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Full text of "Giustizia Storia Di Un Idea"

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GIUSTIZIA 


STORIA D’UNA IDEA 



TORINO 

FRATELLI BOCCA, EDITORI 

MILANO - ROMA - FIRENZE 
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Proprietà Letterarja 


Torino - Vincenzo Bona, Tip. di S. M. (10333) 













* A A A tlAXAiiAi ***-* » à * A itUlJtlUAXM^ 



PREAMBOLO 


La storia umana non è solo di fatti, essa è 
anche, e sopratutto, d’idee. Il mondo esteriore 
è una vasta officina in cui l’uomo, Dedalo ma- 
raviglioso e solerte artefice del suo proprio de¬ 
stino, converge con lavoro indefesso le disperse 
energie naturali al proprio vantaggio, le accumula, 
le trasforma, le distribuisce. Il vastissimo regno 
dell’opera umana, politica, guerra, economia, 
arte, si svolge sotto l’occhio indagatore della 
storia, che lo ricompone nel suo racconto coi 
mille dettagli della sua critica esplorazione nel 
cimitero del passato. 

Il senso storico, che è, per così dire, un nuovo 
sesto senso collettivo, che si aggiunge all'uomo 
in quanto è un essere sociale, si è venuto depo¬ 
sitando per strati nello spirito, come una co- 











VI 


GIUSTIZIA 


scienza comune proiettata all’indietro ; una co¬ 
scienza di continuità e di tradizione, che il 
progresso della intelligenza e del linguaggio 
rafforza, illumina ed estende, creando l’imperioso 
bisogno di ricomporre idealmente la catena delle 
vicende, per guisa che il momento attuale della 
vita nella sua ricca complessità, si ricongiunga 
alle più remote fasi delle sue umili origini. La 
storia è scienza, perciò appunto che riallacciando 
gli avvenimenti e risalendo nel fiume del tempo 
a ritroso dagli effetti presenti alle cause passate, 
dà ragione di ciò che è, e ponendo la legge 
dell'evoluzione sociale, addita al corso delle 
opere umane il proprio ideale destino. 

Il senso storico è dunque un aspetto del senso 
sociale; esso si afferma e consolida nella vita 
collettiva vagamente dapprima, nella tradizione 
religiosa, nel canto nazionale, nella leggenda ; 
quindi si materializza nelle tombe, nei monu¬ 
menti e nelle epigrafi, affinandosi man mano 
nelle cronache, negli annali, nei racconti storici 
d’ogni maniera fino a conseguire lo svolgimento 
straordinario, l’abbondanza e la precisione della 
ricerca storica e della critica moderna. Il suo 
progresso è correlativo a quello stesso della ci¬ 
viltà, poiché solamente un’adeguata conoscenza 
della propria storia permetterà alle società umane 

















PREAMBOLO 


VII 


di apprezzare nel loro giusto valore le condizioni 
di fatto in cui esse si trovano, di darsene ra¬ 
gione, e di farne con relativa probabilità la 
proiezione nell’ avvenire. Ma le energie umane, 
che si sono esteriorizzate nei fatti e concretate 
in opera militare, politica, industriale, non esau¬ 
riscono tutta l'attività dell'abitatore terrestre ; 
l'uomo non à soltanto agito, esso à anche sentito 
e pensato, e le sue idee e le sue emozioni, fissate 
e trasmesse per mezzo di quella mirabile tele¬ 
grafia che è il linguaggio, sommate all’infinito ed 
accumulate nella serie delle generazioni, formano 
quei precipitati dello spirito, quelle cristallizza¬ 
zioni della coscienza, che la civiltà custodisce e 
deposita in ciascuno di noi, precipitati più o 
meno puri, cristalli più o meno normali, che noi 
chiamiamo i nostri pensieri e i nostri sentimenti. 

Tento nelle pagine seguenti tracciare l’intima 
storia psicologica di uno di questi prodotti spi¬ 
rituali, il più nobile e complesso di tutti loro, 
la giustizia. 

Bisogna credere che il grande problema del 
nostro mondo umano sia contenuto in questa 
parola. Il Newton dell'Etica sarà quegli che det¬ 
terà la formula di questa meccanica sociale, per 
cui le relazioni degli uomini debbano essere re¬ 
golate, equivalente nel dominio morale alla legge 










Vili 


GIUSTIZIA 


di gravitazione in quello fisico. Kant à profeti¬ 
camente annunciato nei suoi Tràume eines 
Gcistersekers erlàutert durch Trattine der Meta- 
physik, questo mondo degli spiriti unificato e 
governato da una legge etica universale. « Di 
là nascono gli impulsi morali che ci spingono 
spesse volte contro il nostro personale interesse, 
la forte legge di stretta obbligazione, la legge 
più debole della benevolenza, che l'una e l'altra 
ci costringono a più d’un sacrificio, e per quanto 
ambedue siano di tempo in tempo vinte dalle 
inclinazioni egoistiche, non mancano d esprimere 
la loro realtà nella natura dell’uomo. Per modo 
che noi ci sentiamo, nei più riposti moventi della 
nostra condotta, sotto la dipendenza di una 
norma di volontà universale, donde risulta un 
regno di tutte le nature pensanti, un’unità mo¬ 
rale ed una costituzione sistematica secondo 
leggi esclusivamente spirituali. Non e forse per 
mezzo di questa dipendenza sentita.dalla volontà 
particolare verso la volontà universale che il 
mondo immateriale conquista la sua unità morale 
costituendosi, secondo le leggi di questa conca¬ 
tenazione che gli è propria, in un sistema di 
spirituale perfezione?». 

Sarebbe però illusorio porre questa volontà 
legislativa fuori dell umanità stessa, mentre essa 








PREAMBOLO 


IX 


soltanto si realizza storicamente nell’anima sociale, 
come supremo fatto di spiritualità collettiva. 

I profeti d’Israel appaiono forse all’alba del¬ 
l’incivilimento, come i primi audaci architetti di 
questo tempio grandioso di giustizia, che gigan¬ 
teggia oggi imponente nella coscienza umana, 
aspettando che i secoli venturi vengano a coro¬ 
narne di vittoria e di luce i più elevati fastigi; 
essi posero le solide larghe pietre della base 
profonda, creando il Dio giusto e cavandone fuori 
l’immagine della loro stessa ardente passione. 
Nei loro scritti Jahvò, la vecchia divinità sangui¬ 
naria, capricciosa e crudele, scompare, e sorge in 
sua vece un Dio di giustizia e di misericordia, 
amico del povero e vendicatore delle iniquità, 
finché poco a poco in uno slancio di carità, il 
cuore dell' uomo si apre al sentimento della fra¬ 
tellanza umana e dell’amore. Allora è venuto il 
momento di far scendere sulla terra un Dio 
nuovo; il Figlio prende il posto del Padre. 

Mentre 1 Oriente semitico compieva questo mi¬ 
racolo per mezzo della fede, il genio ellenico, 
per un altra via, per quella della ragione, giun¬ 
geva alla solenne affermazione della virtù e della 
giustizia. I pensatori della Grecia, Socrate, Pla¬ 
tone, Aristotele, sono il contrapposto dei profeti 
di Giuda, Isaia, Geremia, Cristo. 





X 


GIUSTIZIA 


Roma raccoglie le due eredità, la filosofia 
greca e la religione cristiana, e i suoi sommi 
giuristi fondano col diritto, l’impero della legge. 

La coscienza moderna sprofonda le sue radici 
in quelle tre grandi stratificazioni del nostro pas¬ 
sato. Ma l'albero della civiltà che cresce robusto 
e protende rigogliosi i suoi floridi rami, nella pre¬ 
sente fase storica domanda al suo pieno sviluppo 
il fecondo concorso d’un’altra energia, il calore 
del nuovo astro di vita, già alto sul nostro 
orizzonte, la Scienza. 







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CAPITOLO I. 

Il reale e l’ideale. 


Il primo pensiero, che deve essere germogliato 
nella mente degli uomini, quando guardarono 
all'atto umano in quanto* è causa di un avveni¬ 
mento utile o dannoso a sè o agli altri, fu senza 
dubbio questo: ch’esso rispondeva ad una vo¬ 
lontà superiore preordinatrice del mondo e delle 
sue vicende. Questo ingenuo e primordiale fa¬ 
talismo è talmente proprio d’ogni mentalità in¬ 
colta e semplice, che noi vediamo tuttora nei 
bimbi, come nei selvaggi e nelle genti della 
campagna, una supina rassegnazione ad accetta jb 
tutto un ordine di fatti, d’imposizioni e di regol; 
prestabilite, sempre quando non siano in troppo 
stridente contrasto colle esigenze istintive della 
loro indole. La natura umana è piuttosto docile 
che ribelle, la sua volontà si piega più assai che 
non resista, e subisce la suggestione e l’impulso, 
più che non lo dia, e questo in una misura mag¬ 
giore o minore in tutti i gradi e in tutte le fasi 
della vita collettiva. La capacità di adattarsi e di 
plasmarsi ad un regime sociale già fatto è infi- 


Zixo Zini, Giustizia. 


1 










2 


GIUSTIZIA 


nitamente maggiore di quella di reagirvi o di 
modificarlo. Noi stessi ne facciamo esperienza 
cotidiana quando, anche nolenti e fastidiati, su¬ 
biamo nella vita famigliare e cittadina un’infinità 
di piccole e di grandi tirannie, alla cui conven¬ 
zionalità, che la fredda ragione dimostra sciocca 
o puerile, non sapremmo nè vorremmo sottrarci. 

E sì che in una persona educata lo spirito 
critico, rafforzato dal confronto e dall analisi dei 
fatti, sembrerebbe dover diventare potente molla 
all'affrancamento dal pregiudizio o dalla tradi¬ 
zione. in verità chiunque non voglia giudicare 
l’umanità dalle eccezionali apparizioni di pochi 
audaci Prometei, ritrovatori di nuove forme di 
vita materiale o morale, o di qualche squilibrato, 
la cui eccentricità non è che una logica alla ro¬ 
vescia, dovrà persuadersi che la passività volitiva 
è di gran lunga superiore all'iniziativa o allo 
spirito di resistenza (i). Non comprenderemmo del 

(i) La nolontà è nel mondo assai maggiore della vo¬ 
lontà. Quella è dei più, questa dei meno. Una filosofìa 
morale, come quella di Nietzsche, che ponga a suo fon¬ 
damento l’affermazione del volere, contraddice alle aspi¬ 
razioni dell’infinita maggioranza. Dante, insuperabile 
maestro nella rappresentazione poetica del reale umano, 
à efficacemente reso questo concetto dell’innata docilità 
passiva, che è la legge del mondo pratico : 

Ed io, che riguardai, vidi una insegna, 

Che girando correva tanto ratta 
Che d’ogni posa mi pareva indegna : 

E dietro le venia sì lunga tratta 

Di gente, ch’i’ non avrei mai creduto, 

Che morte tanta n’avesse disfatta. 

Inferno, III, 52-57. 









CAP. I - IL REALE E L’iDEALE 


3 


resto senza di ciò i progressi mirabili della coor¬ 
dinazione sociale, cui sono legati i destini stessi 
della nostra stirpe. 

Con ciò facilmente s’intende che in fondo ad 
ogni concetto di giustizia stia essenzialmente 
un’idea di ordine (i), per quanto vagamente in- 


(i) L’inizio dell’idea d’ordine è prima fisico e poi mo¬ 
rale. Poincaré à una profonda osservazione, là dove 
parlando dell’astronomia quale madre di verità scienti¬ 
fica, pone il dato astronomico nella sua stessa sempli¬ 
cità primitiva, come nucleo d’ogni concezione di legge. 
Se l’uomo avesse sempre vissuto sotto un ciclo coperto 
di nuvole, nessuna scienza si sarebbe fonnata nel suo 
spirito. Quegli antichissimi Caldei, che pei primi ànno 
guardato il firmamento, osservarono che la moltitudine 
di punti luminosi che lo popolano, non sono una turba 
confusa errante a capriccio, bensì un esercito discipli¬ 
nato. Di qui sorse nella loro mente il primo pensiero 
della regolarità (Cfr. G. Rageot, La philosophie d’uti 
géomètre, “ Revue de Paris „, 15 fév. 1906). A conferma 
di ciò trovo, che la radice Rta nel sanscrito significa 
ordine, e nello stesso tempo esprime essenzialmente 
l’entità divina indicata col nome di Varuna e gli Aditas, 
ossia il sole e i pianeti. È evidente il sorgere iniziale 
del concetto d’ordine dal regolare moto astrale. Rta, 
moto, ordine, legge, finisce per generalizzarsi. Il mondo 
intero è Rta. I fenomeni, che si riproducono nella stessa 
maniera o ànno un ritmo, implicano una nozione d’or¬ 
dine. ‘ I fiumi convogliano il Rta ,„ * secondo il Rta 
l’aurora figlia del cielo, risplendette ,„ " intorno al cielo 
circola la ruota a dodici raggi, la ruota del Rta, che 
non invècchia mai „ ossia l’anno. Presto nel Rta pe¬ 
netra l’elemento morale, esso diventa il vero e il giusto, 
cosicché esso si trasforma nell’astratta legge del mondo 
fisico e del mondo morale. Gli dei delle grandi meteore 








4 


GIUSTIZIA 


tuito, ordine la cui imposizione si fa risalire ad un 
potere superiore regolatore delle cose terrene ed 
umane. 

Bisogna riconnettere questi modi di pensare 
colle abitudini mentali dell’uomo religioso, qua¬ 
lunque possano poi essere le espressioni con¬ 
crete della sua fede. Giusto è ciò che Dio vuole, 
e ciò che accade è volontà di Dio, dunque qua¬ 
lunque cosa accada è giusta. Il sillogismo ò pei- 
fetto. Questa filosofia del fatto compiuto è più 
frequente di quello che non si creda. Essa può 
da una rozza e grossolana rassegnazione mus¬ 
sulmana, che fa piegare il capo docilmente ad 
ogni evento, elevarsi fino alla spirituale apatia 
del panteismo stoico, o alla mistica immedesi¬ 
mazione in Dio dei santi : può dalla superstiziosa 
e cieca fede, che fa di un feticcio il padrone 
della esistenza nella volontà di un selvaggio, tra¬ 
sformarsi nel principio etico di uno Spinoza o 
nella concezione determinista di un filosofo spen- 
ceriano. 

Lo spirito dell'uomo oscilla tra due opposti 
poli, e per un lato sembra abbandonarsi volen¬ 
tieri alla comoda presunzione che una rete d’in¬ 
visibili fili regga e diriga ogni moto nel mondo 
delle cose e degli uomini. Chi abbia nelle mani 
queste redini non importa; Dio, fato, natura, fa 
lo stesso, purché vi sia una volontà od una 


celesti, incarnano l’idea dell’ordine. Varuna (Rta) pro¬ 
tegge il diritto. H. Oldenberg, La Religion du Veda. 
Paris, 1903, pag. 163, 164, 244 e seg. 










CAP. I - IL REALE E L IDEALE 


5 


legge... Com’è bello poter dire a se medesimo: 
dev'essere così — era fatale. Questa risposta la 
dia la religione o la scienza, è in fondo la me¬ 
desima cosa: 'AvdTKr|. Quando questa parola è 
pronunciata e il destino chiude le sue porte di 
bronzo al desiderio e alla speranza violenta degli 
uomini, l’uomo sente levarglisi dalle spalle il pe¬ 
sante fardello della vita, e ne scarica tutta la 
responsabilità su quella misteriosa occulta neces¬ 
sità, che spinge il mondo per le oscure vie se¬ 
gnate fatalmente al suo corso. 

Ma lo spirito umano è il regno delle più tra¬ 
giche antinomie ; l’amara ironia, che è insita nella 
vita e che ne forma lo scherno, è il senso di 
libertà che emerge ribelle dalla coscienza, e che 
si contrappone audacemente in faccia ad ogni 
legge, di cui è negazione violenta e sfrontata (i). 
Necessità e contingenza; necessità fuori di noi, 
nella schiavitù fìsica dell’universo; contingenza 
dentro di noi nella libertà psichica dell’uomo. 
Forza indocile ed autonoma, sbrigliata cavalla 


(i) Credo che Kant abbia ragione quando confessa in 
una lettera a Garve, che il primo impulso a filosofare 
gli venne dalla coscienza delle antinomie, che tiranneg¬ 
giano l’intelligenza umana colla loro implacabile osses¬ 
sione , libertà o necessità, eternità o principio delle 
cose, ecc. Sono questi pungenti aculei che lo indussero 
alla Critica della Ragione pura, per far cessare, come 
egli stesso dice, lo scandalo della contraddizione, e l’in¬ 
timo conflitto della ragione con se stessa. V. Delbos, 
La philosophie pratique de Kant. Paris, 1906, pag. 57 
in nota. 







6 


GIUSTIZIA 


pronta ai più furiosi galoppi sotto lo sprone del 
desiderio attraverso tutti gli ardenti campi della 
passione, la volontà è veramente il Mazeppa 
della leggenda, nel medesimo tempo infinita¬ 
mente schiava ed infinitamente libera (i). 

Che se il mondo esterno ci appare colla scorta 
di una fede, che ce lo dipinge alla maniera di 
Tertulliano, come una liturgia, che si svolge, mo¬ 
deste tamquam sub oculis Dei, o una divina or¬ 
chestra, di cui ogni nota è scritta ed eseguita sotto 
la bacchetta del gran Maestro concertatore del¬ 
l’universo; ovvero alla luce della scienza, che 
formula le sue leggi in equazioni algebriche, 
come una ferrea catena di fatti, stretti fra loro 
da un indissolubile vincolo di causalità; il mondo 
dell’anima è invece un puro dominio di possibi¬ 
lità. Qual’è l’illusione? la necessità fuori di noi, 
o la libertà dentro di noi, o entrambi ? tutto sa¬ 
rebbe dunque ugualmente necessario, il mondo 
fisico e il mondo spirituale, ovvero tutto egual¬ 
mente libero? L’universo è una necessità, ovvero 
una contingenza senza fine? Vi sono nella nostra 
coscienza dati sufficienti per la soluzione d un tal 
problema? In verità, confessiamo la nostra igno¬ 
ranza e la parzialità dei nostri giudizi. 

Nel mondo fisico noi giudichiamo dal risultato, 
e giudichiamo da ciò che è, a ciò che deve es- 


(i) Et il traverse d’un bond sur ses ailes de fiamme 
Tous les champs du possible, tous les mondes de 

[l'àine. 

Victor Hugo. 






CAP. I - IL REALE E L’IDEALE 


7 




sere. Il reale è necessario. Quale fondamento 
abbia questo ragionamento è troppo evidente. 
Forsechè è escluso che le cose possano essere 
diverse da ciò che sono, mentre per giudicarle 
tali, noi dobbiamo fatalmente aspettare ch'esse 
siano? Lo stesso principio di causalità, data l’in¬ 
finita combinazione degli elementi causali, che 
risalendo a ritroso degli effetti possiamo ricono¬ 
scere e più potremmo se più conoscessimo; è 
un'illusione, o meglio un simbolo logico. 

Nel mondo della coscienza, noi giudichiamo 
dalle possibilità, cioè da ciò che avrebbe potuto 
essere, a ciò che è in effetto, e perciò ammet¬ 
tiamo implicitamente una pluralità di eventi. È 
per questo che, mentre il dominio delle energie 
fisiche è concepito dai più come un universo, il 
dominio delle forze morali è praticamente trat¬ 
tato come un pluriverso (i). 

Questa è la ragione per cui, se siamo gene¬ 
ralmente disposti ad accettare la serie delle vi¬ 
cende naturali, che compongono l'evoluzione del 
nostro mondo, daH’altcrnarsi delle stagioni al¬ 
l’apparizione e alla scomparsa delle forme vitali, 
rispettando senza protesta la legge di natura, 
anche quando essa ci colpisce più crudamente, 
insorgiamo invece molto spesso contro l’atto 
umano, sia accusando la volontà che lo inspira, 
sia condannando gli effetti che ne derivano. 

È vero che talvolta il dolore ci muove ad ac- 


(i) W. James, The will lo believe. New-York, 1903. 
— The dilemma of detcrminism, pag. 145 e seg. 








8 


GIUSTIZIA 


cusare di crudeltà la natura o Dio; ma questa 
è una delle tante illusioni antropomorfe, a cui 
soggiace fatalmente il nostro spirito. 

Così l'anima dell'uomo è l’oscuro teatro di 
queste antinomie, che si rispecchiano nei mag¬ 
giori concetti elaborati dalla coscienza progres¬ 
siva, giustizia, verità, bellezza. 

La giustizia è una legge dell'universo? Per un 
certo lato l’uomo ha una irresistibile tendenza 
a crederlo, ed io penso che sia appunto questa 
communi* opimo che l'ha spinto così di buon ora 
alla costruzione d'un mondo metafisico, in cui si 
realizza un ordine di necessità morali, che noi 
siamo incapaci di raggiungere sulla terra. 

In questo senso il giusto ò divino; ciò e a 
dire, è un sistema di necessità prevolute e presta¬ 
bilite da Dio. Come però sempre Dio e le sue 
intenzioni sono stati composti con elementi psi¬ 
cologici ricavati dalla coscienza umana, ne con¬ 
segue che il concetto del giusto si dovette in¬ 
spirare alle finalità stesse dell’uomo, per quanto 
riferite alla volontà divina (i). 


(i) Fino a che punto possa spingersi questa trasla¬ 
zione alla volontà divina dei desideri e degli interessi 
dettati dall’ egoismo o dalla passione dell’uomo, pos¬ 
siamo giudicarlo dalla tranquilla dichiarazione di Stahl, 
quando afferma che Dio à, circa le questioni politiche e 
sociali più importanti, le stesse idee dei grandi pro¬ 
prietari rurali della Prussia. Gli e per questo, che il 
grido Dio lo vuole à potuto servire di giustificazione a 
tutte le iniquità e a tutte le follie. Un popolo o una fa¬ 
zione si impadroniscono di Dio, e se ne servono come 







CAP. I - IL REALE E L’IDEALE 


9 


I! pensiero religioso dell’umanità percorre 
questo lungo cammino: comincia coll'affermare 
incondizionatamente che ogni atto del volere e 
del potere divino è giusto. Giusto è ciò che Dio 
vuole, e termina concludendo che Dio vuole ciò 
che è giusto. La strada è assai lunga; perchè 
va dalla semplice constatazione dell’effetto alla 
meditata ricerca d’una causa. 

E qui è veramente tutto l’innato razionalismo 
d’ogni umana filosofia. Dire, come fa l’anima 
esclusivamente religiosa, Dio è giusto sia fatta 
la sua volontà, è accettare passivamente, senza 
spirito di critica, il corso delle vicende, di cui 
si ignora la legge moderatrice. Asseverare in¬ 
vece come fa Socrate n e\\'Eutifrone « il santo 
non è già ciò che gli Dei vogliono, bensì gli 
Dei lo vogliono perchè è il santo » o dichiarare 
come S. Tommaso, che la volontà divina si ac¬ 
corda col giusto, ovvero dire con Leibniz che 
il giusto è dell’essenza di Dio come il vero, e 
che le cose tutte giungono ad un’armonia pre¬ 
stabilita che si realizza nella mente di Dio, tutto 
ciò equivale a presupporre un ordine morale, 
una legge della condotta universale preesi¬ 
stente alla volontà stessa di Dio, e anzi fa 
rientrare Dio e la sua potenza nei piani razionali 
disegnati dalla nostra intelligenza; in una pa- 


stromento di guerra e di sterminio contro altre schiatte, 
contro altri partiti. A. Menger, Lo Stato socialista. 
Torino, 1905, pag. 210. — Renan, Histoire dii peup/e 
d‘Israel, I, 263, 264. 


Ziko Znri, Giustizia . 


2 





IO 


giustizia 


rola è l’uomo che si fa legislatore morale del¬ 
l'Universo (i). 

Da questo momento la ragione umana pre¬ 
tende di conoscere il perchè della volontà divina 
e della sua opera nel mondo, e in un certo senso 
essa sostituisce sè stessa nella intenzione e 
Creatore. 

Come del resto avrebbe potuto essere diver¬ 
samente, mentre questo Creatore, i suoi mezzi, 
i suoi fini, sono la proiezione antropomorfica 

dell’uomo stesso nell’infinito? 

Nè mutano le cose perchè l’uomo sostituisce 
Dio e vi mette al suo posto la natura; poiché 

ostinato nel suo invincibile antropomorfismo mette 

in realtà sempre sè stesso come norma dell Uni¬ 
verso, e quando crede di aver penetrato i se¬ 
creti propositi della natura, nelle vicende de 
mondo che lo circonda, non à in definitiva altro 
scoperto che la sua propria ragione e i fini, che 
essa è in grado dedicargli. Il diritto, esclama 
Grozio, esiste anche si darernus Deum non esse. 
E senza saperlo diceva una verità assai più pro¬ 
fonda di quello che non porti l’espressione ver¬ 
bale, poiché il diritto esiste in quanto esiste 
l’uomo, che lo sente e che lo pensa. 

Con questo la concezione di un diritto natu¬ 
rale non deve essere giudicata una semplice il¬ 
lusione teorica senza portata pratica. E una pio- 


fi) I Vanni, Lezioni di filosofia del diritto. Bologna, 
1904, pag. 272 - 274 - - Th. Gomperz, Les penseurs 
de la Grece. Paris, i9°5> H> P a S - 37^ 377- 









CAP. I - IL REALE E L’IDEALE 


II 


fonda osservazione questa, fatta da Jaurès a 
proposito della Dichiarazione dei diritti dell’uomo 
e del cittadino, che il diritto di natura, qual fu 
affermato dai legislatori della Grande Rivoluzione 
sulla traccia della Filosofia del XVIII secolo, à 
un profondo significato politico, che non può 
essere trascurato (i). 

Non è soltanto un astratto formulario, in cui 
si esprima lo spirito dottrinale di quella età; 
ma è sopratutto una reazione pratica contro Io 
stato di fatto e il sistema dei privilegi di classe 
sanzionato dalla tradizione storica; contro il di¬ 
ritto feudale ed ecclesiastico delle classi supe¬ 
riori, che vanta per la sua legittimità una lunga 
tradizione di secoli ed attesta la storia in suo 
favore, la borghesia, illuminata dalla ragione 
dei tempi nuovi, impugna Tarma del diritto na¬ 
turale, che il razionalismo filosofico à foggiato 
negli arsenali della speculazione giuridica e mo¬ 
rale, ed ai diplomi, alle pergamene dei nobili, 
dei preti, oppone titoli di ben più alta antichità 
e valore, titoli eterni scritti nel codice della na¬ 
tura e letti dalla ragione. 

La Ragione ecco la nuova Dea, installata vit¬ 
toriosa sugli altari del mondo ; il suo tempio 
spirituale eleva la fronte superba verso il cielo 
e sfida gli anatemi impotenti della credulità teo¬ 
logica; dentro al santuario ministrano, solenni 


(i) G. Salvemini, La Rivoluzione Francese. Milano, 
1905, pag. 143. 







12 


GIUSTIZIA 


sacerdoti davanti al nume, i filosofi del XVIII se¬ 
colo ed ogni setta à la sua cappella particolare 
per celebrare il suo culto. E dalle solitarie celle 
dei pensatori, i suoi fanatici devoti traggono a 
forza, nella grande opera di demolizione sociale 
e morale della Rivoluzione, la strana divinità pei 
le vie di Parigi, tra il furore dei demagoghi, e 
l’offrono all’adorazione delle plebi, cosicché Dio 
e re siano decapitati nel medesimo tempo. 

L’uomo si persuade d’essere diventato arbitro 
del proprio destino : la società e il suo progresso 
sono l'opera della sua ragione, ed egli ne detta 
orgogliosamente il patto fondamentale e le leggi. 

Non si sarebbe potuto compiere una Rivolu¬ 
zione, nè instaurare un regime nuovo ab iviis 
senza questa audace presunzione. Bisogna rico¬ 
noscere questo merito ai dottrinari, che foggia¬ 
rono nei loro principi etico-giuridici quella leva 
possente del razionalismo critico per cui un mondo 
costituito fu spostato dal suo asse ; 1 umanità ci¬ 
vile compì allora uno sforzo immenso per aprire 
al proprio cammino una via nuova, e vi riuscì 
tra errori, delitti c follie ; ma per riuscirv i do¬ 
vette persuadersi dell’onnipotenza della sua ra¬ 
gione. 

Ma come suol sempre accadere, la ragione che 
era stata rivoluzionaria divenne presto conser¬ 
vatrice, quando sulla demolizione del passato 
ebbe inalzato il nuovo edifizio legislativo. Allora 
la legge diventa l’espressione positiva del giusto, 
e il legislatore il suo infallibile interprete. Cade 
il magico miraggio del Vernunftrecht , logico pio- 



CAP. ! • IL REALE E L IDEALE 


13 


dotto della mente umana, e trionfa l’empirismo 
a braccetto coll'utilitarismo economico; ciò che 
è legale è giusto ed ò legale ciò che è utile. 

Soltanto che una volta adottato come misura¬ 
tore degli atti lo standard dell' utilità, 1’ uomo 
diventa soggetto delle più curiose idiosincrasie 
morali, e troppo facilmente smarrisce il senso 
della giustizia nell’aspra difesa dell’interesse. 

Fortunatamente presto la critica riprende la 
sua rivincita sull’adesione pura e semplice allo 
statu quo. Penetra cogli studi biologici e storici 
la coscienza di una continua trasmutazione nei 
processi sociali e nelle relazioni etico-giuridiche 
tra gli umani, che li rispecchiano. Il diritto è 
una categoria della storia ( 1 ). 

La norma giuridica sorge come le altre ma¬ 
nifestazioni della vita collettiva nel clima storico 
di una determinata fase della civiltà. Dio non 
crea la giustizia, e non la scrive nelle tavole di 
pietra del suo decalogo, allo stesso modo che 
la natura non à fissata a priori la regola della 
vita umana e dell’umano destino. Le finalità del 
vivere collettivo non sono proposte, ma imposte 
in una ragionevole comprensione dello svolgi¬ 
mento civile dell'umanità, non proposte da una 
volontà intelligente e preordinatrice, nè da una 
forza originale e imperitura del mondo; bensì 
imposte dalle condizioni di fatto, storicamente 
mutevoli, logicamente interpretate e comprese 
dall’intelletto umano. 


(1) I. Vanni, op . cit . 





*4 


GIUSTIZIA 


La giustizia è umana, come tutto ciò che forma 
parte del mondo spirituale; è sentimento ed 
idea. Essendo umana è relativa. Per una parte 
è rispetto di ciò che è, per altra parte è ten¬ 
denza verso ciò che dovrebbe essere. 

Tutto l’uomo è impastato di questa antinomia 
fondamentale; l'essere e il dover essere (sein und 
seinsollenden) ; l’essere è l’elemento fisico, il dover 
essere è l’elemento metafisico della nostra na¬ 
tura. Impossibile abolire l'uno a profitto dell altio, 
senza cadere nelle assurdità unilaterali dell'em¬ 
pirismo e dell’idealismo. Nel campo della giu¬ 
stizia l’essere è la legge, il legale; il dover essere 
è la coscienza individuale o collettiva, 1 ideale. 
Anche l’ideale è una forza del mondo, la maggior 
forza forse dell’universo spirituale. Essa sollecita 
lo sforzo, illumina l'intelligenza, indirizza ed ec¬ 
cita la volontà, attua il progresso morale. L’onda 
incalzante della giustizia riformatrice che investe 
la coscienza moderna, trae le sue scaturigini da 
questo profondo sentimento del dover essere che 
contrapponendosi alle crudeli ed aspre necessità 
di ciò che realmente è, sollecita l'umanità all at¬ 
tuazione progressiva de’ suoi stessi ideali. 










CAPITOLO IL 

La giustizia come idea ed emozione. 


Poche parole hanno nel vocabolario di tutte 
le genti un uso così frequente, e possono dar 
adito a tanto soffio di passione e di speranza, 
come questa divina parola di giustizia, che sembra 
contenere ancora in sò qualche parte di quella 
essenza sacra, che animava l’intimo senso della 
antichissima c misteriosa radice, donde prima¬ 
mente sorse negli idiomi della nostra stirpe il 
vocabolo, destinato a chiudere, nel breve giro 
delle sue sillabe, il più nobile sentimento e in 
pari tempo l'idea più elevata dell'umanità (i). 

Tutti gli interessi vitali vi sono strettamente 
congiunti, i primi e fondamentali bisogni del 
cibo, delle vesti, del ricovero, dell’amore ; e poi 


(i) A. Fick, Vergleichendes IVórterbuch der Indoger- 
manischen Sprachen. Gottingen, 1891-1894, 1 . Th. S. 112. 
— M. Bréal et A. Bailly, Dictionnaire étymologique 
latin. Paris, 1891, pag. 143-144. 







i6 


GIUSTIZIA 


via via gli altri secondari, quelli che nascono 
dalla vita di relazione e dalla simpatia, amor 

proprio e 1 amor alti ni ( i)- 

Gli è che veramente il contenuto morale e 
sociale di questa parola è così denso di pensiero 
ed ingloba un così grande numero di assodati 
psichici, tanto di natura emotiva quanto din - 
La intellettuale, da formare una delle piu abbon¬ 
danti masse appercettive, come d,cono > P^ 
| oai moderni, sempre pronta ad essere posta m 
movimento. Ciò deve essere considerato come 
la base di quella speciale reazione, che chiamiamo 
il senso della giustizia. Il suo contenuto psichico 
è tale, che, rievocandolo è quasi tutta la vita 

dell'umanità che si suscita: lotta, violenza, tirannia 

del forte sul debole, la donna, >1 fanciullo, lo 
schiavo ; arbitrio di classi, oppressioni di Stato 
di Chiesa, dall’antropofagia all’iniquità protezio¬ 
nista ; inanello stesso tempo anche tutto 1 apo¬ 
stolato umano, lo spirito di tutte le rivendica¬ 
zioni, l’anima di tutte le rivoluzioni. Fiatjustitia , 
pereat mundus. 


(!) Antichissimo e fortemente radicato nella diffusa 
coscienza collettiva è questo senso della giustizia, semp 
' mutato sul vecchio tronco delle idee teologich 
eTei sistemi religiosi. Conf. G. Maspero, Histoireatu 

cienne des peupies de VOrient class,que a™, 

na „ l 8 g-ioo. - Chantefie de la Saussaye, Marne , 

ttératurefrecque, Paris, 1896-99, l P*S- 4T9&* III, 
pag. 265. 







CAP. H - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 17 


La giustizia è stata quasi sempre considerata 
piuttosto come un’idea che non come un senti¬ 
mento. Orbene è precisamente il contrario che 
avrebbe dovuto essere. Questo della giustizia è 
prima di tutto un quesito psicologico. 

Il lato emotivo della giustizia precede quello 
intellettivo. Questa reazione cosciente dell’orga- 
nismo nervoso, che afferma il suo diritto alla 
sopravvivenza, è all'inizio, come Bacone aveva 
già divinato ed espresso colla forte indicazione 
di wild, justice, un impulso alla vendetta, prima 
personale, e poi collettiva (i). 

Tutta la primitiva storia della giustizia, rico¬ 
strutta sui dati della antropologia e della socio¬ 
logia comparate (ad es. da Letoumeau), ne è una 
dimostrazione inconfutabile ( 2 ). Ella s’impernia 
sul taglione, questa roccaforte d’ogni istituzione 
penale, che mostra d’essere talmente legata al 
meccanismo fisio-psichico della nostra natura, 
che dopo secoli e millenni, corrisponde ancora 
al metro comune della giustizia repressiva presso 
i popoli più civili e trova la sua legittimazione 
morale nella nota formola : quia peccatovi. Nè 
serve a mascherarla il celare la sua odiosa faccia 
di bassa brutalità sotto la vernice della vendetta 
sociale, colla quale avremmo forse la pretesa 
d’averla nobilitata. In fondo è la stessa wild jus¬ 
tice che parla oggi per bocca d’un così detto 


(1) J. M. Baldwin, Diciionary of philosophy. London, 
1901, voi. I, pag. 585 e seg., art. justice. 

(2) C11. Letourneau, L’évolution juridique. Paris, 1891. 


Zrwo Zini, Giustizia. 


3 




i8 


GIUSTIZIA 


difensore della società nei nostri tribunali ; come 
quella che armava il braccio dell’abitatore delle 
caverne (i). L’espressione mosaica: occhio per 
occhio, dente per dente e l’espressione evangelica. 
qui gladio ferti gladio perit\ coincidono colla legge 

del contrappasso, che suggerì al poeta cristiano 
di comporre quella mostruosa architettura pe¬ 
nale, che faceva inorridire giustamente Scho¬ 
penhauer. La reazione all’offesa è il sentimento 
della giustizia; almeno in parte (2). Nell’animale 
può manifestarsi colla forma della vendetta. 
L’intelligenza animale arriva fino a ciò (3). 

Ma per aver la reazione, bisogna avere la forza 
ed anche la sua coscienza, donde nasce il diritto. 
L’essere debole non reagisce, subisce ed accetta. 

Nel rapporto di sola subordinazione non c è 
possibilità di questa coscienza giuridica, non si 
sente l’ingiustizia. I viaggiatori sono concordi nel 
dipingerci la remissione passiva del selvaggio di 
fronte alla violenza del capo. Schweinfurth narra, 
che un re Niam Niam si divertiva a prendere di 
tempo in tempo al laccio un uomo nella folla, 
che stava ai piedi del suo trono, e poi a tagliargli 
la testa (4). L’onnipotenza del capo si estende dalla 
persona alle cose. Così nell’Oceania, mentre 


(1) H. SinuwicK, The methods of Ethics. London, 
1900, pag. 281. — H. Hóffding, Morale, ecc. Paris, 1903, 
pag. 511 e seg. 

(2) F. Paulsen, System der Ethik. Berlin, 19°°. ‘L 
B. S. 128 f. 

(3) H. Spencer, La giustizia. Trad. it., prime pagine. 

(4) Letourneau, op. cit., pag. 85. 





CAP. U - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 19 


un capo neo-zelandese, che aveva commesso 
uno di questi assassini regali, montava, come ci 
riferisce Cook, in una grandissima collera, quando 
gli si diceva che per una cosa così perfettamente 
insignificante, egli sarebbe stato impiccato in In¬ 
ghilterra, questi medesimi capi sulle terre dei 
loro soggetti, si attribuiscono il diritto di tagliar 
alberi, cogliere frutti; tanto che quando uno 
d'essi diceva ad un indigeno: a chi appartiene 
questo maiale, o questo albero, il proprietario 
non rispondeva mai: a me; ma sempre: a te e 
a me (i). 

Maupassant racconta d’aver assistito in Al¬ 
geria ad un curioso episodio. All’angolo d’una 
via un fanciullo gli lustrava le scarpe; appena 
egli ebbe terminata la sua operazione, e Maupas¬ 
sant gli ebbe gettata una piccola moneta, ecco 
che dall’altro canto della strada un moro sui se¬ 
dici anni, che era rimasto fino allora a guardare, 
si leva di botto, si getta sopra il lustrascarpe, 
lo butta a terra e violentemente gli strappa di 
mano la moneta, quindi ritorna tranquillamente 
al suo posto come un nibbio rapace farebbe, 
dopo aver ghermita la preda. Tutto ciò s'era 
svolto nel modo più naturale di questo mondo, 
senza che a nessuno dei presenti venisse in 
mente di protestare in favore del debole op¬ 
presso, quasi si sarebbe potuto dire senza che 
nemmeno questi si mostrasse troppo maravi- 


(1) Letourneau, op . cit ., pag. 57-59. 









20 


GIUSTIZIA 


gliato del fatto, non ostante le sue alte strida di 
protesta. Forse egli nel suo pensiero accettava 
la grande legge naturale del più forte, preparan¬ 
dosi inconsciamente per la suggestione dell e- 
scmpio, ad esercitarla un giorno egli stesso sopra 
qualche altro più debole di lui. Così praticamente 
si forma la gerarchia (i). 

( "Un”breve aneddoto di questo genere vale più 
per la storia della formazione naturale della giu¬ 
stizia, che molti volumi di astruserie filosofiche. 
La facile rassegnazione delle classi inferiori al 
loro destino di iniquità e di oppressione è un 
fatto troppo noto. La schiavitù stessa, che ai 
nostri occhi appare come l'estrema delle miserie 
e tanto insostenibile da preferirle la morte, non 
soltanto trovò modo di farsi giustificare dalla 
morale pagana e dalla teologia cristiana, che 
questo può ancora spiegarsi coll egoismo degli 
interessati, ma ciò che più ci stupisce fu accettata, 
senza protesta, almeno nella grandissima geneia- 
lità dei casi, da coloro stessi che ne erano le 
vittime. In una commedia di Plauto uno schiavo 
dice tranquillamente ricordando la croce, eh era 
l’ignominioso supplicio dei servi ribelli : so bene, 
che quello è il sepolcro che mi aspetta; là sono 
andati a finire il padre, l'avo, il bisavolo e il tri¬ 
savolo (2). Tutta la storia è la dimostrazione pra¬ 


ti) Maupassant, Au soleil, pag. 19-20. 

(2) Plautus, Miles gloriosus, act. Il, scena IV, v. 19-20: 
.. scio crucem futuram mihi sepolchrum: 
ibi mei maiores sunt siti, pater, avos, proavos, abavos. 
















CAP. II - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 21 


tica di questo silenzio del sentimento della giu¬ 
stizia, nella coscienza degli oppressi. 11 popolo è 
un personaggio muto nella tragedia umana, che 
ha bisogno, che qualcuno prenda la parola per lui. 
Nelle rivoluzioni alla difesa del diritto dei deboli 
e dei soggetti scendono in tutti i tempi uomini 
d’aristocrazia o per lo meno d'una classe supe¬ 
riore. Le conquiste della giustizia sono il frutto 
della propaganda di uomini, che sentono l’ingiu¬ 
stizia. Ora questi non possono mai essere gli 
oppressi, o almeno non gli oppressi soltanto. Bi¬ 
sogna avere dei diritti ed in pari tempo la 
loro coscienza, per difenderli in nome della 
giustizia. 

Qui siamo di fronte al problema fondamen¬ 
tale: l’apparizione del sentimento della giustizia 
verso gli altri. 

La spiegazione di questo grande miracolo 
può esser tentata dalla psicologia. Questa gio¬ 
vine scienza è ai suoi primi passi, ma conta di 
già, assai belle vittorie. Essa volge le sue inda¬ 
gini là dove i fenomeni sono più semplici, e le 
sue esplorazioni delicate nei domini dello spirito 
infantile, mettono in viva luce molti fatti e molte 
leggi della nostra vita intellettuale e morale. Nel 
bambino rivive la specie; anche se la legge 
biogenetica di Haeckel, non resiste nella sua 
schematica espressione alla critica; è però indu¬ 
bitato, scrive Baldwin, che per ciò che concerne 
l’uomo, in lui le tendenze sono essenzialmente 
ereditarie, e il loro esercizio spontaneo nel barn- 






22 


GIUSTIZIA 


bino dimostra la legge di ricapitolazione nel suo 
significato fondamentale (t). 

Oggi possediamo già una ricca letteratura sopra 

questo argomento. 

Nessuno però meglio di Baldwin ha saputo 
rintracciare nei complicati processi psichici, che 
hanno per teatro l’anima infantile, il sorgere e lo 
svilupparsi della coscienza sociale (2). I due poh 
della personalità, l 'ego e Valter , sono il frutto 
della reciproca azione dell'individuo sul gruppo, 
e del gruppo sull’individuo. In questo senso tanto 
1 ' e go quanto Valter sono sociali, ciascuno è un 
socius creato per imitazione. L’analisi della co¬ 
scienza dimostra, che le qualità considerate come 
personali sono dovute al trasporto delle qualità 
daWalter àSìego per via d’imitazione. Ciò che 
l’individuo considera sè stesso è il risultato d una 
lunga incorporazione di elementi, che in una 
concezione anteriore della propria personalità il 
soggetto considerava come estranei. 

Le mie qualità hanno queste origini altrui. 
Allo stesso modo, tutto quello che è in me, tendo 
a trasportarlo negli altri. L 'ego e Valter sono pel 
nostro pensiero una sola e stessa cosa. 

Di qui nasce il senso dell’uguaglianza. Quando 
dico : siccome questa è la mia natura, così è nel 
mio interesse procacciarmi questa data condi¬ 


ti) Baldwin, Interprétation morale et sociale du deve- 
loppement meritai. Paris, 1899, pag. 186. — Confi Id., 
Développement mental ches Penfant et la race. Paris, 1897. 
(2) Baldwin, Interprétation, eie., pag. io e seg. 









CAP. !I - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 23 


zione ; debbo attribuire agli altri le stesse qualità 
e perciò anche la medesima mia sorte. 11 predi¬ 
cato è una funzione di quel tutto che chiamiamo 
\'io] quanto a lungo il soggetto non varia, il pre¬ 
dicato rimane anche lo stesso. Questo senso 
d'eguaglianza d’interessi, di meriti e di destino, 
dipendenti da una situazione umana identica nel¬ 
l'evoluzione della personalità, è, dal punto di vista 
astratto, il senso della giustizia; e dal punto di 
vista concreto il sentimento della simpatia verso 
gli altri (i). Il concetto stesso d’interesse, che rap¬ 
presenta il fulcro di tutti i sistemi edonistici ed 
utilitari vecchi e nuovi, quando lo si consideri 
in rapporto a noi, implica necessariamente che 
Xcgo ponga Xalter sopra un piede d’uguaglianza. 
Gli interessi dell’uno, le cose di cui Xego ha bi¬ 
sogno per vivere, sono appunto le cose, che per 
lo stesso ragionamento egli accorda che gli altri 
abbiano un pari diritto di ricercare. Quando 
l’uomo cerca la propria soddisfazione a spese 
altrui, fa violenza alle sue tendenze di simpatia 
e al suo senso di giustizia. Quindi diminuisce la 
propria soddisfazione. Tale è il pensiero dello 
psicologo americano. Per mio conto io trovo che 
la sua analisi è stata fatta sotto una luce troppo 
rosea. Si direbbe che il suo spirito sia penetrato 
di quella stessa atmosfera legalitaria, che im¬ 
pronta la vita democratica del suo paese. 


(i) G. T. Ladd , Philosophy of conduci. New-York, 
1902, pag. 290. 









24 


GIUSTIZIA 


La natura dei nostri rapporti cogli altri è in 
realtà assai più complessa e dipende dalla posi¬ 
zione che abbiamo assunto in faccia a loro. Del 
resto Baldwin stesso riconosce, che il fanciullo 
presenta due opposti caratteri ; per un lato è os¬ 
sequente, servile, imitatore, ossia un vero sog¬ 
getto delle suggestioni, che gli vengono dal¬ 
l’esterno, dalle persone che impara a riconoscere 
superiori. Dall’altro lato è audace, aggressivo ed 
inventivo, verso tutto ciò cui riesce ad imporsi. 
Molti osservatori superficiali avevano portato 1 at¬ 
tenzione quasi esclusivamente sopra questo lato 
elettivo della personalità infantile. Quindi la facile 
accusa di egoismo sfrenato, di crudeltà innata, 
di istintiva ribellione. Le belle pagine di Suliy 
consacrate a questo argomento distruggono tale 
pregiudizio (i). C’è tutto il lato opposto, l’elemento 
soggettivo dell’», che conduce il bambino all’imi¬ 
tazione dei maggiori per bisogno d’adattamento 
sociale, e gli fa assumere un atteggiamento su¬ 
bordinato verso quelle classi di persone, che hanno 
un carattere di comando, di autorità, di dire¬ 
zione sopra di lui e dalle .quali ha sempre qual¬ 
cosa da imparare. Al contrario è aggressivo 
verso i minori di lui; li plasma a capriccio e li 
conduce, perchè li conosce benissimo negli atti 
e nei pensieri; sono la sua eiezione, li opprime 
e li calpesta. Ma l’analisi non può arrestarsi qui. 
Dal padre al fratello e alla sorella minori ci sono 


(i) J. Sully, Studies in chiìdhood, eh. VII. 






CAP. li - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 25 


dei punti di passaggio, degli stati, quasi direi di 
equilibrio, tra il soggetto e l'oggetto; c’è la classe 
degli eguali. Già la madre si trova in parte in 
questa condizione di elemento medio. Pel bam¬ 
bino ci sono per così dire due madri, quella che 
lo dirige e quella che gli cede secondo le occa¬ 
sioni. Ma più ancora sono in tal condizione i 
suoi coetanei, i suoi fratelli pressa poco della 
medesima età, che si trovano sottoposti con lui 
ad una autorità pari. Qui il vero senso del so- 
cius ha l’occasione di formarsi per una serie di 
esperienze nella vita famigliare. Qui si elabora 
quello spirito di giustizia infantile, quel rigido 
formalismo che fa del fanciullo a tavola, nei 
giochi, nella ripartizione dei piccoli premi e delle 
piccole pene della società domestica, un così ri¬ 
goroso osservatore della giustizia. Bisogna os¬ 
servare i fanciulli a tavola, quando si sorvegliano 
l’un l’altro nella distribuzione delle vivande, mi¬ 
surando il più o il meno cogli occhi, per cogliere 
sul vivo la genesi della giustizia inter pares. La 
scuola è poi l’altra grande palestra di questo 
medesimo tirocinio. Occorre però aggiungere 
quest’altra osservazione: l'uomo è l’animale sim¬ 
metrico per eccellenza. Questo senso della misura 
e della proporzione è senza alcun dubbio uno 
degli elementi più importanti della psicologia 
giuridica. Nel gesto, nei movimenti di marcia, 
come nel linguaggio, come in tutti gli aspetti 
della condotta umana c'è questo principio d’or¬ 
dine, di simmetria, di misura. L’antica idea dei 
Pitagorici del numero, come principio universale 


Znjo Zini, Giustizia. 


4 







26 


GIUSTIZIA 


e simbolo dell'assoluto, non è forse che l’intui¬ 
zione di questa legge d'armonia. Sotto questo 
aspetto istintiva è la ribellione contro 1 ingiusto, 
ossia contro ciò che turba la simmetria umana. 
Caratteristica è al riguardo la condotta del bam¬ 
bino. 11 formalismo infantile è forse un’inconsa¬ 
pevole obbedienza alla legge della simmetria. I 
bambini sono giudici scrupolosamente ligi ad 
un principio d imparzialita letteialmente intesa. 
L’uomo è istintivamente giusto, perchè è istin¬ 
tivamente simmetrico. La vita di relazione, col¬ 
l’esercizio continuo del confronto, sviluppa in 
modo particolare questo senso della giustizia; la 
definizione romana dell’ unicuique suum tribuere, 
e quella dantesca di proporzione da uomo a 
uomo, contengono una verità profonda. La co¬ 
scienza della giustizia, che Aristotele chiama 
commutativa, è una formazione empii ica, i cui 
inizi si possono scorgere benissimo nella vita 
infantile e in quella dei primitivi; in ogni atto 
di scambio il do ut des , compresa anche la va¬ 
riazione del facias , è un’esperienza d’un’ evi¬ 
denza palmare. La giustizia diortetica o repressiva 
è la reazione contro l’offesa, è il ristabilimento 
dell’ordine turbato. 

Questo elemento attivo della giustizia sociale, 
che chiamiamo la coazione al riconoscimento e 
al rispetto delle esigenze sociali, è sempre subor¬ 
dinato al sentimento vivace d’un ordine e d'una 
proporzione tra i consoci; insomma è psicolo¬ 
gicamente una domanda di correzione della giu¬ 
stizia offesa; più che un elemento intrinseco di 





CAP. Il - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 27 


essa. D’altronde emerge qui un elemento utili¬ 
tario di capitale importanza. Perciò è in esso che 
la materializzazione della giustizia nella legge 
mostra avere le sue prime radici. Perchè la giu¬ 
stizia legale, messe a parte le sue funzioni pu¬ 
ramente interpretative, rappresenta essenzial¬ 
mente una coazione sia colla prevenzione, sia 
colla pena, e la coazione è necessaria alla con¬ 
servazione dell’ordine sociale. Giustizia e legge 
penale, primamente sorte da un originario im¬ 
pulso di vendetta, rappresentano la più antica 
forma di giustizia. Durkheim ha dimostrato, che 
i popoli primitivi conoscono soltanto le forme 
della giustizia criminale, e che la giustizia civile 
ha uno sviluppo posteriore (i). 

Infine la giustizia distributiva è la più difficile 
a sentirsi — la natura o Dio, nella creazione, non 
sembrano rispettarla; vi è il grande e il piccolo, 
il bello e il brutto, il forte e il debole, ecc.... 
V’è insomma la disparità, l'iniquità in tutto il 
regno naturale e in tutta la vita. Anche lo stato 
sociale, che è un aspetto della natura o del vo¬ 
lere divino, manca di giustizia distributiva, anche 
se intesa aristotelicamente, non come una pro¬ 
porzione basata sull’eguaglianza, bensì come una 
proporzione secondo il merito. Eppure nonostante 
la lezione impartitagli quotidianamente dalla na- 


(1) Baldwin, Dictionary of philosophy, I, pag. 586. — 
Durkheim, De la division du travati social. Paris, 1893, 
pag. 148-157. — Barth, Die Philosophie der Geschichte 
als Sociologie, I, 86. 






28 


GIUSTIZIA 


tura, l’uomo crede fermamente alla giustizia di¬ 
stributiva. Dalla dispotia asiatica alla democrazia 
moderna è uno sforzo verso questo limite forse 
irraggiungibile, la giustizia politica ed economica. 

La progressiva evoluzione di questa coscienza 
si svolge nei rapporti di classe, e si afferma man 
mano che le differenze di nascita, di ricchezza, 
di coltura tendono a diminuire. Tutte le forme 
d’aristocrazia contrariano il normale sviluppo del 
senso della giustizia, quella del sangue, come 
quella del danaro e dell’ingegno. Il Cristianesimo 
ha scritto qui una delle sue più belle pagine, 
fondando sulla fede religiosa l'identità di natura 
umana, nobilitando ogni spirito , condannando 
ogni forma di violenza fisica e morale, procla¬ 
mando la fratellanza. 

Questo senso superiore della giustizia distri¬ 
butiva, che va oltre alla semplice reazione del 
risentimento all’offesa, che sollecita alla vendetta; 
e nel medesimo tempo eccede gli angusti confini 
psicologici della simmetria contrattuale, è desti¬ 
nato a far salire l’uomo alla coscienza del di¬ 
ritto come integrazione della personalità sociale, 
ossia come facoltà, riconosciuta a sè e agli altri 
di far convergere in una certa misura le utilità 
sociali a vantaggio individuale. Questo sentimento 
tende a realizzare nel mondo umano un certo 
ordine, una certa proporzione finalistica, suggerita 
da imperiosi bisogni di natura ideale, i quali de¬ 
vono o dovrebbero trovare la loro soddisfazione 
nel fatto corrispondente. Non è facile spiegare 
la genesi di simili stati affettivi, che pure rappre- 





CAP. II - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 2(J 


sentano una delle maggiori conquiste spirituali 
dell’umanità, donde sorge il più efficace impulso 
a quella generosa lotta per il diritto, Kampf utn 
Rechi , che, giusta la bella concezione di Jlicring, 
forma veramente la trama della storia politica. 

Certamente l’uomo non apprese dalla natura 
questa lezione, perchè la giustizia non è nella 
natura, fuori di noi, dove c’è solamente la cau¬ 
salità, bensì dentro di noi, dove c’è la finalità. 
Tutto quello che accade fuori di noi, nella natura 
fisica, è il reale, perciò non può essere giudicato 
nè buono, nè cattivo, nè giusto, nè ingiusto ; ma 
quello che accade dentro la nostra coscienza è 
l'ideale, c su questo possiamo pronunciare il 
nostro apprezzamento di approvazione o di con¬ 
danna. Ma, come già si disse, più della idea 
astratta di giustizia, una filosofia dovrebbe pre¬ 
occuparsi della genesi del sentimento, ossia della 
giustizia concreta. Certamente essa nasce nel 
rapporto umano da un giudizio comparativo, in¬ 
consapevolmente imposto all’uomo dall’istinto 
imitativo di fronte all’atto o possesso del suo si¬ 
mile ; in condizioni pure relativamente uguali, 
quali dovettero essere quelle dei membri del 
gruppo iniziale. Le sue origini si dovrebbero 
rintracciare con un processo analogo a quello 
usato da Baldwin per spiegare la formazione del 
sentimento morale, e la disciplina sociale nel 
fanciullo. 

Molto opportunamente James pone l’impulso 
all imitazione come una delle forze che maggior¬ 
mente concorrono allo svolgimento e al progresso 





3o 


GIUSTIZIA 


della vita sociale (i). Homo sum et humani nihil 
a me alienum puto , dice il vecchio poeta latino. 
Ciò che stimola l’uomo all’azione, è veramente 
questo continuo giudizio di comparazione, ch'egli 
instituisce tra sè e gli altri, generalmente s in¬ 
tende quelli che gli stanno dinanzi. Guardarsi 
all’indietro suppone uno sforzo mentale, precisa¬ 
mente come piegare il collo, per vedere alle 
spalle. La visione naturale è davanti a noi, nella 
strada della vita come su quella della terra. 
L’uomo è propriamente una creatura nata con 
istinti egualitari, o meglio con impulso irresistibile 
a prendere, a fare e ad ottenere quello, che gli 
altri prendono, fanno ed ottengono (2). Dante 
aveva già detto così splendidamente : 

O gente umana, perchè poni il core 
• là Vè mestier di consorto divieto ? 

Il gran male è appunto che tutto ciò che pren¬ 
diamo noi, non lo possono avere gli altri. Ma 
non è tutto qui. Le relazioni che l’uomo può 
istituire intorno a sè sono di tre specie : rapporti 
di superordinazione, di subordinazione e di coor¬ 
dinazione; cioè a dire rapporti di comando verso 
gli inferiori, rapporti di obbedienza verso i su¬ 
periori e finalmente rapporti di reciprocità cogli 
eguali. Il fatto giuridico, il fatto morale e quello 
religioso hanno qui rispettivamente le loro sfere 
di svolgimento. 


(1) W. James, Principii di psicologia. Milano, 1900, 
pag. 718. 

(2) Dante, Purg., XIV, 86-87. 







CAP. ti - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 3I 


Che cosa infatti fa il capo politico in ogni 
consorzio umano? rende giustizia a' suoi subor¬ 
dinati, creando la massima di diritto. Che fa il 
suddito verso il suo signore, re sulla terra e Dio 
nel cielo? ubbidisce, supplica, si raccomanda, 
scongiura. Il potere politico è un sostitutivo ter¬ 
restre di quello divino. 

Ciò soltanto permette di comprendere come 
mai abbia potuto essere esteso fino al massimo 
arbitrio. Ogni governo è in origine teocratico, e 
il cerimoniale di rispetto che circonda ancor oggi 
la funzione di Stato e i suoi rappresentanti, dalla 
maestà sovrana all’eccellenza ministeriale e alla 
inviolabilità parlamentare, è il residuo metamor- 
fizzato del culto verso la divinità. 

Ancor oggi lo Stato, come la Chiesa fa col 
miracolo e colla grazia, governa coll’arbitrio e 
col favoritismo. 

Il miracolo è la violenza fatta alla legge na¬ 
turale e corrisponde all'arbitrio, che è la violenza 
fatta alla legge sociale. Non è possibile a molti, 
anche nei sistemi rappresentativi, vedere nei 
membri del governo, deputati, ministri, altro che 
i depositari d’un potere superiore, che si tratta 
di propiziare. Una distanza insormontabile nella 
coscienza generale separa chi comanda da chi è 
comandato. 

La legge della subordinazione impera tuttora 
negli spiriti, per forza ancestrale. Il feticismo go¬ 
vernativo è la religione dei tempi nuovi. Lo Stato 
provvidenza ha preso il posto della divina prov¬ 
videnza, a lui tutto si domanda e da lui tutto 







32 


GIUSTIZIA 


si aspetta. Ni Dieu , ni maitre , sarebbe la vera 
formula della redenzione umana, se non fosse 
un’utopia. 

L’organizzazione militare è il più splendido 
esempio di questo genere di relazioni umane 
fondate sulla subordinazione. Vi sono tra gli 
uomini i temperamenti dell’autorità e quelli del¬ 
l'obbedienza. L'esemplificazione di ciò è tutti i 
giorni sotto i nostri occhi. Alcuni fanciulli mo¬ 
strano l’attitudine al comando, imponendosi per 
1 ’ iniziativa, la prepotenza, il maggior egoismo 
nella famiglia, nella scuola; mentre per altri, in 
collegio e in molti altri casi, 1’ obbedienza e la 
sommessione è spontanea. 

Dickens ha illustrato assai finemente, in alcune 
scene del David Copperfield , questa genesi spon¬ 
tanea della gerarchia in un gruppo di ragazzi ; 
il fenomeno criminale nella madia e nella ca¬ 
morra riproduce lo stesso fatto. In fondo l'or¬ 
dine sociale è un complicato sistema di subor¬ 
dinazioni e di superordinazioni che va dalle caste 
ai regimi democratici, attenuandosi da forme 
materiali e violente a forme morali e pacifiche. 
Tutti abbiamo dei capi, dei superiori. La mo¬ 
narchia assoluta attaccò il primo anello della ca¬ 
tena all’uncino della divinità, caput auctoritatis y 
fondando il potere incondizionato sulla terra, 
Dieu et mon droit{\). Oggi giorno la superordina- 


(i) Richelieu afferma attorno alle azioni dei Re (Me- 
ntoires. Année 1626, éd. Petitot, III, pag. 24, Paris, 1823I: 
“ Qui serait le juge de ces choses? Qui les considé- 





CAP. II • LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 33 


zione assoluta non esiste più, il relativismo è nel 
campo politico come in ogni altro ordine feno¬ 
menico. 

L eguaglianza del diritto segna 1 ' avvento di 
una giustizia nuova, mter pares\ solamente però 
la progressiva perequazione economica può tras¬ 
formare il diritto ideale nel fatto, ed operare il 
passaggio dalla giustizia astratta a quella con¬ 
creta. 

Le classi medie sono evidentemente le prime 
a sentire la giustizia. Esse infatti sono nello stesso 
tempo subordinate, coordinate e sopraordinate. 

Le aristocrazie sacerdotali e militari hanno il 
privilegio ancora alla vigilia della storia contem¬ 
poranea. Le plebi dei campi e delle città non 
hanno che la tradizione del servaggio. La co¬ 
scienza del diritto si sveglia nel terzo stato, la 
borghesia moderna eminentemente legislatrice, 


rerait sans passion et sans intcrèt? Ce ne serait pas le 
pape, qui est prince temporei et n’a pas telleinent re- 
noncé aux grandeurs de la terre, qu’il y soit indifterent. 
Il n’y a que Dieu seul qui en puisse ótre juge. Aussi 
les rois ne pèchent-ils qu’envers lui, à qui seul appar¬ 
tieni la connaissance de leurs actions „. — Bossuet (Po- 
litique, liv. V, art. i, prop. 2), scrive: “ Ils sont des dieux. 
Il n’y a que Dieu qui puisse juger de leurs jugements 
et de leurs personnes „. Tutto il potere viene da Dio : 
noti est potestas nisi in Deo, dice la Scrittura. — Bossuet, 
op. ci/., 1 . Ili, art. 1, prop. 12: " Ils sont sacrés par leurs 
charges, cornine étant des représentants de la Majesté 
divine, députés par sa Providence à l’exécution de 
ses desseins — Conf. Id., Troisièttte Sermon pour le 
dimanche des Rameaux, sur les devoirs des rois. 


Zino Zini, Giustizia. 


5 








34 


GIUSTIZIA 


ricca, colta e specificata nella funzione di lavoro 
mentale ed economico (i). La borghesia crea la 
I e gg e i e pone il fondamento del contratto politico 
e civile colla Rivoluzione e col codice Napoleone, 
tra le classi dello Stato. In che modo il proleta¬ 
riato agricolo ed industriale potrà fare altrettanto? 
Passando dalla semplice subordinazione alla coor¬ 
dinazione sociale. L'organizzazione professio¬ 
nale, creando la funzione specifica dell’operaio 
selezionato, fa passare la massa lavoratrice dallo 
stato di aggregazione amorfa e di conseguente 
subordinazione servile, a quello di coordinazione 
funzionale nel corpo sociale. Solo il differen¬ 
ziamento produce la cooperazione civile e perciò 
fonda il diritto. 

L’iniquità sociale ha la sua spiegazione nello 
stato esclusivamente aggregativo di quelle parti 
del corpo sociale, sulle quali essa pesa da secoli 
e da millenni. Coloro, che seguiranno il mio pen¬ 
siero, potranno forse persuadersi di questa verità, 
che forma il punto centrale della mia specula¬ 
zione intorno alla genesi e allo sviluppo dei fe¬ 
nomeni sociali. L’elevazione intellettuale, morale 
e materiale del proletariato, mediante Porgano¬ 


li) L’Orfisrao, che è fortemente penetrato dell’idea 
di giustizia, à le sue radici nel ceto medio della società 
greca, e si presenta coi tratti caratteristici di dottrina 
etico-religiosa d’una classe pacifica in opposizione agli 
ideali dell’aristocrazia eroica. Dike e Nómos sono le due 
divinità del Panteon orfico invocate dai deboli contro 
i potenti. Confi Gomperz, op. cit., I, pag. 147-148. 







CAP. Il - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 35 


zazione operaia e il progresso tecnico nel pro¬ 
cesso industriale, crea, col differenziamento pro¬ 
fessionale, l’operaio qualificato (skilled) ; ed esso 
si trasforma sempre più in organo del corpo so¬ 
ciale, e la sua funzione cooperativa lo fa sog¬ 
getto di diritto. 

Nel rapporto di coordinazione si afferma il 
diritto, sotto l' impulso convergente della sim¬ 
metria e della imitazione. Bisogna pervenire al¬ 
l'idea del proprio simile, per concepire l’iniquità 
e partecipare a quella particolar forma d’emo¬ 
zione, che è il sentimento della giustizia disinte¬ 
ressata. Certo sotto questo rispetto vi deve essere 
una grande varietà individuale. Vi sono uomini 
in cui appare quasi congenito il sentimento del 
giusto : questi spiriti si inalberano quasi istinti¬ 
vamente di fronte a ciò, che ai loro occhi è una 
ingiuria fatta al proprio simile, e si accendono 
di passione, e scattano di rivolta e di protesta. 
Certamente questi uomini sono dotati d’una più 
forte dose di simpatia, per quanto non si possa 
forse ancora risolvere la questione, se questo 
maggiore altruismo non sia che l’effetto d’una 
più intensa cerebrazione. Vorrei dire che forse 
l'uomo, che ha più vivo e più largo il sentimento 
della giustizia, deve probabilmente una tale ric¬ 
chezza emotiva al modo stesso di comprendere 
i rapporti umani e di giudicarli; la sua perce¬ 
zione è diversa da quella dell’egoista, la visione 
di quest’ultimo è unilaterale e limitata all’inte¬ 
resse personale. 

La reazione individuale di fronte all’ offesa 








36 


giustizia 


nostra od altrui è misurata da un’equazione per¬ 
sonale, che molto verosimilmente dipende dalla 
massa appercettiva, in cui viene a conglobarsi. 
Ciascuno à l’esperienza di molti uomini preva¬ 
lentemente egoisti; alcuni per ristrettezza men¬ 
tale non riescono a sollevarsi oltre l'angusta 
cerchia del bisogno o del piacere proprio, affer¬ 
mano energicamente se stessi nella brutale igno¬ 
ranza d’un egoismo fanciullesco e fastidioso, in¬ 
differenti a ciò che non li tocca direttamente, 
rinnegano in buona fede la parte migliore della 
vita collettiva e della solidarietà umana, e mo¬ 
strano dinanzi a pericoli, lotte e sventure o en¬ 
tusiasmi di portata comune, un’ottusità sentimen¬ 
tale, che li emancipa da ogni forma di attività 
simpatica. In altri 1 egoismo è dominatore, e la 
reazione ingiusta ha un carattere prevalentemente 
attivo. Ingegni robusti, appetiti violenti, ener¬ 
giche volontà, questi tipi umani formano la ca¬ 
tegoria degli eroi nietzschiani, divoratori del 
branco. Evidentemente l’uomo non è animale socie¬ 
vole sempre allo stesso grado, è indubitato anzi 
che la socievolezza sia come intensità sia come 
estensione è sentita assai diversamente. Molti non 
escono dall egoismo del gruppo famigliare o pro¬ 
fessionale ; 1 unisono politico od umano non si 
raggiunge eccezionalmente che dai riformatori o 
dai poeti. Eppure questa è la mèta. 

Sentire 1’ umanità, forse anche più in là, il 
mondo ; religione, filosofìa, scienza, arte ànno 
fatto, fanno o faranno questo miracolo generale. 

I poeti hanno descritto per intuizione mera- 






CAP. Il - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 37 


vigliosa questa emozione della giustizia; che 
prende talvolta l’intensità d’una vera passione, il 
cui fondo è una forma dell'ira generosa, uno zelo 
o sdegno ; un santo odio, odi iniquitatcm , disse 
Gregorio VII, e negli antichi profeti ebraici come 
nell’ardente terzina dantesca è sempre il mede¬ 
simo sentimento. 

Flaubert ha reso potentemente questa passione 
della giustizia in un cuore semplice, l'umile eroe 
popolare dell 'Éducation sentimentale (i). 

Anche Dio di fronte alla colpa dell'uomo è 
nella stessa condizione. Il suo giudizio è un Dies 
irae, la sua giustizia è un atto di grandissimo 
sdegno contro 

quelli che muoion nell’ ira di Dio. 

Gli uomini giusti, dice Ratzenhofer, sono quelli 
sui quali la società può maggiormente contare 

(i) Renan, Histoire dii pettp/e d'Israèl, III, pag. 153 
e seg., 164 e seg.; dove traccia in modo insuperabile 
la psicologia dell’apostolo della giustizia, illustrando quel 
tipo rappresentativo del profetismo giudaico che è Ge¬ 
remia. G. Flaubert, L‘Éducation sentimentale, pag. 284. 
— Rousseau, questo sentimentale che à soggiogato tutta 
una società col fascino della sua natura passionale, de¬ 
scrive nelle Confessions, Part. I, liv. 1 , pag. 14-15 (Paris, 
Garnier), l’emozione dell’ingiusto nella sua stessa anima 
di fanciullo. Sul carattere specifico dell’emozione del 
giusto, conf. James, The wi/l to be/ieve, pag. 187. Sul va¬ 
lore morale dello sdegno verso l’iniquo: Hòffding, op. 
cit-, pag. 528. — Aristotele intende per Nemesis, il 
sentimento che noi proviamo di fronte alla felicità del¬ 
l’uomo indegno. Etìiic. Nic. Lipsiae Teub. 1903, B, 7, 
1108 b, 1. 









38 


GIUSTI-ZIA 


' P cr 1 ° sviluppo del progresso civile, e ad essi 
perciò dovrebbe legittimamente appartenere il 
governo. Se i pubblici offici cadono in mani 
inique, l'edificio sociale è scosso dalle sue basi. 
Il più gran sintomo di decadenza è la corruzione 
della giustizia, però molto a proposito definita 
dall'Ardigò, come la forza specifica deH’organismo 
sociale. Gli eroi della morale (Die Helden des 
Ethos), i quali vivono, secondo l'espressione dan¬ 
tesca, 

Esuriendo sempre quanto è giusto; 
sono quelli che prepongono il bene comune al 
proprio interesse e alla vita stessa; dal loro nu¬ 
mero dipende, che in una società domini la legge 
del dovere; essi rappresentano per così dire le 
salde colonne, su cui poggia l'intera costruzione 
morale e giuridica, entro la quale si raccolgono 
i deboli per assicurare la comune vittoria della 
giustizia (i). 

La storia politica ò dunque la lotta per il di¬ 
ritto, epica lotta che ha adoperato ed adopera 
tuttora due opposte armi per arrivare al suo fine, 
la violenza e la persuasione. Volta a volta i due 
metodi sono stati seguiti. Tutte le forme di vio¬ 
lenza sono state usate ; e chi può dire che non 
lo saranno ancora? 

Non vogliam fare profezie intorno al nostro 
avvenire morale, già mille volte smentite. Però 


(i) G. Ratzenhofer, Positive E/hik, die Verwirklichung 
des Sittlic/i-Seinsolleiiden. Leipzig, 1904, S. 298-299. 







w 

■ CAP. n - LA GII 


CAP. Il - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 39 


è fuor di dubbio, che l'uomo, per quanto lenta¬ 
mente, si umanizza, i suoi sentimenti sociali si 
rinforzano, la sua crescente simpatia è una auto¬ 
matica riduzione del suo egoismo. La stessa 
progressiva complessità delle relazioni reciproche, 
intensificando la vita collettiva, eleva il poten¬ 
ziale della solidarietà, che è anzi tutto un fatto, 
e diventa quindi una forza ideale. 

In questo senso si realizza non soltanto la com¬ 
passione schopenhaueriana, fondata sulla legge 
buddistica del dolore universale, bensì la sim¬ 
patia umana, che ha, secondo il pensiero di Rat- 
zenhofer, il suo fondamento sulla cosciente par¬ 
tecipazione al destino del nostro prossimo (i). 

Tutta la nostra vita è una matassa intricata 
di rapporti coi nostri simili. Parliamo comune¬ 
mente di classi sociali, di gerarchia di superiori 
ed inferiori; ma in realtà la trama del tessuto 
sociale è ben altrimenti complicata; si tratta di 
un feltro composto di migliaia di fili intrecciati 
sapientemente tra loro, per modo da creare quella 
resistente stoffa, che sopporta l’attrito e gli strappi 
senza cedere e venir meno. 

In fondo la vita di relazione è tutta la nostra 
esistenza, la personalità è un suo prodotto, ciò 
che noi siamo soliti a chiamare la nostra co¬ 
scienza non è forse che lo specchio soggettivo, 
in cui si riflette la imagine sociale di noi stessi. 
Sotto questo aspetto l’individuo è veramente una 
astrazione, la società è l’unica realtà. 


(1) G. Ratzenhoker, op. ci/., S. 294. 











4° GIUSTIZIA 


Ci vuole un grado considerevole di sviluppo 
del pensiero teorico ed una forza poco comune 
di autocritica, per poter compiere questa delicata 
operazione di isolare gli elementi strettamente 
personali della nostra coscienza per formarne 
qualcosa di veramente individuale. L’egoismo è 
più che altro un illusione psicologica, un vizio 
dell’ottica mentale. 

La concezione della vita sociale,che ha maggior 
probabilità di accostarsi alla reale natura dei 
fenomeni sociali, è quella che sui dati delle mo¬ 
derne scienze psicologiche li avvicina ai fatti 
dello spirito e più specialmente a quelli della 
suggestione imitativa e della generalizzazione in¬ 
cosciente (i). Per molti, abituati alle formule sem- 
pliciste del materialismo storico, e alla indiscussa 
preminenza del fattore economico negli eventi 
sociali, sarà difficile ammettere questa radicale 
trasposizione di termini, per cui si faccia della 
vita collettiva prevalentemente, se non esclusiva- 
mente, un fatto spirituale. Eppure, se si guarda 
ai veri caratteri del fenomeno associativo, tanto 
nelle sue forme semplici ed originali, famiglia, 
cl(in , quanto in quelle complesse e derivate, non 
ci è difficile persuaderci, che a parte i rapporti 
puramente esteriori, i quali hanno natura piut¬ 
tosto di mezzi, come 1' organizzazione politica, 


(i) Cfr. l’opera sociologica di G. Tarde, Les lois 
d’imitation, la Logique sociale, e di Baluvvin, Interpré- 
tation, eie. 







CAP. II - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 41 


militare ed economica, ciò che esso realizza, è 
essenzialmente un certo stato di coscienza co¬ 
mune, che diventa poi religione, arte, scienza, 
morale c diritto. L'essenza della vita sociale è 
dunque un modo comune di sentire, di pensare 
e di volere; noi manchiamo di un termine ap¬ 
propriato per indicare la complessa natura di 
questo fenomeno, ma possiamo concepire che 
esso stia ad un fatto di coscienza, come questo 
sta ad uno fisiologico; sia cioè un processo di 
sintesi, una specie d'elevazione della vita ad una 
ennesima potenza, con produzione di nuovo. 

In questo senso è facile riconoscere il cre¬ 
scendo continuo della vita sociale, poiché la ge¬ 
neralizzazione del pensiero e del sentimento, 
espressa in tutte le forme del linguaggio parlato 
o scritto, che è la caratteristica dell'attività con¬ 
sorziale, è in aumento in ogni fase ulteriore del- 
incivilimento. L’uomo è sempre più col suo 
intelletto e colla sua volontà una parte di quel- 
l'aggregato astratto, che chiamiamo la società. 

Del resto questo termine stesso di società è 
di un valore troppo indeterminato, poiché, come 
abbiam visto, si tratta in ultima analisi d' uno 
stato psichico, d’una potenza più elevata; ma per 
essere più esatti, lo stato psichico è plurimo, vi 
è per cosi dire una stratificazione della coscienza 
sociale, e gli individui, secondo la classificazione 
distributiva degli elementi nel gruppo, parteci¬ 
pano di questo o di quell’altro nucleo associa¬ 
tivo di sentimenti, d’idee e di aspirazioni. 

Arriviamo solo oggi ad uscire dalla metafora 

Ziko Zini, Giustìzia. 


6 





42 


GIUSTIZIA 


del corpo sociale, per entrare in quella più vicina 
al vero dello spirito sociale. Il paragone del fe¬ 
nomeno sociale col fenomeno biologico deve 
essere spostato, tanto più che il fenomeno psi¬ 
chico stesso, che potrebbe figurare come termine 
medio di questa specie di sillogismo sottinteso, 
si è reso autonomo, e la sua irriducibilità a 
quello fisiologico è ornai un datum della mo¬ 
derna psicologia. Si diceva non è molto : nella 
società gli unici reali sono gli individui, i sin¬ 
goli; la collettività è una pura astrazione. Ornai 
quest illusione cade, l’io è l'epifenomeno del 
suo gruppo, degli altri con lui associati in un me¬ 
desimo sistema psichico ; cosicché se material¬ 
mente non esistono altri corpi, che quelli degli 
individui viventi, spiritualmente non c' è altra 
realtà che quella del socius , questo prodotto del 
fatto sociale, cioè questo fatto di psicologia, non 
tanto collettiva, quanto generalizzata. 

Questo aumento progressivo nella vita umana 
dell’elemento sociale, unito alla sua progressiva 
coscienza, è per noi la miglior garanzia della ne¬ 
cessaria sostituzione della cooperazione alla lotta 
sociale, cooperazione di atti e di sentimenti. 

Certamente le due vie, quella della violenza e 
quella della solidarietà, per l’affermazione del di¬ 
ritto e per la sua difesa, sono tuttora aperte di¬ 
nanzi ; e non è detto, che nei presenti e nei futuri 
conflitti dei gruppi antagonisti coalizzati, gli uo¬ 
mini non debbano ancor molte volte servirsi 
della forza fisica, economica o morale, impu¬ 
gnando quelle armi ch’offre loro lo stato di ci- 





CAP. li - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 43 


viltà in cui si trovano ; ma intanto è molto 
probabile, che la direzione generale del progresso 
sia nel senso di dare il vantaggio definitivo ai 
mezzi della cooperazione su quelli della lotta. 
Scelgo un esempio tra mille, traendolo da quel 
campo di relazioni, dove è presentemente più 
aspro il conflitto degli opposti interessi di classe. 
Nella gara economica tra capitale e lavoro, che 
è senza dubbio quella, intorno alla quale il cri¬ 
terio di giustizia è più urgentemente chiamato 
a formarsi, sono ancora di fronte i due metodi 
sociali : la lotta e la cooperazione. Il boicottaggio, 
questa vera arma di guerra, è il residuo della 
violenza, suggerita e giustificata forse dai bisogni 
immediati della propria conservazione e difesa, 
in uno stato di cose in cui la crudezza delle re¬ 
lazioni spinge gli avversari a combattersi a vi¬ 
cenda con tutti i mezzi, che la stretta giustizia 
non vieta, e altrettanto dicasi dello sciopero e 
della serrata (lock-out). Dall’altro polo sta 1 ’union 
label , la nuova forma di pacifica lotta, anzi 
neppur più lotta, ma vera cooperazione di classe 
allo scopo di far trionfare il diritto. Perchè tale 
è il profondo significato della nuova associa¬ 
zione operaia, sorta con tal nome in America. 
Essa per la protezione degli interessi materiali e 
morali delle classi lavoratrici, non adopera più 
l'arma di lotta, per quanto legale, dello scio¬ 
pero o del boicottaggio contro la classe nemica ; 
ma si rivolge alla naturale simpatia, che le abi¬ 
tudini consorziali vengono generalizzando ed in¬ 
tensificando tra gli uomini ; pel trionfo della giu- 














44 


giustizia 


a- n V m C Ìtt0 dd Più deboli «sa fa 

appello alla coscienza più squisita di quanti sen¬ 
tono p,u vivamente le offese fatte allo spirito di 

ZZ PÌCC ° i0 Segn ° ^ ^ a! 

prodotti industriali, ch'escono da opifici, in cui 

sono aspettate le norme dell'equità economica e 
umamtà Per ciò che riflette i salari, gli orari 
e le condizioni generali del lavoro, è veramente 
. suggello de"a solidarietà sociale, che segnala 
uomo di qualunque classe un atto di giustizia 
compiuta e lo invita a collaborare alla sua de¬ 
finitiva realizzazione (i). 


(i) American Journal of Sociotogy. Sept. 100 , Lo 
stesso programma dell 'Union label, à la Lega Sociale 
^«fondata nell, Srfcer, In „ na 

.t II cons L f" na 1 Glde ne s P ie S a l’utilità pratica così: 
U consumatore è un re nell’ordine economico - ma bi- 

3ie C r^ Che è UnrC Pannubone - Non risponde 
neanche alla definizione del re costituzionale, che - 

cgna, ma non governa - imperocché il consumatore 
ne regna, ne governa. Ora noi vogliamo dare a qu l 
re senza corona, la coscienza dei propri diritti, come 

3“g a uf. ei e Pr r PrI d ° VerÌ ’ C °’ me2ZÌ 3datti ““'esercizio 
degh un e al compimento degli altri. Lo vogliamo non 

cietà che SU ° TT 86 ’ qUant ° llell ’ intercsst biella so- 
6 S1 confonde col suo La signora Bentzon 

moni R ™ Ue ^ de ì UX ' Mondes scrive sullo stesso argo- 

faccia'mo dfi n 'h qUa V ^' t i a n0 ' s P endiamou no scudo noi 
tacciamo del bene o del male... chi compera un cattivo 

murale do T de " a pÌÙ bassa lette- 

atura, le donne che acquistano biancheria o vestiti a 

troppo buon mercato, sono responsabili del sangue e 

delle fibre umane, tessute per cosi dire in quelle stoffe 

- Giovanni Brunhes, promotore del movimento per 














CAP. II - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 45 


Il problema della giustizia deve essere rias¬ 
sunto in questi termini; da secoli ci siamo abi¬ 
tuati a pensare un mondo ordinato e convergente 
ad uno scopo: la volontà d'un Dio creatore. È 
la favola semitica, che dal fondo dell’Oriente è 
venuta fino a noi alle nostre orecchie attraverso 
alla Bibbia, al Vangelo; i padri della Chiesa, i dot¬ 
tori del medioevo, i teologi riformatori e la filosofia 
spiritualista, il neo-cattolicismo del Manzoni e i 
romanzi di Tolstoi, ce Tanno trasmessa in succes¬ 
sive edizioni alquanto rimaneggiate. Questa favola, 
che sorse forse nella vecchia Caldea sotto lo scettro 
di Tlammurabi, mutata la musica, racconta sempre 


la Lega sociale dei compratori , dice efficacemente agli 
operai e ai padroni : * poiché voi lavorate per noi, poiché 
senza di noi, consumatori d’ogni giorno e di tutto, voi 
non avreste alcuna ragione né d’intridere il pane, nè 
di condurre i tram, nè d’estrarre il carbone, nè di fab¬ 
bricare il cioccolatte, noi abbiamo pure qualche cosa 
da dire e qualche cosa da fare nei vostri conflitti. Voi 
vi sottomettete a tutte le nostre fantasie, quando noi 
esigiamo la tale qualità di calda o il nastro del tale 
altro colore. Voi subite da parte nostra la tirannia di¬ 
sastrosa del buon mercato a tutti i costi. Ora noi ricono¬ 
sciamo e proclamiamo che abbiamo il diritto e il dovere 
di dir pure la nostra parola nell’organizzazione del la¬ 
voro. Noi non vogliamo più soltanto mobili di lusso o 
pavimenti a disegni, non vogliamo più soltanto cappelli 
di feltro, o camicie di cotone, cioccolatte assoluto o cioc¬ 
colatte al latte...; noi vogliamo altresì che tutti questi 
oggetti sieno lavorati in condizioni igieniche, da uomini 
liberi, liberi in diritto e di fatto, pagati come si deve, non 
depressi, non sopraccarichi, viventi di ima vera vita fisica, 
morale e civile, viventi, in una parola, di una vita piena,,. 






46 


GIUSTIZIA 


lo stesso press a poco così : Dio, un essere in¬ 
finitamente buono e perfetto, potente e savio, 
creò il cielo e la terra, le piante e gli animali, 
e fece 1 uomo, gl'infuse nel petto il suo soffio 
divino e lo mandò a passeggiare pel giardino del 
mondo, perchè rispettasse la sua legge. C'è dunque 
una legge che governa l'universo visibile ed in¬ 
visibile, e questa legge Dio stesso l'ha imposta 
alle cose, ed ogni cosa obbedisce alla volontà e 
all ordine del suo fattore, e l’uomo, che ha la ra¬ 
gione, ossia vede colla luce che Iddio gli ha 
accordato creandolo, conosce questo ordine, sa 
questa legge e deve obbedire a questa volontà. 
Chi fa così è il giusto, chi fa il contrario è 
l’empio. Il primo è l'uomo retto che cammina 
sulle vie del Signore, conosce la verità ed adempie 
alla sua legge di giustizia, egli gode la serenità 
su questa terra, dorme tranquillamente i suoi 
sonni e sarà ricompensato nella vita futura; il 
secondo è 1 iniquo, è l’empio che opera contro la 
legge del suo Signore, la sua coscienza è turbata 
dai rimorso e la mano di Dio si stende minac¬ 
ciosa sul suo capo (i). 


(i) Gass, Geschichte der christlichen Ethik. I B, Berlin, 
1881, S. 23. “ Beato l’uomo che va per le vie del Si¬ 
gnore „ (Ps. 1, 1.75, 10-14). “ Initium sapientiae est timor 
Domini „ [Ps. 111, io). Di qui come dalla radice d’ogni 
giustizia sorgono tutte le virtù. - V. Cathrein, Maral- 

philosophit.einewìssenschqftlicheDarlegungdersiMicktn, 

emschhesslich der rechtlìchen Ordnung. IB, Freiburg in 
Breisgau, 1904, S. 319-320. 









CAP. Il - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 47 


In faccia a questo racconto teologico sta nel mito 
classico il pensiero ellenico, che è il fratello pri¬ 
mogenito del pensiero moderno e della scienza. 
Pel filosofo ionico, come per l'eleate o il pita¬ 
gorico, per lo stoico e per l'epicureo il problema 
è quello della genealogia e della metamorfosi, 
in altre parole è un problema più di causalità 
che di finalità. Oscure inesplicate forze domi¬ 
nano il mondo, un fato travolge le cose e gli 
uomini nelle loro vicissitudini ; gli dei stessi chi¬ 
nano il capo in faccia al destino. 

Democrito che il mondo a caso pone. 

Non più una creazione disposta nella mente mi¬ 
rabile d’un architetto divino, ma un cosmo ch’esca 
dal caos per una fortuita combinazione di atomi 
dispersi. Abbiamo ancora la mente ingombra 
della puerile teologia, che la favola semitica ci ha 
appreso nella fanciullezza religiosa! Guardiamo 
al mondo cogli occhi creduli ed in ogni aspetto 
c’illudiamo di scoprire il significato d'un volere, 
l'espressione d'uno scopo. 

L’ingenua descrizione finalistica che Wolff ha 
fatto della terra, questa dimora 

fatta per propria dell’umana spece, 
è il capolavoro del genere (i). Solamente oggi 


(1) Ch. Wolff, Vernùnftige Gedanken voti der Ab- 
sichten der naturlichen Dirige/ 1872, p. 74-84; dove tra 
l’altro scrive sul sole: “ Vediamo che Dio ha creato il 
sole per mantenere le variabili condizioni sulla Terra in 






48 


giustizia 


usciamo da questo labirinto antropomorfico nel 
nostro giudizio sulle cose naturali. Le scienze 
non si preoccupano più di ordine fisico e di 


tale ordine che le Creature Viventi, Uomini ed Animali, 
possano abitarne la Superficie. Siccome gli Uomini sono 
le più ragionevoli fra le Creature e sono capaci di in- 
f? r 5, ^visibile di Dio dalla contemplazione 

del Mondo, il Sole contribuisce pertanto a questo primo 
proposito della Creazione: senza di esso l’Uomo non 
potrebbe vivere nè riprodursi... Il Sole fa la Luce del 
Giorno non solo sulla nostra Terra ma su tutti i Pia¬ 
neti; e la Luce del Giorno è una delle cose più utili 
per noi, potendo noi per suo mezzo attendere a quelle 
occupazioni che di notte sarebbero o del tutto impossi- 
7,° almeno impossibili quando non ci provvedessimo 
di luce artificiale. Gli Animali nei prati possono trovare 
a loro cibo di giorno, mentre non potrebbero farlo di 
notte. Dobbiamo essere grati alla Luce del Sole di ve¬ 
dere ogni cosa sulla superficie della Terra, vicina o 
ontana che sia, e di riconoscere le cose vicine o lon¬ 
tane a seconda della loro specie, cosa che ci è neces- 
sana non solo nel commercio della Vita comune o nei 
laggi, ma altresì per la conoscenza scientifica della 
Natura, conoscenza che dipende per la massima parte 
da osservazioni fatte mediante la Vista, e che senza il 
Sole sarebbero impossibili. Perchè uno possa raffigu¬ 
rarsi esattamente 1 grandi vantaggi che ripete dal Sole 
immagini di vivere anche un solo mese nella Notte più 
profonda, e osservi come si trarrebbe d’impiccio. Egli 
si persuaderebbe abbastanza allora, per propria espe- 
rienza, specie se fosse Persona con molti affari nelle 
vie o ne. campi... Mercè il Sole noi sappiamo quando è 
Mezzogiorno, e possiamo regolare bene i nostri orologi, 
per cui 1 astronomia deve molto al Sole... Col Sole noi 
troviamo il Meridiano... ma il Meridiano è la base di 
quegli orologi solari che in italiano si chiamano appunto 









CAP. Il - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 49 


armonie prestabilite. I loro problemi sono uni¬ 
camente genealogici e metamorfici. Dalla geo¬ 
logia alla storia non c’è altro studio che quello 
di ricomporre dinanzi ai nostri occhi la catena 
dei fatti. Non il caso, ma la causa ha composto 
il presente assetto cosmico (i). I nostri mezzi 
d'indagine ci permettono fino ad un certo punto 
almeno di scrivere i primi capitoli fisici e biologici. 

Legge è la formula compendiatrice di questo 


Meridiane, ed in generale non avremmo orari se non 
avessimo il Sole... „. “ Gli usi, a cui l’acqua serve nella 
vita umana, sono facili a vedersi e non richiedono una 
lunga spiegazione. L’acqua è una bevanda universale 
degli uomini e degli animali. Sebbene gli uomini si 
siano fabbricate bevande che sono artificiali, essi non 
avrebbero potuto far ciò senza l’acqua. La birra è fatta 
di orzo e acqua, ed è l’acqua in essa quella che calma 
la sete. Il vino è preparato dall’uva, che non potrebbe 
mai crescere senza l’acqua; e lo stesso dicasi di quelle 
bevande che in Inghilterra e altrove sono prodotte dalle 
frutta... Poiché dunque Dio cosi ordinò il mondo che 
gli uomini potessero abitarvi e trovarvi tutto ciò che è 
richiesto per loro necessità o convenienza, egli fece pure 
l'acqua come un mezzo per rendere la terra un cosi ec¬ 
cellente luogo di dimora. E questo è tanto più mani¬ 
festo quando consideriamo i vantaggi che otteniamo 
dall’acqua stessa per la pulizia dei nostri utensili dome¬ 
stici, dei nostri vestiti e di altri oggetti... Entrando in 
un mulino si vede che la macina deve essere sempre 
mantenuta bagnata, e allora uno si fa un’idea anche 
maggiore dell’utilità dell’ acqua „. Citato da James, Le 
varie forme della coscienza religiosa, Torino, 1904, 
p. 425-427 in nota. 

(1) Cicero, De finibus, I, 6, 19: “ nihil turpius fisico 
quam fieri quicquam sine causa dicere „. 


Zino Zini, Giustizia. 


7 









50 


giustizia 


processo di trasformazione. Potrebbe anche darsi 
che il nostro determinismo meccanico fosse un’il¬ 
lusione soggettiva. Ogni Weltansckauungè umana. 
Ciò che chiamiamo « l’universo reale », il mondo 
sensibile e le sue leggi, le serie dei fenomeni, 
che compongono il nostro sapere sistematizzato 
e formulato, hanno certamente un valore rela¬ 
tivo. James ha forse ragione nel suo bel para¬ 
gone : noi osserviamo le cose coi nostri spiriti 
prevenuti a scoprirvi delle leggi, allo stesso modo 
che, guardando più punti sulla lavagna, tracciamo 
delle linee di congiungimento, circoscriviamo 
degli spazi geometrici (i). 


(i) W. James, Le vane forme della coscienza religiosa. 
orino, 1904, pag. 378 in nota. “ Quando si osserva il 
mondo senza nessuna tendenza teologica nell’un senso 
o nell altro, si vede che l’ordine ed il disordine, quali 
noi li riconosciamo, sono invenzioni puramente umane. 
Noi siamo interessati a certe forme di accomodamento, 
'-iti e, estetico o morale; — così interessati, che tutte le 
volte che vediamo realizzate quelle forme la nostra 
attenzione viene vivamente sedotta. Ne consegue che 
noi operiamo selettivamente sugli elementi del mondo. 
Esso e pieno di disposizioni disordinate dal nostro punto 
1 vista, ma l’ordine è la sola cosa di cui ci occupiamo 
e che guardiamo, e scegliendo bene si può trovare 
sempre un certo ordine in mezzo a qualunque caos. La 
atura è un ripieno, in cui la nostra attenzione traccia 
linee capricciose in tutte le direzioni. Contiamo e nomi¬ 
niamo qualunque cosa giaccia sulle linee speciali che 
tracciamo, mentre le altre cose e le linee non tracciate, 
non sono mai nè nominate nè calcolate. Vi sono in realtà 
infinitamente più cose “ mal adattate „ fra loro in questo 
mondo, che non ve ne siano di “ adattate ,„ un numero 









CAP. II • LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 51 


Le leggi naturali sono queste coordinazioni 
mentali in cui imprigioniamo arbitrariamente la 
realtà soggiacente ai nostri sensi. L’architettura 
cosmica può essere un arbitrio, anche nella fase 
scientifica di cui siamo tanto orgogliosi, come fu 
nella fase mitologica della mentalità antica. 

Oggettivamente dunque la giustizia ò stata 
concepita dagli uomini come un ordine dall’alto 
o ab extra , ordine divino o naturale. La legge 
è stata accettata come una superordinazione. 
Voltaire, nonostante il suo scetticismo, alla do¬ 
manda donde venga all’uomo la nozione del 
giusto risponde ; « Dio fa il giusto e l’ingiusto 
ed imprime questa idea fondamentale nel cuore 
dell’uomo » (i). Diderot, mette la natura legislatrice 
suprema al posto di Dio ( 2 ); posto reso vacante 
nello spirito materialista del secolo XVIII, ma 
questa arbitraria personificazione della natura 
giustifica l'arguta osservazione del De-Maistre : 
« la nature? quelle est donc cette femme ? ». 


infinitamente maggiore di cose con relazioni irregolari 
che non con regolari. Ma noi cerchiamo soltanto le cose 
regolari, e ingegnosamente le scopriamo e le rammen¬ 
tiamo. Esse si accumulano insieme alle altre cose rego¬ 
lari, finche la collezione loro riempie le nostre enciclopedie. 
Eppure sempre, attorno e frammezzo ad esse si ritrova 
un caos infinito ed anonimo di oggetti che nessuno ha 
mai pensato riuniti, di relazioni che non attrassero mai 
la nostra attenzione „. 

(1) Voltaire, Dictionnaire philosophique. Du juste et 
de Vit juste. 

(2} Diderot, Encyclopédie, art. juste. 








52 


GIUSTIZIA 


In realtà, noi stessi siamo la legge nel giusto, 
come nel vero. Come la scienza così la morale 
è solamente umana. Nella realtà esterna non c'è 
che la causalità meccanica, un determinismo fe¬ 
nomenico, in mezzo al quale prima coi sensi e 
poi col ragionamento gettiamo la rete delle nostre 
categorie. Ogni legge è associazione mentale, cioè 
uno stato del soggetto (ij. Tale è la risposta del 
relativismo. 

Però chi può negare l’importanza educativa 
dell’assoluto ? La potenza pratica dell'idealismo 
sta appunto qui : aver proclamato una legge 
eterna di giustizia, una massima solenne scritta 
a caratteri di fuoco nel cielo delle fedi coll'ar¬ 
dente parola dei profeti. Nell'arte della vita la 
più grande missione è affidata a coloro che 
sanno imporre all'uomo la fede e sanno mettergli 
innanzi un principio inflessibile e sicuro, ch'egli 
deve seguire. Kant aveva ragione ; tutto è ipo¬ 
tetico quaggiù : solo il dovere deve essere ca¬ 
tegorico ( 2 ). 


(1) Karl Pearson, The grani mar of Science. London, 
1900, pag 82 e seg. 

(2) Menger, op. cit., pag. 72, in nota, muove alla nota 
formula kantiana, che esprime l’imperativo categorico : 
“ segui nelle tue azioni quella massima che puoi desi¬ 
derare vedere estesa a legge generale „ (Grund/egmtg 
sur Methaphysik der Sitfcn (1785). Ed. Kirchmann, 1870, 
pag. 20, 44, 53I, il rimprovero d’essere affatto priva di 
contenuto, perchè non ostante la sua sonorità alta e se¬ 
vera, lascia, nella maggioranza dei casi, al filosofo pra¬ 
tico piena libertà di fare quello che vuole. 








CAP. II - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 53 


Ma che cosa può dare al dovere questa forza 
imperati va ? 

Dei doveri alcuni appaiono certi ed indiscuti¬ 
bili, mentre altri sono soltanto definiti dal co¬ 
stume e perciò paiono arbitrari alla riflessione. 
Ora, finché persistono tali costumi, le aspettazioni 
umane sorgenti da essi, sono in un certo senso 
naturali, visto che un uomo giusto è in una specie 
d’obbligo di adempierle con la sua azione ; ma 
evidentemente questo obbligo non è nè chiaro 
nè completo, sia per la naturale variazione del 
costume, che rende dubbia la validità della 
norma consuetudinaria, sia per la irrazionalità 
del costume stesso, tanto che perfino appare più 
morale infrangerlo, che osservarlo. 

L’uomo agisce, partendo dal presupposto che 
il futuro rassomigli al passato, nell’aspettazione 
dell’evento simile. È naturale che nei rapporti 
sociali noi ci aspettiamo che ogni individuo faccia 
ciò che gli altri fanno in circostanze simili, e che 
egli voglia continuare a fare ciò che in passato 
ha avuto abitudine di fare; quindi i suoi simili 
sono inclinati a pensare d’essere offesi, quando egli 
improvvisamente ommette un atto abitudinario, 
se tale ommissione causa loro perdita od incon¬ 
veniente. Che se invece un uomo non ha dato 
pegno di mantenere una certa abitudine, è dif¬ 
ficile che egli possa sentirsi obbligato dalla aspet¬ 
tativa degli altri, che non è garantita dalla sua 
precedente condotta. 

Il carattere peculiare d’ogni legge, sia fisica, 
sia sociale, è questo appunto di far nascere nel 



54 


GIUSTIZIA 


nostro animo l’aspettazione fiduciosa in un certo 
evento. Nell’ordine naturale come nelle relazioni 
umane, questa aspettativa fondata sulla costanza dei 
fatti, è 1 unica direzione della nostra condotta (i). 

fi) Sidgwick, The methods of Ethics , pag. 269 e seg. 
— Contrariamente E. Mach, Erkenntniss unii Irrlhuni, 
Skizzen zur Phychologie der Forschung , Leipzig, 1905, 
cercando di determinare il concetto di legge naturale,- 
invece di vedere in essa l’aspetto positivo, ne considera 
il lato negativo, e giunge a questa conclusione che le 
leggi propriamente dette (nel senso giuridico o morale) 
come anche le leggi naturali, esprimono delle limita¬ 
zioni quindi non sono, come pensa Sidgwick, sistemi 
di previsioni o di aspettazioni di ciò che deve essere, 
bensì sistemi di esclusioni di quello che non può essere, 
con questa differenza che le prime ànno per ufficio di 
mettere limiti alle nostre azioni, le seconde alle nostre 
aspettazioni. Caratterizzare in tal modo le leggi naturali 
come esprimenti non già delle aspettative, ma al con¬ 
trario delle limitazioni a ciò che ci possiamo aspettare 
(Einschrankungen der Erwartungen ), serve a por bene 
in luce che l’elemento essenziale del concetto di legge 
non sta nella previsione dell’evento particolare, bensì 
nell’indicazione della classe entro cui il fatto rientra, o 
in cui avviene il suo ricongiungimento con altri. Con¬ 
segue da ciò la compatibilità tra l’idea di legge perfet¬ 
tamente determinata per un dato campo di fenomeni e 
1 assenza di qualsiasi determinazione pei fenomeni stessi. 
Così anche si spiega come la più parte delle leggi na¬ 
turali e non certo le meno importanti, si riferiscono a 
condizioni ed ipotesi che nel fatto non sono mai com¬ 
piutamente realizzate. Conf Pearson, op. cit ., pag. 79 
e seg.; pag. 93 e seg. 

Sulla distinzione tra legge naturale e legge positiva 
vedi Austin, Lectures oh Junsprudcnce. London, 1879 
— O. Liebmann, Gedanken and Thatsachen. Strass- 
burg, 1904,1. B, S. 64. 








CAP. Il - LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 55 


I prodigi della natura e gli arbitri nella so¬ 
cietà si equivalgono in ciò ch’essi ci separano 
inaspettatamente dal criterio usuale nella con¬ 
dotta e ci espongono a tutta la pericolosa in¬ 
certezza del caso. 

La giustizia è generalmente diretta a prescri¬ 
vere l’adempimento di tutte queste aspettative, 
dice Sidgwick, che sorgono naturalmente e nor¬ 
malmente dalle relazioni volontarie ed involon¬ 
tarie, nelle quali ci troviamo verso gli altri es¬ 
seri umani. 

Cosicché la legge è una sorgente di aspetta¬ 
zioni naturali, ma non dobbiamo su questa aspet¬ 
tazione fondare la concezione della giustizia, 
poiché allora cadremmo nella erronea conclu¬ 
sione che le leggi vecchie non dovrebbero mai 
diventare ingiuste, poiché le leggi che hanno 
esistito da più tempo, hanno creato corrispon¬ 
dentemente le più forti aspettazioni, ciò che in 
realtà é smentito dalla storia dell’incivilimento. 
Ma forse potremmo dire, che a giustificare la 
trasformazione legislativa in nome della giustizia, 
sono sorte, da altri elementi della vita sociale, 
nuove aspettazioni ed esigenze in conflitto colla 
legge preesistente. 

E così è veramente, ma dal punto di vista 
della nostra indagine intorno al fondamento del 
giusto, con questa spiegazione non è eliminata la 
difficoltà, ma soltanto spostata, perchè ora si 
tratta di sapere, che cosa giustifica le esigenze 
nuove di fronte alle tradizionali aspettazioni, che 
ii costume aveva fin qui consacrate, in altre pa- 









56 


GIUSTIZIA 


role noi siamo pervenuti alla discussione della 
divergenza tra il reale e l’ideale. 

A molti sembrerà logico risolvere la questione 
così : essendo mutate le condizioni dei rapporti 
sociali ed i corrispondenti stati affettivi, è natu¬ 
rale che la condotta umana prenda ora questa 
direzione, la quale corrisponde alla comune co¬ 
scienza ed al giudizio generale. A questo punto 
però bisognerebbe domandare perchè un certo 
modo d’agire sembra più naturale, ossia in altri 
termini che cosa è naturale. 

Che cosa è naturale f ciò che rientra nella 
regola, per contrapposto all’eccezione ? Ma l’ec¬ 
cezione non è un fatto di natura anch’essa, 
poiché è un dato della causalità ? Il naturale sa¬ 
rebbe allora il primitivo; l’originale di fronte al 
derivato, per opposizione aH’artificiale ? Ma l’o¬ 
pera dell’uomo non è forse tanto naturale quanto 
la stessa opera delle piante, degli animali, dei 
cristalli ? Siamo noi stessi una parte della natura ; 
la nostra azione è un tratto del suo corso, che 
è determinata e determina avanti e dietro di sè, 
come qualunque altra porzione dell’energia co¬ 
smica (i). Ogni hiatus tra Yhifmanum e l 'extraku- 


(ij Hodgson, The tnetaphysic of cxperience, London, 1898, 
rV, p. 5 : “ We ourselves, as self-conscious beings, are part 
of thè course of Nature; and in adopting on alternative 
action we deterinine thè course of Nature for thè future 
(dating troni thè moviment of choice) so far as we,the 
acting subjects, are concerned, and so far thè rest of 
thè course of Nature is inodified by our action „. 






CAP. n. • LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 57 


manum è un atto di arbitrio. Dante ha detto 
la natura figlia di Dio, e l’arte figlia della na¬ 
tura, e però a Dio quasi nepote. Ogni fatto ar¬ 
tificiale è una parte del fatto naturale. Rimane 
il concetto di naturale, come ideale, espressione 
di ciò che dovrebbe essere di fronte a ciò che è. 
In questo ultimo senso, per parlare scientifica- 
mente, dovremmo dire non ciò che dovrebbe 
essere, ma ciò che verosimilmente dovrà essere. 

Entriamo cioè in quella regione del sapere 
scientifico che si esprime in termini d’approssi¬ 
mazione e in calcoli di probabilità. Sentiamo in 
altre parole più naturale l’ideale in quanto rap¬ 
presenta la linea di direzione, la tendenza del 
movimento, il limite della trasformazione. Che 
più d’una volta gli uomini, per equivoco facile 
a spiegarsi, si siano cacciati alle spalle questo 
ideale, fabbricando arbitrariamente un passato 
colle aspirazioni dell’avvenire, in contrasto colle 
condizioni del presente, poco importa. È fuor 
di dubbio, che il diritto naturale, se può essere 
accolto, lo deve soltanto in questo senso. 

Sulla base di questo contrasto tra i due fon¬ 
damentali significati di naturale, come ciò che è 
e come ciò che dovrebbe essere, riposa la con¬ 
seguente divergenza tra i due elementi della co¬ 
mune nozione di giustizia ; poiché da un lato 
siamo disposti a pensare che la consuetudinaria 
distribuzione di diritti, beni e privilegi, come 
anche di oneri e di pene, sia naturale e giusta, 
e ch’essa debba essere mantenuta dalla legge, 
come praticamente è ; ma dall’altro lato noi ri- 


Zino Zini, Giustizia. 


8 





58 


GIUSTIZIA 


conosciamo pure un sistema ideale di norme di¬ 
stributive, il quale dovrebbe esistere, ma che 
forse non è mai esistito, e consideriamo le leggi 
come giuste in quanto sono conformi a questo 
ideale. Tantoché Pollock scrive: * la giustizia 
legale tende a realizzare la giustizia morale 
nei propri ordinamenti, e la sua forza in ge¬ 
nere consiste nell’universale sentimento che ciò 
sia » (i). 

Il fondamentale problema della giustizia po¬ 
litica è la conciliazione tra questi due punti di 
vista : il reale e l’ideale. 

Cosicché concludendo sulle traccie delle spe¬ 
culazioni di Sidgwick e di Baldvvin, pur ammet¬ 
tendo che l’elemento preminente della giustizia 
è una specie di parità di trattamento o un'im¬ 
parziale misura nell osservanza di certe norme 
distributrici del bene e del male tra gli individui ; 
riconosciamo che alla sua determinazione pos¬ 
sono essere assunti due criteri affatto diversi. 
Infatti, o il criterio del diritto (final arbiter of 
rights) è lo stato sociale attuale e le normali 
esigenze che ne derivano, ovvero esso deve de¬ 
terminarsi riguardo ad un certo ideale. Nascono 
quindi due giustizie : l'una conservatrice, l’altra 
riformatrice. La prima è realizzata nell'osservanza 
della legge e del contratto e nella forza coattiva 
di certe penalità legalmente stabilite per la loro 
violazione; e per essa sono rispettate le normali 


(i) Pollock, Jurisprudence, eh. II, 31. 







CAP. Il • LA GIUSTIZIA COME IDEA ED EMOZIONE 59 


esigenze dell’ordine attuale nella società. La se¬ 
conda, la giustizia ideale, impone il rispetto di 
quei diritti, che sono inclusi in un ideale d’uma¬ 
nità collettiva, in qualunque modo possa essere 
questo determinato. 

Due grandi concezioni morali incarnano poi 
per opposte vie questo ideale di comunità poli¬ 
tica; l’una individualistica o della libertà, da Kant 
a Spencer, press’a poco colla medesima formula 
ripetuta; l’altra socialistica o dell’uguaglianza, 
enunciata in termini pressoché identici da Platone 
ai moderni riformatori sociali. 

La prima pone la eguale libertà per tutti, come 
ultimo scopo e misura delle giuste relazioni so¬ 
ciali ; ma non sarebbe difficile dimostrare che la 
pura nozione di libertà è insufficiente come base 
pratica ad una solida costruzione sociale, mentre 
poi è sempre aperto il campo ad arbitraria de¬ 
finizione di essa e conseguenti limitazioni, rese 
necessarie dal criterio di convenienza. 

Ammessi anche quei limiti, e realizzata la 
libertà nella misura del possibile, il nostro senso 
di giustizia non sarebbe soddisfatto dinanzi ai 
risultati fatali d’una concorrenza vitale, che con¬ 
cluderebbe coll'inesorabile sconfitta dei deboli e 
dei diseredati. Il qual senso di giustizia affinato 
dal consorzio, prima facie , sembrerebbe più sod¬ 
disfatto dall’ideale socialistico d’un'equa distri¬ 
buzione, fondata sul principio d’un integrale com¬ 
penso del merito in correlazione d’un servigio o 
d’un lavoro prestato. Ma non possiamo nascon¬ 
derci che, quando cerchiamo di precisare questo 










6o 


GIUSTIZIA 


principio, incontriamo nuove e non minori diffi¬ 
coltà (i). 

Queste difficoltà appunto ci consigliano d’ab¬ 
bandonare la vana ricerca di un ideale di giu¬ 
stizia assoluta, e ci fanno ritornare, qui come 
altrove, ad un criterio di relatività, di natura 
essenzialmente utilitaria, nel senso cioè di affer¬ 
mare che l'ideale di giustizia, alla cui stregua 
commisureremo gli atti individuali e collettivi, 
sia la loro conformità alla generale legge del 
progresso. 

L’indice del progresso sociale è l’allungamento 
della vita umana, in altre parole un più compiuto 
adattamento a quel fascio d’energie che com¬ 
pongono il cosmo; nel cui ambito siamo obbli¬ 
gati a svolgerci. Tutte le forinole astratte sono 
metafisicherie. Di positivo non sappiamo che 
questo : l’abitatore della terra deve, per la legge 
stessa della sua esistenza, vivere sopra di essa 
quanto più a lungo è possibile. Tutte le tras¬ 
formazioni sociali dall'età paleolitica al giorno 
d’oggi hanno camminato in questa direzione. Di¬ 
scutere della priorità del progresso economico 
su quello morale ed intellettuale è un puerile 
non senso. In realtà questa distinzione è un puro 
arbitrio, poiché si tratta della stessa cosa, veduta 
sotto diversi angoli visuali. 

La nostra moralità è un equilibrio, nella grande 
maggioranza dei casi assai instabile, tra le nostre 


(i) Sidgwick, op. cit., pag. 292 e seg. 














CAP. II - LA GIUSTIZLA COME IDEA ED EMOZIONE 6l 


tendenze e la pressione che sopra di noi eser¬ 
cita la consuetudine sociale. Ogni turbamento, 
sia che venga dall'interno come passione, sia che 
sorga all'esterno come spostamento delle rela¬ 
zioni consorziali, produce quest’effetto : l'equi¬ 
librio è rotto e la vita morale abbassa più o 
meno il suo livello sotto la media normale. 

Nelle circostanze ordinarie della esistenza il 
37° di temperatura morale si ottiene quasi auto¬ 
maticamente dalla mediocrità umana, un po’ per 
quel tanto di rcstraint che l’educazione ha de¬ 
positato in noi, e un po’ per lo stesso stato di 
pressione sociale, in cui si trova il mezzo am¬ 
biente, nel quale ci moviamo. Gli uomini moral¬ 
mente superiori sono quelli che hanno eccezio¬ 
nalmente elevata la potenza dei freni personali, 
sottraendosi in pari tempo allo scarto derivante 
dall’impulso emozionale ed a quello che nasce 
dalla diminuita resistenza sociale. 

Ed è ciò, che costituisce il carattere ossia la sta¬ 
bile unificazione della propria coscienza morale in 
un sicuro equilibrio, capace di resistere agli urti, 
sia interni dell’emozione, sia esterni della sug¬ 
gestione, subordinando la condotta ad una dire¬ 
zione costante. È fuori di dubbio che un tale stato 
è più facilmente raggiunto dai temperamenti 
semplici, che dai complessi, dai volontari più 
che dagli intellettuali. 

I grandi caratteri morali sono più frequenti 
forse nelle società meno avanzate, accompagnano 
piuttosto la vita degli individui, che sentono l’im¬ 
pero della fede o religiosa o politica, che non 




62 


GIUSTIZIA 


gli uomini d'arte o di scienza troppo emotivi o 
troppo scettici. Bisogna avere nel cervello poche 
idee chiare, pochi principi saldi, e andare avanti 
con quelli, facendo roteare la propria vita intorno 
a quell’asse centrale solidamente 1 Le abitudini 
critiche, il prò e il contra d'ogni cosa, disorien¬ 
tano il giudizio e sfibrano la risoluzione, ren¬ 
dendo 1 uomo colto più facile preda dell’azione 
contradditoria. Il santo e il fanatico sono forse 
in fondo i caratteri più temprati. Si può però 
dubitare, che socialmente parlando, la loro con¬ 
dotta riesca in conclusione più profittevole di 
quella di cento, di mille altre mediocrità, nè an¬ 
geli nè demoni, nè carne nè pesce. 

La felicità collettiva più che dallo sforzo di 
qualche volontà energica o dallo slancio di qualche 
grande cuore, dipende da mille concessioni e 
mille piccoli compromessi reciproci. Non è poi 
improbabile che al tirar delle somme, abbiano 
più contribuito al nostro reale e attuale benessere 
le opere meschinissime di centomila anime vol¬ 
gari, che non gli eroismi sentimentali di qualche 
dozzina d'apostoli della giustizia e della verità, 
che compongono il libro d'oro dell'aristocrazia 
morale. 








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CAPITOLO III. 

I frutti del lavoro e la loro distribuzione 
secondo giustizia. 


II problema della giustizia ha due faccie: 
quella positiva della distribuzione, che forse è 
più opportuno dire d ella retribuzion e; quella ne¬ 
gativa della repressione, anche questa forse meglio 
indicata coll’espressione di giu stizia riparatrice . 

Ora si tratterebbe di trovare per ciascuno 
dei due aspetti della giustizia la sua forinola 
adeguata. 

Cominciamo dal primo quesito, che potrebbe 
essere posto in questi termini: a chi debbono, 
secondo ragione e giustizia, appartenere i frutti 
delle cose utili, intorno alle quali si è ap plicato 
il lavoro umano ? La società, in un momento qua- 
lunque~ 3 ella sua esistenza, offre all’uso dei con¬ 
sociati una massa maggiore o minore di ricchezze, 
ossia di utilità di diversa natura atte a soddisfare 
una molteplicità di bisogni fisici e morali. Sotto 












64 


GIUSTIZIA 


l’impulso del bisogno e dell’istinto d’imitazione, 
tutti gli uomini, fatte pochissime eccezioni, ten¬ 
dono all'acquisto di queste utilità, di cui si può 
molto presumibilmente ritenere che la quantità 
totale è assai inferiore al bisogno complessivo 
di tutti i concorrenti; e già questo fatto solo co¬ 
stituirebbe, come molte volte gli economisti dello 
sfatte quo hanno avvertito, un ostacolo insor¬ 
montabile alla realizzazione della felicità di tutti, 
fondata sovra un rapporto di pura eguaglianza. 

Vero è, che però non si vede come ciò possa 
giustificare l’accaparramento di porzioni ingen¬ 
tissime della fortuna complessiva, ben oltre ad 
ogni concepibile bisogno, per parte di alcuni po¬ 
chissimi, mentre per ciò solo la grande maggio¬ 
ranza ne resta necessariamente privata. 

Per ciò che riflette l’attuazione della giustizia 
distributiva il problema, che si deve risolvere, è 
quello d’una equa ripartizione de’ frutti. L’uomo 
non è nel mondo, come il biblico Adamo nel¬ 
l’Eden, in un giardino lussureggiante di ricchezze, 
per modo ch’egli non abbia che da stendere la sua 
mano per prendere quanto più gli piaccia c sod¬ 
disfare la sete incalzante de’ suoi desideri. La 
coincidenza tra il dono spontaneo della natura 
e il bisogno umano è l’eccezione. La regola è 
la dissociazione tra questi termini, e il lavoro 
umano è quasi sempre il fattore che attua que¬ 
st'equazione. 

L’utilità che le cose hanno, ossia la loro ap¬ 
plicabilità alla soddisfazione dei nostri bisogni, 
è ciò che comunemente chiamiamo il valore 







CAP. Ili • I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


65 


degli oggetti ; ora questa qualità vantaggiosa è 
quasi sempre il risultato d’un processo di mani¬ 
polazione, per cui si realizza il loro adattamento 
alle nostre necessità fisiche e morali. Questa me¬ 
tamorfosi dal naturale all’artificiale è lavoro. 

11 lavoro è adunque il maggior coefficente del 
valore, sempre quando sia applicato a creare le 
utilità, e queste sono indicate dal bisogno. 

In una dottrina giuridica relativa ai frutti, bi¬ 
sogna abbandonare il punto di vista classico, che 
li considera come prodotti organici (organiscke 
Erzeugnisse) delle cose naturali, uniti quindi per 
un vincolo di accessoria dipendenza a quegli 
oggetti, che formano la materia precipua del di¬ 
ritto superiore di proprietà (accessori-uni sequitur 
principalej, per accogliere il concetto nuovo di 
giustizia che emerge da una più chiara coscienza 
dei rapporti economici, e che fa capo all’idea 
fondamentale di lavoro e considera la ricchezza 
come un risultato sociale, e i frutti come pro¬ 
dotti superorganici (1). 


(1) Sul concetto di frutto conf. Heimbach, Die Lehre 
von der Frucht, 1843. — Janke, Dos Fruchtrecht des red- 
lichen Besitzers und des P/andg/aubigers, 1862. — 
Goppert, Ueber die organischen Erzeugnisse, 1869. — 
Brinz, Lehrbuch der Pandekten, 1873 ,1 B, S. 546-554. — 
Windscheid, Lehrbuch des Pandektenrechts, 1882 ,1 B, S. 
591-598. — Leo von Petrazycki, Die Lehre vom Einkom- 
men. Berlin, 1893, I B, S. 6-12; dove illustra molto bene il 
passaggio dalla unilaterale ed oggettiva concezione del 
frutto come un prodotto della natura a quella che lo consi¬ 
dera soggettivamente in relazione all’uomo come un ri¬ 
sultato del suo lavoro. La teoria naturalistica dei frutti è 


Zrso Zini. Giughi». 


U 







66 


GIUSTIZIA 


Ricercare la causa della continuità nella tra¬ 
dizione giuridica di Roma e della sua persistente 
azione nel sistema odierno di diritto è problema 
storico, che non può qui occuparci. Constatiamo 
soltanto il fatto. « Un biologo può da un solo 
frammento fossile ricostrurre tutta la forma di 
un animale primitivo. Analogamente può dirsi 
degli istituti sociali. Ma nel caso nostro se do¬ 
mani si desse ad un sociologo l’incarico di de¬ 
terminare, partendo dal Codice come da un 
documento storico, a qual grado dell’evoluzione 
civile appartenga la società ivi descritta, e di ri¬ 
costruire su di esso tutto l’edificio del corrispon¬ 
dente corpo sociale, certo quel dotto e brav'uomo 
andrebbe ad urtare in ostacoli insormontabili. 
Da talune parti del Codice trarrebbe la conclu¬ 
sione, che al momento della sua compilazione, 
quel popolo si occupasse quasi esclusivamente 
d'agricoltura e che ad ogni modo la grande pro¬ 
duzione industriale dell'epoche posteriori non 
esistesse, che le relazioni del credito fossero an¬ 
cora alla loro fase embrionale, che la cosidetta 


in fondo provvidenziale e teologica, come appare dal 
citato passo di Galvanus, De usufructu dissertationes 
variae, 1788, pag. 327: “ Generari lapides e terra fri- 
gefacta geluque conscricta docet Plutarchus. Notandum 
igitur est lapides nasci, vivere, crescere, mori, renasci sic 
providente creatore, qui voluit edam viscera terrae am¬ 
mani ud, vel abjecdssima mundi portio miraculis omnipo- 
tentiae divinae superbiret,,. Il frutto è una sua creazione: 
“ is tantum fructus naturalis est, qucm res aliqua natu- 
raliter et se ipsa producit, cum a ferendo ipsum quoque 
fructus nomen sit derivatum ... 




CAP. Ili - 1 FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


67 


questione sociale non fosse ancora sorta, che il 
lavoro libero rappresentasse ancora una parte 
insignificante dell'economia nazionale. È vero che 
d’altra parte cercherebbe invano gli schiavi, e la 
traccia della produzione servile, che stava a base 
dell’antica società. Cosicché dovrebbe conchiu¬ 
dere che le disposizioni del Codice non offrono 
per nulla il vero ritratto dello special grado di 
civiltà, del quale pure è chiamato a regolare i 
rapporti » (1). Ed è vero, poiché le relazioni sociali 
dell’antica Roma prevalgono invece delle moderne. 

Nessun dubbio che il mondo economico mo¬ 
derno non può essere contenuto in una veste 
legislativa cavata fuori dal Corpi/s juris. Esso 
domanda che gliene sia tagliata una più comoda 
c nuova nella viva stoffa dei rapporti sociali, che 
la società ha elaborato. 

L’economia del mondo antico à per fulcro 
la schiavitù. In un siffatto sistema i rapporti tra 
capitale e lavoro sono profondamente spostati. 
La questione sociale, almeno come l’intendiamo 
oggi giorno, non esiste ancora. Ciò che con 
quella si confonde dai più é il pauperismo, cosa 
assai diversa. Giudicare le leggi agrarie o fru¬ 
mentarie, l'agitazione dei Gracchi o la complicata 
legislazione sul panis gradilis (2) come prodromi 
del movimento sociale contemporaneo, è indizio 
di corta veduta, di mancanza di critica nell'ap- 


(1) L. von Petrazicki, op. ci/., II B, 1895, S. 45 °- 

(2) Hodgkin, ltaly and her invaders. Oxford, 1892, 
voi. Il, pag. 565 e seg. 












68 


giustizia 


prezzamelo dei fatti storici. Se fosse vera la de¬ 
filimene grossolana, che i Tedeschi hanno dato 
della questione sociale nell’aforisma die soziale 
rage ist eme Magenfrage , essa sarebbe dav¬ 
vero antica come il mondo. Ma in verità v’è qui 

qualchecosa di più che una semplice questione 
di stomaco. 

Il pauperismo è un fenomeno patologico, che 
accompagna la vita della società umana, più o 
meno acuto, più o meno latente, secondo il grado 
i civiltà o 1 intensità delle crisi economiche. Il 
suo triste spettacolo si offre tuttora ai nostri 
occhi tra i miracoli della nostra attività scientifica 
e della nostra ricchezza industriale, tanto da far 
esclamare al Brunetière, dinanzi alla miseria nera 
d una grande città americana: * Quanti misera- 
ih ci vogliono per fare una metropoli del 
AlX secolo! » (i). 

L oriente in tutte le sue legislazioni e in tutte 
e sue religioni, da Buddha a Maometto, ha com¬ 
battuto questo flagello coll’elemosina. È questo 
Io specifico somministrato per secoli di cura al 
gran corpo malato, senza che l'attesa guarigione 
sopraggiungesse. Forse si era confuso il veleno 
coll’antidoto. 

A Roma, il pauperismo, che finisce alla cerchia 
de le mura, prende un aspetto essenzialmente 
politico. La grande capitale dell'impero, che ha 


(x) F. Brunetière, Dans l'Est America,,,. 
des deux-Mondes i« nov. i8q 7 . 


Revue 








CAP. U 1 • I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


69 


spogliato il mondo a suo profitto, sacrifica una 
quota minima del bottino per saziare lo stomaco 
della sua plebe oziosa e miserabile. Impossibile 
confondere la famelica e sfaccendata plebe di 
Roma col proletariato del tempo nostro. 

Il lavoro libero era allora depresso dal lavoro 
servile; il capitale comperava non il lavoro sol¬ 
tanto, ma lo stesso lavoratore, lo schiavo, acqui¬ 
stando sopra di esso un diritto pieno, assoluto, 
duraturo. Il tipo di legislazione, che si dovette 
formare allora per regolare i rapporti nascenti 
da una siffatta condizione, non può adattarsi ad 
una società, che ha per base della sua vita eco¬ 
nomica il contratto, e la legge dell’offerta e della 
domanda. 

La società classica non ha prodotto mai la 
persona libera di sò, responsabile dei suoi atti e 
padrona della sua attività, in altre parole l’uomo, 
che sotto ogni aspetto della vita sua, e sopratutto 
sotto quello economico, provveda a se stesso, e 
governi se stesso, l’individuo del self-help e del 
self-government ; il cui tipo energico spicca così 
bene nella civiltà industriale e democratica d’In¬ 
ghilterra e d’America. Certo si parla spesso in 
Roma della persona sui juris, ma essa è pura 
astrazione, finzione giuridica. In realtà la vita ro¬ 
mana è rimasta alla fase della fatnilia e del- 
\urbs. L’individuo non esiste, l’uomo è civis o 
paterfamilias. Civitas e patria potestas , ecco i 
due maggiori diritti che competono alla persona. 
Insomma è l'uomo nel gruppo, civitas, gens , fa- 
milia , è sempre il regime comunitario e corpo- 



?o 


GIUSTIZIA 


rativo proprio del mondo antico, esso si perpetua 
trasformato nel medio-evo colla feudalità, col 
convento, colla maestranza, col Comune. 

Il diritto, che emerge da questo sistema di re¬ 
lazioni, è essenzialmente corporativo, e deriva 
all'uomo più dalla sua posizione nel gruppo che 
dal suo sforzo personale. Nè poteva essere di¬ 
versamente in una società, nella quale il lavoro 
non crea il diritto. 

L’opera servile produce la ricchezza a favore 
di chi possiede lo schiavo, nell’agricoltura o nel¬ 
l'industria. Al di sopra di queste jumili forze 
produttrici, stanno la professioni liberali con un 
carattere prevalentemente gratuito, le cariche 
ad honorem , le gestioni degli affari altrui e degli 
altrui patrimoni (mandatimi e depositata), adem¬ 
piute come officium o amicitia , senza com¬ 
penso (i). 

Ora non è chi non veda quanto i termini si 
siano spostati. Mentre, nella società antica, di cui 
il diritto romano è l’espressione formale, il la¬ 
voro personale non crea il diritto economico, 
perciò appunto ch’essa è basata sul privilegio di 
casta, di classe o di città, e quella civiltà non 
perviene mai all'idea dell’uomo libero, lavora¬ 
tore e produttore, il mondo moderno ha consa¬ 
crato questo principio della libertà di lavoro ed 
ha organizzato un sistema complesso di produ¬ 
zione che ha per fondamento la cooperazione. 


(1) Petrazicki, op . cit ., II, 442. 








CAP. Ili - I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


71 


La terra è diventata sotto i nostri occhi una 
vasta e maravigliosa officina di trasformazione e 
specificazione industriale. L’intelligenza umana, 
servita da una molteplicità di organi meccanici 
ognor più differenziati ed adatti, plasma la ma¬ 
teria e crea la forma industriale, il manufatto, 
l’oggetto d’uso, in altre parole attua l'utilizza¬ 
zione umana del mondo. Il problema della giu¬ 
stizia distributiva è il problema della equa ap¬ 
partenenza dei frutti del lavoro sociale. Invano 
noi domandiamo la sua soluzione ai nostri sistemi 
di diritto civile, infeudati all’idea tradizionale ro¬ 
mana d’un dominium ex iure quìritium , che va 
fino a W'u tendi ed abutendi della cosa, che con¬ 
cepisce il diritto di proprietà come una terribile 
forza d’attrazione, che come una legge di gravità 
giuridica fa ripiombare sul proprietario, quanto 
avendo avuto o potendo avere attinenza coll'og¬ 
getto da lui posseduto, rientra nel circolo magico 
del suo dominio. Nè deve maravigliarci se il 
mondo classico, Roma specialmente, abbia svolto 
in tutta la sua forza il concetto del proprietario 
(dominus) e della proprietà (dominium ex iure 
quiritium). Questa astrazione giuridica è nata in 
opposizione dello schiavo (servus) e dello straniero 
(kosiis , peregrinile), e si è fortificata sotto l’impero 
predominante della forza. Al contrario oggi si svi¬ 
luppa in più larga misura l’idea dell’usufrutto e 
del godimento. Le proprietà perdono quel ca¬ 
rattere di esclusiva distribuzione e di rigida ap¬ 
partenenza ed adesione ad un uomo o ad un 
consorzio, per assumere un valore di posizione 





72 


GIUSTIZIA 


molto relativo, rispetto a chi ne ha il godimento. 
Non è possibile valutare fino a qual punto il cri¬ 
stianesimo abbia contribuito a svolgere questa 
coscienza della transitorietà e della fugacità dei 
beni di questo mondo, dando al vincolo che 
unisce la ricchezza all uomo un valore di relativa 
dissolubilità e di fortuita adesione, cui l'uomo 
non deve attribuire molta importanza. Ciò in 
complesso ha dovuto indebolire il rude senso del 
possesso creato dalla forza nei tempi classici. 
L elasticità del rapporto economico moderno e 
la larga sostituzione del simbolo sotto tutte le 
forme (carta moneta , rendita , titoli industriali , ecc.) 
alla proprietà reale, creano certo la condizione 
più favorevole alla formazione della coscienza 
dell’usufrutto. 

Il grande proprietario moderno è più che altro 
un amministratore; alla dissipazione lussuosa an¬ 
tica, che ha per base 1 egoismo, si sostituisce 
progressivamente l’uso sociale della ricchezza 
nell'incremento dell’industria, della coltura, della 
beneficenza (i). 

Le grandi fortune patrimoniali appartengono 
oggi all’uomo più come mezzo di produzione e 


^ fi) Sono i concetti espressi dal miliardario Andrew 
Carnegie sulla funzione della ricchezza. — Confr. Wundt, 
Ethics (trad. ingl.), voi. Ili, London, 1901, pag. 129-200: 

I roppo diffusa è l’insensata nozione che la proprietà 
è un diritto, al quale non corrisponde un dovere „, “ la 
pubblica coscienza è sempre più vigile verso le forme im¬ 
morali dell’acquisto, che verso quelle immorali dell’uso 










CAP. Ili - I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


73 


di potenza economica o politica, che non come 
mezzo di consumo. Si è per così dire verificato 
col progresso civile un livellamento nella poten¬ 
zialità della spesa individuale, per cui il ricco 
oggi è tale più per quello che fa che per quello 
che consuma. La ricchezza diventa nelle sue mani 
una vera funzione sociale. Il palazzo favoloso di 
un nabab, le vesti di seta e d’oro, il servitorame, 
i banchetti, Xharem , ecc., in una parola il lusso 
asiatico, il fasto del patrizio romano, la corte 
bandita e le baldorie del castellano medioevale, 
la mensa del canonico, ecc. (i), tutto a poco a poco 
scompare dinanzi alla democratizzazione della 
vita, e il denominatore comune d'uno standard 
oj life medio, realizzato e generalizzato dal com¬ 
fort > dallo sport , dalla strada ferrata e dall 'hotel, 
per modo che un individuo, che maneggia mi¬ 
lioni di affari vive, alloggia, veste, mangia e si 
diverte press'a poco come il modesto impiegato 
a poche migliaia di lire di stipendio. 

L’uomo moderno è essenzialmente un produt¬ 
tore; ma non basta; questo concetto deve coni¬ 


li) Sul lusso della nobiltà francese nel secolo XVII 
vedi G. Hanotaux, Histotre dii Cardinal de Richelieu. 
Paris, 1896, tom. I, pag. 225. Un abito solo costava da 
tre o quattro mila lire, e un gentiluomo ne cambiava 
parecchi. “ Toute la noblesse du royaume étoit fondue 
de luxe „ diceva Luigi XIII. Oggi questo sperpero pel 
vestiario si è trasferito, benché in proporzioni minori, 
nella donna. — Sul lusso femminile in Italia nel se¬ 
colo XIV vedi Ph. Monnier, Le Quattrocento. Lausanne, 
1901, I, pag. 72. 


Zino Zini, Giustizia. 


10 





74 


GIUSTIZIA 


pletarsi con quest'altro: l’uomo moderno è es¬ 
senzialmente un cooperatore ; produzione e 
cooperazione sono i due cardini della vita eco¬ 
nomica moderna (]). 

Quindi una dottrina giuridica del frutto e della 
sua legittima appartenenza deve foggiarsi corre¬ 
lativamente a queste nuove condizioni di fatto, 
realizzate dal consorzio umano nell’attuale fase 
del suo sviluppo industriale. La giustizia esige 
il rispetto della realtà storica. Le contraddizioni 
tia il fatto e il diritto si traducono in iniquità. 

Ora se noi ci domandiamo quale concetto si 
fa la legge civile di frutto, e in base a tal con¬ 
cetto come ne fissi l’appartenenza, scorgiamo 
subito quanto di inadeguato, e quindi di ingiusto, 
sia nella costruzione giuridica, e perciò nella 
forinola legislativa, che a quella s’informa. 

Persiste infatti tuttora nella legge l’idea del 
frutto come prodotto naturale, la quale si formò 
nel diritto antico, per la convergenza di diversi 
fattori d’indole taluno psicologico, tal altro so¬ 
ciale. I giureconsulti romani non vi hanno visto 
che il risultato delle forze attive della natura, 
ciò che dovette anche dipendere, oltre che dal 


(i) L. Stein, La question sociale au point de vuc piti- 
losop/iique, Paris, 1900, p. 349. - Albion W. Small, 
General Sociology, Chicago, 1905, dimostra che la civiltà, 
come organizzazione dei fini, è un alterno processo 
d’emersione di interessi privati sotto la pressione del 
bisogno personale, e di riduzione di questi stessi inte¬ 
ressi al denominatore comune dell’utilità sociale. 








CAP. Ili - I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


75 


carattere rudimentale della industria e della man¬ 
canza della coordinazione economica, dalla pre¬ 
valente concezione animistica e personale della 
natura e delle sue forze (alma tellus). Come tutto 
ciò è oggi profondamente mutato, e come balza 
chiaro ai nostri occhi il significato profondamente 
sociale del frutto, che ha il lavoro umano associato 
per sua condizione assoluta ! Una teoria nuova, 
coll’intervento deH’elemento sociale, si lascia già 
intravedere feconda di larghissimi corollari per 
l'attuazione della giustizia distributiva. 

11 concetto abituale del frutto naturale, pro¬ 
dotto organico, perde terreno ed è sostituito da 
quella del frutto prodotto supcrorganico nel 
senso spenceriano, poiché è stato giustamente 
osservato, che non valgono le leggi della biologia, 
bensì quella dell’economia e della sociologia 
nelle costruzioni giuridiche (i). 

Tuttavia l’arresto di sviluppo e la cristallizza¬ 
zione conservatrice, che sono la caratteristica dei 
sistemi legali, ci riconducono ancor oggi alla tradi¬ 
zionale concezione del frutto della dottrina ro¬ 
mana, quando leggiamo ancora nel nostro Codice : 
« i frutti naturali e i frutti civili appartengono per 
diritto d'accessione al proprietario delle cose che li 
produce. Sono frutti naturali quelli che proven¬ 
gono direttamente dalla cosa, vi concorra o non vi 
concorra l'industria dell’uomo. Sono frutti civili 
quelli che si ottengono per occasione della cosa» (2). 


(1) Petrazicki, op. a/., I B, S. 7. 

(2) Cod. civ., art. 444. 









76 


giustizia 


Con quanta ipocrita modestia questo umile 
articolo di legge risolve in un batter d'occhio 
uno dei problemi fondamentali dell’economia e 
del diritto ! 

Parlare di (rutti naturali provenienti da cose, 
senza che vi concorra il lavoro umano, supporre 
in altri termini la spontaneità del frutto, il sem¬ 
plice dono della natura, è quanto meno una bella 
ingenuità nel nostro mondo meccanico, dove tutto 
è diventato industria, e dove ogni industria, spe¬ 
cializzandosi e corredandosi pel proprio esercizio 
di mezzi tecnici sempre più complessi, suppone 
una crescente applicazione di lavoro umano. Ma 
non è ancora qui il nodo della questione. Poiché 
si tratta dell’equa aggiudicazione dei frutti delle 
cose, intorno alle quali si è applicata una somma 
maggiore o minore di lavoro, sorge spontanea 
la domanda: quali sono i diritti di questo lavoro? 
quali i diritti di chi già detiene la cosa lavorata 
come proprietà? Poiché questo è il fatto, che le 
piesenti condizioni economiche realizzano quo¬ 
tidianamente e che il legislatore, che ha gli occhi 
al passato, per sempre morto nella storia, non 
sembra neppur sospettare; la dissociazione costante 
tra materia prima, stromenti e mezzi di produ¬ 
zione, e lavoro trasformatore e creatore di ric¬ 
chezze! L insufficenza legislativa appare manifesta, 
quando per troncare la questione si provoca l’in¬ 
tervento inaspettato d’un Deus ex mackina , sotto 
forma di diritto d’accessione, per cui i frutti delle 
cose sono fatalmente attratti verso il proprietario 
di esse. 









CAP. Ili - I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


77 


Accessio cedit principali. Ecco un canone giu¬ 
ridico ereditato dalla romanità e formatosi nella 
società classica, sotto l’azione di peculiari con¬ 
dizioni economiche, che oggi si sono profon¬ 
damente mutate. Infatti il concetto dell’acces¬ 
sione dei frutti al proprietario della cosa, è la 
logica creazione d’una società a schiavi, in cui 
il lavoro umano servile non era un elemento 
attivo, ma esclusivamente passivo nella produzione 
della ricchezza. Lo schiavo sul terreno del pa¬ 
drone lavora, il terreno produce, lo schiavo, il 
terreno, i frutti sono del dominus del fondo. 
Questo è il fatto reale, indipendente da ogni 
speculazione filosofica o costruzione giuridica, 
precedente ad ogni aforismo e ad ogni teoria. 
Ex facto oritur jus. Più tardi, trattandosi di de¬ 
finire in un sistema di legge e di dottrina, in 
base a qual principio giuridico il proprietario di 
un fondo possa detenere le piantagioni, che altri 
vi abbia seminate, ovvero come possa dichia¬ 
rarsi proprietario dell’edifizio, che altri vi abbia 
innalzato, sorse il concetto d’accessione, che è 
caratteristico per l’essenza del dominio, e sta a 
rappresentare un elemento organico della pro¬ 
prietà romana, l'attrazione materialistica, che 
questa esercita su tutto ciò, che rientra nel suo 
chiuso recinto e indirettamente anche la repul¬ 
sione a tollerare entro la sua sfera diritti stra¬ 
nieri (i). 


(i) Bonfante, Istituzioni di diritto romano. Milano, 
1902, pag. 225 e seg. 








78 


GIUSTIZIA 


Cosicché, se ben si guarda in fondo all’isti¬ 
tuto dell’accessione romana, v’è come un conflitto 
tra due forze giuridiche, quella rappresentata dal 
dominio, e quella rappresentata da un valore se¬ 
condario, che al primo si aggiunga, che in quello 
s’incorpori per modo che il conflitto termina colla 
vittoria del più forte (i). 

Ma questo medesimo concetto di principale 
ed accessorio, introdotto nei diritto odierno per 
risolvere il problema della legittima appartenenza 
dei frutti, è un assurdo, poiché o la loro acquisi¬ 
zione ò basata sopra un diritto sulla cosa che li 
produce, ovvero è basata sopra un rapporto di 
persona o quanto dire un contratto. Ad ogni 
modo non c’è qui conflitto giuridico tra princi¬ 
pale od accessorio come nel concetto romano, 
c'è anzi cooperazione, collaborazione per il pro¬ 
dotto nuovo, ogni qualvolta, come può dirsi nel 
mondo economico moderno accade quasi sempre, 
sia necessario alla creazione dell’ utilità il con¬ 
corso del lavoro umano. Ora il più elementare 
senso di giustizia vuole, che là dove il fatto della 
cooperazione produttiva si manifesta, al diritto 
d’accessione, che è l’espressione del diritto del 
più forte nella meccanica giuridica, si sostituisca 
il concetto nuovo dell’equa partizione del fratto 
ottenuto. 

Si può veramente dire che il diritto antico 
non abbia conosciuto questo problema, divenuto 


(i) Bonfante, op. cil., pag. 234. 







CAP. Ili - I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


79 


oggi così comune della trasformazione della ma¬ 
teria prima per effetto del lavoro e la conseguente 
creazione di un valore nuovo? feenza dubbio no; 
soltanto che le condizioni particolari della pro¬ 
duzione economica ne fecero piuttosto un’ecce¬ 
zione che non la regola ordinaria, cosicché sotto 
un prevalente sistema di lavoro servile, applicato 
ad una proprietà assoluta ed esclusiva, non potè 
sorgere di fronte a qualche sporadico caso di 
opera industriale libera, altra preoccupazione 
che quella di una curiosità giuridica, una eie- 
gantia juris, qual’è veramente in diritto romano 
la dottrina della specificazione, colla sua ben nota 
disputa tra Proculeiani e Sabiniani (i). 

11 pensiero di questi ultimi, dinanzi al quesito: 
ex aliena materia speciem aliquam facere , de¬ 
sunto dalla nattiralis ratio , è che il proprie¬ 
tario della materia acquisti anche la proprietà 
della nuova cosa prodotta, mentre i Proculeiani 
propendevano per la soluzione opposta. Era il 
concetto dei Sabiniani più antico e meglio ri¬ 
spondente alla classica concezione della proprietà 
romana, per cui essa aderisce alla sostanza delle 
cose, per modo che sia naturale conseguenza 
dell'idea di dominio, che il proprietario della ma¬ 
teria rimanga anche proprietario dell’ oggetto 
fabbricato con essa? Può essere; e in tal caso 
questo principio corrisponderebbe anche alle con¬ 


fi) O. Karlowa, Romische Rechtsgeschichie. Leipzig, 
1892, Il B, I Ab, S. 427, ff. — Bonfante, op. cit., pa¬ 
gina 230. 









8 o 


GIUSTIZIA 


dizioni reali dei tempi antichi, quando ciascuno 
doveva essere allora, rispetto ai suoi rapporti 
economici, in condizioni d’isolamento, ciascuno 
doveva produrre coll’aiuto degli schiavi e della 
famiglia quello di cui abbisognava. 

Che taluno poi qua e là abbia potuto lavorare 
talvolta intorno a materia aliena, può essere ac¬ 
caduto, ma dovettero essere casi rari, che non 
potevano dare sufficente motivo per creare un’ec¬ 
cezione al principio sostanziale del concetto di 
proprietà. Come poi la divisione del lavoro si 
formò, e le industrie di fabbricazione si organiz¬ 
zarono con una certa estensione, potè anche 
esser fatto valere il pensiero, che dovesse appar¬ 
tenere al fabbricante la proprietà sul fabbricato 
in ogni caso. Quindi dovrebbe essere il cangia¬ 
mento successivo nei rapporti reali, che ha pro¬ 
vocato l’opinione dei Proculeiani. 

Questo non è però il pensiero di qualche ro¬ 
manista competentissimo, il quale dubita che ve¬ 
ramente così tardi sia l'industria diventata un 
ramo della produzione per sè stante presso i Ro¬ 
mani (i). Forsechè soltanto verso la fine della Re¬ 
pubblica hanno i proprietari rurali romani comin¬ 
ciato a produrre vino ed olio anche per uso 
altrui e a farne commercio? Hanno gli abitanti 
delle città, specialmente di Roma, fatta eccezione 
dei ricchi, i quali possedevano molti schiavi, po¬ 
tuto produrre da sè con proprio materiale tutto 


(i) Karlowa, op . cit . 







CAP. in - I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


8l 


ciò che esige il bisogno della vita? Secondo il 
suo pensiero anche i Sabiniani vedono in quel 
ex aliena materia speciem aliquam facere la in¬ 
tenzionale creazione di cosa nuova per mezzo 
d'un fatto umano e non soltanto un mutamento 
della stessa cosa. Scompare il primitivo oggetto 
e Gaio parla della cosa manipolata come d’una 
extinta res, nuovo è l’oggetto del diritto, diversa 
è la proprietà su di esso dalla proprietà sulla 
materia. Certo la proprietà comprende anche la 
sostanza contenuta nella forma della cosa, ma 
la forma non è indifferente per l’identificazione 
dell oggetto del diritto. Un completo rimaneg¬ 
giamento della cosa, come annientamento della 
forma preesistente, è annientamento dell'oggetto 
del diritto, ossia annientamento del diritto stesso. 
Poiché la proprietà abbraccia anche la materia, 
può anche, secondo la concezione dei Sabiniani, 
produrre che il proprietario del primo oggetto 
del diritto acquisti la proprietà del nuovo oggetto 
del diritto. Che, secondo il concetto di Gaio, la 
specificazione annienti l’antico oggetto e il cor¬ 
rispondente diritto di proprietà, risulta da ciò 
ch’egli non pone a fondamento dell’opinione dei 
Sabiniani : quia eadem res est, sed quia sine ma¬ 
teria nulla species effici potest. 11 proprietario 
della materia acquista la proprietà del nuovo 
oggetto del diritto, perchè questa, senza la preesi¬ 
stente contenutavi materia non avrebbe potuto 
sorgere. E allora trattandosi di cosa nuova , sorta 
intenzionalmente per fatto umano, la naturalis 
ratio, sembra al Karlowa che, secondo il carat- 


Zino Zini, Giustizici. 


Il 








82 


GIUSTIZIA 


tere morale e giuridico romano, che dà maggior 
peso al fatto che alla materia, debba dichiararsi 
in favore del trasformatore. L’impronta perso¬ 
nale imposta alla materia indica il dominus di 
essa. Noi non vogliamo impegolarci di più in 
queste sottili bisantinerie del diritto e della sua 
interpretazione; ma è dubbio, che la personalità 
di cui ragiona il Karlowa sia quella personalità 
di lavoro e di produzione economica, che forma 
oggi la base della più moderna rivendicazione 
al prodotto integrale del lavoro (i). A Roma ha 
prevalso il concetto pubblico sul privato. L’an¬ 
tichità, che dal più al meno è comunitaria e col¬ 
lettiva nell ’oikos o nella polis, non conosce nò 
il lavoro, nè la coscienza personale. Ma nel tempo 
nostro, la progressiva emancipazione dell’ indi¬ 
viduo gli ha fatto acquistare un valore personale, 
che si esplica nell’ ordine economico, come in 
quello morale. 

Tutto oggi è lavoro; non si può più parlare 
di frutti senza concorso di lavoro umano. Quindi 
il criterio proporzionale del diritto riposa oggi 
sul lavoro personale, in rapporto alle generali 
condizioni della società, cioè apprezzato dal punto 
di vista dell'utilità collettiva. Se specificazione è 
la trasformazione della materia, tutto il processo 
industriale è una continua specificazione, com¬ 
piuta sulla base d’un contratto, che non deve 


(i) A. Menger, Le droit an prodiiit integrai da travati . 
Paris, 1900. 







CAP. in - I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


83 


essere solo imposto come una necessità econo¬ 
mica, ma accettato come una giustizia sociale. 

Se la questione sociale è, per la massima 
parte, la questione della distribuzione dei frutti, 
essa non si può risolvere senza prendere come 
punto di partenza il lavoro, che è il precipuo 
fattore della trasformazione specificatrice. 

Il fondo dell’economia moderna è un vasto 
sistema di collaborazione, che tende a farsi sempre 
più cosciente e perciò ad affermarsi in correla¬ 
tivo sistema di diritti riconosciuti. La ricchezza 
è il prodotto del lavoro intellettuale e tecnico 
coordinato, e la grande industria ha centuplicato 
la forza creatrice di questo lavoro, sussidiato 
dalla macchina e diretto dalla scienza: i processi 
di fabbricazione complicatissimi fanno passare 
del tutto in subordine la materia prima, che il 
più delle volte à un valor minimo. Convengono 
verso questa ricchezza per la sua distribuzione 
le forze produttrici : l’interesse del capitale, il 
profitto dell’impresa, la rendita della terra, il sa¬ 
lario della mano d’opera, il premio dell’assicura¬ 
zione. L’equa determinazione di ciascuna di queste 
proporzioni dovrebbe essere la forinola della giu¬ 
stizia distributiva. Ma possiamo sperare di trovarla 
o dobbiamo lasciare che si determini da sè stessa, 
secondo l’opportunità? L’equazione economica 
ha troppe incognite, per poter esser risolta nello 
stato attuale della società industriale; ma è ab¬ 
bastanza visibile la tendenza generale e per così 
dire il limite, verso cui la formola della giustizia 
distributiva si avvicina. La concorrenza crea essa 








8 + 


GIUSTIZIA 


stessa l'accordo. Il capitale impersonale scende 
progressivamente ed automaticamente al saggio 
del minimum d'interesse, e ciò per l’affluenza 
stessa dei capitali creati dal risparmio verso un 
impiego industriale, che assicuri loro il tasso nor¬ 
male del mercato, quando un sistema d'assicura¬ 
zione li tuteli, oltre che dai soliti rischi, anche 
da quelli più strettamente dipendenti dalle crisi 
economiche. L’avvenire dell'assicurazione è la 
formola pratica della solidarietà sociale, e rappre¬ 
senta un sistema d’equilibrio e di compensa¬ 
zione reciproca dei vari fattori della produzione 
e del lavoro (x). 

Anche l'elemento del profitto è soggetto ad 
un processo di trasformazione regressiva : è in 
questo senso che la speculazione deve far posto 
alla cooperazione produttiva ; l'imprenditore sarà 
sostituito dal direttore tecnico. Ualea, che ha 
rappresentato e rappresenta tuttora tanta parte 
della vita economica, tende ad eliminarsi grado 
a grado per la regolarizzazione dei mercati. Ci 
avviamo verso l’unità delle forze economiche, 
l’equilibrio dell’atmosfera industriale. Si fissano 
i tipi dei prodotti, si uniformano i processi 
tecnici, si eguagliano i prezzi, si specificano i 
centri di produzione. Ciò che oggi si ottiene col 
protezionismo di Stato e coi trusts , si otterrà do¬ 
mani con una naturale legge di accentramento 


(i) Novicow, Les gaspillages des sociétés moderna. 
Paris, 1894, pag. 312-313. 






CAP. IH • I FRUTTI DEL LAVORO, ECC. 


85 


e di distribuzione nella produzione; si delimite¬ 
ranno spontaneamente le zone economiche sulla 
carta terrestre. Diminuendo il fattore casuale, la 
speculazione perde del suo carattere di legitti¬ 
mità in favore della partecipazione agli utili. Ora, 
il lavoro umano, massimo tra i fattori nella 
creazione della ricchezza, non sarà ammesso a 
questa partecipazione ai benefici d’ un’ impresa, 
mentre vi è ammesso sotto forma di dividendo 
il capitale d'un azionista qualunque, che non 
prende personalmente parte all’opera comune, se 
non versando una somma* di danaro ?(i). 

Se il problema della giustizia è essenzialmente 
quello della distribuzione dei beni, soltanto una 
ulteriore evoluzione della società potrà risolverlo 


(1) Sulla questione della partecipazione ai benefizi 
industriali (profit-sharing — Gewinnbetheiìigung) confi 
E. Waxweiler, La participation aux béncficcs. Paris, 
1898. — Quarterly Review, January 1905. — Ch. Gide, 
La partecipazione ai benefizi, nella Semaine littéraire, di 
Ginevra, tradotta nell 'Idea Liberale, di Milano, 15 gen¬ 
naio 1905. Nell’evoluzione del salario, l’Inghilterra è 
entrata in questa fase espressa dalla formula : " il sa¬ 
lario varia secondo la situazione degli affari „. Agli 
argomenti di P. Leroy-Beaulieu e di Y. Guyot, che 
negano alla partecipazione fondamento di giustizia e di 
scienza, giungendo a definirla un unearned increment, 
Gide risponde: " gli operai ànno un diritto su tutte le 
ricchezze uscite dalle loro mani „. Progetti legislativi 
in tal senso sono stati presentati alla Camera francese 
c al Parlamento dello Stato più avanzato dal punto di 
vista sociale, degli Stati Uniti, il Massachusetts. Confi 
anche Pierson, Trattato d‘economia politica. Torino, 1905, 











86 


GIUSTIZIA 


adeguatamente, che abbia per meta quello Stato 
democratico del lavoro, il quale mira in modo 
precipuo allo scopo di organizzare il lavoro in¬ 
tellettuale e materiale dei cittadini e la distri¬ 
buzione dei frutti prodotti da questo lavoro 
nell’interesse'MeH’intera popolazione (i). 


I, pag. 66, dove esclude che il salario faccia parte del 
costo di produzione, ma bensì del reddito dell’impresa. 
I collaboratori della produzione partecipano al suo be¬ 
nefizio. Salari, interessi e profitti non sono parte del 
costo, ma frutti del lavoro di produzione, suoi risultati, 
non sacrifizi, ma guadagni; — pag. 78: “ la totalità dei 
prodotti dell’intera società forma come una grande co¬ 
munità, a cui ognuno che partecipa all’ industria for¬ 
nisce il suo contributo, e la disponibilità di tale comu¬ 
nità di beni si divide tra coloro stessi che contribuirono ; 
la divisione si effettua, per quanto si riferisce alla gran¬ 
dezza delle quote, secondo il valore dei contributi di 
ciascuno, e per ciò che si riferisce alla specie degli og¬ 
getti, secondo la libera scelta „. 

(1) Menger, Lo Stalo socialista, p. 56-57, 125 e seg. 








&&ÉÉÉÉÉÉÉ&ÉÉÉÉ 


CAPITOLO IV. 

Libertà od eguaglianza. 


Quando ci poniamo innanzi il problema della 
giustizia, bisognerebbe far precedere questa pre¬ 
giudiziale: la soluzione che intendiamo proporre 
è destinata a rimanere in un ordine di relazioni 
puramente astratte, oppure vuole tradursi in una 
pratica attuazione più o meno approssimativa 
dei nostri ideali? Perchè in realtà c’è ancora un 
enorme cammino tra il dominio speculativo e il 
campo pratico : — nel primo la ragione umana 
gode d'una illimitata libertà di pensiero, nel se¬ 
condo la volontà non dispone che di scarsi mezzi 
d’azione! 

Gli è così che costruendo teoricamente l 'homo 
rationalis, precipitato della speculazione, in cui 
si distillano i caratteri essenziali della sua natura 
fisica e spirituale, eliminando le scorie etero¬ 
genee che vi à fatto aderire il processo storico 
della civiltà, possiamo facilmente pervenire al 
postulato platonico dell’uguaglianza di fatto, ov- 













88 


GIUSTIZIA 


vero a quello kantiano dell’uguaglianza di diritto : 
possiamo affermare: la giustizia esige parità di 
trattamento, e questa parità di trattamento si 
raggiunge, sia ponendo gli uomini in condi¬ 
zione di Maturale uguaglianza, sia ponendoli in 
quella di uguale libertà. E così si mettono di 
fronte i due avversari tradizionali, l’apostolo delle 
rivendicazioni sociali, che costruisce il piano pere- 
quatore delle sorti umane, e il filosofo della libertà, 
che domanda il rispetto della persona umana 
e il conseguimento spontaneo della sua finalità. 
E non si accorgono nè l’uno nè l’altro, che 
mentre non vi può essere una reale uguaglianza 
imposta, e che perciò essa suppone una parallela 
libertà, nemmeno può l’uomo essere considerato 
in condizioni di ugual libertà pratica coi suoi 
simili, se non si trova con essi sopra un piede di 
relativa uguaglianza di fatto. Cosicché in fondo 
è sempre la medesima questione veduta da due 
punti diversi: eguaglianza è stato, libertà è moto. 
Ma in realtà statica e dinamica si riuniscono 
nel mondo fisico come in quello morale; nella 
meccanica sociale l'individuo è attualmente quello 
che à potuto essere, e sarà in rapporto a quello 
che è; la potenza e l’atto, il virtuale e il reale 
non si scindono che nelle nostre astrazioni. 

Dobbiamo accontentarci di riporre l’ideale della 
giustizia sopra la base di una eguale condizione 
di libertà, ovvero dobbiamo sforzarci di raggiun¬ 
gere una pratica equità nella distribuzione delle 
condizioni di benessere ? A me pare che il con¬ 
cetto kantiano ripetuto dallo Spencer non rea- 





CAP. IV - LIBERTÀ OD EGUAGLIANZA 


89 


lizzi nemmeno negativamente la giustizia — nel 
senso cioè di impedire la iniquità — ma anzi la 
consacri, accogliendo il fatto compiuto come 
espressione del giusto. Infatti nell'ordine sociale, 
come si è svolto storicamente, le eguali condi¬ 
zioni di libertà sono un'illusione teorica, ed una 
feroce ironia praticai Sarebbe molto più logico 
dire : l’uomo ha tanto diritto quanto ha potere ; 
ma allora perchè protesteremmo così energica¬ 
mente contro la violenza fisica della schiavitù, 
mentre accogliamo serenamente la violenza eco¬ 
nomica del salariato? Gli è che veramente l 'homo 
rationalis è un fantasma filosofico; non c’è altra 
realtà che l’uomo di carne e d’ossa, e questo è 
sempre o un servo od un padrone, od anche un 
po’ l’uno e un po’ l’altro secondo le circostanze 
e in diversa misura. Tutta la costruzione cer- 
vellottica della persona giuridica col suo fascio 
inviolabile di diritti naturali precipita e sfuma! 
Non vi sono in realtà che dei diritti acquisiti, e 
nessuno vorrà certo affermare che la distribu¬ 
zione dei mezzi d’acquisizione sia fondata sopra 
condizioni di parità. Qui veramente è il nodo 
della questione. Il grande equivoco è nato dalla 
teoria del diritto naturale: essa ha consentito 
all’ingenuità dei filosofi speculatori la facile con¬ 
solazione di chiudere la bocca ai nove decimi 
dell’umanità col falso dono dei diritti naturali, 
mentre di fatto permetteva al decimo restante 
dei privilegiati di godersi in pace le mal acqui¬ 
state ricchezze ! Tutti i diritti sono acquisiti dal 
tenace sforzo della vita, divenuto cosciente e ca- 


Zino Zini, Giustizia. 


12 






go 


GIUSTIZIA 


pace di farsi rispettare (i). Si tratta soltanto di 
rifare da capo la tavola distributiva dei titoli di 
acquisizione, per rivederne la legittimità. L'uomo, 
che ha acquistato il diritto alla vita e quello 
della sua libertà fisica e morale — l’uomo acqui¬ 
sterà anche il diritto all’integrale compenso della 
sua cooperazione sociale. Se la giustizia consi¬ 
stesse soltanto nell’assicurare a ciascuno la libera 
estrinsecazione delle sue forze, senza curarsi del 
preventivo equilibrio nella posizione rispettiva 
di vantaggio o di svantaggio, creato dal rapporto 
sociale, che è di natura assolutamente imperso¬ 
nale, in che cosa sarebbe differente — di fronte 
all’ideale giustizia kantiana — la prepotenza del 
baione feudale, che domina dalla sua rocca forte, 
come l’aquila dal suo nido, gl’inermi vassalli 
appollaiati ai suoi piedi, da quella del moderno 
re del cotone o del grano, del trustista nord- 
americano, che nelle sue casse forti chiude il 
destino economico d’una nazione ? (2). 


(t) F. Lassalle, Thcorie systematique des droìts tic- 
quis. Paris, 1904, (trad. frane.), Tom. I, Introduction, 
pag. vili: “ il diritto è sociale, e nascendo da un fatto 
è sempre acquisito, e perciò caduco „ — pag. xviii: 
“ Una rivoluzione sociale è una modificazione dei di¬ 
ritti acquisiti „. — Conf. Savigny, System des romischen 
Rec/ds, 1849, tom. Vili, pag. 388, dove giustifica l’espro¬ 
priazione, combattendo il principio classico della non 
retroattività della legge. — V. pure E. Gans, Ueber die 
Grmidlage des Besitzes. 

(2) Stein, op. cit., “ i grandi sindacati danno ai moderni 
capitalisti lettera di corsa per depredare la società 





CAP. IV - LIBERTÀ OD EGUAGLIANZA 


91 


Cade quindi come una grande illusione spe¬ 
culativa tutto l'edificio, su cui poggia la bella 
formola di Kant, che lo Spencer traduce e in¬ 
cide sul fronte del suo tempio etico, robusta 
costruzione inalzata con stile positivista. 

E possibile trovare un criterio che attui la giusta 
distribuzione del bene e del male ? Se si risponde 
di sì, bisogna far intervenire una forza superiore, 
una intelligenza, e una volontà nello stesso tempo, 
sovrannaturali ; ovvero ammettere che l’uomo 
nelle condizioni naturali possa raggiungere la 
giustizia; in altre parole possa comprendere e 
possa attuare il giusto. Comprendere funzione 
dell’intelletto, praticare funzione della volontà. 

C’è stata, è vero, una risposta molto semplice 
per sciogliere l’enigma: proclamare la persona 
umana soggetto di diritti naturali, inalienabili e 
sacri, dotarla essenzialmente della libertà, che 
tutti li compendia; rispettare questi diritti, ricono¬ 
scere questa libertà, ecco la giustizia. 

La filosofia, che fa il suo punto d’appoggio 
nella libertà per fondare il regno della giustizia, 
non si preoccupa per nulla di definire questa li¬ 
bertà, nè di determinarne il valore psicologico. 
Ora la libertà in abstracto corre rischio d'essere 
un’illusione. Mirabile vocabolo, parola unica, in 
cui si sono certo riassunti e quasi integrati aspi¬ 
razioni, tendenze, desideri molteplici, sorti nella 
coscienza umana come reazione a violenze, abusi, 
tirannie materiali e morali. Chiesa e Stato colla 
loro intollerante oppressione sui corpi e sulle 
anime ànno fatto esplodere il sentimento della 







92 


GIUSTIZIA 


libertà, l'acuta febbre delle rivendicazioni perso¬ 
nali e collettive, che forma 1' anima di tutte le 
rivoluzioni tanto nel campo del pensiero che in 
quello dell’ azione. Il contenuto psicologico di 
quest’ idea è religioso e politico, e il momento 
storico della sua apparizione è il secolo XVIII, 
il grande crogiuolo delle forme libertarie attuate 
nello Stato borghese (i). 

In realtà se guardiamo alla pratica della vita, 
se teniamo conto della sua regolarizzazione pro¬ 
gressiva, frutto d’una crescente subordinazione 
professionale e sociale, se pensiamo alla forza della 
tradizione, all'impero del costume, alla tendenza 
così spiccata nell'uomo verso l’irresponsabilità, 
presto ci persuadiamo che il sentimento di libertà à 
un’azione assai scarsa sulla condotta, c la sua sod¬ 
disfazione è un fattore secondario della felicità (2). 

L’uomo è troppo dominato dall’ abitudine in 
ogni ordine della sua attività per essere vera¬ 
mente un soggetto attivo di libertà. Cosicché il 
suo nome, scritto così solennemente nei nostri 
Codici, è pei più una espressione verbale priva 
di significato positivo; ideale insufficiente per la 
grandissima maggioranza umana, che ignora il 
suo valore spirituale, tanto elevato per un sì 
stretto circolo di coscienze superiori, che sono 
pervenute all'isolamento morale e intellettuale del 
proprio io mediante la volontà e l’intelligenza. 


(1) A. Sorel, L‘Europe et la Revolution. Paris, 1887-89, 
I, pag. 106; II, pag. io. 

(2) A. Menger, Lo Stato socialista, pag. 79-80. 









r 

CAP. rv - LIBERTÀ OD EGUAGLIANZA 93 


La storia umana è molto più una lotta per il 
diritto, che per la libertà. In fondo la filosofia 
liberale è una pallida interpretazione dei bisogni 
umani nella vita sociale, la sua efficacia alla so¬ 
luzione del grande dissidio degli interessi mi 
pare molto limitata, e il novissimo individualismo 
ultra, che conclude in un olimpico disprezzo per 
ogni azione diretta dello Stato con una formola 
nikilista di mussulmana apatia, ripetendo il solito 
ritornello della libera concorrenza, non va al di 
là, dopo tutto, di un puro e semplice riconosci¬ 
mento del fatto compiuto, inspirato dall’egoismo. 
L’uomo che getta la corda al collo del suo si¬ 
mile, e lo sottopone alla violenza fisica o morale, 
compie un atto di volontà ossia di libertà, che 
non à altro limite che la sua potenza attuale. È 
questo il diritto naturale, extra-sociale, secondo il 
pensiero di Spinoza (i), il pesce grosso che mangia 
il piccolo con diritto uguale a quello dell’uomo 
forte, intelligente, attivo, che s'innalza sul suo 
fiacco rivale, che gli strappa di mano la ricchezza, 
accaparra le sorgenti della vita e del benessere, 
e si apre nel mondo l’adito alla fortuna, a gomi¬ 
tate, tra la debole folla che ingombra il suo pas¬ 
saggio. Ma che cosa c’entra colla constatazione 
di questa brutale realtà, il principio della giustizia 
e la sua ideale approssimazione nell’umanità? 
Tanto vale arrestarsi alla crudele apologia del 


(i) Spinoza, Tractatus theoìògico-politici, Caput XVI; 
Ed. van Vloten et Land, Opera II, pag. 121-127. 














94 


GIUSTIZIA 


fatto, accettare la necessità dell'iniquo, e depo¬ 
nendo l’ipocrita maschera del moralista, mostrare 
francamentè i pugni dello struggle-for-lifer. 

Ma possiamo veramente accettare questa espli¬ 
cita rinuncia dell’ideale; in altre parole, l’uomo 
può arbitrariamente abolire una parte della propria 
coscienza, quella cioè che contiene le esigenze 
del dovere (seinsollendcn) ? Ed in base a quali mo¬ 
tivi noi dovremo dare un’ incondizionata prefe¬ 
renza a ciò, di cui riconosciamo 1'esistenza mate¬ 
riale su ciò, di cui sentiamo la necessità morale ? 

Osserva il Sidgwick giustamente, che il prin¬ 
cipio di libertà presenta necessariamente limiti 
e restrizioni, non potendo essere in primo luogo 
applicato, se non agli esseri umani sufficiente- 
mente intelligenti per reggersi da sè, cosicché 
ne rimangono esclusi gl’incapaci di guidarsi, per 
difetto di età, di mente, come anche coloro, che 
privi di educazione, permangono ne’ più bassi 
gradi di civiltà ; e secondariamente, perchè alla 
libertà impone limiti d’ordine utilitario il con¬ 
tratto, che può spingersi fino ad una reale vo¬ 
lontaria schiavitù, più o meno larvata (i). 

Vediamo, ad esempio, a che si riduce la pre¬ 
tesa libertà umana rispetto alle cose esteriori, 
che costituiscono la necessaria integrazione della 
nostra vita. L’ esercizio di questo diritto chia¬ 
masi proprietà, e intorno ad essa, come a centro 
di tutta la vita economica, si è combattuta e si 


(i) Sidgwick, Mcthods of Ethics, pag. 275 e seg. 















CAP. IV - LIBERTÀ OD EGUAGLIANZA 95 

combatte tuttora una terribile lotta d'interessi e 
di idee. Non vedo, dice Sidgwick, che questa 
forma di libertà implichi più che il diritto alla 
non interferenza per parte d’altri, quando io uso 
attualmente una cosa, che non può essere usata 
che da una sola persona per volta. Il diritto di 
escludere gli altri dall’ uso futuro di una cosa, 
che un individuo à una volta preso, sarebbe a 
questa stregua non un atto di libertà, bensì una 
interferenza nella libera azione degli altri, oltre 
ciò che è necessario per assicurare la libertà 
deH’appropriatore. 

Ma è evidente che a questo modo di vedere 
contraddice tutto il sistema di leggi che garan¬ 
tisce l’uso perpetuo ed esclusivo dell’oggetto di 
proprietà, e Io cinge d’ una insormontabile bar¬ 
riera. È facile supporre la risposta che l’uomo, 
appropriandosi una cosa, non invade la libertà 
altrui, perchè rimane aperto il resto degli oggetti 
appropriabili nel mondo. Ma questa scappatoia 
apre l’adito a una grande quantità di obbiezioni, 
e non elimina le difficoltà della soluzione. Anzi¬ 
tutto può accadere che più uomini abbiano bi¬ 
sogno della medesima cosa, ovvero che l’appro¬ 
priazione d’una cosa renda troppo difficile o faticosa 
la sua sostituzione, e poi, obbiezione più grave, 
i mezzi materiali della vita sono forse illimitati ? 
Ancora se nel sistema delle leggi fosse posto un 
limite all'appropriazione individuale, ad esempio, 
della terra, fonte precipua ed originaria d’ogni 
ricchezza; ma come e dove fissare il criterio di 
questo limite? Noi non ne conosciamo nessuno 







96 


GIUSTIZIA 


che si sia imposto storicamente alla pratica so¬ 
ciale e giuridica, come forse non sapremmo nem¬ 
meno proporne uno derivato dalla logica. 

Supponendo un paese che si apra nuovamente 
alla civiltà, quanto può essere accordato ad un 
uomo di appropriazione per prima occupazione ? 
Forse la misura dell’ uso sembrerebbe la più 
spontanea; ma come accettarla incondizionata¬ 
mente, mentre l’uso d’un individuo rispetto alla 
terra varia indefinitamente crescendo, ad esempio, 
in estensione di quanto diminuisce in intensione ? 
Cosicché sarebbe una paradossale deduzione del 
principio di libertà sostenere che un uomo à di¬ 
ritto d’escludere gli altri dal pascolo del bestiame 
sopra una parte della terra, sulla quale debbono 
estendersi le sue spedizioni di caccia. 

Eppure ciò è anche accaduto; nel medio-evo il 
signore feudale, affermando il sua diritto supremo 
sulla terra, ne consacrò una porzione enorme 
alla soddisfazione capricciosa del proprio piacere 
della caccia, evincendo ed affamando il conta¬ 
dino, e nella campagna nuovamente spopolata 
ed incolta esercitò le sue barbariche spedizioni 
di caccia; ma allora l’uomo dei campi era servo 
della gleba, le classi inferiori erano soggette al 
tallone ferrato della feudalità. Supporremmo noi 
oggi possibile la ripetizione di questo delitto di 
lesa umanità per parte dei grandi proprietari 
della terra, i quali volessero trasformare in parchi 
e bandite i campi coltivati a grano o a riso, 
mettendo per tal modo a razione migliaia e mi¬ 
lioni di esseri umani, che vivono di quei prò- 





CAP. IV - LIBERTÀ OD EGUAGLIANZA 


97 


dotti, facendo rincarare il prezzo delle derrate 
alimentari, limitando in tal modo la vita? Ipotesi 
assurda questa, non soltanto perchè mostruosa¬ 
mente contraria ai senso morale, ma perchè anche 
antagonista della moderna costituzione economica, 
che è una solidarietà di lavoro e d’interessi, e 
in cui la rovina di una classe trascinerebbe nel¬ 
l’abisso della miseria anche le altre. Piuttosto 
noi abbiamo assistito al fatto opposto: cioè ab¬ 
biamo nei sistemi coloniali realizzato la sostitu¬ 
zione di un diritto superiore ad uno inferiore, 
il dirittto della civiltà a quello della barbarie. 
Almeno è con esso che si giustifica la progres¬ 
siva occupazione territoriale, che i popoli bianchi 
ànno fatto nei paesi extraeuropei a danno delle 
popolazioni indigene, ciò che à in molti casi equi¬ 
valso ad una vera eliminazione di quest’ultime. 
Necessaria e quindi giusta soppressione dei meno 
adatti a vantaggio dei più adatti, diranno molti 
facendo una facile e grossolana applicazione 
della selezione darwiniana ai rapporti umani. Noi 
non ci arbitriamo di risolvere cosi alla spiccia 
una questione tanto ardua e che implica forse 
la maggiore antinomia etica: il contrasto tra la 
convenienza e la giustizia. Poiché la ragione calco¬ 
latrice dei valori approva il fatto storico del più 
grande adattamento dell’Ecumene al suo abita¬ 
tore, che è la condizione imprescindibile alla in¬ 
tensificazione della vita umana, ed accetta anche i 
mezzi della sua attuazione; mentre d’altra parte 
la coscienza ripugna a questa vittoriosa espan¬ 
sione dell’uomo civile o più forte fisicamente ed 


Zino Zini, Giustizia. 


13 









98 


GIUSTIZIA 


intellettualmente, che elimina l’essere debole ed 
ignorante, e lo esclude dalla partecipazione dei 
mezzi di vita, per ciò solo ch'egli non sa ri¬ 
trarne tutte le possibili utilità, di cui essi sono 
suscettibili. 

E del resto come non sentire tutto il pericolo, 
che è contenuto in una determinazione utilitaria 
della giustizia, quando, per esempio, si acco¬ 
gliesse che il pastore può evincere il nomade, 
che vive di caccia, e che quello a sua volta può 
essere evinto dal contadino, e questo dall’indu- 
striale, che volesse esplorare il sottosuolo? 

L' insufficenza del criterio di libertà è resa 
manifesta dalla difficoltà d’accordare questi tre 
termini, libertà, appropriazione ed eguaglianza. 

L’uomo senza proprietà è necessariamente 
meno libero dell’uomo fornito di proprietà. Bastiat 
dice, e con lui ripetono gli ottimisti di tutti i 
tempi e paesi, che l’uomo, sprovvisto di proprietà, 
possiede pur sempre una libertà di contratto, 
che gli permette di offrire i propri servigi in 
cambio dei mezzi atti alla soddisfazione de’ suoi 
bisogni; e che questo cambio gli assicura una 
maggior somma di benessere che se si trovasse 
solo in un mondo deserto. Ciò che è perfetta¬ 
mente vero, poiché ogni consorzio umano rende 
colla cooperazione industriale la parte della terra, 
che abita, più adatta a procurare soddisfazione 
dei desideri di ciascuno e di tutti i suoi membri, 
compresi anche quelli che ultimi sono venuti ad 
assidersi a ciò che Malthus chiama il banchetto 
della vita. Intanto però l'esperienza dimostra che 




CAP. IV - LIBERTÀ OD EGUAGLIANZA 


99 


molti uomini in una qualunque società civile, 
non trovano modo di mettere a profitto i loro 
servigi o se lo possono, non ne ottengono che 
mezzi insufficenti alla vita. Che quando pure ciò 
si supponesse evitato, resterebbe sempre che il 
consorzio umano col fatto dell' appropriazione, 
interferisce sulla naturale libertà dei suoi membri 
poveri. Consentire che l’uomo lavorando, usando 
cioè liberamente delle sue energie fisiche o spi¬ 
rituali, si procacci in proporzione più o meno 
estesa quei vantaggi economici che il tipo di ci¬ 
viltà, di cui è parte, gli possa offrire, è in un 
certo senso, rileva Sidgwick, riconoscere il di¬ 
ritto ad un compenso molte volte inadeguato 
per quella partecipazione diretta della ricchezza, 
dalla quale egli si trova escluso (i). In altre parole, 
la sua ammissione mediante lavoro, al godimento 
degli agi materiali, è compenso d'una libertà di 
fatto che la sua fortuna gli à negato, perciò non 
può essere la realizzazione della libertà lo scopo 
finale della giustizia. 

Ciò che la giustizia distribuisce nella relazione 
sociale che stringe fra loro gli uomini, e forma 
quasi l’inconsapevole fatto della loro unione mo¬ 
rale, non è dunque tanto la libertà, inafiferabile 
astrazione, che si concreta nella potenza, quanto 
piuttosto i benefici e i pesi, i vantaggi e gli oneri, 
di qualsiasi natura, materiali ed immateriali, che 
sorgono ed accompagnano il vivere collettivo. 


(i) Sidgwick, op. al., pag. 277-78. 








IOO 


GIUSTIZIA 


Ma la determinazione del criterio nella distri¬ 
buzione è il punctum saliens della questione, 
poiché, come aveva già avvertito Aristotele, giu¬ 
stizia non è termine equivalente ad eguaglianza, 
anzi l’esigenza della giustizia implica una relativa 
disuguaglianza tra le sorti di coloro che sono ad 
essa soggetti. Giustizia non è distribuzione egua¬ 
litaria, ma proporzionale; essa non mira ad una 
parità di trattamento se non nel senso eh’essa 
escluda ogni arbitraria parzialità. 

Si potrebbe anche porre il problema in questa 
altra forma: la giustizia, come distribuzione di 
utilità e di carichi nella vita sociale non è iden¬ 
tica all’ eguaglianza, ma è soltanto esclusiva di 
illegittima disuguaglianza; essa non aspira diret¬ 
tamente alla perequazione umana come a suo 
scopo, ma indirettamente la realizza, in quanto 
impone per la sua attuazione che cessino molte 
cause d’ingiusta ineguaglianza. 

Se noi ripassiamo nella nostra mente la storia 
morale dell’ umanità, vediamo emergere chiara¬ 
mente la coscienza di questo problema della di¬ 
stribuzione, che è poi il problema stesso della 
giustizia, ed assistiamo ad una catena di sforzi 
per risolverlo; conati empirici nelle leggi, nelle 
istituzioni di beneficenza e di protezione, conati 
teorici nella filosofia e nell’apostolato riformatore. 

La disuguaglianza sociale è il fatto sperimentale, 
immanente e multiforme, e invano protesta contro 
la realtà la coscienza sia come sentimento e sia 
come ragione. Ma la sua constatazione non esclude 
la sua interpretazione e spiegazione genealogica. 




CAP. IV • LIBERTÀ OD EGUAGLIANZA 


IOI 


La disuguaglianza umana può essere ridotta a 
due forme: la naturale e la derivata. La prima 
origina dalla legge di variazione spontanea che 
domina ogni ordine di fatti in natura, per cui 
non c'è nulla di assolutamente identico, tutto è 
infinitamente diverso, anzi questa diversità cresce 
in ragione diretta della complessità, e l’uomo, 
essendo di tutte le manifestazioni naturali quella 
che offre il più alto grado di complessità, così 
egli è anche il soggetto di una più ricca combi¬ 
nazione di elementi, per modo che l'umanità è 
veramente il maggior campo di variazioni spon¬ 
tanee, che la nostra esperienza possa e fisica- 
mente e psichicamente controllare. 

La categoria delle disuguaglianze derivate è 
più strettamente sociale, e risulta da cause sto¬ 
riche, e perciò transitorie, mutevoli e fino ad 
un certo punto riducibili. Sarebbe però erroneo 
considerare queste secondarie cagioni della di¬ 
sparità umana quasi arbitrarie, illegittime e perciò 
senz’altro inique, per cui si debba quasi fame 
cadere una responsabilità suH’incivilimento, e la 
storia di esso venga, come fecero gli scrittori 
del secolo XVIII, chiamata a comparire dinanzi 
al tribunale della Ragione, per sentirsi leggere 
un terribile atto d’accusa riepilogante per sp^mi 
capi i secolari arbitrii e le antiche iniquità, che 
pesano sulle classi degli inferiori fa, degli op¬ 
pressi. La vita storica à le sue lèggi, come la 
vita organica, per quanto più complesse e; meno 
conoscibili, facendo parte di una espèrienzà im¬ 
personale e perciò poco accessibile alfe coscienza 








102 


GIUSTIZIA 


individuale. Soltanto che essendo i fatti storici, 
parte della contingenza (i), ed essendo conosciuti 
come tali, l’uomo, pervenuto al senso storico della 
vita di relazione coi propri simili, concepisce la 
possibilità della reazione attiva del suo spirito 
critico e della sua volontà sulle condizioni di 
fatto della coesistenza sociale, e dalla giustizia 
conservatrice della norma consuetudinaria con¬ 
cretata nel costume ovvero sancita dalla legge, 
passa alla giustizia ri formatrice, opponendo al 
reale 1’ ideale, a ciò che è ciò che dovrebbe 
essere. 

Ogni attuazione di diritto superiore è espres¬ 
sione di potenza. L’errore però del materialismo 
economico è di credere tal potenza sempre e 
necessariamente materiale, quasicchè legge fosse 
concretamento di forza economica acquistata e 
prevalente nei conflitti di classe e di gruppo, 
mentre anche gli stati di coscienza generaliz¬ 
zati, che chiamiamo sentimenti di equità, di uma¬ 
nità, ecc., sono proprie energie ed imprimono 
tendenze e provocano spostamenti. 

Le disuguaglianze d’ordine sociale sono dunque 
riducibili, almeno in quella misura in che sopra 
di esse possa spiegarsi l’opera trasformatrice 


(i) Dante (Par. XVII, 37-39) lo à espresso in modo 
meraviglioso nella nota terzina: 

La contingenza, che fuor del quaderno 
Della vostra materia non si stende, 

Tutta è dipinta nel cospetto eterno. 




CAP. IV - LIBERTÀ OD EGUAGLIANZA 


103 


dell’uomo stesso — e la storia dei conflitti e 
delle relazioni tra le classi umane ne è sicura 
testimonianza. Ciò che ne risulta è la diminu¬ 
zione delle disuguaglianze, almeno di quelle più 
manifeste e stridenti, che sembravano porre in¬ 
sormontabili barriere tra uomo e uomo, e fissa¬ 
vano rigidamente il posto di ognuno nella sua 
classe, precludendogli l’accesso ai vantaggi con¬ 
cessi agli ordini superiori. Le caste sono abolite, 
le aristocrazie tendono a scomparire, l’individuo 
perde nella società il suo valore di posizione 
ch’ebbe in passato, per acquistarne uno nuovo 
di funzione, ossia di lavoro ( 1 ). 

Ora 1 essenza della giustizia come distribuzione 
consiste appunto nel proporzionarla a questa fun¬ 
zione, ciò che in altri termini si esprime dicendo, 
che ognuno debba essere ricompensato secondo 
i suoi meriti. 

C'è in questa proposizione l’implicita convin¬ 
zione che la radice dell’atto giusto à una stretta 
attinenza col sentimento della gratitudine. L’esi¬ 
genza di essa è la ricompensa del beneficio, non 
solo come impulso naturale, ma come persuasione 
che tale ricompensa è dovere. Universalizzando 
questo concetto, perveniamo all’essenza stessa della 
comune intuizione della Giustizia, cioè la Giustizia 


(1) Small, op. cit., p. 345 e seg.: “ la forza elementare 
dello Stato, in quanto è fattore di civiltà, è quella d’un 
potere che riduce le ineguaglianze arbitrarie delle per¬ 
sone ad un’ineguaglianza risultante solamente da diverse 
attitudini a partecipare a un processo d’evoluzione ge¬ 
nerale 








104 


GIUSTIZIA 


come è sentita e come è veduta nella intima sua 
penetrazione dai più comuni aforismi : « il bene 
fatto ad un individuo deve essere restituito da 
lui » od anche « le buone azioni devono essere 
ricompensate »; « ogni uomo deve essere ricom¬ 
pensato secondo i suoi meriti ». Tali massime 
coronate infine dalla salda associazione, che 
stringe le coppie psicologiche « merito e premio », 

« demerito e castigo », rappresentano i punti di 
passaggio d'un medesimo processo morale che 
va dalla gratitudine, relazione personale, alla 
giustizia, relazione sociale (i). La Giustizia è 
praticamente una gratitudine generalizzata in 
quanto vuole che ciascuno abbia quanto à vera¬ 
mente meritato, ed è sotto l’aspetto della pena 
un risentimento o una vendetta pure generalizzata 
in quanto restituisce il male a chi à male 
operato ( 2 ). 

Questo è il punto di partenza, unicuique siami 
tribuere, inteso in un senso generalissimo, abbia 
cioè ciascuno quello che gli spetta; cosicché, 
indipendentemente d’ogni vincolo contrattuale e 
senza precedenti accordi, è ammesso comunal¬ 
mente che i profitti d'un’ opera o d un intrapresa 
debbano essere divisi tra quelli che anno con¬ 
tribuito al suo successo in proporzione del va¬ 
lore dei loro servigi. Ma affinchè possa attuarsi 


(1) Sidgwick, op. cit., pag. 278 e seg. - J. Martineau, 
Types of ethicaì Iheory. Oxford, 1891, voi. II, pag. 244-250. 

(2) Ladd, Philosophy of conduci , p. 289. 










CAP. IV - LIBERTÀ OD EGUAGLIANZA 


105 


una tal giusta distribuzione bisogna porre come 
preesistente condizione, la garanzia accordata a 
ciascuno della più grande libertà, e tale è appunto 
l’aspirazione d’ogni ordinamento legale, poiché 
se il merito deve essere ricompensato, deve essere 
ogni uomo posto nella condizione di procacciarsi 
questo merito colla propria condotta. Purtroppo 
questa garanzia legale di libertà à un valore più 
teorico che pratico nella vita sociale, poiché real¬ 
mente l’uomo può svolgere sé medesimo nel¬ 
l'azione solo subordinatamente alle sue condizioni 
di fatto, cosicché alla formola integrale della giu¬ 
stizia, che a ciascuno fosse possibile guadagnare 
la propria ricompensa in proporzione della propria 
opera, si sostituisce praticamente un sistema di 
ricompense distribuite in base a ciò che effettiva¬ 
mente l'uomo può fare in relazione coi propri simili. 

Gli è perciò che se noi cerchiamo una giusti¬ 
ficazione morale al diritto di proprietà sulle cose, 
non possiamo trovarla che nel lavoro, conside¬ 
rato appunto come un merito che importa una 
ricompensa, mentre poi ci riesce impossibile di 
considerare altrimenti che come un fatto, nel 
quale non è possibile fare alcun apprezzamento 
d’ordine etico, 1’ originario possesso delle cose 
materiali sulle quali si è esplicata l’industre opera 
umana trasformatrice e creatrice del valore eco¬ 
nomico, a meno che non volessimo ricorrere al 
concetto di scoperta nella primitiva occupazione 
delle cose, e quindi di premio alla maggiore abi- 
ità o audacia o assiduità degli inventori o degli 
appropriatori di esse. 


Zino Zini. Giustizia . 


14 




GIUSTIZIA 


106 

Ma si sa troppo bene in quali scogli urtano 
simili ipotesi di fronte alla brutale smentita del 
fatto storico. Nè d'altra parte trova una piena 
attuazione la foratola « ogni uomo deve avere 
un’adeguata ricompensa del suo lavoro », poiché 
molte volte le leggi tassataci di questa ricom¬ 
pensa sono estranee al mondo morale. 

Nella sua aspirazione verso la giustizia l’uomo 
à molte volte al disopra del suo mondo sensi¬ 
bile costrutto un mondo religioso, governato da 
Dio, ponendone come fondamento il pensiero 
che se l'umana esistenza fosse da noi conosciuta 
nella sua totalità, troveremmo nella sua ulteriore 
proiezione oltre i confini della vita terrena, che 
la felicità vi è distribuita tra gli uomini secondo i 
loro meriti con perfetta adeguatezza. La divina 
giustizia è in questo senso pensata come un mo¬ 
dello della giustizia umana, e noi dobbiamo giu¬ 
dicare non il modello in sè, che pur troppo molte 
volte si presenta stranamente difettoso, ma lo 
sforzo etico che lo ispira e che solleva l'umanità 
verso un supremo ideale di giustizia. 





CAPITOLO V. 

Analisi del merito. 


Lo spirito umano persegue la giustizia e ne 
stringe dappresso l’idea, ma capita a lui nella sua 
assidua ricerca, quello che i racconti epici nar¬ 
rano dei cavalieri in lotta cogli incantesimi dei 
maghi : essi non possono raggiungere mai il 
nemico che sempre sfugge e si trasforma nelle 
loro stesse mani. Ed anche alla nostra ragione 
accade il medesimo, dopo un’ostinata caccia 
quando, sviscerando l’intimo più riposto senso 
della giustizia, crediamo toccarne il fondo, e ci 
attacchiamo fidenti all’idea di merito, ci accor¬ 
giamo d’aver afferrato non più altro che un 
fantasma. Questo merito, il cui rispetto esaurisce 
l’ultimo contenuto della giustizia, è in fondo una 
pallida e mobilissima larva, e tutti gli sforzi che 
noi facciamo per darle corpo sembrano dover 
rimanere sterili. Merito è una parola assai fre¬ 
quente nei più usuali discorsi; continuamente 




io8 


GIUSTIZIA 


noi lo invochiamo nei nostri giudizi apprezzativi 
e morali, e lo contrapponiamo volentieri alla 
fortuna, gettando assai spesso sulle spalle del 
caso la responsabilità del successo o dell'insuc¬ 
cesso individuale (i). 

Ma quando volessimo esplorare il substratum 
psicologico di questo comunissimo vocabolo, 
quando volessimo determinarne la portata filo¬ 
sofica, vedremmo sorgere difficoltà e dubbi da 
ogni parte. A che cosa infatti ragguagliare il 
merito? al fatto o all'intenzione? dobbiamo nel 
proporzionare la ricompensa partire dallo sforzo 
compiuto e quindi dal sacrificio incontrato ovvero 
dall’effetto conseguito? Nessun dubbio che la 
risposta più ovvia sia quella che ricongiunge 
l'idea di merito a quella di opera, e veramente 
è questa anche la più facile misurazione della 
ricompensa; sia giudicato ciascuno secondo ciò 
che ha fatto. Cosicché, da questo punto di vista, 
riconoscere il merito e contraccambiarlo, in quella 
forma di debito socialmente accettato e pagato 
che chiamiamo atto di giustizia, è accertamento 
di vantaggi arrecati dall'opera personale e valu¬ 
tazione di essi. 

Chi non vede però quanto sia arbitraria questa 
bilancia dei meriti conguagliati alle utilità procac- 


(i) Taire, Les origines de la Fraiice contemporaine. 
Paris, 1895, Regime moderne, Tom. I, pag. 328 in nota, 
à un aneddoto efficacissimo che dimostra la puerilità 
di tanti nostri giudizi quando rinfacciamo ai vittoriosi 
nella vita la loro fortuna. 






CAP. V - ANALISI DEL MERITO 


109 


date, mentre il valore attuale d'un servigio umano 
può dipendere dall’opportunità delle circostanze 
favorevoli o da accidenti fortuiti, non dovuti al 
merito dell’agente? Ma anche questo merito reale, 
in quanto è il prodotto di poteri e di abilità 
congeniti o svolti da favorevoli condizioni di 
vita o buona educazione, è veramente suscettivo 
di ricompensa? Il dono naturale o l’attitudine 
acquisita sono vera fonte di merito, o non piut¬ 
tosto insorge vagamente nella nostra coscienza 
una qualche protesta contro il privilegio della 
forza o dell’ingegno, non altrimenti di ciò che 
accade di fronte alla superiorità che dà la ric¬ 
chezza? Essere bello, sano, o robusto, possedere 
intelligenza o danaro, avere buone disposizioni 
per natura o averle acquistate per educazione, 
non è ancor merito nel più profondo e sincero 
significato morale. 

Potremmo forse trovare la via d’uscita restrin¬ 
gendoci al dominio della volontà; è questo il 
vero regno etico per eccellenza, come ha ben 
intuito Kant. Il valore morale di un atto è dunque 
nella buona volontà, e la ricompensa deve essere 
proporzionata alla quantità di sforzo volontario 
diretto ad un fine buono ( 1 ). Ma anche questa rocca 
forte non può essere battuta e smantellata forse, 
dall'assalto di un determinismo universale, che 
estende al mondo dello spirito la legge di cau- 


( 1 ) G. Simmel, Einleitung in die Moralwissensc/ia/i. 
Stuttgart, 1904, IB, S. 213 227. 




IIO 


GIUSTIZIA 


salità? L'atto deliberativo, lo sforzo volontario, 
d’onde deve sgorgare l’opera buona, pensata e 
stabilita dall’agente, non è una risultante, un 
prodotto di molteplici fattori, che possa essere 
considerato come l’effetto di cause estranee 
all’uomo? Se accettiamo questo modo di vedere 
assolutamente determista, dobbiamo anche ac¬ 
cettarne le ultime conseguenze nel campo mo¬ 
rale, la cancellazione cioè del merito e del deme¬ 
rito, e quindi l’impossibilità di distribuire le 
ricompense. 

L’ideale della giustizia sembrerebbe dover 
diventare allora quello d’una perfetta identità, 
tutti gli uomini avendo diritto a godere di uguali 
quote di felicità, essendo profondamente ingiusto 
fare A più felice di B, soltanto perchè circo¬ 
stanze estranee al suo controllo lo hanno fatto 
migliore (i). 

È vero però che estendendo questo ragiona¬ 
mento dall’uomo alle creature inferiori, noi giun¬ 
geremmo a conclusioni paradossali, che il buon 
senso rifiuta. Ma anche senza spingerci a queste 
ultime conseguenze d’un determinismo che vuole 
applicare al dominio delle forze psichiche quella 
causalità meccanica che è il fondo del nostro 
sapere circa i fatti fisici, possiamo sotto un altro 
aspetto fare la critica di una teoria morale, che 
voglia valutare il merito dal suo lato interiore, 
intenzione e volontà, contrapponendo questa 


(i) Sidgwick, op. cit., pag. 281. 




CAP. V ■ ANALISI DEL MERITO 


III 


tavola di valori etici desunti dalla bontà intrin¬ 
seca dell’atto, in quanto è .voluto come inten¬ 
zionalmente buono, dottrina di Kant, senza ri¬ 
guardo alla sua bontà estrinseca, ovvero dalla 
quantità di sacrificio che l’uomo, volendo l’atto 
morale, s’impone spontaneamente, teoria ascetica 
ed apologia del dolore, come elemento meritorio 
dell’opera umana, alla valutazione estrinseca o 
a posteriori del merito, la quale certamente, come 
già vedemmo, non è meno irta di difficoltà o 
manchevole di precisione. 

Anzitutto pretendere di porre il valore morale 
e quindi il merito dell’atto compiuto nella volontà 
pura e semplice di far il bene, distaccandosi da 
ogni considerazione finale, è ipotesi irrealizzabile, 
perchè i nostri pensieri sono strettamente con¬ 
nessi con stati affettivi e ogni nostra volontà è 
in intima relazione con qualche aspetto della 
vita pratica, singola o collettiva (i). Creare un do¬ 
minio astratto di volontà buona senza riferimento 
ai fini della vita, è formalismo etico, che finisce 
per distruggere il concetto stesso di merito, poiché 
la volontà, che dà il suo assenso al dovere, non 
può farlo senza apprezzare il dovere stesso nelle 
conseguenze, che il suo adempimento o la sua 
violazione possa portare con sè. Kant, per spo¬ 
gliare il bene morale d’ogni scoria eudemonistica, 
fa per così dire il vuoto pneumatico intorno alla 
volontà, isola la coscienza umana e toglie le 


(i) Hoffding, Morale, pag. 21, 37 e seg. 








112 


GIUSTIZIA 


vie di comunicazione della facoltà attiva del¬ 
l'uomo col mondo dei fatti. 

Ma, ammesso anche che la purezza dell’inten¬ 
zione possa in una sfera di morale assolutamente 
superiore costituire il criterio perentorio e sicuro 
del merito, come è mai possibile che la giustizia, 
quale virtù eminentemente pratica e sociale, possa 
assumerlo, mentre nulla più sfugge al suo con¬ 
trollo del recondito pensiero, che può avere 
spinto altri ad agire, e il più delle volte per giudi¬ 
care del proposito non abbiamo altra guida che 
il fatto, in cui esso si esteriorizza e concreta? (i). 

Rimane l’altro aspetto della valutazione intrin¬ 
seca del merito, che ha trovato così caldo ap¬ 
poggio nelle dottrine morali che rivestono un 
carattere di ascetismo. Qui il criterio misuratore 


(i) La morale teologica può assumere questo criterio 
del merito, perchè Dio conoscendo il cuore dell’uomo, 
può giudicare non dell’opera, ma dell’intenzione. Si 
vede quanto sia analogo a questo il concetto che do¬ 
mina nella storia del dogma della giustificazione. La 
Chiesa cattolica, che è in fondo, a parte i suoi errori 
di corruzione e di mondanità, anzi forse per questi ap¬ 
punto, dominata da uno spirito di praticità anche nella 
dottrina, e va quasi sempre alleata del buon senso, am¬ 
mette la giustificazione per mezzo delle opere, che è 
quanto dire, pone il merito in ciò che s’è fatto, nei sa¬ 
crifizi sostenuti, di fronte alla dottrina riformata, che 
sostiene la giustificazione per mezzo della fede, aspetto 
puramente interiore del merito cristiano; se questa fede 
poi è un dono della grazia, si cade nell’abisso della 
predestinazione, e la giustizia divina è seriamente com¬ 
promessa. 





CAP. V • ANALISI DEL MERITO 


113 

è lo sforzo sostenuto, la difficoltà superata. Rico¬ 
nosciamo agevolmente che un tal modo di vedere 
è abbastanza famigliare allo spirito umano, anche 
al di fuori d'ogni impulso ascetico. La vita consi¬ 
derata come lotta e il successo come premio 
della vittoria sono concetti correlativi, che fanno 
parte di un comune modo di apprezzare il fatto 
umano. Un'esistenza serena trascorsa senza tem¬ 
pesta, senza affanno e senza fatica, qualunque 
possano essere i risultati pratici che vi siano 
stati raggiunti, non ha generalmente ai nostri 
occhi il valore morale d’una di quelle combattute 
esistenze, che contrassegnano la missione d’un 
novatore o d un apostolo. Non è possibile fare 
astrazione, nell'apprezzamento dell’opera umana, 
da questo sforzo della volontà perseverante, che 
consegue la meta attraverso l'ostacolo ( 1 ). Il cam¬ 
mino sparso di triboli e d'inciampi, il mare insi¬ 
dioso di scogli e di gorghi, dànno pregio al 
viaggio di colui che arriva. Anche nel giudizio 


( 1 ) Seneca, Opera. Lipsiae Teub. I, De Providentia, 
IV, 4. 6 , 16, “ avida est periculi virtus et quo tendat, 
non quid passura sit cogitat „, “ calaniitas virtutis 
occasio est. illos merito quis dixerit miseros, qui nimia 
felicitate torpescunt, quos velut in mari lento tranquil- 
litas iners detinet „. " Non est arbor solida nec fortis, 
nisi in quam frequens ventus incursat. ipsa enim vexa- 
tione constringitur et radices certius figit. fragiles sunt 
quae in aprica valle creverunt. prò ipsis ergo bonis 
viris est, ut esse interriti possint, multum inter formi¬ 
dolosa versari et aequo animo ferre quae non sunt 
mala nisi male sustinenti „. 

Zino Zini, Giustizia. 


15 







GIUSTIZIA 


H4 

volgare dei nostri atti entra o tanto o poco 
questo elemento apprezzativo. Siamo nella vita 
come in un campo di corsa, dove il maggior 
premio spetta a colui che ha fatto di più, che 
ha superato barriere più ardue o fossati più 
larghi ; e il fattore, che impresta il maggior inte¬ 
resse ad un'opera, è pur sempre questa nota di 
ardimento e di rischio più grande. Anche nella 
educazione, che è molte volte tirocinio speri¬ 
mentale delle energie nascenti, tendiamo a questo 
rafforzamento della volontà con un aumento pro¬ 
gressivo della difficoltà, e chi entra nella gara 
della vita, come in quella del giuoco, deve sotto¬ 
mettere il suo spirito come il suo corpo ad una 
prova. 

La deduzione ascetica è dunque fino ad un 
certo punto naturale. Se il merito è nella diffi¬ 
coltà vinta, e se tanto maggiore è il pregio della 
azione quanto più arduo è il compito al quale 
l’uomo si sobbarca, può facilmente lo spirito 
persuader sè medesimo che l’indefinito esercizio 
della propria volontà nella resistenza alla fatica 
o al dolore, astrazion fatta dallo scopo, costi¬ 
tuisca l’essenza stessa del merito (1). In fondo un 
tale equivoco nasce da una dissociazione abba¬ 
stanza spontanea tra valore di una cosa e sforzo 
che è costata. E sono veramente i due termini 
sempre cosi congiunti od equivalenti, che deb¬ 
bano supporsi o possano convertirsi l’uno nel¬ 
l'altro ? 


( 1 ) Simmel, op. ci/., ib. 





CAP. V - ANALISI DEL MERITO II5 

Di qui quel donchisciottismo e quel virtuosismo, 
che caratterizzano certi modi della condotta umana 
nei più diversi campi, e che sono gli equivalenti 
sociali moderni della ascesi religiosa nell’età 
medioevale. Superare ad ogni costo una diffi¬ 
coltà, correre un'avventura pericolosa, esporsi 
ad un rischio sono stati e sono tutt’ora prepo¬ 
tenti impulsi, che hanno spinto l’uomo alle più 
pazze imprese e allo sperpero più capriccioso 
delle sue energie; e che oggi noi vediamo rinno¬ 
varsi nelle forme temerarie dello sport alpino 
od automobilistico ed in molte eccentricità pro¬ 
fessionali. Fino a che punto ci può essere qui 
una vanità o verso gli altri o verso sè stesso? 
L’uomo ha bisogno di darsi l’illusione dell’eroismo, 
ma possiamo seriamente dubitare del valore reale 
di quest’etica del salto mortale, come abbiamo 
buon motivo di mettere in dubbio il valore este¬ 
tico di tutti quei prodotti dell’arte, che nascono 
da una preoccupazione eccessiva di bellezza 
tecnica e formale. 

L’apologià del dolore, che è in fondo all'asce¬ 
tismo, nasce dalla stessa dissociazione tra uno 
sforzo fatto, una sofferenza o una pena sostenuta 
e un fine da conseguire. Non dobbiamo avvez¬ 
zarci a scherzare coll’eroismo. Nella pratica della 
vita la virtù eroica è il biglietto da cento lire; 
capita raramente di doverlo e saperlo spendere 
con profitto, mentre tutti i momenti abbiamo 
bisogno della moneta spicciola per le minute 
esigenze della spesa giornaliera. Il dolore ha un 
valore educativo, è un mezzo e non un fine. 




GIUSTIZIA 


Il6 


L'errore dell’ascetismo è quello di essere una 
palestra del dolore a vuoto. Soffrire per sè stante 
non è nè un bene nè un male, è puramente 
uno stato del corpo e dello spirito. La ginnastica 
delle energie morali comporta sforzo e sofferenza 
come quella delle energie fisiche. 

Saper resistere, saper rinunciare, dominare 
e vincere sè stesso, mortificarsi anche, tutto può 
essere approvato, ma soltanto come preparazione 
non come scopo in sè stesso; c'è qui appunto 
la stessa differenza che tra ginnastica ed acro¬ 
batismo. L’asceta santifica il dolore e si fa un 
merito delle sue sofferenze, come l’alpinista o 
lo sportman del loro pericolo mortale. Battendo 
questa strada si possono giustificare le peggiori 
aberrazioni. Ma per rimanere nell’orbita della 
attività pratica, volendo giungere ad una distribu¬ 
zione delle ricompense basata sopra una valuta¬ 
zione del merito intrinsecamente considerato, 
cioè come sforzo volontario o come difficoltà 
superata per giungere ad un particolare risultato, 
dovremmo incominciare a porre questa equa¬ 
zione : lavoro = dolore. In questo caso la ricom¬ 
pensa è proporzionale al lavoro compiuto ossia 
al dolore sopportato. Ma chi può darci il metro, 

1 unità di misura, una specie di chilogrammetro 
morale? E chi vorrebbe compensare il lavoro 
a vuoto, cioè una fatica affrontata e un’opera 
spesa sterilmente? Il buon senso ha già fatto 
giustizia di tutte le vane eccentricità, che dissi¬ 
pano in un lavoro infecondo tanta parte della 
attività umana. È impossibile nel giudicare questa 





CAP. V - ANALISI DEL MERITO 


117 


complessa macchina fisiologica, che è l'uomo, non 
tener conto del suo rendimento; e il giudizio 
sul rendimento è di natura essenzialmente so¬ 
ciale. Sotto un altro aspetto il criterio dello sforzo 
appare equivoco, in quanto cioè il medesimo 
atto può costare fatica diversa secondo le condi¬ 
zioni personali dell agente. E allora dove trovare 
un punto d’appoggio nella valutazione del merito 
dal lato intrinseco, mentre ciò che chiamiamo 
la difficoltà, il sacrificio fatto, il dolore accettato 
per raggiungere un effetto determinato non hanno 
un valore costante, ma anzi infinitamente varia¬ 
bile? Nello stesso individuo la legge d'adatta¬ 
mento, che chiamiamo abitudine, conduce insen¬ 
sibilmente ma necessariamente all’ attutimento 
dello sforzo, all’eliminazione progressiva di questo 
coefficiente d'ogni lavoro sia manuale sia intel¬ 
lettuale, che è la fatica o il dolore. 

E nell’ordine morale avviene lo stesso : l’educa¬ 
zione ha per risultato l’acquisto di certe attitu¬ 
dini a compiere con maggiore spontaneità ciò, 
che inizialmente poteva costarci pena od essere 
addirittura repugnante. L’origine della virtù è in 
questo automatismo etico, come aveva tanto 
acutamente intuito Aristotele quando nel suo 
felice paragone scriveva : « Si diventa citaristi col 
suonare la cetra, architetti col fabbricar case, 
medici esercitando la medicina e virtuosi facendo 
azioni belle e buone. La virtù morale nasce, si 
sviluppa e si compie colla pratica. L’azione è 
creatrice, essa si traduce in un plus d’energia 
per modo che col tempo ne risulta una disposi- 











Il8 GIUSTIZIA 

zione, che tende ad esercitarsi nella stessa dire¬ 
zione. L’inizio delle virtù è penoso, ma il com¬ 
pito si alleggerisce man mano che si va innanzi, 
e si finisce per fare con amore ciò che si in¬ 
cominciò a fare con sforzo » (i). 

Ma se noi potessimo supporre che ogni forma 
di attività umana, essendo specializzata ed eser¬ 
citata secondo l’attitudine, diventasse piacevole 
anziché dolorosa, scomparirebbe con ciò il merito 
delle nostre azioni ? Scomparirebbe con ciò anche 
ogni criterio di ricompensa ? 

Noi possiamo augurarci che questo sia: che 
per la legge dell’abitudine il lavoro possa diven¬ 
tare costituzionale e fisiologico. Fino ad un certo 
punto questo è accaduto ; e attuandosi un più 
largo sistema di specializzazioni e sostituendosi 
sempre in maggior scala all’uso c all’abuso delle 
energie umane l’impiego razionale delle energie 
naturali, ciò sarà maggiormente. L’antica male¬ 
dizione biblica del lavoro, che pesa come una 
condanna di obbrobriosa servitù sul genere umano, 
può essere riscattata. Ma questa progressiva eman¬ 
cipazione dell’uomo dalla fatica, questa reden¬ 
zione della nostra vita dal dolore, che è come 


(i) Mackenzie, Manna! of Ethìcs. London, 1901, p. 14: 
" virtue exists only in activity * goodness is not a 
capacity or potentiality, but an activity; in Aristotelian 
language, it is not a bOvani;, but a èvépyeta „. 

Aristotele, Ethic Nic., B, 1, 1103ab; ib., 2, 11048, 
27-35, ii°4 b, 1-3; Eth. End., B, 2, 1220 a, 39; 1220 b, 
1-6; Magna Moralia. A, 34, 1197 b, 37 e seg. 

James, Principi di psicologia, Cap. IV, pag. 92 e seg. 









CAP. V - ANALISI DEL MERITO 


119 


il termine ultimo di un’indefinita approssima¬ 
zione , dovrà essere giudicata insieme come la 
scomparsa d’ogni giusta retribuzione basata sul 
merito, per ciò soltanto che mancherà il criterio 
del sacrificio compiuto e della pena sopportata ? 
La sconfitta del dolore nel mondo sarebbe nello 
stesso tempo quella della giustizia, o in altre 
parole la vittoria dell’uomo sulla natura dovrebbe 
avere per risultato il naufragio di una delle più 
nobili idee, che si siano formate nella storia 
psicologica deH’umanità? 

Sentiamo di poter confutare questa tesi pessi¬ 
mista, che a fondare il regno della giustizia pone 
come condizione la tirannica persistenza del 
dolore. 

Noi tocchiamo qui una delle più difficili analisi 
del pensiero umano. E quando noi gettiamo nel 
suo crogiuolo questo concetto del dolore come 
prezzo del merito, ciò che vi troviamo in fondo 
è una residuale idea religiosa, uno spirito di 
sacrificio, di cui il primitivo nucleo d’attrazione 
formativa sorge nei rapporti della subordinazione 
umana verso Dio. Nel libro di Job c’è questo 
pensiero : Dio è padrone di tutto, del bene come 
del male e può distribuirlo come gli piace. Il 
dolore ha questo valore morale, che non scuo¬ 
tendo in Job, non ostante la sua apparente in¬ 
giustizia, la fiducia in Dio, riafferma la potenza 
di Dio sull’uomo e fortifica la fede di quest'ul¬ 
timo verso il suo Creatore. Questo piccolo poema 
di Job è un meraviglioso riepilogo di pensiero 
umano intorno all’eterno problema del male. Il 




120 


GIUSTIZIA 


male viene da Dio, ma colpisce in pari tempo 
l’empio ed il giusto. Che l’empio sia distrutto 
dalla collera divina, è una cosa abbastanza com¬ 
prensibile per la mente dell'uomo. Anzi bisogna 
confessare che il concetto della giustizia divina 
è già qui molto elevato, e che Dio si trova vera¬ 
mente nella posizione di un giudice del tutto 
imparziale, perchè la sua giustizia non è inte¬ 
ressata. Quando egli sentenzia, non de re sua 
agitar, poiché nè l’offende il peccato dell’uomo 
nè gli giova la sua virtù. L’onnipotenza divina 
è al di fuori della sfera d’azione dell’opera 
umana. 

Job è l’uomo giusto, che si sente puro di pec¬ 
cato, eppur vede aggravarsi sopra di sè la mano 
di Dio ; ond'egli dal fondo della più ineffabile 
miseria osa levare la voce in faccia al suo Crea¬ 
tore, distributore del bene e del male sulla terra, 
per giustificarsi al suo cospetto. Invano i suoi 
compagni cercano di dissuaderlo e lo tacciano 
d’empietà, perchè voglia erigersi a giudice del¬ 
l’opera divina, invece di piegarsi, penitente rasse¬ 
gnato, a implorare da Dio il perdono della sua 
colpa e la remissione del castigo. 

Job è veramente la coscienza morale dell’uomo, 
fatta carne ed ossa, è la tormentata personifica¬ 
zione della sua mortale angoscia di fronte allo 
spettacolo dell’ingiusta spartizione del bene e 
del male. L’empio sazio di beni e di gioia chiude 
serenamente il ciclo della sua esistenza terrena; 
il giusto è oppresso e perseguitato. Questo tra¬ 
gico dissidio empie d’amara disperazione il cuore 



CAP. V - ANALISI DEL MERITO 


121 


dell’uomo, e turba la sua ragione coll’inquietante 
dubbio della divina provvidenza. 

Job non è un ribelle, come il prigioniero del 
Caucaso ; non è il vinto che impreca contro il 
suo orgoglioso vincitore, è il servo che sotto la 
verga d’un padrone dispotico domanda : perchè 
mi colpisci ? pronto a gettarsi nella polvere e 
baciare umilmente il piede che lo calpesta, ricono¬ 
scendo giusto nella imperscrutabile saggezza del 
giudice, che lo detta, il decreto della sua punizione. 
Job e Prometeo sono le due opposte concezioni 
di due razze, di due civiltà e di due mondi, 
l’uno che darà all’uomo la religione, l’altro che 
gli farà dono della filosofia. 

Noi possiamo domandarci : c'è veramente me¬ 
rito a soffrire? E a chi giova questa sofferenza? 
a colui che la sostiene o agli altri che, vantag¬ 
giandone, la premiano? Giova a quello, che la 
soffre, in quanto soffrendo eleva la propria perso¬ 
nalità morale, o agli altri in quanto il dolore 
degli uni è parte dell’altrui felicità? Mors tua 
vita mea ? Noi tendiamo a realizzare un mondo 
senza dolore , ma non per questo un mondo privo 
d’una scala di merito. 

La strana illusione di giudizio, che ha portato 
ad assegnare un valore etico alla sofferenza, ha 
la sua radice nel senso di sudditanza dell’uomo 
verso la divinità. La religione del dolore nasce 
dalla coscienza della propria abbiezione, dal bi¬ 
sogno d’espiazione e di purificazione ; essa si 
afferma nel merito d’una rassegnazione umile 
alla volontà illimitata di un Essere supremo, 


Zino Zini, Giustizia. 


16 






122 


giustizia 


che può disporre a suo talento de] nostro de¬ 
stino (i). 

In questo caso soffrire può equivalere alla 
testimonianza della propria fede in Dio. L’ar¬ 
dente sede di martirio, che sollecita gli apostoli 
d ogni ideale, tradisce un'origine comune. L’av¬ 
versità sostenuta è indiretto segno dell’interesse 
che la divinità porta a chi ella colpisce, perchè, 
così operando, gli offre l’opportunità d'acquistare 
meriti a suoi propri occhi. Ed è curioso osser¬ 
vare che un simile concetto, tanto caratteristico 


(i) Th. Gomperz, Pcnseurs de la Grece, I, pag. 147-148, 
riattacca la genesi di questa idea etico-religiosa nella 
coscienza ellenica alla crisi sociale e alle concomitanti lotte 
di classe avvenute nei secoli VI e VII, quando le dure 
necessità dei tempi insegnarono, in questo vero medio¬ 
evo greco, agli uomini a pregare, come accade ai po¬ 
poli dell’Europa latina nell’età di mezzo. Sotto la dura 
oppressione militaresca, che segue alle vittorie e con¬ 
quiste doriesi e all’ impianto d’un regime oligarchico 
senza quartiere, le vittime gettano uno sguardo al di là, 
domandano alla divinità un compenso ai mali terrestri. 
Comincia l’antagonismo fra le due opposte tendenze 
dell’anima umana, il senso del doloree l’impulso della 
ppsione, comincia la lacerazione della personalità, la 
distruzione dell’armonia interna, l’ostilità contro la na¬ 
tura, la rinuncia ascetica delle sue esigenze, anche inof¬ 
fensive o salutari. Gli Orfici, che sono i puritani della 
antichità, trasmettono per il tramite di Pitagora questo 
patrimonio d’idee e di sentimenti a Platone, e quindi 
parte quella corrente di pensiero, che contiene in sè 
il divorzio crescente tra l’anima e il corpo, il dualismo 
tra il mondo e la divinità, e finisce per sfociare nel gran 
mare del Cristianesimo. 





CAP. V - ANALISI DEL MERITO 


123 


della morale cristiana, dove l'uomo pio e giusto 
più caro alla divinità, è più visitato dalla scia¬ 
gura, non manca di precedenti nella stessa co¬ 
scienza classica : gli dei sono gelosi della felicità 
dei mortali, essi invidiano loro gioie e fortuna, 
e tengono continuamente la sventura sospesa, 
come spada di Damocle, sulla testa dei più felici, 
tanto che non di rado accade che taluno d’essi 
a rompere questa specie di jettatura d’una vita 
troppo avventurosa, cerchi procacciarsi volon¬ 
tariamente qualche causa di contrarietà. 

La troppa fortuna sgomenta : tanto poco soliti 
siamo a queste straordinarie e prolungate com¬ 
binazioni d eventi favorevoli. Wagner, leggendo il 
Tintole onte di Plutarco, confessava di essere strana¬ 
mente maravigliato nell’apprendere che la vita del- 
1 eroe potesse mai chiudersi tanto serenamente, 
così poco 1 eterna tragedia del mondo ci ha abi¬ 
tuati a questo Leto fine, nella tempestosa atmosfera 
di dolore e di battaglie, che avvolge lo spirito 
dei grandi. La parabola della vita che discende 
languidamente in un orizzonte di luce, è una 
novità così insolita, è una così inaspettata sorpresa 
che offende la nostra credulità. 

È vero che Nietzsche oppone a questa pessi¬ 
mista concezione quella dell’eroe vittorioso e 
giocondo, che in un largo palpito della sua orgo¬ 
gliosa volontà di potere afferma il suo diritto 
ed espande nella pienezza delle energie vitali 
il fiore della propria individualità. Ma è ovvio 
osservare che una tale apologia della gioia di 
vivere conduce fatalmente a professare un evan- 





124 


GIUSTIZIA 


gelo edonistico, che sdrucciola sempre più o meno 
nella sensualità. L’elevazione a potenza della 
personalità umana ha il più delle volte l’egoismo 
per esponente (i). 

A nessuno certo verrà in mente di negare che 
la difficoltà di un'opera costituisca il suo mag¬ 
gior valore, ma questo non nel senso che noi, 
riconoscendone il merito, premiamo in certo qual 
modo la quantità di dolore umano che è costata, 
perchè ciò equivarrebbe a ritenere che la nostra 
elevazione morale fosse a prezzo della sofferenza 
soltanto, tesi ascetica questa, alla quale è ine¬ 
rente il gravissimo pericolo di proporre alluomo 
il dolore come mezzo della sua moralizzazione, 
e che ha purtroppo condotti molti a soffrire e 
far soffrire crudelmente, o quanto meno a ren¬ 
derci meno pietosi alle sventure e meno indul¬ 
genti agli errori e alle debolezze altrui (2); bensì 
noi, assegnando un più alto prezzo all’opera più 
ardua, guardiamo essenzialmente al risultato rag¬ 
giunto, tanto più che non è poi detto che sempre 
ad un lavoro difficile corrisponda una fatica real¬ 
mente sostenuta. E questo si verifica ogni qual 
volta l’attitudine, le circostanze, il caso o l’eser¬ 
cizio ci abbiano abilitato ovvero ci abbiano 
agevolato il compito di qualche cosa. Ciò che 
nei rapporti sociali si suole apprezzare, non è 


(1) Gomperz, op. cit., n, pag. 350-351. 

(2) H. Lea, Histoire de l’inquisition au moyen-àge 
(trad. frane.). Paris, 1900, Tom. I, pag. 270, 465 e seg., 
629 e seg. 











CAP. V - ANALISI DEL MERITO 


125 


quindi la difficoltà soggettiva o intrinseca, ma 
piuttosto quella oggettiva od estrinseca. Per la 
mano abile d’un grande chirurgo o d’un celebre 
violinista il colpo di bisturi o quello d'archetto 
può rappresentare lo sforzo d’un secondo d’at¬ 
tenzione, o può anche diventare automatico, ciò 
non ostante noi proclamiamo l’altissimo merito 
dell'operazione o dell’esecuzione. Allo stesso 
modo il cantante, che emette la sua più superba 
nota tenorile e, mandando in visibilio la platea, 
riempie la cassetta dell’impresa, può far ciò senza 
la minima fatica, forse anche con piacere, eppure 
quest’estrema facilità del suo lavoro vocale non 
esclude la nostra ammirazione e non diminuisce i 
suoi ingenti guadagni (1). Nè questo può restarci 
inesplicato, quando pensiamo che ciò che noi 
apprezziamo e ricompensiamo non è tanto l'opera 
soggettivamente considerata, quanto il suo valore 
oggettivo o sociale, che è in fondo un valore di 
posizione rispetto alle altre opere dello stesso or¬ 
dine (2). Così si attua qui quella medesima dif¬ 


ri) Torni Dante, tre paoli; a te la paga 
Di sei ministri. 

Giusti. 

(2) Pierson, Trattato d'economia politica. Torino, 1905, 
I> P a S- 54 » 60, 63, sul concetto di valore e di utilità 
marginale (final or marginai utility). H costo di produ¬ 
zione di una cosa è la somma di' sacrifizi ch’essa do¬ 
manda; il valore è ciò che ci fa conoscere in che mi¬ 
sura la cosa stessa è per noi un bene, in base ai van¬ 
taggi che ci procaccia — pag. 68: veramente le cose 
non ànno valore perchè sono costate lavoro, ma per 








126 


GIUSTIZIA 




ferenza, che gli economisti pongono rispetto al 
valore di un oggetto sul mercato tra il costo 
della produzione e quello della sua riproduzione. 
Nella vita sociale il prezzo delle opere ascende 
in ragion diretta della maggior difficoltà della 
loro riproduzione, non tanto in quella della loro 
produzione. È questo il segreto dell’alto, altis¬ 
simo, favoloso talvolta, prezzo d'ogni forma di 
lavoro specializzato. Sono queste ultime specialità 
tecniche o teoriche, nel campo dell’industria, 
dell'amministrazione, della scienza, dell’arte, che 
pongono in una situazione privilegiata i loro for¬ 
tunati possessori, e in cui lo specialista ossia il 
monopolizzatore d’una utilità sociale, sottratto 
totalmente o parzialmente alla concorrenza dei 
suoi rivali, mette alla sua opera un prezzo arbi¬ 
trario. 

Nelle società del passato questa stessa pro¬ 
porzione, in termini anche più evidenti e più 
iniqui, era ottenuta colla fissazione a priori d'un 
rango, una gerarchia di uffici e di persone di¬ 
stribuite per casta e in cui ad una maggiore re¬ 
tribuzione e a più alti vantaggi corrispondevano 
generalmente le minori fatiche e i più facili la¬ 
vori (i). Non vediamo ancor noi pur troppo veri¬ 
ficarsi il medesimo inconveniente in quel curri- 


Pottenimento di questa cosa si spende lavoro perchè 
anno valore. Quindi non il sacrifizio della produzione, 
ma piuttosto quello della privazione, fissa il valore delle 
cose. 

(i) Taine, op. ci/., AIncieli regime, pag. 82. 

SlMMEL, Op, CÌ/., 1 , S. 417. 





CAP. V - ANALISI DEL MERITO 


127 


colo che sono le pubbliche cariche o gli uffici 
burocratici? Fattori estranei al inerito e al lavoro 
veramente compiuto entrano assai spesso come 
elementi accidentali della ricompensa. 

Chi può veramente retribuire gli sforzi e i 
sacrifici dell’inventore, e quanto spesso non ac¬ 
cade che i benefici della scoperta non siano 
sfruttati da chi non vi ha preso parte? 

Giustificare la sproporzione nella distribuzione 
sociale della ricchezza, ossia della felicità, par¬ 
tendo dall’ipotesi che ogni società deve sottoporsi 
al peso di mantenere una classe superiore, donde 
vengano a lei gli elementi migliori della coltura 
e del progresso anche col rischio di mettere sul 
passivo in questo bilancio una grande zavorra 
di inetti ed oziosi di fronte a pochi fecondi la¬ 
voratori dello spirito, è forse una strana illusione 
ed un grave pericolo (1). I reali interessi della ci¬ 
viltà, come noi la intendiamo usualmente, sem¬ 
brano meglio affidati alla giustizia che al privi¬ 
legio; e le esperienze del passato testimoniano 
contro ogni forma d’aristocrazia e di casta. Re¬ 
stiamo dunque attaccati a questo saldo concetto 
di equità e non vogliamo leggermente sacrificarlo 
ad una malintesa idolatria di progresso. Oggi la 
scienza, nuovo idolo, domanda agli uomini i suoi 
sacrifici come un tempo la religione, e come un 
tempo di questa, così oggi potremmo doman¬ 
darci di quella che cosa effettivamente restituisca 
in compenso. Le energie sottratte al nostro reale 


(1) Simmel, op. cit., S. 421. 













128 


GIUSTIZIA 


benessere sono un inutile sperpero. Un sapere, 
che non contribuisca all'incremento e alla affer¬ 
mazione vittoriosa della vita, è immeritevole di 
questo nome (i). 

Fondamento della giustizia è il merito, ma la 
sua determinazione manca di criterio esatto. Ve¬ 
demmo l’impossibilità di determinarlo dal lato 
intrinseco, come intenzione, sforzo di volontà, 
dolore sostenuto; rimane il lato esteriore, l'estrin¬ 
secazione cioè dell’opera umana, l’utilità creata, 
la nuova ricchezza aggiunta al patrimonio col¬ 
lettivo. Non ci nascondiamo anche qui le diffi¬ 
coltà, ma ci lusinghiamo che esse siano più sor¬ 
montabili. 

Qui infatti ci soccorre un dato positivo, qui 
vi è il controllo dell’esperienza, qui vi è la legge 
suprema dell’adattamento. Le opere umane di¬ 
versificano all’infinito per qualità e quantità, e il 
loro apprezzamento comparativo è la conclusione 
d’un sillogismo che ha l’utile sociale per premessa 
maggiore. Quindi l’impossibilità manifesta del cri¬ 
terio d’equivalenza sia nella valutazione graduale 
delle funzioni, sia nella loro retribuzione. Ma 
eseguire qualunque forma di lavoro presuppone 
attitudini e mezzi : le prime procedono da na¬ 
tura o da educazione, i secondi sono ripartiti se¬ 
condo l’ordine sociale. Nella concezione di una 
società razionale questa idea duna conveniente 
distribuzione degli stromenti e delle funzioni, che 
sono la sorgente della felicità umana, non do- 


(i) Pearson, The Gratnmar of Science , pag. 138. 






CAP. V • AA'ALISI DEL MERITO 12g 

vrebbe mancare. La convenienza è il concetto 
socratico della competenza e dell’idoneità, se¬ 
condo il quale ad ogni specie di lavoro dovrebbe 
esser chiamato il più adatto, thè rigktest man in 
thc rigktest place (i). Se non che il principio tanto 
ragionevole, che tale distribuzione dei vantaggi 
sociali sia fatta per guisa, che vi concorrano ap¬ 
punto quelli e che più sono in grado d'usarne, 
solleva una nuova questione. Ma è veramente il 
più competente anche il più degno? Non può 
anche assai spesso accadere, che esso appunto 
non sia quello che abbia in precedenza reso mag¬ 
gior servizio d’un altro? La lotta tra l’anzianità 
ed il merito si afferma in tutte le forme dell’at¬ 
tività umana, ed è certo che tra il servizio reso 
e quello da rendere, la bilancia della giustizia 
oscilla indecisa tra la gratitudine e l’interesse. 

Potremmo spostare i termini del problema, e 
presentarlo sotto un nuovo aspetto soggettivo, 
ma di un soggettivismo pratico. 

Dall’asceta, che valuta il merito negativamente 
come dolore, passiamo all’edonista, che lo valuta 
positivamente come piacere. Se poniamo ben- 
thamianamente la massimazione della felicità 
come fine, la perequazione deve subordinarsi al 
godimento. Ora non si dà una cosa a chi non 
sappia goderne. Questa capacità d’uso dovrebbe 
diventare dunque «tetro della distribuzione. Ma 
il pericolo contenuto in un criterio siffatto è evi¬ 
dente. L’artista, lo scienziato, l’uomo colto do¬ 


li) Gomi’erz, np . cit ., Il, pag. 80 e seg. 
Zino Zini, Giustizia. 


17 







130 


GIUSTIZIA 


mandano subito una più larga porzione di beni 
nella vita, ed invocano a giustificazione della 
loro pretesa la più elevata capacità di goderne ! 
Senza contare che nessuna espressione è tanto 
equivoca nella sua determinazione quanto questa. 
Chi può fissare il bisogno umano? Shakespeare 
ha detto con verità profonda : « i bisogni non si 
ragionano — non c’è un mendicante che nella 
sua stessa indigenza non abbia il superfluo. Ac¬ 
cordando alla natura solo quello che la natura 
domanda, abbassi l’uomo al livello del bruto » (i). 

Se il fine della giustizia è una perequazione di 
felicità, indipendentemente da considerazione di 
merito, come hanno proclamato molti apostoli 
d’utopie sociali, sempre quando alla coscienza 
d una responsabilità individuale si voglia sosti¬ 
tuire quella d una responsabilità collettiva, non 
possiamo far a meno di ricadere nell’esame del 
bisogno, singolarmente valutato, e per necessità 
veniamo ad urtarci ad un nuovo ostacolo. 

La giustizia, si dice, vuole che ciascuno abbia 
un’eguale parte di felicità almeno in quanto ciò 
possa dipendere dall’opera altrui. Ma una pari 
felicità non si raggiunge con una esatta riparti¬ 
zione degli oggetti del desiderio comune, do¬ 
mandando alcuni più ed altri meno, per essere 
egualmente soddisfatti. 

La scappatoia suggerita di fissare un tipo 
medio, uno standard of life umano, in cui, evi- 


fi) Shakespeare, Lear, Atto II, scena IV. 







CAP. V • ANALISI DEL MERITO I3I 

tando gli eccessi della superfluità e della indi¬ 
genza, si normalizzi il massimo e il minimo dei 
consumi, appare d’una evidente puerilità. Chi 
infatti dovrebbe determinarlo? 

È vero che entro certi limiti, teoricamente 
parlando, data la progressiva conoscenza delle 
generali condizioni di vita che una fase della 
civiltà può realizzare, non sarebbe impossibile 
fissare certi massimi e certi minimi — la storia 
conosce questi tentativi — è vero però troppo 
spesso inefficaci. Nessuno può veramente far a 
meno d’un minimum , come nessuno può oltre¬ 
passare un maximum nel consumo personale 
della ricchezza (i). Ma questi due estremi, quando 
pure siano approssimativamente determinabili, ap¬ 
paiono evidentemente inadeguati alla valutazione 
di una stabile normalità. Ricadremmo qui nella 
stessa difficoltà accennata sopra rispetto al bi¬ 
sogno. 

Del resto è facile scorgere come la nozione 
elementare e comune del merito vada ad urtare 
fatalmente contro questa utilitaria considerazione 
di convenienza! È vero però che questo non 
potrebbe essere ancora un ostacolo definitivo 
di fronte ad una morale razionalistica, che sfata 


(1) Wundt, Ethics (trad. ingl.), III, pag. 197: “il prin¬ 
cipio morale vuole che si eviti il duplice estremo: di 
deficienza o di eccesso „. Nel paese stesso dell’enormi 
fortune moderne, l’America, non mancano proposte 
di limiti alla supercapitalizzazione. — Stein, op. cit., 
P- 341 - 343 - 





132 


GIUSTIZIA 


il facile illusionismo della coscienza empirica, 
accordando al fatto la precedenza sul sentimento. 

Ora nessun dubbio che qui — nella vita so¬ 
ciale — il fatto continuo diretto ed immediato 
è il bisogno dell’uomo. Dalla più umile alla più 
superba affermazione di volontà, tutta l’infatica¬ 
bile opera dell'abitatore terrestre si risolve in 
un’assidua caccia ad ogni forma di ricchezza, 
che è quanto dire di mezzo alla soddisfazione 
del bisogno. Proteo multiforme e sempre nuovo, 
prontamente risorto dal suo stesso appagamento, 
tenace dominator della vita, sia che rimanendo 
latente ci stimoli colla impetuosità irrefrenabile 
dell’istinto organico, sia che balzi colle più lu¬ 
singhiere parvenze del desiderio e si assida so¬ 
vrano della coscienza, il bisogno è il Re del 
nostro mondo; suscitatore di ogni forza e guida 
d'ogni energia, ciò che chiamiamo civiltà è la 
sua creazione ; industria, arte e scienza sono il 
suo prodotto. 

L’uomo, servo dei suoi bisogni, può anche far¬ 
sene giudice chiamandoli dinanzi al tribunale della 
Ragione a render conto della loro legittima po¬ 
destà o della loro capricciosa tirannide ! Qui come 
altrove le correnti del pensiero che tentano in¬ 
terpretare il segreto senso della vita e del destino 
umano si sono incanalate per vie divergenti. 

Ridurre il bisogno umano, ovvero soddisfarlo 
nel suo crescente sviluppo: queste due opposte 
tesi, che hanno volta a volta avuto i loro apo¬ 
logisti , rappresentano le estreme polarizzazioni 
dello spirito. 






CAF. V - ANALISI DEL MERITO 


133 


Da Buddha a Diogene, da Cristo a San Fran¬ 
cesco, da Savonarola a Tolstoi, attraverso cento 
religioni e cento filosofie sorte in climi geografici 
e storici differentissimi, la felicità è stata stret¬ 
tamente associata alla limitazione dei desideri c 
alla riduzione dei bisogni, sia che ciò si colle¬ 
gasse al concetto fondamentale di mortificazione 
e quindi di merito acquistato col dolore, sia che 
lo spirito umano affermasse la sua libertà, affran¬ 
candosi dalla servitù del bisogno e dalla tiran¬ 
nide convenzionale della civiltà. 

Natura e civiltà apparvero allora quali termini 
antinomici, e l’uomo naturale fu opposto all’uomo 
artificiale. Vivere secondo natura, o secondo Dio, 
si equivalsero, perchè tanto lo stoico che ha la 
pretesa di richiamare l’uomo alla sua condizione 
di vita vera e spontanea, quanto l’asceta che 
sdegna le vanità del mondo nel miraggio d'una 
perfezione e d’una felicità trascendenti, giungono 
al risultato medesimo : rinnegare la secolare 
opera dell’incivilimento, che accusano di ipocrisia 
e di menzogna, e spezzare i vincoli artificiosi 
della sua lunga servitù. Errore capitale e funesto, 
che, tenacemente fitto nella mente dell’uomo, 
riappare di tempo in tempo ed insorge come 
reazione appunto nei momenti culminanti della 
sua storia civile. In realtà niente separa l’uomo 
dalla natura, in quanto quello è una parte di 
questa, una particolare determinazione più com¬ 
plessa e più alta del suo stesso sviluppo. 

Soltanto daH’illusorio dissidio tra natura ed 
uomo prende origine l'ostilità antica verso il 









134 


GIUSTIZIA 


crescente espandersi del bisogno umano, che è, 
in altra parola, l’affermazione stessa di civiltà e 
di progresso. 

La lotta ascetica contro il desiderio e il pa¬ 
negirico dell’astensione è giustificato dall’equi¬ 
voco di credere che i bisogni siano fatti ar¬ 
tificiali, aggiunti all’uomo dalla civiltà. Si parte 
dalla natura umana, come da un dato costante, 
e si desumono quindi le sue necessità. Natural¬ 
mente con questo procedimento si possono eli¬ 
minare tutti i nostri bisogni, tranne quelli fonda- 
mentali della conservazione, nutrizione, riprodu¬ 
zione, ecc. Ognuno di noi può rifare a ritroso 
il cammino deH’incivilimento, può spogliare la 
sua scorza d'educazione, di coltura, di refinement , 
e ripetendo il ragionamento di Diogene, può ri¬ 
durre ai minimi termini l 'kumanitas, che qua¬ 
ranta secoli di storia hanno faticosamente com¬ 
posto, e realizzare il sogno d’un ritorno alla 
natura. Ma questo errore di giudizio riposa 
sopra un equivoco capitale — un sofisma di 
anfibologia — l’uomo naturale. Al suo posto non 
c’è che l’uomo sociale, e il bisogno umano ha 
essenzialmente questo carattere d’essere un pro¬ 
dotto o un acquisto progressivo della vita sociale. 

Ogni uomo ha, per conseguenza, i bisogni della 
sua condizione, poiché ogni uomo è l’unità d’un 
gruppo, l’espressione personale d’un complesso di 
relazioni. L'uomo in abstracto, che sottoponiamo 
all'analisi filosofica, è un’illusione del nostro spi¬ 
rito , un precipitato logico, ciò che veramente 
esiste è l’uomo in concreto, e questo è sempre un 






CAP. V - ANALISI DEL MERITO 




135 

valore sociale. I bisogni (i), dai più umili ai più ele¬ 
vati, sono in fondo ciò che chiamiamo la nostra 
stessa civiltà; la loro progressiva ascensione è 
l'indice del progresso. La crescente partecipa¬ 
zione ad essi, alla quale la legge dell'imitazione 
sociale chiama le classi inferiori, inalzando il loro 
standard of living, è l’attuazione della giustizia, 
mentre sotto un altro aspetto è anche la miglior 
garanzia della pace pubblica e della stabilità 
sociale, poiché esse crescono in ragione diretta 
del maggior numero di persone, che vi trovano 
il loro interesse, perchè vi cercano la soddisfa¬ 
zione dei loro desideri. 

Se ci persuadiamo, che l’ingresso d’un'idea di 
convenienza non fa precipitare la giustizia dagli 
altari, su cui la ragione l’à posta, in quanto lo 
spirito umano non fabbrichi i suoi ideali col¬ 
l'ombra del sogno, ma coi materiali della realtà; 
ma che anzi ne integra la nozione più sincera, 
noi vediamo svanire l’ordinaria nozione del merito. 
Per poggiar il piede sopra un terreno più solido, 
dobbiamo ritornare fatalmente all’interpretazione 
utilitaria. « Quando si dice che un uomo merita 
ricompensa per i servigi resi alla società, si vuol 
dire in ultima analisi che è conveniente ricompen¬ 
sarlo in quanto cf^e egli e gli altri possono essere 


(1) Dei bisogni si può ripetere quello che i psicologi 
moderni dicono dei desideri, che cioè in una data per¬ 
sona non sono un fenomeno isolato, ma formano un ele¬ 
mento nella totalità, o, come suol dirsi, un universo del 
suo carattere. Conf. Mackenzie, op. cit., pag. 47. 




I 


136 GIUSTIZIA 

indotti a rendere simili servizi per ottenere simili 
ricompense » (1). Ammettiamo che la convenienza 
è un principio utilitario di distribuzione che neces¬ 
sariamente limita l’attuazione della giustizia in ab¬ 
stract0. Ma noi, che abbiamo tentato tutte ,le vie 
per giungere all'identificazione del merito, ab¬ 
biamo dovuto confessare che la sua idea ultima 
ci sfugge, o meglio, che in questa idea umana è 
avvenuta come una convergenza di due correnti 
di pensiero, molto diverse tra loro per significato 
e per origine. 

Per una parte si sono depositati qui alcuni 
elementi psichici, che traggono la loro origine 
dal mondo irreale e dai rapporti, che l’uomo 
instituisce in questo mondo d'illusione e di mi¬ 
racolo. Sono persuaso, che tutto il valore di un 
atto o il merito che ne consegue, guardato dal 
lato intrinseco, come purezza d’intenzione, come 
dolore, o sacrificio sostenuto, trovi la sua spie¬ 
gazione soltanto nell’ipotesi di una intelligenza, 
che vede il pensiero e lo giudica, ovvero d’una 
potenza, che può essere guadagnata alla nostra 
causa mediante un olocausto. 

Dall’altra parte entrano nella stessa composi¬ 
zione psicologica elementi di natura positiva, 
dedotti dalle relazioni sociali, il cui carattere 
fondamentale è l'estrinsecazione nell'opera e la 
coordinazione coll’interesse comune, ossia l’utilità. 


(1) Sidgwick, op. cit., pag. 284. 







» M1 m f TTTTTTTTTTTTTTTT » 




CAPITOLO VI. 

La pena riparatrice. 


La cooperazione sociale è il fatto più sagliente 
della fenomenologia umana, e per quanto l'ideale 
di giustizia, che ne emerge, non ci sia vicino, 
nemmeno però ci appare tanto remoto da pro¬ 
clamarlo senz’altro irraggiungibile. Il diritto del¬ 
l'uomo, quale collaboratore grande o piccolo, 
illustre od oscuro artefice nella grande continua 
opera creativa della comune ricchezza, sia come 
fatto, sia come idea, se è pur troppo ancora assai 
lontano dall'essere riconosciuto, può tuttavia già 
essere concepito ; comprendere ciò che dovrebbe 
essere, è l’inizio della sua stessa attuazione ; nel 
mondo della coscienza l'ideale è la sentinella 
avanzata del reale. 

Ma di fronte all’atto umano coordinato ai fini 
sociali, è rappresentato disgraziatamente ancora 
su troppo vasta scala, quello contrario a questi 
fini. Vi è l’uomo cooperatore e vi è l'uomo di- 


Zino Zini, Giustizia. 


18 










138 


GIUSTIZIA 


struttore, l’individuo antisociale accanto al sociale, 
il valore negativo di fronte a quello positivo, la 
cifra umana preceduta dal segno sottrattivo del¬ 
l’utilità collettiva, di fianco a quella, che possiede 
il segno addizionale. La volontà convergente ed 
armonica colla felicità comune ha il suo contrap¬ 
posto nella volontà nemica ed egoisticamente 
dissociata. Il fondo d’ogni ingiustizia ò veramente 
questo difetto d’orientamento nella bussola delle 
nostre tendenze, questa declinazione magnetica 
transitoria o permanente nell'ago della condotta 
singola dal polo, che segna la felicità generale. 
Egoismo è ogni forma d’ingiustizia che rimane 
nell’àmbito morale, come cosciente diniego di 
cooperazione positiva; delitto è ogni forma d’in¬ 
giustizia, che è estrinsecata nel campo delle re¬ 
lazioni sociali, come cosciente attentato agl’inte¬ 
ressi legittimamente costituiti. L’onesto e il de¬ 
linquente stanno fra di loro nel rapporto del 
produttore e del distruttore. Il primo contribuisce, 
il secondo sottrae al patrimonio dei valori umani, 
che compongono la ricchezza materiale e spiri¬ 
tuale della civiltà. Al sentimento di gratitudine 
universale, che impone, come debito, la ricom¬ 
pensa d’ogni servizio sociale, corrisponde il ri- 
sentimento non meno generalizzato che esige 
come soddisfazione la pena. Confessiamo però, 
che qui più che nell’opposto campo, ed erano 
pur già grandissime, si oppongono nuove diffi¬ 
coltà alla determinazione d'un giusto criterio. 
Esploriamo un oceano pieno di scogli ed abissi. 

Il progresso del sentimento umano è minimo 





CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


139 


di fronte all'offesa. La barbarie è sempre alla 
porta della nostra vita civile, per non dire ch’essa 
è tuttora domiciliata nel suo seno, ed urla con 
grida di bassa vendetta e di crudele espiazione 
nella nostra stessa coscienza. Contenuto e forma, 
la giustizia penale è prevalentemente un empi¬ 
rismo, che corrisponde appena in modo grossolano 
all’urgenza immediata dei bisogni cotidiani, ma 
non appaga per nulla nè i diritti della ragione, 
nè quelli del sentimento. Non è impossibile spie¬ 
gare questo relativo arresto di sviluppo, che di¬ 
mostra indirettamente quanto sia erronea quella 
concezione semplicista del progresso, che Io iden¬ 
tifica ad un fatto di cresciuta o di svolgimento 
organico, mentre in realtà esso appartiene ad un 
ordine assai più complesso, ed è piuttosto una 
risultante variabile, un rapporto di posizione, che 
non una condizione statica. La giustizia che 
chiamiamo civile, corrisponde alla parte sostan¬ 
ziale del fatto sociale, e il suo svolgimento, per 
quanto ritardato dalla tradizione e dall’inerzia 
conservatrice degl’interessi, tuttavia è correlativa, 
almeno limitatamente, al progresso della coope¬ 
razione, questo esponente della storia, indice 
della crescente complessità nei rapporti umani. 

Che l’uomo non sia più schiavo, è il risultato 
logico del fatto, che il tipo associativo, che forma 
la base della schiavitù corrisponde ad un ordine 
inferiore della collaborazione umana, tanto dal 
punto di vista materiale, che da quello morale. 
Che il servaggio della gleba sia stato disciolto 
ciò dipende dal fatto, che il tipo di civiltà da noi 




140 


GIUSTIZIA 


realizzato domanda imperiosamente il lavoro li¬ 
bero, e reclama il rapido spostamento delle unità 
umane, attratte nel circolo della produzione indu¬ 
striale, ciò che si realizza nell’esodo continuo 
degli elementi rurali verso i grandi centri eco¬ 
nomici; senza l’urbanismo la civiltà del XIX 0 e 
del XX° secolo non sarebbe sorta. Che le classi 
operaie abbiano raggiunto uno standard of life 
più conforme alle elementari esigenze della giu¬ 
stizia, che i salari si siano elevati, che sia stato 
riconosciuto il diritto delle consociazioni operaie 
per la resistenza e per lo sciopero, che tutto un 
sistema protettivo di legislazione sociale si sia 
elaborato, anche questo ha dovuto trovarsi in 
stretta dipendenza dai nuovi sistemi per la col¬ 
laborazione umana; una profittevole produzione 
industriale non potendo essere ottenuta nella 
moderna fase meccanica senza la intelligente col¬ 
laborazione d’una mano d’opera selezionata e 
qualificata, e conseguentemente senza una pro¬ 
gressiva ascensione nelle condizioni di vita fisica 
e morale del proletariato (i). 


(i) Non è il caso di rifare qui quel capitolo d’eco¬ 
nomia politica, forse il più importante di tutti, in cui 
sono tracciati i rapporti tra il salario e il profitto, nello 
sviluppo della grande industria. Prendiamo soltanto in 
esame il fatto della progressiva riduzione del tempo di 
lavoro e l’aumento correlativo delle mercedi. In tutti 
i paesi gli albori della nuova fase industriale sono con¬ 
trassegnati da enormi, crudeli giornate di lavoro con 
paghe minime, malgrado lauti profitti. Al principio del 
secolo XIX" in Inghilterra la durata del lavoro nell’ in- 









CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE I4I 

Non altrimenti rispetto alle modificazioni del 
diritto della persona nella famiglia e nello stato, 
ogni conquista civile è in rapporto colla trasfor¬ 
mazione della vita. Un atto di giustizia è in certo 
qual modo il riconoscimento d’un fatto compiuto. 
Che i figli siano stati emancipati, ed equiparati 
in faccia al diritto successorio, che la donna abbia 
preso posto di parità di fronte all’uomo, che il 
debitore non risponda più colla sua persona, 
che la forza del contratto non sia superiore 
ai diritti dell'esistenza, tutta questa parte po¬ 
sitiva della nostra legge non è in fondo che 
la concrezione giuridica più o meno adeguata 
delle necessità stesse della vita di relazione. 
Altre trasformazioni si disegnano già all’oriz¬ 
zonte e domanderanno più o men di tempo 


dustria cotoniera era da 90 a ioo ore la settimana. 
Presto però interviene il legislatore; già verso la metà 
del secolo le ore settimanali sono ridotte a 60, poi a 56, 
mentre correlativamente le paghe salivano. Nè questo 
rovinò l’industria, anzi la sviluppò e l’arricchì maravi¬ 
gliosamente. La legge di ferro dei salari à ormai ce¬ 
duto il passo alla teoria degli alti salari. Oggi è asso¬ 
lutamente provato da constatazioni numerosissime, che 
nel prodotto d’una nazione più evoluta, il costo della 
mano d’opera, malgrado le più alte mercedi e la minor 
durata del lavoro, rappresenta una percentuale più 
bassa, che nel prodotto di nazioni meno evolute. Il la¬ 
voro meglio rimunerato finisce, pel suo maggior rendi¬ 
mento, col costare meno. È rimasta celebre, nella sua 
veste paradossale, la frase d’un ministro inglese : " Sono 
le lunghe ore di lavoro degli altri paesi, che ci salvano 
dalla concorrenza „. 






142 


GIUSTIZIA 


per ascendere vittoriose nel cielo luminoso della 
giustizia (i). 


(i) Il diritto che nasce dal contratto (obligatio) è stato 
prima un diritto assoluto, d’un’intransigenza ferrea, che 
avvince corpo ed anima dei contraenti. La legge sui 
debiti, il ttexum, la feroce espressione decemvirale: si 
plus minusve secueruul, il credito sanguinario di Shy- 
lock, ecco la catena legale, che imprigiona il debitore 
e lo fa schiavo nelle mani del suo creditore. Quello ri¬ 
sponde del suo debito con tutte le cose sue, con tutta 
la sua persona: libertà e vita sono pegno della sua ob¬ 
bligazione. 11 diritto del creditore non à limite, e la sua 
soddisfazione, capitale ed interessi, è l’imperativo ca¬ 
tegorico dei rapporti contrattuali. La mitigazione pro¬ 
gressiva del diritto contrattuale è il fatto più saglientc 
nella storia dei rapporti giuridici. Che parte vi abbia 
avuto la Chiesa, con la sua lotta canonica contro l’usura, 
non è facile stabilire. Certo che oggi non solo la per¬ 
sona, ma fino ad un certo punto anche le proprietà del 
debitore si sottraggono alla terribile confisca per parte 
del creditore; la proprietà almeno nella misura che as¬ 
sicura il suo sostentamento e quello della sua famiglia 
(insequestrabilità parziale degli stipendi, inalienabilità 
dell ‘homestead. Confi P. Bureau, L’Homestcad ou l’in- 
saisissabilité de la petite proprietà foncière. Paris, 1895). 
Possiamo antivedere un ulteriore progresso dell’equità 
in tutta questa legislazione estremamente feroce del 
pignoramento, sequestro, sfratto, espropriazione e ven¬ 
dita forzata; vero armamentario di guerra giudiziaria, 
che la legge mette nelle mani del forte per la dis¬ 
umana spogliazione del debole, summum jtts, che forse 
scomparirà nella pratica morale, anche per considera¬ 
zioni d’un interesse meglio inteso, mentre mezzi legali 
di assistenza economica saranno trovati per salvare gli 
sfortunati o gli improvvidi dalle conseguenze di questa 
estrema miseria, che si risolve dopo tutto in un danno 










CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


143 


Altrettanto non si può dire quando esaminiamo 
il lato negativo dei rapporti sociali. L’uomo an¬ 
tisociale, appunto perchè tale, non è un collabo¬ 
ratore, e la sua azione non è un elemento attivo, 
nè può essere coordinata coll’interesse generale. 

La società si trae dietro questo pesante con¬ 
voglio delle sue passività, e non ha a sua dispo¬ 
sizione altro mezzo, che un sistema di elimina¬ 
zioni più o meno radicali, di repressioni più o 
meno attenuate. Quella degli istituti penali è una 
antichissima storia di violenza e di crudeltà ani¬ 
mata da un’unica passione prevalente, la ven¬ 
detta, la quale a sua volta evidentemente è su¬ 
scitata dalla paura. La reazione collettiva sostituita 
a quella individuale non può avere altro carat¬ 
tere che questo. Con ciò non neghiamo l'efficace 
concorso, che all’opera disciplinare delle energie 
umane deve avere portato l'inflessibile violenza 
della giustizia. Il tabu polinesiano e il sacer esto 
della legge decemvirale hanno gettata la prima 
interdizione in nome della divinità, hanno posto 
la prima insormontabile barriera vigilata dalla 
sentinella del terrore religioso. Anche gli orrori 
delle leggi di Federico II o della costituzione 
criminale di Carlo V, anche i fasti sanguinari 
della giustizia nei secoli barbarici, e tutto lo 


comune. Anche i contratti disastrosi frutto d’un bisogno 
troppo urgente (lesione enorme. Conf. Sidgwick, op. cif., 
pag. 187) potranno essere evitati con istituti di credito 
obbligatorio. La giustizia à qui un largo campo da col¬ 
tivare. 







144 


GIUSTIZIA 


strazio della carne umana, inchiodata sulla croce 
di mille torture spaventevoli ed ignominiose, pos¬ 
sono aver raggiunto qualche risultato utile, e la 
violenta eliminazione degli elementi refrattari aver 
contribuito alla maggiore stabilità dei rapporti 
sociali. 

Non ostante secoli d : esperienza noi continuiamo 
a comprendere poco il significato della parola 
delitto. Ciò dipende dal fatto che mentre la pa¬ 
rola è sempre la stessa, il suo contenuto è infi¬ 
nitamente variabile, e tale variabilità nasce dalla 
diversa relazione, che l’atto umano può avere col 
complesso della vita sociale. Noi stupiamo delle 
aberrazioni della giustizia, che ha condannato come 
delitti, fatti che ci sembrano assolutamente indif¬ 
ferenti, e magari anche meritori. In quella visione 
retrospettiva delle opere umane, stampata nella 
memoria,che chiamiamo il racconto storico, questi 
strani spostamenti di visuale sono abbastanza 
frequenti. E la spiegazione sta in ciò: il giudizio 
morale è un giudizio di comparazione, e la con¬ 
clusione nei giudizi comparativi dipende dalla 
natura dei termini di confronto. Accade negli 
atti dell’intelligenza quello che si sperimenta nelle 
sensazioni. Nessuna di esse è pura o semplice, 
nè sempre uguale a sè stessa, variando all’infi¬ 
nito i risultati del processo sensorio per le mo¬ 
dificazioni che vi arreca la coesistenza o la suc¬ 
cessione dei dati apportati alla nostra coscienza. 
Cosi, non essendo gli elementi di giudizio, donde 
ricaviamo le nostre conclusioni, nè una quantità 
fissa, nè una quantità costante, nulla di più na- 



CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


145 


turale che l’apprezzamento del fatto umano sia 
rappresentato da una variazione continua. Va¬ 
riazione però, che non è nè capricciosa, nè 
anomica, ma che si risolve in una tendenza, e 
contiene un limite d’approssimazione ossia di 
verità. La connotazione logica di colpa o di de¬ 
litto è sempre quella di opposizione o lesione 
d’interessi socialmente generalizzati (1). La trasmu¬ 
tazione dei valori etici e giuridici segue gli spo¬ 
stamenti di criterio nella valutazione dell’interesse 
collettivo, nè questi sono arbitrari, perchè a lor 
volta corrispondono ad una più alta compren¬ 
sione del rapporto sociale, o in altri termini, alla 
crescente coordinazione delle energie singole nella 
sinergia totale. In questo senso si razionalizza 
anche la reazione che chiamiamo pena, raffor¬ 


zi Lester F. Ward, Sociologie pure. Paris, 1906, II, 
pag. 223, cita questo passo di R. Blatchford: “ ci fu 
un tempo che si torturavano le donne per stregoneria, 
e i prigionieri per far loro confessare delitti, di cui erano 
innocenti: uomini e donne erano arsi vivi per non aver 
creduto ai dogmi insegnati dalla religione degli altri: 
gli scrittori avevano le orecchie tagliate per aver detto 
la verità, ovvero i fanciulli inglesi erano condannati 
nelle fabbriche ad un lavoro esiziale; operai morenti 
di fame erano appiccati per aver rubato un pezzo di 
pane; consigli o comitati di capitalisti e di proprietari 
fissavano il salario degli operai, le Trade-Unions erano 
considerate come focolai di cospirazione; e gli uomini 
ricchi soltanto avevano diritto di voto. Quel tempo è 
passato, quei delitti sono diventati impossibili, quegli 
abusi sono cessati „. 


Zino Zini, Giustizia. 


19 




146 


GIUSTIZIA 


zandosi o indebolendosi in confronto all’ atto 
umano che chiamiamo delitto. 

Il fine della giustizia repressiva è essenzial¬ 
mente quello d’una dichiarazione di responsa¬ 
bilità, secondo alcuni; quello invece d’un atto di 
difesa e di riparazione, secondo altri. 

Stanno di fronte due opposte dottrine : l’una 
parte dall'elemento interiore, intenzione malvagia; 
proposito nocivo ; fa il processo alla volontà e 
mette un diretto nesso causale tra questa energia 
psichica e uno stato di fatto esterno, costruisce 
un giudizio d'imputazione e conclude, assegnando 
una responsabilità. L’altra parte dall’elemento 
estrinseco, studia il fatto, lo misura nella sua en¬ 
tità come danno, risale all'agente e ne determina 
la temibilità, concludendo con un giudizio di 
stima dell’uomo, nelle sue tendenze, e ponendolo 
nel passivo del bilancio sociale, prende nel limite 
del possibile le sue misure di garanzia e di risar¬ 
cimento. 

L’edifizio del sistema penale, quando non sia 
una semplice pratica, domanda, per essere ele¬ 
vato con significazione filosofica, il concorso d'en- 
trambi i principi, responsabilità e difesa ; difesa 
in quanto una dichiarazione di responsabilità è 
soltanto giustificata da un danno reale o possi¬ 
bile, che la società ha legittimo interesse a re¬ 
spingere da sè ; responsabilità in quanto la difesa 
penale è legittimamente messa in opera solamente 
in confronto di coloro, che attentano ai diritti 
altrui, accompagnando i loro atti criminosi con un 
certo grado di coscienza di quello che fanno, 




CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


147 


per cui noi ci sentiamo autorizzati a punirli. Co¬ 
sicché si vede come le due concezioni di tutela 
sociale e di responsabilità individuale non pos¬ 
sano andar disgiunte : ma tutte e due concorrano 
alla connotazione della giustizia repressiva, inte¬ 
grandosi mutuamente. 

Lo studio della difesa sociale è studio di fatti 
e gli elementi della sua risoluzione rientrano nella 
conoscenza dell’uomo e della sua opera. Esso 
implica la prevenzione del danno e la sua ripa¬ 
razione, e a tal uopo si giova di quanto l’antro¬ 
pologia e la sociologia criminale possano aver 
dimostrato sulla natura del delinquente e sulle 
cause del delitto. Il problema della pena vi è 
implicitamente contenuto, in quanto questa possa 
avere un significato diverso da quello di sem¬ 
plice espiazione, ed agisca : 

a) come strumento di tutela, sotto ogni forma 
e in ogni grado, dal più tenue freno inibitivo fino 
alla più radicale eliminazione ; per quanto però 
dato il parallelo svolgimento dei nostri sentimenti 
umanitari, molto probabilmente dovremo rinun¬ 
ciare nell'applicazione dei nostri sistemi penali a 
queste estreme forme della difesa collettiva che 
si attuano colla violenta selezione dei rei (1) ; 


(1) Wladimir Solovieff (Revuc intern. de Sociologie, 
Mars, 1898, pag. 183-84) sulla pena capitale, fa osservare 
come il fatto costante sia la progressiva restrizione le¬ 
gislativa nell’applicazione, la diminuzione delle sentenze 
di morte pronunciate, e la scarsità delle esecuzioni ef¬ 
fettive. Alcuni dati statistici confermano la sua tesi; nei 
14 ultimi anni di regno di Enrico Vili si ebbero in In- 







148 


GIUSTIZIA 


b) come mezzo di correzione o d’emenda ; 
dappoiché non ostante tante vane esperienze del 
passato non è poi legittimo abbandonare del tutto 
questo concetto, almeno entro certi limiti, e in 
certi campi d’esperienza. Più che d’una pena 
emendatrice e molto meno esemplare, nell’antico 
senso, possiamo parlare d’una pena riforma¬ 
trice (1), che estende la sua azione entro certi li¬ 
miti e ordini speciali, sempre subordinando questo 
scopo al presupposto d’una specificazione penale, 
che è il capo saldo d’una riforma, che voglia rag¬ 
giungere scopi praticamente utili; 

c) infine come riparazione, e qui prende posto 
il concetto simbionistico dell’adattamento. In altri 
termini, qui il problema si pone cosi : è possibile 


ghilterra 72.000 (5000 per anno) suppliziati, sotto Elisa- 
betta 89.000 (2000 per anno); quindi non ostante l’au¬ 
mento di popolazione, il numero diminuisce da migliaia, 
a centinaia, a decine per anno: nel periodo 1800-1825, 
1615 esecuzioni, cioè 80 per anno ; durante il regno di 
Vittoria, da 10 a 38 per anno. In Francia, dal 1820 al 
1830, 72 per anno ; dal 1830 al '40, 30; dal '40 al '50, 39; 
dal 1850 al '60,28; dal 1860 al '70, ix; i87o-’8o, 11, 1880- 
9 °. 5 - 

(1) Hòffding, op. ci/., pag. 521-522; pag. 524, dove si 
accosta all’idea espressa da Tònnies, che cioè l’idea di 
pena deve trasformarsi in un’idea più alta, quella cioè 
di un conveniente trattamento del colpevole: "Se l’in¬ 
dividuo è stato costretto a riparare nella misura del pos¬ 
sibile il male causato agli altri, il resto di questo tratta¬ 
mento penale deve essere logicamente di natura tale che 
concorra a guarirlo ed educarlo „. “ L’avvenire, non il 
passato, rende la pena necessaria pag. 525. 









CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


H9 


sì o no, e ad ogni modo entro quali limiti, fare 
del delinquente, dell’uomo antisociale e distrut¬ 
tore dei valori civili, un collaboratore e un pro¬ 
duttore di utilità sociali ? Si tratta di determinare 
i mezzi opportuni a fine di cercare nei sistemi 
penali le condizioni artificiali di questa simbiosi. 
Nessuno si nasconde le difficoltà contenute in 
queste premesse, ma in pari tempo nessuno può 
negare ch’esse soltanto custodiscono in sè i germi 
del progresso futuro, e la soluzione d’una delle 
più inquietanti questioni che travaglino l’uma¬ 
nità. Nell’economia delle energie naturali nulla si 
perde : tutto sta nel trovare il loro punto giusto 
d’applicazione. « Se la scienza ora ci addita al¬ 
leanze di due ordini di piante inutili o dannose; 
i funghi e le alghe, dar luogo ad un terzo ordine 
utilissimo come il lichene, un tempo si avvicina 
in cui la società troverà il modo di far vivere, 
con opportuna coltura simbiotica, non il delin¬ 
quente nato, l'uomo assolutamente refrattario alle 
relazioni sociali, che però tende a scomparire man 
mano, che alla criminalità atavica si sostituisce la 
criminalità evolutiva, ma il criminaloide in mezzo 
al fiorire della civiltà progredita, non solo sop¬ 
portandolo, come si sopportano, immunizzando gii 
organismi, veleni e tossine dei microbi e dei ba¬ 
cilli, ma anche utilizzandolo a suo vantaggio !» (1). 
Isaia non ha scritto : < il lupo e l’agnello pascole¬ 
ranno insieme e il leone mangerà lo strame come 


(1) Lombroso, L'uomo delinquente (cause e rimedi). 
1897, pag. 621 e seg. 



GIUSTIZIA 


ISO 

il bue, e queste bestie non faranno danno, nè 
guasto ? » . 

Rimane da prendere in esame il secondo 
punto di vista : quello cioè della dichiarazione 
di responsabilità. La prima domanda che si 
presenta spontanea è se questa dichiarazione 
sia necessaria. Per me la risposta è assolutamente 
affermativa. Anche se noi volessimo giungere alla 
negazione teorica del libero arbitrio, anche se ac¬ 
cettassimo la conclusione del più assoluto determi¬ 
nismo, formulando la massima che ogni delinquente 
è un ammalato od un irresponsabile, tutto questo 
conato logico non ci salverebbe dal bisogno pra¬ 
tico di determinare un criterio di responsabilità, 
senza il quale nessuna attuazione della giustizia 
sembra possibile. Il giudizio umano, in quanto è va¬ 
lutativo del nostro operare, cammina sopra questo 
terreno, nessuno sforzo per trascendere i limiti 
della coscienza può approdare a qualche risultato. 

Impossibile oggi rinnovare le antiche dispute 
sul problema della libertà, ardente logomachia, 
che ha perduto per noi ogni reale significato. La 
responsabilità, giudicata psicologicamente, che è 
quanto dire scientificamente, è l'attuazione stessa 
della coscienza. Essa coincide nel suo progressivo 
sviluppo con ciò che possiamo chiamare la per¬ 
sonalità, e realizzandosi nei processi integrativi 
dell 'io, è in un certo senso correlativa al potere 
di sentire l'unità continuatrice della vita. L'e¬ 
lemento di coscienza che introduce nella con¬ 
dotta , facendone convergere gli sforzi verso 
un fine, ch’è l’ideale di essa, fa conseguente- 








CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 151 


mente emergere nella coscienza la visione di¬ 
stinta della nostra personalità, cui aderisce un sen¬ 
timento di responsabilità, per modo che ogni atto 
nuovo viene giudicato alla stregua di ciò che già 
abbiamo realizzato in noi. Ridurre le frazioni 
aritmetiche di cui si compone la nostra vita allo 
stesso denominatore d’un comune ideale, ò cer¬ 
care appunto quell’unità direttiva, e imprimere 
quell’unico marchio di fabbrica agli elementi 
molteplici della nostra attività volitiva, che li rende 
coscienti prodotti nostri, parti integranti della 
nostra vita. 

L’uomo sente la sua personalità e la sua li¬ 
bertà ad un tempo, quando sfuggendo alle mille 
suggestioni d'una condotta estemporanea, riesce 
colla riflessione a coordinare gli atti che compie, e 
a giudicare ognuno di essi in correlazione coi pre¬ 
cedenti, per modo da rendersi ragione di ciò che 
fa. La volontà non è una facoltà, ma una funzione: 
essa agisce coll’educazione in modo stabile sia 
come freno sia come stimolo, è redine e frusta 
degli impulsi e delle energie spirituali, e conduce 
ora trattenendo, ora sollecitando, esperto coc¬ 
chiere, il carro degli affetti e dei desideri per la 
difficile via della vita. Tutti i tipi mentali infe¬ 
riori, che per mancanza d’attività riflessiva non 
sono pervenuti se non scarsamente ad un certo 
dominio spirituale di sò stessi, può dirsi vivano 
una vita più frammentaria che integrale, sentono 
meno il proprio io come un’unità, e perciò più 
facilmente soccombono preda all’impetuosa onda 
dell’istante presente, ed ànno dei loro atti una 






152 


GIUSTIZIA 


responsabilità corrispondentemente manchevole. 
L'elemento collettivo della vita antica, preva¬ 
lente in tutte le condizioni sociali meno evolute, 
contribuisce ad ostacolare l’emersione della per¬ 
sonalità singola dal gruppo, villaggio, tribù, chiesa, 
setta o famiglia. E questo ci spiega quanto a lungo 
l'uomo abbia ignorato il problema della respon¬ 
sabilità personale, e quanto spesso nella pratica 
giudiziaria dei popoli barbarici il gruppo fu coin¬ 
volto in una responsabilità collettiva sia come 
offeso sia come offensore (i). Il punto di vista 
classico è assolutamente estrinseco, guarda all'a¬ 
zione compiuta e non fa ricerca della volontà, 
anzi molte volte affoga questa volontà dell’agente 
in una misteriosa e suprema volontà fatale, che 
la travolge senza possibilità di resistenza ! 

Lo spirito animatore del Cristianesimo ha avuto 
un'importanza decisiva nella formazione della co¬ 
scienza morale. Il suo più importante coefficiente 
è la riflessione continuata sopra sè stesso, a cui 
la Chiesa obbliga il suo seguace. L’uomo, curvo 
sulla sua stessa coscienza, ne scruta l’abisso, ne 
sorveglia i moti, ne vigila e spia ogni tendenza. 
Questo eccessivo esercizio di controllo e di esame 
può anche talvolta paralizzare l’azione, sfibrare 
la volontà, recidere i nervi all’opera. Ma per la 
prima volta forse l’uomo ha sentito acuto il morso 
della responsabilità, sia come pentimento dopo il 
fallo compiuto, sia come ammonimento e scru¬ 


ti) Hòffding, op . cit ., pag. 512. 






CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


153 


polo nel dubbioso momento della scelta. II Cri¬ 
stianesimo è eticamente individualista, in questo 
senso che pur pareggiando in un comune destino 
le anime umane, assegna ad ogni spirito un va¬ 
lore suo proprio ed un fine personale, la sal¬ 
vazione, e verso questa fa tendere in una con¬ 
vergenza massima tutti gli sforzi, tutte le energie 
del volere. Per la prima volta nel mondo morale 
si opera l'unità della vita interiore, e questo plinto 
focale , in cui si riassume il fascio dei raggi psi¬ 
chici, è la fede (1). 

I gradi della responsabilità sono dunque quelli 
stessi di questa integrazione personale. Libero 
de’ suoi atti, in un rigoroso senso psicologico, è 
l’uomo che li riconduce a motivi, ch’egli ricava 
dalla stessa costituzione logica del suo pensiero 
e del suo sentimento. Sotto questo aspetto gli 
stati emotivi contrastano coll’esplicazione della li¬ 
bertà morale, in quanto espongono la nostra con¬ 
dotta a tutti i dislivelli e alle capricciose saltua¬ 
rietà del momento attuale, non coordinato nè 
subordinato a ciò, che possiamo chiamare l'espo¬ 
nente della nostra vita psichica. Wili representes 
thè higkest coordination of thè ideas, feelings and 
movements, dice con efficace concisione Maudsley. 
Una vita guidata dal volere, è quella nella quale 
man mano che si presenta un'idea impulsiva, è 
confrontata e subordinata a un ideale più largo, 
o al complesso valore e proposito, inerente al con¬ 


fi) Hòffding. Histoire de la phdosop/iie moderne. Paris, 
1906, pag. 9-io. 


Zino Zini, Giustizia. 


20 





154 


GIUSTIZIA 


cetto della vita ; nella quale all’azione del tipo 
riflesso è sostituita un’azione, che è il risultato 
di una scelta deliberata; nella quale in luogo 
della guida coercitiva dell’idea immediatamente 
dominante, noi abbiamo la guida, che deriva da 
una riflessa considerazione delle rispettive esi¬ 
genze delle diverse idee, che appaiono nel campo 
della coscienza e competono per la prevalenza. 
Qui è l’unico e caratteristico elemento dell’atti¬ 
vità umana, in forza del quale noi attribuiamo il 
volere all’uomo (i). 

Tentando una psicologia della scelta bisogna 
partire dalla concezione di sistemi psichici, che 
sono risultato di processi associativi resi stabili dal¬ 
l’abitudine (2). Tutto il problema dell’educazione 
nella famiglia, nella società, col concorso della 
religione, della coltura e del costume, consiste 
nel creare questi sistemi, quanto più numerosi, 
quanto più ricchi d'associati, quanto più abituali 
sia possibile. Arrestare l'impulso mediante l’ini¬ 
bizione, e promuovere la scelta mediante la de¬ 
liberazione, ciò equivale, in altre parole, a creare 
il senso della personalità nei nostri atti ; in quanto 
essi facendo più a lungo soggiorno nella coscienza, 

(1) Maudsley, Physiology of Mimi, pag. 486. — Conf. 
Ribot, Les maladies de la volanti. Paris, 1901, pag. 153. 

— Seth, A Study of Ethical Principlcs. 1894, pag. 41. 

— Wundt, Et/iics (trad. ingl.). London, 1901, III, pag. 37. 

(2) Ladd, Philosophy of conduci, pag. 143 : “ la libertà 
morale è un acquisto graduale che dipende dall’eser¬ 
cizio ripetuto di ciò che chiamiamo potere di scelta, 
sotto il principio dell’abitudine „. 







CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


155 


prendono maggior contatto cogli elementi della 
nostra vita anteriore, lasciano di sè un più dure¬ 
vole ricordo. La traduzione pura e semplice del 
pensiero in azione, nella condotta impulsiva, ca¬ 
ratterizza l’incoscienza o quanto meno il minimum 
di coscienza, l’azione irreflessiva del bambino, 
del selvaggio, del primitivo e del delinquente. 
Essa sorge improvvisa e scatta senza prepara¬ 
zione e senza motivi adeguati, eccessiva e peri¬ 
colosa. Così nel delitto d’impulso, il pensiero cri¬ 
minoso traversa come un lampo sinistro il cielo 
della coscienza, non vi si sofferma, non vi si as¬ 
socia, non fa personalità. È la vita psichica ad 
uno stato di coerenza embrionale e d’isolamento. 
L’atto segue il pensiero con una continuità di¬ 
retta. La conseguenza è necessariamente lo scarso 
senso di personalità e di responsabilità che lo 
accompagna ; c’è qualcosa di non voluto e d’im- 
posto, di cui l’autore serba come una vaga im¬ 
pressione : lo stupore d’aver potuto fare 1 L’in¬ 
coscienza, che rimproveriamo al delinquente, è in 
certo qual modo la triste giustificazione del suo 
stesso reato (1). 

Anche gli stati passionali interessano il pro¬ 
blema della responsabilità. Sotto il loro impero, 
parla, gesticola ed agisce il fantoccio dell’eterna 
commedia umana, sul palcoscenico della vita, 
quasi alienis nervis mobile lignum. Ma se i poeti 
anno sentito la passione, questo massimo mo¬ 


li) Grasset (Revue des Deux Mondes, 15 fév. 1906), 
Les demi-fous et les demi-responsables, pag. 835 e seg. 









156 


GIUSTIZIA 


tore delle energie umane, e tanto frequentemente 
ànno rappresentato e descritto nell’opera d’arte, ef¬ 
figiato nei quadri o nelle statue colla sua maschera 
divina e repugnante di odio e d’amore, questo 
fiore supremo dell’anima, carico di tutti i pro¬ 
fumi più inebrianti e di tutti i più letali veleni, 
che personificato nei mille eroi del teatro, è, volta 
a volta, la gelosia d’Otello, la follia amorosa di 
Giulietta, l’avarizia di Shylock, la cupa ambizione 
di Riccardo III ; la più parte dei filosofi a tutt’oggi 
si sono accontentati di giudicarla, e quasi sempre 
sfavorevolmente. Dagli Stoici, infatti, a Kant, la 
passione fu considerata, come un disordine del¬ 
l’anima, una malattia dello spirito, che perturba 
la retta ragione, per cui bisogna estirparla dal 
cuore, incatenarne gli impulsi, liberarci dalla sua 
ossessione, che dovette apparire assai spesso, agli 
occhi del severo moralista cristiano, malefica 
opera demoniaca. 

Lo studio scientifico della passione deve ini¬ 
ziarsi con un’esatta determinazione del suo signi¬ 
ficato. Troppo a lungo, infatti, questi stati affet¬ 
tivi sono stati confusi con l’emozione in generale, 
di cui non rappresenterebbero che un grado di 
più alta intensità. Bisogna dissipare questo equi¬ 
voco. Un vero antagonismo sta anzi tra l'emo¬ 
zione e la passione ; « la prima, dice Kant, agisce 
come l’acqua che rompe una diga, la seconda 
come un torrente, che si sprofonda sempre più 
nel suo letto ; la prima è un’ebbrezza che 
passa, la seconda un delirio che cova un’idea, la 
quale s'imprime con tenacia sempre crescente >. 







CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


157 


Cosicché il Malapert distingue nei caratteri af¬ 
fettivi i tipi emotivi e i tipi passionali, come 
opposti tra loro ; e l’esperienza quotidiana dimo¬ 
stra, che i temperamenti più inclini all’emozione 
sono alieni dall’abbandonarsi alla lenta e tiran¬ 
nica predominanza della passione, mentre l’a¬ 
more, l’odio, l'ambizione, e in generale ogni 
forma di passione nobile o volgare, sorge in uo¬ 
mini di carattere saldo, schivi da facili e bruschi 
impeti d’affetto, caratteri chiusi, come si dice, 
e apparentemente tetragoni ai suoi assalti (1). 
Del pari dove è più ricca la vita emotiva, come 
nelle donne, fanciulli, primitivi, più rare sono le 
vere passioni, sebbene non manchino del tutto 
e se ne trovino alcune speciali c allo stato istin¬ 
tivo. Ma ciò che più caratterizza lo stato passio¬ 
nale e lo differenzia dall’emotivo, è l’elemento 
di riflessione ch’esso contiene. Questa intellet¬ 
tualità della passione, per cui ha potuto essere 
giustamente definita dal Ribot : « l’idea fissa del 
cuore » e dall’Hood « otte sterri , tyrannic tougkt, 
that made all otker toughts its slaves », dà al 
fatto passionale quel carattere di lunga preme¬ 
ditazione, di scelta adeguata dei mezzi, che net¬ 
tamente lo distinguono dal semplice impulso 
emotivo, improvviso, disordinato e sragionevole, 
per cui a torto si confondono col nome di delitti 
passionali quelli dovuti ad un’emozione, mentre 
la responsabilità può risultare diversa. E infatti, 

(1) A. Renda, Le passioni. Torino, 1906; — Ribot, 
Quest-ce qti'utte passion? Commetti les passiotis finis- 
seni (Revue philosophique, mai-juin 1906). 







158 


GIUSTIZIA 


chi non intende che la criminalità emotiva, la 
quale è un raptus senza preparazione cosciente, 
sorge improvvisa e rapida, mentre la criminalità 
passionale è l’esito di un processo lento di al¬ 
terazione della personalità, è un atto talvolta pre¬ 
parato con la parvenza di volizione libera, sempre 
effetto di una accumulazione lenta ed incessante 
di motivi subcoscienti e spesso illusori ? Illusori 
perchè nella genesi e nello sviluppo di un fatto 
passionale ha molta importanza l’immaginazione. 
Il lavorio rappresentativo, che dissocia i ricordi 
e li riduce ad un comune denominatore senti¬ 
mentale, è una gran parte dell’attività psichica 
della passione. La fantasia l’alimenta col fascino 
delle imagini rievocate, che hanno ora le carezze 
d’un sogno attuato, ora i tormenti d’un incubo 
molesto. È in questo senso che si può vera¬ 
mente dire che le passioni sono stati caratteri¬ 
stici della personalità, sono polarizzazioni parti¬ 
colari degli elementi formativi della coscienza. 
Il problema complesso della personalità è tut- 
t’altro che risolto: tuttavia gli studi così sugge¬ 
stivi di Myers, Binet, Ribot, Janet segnano il 
cammino che deve condurre alla maggiore sco¬ 
perta della psicologia (i). L'io, questo summum 


(i) Myers nel suo saggio sulla coscienza sublimare 
(Proceedings of thè Society for Psychycal Research, 
voi. VII, pag. 305). — Bidet, ics altérations de la person- 
nalité. Paris, 1892. — Ribot, Les maladies de la persoti- 
nali/é, Paris, 1899. - Jadet, L 1 automatisme psycholo- 
gique. Paris, 1903. 






h CAP. VI • LA PENA RIPARATRICE 


*59 

psyckicum, infinitamente vario e complesso, e pur 
sempre uno ed identico, è oggi compreso come 
l’epifenomeno di una lenta stratificazione delle 
esperienze vitali raccolte, associate e strette nella 
rete della memoria. Armonia musicale unifica¬ 
trice delle note molteplici della nostra vita, 
invisibile filo conduttore tra i momenti dell'esi¬ 
stenza, l ’io si cristallizza secondo sistemi innu- 
merevolmente diversi, e spesso accade, che il 
suo processo d’elaborazione possa essere tur¬ 
bato, ovvero ch’esso, già formato, possa alte¬ 
rarsi in sèguito. Ogni malattia dello spirito in¬ 
tacca la personalità, altera ciò che di più delicato 
ha prodotto la vita psichica, la fisionomia perso¬ 
nale deH’anima. Se l’emozione è l’oscillazione 
grande o piccola, il fremito o la scossa dellVc, 
sempre la rottura brusca dell’equilibrio, la pas¬ 
sione è la sua lenta disgregazione, è il suo nuovo 
e permanente orientamento, la direzione costante 
data alla corrente del pensiero e dell'affetto. Nello 
spirito accade quello che possiamo avvertire nei 
moti dell'oceano : le masse liquide del mare s’in¬ 
crespano, s'innalzano e si sconvolgono, sotto la 
variabile pressione atmosferica, in onde e tem¬ 
peste ; questi spostamenti della superfice sono le 
emozioni ; ma al disotto, per la differenza di tem¬ 
peratura e di densità, i profondi strati compon¬ 
gono una rete di correnti continue, e questa si¬ 
lenziosa circolazione di acque in direzione costante 
è la passione. La sua morbosità può essere tanto 
in sè stessa quanto negli effetti ; perchè lo stato 
passionale è una forma di monoideismo e di au- 






i6o 


Gl USTIZIA 


tomatismo associativo, conseguenza di un pro¬ 
cesso di riduzione psichica, che tende a far rien¬ 
trare tutta l’esperienza in un unico cerchio 
d’attrazione intellettuale. Questa tirannica impo¬ 
sizione dell'*'0 passionale diminuisce per una parte 
i freni inibitori, e per l’altra quel potere di se¬ 
lezione, che è il vero bilanciere nello spirito nor¬ 
male. Le passioni sono equivalenti psicopatici, 
soggette perciò alla legge dell'ereditarietà, e con¬ 
corrono a formare quella zona grigia intermedia 
tra la sanità e la follia, che, notata dai psichiatri 
e battezzata con nomi diversi, raccoglie gran¬ 
dezze e miserie, e dalla quale sbocciano talvolta 
i fiori del male e i fiori più belli dell'attività 
umana, eroi, santi, criminali, geni (i). 

Studi come questi non hanno un interesse sol¬ 
tanto teorico, ma implicano importanti problemi 
di responsabilità morale e giuridica, così difficili 
e complessi, che alla loro soluzione occorre l'a¬ 
nalisi e il giudizio dell’uomo di scienza. Pur 
troppo, noi siamo nella pratica sociale ben lontani 
da questo ideale di giustizia illuminata e co¬ 
sciente, e ci serviamo tuttora di un grossolano 
empirismo tradizionale, e ciò che chiamiamo 
giustizia non è il più delle volte, che l’espressione 
attenuata e socializzata di quell’antico spirito di 
vendetta formulato nella legge del taglione : 
occhio per occhio, dente per dente. Il cuore del¬ 
l’uomo è pur sempre la cosa più difficile a mu¬ 
tarsi. 


(i) Renda, op . cit ., pag. 105. 




CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


161 


Ma questo problema della responsabilità è 
molto più complesso e più vasto di quello che 
potremo a prima giunta sospettare, guardandone 
soltanto gli aspetti più appariscenti e superficiali. 
La psiche può avere in sè stessa le cause per¬ 
manenti o transitorie della sua propria debolezza 
o della sua deformazione, sia come stati conge¬ 
niti, sia come forme acquisite nella malattia e 
nei lenti processi di degenerazione. In tali casi 
è facile constatare i disordini o le deficienze, 
che distruggono l'armonia personale, e spengono 
nell’azione coatta, nel delitto di bestiale ferocia 
o di lussuria, ogni raggio d’intelletto umano. 
Ma al disotto di questi tipi d’ irresponsabilità 
evidente, che arrestano ogni nostro giudizio di 
condanna, di fronte all’opera del pazzo, o del 
degenerato o dell’ebbro, quante altre più miste¬ 
riose e nascoste forme di aberrazione della vo¬ 
lontà sfuggono alla comune attenzione, e do¬ 
mandano al loro riconoscimento maggior studio 
e pili diligente analisi. Per intravedere tutta la 
gravità del quesito, basti enunciare qui il fatto 
della suggestione. Soltanto adesso la psicologia 
comincia a penetrare i segreti di questi stati ge¬ 
neralissimi dell’anima, che dai più semplici gradi 
della credulità, della docilità infantile, fino ai più 
complessi fenomeni dell’ipnosi e del contagio psi¬ 
chico, lasciano supporre intorno ad ogni spirito 
umano come una invisibile sfera d’induzioni re¬ 
ciproche, alla quale potremmo riferire la causa 
di molte oscure e inesplicate manifestazioni del 
volere. 


Zino Zini, Giustizia. 


21 








IÓ2 


GIUSTIZIA 


Ogni moto della volontà è la risultante d'un 
infinito numero di fattori ; e non è possibile 
mettere sopra una bilancia l’atto, in cui il suo 
dinamismo si concreta, per valutarne il giusto 
peso. Chi potrà darci ragione della condotta ar¬ 
bitraria o contradditoria ? Bene e male sono pro¬ 
dotti morali, ma è ancor troppo puerile il giu¬ 
dizio di Taine, per cui virtù e vizio escono dal 
laboratorio della coscienza non altrimenti, che 
zucchero e vetriolo da quello della chimica. 
Ma, come dal punto di vista dell’interesse fisio¬ 
logico non possiamo esimerci dal pronunciare 
un giudizio apprezzativo intorno alle proprietà 
utili o dannose del vetriolo e dello zucchero, 
perchè pretenderemmo proibirci una correlativa 
valutazione dell’opera umana buona o cattiva, 
esprimendo intorno ad essa il biasimo o la lode ? 
L’errore capitale, che ha traviato tanto pensiero 
speculativo, è appunto in questa arbitraria disgiun¬ 
zione dei due atteggiamenti che può assumere 

10 spirito nostro in faccia alle cose giudicandole, 
in quanto cioè le conosce e in quanto le stima. 
Nel primo caso le studia, le analizza e le ricon¬ 
duce alla causa e alla legge — giudizio teorico 
— nel secondo le valuta, le apprezza nei loro 
effetti, le accetta o le respinge — giudizio piratico. 

L’astrazione può scindere i due momenti del¬ 
l'attività spirituale e può farne due entità a sè ; 

11 filosofo può dire : io guardo all’atto umano in 
sè, come qualcosa di distinto nel mondo, lo ri¬ 
conduco al suo agente personale, lo giudico buono 
o cattivo secondo l’intenzione e il fine a cui è 





CAP. VI • LA PENA RIPARATRICE 163 

converso, lo approvo o lo condanno, e faccio una 
astratta dichiarazione di responsabilità a carico 
od in favore del suo autore ; il naturalista può 
a sua volta affermare : per me non c’è nulla di 
isolato nell’universo, nulla che debba essere giu¬ 
dicato in sè, ma sempre in relazione co’ suoi an¬ 
tecedenti e co’ suoi conseguenti, un atto eroico, 
come una mostruosa scelleratezza, sono epifeno¬ 
meni, sono sintesi d’infiniti precedenti fisiologici 
e psicologici ; io analizzo, io spiego, io non mi 
entusiasmo, come non m’indigno, ma interpreto 
soltanto e stabilisco la causalità. Andando per 
la strada il mineralogo può raccattare colla stessa 
sollecita curiosità un ciottolo od un diamante, e 
l’uno e l’altro sono dati dalla realtà, e possono 
diventare oggetto di scienza I Ciò non toglie che 
quello stesso ciottolo e quello stesso diamante 
possano, agli occhi d’uno spaccapietre e d’un 
gioielliere, diventare oggetto d’un giudizio di 
stima e di pratica valutazione assai differente. 

L’uomo conosce ed opera; e il mondo è un 
complesso di dati e di valori. Un atteggiamento 
esclusivamente teoretico della morale è assurdo, 
come sarebbe ugualmente assurdo un atteggia¬ 
mento esclusivamente prammatico. In fondo bi¬ 
sogna persuadersi di questo, che anche la stima 
non meno che la scienza fanno parte della realtà. 
Non esiste soltanto l’oggetto come parte del 
reale, ma esistono anche in questo i suoi rapporti 
col soggetto, rapporto teorico, che chiamiamo 
rappresentazione, rapporto pratico, che chiamiamo 
emozione. Anche questi sono elementi deil’uni- 





164 


GIUSTIZIA 


verso, allo stesso modo, che è parte della realtà 
non solo il sole e l’acqua, ma anche la rifra¬ 
zione del raggio solare nell’acqua, non solo il 
ferro e l’aria, ma anche l’ossido di ferro, che si 
forma col loro contatto. Così di fronte al fatto 
umano è legittimo, anzi doveroso, domandare il 
perchè di esso, interpretarlo nella sua genesi e 
seguirlo nel suo svolgimento, ma è egualmente le¬ 
gittimo valutarlo in rapporto a noi, come utile o 
come danno, accettandolo con piacere o respin¬ 
gendolo con repugnanza. E i due fatti procedendo 
associati, l’elemento razionale illumina d’una co¬ 
scienza nuova i nostri affetti, e la reazione al- 
l’offesa o al danno, che costituisce la giustizia 
repressiva, perde del suo carattere di selvaggia 
rappresaglia e di vendetta, per acquistare quella 
di tutela e di riparazione. 

Il bambino può battere la sedia contro la quale 
ha urtato, il selvaggio, il primitivo possono rea¬ 
gire brutalmente sfogando l’ira e il dolore pro¬ 
vocato da un danno od un oltraggio ; ma l’uomo 
colto e civile perviene ad un concetto nuovo di 
colpa, e trasforma parallelamente i suoi mezzi 
di reazione. Colpa non è più per lui il classico 
stato d’animo, che si tratta di scrutare, e sorpren¬ 
dere ne’ suoi intrinseci fattori, facendo un rigo¬ 
roso processo all’intenzione, non è più il peccato 
che si deve espiare; colpa è l’atto lesivo dell’in¬ 
teresse e del diritto umano, colpa è il danno 
sociale, che deve essere riparato. Noi non pre¬ 
tendiamo più giudicare l’intimo valore dell’azione 
— chi può osare tanto? — il mistero della coscienza 





CAP. VI • LA PENA RIPARATRICE 165 

operativa; questo complicato laboratorio della 
chimica spirituale sfugge a tutti i nostri mezzi 
d’indagine. Per quale labirinto la volontà giunga 
all'esplosione dell'atto, noi stessi, che agiamo, non 

10 sapremmo dire. L’unico criterio ragionevole 
del nostro giudizio è fondato sull’esteriorità. La 
responsabilità di cui oggi parliamo, è soltanto 
quella che si rivela dai fatti. Noi non aspiriamo 
al riscatto della colpa, considerata dal lato sog¬ 
gettivo ; noi miriamo alla riparazione. Ogni forma 
di pena espiatrice tramonta, il dolore è per sè 
stesso sterile, e l’uomo che si compiace del ri¬ 
morso, del pentimento e delle lacrime, che la 
sofferenza fisica o morale strappa al colpevole, 
persiste nella tradizionale attitudine, che ha fatto 
del giudice umano un rappresentante di quello 
divino sulla terra, e nella crudele domanda d'un 
sacrificio, come la divinità irata domanda a pla¬ 
carsi una vittima. 

Il concetto nuovo che noi abbiamo elaborato 
della giustizia è la riparazione, senza inquinarne 

11 significato con alcun elemento atavico di ven¬ 
detta o di rappresaglia. Ciò che domandiamo è, 
che sia risparmiato il dolore d’ogni creatura 
umana, o che sia mitigato quello, che l’opera 
umana possa aver provocato. Siamo ritornati in 
parte all’antica idea della fatalità della colpa, 
alla comprensione del delitto come una mostruo¬ 
sità o un’infermità dello spirito ; correlativa alla 
deformità e alla malattia del corpo. Salvo che, 
abbiamo potuto fare un passo più in là del pen¬ 
siero socratico o della finzione allegorica dei tra- 



i66 


GIUSTIZIA 


gici : la colpa non è soltanto ignoranza o maligna 
volontà d’un agente esteriore, che grava la sua 
mano implacabile sopra di noi ; Edipo, parricida 
e incestuoso e pur innocente, che un destino 
feroce conduce al delitto e al rimorso. Noi scio¬ 
gliamo nei suoi fattori il prodotto, noi chiamiamo 
il fato degenerazione ed ereditarietà, noi facciamo 
l’analisi della volontà, e decifriamo la misteriosa 
scrittura delle tendenze malvagie, degli impulsi 
e delle ossessioni criminose. E questa conoscenza 
del fenomeno criminale e della natura del delin¬ 
quente dà nuovo fondamento al giudizio valuta¬ 
tivo, che facciamo di lui, e illumina di nuova 
luce il problema della penalità. 

Ogni atto delittuoso è lesivo della coopera¬ 
zione umana, che sta a fondamento della giustizia, 
od in altre parole, è una negazione di questa 
coordinazione di fatti e pensieri, che compendia 
la società. In questo senso appunto il crimen è 
antisociale. Il giudizio di questa antisocialità non 
ha scopi d'espiazione, ma soltanto di prevenzione, 
di difesa e di riparazione. In questo senso si 
potrebbe quasi arrivare alla conclusione, che l’e¬ 
spressione di giustizia è impropria; perchè infatti 
parlare di giustizia, mentre si tratta soltanto di 
misure protettive, che garantiscano la continuità 
della vita collettiva, e realizzino quei riadattamenti 
della cooperazione umana, che il delitto ha tur¬ 
bato? La responsabilità valutata psicologicamente, 
come espressione della volontà, accompagna sol¬ 
tanto la vita normale. Ogni reo è in un certo 
senso un anomalo; noi non siamo quindi chiamati 





CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


167 


a compiere in suo confronto un vero atto di 
giustizia, ma soltanto di intelligente previsione 
dell’evento futuro probabile. Ciò, che oggi è un 
giudizio penale, diventerà domani determinazione 
di valori socialmente negativi, graduazione di 
danni reali o presunti. Fuori di ciò, è sempre 
nell'esercizio del potere punitivo più o meno ce¬ 
lato un bisogno di vendetta, un proposito di rap¬ 
presaglia, una crudele volontà di far scontare il 
male commesso, quia peccatum (x). 

La storia della pena è un interessante capitolo 
della psicologia collettiva : essa parte da una ca¬ 
pricciosa collezione di supplizi, tormenti e ca¬ 
stighi, distribuiti secondo criteri personali; e poco 
a poco, giusta una legge di riduzione, alla puni¬ 
zione arbitraria e soggettiva si sostituisce, o tende 
sempre più a sostituirsi, una giustizia egualitaria. 
Non discutiamo dove si realizzi meglio la san¬ 
zione penale : in un trattamento oggettivo di 
tutte le colpe, ovvero in una applicazione della 
pena con riguardo delle condizioni soggettive 
del colpevole. La grande illusione, radice di tutti 
questi sterili tentativi, è quella che la pena sia 
un male da restituire al colpevole in proporzione 
del male, che ha fatto. Realizzare questo concetto, 


(1) Hòffding, Morale , pag. 525: “ la dottrina del ta¬ 
glione esercita ancora sulle idee ordinarie del delitto 
e della pena un tale influsso, che si può considerarla 
come uno dei principali ostacoli ad una sistemazione ra¬ 
zionale del diritto penale „. — Solovieff, La questiou 
pénale au potiti de vite élhìque (Renne Interri, de Socio!., 
1897, P- 521*524)- 







i68 


GIUSTIZIA 


trattando tutti alla stessa stregua, senza conside¬ 
razione personale, ovvero dando a ciascuno quella 
pena, che sia il condegno castigo del suo fallo, 
è questione affatto secondaria di fronte al pro¬ 
blema principale, che è quello di stabilire il signi¬ 
ficato della pena. Esso è nella nostra coscienza 
cambiato radicalmente. Lo ripetiamo: la pena non 
essendo nè espiazione etico-religiosa, nè vendetta 
individuale o collettiva, non può avere altro fine 
pratico che un sistema di ragionevole tutela o ap¬ 
prossimativa prevenzione, innestata sopra un pro¬ 
gramma minimo d'emenda, e fondata sopra legit¬ 
timi intenti di riparazione. Dato questo, cessa ogni 
vana ricerca di proporzionalità colla colpa, che non 
è in definitiva, se non un’astratta figura di reato 
artificiosamente composto, e classificato in un 
testo di legge, e molto meno colla capacità di 
sentire il castigo per parte del soggetto, perchè 
questo ci ripiomberebbe nei peggiori eccessi 
della crudeltà penale, che abbiano disonorato il 
nostro passato (i). 


(i) Hóffding, Morale, pag. 525-526: “ Kant considera 
come un imperativo categorico che ogni uomo debba 
esser trattato com’egli tratta gli altri. Ma questo impera • 
tivo non è che un ukase autoritario... Al contrario non si 
ha diritto d’infliggere sofferenze ad un uomo, se non 
deve risultarne sia per lui, sia per la società, sia per 
entrambi, un bene di tanto maggiore „ ; pag. 527 : “ il 
maggior progresso nello sviluppo morale dell’ uma¬ 
nità, fu fatto i^ giorno in cui si cominciò a mettere 
in dubbio il principio : che bisogna rendere il male per 
il male ... 






CAP. VI • LA PENA RIPARATRICE 


169 


Se un criterio di specificazione nella pena deve 
essere accolto, non può essere altro che quello 
suggerito dalle qualità del delinquente, dalla sua 
temibilità. L’unificazione e l’eguaglianza nel si¬ 
stema penale, che è una esigenza pratica nella 
nostra fase civile e politica, subita come un’in¬ 
giusta necessità, è in fondo più fittizia, che reale. 
Poiché non c’è mente umana che possa distri¬ 
buire il dolore della pena secondo una perequa¬ 
zione universale; e quando anche lo potesse non 
so perchè lo vorrebbe, visto che il fine della 
giustizia non può essere questa esatta ripartizione 
del dolore secondo le colpe ; nessun sistema di 
giustizia può evitare l’ingiustizia. Solo il nostro 
grossolano senso di democrazia può appagarsi 
della nota formola: la legge è uguale per tutti, 
presa nel suo significato brutalmente realista. C’è 
un certo crudele compiacimento in questa falce 
livellatrice dei regimi penitenziari, come in quella 
della morte. 

Per un’altra via noi ritorniamo al criterio sog¬ 
gettivo della pena: il giudice dell’avvenire, spoglio 
d'ogni ultima traccia di questo atavico risenti¬ 
mento verso il reo, attuerà il sogno d’una giu¬ 
stizia fondata sulla pietà. In tal caso un certo 
potere arbitrario affidato al giudice, troverebbe 
la sua giustificazione nel progressivo convinci¬ 
mento della coscienza umana, che ogni delitto, 
essendo una mostruosità o permanente o transi¬ 
toria, nessun colpevole può suscitare nè disprezzo 
nè rancore, ma soltanto suggerire caso per caso 
cure e prevenzioni tutelatrici di lui, come di noi 


Zino Zini, Giustizia. 


22 






170 


GIUSTIZIA 


stessi(i). È in questo senso che cade l’intero edi- 
fizio delle sanzioni, così laboriosamente costrutto 
nella mente dei teologi, dei filosofi e dei giu¬ 
risti (2). Si direbbe che l’uomo abbia diffidato a 
lungo della sua attitudine a formare nel suo pro¬ 
prio mondo un ordine di giuste relazioni sia come 
ricompense, sia come castighi, e quasi confessando 
a sè stesso la sua impotenza, abbia creduto d'al¬ 
leggerirsi di questo carico increscioso, affidando 
il compito d’attuario alla natura, a Dio, alla legge! 
Sempre si è invocato e s invoca la Giustizia, 
quasi una divina forza terribile, che è fuori di 
noi, e di cui noi reclamiamo il miracoloso inter¬ 
vento sulla terra. Ma in realtà c’è tanta giustizia 
nel mondo per l'uomo, quanto ce n’è nel suo stesso 
cuore. Noi non dobbiamo domandare agli altri, 
ma ricercare in noi stessi quello che è giusto. 

Per conquistare la sua piena autonomia, la vita 
morale deve perdere ogni carattere di coazione, 
sia pur essa intrinseca, ed immedesimata nel fan¬ 
tasma kantiano d’un imperativo categorico, sia 
essa invece estrinseca, come lode o biasimo, ven¬ 
detta degli uomini o vendetta della natura e di 
Dio. Il dovere è parola ancor troppo ferrea per 
esprimere l’elemento di spontaneità, che dovrà 
raggiungere l’atto morale. Ed anche la giustizia, 
che oggi è prevalentemente concretata nelle in¬ 
flessibili forinole della legge, che vieta o co- 


fi) Hòi-'fding, op. cit., pag. 518. 

(2) M. Guyau, Esquisse d’uite morales ans obligation, 
ni sanclion. Paris, 1893. 










CAP. VI - LA PENA RIPARATRICE 


171 


manda, minacciando a’ suoi trasgressori i rigori 
delle sue dure sanzioni, viene trasformandosi sem¬ 
pre più nelle addolcite forme dell’equità. Dalla 
giustizia coercitiva alla giustizia consensuale, è il 
passaggio dalla violenza alla libertà, luminosa via 
di progresso, al cui termine sta la ragionevole 
adesione dell’uomo al giusto (1). 


(1) Y. Guyot, Journal ties Economistes, 15 dee. 1899, 
voi. XL, pag. 322: " il progresso è in ragione diretta 
dell’azione dell’uomo sulle cose, ed in ragione inversa 
dell’azione coercitiva dell’uomo sull’uomo „. 









Epilogo. 


Progresso è il nostro stesso adattamento : esso 
si compie inconsciamente in una più lunga fase 
della storia umana, e coscientemente soltanto 
nei più brevi, ultimi periodi di essa. Il progresso 
non ò una finalità della vita, è anzi piuttosto 
il suo risultato definitivo, e s’attua come una 
cosciente necessità. 

Il suo cammino è lento e disuguale, e le sue 
manifestazioni possono anche presentarsi al nostro 
giudizio, contradditorie. Come la sua base è es¬ 
senzialmente biologica, consistendo in ultima 
analisi in un prolungamento della vita singolar¬ 
mente considerata e in un aumento numerico 
degli esseri umani chiamati a parteciparvi, così 
ciò che lo caratterizza è lo sviluppo intellettuale 
ed economico (i). 


(i) Galton, Hereditary Genius. London, 1892, p. 327. 
“ L’uomo era barbaro ancor ieri, non possiamo quindi 
pretendere che le attitudini naturali della sua specie 














EPILOGO 


173 


Intellettuale perchè il maggior adattamento 
dell’uomo al suo ambiente terrestre è il risultato 
duna vittoria dello spirito sulla natura. La do¬ 
minazione umana è mentale prima d'esser fisica; 
perchè infatti non sono le forze materiali del¬ 
l'uomo che siansi sensibilmente accresciute per 
dargli questa vittoria, bensì quelle dell’intelletto. 
E qui dissipiamo un facile equivoco: progresso 
intellettuale non vuol dire che 1 ’ intelligenza 
umana sia individualmente aumentata, ciò che è 
in reale aumento è il sapere, come sintesi sta¬ 
bile. La scienza è questo stromento o questo 
metodo, questa mirabile e infrangibile arma della 
nostra conquista sul mondo (1). 

In aumento sono le condizioni materiali del 
benessere, in conseguenza del perfezionamento 
tecnico dell’industria umana. Ma accanto a ciò 
quanta reale barbarie dentro e intorno a noi ! 
L’economia delle energie umane è ben lungi 
dall’essere realizzata. Solo in ristrette oasi del 


siansi già plasmate armonicamente nel suo progresso 
troppo recente. La razza umana non era composta ab 
initio che d’assoluti selvaggi, e dopo milioni di anni di 
barbarie, l’uomo è solo da pochissimo tempo entrato 
nella via della moralità e della civiltà,,. 

(il Pearson, op. cit., p. 12 e seg. “ Il metodo appiana 
le differenze tra gli spiriti. Quando occorra tracciare 
un cerchio a mano libera, le differenze d’attitudini pos¬ 
sono aver la loro importanza, ma quando ci serviamo 
d’un compasso, queste differenze scompaiono „. Hoff- 
ding, Histoire de la philosophie moderne, Paris, 1906, 1 , 
p. 205. 






174 


GIUSTIZIA 


lavoro si è parzialmente attuata la solidarietà e 
l'armonia degli sforzi verso una più elevata uti¬ 
lità comune. In vastissime plaghe è tuttora pre¬ 
valente il deserto o la foresta impenetrabile. 
Mille e mille sorgenti di vita, di ricchezza e di 
felicità, o rimangono ignorate, o miseramente 
esauste e isterilite senza frutto. Le funzioni ca¬ 
pitali della vita consorziale, guidate dall’empi¬ 
rismo più volgare o imprigionate nelle catene 
dalle più servili tradizioni, smentiscono la legge 
del progresso e formano intorno al corpo sociale 
la fatale camicia di Nesso, destinata ad impri¬ 
gionare l’Èrcole umano nella tortura dell’impo¬ 
tenza (i). Ma l’eroe, memore delle sue imprese 
gloriose e conscio della sua forza, si dibatte nel 
laccio della sua stessa veste. I bisogni nuovi af¬ 
fermati dall’intelletto levano la loro voce potente 
nella coscienza dell’umanità moderna, e lottano 
contro la tenacia conservatrice e la resistenza 
passiva del passato. I diritti del futuro saranno 
salvati. Già le novelle forme della struttura so¬ 
ciale si lasciano intravedere, nei primi abbozzi 
delle organizzazioni professionali (2). Il concetto 
della società si trasforma sotto i nostri occhi ; 
la coordinazione e l’aggruppamento libero fon¬ 
dato sulla scelta e sull’interesse prendono il 


(1) Novicow, Les gaspi/lages des sociétés modernes. 
Paris, 1894. — Id., La justice et l’expansion de la vie. 
Paris, 1905. — Haeckel, Enigmes de l'Univers. Paris, 
1905, P- 7 - 3 - 

(2) Durkheim, Le suicide. Paris, 1897, p. 434, 444. 







EPILOGO 


175 


posto delle coatte distribuzioni castali della 
vecchia società, e dànno luogo ad un tipo nuovo 
di vita collettiva e ad una colleganza spontanea 
di interessi materiali e di simpatie morali (1). 

11 nostro miglioramento etico non sta nella 
evangelica redenzione di una colpa — come nella 
grande crisi della civiltà antica s'illuse l’uomo 
devoto alla sua fede messianica — e nemmeno 
in un’ipotetica razionalizzazione della vita,seconda 
grande illusione, nella quale si cullò l’umanità 
per tre secoli uscendo fuori della notte medie¬ 
vale dalla Rinascita alla Rivoluzione. 

La storia naturale dell’ uomo non conosce 
questi miracoli: oggi sappiamo che non si rifà 
la nostra natura. Noi non siamo affatto i vermi 

nati a formar l’angelica farfalla, 
che vola alla giustizia senza schermi. 

Per dirla col poeta francese l’uomo morale 
non merita 

Ni cet excès d’honneur, ni cette indignité. 


U) J.{Bryce, The American Commonwealth. New-York, 
1906, voi II, p. 539-540, dove, notando lo sviluppo della 
sensibilità morale e della simpatia filantropica os¬ 
serva “ che la vista del male che si potrebbe evitare 
è per noi una pena ed un rimprovero, e colui che 
predica la pazienza e la fiducia in un progresso naturale, 
è considerato come un individuo sprovvisto di sensibilità. 
Ogni uomo mette oggi più ardore a riconoscere la sua 
responsabilità verso il prossimo e più sforzo a coope¬ 
rare alle riforme morali „. 










176 


GIUSTIZIA 


Nessuna bacchetta magica, nè religiosa, nè 
dottrinale, à fatto efficacemente sbocciare il nuovo 
uomo dalla rude scorza del vecchio Adamo, col 
suo tocco prodigioso. Mille volte i profeti hanno 
parlato alla turba: ma i loro infiammati discorsi 
di rinnovazione e di palingenesi morale sono ca¬ 
duti nel nulla, come l’acqua sulla sabbia, dove non 
lascia alcuna traccia del suo passaggio. Anche 
la voce della ragione, come quella del sen¬ 
timento, è vuoto movimento d’aria, nè desta 
più che una eco fuggevole nella coscienza. 
La vita saggia come la vita santa sono nobili 
sogni, ma non altro, ove non preceda ad essi 
l’opera deireducanone, cioè a dire l'adattamento 
e il suo conseguente corteo di sane e forti abi¬ 
tudini. Il nostro progresso morale consiste nella 
sistemazione della condotta, ciò che possiamo 
indicare con una sola parola, carattere. Esso as¬ 
sicura nell’unificazione della coscienza l’equilibrio 
stabile della vita. 

Se la legge del progresso è l’adattamento, 
questo impone la cooperazione : e ciò nel 
senso di trarre da ogni energia umana il suo 
massimo rendimento colla più esatta applicazione 
al lavoro comune. Il senso di questo vincolo 
solidale ai fini del progresso generale della vita 
è un lento acquisto sperimentale, suggerito prima 
e pur troppo ancor oggi prevalentemente e in 
modo grossolanamente intuitivo, da un empirismo 
quotidiano nell’angusta cerchia degli interessi 
famigliari o professionali ; ma i lenti depositi 
ch’esso lascia nella coscienza collettiva e che for- 




EPILOGO 


177 


mano la parte migliore di ciò che chiamiamo 
spirito sociale, saranno un giorno almeno nella 
aristocrazia morale ed intellettuale dell’umanità 
elaborati dal pensiero scientifico; e noi ricono¬ 
sceremo in questa solidarietà cosciente tradotta 
in una pratica costante, la più alta legge della 
vita consorziale; la forma più stabile dell’e¬ 
quilibrio tra l’uomo e l’universo sensibile che 
lo circonda (1). Bisogna pensare alla genera¬ 
lizzazione ed alla stabile coordinazione di tutti 
quei mezzi fisici e spirituali, che uniscono la 
creatura umana al suo simile attraverso tutto lo 
spazio abitabile, per sorprendere qui la suprema 
manifestazione dell’ elemento cooperatore, che 
sta a fondamento dell’universale energia! Il patto 
d’alleanza che sembra esistere tra le forme infi¬ 
nitamente varie della forza, e il reciproco influsso 
che al disopra degli incalcolabili abissi del tempo e 
delle distanze, ogni frammento del cosmo esercita 
e subisce sugli altri e dagli altri, può talvolta, 
anzi spesso, essere stato infranto dall’ egoismo 
cosciente dell’uomo durante il corso della sua 


(1) Bryce, op. cit., II, loc. cit. “ La civiltà moderna 
più complessa ed esigente, scopre altri profitti e van¬ 
taggi oltre quelli, che il potere organizzato del governo 
le può garantire, e diventa bramosa di acquistarli. Gli 
uomini vivono in fretta e sono impazienti della lentezza 
d’azione della legge naturale. I progressi delle scienze 
fisiche ànno accresciuti i desideri di benessere, e dimo¬ 
strato quante cose si possano fare coll’applicazione delle 
abilità collettive e dei grandi capitali, cose che sono al 
di là dello sforzo individuale „. 

Zino Zini, Giustizia. 23 





178 


GIUSTIZIA 


terribile e sanguinosa storia di guerra e di vio¬ 
lenza; ma il suo trionfo definitivo attraverso le 
lotte più immani e le più sacrileghe iniquità, 
è assicurata dalla necessità della nostra soprav¬ 
vivenza. 

Vi sono, per così dire, due correnti nella storia 
della società umana, l’una, la più visibile, quella 
che à formato materia di racconti e di leggende, 
l 'epos di tutte le genti e di tutte le età, convoglia 
seco l'egoismo e la sopraffazione dell'individuo 
o del gruppo gentilizio o etnico sopra l’inerme 
e soggetto gregge dei vinti, degli umiliati, degli 
offesi ; dall’antropofagia alla schiavitù, dalla corvée 
al monopolio, qualunque sia l’arma adoperata, 
l’ascia del guerriero selvaggio, il nexum del giu¬ 
reconsulto latino, il contratto dello speculatore 
moderno, il risultato è sempre il medesimo: 
vincere ed asservire il debole, prendere la sua 
vita o il suo lavoro, fondare il proprio diritto 
sulla negazione della solidarietà umana. L altra 
tradizione è quella opposta del lavoro associato 
e complementare, della mutua integrazione delle 
classi, che sotto le forme più svariate emerge 
dall’opera sociale : essa si afferma fin dai pri¬ 
missimi stadi della civiltà, e grado a grado 
crescendo soverchia la tendenza egoistica e dis- 
sociatrice per attuare l’alleanza organica di tutte 
le parti nel corpo collettivo, e coll’armonica 
cooperazione delle sue unità, concreta nel sim- 
bionismo sociale la legge del progresso. 









M v ■> # 


INDICE 


Preambolo 


Pag. v 


Cap. I. — Il reale e l’ideale . n 

Cap. II. — La giustizia come idea ed emozione „ 
Cap. III. — I frutti del lavoro e la loro distribu¬ 
zione secondo giustizia . . „ 

Cap. IV. — Libertà od eguaglianza . „ 

Cap. V. — Analisi del merito . „ 

Cap. VI. — La pena riparatrice .... „ 

Epilogo . 


i .<5 

63 

87 

107 

137 

172