Pa- 
rigi attraverso tutta la Francia. Nel 1718 questa 
grande operazione fu condotta a termine, o si 
trovò che, contrariamente alla teoria di Newton, 
i gradi erano più lunghi verso il Sud che verso 
il Nord. Sbagliando strada ancora una volta, se 
ne volle dedurre lo schiacciamento polare ter- 
restre: Cassini e Fontenelle corressero l’errore di 


•42 


ISTORIE DI MONDI 


geometria, e ricaddero nell’errore di fatto, man- 
tenendosi fermi nell’idea dell’ellissoide allungato. 
Gli Inglesi, fedeli alle vedute del loro sommo com«. 
patriota, sostenevano validamente la teoria dello 
schiacciamento, con non minore cocciutaggine 
combattuta dagli Accademici paiigini. A troncare 
la lunga disputa, si propose la misura di un arco 
di parallelo fra Saint-Malò e Strasburgo. Essa fu 
eseguita nel 1733 da Cassini: volle il caso che 
ne risultasse di nuovo la forma allungata della 
Terra. Gli Inglesi non se ne diedero per vinti, 
contendendo palmo a palmo il terreno ai loro 
avversari del continente, e poiché con essi stava 
l'invincibile verità, trionfarono. 

Forse si fu a quest’epoca, che Voltaire lanciò 
quel suo epigramma d’un Parigino, che andato 
a Londra, doveva abituarsi a vedere nella Terra 
un arancio, mentre egli aveva lasciata la casa 
sua ritenendola un limone. 

La notizia delle misure europee di gradi di 
meridiano era stata dai missionarii portata alle 
altre parti del mondo, e sembrò per un momento 
che 1 interessamento per esse dovesse farsi vivo 
anche neH’estremo oriente dell’Asia. Nel 1702 
in China presso Pechino, per ordine dell’impe- 
ratore Camby, s’iniziò una misura di grado, sotto 
la guida del gesuita Padre Thomas, assistito da 
un Principe chinese. Ma questo principio fu anche 
la fine della misura di gradi nel Celeste Impero. 


LA rOBMA E LA OBAKDEZZA PELI.A TEBBA 


43 


IV. 

AH'Accademiu di Parigi va attribuito il me- 
nto di aver dato impulso alla impresa geodetica 
più grandiosa por concepimento e più feconda 

di giusti risultati. 

Per consiglio del cardinale Fleury, che seppe sem- 
pre rondere favorevole all'astronomia Luigi XV re 
di Francia, questi ordinò che una spedizione di 
dotti andasse al Perù a misurare presso l’equa- 
tore un arco di meridiano. Componevano la spe- 
dizione Pietro Bouguer, Carlo Maria de la Con- 
damine, Luigi Godin e due ufficiali della Marina 
Spaglinola, Don Jorge Juan y Santacilin e Don 
Antonio de Ulloa. Questi astronomi arrivarono 
nel 1735 al Perù, e diedero ben tosto mano ai 
lavori con grandi cure e precauzioni; malgrado 
le ingenti difficoltà del luogo, o benché i lavori, 
per disaccordi fra i capi, fossero in massima 
parto eseguiti in doppio, misurarono in sei anni 
un arco di meridiano di 3°. 1 risultati di questa 
memorabile impresa sono ancora oggidì di un'im- 
portanza capitale, perchè sono i soli che si ab- 
biano per le regioni equatoriali. 

L’arco del Perù sta (1902) per essere misu- 
rato una seconda volta; la grandiosa e difficile 
impresa è stata affidata alla Francia cui spet- 
tava di diritto ; essa verrà eseguita dal servizio 
geografico militare francese. Il nuovo arco di 
meridiano abbraccierà 6° di latitudine, secondo 


44 


ISTORIE DI MONDI 


il progetto dei sig r ‘ Maurain e Lacombe, pro- 
lungando cosi l’antico di un grado verso nord 
e di 2 verso sud (1). 

Era appena partita la spedizione del Perù, che 
se ne organizzò un’altra allo scopo di misurare 
un grado di meridiano nel Nord dell’Europa. Di 
essa fu ispiratore ed uno dei capi, Pierre Louis 
Moreau de Maupertuis, che indusse Mauropas, 
ministro di Luigi XV, a farne le spese. 

Nel 1736 Maupertuis partì per la Lapponia 
accompagnato da Clairaut, matematico il cui 
nome doveva por sempre rimanere gloriosamente 
nella storia della geodesia, Lemonnier, Camus e 
l’abate Outtier abilissimo meccanico ed osserva- 
tore. Ad essi poi si aggiunse lo svedese Celsius, 
quello stesso al quale è dovuta la divisione della 
scala termometrica in gradi centesimali. La dotta 
compagnia non perdette tempo ed operò fra 
Tornea e la montagna di Kittis, misurando una 
base d’operazione sul ghiaccio del fiume che 
presso Tornea sbocca nel Baltico. L’anno suc- 
cessivo Maupertuis era a Parigi, ed annunziava 
che aveva trovato un grado molto più lungo di 
quello di Picard, e quindi corrispondente ad un 
notevole schiacciamento terrestre. 

Questo risultato contrariò vivamente i Cassini 
che parteggiavano sempre per la Terra allungata 
ai poli. Maupertuis menava gran vanto della sco- 


ti) Per più ampii particolari, vedasi Annuaire du Bureau 
des LongiUides pour l’an 1901, rapporto del sig. Poincaré. 


GRANDEZZA DELLA TERRA 45 


LA FORMA E LA 

perta, della quale, senza diritto, attribuì vasi il 
borite esclusivo. Egli si fece dipingere, avvolto 
in pelliccio, schiacciando colla destra il globo ter- 
racqueo- La questione della figura della Terra 
divenne allora di moda, se ne parlava in tutte 
le conversazioni, e ci volle tutto l’ardire di Mau- 
pertuis per scuotere la potenza dei Cassini per- 
petuatasi per tre generazioni. D’altra parte lo 
spirito parigino fece giustizia delle troppo alte 
protese designando Maupertuis coll’epiteto di 
grand apbitisseur. 

Lo schiacciamento terrestre fu anche consta- 
tato dalla grande triangolazione istituita in Fran- 
cia da Cassini de Thury, figlio di Cassini II, e 
Lacaille, a verifica del meridiano di Parigi, e 
finalmente in modo irrefragabile dal paragone 
dei risultati del Perù con quolli di I- rancia e di 
Lupponia. 

Nel XVIII secolo s’istituiscono in Europa. 
America, Asia altre misure d’archi di meridiano; 
tacendo dello altro diremo poche parole intorno 
a quelle eseguito in Italia, anche perchè da esse 
s’incominciò a tener conto di talune circostanze, 
avvertite ma trascurate per lo innanzi, e che 
oggidì formano importante oggetto delle ricerche 
degli astronomi e dei geodeti. 

V. 

Nelle ricerche di geodesia, già lo avvertimmo, 
si assurge alla ricerca di una figura ideale della 
Terra, facendo, per la natura stessa del problema, 


46 


ISTOBIE DI MONDI 


astrazione dai dettagli. Questi però esercitano 
non poca influenza sulle misure e sui risultati, 
in quanto essi vengono riferiti alla presupposta 
figura ideale. I dati di osservazione che noi rac- 
cogliamo colla misura, sono ben diversi da quelli 
che otterremmo, se potessimo operare sopra una 
Terra ipotetica che avesse la forma deH'ellissoide 
di rivoluzione schiacciata, che di necessità si 
pone a baso di tutte le ricerche di geodesia. L’ete- 
rogeneità della Terra, e le disuguaglianze della 
sua superficie esterna sono causa di queste devia- 
zioni della teoria dalla realtà. A causa di queste 
circostanze, la verticale fìsica, che è quella se-< 
condo la quale cadono i gravi liberi per tempo 
brevissimo, e secondo la quale si dispone in un 
dato istante il filo a piombo, non coincide con 
la verticale geodetica o normale, che è la normale 
a quella ipotetica ellissoide. Per questa diffe- 
renza (sulla quale torneremo in disteso più avanti) 
s’introdurrà nella determinazione di quella ellis- 
soide, coi dati dell’osservazione, un errore, di cui 
bisogna tener conto e che dicesi deviazione della 
verticale. È evidente che l’attrazione delle mon- 
tagne, dei continenti, isole, gli avvallamenti, qual- 
siasi distacco insomma da quella ellissoide ipo- 
tetica della figura reale terrestre, produce una 
deviazione della verticale. 

Ora secondo i luoghi la verticale fisica s’al- 
lontana diversamente da quella geodetica, alte- 
rando in vario modo le latitudini e longitudini 
ideali di essi. Gli archi di meridiano, l’ampiezza 
dei quali è data dalla differenza delle latitudini 


LA forma e la grandezza dei-la terra 


47 


Jouli estremi, varieranno non solo, corno già si 
disse, colla latitudine, ma per latitudini uguali, 
colla situazione topografica degli estremi mede- 
simi. Ciò sapevano benissimo gli astronomi del 
tompo di Boscowich, ma egli vi si fermò pel 
primo con idee di giustissima portata. 

Per ordine del Papa Urbano XIV, i Padri Maire 
e Boscowich della compagnia di Gesti, accingen- 
dosi a rilevare la carta degli Stati della Chiosa, 
misurarono fra il 1751 ed il 1753 l’arco di due 
gradi che si stende fra Roma e Rimini. Il risul- 
tato di questa misura fu poco buono, al pari di 
quello della misura istituita da Riccioli e Gri- 
maldi a Bologna nel 1660, che condusse ad un 
valore del grado grossolanamente errato. 

Por verificare le sue idee sull'attrazione delle 
montagne Boscowich consigliò la misura di archi 
di meridiano in Piemonte, Austria, Ungheria 
e Pensylvania in America. Il primo di questi 
archi, quello del meridiano di Torino, fu misu- 
rato fra il 1762-64 dal P. Beccaria, ed applicando 
il metodo delle triangolazioni di Snellio, quando 
era già accettata la teoria di Huygons e Newton 
sulla figura ellissoidica del nostro globo. Questa 
misura ò però inquinata da molti errori, e trovò 
poco buona accoglienza presso gli astronomi, cosi 
che malgrado la revisione fattane da Zach sul prin- 
cipio di questo secolo, Laplace non se no valse 
nei calcoli dei semi-assi dell’ellissoide terrestre. 

Da questa misura risultò, fra l’ampiezza osser- 
vata dell arco, e quella dedotta geodeticamente, 
una differenza di 34". Plana e Carlini, rivedendo 


48 


ISTORIE DI MONDI 


nel 1821 l’operazione di Beccaria, trovarono 48", 
anomalia veramente notevole. Ritorneremo piu : 
in disteso su questo interessantissimo argomento I 
della deviazione della verticale. 

VI. 

Il secolo decimottavo che, in sul finire, si prò- j 
fondi mutamenti doveva apportare alle sorti \ 
umane, si chiude anche nell astronomia e geo- Ì 
desia, con una grande intrapresa, importantis- 
sima anche per la vita civile, quella dello sta- 
bilimento del sistema metrico decimalo. 

La storia delle operazioni eseguite a quel fine 
è risaputa, non vi ci fermeremo per tanto; ci 
siano però al riguardo consentite alcune poche 
osservazioni. 

Su proposta di una commissione nominata dal- 1 
l’Assemblea Nazionale e composta di Borda, Con- 
dorcet, Laplace, Lagrange e Monge (1 9 Marzo 1791) 
approvata dall’Assemblea Nazionale il 2G marze 
1791 , e sanzionata dal Re Luigi XVI con de- 
creto del 31 del mese medesimo, fu stabilito che 
il metro dovesse essere la decimilionesima parti 
del quarto del meridiano terrestre passante pei 
Parigi. Con decreto del 18 Germinai anno IH 
(7 aprile 1795), senza che fossero finiti i gran 
diosi lavori di Delambre e Méchain, si stabili 
che il metro dovesse essere lungo 443,44 linee 
della tosa del Perù. Con legge del 19 Brumaire 
anno Vili (10 Dicembre 1799) fu stabilito per 
lunghezza del metro 443,296 linee della tesa del 


LA FORMA e la grandezza della terra 49 

Perù, che fu rosa legale a partirò dal 23 Set- 
tembre 1801 con decreto del 4 Novembre 1800. 
U tesa del Perù veniva osservata, per deter- 
minare il metro campione a 16° 25 di tempera- 
tura centigrada. 

Non ci faremo a dire come questa unita eli 
misura sia stata tradotta in atto e diffusasi poco 
per volta nel mondo, noi la considereremo solo 
sotto l'aspetto geodetico. Sotto questo aspetto il 
metro, come fu definito, non è una misura nè 
universale, nè naturale. 

Prima di tutto non è naturale perchè fu de- 
rivata dalla figura ellissoidica della Terra, che, 
lo dicemmo, è puramente ipotetica, e d’alquanto 
si scosta dalla reale. 

Non è poi universale, o valga il vero; per de- 
durre le dimensioni del globo terrestre dalle mi- 
sure che Méch ain o Delambre avevano eseguite 
in Francia fra il rombar dol cannone e la tem- 
pesta rivoluzionaria, nell’ ultimo decennio del se- 
colo diciottesimo, con pericolo di vita ed immenso 
amore della scienza, fu d’uopo combinarle con 
quello del Perù; da entrambe si ebbe la lun- 
ghezza dol meridiano di Parigi e del metro. 11 
qualo, perchè ricavato da soli lavori francesi, 
trascurando quelli, pur pregevolissimi, istituiti da 
valenti astronomi d’altre nazioni; e dal meridiano 
della Francia, è locale, nazionale e non al certo 
universale. Tale potrà dirsi fra qualche tempo, 
se non per l’origine, per l’introduzione sua 
presso tutte le nazioni civili, che ora non pare 
più tanto lontana. 


Zakotti Biaxco, Istorie di mondi 


4 


50 


ISTORIE DI MONDI 


Nei calcoli poi per la ricerca della lunghezza 
del metro si trascurarono le influenze delle attra- 
zioni locali manifestantisi colle deviazioni della 
verticale. Biot ed Arago, in sul principio di questo 
secolo, ripetendole operazioni di Méclian eDe- 
lambre, giunsero ad uno schiacciamento del- 
l’ellissoide terrestre differente da quello ottenuto 
dai primi. Il geodeta francese Puissant poi scopri 
un notevole errore nello triangolazioni francesi: 
o l’insigne astronomo tedesco Bessel, rifacendo 
dopo ciò la ricerca della lunghezza del metro in 
base agli archi di Francia e del Perù, ottenne 
per essa un valore diverso da quello stabilito 
dalla legge francese. Si avverta poi che da uno 
studio dell’americano Preston risulta che l’arco dol 
Perù potrebbe essere errato di parecchi secondi. 

Il risultato di Bessel fu confermato dai calcoli 
istituiti in seguito, colla combinazione di molte 
lunghezze d’archi di meridiano, le quali condu- 
cendo a dimensioni dol globo, non esattamente' 
uguali, danno pei meridiani, e quindi per quello 
di Parigi e pel metro lunghezze diverse. Con 
molta ragione però si pensò di conservare inal- 
terata la lunghezza originale del metro, base 
fondamentale di tutto il sistema metrico decimale: 
cosi utilo, così pratico nella vita. Speriamo che 
introdottosi fra breve presso tutte le nazioni ci- 
vili esso corrisponda al motto: 

A tous les temps, à tuot les peuples, 

inciso sulla medaglia coniata all’ istituzione di 
quel mirabile e semplice sistema. 


GRANDEZZA DELLA TEIIBA 


51 


LA FORMA E LA 


Listing {Ueber unsere jeizuje Kentniss der destali 
vtl(ì Grosse der Erde , «attinger» , 1872) chiama 
errore del metro la differenza fra la lunghezza 
del metro campione in platino, che si conserva 
agli archivi di Parigi a 0 gradi di temperatura 
e la lunghezza della decimilionesima parte del 
quarto del meridiano terrestre risultante da ogni 
aglool,, ,lfl!e dimensioni terrestri. La tabella 
seguente dà l'orrore del metro relativo ai prin- 
cipali computi dolle dimensioni terrestri. Il ma- 
tematico francese Bertrand riprodusse incomple- 
tamente la tavola calcolata da Listing in un suo 
lavoro pubblicato nel Novembre 1874 nel Journal 
d s Sorunts e riprodotto nel Dicembre 1875 dal Bul- 
lrtin des Sciences Mathftnatiques et Astronomiques, 
voi. IX. Molti e gravi errori di stampa rendono 
inutile la tavola pubblicata dal Bertrand, che sta 
a pagina 255 del detto volume. 


Tavola del cosi detto orrore del metro 
risultante ila vari computi delle dimensioni delia Terra. 


1800 

Delambre 

1810 

» 

1819 

Walbeck 

1830 

Schmidt 

1830 

Airy 

1841 

Bessel 

1856 

Clarke 

1858 

n 

1861 

« 

1863 

■ 

1863 

Pratt 

1866 

Clarke 

1808 

Fisher 

1872 

Listing 

1880 

Clarke 


0,0000 millimetri 
0,0587 
0,0268 
0,0061 
0,0976 
0,0856 
0,1620 
0,1984 
0,1949 
0,1902 
0,1924 
0,1887 
0,1714 
0,0218 
0,1868 


52 


ISTORIE DI MONDI 


N e\Y Annuaire du Bureau des Longitudes pel 
1902, si legge quanto segue: “ D’après les me- 
sures géodésiques modernes, la dixmillionièmo 
partie du quart du méridien terrestre est plus 
grande que le mètro legai d’environ 0 m ,0002 
Ciò appare dai risultati precedenti. Per un pa- 
ragone fra il metro e l’unità di misura inglese 
il yard, è interessante un articolo di John Her- 
schel pubblicato nel 1878. 

Converrà soffermarci alquanto su questa im- 
portantissima questione del metro, a completare 
quello che già ne dicommo altra volta (1). Poiché 
le misure della Terra danno per il meridiano 
terrestre una lunghezza diversa da quella che 
servì a stabilire la lunghezza del regolo di pla- 
tino che come campione del metro fu presentat 
all’Assemblea Nazionale in Parigi il 22 giugno 
1789, così non si può definire il metro come la 
decimilionesima parte del quarto del meridiano. 
Il metro oggidì è la lunghezza del regolo di 
platino conservato agli archivi di Parigi, in de- 
terminate condizioni, che è divenuto così il cam- 
pione o prototipo delle misure di lunghezza. 
Quel campione fu depositato agli Archivi Nazio- 
nali, ove è ancora. Il metro, prima di essere 
assieme al chilogrammo, presentato al corpo le- 
gislativo fu presentato all’Accademia delle Scienze 
dell’Istituto di Francia, e nel suo rapporto su 
quell’argomento, Yan Swinden, uno dei membri 


(1) Il metro, il chilogrammo, il minuto secondo nel libro 
In Cielo, Torino, Bocca, 1897. 


E LA GRAND «ZZA DELLA TERRA 


53 


la forma 


della commissione per il metro, si espresse nel 
modo seguente: 

* Nous présentous à l’Institut au noni de la 
classe des Sciences mathématiques et physiques 
. mètre en platine destine à étre offert au 
corps législatif et à y rester en dépót. Il a été 
fait cornine tous les autres par l'excellent artisto 
Lenoir, sous la direction des membres de la 
commission qui ont été nommés pour suivre cet 
objet; et il a été vérifió avec le plus grand soin 
et avec des précautions qui seront constatées 
sur un procès-verbal. 

• Cet étalon sera sans doute conservo avec lo 
rième soin, je dirais volontiers, avec ce méme 
respect rcligieux, avec lequel ou a conservò la 
pile de Charlemagne pendant cinq sièclos, au 
cours desque’s ce précieux monument se trouve 
no pas avoir subi de changeraent. Mais, par sa 
nature méme, cet étalon ne doit servir que 
dans les cas extrémement rares où il s’agirait 
de faire des vérifications très importantes ; il ne 
saurait servir aux étalonnages ordinaires, et il 
ne doit absolument pas y étre employé „ . 

Facevano parte della commissione del metro, 
sei italiani, fra cui il sommo matematico Luigi 
Lagrangia, il Balbo rappresentante del Ile di 
Sardegna, sostituito poi da Vassalli-Eandi, Gio- 
vanni Fabbroni fiorentino, e l’abate Lorenzo 
Mascheroni bergamasco. 

I campioni depositati all’archivio di Stato di 
Parigi non sono ora più che preziosi cimelii di 
metrologia. I veri campioni prototipi sono oggidì 


54 


ISTORIE DI MONDI 


conservati all’ufficio internazionale di pesi e mi- 
sure stabilito in Parigi a Breteuil nel Parco 
Saint Cloud, dalla parte di Sèvres. 

Questo ufficio fu creato allo scopo di unificare 
fra le varie nazioni i pesi e le misure, cui si 
mirava da tanto tempo. Da Accademie, da So- 
cietà scientifiche, da congressi partivano voti o 
mozioni tendenti a quell’unificazione. La Francia, 
che già ora stata la creatrice del sistema me- 
trico, e che ne custodiva ancora gelosamente i 
prototipi, li raccolse e si foce iniziatrice della 
loro attuazione. A tal fine una prima riunione 
dei rappresentanti delle principali nazioni venne 
indetta dal governo francese pel 1870 nel Con- 
servatorio di arti e mestieri. Venticinque Stati 
accettarono l’invito: venti furono rappresentati 
alle adunanze di questa Commissione, che dura- 
rono dall’8 al 13 Agosto 1870. Il cannone, tuo- 
nante per la guerra franco-prussiana, sciolse 
quella pacifica e benefica congregazione. Le sedute 
furono riprese noi Settembre 1872, ad esse as- 
sistevano, rappresentanti di ben ventinove Stati 
d’Europa e d’America, dieci delegati francesi e 
trentasette stranieri. L’Italia vi era rappresen- 
tata dal Gonerale Ricci o dal Prof. Gilberto Govi. 
In quelle riunioni furono prese fra le altre lo 
deliberazioni seguenti : 

Per la costruzione del metro internazionale 
si prende come tipo originale il metro degli 
archivi di Parigi nello stato in cui si trova. 

11 metro internazionale avrà la lunghezza di 
1 metro, a zero gradi di temperatura. 


1A jpquma E LA OBATOEZZA DILLA TURBA j>5 

~ Per costruire il metro internazionale e gli 
ltri campioni che dovranno essere distribuiti 
"ile varie nazioni, si adopererà una lega com- 
osta di 90 parti di platino o 10 di iridio. Questo 
prototipo del metro è un’asta lunga 102 centi- 
metri fusa in un sol pezzo, ed avente una sezione 
retta in forma di due V di grossezza uniforme 
e di grande aportura giacenti orizzontalmente, e 
riuniti pei loro vertici alquanto allargati da una 
stretta striscia metallica del medesimo spessore, 
e sulla faccia superiore di questa così detta 
striscia stanno le estremità del metro, che sono 
definite da due tratti trasversali, ciascuno dei 
(piali si trova in mezzo a due altri che distano 
Ja esso di mezzo millimetro: i tre tratti sono 
attraversati da altri tratti longitudinali distanti 
fra loro di un decimo di millimetro, e che de- 
terminano l’asso del regolo. 

La forma del prototipo del metro è stata dal 
signor De Parville assomigliata a quella di certe 
panche metalliche da giardino, e dal Professore 
Costantino Pittei a quelle sedie antiche dette 
alla Savonarola ed ora tornate di moda. 

Questo campione del metro, costrutto con ogni 
cura o diligenza, e paragonato con quello degli 
archivi, fu detto metro internazionale e viene 
indicato col simbolo IH. Ad esso furono para- 
gonati gli altri campioni che furono distribuiti 
alle varie nazioni: questi sono detti metri nazio- 
nali. All’Italia furono assegnati quelli che por- 
tavano i numeri 1 e 9, essi vennero portati in 
Italia dal senatore Brioschi che rappresentava 


56 


ISTORIE DI MONDI 


l'Italia alla conferenza per il metro tenuta in 
Parigi il 24 settembre. Quei campioni del metro, 
assieme a quelli del chilogramma sono conser- 
vati in Roma, in apposito locale del laboratorio 
metrico centrale, dipendente dal Ministero d’Àgri- 
coltura, Industria e Commercio. 

Il metro campione, o metro internazionale, fu 
assieme a quello del chilogramma depositato in 
un armadio in ferro che in un sotterraneo del- 
l’Istituto di Breteuil serve a custodire i cam- 
pioni internazionali, il 28 settembre 1889, da 
ima commissione di cinque mombri del Comitato 
internazionale di pesi e misure. Quell’armadio 
si apre solo in circostanze rarissime, in presenza 
di commissarii speciali. In caso di guerra l’edi- 
lìzio di Breteuil ove è il laboratorio e l’ufficio 
internazionale di pesi e misure sarà neutro ed 
inviolabile. L’ufficio internazionale di pesi e 
misure a Breteuil è l’istituto del mondo meglio 
fornito di apparecchi per le misuro di precisione, 
tutti i lavori che ne escono sono modelli di 
sagacia, del più minuto scrupolo scientifico e di 
profonda dottrina. Il primo direttore di esso fu 
l’italiano Gilberto Govi; il senatore Blaserna 
rappresenta oggi l’Italia nell’ufficio internazio- 
nale di pesi e misure. 

VII. 

Finora non abbiamo parlato che di misure di 
archi di meridiano, ossia di gradi di latitudine: 
dobbiamo ora far cenno di quelle di archi di pa- 
rallelo, ossia di gradi di longitudine. 


57 


LA FORMA E LA GRANDEZZA DELLA TERRA 


So la Terra ha forma di superficie di rivolu- 
zione, i paralleli sono, al pari dell’equatore, cerchi ; 
se la superficie non è di rivoluzione, i paralleli 
saranno curve la cui natura dipenderà da quella 
della superficie stessa. 

Già Lacaille, dopo la sua misura d’arco di me- 
ridiano al Capo di Buona Speranza nel 1750 
aveva emesso dubbi sulla forma di rivoluzione 
della Terra: ed a quanto dice Gerlach, D’ Alem- 
bert pure si era pronunziato al pari di Pasquich 
in questo senso, dichiarando come ritenesse le 
misure di latitudine insufficienti a faro intiera 
la luce sulla figura della Terra. 

Dopo la già accennata misura di Cassini in 
Francia, la prima misura d’arco di parallelo che 
incontriamo, è quella che nel 1812 s’iniziò per 
accordi fra i Governi d’Austria, Francia e Pie- 
monte; che istituita dapprima a scopo di costru- 
zione di carte geografiche fu, per consiglio anche 
di Laplace, destinata a servire altresì alla de- 
terminazione della figura della Terra, e fu chia- 
mata “ misura di un arco di parallelo medio „, 
perchè eseguita sul parallelo di 45° e qualche 
minuto. La stazione più occidentale di questo 
arco era il segnale Ferlanderie presso Saintes 
in Francia, collegato con Marennes, la più orien- 
tale la torre di Santa Giustina in Padova; si 
avevano segnali sul Moncenisio e sugli Osserva- 
tori di Torino e di Milano. L’ampiezza in lon- 
gitudine dell’arco misurato tra Marennes e Padova 
fu di 0 h 51 ul 56 9 428 in tempo, pari a 12° 59' 3”, 72 


in arco. 


58 


ISTORIE I>I MONDI 


Gli azimut misurati in queste stazioni mostra- 
vano non piccole differenze con quelli dedotti 
colla triangolazione, partendo da Parigi ; ma 
questa differenza fu insolitamente notevole sul 
Moncenisio, ove l’azimut osservato risultò più 
piccolo di quello calcolato di 49", 55. Questa dif- 
ferenza si attribuì alla deviazione della verticale 
o ad una irregolarità della figura della 1 erra 
in quella regione. Questa opinione si convalidò 
quando si riconobbe che l’ampiezza dell arco com- 
preso fra gli Osservatori di Torino e di Milano, 
che geodeticamente si trovò di 1° 30' 14", diffe- 
riva da quella astronomica di 31 ',29. Nel 1885 
il dott. Michele Rajna ed il professore Fran- 
cesco Porro determinarono la differenza di longi- 
tudine fra Torino e Milano che risultò di 1°29'41", 
dando cosi un divario coll’ampiezza geodetica di 
33". A questo proposito cosi scrive il senatore 
Scliiaparelli : “ La differenza di 33" rappresenta 
l’effetto complessivo delle attrazioni che il filo 
a piombo soffre a Milano e a Torino nel senso 
Est-Ovest; effetto che forse in questo caso non 
è tutto dovuto all’attrazione delle montagne, ma 
potrebbe in parte essere attribuito a distribu- 
zioni molto anormali della densità sotterrane# 
nei terreni della Valle Padana, delle quali avrò 
a dire in seguito „ (1). I gradi di longitudine 
trovati con questa grande operazione non risul- 
tarono fra loro uguali ; fra il massimo di 77984“ 95 


(1) Schiapahelli : Sulle anomalie della gravita ( Rivista 
Geografica Italiana, maggio-giugno 1896). 


r,A FORMA E LA GRANDEZZA DELLA TERRA 


59 


e d il minimo di 77792 m ,00 si ha una differenza 
di 192"', 95- Questa, sebbene accenni ad una fi- 
gura della Terra non esattamente di rivoluzione, 
pare a Baeyer così grossa, da non potersi sen- 
z’altro ritenere come corrispondente ad un fatto 
vero, almeno intieramente. 

Le differenze di longitudine, non si misuravano 
allora come oggi, col telegrafo e col cronografo, 
ina con segnali a polvere, metodo soggetto a 
non poche e serie incertezze. 

Nel 1816 il generale v. Muffling propose in 
Germania una grande misura d’arco di parallelo: 
le vicende della sua carriera lo distolsero da essa 
e la cosa fu abbandonata, non senza che venisse 
istituita la misura della differenza di longitudine 
fra Seeberg e Punkirchen. In Inghilterra nel 1856 
è misurato sotto la direzione di Airy l’arco di 
parallelo compreso fra i meridiani passanti per 
l’Osservatorio di Greenwick e Valencia, sulla costa 
occidentale dell’Irlanda. 

Ma in questo genere il lavoro più colossale 
eseguito è la misura dell’arco di parallelo di 52° 
di latitudine Nord iniziata da W. Struve e da 
lui istituita attraverso l’impero russo. La misura 
di Struve diede luogo al primo progetto di una 
unione degli Stati Europei per il compimento di 
un grande lavoro geodetico d’insieme. 

La catena di triangoli che si stende lungo 
questo arco di parallelo di 52° che abbraccia ben 
69 gradi di longitudine, va da Valencia in Irlanda 
ad Orsk sui confini dell’Asia. Il signor Vanukoff 
calcolando recentemente la lunghezza di diverse 


60 


ISTORIE DI MONDI 


parti di questo parallelo, ebbe a trovare cbe non 
è un cerchio, e che la lunghezza di un suo grado 
non è la stessa nelle diverse parti d’Europa; 
anche qui appare la forma non esattamente di 
rivoluzione della Terra. Per il calcolo completo 
di questo arco di parallelo il signor Bonsdorff, 
ha, pochi anni sono, pubblicato alcune formolo 
molto utili. Ne piace qui ricordare che, nel 1884, 
il professore Jadanza ha proposto un nuoso me- 
todo per la misura di un arco di parallelo. 

Quando saranno ultimati i lavori ed i calcoli 
ora in corso in Rumenia, si avrà lungo il pa- 
rallelo medio di 45° una rete di triangoli abbrac- 
cienti non meno di 39 gradi in longitudine, che 
potrà servire grandemente in avvenire, special- 
mente quando, che non pare tanto prossimo, 
potrà venir confrontata con un’operazione simile 
eseguita nell’emisfero australe. 

Altre grandi operazioni geodetiche degli ul- 
timi cinquantanni sono le seguenti: 

L’arco anglo-francese lungo ben 28 gradi, da 
Laghonat (32° N) alle Shetland (60° N). 

L’arco russo, lungo 25°, dal Danubio (45° N) 
all’Oceano Glaciale (70° N). 

L’arco indiano, lungo 24°, tra le latitudini 

settentrionali 8° e 82°. 

L’arco americano dell’Atlantico, fra le latitu- 
dini settentrionali 32° e 45° circa. 

L’arco americano del Pacifico, fra lo latitu- 
dini settentrionali 30° e 40° circa. 

L’arco americano di parallelo fra i due oceani 
a 38 di latitudine nord. 


L A FORMA E LA GRANDEZZA DELLA TERRA 


61 


L'arco indiano che traversa l’Hindoustan alla 
latitudine di 24°. 

Noli 'emisfero Sud non vi è che un arco di 7 
di latitudine nella colonia del Capo. 

La nuova misura dell’arco del Perù, colma 
quindi una grande lacuna, da tanto tempo la- 
mentata nella Geodesia, e renderà possibile un 
più completo studio della figura della terra. 

In Italia sono d’assai progrediti i lavori per 
la carta del paese: è terminata la triangolazione 
di primo ordine: por essa si eseguirono due 
grandiose operazioni per congiungimenti con Lissa 
attraverso l’Adriatico e con Malta attraverso 
il Mediterraneo. 

Una spedizione svedese- russa ha misurato 
un arco di circa 5» allo Spitzberg; i lavori sono 

ultimati. 

Verso il 1861 il generale prussiano Baoyer 
dimostri) in un opuscolo, che rimarrà celebre nella 
storia della geodesia, l’utilità o meglio la neces- 
sità di un accordo fra i varii Stati del mondo 
per lo studio di tutte le questioni relative alla 
grandezza e forma della Terra. La sua autore- 
vole voce non suonò invano, e dal terreno pre- 
parato nacque l ' Associazione per la misura del 
grado in Europa, che ora chiamasi Associazione 
geodetica internazionale, della quale Baeyer fu 
fino alla sua morte (1885) una delle più salde 
colonne. 

Mercè il progresso della fisica od il conseguente 
perfezionamento degli strumenti e dei meccanismi, 
teodoliti, microscopi, elioscopi, apparati per la 


62 


ISTORIE DI MONDI 


misura delle basi, cronometri, cronografi, mareo- 
grafi, telegrafi elettrici e l’invenzione, per opera 
di Legendre e di Gauss, del metodo dei minimi 
quadrati pel computo e la compensazione delle os- 
servazioni, le operazioni geodetiche hanno oggidì 
raggiunto un notevolissimo grado di rigore e di 
esattezza. Le quistioni più delicato possono ora 
venire discusse, con speranza di soluzione non 
soverchiamente lontana. 

Poiché abbiamo menzionato il metodo dei mi- 
nimi quadrati, diciamo subito che a mezzo di esso 
furono ricercate, in base all’ipotesi della lena 
ellissoidica di rivoluzione, le dimensioni di ossa 
che meglio s’accordassoro colle varie misure di 
archi. Airy, Bessel, Bonsdorff, Bowditch, Brun- 
now, Clarke per ben cinque volte, Encke, Faye, 
Fergola, Fisher, James, Laplace, Listing, Paucker, 
Pratt, Puissant, Schmidt, Schubert, calcolarono 
a quel modo i semi-assi e lo schiacciamento del- 
l'ellissoide terrestre. I 

I lavori teorici di Jacobi, avendo nel 1834 
fatto conoscere che fra le forme che pub pren- 
dere una massa fluida omogenea, ruotante con 
una velocità compresa fra corti limiti, vi è pur 
quella di un’ellissoide a tre assi disuguali ; Schu- 
bert, nella supposizione che la Terra potesse 
avere tale figura, ne calcolò, dalle misure esi- 
stenti, le dimensioni. L’ipotesi di Jacobi di una 
Terra, non di rivoluzione nel suo insieme, fu 
ben tòsto abbandonata, quale troppo poco con- 
cordante coi fatti constatati, anche da Ritter e 
Clarke che pur l’avevano adottata. 


LA FORMA E LA GRANDEZZA DELLA TERRA 


63 


I risultati dei calcoli dei sopra nominati geo- 
deti non sono naturalmente identici, e ciò per 
essere stati istituiti su dati ognora più numerosi 
e precisi: quelli ora generalmente usati furono 
dati da Bessol nel 1841 e da Clarke nel 1880. 

Nel 1891 • l’americano Harkness pubblicò un 
grande lavoro sulle costanti astronomiche, nel 
quale dà pure le dimensioni dell’ellissoide ter- 
restre. 


Vili. 

Giunti ora ai lavori dei moderni, ne occorre 
dichiarare qual cosa essi intendano per figura 
matematica della Terra. Già dicemmo corno sia 
necessario il trascurare le irregolarità sue esterne 
per poter assurgere al concetto geometrico di 
una superficie rappresentabile con simboli ma- 
tematici. 

Bessol, valendosi di taluni concetti di Clairaut 
e di Gauss, formulò quella definizione ; prima di 
riportarla qui occorrono alcuno premesse. 

Non trovando, per la natura delle cose, modo 
di valersi della geometria per rappresentare ma- 
tematicamente la figura della Terra, si ricorse 
alla meccanica dei fluidi, a ciò indotti dall’essere 
la Terra in gran parte coperta da liquido e dalle 
idee cosmogoniche che assegnano ad essa una 
condizione originalmente fluida. Dalla meccanica 
si prese ad imprestito la definizione della super- 
ficie di livello di un liquido, e la si applicò al 
mare, che per occupare tanta parte dello strato 


ISTORIE DI MONDI 



, . , 8 i assunse come atto 

esterno del gjo o c j rcost anze il tutto, 

a rappresentare superficie di livello 

r id rrr*r — - 

sultante è m ogni p attrazioni 

“ «r r;r:il"=; ^ 

dello patti di 1 -rifusa proveniente dal 

« «I* Telia trarne a! proprio 

m ° t0 ti'ìSno doli-atmosfera, statica c dina- 
asse; poi 1 a Z101 c„lln massa d acqua ma- 

mica 'Pressione ventO- ■ tcrmic0 . 

rina agisce poi . a; e correnti e 

gloriando 

variazioni da ; in vario modo 1. 

altre correnti. T : mAn H del suo fondo e 

stabilita del >™ re ^ r "° motii le eruzioni dei vai- 

48ll f “Imfrtoi i depositi organici e minerali 
cani sottomano, F . p ro ducono, 

*• f "i r P rdSu altri trascu- 
per taceie dii dell’uomo, 

rabili, che avvengono i yar j 0 mo do muta- 

Tutte queste forze son » ^ lorQ azion6 i a 

bili nel tempo, l maM varier à col tempo, 

superficie esterna forma determinata e 

e non P otra q j moto co „tinuo del mare è 
stabile. Lo stato 8Ìccome si è di una 

preva palpabile ^ cbe 8Ì ha d’uopo 


LA FORMA 


E LA GRANDEZZA DELLA TERRA 


65 


molto piccole rispetto alle altre, e tenere conto 
solo delle preponderanti, per poi studiare colla 
teoria o coll’osservazione le perturbazioni elio in 
quella producono le forze da prima messe in 

disparte. 

Si suppose nulla l’azione di tutti i corpi ce- 
lesti ; così si trascurarono le maree non solo, ma 
anche quelle deformazioni che le masse da esse 
spostate producono, alterando nel muoversi le 
vicendevoli attrazioni delle parti dolla massa 
terrestre; si lasciarono poi anche da banda le 
azioni dell’atmosfera e quella termica del Sole. 
Con ciò le forze operanti sulle particelle della 
massa terrestre vengono ridotte a due; la mutua 
attrazione delle suo parti e la così detta forza 
centrifuga generata dal moto di rotazione ter- 
restre. 

La risultante di queste due forze è quella che 
dove chiamarsi la gravità teorica, di essa l'espe- 
rienza non potrà mai fornirci alcun valore. Essa 
per contro ci darà i valori di quella che com- 
patibilmente coll’esattezza dei nostri istrumenti 
devo chiamarsi gravità reale, e che si verifica in 
natura, o che per essere essenzialmente misurata 
col pendolo può chiamarsi anche pendolare. Questa 
dipende da tutte le forze operanti sulla Terra, ed 
è quindi con esso variabile nel tempo d’intensità 
e direzione: però questo variazioni nel tempo 
sono piccolissime, e non determinabili, almeno 
per l’intensità, oggigiorno coll’esperienza. 

Circa le variazioni della direzione della gra- 
vità se ne hanno prove nelle constatate oscilla- 


Zahotti ili ai* co, Jtiorte di inondi 


5 


66 


ISTORIE DI MONDI 


zioni di livelli a bolla d’aria posti in condizioni 
opportune. Su questo argomento non vanno pas- 
sate sotto silenzio le ricerche col pendolo oriz- 
zontale di Hengler e di von Rebeur-Paschwitz e 
quelle di Pfaff con una specie di bilancia a molle; j 
cosi si debbono menzionare gli apparecchi im- 
maginati e gli esperimenti istituiti per lo studio 
delle variazioni della gravità da Porrot, Zollner, ' 
Gruithuisen, Mascart , . Bohnenberger , <«. II. | 

Le variazioni delle latitudini di alcuni luoghi, | 
da molto tempo sospettate, possono servire a 
determinare le variazioni dolla direzione della 
gravità col tempo; per esse rimandiamo al nostro 
scritto stampato nel volume della Rivista di Topo- j 
grafia o Catasto e riprodotto nel presente voi urna* 

Tenendo presente quanto precede, si avverta 
clic di quantità minimo differisce in direzione ed j 
intensità la gravità teorica dalla reale, e che H 
pratica si ritengono come coincidenti, Diserbando 
a più minute ricerche lo studio del loro divario. , 

Per un dato istante e luogo la gravità reale j 
ha por direzione il filo a piombo (sottratto a 
qualsiasi movimento) o quella dei gravi cadenti! 
nel vuoto e per tempo brevissimo. 

Si immagini ora che attraverso ai continenti 
esista una fitta rete di canali strettissimi comu- 
nicanti fra loro e col mare, la superficie liberal 
dell'acqua forma nel mare ed in questi canali e 
quella che si chiama figura matematica (da taluni 
figura o forma fisica) della Terra, dicendosi forma 
vera quella che la natura ci presenta. Questa 


67 


LA FORMA K LA GRANDEZZA DELLA TERRA 

definizione fu, seguendo alcune idee di Gauss, 
data per la prima volta da Bessel nel 1838. 
Listing nel 1872 denominò geoide la figura ma- 
tematica della Terra così definita. 

So la Terra fosse omogenea od interamente 
fluida, la sua figura matematica sarebbe, secondo 
quanto insegnò Newton, un’ellissoide di rivolu- 
zione schiacciata ai poli. La Terra invece è ete- 
rogenea, in parte liquida all’esterno; nulla di 
certo sappiamo circa il suo interno; in queste 
condizioni la sua figura matematica non è un 
ellissoide. Si sa però, che questa figura matema- 
tica o geoide, di non troppo si scosta da un’el- 
lissoide schiacciata ai poli. 

Como si vode facilmente, il geoide non è elio 
min dolio superficie di limilo della gravità teorica. 
Di queste, quello che passano per punti situati 
così da essere accessibili all'uomo, si dicono su- 
perficie geoidiche; Bruito , Helmert, Pratt ne 
hanno studiate lo principali proprietà. Questo 
boiio le seguenti: Nelle vicinanze della superficie 
naturale terrestre, le superficie di livello della gra- 
vità teorica sono chiuse, continue (completamente 
libere da spigoli e cuspidi), abbracciantisi l'una 
l'altra a guisa di gusci, e nella loro forma poco 
differenti da un'ellissoide schiacciata ai poli. La 
distanza di due superficie di livello non è costante, 
ma camminando sopra una di esse, varia in ra- 
gione inversa della gravità. 

La possibilità di tracciare i canali dei quali 
si è parlato nella definizione del geoide è una 
conseguenza immediata di queste proprietà. 


68 


ISTORIE DI MORDI 


Segue anche che due superficie geoidiche con- 
secutive e vicinissime non si tagliano e non sono 

parallele. I 

La definizione stessa del geoide, affermando 
che questa superficie è una pura astrazione, ne 
avverte che noi non potremo mai giungere col- 
l’osservazione diretta alla sua determinazione 
effettiva. Pur tuttavia occorrendo averne qualche 
idea si pensò di raggiungere tale scopo per mezzo 

di approssimazioni. ^ J 

Avendo valide ragioni teoriche (Newton, Clai- 
raut, Huygens, Laplace) per ritenere che sotto 
certe ipotesi, non incompatibili, nè di soverchio 
discoste dalle reali condizioni, il geoide, come si 
disse, di poco si scosta da un’ellissoide, por co- 
minciare, si adottò questa come figura matema- 
tica della Terra. 

L’alta geodesia insegna come a mezzo di mi- 
sure d’archi di meridiano e di parallelo si otten- 
gano le dimensioni di quella ellissoide. 

Nel 1738 Clairaut dimostrò il seguente capitale 
teorema. 

Lo schiacciamento terrestre, più 1 accresci- 
mento della gravità dall'equatore al polo, diviso 

per la gravità deU’equatore, è uguale a 2 dell 

quoziente che si ottiene dividendo la forza cen- 
trifuga all’equatore per la gravità all’equatore (1). 


(1) Ottavio Zanotti Bianco: Dimostrazione elementare 
del Teorema di Clairaut. - Rivista di Topografia e ca - , 
tasto, Voi. XIII, 1901. 


LA FORMA E LA 


grandezza della terra 69 


Le misure pendolari della gravità introdotte 
nella formola che simbolizza il precedente enun- 
ciato ci permettono di avere Io schiacciamento; 
e quindi la sola forma, non la grandezza, dell’el- 
lissoide terrestre. In Italia vennero istituite molte 
misure di gravità, relativa, a mezzo dell’appa- 
recchio Sterneck. Di Roma ed a Padova, Pucci 
e Pisati, o poi Reina e Lorenzoni eseguirono 
misure assolute. S’occupano di questo misure gli 
Ingegneri dell’Istituto Geografico militare; il pro- 
fessore Riccò, il prof. Venturi, in Sicilia; il 
doti. A imonetti nell’Italia Settentrionale. 

Certi fenomeni astronomici (moto della luna 
o la precessione degli equinozii) ci permettono 
• li avere altri valori dello schiacciamento. I va- 
lori dello schiacciamento ottonuti coi diversi me- 
todi differiscono fra loro d’ alcun poco, ma non 
è qui luogo a discutere di ciò. 

In fine di questo scritto daremo una tavola 
dell costanti dell’ellissoide terrestre. 

In ogni punto della Terra la normale all’el- 
lissoide è diversa dalla normale al geoide, la 
quale a sua volta, come fu avvertito, non coin- 
cide colla direziono della gravità reale. In un 
determinato punto terrestre si hanno quindi la 
normali o verticale ellissoidica o geodetica (quella 
che entra in tutto le considorazioni di geodesia 
teoretica), la normale geoidica e la normale o ver- 
tirale fìsica od astronomica. 

Da computi teorici si ricava il diritto di con- 
chiudere che la verticale geoidica differisce di 
quantità piccolissime da quella fìsica, e quindi 


70 


ISTORIE DI MONDI 


per una prima e vicinissima approssimazione, si 
possono riguardare come coincidenti; salvo a ri- 
cercarne poi la reciproca posizione, come già si 
disse per le direzioni della gravità teorica e reale, 
che altro non sono se non la verticale geoidica 
e la fisica. 

Ora la verticale fìsica vien detta anche astro- 
nomica, perchè è quella che serve a determinare 
astronomicamente la latitudine e la longitudine 
del luogo d’osservazione e viceversa; quando di 
un luogo son date la latitudine e la longitudine, 
è data la posizione della verticale fisica di esso. 
La verticale tìsica in astronomia e geodesia è 
data, quasi diremo materialmente ma indiret- 
tamente, dai livelli e dagli orizzonti artificiali. 

Dalla geodesia s’impara poi a calcolare le 
coordinate geografiche stesse, latitudine e longi- 
tudine, ossia la posizione della verticale ellissoi- 
dica o geodetica per un determinato luogo, par- 
tendo da un altro individuato in posizione quando 
siano misurati certi elementi di collegamento fra 
essi (linea geodetica ed azimut), ed ove si sup- 
pongano i due luoghi situati, o ridotti con cor- 
rezioni ad esserlo sull’ellissoide scelta come prima 
approssimata rappresentazione della figura ma- 
tematica terrestre. Quella superficie ellissoidica 
sulla quale si suppongono situati o ridotti i 
punti della Terra, dicesi ellissoide o sferoide di 
riferimento. Le dimensioni di essa ora più usate 
sono quelle di Bessel e Clarke. 

Circa l’ellissoide di riferimento è d’uopo fare 
un’avvertenza. Nelle riduzioni di angoli misurati 


LA forma E la grand ezza della terra <1 

grandi altezze, delle basi, nel computo delle 
triangolazioni geodetiche, e nel computo delle 
lunghezze d'archi occorre usare le dimensioni del- 
l'ellissoide di riferimento. Quegli archi a loro 
volta combinati fra loro col metodo dei minimi 
quadrati, servono a calcolare di bel nuovo e 
meglio e più da vicino le dimensioni di una 
nuova ellissoide di riferimento più esatta e con- 
formo allo misure utilizzate nel calcolo. Le el- 
lissoidi di Bessol e di Clarke soddisfano ora 
molto beno alle esigenze della scienza, e sarebbe 
inutilissima opera il calcolare, ad ogni misura 
elio si va compiendo, nuove dimensioni terrestri : 
almeno finché non siano eseguito (il che oggidì 
non è che un desiderio) grandi misure geodetiche 
nell’emisfero meridionale. 

Lu latitudine o longitudine determinate diret- 
tamente con osservazioni astronomiche corrispon- 
denti alla verticale fisica si dicono astronomiche, 
od anche (nell’ipotesi assai prossima al vero della 
coincidenza della verticale geoidicu colla fisica ) 
geoidiche. 

La latitudine o longitudine dedotte geodetica- 
mente con un determinato sferoide di riferimento, 
e corrispondenti alla normale geodetica ad esso 
relativa, si dicono geodetiche, sferoidiche od ellis- 
soidiche. 

Le differenze fra la latitudine e la longitudine 
astronomiche e quelle geodetiche, si dicono ri- 
spettivamente deviazione della verticale (o del filo 
a piombo ) in longitudine e latitudine. Meno pro- 
priamente quelle differenze vengono talvolta de- 


72 


ISTORIE DI MONDI 


nominate attrazioni locali, partendo dal concetto, 
che quel distacco delle due verticali sia pro- 
dotto da anomalie locali nella distribuzione della 
massa. 

Come si vede da quanto precede, le deviazioni 
della verticale dipendono e dagli elementi del- 
l’ellissoide di riferimento e dal partire da un punto 
determinato geodeticamente ovvero astronomica- 
mente per calcolare le posizioni degli altri punti. 
Quelle deviazioni varieranno dunque, sebbene di 
poco, e coi detti elementi e colla posizione del 
punto di partenza. Si è perciò che nel dare per 
un luogo terrestre la deviazione della verticale, 
si indica sempre il luogo dal quale si mosse per 
calcolarne geodeticamente la posizione, nonché 
il modo (astronomico o geodetico), con cui se 
ne ottenne l’ubicazione, e per ultimo l’ellissoide 
di riferimento adottato. Un lavoro d’insieme non 
è finora stato fatto, nè sarà possibile il farlo 
forse per qualche tempo ancora. Si hanno lavori 
importanti per talune regioni alpine, e per un 
buon tratto dell’arco europeo del parallelo di 52 
gradi di latitudine Nord. 

Le deviazioni della verticale provenienti dalle 
masse sporgenti sul mare (monti, altipiani, colli) 
e dalla varia ed eterogenea costituzione interna 
della Terra, servono a farci conoscere le ondu- 
lazioni del geoide sopra un dato sferoide ed a 
darci qualche idea sulla conformazione fisica degli 
strati terrestri più interni. 

A calcolare i distacchi del geoide da un dato 
ellissoide serve un teorema scoperto da Pratt 


LA poema e la grandezza della terra >■> 

nel 1859» 6 P°i indipendentemente dimostrato 
da Bruns nel 1878 (1). 

K tutto rigore le deviazioni della verticale, 
intese come si disse, sono mutabili nel tempo, 
giacché, lo avvertimmo più sopra, variabile col 
tempo è la verticale fisica dalla cui posiziono di- 
pendono. Le ricerche che si stanno ora istituendo 
Bullo variazioni della verticale, fatte note dalle 
variazioni della latitudine, ci diranno un giorno 
se, come e di quanto mutino col tempo le de- 
viazioni della verticale rispetto ad una data el- 
lissoide di riferimento, conformemente a quanto 
già scrivemmo por lo variazioni dolla direzione 
della gravità. 

Riportiamo qui le conclusioni più sicure date 
da Ilelmert, senza contestazione il primo fra i 
geodeti viventi, sulla deviazione della verticale. 

1. Anche nelle regioni piane d’Europa e di 
America si constatano frequentemente deviazioni 
locali dolla verticale. 

2. Non solamente nello catene di montagne 
e lungo lo coste marittime si avvertono devia- 
zioni sistematiche della verticale, ma anche in 
pianura si presentano deviazioni regionali della 
verticale. Una di esse si verifica in Germania 
fra il 51° ed il 53° parallelo. 

3. È notevole che Monaco al Nord delle 


(1) Vedi Ottavio Zanotti Bianco : Per la storia della 
teoria delle superficie geoidiche (Alti dell' Accademia delle 
Sciente di Torino, 1896). 


74 


ISTORIE DI MONDI 


Alpi e Nizza e Genova (1) a Sud di esse presen- 
tano deviazioni della verticale inferiori in valore 
a quello che si sarebbe potuto prevedere badando 
alla configurazione esterna della Terra. Queste 
anomalie, al pari di quelle più sopra indicate 
accennano ad estese anomalie sotterranee negli 
strati della crosta terrestre. 

4. Dna analoga anomalia sembra indicata 
dalla circostanza che Pisa e Firenze presentano 
una deviazione della verticale di senso opposto 
a quello voluto dall’attrazione degli Appennini (2). 

5. L’andamento delle deviazioni della verti- 
cale in latitudine da Monaco a Nizza sembra 
giustificare Topinione che l’irregolarità sotter- 
ranea della massa terrestre debba essere cercata 
sul continente e non al fondo del mare; tuttavia 
alla soluzione completa della questione sono in- 
dispensabili dei calcoli d’attrazione. 

6. Estese irregolarità sotterranee sono d’al- 
tronde indicate dalla deviazione della verticale 
in longitudine nelle regioni piane del centro e 
dell’Ovest d’Europa, al pari di quello constatate 
nei pressi dei grandi laghi americani. 

Si hanno curiose anomalie, nell’India, ove la 


(1) Una deviazione della verticale fra Milano e Genova 
fu particolarmente studiata dall’Ing. Celoria, valorosis- 
simo astronomo e geodeta. 

(2) L'autore del presente scritto si è occupato, seguendo 
Helmert, delle deviazioni della verticale in Italia in un 
articolo stampato nell ’ Annuario Meteorologico Italiano 
pel 1890, 


I,A FORMA B I «A 


grandezza della tessa 75 


regione montuosa dell’ Himalaja non produce per 
causa ignota l'effetto che si potrebbe credere; in 
Russia presso Mosca, studiate da Schweizer e 
Santini, come quelle dell’India lo furono da Airy 
e l’ratt Un importantissimo studio sulle misure 
dell'India fu pubblicato uel 1901 dal maggiore 
S C. Burrad, ove l’attrazione dell’Himalaja è 
discussa con molta sagacità e dottrina. 


Dimensioni della Terra. 


Si ammette che la figura matematica della 
Terra sia quella di una ellissoide schiacciata ai 
poli. Questa suporficio si può pensare generata 
nel modo seguente. Si supponga che una di quello 
curvo a tutti note col nome di ellisse, tanto 
adoperato nei giardini, sia disposta colla sua di- 
mensione maggiore orizzontale, la sua dimensione 
minore sarà verticale. 

Si dicono asso maggiore e minore dell'ellisse, 
le due rette che si tagliano nel centro di essa, 
o che corrispondono alle sue dimensioni massima 
e minima. Facciamo ruotare questa ellissoide at- 
torno al suo asse minore, la superficie generata 
in quel movimento sarà quella di una ellissoide 
di rivoluzione perfettamente analoga a quella 
che si suppone abbia la Terra. Lo schiacciamento 
è la differenza fra il semi-asse maggiore ed il 
semi-asse minore, divisa per il semi-asse mag- 
giore. 


76 


ISTORIE DI MONDI 


Dimensioni della Terra secondo Bessel ( 1841 ). 


Semiasse magg.a=6377397,15m. log. 6,80464 346 
Semiasse min. 6 = 6356078,96 „ „ 6,80318928 

Schiacc. 2994528 == 0>0033427731 , 7,52410 690 — 10 

Eccentric. e=|/^*=0, 08169683 , 8,91220 521-10 

Lunghezza del quarto del meridiano 10000855,76 metri ; 
logaritmo 7,00003716. 

Raggio di una sfera di eguale volume della Terra 


R=y 0 > b = 6370283,2 metri. 

Superficie della Terra in chilometri quadrati 509 950 714 
Volume della Terra in chilom. cubici 1 082 841 320 000. 

Con queste dimensioni la decimillionesima 
parte del quarto del meridiano sarebbe di metri 
1,000085576, cioè sarebbe più lunga del metro 
internazionale di millimetri 0,086, in cifre tonde 
— vedi pagina 51. 

Lunghezza di gradi di latitudine in chilometri. 

Latitudine 0°, equatore 110,5638, cioè arco di meridiano 
fra 0° ed 1°. 

Latitudine 45°, 111,1292, cioè arco di meridiano fra 45" 
e 46°. 

Latitudine 86°, 111,6757, cioè arco di meridiano fra 86" 
e 87». 

Latitudine 89", 111,6798, cioè arco di meridiano fra 89° 
ed il polo. 

1 

Lunghezze di gradi di longitudine ossia di archi 
di parallelo dell’ampiezza di un grado a varie 
latitudini. 


Equatore chilometri 111,3066 

Latitudine 45° ... „ 78,8373 

Latitudine 86° ... , 7,7903 

Latitudine 89° ... „ 1,9491 

Polo 0,0000. 


LA FORMA 


E LA GRANDEZZA DELLA TERRA 77 


Dimensioni della Terra secondo Clarke (1880). 


Le riportiamo qui àaXVAnnuaire du Bureau 

des Longtiudes per il 1902. 


Semiasse magg., ovvero raggio dell’equatore m. 6 378 253. 
Semiale minore ovvero distanza dei poli dal centro 

metri 6 856 321. 


Schiacciamento 29a s 

Lunghezza del quarto di meridiano metri 10 001 877. 


Con tale lunghezza la decimili ionesima parte 
del quarto del meridiano è di metri 1,0001877, 
cioè sarebbe più lunga del metro internazionale 
di millimetri 0,1877, vodi pagina 51. 

\j'Annuaire du Bureau des Longiludes dìi anche 
dimensioni terrestri calcolate da Faye, ma queste 
non sono quasi mai usate nei calcoli geodetici. 
A codesta pregevolissima pubblicazione, si può 
ricorrere quando occorra aver dati relativi alla 
gravità od all'attrazione terrestre. Questi dati 
si trovano anche nelle tavolo trigonometriche 
di Albrecht, o nel libro delle costanti fisiche di 
Everett. 






LI VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


Omnia incerta rationo et in natnra 
majeatate abdita (Plinio). 


I. 

La latitudine astronomica o geografica di un 
luogo terrestre è l’angolo che la verticale fisica 
di esso luogo fa colla sua proiezione sul piano 
dell’equatore ; ovvero, il che torna lo stesso, la 
elevazione angolare del polo celeste sul piano 
dell’orizzonte. 

Tralasciamo, porche non ci occorrerà di ser- 
vircene in seguito, le definizioni di latitudine geo- 
detica, geocentrica e ridotta, concetti purament 
geometrici tanto utili nella geodesia teoretic 

Per orizzonte fisico intendesi il piano tangent 
alla superficie delle acque immobili, nel punto 
in cui si fa l’osservazione ; punto nel quale la 
verticale fisica è, nell’ istante dell’osservazione 
normale a quella superficie. Questa normale alla 
superficie delle acque immobili, o verticale fisica 
è, nell’istante dell’osservazione, materialmente 


I,A VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


79 


rappresentata dalla direzione del filo a piombo, 
perfettamente immobile. La superfìcie stessa delle 
ncque immobili è, con mezzo acconcio alle osser- 
vazioni, fornita dagli orizzonti artificiali e dai 
livelli a bolla d'aria degli strumenti astronomici 
o geodetici che servono a misurare la latitudine, 
e che indirettamente quindi ne porgono anche 
l’orizzonte fisico, quale fu definito. 

Poli celesti sono i punti d’incontro dell’asse 
terrestre (asse d’istantanea rotazione della Terra) 
colla sfora celeste. L’asse terrestre passa per il 
centro di gravità della Terra. I poli celesti per 
la loro definizione stessa sono infinitamente lon- 
tani; per essi passano pertanto tutte le rette 
parallele in un dato istante all'asse terrestre. 
Da questa definizione si deduce la conseguenza, 
che i poli celesti non cambiano finché non cambia 
nollo spazio la direzione dell'asse terrestre. 

I poli terrestri sono i punti della superficie 
terrestre nei quali questa è incontrata dall’asso 
terrestre. Questi poli pertanto si mantengono in- 
variati finché l’asse terrestre non cambia nel- 
l’interno della Terra, comunque d’altronde esso 
possa variare di direzione nello spazio. In altre 
parolo più esattamente: i poli terrestri non mu- 
tano finché nessun movimento della Terra at- 
torno al suo centro di gravità non viene ad al- 
lontanare dall asse di istantanea rotazione (che 
si suppone fisso nello spazio in direzione e pas- 
sante pel centro di gravità della Torra) i punti 
della sua superficie (poli terrestri) che vi stanno 
sopra, ed a portarvene dei nuovi. 


ISTORIE DI MONDI 


80 

Se per un moto qualunque della Terra, attorno 
al suo centro di gravità, essa si sposta per ri- 
spetto all'asse terrestre (supposto fisso in dire- 
zione nello spazio e passante pel centro di gra- 
vità), i poli terrestri mutano; mutano le latitudini, 
giacche l’orizzonte fisico di ogni punto viene 
spostato, assieme al luogo cui appartiene rispetto t 
all’asse terrestre e quindi al polo celeste. Mu- 
tando i poli terrestri e mantenendosi invariato 
il centro di gravità, l’asse terrestre passa dal- 
l’uno all’altro degli infiniti diametri terrestri: 
vale a dire la Terra nell’ accennato suo moto 
viene a far coincidere coll’asse terrestre (fisso j 
in direzione nello spazio e passante sempre per 
il centro di gravità) i suoi diversi diamotri. Si 
è in questo senso che, a dir vero, poco rigoi osa- 
mente è invalso l’uso di parlare del moto dell asse 
d’istantanea rotazione nell’interno della Terra. 

Il solo mezzo che noi possediamo di misurare 
la latitudine di un luogo si è quello di misurare 
in un dato istante l’altezza del polo celeste sul- j 
l'orizzonte, ovvero, in linguaggio astronomico, \ 
la declinazione dello zenit, e l’astronomia ce ne 
insegna i varii metodi. 

La latitudine non muterà finché non mute- 
ranno di posizione l’uno rispetto all’altro il polo 

celeste e l’orizzonte fisico. j 

Il polo celeste non cambia rispetto all oriz- 
zonto, supposto fisso: i moti che esso polo pos- 
siede nello spazio (precessione e nutazione) sono 
comuni a tutta la Terra, e quindi direttamente 
non apportano alterazione nelle latitudini. Indi- 


LA VARIAZIONE PELLE LATITUDINI 


81 


rettamente però l’aziono lunisolare altera le la- 

titudini. 

La teoria dimostra infatti che, data la forma 
ellissoidica della Terra, o più esattamente l’ine- 
guaglianza dei momenti principali d inerzia, l>i 
risultante dell’attrazione reciproca dolla Terra 
e di un astro (sole, luna, pianeta) non passa pel 
centro di gravità della Terra. Ciò, oltre al pro- 
durrà la precessione e la nutazione, gonera anche 
un movimento della Terra rispetto al proprio 
asso, e quindi uno spostamento dell’orizzonte 
rispetto al polo celeste ed un cambiamento nelle 
latitudini. La parte che nell’espressione di queste 
mutazioni ha periodo diurno o quasi è così pic- 
cola da non essere avvertibile coll’osservazione, 
rimane l'altra che viene a confondersi colle va- 
riazioni di latitudine prodotte dai movimenti 
dell’orizzonte rispotto al polo celeste. Si trova 
d'altronde che il polo descrive in virtù di quelle 
azioni sulla superficie della Terra un piccolo 
cerchio, il cui raggio non è sempre rigorosa- 
mente Io stesso, ma non può sorpassare sessanta 
centimetri; ciò è insensibile, e non bisogna pre- 
tendere che le osservazioni mettano in evidenza 
una quantità cosi piccola; si può dunque lasciarla 
completamente in disparte. 

Nei moti di precessione e nutazione la Terra 
si comporta come un corpo rigido, od almeno 
assai prossimamente tale. 

La direzione dell’asse terrestre nello spazio ò 
data, come si disse, dalla posizione del polo ce- 
leste, di quel punto cioè della sfora celeste, che 


Zakotti Busco, Istorie di mondi. 


82 


ISTORIE DI MONDI 


nel moto apparente di questa rimane immobile. ] 
Questo punto giace ora presso la stella polare, I 
a TJrsce minor is, dalla quale dista attualmente 
circa 1°15': esso non fu sempre nel suo posto 1 
attuale, nè per sempre vi rimarrà. Il polo celeste \ 
si sposta lentamente rispetto alle stelle fisse,! 
fatto questo che nei suoi tratti generali era già 
noto ai tempi d’Ipparco. Questo fenomeno si 
denomina precessione dogli equinozii, perchè gli j 
equinozii camminando sopra l’eclittica in senso ! 
contrario a quello del Sole, gli vanno incontro, 
e si verificano quindi prima di quello che awer-j 
rebbe se stessero fermi. Si è in dipendenza di 
ciò che i segni dello zodiaco, si sono pure spo-j 
stati dal tempo lontano, in cui furono immagi-i 
nati, e non corrispondono piti oggidì alle costel- 
lazioni delle quali portano il nome. Da quei* 
tempi antichissimi i segni dello zodiaco cammi- 
nando a ritroso del Sole, sono andati retrogra- 
dando sull’eclittica, ed oggi si ha la seguente 
corrispondenza fra i sogni dello zodiaco e lo 
costellazioni zodiacali. 

che oggi 
Acquario 
Pesci 

8 Ariete 
;•* Toro 
§ Gemelli 
o Cancro 
Leone 
Vergine 
§. Libra 
$ Scorpione 
Sagittario 
Capricorno 


trovano nelle 
in Capricorno, 

„ Acquario, 

„ Pesci, 

„ Ariete, cì 

« Toro, ft 

„ Gemelli, 

„ Cancro, 

„ Leone, §’ 

„ Vergine, 

„ Libra, 

„ Scorpione, 

„ Sagittario. 


LA VARIAZIONE PELLE LATITUDINI 


S3 


L’equinozio di primavera si trova ora nella 
cootcllazione dei Pesci; al tempo della forma- 
zione dei primi cataloghi stellari si trovava 
nella costellazione dell’Ariete. 

La precessione degli equinozii produco un mo- 
vimento della linea che li congiunge; la quale 
non è altro se non l’intersezione del piano del- 
l’equatore con quello dell eclittica, con ciò si 
viene a spostare anche l'equatore o l’asse ter- 
restre, ad esso perpendicolare. Poiché l’obliquità 
dell’eclittica non può variare che entro certi 
limiti, entro gli stessi varierà pure l’angolo che 
l’asso polaro dell’equatore fa coll’asse polare 
dell'eclittica. Entro quei limiti pertanto il detto 
nngolo potrà considerarsi corno costante con un 
corto valore medio. Questo potrà riguardarsi 
come l’apertui a del cono circolale che l’asse 
dell’equatore doscrive attorno all’asse dell’eclit- 
tica, in virtù del moto di precessione. 11 polo 
celeste descriverà quindi sulla sfera celeste una 
curva attorno al polo dell’eclittica, punto della 
costellazione del Dragone, mantenendosi da esso 
ad una distanza angolare di circa 23° 1 / 2 . Noi 
sappiamo ora che quella curva è percorsa in un 
lungo periodo di 25.000 anni, che vien dotto 
l’anno platonico. In questo movimento il polo 
celeste verrà accostandosi od allontanandosi da 
vario stollo, e così anche da quella che per es- 
sergli più vicina oggi si chiama stella polare. La 
nostra odierna stella polare, la maggiore della 
costellazione dell’Orsa minoro, non meritava tal 
nome nell’antichità classica, trovandosi circa a 


84 


ISTORIE DI MONDI 


12° di distanza dal polo celeste, il quale ad essa ] 
si accosterà fino all’anno 2000 del nostro com- 
puto del tempo, per cominciare dopo ad allon- 
tanarsene. Fra 12.000 anni potrà servire come 
stella polare la stella Vega della costellazione 
della Lira, che nei tempi nostri brilla nelle 
notti d’estate sulla parte più alta del cielo me- 
ridionale. 

In conseguenza di questo movimento del polo 
divengono, o cessano di essere visibili allo nostre 
latitudini delle costellazioni che non lo orano 
oppuro lo erano prima. Cosi fra migliaia d’anni 
tornerà ad essere fra noi visibile quella Croce del 
Sud , della quale Dante scrisse : 


Io mi volsi a man destra, e posi mente 
All’altro polo, e vidi quattro stelle 
Non viste mai fuor ch’alia prima gente. 

( Purgatorio , Canto I), 

Sulla visibilità fra noi di questa costellazioi 
Paolo Balada di Saint-Robert, fortissimo e sottile 
ingegno, scrisse una dotta memoria. 

Gli antichi ritenevano questo fenomono della 
precessione come un vero movimento del firma- 
mento stellato intorno ai poli dell'eclittica. Co 
pernico distrusse anche questa illusione, dimi 
strando come l’asse del mondo cambi di direzione 
nello spazio; e Newton chiarì colla legge de 
gravitazione universale la causa di questi cani' 
biamenti. 

La precessione è una conseguenza dell attra- 
zione del più grosso e del più vicino fra i corpi 
del nostro sistema solare — il sole e la luna 


LA VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


85 


__ 8U n a terra, schiacciata ai poli e rigonfia al- 
i-equatore, in unione alla posizione obliqua del- 
l’nsse terrestre rispetto all’eclittica. L attrazione 
esercitata sul rigonfiamento equatoriale, tende 
continuamente a condurre l’asso ad essere nor- 
male all'eclittica, e ciò ha per conseguenza quel 
moto circolare, come può osservarsi, in piccolo, 
in ogni trottola. 

Un altro movimento possiede lasse terresti e 
nello spazio, ed è quello di nutazione, scoperto 
da Bradley alla metà del secolo decimottavo, e 
che si compie in un periodo di 19 anni, una 
rivoluzione dei nodi della luna. 

In questi due grandi movimenti, la Terra in- 
tiera è trascinata dal suo asse ideale, ed intorno 
ai cambiamenti che ossi inducono nello latitudini 
già discorremmo brevemente. 

Veniamo ora ad esaminare corno 1 orizzonte 
tìsico, l'altro degli elementi cho determinano la 
latitudine, possa spostarsi rispetto al polo ce- 
leste. 

II. 

L’immobilità dell’orizzonte fisico presuppone 
l’invariabilità del luogo cui appartiene. La geo- 
logia insogna cho nessun luogo del globo è per- 
fettamente immobile, ma che per moti lentissimi, 
dovuti a varie cause geologiche, ogni porzione 
dolla crosta terrestre va oscillando. Ciò astraendo 
da quei moti violonti (terremoti, frane, lavine, 
eruzioni) dei quali l’uomo fa spesso dolorosa 
esperienza. 


86 


ISTORIE DI MONDI 


Questi movimenti della crosta terrestre, non I 
che gli spostamenti di massa che avvengono sia | 
alla superficie che nell’interno di essa, producono ■ 
colla varia combinazione delle attrazioni, dei , 
cambiamenti nella direzione della normale alla j 
superficie delle acque immobili (superficie (fi . 
livello della gravità) e quindi nella posizione ] 
dell’orizzonte fisico. Le latitudini ne restano! 
quindi localmente e tenuemente alterate. Av- 
vertasi che quei movimenti di massa hanno pure \ 
per effetto di produrre un moto della Terra at- 
torno al suo contro di gravità. In virtù di esso 
vengono a cambiare i punti della superficie ter* J 
rostro che stanno sull’asse terrestre (supposto 
fisso in direzione nello spazio e trascinante con | 
sè la terra rigidamente connessa) o poli terra J 
stri. Gli spostamenti di massa o geofisici influi- 
scono pertanto in quel doppio modo sulle lati- 
tudini: il secondo di essi, più generale, è comune*- 
a tutti i punti della Terra, e le loro latitudini 
se ne devono tutte in vario modo risentire, j 
In virtù del moto della Terra prodotto da 
cause geofisiche, e che va portando sull’asse ter*] 
restre successivamente punti diversi della super- j 
ficie, che a lor volta diventano l’uno dopo l’altro i 
poli terrestri; il polo terrestre descrive sulla 
Terra un certo cammino, e l’asse terrestre sembra^ 
descrivere nell’interno della Terra un corto cono,® 
avente il vertice nel centro di gravità della 
Terra stessa: in realtà l’asse rimane fisso (salvo : 
la precessione e nutazione) e la Terra si muove ‘ 
rispetto ad esso. Così viene a mutare, rispetto ] 


LA VARIAZIONE PELLE LATITUDINI 


87 


politolo, la posizione («orizzonte fisico, 
“ „oi che nelle misure di latitudine miennamo 
i, nf - lo relativa posizione di quei due dati, 
“^constatiamo nelle variazioni di latitudine gli 

^'orizzonte fisico di un dato luogo, pur sup- 
posto immobile, può mutare anche per causa 
diversa da quella considerata pur d.anzi. La su- 
perficie dello acque immobili che quell orizzon 
determina, dipende non solo dalla vana distri- 
buzione della massa terrestre e delle sue par , 
ma altresì dalla velocità di rotazione della Lena 
tutta. Ogni variazione in questa si ripercuote in 
quella modificandola. Ora quella velocita di ro- 
tazione può venire alterata da un non impossi- 
bile mozzo resistente interplanetare, dalla con- 
trazione dovuta al raffreddamento, da urti di 
masso osterne (stello cadenti, bolidi, code di 
comete) e finalmente dagli attriti delle maree 
superficiali ed interne. Non è qui luogo ale- 
sarne dell’efficacia di ciascuna di questo cause. 
Ne basti avvertirò come oggidì si ammetta die 


se la velocità di rotazione della Terra sopra se 
stessa cambia, ciò avviene in modo estrema- 
mente lento ed in ragiono oltremodo debole: e 
riteniamoci autorizzati a trascurare la porzione 
di spostamento dell’orizzonte fisico a quella causa 
dovuta, come insignificante a petto delle altre. 
Vale a dire, per essere esatti, rammentiamoci che 
anche quel fenomono è efficiente, ma in modo 
impercettibile, od ora e forse sempre, sfuggente 
ad una cernita nelle osservazioni. 


88 


ISTORIE DI MONDI 


m. 

Per verificare se le considerazioni teoriche 
precedenti abbiano loro conferma in natura, per 
verificare cioè se la latitudine di un luogo varia 
e come col tempo, è d’uopo paragonare fra di 
loro determinazioni di essa fatte ad intervalli 
di tempo abbastanza lunghi. Per constatare poi 
se tale variazione sia generale, convien poter 
istituire il detto paragone per molti luoghi della 
Terra. Per poter ciò fare occorre anzitutto che 
le latitudini di un medesimo luogo, corrispon- 
denti alle varie epoche, siano fra loro sotto ogni 
riguardo paragonabili ; e così esattamente deter- 
minate che gli errori d’osservazione in esse 
ognora, inevitabilmente, presenti e quelli delle 
costanti che entrano nei calcoli, non mascherino 
la supposta e cercata variazione. 

La storia dell’astronomia mostra che ciò non 
si verifica; vale a dire che non sono fra loro 
paragonabili le latitudini determinate oggi e 
quelle che lo furono anche solo cinque o sei die- 
cine d’anni fa. E ciò nè per istrumenti, nè per 
metodi e valori di costanti adoperate. Quindi 
non reggono le conclusioni dedotte da tali con- 
fronti: e tanto meno quando si ponga mente al 
fatto che profonde elucubrazioni teoriche portano 
ad ammettere che piccole assai siano le varia- 
zioni lente (secolari) della latitudine. Per di più 
essendosi oggidì posto fuori di dubbio che le 


tA VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


89 


latitudini subiscono variazioni di periodi assai 
complicati, per poter paragonare fra loro latitu- 
dini determinate in uno stesso luogo, caeteris pa- 
ribus, conviene saperle liberare e dalle variazioni 
locali, o dall’influenza di quelle variazioni perio- 
diche. Cosa quest’ultima che, mercè i lavori del- 
l'amoricano Chandler, si sa fare oggi con una 
certa approssimazione, tutt’altro, come è naturale, 
che definitiva. 

Rigettando pertanto le osservazioni antiche 
corno non utili allo scopo della determinazione 
de' la variazione delle latitudini, nel Congresso 
geodetico che si tenne in Roma dal 15 al 24 ot- 
tobre 1883, nella seconda seduta, il prof. Ema- 
nuele Pergola, attualo direttore dell’Osservatorio 
di Capodimonte in Napoli, faceva la seguente 
proposta: 

“ I poli dell’asse di rotazione della Terra pos- 
sono essi venir riguardati come sensibilmente 
fissi alla superficie del nostro pianeta, oppure 
sono soggetti per cause geologiche diverse a dei 
movimenti piccolissimi apprezzabili tuttavia coi 
nostri istrumenti più precisi, coi metodi d’osser- 
vazione esattissimi dell’astronomia moderna ? 

* Una soluzione di questa questione nei limiti 
di precisione che al presente comportano le de- 
terminazioni di latitudine, potrebbe evidente- 
mente aversi istituendo di cosiffatte determina- 
zioni, in diversi luoghi scelti convenientemonte 
allo scopo indicato, purché le osservazioni siano 
fatte con istrumenti e metodi uniformi ad epoche 
abbastanza lontane. 


90 


ISTOBIK DI MONDI 


“ Quali che siano i risultati di questi studi, 
essi avranno in ogni caso importanza per i pro- 
gressi della scienza; sia che conducano a con- 
chiudere, secondo l’opinione del maggior numero 
di scienziati, elio i poli dell’asse di rotazione 
devono essere riguardati come sensibilmente fìssi 
alla superficie della Terra, sia che dimostrino 
taluni movimenti debolissimi di questi punti, già 
sospettati da qualche astronomo in vista dei ri- 
sultati ottonuti in parecchi Osservatori sui valori 
delle latitudini. 

“ Se si potesse discutere nella conferenza ge- 
nerale dell’ Associazione Geodetica un programma 
d’osservazioni a farsi allo scopo detto, certamente 
gli astronomi degli Osservatori meglio situati 
per questa ricerca, saranno per ciò stesso invi- 
tati allo studio del problema rammentato 

Il presidente del Congresso, generale Annibaie 
Ferrerò, nominò per l’esame di tale proposta 
una Commissione cosi composta : van Bakhuyzen, 
Christie, Cutts, Schiaparelli e Villarceau; rela- 
tore dei lavori della Commissione fu Giovan Vir- 
ginio Schiaparelli. Dal rapporto dell’insigne uomo 
togliamo i seguenti particolari sul metodo pro- 
posto dal prof. Fergola: 

“ Il progetto del sig. Fergola ha per iscopo 
di eliminare tutte queste numerose incertezze che 
s’accompagnano alle latitudini assolute, appli- 
cando qui lo stesso principio che è stato sì utile 
nelle osservazioni del pendolo ed in molte altre 
ricerche, vale a dire riducendo la questione a 
determinazioni relative, ed alla misura facile ed 


LA V ABI AZI ONE PELLE LATITUDINI ■[ 

esatta di piccole differenze. A tal fine il signor 
Fergola sceglie parecchie coppie di Osservatori 
situati, a pochi minuti all’ incirca, sul parallelo 
medesimo, ma molto lontani in longitudine, ad 
esempio Roma e Chicago, la cui differenza m 
longitudine è 6* 40, mentre in latitudine non dif- 
feriscono che di circa solo 4 minuti d’arco. Se 
ora noi supponiamo due osservatori con degli 
strumenti identici, occupati a determinare le due 
latitudini coll’osservazione simultanea (con inter- 
valli non superiori a qualche ora o qualche giorno) 
delle stelle medesime, la differenza di queste la- 
titudini sarà evidentemente indipendente dallo 
declinazioni delle stelle osservate. E se i duo 
strumenti sono duo strumenti dei passaggi ben 
solidi e ben simmetrici, controllati in azimut da 
mira, impiegati alla maniera di W. Struve, si po- 
tranno evitare non solo gli orrori di rifrazione e 
l’effetto delle loro anomalie, ma anche gli errori 
di divisione dei cerchi, dello viti micrometriche, e 
di flessione del cannocchiale ed infine anche quelli 
della flessione dell’asse e le irregolarità dei perni, 
purché la loro costruzione permetta non solamente 
di invertire con facilità e sicurezza il cannocchiale, 
ma anche d'avvicendare la posizione dei cusci- 
netti stessi. Osservando un sufficiente numero 
di stelle vicine allo zenit, si potrà determinare 
la piccola differenza dello due latitudini con 
molta precisione, che potrà ancora essere note- 
volmente accresciuta collo scambio degli osser- 
vatori e degli strumenti, non altrimenti di quello 
che si fa per le longitudini. Di più se i movi- 


92 


ISTORIE DI MONDI 


menti proprii delle stelle impiegate sono cono- 
sciuti con sufficiente esattezza, si potrà anche 
impiegare un solo osservatore per le due sta- 
zioni, facendo osservare successivamente nell’una 
e nell’altra, purché l’intervallo non ecceda un 
anno. È certo che con una buona organizzazione 
del sistema d’osservazione, la differenza delle 
latitudini potrà ottenersi con una precisione per- 
fettamente paragonabile a quella che si può ot- 
tenere nella determinazione della costante dell a- 
berrazione, con osservaziohi dello stesso genere, 
vale a dire con un’approssimazione di qualche 
centesimo di secondo. K una precisione forse dieci 
volte maggiore di quella di una latitudine asso- 
luta. Ripetendo queste osservazioni una seconda 
volta in capo a 30 o 40 anni, si potranno con- 
statare delle variazioni che richiederebbero per 
essere riconosciute coi metodi ordinari parecchi 
secoli (ciò suppone naturalmente che le condi- 
zioni medie delle località, in quanto esse influen- 
zano le anomalie della rifrazione, restino le stesse 
durante tutto l’intervallo). Quando queste varia- 
zioni della differenza delle latitudini saranno bene 
constatate per parecchie coppie d’Osservatori, 
non vi sarà più la menoma difficoltà a dedurne 
la soluzione del problema proposto sull’ invaria- 
bilità delle latitudini. 

“ Tale è in generale il principio delle opera- 
zioni proposte dal sig. Fergola; i dettagli ulte- 
riori potranno essere studiati dalle persone che 
saranno incaricate di tradurre in atto il progetto. 
Non sarebbe forse necessario di fare queste os- 


LA VAIUAZIONE DELLE LATITUDINI 


93 


servazioni esclusivamente negli Osservatori per- 
manenti ; si potrebbero scegliere altre coppie di 
stazioni poste a un dipresso sul parallelo mede- 
simo, od esattamente sul parallelo stesso, se si 
vuole, e ad intervalli in longitudine di tre a 
dodici oro „. Qui si hanno ancora alcune indi- 
cazioni sulla scelta delle coppie di Osservatori. 

Il Congresso deliberò di far conoscere a tutti 
gli Osservatori la proposta del sig. Pergola ed 
il rapporto del quale abbiamo dato un estratto. 

Solo in maggio 1893 si incominciò a tradurre 
in atto il progetto del sig. Pergola applicando 
il metodo di Talcott per le determinazioni di 
latitudini con due strumenti zenitali identici ap- 
positamente costrutti da Wanschaff di Boriino. 
A Napoli osserva solo il sig. Fergola; in America 
a Ntìw-York il sig. Jacobi ed altri tre osservatori. 

Napoli e New-York differiscono fra loro in 
latitudine di 6' 22". 

In Italia fu istituita una stazione astronomica 
per lo studio della variazione della latitudine 
a Carloforte nell’isola di San Pietro (Sardegna) : 
ne è direttore il prof. Ciscato (1902). 

Se nulla verrà a perturbare il regolare an- 
damento delle osservazioni, prima della metà del 
secolo si potrà sapere se esistono ovvero non 
variazioni secolari delle latitudini. Rimarrà poi 
a vedere quale di tali variazioni, se esistenti, 
sia la legge e quale la causa. 


94 


ISTORIE 1)1 MONDI 


IV. 

Veniamo ora ad occuparci delle variazioni a 
corto periodo delle latitudini (variazioni annuali); 
su di esse ne converrà trattenerci alquanto più, 
perchè più avanzata ne è la conoscenza e molti* 
lavori si hanno che le riguardano. 

La rotazione diurna della Terra si compie, 
come è noto, attorno ad un asse che dicesi di 
istantanea rotazione o di rotazione diurna. Sup- 
poniamo dapprima che la Terra sia nel suo in- 
terno un corpo perfettamente rigido, e che solo 
la sua crosta, sul cui spessore non occorre fare 
ipotesi, possa subire mutazioni di forma e natura. 
Non è d’uopo avvertire che nella crosta è com- 
presa l'atmosfera. Si ammette però che crosta 
e nucleo partecipino come un solo complesso al 
movimento di rotazione: salvo ad introdurre in 
ulteriori investigazioni le varie ipotesi che si 
possono fare sulla rigidità della Terra. Si sa che 
ogni e qualsiasi cambiamento che succede nella 
massa, vien seguito da un corrispondente cam- 
biamento nell’asse principale di stabile rotazione . 1 
Rammentiamo che in meccanica si chiama asse 
principale di stabile rotazione, od asse principale 
d'inerzia quella fra le infinite rette passanti per 
il centro di gravità del corpo, che dà il momento 
d’inerzia massimo. 

11 punto d’incontro dell’asse di stabile rota- 
zione colla superficie terrestre dalla parte nord 


LA VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


95 


dicosi polo settentrionale d’inerzia , per distinguerlo 
dal polo settentrionale di rotazione diurna o polo 
terrestre, quale lo abbiamo definito. 

Se si ammette, come prima ipotesi, che in un 
dato istante l’asse di stabile rotazione coincida 
con quello di rotazione diurna (d’istantanea ro- 
tazione), quella coincidenza si conserverà finche 
nessun cambiamento o spostamento avvenga nella 
massa terrestre. Ogni variazione in detta massa 
produce un distacco di quei due assi. Avvenuto 
questo distacco, si presentano due casi circa 
quanto può avvenire dopo. 

Si può dapprima considerare il caso teorico, 
che dopo il distacco cessi ogni lavorìo geofisico, 
od in altre parole, che la massa terrestre divenga 
perfettamente rigida. In questa supposizione, 
l’asso di stabile rotazione rimarrà di poi inva- 
riato nell’interno del corpo, e fissi alla superficie 
di questo i poli corrispondenti. Occorre dopo con- 
siderare il caso della natura, che cioè avvenuto 
una volta tale distacco (se pur la coincidenza 
dei due assi si verificò mai, a tutto rigore, per 
più di un istante), continuino, alla superficie e 
nell’interno della Terra, i moti che le forze della 
natura vi producono. Euloro ha per il primo stu- 
diato il caso teorico, nelle ipotesi che la Terra 
sia un corpo assolutamente rigido e dell’egua- 
glianza dei due momenti d’inerzia equatoriali. 
Legendro in un’opera posteriore a quella di Eu- 
lero tratta il problema studiato da questi e giunge 
a risultati concordanti con quelli del grande ma- 
tematico tedesco. 


96 


ISTORIE DI MONDI 


Eulero è giunto, colle accennate ipotosi, a questo 
risultato essenziale : Il polo terrestre d istantanea 
rotazione (diurna) deve descrivere attorno al polo 
d’inerzia un circolo intero sulla superficie terrestre , j 
nel periodo di circa 10 mesi. La velocità di ro- 
tazione attorno all’asse d’istantanea rotazione è 
costante. L’ultimo periodo del teorema equivale 
a questo: La lunghezza del giorno siderale è co- 
stante. Questo fatto è la base dell astronomia 
pratica e della misura del tempo; esso è confer- 
mato dall’esperienza. 

Si constatarono in astronomia alcuni fenomeni 
secondarii, che sembrano non potersi spiegare 
che con una minutissima alterazione nella durata 
del giorno siderale. Questa a sua volta ripete 
sua origine da cause (attrito delle maree, e feno- 
meni geofisici) delle quali fino a questi ultimi 
tempi, non si era tenuto alcun conto. 

Introducendo i valori numerici osservati della 
precessione lunisolare e della nutazione nelle 
espressioni analitiche di questi fenomeni (le quali 
contengono come parametri i rapporti dei mo- 
menti d’inerzia della Terra ed il rapporto delle 
masse terrestre e lunare) si deduce il valore di 
tali rapporti e dal primo di essi colla teoria dol 
moto rotatorio dei corpi rigidi si ricava il periodo 
di Eulero di 10 mesi, e da questo il teorema 
seguente: l’asse di rotazione istantanea (diurna) 
descrive , in un anno, intorno all’asse di stabile 
rotazione (di massimo momento d’inerzia) un an- 
golo apparente di 432°, 8. 

L’indiscutibile fissità in direzione (salvo la pre- 


I,A VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


97 


.•esisione e lft nutazione) nello spazio dell’ asse 
terrestre d’istantanea rotazione, ed il moto in- 
vece reale della Terra attorno al proprio centro 
di gravità rondo ragione della parola apparento. 
Il teorema potrebbe enunciarsi anche più rigo- 
rosamente come segue: 

Il polo terrestre viene in un anno a trovarsi 
successivamente in punti della superficie terre- 
stre posti sopra un arco di cerchio, descritto 
attorno al polo d’inerzia come centro o dell’am- 
piezza di 432°, 8. La teoria e taluni dati danno 
fondate ragioni a credere che il raggio sferico 
di quel cerchio, sia una non grossa frazione di 
minuto secondo d’arco. 

Da questo cambiamento periodico circolare di 
sito del polo terrestre derivano evidentemente le 
seguenti conseguenze: 

1° Una periodica variazione delle latitudini; 

2° Una corrispondente oscillazione periodica 
del livello del mare. 

Vediamo ora che cosa abbia constatato l’os- 
servazione circa una variazione periodica delle 
latitudini. Bessel, con insufficienti elementi, tentò 
per la prima volta la determinazione numerica 
del periodo di 304 giorni. Peters trovò per il 
primo un valore approssimato di quella durata 
combinando insieme le costanti della precessione 
e della nutazione. 

^el 1820-21 Bessel istituì a Konigsberg delle 
osservazioni sulla posizione del piano del meri- 
diano rispetto ad una direzione determinata da 
mire collocate nei dintorni e nel piano del me- 

Za* arri Biakco, /storie di mondi 


98 


ISTORI® DI MONDI 


ridiano, in un dato istante. Se si suppone che 
le mire giacenti in un dato istante noi piano 
meridiano, non subiscano spostamenti locali (il j 
che per un certo numero d’anni, salvo casi ec- 
cezionali, si può ritenere avvenga in modo quasi 
assoluto), se tutta la Terra si muove attorno al 
suo centro di gravità, e quindi si sposta rispetto 
al polo celeste, la posizione di quelle mire ri- 
spetto ad esso muterà, come muta il polo ter- 
restre. E se il moto accennato della Terra e 
periodico e tale da produrre il periodo di Eulero, 
la mira meridiana dovrà apparire ora a destra 
ora a sinistra della direzione che nell’intervallo 
rimane sensibilmente fissa, del polo nord celeste, j 
Bessel, a mezzo di un cerchio meridiano di hei- 
chembach, cercò di constatare quegli spostamenti; 
ma, malgrado la grande esattezza delle sue os- 
servazioni, non ne constatò alcuno: e giunse alla 
conclusione che l’angolo fra l’asse d’istantanea 
o quello di stabile rotazione non poteva supe- 
rare un quarto di secondo d’arco. Poco tempo 
prima, nel 1818, Bessel aveva pubblicato un la- 
voro sull’influenza delle variazioni della massa , 
terrestre sulle latitudini geografiche. In esso egli 
dimostrò che per produrre uno spostamento del- 
l’asse di stabile rotazione dell’importo di un se- 
condo, occorrono movimenti di masse cosi enormi, 
che per questo riguardo, tutto quanto si poteva 
operare dagli uomini sulla Terra, rimaneva insi- 
gnificante affatto. Bessel non considerò i grandi 
trasporti di matoria prodotti dai fenomeni geo- I 
fisici, sui quali daremo un cenno più avanti. Da i 


LA VARIAZIONE PELLE LATITUDINI 


99 


suoi lavori posteriori si deduce che egli dubitava 
della possibilità di dimostrare la variazione del- 
l'asse terrestre secondo il periodo di Eulero. Uno 
dei suoi ultimi lavori fu una nuova determina- 
zione delln latitudine di Kiinigsberg, dal 1841 al 
1843 eseguita con cura particolare al circolo 
meridiano di Repsold; ed in esso la latitudine 
viono riguardata come costante. 

Il prof. Carlo Brioschi, primo direttore della 
Specola di Capodimonte in Napoli, nel tempo 
1824-26, accenna a possibilità di variazioni della 
latitudine, ed anzi ammette che essa possa essere 
e secolare ed a breve periodo. Egli crede poi 
di poter ritenere la latitudine come invariabile 
annualmente, o che la variazione a lungo periodo 
non sia sensibile nel giro di qualche anno e forse 
nemmeno di qualcho secolo. 

Verso il 1840 cominciarono all’Osservatorio 
di Pulkowo presso Pietroburgo, quelle osserva- 
zioni astronomiche veramente modello col circolo 
verticale di Ertel, che ancora oggi vi si conti- 
nuano, e che hanno, fra altri fini, anche quello 
della ricerca della variazione delle latitudini geo- 
grafiche, prodotta da movimenti del polo d’istan- 
tanea rotazione alla superficie del globo terrestre. 

I nomi dogli astronomi Peters, Gyldèn e Nyrèn 
sono lodevolmente legati a quegli esattissimi 
studi. 

Peters diede un investigazione minuta delle os- 
servazioni a Pulkowo negli anni 1841 e 1842, che 
sembra indicare per quell'epoca una deviazione 
dell'asse d’inerzia dall’asse terrestre di circa 3 / 40 ". 


100 


ISTORIE DI MONDI 


Ma egli stesso s’avvide, che malgrado la grande 
accuratezza delle osservazioni, la sua sene era 
troppo corta per poter separare quell influenza 
periodica di dieci mesi, o del periodo Euleriano 
come suol dirsi, dalle altro influenze periodiche. 
Nè più concludenti furono per questo rispetto 
le osservazioni di Gyldèn e Nyrèn, e la discus- 
sione fatta da Downing di una sene decennale 
di osservazioni. Clerk Maxwell da osservazioni 
da lui eseguite a Greenwich negli anni 1851-o4, 
trovò una piccola traccia di un piccolo angolo 
fra i due assi, ma differente tuttavia in fase da 
Ciucilo che la deviazione indicata da 1 etere, se 
reale e permanente, avrebbe dovuto produrre 
al tempo in cui osservava Maxwell. Egli pur 
notando come dalle sue osservazioni risultai* 
che durante quegli anni nessuna variazione della 
latitudine aveva potuto aver luogo, che salisse 
a mezzo secondo d’arco da una parte o dall altra 
della posizione media dell’asse, avvertiva che 
questo risultato non era una obbiezione ad una 
possibile variazione della latitudine del detto 
valore, ma anzi all’opposto un debole indizio d. 
ciò che in ciascun anno dei quattro suddetti si era 
verificato un minimo di latitudine. Lord Kelvin 
(William Thomson) rammenta osservazioni tat 
da Newcomb a Washington dal 1862-67 per lo 
scopo che ci occupa. Nyrèn crede che gli ole- 
menti del periodo decimensuale sono molto pio i 
babilmente soggetti ad oscillazioni la cui or.gine 
non è ben chiarita. Lord Kelvin e Gyldon, pen 
«fino con molta ragione, che causa di tali oscil 


LA VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


101 


lazioni possono essere le variazioni temporarie 
causato dai procedimenti meteorologici e geolo- 
gici alla superficie della Terra e dai moti di 
marea di fluidi nel suo interno. Lord Kelvin, a 
questo riguardo cosi si esprime: “ Vi è in realtà 
una vera ragione, nei cambiamenti temporanei del 
livello del mare, dovuta a cause meteorologiche, 
principalmente venti, ed al fondersi dol ghiaccio 
nelle regioni polari, e corrispondente evapora- 
zione, che sembra bastare ampiamente a render 
conto di deviazioni comprese fra 1 /* /> ec l '/so", 
dell'asse terrestre istantaneo da quello di mas- 
sima inerzia, o come dovrei meglio dire, dell'asse 
di massima inerzia da quello istantaneo 

Il periodo decimensunlo od Euleriano fu stu- 
diato nell'ipotesi della Terra rigida ed in quella 
che avvenute una volta il distacco dell’asse di 
stabile rotazione da quello d'istantanea rotazione, 
la loro posizione relativa rimanga invariata, vale 
a dire che dall’istante di quel distacco, il la- 
vorio geologico-meteorico o geofisico- terrestre, 
dal quale dipende la posizione dell’asse di sta- 
bile rotazione, sia cessato o divenuto insignifi- 
cante. Ipotesi questa assolutamente contraria a 
quanto succede in natura, essendo invece inces- 
sante il lavorio geofisico e quindi continuo lo 
spostarsi dell'asse di stabile rotazione nell'interno 
della Terra. Il polo di stabile rotazione verrà 
così ad essere situato in punti diversi della su- 
perficie terrestre ; e nel moto della Terra attorno 
al suo centro di gravità che deriva da tali cam- 
biamenti, sull’estremità dell’asse terrestre (polo 


ISTORIE DI MONDI 


terrestre), asse che si ammette sempre fisso in 
direzione nello spazio e passante pel centro di 
gravità) verranno continuamente a trovarsi altri 
punti della superficie terrestre. A questo modo 
il polo terrestre verrà successivamente portato 
a coincidere con punti che costituiranno una 
curva assai complicata, che sarà sulla superficie 
terrestre la traiettoria del polo terrestre ; curva 
complicata, dicemmo, e ciò in virtù del moto 
Euleriano, o della non rigidità perfetta della 
Terra. I matematici e gli astronomi si sono con 
profonde investigazioni occupati di tale questione, 
colla quale va strettamente connessa la suppo- 
sizione che si fa sulla costituzione della Terra, 
a seconda cioè che si ammette la sua perfetta 
rigidità, o plasticità totale ovvero parziale. 

L’indole di quei lavori, in cui si mostra tutta 
la mirabile forza dell’analisi matematica moderna, 
non ci permette qui che di menzionarli e ricor- 
dare che essi sono dovuti a quei matematici ed 
astronomi insigni che sono Schiaparelli, Darwin, 
Gildèn, Lord Kelvin. 

Ne piace qui ricordare che recentemente due 
esimii professori italiani G. Peano e V. Volterra, 
si occuparono in varii scritti pregevolissimi delle 
teorie meccaniche del moto del polo terrestre, 
sul quale è molto suggestivo un breve e quasi 
odierno lavoro del signor Picart. 

V. 

Esposto cosi rapidamente e sommariamente 
quanto si sa circa le variazioni secolari (a lungo 


LA VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


103 


periodo) della latitudine ed accennati i lavori 
teorici circa quelle a corto periodo, passiamo ad 
esaminare se l’osservazione abbia in questi ultimi 
anni constatato alcunché circa a variazioni a 
breve periodo, in qualche modo affine al pe- 
riodo Euleriano. Il primo a mettere in luco 
resistenza di variazioni a corto periodo dolla 
latitudine, fu il prof. Nobile astronomo all’Osser- 
vatorio di Capodimonte in Napoli nel 1885. Nella 
prefazione al suo lavoro il professore Nobile 
scrive quanto segue: * Pubblico le presenti ri- 
cerche (in parte iniziate fortuitamente) le quali 
accennano ad una variazione annua della latitu- 
dine intorno ad un medio che alla sua volta po- 
trebbe pure essere variabile. Tuttavia quest o- 
puscolo non dove essere considerato che come 
un invito agli astronomi di esaminare il valore 
della latitudine in diverse epoche dell’anno, riser- 
bando qualunque studio d’insieme fino a che il 
fatto sia incontrastato „. 

Più oltre leggiamo le considerazioni seguenti, 
che crediamo vero pregio dell’opera il riportare 
qui. 

“ Capitolo I. Preliminari. — 1. Nella memoria 
da me pubblicata al principio del 1884 io con- 
chiusi che la latitudine di Capodimonte dal 1820 
al 1883 non aveva sensibilmente variato, almeno 
dentro i limiti di precisione delle osservazioni 
moderne. Con ciò io non intendeva di entrare nel 
concetto di un valore variabile della latitudine, 
ma implicitamente ammettevo di parlare di un 
numero costante, almeno in intervalli di tempo 


ISTORIE DI MONDI 


104 

non lunghissimi. Le ricerche che qui imprendo 
ad esporre (in parte iniziate fortuitamente) tendono 
a provare, essere probabile che la latitudine di un 
punto della Terra sia un elemento variabile nel- 
l’anno dentro certi limiti e che questi limiti, nello 
stato attuale dell’astronomia o della geodesia, 
non comprendano quantità assolutamente tiascu- 
rabili Il prof. Nobile stesso, il prof. Pergola 
od il dott. Angelitti si occuparono poi ancora 
della variazione della latitudine dell Osservatoiio 
di Capodimonte in Napoli. 

Nel 1888 il dott. Kiistner, astronomo a Ber- 
lino, pubblicò sulla variazione della latitudine un 
importantissimo lavoro. In questo, a conferma 
degli studi di Nyrèn e De Ball per Pulkovo, 
trovò che la latitudine di Berlino era nella pri- 
mavera del 1882 di circa due decimi di secondo 
più grande che nella medesima stagione del 
1880-81. Dalla primavera del 1884 a quella del 
1885 la latitudine di Berlino risultò al dot- 
tore Kiistner diminuita di circa due decimi di 
secondo. 

Questi fatti destarono vivo interesse negli astro- 
nomi e nei geodeti; e la questione fu nel 1888 
portata davanti alla Commissione permanente 
dell’ Associazione Geodetica internazionale radu- 
nata a Salzburg nell’autunno di quell’anno e 
d’allora in poi rimase all’ordine del giorno di 
tutte le adunanze di quella Associazione. 

Si fu per incarico di essa che il dott. Marcuse 
fu inviato ad Honolulu a determinarvi la latitu- 
dine dal maggio 1891 al giugno 1892. A ciò si 


Là V ABI AZIONE DELLE LATITUDINI 


105 


fu indotti da dubbi che erano sòrti circa le con- 
statato variazioni della latitudine, che alcuni vole- 
vano prodotte da cause meteorologiche o con- 
seguente alterazione della rifrazione, altri, da 
variazioni locali nella direzione della verticale, 
causo che non avrebbero potuto influire che su 
stazioni relativamente vicine, come quelle appunto 
nelle quali si erano constatati piccoli mutamenti 
nel valore della latitudine. Se questi piccoli mu- 
tamenti, invece, fossero stati cagionati da un moto 
della Terra che avesse portato sull’asse terrestre 
un punto della superficie di essa, diverso da 
quello che visi trovava prima, a Honolulu, distante 
in longitudine 171° e Vi w di Berlino, il loro 
andamento doveva essere in senso opposto e pres- 
soché uguale a quello che con osservazioni con- 
temporaneo venisse notato a Berlino. Contempo- 
raneamente si osservava per lo stesso scopo a 
Praga e Strasburgo. Si giunse col confronto delle 
osservazioni di Honolulu e Berlino al seguente 
importantissimo risultato, che cioè: le variazioni 
della latitudine geografica di Honolulu procedono 
direttamente opposte alle variazioni di latitudine 
constatate a Berlino e nelle altre stazioni tedesche. 
Con ciò veniva posto fuori di dubbio lo sposta- 
mento del polo sulla superficie terrestre. 

Dopo d’allora gli studi hanno preso un vigorosis- 
simo impulso, nuove osservazioni, nuove indagini, 
discussioni di lunghe serie di osservazioni ven- 
nero istituite, con risultati ora sì ora no concor- 
danti. Fra queste va menzionata quella dell’astro- 
nomo americano Chandler, cui fu conferita la 


106 


ISTOBIE DI MONDI 


medaglia Watson dall’Accademia Americana Na- 
zionale delle Scienze, nonché la medaglia d’oro 
della Società Reale d’Astronomia inglese nella 
seduta del 14 febbraio 1896. Traduciamo qui dal 
giornale Science (1895, voi. II, pag. 477), il rias- 
sunto dello stato della questione, nella relazione 
degli astronomi B. A. Gould, A. Hall e S. New- 
comb, che formavano la Commissione per l’ag- 
giudicazione della medaglia. 

Avvertiamo che in questa relazione si menziona 
il moto dell’asse nell’interno della I erra, come 
suolsi dai geometri ed astronomi, senza notare 
che questo moto è apparente, e che in realtà è 
la Terra, come già avvertimmo parecchie volte, 
che si muovo attorno al suo centro di gravità, 
mentre l’asse terrestre rimane fisso in direzione 
nello spazio sempre passando pel centro di gra- 
vità della Terra. 

1. TI fenomeno della variazione della latitu- 
dine non è locale, nè regionale, ma concerne 
tutta la Terra, esso proviene da uno spostamento 
dell’asse di rotazione rispetto all’ asse principale 
d’inerzia di ossa, e non da un cambiamento di 
direzione del primo nello spazio. 

2. Sebbene l'asse di rotazione sia fisso in 
direzione dello spazio, esso descrive una rotazione 
attorno all’asse d'inerzia in un periodo di 428 
giorni. Questo moto è circolare, con un raggio 
medio di circa 14 piedi (4 m ,27) ed è diretto da 
West ad Est. 

3. Contemporaneamente a questa rotazione 
la posizione del polo principale d inerzia si muove 


LA VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


107 


sulla superfìcie terrestre attorno ad una posizione 
inedia in periodo di un anno. Questo movimento 
avviene egualmente da West ad Est, ma lungo 
un'ellisse che è tre o quattro volte più lunga 
che larga, l'asso maggiore misurando circa 25 
piedi (7“,625) ed il minore 8 piedi (2 m , 44). At- 
tualmente l’asso maggioro è inclinato al meri- 
diano di Greenwich di circa 45°. Il movimento 
è centrale od ubbidisce alla leggo, che i tempi 
sono proporzionali alle aree descritte dal raggio 
vettore intorno al centro dell’ellisse. 

4. Tanto il raggio come il periodo del moto 
circolare della rivoluzione di 428 giorni sono 
simmetricamente variabili ; il raggio fra circa 8 
e 18 piedi (2 m ,44 e 5 m ,49), il periodo fra circa 
423 e 434 giorni, in una lunga èra di probabil- 
mente circa 66 anni. In questo moto disuguale 
la velocità angolare è media, quando la grandezza 
del circolo è minima, e massima, quando il cir- 
colo ha la sua dimensione media. 

5. In simil guisa esistono simultaneamente 
variazioni nelle dimensioni apparenti e nella ve- 
locità del periodo annuo, che sono complemen- 
tari con quelle della rivoluzione di 428 giorni, 
ma il materiale d’osservazioni ora disponibile non 
permette di decidere se esse siano il risultato di 
reali variazioni nella forma e nelle dimensioni 
deH'ellisse, o l’effetto di un movimento degli 
apsidi a lungo periodo. Tutto ciò che si può dire è 
che le osservazioni durante cinque anni mostrano 
che la linea degli apsidi o è fìssa, ovvero, se 
variabile, compie una lentissima rivoluzione. 


108 


ISTORIE DI MONDI 


6. Oltre questi due movimenti di periodi re- 
lativamente brevi, appare distintamente un terzo 
moto di rotazione, in un tempo molto piii lungo, 
probabilmente in circa 12 anni, con un raggio 
da 12 a 15 piedi (3 m ,66 a 4™, 575), che uguaglia 
simili indizi di variazioni lente, che sono state 
scoperte da altri investigatori. 

T fatti cosi stabiliti sono il risultato della in- 
vestigazione di un grandissimo numero di os- 
servazioni, estendentisi su tutto il tempo dal 
principio dell’astronomia pratica esatta fino ad 
oggi, ed esauriscono in realtà tutto il materiale 
che, per l’attuale questione, può ricavarsi dagli 
annali astronomici. 

Per questo rapporto vedasi anche il giornale 
Observatory, luglio 1895. 

Ai lavori di Chandler il dott. Marcuse ha fatto 
delle critiche che taluno credette eccessivamente 
severe, mentre da altri si ritengono confermate 
da osservazioni posteriori. 

Il dott. Albreeht, ha di recente pubblicato 
un lavoro intorno al moto del polo negli anni 
1890-95. Esso mostra quanto sia complicato il 
percorso di esso polo. L avvenire ci insegnerà 
se vi sia in esso la regolarità trovata da Chandler 
od un’altra o nessuna. 

Solo quando ciò sia avvenuto, e sia chiarita 
la questione della variazione secolare delle lati- 
tudini, si potrà sceverare le variazioni comuni a 
tutti i punti della Terra da quelle locali, e ve- 
dere se sia o non il caso di applicare ad una 
latitudine determinata in una data epoca, una 


LA VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


109 


certa correzione funzione del tempo, per ridurla 
a quella che sarebbe se il polo rimanesse fisso, 
pel paragone di osservazioni ad epoche lontano. 
Rimarrà poi, problema difficilissimo, a determi- 
nare di dette variazioni e delle loro leggi le 
cause, il che nell'ignoranza in cui siamo sulla 
costituzione interna della Terra, e sui mutamenti 
e deformazioni elio il tempo produco nella Terra 
stessa e nella sua atmosfera, sarà tutt'altro che 
cosa facile. Sono pertanto vere più che mai le 
parole di Delambre: 

Les deux questiona de la grandeur et de la 
figure de la Terre, qui excrcent depuis longtemps 
les astronomes et les géomètres, paraissent de na- 
ture à n’étre jamais épuisées (1806). 

Trattando del periodo Euleriano del moto del 
polo scrivemmo che una delle conseguenze di 
esso sarebbe una corrispondente oscillazione pe- 
riodica nel livello del mare. Una marea del pe- 
riodo di 304 giorni è finora interamente scono- 
sciuta. Perì) in questi ultimi anni, il signor van 
de Sande Bakhuyzen, direttore dell’Osservatorio 
di Leida, volle esaminare dal punto di vista della 
ricerca di essa le osservazioni del mareografo 
fatte durante trentotto anni, dal 1854 al 1892, 
a Ilelder, ed ha trovato un andamento periodico 
che si accorda assai bene con quello di 431 giorno 
circa, da lui stesso trovato per la latitudine; 
arrivando circa quest’ultima ad alcune conclu- 
sioni, non perfettamente concordanti con quelle 
di Chandler. Nè ciò deve recar meraviglia, quando 
si pensi alla complicazione dell’argomento, ed 


110 


istorie di mondi 


alla difficoltà od impossibilità quasi di eliminare 
gli errori sistematici delle osservazioni, spesso 
istituite con metodi, istrumenti e fini diversi o 
delle costanti. 

La ricerca delle variazioni del polo è ora nelle 
mani dell’Associazione Geodetica internazionale; 
da questa splendida creazione di Bayer verrà 
senza dubbio, per quanto la scienza il consente, 
la soluzione di questa importante e difficile que- 
stione che tanto interessa l’astronomia, la geo- 
desia e la geofisica. 

Chi sia desideroso di più ampia informazione 
sull’argomento della variazione delle latitudini, 
troverà estesi appunti bibliografici nello scritto 
del dott. Michele Rajna intitolato: La riunione 
della Commissione permanente dell’ Associazione Geo- 
detica Internazionale in Innsbruck, stampato nol- 
l’annata I della Rivista Geografica italiana , nonché 
nello scritto La variazione delle latitudini del- 
l’autore del presente articolo, apparso nel Cosmos 
di Guido Cora, Serie D, voi. IX. Per quanto si 
è fatto in Italia, vedi il pregievolissimo recente 
scritto del prof. Celoria nella Rivista di I olografia 
e Catasto, 1902. 

La Rivista di Topografia e Catasto poi pub- 
blicò nel voi. V la traduzione di un interessante 
lavoro del dottore Marcuse, dovuta all’ing. Guar- 
ducci. I Rendiconti dell’Associazione Geodetica 
Internazionale ed il periodico Astronotnische A ach- 
richten, sono le pubblicazioni che danno lo stato 
corrente della questione, i cui elementi teorici 
si possono trovare nel classico Trattato di geo- 


LA VARIAZIONE DELLE LATITUDINI 


111 


desia del dottore Hehnert e nel voi. II della Mec- 
canica celeste del sig. Tisserand (1). 


(1) Il dott. Albreoht di Berlino pubblica ogni anno dei 
rapporti sulla variazione , 'delle latitudini; ultimamente 
(1902 III) il prof. Kimura scoprì un periodo annuo. — 
All'avvenire ed a lunghe serie d’osservazioni è serbata 
la soluzione di tutte le questioni riguardanti questo 
importantissimo ed interessante argomento. 


S rtìm ,m.TTTT..n'-Tin>TTmmt^rWm,mmTT......nT,n>m 


LE COMETE 


... »ppar nitida a liscia ..... 
l,a gran volta del ciel, la notte è cheta, 
Lucori le stelle, un'ìgnea cometa 
Obliquamente il cupo etere striscia. 

(Abiuro Gius, PUmctut mundi). 


I. 

Ad un’ora dopo la mezzanotte del 2 dicembre 
1680 una gallina in Roma fece un uovo. Prego 
i lettori cortesi di non ridere, perchè quell’uovo 
era un uovo fenomenale, cosi, che sebbene un 
pochino meno famoso di quello di Colombo, ha 
pur tuttavia nella storia un posto eminente, tanto 
che dovendo discorrere delle comete io non posso 
tacerne. Di quest’uovo adunque si parlava tanto 
in Roma che ne fu scritto al Nunzio apostolico 
a Parigi, ove levò tanto rumore che il Journal 
des savants, posto sotto il patronato dell Acca- 
demia delle scienze, nel suo numero del 20 gen- 
naio 1681, non potè fare a meno di pubblicarne 
un disegno e di dare ai suoi lettori la seguente 
notizia di esso: 

La nuit du lundi 2 décembre derider, environ les liuit 
heures (qui répondent à uue heure apr'es minuit selon 


LB COMETE 


113 


n6tr« manifero de compter), une poule qui n’avait jamais 
encore faitfl d’asufa, aprfes avoir ohanté d’une facon extra- 
ordinnire ensuito d’un grand brnit, fit un reuf d’une 
grosseur beaucoup au delà de la nature, marqué non pas 
dune comfete corame le peuple l'a cru, mais de plusieurs 
étoiles, ninsi que la figure le représente. Si tout cela 
est bien vrai, ce ne serait pas le premier prodige de cette 
nnture qui aurait pani en Italie, pendant les eclipses 
ou les comfetes, car sana parler dea croix qui paruront 
en Calabre sur lo linge lora de la comfete de 1669, on 
i. fait voir autrofoia à M. Cassini dans la ville de 
Bologne une coque d’ceuf sur laquelle on voyait un soleil 
en relief parfaitement bien marqué et on l’assura quo 
cot a«uf avait été pondu dans le temps d’une eclipse. 

Dopo ciò io raccomando agli ostetrici che ve- 
dono tanto addentro a così segrete cose, a non 
persistere, contro l’evidenza, nel negare l’ in- 
fluenza degli astri sui caratteri dei nascituri. 

Cho che ce sia di questo famigerato uovo, 
sta il fatto che sul finire del 1680 brillò sul 
firmamento una stupenda cometa. La vide per 
il primo Gottifredo Kirch, figlio di un sarto ed 
astronomo valoroso, il 4 novembre 1680 in Co- 
burgo. Evelio e Dòrfel non la osservarono che 
il 2 dicembre dell'anno medesimo. 

Questa cometa è talvolta detta cometa di New- 
ton. non tanto perchè egli la osservò, quanto per- 
chè egli mostrò su di essa l’applicabilità della sua 
gran leggo della gravitazione universale a questa 
specie di astri, e calcolandone l’orbita, e pro- 
vando che al passaggio della cometa per il punto 
del suo cammino più prossimo al sole, le super- 
ficie dei due corpi celesti dovevano essere molto 
vicine. Risultò dai calcoli di Newton che quella 

Zahotti Bulico, Istorio di mondi a 


114 


ISTORIE DI MONDI 


cometa descrive attorno al Sole un’orbita ellittica 
così allungata da essere indistinguibile da una 
parabola. A lui pertanto s’applicano con giustizia 
i versi del poeta Thomson: 

He, first of men, with awful wing pursued 
The comet througk thè long eUiptic curve, 

As round innum’rous worlds he wound his way; 

Till, to thè forehead of our ev’uing sky 
Returned, thè blazing wonder glazes anew 
And o’er thè trembling nations shakes dismay (1). 

Con questo verso ultimo il poeta accenna ad 
una parte importantissima che questi astii hanno 
avuta nell’ istoria dello superstizioni umane. 

Ecco che cosa ne scriveva Giovanni Celoria 

nel 1873: 


Per un tempo lunghissimo le comete furono ritenute 
segnali precursori degli avvenimenti più importanti. Esso 
annunziavano le guerre, le sedizioni, ì movimenti inte- 
stini delle repubbliche, presagivano le fami, le pestilenze, 
tutti i più gravi mali dell'umanità ; alla morte di un 
principe o di altro grande della terra precedeva 1 appa- 
rizione di una cometa; le comete furono una specie di 
oracolo universale, ed in esse si leggeva l’avvenire, come 
nelle storie il passato. 

Queste idee nacquero dall’opinione di Aristotile, che 
riguardava le comete come corpi effimeri, formati dalle 


(1) * Egli, primo fra gli uomini, con sublime volo, segui 
la cometa lungo l’immensa curva ellittica, come avvol- 
gente il suo cammino attorno ad innumerevoli mondi. 
Finché ritornato il fiammeggiante portento brilla di 
nuovo sulla fronte del nostro cielo di sera, e semina 
sgomento sulle tremanti nazioni 


LE COMETE 


115 


esalazioni atmosferiche, accresciuta di tutti gli errori 
dei Caldei o vestita di tutte le follie dell’astrologia giu- 
diaiuria. Le si incontrano presso i Greci e presso i Ro- 
mani ; in Europa dominano universalmente ancora nel 
secolo dccimosesto, e in sul principio del decimottavo se 
ne trova ancora una traccia manifesta. Gli spiriti più 
illustri non se ne seppero svincolare c le cronache di 
tutti i tempi fanno npertn testimonianza di così stolte 
credenze. 

Giuseppe De Maistre (1754-1821), che aveva 
il fanatismo del passato, sosteneva ancora, ag- 
grappandosi allo vecchie opinioni, che le comete 
sono segni dell’ira di Dio e che l’astrologia non 
è assolutamente chimerica (1). 

Dante non accenna alla credenza nell’influenza 
dello comete nè nella Divina Commedia, nè nel 
Convito; una sola volta, parmi, nomina le comete 
nel suo poema, e si è al canto ventiquattresimo 
del Paradiso, verso 12: 

rianimando forte a guisa di comete. 

Intorno a questo verso i commentatori sono, 
come al solito, in disaccordo, e spropositano na- 
turalmente in fatto d’astronomia. Nel canto se- 
dicesimo del IMrgatorio il sommo Ghibellino si 
esprime energicamente contro la credenza nell’in- 
flusso degli astri. 

Quosto silenzio è tanto più notevole inquan- 
tochè durante la sua vita furono viste ben due 


(1) Soirées de Saint-Pétersbourg, 3* edizione, to. Il 

pag. 317. 


116 


ISTOBIE DI MONDI 


comete, l’una nel primo semestre del 1299 e 
l’altra nell’autunno del 1301. 

Milton (1608-1674) accenna ancora a quelle 
credenze. 

Descrivendo l’ incontro ostile fra Satana o la 
Morte davanti alle porte dell’inferno egli scrive: 

On thè other side 

Incensed witli indignation, Satan stood 
Unterrified and like a comet burned, 

That firea thè length of Ophiuchus huge 
In thè arctic sky, and from bis horrid hair 
Shakes pestilence and war. 

( Lost Paradise, II, 706, 11) (t). 


Un dotto cultore dell’ astronomia e recentis- 
simo commentatore di Milton, il signor Orchard, 
scrive a proposito dei versi sopra trascritti quanto 
segue : 

Ofiuco (il Serpentario) è una grande costellazione che 
occupa una regione piuttosto povera del cielo al sud di 
Ercole. Essa ha una lunghezza di circa quaranta gradi 
ed 'e rappresentata dalla figura di un uomo che tiene 
un serpente in ciascuna mano. Non è facile immaginai 
perchè Milton abbia assegnato la cometa a questa co- 
stellazione poco interessante; forse egli ne ha vista una 
in questa parte del cielo, ovvero il suo orecchio poetico 
avvertì che l’espressione Ophiueus tinge, che ha intorno 


(1) Milton, Paradiso perduto, traduzione di Andhe4, 


Mafff.t : 

Qual sanguigna cometa allor che infuoca 
Là nell’artico ciel la smisurata 
Plaga d’Ofiuco, e guerre e morbi scuote 
Dalle sparte criniere. 


LE COMETE 


117 


a nè un ritmo ponderoso, era ben appropriata per la 
descrizione poetica di una cometa. 

La sola altra allusione ad una cometa che ri- 
scontrasi nel Paradiso perduto, si è quando il 
Cherubino discendeva a prender possessione del 
Giardino, prima dell’ allontanamento di Adamo 
ed Èva : 

Ficrce uh comet; which with torrid heat, 

And vapour as thè Lybian air adust 
Beffali to pareli that temperate chinate (1). 

Quost’azione di produrre arsura attribuita alle 
comete ritroviamo nella Gerusalemme liberata del 

Tasso : 

Spenta e del ciel ogni benigna lampa; 
Signoreggiano in lui crudeli Btelle, 

Onde pim? virtù ch'informa e stampa 
L'nria d’impresslou maligne e felle. 

Cresce l’ardor nocivo, e sempre avvampa 
Più mortalmente in queste parti e in quelle: 

A giorno reo notte più rea succede, 

E di pepgior di lei dopo lei vede. 

Ottava che nel canto decimotorzo fa parte di 
quella bellissima, sebben un po’ artificiosa de- 
scrizione della siccità, e nella quale forse stelle 
sta por comete. 


(1) Milton, Paradiso perduto, XII, 632-636, traduzione 
di Anoiika Maki ki : 

Terribile fulminava in apparenza 
D’una cometa, e la torbida vampa 
E l'igneo fumo che mettea, sembiante 
All’ardor che di Libia il cielo adugge. 


118 


ISTORIE DI MONDI 


Ed ancora: 

Qual con le chiome sanguinose, orrende, 

Splender cometa suol per l’aria adusta, 

Che i regni muta, e i feri morbi adduce, 

Ai purperei tiranni infausta luce. 

(Gerusalemme liberata, VII, 52). 

D’altronde però le comete furono accusate di 
apportare ben altro che la siccità. Ecco alcuni 
sommari elenchi dei doni che si voleva recassero 
agli uomini quegli astri chiomati: 

Achterlie Unglttck insgemein enstelit 
Wenn in der Luft erscheint ein Komet: 

1. Viel Fieber, Krankheit, PeBt und Tod. 

2. Shwere Zeit, Mangel und Hungersnot. 

3. Gross Hitz, diirr’ Zeit, Unfruchtbarkeit. 

4. Krieg, Raub, Mord, Aufruhr, Neid und Streit. 

5. FroBt, Kiilte, Sturmwetter und Wassernot. 

6. Viehl Hoher Leut’ Abgang und Tod. 

7. Gross Wind, Erdbeben an manchen End. 

8. Viel Aenderung der Regiment. 

(Hartmann, Komet enspiegel, 1605) (1). 

Qui si accenna alla formazione delle comete 
nell’ aria conformemente alla teoria di Àristo- 


(1) * In generale quando una cometa si genera nel- 
l’aria, si producono otto specie di flagelli: 

1. Molte febbri, malattie, peste e morte. 

2. Tempi tristi, miseria e carestia. 

3. Gran calore, aridità, sterilità. 

4. Guerra, rapina, sterminio, ribellione, discordia e lotte. 

5. Gelo, freddo, temporali e siccità. 

6. Dipartite di molti alti personaggi e morte. 

7. Vento forte, terremoti in varie regioni. 

8. Grandi mutamenti nel governo „. 


LE COMETE 


119 


tele sull’origine delle comete già rammentata 
colle parole del prof. Celoria, o che come vedesi 
ora ancora da taluni accettata nel 1605. Si hanno 
in tedesco altri elenchi delle disgrazie apportate 
dalle comete ; la massima parte ne menziona 
otto, come quello testé scritto. 

Il poeta e diplomatico francese Guillaume de 
Saiuste Du Bartas (1544-1590) in un suo poema 
La Semaine si fece eco dolla superstiziosa cre- 
denza nel maligno influsso delle comete, ma ne 
ebbe da un altro sacerdote dello muse, Cristo- 
foro Gamon (1576-1621), il seguente giustissimo 
rimprovero: 

Cesso, je te supplie, cesse donc un instant, 
trailer de ce brandon, le vulgaire étonnant, 

Coutente-toi, Bartas, du mal qui le tourmente. 

Quitte aux ethniques vains, cetto vaine épouvante, 

C'est so rendre complice à l'erreur monstrueux, 

De donnor du présage à l'astre aux longs cheveux. 

Plus encore de penser, que son crin porte-flammes, 

Par son branle incertain, doive ébranler les àmes; 
Cuuser perto aux pasteurs, porter la grble aux bléB, 
I,'orage à la marino, et le trouble aux cités. 

Puia où voit’on que Dieu nous ait prcscrit cet astre 
Pour predire aux humains quelque inhumain désastrei 1 
Veut’il que nous lisions dans les airs agités, 

Non dans les saints feuillets, ses saintes volontés? 
Combien voit’on de Ibis, quo le Tout-Puissant jette 
Les combtes saus mots et les mota sans combtes ? 

È vero difatti che nelle sacre carte non si 
trova che un accenno molto dubbio all’influenza 
delle comete, nei libri di Geremia. 

Un altro passaggio contro la superstizione delle 


120 


ISTORIE DI MONDI 


comete leggesi in un libro di Benedetto Gero- 
lamo Feyjoo, benedettino spagnuolo. 

La cometa è una bravata del cielo contro la terra. 
Si è forse voluto farne uno spauracchio per i sovrani, 
per deprimere il loro orgoglio, sulla considerazione che 
essi hanno meno a temere sulla terra cho gli altri uo- 
mini; ma i monarchi hanno quaggiù abbastanza nemici 
da paventare, senza che sia necessario per contenerli 
che le brillanti agitazioni del cielo concorrano coi vapori 
della terra. L'ambizione dei vicini, le lagnanze dei sud- 
diti, i fastidi del governare, tali sono le comete che i 
sovrani devono temere. 

Ho voluto riportare qui questi brani d’autori 
poco noti, per provare che anche contro la folle 
paura delle comete, uomini di mente aperta e 
libera elevarono energicamente la voce. E mi 
permetterò ancora di rammentare, cosa anch’essa 
ben poco conosciuta, che, a riscontro delle innu- 
merevoli colpe onde furono accusate le comete, 
fu loro attribuita una sola buona azione, e di 
essa può andare orgogliosa la cometa mostra- 
tasi in cielo nell’inverno del 1472, a quanto rac- 
conta Giovanni Pretorius (1). 

Nel 1472 adunque, dopo l’apparizione della 
cometa, nella miniera d’argento di Sclineeberg, 
fu ritrovato un ammasso argenteo (copia argenti) 
su cui stavano scolpite le parole: “ Ecce cui 
cometa luxit „. 


(1) Narratio de cornette qui antea visi sunt et de eo qui 
a. 1577 apparuit, Norimberga, 1578. 


LE COMETE 


121 


Shakespeare così parla delle comete: 

Cometa importmg changes of timea and states 
Urandish your crystal tresses in thè sky, 

And with them scourge thè bad revolting stara 
That have consented unto Henry’a death (1). 

II. 

In tempi a noi più vicini le comete dovettero 
sopportare un’accusa più grave di tutte quelle 
che loro si oran lanciate nei secoli meno illu- 
minati, e che sarebbe, se vera, stata certo l’ul- 
tima che gli uomini avrebbero loro mossa, giacché 
si pretese che una di esse avrebbe apportato la 
fino del mondo. Che questa potesse avvenire per 
l'urto della Terra con una cometa si paventò da 
molti in Parigi nel 1775: in detta città si era 
sparsa la voce che una cometa doveva trovarsi 
sull’orbita della Terra, urtarla e mandarla a 
pezzi. L’origine di questa poco piacevole diceria 
fu una Memoria che 1 astronomo Lalande doveva 
leggere, ma non lesse, il 21 aprile di quell’anno, 
nella seduta pubblica dell’Accademia delle scienze.' 
Nessuna predizione di scontro con comete si con- 


fi) Henry VI, prima parte, atto I, scena I (G. Cak- 
cano, Teatro completo di Shakespeare, Milano, 12 volumi, 
presso Hoepli, 1874-82): 

E voi comete 

Che annunziate il cader di regni e tempi, 

Agitate nell’aer le cristalline 
ì ostro treccie, e i ribelli astri punite 
Che recano morte al quinto Arrigo! 


122 


ISTORIE DI MONDI 


teneva in quella Memoria, che portava il seguente 
innocentissimo titolo: Béflexions stir les comètes 
qui peuvent approcher de la Terre. Prima di far 
pubblico il suo lavoro , Lalande dovette , tanta 
era la paura della gente, far stampare sulla Ga- 
zette de France del 6 maggio una nota che cal- 
masse la gente. Essa non valse, ed il panico 
divenne tale che i devoti volevano che s’innal- 
zassero al cielo preci solenni per scongiurare il 
disastro; i dotti persuasero l'arcivescovo di Pa- 
rigi a non dar loro retta onde non cadere nel 
ridicolo. Lalande pubblicò nel corso del 1775 
medesimo il suo lavoro, e poco per volta si scor- 
darono e la cometa e il minacciato finimondo, 
che rimasero solo nelle canzoni popolari e nelle 
riviste umoristiche all 'Optra comique. 

Queste paure però rinacquero nel 1832 per la 
cometa di Biela scoperta nel 1826 e della quale 
dovremo discorrere a lungo più innanzi ; d’ allora 
in poi quelle barocche idee non si manifestarono 
più, ed auguriamoci ad onore dell’ umanità che 
esse sieno seppellite per sempre, e che le co- 
mete diano retta una buona volta alla preghiera 
di Voltaire: 

Comètes que l’on craint à l’égal du tonnerre, 

Cessez d’épouvanter les peuples de la Terre. 

Dans une ellipse immense achevez votre cours. 

È curioso avvertire che un grande naturalista, 
Buffon, anziché vedere nelle comete corpi infausti 
minaccianti alla Terra distruzione e fine, volle 
vedere in una di esse la cagione della forma- 


LE COMETE 


123 


zione dei pianeti tutti del sistema solare. Egli 
suppose che una cometa, cadendo sul Sole, ne 
abbia fatto scaturire un torrente di materia, 
che raggruppatasi a distanza in parecchi globi 
di diversa grandezza e lontananza da quell’astro, 
formò i pianeti ed i satelliti. Laplace ha dimo- 
strato la completa insussistenza delle idee di 
Buffon. 

Tanto la distruzione quanto T origine della 
Terra prodotte da una cometa implicano l’urto 
di questi due corpi. Arago e lord Kelvin hanno 
fatto evidente che l’urto di due corpi colesti, di 
due masse cosmiche è enormemente poco pro- 
babile, e le conseguenze non ne possono certo 
essere prevedute: esse dipendono dalla massa e 
natura dei due astri e dalla velocità e direzione 
del loro moto. Ad ogni modo, in questi ragio- 
nevoli convincimenti, checche nell’avvenire siano 
per apportare agli uomini le comete, oggi esse 
non sono, por la comune, che un oggetto di cu- 
riosità, e per gli astronomi argomento a lunghi 
calcoli, osservazioni e indagini circa i tanti e 
curiosi fenomeni che molte di esse offrono alla 
nostra contemplazione. Discorriamone breve- 
mente. 

III. 

Lo comete, nelle quali i superstiziosi nostri 
padri credettero di vedere ogni sorta di orribili 
cose, non cominciarono ad essere osservate col 
cannocchiale che nel 1618 . Questo fu un anno 
memorabile per l’astronomia, perchè in esso Ke- 


124 


ISTORIE DI MONDI 


ploro trovò la terza legge del moto dei pianeti, 
che condusse Newton alla scoperta della legge- 
delia gravitazione universale, e si fu anche in 
quell’anno che Cysat a Luzern osservò per la 
prima volta la grande nebulosa d’Orione. 

L’osservazione ha dimostrato che le comete 
sono corpi costituiti di materia cosmica in uno 
stato di tenuità e di rarefazione grandissima 
specialmente in quelle parti della loro figura che 
diconsi chioma e coda , per rassomiglianza con 
simili appendici negli animali. Anticamente si 
parlava anche di barba delle comete, ora non 
più, e questi astri non sono più barbuti, ma chio- 
mati o caudati. La parte che si mostra più lu- 
minosa, più densa, dicesi nucleo. 

Babinet chiamò le comete des petits riens vi- 
sìbles e sir -John Herschell le descrive quasi come 
spirituali nella loro struttura. Attraverso alle 
parti più dense di talune comete si scorsero non 
di rado piccole stelle, senza percettibile diminu- 
zione del loro lume, fatto già avvertito da Seneca. 
Questo grande uomo che con Anassagora e De- 
mocrito professava, intorno alle comete, dottrine 
molto superiori alle idee dei suoi contemporanei, 
in un passo che fu molto citato, predisse che in 
qualche epoca remota un uomo sarebbe nato, che 
avrebbe spiegato il movimento di questi corpi. 
Ma ben sodici secoli dovevano volgere prima che 
il grande Newton vonisse a far vera quella pro- 
fezia. La tenuità estrema della materia delle 
comete è poi provata anche dal fatto che alcune 
di esse passarono molto vicino a certi pianeti, 


LE COMETE 


125 


senza per nulla perturbarne il corso. Il 30 giugno 
1861, la Terra attraversò la nebulosità che for- 
mava la coda della splendida cometa di quél- 
ranno, e gli uomini non se ne avvidero, e nulla, 
per quanto consta, fu mutato nei movimenti 
celesti o terrestri, a meno che non si voglia ri- 
guardare come conseguenza di quell’incontro una 
debole luce gialla fosforescente che taluno cre- 
dette di aver osservato. 

Un inglose, Whiston, insegnò nella sua Teoria 
delia terra, che il diluvio universale era stato 
prodotto dal passaggio di una cometa molto vi- 
cino alla Terra. Egli assegnò nella sua fantasia, 
alla splendida cometa apparsa nel 1680, non 
solo nei passati tempi, l’odiosa parte di carnefice 
dei contemporanei di Noè per via umida, ma 
profetando mine e stragi, anche quella futura 
di sterminatrice degli uomini por via ignea. 

Una penna immaginosa, se mai ve ne fu, quella 
del celebro novelliere americano Edgardo Poe, 
ha delineato a fiammanti colori quale potrebbe 
essere uno scontro fra la Terra ed una cometa, 
nella conversazione fra Eros e Charinion. Poè 
finge che la cometa consumi la Terra in una 
immane conflagrazione, attenendosi al dotto bi- 
blico che la Terra sarà bruciata con tutto ciò 
elio contiene. L’epoca dei romanzi scientifici non 
è ancora terminata. 

Ora viene spontanea la domanda: La materia 
diffusa che costituisce le comete che cosa è? È 
dessa qualcuna di quelle sostanze che si trovano 
sulla Ferra? Vediamo di rispondere. 


126 


ISTOKIE DI MONDI 


IV. 

L’idea di giungere a conoscere di che è fatto 
un corpo celeste per mezzo dell’osservazione, sa- 
rebbe certo sembrata agli antichi semplicemente 
pazzesca; l’attuazione di essa è una delle più 
pure glorie della scienza moderna; ed il suo svi- 
luppo forma il più recente ramo dell’astronomia, 
l’astronomia fisica. L’astronomia matematica si 
occupa essenzialmente della determinazione del 
sito dei corpi celesti e dei loro movimenti; l’a- 
stronomia fisica della loro costituzione fisico-chi- 
mica, e di taluni loro moti speciali. 

Nello stato attuale delle conoscenze umane si 
può giungere a conoscere quali sostanze si tro- 
vino alla superficie di un corpo celeste solo quando 
questo sia luminoso di luce propria: quando l'a- 
stro, come i pianeti ed i loro satelliti e la Luna, 
risplende di luce del Sole riflessa, nulla se ne 
può sapere. 

11 polariscopio, i strumento complicato che qui 
non giova descrivere, ci fa vedere che una por- 
zione del lume delle comete viene dal Sole, da 
esse a noi rinviata per riflessione. Rimane l’altra 
parte cho l’astro vagabondo c’invia direttamente: 
questa ci palesa, analizzata allo spettroscopio, 
la natura chimica della materia cometaria. 

Come è noto fin dai tempi di Newton, ogni 
luce che attraversa un prisma di vetro, è de- 
composta, e si distende in una immagine allun- 
gata detta spettro, nel quale si scorgono i sette 


r.E COMETE 


127 


colori dell’iride, dal rosso al violetto. In gene- 
rale questo spettro non è continuo, ma è solcato 
da strie o linee e bande, le une scure, le altre 
lucide, che mutano di disposizione e di sito 
secondo la natura e la provenienza della luce e 
dello fiamme, e che svelano all’osservatore la 
composizione chimica dei corpi che producono la 
luce e le fiamme. Si è su questo principio che 
si fonda la spettroscopia, ramo delle scionze fi- 
siche astronomiche, mercè la quale si giunge a 
scoprirò la costituzione chimica del Sole, delle 
stolle fisse e delle comete. Lo spettro del Sole 
è stato ed è particolarmente studiato, ed ogni 
spettroscopista lo riconosce a prima vista. Lo 
stesso si è dello spettro delle luci, alla genera- 
zione delle quali concorrono corpi contenenti del 
carbonio, dell idrogeno e dell azoto, sia bruciando, 
o sia per effetto del passaggio di una scarica 
elettrica. Esso si riduce a quattro bande lumi- 
nose, separate da larghi spazi oscuri e situate nel 
giallo, nel verde, nel bleu e nel violetto: esse 
sono caratteristiche dei nominati gas, cosi, che 
tutte le volte che le si scorgono, si può asserire 
che quelle sostanze esistono nei corpi illuminanti 
che li mostrano. 

In questi ultimi anni la luce delle comete è 
stata analizzata collo spettroscopio ; fra i primi 
a far questo indagini furono l’italiano Angelo 
Secchi gesuita o l’inglese Huggius. Si trovò che 
lo spettro del nucleo e di una piccola porzione 
della radice della coda consiste in bande lumi- 
nose, che nella maggior parte delle comete sono 


128 


ISTORIE DI MOTIVI 


in generale le stesse, sebbene alcune presentino 
particolarità proprie. Questi spettri in generale 
concordano con quelli delle fiamme leggermente 
luminose dei carburi d’ idrogeno, quali quelli ^ 
della base azzurrognola di una candela. Lo spettro 
gassoso delle comete è accompagnato, in gì adi 
variabili, da uno spettro continuo. Questo in 
generale è con maggior evidenza prodotto dal 
nucleo, ma si estende anche più o meno nello 
varie appendici nebulari dell’astro. In parte esso 
è certamente dovuto alla luce solare riflessa dal 
nucleo, in parte probabilmente all ignizione di 
minute particelle solide. 

L’aver constatato la presenza del carbonio 
nelle comete è un fatto importante assai nella 
filosofia naturale, giacche con ciò viene ad attri- 
buirsi a questo elemento , così essenziale nella 
vita organica terrestre, una distribuzione per 
tutto lo spazio siderale, giacche le comete ci 
vengono da tutte lo regioni e profondità del cielo. 
Esse esistono in tal profusione, che, come disse 
Keplero, vi possono essere più comete in cielo, 
che pesci in mare. Quanto alla distanza dall&J 
quale vengono, ed a quella alla quale s allonta- 
nano, l’astronomia è impotente a dirlo. 

La gravitazione universale ci rende ragione 
della natura del cammino celeste delle comete 
o come talune siano periodiche, vale a dire ri- 
tornino ad essere visibili dopo un certo tempo. 
Liberiamo la mente dai ceppi dello spazio e del 
tempo, e facciamola seguire una cometa nella 
sua vita cosmica. 


LE COMETE 


129 


Richiamo prima alla memoria alcune nozioni 
,li meccanica celeste. Se un corpo animato da 
ima certa velocità viene a trovarsi nella sfera 
d’attrazione d’un altro corpo di attrazione pre- 
ponderante, imprenderà a muoversi attorno ad 
esso, descrivendo un circolo, un’ellisse, una pa- 
rabola od un’iperbole a seconda della grandezza 
di tale velocità. Vi è una sola velocità che co- 
stringa il corpo a (ìoscrivore un’orbita circolare 
ed una sola del pari corrispondente ad un per- 
corso parabolico: velocità intermedie a queste 
due danno orbito ellittiche, superiori, orbite iper- 
boliche. A tutti è noto che cosa sia un circolo. 
L'ellisse, l’iperbole e la parabola sono curve già 
ben note agli antichi, e che si ottengono se- 
gando un cono circolare con un piano, variamente 
inclinato rispetto al cono stesso. L’ellisse è una 
sorta di ovale, che i giardinieri sanno così ben 
descrivere a mezzo di due piuoli infissi nel ter- 
reno, ed ai quali è legata una funicella, che si 
tien tesa a mozzo di una punta, che movendosi 
sempre tendendo lo spago descrive la curva. 

Man mano che l'ellisse si allunga, fino a di- 
venire infinitamente estesa, essa si va accostando 
alla parabola, che è raggiunta al detto limite. 
La forma di una parabola può vedersi a un 
dipresso realizzata nel cammino di un sasso, di 
un proiettile lanciato obliquamente nello spazio. 
Non si hanno nella vita solita esempi di curve 
iperboliche. 

Se si cammina lungo un’iperbole od una para- 
bola, senza mai retrocedere, non si può mai più 

Zahotv Bianco, Istorie di mondi. 9 


130 


ISTORIE DI MONDI 


ritornare al punto di partenza, perchè per ciò 
fare bisognerebbe passare per un punto a di- 
stanza infinita. Punto che, sia detto con tutto 
il rispetto dovuto ai matematici, non ha domi- 
cilio conosciuto, ed al quale in ogni caso non 
si arriva se non dopo un viaggio di durata infi- 
nita, o camminando con una velocità infinita, 
vale a diro mai. La parabola è l’anello di con- 
giunzione fra l’ollisso, curva rientrante, e l’iper- 
bole che si stende fino all’infinito. 

Essendovi infinite velocità che possono pro- 
durre attorno ad un dato centro di attrazione 
orbite ellittiche od iperboliche, mentre non se ne 
ha che una che generi orbita circolare ed orbita 
parabolica, queste saranno le meno frequenti e 
probabili, le altre due assai più. Ancora, poiché 
per avere un’orbita iperbolica si richiede una 
forza molto maggiore, cosi anche per questa ra- 
giono le orbite ellittiche, con ritorno al punto 
di partenza dopo un tempo più o meno lungo, 
saranno le più numerose. 

In astronomia s’insegna come, ammessa l'ipo- 
tesi di un moto, ellittico, o parabolico, od iper- 
bolico, si possa coi dati dell’osservazione calcolare 
la situazione e le dimensioni della curva che 
rappresenta meglio il moto osservato della co- 
meta. In generale bastano tre osservazioni, ad 
epoche differenti, della posizione coleste della 
cometa, por risolvere il problema, non certo fa- 
cile, più semplice nel caso della parabola che 
negli altri. Però siccome si hanno ora in generale 
molte osservazioni di una stessa cometa, la que- 


1.1! COMETE 


131 


stione si complica, pure riuscendo a risultati più 
esatti, a mezzo d’un metodo matematico detto dei 
minimi quadrati, dovuto a Legendre ed a Gauss. 

Si è trovato che per la massima parte le or- 
bite delle comete, nel tratto del loro percorso 
accessibile alle nostre osservazioni, sono ben rap- 
presentato da ellissi cosi allungate, che per quel 
tratto si confondono con parabole. D’altronde i 
corpi del sistema solare esercitano sulle comete 
tali perturbazioni che ben può verificarsi, che 
una cometa n’abbia mutata varie volte la natura 
del suo percorso. Questa è una grande difficoltà 
nel calcolo e nella predizione del ritorno delle 
comete. Por alcune comete, a dire il vero, il 
corso loro fu ben rappresentato da orbite iper- 
boliche. Ma ove si rifletta alla difficoltà ed al 
breve intervallo delle osservazioni nonché alla 
piccolezza delle differenze sulle quali si appoggia 
la maggior probabilità delle orbite iperboliche, 
si rimane inclinati a considerare lo medesime, 
sp' cialmente quelle che si riferiscono alle comete 
più antiche, corno semplici risultati di calcolo, 
ni quali non corrisponde la realtà delle coso. 

Riassumendo quindi le nozioni fin qui esposte, 
diremo che le comete sono corpi di piccola massa, 
costituite da materia diffusissima, contenente del 
carbonio, dell’idrogeno e dell’ossigeno. 

Il loro moto si compio in curve talora rien- 
tranti in sè, talora non, cosi che se ne hanno 
di periodiche e non. Il loro cammino può essere 
grandemente alterato e mutato dalle attrazioni 
dei grandi pianeti. 


132 


ISTORIE DI MONDI 


V. 

Fra le comete periodiche ve ne ha una, che 
gli uomini hanno veduto già molte volte: essa 
è quella che vien detta di Halley, dall’astronomo 
inglese, che ne scopri la periodicità e ne pre- 
disse il ritorno. Secondo gli astronomi Laugier 
e Hind la prima apparizione di questa cometa, 
di cui si abbia contezza attendibile, risale a 1 2 
anni prima di Cristo; le successive avvennero 
negli anni 66, 141, 218, 295, 873, 451, 530, 608, 
684, 760, 837, 912, 989, 1066, 1145, 1223, 1301, 
1378, 1456, 1531, 1607, 1682, 1759, 1835. La 
sua apparizione nel 1682, fu l’occasione delle 
celebrate indagini di chi le diede il nome. Tutti 
i cronisti del secolo XI parlano della cometa mo- 
stratasi in cielo nell’aprile 1066, e elio registrata 
anche negli annali chinesi, era grande come la 
Luna piena, con una coda che piccola da prin- 
cipio, crebbe ad una meravigliosa lunghezza. In 
Inghilterra essa fu considerata come foriera 
della vittoria di Roberto di Normandia, che il 
28 settembre poi sconfiggendo Aroldo, poneva 
fine alla dominazione sassone e stabiliva quella 
dei Normanni. A Bayeux in Francia si conserva 
un arazzo preziosissimo, che ricorda la grande 
cometa di quell’anno: esso rappresenta delle 
persone, che guardano additando una grande 
stella in cielo, porta il motto : Isti tnirant stella. 
Su questo arazzo la regina Matilde trapunse, 


LE COMETE 


133 


assiemo alla cometa, la memoria della conquista 
(l’Inghilterra operata da suo marito Guglielmo 
il Conquistatore. 

In questo arazzo, stella significa cometa, ed a 
questo proposito ci si consenta una breve di- 
gressione. Cometa deriva dal greco kòme che vale 
chioma, ma con questo nomo non s’indicano sola- 
mente gli astri di cui stiamo discorrendo. In 
botanica diconsi comete talune piante della fami- 
glia delle diantee con allusione alle due appen- 
dici piumose che accompagnano i fiori laterali. 
Qu sta pianta caracia od erba lazza puzza e con- 
tiene molto sugo lattiginoso caustico. In zoologia 
furono detti cometes alcuni uccelli mosca, ma 
siccome vi erano già altri animali indicati con 
quel nome, così esso venne cambiato in quello 
di Sappho. Con cometes fu anche denominata una 
farfalla notturna, probabilmente a cagione di 
due lunghe appendici filiformi delle ali posteriori. 
Cometa è detta una speciale carta, in un giuoco 
colle carte inventato per distrarre Luigi XV di 
Francia. 

Un’altra famosa apparizione della cometa di 
Ilalley si è quella del 1456, e questa fu certo 
l’occasione in cui l’astro sfoggiò maggior splen- 
dore e grandezza. Era da tre anni appena ca- 
duta Costantinopoli ed i Turchi minacciavano 
terribili ed inesorabili l’Europa cristiana: sulla 
cattedra di san Pietro sedeva Calisto III dei 
Borgia, quando in giugno una portentosa cometa 
s'accese in Cielo, nelle costellazioni che vanno 
dal Toro fino al Leone. Era terribile e grande, 


134 


ISTORIE DI MONDI 


dicono gli storici di quel tempo, la sua coda co- 
priva due segni celesti, vale a dire sessanta 
gradi, e l’estremità era allargata in forma di 
coda di pavone. Vi si vide un segno certo della 
collora divina, i Mussulmani vi vedevano una 
croce, i Cristiani un yatagan.. 

II Papa spaventato e dai Turchi e dalla co- 
meta, ordinò che in ogni chiesa al mezzodì di 
ogni giorno si suonassero straordinariamente le 
campane e si recitassero Ave Maria e quella pre- 
ghiera detta Angelus dalla parola con cui comincia, 
che si recita ancora oggi, e che il pittore Millet 
ha vivificato, in quel suo mirabile quadro, ven- 
duto dopo la sua morte, per mezzo milione, ad 
un americano. Mentre la cometa era ancora vi- 
sibile, il capitano ungherese Uniade ed il monaco 
Giovanni da Capistrano costrinsero il conquista- 
tore di Costantinopoli a levare l’assedio da Bel- 
grado. Il Papa volle conservare memoria del 
glorioso fatto ed ordinò, che s’ istituisse una 
grande festa per La Trasfigurazione, il cui anni- 
versario ricorreva pochi giorni dopo la battaglia. 
Qualcuno vuole attribuire a quella circostanza 
il nome di comete che si dà ad una sorta di ciam- 
belle che si vendono alle porte delle chiese in 
taluni giorni di Santi: altri fa, forse più ragione- 
volmente, derivare quel nome da comedere latino, 
che significa mangiare. In Dino Compagni tro- 
viamo : 


Questa stella si chiama cotoletta. 
Che raggi come crini ardenti getta: 


LE COMETE 


135 


ed in un sonetto di monsignor Della Casa: 

Sì uomo stella. 

Che coll’ardente crln fiammeggia e splende. 

Molte volte anche oggi si dice stella cometa, come 
nella popolarissima canzone che comincia con 
« la stella cometa la vien col vapor In fran- 
cese il nome di questi astri fu talvolta maschile ; 
leggiamo difatti in BreCbeuf (1618-1661). 

Et d’un sombre nscendant l’influence secréto, 

Fait d'un feu lumineux un sinistre comète. 

Per la storia astronomica della cometa di 
Halley, la più importante fra le sue apparizioni è 
quella del 1682, nella quale Halley stesso la os- 
servò. Halloy (1650-1742), avendo imparato dalla 
dottrina di Newton la possibilità che una cometa 
si movesse in un’orbita ellittica, e quindi chequella 
potesse essere periodica, intraprese una ricerca 
laboriosissima; ogli raccolse dallo istorie delle 
comete osservato tutti i particolari attendibili, 
e cosi venne a conoscenza, con tollerabile accu- 
ratezza, dei percorsi celesti di circa ventiquattro 
grandi comete. Una di queste fu quella del 1682 
dolla quale egli calcolò l’orbita, ed investigando 
se essa avesse già potuto altra volta visitare 
il nostro sistema solare, trovò che la cometa 
rassomigliava strettamente ad una osservata da 
Appiano nel 1531, e ad un’altra osservata da 
Keplero nel 1607, e dai suoi calcoli fu indotto 
a credere e ad affermare che la cometa osser- 
vata a quelle tre epoche, distanti fra loro di 


136 


ISTORIE DI MONDI 


circa settantacinque anni e mezzo, era la stessa, 
che si moveva lungo un’ellisse a percorrere la 
quale impiegava quel tratto di tempo. Fatto di 
ciò fermamente convinto, egli decise di sotto- 
porre le sue idee alla prova del fuoco, che è 
quanto dire egli si peritò di predire il ritorno 
di quell’astro pel 1757 o 1758, nella supposi- 
zione che non venisse deviata dall’attrazione di 
altri corpi. Tra questi il più potente è Giove, a 
poca distanza dal quale passa la cometa, e che 
secondo Halley ne avrebbe ritardato il ritorno 
fino alla fino del 1758 od al principio del 1759. 

La predizione fu un avvenimento memorabile 
nell’istoria dell’astronomia, in quanto che essa 
fu il primo tentativo di predilo il ritorno di uno 
di questi misteriosi corpi, le cui visite sembra- 
vano sfuggire ad ogni legge nota e fissa, e che 
erano riguardate come forieri di flagelli e sven- 
ture. Halley senti tutta l’ importanza del suo 
annunzio ; egli sapeva che la sua mortai carriera 
sarebbe trascorsa prima che la cometa avesse 
completata la sua rivoluzione, e con linguaggio 
quasi commovente il grande astronomo scrisse: 

Pertanto, se, secondo la nostra predizione, essa ritor- 
nerà circa l’anno 1758, la posterità imparziale non si 
rifiuterà di riconoscere che ciò fu per la prima volta 
scoperto da un Inglese. 

Un grande matematico francese, Clairaut, com- 
pletò i calcoli di Halley, studiando le perturba- 
zioni che i grandi pianeti potevano produrre sulla 
cometa e ne conchiuse che essa sarebbe passata 
per il perielio (punto della sua orbita più vicino 


LE COMETE 


137 


al sole) verso la metà d’aprile del 1759, avver- 
tendo che, in causa di possibili perturbazioni 
allora sconosciute, l’epoca fissata avrebbe potuto 
essere in ritardo od in anticipazione anche di 
un mese. La cometa passò al perielio il giorno 
12 marzo 1759, un mese prima della data stabilita 
da Clairaut, ma dentro i limiti di tempo da lui 
fissati. La cometa, in quel suo ritorno, fu per 
la prima volta vista, non da astronomi con can- 
nocchiali, ma da un contadino sassone di nome 
Palitzch, che con grande amore guardava ed 
ammirava ogni notte il cielo, la notte del Natale 
del 1758 presso Dresda. 

La cometa di Halley ritornò nel 1835, e fu stu- 
diata dal sommo Bessel; il suo prossimo ritorno 
è fissato per il 1910. Sarebbe certo curioso ed 
interessante assai il poter colla cometa ritornare 
ogni tre quarti di secolo a visitare la Terra, non 
altrettanto certo l’abitarla. 

Si conosce ora il cammino ellittico di parec- 
chie comete, dette perciò periodiche, ma esse 
sono tutte piccole e solo visibili con cannocchiali, 
e sono così in notevole contrasto con la splen- 
dida cometa di Halley. 

L'Annuaire du Bureau des Lomjitudes per il 
1902 registra diciotto comete periodiche delle 
quali si è osservato il ritorno, si contano ses- 
santasette comete periodiche delle quali è co- 
nosciuta una sola apparizione. 

Di una di questo comete periodiche, che è 
dotta di Biela, ci occuperemo a lungo in un pros- 
simo lavoro sulle stelle cadenti. 


ISTORIE PI MONPI 


138 

Yogliamoora dire due parole intorno ad un’altra 
distinta col nome di Encke, grande astronomo 
tedesco. 

Il 26 novembre 1818, in Marsiglia, Pons, in- 
faticabile scrutatore del cielo, scopri, nella costel- 
lazione di Pegaso, una piccola cometa, visibile 
solamente col telescopio. Di essa, che fu visibile 
per circa sette settimane, si ebbero molte osser- 
vazioni : Encke trovando che un’orbita parabolica 
non corrispondeva per nulla ad esse, si decise 
di applicare a quelle un metodo immaginato dal- 
l’illustre Gauss, ed allora ancora poco usato. Egli 
trovò che la vera forma dell’orbita era ellittica, 
e che la cometa compieva sua rivoluzione in 
circa tre anni e mezzo. Calcolando poi, in sei 
settimane, con un vero tour de force , le pertur- 
bazioni che la cometa aveva subito negli anni 
addietro, riuscì a constatare che l’astro del quale 
egli tracciava coi numeri l'istoria era quello 
stesso che fu scoperto da Mecliain a Parigi il 
17 gennaio 1786, e identico con quello scorto 
prima da miss Carolina Herschel il 7 novembre 
1795, e poi il 19 ottobre 1805 da Thulis a Mar- 
siglia. Inoltre egli fu in grado di affermare che 
fra il 1786 ed il 1818, quella cometa era passata 
sette volte al perielio senza essere vista : e di pre- 
dire elio sarebbe ritornata il 24 maggio 1822, dopo 
essere stata ritardata di nove giorni per l’in- 
fluenza di Giove. Questa predizione si verificò 
così esattamente, che gli astronomi concordi die- 
dero il nome di Encke alla cometa, non solo in 
riconoscimento della sua diligenza ed abilità nel 


LE COMETE 


139 


condurre a termine uno dei piìi intricati e labo- 
riosi fra i computi astronomici, ma altresì per 
rammentare il primo calcolatore di una cometa 
a corto periodo, appartenente ad un gruppo im- 
portantissimo di astri. Dalle osservazioni che della 
cometa fece Riimker neH’osservatorio privato di 
Sir T. M. Brisbane a Paramatta nella Nuova Galles 
del Sud, potè predirne il prossimo ritorno pel 
16 settembre 1825. Nei ritorni menzionati ed in 
quelli successivi fu notato quanto già Encke 
aveva avvertito, che essi anticipavano ogni volta 
di duo ore e mezza, che non potevano spiegarsi 
con nessuna perturbazione di pianeti. Encke ri- 
prendendo alcune idee di Newton pensò che po- 
tesse chiarirsi questa anticipazione congetturando 
1’esistenza nello spazio percorso dalla cometa di 
un tenue mezzo resistente, sufficientemente denso 
per influire sopra un corpo cosi sottile, ma inca- 
pace di esercitare qualsiasi influsso sui movimenti 
dei pianeti. Ciò in conformità delle opinioni di 
Olbers, e di talune ideo di Eulero, che voleva 
che quel mezzo avesse ad essere l’agente di distru- 
zione del bell’ordine del sistema solare. Bessel du- 
bitò che 1 ipotesi di Encke potesse essere accetta- 
bile, e pensava che fenomeni fisici, dei quali diremo 
fra breve, osservati nella cometa, potevano con 
maggior fondamento chiarirne l’accelerazione del 
movimento medio. Mezzo secolo trascorse prima 
che qualche cosa di simile potesse scoprirsi in 
altri astri della famiglia cometaria. Nel 1880 il 
professore Oppolzer annunziò che una cometa 
veduta prima da Pons nel 1819, e scoperta di 


140 


ISTORIE DI MONDI 


nuovo da Winnecke nel 1858, era accelerata ad 
ogni sua rivoluzione precisamente nel modo in- 
segnato dalla teoria di Encke. Ma le più recenti 
indagini di Von Asten e Backlund rivelarono nei 
movimenti della cometa di Encke una circostanza 
molto imbarazzante. Essi confermano i risultati 
di Encke per le epoche cui si riferiscono, ma 
attestano che l’accelerazione è rapidamente dimi- 
nuita di circa la metà nel 1868. La realtà e la 
permanenza di questa variazione furono piena- 
mente confermate dalle osservazioni nel ritorno 
del 1885. L’astronomo Sherman vorrebbe colle- 
gare le variazioni degli elementi che servono a 
fissare l’orbita della cometa di Encke colle mac- 
chie solari. Hall, per contro, esaminando le ri- 
cerche di Encke e Von Asten, e quelle più recenti 
di Moller, Backlund ed E. von Haerdtl, dichiara 
che 1’esistenza di un mezzo resistente come causa 
dei fenomeni che si tratta di spiegare, non può 
più essere sostenuta in modo generalo. Il signor 
Hall suggerisce che sarebbe il caso di ripren- 
dere le ideo di Bessel sulle perturbazioni del 
movimento che possono derivare dall abbandono 
di una parte della materia cometica. Da più 
recenti suoi lavori il signor Backlund sarebbe 
indotto a credere che si debba escludere l’esi- 
stenza di qualsiasi mezzo resistente continuo, e 
che esso debba essere localizzato in certe regioni. 

Hirn, eminente fisico svizzero, trova inaccet- 
tabile l’ipotesi di un mezzo resistente, e pro- 
pende verso l’opinione che le variazioni nei mo- 
vimenti della cometa di Encke siano dovute ai 


LE COMETE 


141 


fenomoni fisici che in essa si svolgono, ed alle 
varie condizioni calorifiche cui l’astro è sotto- 
posto, quando si trova vicino al Sole, e quando 
se ne allontana. 

È curiosa l’opinione di Stanley Jevons a questo 
riguardo. Esaminando varie teorie scientifiche, 
menziona quolla del mozzo resistente, escogitata 
da Encke, e scrive: “ Ma tali ipotesi faranno 
molto male, tutte le volte che esse ci storne- 
ranno dal tentare di conciliare i fatti colle leggi 
conosciute, o quando ci condurranno a collegare 
coso fra loro disparato. Ad ogni modo noi non 
abbiamo diritto di confondere il mezzo resistente 
supposto da Encke, colla base della luce senza 
distinta evidenza di identità „ (1). 

Giova avvertire, che se il mezzo resistente 
esiste, assai probabilmente sarà molto più denso 
vicino al Sole che non nelle altre regioni del si- 
stema solare. Esso poi, opponendosi al moto della 
cometa, tende ad accorciarne il percorso e ad av- 
vicinarla al Sole, originando cosi un moto a spi- 
rale che si terminerebbe con una caduta sul Sole. 

La scienza nulla sa di simili catastrofi avve- 
nute in scala così grandiosa da rendersi a noi 
manifeste, nè cosa alcuna può dire per l’avve- 
nire. Certo ò che molti milioni di corpuscoli co- 
smici, quali i nostri bolidi e stelle cadenti, si 
precipitano, attratti, sull’astro del giorno. 


(1) Circa il mezzo resistente cosmico, vedi Lo spazio 
crinale in Nuova Antologia, 1892, riprodotto nel libro 
In Cielo, Torino, Bocca, 1897. 


142 


ISTORIE DI MONDI 


Ed ora veniamo a dire alcun che intorno alla 
grandezza delle comete, alla loro costituzione ed 
ai fenomeni dei quali son sede, ed ai quali ab- 
biamo già parecchie volte accennato. 

VI. 

Plinio descrisse dodici forme di comete, diffe- 
renti per la chioma e la coda, ed Evelio le ha 
disegnate nella sua Cometografia. 11 medio e\ o 
scorse nelle comete mostri, armi e visi mi- 
nacciosi ed orrendi; Ambrogio Pare lasciò, nei 
suoi Monstres célestes, un disegno che sintetizza 
quelle visioni e che contiene un po di tutto ciò. 
Oggidì le comete ci si mostrano quali sono, come 
corpi celesti di curiosa e varia costituzione. 

Una cometa consta generalmente di una parte 
luminosa centrale detta nucleo, che è circondata 
da strati di materia nebulosa formanti la chioma; 
queste due parti assiemo costituiscono la testa 
dalla quale si diparte una (talvolta più) appen- 
dice detta la coda. Il nucleo e la coda non sono 
parti essenziali della cometa, e molte se ne vi- 
dero in cui mancavano o l’una o l’altra cosa, 
od entrambe. Molte comete appaiono sotto forma 
di semplici ammassi di materia nebulare, più o 
meno densi e luminosi, e solo il loro moto fra 
le costellazioni, permette di distinguerle dalle 
nebulose che fra quelle rimangono fisse. La coda 
è spesso molto cospicua, semplice o composta 
di varie diramazioni, e presenta diversità note- 
voli tanto per l’aspetto come per la lunghezza: 


I,B COMETE 


143 


in taluno manca affatto, in altre si estende per- 
sino ad un terzo del cielo visibile, rendendo ma- 
nifeste lunghezze di molte centinaia di milioni 
di chilometri. Talvolta essa è rettilinea, altra 
volta curva, sempre però diretta dalla parte op- 
posta al Solo, cresce coll 'accostarsi della cometa 
ad esso, scema quando se ne allontana. 

Da molti anni non si presentarono più grandi 
comete. Una dello più belle di questo secolo, 
e forse l’ultima grande veduta, fu scoperta a 
Fironzo il 2 giugno 1858 dall’ astronomo Do- 
nati: ossa divenne visibile all’occhio nudo in sul 
principio di settembre, e por sei settimane fu, 
lucente e meravigliosa, ammirata in Europa. Di 
poi il suo rapido passaggio all’emisfero meridio- 
nale la tolse all’osservazione: ma al Capo di 
Huona Speranza fu ancora visibile il 4 marzo 1859. 

Si disse allora che quella cometa annunziava 
una grande guerra, ed il presagio s’avverò, e 
la guerra fu grande e gloriosa per l’Italia che 
che nel 1859 acquistava buona parte delle terre 
che natura assegnò ai suoi figli. L’astronomo 
von Aston calcolò l’orbita di questa a noi pro- 
pizia stella, la trovò ellittica con un periodo di 
1879 anni. Stampfer trovò 2138 anni e Lòvy 
2010: queste discrepanze non debbono meravi- 
gliare, data la natura del problema cui vogliono 
rispondore.Che sarà del nostro bel paese quando 
la cometa di Donati ritornerà ? Certo la famosa 
guerra dell’indipendenza sarà da secoli obliata, 
e dei guerrieri che la combatterono sparsa ai’ 
venti la polvere e la gloria. È doloroso a dirsi 


144 


ISTOBIE DI MONDI 


di questi fatti nostri così gloriosi e grandi, si 
va spegnendo il rumore, e persino nelle scuole 
ben poco se ne dice e di volo. 

La cometa Donati apparve dapprima come una 
debole nebulosa rotonda, circa un decimo, in dia- 
metro, della Luna. Si constatò subito che s’acco- 
stava al Sole: il 14 agosto spuntò la coda: sic- 
come dovevano passare ancora sei settimane 
prima che la cometa raggiungesse la sua minima 
distanza dal Sole, così gli astronomi prevedevano 
che si sarebbero manifestati curiosi fenomeni ; 
la realtà sorpassò la loro aspettativa. Strani 
cambiamenti di forma, di luminosità, divisioni 
della coda, curiosi inviluppi del nucleo e sviluppo 
enorme delle sue appendici accompagnarono que- 
sta cometa, che rimarrà tipica per la rapidità 
e grandiosità dei fenomeni presentati. Di simili, 
più o meno pronunziati, ne presentano tutte le 
comete, ricche più o meno di chioma o di ap- 
pendici caudali. La grande opera di Pmgre, quella 
più moderna di Cari, sono ricche di dettagli ed 

informazioni al riguardo. 

I fenomeni presentati dalle comete hanno per 
lungo tempo imbarazzato gli astronomi, nè ora 
possono dirsi interamente chiariti. 

Gli antichi non ebbero intorno alle comete 
idee molto esatte, ed è assai naturale, perchè 
ad essi sfuggivano tutte quelle che per essere 
viste richiedono l’impiego del cannocchiale. Forse 
i Caldei, a quanto espone Stobeo, ebbero idee 
giuste, non già i Greci nè Aristotile, la cui teoria 
servì per tanto tempo di base alle fantasticherie 


LE COMETE 


145 


ed alle mistificazioni degli astrologi. Anassa- 
gora, Democrito, Seneca s’accostarono a più ra- 
gionevoli concetti. 

In tempi a noi più vicini, c’imbattiamo nelle 
teorie di Cardano, cui forse assenti Galileo, di 
Koplero, di Descartes, di Hewelke, di Newton, 
di Hook, di Mairan, di Euler , di Whiston ed 
altri. Quelle più recenti e generalmente adottate 
furono svolte da Olbers, Bessel, Tyndall, Faye 
e Bredichin. 

Abbiamo già accennato al fatto che nel loro 
percorso prossimo al Sole, le comete provviste 
di coda la rivolgono sempro in direzione diame- 
tralmente opposta a quella nella quale si trova 
il Sole, coH'awicinarsi al quale la coda va svol- 
gendosi, ampliandosi, per poi rimpicciolirsi di 
nuovo man mano che la cometa se ne allontana. 
In talune comete poi fu avvertito che il nucleo 
iindava diminuendo di volume col diminuire della 
sua distanza dal Sole. Riflettendo alla natura tenue 
e sottile della sostanza che costituisce le comete, 
si potrebbe a prima vista crederò che la cometa 
volando con gran furia nello spazio, la coda fosse 
-pinta all'indietro, come la pioggia di scintille 
di un razzo. Questa sarebbe un’analogia vera- 
mente sbagliata, giacché la cometa non si muove, 
come il razzo , in un atmosfera che oppone re- 
sistenza al suo moto, ma in uno spazio quasi 
certamente vuoto, o per lo meno di resistenza 
quasi nulla, e quindi incapace di sospingere la 
coda in direzione opposta a quella del moto. 

L ingrandirsi poi della coda col l’approssimarsi 

Zakotti Bujcco, Istori « di mondi in 


146 


ISTORIE DI MONDI 


della cometa al Sole, non è un’ illusione ottica. 
Si è constatato che lo svilupparsi della coda si 
fa in proporzioni di molto maggiori a quelle che. 
data 1’esistenza permanente della coda, sarebbero 
conseguenza ottica della distanza diminuita. Si 
è quindi indotti a connettere la formazione delle 
code coll’accostarsi al Sole, e veniamo a trovarci 
in presenza di un enigma che trova ben scarso 
riscontro fra gli altri corpi del sistema solare. 

La cometa , come un tutto , non è dubbio, è 
attratta dal Sole, al pari di ogni altro corpo ce- 
leste ; ma non è men certo che una parto di essa, 
la coda, è respinta dal Sole medesimo. È impos- 
sibile il dire come ciò avvenga, ma i fatti os- 
servati suggerirono spiegazioni analoghe alla 
seguente. 

Nelle sostanze costituenti la cometa, e che la 
spettroscopia insegna essere essenzialmente car- 
bonio ed idrogeno, noi abbiamo uno o più ingre- 
dienti che danno origine alla coda. Man mano 
che la cometa si avvicina al Sole, e subisce 
l’effetto del crescente calore, questi ingredienti, 
dato pur che fossero solidi, si liquefanno ed indi 
si vaporizzano. 

Giova avvertire che moltissime comete, pas- 
sando pel loro perielio , sono ad una distanza 
dal Sole molto minore di quella che separa la 
nostra Terra dall’astro del giorno; cosi quelle di 
Donati e di Halley passarono discosto dal Sole 
a poco più della metà della distanza media della 
Terra dal Sole medesimo, mentre altre vi si av- 
vicinano assai di piii. 


LE COMETE 


147 


Tra le comete che più si accostarono al Sole 
è quella del 1843, che è forse la più mirabile 
apparsa in questo secolo. Il nucleo di questa 
bellissima cometa passò a circa centocinquanta- 
mila chilometri dalla superficie del Sole, e forse 
ha attraversata l’atmosfera d'idrogeno, che le 
corone negli eclissi solari hanno dimostrato esi- 
stere attorno al Sole. Essa il 28 febbraio 1843 
era così lucente che fu vista di pieno giorno, a 
mezzodì, ed ha molto dato da studiare agli astro- 
nomi per la sua supposta identità con altre 
comete precedenti e posteriori. Il calore che su- 
birono la cometa del 1843 e quella di Halley, 
che di essa passò poco più lontano dal Sole, 
supera quanto si può supporre, ed è tale da fon- 
dere e volatilizzare le roccie, l’agata, il cristallo 
di rocca. 

Man mano poi che si allontanano dal Sole, le 
comete vanno ognora ricevendo meno calore e 
raffreddandosi. Quando raggiungono la regione 
della loro orbita, opposta al Sole, e che per mol- 
tissime è lontanissima da quest’astro, esse sono 
così prive di calore da subire i freddi più rigo- 
rosi, e vanno così soggette alle estreme vicende 
di temperatura. Durham ha espresso il parere 
che avuto riguardo alle continue e grandi va- 
riazioni di temperatura delle comete, producenti 
in esse, per esseri costituiti come gli uomini, 
una dimora assai inospitale, esso dovevano con 
molta probabilità servire di luogo di supplizio 
pei dannati. Intorno a sì delicata questione solo 
i teologi, che coi dannati hanno una tal quale 


148 


ISTORIE DI MONDI 


dimestichezza, sono competenti ; noi torniamo alla 
coda delle comete. Ciò non senza aver rammen- 
tato che astronomi come Fontanelle e Lambert 
s’occuparono della questione dell'abitabilità delle 
comete, allora considerate come corpi solidi. Lam- 
bert nelle sue famose Cosmologiche Briefe lasciò 
scritto quanto segue : 

“ Mi piace figurarmi quegli astri erranti, come 
popolati da astronomi, che sono là al prefisso 
scopo di contemplare la natura in grande, come 
noi la contempliamo solo in piccolo. Il loro mo- 
bile osservatorio, trasportato da un sole all altro, 
li fa passare successivamente per tutti i punti 
di vista, e li mette in grado di tutto vedere, 
di determinare la posizione ed il movimento di 
tutti questi astri, di misurare le orbite delle co- 
mete e dei pianeti che girano intorno ad essi, 
di sapere come le leggi particolari si risolvano 
in leggi generali, in breve, di conoscere il det- 
taglio e l’insieme „ . A parte la complicazione 
senza fine della scienza del cielo per tali astro- 
nomi, Lambert, se vivesse oggi, non scriverebbe 
più quello linee. 

Adunque le sostanze che compongono le co- 
mete, quando queste sono vicino al Sole, si va- 
porizzano. Ora sembra che tali sostanze, sebbene 
allo stato solido siano attratte naturalmente dal 
Sole, convertite poi in vapore estremamente ra- 
refatto, subiscano pel calore del Sole un’azione 
ripellente, che supera l’attrazione, e di conse- 
guenza spinge quei vapori in direzione opposta 
al Sole. Noi siamo cosi condotti a riguardare la 


LE COMETE 


149 


coda dello comete come una corrente di fumo 
o di vapore sfuggente, e di continuo rinnovata 
dall 'evaporazione di altro materiale, finche la 
cometa rimane abbastanza prossima al Sole. La 
coda non è per nulla trascinata in giro, quando 
la cometa si muove presso al perielio, perchè 
quella, sebbene materiale, non consta sempre 
delle medesime particelle di materia, ma di nuove 
che di continuo si sostituiscono a quelle sfuggite 
nello spazio. 

Circa la natura della forza ripulsiva, che è 
pure giocoforza ammettere per spiegare la for- 
mazione della coda, nulla si può dire di accer- 
tato, malgrado gli studi al riguardo di Olbers, 
J. Herschel, Bessel, Tyndall, Fayo, Zollner ed 
altri. Ci soffermeremo alquanto sulle ricerche 
dell astronomo russo Bredichin che, assieme ai 
suggerimenti del professore Osborne Keynolds, 
ne offrono la spiegazione del fenomeno almeno 
probabile, ed oggidì più accettabile ed accettata. 

Bredichin, seguendo un metodo rigorosamente 
scientifico, paragono fra di loro le misure di di- 
segni delle code di molte comete, e da questo 
esame preliminare ricavò che le foggie curvi- 
linee dei contorni degli schizzi potevano tutte 
comprendersi in tre tipi speciali. Nel primo tipo 
abbiamo le code rettilineo in direzione quasi 
diametralmente opposta al Sole. Appartengono a 
questo tipo la cometa di Ilalley, quella del 1744 
per quanto concerne la sua coda principale, quello 
del 1811, del 1843 e del 1861. La cometa del 
1811 ebbe una coda enorme e lasciò il nome al 


150 


ISTORIE DI MONDI 


vino che squisitissimo fu prodotto in quell’anno: 
quella del 1861, che fu magnifica, fu considerata 
in Italia ed altrove come presagio di prossimo 
ritorno di Francesco li Borbone, e della sua 
restaurazione sul trono delle Due Sicilie, o come 
presagio pure della morte di Pio Nono e della 
caduta del potere temporale ! ! ! 

Nella seconda classe si vedono code che pur 
stendendosi dalla parte opposta al Sole, sono in- 
curvate all’indietro in direzione contraria a quella 
del moto della cometa. La cometa di Donati, 
della quale già discorremmo, e quella di Coggia, 
che brillò nel 1874 durante la primavera e l’e- 
state, ne sono esempio. Nelle code del terzo tipo 
s’incontrano quelle ancora più rivolte dalla parte 
opposta a quella del moto dell’astro. Esse sono 
massiccie, a foggia di spazzola, fortemente in- 
curvate, e nelle grandi comete sembrano non 
ritrovarsi che assieme a tipi delle classi prece- 
denti. Si avverta che le code multiple, vale a 
dire code di tipi differenti emesse contempora- 
neamente, si vanno ognor più frequentemente 
constatando colla più rigorosa ed accurata osser- 
vazione. La cometa Cheseaux del 1744 mostrò 
ben sei code. Bredichin ha dimostrato vera l’ idea 
già invocata da Bessel ed Olbers per spiegare 
i fenomeni mostrati dalla cometa del 1807, e 
ohe Norton e ’Winnecke avovano applicato alla 
cometa di Donati, che cioè le code multiple sono 
composte di differenti sorta di materia, diversa- 
mente influenzate dal Sole. Egli trovò con deli- 
cate considerazioni che al primo tipo corrisponde 


LE COMETE 


151 


l’idrogeno, al secondo i carburi d’idrogeno, al 
terzo il ferro ed altre sostanze di un alto peso 
atomico. Le tre menzionate sorta di materia non 
sono però le tre sole che si suppongono esistere 
nelle comete. La teoria di Bredichin si diffuse 
rapidamente, e dall’epoca della sua pubblicazione 
(1879) fu con successo studiata sulle comete ap- 
parse dopo quell’anno. 

La forza più energica di repulsione, cono- 
sciuta sulla Terra, è l’elettricità, e naturalmente 
si congetturò che i fenomeni delle code delle 
comete potevano essere realmente dovuti alle 
condizioni elettriche della cometa e del Sole. Si 
può dimostrare che quando le sostanze cometiche 
sono evaporizzate dal calore solare, la ripulsione 
elettrica può eguagliare — ed anche eccedere 
d'assai — l’attrazione universale, e cosi pro- 
durre i fenomeni osservati. 

D’altra parte la ben nota connessione di quelle 
nubi dette cumuli coi temporali, e l’evidente 
loro formarsi per la precipitazione del vapore 
susseguente al freddo prodotto dall’espansione 
di colonne ascendenti d’aria calda ed umida, 
sembra lasciar ben poco dubbio, che nella nostra 
atmosfera la rapida condensazione del vapoi’e sia 
collegata con manifestazioni elettriche intense, 
siasi qualsivoglia poi la causa di cosiffatto le- 
game. 

Non è pertanto una supposizione forzata quella 
che la condensazione del vapore emanante dal 
nucleo di una cometa possa produrre un simile 
svolgimento di elettricità, e che il Sole sia assai 


152 


ISTORIE DI MONDI 


probabilmente un corpo permanentemente carico 
di elettricità. 

A questo punto la storia delle comete s’in- 
treccia con quella delle stelle cadenti; e l’una 
non si può finire senza incominciare quella delle 
altre. Narreremo questa altra volta, e con vivo 
compiacimento, perchè in essa rifulge di vera 
gloria il nome di un grande italiano, Giovanni 
Schiaparelli. 



LE STELLE CADENTI 

Mentre per l’or bile 
Irrequiete 
Vola Tincendio 
De le comete 
E gu noi piovono 
Orarsi frantomi 
Lucidi fumi. 

(Guido Mazzoni, Cielo stellato). 

I. 

Quale per li seren tranquilli e puri 
Discorre ad ora ad or subito foco. 

Movendo gli occhi che stavan sicuri. 

E pare stella che tramuti loco, 

Se non che dalla parte, onde s’accende, 
Nulla sen perde, ed es3o dura poco (1). 

In questi mirabili versi dell’Alighieri è de- 
scritto, quasi oserei dire fotografato, quel feno- 
meno che si presenta all’osservatore del cielo 
notturno, e che la moderna astronomia indica col 
nomo di stelle cadenti. I Francesi le dicono étoiles 
filante», gli Spagnuoli estrellas fugace s, gli Inglesi 
shooting stars (letteralmente stelle sparanti), i Te- 
deschi Sternschnuppe con brutto nome che vale 


(1) Dante, Paradiso, Canto XV. 


154 


ISTORIE DI MONDI 


smoccolatura di stelle, o con altro meno usato, ma 
più bello, Sternputze, che significa ornamento di 
stelle. Come ne insegnano i versi di Dante, questo 
fenomeno non è altro che un punto brillante che 
si stacca dal cielo, e che dopo aver percorso ra- 
pidamente il suo cammino apparente attraverso 
alle costellazioni, sparisce senza lasciar traccia. 
Il poeta ne avverte con ragione, che là donde 
il punto brillante dipartissi, non si scorge man- 
canza alcuna di stella che prima vi fosse. Il 
cammino apparente di questi punti risplendenti, 
che talvolta si lasciano dietro uno strascico lu- 
minoso, che in breve ora pure svanisce, è d’or- 
dinario un arco di cerchio massimo della sfera 
celeste, in qualche raro caso serpeggiante con 
bruschi cambiamenti di direzione, ed in qualche 
più rara eccezione rientrante in se stesso. 

Dante menziona ancora le stelle cadenti nel 
Canto quinto del Purgatorio: 

Vapori accesi non vid’io sì tosto 
Di prima notte mai fender sereno, 

N'e, sol calando, nuvole d’agosto. 

“ Senonchè „ , come scrive l’Àntonelli, “ ivi pare 
che specialmente riguardi le principali fra queste 
meteore, quelle cioè che lasciano luminosa traccia 
nel l’atmosfera „. 

Frezzi imitò, certo non migliorandole, quelle 
similitudini (1481): 

la fiamma corrente 
Pare una stella che tramuti loco (1). 


(1) Jl Quadrireyno, I, 13. 


LE STELLE CADENTI 


155 


Vapore acceso nel mese d’agosto 

Mai non trascorre il ciel tanto veloce (1). 

Nel verso: 

Nè, Sol calando, nuvole d’agosto, 

Dante accenna al fatto che nella prima quin- 
dicina d’agosto le notti sono particolarmente 
ricche di stelle cadenti; ma è curioso ch’egli 
menzioni particolarmente il tramonto, ora in cui 
certo se ne vedono poche o punte, giacché esse 
sono corpi piccoli e debolmente luminosi. Si pro- 
pose da taluno di leggere invece: 

Nè solca lampo nuvole d’agosto, 

ma pare che nessun codice si possa presentare 
a rincalzo di questa lezione (2). Se si potesse 
leggere Sol nascente, il poeta sarebbe nel vero 
in ogni cosa, giacché, come l’osservazione ha 
dimostrato, le meteore luminose abbondano al- 
quanto più dopo mezzanotte fin verso il levar 
del Sole. 

Il Tasso, alla strofa 20 del Canto ventesimo 
della Gerusalemme cosi canta delle stelle cadenti: 

Come talvolta estiva notte suole 
Scoter dal manto suo stella o baleno. 


(1) Il Quadriregno, IV, 14. 

(2) Borgognoni nel Fanfulla della Domenica, n. 3, II, 
1380; Poleto, Commento della Divina Commedia, 1894; 
Costerno e Pasqualigo in II Baretti, periodico torinese, 
nn. 8 e 9, 1880. 


156 


ISTORIE DI MONDI 


Milton, nel suo Paradiso perduto , allude in 
due occasioni alle stelle cadenti. Nel descrivere 
la caduta di Mulciber dal cielo, egli dice: 

from morn 

To noon he fell from noon to dewy eve 
A summer’s day: and with thè setting sun 
Dropt from thè zenith like a falling star (1). 

11 rapido volo dell’arcangelo Uriele dal Sole 
alla Terra è delineato come segue: 

Thither carne Uriel, gliding trough thè even 
On a sunbeam, swift as a shooting star 
In autumn thwarts thè night, when vapours fired 
Impresa thè air, and shows thè mariner 
From what point of his compass to beware 
Impetuous winds (2). 


( 1 ) rovinò 

Da mane a nona, indi da nona a sera, 

Tutto un giorno di state, ed al tramonto 
Del sol precipitò, pari a cadente 
Lucida stella dal zenit spiccata. 

(2) Per l’aer che già s'imbruna, a una cadente 
Stella simile, che per l'ampia notte 
Scende d’autunno, allor che il ciel s'accende 
D'infiammati vapori, ed al nocchiero 
Mostra a qual punto della sua fedele 
Bussola i venti impetuosi eviti. 

(Versione di A. Bellati). 
Questi versi ricordano quelli di Omero: 

Quale una stella 

Che pertanto a nocchieri, o a numerose 
Schiero d’armati scintillante e chiara 
Invia talvolta di Saturno il figlio. 

( Iliade , IV, 91, versione di V. Monti). 


LE STELLE CADENTI 


157 


Dello stendardo portato dal cherubino Azazel 
dice che: 

Shone like a meteor streaming to thè wind (1). 

Milton nei soprascritti versi riferisce la falsa 
credenza, viva ancora a’ suoi tempi, e che Teo- 
frasto, Arato e Bacone avevano confermata colla 
loro autorità, che cioè le stelle cadenti predi- 
cessero venti immediati soffianti da quella re- 
gione dalla quale esse sembrano dipartirsi: e 
che se esse provengono da rogioni varie e con- 
trarie, sono foriere di grandi tempeste, di venti 
e pioggia. Seneca lasciò scritto: Ventum signi- 
ficai stellarum discurrentium lapsus, et quidem ab 
ea parte qua erumpit. 

Byron menziona le stelle cadenti nella stu- 
penda e terribile incantazione del Manfredo : 

And thè meteor on thè grave 

When thè fallen stara are sliooting (2). 

Fa cenno poi delle comete al principio della 


1 1 ì Che simile s’avanza a fiammeggiante 
Meteora. 

(Versione di A. Bellati). 
(2 ) Le tombe la meteora lambirà, 


Quando seintilleran gli astri cadenti. 

(Traduzione di De VinGn.ii). 


158 


ISTORIE DI MONDI 


scena iv dell’atto 11 del Manfredo medesimo nel- 
Ylnno degli Spiriti : 

The cornets heraltl trough thè orale I in» skies; 

And pianeta turn to ashes at his wrath fi). 

Anche Virgilio, nelle Georgiche , tocca di una 
simile credenza: 

Saepe etiani stellas, vento impendente, videbis 
Praecipites eoelo labi, noctisque per umbram 
Flammarum longos a tergo albesoere tractus. 

Virgilio scrive ancora : 

calo ceu saepe refixa 

Transcurrunt, crincmque volantia sidcra ducunt; 

ed Ovidio: 

Volvitur in praeceps, longoque per area tractu 
Fertur, ut interdum de coelo stella sereno 
Etsi non cecidit, potuit ceeidisse videri (2). 

Nei tempi moderni si volle ancora far rivivere 
una indiretta influenza delle stelle cadenti sulle 
vicende atmosferiche della temperatura, special- 
mente su taluni abbassamenti di essa, che si 


(1) Nunzie dei passi suoi fra i balenanti 
Cieli son le comete, e l'ira sua 

In cenere risolve i globi erranti. 

(Traduzione di De Viroilii). 

(2) È strano che il Leopardi, nel suo Saggio sugli er - 
rori popolari degli antichi, dopo aver citato altri versi di 
Teocrito, Lucano, Stazio, oltre a quelli riportati nel 
testo, rimproveri agli antichi di aver creduto che le 
stelle potessero cadere, mentre essi manifestamente allu- 
devano al reale fenomeno delle stelle cadenti. 


Ut STELLE CADENTI 


159 


verificano nella prima quindicina di febbraio e di 
maggio. Si volle da taluni con Erman, St-Claire 
Do ville, Folio, che certi sciami di stelle cadenti, 
passando fra la 1 erra e il Sole, intercettassero 
una parte di calore cosi da produrre un raffred- 
damento dell’atmosfera ben avvertibile, oltreché 
dagl’istrumenti, da uomini, animali e piante. 

Vi sono epoche dell’anno nelle quali si osser- 
vano più numerose le stelle cadenti; fra queste 
si segnalano por frequenza i giorni 12, 13, 14 
novembre e 10, 11, 12 agosto. Su queste così 
dotte pioggie periodiche di stelle dovremo intrat- 
tenerci a lungo più innanzi, per ora acconten- 
tiamoci di dire che fu calcolato che gli sciami 
che le producono passano fra noi ed il Solo ri- 
spettivamente l’ll maggio ed il 7 febbraio. Ora 
avviene che verso l’il di maggio, e quasi pre- 
cisamente nei giorni 10, 11, 12, 13, si verifica 
in Europa al nord delle Alpi un abbassamento 
di temperatura notevolissimo e ben accertato. 
Per ciò quei giorni nei quali ricorrono i santi 
Manici to, 1 ancrazio, Servadio e Bonifazio, ven- 
gono chiamati i Santi di ghiaccio (Eisheiligen) od 
anche i gestrengene Herren (rigidi signori) ed in 
Francia les trois Saints de giace. In Italia non 
hanno quei giorni denominazioni caratteristiche, 
forse perchè il freddo in essi non fu mai avver- 
tito, come pare conformino alcune moderne in- 
dagini. In maggio un ritorno al freddo riesce 
dannosissimo alla vegetazione, e nella vitifera 
valle del Reno, ove esso è tanto temuto, quei 
santi detti Eismanner (uomini di ghiaccio) por- 


160 


ISTORIE DI MONDI 


tano il poco lusinghiero nomignolo di Weìmer- 
derber (distruttori della vite). Federico II non ci 
credeva: egli aveva una stupenda raccolta di 
agrumi nel suo castello di Sans-soucji, e per non 
aver dato retta al suo giardiniere, che di quei 
Santi conosceva bene la funesta influenza, la 
perdette. Ora i Santi di ghiaccio sono spiegati 
bene colle leggi generali dei movimenti dell’atmo- 
sfera, ed è provato che le stelle cadenti nulla 
hanno a che fare con essi. Circa l’anomalia di 
febbraio, non bene accertata, si giungerà certo 
ad una analoga conclusione. 

Le stelle cadenti si presentano tutte le notti 
in discreto numero, numero però che varia fino 
a divenire grandissimo e tale da costituire una 
vera pioggia di fuoco, il ritornar della quale ad 
epoche fisse costituì fino ad una quarantina d’anni 
fa un serio problema astronomico. La soluzione 
di esso è dovuta a G. V. Schiaparelli; egli, di- 
mostrando la connessione delle stelle cadenti colle 
comete, le assoggettò alle leggi della meccanica 
celeste, alle quali, per molto tempo, si era dubi- 
tato ubbidissero. Le più antiche osservazioni che 
si posseggono sulle stelle cadenti sono le chinesi. 
Gli osservatori del Celeste Impero hanno con- 
servato e tramandato nei loro annali descrizioni 
di questi fenomeni, notando l’epoca nella quale 
succedevano. Da quegli annali si potè ricavare 
la periodicità di taluna di quelle apparizioni. Le 
raccolte chinesi cominciano coll’anno 687 dell'èra 
volgare e si continuano anch’oggi dagli astro- 
nomi della Corte di Pekino, i quali compongono 


LE STELLE CADENTI 


161 


il famoso tribunale di matematiche che, a vigi- 
lare sulle sorti dell’Impero, mantiene costante- 
mente due de’ suoi membri ad investigare se 
nulla di ostile si presenta in cielo. Queste os- 
servazioni chinesi, che furono raccolte da Biot, 
giungono fino al 1647; le posteriori non sono 
ancora pubblicate, vietando un uso antichissimo 
della China di rendere pubblici gli annali di una 
dinastia prima ch’essa sia estinta o decaduta dal 
trono. Ben scarsa notizia ci offre, per contro 
l’antichità greca e romana sulle apparizioni di 
stelle cadenti, ed a mala pena, dalle descrizioni 
di prodigi che leggonsi in Livio ed in Giulio 
Obsequente, si può dubitare che si tratti di esse. 
Le cronache del medio evo e gli scritti arabi 
sono pieni di accenni e di descrizioni di pioggie 
di stelle, o parecchi eruditi astronomi ricavarono 
da essi copiosi cataloghi di apparizioni meteo- 
riche. Nè, come si può pensare, andavano questi 
fenomeni straordinari scompagnati da pregiudizi 
degli uomini, che anzi venivano riputati tristi 
presagi di sventure o di flagelli. Una tradizione 
antica degli oracoli sibillini, conservata dal Cri- 
stianesimo, portava che doveva la fine del inondo 
essere accompagnata dalla caduta delle stello. A 
ciò accenna uno storico di Bisanzio, narrando 
come nell’inverno dal 762 al 763, essendo l’anno 
ventosi moterzo del regno di Costantino Copre- 
mmo, il mar Nero gelasse tutto, e soggiunge: 

“ Nel marzo successivo apparvero nel cielo ca- 
dere le stelle, e tutti che le videro credettero 
giunta la consumazione dei secoli 

Zaxoto Busco, Istorie di mondi. ,, 


162 


ISTORIE RI MONDI 


Nei tempi andati, in Europa, le stelle cadenti 
si ritenevano essere le anime dei morti, il cui 
lìlo d’esistenza veniva tagliato dal destino. Gli 
Arabi pensavano invece che esse fossero pietre 
fiammeggianti lanciate dagli angeli sul capo ai 
diavoli, quando questi s’accostavano troppo al 
cielo. Il Corano riproduce e consacra, in certa 
maniera, questa opinione che si trova sparsa in 
tutto le regioni sottoposte all’influenza dell’isla- 
mismo. Più grossolano credenze troviamo presso 
i popoli selvaggi. Gli Indiani dell’Orenoco vedono 
in quelle fugaci apparizioni l’orina delle stelle, 
mentre la rugiada proviene dalle goccio della 
loro saliva: gli Uti del gran bacino dell’America 
settentrionale ne fanno le deiezioni degli Dei. 
Vige tuttodì in Galizia una poetica leggenda che 
vuole risieda in ogni stella cadente un folletto: 
se la stella cade a terra, il folletto si trasforma 
in donna di rara bellezza, cho appellasi Letaicitza, 
con lunghi capelli biondi e scintillanti. La bella 
creatura esercita su tutti che la guardano un 
fascino magico; nella notte poi, quando tutto 
tace, li abbraccia, li abbraccia ancora, finche li 
soffoca nei suoi amplessi. Una certa forinola 
mormorata al momento in cui la stella s’accende 
scongiura il pericolo. Così ancora oggidì fra noi 
si va dicendo, che se si esprime un desiderio tra 
raccendersi e lo spegnersi d’una stella cadente, 
il desiderio sarà soddisfatto. 

Pur quante volte dal torrazzo al mare, seguendo 
coll’occhio tuo di gazzella il cammino celeste di 
quei lucenti fuochi, implorasti, dolce Evelina, pace! 


LE STELLE CADENTI 


163 


pace! Invano, invano, poi che è fatale che ovunque, 
sempre, sia degli uomini crudel retaggio il pianto. 

Porgi a’ miei detti ascolto: 

Questo servaggio non finisce mai. 

Non morrai non morrai, nè poserai 
Poco nè molto. 

Morir posar t’è tolto: 

Eternamente con vece infinita, 

Di forma in forma e d’una in altra vita, 

Andrai travolto (1). 

II. 

Si è già accennato di volo al fatto che il nu- 
mero delle stelle cadenti che si noverano in certe 
notti dell’anno è assai maggiore che non nelle 
altre; tali sono ad esempio le notti del 10 agosto 
e del 14 novembre in particolar modo. L’appa- 
rizione del mese d’agosto dura parecchi giorni 
ed ha il suo massimo verso il 10, quella di no- 
vembre verso il mattino del 14. Giovanni Pascoli 
ha nelle sue Myricae una mirabile poesia inti- 
tolata X agosto, nella quale la prima e l’ultima 
strofa accennano alle stelle cadenti d’agosto: 

San Lorenzo, io lo so perchè tanto 
di stelle per l'aria tranquilla 
arde e cade, perchè sì gran pianto 
nel concavo cielo sfavilla. 

E tu, Cielo da l'alto dei mondi 
sereno, infinito, immortale, 
oh! d'un pianto di stelle lo inondi 
questo atomo opaco del male. 


(1) Ahtitbo Gbaf, Ascolta. 


164 


ISTORIE DI MONDI 


Questi massimi si osservano tutti gli anni, ma 
la intensità stessa del fenomeno a quelle date 
è soggetta ad una certa periodicità. Il più ri- 
marchevole fra i ritorni di pioggie di stelle è 
quello di novembre, e per esso i calcoli del pro- 
fessor Newton danno con molta certezza un mas- 
simo ogni trentatrè anni e un quarto: l'ultimo 
di tali massimi fu osservato nel 1866, il pros- 
simo era dunque da aspettarsi per la fine del 1899. 

La pioggia di novembre è accompagnata nel 
suo percorso celeste da una piccola cometa, sco- 
perta in Italia da un astronomo tedesco, Tempel, 
undici mesi avanti la corrispondente pioggia di 
stelle cadenti (13-14 novembre 1866). Quando 
la cometa venne l’ultima volta nelle vicinanze 
del Sole, passò a circa quindici milioni di chi- 
lometri di distanza da noi. 

Un famoso profeta del tempo (Welter Prophet), 
Rodolfo Falb, ha annunziato che il 13 no- 
vembre 1899, fra le 2 e le 5 del mattino (igno- 
rasi di qual tempo), la Terra si sarebbe urtata 
colla cometa di Tempel, e ne sarebbe andata 
distrutta. Falb aggiunse con avvedutezza che se 
quell’urto non avesse a succedere, e non successe, 
noi avremmo assistito quella mattina ad una 
pioggia di stello cadenti cosi fitta, come finora non 
si vide mai, e nulla si vide. Abbiamo già svolto 
altra volta quanto riguarda l’insussistenza del 
pericolo di una collisione fra una cometa e la 
Terra, ma giova tornarvi sopra perchè il con- 
cetto ha più tenaci radici, clic non meriti. Inter- 
pellato da un giornalista tedesco sulla probabi- 


LE STELLE CADENTI 


165 


litìi dell 'avverarsi della profezia di Falb, il nostro 
Schiaparelli rispose colla seguente lettera: 


Milano, 31 dicembre 1893. 

Forse il sig. Falb avrà qualche documento a me sco- 
nosciuto, sul quale avrà appoggiato la sua predizione: 
quello che a me risulta è quanto segue. 

Per mezzo di diligenti calcoli sono state determinate 
con molta accuratezza dagli astronomi la forma e la 
posizione della curva che la cometa del 1866 descrive 
nelle regioni più vicine al Sole, e quindi anche quella 
parte di essa curva che più si avvicina all'orbita della 
Terra. Se quindi si conoscesse esattamente anche il 
(etnpo in cui la cometa (che deve ritornare nel 1899) 
urriverà ad un dato punto della curva anzidetto, sarebbe 
certamente possibile determinare se la cometa incon- 
trerà la Terra, e dato che rincontro avvenga, determi- 
nare con qualche approssimazione le circostanze di tale 
incontro. 

Ma il tempo in cui la cometa arriverà a un dato punto 
della sua orbita, non si può conoscere esattamente in 
questo caso particolare : per la semplice ragione che 
non si conosce ancora esattamente la durata della sua 
rivoluzione intorno al Sole: si sa soltanto che tale du- 
rata è di trentatrè anni ed alcuni mesi. L’ incertezza 
residua in questo caso ammonta a molti giorni, forse ad 
un mese intero. Io non vedo come il signor Falb abbia 
potuto superare questa difficoltà. 

Dato pure che l’orbita della cometa tocchi quella della 
Terra in un punto che chiameremo il nodo , è manifesto 
che i due corpi potranno urtarsi solo a patto di arri- 
vare al nodo nel medesimo momento. Un solo giorno di 
ritardo da parte della cometa o della Terra basterà a 
far sì che i due astri non s’incontrino più. Ora, poiché 
non conosciamo esattamente l’epoca nella quale la co- 
meta arriverà al nodo (e le incertezze importano, come 


166 


ISTORIE DI MONDI 


si è detto, giorni e settimane), come è possibile affer- 
mare che i due corpi s’incontreranno nell'anno 1899? 

Si può aspettare che in quell’anno la Terra s’immerga 
nella corrente meteorica che, come sappiamo, accompagna 
quella cometa. Questa corrente è realmente assai lunga 
e rincontro può avvenire in un punto o in un altro di 
essa. La serie di corpuscoli che costituisce la corrente, 
impiega molti mesi a passare pel nodo successivamente 
con tutte le sue parti ; tale passaggio sembra durare 
molti mesi e anche più d’un anno. Arrivando dunque 
la Terra, al nodo, è, se non certo, almeno probabile, 
che essa incontri qualche punto della corrente medesima. 
Ma 1 incontro della Terra con la cometa propriamente 
detta fe tutt’altra questione. Se nell’anno 1899 la cometa 
sarà osservata con molta diligenza, gli astronomi po- 
tranno determinare con maggiore esattezza la durata 
della sua rivoluzione intorno al Sole. Durante le succes- 
sive apparizioni della cometa si potrà calcolare questo 
tempo con precisione sempre crescente ed in seguito a 
ciò giungere a stabilire la possibilità di un incontro 
con la Terra. Attualmente ciò non si può , a mio giudìzio 
almeno coi documenti che sono a mia conoscenza. 

Suo dev.mo 
G. ScHIAPABELLI. 


Anche gli astronomi Weiss di Vienna, e Forster 
di Boriino, espressero circa la profezia di Falb 
opinioni che concordano con quelle manifestate 
nella lettera teste trascritta, ritenendo assai poco 
probabile, se non improbabilissimo, rincontro 
della Terra con la cometa di Tempel, come già 
fu dimostrato e provato dai fatti. 

Per 1 apparizione d’agosto pare si abbia una 
fase di massimo ogni cento o centodieci anni. 
Vi sono però anche molte altre epoche dell’anno 


LE STELLE CADENTI 


167 


nelle quali il numero delle stelle cadenti è per 
un attento osservatore alquanto maggioro che 
non nelle altre. UAnnuaire du bureau des lon- 
gitudes ne dà ogni anno un completo elenco, al 
pari doU’insuperato almanacco inglese di Witaker, 
ed, in proporzioni troppo ridotte, del nostro Al- 
manacco italiano. 

In ogni pioggia di stelle si constata che tutte 
le loro traiettorie (il percorso) divergono da uno 
stesso punto del cielo o almeno da una plaga 
ristretta di esso, verso tutte le direzioni : questa 
plaga, che dicesi radiante, segue la sfera celeste 
nel suo moto diurno. I sovraindicati elenchi di 
pioggie di stelle contengono anche i dati di po- 
sizione di questi radianti fra le stelle. 

L’esistenza del punto radiante è un effetto di 
prospettiva. I filari d’alberi che fiancheggiano un 
lungo viale sembrano divergere da un medesimo 
punto, così è dei limiti di una lunga strada 
diritta. In un tunnel i filari di pietra delle pareti 
appaiono pure divergere da un punto medesimo, 
le linee della vòlta sembrano salire, quelle del 
suolo discendere, ed i fianchi scostarsi orizzon- 
talmente verso la destra e la sinistra, di guisa 
che se essi fossero percorsi da proiettili lumi- 
nosi, si crederebbe questi provenire dal punto di 
vista prospettico e diramare in tutti i sensi. E 
così che si spiega il fenomeno del punto radiante 
delle stelle cadenti: ma è un effetto complesso, 
proveniente e dai movimenti della Terra e da 
quello dei corpuscoli. 

Un viaggiatore che si trovi in un carrozzone 


168 


ISTORIE DI MONDI 


di ferrovia fermo vede cadere verticalmente le 
goccio di pioggia; se il treno s’incammina le 
goccio gli sembrano cadere obliquamente; cosi 
egli vede passarsi davanti gli oggetti immobili 
che incontra man mano, ed essi gli sembrano 
muoversi venendo dal punto verso il quale invece 
cammina egli stesso. Così quel viaggiatore guar- 
dando lo nubi che camminano in un altro senso, 
attribuisce loro una direzione di movimento che 
non hanno, e che risulta dalla combinazione 
della loro velocità e della sua; e se egli stesse 
fermo vedrebbe quelle nubi muoversi divergendo 
dal loro punto prospettico di vista o punto ra- 
diante. 

Se il punto radiante di una pioggia di stelle 
stesse fermo, mentre la Terra cammina sulla sua 
orbita, esso sarebbe nella costellazione versola 
quale si dirige la Terra in quel momento; ora 
ciò non succede, il punto dal quale sembrano 
dipartire le stelle cadenti è un altro, quindi la 

pioggia, lo sciame di stelle che la produce, 
cammina. 

Il radiante si trova per le meteore del 10 agosto 
fra le costellazioni di Perseo e Cassiopea, esse 
sono dette Perseidi ; e poiché il 10 agosto ri- 
corre la festa di san Lorenzo, quelle meteore 
sono anche chiamate Lacrime di san Lorenzo, 
che, poveretto, morì, come si sa, arrostito sopra 
una graticola rovente. 

Per le meteore di novembre il radiante si trova 
nella costellazione del Leone, donde il nome di 
Leoneidi che vien dato loro. 


LE STELLE CADESTI 


169 


Schiaparelli stima il numero dei radianti del 
cielo intiero di circa 1500; il Kleiber, dalle os- 
servazioni, ne aveva nel 1884 dato un elenco di 
1490 osservati in 26.049 giorni. Nel 1889 l’astro- 
nomo inglese F. Denning, instancabile osserva- 
tore di stelle cadenti, tracciò le orbito apparenti 
di 9177 stelle cadenti, e ne dedusse 1’esistenza 
di 918 centri di emanazione o punti radianti. 
Questo astronomo inglese sostiene che di ben 3000 
sia il numero dei punti radianti osservati; ma 
molti di essi non sono determinati che da troppo 
poche osservazioni. Nell’emisfero celeste australe, 
pochissimi sono i radianti noti, dedotti da Heis 
dalle osservazioni di Neumayer. 

L’esistenza di un radiante che partecipa al 
moto diurno della sfera celeste, assieme al ri- 
torno ad epoche fisse, ci vieta assolutamente ogni 
teoria che cercasse di attribuire il fenomeno a 
causa siedente nell’atmosfera terrestre, assieme 
al ritorno ad epoche fisse, constatato oramai per 
quasi tutti i punti radianti ben determinati e 
più spiccati e conspicui, come era venuto in capo 
di fare ad astronomi di tempi antichi, ed anche 
moderni, non troppo curanti della realtà e delle 
osservazioni. 

Le stelle cadenti non sono visibili negli spazi 
planetari o lunari, e non si accendono che nelle 
regioni più elevate dell’atmosfera, ad altezze che 
variano fra un massimo di 200 ed un minimo 
di o0 chilometri. Le velocità loro sono comprese 
fra 70 e 16 chilometri al minuto secondo: le 
meteore di novembre sono assai più rapide di 


170 


ISTORIE DI MONDI 


quelle d’agosto. La sostanza onde si compongono 
le stelle cadenti è compatta e solida, ed il loro 
peso in generale non eccede frazioni di gromma, 
solo in qualche raro caso potendo salire a quello 
di alcuni grammi. Questi risultati che si enun- 
ciano cosi facilmente e brevemente sono il ri- 
sultato di lunghe e numerose osservazioni e di 
calcoli complicati e minuti. Per la resistenza che 
l'aria oppone al moto rapidissimo di quei cor- 
puscoli, s’ ingenera calore tale da produrre il loro 
infiammarsi: la qual combustione vuol quindi ri- 
tenersi come origine della luce che le meteore 
ci mostrano. A codesta luce fu applicato il po- 
tente mezzo dell'analisi spettrale: essa mostrò 
nelle stelle cadenti la presenza del sodio, del 
magnesio e del ferro. 

Le meteore d’agosto diversificano in colore da 
quelle di novembre, ed in questa, come in tutte 
le apparizioni dell’anno, si vedono stelle di varia 
grandezza e tinta, dipendenti dalla predominanza 
in ciascuna di una piuttosto che di un’altra 
sostanza. 


in. 

Le pioggie di stelle, lo vedemmo, sono pro- 
dotte da sciami di corpuscoli che si muovono 
nello spazio. Ora, siccome le dette pioggie si 
ripetono, con maggiore o minore intensità, ogni 
anno all’epoca medesima, vale a dire quando la 
Terra si trova nel punto stesso della sua orbita, 
così bisogna che in quel tempo ed in quel luogo 


LE STELLE CADENTI 


171 


si trovino sempre nuovi corpuscoli. Ciò non si 
può spiegare che ammettendo che nello spazio 
esistano correnti lunghissime di simili corpuscoli, 
che intersecano in vari punti l’orbita terrestre, 
producendo così le varie pioggie meteoriche del- 
l'anno. Esso saranno più o meno abbondanti a 
seconda della maggiore o minore ricchezza in 
corpuscoli delle varie correnti nei loro vari punti. 
E siccome ogni notte, e da tutte le direzioni, 
cadono stelle, così si conchiude che lo spazio 
interplanetario è percorso in ogni senso da cotali 
correnti di corpuscoli cosmici. E poiché il feno- 
meno delle stelle cadenti si è sempre osservato, 
accade oggi come molti secoli fa, e poiché la 
Terra segue il Sole nel suo movimento por lo 
spazio stellato, così se ne deduce che la medesima 
cosa avviene per tutte le regioni dello spazio 
attraversate fino ai giorni nostri dal sistoma solare. 
Ossia, per meglio dire, che quelle correnti ap- 
partengono al sistema solare e lo seguono nel 
suo movimento attraverso alle costellazioni; non 
escludendo la supposizione che anche nello spazio 
esistano innumerevoli corpuscoli erranti. 

Ognuna delle innumerevoli particelle costituenti 
ciascuna di quelle correnti, è come un minuscolo 
pianeta ; attratta dal Sole essa descrive attorno 
ad esso un’orbita ellittica, e lo segue nel suo 
immenso percorso nello spazio celeste, ed il cor- 
puscolo che la precede e quelli che la seguono 
tanno altrettanto. Così quegli ammassi cosmici 
sono correnti, fiumi di particelle materiali, eter- 
namente trascinati nello spazio come tutti gli 


172 


ISTORIE DI MONDI 


astri e soggetti alle leggi medesime. Cosi siamo 
giunti ad una conclusione certa e mirabile. Bi- 
sogna immaginare nello spazio che circonda 
l’astro del giorno, fino all’estremo limite del 
sistema solare, tracciate innumerevoli strade, 
fra loro intersecantisi e non, come tanto piste 
ellittiche di campi di corsa, sulle quali circolano 
in perpetua processione le particelle cosmiche 
delle diverse correnti, perseguitandosi senza rag- 
giungersi mai; accelerando il loro andare al 
perielio, rallentandolo all’afelio, e dando contezza 
di loro esistenza, bruciando nella nostra atmo- 
sfera, quando l’attrazione della Terra ve le 
conduce. 

Come cadono sulla Terra quei corpuscoli co- 
smici in numero enorme, così ne cadono su tutti 
gli altri pianeti, sui loro satelliti, sulla Luna, 
sul Sole. 

Un osservatore che guardi il cielo con libero 
orizzonte vede nelle notti ordinarie da 15 a 20 
stelle cadenti in un’ora : ciò ben inteso per quelle 
che si scorgono ad occhio nudo. Se si potesse os- 
servare con un cannocchiale che ingrandisse solo 
sessanta volte, se no vedrebbero duecento ses- 
santa volte di più, e facendo la somma por tutto 
l’anno e per tutta la Terra, si arriva al totale 
rispettabile di circa sessanta miliardi. Tn con- 
fronto delle dimensioni del sistema solare la 
Terra è una piccolissima particella; si può quindi 
giudicare della liberalità colla quale furono se- 
minati nello spazio quei corpuscoli cosmici. 

A queste stelle cadenti periodiche e non (spo- 


LE STELLE CADENTI 


173 




radiche) conviene aggiungere quelle pietre che 
tratto tratto cadono dal cielo sulla Terra e che 
son dette bolidi od areoliti. 

Così la nostra Terra è, al pari di tutti gli 
altri corpi del sistema solare, continuamente 
bombardata da una pioggia incessante di corpi 
grandi e piccoli. È evidente che il suo volume 
e la sua massa ne sono accresciuti. Fu calcolato 
(Scluvedof) che, da venti secoli, l’aumento di 
massa accennato è affatto insignificante, e non 
può por nulla avere influito sulla durata della 
rotazione terrestre attorno al proprio asse. 

Lo stato attuale della scienza non permette di 
sapere se l’urto delle stelle cadenti e dei bolidi 
abbia avuto sui moti terrestri qualche influenza. 

Nell’ipotesi però che il fenomeno delle stelle 
cadenti sia sempre durato con uguale intensità-, 
non è assurdo il pensare, che nei milioni d’anni, 
di sua vita cosmica, la massa terrestre, non siasi 
per esso notevolmente accresciuta. 

L'ipotesi però della costante intensità del fe- 
nomeno, non è ammissibile, e per un dato sciame 
è invece quasi certo che essa fu altravolta gene- 
ralmonlc più cospicua, e che va facendosi minore 
col tempo. Ciò pur tenendo conto di una diva- 
rietà di densità sulla lunghezza della corrente, 
che può produrre casualmente pioggie più ab- 
bondanti o più scarse. È perciò importantissima 
la costante e continua numerazione delle stelle 
cadenti, essa sola c’insegnerà, col tempo, se il 
fenomeno vada realmente perdendo di ricchezza 
e con qual legge. 


174 


ISTORIE DI MONDI 


Quando una stella cadente brucia nell’aria, gli 
avanzi della combustione rimangono nell’aria ed 
il pulviscolo atmosferico ne porta non dubbie 
traccie. 


IV. 

Ma dal cielo cadono talvolta delle vere pietre 
di dimensioni non piccole. Diciamo poche cose, 
le essenziali, intorno a queste; ritorneremo poi 
alle comete, dalle quali ci siamo allontanati assai 
meno di quanto possa sembrare al cortese lettore, 
che ebbe la pazienza di seguirci fin qui. 

La Bibbia menziona in modo un po’ confuso 
delle pietre cadute dal cielo nel capo X, verso 11 
del libro di Giosuè: 

E mentre fuggivano dinnanzi a Israele, ed erano sulla 
scesa di Bethoron, il Signore gittò sopra di loro dal 
cielo delle pietre grosse, iniìno ad Azeca; onde essi mo- 
rirono. Più furono quelli che furono morti dalle pietre 
della gragnuola, che quelli che i figliuoli d’Israele ucci- 
sero con la spada. 

Anassagora nel quinto secolo prima di Cristo 
riconosceva già alle pietre che cadono dal cielo 
un’origine non terrestre. Mentre Lalande nel 1792 
scriveva ancora delle stelle cadenti: 

L’athmosphbre est toujours chargée d’exhalaisons, de 
vapeurs, de nuages aqueux ou de feux électriques ; de 
là naissent une multitude de mótéores, et surtout ces 
foux que l’on prend quelquefois pour des étoiles tom- 
bantes, mais qui ne sont que des exhalaisons légères, 
dont la lumière ne dure qu’un instanti quand elles sont 
près de nous, ce sont des globes de feu qui paraissent 
étonnants ! 


LE STELLE CADENTI 


175 


Plutarco parlando di un aerolite caduto nel- 
l’anno 461 a. C. dice che questi globi vengono 
dall’ interno del nostro globo, opinione tenuta da 
Plinio. È curioso l’avvertire a questo riguardo 
che molti geologi ritengono che quella specie di 
pietre celesti, dette areoliti, perchè più partico- 
larmente pietrose, rappresentano fra i materiali 
cosmici roccie equivalenti a quelle della super- 
ficie terrestre, mentre quelle chiamate ferri me- 
teorici, perchè contengono in abbondanza il ferro 
sempre associato al nichel, rappresentano gli ele- 
menti che prevalgono nell’interno del nostro 
pianeta. Questo modo di vedere, pare confermato 
e dal valore della densità media della Terra, 
e dai fenomeni del magnetismo terrestre. Più 
curioso ancora è che un astronomo di altissimo 
valore, Robert Stawel Ball, ritiene come molto 
probabile l’origine terrestre di talune specie di 
pietre celesti. Questa opinione era già stata 
emessa dal sommo matematico Lagrange e di re- 
cente ripresa e sostenuta da Tisserand, insigne 
astronomo francese; ma questi studi erano più 
teorici che altro. Le pietre che cadono dal cielo, 
o meteoriti, secondo Ball, le cui idee furono se- 
guite dall’acutissimo Procter, sarebbero state erut- 
tate da vulcani terrestri in tempo in cui l’atti- 
vità vulcanica del nostro mondo piccioletto era 
enormemente più grande di quanto ron sia pre- 
sentemente. Queste masse, lanciate con una forza 
enorme, avrebbero attraversato l’atmosfera vin- 
cendone la resistenza, sarebbero sfuggite all’at- 
trazione terrestre e avrebbero assunto un moto 


176 


ISTORIE DI MONDI 


ellittico attorno al Sole (talune forse moventisi 
in orbite iperboliche si sarebbero dipartite per 
sempre anche da questo), passando ogni voli a per- 
ii punto dell’orbita terrestre dal quale si dipar- 
tirono. E sarebbe in questi passaggi che esse 
sarebbero riprese, in date occorrenze, dalla Terra. 
Così sarebbero riconfermate le vedute di Anas- 
sagora e Plinio fatte rivivere nei tempi moderni 
da Tschermak. 

Fu discusso ed esaminato se gli areoliti non 
potessero provenire da altri pianeti, e si trovò 
ciò poco probabile. Laplace e Poisson emisero 
l’idea che quelle pietre celesti avessero potuto 
essere eruttate da antichi vulcani lunari : Plana 
fece vedere che se ciò non è impossibile, è per 
lo meno molto improbabile. L’opinione che gli 
areoliti potessero provenire dalla Lima, fu per 
la prima volta emessa da un fisico italiano, Paolo 
Maria Terzago, che nel 1664 scriveva: “ Ni 
dicere velimus, Lunam Terram alteram, sive 
mundum esse, ex cuius montibus divisa frusta 
in inferiorom nostrum hunc orbem delabantur „. 

Tale concetto fu ripreso da Olbers nel 1795, 
e, come avverte Schulhof, non è del tutto ab- 
bandonato oggidì. 

Stanislao Meunier vuole che i meteoriti siano 
frantumi di un corpo notevole simile alla Terra, 
avente vere epoche geologiche, e che questo corpo 
si sia spezzato in frammenti, sotto l’azione di 
cause non esattamente accertabili, ma che ve- 
diamo in azione in altri corpi celesti. Egli vede 
negli asteroidi e nella costituzione della Terra, 


LE STELLE CADENTI 


177 


della Luna e degli altri pianeti indizi in appoggio 
delle suo idee, elio concludono ad un frantumarsi 
dei corpi del sistema solare. Altro che l’Italia 
in pillole, s’avrebbo il mondo in pillole! 

Se veri sono i pensamenti di Ball, la Terra 
viene riacquistando quanto perdette nel passato, 
e poiché quasi sicuramente ora e pel futuro non 
perderà neppure una particella della materia onde 
consta, cosi la sua massa andrà continuamente, 
sebbene lentissimamente, aumentando. Fino a 
quando? 

Riedono forse quei ferrei macigni alla natal 
lor Terra, peregrini dello spazio tornano a posare 
ove nacquero, in fondo al mare, sulla faccia del 
nostro orbo o nelle vetrine d’un museo. Ma più 
non tornan fra noi gli adorati estinti, e il bel 
tempo non torna della fiorente vigorosa gioventù ! 

Nei terreni antichi della crosta terrestre furono 
ritrovati degli areoliti, detti perciò fossili. Basti 
qui il rammentare Resistenza di questi fossili, 
ed il rammentare che i più antichi incontrati fin 
qui sono le tre pietre del terreno carbonifero del 
Laucashire, descritto da Binney nel 1851. 

Sulla vera origine dei meteoriti, l’ultima parola 
non è detta, e molto mistero avvolge ancora la 
loro provenienza. 

Oltre ai grandi meteoriti, la polvere che pro- 
viene dalle stelle cadenti devo piovere inavvertita 
sulla Terra. L’evidenza di ciò è preponderante. 

La neve incontaminata e vergine dello regioni 
polari fu spesso trovata macchiata con traccie 
di pulviscolo che contiene particelle di ferro. 

Zahc/tti Biakco. Istorie di mondi 12 


178 


ISTORIE DI MONDI 


Simili particelle si trovano sui campanili delle 
chiese e sotto molto varie circostanze. E corta- 
mente fra i minuti corpuscoli che danzano nel 
raggio di Sole che attraversa la camera buia, 
v’hanno particelle di stelle cadenti. Le sabbie dei 
deserti dell’Àfrica esaminate al microscopio pre- 
sentano traccio di piccolissime particelle di ferro, 
che mostrano di aver subita un’elevata tem- 
peratura. 

Negli scandagli che la nave inglese Challenger 
fece nell’Atlantico durante il suo mai sempre me- 
morabile viaggio, furono estratti dal fondo del 
mare masse di fango, contenenti frammenti di 
ferro magnetico, che si ha ogni ragiono per cre- 
dere caduti dal cielo. Forse che quei ferri pietrosi, 
quel magnetico pulviscolo hanno detto al mare 
il segreto di loro peregrinazioni, e il mistero ad 
esso hanno raccontato dello spazio donde proven- 
gono? Forse che hanno detto al muggento im- 
passibile maro se anche lassù si odia e si ama, 
si soffre e si spera? 

Io, signor, non avrei pari in dottrina 

Se potessi saper quel che sa il mare (1). 

Pochi anni or sono, nel 1887, furono trovati 
dei piccoli diamanti nelle pietre meteoriche, 
nel 1892 si rinvennero diamanti in un ferro me- 
teorico raccolto nell’ Arizona, ciò confermò l’af- 
fermazione di Meydenbauer che nei inoteoriti in 
genere si possono presentare diamanti. Meyden- 


(1) Ami: no Guai-, Affogata. 


LE STELLE CADENTI 


179 


bauer nel 1875 emise l’idea che i diamanti fos- 
sero di origine cosmica, e che si siano originati 
nelle più remote epoche della Terra, od anche 
cadati dal cielo come meteoriti. Il chimico inglese 
Ramsay ha di recente constatato in un meteorite 
la presenza dell’argon, corpo da lui scoperto pochi 
anni sono, e dell’elio, altro corpo che la spettro- 
scopia ci insegnò esistere nel Sole e che fino a 
poco tempo fa non orasi riscontrato sulla Terra, 
ove lo fu, non è guari, in taluni minerali ra- 
rissimi. 

L’esistenza negli areoliti di corpi entranti nella 
composizione chimica dei corpi organizzati ha dato 
luogo a curiose ipotesi sulla origine della vita. 
W. Thomson (ora Lord Kelvin) e 0. Richter hanno 
visto negli areoliti i disseminatori dei germi della 
vita nell’universo e sulla Terra. 

Se questa assai fantasiosa ipotesi fosse vera, 
il culto e l’adorazione tributati anche oggi da 
molti popoli del mondo agli areoliti sarebbero 
non del tutto assurdi, e di essi gli areoliti fu- 
rono la prima causa. 11 mistero della loro origine 
e provenienza, che si può dire giustamente celeste, 
fece sorgere senza fallo i più strani pensieri nei 
primi testimoni di queste cadute straordinarie. 
Non erano forse degli Dei che venivano cosi 
sulla Terra? Kntsiou, che significa areolita, era 
il Dio degli Aramoi delTHaouran. I Fenici chia- 
mavano queste pietre beith-el che in loro lingua 
significava dimora di Dio e si è di là, dicesi, che 
i Greci hanno dedotto la parola belile pietra sacra. 
Gli areoliti erano depositati negli edilizi consa- 


ISTORIE DI MONDI 


180 

orati al culto. Forse si adorava un areolito nella 
pietra Melkarth, l’Èrcole di Tiro, nel grande e 
splendido tempio di quella famosa città. Erodiano 
dice che la pietra del tempio del Sole in Siria 
era di certo caduta dal cielo. La descrizione di 
quella che rappresentava il dio Marte, a Petra 
in Arabia, s'attaglierebbe mirabilmente pel colore, 
che era nero, ad una pietra celeste. Per i dia- 
manti contenuti nei meteoriti ed il culto di questi 
sono molto istruttivi due lavori dovuti rispet- 
tivamente a Crookes (1) ed al prof. Hubert 
R. Newton (2). 

Fra le cose preziose che Verre esportò dalla 
Sicilia era la pietra che rappresentava Cerere, 
nel tempio di questa dea a Catania. Una vene- 
razione particolarissima tributavasi a questo og- 
getto sacro, perchè la tradizione voleva che fosse 
un giorno caduto dal cielo. Lo scudo di Numa 
Pompilio e la spada di Antar in Mongolia erano 
fatti con pietre metalliche cadute dal cielo. La 
pietra nera della Kaaba alla tomba di Maometto 
alla Mecca, oggetto di tanto sacro rispetto, è un 
areolito. Ma il curioso si è che l’uso di depo- 
sitare gli areoliti nei santuari si è mantenuto 
attraverso i tempi, malgrado tutti i cambiamenti 
d’abitudini e di religione. 

Il celebre meteorite caduto davanti a Massi- 
miliano I nel 1492 ad Ensisheim in Alsazia, fu 
collocato nella chiesa del villaggio. La pietra 


(lj Naturi; (Inglese), 1897. 

1,2) Nature (Inglese), agosto 1897. 


LE STELLE CADENTI 


181 


rimase in quella chiesa per tre secoli, fino a che 
durante la Rivoluzione francese fu trasportata a 
Colmar, e se ne ruppero dei pezzi, uno dei quali 
fu trasportato al British Museum in Londra. 
Fortunatamente quoU’interessante oggetto è stato 
riportato nella chiesa di Ensisheim, dove è una 
vera curiosità pel visitatore. Alcuni autori rac- 
contano, che Far eoi ito caduto a Vago (?) il 
19 giugno 1688, fu legato con una catena in una 
chiesa di Verona. Avverto che l’accuratissimo 
Baedeker non fa cenno di tale curiosità. Assai 
probabilmente esso è uno dei pezzi di meteoriti 
caduti in quel di Verona, comune di Caldiero, 
alla detta data, giacche è a sapersi che talvolta 
i meteoriti cadono in forma di frammenti, o, come 
dicevano gli antichi, che ne menzionano parecchi, 
di pioggia di pietre. I bolidi, quei grossi globi 
luminosi elio solcano talvolta il cielo, con uno 
strascico grande e lucente, scoppiando possono 
originare di tali pioggie. 

Oggidì i meteoriti non si depositano più nelle 
chiese, ma nelle collezioni e nei musei di mine- 
ralogia, ove se ne ammirano di quelli del peso 
di molti miriagrammi. Il dott. Brezina ha dato 
di recente un catalogo dei principali. 

11 17 maggio 1791, presso Castelnuovo Berar- 
denga noi Senese, avvenne una pioggia di sassi, 
la cui storia fu scritta dal monaco naturalista 
Ambrogio Soldano. B prof. Bombicci compilò 
nel 1875 un elenco di 34 cadute di areoliti ve- 
rificatesi in Italia, i cui musei ne posseggono 
ricche ed interessanti raccolte. 


182 


ISTOBIE DI MONDI 


Aleardi si giovò dei bolidi ed areoliti con una 
geniale trovata nei versi seguenti: 

Ad una fanciulla. 

Ti vidi, Olga, brillar ne la divina 
Integrità de le virginee forme: 

Ma venne il dì de la fatai rapina 
Che amore ardisce sul pudor che dorme. 

Vidi un bolido splendere una sera 
Bello che innamorava ogni pupilla; 

Quando il raccolsi, era una cosa nera 
Tinta di ferro, e sordida d’argilla. 


V. 

AH’appariro di una stella cadente in cielo, al 
luccicar di quell'astro fuggente, al suo rapido 
svanire, la mente si domanda che sia, doude venga, 
ove sia diretta, e perchè in quella piuttosto che 
in altra direzione si ratta cammini. Per rispon- 
dere a queste domande furono immaginate molte 
teorie; la più recente di esse è dovuta a GLV. Scliia- 
parelli; nello stato attuale della scienza, essa 
sembra spiegar meglio di tutte le altre i fatti 
osservati. 

Dalla più remota antichità, e quasi sino ai 
tempi moderni, le stelle cadenti vennero consi- 
derate come un fenomeno dell’atmosfera terrestre. 
Solo Diogene da Apollonia fa eccezione. Egli af- 
ferma che esistono delle stelle invisibili che s’in- 
fiammano e si spengono, cadendo sulla Terra ; 
come l’enorme pietra la cui caduta, osservata ad 


LE STELLE CADENTI 


183 


Egos Potamos, quasi nell’anno (469 a. C.) della 
nascita di Scorato, destò in tutta la Grecia me- 
raviglia grandissima. Diogene Laerzio e Plinio 
attribuiscono ad Anassagora da Clazomene l'opi- 
nione che fa venire dal Sole la pietra di Egos 
Potamos: secondo quegli autori, Anassagora 
avrebbe predetto la caduta di quell'areolito. 

Keplero voleva che le stello cadenti fossero 
esalazioni terrestri condensate nell’atmosfera; 
infiammandosi, esse traversano l'aria in linea 
retta; talune vi si consumano, altre trascinate 
dal peso, cadono sulla Terra. Keplero, come altri 
dell’antichità, confondeva colle comete i grandi 
bolidi che lasciano uno strascico considerevole, 
simili a code di comete e che restano visibili 
talvolta per più di una mezz’ora. Cosi, ad esempio, 
Cardano paragona ad una cometa il gran bolide 
del 4 settembre 1511 che aveva prodotto la ca- 
duta di 1200 pietre. Secondo la testimonianza 
di Von Zach, molti astronomi diedero il nome 
di cometa terrestre allo splendido bolide che at- 
traversò l’Europa nel 1783. Hevelius, Hallis, 
Maskclyne, Pringle, Rittenhouse, Wallis, attri- 
buivano ai globi di fuoco un’origine cosmica. Ma- 
il più notevole progresso all’astronomia delle 
meteore fu apportato da Chladni, cho Delaunay 
chiamò il Copernico di questo ramo della scienza 
del cielo. Egli dimostrò rigorosamente la con- 
nessione degli areoliti coi bolidi, e di questi colle 
stelle cadenti, affermando già un loro probabile 
legame colle comete. Si fu per eccitamento di 
Chladni che Brandes e Benzenborg nel 1798 si 


184 


ISTORIE DI MONDI 


accinsero ad osservazioni che ebbero per risul- 
tato la conoscenza dell’altezza alla quale s’accen- 
dono le stelle cadenti ; poco per volta e per mezzo 
della teoria e dell’osservazione si pervenne anche 
a quella della loro velocità. 

1 lavori di Brandes e Benzenberg trovarono 
poco favore presso gli astronomi, e neppure valse 
ad attrarre la loro attenzione sulle stelle cadenti 
la splendida pioggia di stelle osservata da Hum- 
boldt e Bompland a Cumana nell’America meri- 
dionale, che fu visibile da si gran tratto della 
Terra. Ma le descrizioni che di quel fenomeno 
avevano dato Humboldt ed Ellicot furono richia- 
mate alla memoria degli astronomi da una simile 
• ed ancora più magnifica pioggia di stelle avvenuta 
nella notte dal 12 al 13 novembre 1833. In essa, 
secondo gli apprezzamenti di qualche osservatore, 
il numero totale di meteore viste in un sol luogo 
doveva sorpassare le 200.000. I bolidi, dei quali 
alcuni paragonabili alla luna piena, erano nume- 
rosissimi. La coincidenza della data delle due 
pioggia del 1799 e del 1833 fu avvertita da tutti, 
nonché il ritardo d’un giorno fra le due appa- 
rizioni. A spiegare queste si voleva da taluno 
che la Terra nel suo moto intorno al Sole incon- 
trasse, nei giorni corrispondenti alle pioggie os- 
servate, ammassi di materia celeste molto rara: 
ammassi che altri voleva fissi, altri circolanti 
attorno al Sole a guisa dei pianeti. La prima ipotesi 
fu ben presto riconosciuta insostenibile. Più pro- 
babile invece apparve l’opinione emessa da Olm- 
stod che quegli ammassi percorressero un’orbita 


LE STELLE CADESTI 


185 


propria intorno al Sole, in guisa che l’orbita della 
Terra la intersecasse in un punto. La Terra e 
rammasso di materia cosmica ritornando contem- 
poraneamente a quel punto, avrebbero dato luogo, 
incontrandosi, alla pioggia meteorica, od Olmsted 
sosteneva, non altra essere stata la causa della 
splendida pioggia di cadenti del 1833. Ma neanche 
l’ipotesi di Olmsted resse lungamente alla prova 
dei fatti e del calcolo. La pioggia del 12 no- 
vembre si verificò per parecchi anni con inten- 
sità decrescente; ciò assieme alla scoperta del 
periodo annuale di molte pioggie meteoriche, 
richiedendo, entro un anno, il ritorno non solo 
della Terra, ma dell’ammasso altresi ad un me- 
desimo punto, portava ad una ipotesi poco pro- 
babile. Costringeva cioè ad ammettere per ogni 
pioggia un ammasso variamente denso nella sua 
estensione, rivolgentesi intorno al Sole nel pe- 
riodo di un anno, od in un periodo esattamente 
submultiplo di un anno. Contro l’ipotesi di Olmsted 
sorgeva, argomento inespugnabile, l’enorme va- 
stità che era giocoforza attribuire a quegli am- 
massi di materia cosmica, per render conto, data 
la velocità di traslazione della Terra, della du- 
rata delle apparizioni. Nè, dato il numero delle 
meteore osservate, meno forte era il fatto della 
rarità che pur si doveva accettare dei corpuscoli 
nell’ammasso, rarità che sotto l’influenza della 
gravitazione non avrebbe permesso a quell’as- 
sieme di corpuscoli di durare, lasciandolo andar 
disperso sotto l’influenza dell’attrazione degli altri 
corpi celesti. 


186 


ISTORIE DI MONDI 


Sbandite così le ipotesi di ammassi cosmici 
fissi o circolanti intorno al Sole, si venne poco 
per volta a supporre, che la sostanza cosmica si 
trovasse distribuita lungo tutta l’orbita percorsa 
dalle meteore in modo da formare un anello con- 
tinuo circolante attorno al Sole, a guisa di cor- 
rente che ritorna in se medesima. Questa teoria, 
che rendendo ben conto del fenomeno prospet- 
tivo d’ irradiazione da un punto e di quello della 
periodicità annuale di una stessa pioggia, non 
costringeva ad ipotesi restrittive nella durata 
delle rivoluzioni, cominciò, circa il 1839, a farsi 
strada fra i dotti, ed in tale anno il professore 
Erman di Berlino pubblicò su tale argomento 
una celebre Memoria. In essa tentò di sottoporre 
al calcolo l’ipotesi degli anelli, ma mancandogli 
la cognizione esatta della velocità, colla quale le 
meteore cadono sulla Terra, non potè giungere 
ad alcun pratico risultamento, e solo servì il suo 
lavoro ad indicare una via, battendo la quale 
era possibile il giungere a cognizioni più esatte 
di quelle che fino allora si orano acquistate. 

Nel 1863 il professore americano Newton di 
Newhaven riuscì a stabilire con molta probabilità 
che le orbite delle cadenti non sono prossima- 
mente circolari, come quelle dei pianeti, ma che 
esse si avvicinano a quelle delle comete. Appli- 
cando la sua teoria alla pioggia del novembre 1833, 
potè annunziare, con una certezza quasi assoluta, 
il ritorno del fenomeno per la notte dal 13 al 14 
novembre 1866: la sua predizione si verificò rigo- 
rosamente. Fu così data una prima prova assai 


LE STELLE CADENTI 


187 


convincente dell'analogia, forse intraveduta da 
Cardano, Keplero ed llalloy, e quasi affermata 
da Cliladni e Kirkwood, fra le comete e le ca- 
denti. Investigazioni istituite poco dopo quelle di 
Newton, ed indipendentemente da esse, da Schia- 
parelli, lo condussero ad un identico, anzi più 
categorico risultato. Fondandosi su di esso, ed 
appoggiato ancora alle ipotesi cosmogoniche di 
Kant, Laplace ed Herschel, e tenendo conto delle 
divinazioni, come egli le chiama, di Kirkwood, 
riuscì a stabilire in modo indiscutibile quanto 
segue. 

Le orbite descritte dalle stelle meteoriche nello spazio 
sono analoghe, per natura, forma e disposizione, alle 
orbite delle comete: la velocità assoluta delle meteore 
quando percuotono l’atmosfera della Terra h general- 
mente assai prossima alla velocità che corrisponde al 
moto parabolico intorno al Sole, e sta alla velocità della 
Terra nella sua orbita, nella proporzione di 141 a 100: 
certe comete sono associate a certe pioggie meteoriche 
in modo da descrivere con esse nello spazio orbite iden- 
tiche : ed infine molto probabilmente le meteore sono 
il prodotto della dispersione della materia cometica. 

La dispersione di cui si tratta si fa lungo For- 
bita della cometa e non in altra direzione: giova 
aver ciò ben presente per non confondere la for- 
mazione delle correnti meteoriche collo sviluppo 
della coda delle comete. La scoperta di questi 
fatti notabili ha cangiato la faccia della scienza 
delle meteore e per la prima volta l’ha posta su 
v<.-re e solide basi. 

Spetta quindi intiero a Giovanni Schiaparelli 


188 


ISTORIE DI MOXDI 


il merito di avere scoperta e dimostrata la vera 
teoria delle stelle cadenti, che la scienza accetta 
oggigiorno e che non appena enunciata ebbe ampia 
conferma dalla cometa di Tempel del 1866, che 
accompagna le meteore di novembre e dal cal- 
colo che trovò compagna alla pioggia del 10 agosto 
la splendida cometa del 1862. Altre comete si 
riscontrarono nei cataloghi, che appartengono ad 
altri sistemi di cadenti. 1 nomi dei sommi astro- 
nomi Adams (inglese) e Le Verrier (francese) 
sono legati con molto lustro a queste ricerche. 
Weis, Galle, Denning ed altri trovarono per altre 
pioggia meteoriche, compagne altre comete. No- 
tevolissima però fra queste è la relazione della 
cometa di Biela, notata fin dal 1867 da D’Arrest 
e da Weis, con certe meteore anteriormente os- 
servato e che fu splendidamente comprovata ed 
illustrata dalle meravigliose pioggie di fuoco del 
27 novembre 1872 e 1885. 

Secondo il signor Denning, che si è molto oc- 
cupato di questo argomento, sarebbero rigorosa- 
mente provati quattro soli casi di connessione 
di cadenti con comete. Quelli delle meteore di 
aprile, agosto, 13-14 novembre e 27 novembre, 
che dalle costellazioni nelle quali si trovano i loro 
radianti, sono denominate rispettivamente: Li- 
reidi , Perseidi , Leoneidi ed Andromedeidi. 

Secondo Schiaparelli , le correnti meteoriche 
sono il prodotto della dissoluzione delle comete, 
e constano di minutissime particelle che certe 
comete hanno abbandonato lungo la loro orbita 
in causa della forza disgregante che il Sole ed i 


LE STELLE CADENTI 


189 


pianeti esercitano sulla materia di cui sono com- 
poste. Ora la disgregazione dal cui effetto diciamo 
derivare le correnti meteoriche, deve intendersi 
così, che alcune porzioni della materia della co- 
meta vengono a poco a poco allontanate dal centro 
principale dell’astro e sottratte alla sua influenza 
attrattiva. Nel principio, per le leggi della mec- 
canica, si formerà come una nube di corpuscoli 
viaggianti insieme a piccole distanze; come sa- 
rebbe uno sciame d'insetti. Poi questa nube si 
verrà poco per volta allungando, e le sue parti 
si distenderanno progressivamente lungo l’orbita 
da essi descritta, tinche, dopo un numero molto 
grande di rivoluzioni, la nube si sarà trasfor- 
mata in un anello ellittico completo: e l’anello 
si formerà quando le parti più veloci della nube 
abbiano guadagnato sulle meno veloci una rivo- 
luzione intera. A spiegare l’accennata risoluzione 
di una cometa in stelle meteoriche, Schiaparelli 
suppone concorrano e la tendenza che hanno le 
comete, a cagion della grande rarità della loro 
materia, a comporsi in una struttura granulare, 
ed i grandiosi sconvolgimenti che su di esse pro- 
duce il loro avvicinamento al Solo od a qualche 
pianeta del sistema solare. Questi tre fenomeni 
possono verosimilmente bastare a sottrarre le 
particelle all’ influsso attrattivo del nucleo prin- 
cipale della cometa e renderle così indipendenti 
da quello. Avvenuto una volta questo distacco, 
la formazione di una corrente meteorica lungo 
l'orbita è, come dicemmo, conseguenza inevitabile 
e pura questione di tempo. 


190 


ISTORIE 01 MONDI 


Se, nel suo moto di traslazione, la Terra viene 
ad incontrare la specie di processione di corpuscoli 
così originata, essa l'attraverserà incontrandone 
un certo numero. Dalla densità dei corpuscoli 
nel luogo d’incontro dipende la ricchezza dell'ap- 
parizione, ossia il numero delle cadenti che si 
osserveranno. Dalla lunghezza della nube dipende 
poi il ripetersi annuo della pioggia, che sarà pro- 
dotta nello stesso punto dell'orbita terrestre da 
corpuscoli differenti. Se la nube si è già allun- 
gata lungo tutto il percorso di un’orbita chiusa 
intorno al Sole, avremo il ritorno annuo ad epoche 
fisse di corte pioggie. In questo modo sarà facile 
il rendersi ragione dei ritorni annui delle appa- 
rizioni di stelle, delle interruzioni di talune di 
esse, e del loro ripetersi dopo un determinato 
numero di anni secondo che la corrente è con- 
tinua sull'orbita o lungo essa più o meno estesa, 
e nei diversi suoi punti egualmente o variamente 
fornita di corpuscoli. In appoggio di queste spe- 
culazioni geometriche stanno le osservazioni, da 
talune delle quali risulta in modo evidente che 
le comete hanno, anche nella parte loro che ap- 
pare più densa, una struttura granulare, ed una 
tendenza a risolversi, sotto l’aziono dei raggi 
solari, in un gran numero di corpuscoli minutis- 
simi. L’esempio più manifesto è quello della co- 
meta di Biela, già menzionata, che in sullo scorcio 
dell’anno 1845 fu vista divisa in due parti, il 
nucleo di una delle quali apparve più volte 
diviso in varii altri minori. Anche gli storici 
antichi menzionano comete che si divisero, ed altre 


LE STELLE CADENTI 


191 


se ne osservarono dopo il 1845, ed il professore 
Schiaparelli ebbe la rara fortuna di poter assi- 
stere ad un tale fenomeno, osservando la sera 
del 25 agosto 1862 la grande cometa di quel- 
l’anno che accompagna le Perseidi. 

La teoria di Schiaparelli, colle modificazioni 
apportatevi da Weiss, rende conto del fenomeno 
delle stelle cadenti nei suoi tratti generali; ma 
essa incontra delle grandi difficoltà quando si 
tratta di spiegare i numerosi fatti rivelati dallo 
studio minuto dei diversi sciami di cadenti, delle 
loro radiazioni e della loro distribuzione (1). 
Talune di esse si possono forse chiarire colle 
perturbazioni esercitate dai vari pianeti. A spie- 
gare la fissità di certi punti radianti Niessl mise 
avanti l’ipotesi che sciami di corpuscoli di dimen- 
sioni trasversali considerevolissime ci giungano 
dagli spazi stellari, con velocità iperboliche. 

Bredikhine , valorosissimo astronomo russo, 
vede l'origine delle stelle cadenti nelle code ano- 
male delle comete. Le code anomale, rivolte verso 
il Sole, sono costituite da corpuscoli relativa- 
mente troppo pesanti e troppo grossi, per poter 
essere trascinati dalla forza ripulsiva del Sole 
nella direzione delle code normali. Questi cor- 
puscoli, in un dato istanto, hanno ricevuto una 
impulsione, una spinta verso il Sole, costituendo 
così una specie di eruzione dalla cometa verso 
il Sole, che poi genererebbe certi sciami di ca- 


li) Schllhof, Sur les étoìles filantes, in Bulletìn Astro • 
nomìque, 1894, pag. 406. 


192 


ISTORIE DI MONDI 


denti. Alla spinta enorme verso il Sole, che l’ ipo- 
tesi di Brodikhine suppone data ai corpuscoli, 
Schulhof preferisce addirittura la supposizione 
dell’esplosione di una grande cometa, i cui innu- 
merevoli frantumi vengano lanciati in tutte le 
direzioni. 

Che che l'avvenire sia per rivelare agli uomini 
intorno alle stelle cadenti, che, nolle loro varie 
manifestazioni, presentano ancora molti problemi 
insoluti, la connessione loro incontestabile colle 
comete rimarrà gloria italiana purissima dovuta 
al genio di G. V. Schiaparelli. 

VI. 

Circa la connessione fra le stelle cadenti ed i 
meteoriti, la scienza, già lo dicemmo, non ha 
ancora pronunziato l’ultima parola. Abbiamo già 
accennato all'ipotesi di Ball, sulla loro origine 
terrestre, ed a quella di Meunier; altri li vogliono 
far derivare dagli spazi stellati, così che essi 
sarebbero i messaggeri dipartitisi da regioni enor- 
memente lontane, forse di mondi distrutti, che 
volano per quegli oscuri abissi. Schiaparelli stesso 
non ha potuto giungere intorno a questo argo- 
mento ad alcun risultato definitivo. È curioso 
avvertire che gli areoliti hanno una distribuzione 
apparento affatto diversa da quella delle stelle 
cadenti: essi all’opposto di queste sono, secondo 
Greg o Haidinger, più frequenti nella sera che 
nel mattino. Gli areoliti, più frequentemente, 
hanno orbite fortemente iperboliche, e nelle grandi 


LE STELLE CADENTI 


193 


pioggie di stelle cadenti non sono più numerosi 
che nelle altre epoche dell’anno. 

A qualche cosa di più probabile si è giunti 
orca l’origine delle comete. 

Laplace voleva che le comete fossero corpi er- 
ranti per lo spazio stellato, e visitatrici di più 
nuovi mondi vagassero da stella a stella, vaga- 
bonde del firmamento, e penetranti nel sistema 
solare per incontri fortuiti. Ma Gauss e Schia- 
parelli provarono separatamente che questi corpi 
si muovono naturalmente in ellissi prodigiosa- 
mente allungato, e che la forma iperbolica delle 
loro orbite, nei casi estremamente rari nei quali 
esiste, è prodotta dalle perturbazioni dei pianeti. 
Così stando le cose, ne segue, come osserva 
Forster, che lo stato delle comete prima di subire 
l'attrazione del Sole era quello di riposo relativo. 
In altre parole, esse partecipavano al movimento 
di traslazione del Sole nello spazio, verso un punto 
della costellazione della Lira. Questo modo di ve- 
dere era stato, su altro basi, indicato da ricerche 
intraprese, indipendentemente, da Carrington e 
Mohn nel 1860, in certe loro ricerche, per ac- 
certare un’affermata relazione fra la giacitura 
delle orbite delle comete e la direzione del moto 
del Sole nello spazio. 

Herbert Spencer ( Westminster Review, luglio 
1858) ha creduto provare, e non è, che molte 
più comete si avvicinano a noi dalla direzione 
dei poli dell’eclittica, che non da quelle giacenti 
nel piano di essa, il che accenna ad una connes- 
sione col nostro sistema solare. Egli pensa che 


Zajjotti Biakco, Istorie di mondi 


13 


194 


ISTORIE DI MONDI 


le comete siano come fiocchi lasciati indietro nel 
contrarsi e restringersi dall’immensa nebulosa 
che Kant e Laplace ammettono all’origine pri- 
missima del sistema solare. I progressi dell’astro- 
nomia cometaria non confermano queste vedute 
del sommo filosofo inglese. Cosi può dirsi della 
teoria di Faye, che l’americano Winchell ha cosi 
giustamente analizzato. Pare accertato che le 
comete non hanno appartenuto alla nebulosa che 
Ita originato il sistema solare. Le comete formano 
fra le stelle fisse e gli altri corpi estraplauetari 
un sistema distinto di cui tutti i membri accom- 
pagnano il Sole nel suo moto attraverso lo spazio 
stellato. Forse altri corpi oltre il Sole ed i pia- 
neti fanno parte di questo sistema. Talora le vi- 
cende dol moto portano le comete nella sfera 
d’attrazione del Sole, dalla quale per la massima 
parte sou fuori, ed allora imprendono a descri- 
vere attorno ad esso un’orbita allungata, a quel 
modo che loro impone la legge della gravitazione 
universale. In taluni casi, sotto speciali circo- 
stanze, si frantumano, si disfanno, si risolvono 
in corpuscoli minuti, ed incontrando la Terra, vi 
producono le pioggia di stelle cadenti che noi 
osserviamo, a quella maniera che vide ed insegnò 
la mente acutissima di Giovanni Schiaparelli. 

Le comete hanno forse coesistito, a distanze 
enormi, colla nebulosa di Laplace, ma come in- 
teramente straniere al nostro sistema, così che 
non ebbero parte alcuna nel lunghissimo proce- 
dimento di evoluzione, che condusse al suo stato 
presente. Esse sono forse gli ultimi avanzi di un 


LI3 STELLE CADENTI 


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remotissimo ed appena concepibile stato di cose, 
dominante quando il caos dal quale il Sole ed i 
pianeti dovevano, per un supremo e fatale editto, 
emergere, non aveva neppure ancora principiato 
ad essere. 

Oh ! scruta intorno gli ignorati abissi : 

Più ti va lungi l’occhio del pensiero, 

Più presso viene quello che tu fissi : 

Ombra e mistero (1). 


Huxley lasciò scritte le linee seguenti: 

Le migliori civiltà moderne mi sembrano essere la 
manifestazione di uno stato dell’umanità senza ideale 
degno del nome, e che non ha neppure il merito della 
stabilità. Se non nutriamo la speranza di un migliora- 
mento reale nella condizione della massima parte della 
famiglia umana; se veramente l’aecreseimento delle con- 
gnizioni, e l’impero poi più grande sulla natura che ne 
è la conseguenza ; e infine se la ricchezza che deriva da 
questo servaggio della natura, non debbono diminuire 
l’intensità e l’estensione della miseria e della degrada- 
zione fisica e morale, che è il risultato della infelicità 
delle masse, io non esito a dire che saluterei come la 
sola fine desiderata, la venuta di qualche cometa, impie- 
tosita che spazzi via ogni cosa nello spazio. 

Ma “ quella speranza di un miglioramento reale 
nella condizione della massima parte della fa- 
miglia umana», non fallace, non debole, ma salda 
e sicura brilla qual lucida stella davanti agli 
occhi dei forti e dei pietosi, sta conforto e sti- 


li) Pascoli, Sapienza. 


196 


ISTORIE DI MONDI 


molo nell'animo dei valorosi e buoni, ed il poeta 
canta : 

Ma pur, mentre un destin cieco ti guida, 

Se in mezzo all’ombre ondo il tuo ciel s’annera 
Alcuna luce inaspettata arrida; 

Io, soprastando a quest’empia bufera 
D'ingiurie atroci e d’angosciate strida, 

T'esorterò: Leva la fronte e spera! (1) 


(1) Gb*s, Sonetto fraterno. 



LA FINE DEL MONDO"’ 


Signori, 

Io voglio e debbo anzitutto ringraziare il mio 
giovane amico e vostro egregio presidente, dot- 
tore Efisio Gillio Tos, e la vostra esimia dire- 
zione per avermi cortesemente invitato a tener 
una conferenza in questa vostra geniale e sim- 
patica Associazione Universitaria. E li ringrazio 
sentitamente e per l’onore fattomi, e per il vivo 
piacere procuratomi, giacche per me, ormai dopo 
il tramonto, è una sensazione profondamente 
gradita il trovarmi in mezzo ai giovani ed in- 
trattenermi seco loro di quelle dottrine cui si 
dedicarono le ore migliori della vita. Conoscen- 
domi però troppo impari alla difficile incombenza, 
non mi sarei forse deciso ad accettare il tanto 


(1) Conferenza tenuta all’ Associazione Universitaria 
Torinese la sera di sabato, 25 aprile 1896, da Ottavio 
Za notti Bianco. Alcuni brani di questa conferenza sono 
tolti da precedenti lavori dell'autore. 


198 


ISTORIE DI MONDI 


lusinghiero invito se non avessi saputo, per 
ormai lunga esperienza che buoni e cortesi tanto 
sono i giovani studenti, con chi loro vuol sin- 
ceramente bene e vivamente s’interessa, e bene- 
volmente indulgenti con chi di cuore dà quel 
pochissimo che ha. 

Pensando io poi che doveva parlare a voi, 
giovani egregi, che per la breve età siete chia- 
mati a convertire l’incerto domani nell’oggi 
vivente; a voi che quasi veggenti tendete nel- 
l’avvenire lo sguardo fisso a più ampi e sereni 
orizzonti, parvemi non fosse disdicevole, nè po- 
tesse tornarvi di soverchio discaro l'udire discorso 
del destino futuro di questa terra sulla quale 
siamo chiamati a compiere nostra mortai carriera. 
E scelsi, colla scorta della scienza, seco voi li- 
brarmi pei secoli non ancora nati, e dirvi della 
fine del mondo. 

Dal dì che la prima volò ala del tempo guar- 
dano le dorate stelle indifferenti, dall’alto cielo, 
dell’orbo terrestre il rotear perpetuo e delle genti 
umane le scarse gioie e l’infinito pianto. Veggono 
sul pianeta nostro, ove più ad odiar che ad amar 
s’impara, passar nazioni e popoli, crollar templi 
e città, regni ed imperi cader, sorgerne altri, ed 
in assidua vece un incessante battagliar della 
vita e della morte. E via per l’etra in fuga, veggon 
la Terra al Sole avvinta dall’infrangibile catena 
della forza, volar colle sfere sorelle per non bat- 
tuto smisurato calle. E l’uomo ignora ove la sfre- 
nata corsa la adduca, e a quale meta tenda il 
Sole e il suo corteo di mondi e quale destin li 


LA FINE DEL MONDO 


199 


attenda. Un velo impenetrabile ricopro dell’u- 
mana stirpe e della Terra il destino futuro. Il 
pensiero di conoscenza avido e di sapere tenta 
squarciarlo. Invano, perchè l’origine prima ed il 
fine ultimo delle cose non ci saranno svelati mai. 
Invano ma non senza qualche profitto, che negli 
audaci tentativi la scienza procede e nuovi veri 
conquista. 

Nelle isole dell’Oceano Pacifico, bene spesso 
al sorgere ed al tramontare, il Sole si mostra 
circondato da un enorme ventaglio di raggi che 
squarciando regolarmente le nubi si dipartono 
simmetrici dal disco lucente dell’astro del giorno. 
Una strana leggenda che ha corso alle isole 
Hervey, alquanto a oriente delle isole Fiji, cosi 
spiega quella splendida aureola di raggi diver- 
genti. 

Hanu era il grande eroe del Pacifico, ed aveva 
non solo scoperto il segreto del fuoco ad uso dei 
mortali, ma aveva innalzato il cielo sopra la 
terra. Il Sole, però, aveva il cattivo vezzo di tra- 
montare ogni tanto, cosi che era impossibile di 
condurre a termine una qualsiasi faccenda, o cuo- 
cere il pane, o recitare un’incantazione agli Dei, 
senza esserne impediti dall’oscurità. Ora Ra, 
ossia il Sole, è una vivente creatura divina, ras- 
somigliante agli uomini, ma dotato di potente 
energia, e che mattina e sera mostra a questi 
ammirati la sua chioma dorata. Hanu decise di 
catturare il Sole, malgrado i savi consigli di Ta- 
linga, che faceva avvertito il suo figliolo, di non 
immischiarsi negli affari di Ra, avendo già altri 


200 


ISTORIE DI MONDI 


nei tempi andati tentato invano di regolare i 
suoi movimenti. 

Manu intrecciò sei grosse e lunghe e salde 
funi, e munito di esse, s'avviò alla lontana aper- 
tura, attraversando la quale il Sole esce da Avaiki, 
la terra dei fantasmi, e s’arrampica su pel cielo, 
ed ivi pose un nodo scorsojo. Più lontano sul 
cammino del Sole, ne collocò un secondo, ed in 
tutto sulla strada di consueto tenuta dal Sole 
stesso, ne pose sei ad eguali intervalli. 

Di buon mattino il Sole, di nulla sospettando, 
s’incamminò per la sua solita celeste passeggiata. 
Hanu era appiattato presso al primo nodo, che 
strinse di buona volontà; ma esso scivolò lungo 
il corpo del Sole, e si fermò intorno ai piedi. 
Cosi avvenne che il secondo fu trattenuto alle 
ginocchia, il terzo alle anche, il quarto alla cin- 
tura, il quinto sotto le braccia. TI Sole procedeva 
malgrado ciò, appena badando ai lacci di Hanu, 
che però fu venturato tanto da far che il sesto 
nodo si stringesse fortemente al collo del divin 
Ra. Hanu, vistolo così ridotto all’impotenza, lo 
picchiò di santa ragione, e malgrado la più ener- 
gica resistenza legò un capo della fune ad ima 
roccia, e si fece promettere da Ra che da allora 
in poi avrebbe camminato più adagio così da per- 
mettere agli uomini di attendere con comodo alle 
loro faccende. Hanu fu pregato di togliere le corde 
dal corpo di Ra, ma saviamente vi si rifiutò, ed 
esse si vedono ancora attorno al Sole al sorgere 
ed al tramontare. 

Forse il Sole ha col suo fuoco bruciato le cordo 


LA FISE DEL MONDO 


201 


di Hanu, o qualche pietosa Dea le tagliò, giacche 
pur mantenendo la sua promessa di camminare 
adagino e regolarmente, ha intrapreso un lun- 
ghissimo viaggio in regioni affatto ignote. L’astro- 
nomia moderna ha ormai posto fuori di dubbio 
che il Sole seguito da tutti i pianeti e i satelliti, 
e da talune comete, cammina verso un punto 
che è situato nella costellazione della Lira. È 
nota, ad un dipresso, la posizione di quol punto, 
non la sua distanza, la velocità del movimento, 
ma si ignora affatto se il moto sia rettilineo o 
curvilineo: vale a dire si ignora se il Sole cada 
verso un lontanissimo corpo attraente, o se, il 
che è più probabile, descriva attorno a qualche 
sconosciuto astro centrale, un’orbita immensa. 
Poiché lo spazio è popolato da innumerevoli astri 
luminosi e spenti, non sarebbe possibile, che nel 
suo cammino il Sole venisse ad urtare con uno 
di essi, e che nel cozzo immane andasse in fiamme 
ed a pezzi tutto il sistema solare? Ed ancora, 
il Sole non essendo che una delle tante stelle, 
onde è cosparso il firmamento, è possibile l'urto 
di due stelle, e con esso la distruzione di cia- 
scuna e la formazione di un unico corpo nuovo ? 

Croll ha sostenuto che in un tale urto sta la 
origine della grande nebulosa che Laplace ha 
posto al principio primissimo della formazione 
del sistema solare. Un cosiffatto incontro fra due 
corpi cosmici, infatti, non è cosa assolutamente 
impossibile, ma la probabilità che osso si veri- 
fichi è molto piccola. Bisognerebbe, perchè lo 
scontro diretto si verificasse, che quando essi 


202 


ISTOBIE DI MONDI 


sono ancora ad una grande distanza, esistesse 
una concordanza, assai difficile ad ammettersi, 
nelle direzioni e nelle velocità dei loro movi- 
menti. 

Una piccola deviazione da una comune dire- 
zione di movimento, farà sì che uno dei corpi 
descriva presso all’altro un’orbita (ellittica, pa- 
rabolica od iperbolica a seconda della rispettiva 
velocità) e ne passi ad una breve distanza. 

William Thomson (dal 1891 pari d’Inghilterra 
col titolo di Lord Kelvin), che ha esaminato tutti 
i casi di un simile incontro, è giunto alla se- 
guente curiosa conclusione: 

“ La pura probabilità di collisione fra due 
vicini di un gran numero di corpi, mutuamente 
attraentisi e largamente sparsi nello spazio, è 
molto più grande se i corpi sono tutti dati in 
riposo, che se fossero dati animati da movimenti 
in qualunque direzione e con velocità notevoli 
in confronto di quelle che acquisterebbero ca- 
dendo da riposo fino ad urtarsi Si noti però 
che, dati i corpi in riposo, distribuiti a varie 
distanze, tale stato non durerebbe neppure un 
minuto secondo. Ma variamente attraentisi , a 
seconda delle masse e delle lontananze, i corpi 
si metteranno in movimento, ubbidienti alla legge 
della gravitazione universale, nel quale stato la 
probabilità di un urto diretto è, come si disse, 
assai debole. 

Non è però a tacersi che alcuni valenti astro- 
nomi credettero spiegare coll’urto o colla com- 
penetrazione di masse vaganti pel firmamento i 


LA FINE DEL MONDO 


203 


fenomeni presentati dalla stella nuova scoperta 
in sul cadere del 1891 nella costellazione del- 
l’Auriga. In generale però l’urto diretto di due 
grandi masse cosmiche è ritenuto coinè assai 
poco probabile, e poco temibile quindi la distru- 
zione del sistema solare per tale cagione. 

Ma se non l’ incontro di due grandi masse, è 
possibile quello di due masse piccole, come ad 
esempio della Terra e di una cometa? 

Le stelle cadenti ed i bolidi ci attestano col 
fatto, che quotidianamente la Terra incontra, 
senza danno di sorta, innumerevoli corpuscoli 
celesti. Cosa accadrebbe dato il caso d’uno scontro 
con una cometa? Questi astri colla coda, ed anche 
senza, furono per lungo tempo riguardati come 
forieri di tristi avvenimenti, e di generali cala- 
mità: pesti, guerre, morti di re, imperatori e 
papi, d’uomini insigni, pari a sibille che disciolto 
il crine profetino terrori. 

Le comete sono astri di massa piccola assai, 
di mal nota costituzione, e soggette nelle loro 
svariate e talora repentine trasformazioni a forze 
intorno alle quali quasi completa è la nostra 
ignoranza. L’astronomia però ha oggidì provato 
in modo indiscutibilo che stoltezza e follia era, 
e nuH’altro, la credenza nell’influenza delle co- 
mete sugli eventi terrestri. 

Il telescopio ci attesta la presenza, quasi co- 
stante, nelle regioni accessibili ai nostri stru- 
menti. di comete, e certo molte ne sfuggono alla 
nostra osservazione. Questo semplice fatto atterra 
tutte le insulse opinioni del passato, che connet- 


204 


ISTORIE DI SIONDI 


tevano il mostrarsi delle comete coi grandi e 
sinistri avvenimenti comuni. A questo riguardo è 
curiosa un'opinione del grande storico tedesco 
Niebhur, che cioè le grandi catastrofi e gli insoliti 
fenomeni naturali come fatti — in qualsiasi modo 
poi noi vogliamo interpretarli — furono, in modo 
rimarchevole, sincroni con grandi fatti della storia 
dell’umanità. 

Demolite quelle strane paure, poiché i pre- 
giudizi!, come le male erbe vivaci, allignano nel 
terreno dell’ignoranza, rimase sempre la preoc- 
cupazione per l’influenza fisica delle comete e 
prima fra tutte quella di un incontro di uno 
di questi astri chiomati colla Terra, incontro che 
potrebbe anche essere causa della distruzione 
totale degli uomini. 

Un inglese, Whiston, insegnò nella sua Teoria 
della terra, che il Diluvio universale era stato 
prodotto dal passaggio di una cometa molto vi- 
cino alla terra. Egli assegnò alla splendida co- 
meta apparsa nel 1860, non solo l’odiosa parto 
di carnefice dei contemporanei di Noè per via 
umida, ma profetando mine e stragi, anche quella 
futura di sterminatrice degli uomini per via ignea. 

È curioso l’avvertire che un grande natura- 
lista, Buffon, invece che vedere nelle comete 
agenti minaccianti alla Terra distruzione e fine, 
volle vedere in una di esse la cagiono della for- 
mazione dei pianeti tutti del sistema solare. Egli 
suppose che una cometa, cadendo sul Sole, ne 
abbia fatto scaturire un torrente di materia che 
raggruppatasi a distanza in parecchi globi più o 


LA FINE DEL MONDO 


205 


meno grandi e più o meno lontani da quell’astro, 
formò i pianeti e i satelliti. 

Laplace, il sommo fondatore della vera teoria 
del sistema del mondo, ha dimostrato la com- 
pleta insussistenza delle idee di Buffon: dunque, 
certo una cometa, non ha creato il mondo, ve- 
diamo se essa possa annullarlo. Che ciò potesse 
avvenire si temette da molti nel 1775 in Parigi, 
nella quale città era corsa voce che una cometa 
doveva trovarsi sull'orbita della Terra, urtarla 
e mandarla a pezzi. L’origiue di questa poco pia- 
cevole diceria fu una memoria che l’astronomo 
Lalaude doveva leggere, ma non lesse, il 21 aprile 
di quell’anno nella seduta pubblica dell’Accade- 
mia delle scienze. Nessuna predizione di scontro 
con comete si conteneva in quella memoria, che 
portava il seguente innocentissimo titolo: “ Re- 
flexions sur les comètes qui peuvent approcher de 
la terre. Prima di far pubblico il suo lavoro, 
Lalande dovette, tanta era la paura del pub- 
blico, far stampare sulla Gazzetta di Francia del 
7 maggio una nota che calmasse la gente. Essa 
non valse, ed il panico divenne tale che i devoti 
volevano s’ innalzassei-o al cielo preci solenni 
per iscongiurare il disastro: i dotti persuasero 
l’arcivescovo di Parigi a non dar loro retta 
per non cadere nel ridicolo. Lalande pubblicò 
nel corso del 1775 medesimo il suo lavoro, e 
poco per volta si scordarono e la cometa e le 
sue minaccie, che rimasero solo nelle canzoni 
popolari e nelle riviste umoristiche di fine d’anno 
all’ Opera Comique. 


206 


ISTORIE DI MONDI 


È strano come la gente si sia sempre spaven- 
tata all’idea di morire in massa, ponendo in non 
cale la proverbiale consolazione dei dannati, e 
scordando che tanto vale morire tutti assieme, 
quanto il lasciare questo rotondo pianeta isola- 
tamente e per proprio conto, e che il mondo 
finisce per ciascuno di noi col cessar della vita 
individuale. 

I psicologi, che ora non contenti più di frugare 
e rifrugare nell’ anima umana, anatomizzano e 
dissecano, a modo loro s’intendo, quel che con 
reboante frase, chiamano la psiche delle folle, 
troveranno forse motivo a quelle contraddizioni: 
a noi conviene risalire ora al finire del secolo 
decimo dell’èra nostra. Ci fu insognato che verso 
quell’epoca un’immensa paura del finimondo in- 
vase l’Europa. 

Si credeva da molti, or son pochi anni ancora, 
e forse anche oggi da molti si crede, che in sul 
finire del secolo decimo dopo Gesù Cristo, gli 
uomini allora viventi, tementi di predizioni apo- 
calittiche, paventassero giunta l’ora della fine 
del mondo o della distruzione del genere umano. 
Molti e reputati storici hanno prestato fede a 
questa leggenda, relativamente moderna, l’hanno 
chiosata, commentata, divulgata, hanno disteso 
intorno ad essa dottissime e purtroppo inutili 
disquisizioni. E come si presentavano bene al- 
l’arte queste paure dell’anno mille! Alcuni anni 
or sono il Commendatore Giuseppe Giacosa aveva 
ideato un dramma su questo argomento e ne aveva 
buttato giù alcune scene che furono pubblicate 


LA FINE DEL MONDO 


207 


nelle (.onvet suzioni della domenica. È doloroso, 
ma non è colpa mia, che la moderna barbarie 
condanni al volgare supplizio della croce i poeti 
che si ravvedono. Il Commendatore, Senatore, 
Prof. Giosuè Carducci scrisse sui terrori del mil- 
lennio le seguenti bellissime pagine: “ V’imagi- 
nate il levar del Sole nel primo giorno doll’anno 
mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate 
che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova, 
per le generazioni uscenti dal secolo decimo? Il 
termino dalle profezie etrusche segnato all’esser 
di Roma; la venuta del Signore venuto a rapir 
seco i morti e i vivi nell’aere, annunziata già im- 
minente da Paolo ai primi cristiani; i pochi secoli 
di vita che fin dal tempo di Lattanzio credevasi 
rimanere al mondo; il presentimento del giudizio 
finale prossimo, attinto da Gregorio Magno nelle 
disperate ruine degli anni suoi; tutti insieme 
questi terrori, come nubi diverse che aggrup- 
pandosi fan temporale, confluirono sul finire del 
millennio cristiano in una sola e immane paura. 
— Mille e non più mille — aveva, secondo la 
tradizione, detto Gesù; dopo mille anni, legge- 
vasi nell’Apocalisse, Satana sarà disciolto. Difatto 
nelle nefandezze del secolo decimo, in quello 
sfracellarsi della monarchia e della società dei 
conquistatori nelle infinite unità feudali, in quel- 
1 sbiettarsi ineffabile del pontificato cristiano, in 
quelle scorrerie procellose di barbari nuovi ed 
orribili, non era egli lecito riconoscere i segni 
descritti dal veggente di Patmo ? E già voci cor- 
revano tra la gente di nascite mostruose, di 


208 


ISTORIE DI MONDI 


grandi battaglie combattute nel cielo da guer- 
rieri ignoti a cavalcioni di draghi. Perciò niun 
secolo al mondo fu torpido, sciagurato, codardo, 
siccome il decimo. Che doveva importare della 
patria, della società umana ai morituri, aspet- 
tanti d’ora in ora la presenza di Cristo giudi- 
catore? E poi, piuttosto che ricomperarsi una 
misera vita coll’argento rifrugato fra le ceneri 
della patria messa in fiamme dagli Ungari, come 
avevan fatto i duecento sopravissuti di Pavia, 
non era meglio dormire tutti insieme sepolti 
sotto la ruina delle Alpi e degli Appennini? 
Battezzarsi e prepararsi alla morte, era tutta la 
vita. Alcuni, a dir vero, moveansi: cercavano 
peregrini la valle di Josafat per ivi aspettar più 
da presso il primo squillo della tromba suprema. 

“ Fu cotesto l’ultimo grado della fievolezza e 
dell’avvilimento a cui le idee degli ascetici, e 
la violenza dei barbari avevano condotto l’Italia 
Romana. E che stupore di gioia e che grido salì 
al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi 
intorno ai manieri feudali, accasciate e singhioz- 
zanti nelle chiese tenebrose e nei chiostri, sparse 
con pallidi volti e sommessi mormorii per le 
piazze c la campagna, quando il Sole, eterna fonte 
di luce e di vita, si levò trionfante la mattina 
dell’anno mille? Folgoravano ancora sotto i suoi 
raggi le nevi delle Alpi, ancora tremolavano 
commosse le onde del Tirreno e dell Adriatico, 
superbi correvano dalle rocce alpestri per le 
pingui pianure i fiumi patrii, si tingevano di 
rosa al raggio mattutino così i ruderi neri del 


LA FISE DEL MONDO 


209 


Campidoglio e del Foro, come le cupole delle 
Basiliche di Maria. Il Sole! Il Sole? V’è dunque 
ancora uua patria ? V’è il mondo ? E l’Italia di- 
stendeva le membra raggricciate dal gelo della 
notte e toglieasi d’ intorno al capo il velo del- 
l’ascetismo per guardare all’oriente Fin qui 
il Grand Lfficiale, Senatore, Professore Giosuè 
Carducci. 

Che peccato che ciò non sia vero! esclama il 
dottissimo professore Orsi, che ha incontestabil- 
mente provato, che le paure della fine del mondo 
al millennio, non hanno mai esistito in tale mi- 
sura che nella fantasia di storici e letterati di 
soverchio immaginosi e troppo poco veritieri. 
Quei terrori del finimondo nell’anno mille sono 
un tatto ignoto a tutti i contemporanei, un fatto 
che nessuno ha registrato, a cui nessuno accenna, 
del quale nessuno si ricorda menomamente. 
Nessun pensiero di morte attristava verso il 
mille le genti, di cui nessun timore paralizzava 
1 azione. Mangiavano, bevevano, vestivano panni, 
si sposavano, si bisticciavano, si picchiavano. Ac- 
cudivano come sempre alle faccende domestiche e 
cittadine, non altrimenti di quello che facciamo 
noi, fortunatissimi viventi su questo declinare 
del secolo decimonono, che abbiamo sostituito 
alle stolte e chimeriche paure del finimondo — 
ahi Dio! miserabile prosa — l’oppz'imente in- 
cubo dell esattore e dei microbi patogeni. 

Con ciò non è a negare recisamente che qual- 
cuno verso il mille non abbia paventato vicino 
l’avverarsi delle profezie e della fine del mondo. 


Zano ni Bianco, Istorie di mondi. 


14 


210 


ISTORIE DI MONDI 


Vi sono state sempre persone nervose, impres- 
sionabili, paurose : e poiché sembra che ogni finir 
di secolo abbia visto manifestazioni di timore 
per qualche grande catastrofe, e giacche in molte 
persone la infondata attesa di alcun che di straor- 
dinario per il termine di questo bel secolo dc- 
cimonono non è una fiaba , cosi è a credere, e 
più che mai, che qualche timoroso, in sul com- 
piersi del millennio dopo la vonuta di Gesù, 
pensasse alla fine del mondo. Ma da ciò alle 
esagerate descrizioni di un generale spavento, 
di una completa sospensione della vita sociale 
e privata, c’è un gran tratto. Orsi e Roy hanno 
rispettivamente dimostrato che per 1 Italia e per 
la Francia nulla di tutto ciò è mai avvenuto. 
D'altronde le ricerche e gli studi a questo ri- 
guardo sono recentissimi e pochi, e l’argomento 
è appena appena sfiorato. Non voglio scordare 
quello pregevolissimo pubblicato in questi ultimi 
mesi in Torino dal dottore Calligaris intorno a 
Gregorio Magno e la fine del mondo. 

Nel 1816, la voce della prossima fine del mondo 
si sparse in Francia. Il 13 luglio era la data 
fissata alla catastrofe finale. Hoffmann, il cele- 
bre novelliere, con uno spiritoso articolo nel 
Journal des Débats pose in ridicolo quegli strani 
sbigottimenti. Essi rinacquero malgrado ciò nel 
1832 per la cometa di Biela, scoperta nel 1826, 
che tanto ha dato da lavorare agli astronomi, 
per essersi divisa in due, e poi risolta in pioggia 
di stelle cadenti. Il 30 giugno 1861, la Terra 
attraversò la nebulosità che formava la coda 


LA FINE DEL MONDO 


211 


della splendida cometa di quell’anno, e gli uo- 
mini non se ne avvidero, a meno che non si 
voglia riguardare come conseguenza di quell’in- 
contro, una debole luce gialla fosforescente che 
taluno credette di aver osservato. La cometa del 
1862 non ebbe così più l’onore di spaventare la 
gente: udite come se ne parlava con disinvoltura. 
È una conversazione conservataci dall’astronomo 
Babinet: “ Signor astronomo, chiede una signora, 
i giornali dicono che è visibile una cometa? „ 

“ Sì signora, e veramente bella „. “Che cosa ci 
predice? „ “ Nulla, nulla affatto, signora “ Ma 
è bella? „ “ Splendida, signora, uscite in giar- 
dino e ve ne accerterete “ Ah! se essa non 
apporta nè bene nè male, non torna conto il 
disturbarsi „. E la signora se ne andò a letto 
perfettamente tranquilla. Ciò non sarebbe di certo 
accaduto seicento anni fa. 

D’altronde, come fece chiarito Arago e con- 
validarono le accennate considerazioni di Lord 
Kelvin, l’incontro di due masso cosmiche è enor- 
memente poco probabile , e le conseguenze poi, 
non ne possono essere indicate in antecedenza. 
Esse dipendono dalla massa e natura dei due 
astri e dalla velocità e direzione del loro moto. 
Una penna fantasiosa, se mai ve ne fu, quella 
del celebre novelliere americano Edgardo Poe, 
ha delineato a fiammeggianti colori quale potrebbe 
essere uno scontro fra la Terra ed una cometa 
nella conversazione fra Eros e Charmion. Poe 
fa che una cometa distrugga la Terra in una 
immane conflagrazione, attenendosi al detto bi- 


212 


ISTORIE DI MONDI 


blico, che la Terra sarà bruciata con tutto ciò 
che contiene. Che che nell’avvenire siano poi 
per apportare agli uomini le comete, esse oggi 
non sono per la comune, che un oggetto di cu- 
riosità, e per gli astronomi, argomento a lunghi 
calcoli, ossorvazioni e indagini circa i tanti e 
curiosi fenomeni che molte di esse offrono alla 
nostra contemplazione. Intanto, vanita lucenti, 
parvenze vaghe erranti pel firmamento hanno 
cessato d’incutere timore e danno retta alla pre- 
ghiera di Voltaire: 

Comfetea, quo l’on craint à Tégal du tonnerre, 

Ceaaez d’épouvanter les peuples de la terre. 

Lo spettacolo della società moderna inspira 
ad una delle più alte intelligenze dello scorso 
secolo, Huxley, il passo seguente, le comete non 
vi sono estranee, udite : “ Le migliori civiltà mo- 
derne mi sembrano essere la manifestazione di 
uno stato dell’umanità senza ideale degno del 
nome, e non avente nè anche il merito della 
stabilità. Se non nutriamo la speranza di un 
miglioramento reale nella condizione della mas- 
sima parte della famiglia umana, se veramente 
l’accrescimento delle cognizioni, e l’impero poi 
più grande sulla natura, che ne è la conse- 
guenza, o infine so la ricchezza che deriva da 
questo servaggio della natura, non debbono di- 
minuire l’intensità e l’estensione della miseria e 
della degradazione fisica e morale, che è il risul- 
tato della miseria nelle masse, io non esito a 
dire che saluterei come la sola fine desiderabile 


LA FINE DEL MONDO 


213 


la venuta di qualche cometa impietosita che spazzi 
via ogni cosa nello spazio È triste, ma i voti 
di Huxley non saranno esauditi e per secoli e 
secoli l’umanità continuerà fatalmente a pian- 
gere e soffrire. 

L’uomo e tutti gli esseri organici, suoi con- 
temporanei, per vivere, hanno bisogno di aria e 
di acqua, e di Sole, ossia della luce e del calore 
onde esso è larghissimo dispensatore. Orbene gli 
scienziati hanno trovato che tutte quello cose di 
primissima, anzi assoluta, necessità ci verranno, 
un bel giorno, o meglio un brutto giorno, se- 
condo i gusti, a mancare. Ma hanno pure sco- 
perto, salvo errore, possibile qui più che mai 
s’intende, che questa sottrazione, così poco cor- 
tese, non sarà completa che fra molti milioni 
d’anni; non è quindi luogo a repentino spavento. 
E poi e poi, gli scienziati all’ infallibilità non 
pretendono, propongono delle ipotesi, più o meno 
plausibili, più o meno solidamente fondate e nulla 
più. Sopratutto, lo si noti bene, essi stabiliscono 
a base delle loro teorie una condizione senza la 
quale nessuna scienza sarebbe possibile. La con- 
dizione cioè che le leggi naturali, quali i nostri 
sensi hanno scoperto e constatato, abbiano agito 
sempre, ed agiscano sempre per l’avvenire, in 
modo identico a quello che a noi si mostra. Modo, 
si ponga ben mente, che non sappiamo se sia il 
reale, non avendo noi mezzo alcuno per accertare 
se la nostra mente ed i nostri sensi non ci abbiano 
rivelato che la verità, tutta la verità, nient’altro 
che la verità. La perfetta identità e continuità 


214 


ISTORIE DI MONDI 


nel passato, presente e futuro, delle leggi natu- 
rali è condizione essenziale, sotto pena di non 
essere, dello scibile, e della condotta umani. La 
persuasione, l’evidenza per noi della costanza 
ed uniformità delle leggi naturali deriva dall’e- 
sperienza; ed oggi noi avremmo di esse la co- 
noscenza medesima, anche se esse non fossero 
esattamente ed assolutamente vere, ma lo fossero 
solo approssimativamente, ed i nostri sensi non 
ci permettessero di constatare la differenza tra 
l’essere ed il parere. La grande legge della gra- 
vitazione universale, alla quale alcuni valorosi 
astronomi non sono peritosi a proporre modifi- 
cazioni, ne è un chiaro esempio. E però chiaro 
che nell’ammettere che noi possiamo fare a 
fidanza coll’uniformità della natura, e coll'iden- 
tità non interrotta nel tempo e nello spazio delle 
sue leggi, noi assumiamo come vera una cosa 
intorno alla quale nulla di certo sappiamo. 

L’impero assoluto, poi, e continuo delle leggi 
di natura, dato e non concesso che esse siano 
quali paiono, è desso indiscutibilmente provato 
e da quando ? Chi attesta che sempre fu qual’è, 
o quale è continuerà ad essere per sempre? L’e- 
sistenza o la non esistenza di un legislatore, 
non è provata. È egli pertanto lecito, in cosiffatto 
stato di cose, negare od affermare la subordi- 
nazione di esso legislatore, supposto esistere, vo- 
lontaria e perfetta alla legge da lui stabilita, 
ovvero la di lui intenzione e la possanza di 
violarla ed interromperla? Chi afferma, chi nega, 
su basi tetragone e inalterabili, una causa finale 


LA FINE DEL MONDO 


215 


o non dell’universo ? Ardue ed inutili domande, 
cui neppure i posteri daranno risposta. Era savio 
Littré, quando non voleva occuparsene, e più 
savio il poeta quando consiglia: 

Meglio oprando obliar, senza indagarlo, 

Questo enorme mister de l’universo! 

Alcuni dotti pensano, con non infondata ragione, 
che l’acqua sia stata altra volta assai più ab- 
bondante sulla superficie della Terra, che ora non 
sia. Vogliono che essa sia venuta man mano, e 
continui ad essere assorbita meccanicamente e 
chimicamente dalle parti più interne della massa 
terrestre, dalle quali non potrebbe staccarsi più 
mai per essere ricondotta alla superficie, ove 
solo è disponibile pei bisogni dell’umanità. Questa 
opinione, oltreché su argomenti dedotti dalla 
geologia e dalla climatologia, si appoggia sul 
fatto che la Luna, molto più avanzata della Terra 
nella sua vita cosmica, è quasi sicuramente priva 
d’acqua e d’aria, che si vorrebbe siano state as- 
sorbite a poco a poco dalla massa lunare. 11 pia- 
neta Marte, colla sua fisica costituzione, quale è 
ora nota mercè i grandiosi studi di G. V. Schia- 
parelli, pare fornire esso pure valido appoggio 
ai propugnatori di quelle maniere di pensare. 
70 mila secoli occorrerebbero secondo Saeman e 
Whinchell all'assorbimento totale dell’acqua e 
dell’atmosfera terrestre. Non è quindi d’imme- 
diata urgenza un provvedimento al riguardo. 

Sia per isparire o non nei secoli a venire l'aria 
che respiriamo, è lecito chiedere, se essa, o na- 


216 


ISTORIE DI MONDI 


turalmente, o per opera dell’uomo, non abbia 
avuta modificata la sua chimica composizione. 
Prima di tutto, questa pare tutt'altro che com- 
pletamente nota, e non sono trascorsi dieci anni 
dacché gli inglesi Lord Raileigh e prof. Ram- 
say, scoprirono l'argon, corpo inerte per eccel- 
lenza e costituente deH’aria, ignoto fino a loro. 
Non si posseggono poi che da un centinaio di 
anni circa analisi precise dell’aria, e quindi il 
paragone della sua composizione ad epoche dif- 
ferenti e lontane non è possibile. Tuttavia non 
è assurdo il pensare, che l’enorme quantità di 
carbone che oggi si brucia por l’industria, il ri- 
scaldamento e l’illuminazione, ed il vapore acqueo, 
che in tanta copia le macchine a vaporo dell’in- 
dustria e della locomozione lanciano nell’aria, 
abbiano un qualche effetto sulla composizione 
chimica di questo oceano gazoso al fondo del 
quale si compie il poco allegro ciclo della nostra 
esistenza. E ciò per tacere delle modificazioni che 
all’atmosfera possono apportare le innumerevoli 
operazioni secondarie dell’industria, o il diboschi- 
melo, e l’alterato regime delle acque e dello 
colture, e l’accresciuto numero d’uomini e di ani- 
mali. Dirà il tempo, se e conio, questa non im- 
possibile alterazione avvenga, e in qual modo, 
gli esseri organici tutti vi si possono adattare. 
Cosi il tempo insegnerà come gli organismi me- 
desimi potranno sopportare il graduale scemare 
del calore solare, che è annunziato come proba- 
bilissimo, ma esso ancora lentissimo e non com- 
pleto che in molte migliaia di secoli. 


LA FINE DEL MONDO 


217 


A spiegare la magnifica larghezza colla quale 
il Sole irradia la sua luce ed il suo calore verso 
lo spazio, distribuendone una piccola parte alla 
Terra, ed ai mondi suoi vicini, furono escogitate 
varie teorie. Si esaminò se l’astro del giorno 
potesse essere una gigantesca sfera incandescente, 
rovente, oppure una enorme massa di combu- 
stibile bruciante come il carbone e la legna nei 
nostri forni, o la polvere ed il cotone fulminante 
nelle mine e nei cartocci. Se fosse vora la prima 
supposizione, nei due mila anni ultimi, l’uomo 
avrebbe dovuto avvertire una notevole diminu- 
zione del calore solare; ora ciò non avvenne. Si 
è poi calcolato che se il Sole che illuminava la 
costruzione delle piramidi fosse stato di solido 
carbone, dovrebbe a quest’ora essere quasi del 
tutto consumato. Ne è d’uopo pertanto cercare 
altre spiegazioni della costanza e durata dell’ir- 
radiazione solare. Probabilmente, anzi sicura- 
mente, una sorgente di calore è la caduta sul 
Sole dei bolidi e delle stelle cadenti, la cui forza 
viva di movimento si converte nell’urto in calo- 
rico. Sottoposto questo fatto al calcolo, gli astro- 
nomi hanno riconosciuto, che benché la caduta 
di quei corpi meteorici possa contribuire in 
qualche misura alla conservazione del calore 
solare, essa è ben lungi dal sopperirvi intiera- 
mente. A ciò pare valga la condensazione del 
Sole medesimo, secondo le teorie immaginate da 
Helmoltz e Lord Kelvin. 

Le moderne vedute sull’origine del sistema 
solare, ammettono che esso si sia formato da un 


218 


ISTORIE DI MONDI 


ammasso enorme di materia diffusa fin oltre il 
pianeta Nettuno. La condensazione di questa 
materia attorno a regioni più dense ed agenti 
quali centri d’attrazione, assieme al movimento 
di rotazione posseduto dalla massa stessa, avrebbe 
dato luogo alla formazione dei varii pianeti. 
Questa è però tutt’altro che ben chiarita, ma 
non è nostro scopo il discutere questo delicatis- 
simo argomento. Il Sole sarebbe il nucleo cen- 
trale di quella iniziale massa nebulare, e la sua 
condonsazione e concomitante diminuzione di vo- 
lume, continuerebbe oggi ancora. Ora succede 
che in quella vastissima massa gazosa, questa 
diminuzione di volume, od, il che torna lo stesso, 
raccostarsi delle particello della massa al suo 
centro, od in una parola la loro caduta produce 
calore. Cosicché, malgrado l’irradiamento verso 
lo spazio la massa aumenta di temperatura, acqui- 
stando energia termica. Se la massa di gaz è 
grandissima, come pel caso del Sole, il procedi- 
mento di condonsazione vale a mantenere pres- 
soché costanti per lunghissimo tempo, la sua 
temperatura e la sua irradiazione. 

È d’uopo però soggiungere subito che questo 
innalzamento di temperatura, o per lo meno il 
mantenimento della costanza di essa ha un limite, 
e quosto è raggiunto quando la massa conside- 
rata cessa di obbedire alle leggi che governano 
i gaz. Da quell’istante incomincia la diminuzione 
di temperatura del corpo che viene attraversando 
l’uno dopo l’altro gli stati di liquido e solido. 
Ciò tanto più rapidamente quanto più bassa è 


LA FINE DEL MONDO 


219 


la temperatura dello spazio circostante al corpo, 
alla quale questo finisce per scendere. La tem- 
peratura dello spazio stellato, in cui si libra il 
Sole, è la più bassa immaginabile, essendo quella 
dello zero della temperatura assoluta a 273 gradi 
sotto lo zero del termometro centigrado. 

Cosi, se veri sono i pensamenti di Helmoltz 
e Kelvin, fondati sulla moderna termodinamica, 
il Sole dopo aver mantenuto, per molte migliaia 
d’anni, pressoché invariata la sua potenza come 
astro sorgente di luce e calore, andrà raffred- 
dandosi lentamente, per divenire all’ultimo fred- 
dissimo ed oscuro, dopo essersi successivamente 
tinto di rosso e di violetto. 11 firmamento ne 
porge esempi di stelle in questi varii stadii di 
vita cosmica, come hanno mostrato le più re- 
centi investigazioni con quel mirabile mezzo di 
ricerca che è l’analisi spettrale aiutata dalla 
fotografia. Data la massa enorme del Sole e la 
sua grande densità centrale, gli accennati cam- 
biamenti nel suo stato fisico, si compiranno len- 
tissimamente: si pensa che 20 o 40 milioni di 
anni, possano bastarvi. 

Ecco come il sommo Kelvin conclude le sue 
ricerche riguardo alla passata e futura storia 
dell’astro del giorno: 

“ Sembra, tuttavia, in complesso, probabilis- 
simo che il Sole non illuminò la Terra nel pas- 
sato per oltre 100 milioni di anni, e quasi certo 
che non lo ha fatto al di là di 500 milioni di 
anni. Quanto al futuro poi, noi possiamo dire 
con uguale certezza che gli abitanti della Terra 


220 


ISTORIE DI MONDI 


non possono continuare a godere la luce ed il 
calore essenziali alla loro vita, per molti milioni 
d’anni a venire, a meno che nel grande labora- 
torio della creazione, se ne preparino sorgenti 
ora sconosciute „. 

E Stawell Ball, uno dei più potenti matema- 
tici ed astronomi inglesi, così scrive: 

“ Senza dubbio l’astro del giorno contiene una 
provvigione magnifica di calore attuale o poten- 
ziale adequato a tutte le necessità della vita, 
per un ciclo di ere, che si devono noverare a 
milioni di anni. Ma tuttavia, è impossibile tras- 
curare il fatto che questo eccessivo largheggiare 
deve col tempo produrre le sue naturali conse- 
guenze, e che una bancarotta di raggi solari è 
il destino inevitabile pel nostro sistema. Io dico 
inevitabile, beninteso con questa condizione, che 
le condizioni ordinarie della natura si manten- 
gano per l’avvenire quali ora sono 

I sommi pensatori inglesi, forse i più potenti 
del mondo, vanno, come si vede, molto cauti 
nelle loro affermazioni: esempio che dovrebbe 
essere imitato in paesi di nostra conoscenza. 

Per molte migliaia d’anni ancora e quando 
nuovi delitti, nuovi imperi e nuove favelle ter- 
ranno il mondo, nella divina luce del Sole, alla 
radiosa aria di maggio, s'adornerà la terra d’au- 
lenti rose e profumate acacie, ed al giocondo 
rinnovato cielo sorriderà lieta d’erbe, di bimbi 
o di fanciulle. E per secoli e secoli al mite raggio 
del Sole d’autunno fioriranno i crisantemi, ultimo 
saluto che di sotterra ancor mandan gli estinti 


LA FINE DEL MONDO 


221 


a dii di loro pur piange e rammenta. Perchè, 
come canta il poeta: 

E quando l'ultimo 
Fia dei viventi 

Sceso nell’ultimo dei monumenti, 

E la novissima de le procelle 
Tnsurga a spegnere 
L’ultime stelle; 

Quando il Creato 
Sarà un passato; 

Quando una tenebra 
Priva d’aurora 
Starà perpetua; 

Uniti ancora 
Vivran continuo 
Nel lor fattore 
Luce ed amore. 

Ma col volger dei tempi intanto, altri destini 
van maturando, altra e più remota fine apparec- 
chiano all’orbe nostro le leggi di natura. 

Là ove il mar si frange furento alla scogliera 
e là ove mite bacia la declive sponda, con ritmo 
antico, in misurato andare, la spumeggiante onda 
s’avanza ed arretra. Dall’ore prime della giovin 
Terra, il vasto oceano profondo palpita colla 
marea, nè il gigantesco cadenzato moto cesserà 
che quando il gelo, irrigidita tutta del mar la 
mobil’acqua, allo scoglio avvinta, la stringa in 
sempiterno funereo abbracciamento. È un movi- 
mento stranamente potente cgiello della marea, 
che sicuro, incessante, toglie alla Terra in lungo 
giro di secoli e di ere la vital forza di sua ro- 
tazione, ed ogni giorno rallentandone la roteante 


222 


ISTORIE DI MONDI 


corsa, fa che l’un dì dell’altro sia più lungo. 
Sicuro, incessante, ma tardo così che appena oggi 
s’incomincia a scoprire nell’attrito delle maree 
la vera causa di un tenuissimo allungamento del 
giorno, che le osservazioni hanno solo indiretta- 
mente adombrato, ma neppure lontanamente con- 
statato. Per quanto all’allungamento del giorno 
siderale Adams e Darwin, figlio al grande natu- 
ralista, diedero varii valori, la media dei quali 
è di circa 22 secondi in un secolo : circa 6 deci- 
millesimi di secondo in un giorno, quantità asso- 
lutamente non apprezzabile coll’ osservazione 
diretta, ma che il tempo può rendere tale ed 
efficace. Certo questa ragione di ritardo non fu 
costante nelle varie fasi della Terra, nelle quali 
le maree furono senza dubbio altrimenti intense 
delle attuali ; forse fu maggiore nel passato, come 
sarà minore per l’avvenire, o forse meglio andò 
ed andrà oscillando fra diversi valori, ma senza 
fallo agì continuamente. Da ciò si conclude na- 
turalmente che molte migliaia di anni fa la Terra 
doveva ruotare più rapidamente d’oggi. Per causa 
delle più alte leggi di natura, la Terra, collo 
scemare per l'attrito delle maree lunari la sua 
velocità di rotazione, ha reagito sulla Luna, con 
un continuo allontanamento dei due astri. Per- 
tanto se mentre la rotazione della Terra si ral- 
lenta, la Luna si scosta da essa, quando quella 
rotazione era più rapida, cioè il giorno siderale 
più breve, i due astri dovevano stare più dap- 
presso. Risalendo dunque il passato remotissimo 
di questa nostra piccoletta Terra dobbiamo tro- 


LA FINE BEL MONDO 


223 


varo un’epoca nella quale il giorno essendo corto 
assai, la Luna era quasi a contatto con essa. Si 
è calcolato che in quel tempo, separato dal nostro 
da milioni d’anni, il giorno doveva essere di 
tre o quattro ore. In quei giorni, che il pensiero 
a stento raggiunge, la Luna vicinissima alla 
Terra circolava attorno ad essa, assai più rapi- 
damente che ora non faccia, in tre o quattro 
ore, cioè in durata uguale al giorno siderale, alla 
Terra rivolgendo, come oggi, sempre la parte 
medesima del suo globo. 

Ma quando il giorno siderale era di tre o 
quattro ore, la Terra, secondo l’ipotesi di Kant 
e Laplace, era caldissima, forse ancora pastosa, 
e forse si fu poco prima di allora, che da essa, 
con processi da noi ignorati, si staccò la Luna. 
Queste però sono speculazioni poco fondate, più 
che altro ardite immaginazioni cui talvolta s’ab- 
bandonano anche gli astronomi, che non contenti 
di ricalcare gli andati giorni, si spingono teme- 
rari nel più lontano futuro. Seguendoli vedremo 
che, rallentandosi di continuo la velocità di ro- 
tazione della Terra, verrà pure giorno in cui 
diverrà uguale a quella necessaria alla Luna per 
compiere la sua rivoluzione attorno alla Terra. 
Il giorno terrestre, tutto il resto essendosi man- 
tenuto sempre invariato, sarà allora eguale ad 
un mese lunare. Sul valore di esso non è pos- 
sibile alcun enunciato un poco approssimato; il 
più grande riserbo è comandato dalla natura 
dell argomento e dalla nostra ignoranza; tut- 
tavia fu arrischiato il numero di cinquanta- 


224 


ISTORIE DI MONDI 


sette dei nostri giorni. Vale a dire in qualche 
epoca critica del futuro più lontano, la Terra 
ruoterà sopra se stessa in 1400 ore attuali, 
mentre la Luna compirà il suo viaggio precisa- 
mente nel tempo medesimo, sempre più scostan- 
dosi da quella, e di essa sempre mirando con 
invariato sguardo, l’emisfero medesimo. Da quel- 
l'istante, i due astri, da invincibile mano legati, 
si muovoranno in perpetuo nello spazio, formando 
quasi un solo corpo cosmico. Ciò, avvertiamolo 
subito, se la Terra e la Luna fossero sole nello 
spazio ; la presenza dol Sole cambia questo stato 
di cose. Per azione del Sole, ed in un tempo 
lungo oltre ogni credere, il duplice astro Terra- 
Luna, ad una distanza alquanto maggiore del- 
l’attuale, formerà col Sole stesso, un corpo unico 
e buio, moventesi attorno al comune centro di 
inerzia. Se ora intervenisse un altro astro, la 
Terra colla Luna andrebbe poco per volta av- 
vicinandosi al Sole, e finirebbe, nel nuovissimo 
giorno, per cadore su di esso. L insigne Keliin, 
cui sono dovute queste elevato considerazioni, 
cosi le termina: 

“ Nello stato attuale dolio scibile, noi non 
possediamo dato per apprezzare l’importanza 
dell’attrito delle maree e della resistenza del 
mezzo attraverso il quale si muovono la Terra 
e la Luna. Ma sia esso, quale si vuole, per un 
sistema costituito come quello del Sole e dei 
pianeti, ove continuino ad agire le leggi attuali, 
e non avvengano perturbazioni per incontri con 
altre masse nello* spazio, non si può dare che un 


LA FINE DEL MONDO 


225 


solo scioglimento finale, cioè il raccogliersi del 
tutto in una sola massa che, dopo aver continuato 
per alcun tempo a ruotare sopra se medesima, 
finirà per divenir ferma relativamente al mezzo 
che la circonda „ (1). 

Carlo Porta, il celeberrimo poeta milanese, che 
meritò di essere chiamato l’emulo di Giusti, fa 
dire da un suo personaggio, donna Fabia Fabron 
de Fabrian, i seguenti versi: 

Oramai anche mi, Don Sigismond, 

Convegno appien nella di lei paura, 

Che sia prossima assai la fin del inondi 
Cbfe vedo cose d'una tal natura 
D’una natura tal, che no ponn dars 
Ch’ili un mond assai prossim a disfars. 


Versi che assai bene s’attagliano ai giorni 
nostri, e forse, a seconda degli umori e dei ca- 
ratteri, a tutti i tempi. Che che sia di ciò, l’astro- 
nomia vi dice che il mondo non è assai prossim 
a disfars e tutta la scienza ne insegna, che la 
fine del mondo è lontana, lontana assai. 

Vero è ben che al chiudersi di una bara che 
rinserra una adorata sorella o la bionda testo- 
lina di una nostra creatura, il cuore si schianta, 


11) Per più ampio svolgimento delle idee di Lord Kelvin 
e per le obiezioni che si possono fare vedi : L’evoluzione 
cosmica della terra secondo le idee moderne, di Ottavio 
Xanotti Bianco, in Nuova Antologia, Serie terza, voi. XXXII, 
1891, p. 100, riprodotto nel libro del medesimo autore 
intitolato Nel Regno del Sole, Torino, Bocca, 1897. 

Zaxotti Bianco, Istorie di mondi 


15 


226 


ISTORIE DI MONDI 


ribelle ad ogni amichevole conforto respinge spe- 
ranze ed amorevoli parole; e intorno a noi in 
uno strazio indicibile, s’abbuia il cielo e pare 
sia il fino di ogni creata cosa. Vero è ben che 
quando sotto l’oltraggio vile della sorte avversa, 
allo sforzo impotente e rabbioso della mente che 
tenta afferrare, e non vi giunge, il vero ed il 
bello, quando sotto la sferza iniqua dell’ingiu- 
stizia e della menzogna l’anima si rivolta, agogna 
alla morte e vita rifiuta, si tinge di sangue il 
Solo, sibila come avvelenata serpe la voce umana, 
ci par spenta la natura e coll’ultimo anelito si 
scaglia al mondo infame l’ultima maledizione. 
Guai, guai allora, se non ci assiste una fede, 
non conforta una speranza. Una fedo, una spe- 
ranza, non arida, sterile, meschina, ma alta, pura, 
sublime, la speranza, la fede nell’ immancabile 
trionfo del giusto e del buono, e nella forza ir- 
resistibile della verità. Quella speranza, quella 
fede, che dalla croce, dalle torture, dai martini, 
dai roghi d’Arnaldo, di Savonarola, di Bruno ri- 
sorge fenice divina folgoreggiante ed immacolata, 
si libra sul mondo, lo feconda e lo avviva di 
libertà e di giustizia. Ma finché nel cuore pal- 
pitano i più alti ideali, finché il lavoro, supremo 
bene, é balsamo nel doloro per sua mirabile virtù, 
finché nell’occhio di un’amata donna lampeggia 
il guardo delle generazioni future che anelano 
alla vita, finché un padre ne sorregge d'esempio 
e di consiglio, finché una madre ci bonedice di 
un bacio, oh ! fin’ allora, no, non è la fine del 
mondo ! E voi, giovani egregi, attende una lunga 


LA FINE DEL MONDO 


227 


serie d'anni, lusinghiera d’illusioni, e sorridente 
di speranza : 1 avvenire è vostro : impiegatelo 
bene. ì i son tante ingiustizie da riparare, tante 
lagrime da tergere, tante verità da scoprire ! 
Mentre romba il tuono e infuria la tempesta 
delle battaglie umane, il divin genio del pensiero 
sventola in alto impavido, innanzi a voi, il co- 
stellato stendardo della carità e del progresso. 
Su quella santa bandiera fiammeggia il motto 
che atterra e suscita, che affanna e che consola 
— Amore, Sacrifizio, Dovere — sia desso il 
vostro, e per voi, per la generosa, benedetta 
opera vostra, sia per sempre mendace il detto 
che il mondo invecchiando peggiora ! 


* " ' TTTTTTTT t^t T-r t fu yVy t TY t frr t7*t» itttti’ti ttVt t rr» w vr ttt» vwt imt 


ECLISSE DI SOLE 


Ali when thè Sun, a crescont of eolipso, 

Dreams over lake and lawn, an i isles and capea. 

Tkskvsos, Vii io n 0/ Sin. 

Ro6es huve thornp, and sìlver fountaina mud 
Cloude and eclipset staio both moon and snn. 

SlIAIBSPEAUH, SOtietS, XXXV. 


I. 

Dante nel canto ventisettesimo del Paradiso, 
terzina 12% scrive: 

Così Beatrice trasmutò sembianza; 

E tale eclissi credo che in Ciel fue, 

Quando patì la suprema Possanza. 

Allude all’eclissi che si vuole avvenisse alla 
morte di Gesù Cristo. Su di esso ritorna nel 
canto ventinovesimo del Paradiso medesimo, ter- 
zine 33 a e 34*. 

Un dice che la luna si ritorse 
Nella passion di Cristo e s’interpose, 

Perchè il lume del Sol giù non si porse; 

E altri, che la luce si nascose 
Da se; però agli Ispani e agli indi, 

Com’a' Giudei tale eclissi rispose. 


ECLISSE DI SOLE 


229 


Queste terzine fanno parte di quella tremenda 
lavata di capo che il Divino poeta lancia ai sa- 
cerdoti ed ai piedicatori : nella quale poco dopo 
chiama favole, queste ed altre che da molti di 
essi in pergamo si gridan quinci e quindi. 

Dante accenna alle due opinioni tenute dai 
Padri della Chiesa per spiegare l’oscurità che si 
narra avvenisse subito dopo la morte di Gesù 
e durasse da sesta fino a nona, da mezzodi alle 
tre, secondo narrano gli Evangelisti Matteo 
(XXVII, 45); Marco, (XV, 33); Luca, (XXIII, 44): 
il quarto evangelista, Giovanni, non ne fa cenno. 

Gli Evangelisti non accennano ad eclissi, ma 
dicono concordi, il Sole scurò, o si fecero tenebre 
su tutta la terra. Per provare tale oscuramento 
del Sole gli antichi Padri della Chiesa ebbero 
ricorso ad autorità pagane, l’istorico Thallus, ed 
il cronista Phlegone, ma non si ha mezzo di 
controllare quelle citazioni. Certo non si tratta 
di un eclisse naturale, perchè le eclissi di Sole 
avvengono a luna nuova, e Cristo morì in luna 
piena pasquale. San Tommaso d’Aquino, l’an- 
gelico dottore, discusse a lungo tal fatto, ed 
accolse l’opinione di Dionigi l’Areopagita. Questi 
voleva che la Luna , retrocedendo miracolosa- 
mente per tre ore, s’interponesse tra la Terra e 
il Sole, così da intercettarne per tal tempo la 
luce. Altri invece, ritenendo che l’oscurità pro- 
dotta dall’ interposizione della Luna è solo com- 
pleta in dati casi e luoghi, mentre che, secondo 
gli Evangelisti, le tenebre alla morte di Gesù si 
estesero a tutto il mondo allora noto, come ap- 


230 


ISTORIE DI MONDI 


punto ripete Dante, immaginarono, che esse 
fossero causate da un miracoloso repentino of- 
fuscarsi del sole. Dante taccia di menzogneri e 
gli uni e gli altri ; io ritengo che ciò faccia, 
pensando che affermavano cose non provate, non 
già, come vuoisi da taluno, perchè egli ritenesse 
impossibile il miracolo, vale a dire la violazione, 
sia pur temporanea, dell’ordine naturale delle 
cose. Dante credeva in Dio onnipotente, ed era 
troppo logico, per porre in dubbio il miracolo, 
che di tale onnipotenza è conseguenza diretta, 
mentre è inammissibile da chi tiene opinione elio 
le leggi di natura sono inviolabili. In ogni modo 
un eclisse naturale di Sole non vi fu, questo è 
certo. È però curioso avvertire come il Divino 
poeta nel passo citato del canto ventisettesimo 
mostra di credere alla realtà dell’eclisse, che poi 
qualifica di favola nel canto ventinovesimo. 

Dante parla ancora di eclissi nel canto II del 
Paradiso, terzina 27“ : 


Se il primo fosse, fora manifesto 
Nell'eclissi del Sol, por trasparere 
Lo lume, come in un altro raro ingesto. 

Beatrice vuol chiarire al poeta la ragione delle 
macchie lunari, e gli dice: se la luna fosse bucata 
si vedrebbe, perchè nelle eclissi di Sole, la luce 
solare emergerebbe dal buco. 

Dante menziona ancora le eclissi nel Convito 
(II, 3) e nella Questione dell’acqua e della terra 
(§ 20 ). 


ECLISSE DI SOLE 


231 


Milton ha un bellissimo paragone di Satana 
abbattuto col Sole eclissato. 

as when thè Sun new-risen 
Looks trough thè horizontal misty air 
Shorn of his beams, or troni behind thè Moon 
In dim eclipse, disaBtrous twilight sheds 
On half thè nations, and with fear of cliange 
Perplexes monarclis. 

Paradise Lost, I, 594, 99 (1). 

Qui Milton accenna alle paure suscitate dalle 
eclissi. Questa superstizione pagana, che ritro- 
viamo nelle Istorie di Tito Livio, nelle Satire di 
Giovenale e negli Annali di Tacito, vigeva an- 
cora nel medioevo, e Tertulliano vuole che le 
eclissi siano tristi presagi. 

Pericle comandava l’armata degli Ateniesi. 
Accade un eclisse di Sole che cagiona generale 
terrore ; il pilota stesso trema per timore ; si 
minacciano gravi disordini, ma Pericle rassicura 
tutti con una similitudine famigliare. Si copre 


(1) Appena sorto 

Così talvolta il Sol sull’orizzonte 
Guarda attraverso il riubiloso cielo 
Vedovato di raggi; o della luna, 

Nel fosco eclissi, dietro l’orbe ascoso, 

Fioca spande la sua luce funesta 
Su metà delle genti, ed i tiranni, 

D'alte vicende col terror, sgomenta. 

(Versione di Beilati). 

Invece di guarda, si doveva dire appare o si mostra, 
perchè tale è qui il significato di looks. 


232 


ISTORIE DI MONDI 


il volto col mantello e dice al pilota: — Credi 
tu che ciò che io faccio sia foriero di sciagura? 
— No, certamente, rispose il pilota. — Pure 
questa è una eclisse per te, riprese Pericle, e 
non è differente da quella che tu vedi, se non 
in questo che la Luna essendo più grande del 
mio mantello, nasconde il sole a maggior numero 
di persone. 

La paura dello eclissi ebbe talvolta delle con- 
seguenze assai strane. Erodoto narra di una 
guerra durata molti anni fra i Siri ed i Medi 
verso il 600 a. C., cessata improvvisamente a 
cagione di tenebre repentine che si produssero 
durante il giorno. Si combatteva una fiera bat- 
taglia quando avvenne un eclisse di Sole: le duo 
parti ne furono tanto spaventate che deposero 
sonz’altro le armi, e poco di poi conclusero una 
pace che fu cementata da due matrimoni. 

In ricordanza di questa circostanza venne scol- 
pita nelle roccie vicine una grande figura rap- 
presentante l’eclisse. Queste roccie scolpite ven- 
nero nei tempi moderni ritrovato da Texier presso 
il villaggio Boghaskoci noi nord-ovest della Cap- 
padocia, e Bartli, che le visitò più tardi, rico- 
nobbe che esse orano in relaziono coll’eclisse di 
Talete. Questo eclisso ha così, mercè la super- 
stizione, posto fine ad un inutile spargimento di 
sangue, e fornito un importante documento per 
la teoria della luna. 

Questa storia dei Siri e dei Medi prova una 
volta di più che le tenebre furono mai sempre 
favorevoli alle faccende d’amore. 


ECLISSE DI SOLE 


233 


Esiste un’operetta antica in un atto che ha per 
titolo Eclipse totale, le parole sono del signor De 
La Chabeaussière e la musica di Dalayrac. Sol- 
stizio, appassionato cultore d'astrologia, è inna- 
morato pazzo e gelosissimo di Isabella sua pupilla, 
che a sua volta ama, riamata, Leandro, bel gio- 
vane che frequenta la casa. Accade un eclisse 
solare , Solstizio non pensa che ad osservarlo 
mentre tutti lo abbandonano, compresi Isabella 
e Leandro, che si giovano deH’oscurità prodotta 
dall’eclisse per fuggire. Solstizio inseguendoli cade 
in un pozzo, dal quale è tratto fuori, dopo di aver 
promesso di acconsentire al matrimonio d’isabella 
e Leandro. Galeotto fu l’eclisse e forse Solstizio 
non ne avrà più osservati altri. 


Un astrologue, un jour, se laissa choir 
Au fond d’un puits, on lui dit: Pauvre bète, 
Tandis qu’à peine à tes pieds tu peus voir, 
Penses-tu lire au de9sus de ta tèteV 

La Fontaike. 


L’eclisse che sgomentò i Siri ed i Medi av- 
venne noi 585 a. C. e fu il primo che sia stato 
predetto. L’astronomo che compì questa prodezza 
matematica fu Talete da Mileto, uno dei più acuti 
filosofi dell’antichità: naturalmente la predizione 
non aveva l’esattezza delle odierne, che vanno 
fino al minuto secondo ; ma, cosa mirabile per 
quei tempi, si verificò nell’anno pel quale era 
stata pronunziata. Per fare la sua predizione 
Talete si servi di un periodo astronomico detto 


234 


ISTORIE DI MONDI 


Saros, probabilmente scoperto dai Caldei, i più 
grandi astronomi dell’antichità. Il Saros è un 
periodo di 6585 giorni ed un terzo circa (1), in 
capo al quale i centri del Sole e della Luna si 
trovano assai prossimamente nello medesime po- 
sizioni relative che avevano al principio, e ven- 
gono soddisfatte certo condizioni essenziali alla 
esattezza del Saros. Così in generale l’eclisse di 
un dato anno sarà la ripetizione di un simile fe- 
nomeno avvenuto 18 anni innanzi, e che avverrà 
di nuovo 18 anni dopo. L’eclisso del 1896, ad 
esempio, fu un ritorno di quelli famosi del 1878, 
1860, 1842, e se ne avranno altre ripetizioni nel 
1914 e 1932. 

Nel 1895 il matematico inglese Stoekwell ha 
scoperto un nuovo periodo di ricorrenza delle 
eclissi, che può tornare grandemente utile nella 
discussione delle eclissi antiche. Segue dai calcoli 
di Stoekwell, che se in un dato giorno dell'anno 
tropico accado un eclisse, ve ne sarà stato un 
altro nel giorno medesimo dell’anno tropico 372 
anni prima, e ve ne sarà un altro 372 anni dopo. 
Applicando questo suo ciclo solare, Stoekwell 
trova che il 10 ottobre 2136 a. C. avvenne un 
eclissi, che fu visibile come parziale su tutta la 
China. Secondo la tradizione i due astronomi chi- 
nesi Ho ed Hi furono dannati a morte per non 


(1) Più esattamente 6585,32116, all’epoca 1900, ed è 
equivalente a 18 anni, 11 giorni e '/a, o 18 anni, 10 giorni 
ed ’/ 3 se avvennero cinque anni bisestili. 


ECLISSE DI SOLE 


235 


aver predetto tale eclisse, il qual fatto è ram- 
mentato nei seguenti versi inglesi: 

Here lie thè bodies of Ho and Hi, 

Whose fate, though sad, was risible. 

Being hanged beeause they could not spy 
Th’eclipse which was invisible. (1) 

In un’altra occasione di un eclisso in China, le 
nubi coprirono il cielo, ed impedirono le osserva- 
zioni. I cortigiani s’affrettarono a felicitare l’im- 
peratore perchè il cielo ammirato delle sue virtù 
gli aveva risparmiato la pena di vedere “ il Sole 
venir mangiato „. Si avverta che presso molti 
popoli, e fra questi i Chinesi e gli Indiani, si 
vuole che quando il Sole e la Luna sono eclissati, 
si è perchè un immane drago cerca colle sue 
enormi ganascie di afferrarli ed inghiottirli; 
donde i rumori assordanti, gli scoppii, le urla 
della gente per spaventare il mostro e farlo 
fuggire. 

Qualcuno ha voluto vedere nel seguente passo 
del profeta Amos (Vili, 9) la predizione di un 
eclisse: “ E avverrà in quel giorno, dice il Si- 
gnore Iddio, che io farò tramontare il Sole nel 
mezzodì e spanderò le tenebro sopra la terra in 
giorno chiaro „ forse accennato anche in un altro 
versetto del Profeta medesimo (V, 8). L’eclisse 


(1) Qui giaciono le salme di Ho ed Hi, il cui destino 
quantunque triste, fu ridicolo. Essendo stati impiccati 
perchè essi non poterono scorgere l’eclÌ3se che non era 
visibile. 


236 


ISTORIE DI MONDI 


cui si allude è quello che avvenne nel 763 a. C., 
dieci anni prima della fondazione di Roma, e che 
secondo i calcoli di Johnson sarebbe stato quasi 
totale a Ninive verso le 10 del mattino del 
15 giugno. La descrizione di quest’eclisse, assai 
chiara, fu letta nel 1867 sulle tavolette assire 
Eponym possedute dal Museo Britannico: esso 
avvenne sotto il regno del monarca assiro Assur- 
day-an e di Uzziah, re dei Giudei, durante la 
prima parte della vita del profeta Isaia. 

Smith nel suo Smaller Dictionary of thè Bible 
connette il passo di Amos (Vili, 9) con un eclisse 
che sarebbe avvenuto il 9 febbraio 784 a. C. e 
che sarebbe stato visibile a Gerusalemme poco 
dopo il mezzodì. Menant, nel suo libro Ninive et 
Babylone, non menziona neppure questo eclisse. 
Ma l’assiriologo Bosanquet e l’astronomo Todd, 
come Johnson, connettono l’eclisse del 763 al 
passo di Amos. 

Le storie antiche e del medio evo registrano 
più o meno chiaramente molte eclissi, più o meno 
autenticamente contomporanee di grandi avve- 
nimenti. Due astronomi italiani, Millosewich e 
Celoria, si occuparono con molta dottrina di al- 
cune di esse. 

In taluni libri l’eclisse di Talete si fa avve- 
nire nel 584 a. C. Ciò dipende dal fatto che al- 
cuni contano gli anni prima di Gesù secondo i 
cronologi e gli altri secondo gli astronomi. Arit- 
meticamente gli anni a. C. dei cronologi sono di 
un’unità maggiori di quelli degli astronomi. 

Nel fissare per l’eclisse di Talete la data 


ECLISSE DI SOLE 


237 


28 maggio 585 a. C. abbiamo seguito, come ge- 
neralmente si fa, la cronologia di Des Vignoles, 
accettata e confermata da Airy. Giova però av- 
vertire che Oltmann, studiando quest’eclisse, di 
cui Erodoto ci lasciò memoria, dimostrò che non 
poteva essere che uno avvenuto il 30 settembre 
610, mentre Volney sosteneva fosse uno verifi- 
catosi il 3 febbraio 626. Idoler, cronologista ed 
illustre isterico tedesco, accetta intieramente l’o- 
pinione di Oltmann. 

Oggidì la paura delle eclissi è cessata presso 
le nazioni civili: nel 1868 i Chinesi ne temevano 
ancora tanto, che a quanto racconta il P. Faura, 
si gettarono nelle imbarcazioni presso la sponda 
per sfuggire al disastro: essi non furono neppure 
rassicurati dalla presenza degli astronomi, che 
stavano a terra coi loro strumenti pronti alla 
ossei'vazione. 

L’astronomo francese Janssen, che osservò 
questo medesimo eclisse nell’India inglese, narra 
che gli indigeni, che erano stati messi a sua 
disposizione per servirlo, fuggirono al principiar 
dell’eclissi, e si buttarono in acqua attenendosi 
allo loro prescrizioni religiose, indicate per scon- 
giurare il cattivo spirito, che secondo loro mi- 
nacciava il sole. 

Di paura per l’eclisse dicesi morisse nell’840 
Lodovico il Bonario. Quest’eclisse avvenne il 
5 maggio 840, verso il mozzo del giorno, il Sole 
stando alto in cielo. Le ricerche moderne hanno 
provato che l’oscurità ha durato assai più di 
quello che altra volta si supponesse poter avve- 


238 


ISTORIE DI MONDI 


nire alle latitudini della Germania centrale (Ma- 
gonza). Per la prima volta fu allora avvertito il 
fatto che gli oggetti ed il paesaggio cambia- 
vano gradatamente di colore durante la totalità. 
Si scrisse: “ Non apparve differenza alcuna da 
una vera notte, così che le stelle splendevano 
senza alcuna diminuzione di luce *. L’oscurità 
totale durò per cinque minuti attraverso all'at- 
tuale Baviera. 

A proposito del mutamento di colore ecco che 
cosa scriveva l'illustre P. Secchi nel 1875, de- 
scrivendo nel suo Soleil i fenomeni generali che 
si osservano durante un eclisse totale: 

“ Ce qui frappe alors, ce n’est pas seulement 
l’affaiblissement de la lumière, c’est surtout le 
changement de couleur que présentent les objets. 
Tout devient triste, sombre et comme mena<jant. 
Le paysage le plus vert se recouvre d’une teinte 
grise; dans les régions les plus élevées et les 
plus voisines du Soleil, le ciel prend une cou- 
leur de plomb, tandis que, auprès de l'horizon, 
il devient d'un jaune verdàtre. Le visage de 
l’homme présente une teinte cadavérique, ana- 
logue à celle que produit la fiamme de l’alcool 
sature de chlorure de sodium. Cette teinte jau- 
nàtre, et surtout l'abaissement de temperature, 
semblent accuser une diminution dans la puis- 
sance vitale de la nature „. 

Circostanze secondarie, che non hanno di per 
sè alcuna importanza, contribuiscono talvolta 
singolarmente a dare a queste impressioni alcun 
che di grandioso. Così nel 1842, una nube che 


ECLISSE DI SOLE 


230 


era a poca distanza dal Sole, apparve agli ocelli 
del grande astronomo Airy come una massa 
enorme rovinante sulla Terra con una rapidità 
spaventosa. 

Gli animali sembrano risentirsi assai delle 
eclissi. Il P. Secchi scrivo che gli insetti si na- 
scondono al pari dei piccoli uccelli. Clavio, nar- 
rando di un eclisse totale da lui osservato il 
21 agosto 1560 a Coimbra in Portogallo, scrive: 

II Sole restò oscurato per non breve tempo; 
l'oscurità era maggiore di quella della notte’ 
non si vedeva dove si ponesse il piede, e gli 
uccelli, meraviglioso a dirsi, cadevano a terra 
per lo spavento che cagionò loro si grande oscu- 
rità „. A questo eclisse assistette, in Copenhagen, 
Tycho Brahe, di quattordici anni; ciò determinò 
l'indirizzo della sua vita, risvegliando la sua vo- 
cazione per l’astronomia. 

L’effetto delle eclissi sugli animali, specie sugli 
uccelli fu ben constatato in occasione di quello 
del 28 maggio 1900, l’ultimo grande eclisse del 
secolo decimonono. 

A proposito del l’oscurità durante un eclisse 
totale ne piace qui riferire quanto ne scrisse il 
D. r ‘ Michele Rajna, astronomo all’Osservatorio 
di Brera in Milano. 

“ In fatto di eclissi solari si leggono e si sen- 
tono spesso ripetere delle esagerazioni. Certo 
che è uno spettacolo singolare o anche grandioso, 
se si vuole, l’oscurità che sottentra di pieno giorno, 
n eie! sereno, per due o tre o quattro minuti, al 
chiarore sfolgorante del Sole „. 


240 


ISTOBIE DI MONDI 


« Il cielo tutto cupo e gli oggetti terrestri 
poco illuminati e tinti di color giallignò tendente 
al rosso spandono d'ogni intorno un non so che 
di tetro, che ferisce l’animo degli spettatori 
Così scrisse l’astronomo Ciccolmi, professore a 
Bologna al principio di questo secolo. Quando è 
nuvolo, continua il medesimo autore, rifeiendo 
un’opinione del matematico Canterzani, suo col- 
lega, la nostra vista rimane limitata alle nubi, 
le quali diffondono una parte della luce del Solo 
e la distribuiscono tutto all’intorno ugualmente: 
quindi, se a cielo annuvolato c’è un eclisse to- 
tale, noi non vediamo il buio del cielo, o tutti 
gli oggetti ricevono un chiarore, debole bensì, 
ma tutto equabile, e perciò l’animo dello spetta- 
tore non resta cosi ferito come nel caso del cielo 
sereno ». 

‘A ogni modo, senza eclisse, le nubi non si fanno 
talvolta così dense da obbligarci ad accendeie 
i lumi nolle nostre case? Allora, press' a poco, 
siamo nelle condizioni di un eclisse totale, con 
la differenza che l’oscurità può durar delle ore 
intere. E quell’eclisse totale che avviene ogni 
giorno dopo il tramonto del Sole perchè lo si 
dimentica? Semplicemente perchè è cosa di tutti 
i giorni e ci siamo abituati ». 

“ Durante un eclisse totale l’oscurità deve real- 
mente parer più grande del vero, per ragiono di 
contrasto, ma da questo all’idea comune di te- 
nebre fitte ci corre assai. Sommamente conclu- 
denti sono le esperienze che Francesco Carlini 
fece all’Osservatorio di Brera durante l’eclisse 


ECLISSE DI SOLE 


241 


dell' 8 luglio 1842, con un metodo fotometrico 
molto ingegnoso. Il cielo era in massima parte 
sereno: soltanto v’era a nord-ovest, all’orizzonte, 
una striscia di nubi che impedì di vedere dorate 
dai raggi solari le cime del Monte Rosa, che re- 
stava fuori della zona di totalità. Ebbono, il Car- 
lini trovò che all'istante di mezzo dell’eclisse 
rimaneva diffusa sugli oggetti terrestri un’illu- 
minazione uguale a quella che è prodotta dal 
crepuscolo nel momento in cui il Sole è a 8 gradi 
e 24 primi sotto l’orizzonte. Intorno all’8 di lu- 
glio, queste medesime circostanze si verificano, 
alle nostre latitudini, la mattina a 3 ore 19 mi- 
nuti, e la sera a 20 ore e 41 minuti, di tempo 
vero; ossia rispettivamente a 3h 24m e 20h 46m 
di tempo medio locale, e per Milano a 3h 47m 
e 21h 9m del nostro attuale tempo dell’Europa 
centrale. II principio di luglio non è lontano: si 
provi a uscir fuori all’aperto a quell’ora, con cielo 
sereno, e si vedrà se in quel momento si è im- 
mersi nelle tenebre della notte „. 

“ E verissimo che durante un eclisse totale di 
Sole si vedono a occhio nudo le stelle più bril- 
lanti e i grossi pianeti, come Venere, Marte, Giove. 
Ma non è men vero che quando il Sole, dopo il 
tramonto, si trova a 6 gradi e mezzo di profon- 
dità sotto l’orizzonte, diventan visibili le stelle 
di prima grandezza situate a levante. Questo mo- 
mento corrisponde alla fine del crepuscolo civile, 
e segna l’ora di accender i lumi nelle case, benché 
il cielo sia sereno. Le stelle di seconda grandezza 
vengon fuori alla sera, se sono a levante, quando 


Zàxorri Bukoo, Istorie di mondi. 


16 


242 


ISTORIE DI MONDI 


il Sole si trova verso 8 gradi e mezzo o 9 di 
profondità. Qui siamo press’ a poco nelle circo- 
stanze determinate dal Carlini, e si vede che si 
esagera di molto se si parla di tenebro fitte in 
luoghi aperti 

“ Recentemente il professore W. H. Pickering 
(fratello del celebre direttore dell’Osservatorio 
di Harvard College) ha trovato che l’intensità 
fotografica della luce del cielo attorno al Sole, 
durante un oclisso totale, equivale press’ a poco 
a quella della regione circostante alla stella po- 
lare, tre minuti dopo che la stella è divenuta 
visibile a occhio nudo, alla sera. Inoltre — questo 
sia detto per incidenza — egli ha pure trovato 
che per riuscir a fotografare le stelle deboli 
sul fondo chiaro del cielo, bisogna aumentare 
la lunghezza focale della lente, piuttosto che 
l’apertura ; cosa manifesta anche ragionando a 
priori ». 

“ L’eclisse più memorando per la nostra regione 
fu quello già citato del 1842. Ma al principio 
del secolo ve ne fu un altro, che fece anch’esso 
parlar molto di sè. Agli 11 febbraio del 1804 
vi fu un eclisse anulare, in cui la linea di cen- 
tralità traversava la Marca d’Ancona, l’ITrabria, 
la Sabina e il Patrimonio di S. Pietro. L’ora del- 
l’eclisse era verso mezzogiorno. A Roma la gran- 
dezza della fase massima era di 97 centesimi 
del diametro, a Bologna di 95, a Milano di 91. 
Non si sa come, si diffuse dappertutto, nei nostri 
paesi, il falso annunzio di un eclisse totale, e 
trovò gran credito la diceria che di pien mezzo- 


ECLISSE ni SOLE 


243 


giorno si dovesse piombare nelle tenebre della 
notte „. 

“ Per giunta vi fu, qui a Milano, allora capitale 
Iella Repubblica Italiana, un giovino segretario 
al Ministero dell’interno, educato a piè del Ve- 
suvio (come dice un contemporaneo), che scaldò 
la testa al ministro, e lo indusse a scrivere al 
suo collega del culto che bisognava avvisare le 
popolazioni col mezzo del Clero, affinchè non 
restassero sgomentate dal fenomeno. Il ministro 
del culto (prosegue lo stesso narratore), il quale 
doveva supporre che fossero stati interrogati gli 
astronomi di Brera, come nei casi contenziosi 
s interroga il fisco, spedi la circolare. Figuria- 
moci come crebbe l’aspettazione popolare! A Bo- 
logna, a Padova, e specialmente a Venezia (dice 
un altro scrittore di quel tempo) il pubblico si 
era molto riscaldata l’immaginazione e credeva 
di aver tenebre, nel colmo dell’eclisse, come a 
mezzanotte „. 

“ Ma venne il giorno fissato, e il cielo fu nuvolo 
quasi dappertutto nell’ Italia superiore e anche 
in Toscana. A Venezia, dove pure fu nuvolo, il 
pubblico, che vide in quei momenti “ esser re- 
stata luce sufficiente da poter leggere e scrivere, 
decise francamente che gli astronomi avevano 
sbagliato nel calcolo, disprezzandoli grande- 
mente „ . Corsero scommesse di 50 e 100 zec- 
chini, che l’eclissi non era successo. A Milano 
fu visto per un istante, tra le tenebre, il Sole 
eclissato, ma pare che tra la gran gente che guar- 
dava in aria, ben pochi se ne siano accorti, perchè 


244 


ISTORIE DI MONDI 


il fatto doli’ eclisse annunziato e non visto fece 
scrivere al Porta un sonetto (a dir il vero più 
felice per il concetto che per la forma), in cui 
la * sospensione „ dell’eclisse è satiricamente at- 
tribuita all’onnipotenza di Bonaparte. E natural- 
mente furono in molti a credere che gli astro- 
nomi di Brera si fossero sbagliati nei loro calcoli, 
quantunque essi, annunziando l’eclisse nelle Ef- 
femeridi astronomiche per Vanno 181)4 (pubblicate 
nel 1803), non avessero parlato menomamente 
di eclisse totale, nè di oscurità più o meno pro- 
fonda 

L’astronomo che si trova collocato convenien- 
temente sopra un’ altura può facilmente tener 
dietro al cammino rapidissimo dell’ombra totale 
che s’avanza come minacciosa, tanto che in molte 
relazioni si parla di essa, come di alcunché ma- 
teriale che scorra sulla Terra con incredibile ve- 
locità, ed in una di esse si legge: “ Involonta- 
riamente io attendevo il mugghiare d’un vento 
impetuoso „ . Forbes, un osservatore fortunato, 
vide questo fenomeno, dalla basilica di Superga, 
sui colli presso Torino: egli allude alla stupefa- 
zione prodotta in lui da quell’ombra procedente 
rapidissima: “ Rimasi intontito per un momento, 
quasi che il ponderoso monumento sottostante 
a me s’ inchinasse verso la parte donde veniva 
l’eclisse Il professore americano Langley, uno 
dei più illustri cultori della fisica solare, parla del- 
T apparenza distinta e strana dell' ombra che si 
avanzava nell’eclisse del 29 luglio 1878, che egli 
ebbe la ventura dì guardare dalla vetta del Pike's 


ECLISSE DI SOLE 


245 


Peak, vetta di altezza sul mare superiore ai 4000 
metri. 

Il capitano Pistoia, a Augusta (Sicilia), nel 1870 
vide quest’ombra procedere e traversare il cielo 
caliginoso colla velocità del lampo. Il signor Mar- 
chisio dalla sommità del faro del Capo dell’ Armi, 
in Calabria, la vide venire dall'Etna e traversare 
il mare con una rapidità meravigliosa. 

Quando il Sole è tutto oscurato, e la totalità 
è completa, cessa ogni rumore, ogni lingua divien 
muta, un silenzio solenne regna sulla natura du- 
rante quella momentanea notte. “ In mezzo ad 
un cielo plumbeo si stacca un disco perfettamente 
nero, circondato da una stupenda aureola di raggi 
argentei, fra i quali scintillano dei getti di fiamme 
rosee. Questo spettacolo è ad un tempo terribile 
e sublime „ (1). “ D’un tratto l’ultimo raggio 
scompare, ed io sono assordato da uno scoppio 
d’applausi e di evviva, che si partono da quella 
immensa moltitudine. Tutte le mie fibre s’elet- 
trizzano, ed un fremito s’impadronisce di me; 
guardo il Sole, e mi trovo di fronte al più at- 
traente spettacolo, che si possa immaginare. 
L’astro del giorno era sostituito da un disco 
nero, nero come la pece, circondato da un’aureola 
brillante analoga a quella che si rappresenta at- 
torno alla testa dei santi „. “ A tal vista fui 
colpito di meraviglia; perdei una parte conside- 
revole di quei preziosi momenti, e fui sul punto 
di scordare lo scopo del mio viaggio. Dalle do- 


ti) Secchi, Le soleil. 


246 


ISTORIE DI MONDI 


scrizioni che avevo letto, m’aspettavo bensì, di 
vedere attorno al Sole una certa luminosità, ma 
debole e crepuscolare; mentre io vedeva una 
aureola brillante, il cui splendore, vivissimo sul- 
l’orlo dol disco, diminuiva gradatamente e spa- 
riva ad una distanza eguale a circa il diametro 
della Luna. Io non avevo previsto nulla di si- 
mile “ Ben presto mi riebbi da tale meravi- 
glia, e posi di nuovo l’occhio al cannocchiale, dopo 
aver tolto dall’oculare il vetro nero. Una nuova 
sorpresa m’attendeva. La corona di raggi che 
circondava il disco era interrotta in tre punti 
da immense fiamme di colore di porpora, il cui 
diametro era di circa 2 minuti. Esse apparivano 
tranquille e presentavano lo aspetto istesso delle 
vette nevose, illuminate dal Sole al tramonto. 
Mi fu impossibile il distinguere se queste fiamme 
erano nubi o montagne; mentre stavo studian- 
dole per determinarne la natura, un raggio di 
Sole brilla nelle tenebre, vivifica la natura, ma 
m’immerge in quella tristezza che risente chi 
vede sparire l’oggetto dei suoi desideri al mo- 
mento in cui stava per afferrarlo „ (1). 

Ho riprodotto il passo di Secchi e quelli di 
Baily, perchè esprimono mirabilmente l’ impres- 
sione prodotta in chi veda per la prima volta 
un eclisse di Sole, e perchè vi si fa cenno di fe- 
nomeni sui quali dovremo trattenerci alquanto. 

(1) Baily, Relazione sull’osservazione deH’eclisse totale 
di sole dell' 8 giugno 1842, osservato a Pavia: ivi folla 
grande s’era radunata nelle strade per osservare l’impo- 
nente fenomeno celeste. 


ECLISSE DI SOLE 


247 


n. 

L’ultimo eclisse totale di Sole visibile in Italia 
fu quello del 22 dicembre 1870; ma la linea dei 
luoghi dai quali lo si vedeva totale, passava per 
la Sicilia e la Calabria; e da queste regioni 
molti astronomi italiani l’osservarono. Fra essi 
solo superstite è il Tacchini, già direttore del- 
l'Osservatorio del Collegio Romano in Roma e 
dell’Ufficio centrale di meteorologia e geodi- 
namica; ad esso si deve un bellissimo disegno 
della corona, assieme ad altro ricco materiale, 
riferentesi principalmente alle proeminenze solari, 
che grandemente abbelliscono lo splendido vo- 
lume di relazioni dell'eclisse, pubblicato nel 1872 
dalla Commissione che era stata incaricata dal 
Governo dell'osservazione di esso. Si noti che il 
tempo era tutt’ altro che propizio. 

L’astronomo francese Janssen, uno dei più il- 
lustri cultori della fisica solare, vivamente desi- 
deroso di osservare il menzionato del 1870, con 
un pallone volante usci da Parigi assediata dai 
Prussiani, portando con sè le parti essenziali di 
un cannocchiale a riflessione, specialmente co- 
strutto per raccogliere dati circa la corona. Si 
recò ad Orano in Algeria, ove al momento del- 
l’eclisse si trovò davanti una cortina di nubi, 
meno sormontabile delle linee prussiane attorno 
a Parigi. Gli astronomi sono preparati a questi 
brutti tiri del tempo. Il viaggio dell’astronomo 


248 


ISTORIE DI MONDI 


inglese Lockyer da Londra alla Sicilia, il suo 
naufragio sulla “ Psyche „, furono ricompensati 
con un’ occhiata all’aureola solare di un minuto 
secondo e mezzo! 

Janssen e Lockyer, due illustri nomi ! Gli scien- 
ziati che li portano, che sono fra i più autore- 
voli per quanto concerne il Sole, son vivi e forti, 
sempre sulla breccia, e la scienza fa voti perchè 
le siano conservati a lungo. 

Janssen, or sono pochi anni, quasi settantenne, 
si fece portare sul Monte Bianco, in una por- 
tantina appesa ad una scala a piuoli per isti- 
tuirvi delle osservazioni sulla presenza dell’ os- 
sigeno nel Sole. Poi coll’aiuto di intelligenti 
mecenati francesi fondò e fornì d’ {strumenti 
l’Osservatorio astronomico sulla vetta stessa del 
Monte Bianco, che darà certo col tempo buoni 
risultati. 

I nomi di Lockyer e Janssen andranno poi 
per sempre uniti nell’istoria dell’astronomia, 
perchè essi contemporaneamente, in occasione 
del grande eclisse totale del 18 agosto 1868, 
scoprirono il modo di poter osservare le protu- 
beranze solari, anche quando non vi sono eclissi: 
scoperta importantissima, sorgente di molte altre. 

ni. 

Discorrendo nelle pagine che precedono delle 
eclissi totali ci venne fatto di menzionare la co- 
rona, l’auroola. le protuberanze solari: sarà bene 
il chiarire che cosa significhino quelle parole: ciò 


ECLISSE DI SOLE 


249 


facendo impareremo come si ritenga oggidì costi- 
tuito il Sole. 

Il Sole è un corpo immane che dista dalla 
Terra di circa 148.500.000 chilometri, milione 
più, milione meno, s’intende : il suo raggio è di 
692.428 chilometri, ossia quattro volte la di- 
stanza della Luna dalla Terra. La densità del Sole 
è un quarto di quella della Terra, od in altre 
parole, a parità di volume la Terra è quattro 
volte più pesante del Sole. La forza d’attrazione 
del Sole alla sua superficie è ventisette volte 
maggiore di quella della Terra; a parità per- 
tanto di tutte le altre circostanze sarebbe im- 
possibile il vivervi ad esseri costituiti come noi 
siamo. 

Con ciò non si afferma nè che il Sole non è 
abitato, nè che non possa esserlo ; sono questioni 
quelle, che l’astronomia lascia completamente in 
disparte. Sarebbe però strano, che la natura così 
feconda e potente, si fosse limitata, in fatto di 
creature intelligenti e ridenti, come fu definito 
l’uomo, al mal seme d’Adamo, ed avesse popo- 
lato l'universo di mondi senza abitanti, di regni 
senza re e senza sudditi ; ma tiriamo via, la- 
sciando agli immaginosi romanzieri della scienza 
il fantasticare al riguardo. Se vi fossero astro- 
nomi sul Sole, che altri volle già fare il sog- 
giorno dei beati, quando noi vediamo un eclisse 
di Sole, essi vedrebbero un bell’eclisse di Terra. 
Ciò perchè la Luna interponendosi fra noi ed il 
Sole, intercetta la luce che dal Sole viene a noi, 
e che fa che la Terra splenda d’ordinario in cielo. 


250 


ISTORIE DI MONDI 


come la Luna od un altro pianeta qualunque. È 
curioso il rammentare che or sono circa 120 
anni, un certo dott. Simmons, perito medico di 
un dotto signor Elliot, che aveva ucciso una 
Miss Boydell, ne sostenne la pazzia, appoggian- 
dosi a ciò che egli aveva, in un lavoro presentato 
alla Società Reale di Londra, affermato che il 
Sole poteva essere abitato. 

Il Sole ruota sul proprio asse in 25 giorni e 
4 ore e mezza circa, così che un punto del suo 
equatore percorre in un’ora 7091 chilometri. 

Or come mai, dirà taluno, si è potuto deter- 
minare questa durata di rotazione, se il Sole 
appena appena lo si può guardare dietro un vetro 
nero, od alla guisa dei nostri padri per riflessione 
in una secchia d’acqua? 

Avvertiamo anzitutto che quando guardano il 
Sole, gli astronomi muniscono i loro cannocchiali 
di vetri intensamente colorati in rosso od in nero 
o preferibilmente in giallo, in verde, in bleu, o 
con tinta neutra; artifizio che serve pei piccoli 
cannocchiali, ma non vale pei grandi. 

In questi il calore concentrato dalle lenti è 
tale che i vetri si spaccano o si fondono con 
grande facilità; si ricorre allora ad apparecchi 
speciali che qui non è il caso di descrivere. Tal- 
volta lo si osserva per projezione, facendo cadere 
rimmagine prodotta dal cannocchiale sopra un 
disco di carta sul quale la si guarda direttamente; 
rammento che l’immagine projettata sul disco è 
capovolta per rispetto a quella che si osserve- 
rebbe guardando direttamente nel cannocchiale. 


ECLISSE DI SOLE 


251 


Questa poi, se il cannocchiale è astronomico, è 
capovolta rispetto all’astro, e quindi l’immagine 
che si vede per projezione è disposta precisamente 
come l’astro in cielo. 

Guardando dunque il Sole con un cannocchiale 
o con uno dei mezzi suindicati, si scorge subito 
che la sua superficie non è perfettamente unita 
e tersa, ma qua e colà chiazzata da spazi oscuri, 
od almeno relativamente meno luminosi, che fu- 
rono detti macchie. 

Anche prima dell’invenzione dei cannocchiali 
si erano osservati ad occhio nudo dei punti neri 
sul Sole. L’opera chinese del dotto chinese Ma- 
Twan-Lin contiene un notevole quadro di 45 os- 
servazioni fatte in un lasso di tempo di 904 anni 
dal 301 al 1205 d. C. e pubblicato solo un ven- 
ticinque anni fa. Così negli anni 807, 840, 1096, 
1588 erano state visto in Europa, sul Sole, quando 
era presso all’orizzonte, delle macchie nere, che 
vennero ritenute pianeti in congiunziono, ovvero 
fenomeni la cui causa era sconosciuta. Keplero 
stesso, nel 1607 vide una macchia solare e cre- 
dette di assistere al passaggio del pianeta Mer- 
curio sul Sole. Nel 1610 Giovanni Fabricius riuscì 
a vedere una macchia considerevole e a studiarne 
le apparenze ed il moto. Da questo si fu che 
egli, pel primo, s’avvide che il Sole era animato 
da un movimento di rotazione intorno al suo 
asse: ma questa osservazione non fu pubblicata 
che più tardi, quando altri osservatori, armati 
di cannocchiale, avevano ottenuto migliori risul- 
tati. I trattati della storia dell’astronomia con- 


252 


ISTORIE DI MONDI 


tengono la narrazione della scoperta delle mac- 
chio solari, che Galileo nel 1611 mostrava ai 
letterati di Roma dal giardino Bandini. Lo svol- 
gersi e l'applicarsi dell’osservazione delle macchie 
solari e dei loro movimenti condusse alla deter- 
minazione assai precisa della rotazione del Sole, 
quale fu data poc’anzi. 

Le macchie si presentano spesso a gruppi ; la 
loro parte centrale è buia, e vien detta nocciolo 
od ombra, il contorno è formato da una mezza 
tinta che si chiama la penombra, le loro dimen- 
sioni sono estremamente variabili, al pari del 
loro numero. Esse sono assai rare nelle regioni 
solari molto lontane dall’equatore, nei pressi del 
quale sono pur poco numerose; abbondano in 
certe regioni intermedie che furono dette zone 
reali. 

Il numero delle macchio sul Sole varia in modo 
periodico, ad intervalli regolari è massimo e mi- 
nimo. La scoperta di tale periodicità regolare 
data dal 1851, anno nel quale Schwabe pubblicò, 
per la prima volta, il risultato di 25 anni d’os- 
sorvazione. Durante questo spazio di tempo egli 
aveva esaminato il Sole in ogni giorno sereno, 
ottenendo una descrizione quasi perfetta di tutte 
le macchie che vi si vedevano. Egli aveva inco- 
minciato il suo lavoro senza alcuna idea di arri- 
vare al risultato cui giunse, e parlando di se 
stesso narra : “ che come Saulle si era messo alla 
ricerca delle asine di suo padre ed aveva trovato 
un regno „. Dopo Schwabe, molti astronomi si 
sono occupati della periodicità delle macchie so- 


ECLISSE DI SOLE 


253 


lari, ed i loro studi condussero alla conoscenza 
della durata di essa, che è di circa 11 anni. 

Recenti studi hanno dimostrato che le varia- 
zioni del magnetismo terrestre vanno soggette 
ad una periodicità, che concorda perfettamente 
con quella delle macchie solari ; prova secondo 
alcuni evidente della relazione dei due fenomeni. 
Altri studi inducono a creder probabile un'altra 
relazione fra le macchie solari e certe vicende 
meteorologiche terrestri ; ma i risultati non sono 
punto indiscutibili ; non sono por nulla quindi da 
accettarsi come stabilite le relazioni da taluno 
additate, fra le siccità, le carestie, l’abbondanza 
dei raccolti e le macchie del Sole. 

Circa la relazione tra il magnetismo terrestre 
e la periodicità delle macchie, ed i fenomeni 
solari in generale, Lord Kelvin, fin dal 1892, sol- 
levò dello gravissime obbiezioni, così fondate e 
rigorose da porre la questione sotto un punto di 
vista affatto nuovo, e tale da richiederne lo studio 
fin dal bel principio. 

Nello stato attuale della scienza si ignora com- 
pletamente la causa dell’accennata periodicità e 
delle relazioni fra essa e taluni fenomeni ter- 
restri : la ricerca di essa costituirà un problema 
di profondo interesse per i futuri lavori degli 
astronomi e dei fisici. Per ora si ammette, avendo 
riguardo alla variazione simultanea della forma 
e della posizione delle macchie, che queste siano 
delle cavità a forma d’imbuto, che lasciano sco- 
perta la struttura della superficie solare, la quale 
presenta all’esterno uno strato molto brillante e 


254 


ISTORIE DI MONDI 


relativamente sottile, che vien detto fotosfera , ed 
all’interno una massa più oscura. 

Come e perchè si formino le macchie solari, 
in qual rapporto esse stiano colla struttura gra- 
nulare della fotosfera, e con quello formazioni 
a grani di riso, od a foglie di salice che si os- 
servano variamente luminose sul fondo della fo- 
tosfera e che diconsi granulazioni e facule, igno- 
rasi tuttora. 

11 vero studio della fisica solare è cosa assai 
recente, e molto esso ha già insegnato, molto 
che è nulla a petto di quanto rimane ad im- 
parare. 

L’Italia in questo ramo dello scibile tiene un 
posto distinto, cui già la portò Angelo Secchi, 
ed al quale la sostengono i viventi Tacchini e 
Riccò, astronomi l’uno a Roma l’altro a Catania: 
e vive nel nostro paese un pregiatissimo perio- 
dico, unicamente, si può dire, occupato di lavori 
sul Sole. 

Delle varie teorie proposte fino al giorno d’oggi, 
scrive Stawell Ball, uno dei più grandi astro- 
nomi viventi, nessuna rendo intieramente conto 
in modo soddisfacente di tutti i fenomeni che le 
macchie del Sole presentano, guardati con tutti 
i mezzi odierni, nè di quelli che ci presentano 
la loro distribuzione sulla superficie dell’astro 
e la loro periodicità nel tempo. 

Qualunque sia la causa della struttura e con- 
figurazione delle macchie e della superficie solare 
in generale, certo è che lo stato d’agitazione 
continuo che questa ci mostra, i movimenti, le 


ECLISSE DI 80LE 


255 


mutazioni di quelle ci attestano, che lo stato 
superficiale dell’astro del giorno non è solido ed 
è sede di moti e cambiamenti grandiosi ed in- 
cessanti, segni di una immensa attività. Questa 
attività è soggetta a variazioni periodiche, che 
debbono a loro volta influire sulle radiazioni 
luminose e calorifiche, e reagire così sui pia- 
neti, che ricevono dal Sole il calore, la luce e 
la vita. 


IV. 

Un’altra manifestazione della prodigiosa atti- 
vità solare sono le già menzionate protuberanze 
rosee, che si osservano così bene nelle eclissi, 
staccantisi in color roseo sull’ argento della 
corona. Osservando ad occhio nudo un eclisse 
totale, il fatto che colpisce di più è l’aureola 
brillante che circonda la Luna, e che ha ricevuto 
il nome di corona. Gli antichi l’avevano notata, 
e ne fanno menzione Plutarco nella sua opera 
De facie in orbe lume , e Filostrato un secolo più 
tardi nella vita di Apollonia da Fyana, dove narra 
che la morte dell’imperatore Domiziano ad Efeso 
fu annunziata da un eclisse totale. 

La più antica osservazione ove si trovi men- 
zione della corona, risale, secondo il Muratori, 
che la cita, al 1 239. Il cronista racconta che si 
vide un cerchio attorno al Sole, con un becco 
infiammato nella parte inferiore. Si tratta senza 
dubbio di una protuberanza. Clavio osservò la 
corona a Coimbra il 21 agosto 1560 e ne parla 
con meraviglia; l’osservò di nuovo il 9 aprile 1567 


256 


ISTORIE DI MONDI 


da Roma, ma suppose che fosse un orlo del Sole 
non nascosto dalla Luna. Keplero dimostrò col 
calcolo della posizione relativa del Solo e della 
Luna che ciò non era possibile, e ritenne quel- 
l’apparenza come prodotta da un’atmosfera cir- 
condante il Sole o la luna. Keplero provò così 
che l’eclisse osservato da Clavio non aveva potuto 
essere anulare. 

Qui ci si consenta di aprire una breve paren- 
tesi. Le eclissi di Sole si verificano solo a luna 
nuova, e possono essere, parziali, totali, anulari 
o centrali, secondo che il Sole è solo in parte, 
o totalmente celato dalla Luna, ovvero così che 
intorno ad essa rimanga apparente ancora una 
porzione anulare del suo disco: o da ultimo quando 
nelle eclissi anulari o totali, il luogo terrestre dal 
quale si vede l’eclisse è in linea retta coi centri 
del Sole e della Luna. 

Tanto le eclissi parziali che totali cominciano 
e finiscono come un eclisse parziale ; la totalità, 
centralità, o la condizione anulare durauo solo 
per pochi minuti, verso il mezzo dell’eclisse. La 
massima durata di un eclisse totale per un punto 
dell’equatore terrestre è di otto minuti; mentre 
uno anulare può mantenersi tale per qualche cosa 
più di dodici minuti, I punti della Terra, che 
hanno il Sole sopra l’orizzonte durante un suo 
eclisse non lo vedono tutti egualmente, alcuni 
non lo vedono affatto. Gli astronomi sanno de- 
terminare, per ogni luogo della Terra, le varie 
fasi, e la durata, e l’istante di ogni eclisse ; ciò 
fanno parecchi anni innanzi che l'eclisse accada. 


ECLISSE DI SOLE 


257 


Si hanno anzi dei cataloghi di eclissi per molti 
anni a venire : il più esteso e moderno è quello 
dovuto all’ astronomo austriaco Oppolzer, frutto 
di lunghi e laboriosi computi. 

Ora chiudasi la non breve parentesi, e tor- 
niamo alla corona. Pare che essa producesse forte 
impressione sugli spettatori dell’eclisse del 31 a- 
gosto 1030, quando in Norvegia a Stiklastad, 
si combatteva fieramente fra il re Olao il Santo 
ed i suoi sudditi pagani; vuole la leggenda che 
il re vi morisse. Longfellow nel suo bellissimo 
canto: The Saga of king Olaf nei Talee of a 
way side Imi, non tocca dell’eclisse. Secondo il 
sig. Johnson, e 1 Encyclopedia Britannica , que- 
st'eclisse in Norvegia non sarebbe stato che 
parziale, così che l’opinione di Hansteen, che le 
manifestazioni rossastre del 1030 fossero dovute 
alla luce zodiacale, sembra a molti non impro- 
babile. 

Si fu solamente nel grandioso eclisse del 1842, 
che si divenne famigliaci colla corona e colle 
protuberanze. Molti fra i viventi d’oggi ram- 
mentano questo eclisse, che fu ben visibile nel- 
I Italia settentrionale, nella loro adolescenza, e 
che destò quel vivo interesse che ancora oggi 
si mantiene per tali fenomeni naturali. Esso av- 
venne nel mattino dell’ 8 luglio 1842 e fu totale 
per varie regioni popolose d’Europa. 

L’oscurità fu profonda. Arago ci racconta che 
le bestie da soma cessarono dal lavoro, e nessuna 
percossa potè indurle a muoversi finché non riap- 
parve il Sole. Gli uccelli ed altri animali smisero 


Za* otti Busco, Istori» di mondi 


17 


258 


ISTOBIE DI MONDI 


di mangiare; si trovarono dei fanelli morti nelle 
loro gabbie, e perfino le formiche cessarono dalle 
loro occupazioni. I miei genitori che ragazzetti 
assistettero a questo eclisse mi narrano che le 
galline andarono ad appollaiarsi come al giun- 
gere della notte. I cavalli delle diligenze, all’op- 
posto, sembravano essere insensibili al fenomeno 
quanto le locomotive. I convolvoli e qualche altra 
pianta chiusero le loro foglie; ma quelle delle 
sensitive rimasero aperte. A Perpignano, nei 
Pirenei, dove erano andati ad osservare, Arago 
e Laugier, rimasero in casa solo i malati gravi, 
ogni altra persona era fuori a vedere l’eclisse. 
Malgrado ciò una calma profonda regnò durante 
i due minuti di totalità. 

Il fenomeno di quest’ aureola argentea, che 
sotto le più svariate forme si espande attorno 
al Sole eclissato totalmente, fu studiato con tutti 
i mezzi dei quali può disporre la scienza d’ og- 
gidì, ma malgrado ciò intorno ad esso domina 
grandissima incertezza. Pare accertato che sia 
un fatto solare. Le più strane figure si disegnano 
in quel vaporoso contorno, che dipartendosi dal 
Sole, si estende talvolta a distanze enormi da 
esso. 

Si racconta che il professore Snell di Amherst 
College, domandò un giorno ad un suo allievo 
della classe d’astronomia una definizione della 
corona solare. Lo studente, dopo lunga esitazione, 
sentendosi in procinto di pronunziare una solenne 
castroneria, dichiarò apertamente, che aveva ben 
saputo che cosa era la corona solare, ma che 


ECLISSE DI SOLE 


259 


l'aveva dimenticato. “ Qual perdita incalcolabile 
per la scienza! „ esclamò scherzando spiritosa- 
mente il professore; “ l’unico uomo che abbia 
mai saputo che cosa è la corona solare, lo ha 
dimenticato ». Ciò è vero oggi ancora: nessuno 
ha spiegato, nè analizzato intieramente quella 
meravigliosa e multiforme aureola argentea che 
le eclissi ne rivelano. Non che manchino le teorie, 
ma tutto falliscono a rendere ragione dei feno- 
meni, come le descrizioni non valgono a darne 
una idea : appena i disegni e le fotografie possono 
servire a porgercene una fredda rappresentazione 
geometrica. Chi vuole la corona un’ atmosfera 
gassosa che circonda il Sole, chi la ritiene una 
materia gassosa eruttata dal Sole, o da lui rice- 
vuta, in moto per le forze di ejezione, attrazione, 
rotazione solare, o forse repulsione di qualche 
natura: altri sostiene che, a somiglianza del- 
l'anello di Saturno, consista in uno sciame di 
particelle meteoriche, animate da rapidissimo 
moto cosi da essere impedite di cadere sul Sole. 
Ancora taluni con Huggins pensano per contro, 
che la corona sia dovuta ad una incessante ca- 
duta di meteoriti, analoghe alle nostre stelle 
cadenti, frantumi di comete disgregate. Il pro- 
fessore americano Newton, da poco rapito alla 
scienza, ed autorevolissimo in fatto di astrono- 
mia meteorica, ritiene quella opinione assai poco 
probabile. 

Schaberle propose una teoria meccanica, Bi- 
gelow una magnetica, ma nè l’una nè l’altra 
resiste all’ultima prova di predire intieramente 


260 


ISTORIE DI MONDI 


e correttamente la configurazione dei raggi della 
corona. La teoria meccanica ammette che la co- 
rona sia prodotta da luce emessa e riflessa da 
correnti di materia ejettata dal Sole a mezzo di 
forze che agiscono in generale lungo linee nor- 
mali alla superficie solare. Fondandosi su queste 
sue ideo il dott. Scbaberle annunziò che nell’eclisse 
dol 16 aprile 1893, la corona avrebbe dovuto avere 
la forma, che egli indicò in un disegno: la forma 
osservata sfortunatamente non corrispose per 
nulla a quella annunziata. 

Secondo quanto pensa il professore Bigelow, 
la luce della corona, è semplicemente una con- 
seguenza del magnetismo solare, che determina 
la posizione e direzione dei filamenti luminosi 
che compongono la corona. Una relazione ana- 
loga a quolla che unisce gli efflussi luminosi del- 
l’aurora boroale e la Terra, unirebbe cosi le irra- 
diazioni della corona col Sole. 

Il dott. Huggins riusci ad ottenere alcune fo- 
tografie della corona, anche senza eclisse. L’ana- 
lisi, collo spettroscopio, della luce della corona, 
ha permesso di conchiudere, che in essa vi è 
dell’idrogeno, ed un’altra sostanza, il coronimi , 
finora sconosciuta sulla Terra. 

Il dott. Schuster concorda col dott. Huggins 
nell’idea che i filamenti brillanti della corona 
sono probabilmente dovuti a scariche elettriche : 
è però poco ammissibile che una sola ipotesi 
possa rendere ragione di una manifestazione così 
complessa. 

Frattanto ecco in breve quanto si può rite- 


ECLISSE DI SOLE 


261 


nere come meno malfondato intorno a questo 
argomento. 

La corona può ritenersi come un’ appendice 
solare, lo attestarono nel 1893 le ricerche del 
signor Deslandres, che dimostrano come essa 
ruoti col Sole attorno al suo asse: una piccola 
porzione della sua luminosità, la più accosto al 
disco solare è forse dovuta a fenomeni ottici di 
difrazione prodotti dal lembo della Luna; mentre 
la parte più interna appartiene ad un’atmosfera 
solare. Lo spettroscopio prova che le regioni in- 
termedie provengono da materia incandescente, 
meno calda però che la superficie solare; il po- 
lariscopio a sua volta ne fa edotti che alla for- 
mazione di quelle regioni concorre luce riflessa 
da particelle possibilmente meteoriche, ma più 
probabilmonte di polvere o di qualche sorta di 
nebbia. Nelle ricerche sulla polarizzazione della 
luce della corona s’occupò molti anni sono il 
sonatore Blaserna attuale direttore dell’Istituto 
fisico in Roma. L’estendersi poi della corona 
lungo l’eclittica (che in modo rimarchevole si 
sviluppa in coincidenza col minimo dello macchie 
solari), suggerisce l’idea di una possibile origi- 
naria connessione colla luce zodiacale. 

La luce zodiacale è una luminosità a forma 
di cono, che accompagna il Sole, e che si può 
scorgere ad occidente dopo il tramonto del Sole, 
o ad oriente prima del suo levare. Essa deve il 
suo nome a ciò che il suo asse all’incirca coin- 
cide collo zodiaco. In Europa dove la luminosità 
della luce zodiacale è più debole assai di quella 


262 


ISTOBIE DI MONDI 


della via lattea, lo epoche più adatte per vederla 
sono i giorni vicini agli equinozii in marzo ed 
in settembre. La natura e la causa dolla luce 
zodiacale, non sono meno problematiche di quelle 
della corona. Tanto che giustamente scrisse un 
grande astronomo e pensatore : “ Assai proba- 
bilmente quando noi avremo spiegato le irradia- 
zioni dell’aurora boreale, e le code delle comete, 
noi avromo imparato qualche cosa intorno a queste 
sostanze di tessitura quasi spirituale, che costi- 
tuiscono la corona solare „. 

Il dott. Iluggins emise l’idea originale, che la 
corona possa essere stata molto più luminosa ed 
estesa nelle primitive epoche geologiche, che non 
oggi; cosi che so il cielo era allora sereno, come al 
presente, essa avrebbe ancora dovuto essere visibile 
nella prima remotissima infanzia dell’ umanità. 
Egli domanda: “ Non se ne trova traccia filologica 
nello più antiche idee e parole connesse col Sole?,. 

Forse si potrebbe trovare risposta a tale do- 
manda in talune figure che si trovano scolpite 
in antichi monumenti, quali lo scrigno di granito 
ad Edfou, ed il letto di Faraone a File, ed il 
monumento ittita di Saktsch-gbzu, che rappre- 
sentano il Sole alato, in guisa da rassomigliare 
assai da vicino al Sole colla corona quale fu di- 
segnato dairamericano Newcomb, uno dei più 
potenti astronomi viventi, nell’eclisse del 29 lu- 
glio 1878, e da Langley, altro americano, fra i 
maggiori cultori della fisica solare, nell’occasione 
medesima. Il tipo di corona cui corrispondono 
queste ed altre rappresentazioni del Sole alato 


ECLISSE DI SOLE 


263 


a Karnak ed a Luxor, coincide con un minimo 
delle macchie solari. 

È utile il mettere a confronto l’ipotesi del 
dott. Huggins sulla maggiore luminosità ed esten- 
sione della corona solare con quella di un dotto 
geologo francese, De Lapparent, che vuole che 
nello epoche geologiche, nelle quali Huggins am- 
mette si verificasse la sua supposizione, il Sole 
ancora quasi nebuloso, certo meno denso di 
adesso, fosse molto più esteso di quello che ci 
illumina, ed avesse un diametro apparente circa 
novanta volte maggiore dell’attuale. Ipotesi che 
al suo autore pare possa render ragione di molti 
fenomeni, che a lui sembrano altrimenti inespli- 
cabili. Se le due ipotesi possano concordarsi e 
ridursi ad una, non è qui luogo a discutere; non 
mi risulta che i due autori fossero a conoscenza 
dei lavori l’uno dell'altro, e credo sia per la prima 
volta qui, che esse sono poste a pajo. Certo è qui 
il caso di rammentare l’opinione di due sommi 
uomini, Laplace e Kelvin: 

“ La geologie sous ce point de vue qui la 
“ rattache à l’ astronomie pourra, sur beaucoup 
“ d’objets, en acquérir la précision et la certi- 
“ tude ». “ Laplace ». 

(1) “ Geology in framing its conclusions is 
“ compelled to tako into account thè teachings 
“ of other Sciences 

* Sir William Thomson, ora Lord Kelvin 

(1) Nel formulare le sue conclusioni, la geologia, è 
costretta a tener conto degli insegnamenti delle altre 
scienze. 


264 


ISTORIE DI MONDI 


V. 


Void of light 

Save what thè glLmmering of these livid flames 
Cast pale and awful (1). 

Nell’eclisse dell'8 luglio 1842, oltre la corona, 
un altro fatto mirabile attrasse l’attenzione degli 

astronomi: si furono certe protuberanze di color 

rosa o fior di pesca che emergevano dal disco 
lunare oscurante il Sole come immani colonne 
di fiamma. La sorpresa destata negli astronomi 
da questo fenomeno inatteso fu tanta che non 
concesse loro di faro delle osservazioni precise, 
di guisa che le loro relazioni su di esso non s ac- 
cordarono punto. . 

L’astronomo inglese John Herschel, scrivendo 

alila sua venerabile zia Carolina Herschel. so- 
rella od aiuto al grande William Herschel, le 
racconta che quando nel mattino dell 8 In- 
olio 1842, quelle rosse e brillanti fiamme appar- 
vero fuori dal nero disco lunare, la folla m 
Milano proruppe inconsciamente e bovinamen e 
nel grido: “ Es leben die Astronomon „ (viva 
gli astronomi). A noi italiani ora si affaccia l'idea, 
quasi certezza, che quel grido tedesco non parti 
dai Milanesi, ma dalla soldatesca imperiale che 


(1) Prive di luce sse non quella fioca e paurosa 
gettava il bagliore di quelle livide fiamme. 


che 


ECLISSE DI SOLE 


265 


a quell’epoca ancora infestava quella splendida 

città- . .. 

Certo gli astronomi non si meritavano quegli 

evviva, giacche, malgrado talune osservazioni 
anteriori, delle quali non avevano tenuto conto, 
uon si erano preparati all’esame di quel feno- 
meno. Il primo a descrivere queste protuberanze 
rosse fu il professore svedese V assenius, il quale 
osservò a Gottenburg un eclisse totale avvenuto 
in maggio del 1733. Poi le vide Don Antonio 
Ulloa, ammiraglio spagnuolo, durante un eclisse 
totale il 14 giugno 1778, essendo a bordo della 
nave Spagna tra le Azorre ed il Capo S. V in- 
cenzo. Egli s’accontentò di pensare cbo appar- 
tenessero al Sole stante il loro ardente coloro 
e grandezza; ponsò che potevano essere dovute 
a qualche fessura o disuguaglianza nel lembo 
della Luna, attraverso allo quali passava la luce 
solare. Qualcuno volle trovare un’allusione a 
queste protuboranze in Finnico, in relazione con 
l’eclisse del 17 luglio 334 dell’era volgare; la 
loro strana bellezza fu avvertita da Keplero 
nel 1605; altri ancora le notarono, ma nessuno 
potè dame una spiegazione. 

L’eclisse del 1851 porse occasione ad inda- 
gini più accurate. Si notò ancora che la Luna 
gradatamente copriva porzioni delle protuberanzo 
rosee l’una dopo l’altra. La loro origine e con- 
nessione solare apparve certa, perchè man mano 
che il nero globo della Luna passava sul Sole, 
non solamente le fiamme da una parte diveni- 
vano piccole ma crescevano dalla parte opposta : 


266 


I8T0KIE DI MONDI 


ciò però fu messo fuori di dubbio nell’eclisse 
totale del 18 luglio 1860, che fu visibile par- 
zialmente anche in Italia; mercè specialmente 
queU’incomparabile ed infallibile occhio che è la 
macchina fotografica. Dopo quell’epoca in tutte 
le eclissi le protuberanze furono oggetto di studi 
speciali, noi quali il nostro Tacchini si è con- 
quistato un’incontestabile autorità. 

Si è dimostrato che queste protuberanze ro- 
see, curiosissimi oggetti celesti, di dimensioni 
e forme e movimenti svariatissimi, sono vera- 
monte, come indica la loro apparenza, masse 
enormi di gas incandescenti, e si è scoperto 
una ingegnosa disposizione a mezzo della quale 
è possibile vedere le protuberanze senza dover 
aspettare l’occasione delle eclissi. Questa sco- 
perta, che fece di tanto progredire lo studio 
delle protuberanze, permettendo di studiarle 
continuamente, fu fatta separatamente e indi- 
pendentemente dal francese Janssen e dall’in- 
glese Lockyer, nel 1868. Il Governo francese, con 
una larghezza di vedute che lo onora altamente, 
conscio dell’importanza del ritrovato, fece coniare 
una medaglia d’oro in onore dei due scienziati. 
Non è qui il caso di entrare in dettagli tecnici; 
basti l’osservare che il principio del metodo di- 
pende dal carattere particolare della luce delle 
protuberanzo, che quel mirabile apparecchio che 
è lo spettroscopio, permette di isolare dallo 
splendore prodotto dagli ordinari raggi solari. 
Le protuberanze sembrano essere sporgenze di 
uno strato rosso 'di gas incandescente elio cir- 


ECLISSE DI SOLE 


267 


concia il Sole; questo strato è quello che fu 
chiamato cromosfera , e da taluni assai raramente 
sierra: si dice fotosfera la superficie visibile del 
Sole. Ecco che cosa scrive Yung, un’autorità ri- 
conosciuta, circa la fotosfera: 

* E, sebbene non sia qui il caso di trattare 
in disteso ed in dettaglio quest’argomento, pos- 
siamo aggiungere che tutto ciò elio noi possiamo 
imparare sulla temperatura e la costituzione del 
Sole, ci rende pressoché certi che la superficie 
visibile detta fotosfera non è che un guscio di 
nubi luminose perfettamente simili alle nu- 
vole della nostra atmosfera, con questa diffe- 
renza, che le goccioline d’acqua onde son com- 
poste le nubi terrestri, sono sostituite sul Sole 
da goccioline di metalli fusi, e che l’atmosfera 
solare nella quale esse stanno sospese è la 
fiamma di un fuoco ardente che brucia con una 
furia ed intensità inconcepibili. Siccome noi la 
guardiamo da una distanza di centoquarantanove 
milioni di chilometri, a prima vista noi non ve- 
diamo negli oggetti, quali le granulazioni o le 
facule, la prova di tale agitazione; ma quando noi 
trasformiamo le nostro misure in cronometriche 
di cambiamenti quasi impercettibili in chilometri 
ed in velocità e che noi ci figuriamo la scala 
del moto, noi comprendiamo poco a poco il loro 
significato e cominciamo a comprendere di che 
si tratta „ . 

Le dimensioni di talune di quelle grandi 
fiamme che costituiscono le protuberanze sono 
davvero maestose, esse serpeggiano ed ondeg- 


268 


ISTORIE DI MONDI 


giano come le nostre fiamme terrestri, quando 
si dia del tempo in relazione alle loro dimen- 
sioni gigantesche, diecine e centinaia di chilo- 
metri. Alcune protuberanze sono quiete a forma 
di nubi; altro rassomigliano repentine eruzioni 
di qualche enorme ed inconcepibile vulcano so- 
lare; si è perciò che Young le ha classificate in 
eruttive e quiescenti. Gli innumerevoli disegni 
ormai ottenuti delle protuberanze, spesso mo- 
strano completi cambiamenti in poche ore ed 
anche meno. Il professore Young fu testimone 
deH’innalzarsi di una protuberanza in un’ ora e 
mezza fino all’altezza di mezzo milione di chilo- 
metri; essa poi si dileguò in poco più di mez- 
z’ora. La grandezza di questi mutamenti costringe 
ad ammettere che essi avvengano con velocità 
non inferiore a duecento chilometri al minuto 
secondo. Tutti questi fatti concorrono a dimo- 
strare che la superficie del Sole è la sede delle 
più spaventose tempeste, delle più formidabili 
bufere, nello quali i venti infuriano con raffiche 
tremende tra vapori incandescenti. Huggins ha 
detto molto bene : “ Le immaginose e poetiche de- 
scrizioni dell’inferno di Dante e di Milton riman- 
gono molto al di sotto delle scene ordinarie della 
superficie solare „. 

Al dottor Huggins devesi l’aver portato il me- 
todo Lockyer-Janssen per l’osservazione, senza 
eclisse, delle protuberanze, al punto da poterle 
vedere tutto intere in una volta, mentre prima 
non se ne poteva esaminare che una parte dopo 
l’altra. Ora si fa meglio ancora, si fotografano 


ECLISSE DI SOLE 


269 


le protuberanze; ed il professore Hale, ameri- 
cano, col suo ingegnoso spettroeliografo ottiene 
con una sola lastra e con una sola esposizione 
belle rappresentazioni della cromosfera circon- 
dante completamente il Sole. 

VI. 

L analisi della luce delle protuberanze ha in- 
segnato che il gas caldissimo che le costituisce 
è idrogeno misto a qualche altro corpo. 

Lo spettroscopio, quel portentoso istrumento 
cho ha fatto questa rivelazione, ci ha fatto cono- 
scere ancora quali altre sostanze entrino nella 
composizione chimica del Sole: esse sono poco 
meno di quaranta, ed altri elementi vi si riscon- 
trano che finora sono da noi sconosciuti. 

La possibilità di conoscere di che sia com- 
posto il Sole parve al filosofo Comte un problema 
che l'uomo non avrebbe mai potuto sciogliere, 
al pari di quello della costituzione degli altri 
corpi celesti: 

Nous concevons la possibilità de determiner 
leurs formes, leurs distances, leurs grandeurs, et 
leurs mouvements, tandis que nous ne saurions 
jamais etudier par aucun moyen leur composi- 
tion chimique ou leur structure minéralogique. „ 

I* raunhofer, Kirchoff e Bunsen scoprendo l'ana- 
lisi spettrale, che permetto di riconoscere la 
natura di una sostanza ed il suo stato, dalla 
luce che emette bruciando, o quando essa è resa 
incandescente, smentirono in parte l’affermazione 


270 


ISTORIE DI MONDI 


del grande filosofo. Noi ora sappiamo, in parte 
non grande, di che siano composti gli strati su- 
perficiali del Sole, di molte stelle, di talune co- 
rnuto ; dell’interno non conosciamo assolutamente 
nulla, ed assai probabilmente l’umanità non giun- 
gerà mai a saperne di più. Quanto ai pianeti 
l’asserto di Comte è rigorosamente esatto, la 
scienza non possiede oggidì alcun mozzo che 
valga a far conoscere so la materia onde sono 
composti è formata di sostanze simili o diverso 
da quelle che riscontriamo sulla Terra, nel Sole 
e nei più remoti mondi lucenti che la notte ne 
svola. Per i pianeti l’analisi spettrale è impo- 
tente, come per la Luna: non brillando essi che 
di luce solare riflessa, che nulla ci può inse- 
gnare a quel riguardo. 

Nel Sole si ritrovano molti metalli, non il 
platino e l’oro, e l’astrologia aveva fatto del 
Sole il simbolo dell’oro. È bensì vero che nella 
fabbricazione del metallo argentaurum, che il 
dottor Emmens fabbrica in America coi dollari 
messicani, e che le zecche del nuovo mondo tro- 
vano identico all’oro e comprano e pagano come 
tale, pare entri l’influenza dei raggi solari. In una 
recentissima lettera all’illustre chimico e spiri- 
tista inglese Crookes, il dottor Emmens dice che 
per la trasmutazione dei dollari americani si 
richiede una temperatura bassissima. E gli alchi- 
misti sudavano tra fornelli ai-denti alla ricerca 
della pietra filosofale; ma chi sa che un giorno 
non si ritorni ai loro procedimenti, ed allora i 
chimici dell’avvenire si stupiranno forse, che per 


ECLISSE DI SOLE 


271 


la trasmutazione dei metalli si sia ricorso al 
freddo. È ormai quasi accertato, specie per 
opera di Janssen e Diiner, che nel Sole non vi è 
ossigeno, questa sostanza così essenziale alla 
vita di tutti gli organismi terrestri. 

Nel Solo, era stato scoperto a mezzo dell’ana- 
lisi spettrale, da Lockyer, un corpo non cono- 
sciuto sulla Terra, cui appunto per ciò fu imposto 
il nome di elio, designazione in greco del Solo. 
Nel 1895, il chimico inglese Ramsay, quello 
stesso che con lord Rayleigh scoprì V argon, stu- 
diando lo spettro di un gas rarefatto, estratto 
dal raro minerale, la clevite, riconobbe le linee 
caratteristiche dell’eZio, donde ne concluse la pre- 
senza in quel minerale. Secondo il signor Clève, 

I elio sarebbe un gas avente una densità doppia 
di quella dell’idrogeno. 

Nel Sole, astro della luce e del calore, non si 
potè finora accertare la presenza di quell'ossi- 
geno che sulla Terra è indispensabile alla pro- 
duzione ordinaria della luce e del calore. E sì 
che sul Sole del calore non deve mancarne, se 
può irradiarne da secoli sì enorme quantità con 
sì inesauribile munificenza. La temperatura del 
Sole è elevatissima, ma intorno all’ apprezza- 
monto rogna un disaccordo completo, spiegabi- 
lissimo in questioni di tale natura, dipendenti 
da ricerche o sperimenti difficili, per i quali non 
si posseggono ancora i mezzi adeguati. Il P. Secchi 
ammise una temperatura solare di parecchi mi- 
lioni di gradi, che poi ridusse a tre o quattro 
centinaia di migliaia. La mento umana non può 


272 


ISTORIE DI MORDI 


giungere a farsi un’idea di un simile stato calo- 
rifico, nè di quello che può essere la materia 
sottoposta ad esso, come a stento può appena 
rappresentarsi la condizione di cose clic coiri- 
spondo allo zero assoluto della temperatura che 
sta a 273 gradi centigradi sotto la temperatura 
del ghiaccio fondente. Dalle investigazioni di 
Rossetti, Le Ghatelier, Wilson, Gray risulterebbe 
una temperatura di 10000 gradi centigradi, che 
altri abbassano fino a 6200. Sulla 1 erra coll im- 
piego dell’elettricità si raggiungono temperature 
di circa 5000 ; a temperature molto più basse 
si vaporizza il carbonio. 

Ora possiamo chiederci donde mai il Sole at- 
tinga cosi enorme quantità di calore, e se questa 
sia stata sempre eguale, o sia venuta scemando, 
e per quanto tempo possa durare ancora. Per 
rispondere a simili domande, cosi connesse colla 
storia della Terra e dell’umanità, ci converrebbe 
entrare addentro nelle teorie varie proposte e 
nella costituzione del Sole. Ciò faremo a miglior 
agio altra volta, se i cortesi lettori ci consenti- 
ranno d’intrattenerci seco loro intorno al calore 
dell’Universo. 


VII. 

In quanto precede abbiamo veduto quanti pro- 
blemi di fisica solare rimangano insoluti, e non 
è esagerato il dire, che di essa appena la parte 
descrittiva può dirsi ben avviata, mercè la foto- 
grafia specialmente ; quanto al resto supposizioni 


ECLISSE DI SOLE 


273 


più o meno attendibili o poco più. È quindi na- 
turale che gli astronomi cerchino di giovarsi di 
tutto le circostanze possibili per far progredire 
le nostre cognizioni in questa direzione. Nei 
tempi andati le eclissi si studiavano dal punto 
di vista della posizione del Sole e della Luna; 
ora essenzialmente, se non unicamente, da quello 
della loro costituzione fisico-chimica. L’esperienza 
del passato prova che è sempre possibile una 
sorpresa, la scoperta, la constatazione di un 
nuovo fatto, tanto nel campo solare che in altri. 

Talvolta si scoprirono comete durante un’e- 
clisse: così una ne fu vista il 19 luglio delTanno 
del Signore 418, durante una oscurazione del 
Sole, che probabilmente fu totale, un po’ al sud 
di Costantinopoli; ed un caso simile fu menzio- 
nato da Seneca. Solamente durante le eclissi to- 
tali sarà possibile risolvere una questione molto 
agitata fra gli astronomi, quella dell'esistenza 
di un pianeta fra Mercurio ed il Sole. Nell’eclisse 
del 29 luglio 1878, due astronomi americani, 
James C. Watson a Rowling (Wyoming Terri- 
tory) e Lewis Swift nel Colorado, videro questo 
pianeta: disgraziatamente le loro osservazioni 
non concordavano troppo, furono acerbamente 
censurate, e da quasi tutti gli astronomi ritenuto 
false: Watson e Swift sostennero strenuamente, 
fino alla morte, le loro affermazioni. 

Nelle eclissi successive questo ipotetico pianeta, 
cui fu dato da Le Verrier il nome di Vulcano, 
fu con tutta cura, ma infruttuosamente cercato 
da Holden, Trouvelot, Palisa e Pickering. Ciò 

Zaxqtti Bianco, Istorie di mondi, lg 


274 


ISTORIE DI MONDI 


non prova nè che quel corpo non esista, nè che 
Watson e Swift abbiano veramente veduto quello 
od altro ignorato piccolo globo coleste. La foto- 
grafia coleste delle eclissi, ora assai facile, ap- 
plicata durante le lunghe totalità che si presen- 
teranno in avvenire, risolverà forse la questione 
e darà forse conferma al seguente periodo di 
Stawell Ball: “ Tuttavia noi non possiamo cre- 
dere che un astronomo cosi esporto come il si- 
gnor Watson, si sia sbagliato. Egli è stato uno 
dei più felici scopritori di piccoli pianeti e, non 
improbabilmente, la posterità dovrà ammettere, 
quando il pianeta, od i pianeti, intramercuriali 
saranno meglio conosciuti, che la prima osser- 
vazione attendibile di essi fu fatta da Watson „. 

Tutte le nazioni civili da molto tempo man- 
dano comitive di scienziati, muniti dei più ac- 
conci istrumenti, ad osservare le eclissi nello più 
lontane regioni del mondo. L'Italia fa quello che 
può, e sfortunatamente è assai poco, quasi nulla. 

Anche in questo campo soriissimo s’incontrano 
talvolta dei bei tipi d’originali ; fra questi merita 
speciale menzione il sig. J. J. Aubertin, un inglese 
naturalmente. Nel 1894 questo signor Aubertin 
pubblicò a Londra un libro intitolato : By order 
of thè Sun to Chile to see Iris total Eclipse aprii W 
1893 (1). Cinque anni or sono il signor Aubertin, 
vide una copia del numero del 13 ottobre 1892 
della celebre rivista scientifica inglese Nature. 


(1) Al Chile per ordine del Sole onde vedervi il suo 
eclisse totale del 16 aprile 1893. 


ECLISSE DI SOLE 


275 


contenente una lettera sul prossimo eclisse: andò 
a casa e sognò un sogno curioso. 

Nella sua visione gli si presentò il Sole, che 
gli ordinò di cingersi i lombi e di andare a ve- 
dere 1 eclisse nel deserto di Atacama. Ciò per 
spiegare lo strano titolo del libro. Il signor Au- 
bertin, trascurando la leggenda che i sogni de- 
vono eseguirsi al rovescio, e la realtà dei suoi 
75 anni, andò al Chile, s’unì all’astronomo ame- 
ricano Scbaberle, che vi era stato mandato ad 
osservare l’eclisse, ed eseguì così gli ordini rice- 
vuti da Febo, e, come naturale conseguenza, 
pubblicò il suo libro. 

Le missioni scientifiche che vanno ad osser- 
vare le eclissi sono dispendiose assai, faticose 
sempre, penose spesso; si ò perciò che si pone 
gran cura nello scegliere il luogo nel quale fare 
stazione. Gli astronomi sanno, molto tempo prima 
che una eclisse avvenga, determinare i punti 
della superficie terrestre nei quali sarà totale: 
Fra tutti questi, che stanno sulla così detta linea 
di totalità, bisognerà scegliere quelli di più facile 
accesso, per gli astronomi e per le numerose e 
voluminose casse che contengono i loro cannoc- 
chiali ed apparecchi; e poi (e questa è condi- 
zione essenzialissima) che siano tali da offrire 
grandi probabilità di bel tempo pel giorno del- 
l’eclisse. Se infatti il tempo non è favorevole, 
si ha una notevolissima perdita di tempo e di 
denaro, senza contare la delusione e la fatica 
dei poveri astronomi. Diviene quindi necessario 
quanto mai lo studio del clima e delle condi- 


276 


ISTORIE DI MONDI 


zioni meteorologiche dei luoghi situati lungo la 
linea di totalità, onde poter, basandosi su di 
esse, faro una scelta giudiziosa. Malgrado questa, 
nell’eclisse del 9 agosto 1896, il tempo, che fu 
cattivo quasi ovunque, impedi di cavare grande 
profitto agli astronomi del mondo intiero che si 
erano recati per le loro osservazioni. T più for- 
tunati furono i Russi, che pur restando in casa 
loro, favoriti dal tempo, riuscirono ad ottenere 
molte e belle fotografie. 

Il 22 gennaio del 1898 ebbe luogo un eclisse 
totalo di Sole, visibile come tale attraverso 
all' Africa equatoriale, al Mare Arabico ed al- 
l’India occidentale. 

L’illustre inglese Sir Norman Lockyer, uno 
dei dotti più autorevoli, degli osservatori più 
ingegnosi, attivi e fecondi nell’astronomia fisica, 
ha di recente pubblicato un notevole studio su 
quell’eclisse, alla investigazione del quale fu- 
rono naturalmente applicati gli ultimi trovati, 
i più perfezionati apparecchi in fatto di analisi 
spettrale e di fotografia celeste. 

Per molti anni in Inghilterra non si vedranno 
eclissi totali, il primo vi accadrà nel 1927. La 
Spagna è fra le regioni d’Europa la più favorita 
per questo rispetto, essa già vide quelli del 1842, 
1860, 1870, 1900, e vedrà quello del 1905. Quanto 
al nostro bel paese, prima che vi si riveda un 
eclisso totale di Sole passeranno molti anni. Il 
primo eclisse totale visibile nell’Italia del Nord 
avverrà il 15 febbraio del 1961. 

L’eclisse del 28 maggio 1900 fu osservato 


ECLISSE DI SOLE 


277 


anche dagli astronomi italiani Riccò e Tacchini 
in Algeri. E vivamente a desiderare che l’Italia 
possa presto fornire i suoi astronomi degli istru- 
menti necessarii a tali osservazioni, che loro 
permettano di stare a pari con quelli delle altre 
nazioni. 

Si racconta che nel secolo scorso un’elegante 
dama francese, stava a tarda sera leggendo il 
Mercure , giornale che si pubblicava allora in 
Parigi, e vi trovò che l’astronomo Cassini an- 
nunziava per le undici e mezza della sera stessa 
uno stupendo eclisse lunare. Una smania subi- 
tanea di veder quel curioso fenomeno invase la 
bella donna; chiamò la cameriera e si foco ve- 
stire, pettinare, incipriare, dare il belletto, assi- 
curare i nei, desiderosa di apparire seducente 
agli astronomi dell’ Observatoire. Con ciò una 
buona ora trascorse, e la cameriera osservò che 
se non si faceva presto, si sarebbe giunti ad 
eclisse finito. Che seiocchina! esclamò la dama, 
ma non sai che il signor Cassini è fra i miei 
migliori amici, ed avrà senza dubbio la cortesia 
di ricominciare per me! Salita in vettura, rele- 
gante signora si fece condurre all’osservatorio: 
già era notte avanzata, s’informò dell’eclisse : 

N, i, Ni: c’est fini. 

Re'pondit Cassini. 


15 gennaio 1898 (con aggiunte nel marzo 1902). 



IL CALORE DEL SOLE 

Die Sonne tOnt nach alter Weise (1). 


Neppur tu lo scordasti, bella mia, e nelle vi- 
cende di tua vita affannosa l'oblìo non travolse 
e cancellò il ricordo di quella sera! In me pure 
vive saldo e profondo. Giove brillava sul fondo 
cupo del cielo senza luna, tu lo guardavi attra- 
verso ai vetri del cannocchiale e mi chiedevi; 
là sull’ ermo maniero, nell’alto silenzio della 
notte: — Como arde quell’astro che così luccica? 
Forse colà è incendio d’ogni altro terrestre mag- 
giore? — Io non ti risposi, forse fu quella, favilla 
che ben altri incendi accese. Ma no, mia dolce 
amica, Giove non arde, lo dice la moderna astro- 
nomia. Quel suo splendore, al pari di quello di 
Venere e degli altri pianeti, glie lo largisce il 
Sole, e riflettendolo lo restituisce al freddo spazio , 
che lo circonda, e noi perciò lo vediamo. Largo 
quanto il pensiero non comprende, dispensiere di 
luce, di calore e vita è il Sole; da secoli irradia 


(1) TI sole suona come suonava anticamente. 


Ili CALOBE DEL SOLE 


279 


per l’etra, e non s’affievolisce mai la sua regale 
possanza. Una leggenda messicana anzi vuole che 
altra volta fosse soverchio il calore che il Sole 
mandava alla Terra, e cosi che il mondo fu ad 
un punto di esserne ridotto in ceneri. 11 male 
non sarebbe stato grande, ma quei Messicani, 
che, poverini, trovavano la vita bella, lo persua- 
sero ad osservare la massima di Talleyrand: 
“ Surtout pas de zèle „, lanciandogli una famosa 
salve di frecce. La punizione fu efficace ed il 
Sole non diede mai più in iscandescenze e la sua 
condotta è regolare e da persona a modo. Stavo 
per scrivere da uomo a modo, ma pensando che 
in molte lingue il Sole è femmina, scrissi persona , 
cosi ognuno può prenderla secondo che gli talenta. 
Che il Sole fosse persona, d’altronde, lo credettero 
tutte le mitologie. Oggi non più, e la scienza 
insegna che il Sole è una stella, come quelle che 
la notte ci paiono chiodi d’oro infitti in una cu- 
pola di cupo zaffiro ; la stella a noi più vicina, 
che con molta degnazione e cortesia regola e 
governa le faccende umane, assai più cho i si- 
gnori uomini, cosi innamorati del loro libero 
arbitrio, che non è se non vana chimera, vo- 
gliano ammettere. 

A spiegare la magnificenza con cui il Sole ci 
inonda di luce e di calore furono immaginate 
molte teorie. La scienza non può dire quale sia 
la vera, ne esclude talune perchè incompatìbili 
con certi fatti inconcussi, espone le altre come 
supposizioni probabili, che l’esperienza però non 
potrà mai convalidare. 


280 


ISTORIE DI MONDI 


I. 

Per farci un’idea della potonza calorifica del 
Sole basti il dire che ogni metro quadrato della 
sua superficie emette tanto calore, che se fosse 
trasmesso ad una gigantesca caldaia a vapore, 
il vapore prodotto sarebbe capace, secondo i cal- 
coli di lord Kelvin, di fornire una potenza di 
ben 78000 cavalli vapore. In altre parole, ogni 
metro quadrato della superficie solare irradia 
tanto calore che basterebbe a mantenere in mo- 
vimento per un anno una mezza dozzina di po- 
tenti bastimenti a vapore transatlantici che cam- 
minassero giorno e notte colla loro massima 
velocità. Ciò può dare un’idea della larghezza 
colla quale è prodigato il calore solare. 

Calcolando il numero dei metri quadrati con- 
tenuti nella superficie solare e moltiplicandoli 
per 78000 si ha un prodotto di quattrocento e 
settantasei mila milioni di milioni di milioni di 
cavalli vaporo che il calore del Sole può in ogni 
istante produrre. Come si spiega questa incom- 
parabile potenza? 

Si potrebbe pensare che il Sole sia un’immane 
sfera solida incandescento che vada gradata- 
mento dispensando il suo calore por irradiazione. 
Ma la fisica insegna che se questa fosse la sola 
sorgente del calore solare, questo sarebbe dimi- 
nuito così che in due mila anni si sarebbe notato 
una notevole variazione in tutti i fenomeni che 


IL CALOBE DEL SOLE 


281 


ne dipendono. Ora la storia ci dice che nulla di 
simile è avvenuto, quindi questa prima ipotesi 
è insostenibile. 

Fu poi provato che anche se il Sole fosse tutto 
di carbone ardente nell’ossigeno puro, rifornitogli 
man mano dal di fuori, non potrebbe durare che 
circa 3000 anni; dal principio dell’èra cristiana 
sarebbe diminuito di tanto da ridursi ad un terzo, 
del che per fermo non si ha neppure il più lon- 
tano indizio. 

Gli Inglosi hanno introdotto, nello studio del 
calore solare, una unità di calore proporzionata 
alla grandiosità dei fenomeni. Chiamano unità- 
carbone, la quantità di calore che si otterrebbe 
bruciando, nell’ ossigeno puro, una quantità di 
carbone eguale in peso alla massa solare. Stawell 
Ball ha calcolato, che un'unità di carbone baste- 
rebbe a sopperire nell’irradiazione solare, quale 
essa è presentemente, per 2800 anni. 

Quindi bisogna cercare altrove la fonte che for- 
nisce il suo calore al Sole, perchè coi fenomeni 
ordinari di combustione e raffreddamento e colle 
leggi che li regolano sulla Terra, quello rimane 
non spiegato. Bisogna senz’altro escludere che il 
Sole sia formato di sostanze diverse da quelle 
onde è composta la nostra Terra; giacché quel 
mirabile mezzo d’ investigazione che è la analisi 
spettroscopica c’ insegna che molte sostanzo sono 
comuni al nostro astro di fango ed all’astro della 
purissima luce. Forse sul Sole esiste qualche so- 
stanza che finora non fu ritrovata sulla Terra, 
il che non vuol dire che non vi esista : informino 


282 


ISTORIE DI MONDI 


i corpi l’argon e l’elio, il neon , il cripton , il me- 
targon da cosi pochi anni scoperti. Più plausibile 
è la supposizione che sul Sole la materia, che vi 
si trova in condizioni cosi diverse dalle terrene, 
goda di proprietà a noi finora sconosciute. Ipotesi 
non assurda, ma che implicando l’ ignoto non ci 
serve a nulla. 

L'esistenza dell’ossigeno sul Sole non è pro- 
vata, sebbene probabile: è invece accertata in 
modo indiscutibile quella del carbonio. 

Il professore Rowland della Johns Hopkins 
University in Baltimore trovò che fra la molti- 
tudine di lineo onde è ricco lo spettro solare, 
circa duecento sono dovute al carbonio. Il dot- 
tore 6. Johnstone Stoney in un lavoro molto no- 
tevole sulla costituzione fisica del Sole, presentato 
alla Società Reale di Londra il 15 maggio 1867, 
ha attribuito al carbonio una parte preponderante 
nella produzione del calore e della luce irradiati 
dal Sole. 

È curioso avvertire che Yung nel suo bel libro 
sul Sole non menziona Johnstone Stoney, accenna 
invece al prof. Hastings di Baltimore, che molto 
più tardi, emise delle ideo molto concordanti con 
quelle dell’astronomo inglese. 

Una delle questioni più fondamentali che si 
presenti nella chimica del Sole , si riferisce 
alla natura dei materiali dolla fotosfera. È ac- 
certato che la copiosa distribuzione tanto della 
luce quanto del calore avviene da questo singolare 
strato di nubi incandescenti. Sembra ovvio che 
debba esservi qualche sostanza speciale che dia 


IL CALORE DEL SOLE 


283 


in massima parte se non intieramente alla foto- 
sfera il suo meraviglioso potere irradiante. La 
luce che noi riceviamo non proviene daU’interno 
della fotosfera, nè da quanto sta fuori di essa, 
che a sua volta non pare molto profonda in con- 
fronto al diametro solare. È pure evidente che 
se mancasse questo guscio di nubi incandescenti, 
l’efficacia del Sole come astro irradiante sarebbe 
ben piccola. Le ricerche spettroscopiche dimo- 
strano che la sostanza emettente luce e calore 
è assai probabilmente in forma di miriadi di par- 
ticelle di pulviscolo o di miriadi di gocciolotto 
enormemente caldo. Le ricerche teoriche di 
Stoney, fondate sul principio che collega la ve- 
locità delle molecole di un vapore o gas ad una 
data temperatura col suo peso atomico, hanno 
chiarito come il carbonio debba essere l’elemento 
chimico costitutivo della fotosfera. Nello stato di 
pulviscolo il carbonio incandescente irradia la 
luce ed il calore che noi riceviamo. Il carbonio 
è un corpo irradianto per eccellenza, e refrattario 
al calore se mai ve ne fu, queste sue proprietà 
gli valsero la distinzione di essere dal Sole e 
sulla Terra il gran dispensiere di luce e di ca- 
lore. Si è la presenza nella fiamma della candela 
di parcelle di carbonio, che conferisce a questa 
il suo potere illuminante ; e si è il carbonio che 
nelle lampade elettriche ad arco o ad incande- 
scenza rischiara ora e più rischiarerà in avve- 
nire le notti terrestri. 

Abbiamo parlato di velocità delle molecole e 
di peso atomico. La chimica si occupa di questo 


284 


ISTORIE DI MONDI 


ultimo, la matematica e la fisica dolla prima. In 
ogni caso i metodi di queste scienze implicano 
la conoscenza, almeno supposta, della costituzione 
della materia. Che cosa sia la materia nessuno 
sa definire, e forse sarebbe più filosofico il non 
definirla. Così fanno i fisici, i chimici, i mate- 
matici, che lasciano ai filosofi il puerile piacere 
di inutili e vane proposizioni, generalmente, sotto 
la loro grottesca serietà, più vuote di una bolla 
di sapone. Le scienze esatte ora insegnano che 
ogni massa di materia deve considerarsi come 
composta di molecole invisibili di per sè, almeno 
finché la composizione del corpo può essere de- 
scritta nei medesimi termini chimici. La teoria 
ondulatoria della luce, i fenomeni dell’elettricità 
di contatto, dell’attrazione capillare, e la teoria 
cinetica dei gas permettono di conchiudere che 
gli atomi o molecole della materia ordinaria de- 
vono avere un diametro all’incirca di un decimi- 
lionesimo di centimetro, o compreso fra questo 
valore ed un centimilionesimo di centimetro. 
Ognuna di queste molecole è, generalmente par- 
lando, separata dalle sue vicine da intervalli elio 
sono grandi rispetto alle dimensioni delle mole- 
cole stesse, ed ogni molecola è animata da rapida 
vibrazione. Quanto più caldo è un corpo, tanto 
maggiore è la volocità colla quale oscillano le 
sue molecole. Le molecole della materia non sono 
completamente ferme che alla temperatura as- 
soluta di zero gradi, che è a 273 gradi centigradi 
sotto lo zero ; temperatura che non fu mai rag- 
giunta. Si vede da ciò che il calore è conside- 


rL CALORE DEL SOLE 


285 


rato come un movimento delle particelle ultime 
dei corpi, che si trasmetterebbe assieme alla luce 
a mezzo dell’ etere. 

In questo modo di vedere circa la costituzione 
della materia, sembra che in un solido, malgrado 
i rapidi movimenti eseguiti da ogni molecola, le 
escursioni di essa sono necessariamente ristrette 
entro certi limiti, limiti che si allargano di molto 
quando il corpo pel calore diviene liquido, e che 
non esistono più quando il corpo è passato allo 
stato aeriforme, nel quale le sue molecole sono 
perfettamente libere di correre in ogni verso. La 
fisica insegna a determinare queste velocità, che 
sono grandissime. La distanza fra i centri di due 
molecole contigue è minore di un cinquemilione- 
simo e maggiore di 1 diviso per un miliardo, 
cioè di un miliardesimo, di millimetro. 

Poco o nulla sappiamo sul carattere fisico at- 
tuale della molecola. Sembra certo che malgrado 
la sua minutezza eccessiva, è ben lungi dall’essere 
un mero punto, un semplice centro di forza, e 
che deve riguardarsi come una reale struttura 
non poco complessa. Oltre al movimento vibra- 
torio o di traslazione, la molecola è anche dotata 
di una rotazione intorno al proprio asse, e le 
varie parti che la compongono hanno dei movi- 
menti relativi, che sembrano, per quanto lo si 
può dire, di una estrema complicazione. Si hanno 
buono ragioni per credere che le linee nello 
spettro dei gas incandescenti, devono essere at- 
tribuite a spostamenti che avvengono entro la 
molecola stessa. Dalla nostra conoscenza delle 


286 


ISTORIE DI MONDI 


lunghezze dell’onda luminifera corrispondente a 
queste linee, diviene possibile d’impararo qualche 
cosa circa la rapidità con cui si effettuano queste 
oscillazioni intra-molecolari. Per ferino, qui toc- 
chiamo a considerazioni che colpiscono l'intelletto, 
non meno fortemente nella direzione dell’ estre- 
mamente piccolo, di quanto le distanze delle 
stello lo meravigliano nel senso doU’enormemente 
grande. Malgrado la enorme minutezza della mo- 
lecola, da certi fenomeni spettroscopici si deduce 
che quelle oscillazioni devono avvenire dentro di 
essa colla portentosa rapidità di parecchi bilioni 
al secondo. 

L’americano Langley, valorosissimo astronomo, 
ci racconta di aver un giorno udito una formi- 
dabile esplosione di dinamite. Tre vagoni carichi 
di tale sostanza s’incendiarono a circa quattro 
chilometri di distanza dal luogo nel quale egli si 
trovava. La straordinaria rapidità improvvisa del 
fragore destò la sua attenzione. Egli visitò la 
località : i vagoni erano scomparsi, senza lasciare 
vestigio di quello che orano stati, e una larga 
cavità appariva nel suolo là dove prima essi 
stavano. Tutto il fenomeno dal quale era stata 
prodotta una così tremenda distruzione durò ap- 
parentemente solo una frazione di un minuto se- 
condo. Ma se immaginiamo un essere vivente in 
un mondo ove oscillazioni analoghe a quelle che 
si compiono in una molecola d'idrogeno, corrispon- 
dono alle unità di tempo che entrano nelle con- 
cezioni ordinarie di quel mondo, e se supponiamo 
che esso possa contare ed apprezzare gli intervalli 


IL CALORE DEL SOLE 


287 

di quelle oscillazioni, quella esplosione di dina- 
mite gli sarebbe sembrata un’operazione più lunga 
e tediosa di quanto sembri a noi la formazione 
della Terra dai primi depositi delle roccie paleo- 
zoiche fino al momento presente (1). 

Vediamo ora se nei limiti delle nostre cogni- 
zioni ci venga fatto di trovare qualche spiega- 
zione soddisfacente del calore solare. 

Noi sappiamo elio il Sole gira sul proprio asse 
come una ruota, e fa un giro in 25 giorni circa; 
sarebbe forse l’attrito della superficie del Sole 
immane sfera rotante, contro qualche materia 
circostante, che produrrebbe la luce ed il calore? 
Questa opinione assurda, se mai ve ne fu, venne 
sostenuta. Ma pur ammettendo per impossibile 
1’esistenza di quella materia che invisibile agisce 
da freno, si può col calcolo dimostrare, che la 
forza totale di rotazione del Sole convertita in 
calore, basterebbe a compensare la perdita dovuta 
all’irradiazione durante più di un secolo, ma 
durante meno di due secoli. Ed ecco cosi fatta 
giustizia sommaria anche di questa grottesca 
supposizione. 

Ed ora liberato il campo dalle erbe inutili, ve- 
diamo di esporre teorie più serie e fondate. 

La prima, ardita per verità, quella che è detta 
meteorica, merita tutta la nostra attenzione. 


(1) Stawell Ball, The Story of thè Sun. 


288 


ISTORIE DI MONDI 


IL 

Ad ognuno che rivolga talvolta lo sguardo al 
cielo è noto quel fenomeno che si chiama delle 
stelle cadenti, perchè appunto apparentemente 
consiste in un punto lucente che sembra staccarsi 
dalla volta celeste e cadere. In ogni notte del- 
l’anno da un luogo in cui l’orizzonte sia libero 
così da poter abbracciare tutto l’emisfero celeste, 
se ne vedono durante un’ora dalle 10 alle 15. 
Questo numero però varia grandemente coll’epoca 
dell’anno e cogli anni, così da divenire grande 
tanto da costituire una vera pioggia di stelle. Il 
numero delle meteore che così colpiscono, pene- 
trando nella sua atmosfera la Terra, si scrive con 
milioni. Queste stelle sono generalmente assai 
piccole, sono tutt’al più del peso di qualche 
gramma: ma ve ne sono di quelle che pesano 
molto di più, come lo provano le pietre che cadono 
dal cielo, fra le quali ve ne hanno non poche 
pesanti parecchi miriagrammi. Ciò che avviene 
per la Terra, avviene por la Luna, per tutti i pia- 
neti ed i loro satelliti e per il Sole. Il numero dei 
corpuscoli celesti che a questo modo colpiscono 
un corpo, al quale poi restano per sempre ag- 
gregati, dipende dalla massa di esso, cioè dalla 
sua maggiore o minore forza d’attrazione. 

Colla sua mole immane il Sole è il corpo più 
potente per attrazione di tutto il nostro sistema, 
e, di conseguenza, enorme deve essere il numero 


IL CALORE DEL SOLE 


289 


di corpuscoli e pietre meteoriche, che esso atti- 
randoli fa cadere sulla sua superficie. È poi pos- 
sibile che a questo modo qualche piccola cometa 
sia caduta sul Sole. 

1 u pensato che questa caduta di corpuscoli 
meteorici sul Sole fosse capace di generare una 
quantità di calore valevole a compensare, a so- 
stituire quello che il Sole attualmente emette. 
Non v’ha dubbio di sorta che una certa parto di 
calore sia tratta da questa fonte. Noi sappiamo 
che il brillare di una meteora nella nostra at- 
mosfera è accompagnato da svolgimento di ca- 
lore, dovuto alla trasformazione del movimento 
possoduto da quella in energia termica, in causa 
della resistenza che ad esso movimento oppono 
l'atmosfera. Il calore che si svolge nell’ appari- 
zione di una meteora, basta a riscaldare per at- 
trito il corpo coll’aria, e renderlo incandescente, 
brillante od anche a dissiparlo in vapori. Ora 
siccome la velocità colla quale ogni meteora 
cade sul Sole è di gran lunga maggiore di 
quella colla quale piomberebbe sulla Terra, e 
poiché il numero di quei corpuscoli è enorme- 
mente grande, ne viene di conseguenza, che 
quel bombardamento al quale incessantemente è 
esposto il Sole, deve sviluppare una quantità di 
calore assai grande in confronto di quanto av- 
viene sulla Terra. Ma si può dimostrare, che 
malgrado ciò, nessuna efficace contribuzione al 
rifornimento della radiazione solare può atten- 
dersi da questa fonte meteorica. Fu dimostrato 
che ima quantità di materia meteorica, che egua- 


Za* tti Bianco, Istorie di mondi 


19 


290 


ISTORIE DI MONDI 


gliasse in massa la Luna, lanciata in forma di 
pioggia meteorica sul Sole, basterebbe a provve- 
dere alla radiazione solare appena per dodici mesi. 
Ma vi sono buone e valide ragioni por credere 
che l'àmbito del sistema solare non potrebbe per 
nulla fornire la provvigione di materia meteorica 
richiesta da queste vedute. Coll’attuale caduta di 
meteore non si potrebbe giustificare una mille- 
sima parte della radiazione solare, e forse più 
sicuramente neppure la milionesima. 

Non è impossibile, giova non scordarlo, altresì 
che qualche cometa cada di tanto in tanto sul 
Sole, e vi produca naturalmente una certa quan- 
tità di calore proporzionale alla sua massa. Gli 
uomini finora non hanno assistito ad un fatto, od 
almeno e meglio, se si verificò, non se ne sono 
accorti. Ad ogni modo, quasi sicuramente, questa 
caduta di comete, è irregolare, c piccola, e non 
può fornire al Sole che minima parte della sua 
enorme energia calorifica. 

HI. 

Un ingegnoso tentativo fu fatto verso il 1881 
da sir William Siemens per spiegare il calore 
con un processo analogo a quello delle fornaci 
rigeneratrici, rendendo possibile all astro del 
giorno di consumare o meglio di modificare di 
continuo sempre lo stesso combustibile, con 
sempre nuova produzione di calore, cosi da pro- 
lungare all’ infinito la sua benefica esistenza. Nel 
tempo medesimo si volle por fine al disordinato 


IL CALOBE BEL SOLE 


291 


spreco di energia, che urta le nostre idee di ri- 
sparmio. In realtà la Terra trattiene e si giova 
solo di una 2250 milionesima parte delle radia- 
zioni solari, ciascuno degli altri pianeti e satelliti 
ne prende una congrua porzione ; il resto, che è 
la massima parte, è dissipato attraverso allo 
spazio illimitato per fini che ignoriamo e l’uma- 
nità non conoscerà mai. Ora, se la teoria di sir 
William Siemens fosse giusta, questo dispendio 
spensierato non esisterebbe, le entrate e le uscite 
solari sarebbero regolato secondo i più sani prin- 
cipii di economia, e l’inevitabile bancarotta od 
estinzione finale sarebbe procrastinata ad epoca 
remotissima. Vediamo le idee di Siemens. 

Innanzi tutto dobbiamo immaginare lo spazio 
come ripieno di sostanze combustibili — idro- 
geno, idrocarburi, ossigeno — in uno stato di 
rarefazione estrema. Poi, siamo chiamati ad am- 
mettere che il Sole colla sua rotazione agisca 
come un gigantesco ventilatore su questa ma- 
teria, attraendola verso i poli della sua superficie, 
e respingendola all’ infuori all’ equatore in una 
corrente continua. Ma in questo moto giratorio 
la materia non rimarrà inalterata, giacche du- 
rante esso sarà avvenuta una combustione. In 
altre parole, le particelle assorbite avranno, per 
così dire, depositato, quanto possedevano di 
energia sotto forma di luce e di calore e si di- 
partiranno dal Sole, non più atte a bruciare, ma 
quali meri ed inerti prodotti della combustione. 
Esse riacquisteranno però quell’attitudine, la loro 
attività, per virtù di quello stesso potere irta- 


292 


ISTORIE DI MONDI 


diante, che esse nella primitiva loro condizione 
contribuirono a sollevare. Sir W. Siemens ottenne 
una qualche prova sperimentale, tendente a di- 
mostrare che non è impossibile che l’acido car- 
bonico e l’acqua possano nello spazio venir scissi 
nei loro elementi semplici, come essi lo sono in- 
dubbiamente nello foglie delle piante, per l’azione 
diretta dei raggi solari. Le loro particelle cosi 
forzatamente disgiunte, ed in quell’atto stesso 
rifornito di attività, sono pronte a riunirsi di 
nuovo con reiterata manifestazione di luce e di 
calore. A questo modo vien combinata una cir- 
colazione meccanica con una ritmica mutazione 
chimica ed il giro potrebbe durare per sempre, 
ad una condizione, quella di un illimitato rifor- 
nimento di forza motrice. A ciò si oppone una 
inesorabile legge di natura, la quale dice, che 
non vi è lavoro senza consumo. 

Nella teoria di Siemens il cardine di tutto il 
processo risiede nella rotazione del Solo. In 
questa, secondo Lord Kelvin, vi è una quantità 
di potenza meccanica, che convertita in calore 
potrebbe supplire all’ emissione solare durante 
116 anni e sei giorni, un minuto secondo appena 
nel tempo senza confine. Questa ed altre sono 
obbiezioni meccaniche o matematiche così giuste, 
cosi vere che distruggono senz’altro la teoria di 
Siemens. 

IV. 

Dopo aver cosi scartate alcune teorie che non 
valgono a spiegare la costanza del calore solare, 
facciamoci ad esaminare l’ultima, quella che è 


IL CALORE DEL SOLE 


293 


più generalmente accolta, sebbene essa pure non 
sia scevra di difficoltà non indifferenti. Questa 
che è essenzialmente dovuta ad Ilelmoltz, una 
delle menti più poderose che abbia dato al mondo 
nello scorso secolo la Germania, si connette colla 
teoria di Laplace sull'origine del sistema solare. 

Questa teoria vuole che in un’epoca da noi 
remotissima, e che si può assumere come il punto 
d’origine del sistema solare, lo spazio, nel quale 
ora si librano i pianeti, fosse occupato da una 
nebulosa enorme, animata da un movimento di 
rotazione. Alcuni vogliono che questa nebulosa 
fosse allora freddissima, altri invece molto calda: 
ad ogni modo lo fosse ossa o no inizialmente, 
vi fu un momento in cui essa cominciò ad avere 
una temperatura elevatissima, questo è indi- 
scutibile. Naturalmente la nebulosa era più 
densa verso il suo contro, e questo nucleo, più 
compatto, quindi più energicamente attraente, 
avrebbe costituito il nocciolo, per così dire, ru- 
dimentale del Sole. Il calore di questo sarebbe, 
secondo Ilelmoltz, dovuto alla contrazione della 
nebulosa dal suo volume immenso primitivo a 
quello attuale. Questa contrazione continuandosi, 
seguiterà a rifornire al Sole l’immane quantità di 
calore che esso dispensa. Abbiamo in un nostro 
precedente lavoro (1) chiarito come ciò avvenga, 
secondo le leggi di quella scienza nuova che è 


(1) Vedi Ottavio Za notti Bianco, Nel regno del Sole , il 
capitolo intitolato: “ L’evoluzione cosmica della Terra 
secondo le idee moderne „. 


294 


ISTORIE DI MONDI 


la termodinamica, e della meccanica; nè è qui 
luogo a ritornarvi piii diffusamente. 

Stawell Ball ha calcolato che nel restringersi 
da un’estensione infinitamente grande, sino -al suo 
volume presente, il Sole ha sviluppato una quan- 
tità di calore, equivalente a 3400 unità carbone, 
vale a dire capace di mantenere l’energia ca- 
lorifica solare presente per 9.520.000 anni, pari 
a 3400 X 2800. 

Si avverta che quando diciamo che la massa 
della nebulosa primitiva, al pari di quella del 
Solo attuale, si va contraendo, vogliamo dire che 
va diminuendo di volume, cioè le particelle che 
la compongono si vanno accostando fra loro, e 
verso questo centro dal quale sono attratte. La 
sorgente del calore solare sarebbe la trasforma- 
zione in calore del lavoro svolto in tale caduta. 
Queste vedute, emesse prima dal Mayer, e poi 
indipendentemente da Waterston, furono poi pol- 
la prima volta discusse a mezzo dei veri prin- 
cipi della termodinamica da Helmoltz nel 1854, 
e più ampiamente svolte da William Thomson 
ora Lord Kelvin. 

E noto che il menzionato decrescimento di 
volume, non può durare per sempre ; cessando 
esso cesserà pure lo sviluppo di calore. È lecito 
pertanto il domandarsi sino a quando quello e 
questo potranno durare. La risposta fu data q. 
la vedremo, ma senza alcuna pretesa di esattezza 
e molto meno d’infallibilità. Queste le sono que- 
stioni così complicate, vi entra in iscena tanta 
parte d’ignoto che è giuocoforza lo star con- 


IL calore pel sole 


295 


tenti ad un pochissimo, senza meraviglia che 
anche questo sia incerto, forse inesatto, e da mo- 
dificarsi grandemente col tempo e col progredire 

della scienza. , . , „ 

Abbiamo nominato Mayer il fondatore della 

meccanica del calore: ne giova qui riferire come 
e<rli sia stato indotto a meditare su tale que- 
stione, e quindi condotto alla sua scoperta; a 
provare come per tutte le vie il gemo giunga ai 
brandi veri della natura. 

' Nel 1840 il dott. Mayer, medico, mando ad 
effetto un progetto che aveva formato fin da 
ragazzo. S’imbarcò a Rotterdam, come medico, 
a bordo d’una nave che partiva per le Indie 

orientali. . . 

Ciò si fa molto anche oggidì dai giovani me- 
dici, appena laureati, che così hanno mezzo di 
vedere paesi lontani e di mettere in disparte 

poche centinaia di lire. 

Il capitano comandante la nave che portava il 
medico Mayer non era punto socievole; di guisa 
che il giovane dottore, non avendo occasione di 
distrarsi, consacrò le lunghe sue oro d ozio allo 
studio delle scienze. Studiò sopratutto con ardore 
il manuale di fisiologia di Mailer, che può rite- 
nersi come il punto di partenza dell’ energico 
impulso che questa scienza ha preso nel secolo 

scorso. . , 

Si fu durante questo viaggio di 11 mesi che 

Mayer fece la sua memorabile scoperta. Ecco 
come egli stesso ci racconta il caso che fece ri- 
volgere le sue idee verso questo argomento . 


296 


ISTORIE DI MONDI 


“ Avendo dovuto, durante l'estate del 1840, 
salassare alcuni europei, giunti da poco all’isola 
di Giava, notai che il sangue tratto dalla vena 
dol braccio, presentava senza eccezione, una co- 
lorazione rossa vivissima. 

Questo fatto attrasse tutta la mia attenzione. 
Presi il mio punto di partenza nella teoria di 
Lavoisier, secondo la quale il calore animale è 
il risultato di un procedimento di combustione, 
riguardai il doppio cambiamento di colore che il 
sangue subisce nei vasi capillari della piccola e 
della grande circolazione come un'indicazione 
sensibile e visibile, come il riflesso, per cosi dire, 
dell’ossidazione che si fa nel sangue. Affinchè la 
temperatura del corpo umano si mantenga co- 
stante, il calore che si produce nel corpo stesso 
deve avere un certo rapporto quantitativo col 
calore perduto e quindi colla temperatura del- 
l’ambiente. Dunque bisogna che il calore prodotto, 
ed il processo d’ossidazione, del pari che la dif- 
ferenza di colore fra le due specie di sangue, 
siano minori nei climi caldi, che nei climi 
freddi „. 

Le meditazioni che il dott. Mayer fece su questa 
osservazione lo condussero alla scoperta del prin- 
cipio dell’equivalenza del calore e del lavoro 
meccanico. 

Se la contrazione, il restringimento è la causa 
precipua del calore dol Sole; le reazioni chimiche 
che devono svolgersi energiche quanto mai fra 
i corpi elementari che lo costituiscono sono certo 
pure una fonte secondaria, ma non insignificante; 


IL CALORE DEL SOLE 


297 


ed in minor scala ancora lo è la caduta delle 
meteore. Per cui anche qui non bisogna limitarci 
a guardare un problema così alto e complicato 
da un solo punto di vista, ma ritenere che a ri- 
fornirci di luce e di calore concorrono molte cause 
a noi note e forse molte più da noi ignorato. 

Crediamo pregio vero dell’opera, il riprodurre, 
traducendoli dall’inglese, alcuni profondi pensa- 
menti di Riccardo Proctor, sagace astronomo 
inglese, concernenti gli effetti fìsici della con- 
trazione del Sole, ossia della sua diminuzione di 
volume, per causa dell’attrazione reciproca delle 
particelle materiali che lo costituiscono, e che 
vanno perdendo del calore loro originale. 

“ Nel senso medesimo nel quale noi diciamo 
ora che il volume del Solo è quello abbracciato 
dalla superficie visibile di esso, perchè tutta la 
massa esterna a quella superfìcie è insignificante 
a petto di quella che vi sta dentro: così può 
ben essere che il vero globo del Sole giaccia 
molto al di sotto della superficie incandescente 
che noi vediamo, tutta la quantità di materia 
situata esternamente a questo globo molto più 
piccolo essendo trascurabile di fronte a quella 
onde esso globo consta 

Secondo Proctor questo globo interno avrebbe 
una densità molto superiore a quella media che 
oggi si attribuisce al Sole, e che è di un quarto 
di quella media terrestre; la pressione invece 
nell’interno del Sole è mille e mille volte supe- 
riore a quella che si ha nell’interno della Terra. 

Qui, continua Proctor, tocchiamo condizioni di 


298 


ISTORIE DI MONDI 


cose tali, che noi siamo assolutamente incapaci 
di comprendere o neppure di concepire. Nessuna 
esperienza eseguibile sulla Terra, può gettare 
una anche incerta e debole luce sulla condi- 
zione in cui si trova l’interno del Sole, ove si 
hanno in presenza pressioni oltrepassanti , di 
gran lunga, anche le massime che conosciamo, 
e temperature di molto e molto superiori alle 
più elevate che possiamo produrre. La perma- 
nenza di quelle immani pressioni vieta di asse- 
gnare un limito alle densità che i corpi costituenti 
il Sole possono raggiungere, sotto temperature 
cosi elevate da impedire ad essi di divenire li- 
quidi o solidi. Questa considerazione, che non 
limita la durata del processo della contrazione 
solare, suggerisce a Proctor il ragionamento se- 
guente. 

“ Concludendo, diciamo, che mentre noi ammet- 
tiamo come del tutto possibile, che il nucleo del 
Sole possa essere cosi enormemente compresso 
da corrispondere ad una passata emissione di 
calore solare, per molto centinaia di milioni 
d’anni, non vediamo d’altra parte ragione alcuna 
di credere che il processo di restringimento non 
possa continuare, con un’emissione di calore 
analoga alla presente per centinaia di milioni 
d’anni a venire. A noi sembra tanto assurdo il 
misurare la quantità probabile di energia solare 
svoltasi nel passato, o da esplicarsi nel futuro, 
con considerazioni basate sul modo di compor- 
tarsi degli elementi alle temperature e pressioni 
che noi possiamo ottenere sperimentalmente, 


IL CALORE DEL 80LE 


299 


quanto lo era nei tempi andati, lo apprezzare le 
dimensioni dei corpi celesti, nella supposizione 
che la Terra fosse il corpo importantissimo e 
principale fra tutti, che essi erano chiamati a 
servire, o quanto lo è ai giorni nostri il com- 
putare la durata dei corpi celesti, coi brevi in- 
tervalli di tempo corrispondenti alle varie epoche 
dell’esistenza relativamente insignificante della 
nostra Terra „ (1). 

Questi concetti di Proctor sono degni di molta 
meditazione, perchè forse, sottoposti ad una at- 
tenta disamina ed al saggio del calcolo, potreb- 
bero fornirò il mezzo di comporre l’acuto dissidio 
esistente fra l’astronomia e la geologia, del quale 
toccheremo più avanti. 


V. 

Maxwell Hall ha calcolato che per supplire alla 
perdita di calore che il Solo subisce per la sua 
irradiazione enorme, basta che il suo diametro 
diminuisca ogni anno di 39 metri. Occorrono a 
tale stregua 18263 anni perchè il suo diametro 
apparente diminuisca d’un minuto secondo d’arco. 
Quantità cosi piccola che noi non sappiamo misu- 
rare ; la parte d’essa poi verificatasi dalla nascita 
dell’astronomia di precisione è, e sarà per lungo 
tempo, inavvertibile anche cogli i strumenti più 
delicati. 


(1) Proctob, Age of thè Sun and Earth , in The poetry 
of astronomy. 


300 


ISTORIE DI MONDI 


Calcoli più recenti hanno dato per la diminu- 
zione del diametro solaro dovuta alla contrazione 
numeri alquanto più forti del precedente, ma tutti 
inferiori a 100 metri, e che lasciano inalterate 
le conclusioni precedenti. Stawell Ball trova, per 
la contrazione annua del diametro solare, un 
numero tre volte maggiore di quello di Maxwell 
Hall, e precisamente di 140 metri. 

Noi non possiamo nè colla teoria, nè coll’os- 
servazione dire se la temperatura del Sole ri- 
manga esattamente costante. Se il calore gene- 
rato dalla contrazione nel modo che si disse fosse 
esattamente eguale a quanto se ne richiede per 
compensare le perdite incorse a cagione dell’ir- 
radiazione quotidiana, la temperatura solare ri- 
marrebbe fino ad un dato tempo invariabile. Se 
per contro la quantità di calore sviluppato per 
l’aumento della velocità molecolare dovuto alla 
contrazione superasse quella perduta per irradia- 
zione la temperatura dovrebbe crescere nel suo 
complesso. Se invece la compensazione fra la pro- 
duzione e 1'emissione fosse in difetto, il Sole si 
andrebbe raffreddando. Si hanno cosi tre casi 
possibili, ma nessuno dei mezzi d’osservazione 
dei quali disponiamo ci permette di decidere 
quale dei tre si verifichi in realtà. 

Ad ogni modo qualunque di quei tre casi sia 
quello della natura, il procedimento di contra- 
zione non potrà durare in eterno : esso non du- 
rerà che fino a quando il globo solare potrà ri- 
guardarsi come una massa gassosa. Ma giungerà 
un tempo in cui il Sole non sarà che sempre meno 


IL CALORE DEL SOLE 


301 


tale, quindi la contrazione ben lungi dal compen- 
sare la perdita, sarà così piccola che il calore 
prodotto non sarà più che una frazione ognor più 
piccola di quello irradiato: allora l’efficacia e 
potenza del Sole come dispensiere di luce e di 
calore sarà del tutto scemata. Giacché vedemmo 
che l’irradiazione di una massa solida incande- 
scente, e tale è pur fatale divenga il Sole fra 
molte migliaia di secoli, non può durare uniforme 
di secolo in secolo. 

E fino a quando il Solo ne inonderà della be- 
nedetta luce, del fecondo calore? Per milioni di 
anni, ma quanti? Nowcomb pensa, in base ai 
suoi calcoli, che è poco probabile che il Sole possa 
continuare a produr calore sufficiente a mantenere 
sulla Terra la vita, quale noi la conosciamo, per 
più di 10 milioni di anni a partire dal momento 
attuale, e lord Kelvin, il dotto inglese, forse il 
più competente in materia, ora vivente, accetta 
e fa sue queste idee. L’umanità ha dunque tempo 
per prepararsi a morirò nelle tenebre. E alla 
vaga luce del dì molte lagrime saranno ancora 
sparse, e la menzogna uscirà cinica e impudente 
da molte labbra rosee e sottili, e gomiti e im- 
precazioni si udranno sulla Terra inutili e ina- 
scoltate, e l’ebrezza e la voluttà, il dolore, la 
malattia e la miseria in ridda macabra scorre- 
ranno la multiforme Terra. Quando sarà il giorno 
novissimo del regno del giusto? 

L’oscuramento del Sole è inevitabile, lo di- 
cemmo. Ma ci si consenta di aggiungere, se vere 
sono le nostre conoscenze, se sul Sole non agi- 


302 


ISTORIE DI MONDI 


scono forze a noi sconosciute, e se le condizioni 
di natura e le leggi che le governano continue- 
ranno per i secoli avvenire ad essere e ad agire 
quali noi le conosciamo, o meglio ci appaiono. E 
se, ultima non minima necessaria presupposizione, 
nessuna causa inconcepibile da noi ora, sorgerà 
nel creato a sconvolgerne od alterarne il mira- 
bile e durevole ordinamento, dhe ci stordisce e 
riempie l’animo di paurosa, profonda meraviglia, 
per suscitarne un altro, speriamo, più fecondo e 
più ricco di verità e di pace agli uomini sopra 
una terra rinnovellata e pura. 

In quanto alla permanenza ed immutabilità 
dello leggi di natura, quali noi le conosciamo, 
è d’uopo riflettere, che noi queste leggi le co- 
nosciamo, in massima parte, solo da poche cen- 
tinaia d’anni, e che ignoriamo, se i nostri mezzi 
d’indagine siano atti a rivelarci la vera essenza 
dei fenomeni, o so pure non si manifestino di 
essi che una o più faccie superficiali; il che 
è molto più probabile, e più conforme al gra- 
duale svolgersi della scienza. Così, citiamo un 
esempio che vale per tutti. La logge detratti-a- 
zione universale scoperta da Newton, ci dice che 
i corpi e le loro particelle si attirano in ragione 
inversa del quadrato della loro distanza; or bene 
gli astronomi oggi, già cominciano a pensare, che 
a spiegare certi movimenti di Mercurio e della 
Luna sia necessario cambiare d’alquanto quella 
leggo. Vuoisi cioè che non più in ragione inversa 
del quadrato della distanza si attirino le masse, 
ma in ragione dell’inverso di una potenza della 


IL CALORE DEL SOLE 


308 


distanza alquanto diversa da due. E sono appena 
due secoli che tal legge fu trovata. Oh l’eter- 
nità delle leggi della materia! Oh le leggi di 
bronzo di certi materialisti ad oltranza. Dato 
poi e non concesso, che le leggi che governano 
la materia ed i fenomeni celesti, siano veramente 
tali quali ora ci appaiono; chi osa affermare che 
esse possano mantenersi immutate, nel tempo 
non solo, ma anche nello spazio? Chi ci assicura 
che lo spazio cosmico che il Sole attraversa 
nel suo cammino verso un punto della costella- 
zione della Lira, sia costituito come quello che 
da tanti secoli noi percorriamo, seguendo l'astro 
del giorno, e che da una variazione di quella 
costituzione non debba e non possa derivarne 
modificazione sostanziale alla materia ed alle 
sue leggi? 

Del magnetismo e deU’elettricità quali agenti 
cosmici noi tutto ignoriamo. E cosi lord Kelvin, 
nega ogni relazione fra le macchine solari ed il 
magnetismo terrestre, in base alle teorie della 
meccanica. Sir Stawell Ball, per contro, accet- 
tando colla massima parte degli astronomi, una 
connessione fra quelle due classi de’ fenomeni, 
pur riconoscendo che è difficile che essa sia 
quella di causa ad effetto, così scrive: 

“ TI ragionamento (quello di lord Kelvin) quasi 
ci costi'inge a respingere l’opinione che l’attività 
solare sia la causa delle perturbazioni magne- 
tiche; e lord Kelvin sembra pensare che i molti 
casi nei quali fu notato un accordo fra il periodo 
di macchie solari esuberanti ed i periodi di fre- 


304 


ISTORIE DI MONDI 


quenza di burrasche magnetiche, devono riguar- 
darsi come mere coincidenze accidentali. Sembra 
però difficile l’ammettere che la cosa stia così. 
È del pari possibile che vi possa ancora essere 
qualche altra spiegazione attendibile, che ci per- 
metta di conservare la credenza in una connes- 
sione fra le eruzioni solari e le burrasche ma- 
gnetiche terrestri, e non ci costringa a riguardare 
l’ima come la causa dell'altra. Non potrebbe egli 
darsi che i fenomeni tanto nel Sole e nella Terra, 
non stessero fra loro per nulla nella relazione di 
causa e d’effetto, ma fossero entrambi manife- 
stazioni di qualche altra influenza di onde ma- 
gneto-elettriche, propaganti su vasta scala, 
attraverso al nostro sistema , ed esercitanti 
un’influenza sui vari corpi che compongono il 
nostro sistema stesso? „. 

Questo grandioso e geniale concepimento di 
sir Robert Ball ha poi il grande vantaggio di 
potersi prestare ad un accordo colle teorie solari 
meno difficilmente dell’antica opinione che col- 
lega le macchie solari al magnetismo terrestre, 
che sarebbe forse meno irreconciliabile colla 
teoria chimica di Brester, che con quella curio- 
sissima e puramente ottica, di recente formulata 
da Augusto Schmidt. 

VI. 

Il calore solare è prodotto essenzialmente, lo 
dicemmo, dalla diminuzione di volume dell’astro 
del giorno, diminuzione che è tanto minore 
quanto più il Sole si fa per opera di essa denso 


IL CALORE DEL SOLE 


305 


e piccolo. Decrescimento che doveva quindi es- 
sere più energico al pari del conseguente sviluppo 
di calore, quando la massa del Sole era più 
diffusa, più tenue, più estesa. Riandando quindi 
a ritroso dei secoli l’istoria del nostro massimo 
luminare, noi lo troviamo sempre più grande e 
a temperatura più elevata fino forse a formare 
quella enorme massa nebulare caldissima che le 
moderne idee cosmogoniche vogliono fosse il caos 
originario, donde emersero poi il Sole ed il suo 
corteo di pianeti e di satelliti. 

Sulla formazione di un tale ammasso nebulare 
o di qualcho cosa di analogo a quello che poteva 
essere il nostro Sole molte migliaia d’anni or 
sono, specularono con profondo acume Croll e 
lord Kelvin. 

Si supponga che due corpi oscuri e freddi 
aventi per densità quella della Terra e ciascuno 
un diametro eguale alla metà di quello attuale 
del Sole, fossero in un dato istante posti nello 
spazio ad una distanza doppia di quella della 
Terra dal Sole. Abbandonati a loro stessi, senza 
intervento di alcuna forza tranne la loro attra- 
zione, essi comincierebbero assai lentamente a 
muoversi l’uno verso l’altro, ed il loro moto si 
andrebbe facendo gradatamente più celere col 
decrescere della loro distanza. Sei mesi dopo 
l’istante, nel quale si dipartirono dalla loro po- 
siziono iniziale, verrebbero a cozzare in un urto 
tremendo. Un immane sviluppo di calore sarebbe 
la conseguenza della collisione. 

Ciascuno dei due corpi in virtù del suo mo- 


Zakotti Bianco, Istorie di mondi. 


20 


306 


ISTORIE DI MONDI 


vimento possiede una certa quantità di energia; 
ina una legge importante della meccanica ci dice 
che sebbene questo movimento sembri in tutto 
od in parte annichilito nell’urto, esso non è per- 
duto, ma deve trasformarsi e riapparire, sotto 
uno degli altri aspetti, che l'energia può assu- 
mere con tanta rapidità. In un caso come questo 
essa si mostrerà sotto forma di calore, ed i due 
corpi riuniti dal cozzo gigantesco diverranno cal- 
dissimi. A parità di tutte le altre circostanze la 
quantità di calore generata dipende dalla velo- 
cità dei due corpi che si urtano. Con alte ve- 
locità il calore che può prodursi a quel modo è 
molto maggiore che con basse celerità. Così, ad 
esempio, se la velocità, colla quale i due corpi 
si vanno accostando, fosse raddoppiata, il calore 
sarebbe quadruplicato; centuplicato se quella ve- 
locità fosse dieci volto maggioro. In termini ge- 
nerali si può diro che la quantità di calore 
sviluppato nell’urto è proporzionale al quadrato 
della velocità dei corpi che collidono. La colli- 
sione durerebbe per poche ore ed i due corpi 
originariamente freddi sarebbero trasformati in 
una massa fluida incandescente, violentemente 
agitata, fornita di una provvigione di calore suf- 
ficiente a sopperire alla continua emissione di 
calore del Sole, quale avviene presentemente, per 
diciotto o venti milioni d’anni. Un immediato 
effetto di questo calore sarebbe di dilatare la 
sostanza dei due globi in un sol volume di ma- 
teria aeriforme o somigasosa, considerevolmente 
maggiore del nostro Sole attuale. 


IL CALORE DEL SOLE 


307 


Allora per l'irradiazione nello spazio comin- 
cierebbe quella massa a raffreddarsi con lentezza 
estrema, a condensarsi, a contrarsi, seguendo 
quelle fasi che più sopra esponemmo, ultima 
delle quali quella deH’estinziono totale dell’astro 
della luce, col suo completo raffreddamento, dopo 
cho da secoli parecchi sarà divenuto intieramente 
solido. 

La teoria e l’osservazione dei fatti che si os- 
servano in cielo, quali 1’accendersi di stelle mai 
prima vedute, e che avvengono in ogni parte 
dell’universo, rendono assai probabile che l’ori- 
gine del Sole come corpo luminoso, non sia stata 
troppo diversa da quella che Croll e Kelvin 
pensarono. 

D’altronde il Sole stesso destinato ad estin- 
guersi ne insegna che il firmamento può essere 
popolato di astri oscuri, che in una immane col- 
lisione, bruciando in conflagrazione inconcepibile 
per ardore ed agitazione, danno vita ad astri 
novelli, lucenti, caldissimi. 

Vedemmo che Newcomb e Kelvin pensano che 
il Sole non illuminerà la Terra per più di 10 mi- 
lioni d’anni; Kelvin poi pensa che in com- 
plesso è probabilissimo che il Sole non abbia il- 
luminato la Terra da più di 100.000.000 d’anni, 
e quasi certo che non lo ha fatto por 500.000.000 
d anni. I calcoli di Croll s’accordano di più colla 
prima cifra dando per quel numero d’anni, 
70 milioni. Egli poi crede che 100 milioni d’anni 
siano ampiamente sufficienti a comprendere tutta 
l’istoria geologica del nostro globo. 


308 


1STOB1E DI MOSDI 


Ora in quest’istoria vi è un fatto grandioso 
quant’altri mai, che sembra contradire a quanto 
venimmo sin qui esponendo sull’evoluzione del 
Sole. Intendo parlare di quella che si chiama 
epoca glaciale , i cui avanzi ci dimostrano indi- 
scutibilmente che vi fu un’epoca in cui sulla Terra 
faceva assai più freddo che non ora. Ora come 
può essere ciò, se ricalcando le orme dei secoli 
noi abbiamo visto che il Sole doveva essere sempre 
più caldo? 

VII. 

Che cosa ci prova che sulla Terra una volta 
faceva molto più freddo che non ora, o per par- 
lare più esattamente che i ghiacciai che ora in 
Europa (centrale e media) troviamo confinati 
alle alte regioni montuose, erano un tempo molto 
più estesi? Prima di tutto si avvorta che quel- 
l’epoca, dal punto di vista geologico, deve essere 
riguardata come solo ieri, e Croll pensa che essa 
non possa essere più remota da noi di 240.000 
anni, ed appartiene a quella che i geologi chia- 
mano quaternaria o postpliocenica, e che precede 
immediatamente l’attuale o recente. Quest'epoca 
è cosi vicina a noi che l’azione corroditrice del 
tempo non è riuscita ancora a cancellare ed obli- 
terare gli avanzi ed i ricordi sparsi ovunque, 
lasciati dalla presenza del ghiaccio ; cosi che in 
tutte le parti del mondo noi possiamo raccogliere 
testimonianze del terribile rigore di condizioni 
climatiche che accompagnarono la grande epoca 
glaciale. 


IL CALORE DEL SOLE 


309 


In molte contrade s’incontrano dei grossi massi 
di roccia, e s’avverte che ben spesso hanno una 
posizione elevata, caratteristica. Tali massi diffe- 
riscono sovente per la loro composizione dalle 
roccie sulle quali posano, ed in molti casi fu pos- 
sibile con un attento esame della pietra stessa 
e con un minuto studio della regione circostante, 
di risalire al luogo d’origine d’onde essi furono 
tratti. Questi massi si dicono massi erratici, e 
sono talvolta così grossi e pesanti che solo qual- 
che gigantesco potere ha potuto divellerli dal 
loro suolo originario, e trasportarli per molte 
miglia, fino al luogo ove noi li vediamo giacere. 
Ecco come intorno a quest’ argomento scrive 
Issol: * L’interpretazione dei inassi erratici con- 
dusse primamente i geologi ad occuparsi dei fe- 
nomeni glaciali. Prescindendo da opinioni assurde, 
come quella che attribuiva a parossismi vulcanici 
la diffusione di tali massi, citerò la spiegazione 
di Venturi, il quale, fin dal 1820, suppose che 
fossero stati trasportati da ghiacci galleggianti, 
e fu seguito da parecchi valenti scienziati dei 
suoi tempi, da Breislak, Wrede, Hall, ecc. Di poi, 
per opera di Hopkins, Curioni, Collegno, ecc., fu 
sostenuta la tesi che il trasporto loro fosse av- 
venuto per opera di correnti acquee 

“ La prima giusta interpretazione dei massi 
erratici è dovuta a Playfair che la espose dubita- 
tivamente nel 1815 

La visita ad un ghiacciaio suggerisce subito 
il modo col quale il trasporto di quei grandi 
massi si è effettuato. Man mano che il ghiac- 


310 


ISTORIE DI MONDI 


ciaio, quasi fiume di ghiaccio scivola lentamente 
lungo la valle, riceve talvolta dei grossi massi 
staccatisi dai pendìi rocciosi delle montagne che 
racchiudono la valle, o che vengono a posarsi 
sulla superficie ghiacciata, sulla quale parteci- 
pano al movimento di discesa del ghiacciaio, e 
possono cosi essere trasportati a notevoli di- 
stanze. Quando per una causa qualunque il ghiac- 
ciaio si ritira; quei massi rimangono ove sono, 
e restano monumenti che attestano in modo evi- 
dente la presenza durata forse per molti secoli, 
del ghiacciaio scomparso anche da molti secoli. 

A Pianezza presso Torino sta un grandioso 
masso erratico che la sezione torinese del Club 
Alpino Italiano ha dedicato alla memoria dell’il- 
lustre geologo Bartolomeo Gastaldi. 

Nè i massi erratici sono soli ad attestare di 
una grande estensione di ghiacciai sovra regioni 
che ora ne sono libere (1). “ Colline formate di 
detriti, accumulati in disordine (massi, ghiaie, 
sabbie, fango), disposte concentricamente alla 
fronte degli antichi alvei ghiacciati o ai margini 
loro, massi erratici, rupi, rilievi rocciosi arroton- 
dati, levigati, striati o solcati, fanno fede del- 
l’estensione di quel fenomeno 

È naturalmente un problema di grande inte- 
resse il ricercare la causa della potente fluttua- 
zione di clima, che cagionò la scomparsa di così 
enorme quantità di ghiaccio la cui esistenza ci 
è incontestabilmente provata. 


(1) Issel, Compendio di geologia, voi. li, p. 489. 


IL CALOBE DEL SOLE 


311 


L’epoca glaciale, che è quolla nella quale vigeva 
il regime di ghiacciai del quale ovunque si tro- 
vano traccie, predominò, sopra una parte della 
Siberia, desolò la parte settentrionale dell Europa, 
e dilagò noU’America del Nord fino a W ashington; 
in Asia toccò il Caucaso, il Libano, la catena 
dell’Himalaja. La regione d’Europa classica per 
le traccie di antichi ghiacciai è quella che com- 
prende i due versanti della catena alpina, la Sa- 
voja, la Svizzera, il Tirolo, il Piemonte, la Lom- 
bardia, il Veneto. 

Molte ipotesi furono proposte onde chiarire 
tanta grandiosità di fenomeni : nessuna è gene- 
ralmente accolta senza necessarie e prudenti ri- 
serve. Sembra però intieramente escluso che possa 
averli cagionati un diverso potere irradiante del 
Sole. E valga il vero, se il Sole era più caldo, 
a parità di ogni altra circostanza, come potè 
verificarsi l’epoca glaciale? D Sole poi avrebbe 
esso avuto dopo quella un intervallo d incande- 
scenza capace di far svanire i ghiacciai ? Questa 
condizione durerebbe essa ancora? Si può, se- 
condo i geologi, senza esitazione rispondere nega- 
tivamente a queste interrogazioni, ed affermare 
che il Sole, considerato unicamente come fonte 
di calore, c’entra poco assai in quei grandiosi 
cambiamenti di clima con vicende di caldo e di 
freddo che la geologia e la paleontologia c’inse- 
gnano essere avvenuti sulla Terra in tempi da 
noi molto lontani. 

Per contro Thomson (Lord Kelvin) posi scrive 
al riguardo: “ Tuttavia un più intenso calore 


312 


ISTORIE HI MONDI 


/ 

sotterraneo terrestre è l’ipotesi sulla quale i 
geologi si sono con grande compiacenza indugiati 
per spiegare i climi più caldi dei tempi antichi. 
La sola ipotesi, fra tutte quelle proposte fin’ora, 
e che ha incontrato poco o punto favore fra i 
geologi di professione, è quella del Sole più caldo 
— la sola ipotesi che è resa quasi infinitamente 
probabile da evidenza fisica indipendente e da 
calcoli matematici 

11 dissidio fra la geologia o la matematica non 
è troppo vicino ad un accomodamento. 

Ad ogni modo però un Sole più caldo non spiega 
l’epoca glaciale. La spiega forse meglio la sup- 
posizione, d’altronde innegabile, d’una Terra se- 
condo l’ipotesi di Kant e Laplace originalmente 
caldissima ed avvolta da un denso strato di nubi: 
stadio pel quale il nostro globo è senza dubbio 
passato. Questa teoria emessa nel 1891 dall'a- 
mericano Marsden Manson, è discutibile, ma in- 
gegnosa: pur troppo essa è del tutto ignorata in 
Europa. 

Il Sole perciò può ed ha senza dubbio contri- 
buito in corta misura a produrre l'epoca glaciale. 
Non è qui luogo per addentrarci in questa que- 
stione, che richiede per essere bene intesa molte 
cognizioni astronomiche : ci accontenteremo di 
dirne poche parole. La distanza della Terra dal 
Sole, la forma ed il piano dell’orbita che essa 
descrive intorno al Sole, variano di continuo in 
modo più o meno lento. Si può dire che mai la 
Terra descrisse un identico cammino intorno al 
Sole, e tenendo conto del movimento di questo 


IL CALORE DEL SOLE 


313 


nello spazio, che mai la Terra passò nè ripasserà 
due volte per il medesimo punto del firmamento. 

Or bene, il calore che la Terra riceve dal Sole 
dipende dalla sua posizione rispetto ad esso; se 
questa varia, quello pur cambia. Su questo con- 
cetto si basano quelle teorie dell’epoca glaciale, 
che dette astronomiche, fanno risalire alle men- 
zionate cause ed alla varia inclinazione dell’asse 
di rotazione della Terra sul piano della sua orbita 
la cagione del clima rigido che si vuole domi- 
nasse in quella. Stawell Ball, ha di recente esposto 
una nuova teoria astronomica, che ha sollevato 
molte e valide obbiezioni, non certo minori di 
quelle che furono opposte alle più antiche di Ade- 
maro e Croll. 

Il dottore De Marchi, in un lavoro premiato 
dall’Istituto lombardo di scienze e lettere, ha 
proposto una nuova teoria a spiegare l’epoca 
glaciale (1). Oramai si crede dai naturalisti più 
autorevoli che una maggiore umidità e quantità 
di partecipitazioni acquee sia stata una delle 
cause più efficaci di una grande espansione dei 
ghiacciai. La causa poi di quella è ignota e lo 


(1) De Marchi, Le cause dell’epoca glaciale. — Pavia, 
Fasi, 1895. — Una recensione di questo lavoro fu fatta 
da chi scrive queste pagine nella Rivista mensile del 
Club alpino italiano, giugno 1895. 

De Marchi, Il problema glaciale. * Bollettino del Club 
alpino italiano, „, N. 62. Vedansi anche a questo riguardo 
uno scritto di De Marchi ed uno di Schiaparelli nei 
“ Rendiconti del R. Istituto lombardo di scienze e let- 
tere „. Milano, 1895. 


314 


ISTOItlE DI MONDI 


sarà forse per sempre: e se anche il Briickner 
ha creduto trovar dei periodi eccessivamente 
umidi, che secondo lui si succederebbero tuttora 
ad intervalli di 35 anni, non si è certi che tal 
regime vigesse all’ epoca glaciale, e sfugge la 
ragione per cui allora vi dovesse essere un’esa- 
geraziono d’intensità, scomparsa di poi. 

TI problema glaciale è quanto mai complesso, 
e più certo ne furono le cause: nessuna teoria 
ne dà ragione: tutte hanno forse alcun che di 
vero, nulla più. Ignorabimus è il motto di questa 
e di moltissime altre questioni, alla soluzione 
delle quali si affatica inutilmente lo spirito umano. 

Vili. 

L’esistenza, la vita, di tutto quanto sulla Terra 
s’agita, vegeta, si muove, vive è indiscutibilmente 
legata alla luce ed al calore del Sole. Spento il 
Sole, ogni vita cessa. Ma v’ha di più, tutte le 
energie di cui l’uomo può disporre por produrre 
effetti meccanici, le ripete dal lucentissimo astro 
del giorno, tranne una. Or bene Sir William 
Hersche! nel 1833 e poi Lord Kelvin nel 1881 
hanno dimostrato la seguente grandiosa verità: 
il calore irradiato dal Sole (comprendendo in questa 
espressione la luce solare) è la sorgente principale 
di effetti meccanici della quale l’uomo possa di- 
sporre. 

Valga il vero, noi possiamo produrre movi- 
mento, effetto meccanico, valendoci degli agenti 
seguenti: il vitto degli animali, il calore natu- 
rale, sorgenti calde, vulcani, materia solida si- 


IL CALOISE DEL SOLE 


315 


tuata in posizione elevata, i movimenti naturali 
dell’aria e dell’acqua (fiumi, correnti marine, 
maree), combustibili naturali od artificiali. 

Fra tutte queste energie che stanno a nostra 
disposizione una sola non dipende direttamente 
dal calore del Solo, quella delle maree. 

Tutti sanno che l’acqua del mare, in ritmico 
movimento che è legato alle posizioni del Sole 
e della Luna, nelle ventiquattre ore si alza, si 
avanza sulla riva due volte, durante sei ore, e 
due volte durante altrettante, si abbassa, si ri- 
tira dalla sponda. Se noi volessimo impiegare la 
potenza delle maree, per far muovere una mac- 
china, noi dovremmo prendere, quando la marea 
sale, l’acqua dall’onda che cresco, raccogliere 
una porzione di quest’acqua ad una certa altezza, 
poi, quando la marea si è abbassata, giovarci 
della discesa o caduta di quest’acqua, per dar 
movimento al meccanismo. Ciò in pratica non si 
è mai fatto, se non in pochissimi casi, perchè 
non torna conto. Ma se si realizzasse un simile 
progetto, per un lasso di tempo considerevole, 
noi troveremmo che col volgere degli anni ne 
conseguirebbe un gradualo rallentamento della 
rotazione della Terra, il giorno s’andrebbe allun- 
gando, la sua durata diverrebbe poco per volta 
maggiore di 24 ore. Svolgemmo altrove le con- 
seguenze cosmogoniche di questo rallentamento, 
che si produce naturalmente pel solo effetto del- 
l’attrito delle maree contro il fondo e la costa 
del mare. 

Tutte le altre energie capaci di produrre mo- 


316 


ISTORIE DI MONDI 


vimento, che stanno a portata della nostra mano 
dipendono dal Sole. È noto infatti che i venti e 
le correnti marine hanno per causa essenziale 
l’avvicendarsi del giorno e della notte e delle 
stagioni, combinato colla varia distribuzione del 
calore alla superficie della Terra e col moto di 
rotazione di questa. E tutto quanto mangiamo 
e beviamo, bruciamo, legni, carbone e il carbon 
fossile che già fu legno, e il gas ed il petrolio 
furono prodotti forse da altro che dal Sole? E 
la luce elettrica e tutta l’energia elettrica che 
ora trascina le tramvie, meraviglia e quasi mi- 
racolo agl’ignoranti e muove le nostre officine, 
non è forse dono del Sole? Per il calore del Sole 
l’acqua s’evapora, sale in alto sotto forma di 
nubi, ricade sotto forma di pioggia, neve, gran- 
dine, costituisce i ghiacciai ed i nevai. Da questi 
sgorgano fonti, s’originano torrenti e fiumi che 
precipitando a valle muovono ruote e turbine, 
che a loro volta fan girare le dinamo meravi- 
gliose onde si slancia pei metallici fili l’agente 
misterioso che ormai rischiara città e villaggi. 
Ed anche se la dinamo è mossa da un motore 
a vapore, ove si brucia carbone, non è forse il 
calor del Sole accumulato molti secoli sono nel 
carbon fossile e conservato, si può dire, per noi, 
che brilla ed illumina dall’arco dalla bianca 
luce, o dal filo incandescente più rosso e caldo 
di tinta? 


Sì bel sangue è un raggio acceso 
Di quel Sol che in ciel vedete 

(Redi, Bacco in Toscana) 


IL CALORE DEL SOLE 


317 


cantò del vino il poeta dell’allegra vendemmia ; 
e Dante : 

Guarda il calor del Sol, che si fa vino 
Giunto aU'umor che dalla vite cola. 

Cicerone scrisse dell 'uva: succo terrae et calore 
solis augescens; e Galileo disse il vino un com- 
posto di umore e di luce. 

E lo splendor degl’ occhi vostri, sì soavi e 
belli, ve lo diede il Sol, signora mia. Il Sole mite 
del fruttifero settembre che sul pampino matura 
il sapiente della vita oblio, e sul labbro vostro 
accende il bacio ardente, suprema ebrezza della 
vita e incanto. 


finito libro, stt lane rt gloria Cifrista 
Ulftur prò poma srriptori pulirà purlla- 
Penna prrror, ressa, quoniam manne est mil)i 

(fresa 

(Erplirit l)ic totnm, prò poma ha mil)i potimi. 

^ncoBus fee §|cssofis 
fonato 6i(Tor6in( òri ||rati ^reòiratori 
( 1200 ) 


Indice della Serie Prima intitolata 
In Cielo. 


Lo spazio celeste Pag. 1 


Sirio ,27 

Una stella nuova ,55 

L’ora dell’ Europa centrale in Italia . . ,73 

Il metro, il chilogramma, il minuto secondo , 111 

Inverno , 141 

Pioggia e vento ,169 


Indice della Serie Seconda intitolata 
Nel regno del Sole. 
L’evoluzione cosmica della Terra secondo le 


idee moderne Pag. 1 

La Luna ,37 

Venere ,67 

Marte ,99 

Giove , 133 

Saturno ed i Pianetini , 155 

Urano e Nettuno , 197 


Altre opere del medesimo Autore. 

Il problema meccanito della Figura della Terra, esposto 
secondo i migliori autori. Due volumi, Torino, Fratelli 
Bocca, 1880-1885. 

L’Universo stellato, versione dal tedesco dell’opera di 
Guglielmo Meyer. Torino, Unione Tip. Editrice, 1900.