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Full text of "Gli strumenti musicali degli Ostiacchi"

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ALESSANDKO KRAUS (figuo)' 



Estratto à 2 ^V Archivio per l'Antropologia e la Etnologia di Firenze 
Volume XI, Fascicolo 3° 



GLI SEGMENTI MUSICALI DEGLI flSTlACCHI 


DI 


ALESSANDRO KRAUS (figlio) 



GLI STRUMENTI MUSICALI DEGLI OSTIACCIII 


DI 

ALESSANDRO KRAUS (figlio) 


(Comunicazione fatta nell’ Adunanza del 29 Giugno 1881) 


È la seconda volta che m’ accingo a trattenervi di cose risguar- 
danti r etnografia musicale^ e certo non avrei ardito venirvi nuova- 
mente a tediare col mio dire disadorno, se la benevola accoglienza 
fatta da voi alla mia ultima breve comunicazione sui Vasi fischianti 
(hi Perù, non mi vi avesse incoraggiato. 

Questa volta ho intenzione di parlarvi degli strumenti musicali de- 
gli Ostiacchi ed in special modo di quei tre regalati al nostro Mu- 
seo nazionale di antropologia dal Sig. Cav. Stefano Sommier, al ri- 
torno dal suo viaggio in Siberia. 

Gli Ostiacchi sono, come sapete, un popolo che, insieme ai Sa- 
moiedi, abita la parte settentrionale della Siberia occidentale e che 
trae origine dai Filini, coi quali ha, più che nelle forme caratteri- 
stiche del corpo in generale, grande analogia per la lingua da esso 
parlata, che a detta del Finsch, nella sua Relazione del viaggio 
fatto nella Siberia occi4entale nel 1876, è sonora e ricca di vocali. 

Il prof. Ahlqvvist aggiunge: esser gli Ostiacchi, per la lingua, 
prossimi parenti dei Magiari d’ Ungheria, e negli Annales des Voya~ 
ges, voi. Ili, pag. 214, Malte Brun dichiara la parentela de’Finni 
cogli Sciti, e dice esser la lingua de’Finni una delle più sonore e 
più adatte alla musica che si conoscano, e rassomigliare assai al- 
r Ungherese. 

Castrèn e Schrenek hanno coi loro scritti fatto conoscere delle 
poesie di Samoiedi e di Ostiacchi, ed il Poljakoff ha pubblicato una 
novella, parto letterario di una Georges Sand ostiacca. 


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GLI STRUMENTI MUSICALI 


Dal contenuto àaW Histoire Générale des Voya<jes di De la Harpe 
(Parigi, 1780) facilmente si rileva come già un secolo fa si aves- 
sero press’ a poco le medesime notizie sugli Ostiacclii, che abbiamo 
ora, salvo quelle che pei progressi fatti dalla scienza ed in specie 
dair antropologia e dall’ etnologia, si possono solo oggi ottenere. 

Presso i Finni, antenati degli Ostiacchi, la musica era, come 
presso tutti i popoli scandinavi, tenuta in gran conto, e tuttora si 
incontrano in Finlandia ed in Svezia improvvisatori di Rane al- 
l’uso antico. Le Rune sono delle canzoni improvvisate sopra certe 
date melodie. Il significato preciso di Rana sarebbe: segreto, discorso; 
e Runarmdn venivan detti gl’indovini, i savi e gli Scaldi^ che erano 
i Bardi della Scandinavia, perchè Runor vuol dir suono. 

Di queste Rune^ conforme le antiche tradizioni, si distinguevano 
due specie: i Mcilvunor (canzoni cavalleresche) e i Trollrunor (can- 
zoni magiche), che si suddividono in malefiche e benefiche. 

Ho creduto bene unire a queste mie parole la melodia del iMal- 
runor: Tuga, la piccola Molinara, che conta 17 terzine con ritor- 
nello, e del Trollrunor : L’ arpa magica, di 23 quartine con ritor- 
nello al secondo e quarto verso, sentito cantare sull’ isole Faroe dal 
Sig. Kask. (Tav. V). 

Nella piu parte delle narrazioni svedesi l’ invenzione dell’arpa ma- 
gica è attribuita al Nix (il buon genio). Nelle tradizioni popolari 
scozzesi invece non si trova mai rammentato questo Nix^ ed in ge- 
nerale nelle raccolte di canzoni scozzesi ed inglesi s’incontrano ra- 
ramente menzionati questi esseri immaginari, ciò che denoterebbe 
avere queste canzoni subito grandi alterazioni col tempo, o avere 
chi le ha trascritte, preso più di mira il gusto ,del tempo in cui 
scriveva, anziché l’ epoca remota dalla quale traevano origine le 
canzoni stesse. 

Lo strumento col quale suolevano i Finni accompagnare il canto, 
era un’ arpa senza colonna, detta Kantela o Harpu. 

Non mancano nemmeno nelle lontane regioni abitate dagli Ostiac- 
chi, menestrelli e suonatori erranti, che anzi il Finsch, nell’ opera 
più sopra citata, narra come: accolto splendidamente a Sucliorow- 
skaja (uìia delle prime cinque stazioni abitate dai Russi sulla sponda 
sinistra del fiume Obi) dal ricco mercante Protopopoff, vennegli of- 
ferto un trattenimento musicale, vocale e strumentale, nel quale il 
(capo del circondario) Sassjedatjeli c le molte ragazze di casa, coi 
cantici religiosi, in coro ed a solo, non gli destarono tanta mera- 
viglia, nè gli procurarono tanto diletto, quanto un Bardo ostiacco. 


DEGLI OSTIACCm 


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fatto venire apposta per quella circostanza e che seppe ritrarre dalla 
sua arpa a otto corde, detta Sciotang (secondo il Pallas, Der- 
noboi), melodie molto più gradevoli di quelle cW avea sentito dai 
Chirghisi. 

E giacché sono a parlare delle arpe, dirò come la caratteristica 
tipica delle arpe di origine orientale consista nella mancanza asso- 
luta della colonna, corrispondente alT ipotenusa del triangolo rettan- 
golo, formato dallo scheletro dell’ arpa stessa. Di tale conformazione 
sono le arpe raffigurate negli antichi monumenti egiziani, assiri e 
persiani, nonché quella rappresentata su di un vaso greco delhepoca 
di Alessandro Magno, ora esistente nel Museo di Monaco, e quelle 
tuttora in uso in Abissinia (le ivagla), in Arabia {ì junk), in Sene- 
gambia e nella Guinea (i bulit e gli ambi), nel Burmah (i saun). 

Se delle arpe persiane, dette Sciang, si é potuto supporre esser 
quelle anticamente usate, colla colonna, ciò é deriviate dall’ avere 
il Bunting, nella sua Dissertazione storico-critica sull’arpa, riportato 
un disegno, tratto dai bassorilievi che adornano due archi sveltissimi 
della famosa roccia Tacht-i-Bostan, in prossimità di Chermanscià, 
ed eseguito da un ufficiale inglese di ritorno dalle Indie. Questo 
disegno rappresentava appunto due arpe con due colonne poderose, 
errore che fu pienamente rettificato dalle pubblicazioni di Sir Ro- 
bert Ker Porter. 

Oltre ai paesi d’Oriente e dell’Africa, trovansi anche in Europa 
delle vestigia dell’ arpa orientale presso i popoli nordici antichi 
ed in particolar modo presso gl’ Irlandesi, gli Scozzesi, gli Scan- 
dinavi ed i Filini, come ho già detto. Anzi quest’ ultimi, giusta 
una bella tradizione popolare, narrano : esser la Kantela o Harpu, 
lo strumento sul quale il loro Dio Wdinàmbinen suonava, traendone, 
come Orfeo, suoni tanto incantevoli da ammaliare uomini ed ani- 
mali, di modo che le bestie più feroci divenivano mansuete ; gli al- 
beri non osavano agitare le loro fronde, i ruscelli sospendevano il 
loro corso, i venti il loro impeto e perfino 1’ eco beffardo s’ acco- 
stava furtivamente per ascoltare quei suoni incantevoli. 

Temo assai che per 1’ arpa degli Ostiacchi, il Sciotang (in russo 
Lebed cioè : cigno), sia avvenuto quel che accadde per lo Sciang di 
Persia, o almeno che la colonna, la quale alcuni dicono esistere negli 
Sciotang, non sia una parte essenziale dello strumento, ma bensì 
un’aggiunta eventuale per consolidare l’arco coi pironi, togliendogli 
una parte del peso proveniente dalla tensione delle corde e per pro- 
teggere queste nel trasportare lo strumento. 


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aiJ STRUMENTI MUSICALI 


Lo Sciotang ò formato da una cassa armonica oblunga, a tre pa- 
reti piane ed una alquanto convessa; questa cassa da una parte fini- 
sce con un braccio ricurvo, a guisa di collo di cigno, nel quale 
sono infìssi i pironi e che spesso è terminato da una testa d’uccello 
e da un mazzetto di striscio di panno, per ornamento. Lo stru- 
mento è fatto di un sol tronco di albero. Per fabbricarlo vuotano 
dapprima la parte destinata a formare la cassa armonica, e vi so- 
vrappongono il piano armonico, traforato come quelli delle antiche 
arpe, incollandolo colla loro fortissima colla di pesce, e appuntan- 
dolo con degli stecchi di legno. (Tav. V). 

Il piano armonico, lungo in. 0,86, ha nel mezzo, pei tre quarti 
della sua lunghezza, un rialzo a guisa di regolo, che serve da pon- 
ticello per le corde, le quali per de’ fori disposti simmetricamente 
alla distanza di m. 0,03 Timo dall'altro e fermate a nodo scorsoio, 
vanno a far capo ai pironi, bucati nel mezzo e incastrati in un 
incasso simile a quello del riccio de’ violini, La lunghezza totale 
della cassa armonica è di 0,98 e quella del braccio ricurvo di 0,45. 

In quanto alla colonna che ad alcuni Sciotang è stata aggiunta, 
essa consiste in un pezzo di legno assai rozzo, che vien messo a 
stretta da un lato all’ estremità 'dell’ incasso dove sono i pironi, e 
dall’ altro in una incisione fatta in fondo al ponticello. 

A me sembra che anche il nome stesso di cigno sia più razio- 
nalmente applicabile allo strumento senza la colonna, che ne distur- 
berebbe l’armonia delle forme; del resto lo Sciotang, come l’an- 
tica Buni degli Egizi e la Nanga dei Niam-niams, è costruito in 
modo da non necessitare nè punto nè poco 1’ applicazione d’ una 
colonna. 

Il numero delle corde dello Sciotang, tutte di ottone e dello stesso 
spessore, varia dalle sei alle dieci come nell’ Asor degli Assiri, 
descritto dall’ Engel, che moltissimo gli rassomiglia nella forma e 
nella disposizione. Non esito perciò a ritenere d’ origine orientale 
anche lo Sciotang; e come dall’Asia meridionale ebbero le prime 
arpe i Greci, gli Scozzesi e gli Scandinavi, così pure dalla stessa 
parte dell’Asia dev’ esser stato trasmesso agli Ostiacchi l’uso del- 
r arpa, e non dall’ Europa come molti sono portati a credere. 

In quanto all’accordatura dello Sciotang a nove corde, come quello 
qui presente, posso asserire, essere la medesima informata alla tonalità 
delle melodie nordiche dell’Europa e dell’India, cioè la scala diatonica 
maggiore coll’aggiunta della settima minore; cosicché, supponendo 
la prima corda accordata al Do, le altre lo sarebbero al Re, Mi, 


DEGLI OSTIACCHI 7 

Fciy Soly L(iy Sihy Si, Do ottava, che corrispondono alle note delle 
nostre antiche pedaline in sesta degdi organi. 

Parimente di origine asiatica è il Naresjuch (che Pallas chiama 
Domhra), formato, come vedete, di una cassa armonica fatta sul si- 
stema di quella dello Sciofang, lunga 1,20, larga 0,22 ed alta dai 
0,03 ai 0,04, terminata a punta da un lato ed a forca dalT altro. 
Le corde in numero di cinque sono di budello ed hanno appeso ad 
un’ estremità, a guisa di ghianda, un ossetto di ala di palmipede in 
alcuni, in altri, come appunto in questo, un metacarpale di un car- 
nivoro, forse di un cane. 

Attaccate ad un cappietto di funicella fisso all’ estremità acumi- 
nata della cassa sonora, le corde passano sopra a un ponticello di 
forma assai svelta e vanno ad arrocchiarsi intorno ad un baston- 
cello raccomandato alle due punte della biforcazione della cassa 
armonica, dove a mezzo di quelli ossicini di cui ho detto più sopra, 
vengono accordate. 

La Kantele dei Finni e degli Scandinavi in genere, il Giosli an- 
tico a cinque corde dei Russi, il Ciin annamita, il Kin cinese, il 
Koto giapponese, hanno comune l’origine col Naresjuch degli Ostiac- 
chi, che maggiormente però si assomiglia alla Kantele de’ Finni ed 
a quella dei Voguli. In quanto al modo di accordare il Naresjitch, 
io ritengo che debba essere uniformato alla scala pentatonica, che 
ha servito di base alle melodie della più parte dei popoli dell’Asia 
e dei nordici d’ Europa e certamente anche a quelle degli Ostiacchi, 
cosa che non siamo in grado di dimostrare con documenti indiscu- 
tibili, poiché disgraziatamente nessun viaggiatore ci ha trasmesso 
una melodia ostiacca, forse perchè ancora non è stata abbastanza 
riconosciuta l’ importanza della musica per gli studi etnografici e 
perchè finora pochi sono* stati i veri cultori dell’etnografia musicale. 

Gli Ostiacchi hanno un altro strumento da corda: questo però 
vien suonato coll’ arco di crino, mentre lo Sciotang e il Naresjuch 
vengon pizzicati colle dita, ed è il Nid~Naresjuch, cioè violino mu- 
liebre, così detto perchè suonato generalmente dalle donne. Ha tre 
corde come il Gudock de’ Russi, assomiglia però nella forma piut- 
tosto alla Balalaika slava. 

Come il Gudock vien suonato a guisa dell’ antica viola da gamba, 
cioè tenendola come i nostri calabresi tengono il violino. Delle tre 
corde che vengono suonate insieme, due fanno da bordone, ed una 
sola vien adoprata per la melodia, talché è facile immaginarsi 
quali mirabili effetti possano ricavarne le suonatrici ostiacche ! 


8 GLI STRUMENTI MUSICALI DEGLI OSTIACCIII 

Siccome nella cassa armonica di buon numero degli strumenti da 
corda popolari dell’ estremo oriente si riscontra un tintinnabulo 
metallico^ così negli strumenti degli Ostiacclii, di cui ho lin qui 
parlato, si trovano dei pezzetti di vetro e di metallo, destinati, a 
quel che dicon loro, ad aumentarne la sonorità; e qui giovami far 
rilevare come appunto la buona sonorità sia uno dei pregi più no- 
tevoli di questi strumenti della Siberia, in specie dello Sciotang e 
del Naresjuch. Di strumenti da fiato non si sono riscontrate traccie 
finora presso gli Ostiacchi. 

Ora altro non mi resta che parlarvi del Tamburo magico, chia- 
mato Penser da’ Samoiedi ; ma prima di far ciò rendo pubbliche 
grazie al Sig. Cav, S. Sommier per le notizie datemi intorno a 
questi strumenti, di cui sua mercè è stato arricchito il nostro Museo 
nazionale d’ antropologia. 

Lo strumento sacro in questione, di cui vedete rappresentato nella 
Tav. V un esemplare rattoppato, ma non per questo meno interes- 
sante, è formato d’una pelle di giovane Renna, tesa sopra un cer- 
chio di legno, al quale sono attaccati due regoletti in croce, per 
tenerlo colla mano sinistra, mentre che la destra ne trae un suono 
assai cupo, con un mazzuolo di legno, ricoperto di pelle di Renna, 
attaccato allo strumento con una cigna, e che vien tenuto stretto 
sopra l’indice e 1’ anulare, dal dito medio. Per render la pelle più 
tesa, onde ottenerne un suono più acuto e più chiaro, la si espone 
al fuoco. 

Il mago 0 stregone ostiacco o samoiedo, chiamato Sciamano, nelle 
sue profezie, a quanto ne dicono, entra in corrispondenza col- 
1’ essere supremo, che gli Ostiacchi chiamano Oort, per mezzo di 
un demone, eh’ egli attrae a sè col suono del tamburo magico. 
Talvolta però il demone altera i detti del grande Oort o non opera 
secondo V intenzione dello Sciamano ; in tal caso lo Sciamano esperto 
che se ne accorge, batte tanti colpi sul suo tamburo quante sfer- 
zate desidera che riceva il demone dagli Dei. 

Sono ben dolente di non aver la potenza degli Sciamani per po- 
ter far si che queste mie povere parole vengano da voi benigna- 
mente accolte ; ma sono ben lieto che nemmeno a voi, cortesi 
Signori, sian concessi i privilegi degli Sciamani, perchè son certo 
che battereste a lungo il tamburo magico, dopo avermi ascoltato, 
per farmi punire di aver cotanto abusato della vostra pazienza. 

A. Kraus, 



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