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Full text of "Critica Del Giudizio"

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CLASSICI DELLA FILOSOFIA MODERNA 

COLLANA DI TESTI E DI TBADUZIONT 
III 


KANT 


CRITICA DEL GIUDIZIO 




























6 


4 







EMMANUELIO KANT 


CRITICA DEL GIUDIZIO 


TRADOTTA 

DA 

ALFREDO GARGIULO 


TERZA EDIZIONE 



BARI 

GIUS. LATERZA & FIGLI 

TICOGIlAi'l-KDITOKI-I.IItKAI 

1949 















■ 

/ 


PROPRIETÀ LETTERARIA 


AGOSTO MCMXLVI - 4983 














PREFAZIONE DEL TRADUTTORE 


L La Critica del Giudizio nel sistema di Kant. — U. Le varie 
edizioni. — III. Belle traduzioni, e in particolare di quella del Barui. 


I 

La Critica del Giudizio , terza ed ultima delle opere fon¬ 
damentali di Kant, veniva pubblicata nel 1790, due anni 
«topo la Critica della Ragion pratica, e nove dopo la Crìtica 
della Ragion pura. Con essa Kant chiudeva il suo sistema. 

Nella pr : ma edizione della C. d. R. pura è decisamente 
affermata l’orìgine empirica delle regole e dei criterii del 
giudizio sul bello, e quindi la loro incapacità a servire come 
leggi a priori -, nella seconda edizione (principio del 1787), 
è detto invece, che quelle regole sono empiriche circa le loro 
fonti principali, e non possono mai serv’re come deter¬ 
minate leggi a priori. E lo stesso anno, nel deeembre, Kant 
scriveva al Reinhold: « Così io mi occupo ora della critica 
■ lei gusto, la quale dà occasione a scoprire un’altra spe¬ 
cie di pr ncipii a priori , diversi dai precedenti. Giacché le 
facoltà dell’animo son tre: la facoltà conoscitiva, il sen¬ 
timento di piacere e dispiacere, la facoltà di des'de- 







V 11) 


PREFAZIONE DEL TRADUTTORE 


rare. Per la prima io lio trovato principii a, priori nella cri¬ 
tica della ragion pura (teoretica), per la terza nella critica 
della ragion prat ! ca. Ne cercavo anche per la seconda; e, 
sebbene prima tenessi per impossibile trovarli, il procedi¬ 
mento sistematico, che mi aveva fatto scoprire nell’animo 
umano la divisione nelle tre facoltà menzionate,... mi con¬ 
dusse su questa via; sicché ora io riconosco tre parti nella 
filosofia, di cui ciascuna ha i proprii principii a priori, che 
si possono dedurre, determinando con certezza i limiti della 
conoscenza possibile in tal modo: — filosofia teoretica, te¬ 
leologia e filosofia pratica, di cui certamente la seconda è la 
più povera di fondamenti a priori » l . 

Questa lettera, non lascia dubbii sul processo di forma¬ 
zione della terza Critica, e sul posto che, nella mente di 
Kant, essa doveva aver nel sistema. Una discussione erit : ca, 
che qui non può aver luogo, potrebbe mostrare, per via di 
congetture, in quale stadio di sviluppo era il pensiero di 
Kant al momento della lettera ; il che non è possibile se non 
mediante un confronto di questa con l’intera opera, o al¬ 
meno con J ' introduz’one. — A tal riguardo gioverà vedere 
le giustissime osservazioni dell’ Erdmann 2 3 . 

Kant non si era mai prima occupato di proposito di que¬ 
stuai estetiche, se non in quello scritto assai noto: Beo- 
bachtungen iiber das Ocfuhi des Schonen und Erhabenen, 
in cui sono osservazioni davvero finissime, ma puramente 
empiriche *. Così questo scritto, come tutti gli altri presi 


1 Sdmmtliche Werke, pubbl. da G. Hartjwhtkin (Lipsia, 1868 e sgg.) ; 
voi. Vili, p. 739. 

2 Immanuel Kant’s, Kritik der TJrtheUékraft t pubbl. da li. Erdmann — 
(Amburgo e Lipsia, 1884) ; vedi 1’ introduzione. 

3 Fu pubblicato la prima volta nel 1764, a Conisberga, e oltre che nelle 
varie edizioni delle opere complete, un'altra volta a Riga, nel 1771. - —Ebbe for 














ri;INAZIONE DEL TRADUTTORE 


IX 


m .m Irruzione dallo Sehlapp * 1 , nei quali .si tocca inciden- 

111 1 11 m 1 11 1 r l'osietica, hanno solo una relazione lontana con la 
('nitrii dii (1 indizio, derivata essenzialmente dal procedi¬ 
mento sistematico. 


II 

Le tre edizioni della C. d. Gì, curate da Kant, furono 
pubblicate la prima nel 1790 (Berlino e Libati, presso La¬ 
vande e Friederich), la seconda e la terza nel 1793 e nel 
.1799 (Merino, presso Lagarde). — Curate da Kant, come 
bene osserva l’Erdmanu, per modo di dire; giacché Kant 
affidava d’ordinario la correzione delle sue opere agli al¬ 
lievi 2 . La seconda e la terza odizone differiscono per non 
molte varianti, che riguardano solo la forma dell’espres¬ 
sione (il numero delle pagine, 476, è lo stesso). La seconda 
differisce dalla prima, scorrettissima, per molte correzioni 
non solo di errori di stampa, ma di forma; contiene molte 
aggiunte, per lo più brevi, e porta anche nel titolo « miglio¬ 
rata » (ha sei pagine in più). — In una traduzione non era 
il caso di far presenti al lettore le varianti di pura forma; 


lumi in Francia, dove l’autore meritò il nome di Luhruybre de l’Allemagne . 
Il Barni credette opportuno tradurlo in appendice alla Critica del Giudizio. 
Altre traduzioni sono quello di PBYER Imhoff (1796), WEYLAND (1823), •> 
K e RATEI (1823), preceduta da im lungo commentano : « Examen pkilosophiqur 
dru nmsidérattorni mr le sentiment da sublime et du beau de Kant ». — Una 
(r.Mliizione italiana da quest’ultima: Considerazioni sul sentimento del sublime 
del bello di E. Kant, fu pubblicata a Napoli da V. M. C. nel 1826. 

i o pto Sghlapp, Kanis Lehre vom Genie und die Entsléhung dar Kritil 
dir Vrtheilsìlraft (Gottinga, 1901): libro, per altro, assai importante. Cfr. 
t biodi, Estetica 2, pp, 280-2. 

" (Jfr. IJorowski, Darstellung dea Lebens und Ckaraìcters I. Kants (Ooni- 
O.i r/'n, 1,804), P. 174. 







X 


PREFAZIONE DEL TRADUTTORE 


e neppure io ho creduto necessario notare -pigliando a 
fondamento, com’era naturale, la terza edizione tutte le 
aggiunte della seconda passate in questa, giacché quasi nes¬ 
suna ha importanza, sostanziale. Specialmente per un tra¬ 
duttore vale ciò che ebbe a dire il Rosenlu-anz. che cioè 
Kant non introdusse mai in quest’opera qualche intimo cam¬ 
biamento. 

Con varii criterii gli editori tedeschi presero a fonda¬ 
mento ora questa ed ora quella delle tre edizioni originali, 
dando luogo nelle note alle varianti delle altre edizoni, e 
introducendo anche correzioni proprie. Così il Rosenkranz 1 
il Kirclimann e il Kehrbach 11 3 presero a fondamento la 
prima; 1 ’ Hartensteiu 4 5 6 e 1 ’ Erdmann ", la seconda; il Vor- 
lander ", la terza. 

La presente traduzione è stata fatta sull’edizione accu¬ 
ratissima dell’Erdmann, col confronto dell’ultima, quella 
del Torlànder. L’edizione dell’Erdmann è ricca di molte 
correzioni originali, alcune interpetrative, tutte a mio pa¬ 
rere giuste, ed accolte anche in massima parte dal Vorlander. 

Non ho pensato neppure per un momento di aggiungere, 
seguendo 1’ Erdmann. il riassunto del Beck 7 della prima 


1 In Sanati. Werke, pubbl. da K. Rosenkranz e Kb. IV. Schup.krt, in 
12 voli. (Lipsia, 1838-42). 

2 In Stimiti. Werke, pubbl. da I. H. vON Ktrohmaxn, in 8 voli. (Berlino. 
Lipsia e Eidelberg, 1868 e sgg.). 

3 Kritik d. UrtheiUkraft. Texte dei- Ausg. 1790 ruit Beifiiguog samm. 
Abweichungen der Ausg. 1793 und 1799, pubbl. da K. KEHRBACH (Lipsia, 1878). 

J Nei Samm. Werke, pubbl. da G. HarTEN.STKIN, in 10 voli. (Lipsia, 1838- 
1839); in chronol. Reilienfolge, in 8 voli. (Lipsia, 1867-69). 

5 Er. d. Vr., pubbl. da B. ERDMANN (Amburgo, 1880, 2» ed., 1884). 

6 Er. d. Ur., pubbl. da K. Vorlander (Lipsia, 1902); voi. 39 della Philo 
xophische Bibliothek edita da Dtirr. 

7 II Beck pubblicò Questo estratto in appendice al secondo voi. del suo 
JSrlàuternde Avszvy aus den kritìschen Schriften dea Herrn Prof. Eant (Riga, 
1794), pp. 541-90, col titolo: Anmefkunffen zar Einleiturtg in die Er. d. Ur. — 












PREFAZIONE DEL TRADUTTORE 


XI 


niruilti/,ione, abbandonata da Kant per ragioni di brevità: 
I'mi polluzione definitiva contiene tutto quello che è nella 
prima (nel riassunto), ed esposto con maggiore ordine, con¬ 
cisione e chiarezza. 


Ili 

Questa traduzione è letterale, sempre, s’intende, nei li¬ 
miti del possibile; ma sopratutto io non mi sono curato di 
rendere più agio l’espressione dove di necessità risultava 
troppo involuta e pesante, rispettando anche, salvo qualche 
rara volta, la lunghezza eccessiva del periodo. È nota l’ab¬ 
bondanza di proposizioni, subordinate, relative, incidentali, 
che rende faticoso e spesso oscuro, specialmente in que¬ 
st’opera, il periodo kantiano. Un amico, il consigliere "Wlo- 
mer, al quale Kant chiedeva se leggesse i suoi scritti, gli 
rispondeva che li avrebbe letti più spesso, se non gli fossero 
mancate le d ta : « Sì, caro amico, il vostro stile è così ricco 
di parentesi e di proposizioni subordinate, da tener pre¬ 
senti, che io pongo un dito su d’una parola, poi il secondo, 
il terzo, il quarto, e, prima di' finir la pagina, le mie dita 
sono esaurite ». Il traduttore di Kant ha quasi sempre la 
tentazone di spezzare il periodo lungo; ma ciò non è per¬ 
fettamente lecito se non qualche volta. La lunghezza in Kant 
deriva dal modo di pensare: da un certo modo di pensare 
che raccoglie tutta l'attenzione dello scrittore nell ’ interno 
di ciascun periodo, senza alcuna preoccupazione dello seri- 


I' I nlmann lo ha riprodotto con questo titolo più appropriato: T. S. Beókts 
lu , ■»/»/ a un Kant’s wrsprungHchetri Entwurf der Einleitung in die Kr. d, Vr. 











XII 


PREFAZIONE DEL TRADUTTORE 


vere, cioè dell’ordine e dell’effetto generale: Kant pensa 
scrivendo, ma non pensa a scrivere, se mi è lecita questa 
espressione. Tutte quelle proposizioni accessorie sono spesso 
chiarimenti o ripetizioni inutili ; e a me non di rado è avve¬ 
nuto, volendo spostarne qualcuna, di osservare che era più 
logico sopprimerla che spostarla. 

Ho confrontata la m a con la traduzione francese del 
Barni 1 . Non mi è riuscito di vedere la traduzione inglese 
di I. H. Bernhard (Londra, 1892). Una traduzione poi non 
può dirsi il libero rifacimento del Coleechi, per la parte che 
riguarda il Giud zio estetico 2 3 . 

La traduzione del Barni, che è rimasta unica in Francia, 
ed è servita molto anche in Italia, non è pr’va di pregi, 
specialmente se si pensi che è, in quella lingua, la prima 
ed unica. Bertrando Spaventa, a proposito della traduzione 
del Barni della C. d. R. pratica , disse, non senza ragione: 

« Quanto alla traduzione, non essendo io giud ce competente 
in questa materia, d rò solo che a me pare la m gliore di tutte 
le traduzioni francesi di Kant, per fedelià e precisione, e per 
proprietà di linguaggio filosofico»'*. Un alleo traduttore 
della C. d. R. pratica, il Pieavet (Parigi, Iss(i), preoccupa¬ 
tissimo dell’espressione letterale, ponendo in nota tutti i 
passi in cui la traduzione del Barni diverge dalla sua, non 
trova moltssime osservazioni da fare; e gli appunti che 
gli occorre di muovere al suo predecessore, riguardano spc- 


1 Critique du Juge.ment, suivie des Obìervations sur Ir sentimcnt du beau 
el du sublime par E. E. t traduits par J. Barni, in 2 voli. (Parigi, 1846). 

2 Ottavio ColkcOHI, Sopra alcune quistiorli le più importanti della filosofia. 
Osservazioni critiche (Napoli, all’insegna di Aldo Manuzio, 1848); vedi il 3“ 
ed ultimo volume. 

3 Da Socrate ad Hegel, nuovi saggi di critica filosofica a cura di G. Gen- 
tius (Bari, Laterza, 1906), p. 138. 















l’IMOKAZIONU IH I, I li A IH IT l'Iliti 


XIII 


i i ili.li' < 11 in Ielle falso riferimenlo ili ..mi (cioè veri 

. . i, |in n ilo impropr e, varianti lilieiv n i ..plicativo. 

Improprietà di linguaggio io veramonlr inni rii 1 ho ri- 

•.il ni tu : lio trovato invece veri errori di mti ipiv (azione 

.. però molti), e varianti frequenti, e talvnlln Irnppo li- 

I. Aggiungo, quali per me non encomiabili. Ir spezzai lire 

■ li periodo, spesso assolutamente ingiustificate. 

I)n come saggio gli appunti presi tra le prime pngiie. 

Il testo dice: «Poiché lo studio del gusto..., non è intra 
preso qui allo scopo d’educarlo e coltivarlo..., ma soltanto 
per uno scopo trascendentale, esso sarà giudicato, spero, con 
indulgenza riguardo alla sua insufficienza circa quel primo 
scopo (l)a die Untersuchung des Geschmacksvermógens... 
lia r vichi zur Bildung und Kultur des Geschmacks... sondern 
hloss in transscendentcder Abs : cht angestellt wird; so wird 
sic, ivie ich unir schme chle. in Ansehung der Mangelhaftig- 
kcit jenes Zwecks aneli mit Nachsicht beurtheilt werden) ; 
e il Barai traduce (p. 8): «Cornine je n’cntreprends pas 
l’étude du goùt..., dans le but de le former et de le eultiver..., 
mais seulement à un point. de vue trascenderai, on sera, je 
1 ’espère, indulgenti pour les lacunes de cette ètude ». — Su¬ 
bito dopo, « un problema, che la natura ha tanto avvilup¬ 
pato » (ehi Problem, wclchcs die Natur so verwickelt hai), 
è tradotto : « un problème, naturellement si embrouillé ». 
— « Ora qui, r guardo al pratico, si lascia indeterminato 
se... » (Hier wird mm in Anseliung des Praktischen unbe- 
stimmt gelassen, oh...) ; e il Barai (p. 13) traduce « Or iei 
on parie de pratique d’urie manière generale, sans deter¬ 
minar s 1 ... ». — « Esse tutte, difatti, non contengono se non 
regole dell’abilità, per conseguenza tecnico-pratiche, desti¬ 
nate a produrre un effetto, che è possibile secondo i concetti 










\1 V 


PREFAZIONE DEL TRADUTTORE 


naturali delle cause ed effetti; i quali concetti appartengono 
alla filosofia teoretica, sicché anche quelle regole rientrano 
come corollarii nella filosofia teoretica (o scienza della na¬ 
tura) e non possono pretendere... » (uscii sic msgesammt 
nur Regeln der Gesóh(ckUchlceit, àie mtthin wur technisch- 
praktisch sind, enthalten, um ehe Wirkwng hervorzubrm - 
gen, die nach Naturbegrìffen der IJrsachen and Wirkungcn 
moglich ist, welche, da sie zar theoretìschen Philosophie ge- 
horen, jenen Vorschriften als Mosseti KorolUnen ms der- 
selben (der Natane issenschaft) untenvorfen sind , and also... 
verlangen konnen) ; Barn! (p. 15 ) : « En effet, ils ne contien- 
nent tous que des règles qui s’adressent à l’industrie de 
ritornine, qui, par eonséquent ne sont que tedili iquement 
pratiques, ou destinées à produrne un effet possible d’après 
les concepts naturels des causes et des éffets, et qui, rentrant 
dans la philosophie tliéorique (ou dans la sc : enee de la na¬ 
ture), dont elles sont eie simples eorollaires, ne peuvent ré- 
clamer... ». Qui il testo, forse per chiarirlo, è tradito addi¬ 
rittura. « Quanto si estende l'applicazione dei concetti 
a priori altrettanto ri' estende l’uso della nostra facoltà di 
conoscere secondo principii, e per conseguenza la filosofia » 
(Soweit Begriffe a priori dire Anwendung haben, so uscii 
reicht der Gebrauch unseres Erkenntrùhsvenndg&tis nach 
1 1 mzipien and mit ihm die Philosophie) ; il Barai (pp. 16-17) 
traduce con questa inutile artificiosa variante: « L’usage de 
notre faeulté de connaìtre par des principes et la philosophie 
par eonséquent n’ont pas d’autres bornes que eelles de l’ap¬ 
plication des concepts a priori ». — Immediatamente dopo : 

« Ma l’insieme di tutti gli oggetti ai quali sono riferiti quei 
concetti, per darne, se è possibile, una conoscenza, può essere 
diviso secondo la vai"a sufficienza o insufficienza, delle nostre 










PREFAZIONE DEL TRADUTTORE 


XV 


..11iV rispetto a tale scopo» (Der Inbegrìff aller Gegen- 

i,tilde aber worauf jene Begrifie bezogen werden, uni w<>- 
uitit/liek eine Erkenntrdss derselben zu Biande su Wfagm, 
La mi nodi der versdiìiedenen Zulànglidikeit oder Umultili- 
gl 'r.hkeU umerer Veruiogen zu dìeser Absicht eingetheilt wer¬ 
den) ; il Barili, diluendo : « Mais l’ensemble de tous les objet's 
noxquels se rapportent ces conoepts, polir en constituer, s’il 
est poss'ble, ime connaissance, peni, ètre divisò selon que nos 
faeultés suffisent on ne suffisent pas à ce but, et selon qu’elles 
y suffisent de ielle ou Ielle manière ». — « Sicché vi deve 
essere un principio che stabilisca l’unità del soprasensibile, 
che sta a fondamento della natura, e di quello che il con¬ 
cetto della libertà contiene praticamente; un principio, il cui 
concetto è insufficiente, in verità, a darne la conoscenza, sia 
teoreticamente che praticamente, e quindi, non ha alcun do¬ 
minio proprio, ma che permette nondimeno il passaggio dal 
modo di pensare secondo i principii dell’uno al modo di 
pensare secondo i principii dell’altro» (Aho muss en dock 
einen Grand der Emheit des Uebersinnlkken, weldies der 
A ’atur znm Gronde Hegt, mit tieni, watt der Freihe-tsbegnff 
praktisch enthdlt, geben, wovon der Begriff, wenn er gleich 
arder theoretisch nodi praktisch zu einer Erkewntniss dessel- 
hen gelangt, mitliin keki eigenthumlwhes G ehi et hai, dermoidi 
di u Uebergang non der Denkungsart nodi den Prmzipien der 
< neii zìi der nodi Prmzqncn der anderen miigtidi maeht) ; 
A Ibtrni (pp. 20-21): « 11 cloit clone y avoir un principe qui 
i• • i h le possible l’aeeord du supra-sens’ble, servant de foncle- 
ni--ni .i la nature, avec ce que le concept de la liberté con¬ 
ti' ni pi.iliquement, un principe dont le eoneept insuffisant, 
il '■ a \ i ni, nu point de vue théorique et au point de vue pra- 
i qin n ' ii donnei* une connaissance, et n’ayant point par 




1 


XVI PREFAZIONE DEE TRADUTTORE 

conséquent de domarne qui lui soit propre, permette eepen- 
dant à l’esprit de passer d’un monde à l’autre ». 

Mi restringo a poche pagine, perchè queste varianti si so¬ 
migliano tutte, e i veri errori non sono poi tanti da doverli 
menzionare. S’intenderà però da questi accenni, tenendo 
conto anche delle spezzature dei periodi, la specie di altera¬ 
zione che ha subito il testo nella traduzione francese. S’in¬ 
tenderà anche meglio se si pensi che la lingua francese di 
sua natura diluisce ciò che è concentrato e, in certo modo, 
concretizza ciò che è astratto. È da sperare porc o che la pre¬ 
sente traduzione, anche non per mei’ito esclusivo di chi l’ha 
fatta, e che ha avuto di mira la massima fedeltà, riesca 
un’immagne più fedele dell’originale, e quindi più utile 
agli studiosi d’Italia. L’apparente facilità non deve lusin¬ 
gare ; Kant non è oscuro — a chi è oscuro — perchè abbia 
periodi lunghi, o perchè talora non sviluppi abbastanza il 
suo pensiero, o perchè si ripeta, e via discorrendo. « Se lo 
stile di Kant è oscuro — diceva Schopenhauer, — è sopra¬ 
tutto per la profondità non comune del suo pensiero. » 

Napoli, 10 ottobre 1906, 

A. G. 












PREFAZIONE 1 


Si può chiamare ragion pura la facoltà della cono¬ 
scenza mediante principii a priori, e critica della ragion 
l'ora l’esame della possibilità e dei limiti di tale cono¬ 
scenza in generale: quantunque s’intenda per questa facoltà 
la ragione soltanto nel suo uso teoretico, come per l’ap¬ 
punto fu fatto nella prima opera che reca <iuclla denomi¬ 
nazione, senza includere nell’esame la ragione stessa in 
quanto pratica, secondo i suoi particolari prineipii. Intesa 
così, la critica della ragion pura riguarda solo l’esame 
della nostra facoltà di conoscere le coso a priori', si occupa 
quindi solo della facoltà di conoscere, facendo astra¬ 
zione dal sentimento di piacere e dispiacere e dalla facoltà 
di desiderare 2 ; e nella facoltà di conoscere essa non con¬ 
sidera se non l’intelletto, secondo i suoi prineipii a 
priori , facendo astrazione dal Giudizio 3 e dalla ragione 
(in quanto facoltà appartenenti egualmente alla cono¬ 
scenza teoretica), perchè nel sèguito si trova che nessun’al- 


1 Questa prefazione precedeva la prima edizione del 1790, e fu conservata 
ila Kant in tutte lo posteriori [T.]. 

2 Nel testo « Begehrungsvermbgen », cioè propriamente facoltà di appetire 
" ^ tendere. Abbiamo preferito «facoltà di desiderare», perchè appetito e 
'imi denza hanno per noi un significato inconciliabile con le determinazioni vo¬ 
lontarie, alle quali pure si applica il termino usato da Kant [T.]. 

« Urtheil », giudizio; « tJrfcheilskraft », facoltà del giudizio. «Giudizio» 
valli per noi la facoltà o l'atto indifferentemente; seguendo l’esempio del trad. 
frai'i-ew, useremo l’iniziale maiuscola quando si tratta della facoltà, per non 
i|M imi sempre «facoltà del giudizio», o per evitare in pari tempo ogni cou- 
"u.jom* |T.]. 


E Kant, Crìtica del giudizio. 


l 









2 


PREFAZIONE 


tra facoltà di conoscere, oltre F intelletto, può fornire prin- 
cipii di conoscenza costitutivi a priori. Sicché la critica, 
che vaglia queste facoltà riguardo alla parte che ciascuna 
potrebbe pretendere di avere, con proprio fondamento, 
nell effettivo possesso della conoscenza, non conserva altro 
che ciò che 1 intelletto prescrive a priori, come legge, 
alla natura in quanto complesso di fenomeni (di cui la 
forma anche è data a priori) : ma rimanda tutti gli altri 
concetti puri alle idee, che escono fuori dalla nostra fa¬ 
colta teoretica di conoscere, ma che non son punto per 
questo inutili o superflue, giacché servono come principii 
regolativi. Da una parte, così, essa impedisce le perico¬ 
lose preteso dell’intelletto, che, pel l'atto che ha facoltà 
di fornire a priori le condizioni della possibilità di tutte 
le cose che esso può conoscere, vorrebbe comprendere in 
questi limiti anche la possibilità di ogni cosa in generale; 
e, dall altra, guida l’intelletto stesso nell’osservazione 
della natura secondo un principio della perfeziono, seb¬ 
bene essa non possa mai raggiungerla, e promuove in 
tal modo quello che è lo scopo finale di ogni conoscenza. 

Era dunque veramente l’intelletto — che ha il suo 
proprio dominio nella facoltà di conoscere, in quanto 
esso contiene « priori principii costitutivi della cono¬ 
scenza-che doveva essere messo, dalla critica designata 
in generale col nome di critica della ragion pura, nel suo 
sicuro possesso, contro tutti gli altri competitori. Allo 
stesso modo che alla ragione, la quale non contiene a 
prori principii costitutivi se non soltanto relativamente 
alla facoltà di desiderare, è stato assicurato il suo 
possesso nella critica della ragion pratica. 

Ora, se il Giudizio, che nell’ordine delle nostre fa¬ 
coltà di conoscere fa come da termine medio tra F intelletto 
e la ragione, abbia anche per se stesso principii a priori ; 
se questi principii siano costitutivi o semplicemente rego¬ 
lativi (e perciò non dimostrino un proprio dominio); e 
so il Giudizio dia a priori la regola al sentimento di pia¬ 
cere o dispiacere, come al termine medio tra la facoltà di 










PKEF AZIONE 


3 


• .in ostière e la facoltà di desiderare (allo stesso modo l’in- 
i.'Metto prescrive leggi a priori alla prima, e la ragione 
l'Ila seconda): ecco ciò di cui si occupa’ la presente cri- 
i "ai del Giudizio. 

Una critica della ragion pura, cioè della nostra facoltà 
' I i giudicare secondo principii a priori, sarebbe incompleta, 
■'•e non fosse trattata come una parte speciale di essa la 
' l itica del Giudizio, che, in quanto facoltà di conoscenza, 
pretende ai medesimi principii; sebbene i principii del 
Giudizio non possano costituire, in un sistema della filo¬ 
sofia pura, una parte speciale tra la parte teoretica e la 
pratica, e si possano invece includere occasionalmente, in 
caso di necessità, nell’una o nell’altra. Poiché se, sotto il 
uome generale di metafisica, un tale sistema (elio è possi¬ 
bile di compiere interamente ed è della più alta impor- 
lanza per l’uso della ragione, sotto ogni riguardo) dovrà 
essere compiuto una volta, bisogna che prima la critica 
abbia esplorato il terreno per questo edifizio, tanto pro¬ 
fondamente da scoprire i primi fondamenti della facoltà 
dei principii indipendenti dall’esperienza, perchè questa 
non venga meno da nessuna parte, la qual cosa porterebbe 
inevitabilmente alla rovina del tutto. 

Intanto, si può facilmente concludere dalla natura del 
Giudizio (il cui retto uso è tanto necessario e tanto gene¬ 
ralmente richiesto che sotto il nome di buon senso non 
'intende altro se non per l’appunto tale facoltà), che s’in- 
'mitreranno gravi difficoltà nel ricercare un suo proprio 
Mancipio (poiché ne deve contenere qualcuno a priori, altri- 
ii'enti non sarebbe, come una particolar facoltà di cono- 
'•crc, esposto alla critica anche più ordinaria); e questo 
i"'ineipio tuttavia non può essere derivato da concetti a 
•i «ri, perchè questi appartengono all’intelletto, mentre 
'I Giudizio non riguarda se non la loro applicazione. Sic- 

■ i ■ il Giudizio deve fornire da sè un concetto col quale 

■ ■ '.''mente nessuna cosa sia conosciuta, ma che serva di 
ii’K'ila ad esso Giudizio medesimo: non però come regola 
• 'Klf'l I i va. alla quale essa facoltà possa adattare il suo 



4 


PREFAZIONE 


giudizio, perchè allora sarebbe necessaria un’altra facoltà 
di giudizio, per decidere se sia o no il caso dell’applica¬ 
zione della regola. 

Questo imbarazzo circa un principio (soggettivo od og¬ 
gettivo che sia) si trova sopratutto in quei giudi zìi che si 
dicono estetici, e che riguardano il bello e il sublime della 
natura o dell’arte. E parimenti la ricerca critica, in essi, 
di un principio del Giudizio è la parte più importante 
ili una critica di tale facoltà. Perchè, sebbene per se me¬ 
desimi questi giudizii non conferiscano per nulla alla co¬ 
noscenza delle cose, appartengono nondimeno unicamente 
alla facoltà di conoscere o rivelano un’immediata rela¬ 
zione di questa facoltà col sentimento di piacere o dispia¬ 
cere, fondata su qualche principio a priori, da non confon¬ 
dersi con ciò che può essere il fondamento della facoltà 
di desiderare, perchè questa ha i suoi principii a priori in 
concetti della ragione—Ma, per ciò che concerne il giu- 
dizm logico della natura, — quando cioè l’esperienza ci 
presenta nelle cose una regolarità a intendere o spiegare 
la quale non basta piò il generale concetto intellettivo del 
sensibile, e la facoltà del giudizio può trarre da se stessa 
un principio del rapporto dell’oggetto naturale col sopra 
sensibile che non può esser conosciuto, un principio di 
cui può anche servirsi soltanto in vista di se stessa nella 
conoscenza della natura, — allora può e deve essere appli¬ 
cato a priori tale principio alla conoscenza degli esseri 
che sono nel mondo, ed esso ci apre nello stesso tempo 
vedute vantaggiose per la ragion pratica; ma non ha al¬ 
cun rapporto immediato col sentimento di piacere o di¬ 
spiacere. Questo rapporto è proprio ciò che v’ha di enim- 
matico nel principio della facoltà del giudizio e che rendo 
necessaria nella critica una sezione particolare per questa 
facoltà, poiché il giudizio logico mediante concetti (da cui 
non si può mai immediatamente inferire il sentimento di 
piacere o dispiacere) si sarebbe potuto riattaccare in 
ogni caso alla parte teoretica della filosofìa, insieme con 
la determinazione critica dei limiti di tali concetti. 










PREFAZIONE 


5 


Poiché lo studio del misto, in quanto facoltà del giu- 
• i /,io estetico, non è intrapreso qui allo scopo di educarlo 
coltivarlo (siffatta cultura può continuare a far di meno 
di queste speculazioni), ma soltanto per uno scopo tra¬ 
mdentale, esso sarà giudicato, spero, con indulgenza ri¬ 
tardo alla sua insufficienza circa quel primo scopo. Ma, 
per ciò che concerne il punto di vista trascendentale, esso 
deve fondarsi sull’esame più rigoroso. Anche qui però la 
grande difficoltà di risolvere un problema, che la natura 
ha tanto avviluppato, spero che potrà servire a scusarmi 
di una certa oscurità non interamente evitabile nella so¬ 
luzione di esso, sol che sia dimostrato con bastevole chia¬ 
rezza che il principio è stato dato esattamente; posto che 
la deduzione del fenomeno del Giudizio da quel principio 
non abbia tutta la chiarezza che con ragione si può esi¬ 
gere altrove, cioè in una conoscenza mediante concetti, e 
che io credo di aver raggiunta anche nella seconda, parte 
di questa opera. 

Con ciò io termino dunque il mio assunto critico. Pan 
serò senza indugio alla parte dottrinale, per strappare, se 
è possibile, alla mia crescente vecchiezza il tempo che po¬ 
trebbe essere ancora in qualche modo favorevole a tale 
lavoro. S’intende facilmente che pel Giudizio non vi sarà 
nel sistema una parte speciale, perchè ad esso la critica 
lien luogo di teoria; ma che, secondo la divisione della filo¬ 
sofia in teoretica e pratica, e della filosofia pura nelle 
stesse parti, la metafisica della natura e quella del costume 
dovranno costituire il lavoro medesimo. 
























INTRODUZIONE 


I. — Della divisione della filosofia. 

Allorché col considerare la filosofia in quanto essa for¬ 
nisce mediante concetti i principii della conoscenza razio¬ 
nale delle cose (e non semplicemente, come la logica, priu- 
ipii della forma del pensiero in generale, fatta astrazione 
'lugli oggetti), la si divide, come si fa comunemente, in 
1 core fica e pratica, — si ha perfettamente ragione di 
'•ondarsi in tal guisa. Ma allora è necessario che anche i 
concetti, i quali assegnano il loro oggetto ai principii di 
questa conoscenza razionale, siano specificamente diffe¬ 
renti; perchè altrimenti essi non giustificherebbero una 
divisione, la quale suppone sempre un’opposizione dei 
principii della conoscenza razionale propria delle diverse 
parti di una scienza. 

Ma non vi sono se non due specie di concetti, che am- 
i o ttano altrettanti principii differenti della possibilità dei 
loro oggetti; cioè i concetti della natura e il concetto 
della libertà. E, poiché i primi rendono possibile la co- 
in isi-enzà teoretica, mediante principii a priori, e il se- 
■ ""do invece non contiene già nel suo stesso concetto, 
in n-irdo a questa, che un principio negativo (della sem- 

pl..posizione), mentre stabilisce per la determinazione 

didln \ "lontà principii estensivi, che perciò si chiamano 
prato i: la filosofia è divisa con ragione in due parti, del 
ioli" diverse riguardo ai principii, cioè in teoretica in 




8 


introduzione 


Quanto filosofia dell-i naf,,» 

sofia morale (perché cosi è^LmimtT la TeSi°5°°; 

Ma finor^ula'eranTe con'filli SBl concett .° della libertà)', 
queste espressioni per la , P8:i ® no Ia dom iuato nell’uso di 
Quindi della filosofia: si idn^m^ ^ , divers j P rin cipii, r- 
condo i concetti della ri t cava 010 che ® pratico se- 

il concetto della liberti”* 0011 ^ ° he Ò pratieo soeoiu, ° 
Mone di filoso^ eoi u . 6 C ° SI *°?° lu . 8tessa ***!«« 
sione, con la quale effetti v 6 Piatica ’ S1 faeeva una divi- 
fpoichè le due p„ti n ° Q si niente 

La -lontrin ;tnTo fl^mTd-ì ^ pri ^>- 

varie cause naturali che ' desiderare, è una dello 

opera secondo concetti- e tutti ^ 111 ] ° nd0, eioè Quella che 
™ a volontà come possibile (o 

finamente possibile (o necessario! ■ /. , ' 81 chiama pra- 

possibilità o necessità fi ; r ’ P ~ r dls LngfeerI 0 dalla 
« necessita fisica di nn effetto rii i 

uon e determinata secondo concetti Z i \\ a CaUsa 
ria inanimata d-il m ■ ma ’ come lle Ha mate- 

l’istinto). ™ Ora £ ™Z?7*Ì * aaimali ’ de¬ 

terminato se il concetto nh C °r , pratico > si lascia inde- 

delìa volontà, sia nn concetto doli* nab^ ° mm 

della libertà natwa 0 nn concetto 

*sr* » « 

•“««-pr-tioi! o. tea. 

«Il Quella distinzione di ogttett\ 7 ~“;‘ l .“ 0n, ' h umcamcntc 
di Principii » "«■«lenza abbi- 

filosofia teoretica fin . ' P 1Im appar terranno alla 

■■■ve»“s^r: : r z ** • 1 

cioè la filosofia pratica f;„ , Ia seC01lda Parte, 

Tutto Io regole Sol T”‘° <W costami). 

attitudine ad a “ro ^,1) ■» «nauta 

>ent«. poi ,.rr fzis™T ‘ e m ""™- 

o P rmei Pn riposano sn concetti. 









INTRODUZIONE 


9 


debbono essere annoverato tra i corollari della filosofia 
teoretica. Perchè esso riguardano solo la possibilità delle 
cose secondo concetti della natura, quali sono non sol¬ 
tanto i mezzi che son da cercare a tal fine nella natura, 
ma anello la volontà (come facoltà di desiderare, e quindi 
come facoltà naturale), in quanto può essere determinata 
m modo conforme a quelle regole da motivi naturali. Pure 
tali regole pratiche non si chiamano leggi (come le leggi 
fìsiche), ma soltanto precetti; e ciò perchè la volontà non 
sta solamente sotto il concetto della natura, ma anche 
sotto quello della libertà, in rapporto a cui i suoi principii 
si chiamano leggi, e, insieme con le loro conseguenze, 
costituiscono essi soli la seconda parte della filosofia, cioè 
la pratica. 

Allo stesso modo che la soluzione dei problemi della 
geometria pura non appartiene ad una parte speciale di 
«mesta scienza, e che l’agrimensura non merita il nome di 
geometria pratica, come una seconda parte della geome¬ 
tria in generale, e distinta dalla geometria mira; così, e 
a più forte ragione, non dev’essere riguardata come una 
parte pratica della scienza della natura l’arte meccanica 
o chimica delle esperienze o delle osservazioni, ecl infine 
non devono essere considerate come filosofia pratica l’eco- 
noniia domestica, l’agricoltura, la politica, l’arte del con¬ 
dursi in società, i precetti della dietetica, e neppure la 
dottrina generale della felicità e l’arte di frenare le incli¬ 
nazioni e reprimere gli affetti in vista della felicità stessa; 
quasi che tutte queste coso costituiscano la seconda, parte 
della filosofìa in generale. Esse tutte, difatti, non conten¬ 
gono se non regole dell’abilità, per conseguenza tecnico- 
pratiche, destinate a produrre un effetto, che è possibile 
secondo i concetti naturali delle cause ed effetti; i quali 
concetti appartengono alla filosofia teoretica, sicché an¬ 
che quelle regole rientrano come corollarii nella filosofia 
teoretica (o scienza della natura), e non possono preten¬ 
dere ad un posto in una speciale filosofia, che si chiami 
pratica. Por contrario, i precetti etico-pratici, che si fon- 





10 


inteoduzioxe 


3* 

pratiche) fossero tratti cHlf lmCI1>11 (eome re £° le tecnico- 

dizione dati sensibili „ • • a sem Pre per con- 

,o,,ra - 

itns :” e£ v ,orra “ i! » 

rZVTuZ , "'“ “ ” a "° s “ 1, »»‘“ P^H « 

-jsft sì ““■ 


ii. 


Dd dominio della filosofìa in generale. 


rSS^=^ 

„„ “rr ‘ arasrrttt ^ 

oggetti stessi, e questo campo è determinato unica- 










mmm 









INTRODUZIONE 


11 


..li' dal rapporto del loro oggetto con la nostra facoltà 

■ li conoscere in generale. — La parte di questo campo, in 
dii ò possibile per noi la conoscenza, è un territorio (terri- 
/ uri imi) per questi concetti e per la facoltà di conoscere 
i ciò richiesta. La parte del territorio, in cui questi con- 
ccfti sono legislativi, è il dominio (ditto) di essi e della 
facoltà di conoscere corrispondente. Sicché i concetti del¬ 
l'esperienza hanno bensì il loro territorio nella natura, 
che è l’insieme di tutti gli oggetti del senso, ma non vi 
hanno alcun dominio (vi hanno soltanto il loro domicilio, 
domiciliavi) ; perchè essi sono formati bensì secondo leggi, 
ma non sono legislativi, e le regole che si fondano su di 
essi sono empiriche, epperò contingenti. 

Tutta la nostra facoltà di conoscere ha due domimi, 
quello dei concetti della natura e quello del concetto della 
libertà; perchè mediante entrambi essa è legislativa a 
priori. Ora la filosofia si divide anche, come questa fa¬ 
coltà, in teoretica e pratica. Ma il territorio, su cui si 
fonda il suo dominio e su cui si esercita la sua legisla¬ 
zione, è sempre soltanto l’insieme degli oggetti di ogni 
possibile esperienza, in quanto essi non sono considerati 
se non come semplici fenomeni; perchè altrimenti non si 
potrebbe pensare alcuna legislazione dell’intelletto rela¬ 
tiva a tali oggetti. 

La legislazione mediante concetti naturali avviene per 
opera dell’intelletto, ed è teoretica. La legislazione me¬ 
diante il concetto di libertà è data dalla ragione, ed è 
puramente pratica. Soltanto nel campo pratico la ragione 
può essere legislativa: relativamente alla conoscenza teo¬ 
retica (della natura), essa può solo dedurre da leggi date 
(in quanto è conoscitrice di leggi mediante l’intelletto) 
conseguenze, che debbono però restare sempre nei limiti 
della natura. Ma, viceversa, la ragione non è legislativa 
dovunque vi siano regole pratiche, perchè queste possono 
anche essere tecnico-pratiche. 

L’intelletto e la ragione hanno dunque due legislazioni 
differenti su di un solo e medesimo territorio delTespe- 










introduzione 

^«»°s<ii»o l ’no3„“T rs , 1 ii ' aiir °' pe, ' ohè *■» 

«ODO fornita dal concetto dell n & f d ' mi sulla ^ÉTÌsla- 
St0 turba Ia legislazione doU^ na h^^ anto ^ co 
concepire, almeno senza co 7 ifi-n r ■ , Ja 1,0881 bilità di 

dne legislazioni, e delle fucoir m ? U . e .’ a eoes istenza delle 

SGtto > fn dimostrAfl^^^r^T 6 ^ «*- 

anuientò le obiezioni che le si , & meWn Pm ' a ’ 

l’illusione dialettica » 10 °vono rivelando in esse 

effetti nel inonllfs^TbU Tn ’ ' ^ “* “*> 
«no solo, discendo da ciò- il ’ a ,J0SSan ° costituirne 

bcn «esentare i suoi oggltti^neirinf 0 - natUra PUÒ 
corno cose in sò, sibbene solo o tmzimie ’ ma non 

della libertà, inv -c-e à " T tenomGni > H concetto 
cosa in sò, ma non nell^™ Se,ltare 11 800 oggetto come 
-no dei due P T d arl ùT^ ^ ""V**». Ros¬ 
setto (o perfino del sov-u.l fo^ 108 ' 0 ' 1 ?; te ° retÌea deI 
cioò del soprasensibile ]f e „ f° nSan e) eomo «osa in sé. 

Possibilità di tutti quégli oggettTdelI- eVe 8 ° ttop0rre aIIa 
«e stessa non può mai , a6 m dell esperienza, ma per 

farne una conoscenza ^ ® d este8a «no a 

« tuttatiTòstra 'Sdii*** 0 ’ “ tt -^ e . in ««>ewibile 

soprasensibile, dove non trm • I10SC0r °’ Cloe l! campo del 
e «ni quale nén ZsLmo aT^ 0 territori « P«r noi. 
—‘otti dell’ intelletto' 

minio di conoscenza teoreti 1 ragl0n e, m do- 

bensi riempire di idee a v °7T eh ° noi Ubiamo 
clic pratico della ragione * , ant ° dell ’ uso teoretico 

idee, in relazione con le ’lZ"^ , 1>0t f dar ° però » ‘meste 
della libertà, se non mi Zi' eh ° derivano dal concetto 
conoscenza teoretica non si ‘‘ * >la * iCa: eoH eho la nostra 
al soprasensibile. estende menomamente fino 

minio del concetto toU™i^r 8n, ? bÌle abÌSS ° tr& ° do ' 
netta natura, o il sensibile, e il domi- 






INTRODUZIONE 


13 


del concetto della libertà, o il soprasensibile, in modo 
1 ' :iSim Passaggio sia possibile dal primo al secondo 

. Iinnte l’uso teoretico della ragione), quasi fossero due 

. 11,1 tanto diversi, che l’uno non potesse avere alcun 

i" d unno sull’altro; tuttavia il secondo deve avere un in- 
i'm so sul primo, cioè il concetto della libertà deve rea- 
1 are nel mondo sensibile lo scopo posto mediante le sue 
' ".ci, o la natura, per conseguenza, deve poter essere pen¬ 
da in modo che la conformità alle leggi, che costitui¬ 
amo la sua forma, possa almeno accordarsi con la possi- 
"l'tà degli scopi, che in essa debbono essere effettuati sc¬ 
endo lo leggi della libertà. - Sicché vi deve essere un 
i" ineipio che stabilisca l’unità del soprasensibile, che 
da a fondamento della natura, e di quello che il eon- 
■ "Ito della libertà contiene praticamente; un principio il 
ni concetto è insufficiente, in verità, a darne la cono¬ 
scenza, sia teoreticamente che praticamente, e quindi non 
ha alcun dominio proprio, ma che permette nondimeno il 
missaggio dal modo di pensare secondo i principi! del- 
I uno al modo di pensare secondo i prineipii dell’altro. 


IH- — Della critica del Giudizio 
come mezzo per riunire in un tutto le due parti della filosofia. 

La critica delle facoltà di conoscere, considerate in ciò 
"he esse possono fornire a priori, non ha propriamente 
clcun dominio per riguardo agli oggetti; perchè essa non 
una dottrina, ma ha solo da ricercare se e come, secondo 
le condizioni delle nostre facoltà, queste possano fornire 
una dottrina. 11 suo Campo si estende a tutte le loro pre- 
lensioni, per chiuderle nei limiti della loro legittimità, 
via. ciò che non può entrare nella divisione della filosofia 
p io entrare tuttavia, come parte principale, nella critica 
Iella facoltà pura di conoscere in generale, se questa fa- 
"dfu contiene prineipii che per se stessi non siano validi 
"" per 1 uso teoretico nè per l’uso pratico. 






14 


INTRODUZIONE 


I concetti della natura, contenenti il principio di ogni 
conoscenza teorica a priori , riposavano sulla legislazione 
dell’intelletto. —Il concetto della libertà, che conteneva il 
principio di tutti i precetti pratici a priori e indipendenti 
da ogni condizione sensibile, riposava sulla lcgislmnone 
della ragione. Sicché le due facoltà, oltre che possono 
essere applicate secondo la forma logica a principii di 
qualunque origine essi siano, hanno ancora ciascuna, se¬ 
condo il proprio contenuto, una loro legislazione, al di¬ 
sopra della quale non ve n’è alcun’altra (a priori), e che 
perciò giustifica la divisione della filosofia in teoretica 
o pratica. 

Ma nella lainiglia delle Incolta conoscitive superiori vi 
è ancora un termine medio tra l’intelletto e la ragiono. 
Questo termine medio è il Giudizio; del quale si ha ra¬ 
gione di presumere, per analogia, che contenga anch’esso, 
so non una sua propria legislazione, almeno un principio 
proprio di ricercare secondo le leggi, e che in ogni caso 
sarebbe un principio a pr ori puramente soggettivo; un 
principio che, se anche non avrà dominio su verun campo 
di oggetti, potrà tuttavia avere un qualche suo territorio, 
così costituito che in esso soltanto quel principio sia 
valido. 

Ma vi è ancora (a giudicarne per analogia) un’altra 
ragione di mettere in connessione il Giudizio con un altro 
ordine delle nostro facoltà rappresentativo, ragione eho 
sembra ancora più importante di quella della parentela 
colla famiglia delle facoltà conoscitive. Perchè tutte le 
facoltà o capacità dell’anima possono essere ricondotte a 
queste tre, che non si lasciano più a loro volta derivare ; 
da un principio comune: la facoltà di conoscere, il sen¬ 
timento del piacere c dispiacere, e la facoltà di 
desiderare 1 . Per la facoltà di conoscere solo l’intelletto 


i Dei concetti di cui si fu use «ime principii empirici, quando si ha ra¬ 
gione di supporre che essi abbiano relazione con la pura facoltà di conoscere 
" i>rwn, è utile, a cagione di questa relazione, di tentare una definizione tra¬ 
scendentale, cioè mediante categorie pure, dacché queste bastano da sole a dar 














r- 






INTRODUZIONE 15 

c l• • ; ■:islativo, se esso è riferito (come dev’essere, allorché 
• ' desiderato per sè, senza intrusione della facoltà di 
■ l' iderare), quale facoltà di una conoscenza teoretica. 


li* differenza tra il concetto che si ha innanzi e gli altri concetti. Hi segue in ciò 

i ■ • ’Hpio del matematico, che lascia indeterminati i (lati empirici del suo prò- 

• l' ina e riduco soltanto il loro rapporto, nella pura sintesi di ossi, al concetto 
«!'il A ritmetica pura, generalizzando in tal modo la soluzione del problema.— 
Mi .‘.i è rimproverato un procedimento simile (Critica dulìa ragion pratica, pro¬ 
li ione), biasimando questa definizione della facoltà di desiderare: la facoltà 
-li essere, mercò le proprio rappresentazioni, la causa della 
realtà dogli oggetti di tali rappresentazioni: perchè, rì è detto, i 
(IcKfderii fantastici (*) sono anche desiderii, e ognuno nondimeno rico- 
"«""’o che essi da soli non possono realizzare il loro oggetto. — Ma ciò prova 

filanto che uell’uorao vi sono anche desiderii, pei quali egli si trova in contro- 

• Ifotone con se medesimo; perché egli tendo alla realizzazione del suo oggetto 
""•diante la sua sola rappresentazione, da cui non può aspettarsi niente, dacché 

•* che le sue forze meccaniche (so così debbo chiamare quelle che non sono 
-■ lieologicbe), le quali dovrebbero essere determinato da quella rappresentazione 

ii realizzare l’oggetto (quindi, mediatamente), o non sono sufficienti, o si voi- 
"<>no all' impossibile, come per esempio so debbono faro che l'avvenuto non sia 
avvenuto (O mihi practcritoN,,. otc.), o annullare, nell’attesa impaziente, 1' in 

i rvallo elio ci divide dal momento desideralo. — Sebbene in tali desiderii fan 
listici noi siamo coscienti dell’insufficienza (o, perfino, dell’impotenza) delle 
in miro rappresentazioni a divenir cause dei loro oggetti, tuttavia il rapporto 

ii esse, in quanto cause, e per conseguenza la rappresentazione della loro 
'nasalità, è contenuto amebe in qualsiasi desiderio, ma è sopralutto visi¬ 
bile quando il desiderio é un affetto, vale a dire una vera brama. Perché 

• 111esti desiderii, col dilatare ed afflosciare il cuore, e quindi con l’esaurire le 
i i ", dimostrano che questo forze sono ripetutamente tese dallo rappresenta 

"•ni, ma fan poi sempre ricader l’animo nella depressione, per la vista impos- 
i bili la. Anche le preghiere por scongiurar© mali grandi, e, per quel che si 

• ""I", inevitabili, ed alcuni mezzi superstiziosi per raggiungere scopi naturul- 
" ili" impossibili, dimostrano la relaziono causale dello rappresentazioni coi 

1 .'.getti, la quale nemmeno dalla coscienza della loro insufficienza a produrr* 

1 'b "Ilo può essere arrestata nella sua spinta. — Ma perché nella nostra natura 
1 Mola messa questa propensione a desiderii dichiarati vani dalla coscienza ì 
' i i una questiono di teleologia antropologica. Puro elio so noi dovessimo 

'l"l'.ii'i'i ad usare le nostre forze soltanto dopo esserci assicurati della 

.. della nostra facoltà a produrre un oggetto, le forze stesse resterei)- 

1 . •" ' 11"i parte senza applicazione. Giacché ordinariamente noi impariamo 

.. • I" nostre forze, soltanto col saggiarle. Questa illusione dei desiderii 

"" <l"i"i"" r la conseguenza di un benefico ordine nella nostra natura (**). 

(*) « \Vnindie », desiderii: abbiamo aggiunto l’aggettivo « fantastici », 
"'"il" i""’" d"i»> da Kant, per serbare il senso che abbiamo assunto per la pa¬ 
nili. ■ di< idi no ■, hi quale per noi corrisponde a « Begehrung » (vedi nota a 

P 1) rivi. 

(*M Qiioiiln nota fu aggiunta da Kant nella seconda edizione [T.] 







1(5 


INTRODUZIONE 


alla natura, rispetto alla qualo soltanto (in quanto feno¬ 
meno) ci è possibile darò leggi mediante concetti della 
natura a priori, i quali propriamente sono puri concetti 
dell intelletto. — Per la facoltà di desiderare, considerata 
come una facoltà superiore secondo il concetto della li¬ 
berta, soltanto la ragione (in cui unicamente risiede que¬ 
sto concetto) è legislativa a priori- — Ora il sentimento dei 
piacere si trova tra la, facoltà di conoscere e la facoltà di 
desiderare, allo stesso modo elio il Giudizio si trova tra 
I intelletto o la ragione. Si può dunque supporre, almeno J 
P r ovvi sor i amen te, che la, facoltà del Giudizio contenga, 
a nell’essa per se un principio a priori, o che, essendo il 
piacere o il dispiacere necessariamente connesso con la 
facoltà di desiderare (o che preceda al principio di que 
sta facoltà, quando essa è inferiore; o segua soltanto, 
come nella facoltà superiore di desiderare, dalla determi¬ 
nazione di essa mediante la legge morale), la facoltà 
stessa ilei Giudizio effettui ancora un passaggio dalla 
pura Incolta di conoscere, vale a dire dal dominio dei 
concetti della natura, al dominio del concetto della li¬ 
bertà; allo stesso modo che nell’uso logico rendo possibile 
il passaggio dall’intelletto alla ragione. 

Così, sebbene la filosofia non possa essere divisa se 
non in due parti principali, la teoretica e la pratica, e 
tutto ciò che potremmo dire dei principii proprii della 
facoltà del Giudizio dovrebbe essere riportato alla parto 
teoretica, cioè alla conoscenza razionalo fondata sopra I 
concetti della natura, tuttavia la critica della ragion pura. 

— che deve stabilire tutto ciò, prima d’intraprendere la 
costruzione del suo sistema, a vantaggio della possibilità 
dei sistema stesso, — resta divisa in tre parti; la, critica 
dell’intelletto puro, del Giudizio puro e della ragion pura: 
facoltà, che son dette pure, perchè sou legislative a priori. 




















INTRODUZIONE 


17 


IV. — Del giudizio come facoltà legislativa a priori. 

Il Giudizio in genero è la facoltà di pensar© il partico¬ 
lare come contenuto nel generale. So è dato il generale 
(la regola, il principio, la legge), il Giudizio che opera 
la sussunzione del particolare (anche se esso, in quanto 
Giudizio trascendentale, fornisca a priori le condizioni se¬ 
condo le quali soltanto può avvenire la sussunzione a 
quel generale), è determinante. Se è dato invece sol¬ 
tanto il particolare, e il Giudizio vi deve trovare il gene¬ 
rale. esso è semplicemente riflettente. 

Il Giudizio determinante sotto le leggi trascendentali 
generali date dall’intelletto, è soltanto sussuntivo; la 
leggo gli è prescritta a priori, e cosi esso non ha bisogno 
di pensare da sè ad una logge per poter sottoporre al 
generalo il particolare della natura. —Ma vi son così mol¬ 
teplici forme nella natura, e del pari sono tante le modifi¬ 
cazioni dei concetti trascendentali generali della natura, 
le quali son lasciate indeterminate da quelle leggi che for¬ 
nisce a priori l’intelletto puro, poiché tali leggi non ri¬ 
guardano se non la possibilità di una natura (come og¬ 
getto dei sensi) in generale, —che vi debbono essere per¬ 
ciò anche leggi, le quali, in quanto empiriche, potranno 
ben essere contingenti secondo il modo di vedere del no¬ 
stro intelletto, ma che, por essere chiamate leggi (com’è 
richiesto anche dal concetto di una natura), debbono essere 
considerate come necessarie secondo un principio, sebbene 
a noi sconosciuto, dell’unità del molteplice. — Il Giudizio 
riflettente, che è obbligato a risalire dal particolare della 
natura al generale!, ha dunque bisogno di un principio, 
che esso non può ricavare dall’esperienza; perchè è un 
principio, che deve fondare appunto l’unità di tutti i prin- 
ipii empirici sotto principii parimente empirici ma supe¬ 
riori, e quindi la possibilità della subordinazione sistema¬ 
ne© di tali principii. Questo principio trascendentale il 
1 (indizio riflettente può dunque darselo soltanto esso stesso 


ÌO. Kant, Crìtica del giudizio. 


2 





18 


INTRODUZIONE 


come legge, non derivarlo da altro (perchè allora divente¬ 
rebbe Giudizio determinante); nè può prescriverlo alla 
natura, poiché la riflessione sulle leggi della natura si 
accomoda alla natura, ma questa non si accomoda alle 
condizioni con le quali noi aspiriamo a formarci di essa 
un concetto, che è del tutto contingente rispetto alle con¬ 
dizioni stesse. 

Ora questo principio non può essere altro che il se¬ 
guente: poiché le leggi generali della natura hanno il loro 
fondamento nel nostro intelletto, che le prescrive ad essa 
(sebbene soltanto secondo il concetto generale della na¬ 
tura in quanto tale), le leggi particolari, empiriche ri¬ 
spetto a ciò che dalle prime è stato lasciato indeterminato, 
debbono essere considerate secondo un’unità, quale sa¬ 
rebbe fornita da un intelletto (quand’anche non dal no¬ 
stro), che stabilisse le leggi medesime a vantaggio della 
nostra facoltà di conoscere, per render possibile un si¬ 
stema dell’esperienza secondo particolari leggi della na¬ 
tura. Non è che si debba ammettere la reale esistenza di 
tale intelletto (poiché solo il Giudizio riflettente dà quel¬ 
l’idea come principio, e per riflettere non per determinare); 
ma per tal modo la facoltà del giudizio dà a se stessa, 
e non alla natura, una legge. 

Ora, poiché il concetto di un oggetto, in quanto con¬ 
tiene anche il principio della realtà di questo oggetto, si 
chiama scopo, e l’accordo di un oggetto con quella dispo¬ 
sizione delle cose, che è possibile soltanto secondo scopi, 
si chiama la finalità della forma di queste cose; il jrrin- 
cipio del Giudizio, riguardo alla forma delle cose della 
natura sottoposte a leggi empiriche in generale, è la 
finalità della natura nella sua molteplicità. In altri 
termini, la natura è rappresentata mediante questo con¬ 
cetto come se ci sia un intelletto che contenga il principio 
che dia unità al molteplice delle leggi empiriche di essa¬ 
la finalità della natura è, dunque, un particolare con¬ 
cetto a priori, che ha la sua origino unicamente nel Giu¬ 
dizio riflettente. Perchè ai prodotti della natura non si 















INTKODTJZIONK 


19 


inio attribuire qualcosa come un rapporto della natura a 
• 11 i. ma si può soltanto adoperare quel concetto per r.i- 
llrllcre su di essa in vista del legame dei fenomeni, che è 
dato da leggi empiriche. Questo concetto è anche del tutto 
diverso dalla finalità pratica (dell’arte umana o anche 
della morale), sebbene sia pensato secondo un’analogia 
con questa finalità. 


V. — II principio della finalità formale della natura 
è un principio trascendentale del Giudizio. 

È un principio trascendentale quello col quale è rap¬ 
presentata la condizione generale a priori, sotto la quale 
soltanto le cose possono diventare oggetti della nostra 
conoscenza in generale. Invece, un principio si chiama 
metafisico quando esso rappresenta la condizione a priori, 
sotto la quale soltanto oggetti, il cui concetto deve esser 
dato empiricamente, possono essere ulteriormente deter¬ 
minati a priori. Cosi il principio della conoscenza dei corpi, 
come sostanze c come sostanze mutevoli, è trascendentale, 
quando s’intenda che il loro mutare debba avere una 
causa; è metafisico, invece, quando s’intenda che quella 
mutazione debba avere una causa esterna; perchè nel 
primo caso basta che il corpo sia pensato solo mediante 
predicati ontologici (concetti puri doli’intelletto), —per 
esempio, come sostanza, — per conoscere a priori la propo¬ 
sizione; laddove nel secondo deve essere messo a fonda¬ 
mento di questa proposizione il concetto empirico di un 
corpo (in quanto esso è una cosa mobile nello spazio), 
ed allora si può vedere interamente a priori, che l’ultimo 
predicato (del movimento prodotto solo da una causa 
esterna) conviene al corpo. — Cosi, come mostrerò tra 
poco, il principio della finalità della natura (nella varietà 
delle sue leggi empiriche) è un principio trascendentale. 
Perchè il concetto degli oggetti, in quanto sono pensati 
come sottoposti ad esso, non è che il concetto puro di 




INTRODUZIONE 


mi rolli della conoscenza sperimentale possibile in genere, 

.a contiene nulla di empirico. Invece il principio della 

I!milita pratica, che dev’essere pensato nell’idea della 
determinazione di una volontà libera, sarebbe un 
princìpio metafisico; perchè il concetto di una facoltà di 
desiderare in quanto volontà deve essere dato empirica¬ 
mente (non appartiene ai predicati trascendentali). Nondi¬ 
meno entrambi i principi! non sono empirici, ma a priori, 
perchè a legare il predicato col concetto empirico del sog¬ 
getto giudicante, non è necessaria alcuna ulteriore espe¬ 
rienza, o il legame può essere scorto interamente a priori. 

Che il concetto di una finalità della natura appartenga 
ai prineipii trascendentali si può vedere a sufficienza dalle 
massime del Giudizio, che son poste a priori a fondamento 
dell’investigazione della natura, e che tuttavia non ri¬ 
guardano se non la possibilità dell’esperienza, e per con¬ 
seguenza della conoscenza della natura; non semplice¬ 
mente della natura in generale, sibbene di una natura de¬ 
terminata mediante una molteplicità di leggi particolari. 
— Esse si presentano come sentenze della saggezza meta¬ 
fisica, frequenti nel corso di questa scienza, ma sparse, 
all’occasione di alcune regole, di cui non si può dimostrare 
la necessità per mezzo di concetti. « La natura prende i 1 
più breve cammino » (lex parsimoniae) ; « essa non fa alcun 
salto, nè nella serie dei suoi cambiamenti, nè nella coesi¬ 
stenza delle sue forme specificamente diverse » (lex con¬ 
tinui in natura); «nella grande varietà delle sue leggi 
empiriche vi è l’unità sotto pochi prineipii» (principia 
praeter neccssitatem non sunt niuHiplicanda) ; e simili. 

Ma significa disconoscer interamente la natura di que¬ 
sti prineipii, quando, a dimostrarne l’origine, si ricorre 
alla via psicologica. Perchè essi non ci dicono ciò che 
avviene, vale a dire secondo quali regole le nostre facoltà 
conoscitive compiono realmente il loro ufficio: non come 
si giudica, ma come si deve giudicare; e questa necessità 
logica oggettiva non si ottiene quando i prineipii sono 
semplicemente empirici. Sicché la finalità della natura ri- 






INTRODUZIONE 


21 


nitrito allo nostre facoltà conoscitive, e l’uso di essa che 
traspare chiaramente dalle facoltà medesime, costituiscono 
un principio trascendentale dei giudizii; ed è necessaria 
ipiindi anche una deduzione trascendentale, con cui deve 
essere cercato a priori nelle fonti della conoscenza il prin¬ 
cipio di un tal modo di giudicare. 

Noi troviamo bensì in primo luogo, nei principii della 
possibilità dell’esperienza, qualcosa di necessario, cioè le 
leggi generali senza le quali non può esser pensata la na¬ 
tura iu generale (come oggetto dei sensi); e tali leggi ri¬ 
posano sulle categorie, applicate alle condizioni formali 
di ogni possibile intuizione, in quanto è data egualmente 
a priori. 11 Giudizio, sotto queste leggi, è determinante, 
perchè non ha da far altro che sussumere sotto leggi date. 
Per esempio, l’intelletto dice: ogni cangiamento ha la 
sua causa (è questa una logge generale della natura); il 
Giudizio trascendentale non deve se non fornire a priori 
la condizione, che permetta di sussumere sotto il dato con¬ 
cetto dell’intelletto: cioè la successione delle determina 
zioni di un’unica o sola cosa, E questa legge è riconosciuta 
come assolutamente necessaria per la natura in generale 
(come oggetto di possibile esperienza). — Ma gli oggetti 
della conoscenza empirica, oltre questa determinazione 
formale del tempo, sono anche determinati, — o determi¬ 
nabili, per quanto se ne possa giudicare a priori, — in di¬ 
versi modi; sicché nature specificamente differenti, a pie 
scindere da ciò che hanno di comune in quanto apparten¬ 
gono alla natura in generale, possono essere cause in una 
infinità di maniere diverse; ed ognuna di queste maniere 
(secondo il concetto di una causa iu generale) deve avere 
la sua regola, che sia logge, e per conseguenza abbia il 
carattere della necessità, sebbene noi, per la natura e i 
limiti delle nostre facoltà conoscitivo, non scorgiamo 
punto questa necessità. Possiamo quindi pensare nella na¬ 
tura, considerandola nello sue leggi puramente empiriche, 
la possibilità di leggi empiriche infinitamente varie, che 
son contingenti per noi (non possono essere conosciuto a 








22 


INTRODUZIONE 


priori)', e secondo le quali giudichiamo come contingente 
l’unità della natura nelle sue leggi empiriche, e la possi¬ 
bilità dell’unità dell’esperienza (in quanto sistema di leggi 
empiriche). Ma, poiché bisogna necessariamente presup¬ 
porre ed ammettere una tale unità, perchè altrimenti non 
si troverebbe una generale connessione delle conoscenze 
empiriche da formarne un tutto d’esperienza (le leggi ge¬ 
nerali dell’esperienza ci mostrano bensì questa connes¬ 
sione delle cose secondo il loro genere, in quanto coso 
naturali, ma non in quanto si considerino specificamente, 
come esseri particolari della natura), il Giudizio deve am¬ 
mettere pel proprio uso, come principio a priori, che ciò 
che è contingente per noi nelle leggi particolari (empi¬ 
riche) della natura, contenga tuttavia un’unità legittima 
della composizione del molteplice in un’esperienza possi¬ 
bile in sé, sebbene tale unità noi non possiamo penetrarla 
e la possiamo soltanto concepire. Per conseguenza, essendo 
tale unità — che noi riconosciamo bensì adeguata ad uno 
scopo necessario (ad un bisogno) dell’intelletto, ma nello 
stesso tempo come contingente in se, — rappresenta come 
una finalità degli oggetti (in questo caso, della natura); 
il Giudizio che, relativamente alle cose sottoposte a leggi 
empiriche possibili (ancora da scoprire), è soltanto riflet¬ 
tente, deve concepire la natura, riguardo a queste cose, 
secondo un principio della finalità per la nostra 
facoltà di conoscere, che è espresso nelle massime anzi¬ 
detto del Giudizio. Questo concetto trascendentale di una 
finalità della natura non è nè un concetto della natura 
nè un concetto della libertà, perchè esso non attribuisce 
niente all’oggetto (della natura), ma rappresenta soltanto 
l’unico modo che noi dobbiamo seguire nella riflessione 
sugli oggetti della natura allo scopo di ottenere un’espe¬ 
rienza coerente in tutto nel suo complesso; per conse¬ 
guenza, esso è un principio soggettivo (una massima) del 
Giudizio. Perciò, come se si trattasse di un caso felice e 
favorevole al nostro scopo, noi proviamo un sentimento 
di piacere (propriamente, di liberazione da un bisogno). 






INTRODUZIONE 


23 


quando c’imbattiamo, tra le leggi puramente empiriche, 
in siffatta sistematica unità; sebbene dobbiamo necessa¬ 
riamente ammettere 1’esistenza dell’unità stessa, senza 
poterla tuttavia nè scorgere nè dimostrare. 

Per convincersi dell’esattezza della deduzione di questo 
concetto e della necessità di ammetterlo come un princi¬ 
pio trascendentale della conoscenza, basta pensare all’im¬ 
portanza di questo problema: delle percezioni, date da 
una natura che contiene un’infinita varietà di leggi empi¬ 
riche, fare un sistema coerente; il quale problema sta 
a prióri nel nostro intelletto. L’intelletto, in verità, è in 
possesso a priori di leggi generali della natura, senza cui 
non potrebbe esservi alcun oggetto d’esperienza; ma esso 
ha bisogno, inoltre, di un certo ordine della natura nelle 
leggi particolari, che esso può conoscere solo empirica¬ 
mente e che rispetto ad esso son contingenti. Queste re¬ 
gole, senza le quali non potrebbe esservi passaggio dal¬ 
l’analogia generalo di una esperienza possibile in generale 
all’analogia particolare, l’intelletto deve concepirle come 
leggi (vale a dire, come necessarie); perchè altrimenti 
esse non costituirebbero un ordine della natura; e ciò, 
malgrado che l’intelletto non conosca la loro necessità 
nè possa mai conoscerla. Cosi, sebbene l’intelletto non 
possa determinar nulla a priori rispetto ad esse (agli og¬ 
getti), deve nondimeno, per scoprire queste che si chia¬ 
mano leggi empiriche, porre a fondamento di ogni rifles¬ 
sione su di esse un principio a priori, che cioè in esse sia 
conoscibile un ordine della natura, un principio che è 
espresso dalle seguenti proposizioni: nella natura v’è una 
subordinazione di generi e specie, elio noi possiamo tro¬ 
vare; i generi si approssimano sempre più ad un princi¬ 
pio comune, in modo che è possibile il passaggio dall’uno 
all’altro, e quindi dal meno al più elevato; se da principio 
pare inevitabile al nostro intelletto che si debbano ammet¬ 
tere per gli effetti specificamente diversi della natura al¬ 
trettanto differenti specie di causalità, esse nondimeno 
possono restringersi sotto un minimo numero di principii. 






INTRODUZIONE 








die noi dobbiamo ricercare, etc. Questo accordo della na¬ 
tura con la nostra facoltà di conoscere è presupposto a 
priori dal Giudizio, allo scopo di riflettere su di essa rela¬ 
tivamente allo sue leggi empiriche; ma l’accordo è ricono¬ 
sciuto nel tempo stesso dall’intelletto oggettivamente 
come contingente, e soltanto il Giudizio lo attribuisce alla 
natura come una finalità trascendentale (rispetto alla 
facoltà conoscitiva del soggetto); perchè senza questa 
supposizione non avremmo alcun ordine nelle leggi empi¬ 
riche della natura, e por conseguenza non vi sarebbe 
nessuna norma per regolare l’esperienza e la ricerca in 
tanta varietà delle leggi stesse. 

Difatti, è agevole pensare che, malgrado l’uniformità 
delle cose naturali rispetto a. quelle leggi generali senza 
cui la forma d’una conoscenza empirica in genere sarebbe 
impossibile, la differenza specifica dello leggi della natura 
o dei loro effetti potrebbe essere così grande, che sarebbe 
impossibile pel nostro intelletto di scoprirvi un ordine 
comprensibile, di dividere i suoi prodotti in generi e spe¬ 
cie, in modo da applicare i principi! della spiegazione e 
dell’intelligenza dell’uno alla spiegazione e all’ intelligenza 
dell’altro, e di fare un sistema coerente di una materia 
così confusa (in realtà, soltanto infinitamente varia e non 
adeguata alla nostra facoltà comprensiva). 

Il Giudizio ha in sè, dunque, anche un principio a priori 
della possibilità della natura, ma soltanto dal punto di 
vista soggettivo, col quale prescrive, non già alla natura 
(in quanto autonomia), ma a se stesso (in quanto eauto- 
nomia) una legge per la riflessione sulla natura, che si 
potrebbe chiamare la legge della specificazione della 
natura relativamente alle sue leggi empiriche: una legge, 
che esso non trova a priori nella natura, ma ammette, — a 
fine di render comprensibile all’ intelletto un ordine della 
natura nella ripartizione che essa fa delle sue leggi ge¬ 
nerali,— quando vuol subordinare a queste la moltepli¬ 
cità delle leggi particolari. Sicché, quando si dice che la 
natura specifica le sue leggi generali secondo il principio 








1 1 1 






JNTBODTJZXONK 25 ' 

d’una finalità relativa alla nostra facoltà di conoscere, 
vale a dire adeguatamente alla funzione necessaria del¬ 
l’intelletto umano, che è quella di trovare il generale cui 
dev’essere ricondotto il particolare fornito dalla perce¬ 
zione, e il legame nell’nnità del principio pel diverso (che 
è il generale rispetto a ciascuna specie); non si prescrive 
in tal modo una legge alla natura, nè se ne ricava una 
da essa con l’osservazione (sebbene quel principio possa 
essere confermato da questa). Giacché non si tratta di un 
principio del Giudizio determinante, ma semplicemente di 
quello riflettente; si vuole soltanto, qualunque sia la di¬ 
sposizione delle leggi generali della natura, poter rintrac¬ 
ciare lo sue leggi empiriche mediante quel principio e le 
massime che ne derivano, perchè, senza ciò, noi non pos¬ 
siamo, con l’uso del nostro intelletto, estendere la nostra 
esperienza ed acquistar conoscenza. 


VI. — Dall'unione, del sentimento di piacene 
col concetto della finalità della • natura. 

L’accordo della natura, nella varietà delle sue leggi par¬ 
ticolari, col nostro bisogno di trovare per essa principi! 
universali, deve esser giudicato come contingente sotto 
ogni rispetto; ma nello stesso tempo come inevitabile pel 
bisogno del nostro intelletto, e quindi come una finalità 
per la quale la natura si accorda col nostro punto di vista, 
ma soltanto in quanto questo mira alla conoscenza. — Le 
leggi generali dell’intelletto, elio sono nel tempo stesso 
leggi della natura, sono tanto necessarie rispetto a questa 
(sebbene derivate dalla spontaneità) quanto le leggi del 
movimento della materia; la loro origine non presuppone 
alcun fine delle nostre facoltà conoscitive, perchè è per 
mezzo di esse che noi prima abbiamo un concetto di ciò 
che è la conoscenza delle cose (della natura); ed esse ap¬ 
partengono necessariamente alla natura in quanto oggetto 
della nostra conoscenza in generale. Ma che l’ordine della 







INTRODUZIONE 


1 „ ...... „ _..... - 

eterogeneità, almeno possibili, cbe trascendono ogni no- 
kI ra facoltà di comprensione, sia realmente adeguato a 
«mesta facoltà, è, per quanto ci è dato di scorgere, qualche 
cosa di contingente; e la scoperta di tale ordine è un 
compito dell’ intelletto, cui esso è condotto secondo un 
suo fine necessario, che è l’unificazione dei principii nella 
natura: un fine, che il Giudizio deve poi attribuire alla 
natura, perchè a questa l’intelletto non può prescrivere 
alcuna legge. 

Il conseguimento di qualunque scopo è accompagnato 
dal sentimento di piacere; e, se la condizione dello scopo 
è una rappresentazione a priori, come, in questo caso, è 
un principio per Giudizio riflettente in generale, il senti¬ 
mento di piacere è anch’esso determinato mediante un 
principio a priori e valido per ognuno; esso sta semplice¬ 
mente nella relaziono dell’oggetto con la facoltà di cono¬ 
scere, senza che il concetto della finalità si diriga meno¬ 
mamente alla facoltà di desiderare, distinguendosi cosi 
interamente da ogni finalità pratica della natura. 

Infatti, se la concordanza delle percezioni con le leggi 
fondate sui concetti generali della, natura (le categorie) 
non produce il minimo effetto sul sentimento di piacere, 
nè può produrne alcuno, perchè l’intelletto in tal caso 
agisce necessariamente, secondo la propria natura, e senza 
scopo; per converso, la scoperta deH’unione di due o pa¬ 
recchie leggi empiriche eterogenee della natura sotto uno 
stesso principio è fonte di un notevolissimo piacere: spesso 
anzi di un’ammirazione, la quale non cessa quando anche 
l’oggetto sia abbastanza conosciuto. Certamente, noi non 
troviamo più un piacere notevole nella possibilità di ab¬ 
bracciare la natura e l'unità della sua divisione in generi 
e specie, onde soltanto son possibili i concetti empirici e 
quindi la conoscenza della natura stessa nelle sue leggi 
particolari; ma questo piacere si ebbe senza dubbio a suo 
tempo, ed è soltanto perchè la più comune esperienza non 
sarebbe possibile senza di esso, che si è andato via via 






introduzione 


27 


.l'omleiido con la semplice conoscenza, e non è stato più 

piu l icolarmente notato. —Si richiede dunque qualche cosa 
. in-, nel giudicare della natura, richiami l’attenzione sulla 
uni finalità rispetto al nostro intelletto, uno studio di ri¬ 
condurre, per quanto è possibile, leggi eterogenee a leggi 
più alte, sebbene sempre empiriche, per provare, se riu¬ 
sciamo nell’ intento, quel piacere che deriva dalla concor¬ 
danza della natura con la nostra facoltà di conoscere, e 
che noi consideriamo come puramente contingente. Per 
contrario, ci dispiacerebbe senz’altro una rappresentazione 
della natura, con la quale fossimo minacciati di vedere 
la minima nostra ricerca, eccedente la più comune espe¬ 
rienza, urtare contro l’eterogeneità delle leggi naturali, 
la quale mettesse il nostro intelletto nell’ impossibilita di 
ricondurre le leggi particolari alle leggi empiriche gene¬ 
rali; perchè ciò ripugna al principio della specificazione 
soggettivamente finale 1 della natura nei suoi generi, e al 
nostro Giudizio che riflette su tale specificazione. 

Tuttavia questa supposizione ilei Giudizio lascia così 
indoterminato fino a qual punto quella finalità ideale della 
natura rispetto alla nostra facoltà conoscitiva, debba 
essere estesa, che, se ei si dicesse che una più profonda 0 
più vasta conoscenza sperimentalo della natura deve ur¬ 
tare finalmente contro una varietà di leggi che nessun 
intelletto umano può ricondurre ad un principio, noi pure 
saremmo soddisfatti; sebbene preferiremmo che qualcuno 
ci desse questa speranza: quanto più conosceremo intima¬ 
mente la natura, o quanto più potremo ragguagliare le 
parti ancora ignote a quelle che si conoscono, tanto più 
la troveremo semplice nei suoi principii, e, allargandosi 
la nostra esperienza, la troveremo sempre più omogenea 
nell’apparente eterogeneità delle suo leggi empiriche. Per¬ 
chè, difatti, il nostro Giudizio c’impone di seguire, per 
quanto è possibile, il principio dell’accordo della natura 


1 Traduciamo « zweekamaszig », che significa «adegnato allo scopo», con 
l’aggettivo « finale », quando non vi sia luogo ad equivoco. 





28 


INTRODUZIONI*: 


con la nostra facoltà conoscitiva, senza deridere (poiché 
non è un Giudizio determinante, clic ei ila questa regola) 
so esso ha o non dei limiti; giacche noi possiamo bensì 
determinare i limiti dell’uso razionale delle nostre facoltà 
conoscitive, ma nessuna determinazione di contini è pos¬ 
sibile nel campo dell’esperienza. 


VII. — Dulia rappresentazione estetica 
della finalità della natura. 

Ciò che ò puramente soggettivo nella rappresentazione 
di un oggetto, vale a dire ciò che costituisce il suo rap¬ 
porto col soggetto, non con l’oggetto, è la sua qualità este¬ 
tica; quello invece che in essa serve alla determinazione 
del l’oggetto (alla conoscenza), o può servire a quest’uso, 
costituisco il suo valore logico. Nella conoscenza di un 
oggetto dei sensi limino luogo entrambe le relazioni. Nella 
ruppiv ruta/, inno sen ubile delle cose fuori di me, la qua¬ 
lità delln spazio.I qimle in le intuisco, è l'elemento seui- 

plieeiuenle soggettivo della i i pp reseli I nzi olle (pel quale 

" 1*1 indelerminalo cm ri. use sono come cose in sè), 

* i>• i late relazione l'oggetto è concepito soltanto come 

le .no; ma lo spazio, malgrado la sua qualità pura 

melile soggettiva, non cessa di essere un elemento di co¬ 
noscenza delle cose in quanto fenomeni. La sensazione 
(in tal caso, la sensazione esterna) esprimo appunto l’ele¬ 
mento puramente soggettivo della nostra rappresentazione 
delle cose che son fuori di noi; ma propriamente l’elemento 
materiale (il reale, ciò con cui è dato qualche cosa di 
esistente) della rappresentazione stessa, mentre lo spazio 
non è che la semplice forma a priori della possibilità del¬ 
l’intuizione; e tuttavia la sensazione è aneh’essa usata per 
la conoscenza degli oggetti esterni. 

Ma l’elemento soggettivo, che in una rappresentazione 
non può essere elemento di conoscenza, è il piacere 
o il dispiacere, che è congiunto con la rappresentazione: 













INTKODtTZIONK 


29 


perchè con l’uno o con l’altro io non conosco niente del¬ 
l’oggetto rappresentato, benché essi possano bene essere 
l’effetto di qualche conoscenza. Ora la finalità di un og¬ 
getto, in quanto è rappresentata nella percezione, non è 
una proprietà dell’oggetto stesso (perchè tale proprietà 
non può essere percepita), sebbene possa esser dedotta 
dalla conoscenza degli oggetti. Sicché la finalità, che pre¬ 
cede la conoscenza di un oggetto, e che, anche quando 
non si voglia usare la rappresentazione in vista di una 
conoscenza, è immediatamente legata con la rappresen¬ 
tazione stessa, è l’elemento soggettivo di essa, ciò che 
non può mai divenire elemento di una conoscenza. Quando 
si dice perciò elle l’oggetto è conforme al fine, si vuol 
intendere semplicemente clic la sua rappresentazione è 
legata immediatamente col sentimento di piacere; e que¬ 
sta rappreseli (azione stessa è una rappresentazione este¬ 
tica della finalità. — Si vuol sapore soltanto se vi è in 
genere una simile rappresentazione della finalità. 

Quando il piacere è legato con la semplice apprensione 
(apprchensio) della forma di un oggetto dell’intuizione, 
senza riferimento di essa ad un concetto in vista di una 
conoscenza determinata, la rappresentazione non ò rife¬ 
rita all’oggetto, ma unicamente al soggetto; e il piacere 
non può esprimere altro che l'accordo dell’oggetto con le 
facoltà conoscitive che sono in giuoco nel Giudizio riflet¬ 
tente, e in quanto esse sono in giuoco, e quindi soltanto 
una finalità soggettiva formale dell’oggetto. Giacché quella 
apprensione delle forme nell’immaginazione non può mai 
avvenire, senza che il Giudizio riflettente almeno le para¬ 
goni, anche senza scopo, con la sua facoltà di riferire le 
intuizioni ai concetti. Ora, se in questa comparazione l’im¬ 
maginazione (come facoltà delle intuizioni a priori) si 
trova d’accordo spontaneamente con l’intelletto, come fa¬ 
coltà dei concetti, per effetto di una rappresentazione data, 
ed è suscitato il sentimento di piacere, allora l’oggetto 
deve essere riguardato come conforme al fine rispetto al 
Giudizio riflettente. Un giudizio cosiffatto è un Giudizio 












30 


INTRODUZIONE 


estetico sulla finalità dell’oggetto, e che non si fonda so¬ 
pra alcun concetto dato dell’oggetto, nè ne fornisce alcuno. 
Questa forma dell’oggetto (non l’elemento materiale della 
sua rappresentazione, in quanto sensazione) è considerata, 
nella semplice riflessione (senza lo scopo di ricavarne un 
concetto dell’oggetto), come il fondamento di un piacere, 
che deriva dalla rappresentazione di un tale oggi‘Ito; giu¬ 
dichiamo pure che la rappresentazione è necessariamente 
congiunta col piacere, e per conseguenza che il piacere 
non vale soltanto pel soggetto che percepisce la forma, 
ma per tutti quelli che giudicano in generale. L’oggetto 
allora si chiama bollo, e la facoltà di giudicare mediante 
tale piacere (è. per conseguenza, universalmente) si chiama 
gusto. Poiché, infatti, il fondamento del piacere è posto 
semplicemente nella forma dell’oggetto rispetto alla ri¬ 
flessione in generale, epperò non in qualche sensazione 
dell’oggetto, ed anche senza riferimento ad un concetto 
che contenga uno scopo: ciò che si accorda con la rappre¬ 
sentazione dell’oggetto nella riflessione, di cui le condi¬ 
zioni a priori hanno un valore universale, è solo la legit¬ 
timità, nel soggetto, dell’uso empirico del Giudizio in ge¬ 
nerale (unità dell’immaginazione e dell’intelletto); e, poi¬ 
ché questa concordanza dell’oggetto con le facoltà del 
soggetto è contingente, ne risulta la rappresentazione di 
una finalità dell’oggetto rispetto alle facoltà conoscitive 
del soggetto. 

Ora questo piacere, come ogni piacere o dispiacere che 
non sia prodotto dal concetto della libertà (vale a dire, 
mediante la determinazione anteriore della facoltà supe¬ 
riore di desiderare, per via della ragion pura), non può 
essere mai considerato secondo concetti come necessaria¬ 
mente legato con la rappresentazione di un oggetto; ed 
invece deve essere riconosciuto, mediante la percezione 
riflessa, come congiunto necessariamente con quella, e, 
per conseguenza, come tutti i Giudizii empirici, esso non 
può attribuirsi alcuna necessità oggettiva e pretendere 
a priori alla validità universale. Ma il Giudizio di gusto, 













INTKODtTZIONK 


31 


nome tutti i Giudizii empirici, ha la pretesa alla, validità 
per ognuno; la quale però, malgrado l’intima contingenza 
del Giudizio, ha qui la sua ragion d’essere. Ciò che vi è 
qui di strano e di singolare è, che non iin concetto empi¬ 
rico, ma un sentimento di piacere (e quindi nessun con¬ 
cetto), debba essere dal giudizio di gusto attribuito ad 
ognuno, come se fosse un predicato legato alla conoscenza 
dall’oggetto e debba esser congiunto con la rappresenta¬ 
zione dell’og'getto stesso. 

Un Giudizio individuale di esperienza, quello, per esem¬ 
pio, di colui che in un cristallo di rocca percepisce una 
goccia d’acqua mobile, esige con ragione di essere condi¬ 
vìso da tutti, perchè esso è stato dato secondo le condi¬ 
zioni generali del Giudizio determinante, sotto le leggi di 
una esperienza possibile in genere. Allo stesso modo pre¬ 
tende con ragione al consenso di ognuno colui che, rillct- 
tendo semplicemente sulla forma di uri oggetto, senza 
aver in vista alcun concetto, prova piacere, sebbene que¬ 
sto Giudizio sia empirico e individuale; perchè il fonda¬ 
mento di questo piacere si trova nella condizione univer¬ 
sale, sebbene soggettiva, dei Giudizii riflettenti, cioè nel¬ 
l’accordo finale, richiesto da ogni conoscenza empirica, di 
un oggetto (di un prodotto dell’arte o della natura) col 
rapporto delle facoltà conoscitive tra loro (l’immagina¬ 
zione e l’intelletto). Sicché il piacere nel Giudizio di gusto 
dipende, è vero, da una rappresentazione empirica, e non 
può essere legato a 'priori con un concetto (non si può 
determinare a priori quale oggetto debba accordarsi col 
gusto, e quale no: bisogna farne esperienza); ma il pia¬ 
cere è fondamento di tale Giudizio sol perchè si ha co¬ 
scienza clic esso riposa unicamente sulla riflessione e sulle 
condizioni universali, sebbene soltanto soggettive, dell’ac¬ 
cordo della riflessione stessa con la conoscenza degli og¬ 
getti in generale, rispetto al quale accordo la forma del¬ 
l’oggetto è conforme al fine. 

Per questa ragione, che la possibilità dei Giudizii di 
gusto presuppone un principio a priori, essi, considerati 









32 


TNTRODTJZTONE 


nella loro possibilità medesima, sono sottoposti ad una 
critica; quantunque quel principio non sia nè un princi¬ 
pio di conoscenza per l’intelletto, nè un principio pratico 
per la volontà, e quindi non sia determinante a pr oti. 

Ma la capacità che noi abbiamo di trarre un piacerò 
dalla riflessione sulla forma delle cose (della natura come 
dell’arte) non dimostra soltanto una finalità degli oggetti 
rispetto al Giudizio riflettente, conformemente al concetto 
della natura che è nel soggetto, ma anche, per converso, 
del soggetto rispetto agli oggetti considerati nella loro 
l'orma, o perfino nell’assenza di forma, in virtù del con¬ 
cetto della libertà; donde deriva che il Giudizio estetico 
non si deve riferire soltanto al bello, in quanto Giudizio 
di gusto, ma anche al sublime, in quanto questo pro¬ 
viene da un sentimento spirituale; e che perciò la critica 
del Giudizio estetico dev’essere divisa in due parti prin¬ 
cipali corrispondenti a questi due Giudizio 


Vili. — Della rappresentazione logica 
della finalità della natura. 

La finalità di un oggetto dato dall’esperienza può esser 
rappresentata, o in quanto riposa su di un principio pu¬ 
ramente soggettivo, come accordo della forma dell’oggetto, 
nell’apprensione (apprehenrio) di esso anteriore ad ogni 
concetto, con le facoltà di conoscere, a fine di riunire l’in¬ 
tuizione coi concetti facendone una conoscenza in genere; 
oppure, in quanto riposa su di un principio oggettivo, 
come accordo della forma dell’oggetto con la possibilità 
della cosa stessa, secondo un concetto di essa che precede 
e contiene il principio della sua forma. Noi abbiamo visto 
che la rappresentazione della finalità della prima specie 
riposa sul piacere immediato congiunto con la forma del 
l’oggetto, nella semplice riflessione sulla forma medesima; 
sicché la rappresentazione della seconda specie di finalità, 
— poiché questa non riferisce la forma dell’oggetto alle 













INTRODUZIONE 


33 


facoltà conoscitive del soggetto nell’apprensione dell’og¬ 
getto stesso, e la riferisce invece ad una determinata co¬ 
noscenza dell’oggetto, sotto un concetto dato, — non ha da 
fare col sentimento di piacere suscitato dalle cose, ma con 
l’intelletto, nel Giudizio che esso no dà. Quando il con¬ 
cetto d’un oggetto è dato, la funzione del Giudizio consi¬ 
ste nel metterlo in una esibizione (exhibitio), serven¬ 
dosene per la conoscenza: consiste cioè nel porre accanto 
al concetto un’intuizione corrispondente; avvenga ciò per 
mozzo della nostra propria immaginazione, come nell’arte, 
quando realizziamo il concetto precedentemente formato 
di un oggetto e che ci proponiamo come scopo, o avvenga 
per mezzo della natura, nella sua tecnica (come nei corpi 
organizzati), quando noi per giudicare dei suoi prodotti 
le attribuiamo il nostro concetto di scopo; nel qual caso 
non ci rappresentiamo semplicemente la finalità della 
natura nella forma, della cosa, ma il prodotto è rappre¬ 
sentato come uno scopo della natura. — Sebbene il 
nostro concetto di una finalità soggettiva della natura, 
nelle forme che essa prende secondo leggi empiriche, non 
sia un concetto dell’oggetto, ma solo un principio che usa 
il Giudizio per formarsi concetti nell’immensa varietà 
della natura (per potervisi orientare), nondimeno noi at¬ 
tribuiamo alla natura un riferimento alla nostra facoltà 
di conoscere, secondo l’analogia di uno scopo; e così pos¬ 
siamo riguardare la bellezza naturale come l’esibi¬ 
zione del concetto della finalità formale (puramente sog¬ 
gettiva), e i fini della natura come esibizione del con¬ 
cetto di una finalità reale (oggettiva), giudicando della 
prima col gusto (esteticamente, per mezzo del sentimento 
di piacere), e dei secondi con l’intelletto e con la ragione 
(logicamente, secondo concetti). 

Su ciò si fonda la divisione della critica del Giudizio 
in critica del Giudizio estetico e critica del Giudizio 
teleologico; comprendendo nella prima la facoltà di 
giudicare la finalità formale (detta anche altrimenti sog¬ 
gettiva) per via del sentimento di piacere o dispiacere, e 


E. Kant, Critica del giudizio. 


3 








34 


INTRODUZIONE 


nella seconda la facoltà di giudicare la finalità reale (og¬ 
gettiva) della natura, mediante l’intelletto e la ragione. 

La parte che comprendo il Giudizio estetico, è essenziale 
in una critica del Giudizio, perchè essa sola contiene un 
principio, sul quale il Giudizio fonda interamente a priori 
la sua riflessione sulla natura: cioè il principio di una 
finalità formale della natura, nelle sue leggi particolari 
(empiriche), rispetto alla nostra facoltà di conoscere, ov¬ 
vero d’una finalità senza cui l’intelletto non si ritrove¬ 
rebbe nella natura; dove, al contrario, non può esser dato 
alcun principio a priori, nè la possibilità di questo può 
esser tratta dal concetto di una natura considerata come 
oggetto dell’esperienza così in generale come in partico¬ 
lare, è chiaro che debbano esservi fini oggettivi della na¬ 
tura, cioè cose che son possibili soltanto come suoi fini; 
e allora il Giudizio, senza contenere un particolare prin¬ 
cipio a priori, dà soltanto la regola per applicare il con¬ 
cetto di scopo a vantaggio della ragione, nei casi deter¬ 
minati (di certi prodotti), dopo che già quel principio 
trascendentale ha preparato l’intelletto ad applicare alla 
natura il concetto di uno scopo (almeno secondo la forma). 

Ma il principio trascendentale, pel quale ci rappresen¬ 
tiamo nella forma di una cosa una finalità della natura 
in rapporto soggettivo con la nostra facoltà di conoscere, 
e come se fosse un principiò per giudicare di quella forma, 
lascia del tutto indeterminato dove o in quali casi io ho 
da giudicare di un prodotto secondo un principio della 
finalità, anziché semplicemente secondo le leggi generali 
della natura.; e lascia al Giudizio estetico il compito di 
trovare nel gusto la corrispondenza di questa produzione 
(della sua forma) con le nostre facolta di conoscere (giac¬ 
ché il Giudizio estetico non decide mediante l’accordo con 
concetti, ma per mezzo del sentimento di piacere). Il Giu¬ 
dizio teleologico, invece, determina le condizioni sotto lo 
quali qualche cosa (per esempio, un corpo organizzato) 
sia da giudicarsi secondo l’idea di uno scopo della natura; 
ma esso non può trarre dal concetto della natura, in quanto 











INTRODUZIONE 


35 


'■Un [l'esperienza, alcun principio che ci autorizzi ad 
e II nimico ad essa il riferimento a scopi, o anche sola¬ 
li" ni" ad accettare questo principio dall’esperienza reale 
• li la li prodotti, in una maniera indefinita; e la ragione è 
lineila: che debbono esser date molte esperienze partico¬ 
lari, e debbono essere considerate nell’unità del loro prin¬ 
cipio, perchè si possa riconoscere solo empiricamente la 
dualità di un certo oggetto. — Il Giudizio estetico è, dun¬ 
que, una particolare facoltà di giudicar delle cose secondo 
una regola, ma non secondo concetti. Il Giudizio teleolo¬ 
gico non è una facoltà, ma è semplicemente il Giudizio 
riflettente in generale, in quanto procede non soltanto se¬ 
condo concetti, come in generale nella conoscenza teore¬ 
tica, ma, riguardo a certi oggetti naturali, secondo parti¬ 
colari principiò vale a dire corno un Giudizio puramente 
riflettente, che non determina oggetti; sicché, considerato 
nella sua applicazione, esso apilartiene alla parto teore¬ 
tica della filosofia, e in virtù dei suoi principii particolari 
che non sono determinati, come dovrebbero essere in una 
dottrina, deve costituire anche una parte speciale della 
critica; mentre il Giudizio estetico non porta alcun con¬ 
tributo alla conoscenza dei suoi oggetti, e deve essere ri¬ 
portato perciò soltanto alla critica del soggetto giudi¬ 
cante e delle sue facoltà conoscitive, — che è la propedeu¬ 
tica di ogni filosofia, — in quanto queste facoltà son capaci 
di principii a pr ori qualunque possa essere il loro uso 
(teoretico o pratico). 


TX .—Del legame tra la legislazione dell’intelletto 
e quella della ragione mediante il Giudizio. 

L’intelletto è legislativo a pr ori per la natura come 
oggetto dei sensi, in vista di una conoscenza teoretica di 
essa in un’esperienza piossibile. La ragione è legislativa 
a pr ovi per la libertà e per la sua propria causalità, in 
quanto elemento soprasensibile del soggetto, in vista di 






36 


INTRODUZIONE 


una conoscenza pratica incondizionata. Il dominio del con¬ 
cetto della natura, che è sottomesso alla prima legisla¬ 
zione, e quello del concetto della, libertà, sottomesso alla 
seconda, sono interamente separati, contro ogni influsso 
reciproco che potrebbero avere (ciascuno secondo i proprii 
principii), dal grande abisso che è tra il soprasensibile e 
il fenomeno. Il concetto della libertà non determina niente 
riguardo alla conoscenza teoretica della natura; e proprio 
allo stesso modo il concetto della natura non determina 
niente riguardo allo leggi pratiche della libertà; sicché è 
impossibile gettare un ponte tra l’uno e l’altro dominio.— 
Ma, se i principii che determinano la causalità secondo il 
concetto della libertà (e la regola pratica che esso con¬ 
tiene) non risiedono nella natura, e il sensibile non può 
determinare il soprasensibile nel soggetto, i] contràrio 
nondimeno è possibile (non relativamente alla conoscenza 
della natura, ma rispetto alle conseguenze che il sopra- 
sensibile può avere sul sensibile); e questo è già contenuto 
nel concetto di una causalità della libertà, di cui l’ef¬ 
fetto, secondo le leggi formali della libertà stessa, deve 
attuarsi nel mondo; sebbene la parola causa, applicata 
al soprasensibile, significhi soltanto la ragione che deter¬ 
mina la causalità delle cose naturali a produrre un effetto 
conformemente alle suo proprie leggi, ma d’accordo nel 
tempo stesso col principio formale delle leggi della ra¬ 
gione, cioè con un principio di cui, bensì, non può essere 
vista la possibilità, ma che può essere sufficientemente di¬ 
feso contro il rimprovero di una pretesa contradizione 1 .— 


i Dna delle tanto pretese contradizioni, che si trovano in quésta differenzia- 
D ° “doluta tra la causalità naturale e la causalità della libertà, consiste nel 
rimprovero che mi ai fa, dicendo che quando io parlo di ostacoli che la “a 
tura oppone alla causalità secondo le lessi della libertà (le leggi morali) o 
delle ac,inazioni che essa le offre, ammetto un’efficacia dell! prima suila 
seconda. Ma, se s, vuol comprendere ciò che è stato detto, è facile prevenire 

L '° StaC0! ° ° ’ a «*• tn, la na- 

r ’ ma tra 1,4 na tura m quanto fenomeno e gli effetti della 

Ub« Ì ìd JT* 0 - fen<m,eni " d ™ m sen6ibile: 6 la stessa della 

libertà (della ragion pura e pratica) è la causalità di una causa naturale sot- 















INTRODUZIONE 


37 


l.u itroduzione per via de] concetto della libertà (o il fe¬ 
nomeno ad esso corrispondente nel mondo sensibile) è lo 
■np 0 finale, che deve esistere, e che perciò è presupposto 
« imie possibile nella natura (del soggetto, in quanto essere 
1 nisibile, cioè in quanto uomo). Il Giudizio, che presup¬ 
pone questa possibilità a pr ori e senza riguardo al pra¬ 
tico, fornisce il concetto intermediario tra il concetto della 
natura e quello della libertà, concetto che rendo possibile 
il passaggio dalla ragion pura teoretica alla ragion pura 
pratica, dalla conformità alle leggi secondo l’ima, allo scopo 
finale secondo l’altra, ponendo il concetto di una finalità 
della natura; perchè in tal modo si conosco la possibililn 
dello scopo finale, che può esser realizzato soltanto nella 
natura, e d’accordo con lo sue leggi. 

Con la possibilità delle suo leggi a priori per la natura, 
l’intelletto ci dà una prova che questa è conosciuta da 
noi soltanto conio fenomeno: o perciò ci mostra nel tempo 
stesso un sostrato soprasensibile di essa, che lascia non¬ 
dimeno interamente indeterminato. Il Giudizio, me¬ 
diante il suo principio a pr ori, che serve a giudicare la 
natura secondo le sue possibili leggi particolari, dà a quel 
sostrato soprasensibile (in noi e fuori di noi) la deter¬ 
minabilità per mezzo della facoltà intellettuale. 
Al sostrato stesso la ragione, con la sua legge pratica 
a priori, dà la determinazione; e così il Giudizio rende 
possibile il passaggio dal dominio del concetto della na¬ 
tura a quello del concetto della libertà. 

Se si considerano le facoltà dell’anima in generale 
corno facoltà superiori, cioè come capaci di autonomia, 
l’intelletto è, per la facoltà conoscitiva (della cono¬ 
scenza teoretica della natura), quella elle contiene i pria- 


toposta alla libertà (lu causalità del soggetto, in quanto uomo, cioè conside¬ 
rato come fenomeno), di una causa di cui la determinazione ha il principio 
nell’ intelligibile, elio ò pensato sotto la libertà, sebbene in una maniera ine¬ 
splicabile (proprio come ciò che costituisco il sostrato «oprasensibile della 
natura). 








38 


INTRODUZIONE 


eipii costitutivi a priori; quella, che contiene questi 
principii pel sentimento di piacere e dispiacere, è il 
Giudizio, indipendentemente da concetti e sensazioni che 
potrebbero determinare la facoltà di desiderare, e perciò 
essere immediatamente pratici; per la facoltà di desi¬ 
rare, e la ragione, la quale è pratica indipendentemente 
(la qualunque piacere, di qualunque origine, e dà a questa 
facoltà, in quanto facoltà superiore, lo scopo finale, che 
include il puro piacere intellettuale relativamente all’og¬ 
getto.—Il concetto, che ha il Giudizio di una finalità della 
natura, appartiene anche ai concetti della natura, ma solo 
come principio regolatore della facoltà di conoscere; seb¬ 
bene il giudizio estetico su certi oggetti (della natura o 
dell arte), il quale dà luogo a quel concetto, sia un prin¬ 
cipio costitutivo rispetto al sentimento di piacere o di¬ 
spiacere. La spontaneità nel giuoco delle facoltà conosci¬ 
tive, il cui accordo è la causa di questo piacere, rende 
atto quel concetto a far da intermediario tra il dominio 
del concetto della natura e quello del concetto della libertà 
nei suoi effetti, perchè essa favorisce nel tempo stesso la 
capacita dell’animo pel sentimento morale. —Il seguente 
quadro può facilitare una vista d’insieme sulle facoltà 
superiori, considerate nella loro unità sistematica 1 . 


1 Si è trovato singolare che, quasi sempre, le mie divisioni nella filosofia 
pura riescano triadiche. Ma ciò è nella natura stessa della cosa. Se una divi- 
tuono devesser fatta a priori, o sarà analitica secondo il principio di con- 
tradizione, cd allora è sempre in due parti (quo d libet em eH ani A ani non A) 
o sarà sintetica, c, se in tal caso deve esser derivata da concetti o priori 
(non, come in matematica, dall’intuizione corrispondente « priori al concetto) 
essa —secondo ciò che è richiesto dall’unità sintetica in generale, cioò- I- là 
condizmnc, 2° un condizionato, 3» il concetto, che nasce dall’unione della condì- 
ziono col condizionato, —dovrà essere necessariamente una tricotomia 













introduzione 


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Facoltà dell’animo 

Facoltà di conoscere 
Sentimento di piacere e dispiacere 
Facoltà di desiderare 


Facoltà di conoscere Principii a priori Applicazione alla 


Intelletto 

Giudizio 

Ragione 


Conformità a leggi 

Finalità 

Seopo finale 


Natura 

Arte 

Libertà. 















Parte Prima 


CRITICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 








■ 












Sezione Prima 

ANALITICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


Libro Primo 

ANALITICA DEL BELLO 


Primo momento dee giudizio di gusto*, secondo la qualità. 

gl. —Il giudizio di gusto è estetico. 

Per discernere se una cosa è bella o no, noi non rife¬ 
riamo la rappresentazione all'oggetto mediante l’intel¬ 
letto, in vista della conoscenza; ma, mediante l’immagi¬ 
nazione (forse congiunta con l’intelletto), la. riferiamo al 
soggetto, e al sentimento di piacere o dispiacere di questo. 
Il giudizio di gusto non è dunque un giudizio di cono¬ 
scenza, cioè logico, ma è estetico; il che significa che il 
suo fondamento non può essere se non puramente sog¬ 
gettivo. Ma ogni rapporto delle rappresentazioni, ed an¬ 
che delle sensazioni, può essere oggettivo (e allora esso 
costituisce la realtà di una rappresentazione empirica); e 
tale soltanto non è il rapporto al sentimento di piacere e 


i La definizione del gusto, messa qui a fondamento, è la seguente: esso è 
la facoltà di giudicare del bello. Ma che cosa si richieda affinchè un oggetto si 
possa chiamare bello, sarà messo in evidenza dall’analisi dei giudizii del gusto, 
I momenti, cui ha riguardo questa facoltà del giudizio nella sua riflessione, ho 
cercato di giudicarli sulla scorta delle funzioni logiche (perchè nel giudizio di 
gusto è pur sempre contenuta qualche relazione con 1* intelletto). Ho cominciato 
dal momento della qualità, perchè il giudizio estetico del hello ha riguardo ad 
esso il primo luogo. 








44 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


dispiacere, col quale non vien designato nulla nell’oggetto, 
e nel quale il soggetto sente se stesso, secondo la rappre¬ 
sentazione da cui è affetto. 

Il rappresentarsi con la facoltà conoscitiva (in una rap¬ 
presentazione chiara o confusa) un edilizio regolare ed ap¬ 
propriato al suo scopo, è una cosa del tutto diversa dal- 
l’esser cosciente di questa rappresentazione col sentimento 
di piacere. In quest’ultimo caso la rappresentazione è rife¬ 
rita esclusivamente al soggetto, e, veramente, sotto il nome 
di piacere o dispiacere, al sentimento che quello ha della 
vita; la qual cosa dà luogo ad una facoltà interamente 
distinta di discernere e di giudicare, che non porta alcun 
contributo alla conoscenza, ma pone soltanto in rapporto, 
nel soggetto, la rappresentazione data con la facoltà rap¬ 
presentativa nella sua totalità; di che l’animo ha coscienza 
nel sentimento del proprio stato. Le rappresentazioni date 
in un giudizio possono essere empiriche (e quindi esteti¬ 
che); ma il giudizio che risulta da esse è logico, se esse 
sono riferite soltanto all’oggetto. E viceversa, se anche le 
rappresentazioni date siano razionali, qualora vengano ri¬ 
ferite m un giudizio unicamente al soggetto (al suo sen¬ 
timento), il giudizio resterà sempre estetico. 


§2.-/1 piacere che determina il giudizio di gusto 
è scevro di ogni interesse. 

L detto interesse il piacere, che noi congiungiamo con 
ìa rappresentazione dell’esistenza di un oggetto. Questo 
piacere perciò ha sempre relazione con la facoltà di desi¬ 
derare, o in quanto causa determinante di essa, o in quanto 
necessariamente attinente a tale causa. Ma, quando si 
tratta di giudicare so mia cosa è bella, non si vuol sapere 
se a noi o a chiunque altro importi, o anche soltanto possa 
importare, della sua esistenza; ma come la giudichiamo 
contemplandola semplicemente (nell’intuizione o nella ri¬ 
flessione). Se qualcuno mi domanda se trovo bello il pa- 













ANALITICA DEL BELLO 


45 


li u c.he mi è davanti, io posso ben dire che non approvo 

.. rose fatte soltanto per stordire, o rispondere come 

, ( ur| Sachem 1 irocehese, cni niente a Parigi piaceva più 
.1. Ile ilettole; posso anche biasimare, da buon seguace di 
li iiisseau, la vanità dei grandi, che spendono i sudori 
lei popolo in tali superfluità; infine, posso anche facil¬ 
mente convincermi che, se mi trovassi su di una isola 
deserta senza speranza di tornar mai tra gli uomini, e 
potessi magicamente col solo mio desiderio elevare un si 
splendido edilìzio, io non mi darei nemmeno questa pena, 
sol che avessi già una capanna che fosse abbastanza co¬ 
moda per me. Mi si può concedere ed approvare tutto ciò; 
ma gli è che non si tratta di questo: si vuol sapere sol¬ 
tanto se questa semplice rappresentazione dell’oggetto è 
accompagnata, in me dal piacere, per quanto, d’altra parte, 
io possa essere indifferente circa l’esistenza del suo oggetto. 
Si vede facilmente che da ciò che produce in me stesso 
la rappresentazione, non dal mio rapporto con l’esistenza 
dell’oggetto, dipende che si possa dire se esso è bello, e 
che io provi di aver gusto. Ognuno devo riconoscere che 
quel giudizio sulla bellezza, nel quale si mescola il mi¬ 
nimo interesse, è molto parziale e non è un puro giudizio 
di gusto. Non bisogna essere menomamento preoccupato 
dall’esistenza della cosa, ma del tutto indifferente sotto 
questo riguardo, per essere giudice in fatto di gusto. 

Ma non possiamo chiarir meglio questa proposizione, 
che è della più grande importanza, se non contrapponendo 
al piacere puramente disinteressato 2 del giudizio di gusto 
(limilo che è legato con l’interesse; soprattutto se pos¬ 
siamo esser certi che non vi son altro specie d’interesse 
olire quelle che ora dobbiamo esporre. 

i Sachem», titolo di capo, in popolazioni indiane [T.]. 

a l>n giudizio sopra un oggetto del piacere può essere del tutto disinte¬ 
ressalo ed insieme molto interessante, vale a dire che esso può non fon¬ 
darsi sopra alcun interesse, ma produrne uno esso stesso; tali sono i giudizii 
morali. Ma i giudizii di gusto non fondano per se stessi alcun interesse. Solo 
nella società diventa interessante l'aver gusto, di che la ragiono sarà data 
in sèguito. 









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PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


§ 3- — H piacere del piacevole è legato 
ad un interesse. 


Piacevole è ciò che piace ai sensi nella sensa 
zione. Qui si presenta l’occasione di richiamare e fermar 
1 attenzione su di uno scambio frequentissimo dei due si¬ 


gnificati, che può avere la parola sensazione. Ogni pia¬ 
cere (si dice e si pensa) è per se stesso una sensazione 
(di un piacere). Quindi tutto ciò che piace, appunto per¬ 
chè piace, è piacevole (e secondo i diversi gradi, o i rap¬ 
porti ad altro sensazioni piacevoli, è grato, amabile, 
dilettevole, giocondo, etc.). Ma, ammesso ciò, le im¬ 
pressioni dei sensi che determinano la tendenza, i principii 
della ragione che determinano la volontà, e le semplici 
forme riflesse dell’intuizione che determinano il Giudizio, 
diventano, per ciò che riguarda l’effetto sul sentimento di 
piacere, la stessa cosa. Perchè non si tratterebbe se non del 
piacevole, die è nella sensazione del nostro stato; e poi¬ 
ché infine ogni azione dello noslre facoltà deve tendere al 
pratico ed unirvisi corno a suo scopo, non si potrebbe pre¬ 
tendere dalle Incolta stesso alcun apprezzamento delle 


< ose, oltre quello clic consiste nella soddisfazione che esse 
promettono. Il modo, con cui arrivano al piacere, non im¬ 
porta; e poiché qui solo la scelta dei mezzi può stabilire 
ima differenza, gli ut.. potrebbero ben accusarsi reci¬ 

procamente di stoltezza e d'imprudenza, non mai però di 
bassezza e di malvagità; poiché tutti, ciascuno secondo il 
suo modo di veder le cose, tendono ad uno scopo, che è 
per ciascuno la propria soddisfazione. 

Quando si chiama sensazione una determinazione del 
sentimento di piacerò o dispiacere, la parola ha un signi¬ 
ficato del tutto diverso da quando viene adoperata ad 
esprimere la rappresentazione di una cosa (mediante i 
sensi, in quanto ricettività inerente alla, facoltà di cono¬ 
scere). Perchè in quest’ultimo caso la rappresentazione è 
riferita all’oggetto, mentre nel primo è riferita unicamente 




















ANALITICA DEL BELLO 


47 


al soggetto, e non serve ad alcuna conoscenza: nemmeno 
a quella con cui il soggetto conosce se stesso. 

Ma, nella definizione data, intendiamo con la parola 
sensazione una rappresentazione oggettiva dei sensi; e, 
per non correre sempre il rischio di esser fraintesi, chia¬ 
meremo col nome, del resto usato, di sentimento ciò che 
deve restar sempre puramente soggettivo e non può asso¬ 
lutamente fornire alcuna conoscenza di un oggetto. Il co¬ 
lor verde dei prati appartiene alla sensazione oggettiva, 
in quanto percezione d’un oggetto del senso; il piacere, 
che esso produce, si riferisce invece alla sensazione sog¬ 
gettiva, con la quale nessun oggetto è rappresentato: 
vale a dire al sentimento, nel quale l’oggetto è considerato 
come termine del piacere (che non dà di esso alcuna co¬ 
noscenza). 

Ora è chiaro che il giudizio, col quale io dichiaro pia¬ 
cevole un oggetto, esprime un interesse riguardo a questo, 
perchè il giudizio stesso, mediante la sensazione, suscita 
il desiderio di oggetti simili, e per conseguenza il piacere 
non presuppone il semplice giudizio sull’oggetto, ma. il 
rapporto della sua esistenza col mio stato, in quanto sono 
affetto dall’oggetto medesimo. Perciò del piacevole non si 
<lice semplicemente che esso piace, ma che esso sod¬ 
disfa. Non è una semplice approvazione che io ad esso 
concedo, ma in me si produce un’inclinazione; e a ciò che 
più vivamente desta piacere è estraneo qualsiasi giudizio 
■ nlla natura dell’oggetto; tanto è vero che quelli, i quali 
mirano sempre al solo godimento (è questa la parola con 
• mi si designa l’intimo della soddisfazione), si dispensano 
> • I imi f ieri da ogni giudizio. 


fi piacere che dà il buono è legato all’interesse. 

il i.no è ciò che, mediante la ragione, piace pura- 

iin nit pel ino concetto. Chiamiamo qualche cosa buona 
•.li i ni.indo essa ci piace soltanto come mezzo; un’al- 






48 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


tra invece, che ei piace per se stessa, la eliciamo buona 
in sè. In entrambe è sempre contenuto il concetto di uno 
scopo, il rapporto della ragione con la volontà (almeno 
possibile), e per conseguenza un piacere legato all’esi¬ 
stenza di un oggetto o di un’azione, vale a dire un inte¬ 
resse. 

Per trovar buono un oggetto, io debbo sempre sapere 
che cosa dev’essere, cioè averne un concetto. Per trovare 
in esso la bellezza non ho bisogno di ciò. I fiori, i disegni 
liberi, quelle linee intrecciate senza scopo che vanno sotto 
il nome di fogliami, non significano niente, non dipendono 
da alcun concetto, e tuttavia piacciono. Il piacere, che dà 
il bello, deve dipendere dalla riflessione su di un oggetto, 
la quale conduco a qualche concetto (che resta indeter¬ 
minato); e si distingue perciò anche dal piacevole, clic 
riposa interamente sulla sensazione. 

Veramente in molti casi pare che il piacevole sia iden¬ 
tico col buono. Così si dice comunemente che ogni soddi- 
sfazione (specie so durevole) è buona in se stessa; il che 
presso a poco significa elio il piacevole avente una certa 
durata e il buono sono la stessa cosa. Ma si può subito 
scorgere che questo è semplicemente un erroneo scambio 
di parole, perchè i concetti che corrispondono precisa- 
mente a quelle espressioni non possono essere confusi in 
alcun modo. Il piacevole che, come tale, rappresenta l’og¬ 
getto unicamente in relazione col senso, affinché possa 
essere chiamato buono, come oggetto della volontà, de- 
v essere senz’altro sottoposto ai principii della ragione 
mediante il concetto di uno scopo. Ma che si tratti di un 
rapporto del tutto diverso verso il sentimento del pia¬ 
cere, quando chiamo nello stesso tempo buono ciò che 
mi piace, è dimostrato dal latto cho pel buono sussiste 
sempre la domanda, se esso sia buono mediatamente o 
immediatamente (utile o buono in sè); mentre pel piace¬ 
vole la domanda non ha ragion d’essere, poiché la parola 
significa in ogni caso qualche cosa che piace immediata¬ 
mente. (È così anche per ciò che chiamiamo bello.) 











1 1 


ANALITICA DEL BELLO 49 

Anche nel linguaggio più comune si distingue il pia¬ 
cevole dal buono. Di una vivanda che eccita il nostro gusto 
per mezzo di aromi ed altri ingredienti si dice senza esi¬ 
bire che essa è piacevole; e si confessa nello stesso tempo 
elle non è buona, perchè soddisfa immediatamente il 
senso, ma mediatamente, cioè alla ragione che ne consi¬ 
dera gli effetti, dispiace. Si può notaro questa differenza 
anche nel giudicare della salute corporale. Essa è imme¬ 
diatamente piacevole a colui che la possiede (almeno ne¬ 
gativamente, come assenza di ogni dolore corporale). Ma, 
per dire che essa è buona, bisogna considerarla, mediante 
la ragione, relativamente a uno scopo, cioè come uno stato 
die ci rende atti a tutte le nostre occupazioni. Dal punto 
ili vista della felicità ognuno crede di poter chiamare un 
vero bene, od anche il bene supremo, la maggiore somma 
(riguardo alla quantità e alla durata) dei piaceri della 
vita. Ma anche contro di ciò si rivolta la ragione. Il pia¬ 
cevole è godimento. E se esso è tale, sarebbe da stolto 
l'essere scrupolosi riguardo ai mezzi che ce lo procurano; 
e accettarlo, cioè, passivamente dalla generosità della na- 
I ti i n, o se produrlo con la propria attività c l’opera pro¬ 
pria. Ma la ragione non si lascerà mai persuadere che 
■ i bilia un valore per se stessa 1’esistenza di un uomo, che 
i\a semplicemente per godere (ed anche sia molto at- 
iini sotto questo rispetto); perfino se egli fosse di grande 
gì" va mento agli altri che tendono allo stesso scopo, con 
1 "Inpurarsi a goder con simpatia del loro piacere. Solo 
iii' ili.'inte ciò che egli fa, senza riguardo al godimento, 

.iena libertà e con indipendenza da ciò che la natura 

.aulente gli può procurare, egli dà al suo essere, in 

mi" persona, un valore assoluto; e la felicità, con tutta 

1 ■ ... dei suoi godimenti, è ben lungi dall’essere 

"e bene i neon ditionato h 

1 l'idi i •••!•«' ni godimento è un'assurdità manifesta, E tale è anche 

. . i»t< cnllri a qualunque azione, che abbia per scopo unicamente 

•' . in «fi* ufo ipirituale (o abbellito) quanto si voglia, o perfino 

"• ■ e ' l'iiMiit minile! cosiddetti celesti. 




' ‘ <1 > " •/./ i/lltili: io. 


4 



50 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


Ma, malgrado tutte queste differenze, il piacevole e il 
buono si accordano in ciò, che entrambi son legati sem¬ 
pre con un interesse pel loro oggetto: non solo il piacevole, 
§ 3, e il buono mediato (l’utile), che piace come mezzo per 
ottenere il piacevole; ma anche ciò eh’è buono assoluta- 
mente e sotto ogni riguardo, il buono morale, che include 
il più alto interesse. Giacché il buono è l’oggetto della 
volontà (vale a dire di ima facoltà di desiderare deter¬ 
minata dalla ragione). Ma volere qualche cosa ed aver 
piacere della sua esistenza, cioè prendervi interesse, sono 
la stessa cosa. 


§ 5. Comparazione, dei tre modi specificamente diversi 
del piacere. 

Il piacevole ed il buono si riferiscono entrambi alla 
facolta di desiderare e producono, il primo un piacere 
determinato patologicamente (mediante eccitazioni, sti- 
mulos), il secondo un piacere pratico puro; cioè un pia¬ 
cele che è determinato in entrambi i casi non semplice¬ 
mente dalla rappresentazione dell’oggetto, ma anche da 
quella del rapporto del soggetto con l’esistenza dell’og¬ 
getto stesso. Non è soltanto l’oggetto che piace, ma anche 
la sua esistenza. Perciò il giudizio di gusto è puramente 
contemplativo, è un giudizio, cioè, che, indifferente 
riguardo all’esistenza dell’oggetto, non riceve la sua qua¬ 
li a se non dal sentimento di piacere e dispiacere. Ma que¬ 
sta contemplazione stessa non è diretta a concetti; per¬ 
che il giudizio di gusto non è un giudizio di conoscenza 
(ne teorico ne pratico), e per conseguenza non è fondato 
sopra concetti, nè se no propone alcuno. 

TI piacevole, il bello, il buono designano dunque tre 
< ìversi rapporti delle rappresentazioni verso il sentimento 
di piacere e dispiacere, secondo cui distinguiamo gli og¬ 
getti o i modi della rappresentazione. Anche le espres¬ 
sioni adeguate, con le quali si designa la compiacenza. 






ANALITICA DEL BELLO 


51 


i ' '• 'visi, non sono le stesse. Ognuno chiama piacevole 

. I " lo soddisfa; bello ciò che gli piace senz’altro; 

i.no ciò che apprezza, approva, vale a dire ciò cui 

11 1 "ii valore oggettivo. Il piacevole vale anche per gli 
""muli irragionevoli; la bellezza solo per gli uomini, 
11 Ho loro qualità di esseri animali, ma ragionevoli, e non 
"l'unto in quanto essi sono semplicemente ragionevoli 
i' "ine sono, per esempio, gli spiriti), ma in quanto sono 
" Ilo stesso tempo animali; il buono ha valore per ogni 
' ere ragionevole in generale. Questo punto, del resto, 
""Irà avere solo in séguito la sua completa giustifica¬ 
celo e la sua chiarezza. Si può dire che di questi tre modi 
■ lei piacere, unico e solo quello del gusto del bello è un 
piacere disinteressato o libero; perchè in esso l’appro¬ 
vazione non è imposta da alcun interesse, nè del senso, 
uè della ragione. Del piacere quindi si potrebbe dire che 
esso si riferisce nei tre casi esaminati all’inclinazione, 
al favore o alla stima. Perchè il favore è l’unico pia¬ 
cere libero. L’oggetto di un’inclinazione, e quello che è 
imposto da una legge della ragione al nostro desiderio, 
non ci lasciano alcuna libertà di farcene noi stessi un 
oggetto del piacere. Ogni interesse presuppone o produce 
un bisogno, e, come causa determinante dell’approvazione, 
non lascia libertà al giudizio sopra l’oggetto. 

Per ciò che riguarda l’interesse dell’inclinazione nel 
piacevole, si dice da ognuno che la fame è il migliore dei 
cuochi e che la gente di buon appetito gusta qualunque 
cosa, purché sia mangiabile; quindi un piacere di questa 
specie non dimostra nel gusto nessuna scelta. Solo quando 
il bisogno sia soddisfatto, si può distinguere tra molti chi 
ha e ehi non ha gusto. Allo stesso modo può esservi co¬ 
stume (condotta) senza virtù, cortesia senza benevolenza, 
decoro senza onestà, etc. ete. Poiché dove parla la legge 
inorale non resta oggettivamente alcuna libertà nella 
scelta circa ciò che si deve fare; e mostrare gusto nella 
propria condotta (o nel giudicare quella degli altri) è 
qualcosa del tutto diversa dal manifestare il proprio pen- 





52 


PARTE I - SEZIONE 1 - LIBRO I 


siero morale; perchè questo include un precetto e produce 
un bisogno, mentre invece il gusto morale gioca soltanto 
con gli oggetti del piacere, senza legarsi propriamente con 
nessuno. 


Definizione dui. bullo derivata dal primo momento. 

Il gusto è la facoltà di giudicare di un oggetto o di 
una rappresentazione mediante un piacere, o un dispia¬ 
cere, sènza alcun interesse. L’oggetto di un piacere 
simile si dice bello. 


Secondo momento del giudizio di gusto, 

SECONDO LA QUANTITÀ. 


§ 6. — II bello è ciò che è rappresentato, senza concetto, 
come l’oggetto di un piacere universale. 

Questa definizione del bello può esser dedotta dalla pre¬ 
cedente, per la quale esso è l’oggetto di un piacere senza 
alcun interesse. Difatti colui che ba coscienza di esser 
disinteressato nel piacere che prova di qualche cosa, non 
può giudicar la cosa medesima se non come contenente 
una causa del piacere, che sia valevole per ognuno. Non 
essendo il piacere fondato su qualche inclinazione del sog¬ 
getto (o su qualche altro interesse riflesso), e sentendosi 
invece colui che giudica completamente libero rispetto 
al piacere che dedica all’oggetto; egli non potrà trovare 
alcuna condizione particolare, esclusiva del suo soggetto, 
come fondamento del piacere, e dovrà quindi considerarlo 
come fondato su qualcosa, che si possa presupporre in ogni 
altro; per conseguenza, dovrà credere di aver ragione di 
pretendere dagli altri lo stesso piacere. Egli parlerà così 








ANALITICA DEL BELLO 


53 


li i fil ilo come se fosse una qualità dell’oggetto, e il suo 

..li in fosse logico (un giudizio che dà una conoscenza 

.1. Il'oggetto mediante il suo concetto), sebbene sia sol- 
i mi., estetico e non implichi che il rapporto della rappre¬ 
si illazione dell’oggetto col soggetto; perchè, infatti, esso 

■ miile in questo al giudizio logico, che si può presup¬ 
porre la sua validità per ognuno. Ma questa universalità 
pioi anche non provenire da concetti. Poiché non vi è al- 

■ mi passaggio dai concetti al sentimento di piacere o di- 
piacere (eccetto nelle pure leggi pratiche, le quali però 

implicano un interesse, che non è contenuto nei puri giu- 
dizii di gusto). Al giudizio di gusto, per conseguenza, poi- 
rhè in esso v’è la coscienza del disinteresse, deve unirsi 
l’esigenza della validità per ognuno, sebbene tale validità 
non si tenga connessa agli oggetti; in altri termini, il 
giudizio di gusto deve pretendere all’universalità sogget¬ 
tiva. 


§ 7. Comparazione, del hello col piacevoli - « col buono 
mediante l’osservazione precedente. 

Per ciò che riguarda il piacevole, ognuno riconosce 
che il giudizio che egli fonda su di un sentimento parti¬ 
colare, e col quale dichiara che un oggetto gli piace, non 
ha valore se non per la sua persona. Perciò quando qual¬ 
cuno dice: — il vino delle Canarie è piacevole, — sopporta 
volentieri che gli si corregga l’espressione e gli si ricordi 
che deve dire:—è piacevole per me; — e così non solo pel 
gusto della lingua, del palato e del gorguzzule, ma anche 
per ciò che può essere piacevole agli occhi o agli orecchi. 
Per uno il colore della violetta è dolce ed amabile, per 
l’altro è cupo e smorto. Ad uno piace il suono degli stru¬ 
menti a fiato, all’altro quello degli strumenti a corda. 
Perciò sarebbe da stolto litigare in tali casi per ripro¬ 
vare l’errore altrui, quando il giudizio differisce dal no¬ 
stro, quasi che tali giudizii fossero opposti logicamente; 







54 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


sicché in fatto di piacevole vale il principio: ognuno ha 
il proprio gusto (elei sensi). 

Per i] bello la cosa è del tutto diversa. Sarebbe (pro¬ 
prio al contrario) ridicolo, se uno che si rappresenta qual- 
cho cosa secondo il proprio gusto, pensasse di giustificar¬ 
sene in questo modo: questo oggetto (l’edilìzio che vediamo, 
l’abito che quegli indossa, il concerto che sentiamo, la 
poesia che si deve giudicare) è bello per me. Perchè egli 
non può chiamarlo bello, se gli piace semplicemente. 
Molte cose possono avere per lui attrattiva e vaghezza; 
questo non importa a nessuno; ma quando egli dà per 
bella una cosa, pretendo dagli altri lo stesso piacere; non 
giudica solo per sé, ma per gli altri, o parla quindi della 
bellezza come se essa l'osso una qualità della cosa. Egli 
dice perciò: la cosa è bella; — e non fa assegnamento 
sul consenso altrui nel proprio giudizio di piacere, sol 
perche molte altre volte quel consenso vi è stato; egli lo 
esige. Biasima gli altri se giudicano altrimenti, o nega 
loro il gusto, mentre poi pretende che debbano averlo; e 
per conseguenza qui non è il caso di dire: —ognuno ha il 
suo gusto particolare. — Varrebbe quanto dire che il gu¬ 
sto non esiste; che non v’è un giudizio estetico, il quale 
legittimamente possa esigere il consenso universale. 

Accade bensì di trovare anche riguardo al piacevole 
un certo accordo nel giudizio degli uomini, in virtù del 
quale ad alcuni si nega il gusto, ad altri si accorda, con¬ 
siderandolo non come un senso organico, ma come facoltà 
di giudicare del piacevole in generale. Così si dice di uno 
che sappia intrattenere i suoi ospiti tanto piacevolmente 
(col godimento di tutti i sensi) da contentarli tutti, che 
egli ha gusto. Ma qui si parla comparativamente; e non 
vi sono che regole generali (come son tutte le regolo 
empiriche) e non regole universali, come quelle cui 
sottosta, o pretende, il giudizio di gusto sul bello. È un 
giudizio relativo alla sociabilità, in quanto questa riposa 
su regole empiriche. In quanto al buono i nostri giudizii 
anche pretendono legittimamente alla validità per ognuno; 







ANALITICA DEI, BELLO 


55 


in il buono è .rappresentato come l’oggetto d’un piacere 
ni versale solo mediante un concetto, ciò che non 
alo nò pel piacevole nè pel bello. 


§8. — L’universalità del piacere, in un giudizio estetico 
è rappresentata solo come soggettiva. 

Questa particolare determinazione dell’universalità di 
un giudizio estetico, che si rinviene in un giudizio di go¬ 
do, è un l'atto degno di nota, non veramente per il lo¬ 
gico, bensì pel filosofo trascendentale, che spende non 
poca fatica per scoprire la sua origine, ma con essa viene 
anche a scoprire una proprietà della nostra facoltà di 
conoscere, clic senza questa ricerca sarebbe rimasta ignota. 

In primo luogo, bisogna convincersi pienamente di que¬ 
sto: che col giudizio di gusto (sul bello) si pretende da 
ognuno il piacere riguardo ad un oggetto, senza fondarsi 
però su qualche concetto (porche allora si tratterebbe del 
buono); e che questa esigenza dell’universalità appartiene 
così essenzialmente ad un giudizio col quale si dichiari 
bella qualche cosa, che, senza di essa, a nessuno sarebbe 
mai venuto in mente di usare tale espressione, e tutto ciò 
che piace senza concetto sarebbe stato riportato al piace¬ 
vole, pel quale si lascia ad ognuno il proprio parere e 
nessuno esige dagli altri il consenso nel proprio giudizio 
di gusto; ciò che pel giudizio di gusto sulla bellezza av¬ 
viene in ogni caso. Posso chiamare il primo, gusto dei 
sensi, ed il secondo, gusto della riflessione, in quanto il 
primo dà semplici giudizii personali, il secondo giudizii 
che vogliono valere universalmente (pubblici), ma en¬ 
trambi danno giudizii estetici (non pratici) su di un og¬ 
getto, soltanto circa il rapporto della rappresentazione col 
sentimento di piacere o dispiacere. Sembra strano però 
che, non solo l’esperienza dimostri che il giudizio (di 
piacere o dispiacere riguardo a qualche cosa) del gusto 
dei sensi non vale universalmente, ma che ognuno sia 



56 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


convinto spontaneamente di non potere esigei’e il consenso 
dagli altri (sebbene possa trovarsi anche molto spesso 
mi estesissimo accordo su tali giudizii); e che, d’altra parto, 
sebbene il gusto della riflessione, come l’esperienza inse¬ 
gna, sia bene spesso rigettato con la sua pretesa alla va¬ 
lidità universale dei suoi giudizii (sul bello), tuttavia si 
possa ammettere (ciò che anche realmente avviene) la 
possibilità di giudizii che abbiano ragione di esigere l’uni¬ 
versale consenso, e clic questo sia effettivamente richiesto 
da ognuno pei proprii giudizii di gusto, senza che i giu¬ 
dicanti facciano questione della possibilità di tale pretesa, 
potendo essere soltanto divisi, in casi determinati, sulla 
giusta applicazione di questa facoltà di giudicare. 

Qui è innanzi tutto da notare che una universalità, che 
non abbia, fondamento sui concetti dell’oggetto (quand'an¬ 
che soltanto empirici), non è punto logica, ma estetica, 
cioè non include una quantità oggettiva del giudizio, sili 
bene soltanto una quantità soggettiva; per la quale io ado 
pero l’espressione validità comune, che indica la vali¬ 
dità non del rapporto di una rappresentazione con la fa 
colta di conoscere, ma della rappresentazione medesima 
col sentimento di piacere o dispiacere in ogni soggetto. 
(Ma si può anche adoperare la stessa espressione per la 
quantità logica del giudizio, notando però che si tratta 
di una universalità oggettiva, per distinguerla da quella 
semplicemente soggettiva, che è sempre estetica.) 

Ora, ogni giudizio oggettivamente universale è 
anche sempre soggettivo, vale a dire che, quando il giu¬ 
dizio vale per tutto ciò che è compreso in un dato con¬ 
cetto, esso vale anche per ognuno, che si rappresenti un 
soggetto secondo quel concetto. Ma da una universalità 
soggettiva, cioè quella estetica, che non ha fondamento 
in alcun concetto, non si può concludere alla universalità 
logica; perchè quella specie di giudizii non si rapporta 
all’oggetto. Ma appunto perciò l’universalità estetica, che 
è congiunta ad un giudizio, dev’essere di una specie par¬ 
ticolare, perchè essa non lega il predicato della bellezza 






ANALITICA DEL BELLO 


57 


,. i .il,lo dell’oggetto considerato nella sua intera 

ni i i logica, e tuttavia lo estende all’intera sfera dei 
i i mi icati ti. 

I ' i ; petto alla quantità logica ogni giudizio di gusto è 
mi ri icolare. Poiché io debbo riportare l’oggetto irame- 

• h ila mente al mio sentimento di piacere o dispiacere, 

• imudi senza concetti, i giudizii di gusto non possono 
nere la quantità di giudizii oggettivamente universali; 
i i.iiilunque, se la rappresentazione singola dell’oggetto 
ilei giudizio di gusto vien cambiata per via di paragone 
m un concetto secondo le condizioni che determinano il 

• indizio stesso, si possa avere un giudizio logicamente 
universale. Cosi, per esempio, la rosa, elio io guardo, la 
dichiaro bella con un giudizio di gusto; e invece il giu¬ 
dizio che corrispondo al paragono di molti giudizii parti¬ 
colari — lo rose in generale soli bello — non esprime più un 
semplice giudizio estetico, ma un giudizio logico fondato 
su di un giudizio estetico. Ora il giudizio - la rosa è pia¬ 
cevole (all’odorato) 1 - è bensì un giudizio estetico par¬ 
ticolare, ma non è un giudizio di gusto, sibbene un giudizio 
dei sensi. E si distingue dall’altro per questo, elio il giu¬ 
dizio di gusto implica la quantità estetica dell’univer¬ 
salità, cioè la validità per ognuno, che nel giudizio del 
piacevole non si può trovare. Solo i giudizii sul buono, 
sebbene aneh’essi determinino il piacere per un oggetto, 
hanno universalità logica e non soltanto estetica; perchè 
essi valgono per l’oggetto, come conoscenza di esso, e per¬ 
ciò universalmente. 

Quando si giudicano gli oggetti semplicemente secondo 
concetti, ogni rappresentazione della bellezza va perduta. 
Cosi non si può dare alcuna regola, secondo la quale, 
ognuno sarebbe obbligato a riconoscer bella qualche cosa. 
Se si tratta di giudicar bello un abito, una casa, un flore, 
non ci laseeremo insinuare il giudizio dà ragioni o prin- 


l II testo di Kant ha: « im Gebrauche » (nell’uso): « im Geniche » è cor¬ 
rezione di B. Erdmann, accettata dal Yorlander [T.]. 






58 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


eipii. Si vuol sottoporre l’oggetto ai proprii occhi, appunto 
come se il piacere dovesse dipendere dalla sensazione; e 
nondimeno, quando l’oggetto si dichiara hello, si erede di 
avere per sè una voce universale, e si esige il consenso 
fi ognuno; mentre ogni sensazione individuale dovrebbe 
decidere solo pel contemplatore e pel suo sentimento di 
piacere. 


Ora qui è da notare che nel giudizio di gusto non vien 
postulato altro che tale voce universale, riguardo al 
piacere senza mediazione di concetto, e quindi la possi¬ 
bilità di un giudizio estetico, che possa essere nello 
stesso tempo considerato valevole per ognuno. Il giudi¬ 
zio di gusto, per se stesso, non postula il consenso di 
luti, (perche ciò può farlo solo un giudizio logico, che 
fornisce ragioni); esso esige soltanto il consenso da 
ognuno come un caso della regola, per la quale esso 
aspettala conferma non da concetti, ma dalla adesione 
altrm. La voce universale è così soltanto una idea (dove 
sm il suo fondamento, non è da cercare per ora) Che 
colui che crede di sentenziare in fatto di gusto, giudichi 
ditatti secondo quest’idea, può esser dubbio; ma che egli 
vi si riferisca, e che il suo debba essere perciò un giudizio 
di gusto lo proclama egli stesso con l’espressione della 
bellezza. Ma da se stesso egli può assicurarsene con la 
semplice coscienza dell’astrazione da tutto quello che nel 
suo giudizio appartiene al piacevole e al buono; il pia¬ 
cere che ancora gli resta è quello da cui soltanto egli si 
promette il consenso di ognuno; e sotto queste condizioni, 
sarebbe giustificata la sua esigenza, se però egli non 
mancasse assai spesso di osservarle, pronunziando giudizii 
di gusto sbagliati. 









ANALITICA DEL BELLO 


59 


H '• / iinir della questione, se nel giudizio di gusto il 

utimento dì piacere preceda il giudizio sull’oggetto, o 
viceversa. 

I : i.luzione di questo quesito è la chiave della critica 
il. I ■ usto, e perciò degna di ogni attenzione. 

precedesse il piacere dato dall’oggetto, e la sua vali¬ 
li 11 i universale si dovesse poi attribuire, nel giudizio di 
liu: lo, alla rappresentazione dell’oggetto stesso, questo pro¬ 
li .li mento sarebbe in se stesso eontradittorio. Perchè al¬ 
luni il piacere non sarebbe che il semplice piacevole della 
sensazione, e quindi per sua natura potrebbe avere solo 
una validità particolare, perchè dipenderebbe immediata¬ 
mente dalla rappresentazione, con la quale è dato l’oggetto. 

Sicché è la validità universale dello stato sentimentale 
nella rappresentazione data quella che, come determina¬ 
zione soggettiva, del giudizio di gusto, dev’essere di fon¬ 
damento allo stesso, e avere per conseguenza il piacere 
circa l’oggetto. Ma nulla può avere validità universale 
se non la conoscenza o la rappresentazione in quanto è 
conoscenza. Perchè la rappresentazione solo allora è pu¬ 
ramente oggettiva, ed ha. perciò un punto generale di ri¬ 
ferimento, eoi quale la facoltà rappresentativa di tutti è 
obbligata ad accordarsi. Ora so deve essere pensato come 
puramente soggettivo il fondamento del giudizio su que¬ 
sta validità universale della rappresentazione, cioè senza 
un concedo dell’oggetto, essa non può essere altro che lo 
stato sentimentale che risulta dal rapporto dello facoltà 
rappresentative tra loro, in quanto queste riferiscono una 
rappresentazione data alla conoscenza in generalo. 

Le facoltà conoscitive, messe in giuoco da questa rap¬ 
presentazione, son qui in un giuoco libero, perchè nessun 
concetto determinato le costringe sopra una particolare 
regola di conoscenza. Sicché lo stalo sentimentale in que¬ 
sta rappresentazione deve essere quello che è costituito 
dal libero giuoco delle facoltà rappresentative, rispetto 




60 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


ad una conoscenza in generale. Ora, ad una rappresen¬ 
tazione con cui è dato un oggetto, e mediante la quale 
esso diventa in generale una conoscenza, appartengono la 
fantasia, per l’unione del molteplice dell’intuizione, e 
1 intelletto, per l'unità del concetto che unisce le rap¬ 
presentazioni. Questo stato di libero giuoco delle fa¬ 
coltà conoscitive mediante la rappresentazione con cui è 
dato un oggetto, può essere universalmente condiviso; 
perchè la conoscenza, come determinazione dell’oggetto, 
con cui date rappresentazioni (in qualunque soggetto) 
debbono accordarsi, è l’unica specie di rappresentazione 
che valga per ognuno. 

La comunicabilità soggettiva universale del modo di 
rappresentazione propria del giudizio di gusto, poiché 
deve sussistere senza presupporre un concetto determinato, 
non può essere altro che lo stato sentimentale del libero 
giuoco della fantasia e dell’intelletto (in quanto essi si 
accordano, come deve avvenire per una conoscenza in 
generale); perchè noi sappiamo che questo rapporto 
soggettivo appropriato alla conoscenza in generale deve 
valere per ognuno, e quindi essere universalmente comu¬ 
nicabile, come è ogni determinata conoscenza, che però 
riposa sempre su quel rapporto in quanto condizione sog¬ 
gettiva. 

Ora, questo giudizio puramente soggettivo (estetico) 
dell’oggetto, o della rappresentazione con cui esso è dato, 
precede il piacere che si ha dall’oggetto, e il fondamento 
di questo piacere è nell’armonia delle facoltà di conoscere; 
ma su quell’universalità delle condizioni soggettive nel 
giudizio degli oggetti si fonda soltanto questa validità 
soggettiva universale del piacere, che noi leghiamo alla 
rappresentazione dell’oggetto, che chiamiamo bello. 

Che il poter comunicare il proprio stato sentimentale 
anche solo riguardo alle facoltà di conoscere, porti con 
se un piacere, si potrebbe dimostrare con la naturale teu- 
( enza dell’uomo alla società (empirica o psicologica). Ma 
ciò non e sufficiente pel nostro scopo. Il piacere che noi 








ANALITICA DEL BELLO 


61 


,, ... In («sigiamo come necessario da ognuno nel 

....li gusto, quando diciamo bella qualche cosa, pro- 

.(ime so esso fosse da considerarsi come una pro- 

r , 1,1,1 iIrIl’oggetto, determinata in questo secondo concetti; 

, I, in la bellezza per sè, senza il riferimento al senti- 
.in del soggetto, non è nulla. Ma la soluzione di que¬ 
lli , questione possiamo riservarla fino alla risposta a 
in l’altra: se e come siano possibili giudizii estetici a 
l>viori. 

Ora occupiamoci ancora della questione subordinata: 
H i lio modo, nel giudizio ili gusto, noi siamo coscienti di 
min scambievole accordo soggettivo delle facoltà di co- 
uiiseore, se esteticamente, mediante il semplice senso in- 
I.tuo e la sensazione, o intellettualmente, mediante la eo- 
■eienza della nostra volontaria attività, con la quale le 
noniamo in giuoco. 

Se la rappresentazione data, che dà luogo al giudizio, 
l'esse un concetto che unisse l’intelletto c l’immaginazione 
iiel giudizio dell’oggetto allo scopo di conoscerlo, la co¬ 
scienza di questo rapporto sarebbe intellettuale (come 
nello schematismo oggettivo della facoltà del giudizio, 
di cui tratta la Critica). Ma allora il giudizio non sarebbe 
dato relativamente al piacere o al dispiacere, e perciò 
non sarebbe un giudizio di gusto. TI giudizio di gusto de¬ 
termina l’oggetto riguardo al piacere c al dispiacere della 
bellezza, indipendentemente da concetti. E quindi quel¬ 
l’unità. soggettiva del rapporto si rende conoscibile solo 
mediante la sensazione. Lo stato delle facoltà (l’intelletto 
e l’immaginazione), animate ciascuna da una determi¬ 
nata attività, concordanti però all’occasione della rappre¬ 
sentazione data, — da quell’attività, vale a dire, che ap¬ 
partiene ad una conoscenza in generale, — è la sensazione, 
di cui l’universale comunicabilità è postulata dal giudi¬ 
zio di gusto. Un rapporto oggettivo può essere soltanto 
pensato; ma in quanto esso, secondo le sue condizioni, è 
soggettivo, può essere sentito nel suo effetto sul senti¬ 
mento: e di un rapporto che non abbia a fondamento 








(52 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


alcun concetto (come quello della facoltà rappresentativa 
con una facolta di conoscere in generale) non vi è altra 

coscienza chela Sensaziontì dell’effetto prodotto dal facile 

giuoco delle due facoltà dell’animo (intelletto ed immagi¬ 
nazione), avvivate da un accordo reciproco. Una rappre¬ 
sentazione, che in quanto singola e senza confronti con 
aUre, si accordi nondimeno con le condizioni dell’univer- 
* ’7 « ual « costituisce la funzione dell’intelletto in 

g^ orale,-da alle facoltà conoscitive quell’accordo pro¬ 
porzionato che noi cerchiamo in ogni conoscenza, e rite¬ 
niamo valevole, quindi, per ognuno che debba g udicare 
mediante l’intelletto e il senso collegati tra loro (per o^n 


Definizione duo bullo derivaste dal secondo momento. 

È bello ciò che piace universalmente senza concetto. 


Terzo momento dei giddizti di gusto 

SECONDO LA RELAZIONE CON LO SCOPO, CHE i N ESSI 
È PRESA IN CONSIDERAZIONE. 


§ 10. - Della finalità in generale. 

Se si vuol definire che cosa sia uno scopo secondo le 
UC determi “azioni trascendentali (senza presupporre 
mente di empirico, come sarebbe il sentimento di piacere) 

derato “ ° 0Iieett0 ’ ia quanto Questo è consi¬ 

derato come la causa di quello (il fondamento reale della 

sua possibilità); e la causalità di un concetto rispetto 

non sipens s°, ° fmalità (forma W*>- Così, Quando 
non si pensa semplicemente la conoscenza d’un oggetto 

ma 1 oggetto stesso (la sua forma o l a sua esisttnza)' 

come un effetto, possibile solo mediante un concetto dd- 







ANALITICA DEL BELLO 


63 


i ■ li ni lo medesimo, allora si pensa imo scopo. La rappre- 
Hi'iiinyiione dell’effetto è allora il principio che ne deter- 

■ ni na la causa, e la precede. La coscienza della causalità 

■ Im ha una rappresentazione rispetto allo stato del sog¬ 
li ilo, e che ha per iscopo di conservarlo in questo 

lato, può designare qui in generale ciò che si chiama 
piacere; e invece il dispiacere è quella rappresentazione, 

■ Im dà allo stato rappresentativo il motivo a determinarsi 
per la sua contraria (rigettando e disfacendosi dell’altra). 

La facoltà di desiderare, in quanto può esser determi¬ 
nata ad agire solo mediante concetti, cioè secondo la rap¬ 
presentazione di uno scopo, sarebbe la volontà. Ma un 
oggetto, uno stato d’animo o anche un’azione, è detto con¬ 
tenne al line anche se la sua possibilità non presuppone 
necessariamente la rappresentazione di uno scopo, e pel 
semplice fatto che la sua possibilità non può essere spie¬ 
gata e concepita da noi, se non ammettendo come prin¬ 
cipio di essa una causalità secondo fini, cioè una volontà, 
che l’abbia così ordinata secondo la rappresentazione di 
una certa regola. La finalità dunque può essere senza 
scopo, quando non possiamo porre in una volontà la causa 
di quella forma, e tuttavia non possiamo concepire la 
spiegazione della sua possibilità se non derivandola da 
una volontà. Ora, ciò che è oggetto della nostra osserva¬ 
zione non dobbiamo sempre riguardarlo necessariamente 
mediante la ragione (secondo la sua possibilità). Sicché 
possiamo almeno giudicare secondo una finalità della 
forma, senza porre a fondamento di essa uno scopo (come 
materia del nexus finalis), o scorgerla negli oggetti, seb¬ 
bene non altrimenti che con la riflessione. 






64 


PARTE X-SEZIONE I - LIBRO I 


§ 11 . Il giudizio di gusto non ha a fondamento se non la 
forma della finalità di un oggetto (o della sua rap¬ 
presentazione). n 

wi 7T’ qUand ° è eonsiderato fondamento del 
piacere, lini» he a un interesse, come causa determinante 
el giudizio sull og^tto che suscita il piacere. Sicché non 
può esserv! nessuno scopo soggettivo a fondamento del 
ffiud.zio di gusto. Il giudizio di gusto però, non può essere 

oggettivo 'r! !!!" 11110 da ' J , a y api1resen tazione di uno scopo I 
P^incipU dcllf , P °r a de]Vo ^ oUo secondo 

c »nceito del t ^ T™ ** Ani, e quindi da un 
concetto del buono; poiché esso è un giudizio estetico I 

2 "°-"* «.. « 

• , ' 1 "n concetto della qualità o della possibilità 

«<•"» «««, derivante d“,Te st » “ 
a causa, ma soltanto il rapporto delle facoltà cono 

presentazione. 10 ' " qaant ° 8 ° n ° determinate da -a rap- 

eZ“°è 3"'°' , , ”° d ° ““«'‘'o “ detormìn,, 

>me peno, e legato col sentimento di un piacere 

Per ogmmo SteSS ° Ò ^ ffÌudÌzio di «™to come valido 
giudeo no,'! puà r SegUenZa ’ la ° aUSa Sminante del 

g uuizio non può essere una sensazione piacevole che 

di W oggetto, senza ness7hn^7 1 
tiV °). « Quindi la semplice fo^VdZCm ZT^ 
Presentazione con cui un oggetto ci è d ,t ó rap ' 

—“ taire f —» 











ANALITICA DEL BELLO 


65 


l". Il giudizio di gusto riposa su principii a priori. 

Nlabilire a priori, il legame del sentimento di piacerò o 
■li piacere, come effetto, con una Qualunque rappresenta- 
i nino (sensazione o concetto), in quanto causa, è assolu- 
i iMielite impossibile; si tratterebbe d’un principio di cau- 
iiilità, il quale (tra gli oggetti dell’esperienza) non può 
• .‘.or mai riconosciuto se non a poster ori. e mediante la 
esperienza stessa. Nella critica della ragion pratica ab- 
mmno, è vero, derivato effettivamente a priori da concetti 
morali universali il sentimento della stima (come una 
particolare e propria modificazione di quel sentimento, la 
quale non può in verità aver riscontro nò nel piacere uè 
nel dispiacere elio riceviamo dagli oggetti empirici). Ma 
lì noi potevamo anche superare i limiti dell’esperienza, 
ed invocare una causalità fondata su una qualità sopra¬ 
sensibile del soggetto, cioè la causalità della libertà. An¬ 
che lì, del resto, non facevamo dipendere propriamente 
questo sentimento dall’idea della moralità in quanto 
causa, e derivavamo da questa soltanto la determina¬ 
zione della volontà. Ma lo stato d’animo di una volontà 
in qualsiasi modo determinata è già in se stesso un sen¬ 
timento di piacere e identico con questo; non ne segue 
come effetto: la qual cosa si dovrebbe ammettere solo 
quando il concetto della moralità, in quanto è un bene, 
precedesse la determinazione della volontà mediante la 
legge; perchè allora il piacere, che sarebbe legato col 
concetto, invano si deriverebbe da questo come da una 
semplice conoscenza. 

Lo stesso si può dire del piacere nel giudizio estetico: 
solo che qui esso è puramente contemplativo e senza alcun 
interesse per l’oggetto, mentre nel giudizio morale è pra¬ 
tico. La coscienza della finalità puramente formalo nel 
giuoco delle facoltà conoscitive del soggetto, suscitata da 
una rappresentazione con cui un oggetto è dato, è il pia¬ 
cere stesso, perchè essa implica una causa determinante 


E. Kant, Crìtica del giudizio. 


5 






PARTE I-SEZIONE I - LIBRO I 

l'attività del soggetto e diretta a vivificare le sue facoltà 
conoscitive, e quindi una causalità interna (che è finale) 
rispetto alla conoscenza in generale, senza però essere 
limitata ad una determinata conoscenza; e perciò ancora 
una semplice forma della finalità, soggettiva di una rap¬ 
presentazione in un giudizio estetico. Questo piacere non 
è nemmeno pratico, come quello del piacevole che ha fon¬ 
damento patologico, o come quello che ha a fondamento 
intellettuale la rappresentazione del bene. Esso ha però 
una causalità in se stesso, che consiste nel conservare, 
senza uno scopo ulteriore, lo stato delle rappresentazioni 
stesse e il giuoco delle facoltà conoscitive. Noi indu¬ 
giamo nella contemplazione del hello, perchè essa si rin- 
loiza e si riproduce da sè: e questo indugio è analogo 
(ma non identico) a quello che si ha, quando qualche 
attrattiva nella rappresentazione dell’oggetto eccita con¬ 
tinuamente 1 attenzione, mentre l’animo resta passivo. 


§ 13 . — II puro giudizio di. gusto è indipendente 
da attrattive ed emozioni. 

Ogni interesse corrompe il giudizio di gusto e gli toglie 
la sua imparzialità, in ispecie quando (al contrario del- 
T interesse della ragione) esso non pone la finalità avanti 
al sentimento di piacere, ma fonda quella su questo; ciò 
che sempre avviene nel giudizio estetico su alcuna cosa, 
quando questa produce piacere o dolore. Perciò i giudizii 
così modificati non possono avere alcuna pretesa alla 
validità universale del piacere, o possono averla tanto 
meno quanto maggiore ò il numero delle sensazioni di 
questa specie, che si trovano tra le cause determinanti del 
gusto. Il gusto resta sempre barbarico, quando abbia bi¬ 
sogno di unire al piacere le attrattive e le emozioni, 
o di queste faccia anche il criterio del suo consenso. 

Intanto, le attrattive uon solo sono spesso attribuite 
alla bellezza (che dovrebbe riguardare propriamente solo 











ANALITICA DEL BELLO 


<>7 

In l'orma), come un contributo al piacere estetico di vali¬ 
ti l.i universale, ma son date esse stesse come bellezze, e 
l i materia del piacere viene scambiata con la forma: un 
ira intendimento che, come parecchi altri, ha pure qual¬ 
che fondamento di verità, e si può eliminare mediante 
un’esatta determinazione di questi concetti. 

Un giudizio di gusto, su cui non hanno influsso l’attrat¬ 
tiva e l’emozione (sebbene l’una e l’altra possano congiun¬ 
gersi col piacere del bello), e che ha quindi come causa 
determinante soltanto la finalità della forma, è un puro 
giudizio di gusto. 


§ 14. — Illustrazione con esempli. 

I giudizii estetici, proprio come i teoretici (logici), pos¬ 
sono distinguersi in empirici e puri. I primi sono quelli 
che esprimono ciò che ò piacevole o dispiacevole, i secondi 
affermano la bellezza d’un oggetto o della sua rappre¬ 
sentazione; quelli sono giudizii dei sensi (giudizii estetici 
materiali), questi (come formali) sono soltanto veri giu¬ 
dizii di gusto. 

Un giudizio di gusto, dunque, è puro solo quando nessun 
piacere semplicemente empirico è mescolato alla sua 
causa determinante. Il che però avviene sempre, quando 
l’attrattiva o la emozione hanno una parte nel giudizio, 
col quale una cosa dev’essere dichiarata bella. 

Qui di nuovo si affacciano parecchie obiezioni, le quali 
in sostanza vogliono gabbare l’attrattiva non soltanto 
come necessario ingrediente della bellezza, ma come per 
se stessa sufficiente ad esser chiamata bella. Un semplice 
colore, per esempio il verde di un prato, un semplice suono 
(a differenza del rumore e del frastuono), come quello di 
un violino, in generale son dichiarati belli per se stessi; 
sebbene entrambi mostrino di aver a fondamento la sem¬ 
plice materia della rappresentazione, cioè unicamente la 
sensazione, e perciò meriterebbero di esser chiamati sol- 








-— 


r,H PARTE I-SEZIONE I - LIBRO I 

I ,iu|,o piacevoli. Ma nello stesso tempo si noterà che la 
sensazione del colore, come quella del suono, non possono 
essere giustamente ritenute belle, se non in quanto sono 
pure; ed è questa una determinazione che già riguarda 
la forma, ed è anche l’unica in queste rappresentazioni 
che si possa con certezza universalmente comunicare; 
perchè la qualità delle sensazioni non si può ammettere 
come concordante in tutti i soggetti, e la superiorità, 
riguardo al piacevole, di un colore sull’altro, o del suono 
di uno strumento musicale su quello d’un altro, difficil¬ 
mente si può ammettere che sia giudicata da ognuno in 
questa maniera. 

Si ammetta con Eulero che i colori siano un sèguito 
di vibrazioni isocrone (pulsus) dell’etere, come le note 
son vibrazioni isocrone dell’aria messa in movimento, e. 
ciò che più importa, clic l’animo possa percepire non sol¬ 
tanto, mediante il senso, l’effetto di ciò sull’attività del¬ 
l’organo, ma anche, con la riflessione (di che dubito assai), 
il giuoco regolare delle impressioni (e quindi la forma 
nell’unione di diverse rappresentazioni). Colore e nota, 
allora, anziché semplici sensazioni, sarebbero già una de¬ 
terminazione formale dell’unità di un molteplice, e perciò 
potrebbero essere considerati per se stessi come bellezze. 

Ma, quando si parla per la purezza di una sensazione 
semplice, s’intendo che la sua uniformità non è turbata 
ed interrotta da alcuna sensazione estranea, e che essa 
appartiene soltanto alla forma: perchè si può astrarre 
dalla qualità della sensazione (non guardare se essa rap¬ 
presenti un suono o un colore, e quale suono o colore). 
È perciò che tutti i colori semplici, in quanto son puri, 
son ritenuti belli; i misti non hanno questa proprietà, 
appunto perchè, non essendo semplici, non si ha alcun 
criterio per giudicare se essi sono o no da riguardarsi 
come puri. 

È un errore comune però, e molto nocivo alla purezza 
originaria del gusto, il credere che la bellezza, la quale 
consisto nella forma, possa essere aumentata dall’attrat- 













ANALITICA DEL BELLO 


69 


li vii; sebbene si possano aggiungere attrattive alla bel¬ 
lezza, per interessare l’animo anche mediante la rap¬ 
presentazione dell’oggetto, indipendentemente dal puro 
piacere del gusto, e per favorire il gusto, e la sua coltura, 
raccomandandogli la bellezza, specialmente quando esso è 
ancora rozzo ed incolto. Ma le attrattive effettivamente 
turbano il giudizio di gusto, attirando a sè l’attenzione, 
come se fossero esse i motivi del giudizio sulla bellezza. 
Perchè esse sono tanto lungi dal contribuire alla bel¬ 
lezza che, piuttosto, possono essere solamente tollerate 
come estranee, in quanto non guastano la bella l'orma, 
quando il gusto sia ancora debole ed incolto. 

Nella pittura, nella scultura, e in tutte le arti figurative, 
l’archi lettura, il giardinaggio, in quanto sono arti belle, 
l’essenziale è il disegno, in cui ogni affermazione del 
gusto non riposa su ciò che alletta nella sensazione, ma 
su ciò che piace semplicemente per la sua forma. 1 colori, 
che avvivano il disegno, appartengono all'attrattiva; pos¬ 
sono bensì render grato l’oggetto per la sensazione, ma 
non farlo degno dell’intuizione, e bello; sono, invece, quasi 
sempre molto limitati da ciò clic esige la bella forma, ed 
anche dove si può fare una parte all’attrattiva, è sempre 
la forma che li nobilita. 

Ogni forma degli oggetti dei sensi (dei sensi esterni e, 
mediatamente, anche dei scusi interni) è o figura o 
giuoco; nel secondo caso, o giuoco delle figure (nello 
spazio, la mimica e la danza), o semplice giuoco delle sen¬ 
sazioni (nel tempo). L’attrattiva dei colori o dei suoni 
piacevoli di uno strumento può contribuire all’effetto; ma 
il disegno nel primo caso, e la composizione nel secondo, 
costituiscono l’oggetto proprio del puro giudizio di gusto; 
o se la purezza dei colori e dei suoni, o anche la loro 
varietà e il loro contrasto, sembrano contribuire alla 
bellezza, ciò non vuol tanto dire che essi, poiché sono 
piacevoli per se stessi, possano portare un contributo omo- 
l'eneo al piacere della forma, ma solo che la rendono più 
esalta incute, determinatamente e perfettamente intuibile. 






70 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


vivificando con la loro attrattiva la rappresentazione, ri¬ 
svegliando e conservando l’attenzione sull’oggetto. 

Anche (nielli che si chiamano fregi (parerga), vale a 
dire quelle cose che non appartengono intimamente, come 
parte costitutiva, alla rappresentazione totale dell’oggetto, 
ma, come accessorii esteriori, aumentano il piacere del 
gusto, non compiono tale ufficio se non per via della loro 
forma: così le cornici dei quadri, i panneggiamenti delle 
statue, i peristilii degli edifizii. Ma, se il fregio non con¬ 
siste esso stesso nella bella forma, ed è adoperato, come 
le cornici dorate, soltanto per raccomandare il quadro 
all’ammirazione mediante l’attrattiva, allora osso si chiama 
ornamento, e nuoce alla pura bellezza. 

L’emozione, o quella sensazione in cui il piacere non 
è prodotto che da una sospensione momentanea, seguita 
da una più forte espansione, della forza vitale, non ap¬ 
partiene punto alla bellezza. Ma il sublime (con cui è le¬ 
gato il sentimento dell’emozione) richiede una misura del 
giudizio diversa da quella che è di fondamento al gusto; 
e cosi un puro giudizio di gusto non ha come causa de¬ 
terminante nò l’attrattiva nè l’emozione, in una parola 
non ha alcuna sensazione come materia del giudizio 
estetico. 


§ 15. — Il giudizio dì gusto è del tutto indipendente 
dal concetto della perfezione. 

La finalità oggettiva può essere riconosciuta sola¬ 
mente per mezzo del rapporto del molteplice con uno scopo 
determinato, cioè per mezzo di un concetto. Da questo 
soltanto già risulta chiaro che il bello, il cui giudizio ha 
a fondamento una finalità puramente formale, cioè una 
finalità senza scopo, è del tutto indipendente dalla rap¬ 
presentazione del bene, la quale presuppone una finalità 
oggettiva, vale a dire la relazione dell’oggetto con uno 
scopo determinato. 






ANALITICA DEL BELLO 


71 


La finalità oggettiva o è esterna, utilità, o interna, 
perfezione dell’oggetto. Cfie il piacere suscitato da un 
oggetto, che chiamiamo bello, non possa riposare sulla 
rappresentazione della sua utilità, è stato sufficientemente 
dimostrato nei due paragrafi precedenti; perchè allora 
esso non sarebbe una soddisfazione suscitata immedia¬ 
tamente dall’oggetto, che è la condizione essenziale del 
giudizio sulla bellezza. Ma una finalità oggettiva interna, 
cioè la perfezione, si avvicina di più al predicato della 
bellezza; e perciò anche da rinomati filosofi è stata iden¬ 
tificata con la bellezza stessa, con la condizione però che 
sia pensata confusamente. È della massima impor¬ 
tanza, in una critica del gusto, decidere se anche la bel¬ 
lezza possa effettivamente risolversi nel concetto della 
perfezione. 

Per giudicare della finalità oggettiva abbiamo bisogno 
sempre del concetto di uno scopo e, — se tale finalità non 
dev’essere esterna (utilità), ma interna, — del concetto di 
uno scopo interno, che contenga il principio della possi¬ 
bilità interna dell’oggetto. Ora, poiché in generale è uno 
scopo quello il cui concetto può essere riguardato come 
il principio della possibilità dell’oggetto stesso, per rap¬ 
presentarsi una finalità oggettiva in una cosa, deve pre¬ 
cedere il concetto di questa, di ciò che la cosa deve 
essere; e l’accordo del molteplice di essa con questo con¬ 
cetto (che dà la regola dell’unione del molteplice) è la 
perfezione qualitativa di una cosa. Da questa è del 
tutto diversa la perfezione quantitativa come sarebbe 
quella di una cosa qualunque nella sua specie, e che è 
un semplice concetto di grandezza (totalità), in cui ciò 
che la cosa deve essere è pensato come determinato 
anteriormente, e si cerca soltanto se in essa è tutto 
quello che vi si devo trovare. Ciò che è formale nella 
rappresentazione di una cosa, cioè l’accordo del molteplice 
nell’unità (che non è determinato che cosa debba essere), 
non dà, per se stesso, alcuna finalità da riconoscere; per¬ 
chè, fatta astrazione da questa unità come scopo (da 



— 


72 PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 

ciò che la cosa devo essere), non resta altro che la fina¬ 
lità soggettiva delle rappresentazioni nell’animo di colui 
che intuisce; la quale mostra bensì una certa finalità dello 
stato rappresentativo del soggetto e un certo gradimento 
nel 1’accogliere con l’immaginazione una data forma, ma 
non dà punto la perfezione di un oggetto, che in tal caso 
non è pensato col concetto di uno scopo. Così, per esempio, 
se io incontro in una foresta un prato intorno a cui sono 
in circolo degli alberi, e non mi rappresento qualche 
scopo che esso potrebbe avere, di servire, poniamo, alla 
danza campestre, mediante la semplice sua forma, non 
mi è dato il minimo concetto di perfezione. Ma rappresen¬ 
tarsi una finalità formale oggettiva senza scopo, cioè 
la semplice forma di una perfezione (senza qualche 
materia, e senza il concetto di ciò con cui deve avve¬ 
nire l’accordo, se anche si trattasse della semplice idea 
d’nna regolarità in generale), è una vera contradizione. 

Ora il giudizio di gusto è un giudizio estetico, cioè 
tale che riposa su prineipii soggettivi, e di cui causa de¬ 
terminante non può essere un concetto, e quindi nemmeno 
quello di uno scopo determinato. Sicché, mediante la bel¬ 
lezza, in quanto finalità soggettiva formale, non si pensa 
affatto una perfezione dell’oggetto, come finalità, che è 
data per formale, ma non pertanto è oggettiva: è vano 
credere che i concetti del bello e del buono differiscano 
solo per la forma logica, e che il primo sia un concetto 
confuso, il secondo un concetto chiaro della perfezione, 
pur essendo identici nella sostanza e nell’origine: perchè 
allora non vi sarebbe tra essi alcuna differenza specifica, 
e un giudizio di gusto sarebbe un giudizio di conoscenza 
come quello con cui una cosa è dichiarata buona; sarebbe 
qui come quando l’uomo comune dice che la frode è in¬ 
giusta, e fonda il suo giudizio sopra prineipii razionali 
confusi, mentre il filosofo l'onda lo stesso giudizio su prin- 
cipii chiari, ma in fondo si appoggiano entrambi agli 
stessi prineipii razionali. Io però ho già fatto notare che 
un giudizio estetico è unieo nella sua specie, e non dà 











ANALITICA PKL ItKOIiO 


7,'t 

ii .'.oIiiIhiikmiìo iilcuiiii conoscenza (nemmeno confusa) del 
l'<>,«tiretto; la conoscenza è data solo da un giudizio logico; 
poiché l’altra riferisce unicamente al soggetto la rappre¬ 
sentazione con cui è dato un oggetto, e non ne dà a co¬ 
noscere alcuna proprietà, rivelando solo la forma Anale 
nella determinazione delle facoltà rappresentative, ohe 
son messe in azione. Il giudizio si chiama estetico appunto 
perchè la sua causa determinante non è un concetto, ma 
il sentimento (del senso interno) di quell’accordo nel 
giuoco delle facoltà dell’animo, in quanto può essere sol¬ 
tanto sentito. Invece, se si volessero chiamare estetici i 
concetti confusi, c il giudizio oggettivo cui essi stanno a 
fondamento, si avrebbe un intelletto che giudicherebbe 
sensibilmente, un senso che si rappresenterebbe i suoi 
oggetti mediante concetti: un assurdo in entrambi i casi. 
La facoltà dei concetti, confusi o chiari che siano, è l’in¬ 
telletto; o sebbene nel giudizio di gusto, in quanto giu¬ 
dizio estetico, entri (come in tutti i giudizii) anche l’in¬ 
telletto, esso vi entra però non come facoltà della cono¬ 
scenza di un oggetto, ma cóme facoltà della determinazione 
del giudizio sull’oggetto o sulla sua rappresentazione 
(senza concetto), secondo il rapporto di questa al soggetto 
e al suo sentimento interno, in modo cioè che il giudizio 
sia possibile secondo una regola universale. 


§16 .—II giudizio di gusto, col quale un oggetto è dichia¬ 
rato bello sotto la condizione di un determinato concetto, 
non è puro. 

Vi son due specie di bellezza: la bellezza libera (pulchri- 
tudo vaga), e la bellezza semplicemente aderente (pulchri- 
ludo adhaercns). La prima non presuppone un concetto di 
ciò che l’oggetto deve essere; la seconda presuppone que¬ 
sto concetto, e la perfezione dell’oggetto alla stregua di 
esso. La prima si dice bellezza (per sè stante) di questa 
o quella cosa; l’altra, essendo aderente ad un concetto 






VI 


l’AltTK I suzioni 


i uhm i i 


(bollezzn condizionata), è nllnbiiilii n<I nrr.ntti. i quali 
''lamio «otto il concetto ili uno «co|io pariicolare. 

I fiori .sono bellezze naturali li lami. Dilllcilmonto si sa, 
senza essere botanico, elio cosa debba essere un (loro, e 
li botanico stesso, che vede nel fioro l'or/vuno riproduttore 
della pianta, quando dà del fiore un giudizio di gusto, 
non ba riguardo a questo scopo della natura. Sicché a 
questo giudizio non è messo a fondamento qualche per¬ 
fezione, di nessuna specie, alcuna finalità interna, cui si 
rapporti l’unità del molteplice. Molti uccelli (il pappa¬ 
gallo, il colibrì, 1’ucccllo di paradiso), una quantità di 
conchiglie, sono bellezze per se stessi, che non convengono 
ad un oggetto determinato secondo concetti in vista della 
sua destinazione; piacciono liberamente e per sé. Così 
per se stessi non significano nulla i disegni à la grecque, 
x fogliami delle cornici e dei tappeti di carta: non rap¬ 
presentano nulla, nessun oggetto sotto un concetto deter¬ 
minato, c sono bellezze libere. Si possono considerare 
come della stessa specie quelle che in musica si chiamano 
fantasie (senza tema), ed anche tutta la musica senza 
testo. 

Nel giudizio d’una bellezza libera (secondo la semplice 
forma) il giudizio di gusto è puro. Non è presupposto 
alcun concetto di scopo, cui debba rispondere il molteplice 
dell’oggetto dato, e quindi ciò che l’oggetto deve rappre¬ 
sentare: con che sarebbe limitata la libertà dell’imma¬ 
ginazione, la quale in certo modo giuoca nella contempla¬ 
zione della figura. 

Ma la bellezza di un uomo (e nella stessa specie, quella 
di un uomo, di una donna, d’un bambino), la bellezza di 
un cavallo, di un edilìzio (come una chiesa, un palazzo, 
un arsenale, una casa campestre), presuppone un concetto 
di scopo, che determina ciò che la cosa deve essere, e 
quindi un concetto della sua perfezione; ed è perciò una 
bellezza aderente. Ora, allo stesso modo che l’unione del 
piacevole (della sensazione) con la bellezza, che riguarda 
propriamente solo la forma, impediva la purezza del giu- 













ANALITICA DEL BELLO 


75 


dizio di gusto, la purezza stessa è alterata dall’unione del 
buono (cioè dal molteplice in quanto è buono rispetto 
all’oggetto, secondo il suo fine) con la bellezza. 

Si potrebbe adornare un edilizio con molte cose piace¬ 
voli immediatamente all’intuizione, se esso non dovesse 
essere una chiesa; si potrebbe abbellire una figura umana 
con ogni sorta di disegni e tratti di forme spigliate e 
regolari, come fanno i neozelandesi col loro tatuaggio, 
se non si trattasse di un uomo; e un uomo potrebbe avere 
lineamenti molto più fini e nel volto un contorno più 
grazioso e dolce, soltanto se non dovesse rappresentare 
un uomo, o, peggio, un guerriero. 

Ora il piacere che in una cosa si ha dal molteplice, in 
relazione con lo scopo intorno che determina la possibilità 
della cosa stessa, è un piacere fondato sopra un concetto; 
ma il piacere della bellezza è tale che non presuppone al¬ 
cun concetto, ed è legato invece immediatamente con la 
rappresentazione con cui l’oggetto è dato (non con cui è 
pensato). Se riguardo all’ultimo, il giudizio di gusto si 
fa dipendere dallo scopo, che è nel piamo come giudizio 
di ragione, e vien così delimitato, esso cessa di essere un 
libero e puro giudizio di gusto. 

Il gusto, veramente, da questa unione del piacere este¬ 
tico col piacere intellettuale, guadagna questo, che vien 
fissato e se non diventa universale, gli possono però essere 
prescritte regole relativamente a certi oggetti che son de¬ 
terminati secondo fini. Queste però non sono regole del 
gusto, ma soltanto dell’unione del gusto con la ragione, 
cioè del bello col buono, in virtù delle quali il primo 
diventa adoperabile come strumento della volontà rispetto 
al secondo, allo scopo di subordinare quella disposizione 
d’animo che si alimenta da sè ed ha una validità sogget¬ 
tiva universale, a quella maniera di pensare che può 
essere mantenuta solo mediante un laborioso proposito, 
ma che ha una validità universale oggettiva. In verità, nè 
la perfezione acquista dalla bellezza, nè questa da quella; 
ma poiché quando compariamo la rappresentazione con 









76 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


cui è dato un oggetto con l’oggetto (quale deve essere), 
mediante un concetto, non possiamo evitare che contem¬ 
poraneamente ad essa si unisca la sensazione che ne rice¬ 
viamo,— quando i due stati dell’animo si accordino, quella 
che se ne avvantaggia è la facoltà rappresentativa 
nel suo complesso. (| 

Un giudizio di gusto sopra un oggetto avente uno scopo 
interno determinato sarebbe puro, o quando il giudicante 
non avesse alcun concetto di questo scopo, o quando nel 
giudizio ne facesse astrazione. Ma allora, anche pronun 
ziando un giudizio di gusto esatto, in quanto giudica l’og- 
getto come bellezza libera, egli sarebbe biasimato ed accu¬ 
sato di avere un gusto falso da colui che considera la bel¬ 
lezza dell’oggetto come qualità aderente (che guarda allo 
scopo dell’oggetto); mentre pure ognuno dal suo punto di 
vista giudicherebbe rettamente: l’uno, secondo ciò che ha 
sotto i sensi, l’altro, secondo quello che ha nel pensiero. 
Con questa distinzione si possono comporre molte discor¬ 
die tra quelli che giudicano di gusto sulla bellezza, mo¬ 
strando loro che l’uno parla della bellezza libera, l’altro 
della bellezza aderente, il primo dà un puro giudizio di 
gusto, il secondo un giudizio di gusto applicato. 


§ 17. — Dell’ ideale della bellezza. 

Non si può dare alcuna regola oggettiva del gusto, 
che determini per mezzo di concetti che cosa sia bello. 
Perchè ogni giudizio derivante da questa fonte è estetico; 
in altri termini, la sua causa determinante è il sentimento 
del soggetto, non un concetto dell’oggetto. Il cercare un 
principio de] gusto, che sia il criterio universale del bello 
mediante concetti determinati, è una fatica vana, perchè 
ciò che si cerea è impossibile e in se stesso contradittorio. 
La comunicabilità universale della sensazione (di piacere 
o dispiacere), ed una comunicabilità tale che sussiste senza 
concetto; l’accordo, per quanto è possibile, di tutti i tempi 











ANALITICA DEL BELLO 


77 


.« di tutti i popoli riguardo a questo sentimento nella 
rappresentazione di certi oggetti: è questo il criterio empi¬ 
rico, per quanto debole, e appena sufficiente alla conget¬ 
tura, col quale si possa derivare un gusto così autenticato 
per via di esempii, da quel principio, profondamente na¬ 
scosto e comune a tutti gli uomini, dell’accordo nel giudi¬ 
zio delle forme sotto cui son dati loro gli oggetti. 

R perciò che si considerano alcuni prodotti del gusto 
come esemplari; il che non vuol dire che il gusto possa 
acquistarsi con l’imitazione. Perchè il gusto deve essere 
una facoltà originale: chi imita un modello mostra abilità, 
in quanto riesce, ma dà prova di gusto solo in quanto 
può giudicare il modello stesso 1 . E da ciò si vede che il 
modello supremo, il prototipo del gusto, è una semplice 
idea che ognuno deve trarre da se stesso, e secondo Ja 
quale deve giudicare tutto ciò che è oggetto del gusto, 
che è modello del giudizio di gusto, ed anche il gusto di 
ciascuno. Idea significa propriamente un concetto della 
ragione, e ideale la rappresentazione di un’esistenza sin¬ 
gola in quanto è adeguata ad un’idea. Perciò quel proto¬ 
tipo del gusto, che riposa certamente sull’idea indefinita 
di un massimo fornita dalla ragione, e che non può essere 
rappresentato mediante concetti, ma soltanto in una rap¬ 
presentazione singola, sarebbe chiamato meglio l’ideale 
del bello; un ideale che, se non lo possediamo, ci sforziamo 
di produrlo in noi. Ma sarà semplicemente un ideale del- 
l'immaginazione, appunto perchè non riposa sopra con¬ 
cetti, ma sulla esibizione, e la facoltà della esibizione è 
P immaginazione. — Come arriviamo a questo ideale della 
bellezza7 A priori o empiricamente? E ancora: quale spe¬ 
cie di bellezza è capace di un ideale? 


i I modelli del gusto, relativamente alle urti della parola, debbono essere 
presi da una lingua morto e dotta : da una lingua morta, per non subire i 
cambiamenti che colpiscono inevitabilmente le lingue viventi, per cui le espres¬ 
sioni nobili una volta diventano triviali, quelle che erano in uso diventano 
vecchie, e le nuove hanno una breve durata; in una lingua dotta, perchè vi 
sia una grammatica non sottoposta alle variazioni arbitrarie della moda, e che 
conservi le sue regole immutabili. 







i uni i 


In bellezza. 
i'mhito una 
■ limite un 


lu primo lu<>r<>, ni deve he..j,|,,,,,,, , 

|ior la «lutilo hì «levi' eori'iiio un uleolo imu i>uo 
ln> Il uzza vaga. ina unii lui l<< „ h„ ,,i„ ,,, 
ooiuioUo di dualità oggidì iva, .• „ „„„ „ u ò 

appartener© all’oggetto di un giudizi. r „ i„ ..nte 

]niro, ma all’oggetto di un giudizio di , ,, .. intel¬ 

lettuale. In altri termini, quella Hpeeio «I, piìuoipii del giu¬ 
dizio, in cui deve sussistere un idealo, deve ,, V eie „ fon¬ 
damento un’idea della ragione secondo eoneelli defermi- 
nati, e che determini a priori lo scopo su cui riposa la 
possibilità interna dell’oggetto. Non si può concupire un 
ideale d un bel flore, d’un bello ammobigliamento, il’una 
bella veduta. Ma è anche impossibile rappresentarsi l'ideale 
di certe bellezze aderenti a fini determinati, per esempio 
l’ideale d’nna bella abitazione, di un bell’albero, di un 
bel giardino, etc.; probabilmente perchè i fini qui non 
sono abbastanza determinati e fìssati dal concetto degli 
oggetti, e quindi la finalità è presso a poco libera come 
nella bellezza vaga. Solo ciò che ha in se stesso lo scopo 
della sua esistenza, l’uomo, il quale può determinare da 
se i suoi fini mediante la ragione, o, quando debba pren¬ 
derli dalla percezione esterna, può accordarli coi suoi 
scopi essenziali ed universali, e giudicare anche estetica- 
mente tale accordo; l’uomo dunque, tra tutti gli oggetti 
del mondo, è solo capace dell’ideale della bellezza, cosi 
come l’umanità nella sua persona, in quanto intelligenza 
e sola capace dell’ideale della perfezione. 

Qui bisogna distinguere due cose: in primo luogo, 

1 idea estetica norma Io, che è un’intuizione particolare 
(fell immaginazione), la quale rappresenta la regola del 
suo giudizio come una cosa appartenente ad una data 
specie animale; in secondo luogo, l’idea razionale, che 
pone gli scopi dell’umanità, in quanto non possono essere 
rappresentati sensibilmente, come principio del giudizio 
della sua figura, per via della quale gli scopi stessi si 
manifestano come effetti nel mondo fenomenico. L’idea 
normale deve prendere dall’esperienza i suoi elementi per 
















ANALITICA DEL BELLO 


79 


comporre la figura di un animale di una data specie; ma 
quella massima finalità nella costruzione di una figura, 
che potrebbe essere la misura generale del giudizio este¬ 
tico su ogni individuo di questa specie, il tipo, che quasi 
con intenzione ebbe in mira la tecnica della natura, e 
cui solo è adeguata tutta la specie nel suo complesso, 
ma non qualche individuo in particolare, questo tipo sta 
soltanto nell’idea del giudicante, la quale, con le sue pro¬ 
porzioni, in quanto idea estetica, può essere rappresentata 
puramente in concreto in un modello. Per rendere chiaro 
in qualche modo come ciò avvenga (poiché ehi può strap 
pare interamente alla natura il suo segreto 1 ?), vogliano! 
tentare una spiegazione psicologica. 

V’è da notare che non soltanto, in un modo clic non 
possiamo punto concepire, l’immaginazione può riebbi 
mare all’occasione i segni dei concetti anche dopo lungo 
tempo, ma può anche riprodurre l’immagine e la figura 
di un oggetto tra un infinito numero di oggetti di specie 
diverse, o anche della stessa specie; inoltre, quando il 
nostro animo istituisce paragoni, essa, secondo ogni vero¬ 
simiglianza, e sebbene la coscienza non ne sia sufficiente¬ 
mente avvertita, può lasciar quasi cadere un’ immagine 
sull’altra, e dalla congruenza di quelle della stessa specie 
trarre una media, che serve a tutte di comune misura. 
Qualcuno ha visto mille persone adulte. Se ora egli vuol 
giudicare per via di comparazione della grandezza media 
dell’uomo, la sua immaginazione (come io credo) farà 
coincidere un gran numero delle figure (forse tutte quelle 
mille); e, se mi è permesso di adoperare qui l’analogia 
con la rappresentazione ottica, è nello spazio dove il più 
gran numero di esse si riunisce, c dentro il contorno dove 
lo spazio è illuminato dai più vivi colori, che egli rico¬ 
noscerà la grandezza media, che ò lontana egualmente 
dai limiti estremi, in altezza e in larghezza, delle stature 
più grandi e più piccole. Ed ò questa la statura di un uomo 
bello. — Si potrebbe arrivare meccanicamente allo stesso 
risultato, misurando le mille figure, addizionando le loro 















80 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


•■iHc/.zc e ]e loro larghezze (e i loro spessori), e dividendo 
!<■ somme per mille. Ma l’immaginazione fa appunto que¬ 
sto mediante un effetto dinamico, ohe risulta dallo im¬ 
pressioni di tutte le immagini sull’organo del senso in¬ 
terno.—Intanto se, allo stesso modo, di quest’uomo me¬ 
dio si ricerca la testa media, e di questa il naso medio, 
la figura che risulta starà a fondamento dell’idea nor¬ 
male dell’uomo hello, nel paese dove è stata fatta la 
comparazione; perciò, sotto queste condizioni empiriche, 
il negro deve necessariamente avere un’idea normale 
della bellezza della figura umana diversa da quella che 
ha il bianco, c il cinese l’avrà diversa dall’europeo. Lo 
stesso sarebbe del modello di un bel cavallo o di un bel 
cane fd’una certa razza).—Questa idea normale non ò 
derivata da proporzioni raccolte dalla esperienza come 
icgole determinate; ma è essa che rende possibili im¬ 
mediatamente le regole del giudizio. È, per l’intera specie. 

immagine fluttuante tra tutte le intuizioni particolari e 
m varii modi diverse, degli individui, e che la natura pose 
come tipo nei prodotti della specie medesima, senza, a 
ifuel che pare, raggiungerla pienamente in nessun indivi¬ 
duo. Essa non è il tipo perfetto della bellezza, in quella 
specie, ma solamente quella forma che costituisce la con¬ 
dolono imprescindibile di ogni bellezza, e quindi non 
a ro che la regolarità nella rappresentazione della 
specie, b, come si chiamava il famoso Doriforo di Po- 
hcleto, il canone (e così sarebbe adoperabile nella sua 
specie la Vacca di Mirone). Appunto per queste ragioni 
essa non può contenere niente di specificamente caratte¬ 
ristico; altrimenti, non sarebbe più l’idea normale di 
quella specie. La sua rappresentazione piace anche senza 
bellezza, solo perchè non contradice a nessuna delle de¬ 
terminazioni, sotto cui una cosa di quella specie può essere 
bella. La rappresentazione è semplicemente regolare 1 . 


1 Si troverà che un 
irebbe desiderare d'avere 


volto perfettamente regolare, quale un pittore pn- 
per modello, ordinariamente non esprime niente; gli 









ANALITICA OKI/ BELLO 


81 


Dall’idea normale del bollo è però ancora da distin¬ 
guere l’ideale del medesimo, che si può aspettare unica¬ 
mente nella figura umana, per le ragioni già dette. Ora, 
in questa, l’ideale si trova nell’espressione della mora¬ 
lità, senza la quale l’oggetto non piacerebbe universal¬ 
mente, e quindi positivamente (non soltanto negativamente 
in una rappresentazione regolare). L’espressione visibile 
delle ideo morali, che dominano nell’.interno dell’uomo, 
può bensì, esser ricavata solo dall’esperienza; ma a fare 
quasi visibile nelle manifestazioni corporee (in quanto 
effetti d(dl’ interno) il legame con tutto ciò che la nostra 
ragione congiungo col bene morale nell’idea della su¬ 
prema finalità, la bontà dell’anima, la purezza, la forza, 
la calma, e via dicendo, è necessario che le pure idee 
della ragione e un grande potere d’immaginazione si tro¬ 
vino insieme in chi vuol solo giudicare, e ancor più in 
ehi vuol darne la rappresentazione. La giustezza di un 
simile ideale della bellezza si vede da ciò, che esso non 
permette ad alcun’attrattiva sensibile di mischiarsi al pia¬ 
cere del suo oggetto, e nondimeno eccita un grande inte¬ 
resse; il che poi dimostra che il giudizio secondo tale 
misura non può essere mai un puro giudizio estetico, e 
che il giudizio secondo un ideale della bellezza non può 
essere un semplice giudizio di gusto. 


è che esso non ha nulla di caratteristico, e quindi esprime piuttosto l’idea della 
specie che il carattere proprio d’uria persona. Il caratteristico di questa specie, 
quando sia esagerato, cioè pregiudichi all' idea normale stessa (alla finalità 
della specie), si chiama caricatura. L’esperienza dimostra pure che tali volti 
perfettamente regolari d’ordinario annunziano soltanto degli uomini mediocri; 
probabilmente (so è lecito ammettere che la natura esprima esteriormente le 
proporzioni interne) perchè, quando nessuna disposizione dell'animo si eleva 
al disopra di quella proporzione necessaria perchè un uomo sia esente da 
difetti, non è da aspettarsi nulla di ciò che si chiama genio, nel quale la 
natura sembra uscire dalle proporzioni ordinarie delle facoltà dell'animo a 
profitto di una sola. 


E. Kant, Critica del giudizi*). 


6 








«2 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 


Definizione del bello derivante da questo terzo momento. 

La bellezza è la forma della finalità eli un oggetto, 
in quanto questa vi è percepita senza la rappresen¬ 
tazione d’uno scopo 1 . 


Quarto momento dee giudizio di gusto, 

SECONDO LA MODALITÀ DEL PIACERE CHE DANNO I SUOI OGGETTI. 


8 18- Che cosa è la modalità d’un giudizio di gusto. 

Di ogni rappresentazione posso dire che è almeno pos¬ 
sibile che essa (in quanto conoscenza) sia congiunta con 
un piacere. Ciò che chiamo piacevole, intendo che mi 
produce realmente piacere. Ma del bello si pensa che 
abbia una relazione necessaria col piacere. Questa ne¬ 
cessità però è di una specie particolare; non è una ne¬ 
cessità teoretica oggettiva, per la quale possa esser rico¬ 
nosciuto a 'priori che ognuno sentirà lo stesso piacere 
dall’oggetto, che io già ho dichiarato hello; non è nem¬ 
meno una necessità pratica, per cui, mediante concetti di 
un puro volere razionale, che serve di regola ad un essere 
libero, il piacere sia la necessaria conseguenza di una 
legge oggettiva, e non significhi altro se non che bisogni. 

i Contro questa definizione ni potrebbo obiettare che vi son cose nelle 
quali si vede una forma finale, senza riconoscervi uno scopo, — per esempio, 
quegli utensili di pietra che si son trovali spesso nelle tombe antiche, e cho 
hanno un buco che forma una specie di manico — ; e che non son dichiarate 
belle, pure presentando chiaramente nella loro figura una finalità, mentre non 
si conosce quale sia la loro destinazione. Ma basta scorgere che sono oggetti 
dell arte per affermare che la loro figura si riferisce a qualche intenzione, ad 
uno scopo determinato. È perciò che non vi è piacere immediato nella loro 
intuizione. Invece un fiore, per esempio un tulipano, è ritenuto bello, perchè 
nella sua percezione si nota una certa finalità, che, per quanto possiamo giu 
dicarne, non si riferisce ad alcuno scopo. 












ANALITICA DEL BELLO 


83 


«ii•• i ut assolutamente in un certo modo (senz’altro scopo). 
Ai • ni <|canto necessità che è pensata in un giudizio este- 
iiin, essa può esser chiamata soltanto esemplare, ed è 
i i nr Tssità dell’accordo di tutti in un giudizio consi- 

• I' mio come esempio d’una regola generale, che però non 
hi può produrre. Un giudizio estetico non essendo un giu 
di in oggettivo di conoscenza, tale necessità non può esser 

• li ii vota da concetti determinati; e quindi non è apodit- 
ln :i. Ancor meno essa può esser conclusa dalla generalità 
ili'Il’esperienza (di un comune accordo dei giudizii sulla 
bellezza d’un certo oggetto). Perchè non solo l’esperienza 

• Mlicilmento non potrebbe fornire a sufficienza i docu- 
h irriti; ma sui giudizii empirici non si può fondare alcun 
■ micetto della loro necessità. 


§ 19. — La necessità soggettiva, 
che attribuiamo al giudizio di gusto, è condizionale. 

Il giudizio di gusto esige il consenso di tutti; e di ehi 
dichiara bella una cosa pretende che ognuno dia l’appro¬ 
vazione all’oggetto presente, e debba dichiararlo bello 
allo stesso modo. TI dovere nel giudizio estetico è dunque 
espresso per tutte le condizioni, che sono richieste dal 
giudizio; ma solo condizionatamente. Si pretende al con¬ 
senso di ognuno, perchè si ha, per tale esigenza, un prin¬ 
cipio, che è comune a tutti; e su questo consenso si po¬ 
trebbe anche sempre contare, se però si avesse la certezza 
che il caso singolo si può assumere esattamente a quel 
principio come regola dell’approvazione. 


§ 20. — La condizione della necessità, 
che presenta un giudizio di gusto, è l’idea di un senso comune. 

Se i giudizii di gusto (come i giudizii di conoscenza) 
avessero un principio oggettivo determinato, colui che 






84 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 

giudica pretenderebbe ad una necessità incondizionata del 
suo giudizio. Se essi invece fossero senza alcun principio, 
come quelli del semplice gusto del senso, nessuno pense¬ 
rebbe inai ad una loro necessità. Sicché essi debbono avere 
un principio soggettivo, che solo mediante il sentimento 
c non mediante concetti, ma universalmente, determini 
ciò che piace e ciò che dispiace. Un tale principio però 
non potrebbe esser riguardato che come un senso co¬ 
mune, clic è essenzialmente diverso dall’intelligenza co¬ 
mune, la quale talvolta si chiama anche senso comune 
(sensus communis) ; perchè quest’ultima giudica non se¬ 
condo il sentimento, ma sempre secondo concetti, sebbene 
ordinariamente questi concetti siano prineipii oscura¬ 
mente rappresentati. 

Soltanto dunque nell’ipotesi che ci sia un senso comune 
(col quale non intendiamo nessun senso esterno, ma solo 
l’effetto del libero giuoco delle nostro facoltà conoscitive), 
soltanto nell’ipotesi, dico, di un tal senso comune, può 
esser pronunziato il giudizio di gusto. 


§ 21. — Se si possa presupporre con ragione, 
un senso comune. 

Le conoscenze e i giudizii, con la convinzione che ti 
accompagna, debbono poter essere condivisi universal¬ 
mente, altrimenti non avrebbero alcun accordo con l’og¬ 
getto; sarebbero tutti un giuoco puramente soggettivo 
delle facoltà rappresentative, proprio come vorrebbe lo 
scetticismo. Ma se le conoscenze debbono condividersi, si 
deve condividere anche universalmente quello stato sen¬ 
timentale che consiste nella disposizione delle facoltà co¬ 
noscitive rispetto ad una conoscenza in generale, e quella 
proporzione che conviene ad una rappresentazione (con 
cui è dato un oggetto), affinchè essa diventi una cono¬ 
scenza; altrimenti, senza questa proporzione, come sogget¬ 
tiva condizione del conoscere, la conoscenza, come effetto. 












ANALITICA DEL BELLO 


85 


non potrebbe nascere. Ciò avviene effettivamente sempre 
(piando un oggetto dato per mezzo del senso eccita l’im¬ 
maginazione alla composizione del molteplice, e l’imma¬ 
ginazione a sua volta eccita l’intelletto all’unificazione 
in concetti del molteplice stesso. Ma cpiesta disposizione 
delle facoltà conoscitive secondo la diversità degli oggetti 
dati, ha una diversa proporzione. Tuttavia ve ne deve 
essere una nella quale questo rapporto interno al ravvi¬ 
vamento (reciproco) sia il più favorevole per entrambe le 
facoltà dell’animo, relativamente alla conoscenza (di dati 
oggetti) in generale; e questa disposizione non può essere 
determinata altrimenti elio dal sentimento (non da con¬ 
cetti). Ora la disposizione stessa, dovendo poter essere 
universalmente condivisa, e con essa anello il sentimento 
che ne abbiamo (in una data rappresentazione), e poiché 
la validità universale di un sentimento presuppone un 
senso comune, quest’ultimo potrà essere ammesso con 
ragione, sonz’appoggiarsi perciò ad osservazioni psicolò¬ 
giche, ma come la condizione necessaria dell’universale 
validità, della nostra conoscenza, elio dev’essere presup¬ 
posta in ogni logica e in ogni principio della conoscenza 
che non sia scettico. 


§22 .—La necessità dell’accordo universali'., che è pensata 
in un giudizio di gusto, È una, necessità soggettiva, che è 
rappresentata, come oggettiva con la, presupposizione di un 
senso comune. 

In tutti i giudizii coi quali dichiariamo bella una cosa, 
noi non permettiamo a nessuno di essere di altro parere, 
senza fondare tuttavia il nostro giudizio sopra concetti, 
ma soltanto sul nostro sentimento, di cui così facciamo 
nn principio, non però in quanto sentimento individuali', 
ma in quanto sentimento comune. Ora questo senso m 
mune, che serve a tale uso, non può esser fondalo i.ul 
l’esperienza; perchè esso vuol giustificare giudi/,li i lo 








PARTE I-SEZIONE I - LIBRO I 


8f> 

contengono un dovere; non dice che ognuno si accorderà, 
ma dio si dovrà accordare, col nostro giudizio. Quindi 
il senso comune, del cui giudizio io considero il mio giu¬ 
dizio di gusto come un esempio, e gli attribuisco perciò 
una validità esemplare, è una pura norma ideale, pre¬ 
supponendo la quale si potrebbe a buon dritto far una 
regola per ognuno di un giudizio che si accordi con essa, 
c del piacere che ne consegue: poiché il principio, preso 
bensì solo soggettivamente, ma come soggettivamente uni¬ 
versale (un’idea necessaria ad ognuno), potrebbe esigere, 
per ciò che riguarda raccordo di diversi giudicanti, l’ap 
provazione universale, come un principio oggettivo, a con¬ 
dizione soltanto elio si avesse la certezza di aver fatta 
esattamente la sussunzione. 

Questa norma indeterminata di un senso comune è 
effettivamente presupposta da noi; ciò è dimostrato dal 
dritto clic ci attribuiamo di pronunziare giudizii di gusto. 
Se vi sia infatti un tal senso comune, come principio co¬ 
stitutivo della possibilità dell’esperienza, o esso ci sia for¬ 
nito solo corno normativo da un principio più alto della 
ragione, per produrre in uoi un senso comune in vista ili 
scopi superiori; se quindi il gusto sia una facoltà origi¬ 
naria e naturale, o solo l’idea di una facoltà artificiale 
aneora da sviluppare, in modo che un giudizio di gusto, 
con la sua pretesa all’universale approvazione, sia infatti 
non altro che un’esigenza della ragione per produrre tale 
accordo nelle cose del senso, e il dovere, cioè la necessità 
oggettiva dell’accordo del sentimento di ognuno col no¬ 
stro, significhi solo la possibilità di essere unanimi, e il 
giudizio di gusto non rappresenti che un esempio dell’ap¬ 
plicazione di questo principio; tutto ciò qui non vogliamo, 
nè possiamo aneora ricercare, e per ora abbiamo solamente 
risoluta la facoltà del gusto nei suoi elementi, per uni¬ 
ficarli infine nell’idea d’un senso comune. 








ANALITICA DEL BELLO 


87 


Definizione pel ukli.o derivante dal quarto momento. 

Il bello è ciò cbe, senza concetto, è riconosciuto come 
oggetto ili un piacere necessario. 


NOTA GENERALE 

ALLA PRIMA SEZIONE DELL’ANALITICA 

Se si considera il risultato delle precedenti analisi, si 
trova che tutto procede dal concetto del gusto; che questo 
è una facoltà di giudicare di un oggetto in relazione con 
la libera regolarità dell’immaginazione. Ora, se nel 
giudizio di gusto l’immaginazione deve essere conside¬ 
rata nella sua libertà, essa s’intenderà in primo luogo 
non come riproduttiva, in quanto è sottomessa alle leggi 
dell’associazione, ma come produttiva e spontanea (come 
produttiva di forme arbitrarie di possibili intuizioni); e, 
sebbene nell’apprensione ili un dato oggetto del senso 
essa sia legata con la forma determinata di questo, e non 
abbia un libero giuoco (come nella poesia), si comprende 
bene nondimeno che l’oggetto le potrebbe proprio fornire 
una forma, che contenesse un insieme di clementi diversi, 
tale che, se fosse lasciata libera, essa potrebbe produrla 
conformemente alle leggi dell’intelletto in generale. 
Ma che l’immaginazione sia libera e tuttavia per se 
stessa conforme a leggi, cioè cbe abbia una propria 
autonomia, è una eontradizìone. L’intelletto solo dà la 
legge. Quando però l’immaginazione è costretta a pro¬ 
durre secondo una legge determinata, il suo prodotto, per 
ciò che riguarda la forma, è determinato secondo concetti, 
i quali prescrivono ciò che esso deve essere; e allora il 
piacere, come è stato dimostrato, non è il piacere del bello, 
ma del buono (della perfezione, in ogni caso della sem¬ 
plice perfezione formale), e il giudizio non è un giudizio 








PARTE I - SEZIONE I - IjIBRO I 


88 

di /riisto. Una regolarità senza legge è un accordo sogget¬ 
tivo, dell immaginazione e dell’intelletto, non un accordo 
oggettivo, come quando la rappresentazione è riferita al 
concetto determinato di un oggetto: ecco ciò che solo 
conviene alla libera regolarità dell’intelletto (che è an- 
ch’cssa chiamata finalità senza scopo), e alla natura pro¬ 
pria di un giudizio di gusto. 

Ora, dai critici del gusto sono citate comunemente le 
figure geometriche regolari, un circolo, un quadrato, un 
cubo, etc., come i più semplici e chiari esempii di bel¬ 
lezza; e nondimeno esse sono dette regolari appunto per¬ 
chè non possiamo rappresentarcele che come semplici 
esibizioni di un determinato concetto, che prescrive la re¬ 
gola alla figura (secondo la quale soltanto essa è possi¬ 
bile). Uno dei due, dunque, deve essere erroneo: o il giu¬ 
dizio del critico che a quelle figure attribuisce la bellezza, 
o il nostro che trova necessario per la bellezza la finalità 
senza concetto. 

Nessuno certo giudicherà che sia necessario essere un 
uomo di gusto per trovare più piacere in una figura cir¬ 
colare che in un’altra a contorno frastagliato, in un qua¬ 
drilatero equiangolo ed equilatero che in un quadrilatero 
storto, coi lati disegnali, e come storpiato: perchè ciò ri¬ 
guarda solo l’intelletto comune e non il gusto. Dove si 
vedo uno scopo, por esempio, quello di determinare la 
grandezza di un luogo o di mostrare il rapporto delle 
parti tra loro c al tutto in una partizione, son necessarie 
le figure regolari, ed anche quelle della specie più sem¬ 
plice; e il piacere non deriva immediatamente dalla visione 
della figura, ma dall’unità di essa rispetto a questo o quel 
fine. Una stanza, di cui le pareti facciano angoli diseguali, 
uno spiazzato di giardino della stessa specie, ogni .viola¬ 
zione della simmetria, così nella figura degli animali (per 
esempio, la privazione di uu occhio), come in quella degli 
edifìzii, o delle aiuole di fiori, dispiace, perchè contrasta 
allo scopo di queste cose, non solo praticamente riguardo 
ad un loro determinato uso, ma anche nel giudizio di 



- 







ANALITICA DEL BELLO 


89 


,i ni possibile scopo; la qual cosa non si verifica pel giu* 
, 1 , io di gusto, nel quale, quando sia puro, il piacere e il 
, I,: piacere, senza riguardo all’uso o ad un fine, è legato 
mm mediatamente alla semplice contemplazione dell’og- 

tfotto. # , 

La regolarità che conduce al concetto di un oggetto, e 

Itelisi la condizione indispensabile (conditio sue quei non) 
per percepire l’oggetto in un’unica rappresentazione e de¬ 
terminare il molteplice nella sua l'orma. Questa determi¬ 
nazione è uu line rispetto alla conoscenza; e relativamente 
a questa è sempre legata col piacere (il quale accompagna 
l’attuazione di uno scopo qualunque, anche problematico). 
Ma allora si tratta soltanto dell’approvazione che si dà 
alla soluzione di uu quesito, e non di una libera occupa¬ 
zione, indeterminatamente finale, dello facoltà dell animo, 
che abbia per oggetto ciò clic chiamiamo bello, e in cui 
l’intelletto sia a servigio dell’ immaginazione, non vice¬ 
versa. 

In una cosa che sia possibile solo mediante uno scopo, 
in un edilìzio, anche in un animale, la regolarità, che con¬ 
sisto nella simmetria, deve esprimere l’unità dell’intui¬ 
zione, che accompagna il concetto dello scopo, ed appar¬ 
tiene alla conoscenza. Ma dove dev’essere soltanto intrat¬ 
tenuto un libero giuoco delle facoltà rappresentative (però 
a, condizione che l’intelletto non soffra alcun urto), nei 
giardini di piacere, nelle decorazioni delle stanze, nello 
suppellettili di lusso, e simili, la regolarità, che si rivela 
come, costrizione, è, per quant’è possibile, evitata; perciò 
il gusto inglese dei giardini, il gusto barocco nei mobili, 
spingono bene spesso la libertà della fantasia fino ai li¬ 
miti del grottesco, e in questo prescindere da ogni costri¬ 
zione della regola si vede appunto il caso in cui il gusto 
nelle fantasie dell’immaginazione può mostrare la sua 
maggiore perfezione. 

Tutto ciò che è rigidamente regolare (ohe si avvicina 
alla regola matematica) ha in se qualcosa che ripugna al 
gusto: perchè non permette una lunga occupazione nella 








PARTE I - SEZIONE I - LIBRO I 

u.i contemplazione, e se non ha espressamente per iscopo 
l i conoscènza o un determinato fine pratico, produce noia. 
Invece ciò con cui l’immaginazione può giocare indistur¬ 
bata e regolarmente, ci è. sempre nuovo e la sua visione 
non diventa iastidiosa. Marsden 1 , nella sua descrizione 
dell’isola di Sumatra, osserva che ivi le bellezze libere 
della natura circondano dapertutto lo spettatore, e perciò 
non hanno più per lui se non poca attrattiva; mentre à 
lui stesso riusciva molto attraente, incontrandola nel 
mezzo di una foresta, una di quelle piantagioni di pepe, 
in cui si allineano in viali paralleli le pertiche cui lo 
piante sono avviticchiate: e da ciò conclude che le bellezze 
selvagge, irregolari all’apparenza, piacciono solo come 
divertimento a chi sia sazio di bellezze regolari. Ma egli 
avrebbe dovuto fare l’esperimento d’intrattenersi per una 
giornata nella sua piantagione di pepe, per accorgersi che, 
quando 1 intelletto, mediante la regolarità, si pone nella 
disposizione dell’ordine di cui ha bisogno, l’oggetto non 
lo trattiene più oltre, e impone invece un pesante sforzo 
all immaginazione; mentre la natura che quivi è prodiga 
di varietà fino al lusso, che non è sottomessa alla costri¬ 
zione di regole artificiali, avrebbe potuto dare al suo 
gusto un durevole nutrimento. —Anche il canto degli uc¬ 
celli, che non sapremmo riportare a regole musicali, pare 
die mostri più libertà e più ricchezza pel gusto, di un 
canto umano, fatto secondo tutte le regole dell’arte musi¬ 
cale; perchè di quest’ultimo, quando sia ripetuto spesso e 
a lungo, si è ben presto annoiati. Ma in tal caso probabil¬ 
mente noi scambiamo la nostra partecipazione alla gioia 
ili una piccola e cara bestiolina, con la bellezza del suo 
canto, che, quando è esattamente imitato dall’uomo (come 
avviene talvolta pel canto dell’usignolo), pare al nostro 
orecchio interamente privo di gusto. 

Ancora son da distinguere gli oggetti belli dalle belle 
veduto di oggetti (i quali spesso, a causa della distanza. 


* Autore di una Jlistory of Sumatra (3 tt ed., Londra, 1311) [T.]. 








ANALITICA DEL BELLO 


91 


. ni possano più vedere chiaramente). Tn esse il gusto 

.. i'lie si applichi non tanto a ciò che l’immaginazione 

nliliiTiccia in quel campo, ma piuttosto a ciò che le dà 

..ivo di finzione, alle sue proprie fantasie, da cui 

IH ni ino è intrattenuto, continuamente eccitato dalla va- 
i irl.i di cose che cadono sotto la vista; tale è, per esempio, 
la visiono delle mutevoli ligure del fuoco di un camino, 
a di un ruscello mormorante; che non son punto duo 
oggetti belli, ma danno un diletto all’immaginazione, per¬ 
che intrattengono il suo libero giuoco. 








Libro Secondo 


ANALITICA DEL SUBLIME 


§ 23. — Passaggio dalla facoltà, del giudizio del bello 
a quella, del sublime. 

Il bello si accorda col sublime in questo, che entrambi 
piacciono por se stessi. Inoltre, entrambi non presuppon¬ 
gono un giudizio determinato dal senso o dall intelletto, 
ma un giudizio di riflessione; per conseguenza, in ossi il 
piacere non dipende da una sensazione, come pel piacevole, 
nè da un concetto determinato, come pel buono; nondi¬ 
meno, si riferiscono a concetti, sebbene indeterminati, per 
cui il piacere ò legato alla pura esibizione o alla facoltà 
dell’esibizione, in modo che questa facoltà, o in altri ter¬ 
mini l’immaginazione, è considerata in accordo, in una 
intuizione data, con la facoltà dei concetti dell intel¬ 
letto o della ragione, e a vantaggio di essa. Perciò en¬ 
trambi i giudizii sono particolari, ma si danno come giu- 
dizii universali rispetto ad ogni soggetto, sebbene preten¬ 
dano solo, al sentimento di piacere e non alla conoscenza 
dell’oggetto. 

Ma saltano agli occhi anche delle differenze conside¬ 
revoli. Il bello della natura riguarda la forma dell’oggetto 
la quale consiste nella limitazione; il sublime, invece, si 
può trovare anche in un oggetto informe, se però la man¬ 
canza di limiti che è in esso, o da esso occasionata, sia. 
rappresentata insieme con la sua totalità: sicché pare che 
il bello debba esser riguardato come l’esibizione d’un con- 












ANALITICA DEL SUBLIME 


93 


. ..il,, indefinito dell’intelletto, e il sublime come l’esibi- 

. d’un concetto indefinito della ragione. Nel primo 

il piacere è legato alla rappresentazione della qua- 
hi.,, noi secondo della quantità. Ancora, la seconda spe- 

di piacere è distinta dalla prima, perchè mentre il 
in.Ho produce direttamente un senso di esaltamento della 
.ila, e perciò si può unire con le attrattive e col giuoco 
doli’immaginazione, il sublime invece è un piacere che 
lia un’origine indiretta, cioè è prodotto dal senso di una 
momentanea sospensione, seguita subito da una più torto 
effusione, delle forze vitali, e perciò, in quanto emozione, 
non mostra d’essere un giuoco, ma qualcosa di serio nel¬ 
l’impiego dell’immaginazione. Quindi il sublime non si 
può unire ad attrattive; e, poiché l’animo non è sempli¬ 
cemente attratto dall’oggetto, ma alternativamente at¬ 
tratto e respinto, il piacere del sublime non è una gioia 
positiva, ma piuttosto contiene meraviglia e stima, cioè 
merita di essere chiamato un piacere negativo. 

Ma ecco la più importante od intima differenza tra il 
sublime e bello: se, confò giusto, prendiamo qui in con¬ 
siderazione prima di tutto il sublime degli oggetti natu¬ 
rali (quello dell’arte è limitato sempre dalla condizione 
dell’accordo con la natura), troveremo che la bellezza na¬ 
turale (per sè stante) include una finalità nella sua forma, 
per cui l’oggetto sembra come predisposto pel nostro giu¬ 
dizio, e perciò costituisce essa stessa un oggetto di piacere, 
mentre ciò che, senza ragionamento, nella semplice ap¬ 
prensione, produce in noi il sentimento del sublime, può 
apparire riguardo alla forma, come in contrasto con la 
nostra immaginazione, inadeguato alla nostra facoltà 
d’esibizione o quasi come violento contro l’immaginazione 
stessa, nondimeno però soltanto per esser giudicato tanto 
più sublime, per quanto maggioro è tale violenza. 

Da ciò si vede subito che, in generale ci esprimiamo 
impropriamente, quando diciamo sublime un oggetto 
naturale, mentre con tutta proprietà possiamo chiamare 
belli moltissimi oggetti della natura; perchè, come può 






•Il 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


essere indicato con un’espressione di approvazione ciò che 
ni sò è percepito come discordante da noi? Non possiamo 
dire se non questo, che cioè l’oggetto è capace dell’esibi¬ 
zione di ima sublimità che si trova nel nostro animo; 
poiché il vero sublime non può essere contenuto in alcuna 
forma sensibile, ma riguarda solo le idee della ragione, le 
quali, sebbene nessuna esibizione possa esser loro ade¬ 
guata, anzi appunto per tale sproporzione che si palesa 
sensibilmente, sono svegliate ed evocate nell’animo nostro. 
Così l’immenso oceano sollevato dalla tempesta non può 
esser chiamato sublime. La sua vista è terribile; e biso¬ 
gna che l’animo sia stato già riempito da parecchie idee, 
se mediante tale intuizione deve esser determinato ad un 
sentimento, che è esso stesso sublime, in quanto l’animo 
è sospinto ad abbandonare la sensibilità e ad occuparsi 
di idee che contengono una Dualità superiore. 

La bellezza naturale per sè stante ci rivela una tecnica 
della natura, o ce la rappresenta come un sistema secondo 
leggi di cui non sappiamo trovare il principio nella no¬ 
stra facoltà intellettiva; cioè secondo un principio, che è 
quello di una finalità relativa all’uso del Giudizio appli¬ 
cato ai fenomeni, in modo che questi possano essere con¬ 
siderati non soltanto come appartenenti alla natura nel 
suo meccanismo senza scopo, ma anche come appartenenti, 
per analogia, all’arte. Sicché essa non estende veramente 
la nostra conoscenza degli oggetti naturali, ma estende il 
nostro concetto della natura, da concetto di semplice mec¬ 
canismo a concetto d’arte; il che invita a profonde ricer¬ 
che sulla possibilità di tale forma. Ma ciò che d’ordinario 
chiamiamo sublime nella natura non è punto qualcosa 
che conduca a determinati principii oggettivi e a forme 
della natura ad essi adeguate, perchè anzi la natura su¬ 
scita sopratutto le idee del sublime nel suo caos, nel suo 
maggiore e più selvaggio disordine e nella devastazione, 
quando però presenti insieme grandezza e potenza. E da 
ciò vediamo che il concetto del sublime naturale è molto 
meno importante e ricco di conseguenze di quello del bello 













ANALITICA DEL SUBLIME 

ii,iturale; e che, in generale, esso non rivela qualche cosa 
di linale nella natura stessa, ina soltanto nel possibile uso 
delle intuizioni di essa, affine di render sensibile in noi 
una finalità del tutto indipendente dalla natura. Pel bello 
naturalo dobbiamo cercare un principio fuori di noi, pel 
sublime naturale invece soltanto in noi stessi e nel modo 
di pensare che dà la sublimità alla rappresentazione della 
miI lira; ed è questa un’osservazione preliminare molto im¬ 
portante, che distingue nettamente le idee del sublime da 
(incile di una finalità della natura e fa della teoria del 
: 11 1 1 1 ime una semplice appendice al giudizio estetico della 
dualità naturale; perchè col sublime non vien rappresen¬ 
tata nella natura alcuna forma particolare, ma si rivela 
solo un uso finale, che l’immaginazione fa della sua rap¬ 
presentazione. 


§ 24. — Della divisione di un’analisi 
del sentimento del sublime. 

Per ciò che riguarda la divisione dei momenti del giu¬ 
dizio estetico degli oggetti relativamente al sentimento 
del sublime, l’analisi potrebbe svolgersi secondo lo stesso 
principio che ha guidato l’analisi del giudizio di gusto. 
Poiché, in quanto giudizio della facoltà estetica riflettente 
di giudicare, il piacere del sublime, proprio come quello 
del bello, deve esser rappresentato come universale secondo 
la quantità, senza interesse secondo la qualità, sog¬ 
gettivamente finale secondo la relazione, e necessario in 
questa finalità secondo la modalità. Sicché qui non ci 
allontaniamo dal metodo del libro primo; ma bisogna 
tener conto di questo, che cominciavamo dalla qualità là 
dove il giudizio estetico riguardava la forma dell’oggetto, 
mentre qui, dove l’assenza di forma può convenire a ciò 
che diciamo sublime, comincieremo dalla quantità come 
primo momento del giudizio del sublime; ma di ciò è da 
vedere la ragione nel precedente paragrafo. 






11 ’ PARTE I-SEZIONE I - LIBRO II 

All’analisi del sublime è però necessaria una divisione 
• li cui non aveva bisogno quella del bello, cioè la divisione 
in sublime matematico e sublime dinamico. 

Infatti, poiché il sentimento del sublime ha come suo 
carattere un movimento dell’animo congiunto col giu¬ 
dizio dell’oggetto, mentre invece il gusto del bello presup¬ 
pone e mantiene il sentimento in una contemplazione sta¬ 
tica,; c poiché quel sentimento deve essere giudicato come 
finale soggettivamente (perchè il sublime piace); esso è 
riferito, mediante l’immaginazione, o alla facoltà di co¬ 
noscere o alla facoltà di desiderare. In entrambi i 
casi la finalità della rappresentazione dell’oggetto dato è 
giudicata solo rispetto a questa facoltà (senza scoilo o 
interesse); e allora la prima finalità è attribuita all’oggetto 
come una disposizione matematica dell’immaginazione, 
la seconda come una disposizione dinamica; e perciò 
l’oggetto è rappresentato come sublime in quel doppio 
modo. 


A ) - Del sublime matematico. 


§ 25. — Spiegazione della parola sublime. 

Noi chiamiamo sublime ciò che è assolutamente 
grande. Ma 1 essere grande e l’essere una grandezza son 
due concetti interamente distinti (magnitudo e quantitas). 
Allo stesso modo dire semplicemente (simpliciter) che 
qualcosa è grande, è ben diverso dal dire che questa cosa 
è assolutamente grande (absolute, non comparative 
magnimi). Quest’ultima è ciò che è grande al di là di 
ogni comparazione. — Ma che cosa vuol dire que¬ 
st’espressione, che qualcosa è grande, piccola, o di media 
grandezza? Non si tratta di un puro concetto dell’intelletto 
in ciò che in tal modo viene indicato; ancor meno di una 
intuizione del senso; nè, egualmente, d’un’idea della ra- 











ANALITICA DEL. SUBLIME 


97 

rione, perchè iiiielPespressione nou include alcun princi- 
iiio di conoscenza. Dev’essere, dunque, un concetto della 
l'acuità del giudizio, o derivato da questa, ed avere a fon¬ 
damento una finalità soggettiva della rappresentazione ri¬ 
spetto al Giudizio. Che qualcosa sia una grandezza (quali- 
tura) si vede dalla cosa stessa senza comparazione con 
altre; quando cioè la molteplicità dei suoi elementi omo¬ 
genei compone un’unità. Ma, per sapere quanto una cosa 
è grande, è necessaria sempre qualche altra cosa, che sia 
pure una grandezza, come misura. E poiché per giudicare 
della grandezza non basta semplicemente la molteplicità 
(il numero), ma è necessaria anche la grandezza dell’unità 
(della misura), e la grandezza di quest’ultima ha sempre 
bisogno di nuovo di qualcos’altro come misura, cui possa 
essere paragonata, vediamo che ogni misurazione degli 
oggetti fenomenici non può fornire affatto un concetto 
assoluto di una grandezza, ma soltanto un concetto com¬ 
parativo. 

Ora se io dico semplicemente che qualche cosa, è grande, 
pare che io non mi riferisca ad alcun termine di confronto, 
o almeno ad alcuna misura oggettiva, perchè con tale 
espressione non è determinato l’oggetto quanto è grande. 
Ma se anche il termine del confronto è puramente sogget¬ 
tivo, il giudizio non richiede meno il consenso universale; 
i giudizii — l’uomo è bello — e —l’uomo è grande — non si 
limitano solo al soggetto giudicante, ma esigono, come i 
giudizii teoretici, l’approvazione di tutti. 

Ma, poiché con un giudizio col quale qualche cosa è 
data come semplicemente grande, non si vuol dire soltanto 
che l’oggetto ha una grandezza, ma che questa gli è attri¬ 
buita a preferenza su molti altri oggetti della stessa spe¬ 
cie, senza che tuttavia sia determinata questa superiorità; 
in tal giudizio si trova sempre a fondamento una misura, 
la quale si presuppone che possa essere accettata da 
ognuno, ma che non è adoperabile per alcun giudizio lo¬ 
gico (matematicamente determinato) della grandezza, e 
soltanto pel giudizio estetico della medesima, perchè è una 


E. Kant, Critica del giudizio. 


7 




l'AKTI? 1 SUZIONI'! I 1,1111(0 II 


ItH 

in imii ni puramente soggettiva posta n fondamento del giu- 
di.'in elio villette sulla grandezza. Una misura che può 
'""sere empirica, come la grandezza media degli uomini che 
conosciamo, degli animali di una ceri a specie, degli alberi, 
delle case, dei monti, etc.: o può essere una misura data 
a priori, che è ridotta in rovrrrlo por la mancanza nel 
soggetto giudicante delle condizioni suggelli ve dell’esibi¬ 
zione; come, nel campo pratico, la grandezza d’uiiu. virtù 
o della giustizia e della libertà pubblica in imi paese; o, 
nel campo teoretico, la grandezza dell’esattezza o dell’ine¬ 
sattezza di una certa osservazione o misura, etc. 

Qui e degno di nota che, sebbene non abbiamo alcun 
interesse per l’oggetto, vale a dire ci è indifferente la sua 
esistenza, la semplice grandezza di esso, anche quando è 
considerato come informe, ci può dare un piacere, che è 
comunicabile universalmente, e contiene perciò la co¬ 
scienza di una finalità soggettiva dell’uso delle nostre fa¬ 
coltà conoscitive; ma non è questo un piacere che deriva 
dall’oggetto (perchè l’oggetto può essere informe), la qual 
cosa si verifica pel bello, dove il Giudizio riflettente si 
trova determinato come finale rispetto alla conoscenza 
in generale; è un piacere, che consiste nell’estensione del- 
T immaginazione in se stessa. 

Quando diciamo semplicemente (con la limitazione sud¬ 
detta) che un oggetto è grande, non diamo un giudizio 
determinato matematicamente, ma. un semplice giudizio 
di riflessione sulla rappresentazione dell’oggetto, la quale 
è finale soggettivamente rispetto ad un certo uso delle 
nostre facoltà conoscitive nell’apprezzamento delle gran¬ 
dezze; e noi allora congiungiamo sempre alla rappresen¬ 
tazione una specie di stima, come una specie di disistima 
a ciò che diciamo semplicemente piccolo. Del resto, il 
giudizio delle cose in quanto grandi o piccole si estende 
a tutto, anche a tutte le qualità degli oggetti; perciò di¬ 
ciamo grande o piccola anche la bellezza; di che la ragione 
deve essere cercata nel fatto che, qualunque sia la cosa 
che secondo la regola del Giudizio possiamo esibire nel- 













ANALITICA DEL SUBLIME 


99 


r iiil.ui/iono (rappresentare esteticamente), è nel tempo 
ir. sho nn Fenomeno, e quindi anche una quantità. 

(.Juainlo invece chiamiamo qualcosa non solo grande, 

! 11.1 assolutamente grande, sotto ogni riguardo (al di là 
dN.gni comparazione), vale a dire sublime, si vede subito 
rim non intendiamo di cercare una misura adeguata fuori 
<li essa, ma soltanto in essa medesima. È una grandezza, 
«die è eguale solo a se stessa. E da ciò segue, dunque, che 
il sublime non è da cercarsi nelle cose della natura, ma 
solo nelle nostre idee; in quali idee si trovi, dev esser de¬ 
terminato dalla deduzione. 

La definizione precedente può anche essere espressa 
così: sublime ò ciò al cui confronto ogni altra 
cosa è piccola. E qui si vede facilmente che non può 
esser dato niente in natura, per quanto grande sia giu¬ 
dicato da noi, che non possa esser ridotto, considerato 
sotto un altro rapporto, all’infinitamente piccolo; e vice¬ 
versa, niente di così piccolo che non si possa ingrandire 
per la nostra immaginazione, mediante il confronto con 
misure ancora più piccole, fino a diventare un mondo. 
T telescopii e i microscopii ci hanno fornito rispettiva¬ 
mente una ricca materia per la prima e la seconda osser¬ 
vazione. Sicché niente, che può essere oggetto del senso, 
può dirsi sublime, quando sia considerato in questo modo. 
Ma appunto perchè nella nostra immaginazione vi è una 
spinta a proseguire all’infinito, e vi è invece nella nostra 
ragione una pretesa all’assoluta totalità, come ad una 
idea reale, quella stessa proporzione, rispetto a quest’idea, 
che ha la nostra facoltà di apprezzamento delle cose del 
mondo sensibile, desta in noi il sentimento di una facoltà 
soprasensibile; e ciò che è assolutamente grande non è 
l’oggetto del senso, ma l’uso che fa naturalmente la facoltà 
del giudizio di certi oggetti a vantaggio di quel senti¬ 
mento, in modo che rispetto ad esso ogni altro uso riesce 
piccolo. Per conseguenza, è da chiamarsi sublime non 
l’oggetto, ma la disposizione d’animo, la quale risulta da 
una certa rappresentazione che occupa il Giudizio riflet¬ 
tente. 








Min 


PARTE I - SEZIONE I Mimo II 


l\mnmrno dunque aggiungere alle procodriili l'ormule 
drllu deli Dizione del sublime, questuili ni: è sublime riè 
rbr dimostra che si può anche solo pensare una 
Facoltà dell’animo che superi ogni misura dei 
sensi. 


§ 26. — Dell’apprezzamento delle grandezze delle rose, naturali, 
che, è richiesto dall’idea del subì ino'. 

La misura delle grandezze mediante concetti di numeri 
(o dei loro segni algebrici) è matematica, mentre quella 
della semplice intuizione (apprezzamento visivo) è este¬ 
tica. Ora, è vero, noi possiamo acquistare concetti esatti 
della grandezza delle cose solo mediante numeri di cui 
la misura è l’unità (o almeno mediante approssimazione 
per progressioni all’ infinito) ; e cosi ogni misura logica 
delle grandezze è matematica. Ma, poiché la grandezza 
della misura devo essere considerata come conosciuta, se 
essa dovesse essere di nuovo misurata matematicamente, 
cioè con numeri la cui unità dovrebbe essere un’altra mi¬ 
sura, non avremmo mai una misura prima o fondamentale, 
e quindi non potremmo mai avere un concetto determi¬ 
nato d’una data grandezza. Sicché l’apprezzamento della 
grandezza della misura fondamentale deve consistere sem¬ 
plicemente in ciò, che essa possa essere percepita imme¬ 
diatamente in un’intuizione e si possa adoperarla,mediante 
l’immaginazione, nell’esibizione dei concetti numerici: 
vale a dire che ogni apprezzamento della grandezza degli 
oggetti naturali è infine estetica (cioè determinata sogget¬ 
tivamente, non oggettivamente). 

Intanto, per l’apprezzameno matematico delle grandezze 
non vi è un massimo (poiché il potere dei numeri va al- 
l’infinito); ma per l’apprezzamento estetico vi è sempre 
un massimo; e di questo io dico che, quando è giudicato 
come assoluta grandezza, al di là di cui soggettivamente 
(pel soggetto giudicante) non ve n’è una più grande, su- 









— 


— 


ANALITICA DEL SUBLIME 101 

scita l’idea del sublime, e produce quell’emozione cbe 
non può esser data da alcun apprezzamento matematico 
delle grandezze mediante numeri (a meno che la misura 
estetica non sia vivamente conservata nell’ immagina¬ 
zione); perchè quest’ultimo apprezzamento non rappre¬ 
senta che la grandezza relativa per via del confronto con 
altre della stessa specie, mentre l’apprezzamento estetico 
rappresenta la grandezza assolutamente, finché 1 animo 
può abbracciarla in una intuizione. 

Per adottare intuitivamente una quantità da potersene 
servire come misura od unità neH’apprezzamentn «lolle 
grandezze mediante numeri, all’immaginazione son neces¬ 
sarie due operazioni: l’apprensione (crpprehensia) e la 
comprensione (comprehensio acsthetica). L’apprensione 
non è una fatica per l’immaginazione, perchè in essa può 
procedere all’infinito; ma la comprensione diventa sem¬ 
pre più diffìcile a misura che procede l’apprensione, e 
raggiungo presto il suo massimo, cioè la più grande mi¬ 
sura estetica dell’apprezzamento delle grandezze. Perchè, 
quando l’apprensione procede tanto che le prime rappre¬ 
sentazioni parziali dell’intuizione cominciano ad estin¬ 
guersi nell’immaginazione, se questa procede ancora nel¬ 
l’apprensione, andrà perdendo da un lato quanto guadagna 
dall’altro; e la comprensione vicn condotta ad un massimo, 
oltre il quale non si può andare. 

In tal modo, si può spiegare quello che dice Savary 1 
nelle sue notizie sull’Egitto: che non bisogna nè avvici¬ 
narsi troppo nè tenersi troppo lontani dalle Piramidi, per 
provare tutta l’emozione che dà la loro grandezza. Perchè 
nel secondo caso le parti (le pietre sovrapposte) sono 
rappresentate solo oscuramente, e la loro rappresenta¬ 
zione non ha alcun effetto sul giudizio estetico del sog¬ 
getto. Nel primo caso, invece, l’occhio ha bisogno di un 
certo tempo per compiere l’apprensione dalla base fino 


i Nicola Savary (1750-1785), viaggiatore e autore delle Lettres sur 
VEgypte, Paris, 1788*9 [TJ. 





l'Aura 1 - sezioni-: j - lim«> li 


IO» 

,11 l'rultanto si estinguono in parto lo pruno rap- 

.Minzioni, prima elio l’immaginazione abbia ricevute 

I, ultime, e la comprensione non è mai completa. Allo 

modo si può spiegare il ..«ella specie 

a* imbarazzo; da cui, come si racconta, è colpito b> spet¬ 
tatore nell’entrare la prima volta nella chiesa ili S. l’ietro 
a Roma. Vi è qui il sentimento della «proporzione della 
sua immaginazione uel formare una esibizione delle idee 
di un tutto; l’immaginazione raggiunge il suo massimo, 
e, per la spinta ad estendersi ancora, ritorna su se stessa, 
e in tal modo si produce una piacevole emoziono. 

Io ora non voglio parlare ancora del principio di que¬ 
sto piacerò, che è legato con una rappresentazione, dalla 
quale invece si dovrebbe aspettare che ci facesse scorgere 
la sua sproporzione, e quindi il suo disaccordo, eoi Giu¬ 
dizio nell’apprezzamento delle grandezze; noto soltanto 
che, quando il giudizio estetico deve essere dato pura¬ 
mente (senza esser mescolato con alcun giudizio 
teleologico, come giudizio della ragione), e quindi 
come un esempio pienamente appropriato alla critica 
del Giudizio estetico, il sublime non si può cercare 
nei prodotti dell’arte (come, per esempio, ediflcii, co¬ 
lonne, etc.), dove uno scopo umano determina così La 
forma come la grandezza, nè nelle cose delia natura il cui 
concetto includo già uno scopo (come, per esempio, 
negli animali di cui è nota la destinazione naturale), ma 
soltanto nella natura rude (e in questa soltanto a condi¬ 
zione che non jiresenti alcuna attrattiva e non susciti la 
paura d’un pericolo reale), in quanto è semplicemente 
grande. Perchè in questa specie di rappresentazione la 
natura uou contiene nulla di mostruoso (nè di magnifico 
o terribile) ; la grandezza che vi è percepita può aumen¬ 
tare quanto si vuole, purché possa essere compresa in un 
tutto dall’immaginazione. Un oggetto è mostruoso, 
quando con la sua grandezza annulla lo scopo, che è nel 
suo stesso concetto. Si chiama colossale, invece, la sem¬ 
plice esibizione di un concetto che è presso a poco troppo 








ANALITICA DEL SUBLIME 


103 


granile per ogni esibizione (si limita al mostruoso rela¬ 
tivo) ; perchè lo scopo dell’esibizione d’un concetto è for¬ 
zato dal fatto che l’intuizione dell’oggetto è presso a poco 
troppo grande per la nostra facoltà di apprensione.-Ma 
un puro giudizio del sublime non deve avere a fonda¬ 
mento alcun fino dell’oggetto, quando vuol essere estetico 
e non mescolato con un giudizio dell’intelletto o della 

ragione. 


Poiché tutto ciò che deve piacere senza interesse al 
Giudizio semplicemente riflettente deve contenere nella sua 
presentazione una finalità soggettiva, e, in quanto tale, 
valida universalmente; e poiché, nello stesso tempo, qui 
non v’è a fondamento del giudizio una finalità della forma 
dell’oggetto (come nel bello); si domanda: qual è questa 
finalità soggettiva? c perchè è prescritta come una norma 
che . dà un fondamento al piacere universalmente valido 
nel semplice apprezzamento delle grandezze, e proprio in 
quell’apprezzamento che è spinto fino a mostrarci l’in¬ 
sufficienza della nostra immaginazione rispetto all’esibi¬ 
zione del concetto d’ima grandezza? 

L’immaginazione procede da sé all infinito nella com¬ 
posizione. che è necessaria alla rappresentazione delle 
grandezze, senza che nulla le faccia impedimento; ma 1 in¬ 
telletto la guida coi concetti dei numeri, cui essa deve 
fornire lo schema; e in questo procedimento, in quanto 
proprio dell’apprezzamento logico delle grandezze, vi e 
bene qualche cosa di finale oggettivamente rispetto al con¬ 
cetto di uno scopo (ogni misura è tale), ma niente di finale 
e di piacevole per la facoltà del giudizio estetico. In que¬ 
sta finalità intenzionale non vi è nemmeno nulla che co¬ 
stringa a spingere la grandezza della misura, e quindi 
della comprensione del molteplice in una intuizione, 
fino al limite della facoltà dell’ immaginazione, fin dovi- 
questa può estendere il suo potere di esibizione. Poiché 




mi 


PARTE I - SEZIONE I MURO 11 


nel l 'apprezzamento intellettuale delle grandezze (aritrne- 
I irò) si procede egualmente bene spingendo la compren¬ 
sione delle unità fino al numero 10 (nel sistema decadico), 
o soltanto fino al numero 4 (sistema lei radico) ; ma nella 
comprensione, o nell’apprensione, (piando In ipiantità è 
data nell’inflizione, non si procede india produzione delle 

grandezze se non progressivamente (non e.. 

mento), secondo un dato principio di progressione. In 
questo apprezzamento matematico della grandezza, l’in¬ 
telletto è egualmente soddisfatto e contento, quando 
l’immaginazione sceglie come unità una grandezza che 
si abbraccia con un colpo d’occhio, per esempio, un piede 
o una pertica, o quando sceglie un miglio tedesco, o per¬ 
fino il diametro terrestre, di cui è bensì possibile l’appren¬ 
sione, ma non la comprensione in una intuizione dèli’im 
maginazione (non mediante la comprehens o aesthelica , 
sibbene mediante la comprehens o logica in un concetto di 
numero). In entrambi i casi l’apprezzamento logico della 
grandezza si estendo senza ostacoli all’ infinito. 

Intanto, l’animo sente in se stesso la voce della ra¬ 
gione, che, per tutte lo grandezze dato, ed anche per quelle 
che non potranno mai essere apprese interamente, ma che 
tuttavia son giudicate come interamente date (nella rap¬ 
presentazione sensibile), esige la totalità, e quindi la com¬ 
prensione in una intuizione; e richiede l’esibizione 
per tutti gli elementi di una serie progressivamente cre¬ 
scente di numeri, non escludendo dalla sua esigenza nem¬ 
meno l’infinito (lo spazio e il tempo trascorso), renden¬ 
doci anzi inevitabile di pensarlo (nel giudizio della ra¬ 
gione comune) come interamente dato (nella sua to¬ 
talità). 

Ma l’infinito è grande assolutamente (non per sem¬ 
plice comparazione). Paragonata con esso, ogni altra 
grandezza (della stessa specie) è piccola. Ma, ciò che più 
importa, solo il poterlo pensare come un tutto dimostra 
uua facoltà dell’animo che trascende ogni misura dei 
sensi. Perchè a ciò sarebbe necessaria una comprensione, 









ANALITICA DEL SUBLIME 


105 


che fornisse come misura un’unità, la quale avesse con 
l’infinito un rapporto determinato, esprimibile in numeri: 
il che è impossibile. Il potere anche solo pensare 
senza contradizione l’infinito come dato, esige nell’animo 
umano una facoltà, che sia essa stessa soprasensibile. Poi¬ 
ché solo mediante questa facoltà e la sua idea di un 
noumeno, il quale per se stesso non ammette alcuna in¬ 
tuizione, ma fa da sostrato all’intuizione del mondo in 
quanto semplice fenomeno, l’infinito del mondo sensibile 
è compreso interamente sotto un concetto, nell ap¬ 
prezzamento puramente intellettuale delle grandezze, seb¬ 
bene esso, nell’apprezzamento matematico mediante con¬ 
cetti numerici, non possa esser mai pensato interamente. 
Tale facoltà di potersi rappresentare come dato (nel suo 
sostrato intelligibile) l’infinito dell’intuizione soprasen¬ 
sibile, trascende ogni misura della sensibilità, ed è più 
grande, senza paragone, della facolta, dell’apprezzamento 
matematico; non certo dal punto di vista teoretico, in 
quanto aiuti la facoltà di conoscere, ma per la sua capa¬ 
cità ad estendere l’animo, il quale si sento la facoltà di 
superare i limiti della sensibilità, da un altro punto di 
vista (dal punto di vista pratico). 

La natura, dunque, è sublimo in quei suoi fenomeni, 
di cui l’intuizione include l’idea della sua infinità. La 
qual cosa non può avvenire se non mediante l’insuffi¬ 
cienza anche del più grande sforzo della nostra immagi¬ 
nazione, nell’apprezzamento della grandezza di un oggetto. 
Ora, nell’apprezzamento matematico delle grandezze, la 
immaginazione è atta a dare ad ogni oggetto una misura 
sufficiente, perchè i concetti numerici dell’intelletto pos 
sono adattare, per via di progressione, ogni misura ad 
ogni grandezza data. È dunque nell’apprezzamento este¬ 
tico dello grandezze che la spinta alla comprensione su¬ 
pera il potere dell’immaginazione, e che, mentre è sentilo 
il bisogno di comprendere in un tutto d’intuizione un’ap¬ 
prensione progressiva, è percepita nello stesso tempo 
l’insufficienza dell’immaginazione, illimitata nel suo prò 




PARTE I - .SEZIONE 


MMUO II 


106 

presso, a concepire, e ad applicare uirapproz/.uiucuto delle 
«randezze, una misura fondamentale a ciò minila, e con 
la minima fatica dell’intelletto. Ora la vera misura im¬ 
mutabile della natura è la sua assoluta totalità, che è 
tutta l’infinità di essa in quanto fenomeno. Ma. poiché 
questa misura fondamentale è un concetto in se stesso 
contradittorio (data l’impossibilità della totalità assoluta 
di un progresso all’infinito), quella grandezza di un og¬ 
getto naturale, cui l’immaginazione applica inutilmente 
tutto il suo potere di comprensione, deve condurre il con¬ 
cetto della natura ad un sostrato soprasensibile (che sta 
a fondamento della natura e, nel tempo stesso, della no¬ 
stra facoltà di pensare), che è «rande al di là di ogni 
misura dei sensi, e perciò ci farà giudicare sublime 
non tanto l’oggetto, quanto lo stato d’animo che accom¬ 
pagna il suo apprezzamento. 

Così, allo stesso modo che il Giudizio estetico applicato 
al bello riferisce il libero giuoco dell’immaginazione al¬ 
l’intelletto, per accordarlo coi concetti di questo in 
generale (senza determinare quali); il Giudizio stesso, 
àppi icato a qualcosa in quanto sublime, riferisce l’im¬ 
maginazione alla ragione, per accordarla soggettiva¬ 
mente con le idee di questa (indeterminate), vale a dire 
per produrre uno stato di animo conforme e conciliabile 
con quello che risulterebbe dall’influsso sull’animo di de¬ 
terminate idee (pratiche). 

Da ciò si vede ancora che la vera sublimità non dev’es- 
ser cercata se non nell’animo di colui che giudica, e non 
nell’oggetto naturale, di cui il giudizio dà luogo a quello 
stato. Chi vorrebbe chiamar sublimi masse montuose in¬ 
formi, poste l’una sull’altra in un selvaggio disordine, 
con le loro piramidi di ghiaccio, oppure il mare cupo e 
tempestoso, e altre cose di questo genere? Ma l’animo si 
sente elevato nella propria stima, quando, contemplando 
queste cose, senza guardare alla loro forma, si abbandona 
all’immaginazione, e alla ragione, che, sebbene si unisca 
all’immaginazione senza nessuno scopo determinato, ha 



















ANALITICA DEL SUBLIME 


107 


per effetto di estenderla; e trova nondimeno che tutta la 
potenza dell’immaginazione è inadeguata alle idee della 
ragione. 

Esempi i di sublime matematico della natura nella sem¬ 
plice intuizione ci sono forniti da tutti i casi, in cui (per 
abbreviare le serie numeriche) è data come misura al- 
F immaginazione non tanto un maggior concetto numerico, 
quanto una grande unità. Un albero, che apprezziamo se¬ 
condo l’altezza deU’uomo, costituisce la misura, per una 
montagna; e questa, se la sua altezza è presso a poco un 
miglio, può servire come unità pel numero che esprime il 
diametro terrestre, per rendercelo intuibile: il diametro 
terrestre può servire pel sistema planetario da noi comi 
sciuto, e questo pel sistema della via lattea; e nessun li¬ 
mite c’è da aspettarsi dall’innumerevole quantità di tali 
sistemi di vie lattee, chiamate nebulose, le quali probabil¬ 
mente costituiscono in se stesse nuovi sistemi. Ora il 
sublime, nel giudizio estetico di un tutto così immensu¬ 
rabile, non sta tanto nella grandezza del numero, quanto 
nel fatto che, procedendo, raggiungiamo unità sempre 
maggiori; in che siamo aiutati dalla divisione sistematica 
del mondo, la quale ci rappresenta ogni grandezza natu¬ 
rale come piccola da un altro punto di vista, e propria¬ 
mente ci mostra l’immaginazione con tutta la sua infi¬ 
nità, e la natura con essa, che si dissipano davanti alle 
idee della ragione, quando l’immaginazione no debba fare 
un’esibizione adeguata. 


§ 27. — Della qualità del piacere nel giudizio del sublime. 

Il sentimento dell’ insufficienza del nostro potere a rag¬ 
giungere un’idea, che per noi è legge, è la stima. 
Ora, l’idea della comprensione di ogni fenomeno, che può 
esserci dato, nell’ intuizione di un tutto, è tale che ci è 
imposta da una legge della ragione, la quale non rico¬ 
nosce come misura, valida per ognuno ed immutabile, se 





I f IH 


PARTE I - SEZIONE I MURO 11 


ii.m il Ilitio assoluto. Ma la nostra imuiMginnzi.. anche 

nel mio massimo sforzo, mostra i suoi limiti <■ la sua in¬ 
sufficienza riguardo a quella comprensioni', clic ad essa 
si richiede, di un oggetto dato in un tulio dell’intuizione 
(e quindi riguardo all’esibizione dell'idea della ragione); 
e mostra, nel tempo stesso, come una legge, la sua desti¬ 
nazione ad adeguarsi a quell’idea. Sicché il sentimento 
del sublime della natura è un sentimento di stima per 
la nostra propria destinazione, che, con una specie di so¬ 
stituzione (scambiando in stima per l’oggetto (inolia per 
l’umanità del nostro soggetto), attribuiamo ad un oggetto 
della natura, il quale ci rende quasi intuibile la superio¬ 
rità della destinazione razionale delle nostre facoltà co¬ 
noscitive, anche sul massimo potere della sensibilità. 

Il sentimento del sublime è dunque un sentimento di 
dispiacere, che nasce dall’ insufficienza dell immagina¬ 
zione, nel l’apprezzamento estetico delle grandezze, rispetto 
all’apprezzamento della ragione; ed è insieme un senti¬ 
mento di piacere suscitato dall’accordo appunto di questo 
giudizio sulla insufficienza del massimo potere sensibile, 
con idee della ragione, in quanto il tendere a queste è per 
noi una legge. Per noi cioè è una. legge (della ragione), 
ed appartiene alla nostra destinazione, l’apprezzare come 
piccolo, in confronto con lo idee della ragione, tutto ciò 
che la natura, come oggetto dei sensi, contiene di grande 
per noi; e tutto ciò che eccita in noi il sentimento di 
questa destinazione soprasensibile si accorda con quella 
legge. Ora, il massimo sforzo dell’immaginazione nell’esi¬ 
bizione dell’unità per l’apprezzamento delle grandezze 
costituisce una relazione a qualcosa di assolutamente 
grande; e per conseguenza anche una relazione alla 
legge della ragione, pel fatto che solo questa si assume 
corno misura suprema delle grandezze. Cosicché l’intima 
percezione dell’insufficienza di ogni misura sensibile ri¬ 
spetto all’apprezzamento delle grandezze fatto dalla ra¬ 
gione, è un accordo con le leggi di questa; ed è un dispia¬ 
cere, che suscita in noi il sentimento della nostra desti- 











ANALITICA DEL SUBLIME 


109 


nazione soprasensibile, dopo di che riesce finale, ed è 
quindi un piacere, il trovare inadeguata alle idee della 
ragione ogni misura della sensibilità. 

L’animo, nella rappresentazione del sublime naturale, 
si sente commosso; mentre resta in contemplazione 
calma nel giudizio estetico sul bello della natura. Tale 
commozione (specialmente al suo principio) può esser 
paragonata ad uno scotimento, vale a dire ad un alternarsi 
rapido di ripulse e di attrazioni dell’oggetto stesso. Il tra¬ 
scendente (fin cui è spinta nell’apprensione dell’intui¬ 
zione) è per l’immaginazione come un abisso, in cui teme 
di perder se stessa; ma per l’idea razionale del sopranni 
sibilo è legittimo, non trascendente, il produrre tale sforzo 
dell’immaginazione: quindi ciò clic per la pura sensi bi 
lità era ripugnante, diventa attraente nella stessa misura. 
Ma il giudizio stesso resta sempre estetico, perchè, senza 
avere a fondamento un concetto determinato dell’oggetto, 
esso rappresenta semplicemente il giuoco soggettivo delle 
facoltà dell’animo (immaginazione e ragione), come armo¬ 
nico nel loro stesso contrasto. Perchè, come, pel loro ac¬ 
cordo, l’immaginazione e l’intelletto nel giudizio del 
bello, così qui, pel loro contrasto, l’immaginazione e la 
ragione producono una finalità soggettiva delle facoltà 
dell’animo: il sentimento, cioè, che noi abbiamo una ra¬ 
gione pura autonoma, o una facoltà d’apprezzar la gran¬ 
dezza, la cui superiorità non può esser resa intuibile se 
non mediante l’insufficienza di quella facoltà, che è essa 
stessa illimitata nell’esibizione delle grandezze (degli og¬ 
getti sensibili). 

La misura di uno spazio (in quanto apprensione) è nel 
tempo medesimo una descrizione di esso, quindi un movi¬ 
mento oggettivo dell’immaginazione, e un progresso; la 
comprensione del molteplice nell’unità, non del pensiero, 
ma dell’intuizione, e quindi la comprensione in un istante 
di ciò che è stato appreso successivamente, è invece un 
regresso, che sopprime la condizione del tempo nel pro¬ 
cesso dell’immaginazione, e rende intuibile la coesi- 






l'AH'lT. I SUZIONI'! 1 Minio II 


I IO 

m ( ■ • 11 / j i Si trutta dunque (pnirliò In .un r ,inno nel 
11-1!11iii è unii condiziono del sonno inl.enio <• ili ogni intui- 
/.ioni 1 ) crini movimento soggettivo doli* immiigiiinziono, con 
cui ossa la violenza al senso interno, c Inalo piu notevol- 
niciite per quanto maggiore è In (|iinntiln die eoaipreiule in 
min intuizione. Sicché lo sforzo per cmnjiroiidero in una in¬ 
tuizione unica una misura «li grandezza, di cui l'appren¬ 
sione esige un tempo notevole, è un modo di rappresenta¬ 
zione che, soggettivamente considerato, produce in noi un 
contrasto; ma, considerato oggettivamente, in (pianto ne¬ 
cessario all’apprezzamento delle grandezze, è tinaie; e la 
stessa violenza, che è esercitata nel soggetto dell’ immagi¬ 
nazione, è giudicata come finale rispetto alla destina¬ 
zione totale dell’animo. 

La qualità del sentimento del sublime sta in ciò, che 
esso è di dispiacere circa un oggetto, nel Giudizio este¬ 
tico, ma è rappresentato nel tempo stesso come finale; 
il che è possibile, perchè la nostra propria insufficienza 
suscita la coscienza di una facoltà illimitata del nostro 
stesso soggetto, o l’animo non può giudicare esteticamente 
di questa se non per mezzo di quella. 

Nell’apprezzamento logico delle grandezze, l’impossi¬ 
bilità di arrivare all’assoluta totalità mediante la pro¬ 
gressione della misura delle cose del mondo sensibile nel 
tempo e nello spazio, era riconosciuta come oggettiva, 
cioè come un’impossibilità di pensare l’influito come 
semplicemente dato, e non come puramente soggettiva, 
cioè come impossibilità di comprenderlo; perchè là non 
si è guardato al grado della comprensione in una intui¬ 
zione, in quanto misura, ma tutto è stato riportato ad un 
concetto numerico. Ma, in un apprezzamento estetico delle 
grandezze, il concetto di numero dev’essere escluso o mo¬ 
dificato; e solo la comprensione dell’immaginazione è ade¬ 
guata come unità di misura (fatta quindi astrazione dai 
concetti d’una legge della produzione successiva dei con¬ 
cetti di grandezza). —Ora, quando una grandezza tocca 
quasi il limite della nostra facoltà di comprensione in una 


I 











ANALITICA DEL SUBLIME 


I I I 


intuizione, e nondimeno f immolazione « I* 

grandezze numerielie (perle olmi, ..,. 

J10stra facoltà) a cercare la comprensione esteti a 
rSore «nik sentiamo allora il nostro 
esteticamente costretto da limiti; ma. ^ardan^ 
cessarla estensione dell’ immaginazione, che cerc ‘ h 
giungere ciò che è illimitato nella nostra facoltà di. 
ragione, cioè l’idea del tutto assoluto, noi ci rapimmo, 
tiamo come tinaie il nostro dispiacere, e quindi am 
rispetto alle idee della ragione e al loro risveglio, ■ * 
sufficienza dell’immaginazione. Ma appunto pcicm « 

,tizio estetico stesso è finale soggettivamente rispetto a 
ragione, in quanto sorgente delle idee, vale a dire risp, , 
ad una comprensione intellettuale, di fronte a ° . 
comprensione estetica è piccola; ed anche perciò _ • 

in quanto sublime, è accolto con un piacere, il quale non 
è possibile se non mediante un dispiacere. 


B) - Del sublime dinamico della natura. 


§ 28 . — Della natura in quanto potenza- 

La potenza è un potere superiore a grandi ostacoli. 
Questa potenza si chiama impero, quando e superiore 
anche alla resistenza di ciò che è pure una potenza. L. 
natura, considerata nel giudizio estetico come una potenza 
le non ha alcun impero su di noi, è dinamicamente 

La matura, per essere giudicata dinamicamente sublime, 
dev’essere rappresentata come suscitante timore (sebbem 
non sia vera la reciproca, che cioè ogni oggetto che su¬ 
scita timore debba esser trovato sublime nel giudizio est. 
tìco) Perchè nel giudizio estetico (senza concetto) la su 
periorità sugli ostacoli non può essere giudicata se ima 







l'Almo I - SEZIONI'! I unito II 


112 


iInII h grandezza della resistenza. Ora. riè cui noi siamo 
spinti ad opporci è un male, e, «piando seiiliamo elle il 
nostro potere non è adeguato, è un oggetto ili timore. 
Perciò la natura, pel Giudizio estetico, non può essere una 
potenza, e quindi dinamicamente sublime, se non è consi¬ 
derata come oggetto di timore. 

Ma si può considerare un oggetto come temibile senza 
aver timore davanti ad esso, quando cioè lo giudichiamo 
pensando semplicemente il caso che gli volessimo far 
resistenza, o vedendo che allora qualunque resistenza sa¬ 
rebbe vana. Così l’uomo virtuoso temo Iddio, senza aver 
paura davanti a lui, perchè non immagina il terribile caso 
in cui volesse opporsi a lui e ai suoi ordini. Ma per tutti 
i casi di questa specie, che non gli sembrano in se stessi 
impossibili, riconosce che Dio è da temersi. 

Colui che teme può giudicare tanto del sublime della 
natura, quanto può giudicare del bello chi è dominato dal- 
l’inclinazione e dall’appetito. Egli fugge la vista dell’og¬ 
getto, che gli desta timore; ed è impossibile trovar piacere 
in uno spavento, che è seriamente sentito. Perciò quel pia¬ 
cere, che sentiamo al cessar di qualcosa che ci opprime, è 
una gioia. Ma è una gioia, quando si tratta della libe¬ 
razione da un pericolo, alla condizione che non vi saremo 
mai più esposti; ben lungi dal cercare l’occasione di ri¬ 
pensare alla sensazione provata, non potremo ricordarla 
senza fastidio. 

Le rocce che sporgono audaci in alto e quasi minac¬ 
ciose, le nuvole di temporale che si ammassano in cielo 
tra lampi e tuoni, i vulcani che scatenano tutta la loro po¬ 
tenza distruttrice, e gli uragani che si lascian dietro la 
devastazione, l’immenso oceano sconvolto dalla tempesta, 
la cataratta d’un gran fiume, etc., riducono ad una picco¬ 
lezza insignificante il nostro potere di resistenza, parago¬ 
nato con la loro potenza. Ma il loro aspetto diventa tanto 
più attraente per quanto più è spaventevole, dal momento 
che ei troviamo al sicuro; e queste cose le chiamiamo 
volentieri sublimi, perchè esse elevano le forze dell’anima 













ANALITICA DEL SUBLIME 


113 


al disopra della mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprir» 
in noi stessi una facoltà di resistere interamente diversa, 
la quale ci dà il coraggio di misurarci con l’apparente 
onnipotenza della natura. 

Difatti, allo stesso modo che nell’immensità della na¬ 
tura e nell’incapacità nostra a trovare una misura ade¬ 
guata per l’apprezzamento estetico del suo dominio, sco¬ 
primmo la nostra propria limitazione, ma ci fu rivelata 
nel tempo stesso, nella facoltà della ragione, un’altra mi¬ 
sura non sensibile, la quale comprende quell’ infinita 
stessa come una unità, e di fronte a cui tutto è piccolo 
nella natura, — trovammo per conseguenza nel nostro 
animo una superiorità sulla natura considerata anche nella 
sua immensità : così l’impossibilità di resistere alla po¬ 
tenza naturale ci l'a riconoscere la nostra debolezza in 
quanto esseri della natura, cioè la nostra debolezza fìsica, 
m;i ci Meopre cenfimi poraneaniente una facoltà di giudi- 
earei imii pendenti dalla natura, ed una superiorità che 
abitiamo su di essa, da cui deriva una facoltà di conser¬ 
va rei ben diversa da quella che può essere attaccata e 
messa in pericolo dalla natura; perchè in virtù di essa 
l’umanità della nostra persona resta intatta, quand’anche 
dovessimo soggiacere all’ impero della natura. In tal modo 
la natura, nel nostro giudizio estetico, non è giudicata 
sublime in quanto è spaventevole, ma perchè essa incita 
quella forza che è in noi (o che non è natura) a consi¬ 
derare come insignificanti quello cose che ci preoccupano 
(i beni, la salute e la vita), o a non riconoscere nella po¬ 
tenza naturale (a cui siam sempre sottoposti relativa¬ 
mente a tali cose) un duro impero su di noi e sulla nostra 
possibilità, al quale dovremmo solo rassegnarci se esso 
potesse estendersi ai nostri principii supremi, alla loro 
affermazione o al loro abbandono. La natura qui non è 
dunque chiamata sublime se non perchè eleva l’immagi¬ 
nazione a rappresentare quei casi in cui l’anima può sen¬ 
tire la sublimità della propria destinazione, anche al di¬ 
sopra della natura. 


E. Kant, Critica del piu dizio. 


8 












Questa stima di so stesso non perdo nulla pel l'atto che 
dobbiamo sentirei al sicuro por poter trovare pool piacere 
vivificante; non perchè non vi è seriola nel pericolo, non 
vi potrà essere serietà (co.no potrebbe soirilirn.ro) nella 
sublimità della nostra facoltà spirituale. IVroliò uni il pia¬ 
cere riguarda soltanto la scoperta della destinazione 
delta nostra facoltà, in quanto la disposizione a questa si 
trova nella nostra natura, mentre lo sviluppo e l'esercizio 
di essa sono a noi affidati e sono compito nostro. Ed è la 
verità, per quanto l’uomo, allorché spingi; la sua rifles¬ 
sione fin là, possa aver coscienza della sua presente e reale 
debolezza. 

In verità, questo principio sembra tratto da troppo 
lungi e troppo ragionato, e quindi al di là della portata 
di un giudizio estetico; ma l’osservaziono dell’uomo di¬ 
mostra il contrario, clic esso cioè può stare a fondamento 
del più comune giudizio, sebbene di esso non si sia sempre 
coscienti. Difatti, che cosa è, anche pel selvaggio, l’og¬ 
getto della massima ammirazione? Un uomo, che non teme 
di niente, che non si spaventa di nulla, che non cede da¬ 
vanti al pericolo, ma che nel tempo stesso scende energi¬ 
camente all’azione con piena riflessione. Anche nello stato 
di civiltà più raffinato resta questa stima singolare pel 
guerriero; e solo si richiede che egli mostri nello stesso 
tempo tutte le virtù della pace, la dolcezza, la pietà, e 
perfino una cura conveniente della persona, perchè ap¬ 
punto in ciò si riconosce l’invincibilità del suo animo di 
fronte a .1 pericolo. Perciò si potrà disputare finché si vuole 
per decidere a chi spetti la preferenza nella nostra stima, 
so all’uomo di stato o al guerriero; il giudizio estetico è 
per quest’ultimo. La guerra stessa, quando è condotta con 
ordine e col sacro rispetto dei diritti civili, ha in sè qual¬ 
cosa di sublime, e rende il carattere del popolo, che la fa 
in tal modo, tanto più sublime per quanto più numerosi 
sono stati i pericoli a cui si è esposto e più coraggiosa¬ 
mente vi si è affermato; mentre invece una lunga pace di 
solito dà il predominio al semplice spirito mercantile, e 









ANALITICA DEL SUBLIME 


115 


quindi al basso interesse personale, alla viltà, alla mol¬ 
lezza, abbassando lo spirito pubblico. 

Contro questa spiegazione del concetto del sublime, che 
lo attribuisco alla potenza, pare che stia il fatto che noi 
siamo soliti di rappresentarci Dio come in collera nelle 
tempeste, negli uragani, noi terremoti e via discorrendo; 
ma nel tempo stesso come rivelante la sua sublimità, in 
modo tale che sarebbe stoltezza e follia l’immaginare una 
superiorità del nostro animo sugli effetti, e, a quanto pare, 
anche sui fini di una tale potenza. Pare che non sia il 
sentimento di sublimità della nostra propria natura, ma 
piuttosto l’abbattimento, la costernazione, il sentimento 
della propria assoluta debolezza, lo stato d’animo che con¬ 
viene di fronte alle manifestazioni di un essere cosiffatto, 
e che ordinariamente va congiunto con l’idea che di esso 
ci facciamo in presenza di simili avvenimenti naturali. 
Pare clic nella religione in generale l’unica maniera di 
comportarsi alla presenza della divinità sia il prosternarsi, 
l'adorare a testa bassa, con atteggiamento compunto e 
voce dolorosa; ed è perciò che questa maniera è stata 
adottata dalla maggior parte dei popoli, ed è ancora osser¬ 
vata. Ma questa disposizione d’animo ò ben lungi dal¬ 
l’essere in se stessa e necessariamente legata con l’idea 
della sublimità d’una religione e dell’oggetto di questa. 
L’uomo, che teme realmente, perchè ne trova la ragione 
in se stesso, avendo coscienza di peccare con le sue cat¬ 
tive intenzioni contro una potenza, di cui la volontà è ir¬ 
resistibile ma nel tempo stesso giusta, non si troA^a nella 
disposizione d’animo favorevole per ammirare la gran¬ 
dezza divina, per cui è necessaria una disposizione alla 
contemplazione calma e un giudizio interamente libero. 
Solo, quando è cosciente delle sue rette intenzioni, che sa 
grate a Dio, quegli effetti della potenza divina possono 
suscitare nell’uomo l’idea della sublimità di questo essere, 
perchè allora egli trova in se stesso una sublimità di sen¬ 
tire conforme alla volontà di lui, e si eleva al disopra 
della paura davanti a questi avvenimenti naturali, che 







PARTE I - SEZIONE I - MURO 11 


11« 

non considera più come sfochi della siili collera. Anche 
l'iimiltà, in quanto giudizio rigoroso di quegli errori pro¬ 
pri i, elio d’altra parte, da una coscienza benevola, potreb¬ 
bero essere facilmente scusati con In fragilità (lidia na¬ 
tura umana, è una sublime disposizione dell'anima, che 
consiste nel sottoporsi volontariamente al dolore del ri¬ 
morso, per estirparne a poco a poco la causa. Solo così 
la religione si distingue intimamente dalla superstizione: 
questa non induce nell’animo il rispetto pel sublime, ma 
la paura e l’angoscia davanti all’essere onnipotente, dalla 
cui volontà l’uomo spaventato si vede abbattuto, senza 
però rispettarlo; da che non possono nascere, invece di 
una religione della condotta buona, se non pratiche pro- 
piziatrici ed insinuanti. 

La sublimità non risiede dunque in nessuna cosa della 
natura, ma soltanto nell’animo nostro, quando possiamo 
sentire di esser superiori alla natura che è in noi, e perciò 
anche alla natura che è fuori di noi (in quanto ha influsso 
su di noi). Tutto ciò che suscita in noi questo sentimento, 
o quindi la potenza della natura che provoca le nostre 
forze, si chiama (sebbene impropriamente) sublime; e solo 
supponendo questa idea in noi, e relativamente ad essa, 
siamo capaci di giungere all’ idea della sublimità di quel¬ 
l’essere, il quale produce in noi un’intima stima, non so¬ 
lamente con la potenza che mostra nella natura, ma ancor 
più con la facoltà, che è in noi, di giudicare la natura 
medesima senza timore, e di concepire la nostra destina¬ 
zione come sublime rispetto ad essa. 


§ 29 . — Della modalità del giudizio sul sublime della natura. 

Vi è un’infinità di cose della bella natura, per le quali 
presumiamo l’accordo del nostro giudizio con quello di 
ciascun altro, e, senza molto ingannarci, possiamo anche 
aspettarlo; ma dal nostro giudizio sul sublime della na¬ 
tura non ci possiamo promettere così facilmente il con- 













ANALITICA DEL SUBLIME 


117 


Benso altrui. Pare difatti che, per pronunziare un giudizio 
su questa eccellenza degli oggetti naturali, sia necessaria 
una coltura molto maggiore, non soltanto del Giudizio 
estetico, ma anche dello facoltà conoscitive che y i stanno 
a fondamento. 

La disposizione dell’animo al sentimento del sublime 
esige nell’animo stesso una capacità per le idee, perche 
appunto dalla insufficienza della natura rispetto alle idee 
«, solo quando si ammetta tale insufficienza, dallo sforzo 
dell’immaginazione per considerare la natura come uno 
schema per le idee, deriva quel terribile della sensibilità, 
che è nel tempo stesso atti-aente: è un impero che la ra¬ 
gione esercita sulla sensibilità per estenderla in modo da 
farla adeguata al proprio dominio (il dominio pratico), e 
per farle intraveder l'infinito, che è per essa un abisso. 
In realtà ciò clic noi, preparati dalla coltura, chiamiamo 
sublime, senza lo sviluppo delle idee morali è per l’uomo 
rozzo semplicemente terribile. Questi, in quelle inanife- 
sl,azioni dell’impero devastatore della natura e della sua 
arando potenza, di fronte a cui il potere proprio si riduce 
a niente, non vedrà che la miseria, il pericolo, l’affanno, 
che colpirebbero l’uomo che vi sarebbe esposto. Così, quel 
buono e peraltro intelligente contadino savoiardo (di cui 
parla il signor di Saussure) 1 , chiamava pazzi senz’altro 
tutti gli amatori delle alte montagne. E chi sa se egli 
avrebbe avuto tanto torto nel caso che quell’osservatore 
avesse affrontato i pericoli cui si esponeva, soltanto, come 
la maggior parte dei viaggiatori, per curiosità o P er darne 
un giorno qualche patetica descrizione? Ma lo scoilo suo 
era l’istruzione degli uomini; e quest’uomo eccellente 
aveva inoltre, e comunicava ai lettori dei suoi viaggi, il 
sentimento che eleva l’anima. 

Ma, se il giudizio sul sublime della natura (più che 
quello sul bello) esige una certa coltura, esso non è prò- 


1 Hor. Ben. de Saussure (1740-1799), naturalista ginevriu 0 * celebre per 
aver fatto pel primo l’ascensione del Monte Bianco [TJ. 












1 IH 


•Alt'l'H I M./.IONI, I I 1IIUO II 


dolio oi'igiimrinmonto dulia rollimi hIi'Hmi. nr r introdotto 
nrlln società dii unii semplice coli voli'/, ioiir : lui il mio fon- 

<I;iinculo orila natura umiinn. in iiunlrl.ma elio si può 

supporre ed esigere da ognuno insieme roti l’intelligenza 
ordinaria, Vale a dire la disposi /ione .il sentiménto per 
Io idee (pratiche), cioè al seni i moti lo inorale. 

Su ciò si fonda la necessità elle noi allriliuiamo al giu¬ 
dizio del sublime, quando esigiamo raccordo del giudizio 
altrui col nostro. Difatii, allo stesso modo elle accusiamo 
di mancanza di gusto colui che resta indifferente davanti 
a un oggetto naturale che noi troviamo bello, diciamo 
che manca di sentimento chi non si commuove per ciò 
clic noi dichiariamo sublime. Da tutti esigiamo il con¬ 
senso nei due casi c, se v’è bisogno di una coltura, in tutti 
la supponiamo: con questa differenza soltanto, che nel 
primo caso, poiché l’immaginazione è riferita semplice¬ 
mente all’intelletto in quanto facoltà dei concetti, esi¬ 
giamo il consenso da ognuno, senz’altro; mentre nel se¬ 
condo, essendo l’immaginazione riferita alla ragione in 
«pianto facoltà delle ilice, esigiamo il consenso sotto una 
condiziono soggettiva (ma che ci crediamo autorizzati a 
supporre in ognuno), cioè il sentimento morale, e così 
attribuiamo la necessità anche a quest’altro giudizio este¬ 
tico. 

Questa modalità dei giudizi! estetici, cioè la necessità 
che loro è propria, costituisce uno dei punti capitali della 
critica del Giudizio. Perchè questa qualità ci scopre in 
essi un principio a priori, e li trae fuori dalla psicologia 
empirica nella quale resterebbero sepolti tra i sentimenti 
del piacere e del dolore (col solo epiteto insignificante di 
sentimenti più delicati), per riportarli, e con essi la 
facoltà del giudizio, a quei sentimenti che hanno a fon¬ 
damento principii a pr ori, e farli rientrare come tali nella 
filosofia trascendentale. 









— 


ANALITICA DEL SUBLIME 119 


OSSERVAZIONE GENERALE 

SULL’ESPOSIZIONE DEI GIUDIZI! ESTETICI RIFLETTENTI 


Riguardo al sentimento di piacere un oggetto dev’es¬ 
sere riportato o al piacevole, o al bello, o al sublime, 
« al buono (assoluto) (jucundum, pulchrum, sublime, 
honestum). 

Il piacevole, in quanto motivo delle inclinazioni, è 
sempre della stessa specie, qualunque sia la sua origine, e 
per quanto siano specificamente diverse le rappresenta¬ 
zioni (del senso e della sensazione, oggettivamente con¬ 
siderale). Cosi, (piando si traila di giudicare dell’influsso 
del piacevole sul l'animo, non si guarda se non al numero 
dei piaceri (simultanei e successivi) e, per così dire, alla 
massa delle sensazioni piacevoli, la quale non si può con¬ 
cepire so non come quantità. Il piacevole non produce 
alcuna cultura, ma appartiene al semplice godimento. — Il 
bello, invece, esige la rappresentazione di una certa qua¬ 
lità dell’oggetto, che si può anche rendere intelligibile e 
riportare a concetti (sebbene ciò non si faccia nel giudizio 
estetico): coltiva l’animo, richiamando l’attenzione sulla 
finalità del sentimento di piacere. — Il sublime consiste 
puramente nella relazione in cui si giudica il sensibile, 
nella rappresentazione della natura, come atto ad un pos¬ 
sibile uso soprasensibile. — Il buono assoluto, conside¬ 
rato oggettivamente nel sentimento che ispira (come 
oggetto del sentimento morale), in quanto è capace di 
determinare le facoltà del soggetto per via della rappre¬ 
sentazione d’una legge assolutamente neccessaria, si 
distingue principalmente per la modalità di una neces¬ 
sità l'ondata su concetti a priori ; la quale non solo chiede, 
ma impone il consenso ad ognuno, e per se stessa non 
appartiene al Giudizio estetico, ma al Giudizio intellet¬ 
tuale puro; non è affermata da un giudizio riflettente, ma 








PARTE I - SEZIONE I LIBRO II 


120 

cl:i un giudizio determinante, e non è riferita alla natura, 
ma alla libertà. Ma la determinabilità ilei soggetto 
mediante quest’idea, e di un soggetto che può trovare 
ostacoli in se stesso, nella propria sensibilità, e pure 
sentirò la sua superiorità su tali ostacoli, superandoli in 
quanto modificazioni del proprio stato, il senti¬ 
mento morale, insomma, ò legato col Giudizio estetico, e 
con le sue condizioni formali, in quanto è possibile 
rappresentarsi anche esteticamente la legalità ili un’azione 
compiuta per dovere, cioè come sublime o bella, senza 
alterare la sua purità: la qual cosa, non si avrebbe se la 
si volesse congiungere con un legame naturale al senti 
mento del piacevole. 

Se si vuole il risultato di tutta la precedente esposi¬ 
zione dello due specie di giudizii estetici, si avranno le 
seguenti brevi definizioni: 

Bello è ciò che piace nel semplice giudizio (e quindi 
non per mezzo della sensazione dei sensi, secondo un con¬ 
cetto dell’intelletto). Segue naturalmente che debba pia¬ 
cere senza interesse. 

Sublime è ciò che piace immediatamente per la sua 
opposizione all’ interesse dei sensi. 

Queste due, in quanto definizioni di giudizi estetici 
universalmente valevoli, si riferiscono a principii sogget¬ 
tivi: nell’uno alla sensibilità che favorisce l’intelletto con 
templativo, nell’altro alla sensibilità stessa che contrasta 
coi fini della ragion pratica; e nondimeno i due giudizii, 
riuniti nello stesso soggetto, sono finali rispetto al senti¬ 
mento morale. Il bello ci prepara ad amar qualche cosa, 
anche la natura, senza interesse; il sublime a stimarla, 
anche contro il nostro interesse (sensibile). 

Si può definire così il sublime: è un oggetto (della na¬ 
tura) la cui rappresentazione determina l’animo 
a concepire come un’esibizione d’idee l’impossi¬ 
bilità di raggiungere Ja natura. 

Letteralmente, e dal punto di vista logico, le idee non 
possono essere esibite. Ma, quando noi, nell’intuizione 














ANALITICA DEL SUBLIME 


121 


■ Idia natura, estendiamo (matematicamente o dinamica¬ 
mente) la nostra facoltà rappresentativa empirica, inter¬ 
viene infallibilmente la ragione, come facoltà dell’indi- 
pendenza della totalità assoluta, a produrre uno sforzo 
(sebbene inutile) dell’animo, allo scopo di rendere ade¬ 
guata alle idee la rappresentazione sensibile. Questo sforzo, 
e il sentimento dell’impotenza dell’immaginazione a rag¬ 
giungere l’idea, costituiscono essi stessi un’esibizione della 
(i nalità soggettiva del nostro animo nell’uso dell’ imma¬ 
ginazione circa la sua destinazione soprasensibile, e ci 
costringono a pensare soggettivamente la natura stessa 
nella sua totalità come esibizione di qualcosa di sopra- 
sensibile, senza che questa esibizione possa essere ogget¬ 
tivamente prodotta. 

Noi, difatti, siamo presto convinti che alla natura, nello 
spazio e nel tempo, manca, 1 ’bicondizionale, e quindi anche 
l’assoluta grandezza, la quale nondimeno è richiesta anche 
dalla ragione più ordinaria. E appunto ciò ci ricorda che 
noi abbiamo da fare soltanto con una natura fenomenica; 
la quale dev’esser considerata come semplice esibizione 
di una natura in sè (di cui la ragione possiede l’idea). 
Ma quest’idea del soprasensibile, che noi non determi¬ 
niamo ulteriormente, in modo che possiamo soltanto pen¬ 
sare la natura come sua esibizione, ma non conoscerla 
come tale, è suscitata in noi da un oggetto, il giudizio 
estetico del quale estendo l’immaginazione fino agli ultimi 
limiti, sia della sua estensione (matematicamente), sia 
della sua potenza sull’animo (dinamicamente), e ciò col 
fondarsi sul sentimento di una destinazione dell’animo 
stesso (sul sentimento morale), la quale trascende del 
tutto il dominio dell’immaginazione, rispetto a cui la rap¬ 
presentazione dell’oggetto è giudicata come soggettiva¬ 
mente finale. 

In realtà è impossibile concepire un sentimento pel su¬ 
blime della natura, senza legarvi una disposizione del¬ 
l’animo simile a quella che è propria del sentimento mo¬ 
rale; e, sebbene il piacere immediato pel bello naturale 








122 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO li 


supponga e coltivi una certa liberalità nel modo di pen¬ 
sare, cioè l’indipendenza del piacere dal semplice godi¬ 
mento sensibile, la libertà qui sta piuttosto nel giuoco 
che in una occupazione regolare; mentre quest’ultima 
è il carattere proprio della moralità umana, in cui la 
ragione fa necessariamente violenza alla sensibilità; sol¬ 
tanto che nel giudizio estetico sul sublime questa violenza 
ce la rappresentiamo come esercitata dall’immaginazione 
stessa, in quanto strumento della ragione. 

Il piacere pel sublime della natura è perciò soltanto 
negativo (mentre quello pel bello è positivo), vale a 
dire è il sentimento dell’immaginazione che si priva da 
sè della propria libertà, e si determina conformemente a 
un’altra legge, che non è quella del suo uso empirico. In 
tal modo, l’immaginazione raggiunge un’estensione e una 
potenza maggiore di quella che ha sacrificata, ma di cui 
il principio le è ignoto, mentre sente però il sacrifizio o 
la privazione e, nel tempo stesso, la causa cui è sotto¬ 
messa. Lo stupore che confina con lo spavento, il racca¬ 
priccio e il sacro orrore che prova lo spettatore alla vista 
di montagne che si elevano fino al cielo, di profondi abissi 
in cui le acque si precipitano furiose, di una profonda 
solitudine che ispira tristi meditazioni, etc., quando egli 
si senta al sicuro, non costituiscono un timore effettivo; 
sono una prova cui è sottoposta la nostra immaginazione 
affinchè la conosciamo meglio nella sua potenza, e perchè 
all’emozione prodotta da tali spettacoli si accompagni la 
calma spirituale, e ci sentiamo superiori alla natura in 
noi e fuori di noi, in quanto può avere influenza sul sen¬ 
timento del nostro benessere. L’immaginazione, difatti, 
quando opera secondo la legge dell’associazione, fa dipen¬ 
dere dal fìsico lo stato di soddisfazione; quando opera, 
invece, secondo principii dello schematismo del Giudizio 
(per conseguenza, quando si subordina alla libertà), è uno 
strumento della ragione e delle sue idee, e come tale è una 
potenza che afferma la nostra indipendenza contro gli in¬ 
flussi naturali, abbassa ed impiccolisce ciò che è grande 










— 


ANALITICA DEL SUBLIME 1 

secondo natura, e pone l’assoluta grandezza solo nella 
propria destinazione (vale a dire in quella del soggetto). 
Questa riflessione del Giudizio estetico, diretta ad ade¬ 
guare l’immaginazione alla ragione (senza però un con¬ 
retto determinato di quest’ultima), rappresenta l’oggetto 
come soggettivamente Anale, in virtù della sconcordanza 
oggettiva medesima, che è tra l’immaginazione nella sua 
estensione massima e la ragione (come facoltà delle idee). 

Qui bisogna badare a ciò che già prima è stato ricor¬ 
dato, che cioè nell’estetica trascendentale del Giudizio si 
parla unicamente di giudizii estetici puri, e che quindi 
gli esempii non possono esser presi da quegli oggetti na¬ 
turali belli o sublimi, i quali presuppongono il concetto 
di uno scopo; perchè allora i giudizii o sarebbero teleo¬ 
logici, o sarebbero fondati sulle semplici sensazioni di un 
oggetto (piacere o dolore), e perciò la finalità nel primo 
caso non sarebbe estetica, e nel secondo non sarebbe pu¬ 
ramente formale. Così, quando si dice sublime il cielo 
stellato, non è necessario, per giudicarlo tale, di avere il 
concetto di mondi abitati da esseri ragionevoli, di vedere, 
in quei punti luminosi di cui è pieno lo spazio sopra ai 
noi, i soli di quei mondi movontisi sulle loro orbite trac¬ 
ciate adeguatamente al loro scopo; basta semplicemente 
considerarlo come si vede, quale una immensa volta che 
comprende tutto; e solo in questa rappresentazione pos¬ 
si:. riporre la sublimità che è attribuita all’oggetto da 

mi miro giudizio estetico. Allo stesso modo non dobbiamo 
rappresentarci l’oceano quale lo pensiamo in quanto 
siamo ricchi di svariate conoscenze (che non stanno pero 
nell’ intuizione immediata), vale a dire come un vasto regno 
di esseri acquatici, come un grande serbatoio d’acqua |>« ' 
vapori che impregnano l’aria di nuvole a vantaggio del In 
terra, o come un elemento che, pur dividendo le parli 
del mondo, rende possibile tra esse la massima cornimi 
cazione; perchè questi sono veri giudizii teleologici. I ■ 

poterlo trovar sublime, bisogna rappresentarselo ne.. 

cernente come fanno i poeti, secondo ciò che ci .. 1 ' 






124 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


vista: per esempio, quando è calmo, come un chiaro spec¬ 
chio d’acqua limitato soltanto dal cielo; quando è tempe¬ 
stoso, come un abisso che minaccia d’inghiottir tutto. Lo 
stesso devo dirsi del sublime e del bello nella figura umana, 
in cui fondamento del nostro giudizio non devono essere 
i concetti dei fini cui son destinate le varie parti che la 
compongono, e l’accordo delle parti coi fini medesimi non 
deve influire sul nostro giudizio estetico (che cesse¬ 
rebbe d’esser puro), sebbene sia una condizione necessaria 
pel piacere estetico, che le parti non contrastino coi loro 
fini. La finalità estetica è la legalità del Giudizio nella 
sua libertà. Il piacere che deriva dal l’oggetto dipende 
dalla relazione in cui vogliamo porre l’immaginazione, 
sempre a condizione però che essa mantenga da sò l’animo 
in una libera occupazione. Quando invece il giudizio ò de¬ 
terminato da qualcos’altro, una sensazione dei sensi o 
un concetto dell’intelletto, osso, pur essendo legittimo, 
non ò più il giudizio di una libera facoltà di giudicare. 

Quando, dunque, si parla di bellezza o sublimità intol 
lettuale, in primo luogo non si adoperano espressioni 
del tutto esatte, perchè la bellezza e la sublimità sono 
modi di rappresentazione estetica che non si troverebbero 
in noi se fossimo soltanto pure intelligenze (o anche se 
immaginiamo di esser tali); in secondo luogo, sebbene 
entrambe, come oggetto di un piacere intellettuale (mo¬ 
rale), siano conciliabili col piacere estetico in quanto non 
riposano sopra alcun interesse, tuttavia la conciliazione 
è difficile, perchè allora esse debbono produrre un in¬ 
teresse; e ciò, so l’esibizione deve accordarsi col piacere 
del giudizio estetico, non avverrebbe nel giudizio se non 
mediante un interesse sensibile congiunto con l'esibizione, 
e però a danno della finalità intellettuale, che perderebbe 
la sua purità. 

L’oggetto di un puro ed incondizionato piacere intel¬ 
lettuale è la legge morale con la potenza che essa esercita 
in noi su tutti i motivi dell’animo che la precedono; e 
poiché questa potenza non si rende esteticamente cono- 











ANALITICA DEL SUBLIME 


125 


scibile se non mediante sacrifizi (con una privazione, cbe 
<« però a vantaggio della libertà interna, e ci scopre la 
profondità non scandagliabile di questa facoltà soprasen¬ 
sibile, con tutte le sue conseguenze che si estendono al- 
l'infinito), il piacere dal punto di vista estetico (relativa¬ 
mente alla sensibilità) è negativo, cioè contrario all’in¬ 
teresse dei sensi, ma è positivo e legato con un interesse 
dal punto di vista intellettuale. Da ciò segue che il bene 
intellettuale o finale in se stesso (il bene morale), quando 
è giudicato esteticamente, dovrebbe essere rappresentato 
piuttosto come sublime che corno bello, in modo da susci¬ 
tare più il sentimento della stima (la quale disdegna le 
attrattive) che un sentimento d’amore e familiare incli¬ 
nazione; perchè la natura umana non si concilia da sè 
con quel bene, ma soltanto per via dell’impero, che la 
ragione esercita sulla sensibilità. Reciprocamente, ciò che 
diciamo sublimo nella natura fuori di noi, o in noi (per 
esempio, certi affetti), non è rappresentato se non come 
una potenza dell’animo ad elevarsi per mezzo dei prin- 
eipii morali al disopra degli ostacoli della sensibilità, ed 
è perciò interessante. 

Voglio indugiare un poco su quest’ultimo punto. L’idea 
del bene congiunta con un affetto si dice entusiasmo. 
Questo stato dell’animo sembra talmente sublime, da far 
dire comunemente che senza di esso niente di grande può 
essere compiuto. Ma ogni affetto 1 è cieco, o nella scelta 
del suo scopo, o, quand’anche questo sia dato dalla ra¬ 
gione, nel conseguimento di esso; perchè è un movimento 
dell’animo che ci rende incapaci della libera riflessione 
sui principii secondo i quali ci dobbiamo determinare. 


1 Gli affetti sono speci ficaio ente distinti dallo passioni. I primi si rife¬ 
riscono solo al sentimento, le seconde appartengono alla facoltà di desiderare, 
e sono inclinazioni cbe rendono difficile o impossibile ogni determinazione della 
volontà per mezzo di principii. I primi sono impetuosi ed irriflessi, le seconde 
durevoli e riflesse: così il risentimento, come collera, è un'affezione, e come 
odio (desiderio di vendetta) 6 una passione. La passione non può essere chia¬ 
mata sublime mai e in nessuna relazione; percliè, se la libertà spirituale è 
impedita nell’affetto, nella passione è soppressa addirittura. 








PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


120 


Esso non può dunque meritare in alcun modo una soddi¬ 
sfazione della ragione. Tuttavia, considerato esteticamente, 
l’entusiasmo è sublime, perchè è una tensione delle forze 
prodotte da idee, le quali danno all’animo una spinta 
di Si'an lunga più potente e durevole dell’ incitamento 
cho deriva da rappresentazioni sensibili. Ma, (e ciò sem¬ 
bra strano) anche l’indifferenza affettiva (apatheia, 
flegma in s'QTUficatu bono) di un animo che segue rigoro¬ 
samente i suoi prineipii immutabili, è sublime, e in una 
maniera singolare, perchè ha dalla sua anche la soddisfa¬ 
zione della ragione. Questo stato spirituale si dice nobile; 
e tale espressione si applica poi anche alle cose, come per 
esempio a un edilìzio, ad un abito, a un modo di scrivere, 
al portamento della persona, etc., quando queste cose su¬ 
scitano meno lo stupore (cioè l’affetto prodotto dalla 
novità superante l’aspettazione), che l’ammirazione (cioè 
una meraviglia la quale non cessa col venir meno della 
novità); il che avviene quando le idee, nella loro esibizione, 
si accordano, senza scopo e senz’arte, col piacere estetico! 

Ogni affetto del genere valoroso, vale a dire che eccita 
la coscienza, delle nostre forze a superare ogni resistenza 
(animi strenui), è esteticamente sublime, come per 
esempio la collera, e perfino la disperazione (quella in cui 
domina la rivolta, non l’abbattimento). Ma l’affetto 
del genere languido, che fa oggetto di pena lo sforzo 
del resistere (animimi langnidum), non ha in sè niente di 
nobile, e può esser riportato al bello del genere sensibile. 
Le emozioni, che si possono rinforzare fino a diventare 
alletti, sono dùnque molto differenti. Sono emozioni forti 
e sono emozioni tenere. Queste ultime, quando si ele¬ 
vano ad essere affetti, non valgono a niente; la tendenza ad 
esse si dice sensibilità. Un dolore che deriva dalla com¬ 
passione, e non vuol essere consolato, o il dolore a cui ci 
abbandoniamo volontariamente, quando siamo colpiti da 
mah immaginarii, che per un’illusione della fantasia 
consideriamo come reali, sono segni e fattori d’un’anima 
tenera, ma nel tempo stesso debole, che mostra un suo 










ANALITICA DEL SUBLIME 


127 


t liiln lidio, e se può chiamarsi fantastica, non si dirà mai 
, i" | nla di entusiasmo. Quei romanzi, quei drammi lagri- 

. '• Quegli insipidi precetti morali, i quali giuocano con 

•> urlili che si dicono (a torto) sentimenti nobili, ma che 
"i realtà ammolliscono il cuore, lo rendono insensibile 
•Ila severa legge del dovere, incapace d'ogni stima per la 
dignità umana nella nostra persona, pel dritto degli 
nomini (che è ben diverso dalla loro felicità), e, in genero, 
incapace di ogni ferino principio; perfino quelle prediche 
religiose, che ci raccomandano pratiche basse e vili, le 
quali ci fanno perdere ogni fiducia nel nostro poterò di 
resistere al male, invece di ispirarci la ferma risoluzione 
di esercitare le lorze che ancora ci restano, malgrado la 
nostra fragilità, a vincere le inclinazioni; la falsa umiltà, 
che del disprezzo di se stesso, d’un pentimento lamentoso 
ed ipocrita, d una disposizione d’animo puramente passiva, 
la i mezzi unici per riuscire grati all’essere supremo: sou 
tutte cose, queste, che non convengono punto a ciò che si 
può riguardare come la bellezza, e tanto meno a ciò che 
è da considerarsi come la sublimità dell’animo. 

Ma anche i movimenti impetuosi dell’animo — o siano 
congiunti con idee religiose in ciò che si dice edificazione, 
ovvero, in quanto diretti soltanto alla cultura, siano con¬ 
giunti con ideo che contengono un interesse sociale, — per 
quanto anche diano uno slancio all’immaginazione, non 
possono pretendere in alcun modo all’onore di una esitò 
zione sublime, se non lasciano dietro di sè una disposi 
zione d animo, che, sia pure indirettamente, abbia inllussn 
sulla coscienza delle proprie forze e sulla decisione a ciò 
che include una finalità intellettuale pura (il so|.rm*oiiMi 

bile). Perchè altrimenti tutti questi movimenti tu ... 

(ano allo emozioni che son gradite in vista della salale 
11 languore piacevole, che segue ad una scossa |o,,d,,iia 
dal giuoco degli affetti, è un godimento del benessere 
che risulta dal ristabilimento deH’oquilibrio delle dmi , 

forze vitali; qualche cosa che, infine, som . In a eio clic 

trovano tanto piacevole i voluttuosi orioulali. quando , 










128 


PAETE I - SEZIONE I - LIBRO II 


fanno strofinare il corpo, premere e piegare dolcemente 
tutti i muscoli e le articolazioni; con la sola differenza 
che nel primo caso la causa motrice è in gran parte in 
noi, mentre nel secondo è interamente fuori. Qualcuno 
crede di esser rimasto edificato da una predica, in cui 
non v’è nulla di edificante (non vi è alcun sistema di mas¬ 
sime buone), e qualche altro pensa di essere stato miglio¬ 
rato da una tragedia, mentre è contento soltanto di avere 
scacciata felicemente la noia. Sicché il sublime deve sem¬ 
pre riferirsi alla maniera di pensare, cioè alle mas¬ 
sime che stabiliscono la superiorità dell’elemento intel¬ 
lettuale e delle idee della ragione sulla sensibilità. 

Non è da temere che il sentimento del sublime abbia da 
perdere qualcosa per questo modo astratto d esibizione. 
Ohe è del tutto negativo riguardo al sensibile; perchè, seb¬ 
bene l’immaginazione non trovi nulla al di là del sensi 
bile cui possa attaccarsi, essa si sente illimitata appunto 
per questa soppressione dei suoi confini: e, per conse¬ 
guenza, quell’astrazione è un’esibizione dell’infinito, la 
(piale appunto perciò, è vero, non può esser mai altro che 
negativa, ma estende l’anima. Forse non v’ è nel libro delle 
leggi degli ebrei un passo più sublime di questo coman¬ 
damento: «Tu non ti farai alcuna immagino o figura di 
ciò che è in cielo, o in terra, o sotto la terra, ete. ». Questo 
solo precetto può spiegare l’entusiasmo che sentiva il po¬ 
polo ebreo per la propria religione, nel suo periodo mi¬ 
gliore, quando si paragonava con gli altri popoli; può 
spiegare quella fierezza che ispira la religione di Mao¬ 
metto. Lo stesso vale per la rappresentazione della legge 
morale e per la nostra disposizione alla moralità, ft per¬ 
fettamente assurdo temere che, togliendo .a questa legge 
tutto ciò che la può raccomandare ai sensi, essa non rice¬ 
verebbe altro che un’approvazione fredda e languida, e 
non produrrebbe in noi alcun moto od emozione. L proprio 
il contrario, perchè quando i sensi non hanno più nulla 
davanti a sè, c resta tuttavia l’idea della moralità, che 
non si può nè disconoscere nè abolire, sarebbe piuttosto 











ANALITICA DEL SUBLIME 


1 2'J 

necessario moderare lo slancio di un’immaginazione il li 
mitata, por impedirle di abbandonarsi all’entusiasmo, an¬ 
ziché, temendo dell’impotenza di queir idea, apprestarli 
aiuti con immagini ed apparati puerili. È perciò che i 
governi hanno concesso volentieri, alle religioni di prov¬ 
vedersi riccamente di apparati, cercando così di togliere 
ai sudditi la pena, ma nel tempo stesso il potere, di esten¬ 
dere le forze dell’anima al di là dei limiti loro arbitraria¬ 
mente imposti, a fine di poterli trattare più agevolmente 
come puramente passivi. 

Questa esibizione pura, semplicemente negativa, della 
moralità, e che eleva l’anima, impedisce invece il pericolo 
del fanatismo, che consiste nell’illusione di voler 
vedore qualche cosa al di là dei limiti della sen¬ 
sibilità, cioè nel sognare secondo principii (vaneggiare 
con la ragione); appunto perchè l’esibizione non è se 
non puramente negativa. L’impenetrabilità dell’idea 
della libertà rende impossibile, di Tatti, ogni esibizione 
positiva; ina la legge morale è in noi un principio suffi¬ 
ciente e originale di determinazione, che non ci permette 
di aver riguardo a qualche altro principio. Se l’entu¬ 
siasmo può paragonarsi al delirio, il fanatismo può 
esser ragguagliato alla demenza, che può meno di ogni 
altra cosa accordarsi col sublime, perchè è profondameli le 
ridicola. NeH’entiisiasmo, in quanto affetto, l’immagina 
zione è senza freno; nel fanatismo, in quanto passione 
radicata c coltivata, è senza regola. Il primo è un acci 
dente passeggierò, che colpisce qualche volta anche l’in 
telligenza più sana; il secondo è una malattia, che scoli 
volge P i ntei 1 igenza. 

La semplicità (la finalità senz’arte) è come lo i hi. 
della natura nel sublime, e quindi della mora li In. do > 

ima seconda natura (soprasensibile), di cui co.. 

«°lo le leggi, senza poter raggiungere con l'inlni . 

quella facoltà soprasensibile che, in noi stessi. ... 

•1 principio di questa legislazione. 

Sebbene così il piacere del bello come quello .1.1 .. 


KANT, Critica del giudizio. 


130 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


t:"”” 10 si » «»<* ««ri es , e - 

1 la loro universale comunicabilità , 

l»r questa loro proprietà ine.. J ; ntoZ,e r e UH 

™:l° mMi ‘r -—co-oivut/r rr „„t:; 

, ls( 1 COnsidera come Qualcosa di sublime lo 

‘li animo buono- ò imo si.,* r . " aro m n,oltl uo,ni ni 

^K.erare riardo X be^vXn? ^ T ^ « 
stanza filantropico, ma che è ben h a , !’° '° 0 abbaT 
nella compagnia dea 2 &1 tr ° Var 1)iaccr « 

lafauia negli uomini per effetto di i 

e triste esperienza- ,11 110 ai una lunga 

»m„„l„e, 5 ZZZ S J* *“,*f • 

anche (nei giovani) il sogno di „„ a folti ■ 7 

sconosciuta al resto del 1 lC tcl ,su ''' 1,11 isola 

una piccola Ornila ! °’, ° V0 si »“* * vita con 

tu- ! roZnSt "T° ?* b ° M " frol - 

latitudine, l’ingiustiziain „'° h ™ omte - La visita, rin¬ 
goi stessi sono Ch « da 

seguimento ilei quali ali • . . unp01 tanti, e nel con¬ 
tutti i mali immag Jb ,'2 " 2™ reei ™“<e 

l’idea di ciò che ni 22 m to,e co ^asto con 

e con l’ardente desiderio 2™ II^ 10 essere - se volessero, 
che. per non 2° * V ?“ 

Piccolo sacrifìcio la rinunzia*TY ^ PU °' pare 1111 

Quella tristezza, che non ci deriva dal S ° CÌalÌ - 
il destino assegna aMi ,u • dal vedere '1 male che 

«impatin), ma qnellfch ‘ T <♦ <*• * ««•’»,« <1.11. 
quella che nasce da, male ohe gli 







ANALITICA DEL SUBLIME 


131 


l 111110 tr » loro (o che si fonda sull’antipatia dei prin- 

.. « sublime perchè riposa sopra idee, mentre la prima 

. . ,,uo e sscre altro che bella. — Quello scrittore non meno 

ru iloso che profondo che è Saussure, nella descrizione 
1,1 I M1() viafi'g'io alle Alpi, dice del Bonhomme, un monte 
■I' Ila Savoia, che «vi domina una certa tristezza insi¬ 
emi icante ». Egli conosceva dunque anche una tristezza 
interessante, come quella ispirata dalla vista di una 
""Illudine, in cui gli uomini ben potrebbero ridursi per 
non udire e sperimentare più nulla del mondo, ma non 
inospite al punto da non offrir loro che un miserrimo ri¬ 
covero.—Faccio questa osservazione soltanto per ricor¬ 
dare che anche la tristezza (non la costernazione) può 
essere considerata tra le affezioni forti, quando abbia 
Iandamento in idee morali; quando invece riposa sulla 
simpatia, e come tale, è anche amabile, appartiene sem¬ 
plicemente alle affezioni tenere: e perchè da ciò si noti 
die Jo stato d’animo soltanto nel primo caso è sublime. 


Per vedere a clic cosa conduce un’esposizione pura¬ 
mente empirica del sublime c del bello, si può paragonare 
con la precedente esposizione trascendentale dei giudizii 
estetici quella fisiologica, come I’hanno elaborata Burbe 
e, presso ili noi, molti uomini d’ingegno. Burbe 1 , che me¬ 
nta di essere considerato come l’autore più importante di 
questo genere di ricerche, arriva per tale via al seguente 
risultato (p. 223 della sua opera): «il sentimento del su¬ 
blimo s. fonda sulla tendenza alla propria conservazione 
e sul timore, vale a dire su di un dolore, il quale, poiché 
non arriva allo sconcerto reale delle parti del corpo, prò 
duce dei movimenti, che, liberando i vasi sottili o grossi 


!“. trad “ 7Ìone ano scritto: Ricerche filomfc) 

Z M beUo e ifl «««*»«. Risa. Bartlcaodi, i r, 

Ka.nt)\ trad, ital.. Milano, 1804 [TJ. 


n uffori- 
(A ola di 







132 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


%:z 7 h lr ri r° si * mo,esti ’ «• ^ di «»», 

emozioni P acevoh, non un vero piacere, ma una specie 
' orrore Piacevole una certa calma mista ai.o spavento 
„ « he . c ^h fonda sull’amore (da cui però vuole 

lM ' 1SI 1 desideri i), lo riduce a (pp. 251-252): «l’allenta¬ 
mento o rilassamento delle fibre del corpo, e quindi un 

soggiacere^ dÌSSolu2Ìoae > “ illanguidimento, un 
• 8giacere, un morire, uno struggersi dal piacere» E con 
toma mu mi. di (lollaizioiic „„„ 

‘ ' .' 11 .«lomento del ballo o del »,.. 

toilette In ' 1111 lmm affma»iono congiuatu con l’ia- 
o Ite. ma anche eoa docili la „„i causa determinante 

1 e»»„„„,.i„„i paiceloaichc e 

zzzxsrr 1 - M ...- 

riamente belle e forniscono ricca materia alle più m-aiit,. 

zsZS’Xn: z::.i ?,z 

S.S lt Z mC " to 0 )aIcraj'aei,to''V.t- 

inavvertiti (perchè tutte quante affettanti i *• 
della vit-i « • allettano il sentimento 

soilZ Z ’ m QUant0 è mia “Odifieariono del 

sxzrz =£/¥=E: ! ^ 

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ANALITICA DEL SUBLIME 133 

lutilo; perchè allora ciascuno consulta ragionevolmente il 

.«mtimento particolare. Ma allora cessa anche iute- 

i minute ogni disputa sul gusto; l’esempio, che danno gli 
nitri con l’accordo accidentale dei loro giudizii, dovrebbe 
■ li rotare un precetto pel nostro consenso, e contro uae¬ 
ri principio noi probabilmente resisteremmo, facendo 
i,nello al naturale dritto di sottoporre al nostro proprio 
•entimento, c non a quello dogli altri, un giudizio elio 
riposa sul sentimento immediato del proprio benessere. 

Re dunque il giudizio di gusto non dove avere un valore 
egoistico, ma necessariamente un valore pluralistico, 
secondo la sua intima natura, cioè per se stesso, o non 
per gli esempi che gli altri danno del loro gusto; e so 
dove essere apprezzato corno tale che possa esigere che 
ognuno debba approvarlo; bisogna che abbia a fonda¬ 
mento qualche principio a priori (oggettivo o soggettivo 
che sia), al quale non si può mai arrivare con l’osserva¬ 
zione delle leggi empiriche delle modificazioni dell’animo, 
perchè queste leggi ci l'anno conoscere soltanto corno si 
giudica, ina non ci prescrivono come si devo giudicare, o 
in modo che il precetto sia anche incondizionato; il 
che è presupposto dai giudizii di gusto, i quali esigono 
che il piacere sia immediatamente legato con una rap¬ 
presentazione. Sicché l’esposizione empirica dei giudizii 
estetici può esser l'atta da principio, per preparare il ma¬ 
teriale d’una investigazione superiore, ma è possibile 
l’esame trascendentale ili questa facoltà, ed appartiene 
essenzialmente alla critica del gusto. Poiché so il gusto 
non avesse principi - ! a priori, sarebbe impossibile che giu¬ 
dicasse il giudizio altrui, approvandolo o biasimandolo, 
anche solo con una certa apparenza di ragione. 

Ciò che resta dell’analitica del Giudizio estetico con 
tiene prima di tutto la 






134 


PARTE I-SEZIONE I - LIBRO II 


Deduzione dei giudizii estetici puri. 

8 30 ^«~ *** 

1 r,' mi 

;n^r «sus “r-. ~ ' 

M.» ? 8M, ° 

l’oggetto o nella sua (lem-, R ’ n , lt<l e foiu,at a nel- 
rapporto dell’oggetto dato énn' n" ° SSa non denoti un 

soltanto fappronsione della ma 1 ! ""“ ^ 

dei concetti, o„ m r«1nena , ro » mm °. «* alla facoltà 

<...«■« . idcnticrcon 0 „ e 'L„ à°l;,“ 0 " 6 **.«*-' <■* 

sono proporre perciò divori /! 1)preilS10ne )- Si Pos¬ 
sente al hello naturale 1 O ucstl °ni anche rela ti va- 

finalità dello sue’ fom“^rT n0 * 

spiegare che la natura -.hl.P, , ' r , ’ 6 N1 Potrebbe 

con tanta prodiganti vn-fìn (lovuil Que la bellezza 

solo raramente pte^r .!^” 61 ^ dd, ’~o, doro 

tuttavia, la bJjClJS ” '' m “ 0 < ” I ° . . 

«indizio emetico puro 1 Vnlreo^* 111211 ^ *' n ° str0 sia un 

lezione in Quanto finalità ogg^eh l ^ 

1111 giudizio teleologico _in ,a ’ he . Iw onderebbero 

forine o senza figuri * essere considerato come in- 

piaeero puro, col molare fi""] ° 8 ' 8 ‘ etto d ’ ,!n 

** « 




ANALITICA DEL SUBLIME 


135 


• li in estetico di questa specie si possa richiedere, oltre 
l i ^posizione di ciò che in esso è pensato, anche una de- 
1 11 ione della sua pretesa a qualche principio a priori 
l soggettivo). 

Kd è questa la risposta: il sublime della natura è chin¬ 
inolo cosi solo impropriamente, ed esso non dovrebbe 

.re attribuito con proprietà che soltanto al nostro 

Miodo di pensare, o piuttosto ai principi! che lo determi¬ 
nano nella natura umana. 

La coscienza di questo modo è soltanto occasionata 
dall’apprensione dell’oggetto informo c sproporzionato, il 
«litale è usato por un fine soggettivo, ma non è giudicato 
duale in sè e per la sua forma (corno speees finalis acce-pia, 
non data). Perciò la nostra esposizione dei giudizii sul 
sublime della natura è stata, insieme, la loro deduzione. 
Poiché, di fatti, analizzando la riflessione del Giudizio ab¬ 
biamo trovato in essi un rapporto finale delle facoltà co¬ 
noscitive, il quale deve stare a priori a fondamento della 
facoltà dei tini (la volontà), e perciò esso stesso è finale 
a priori ; e questo è proprio la deduzione, vaio a diro la 
legittimazione della pretesa di questi giudizii alla vali¬ 
dità universale e necessaria. 

Sicché non abbiamo ad occuparci se non della dedu¬ 
zione dei giudizii di gusto, cioè di quelli sulla bellezza 
degli oggetti naturali, esaurendo così il compito della de¬ 
duzione per tutto il Giudizio estetico. 


§ 31. — Del metodo della deduzione dei giudizii di gusto. 

L’obbligo della deduzione, cioè deU’aeeertomento della 
legittimità d’una certa specie di giudizii, non ha luogo 
se non quando il giudizio pretende alla necessità; e tale 
è anche il caso del giudizio che esige l’universalità sog¬ 
gettiva, vale a dire il consenso di ciascuno; pur non es¬ 
sendo un giudizio di conoscenza, ma solo un giudizio sul 
piacere o dispiacere che produce un oggetto dato: giu 











136 


parte r- sezione r- libro n 


noi aTr IUta Validitè attiva, la 

81 jf lU « d’un giudizio di gusto. 000061 * 0 ddla C ° Sa Pcrchè 

nè ^eretico, che abb^VfonV 0 g, ' UlÌZÌ0 di conoscenza, 

f for„ ìto d “r ^ “ nce “° 

Inoro), fondato sull'idea dell, “Miotto, nè pratico 

mare a priori la validità di „« ^ ? ’ non 0 da legitti¬ 
mò che una cosa è, o ciò che si deve fai ° ^ rappresonti 
dovrà dimostrare semnim / faie per Produrla; si 

)• «»*» ..rrSSTTS "f “ **£ 

'1 Quale esprime la fìn-il'i' giudizio particolare 

cmpiricT,, Ha £1'‘T**™ *"» a 

«* “■»» «*. « : x ìzjt**- •* 

mente nel giudizio (senza sen ° C ° Sa piaoeia Pura- 

'I piacere di uno possa essere GODCetto) ’ e come 

«iW, allo stesso modo che il ' !ì , C ° rao re gola agli 

dal consenso coimine'o'd a ’lm’dSie ** ^ derivaro 
t,re altrui, ma deve fondarsi « 3 SU1 m °do di seu- 

gctto che giudica del piacere (fj;. , 4;‘ n ; ll,t ° n0n,ia del sog- 
sentazione), cioè sul suo -usto e ^ U “ a data 1- appro- 
concetti; un giudizio che poss «de ? derivata da 
~ G <ale è il giudizio di g us to f 8pecie di validità 

,"!? )«*<«*> <■ «»- 
on, che non è però lenivo cì ldltil universale ri 
cotti, ma l’universalità d un ^ ,0<?ica secondo con- 
COnd ? l nogo, una necessiti^ PartÌe ° lar ?’ 0 in se- 
SU pri ncipii a priori), ma non H 7° S6mpre Sposare 
« pnori, di cui la rappresentnzio ^ da a,euna Prova 

qne con ^nso, che è Z.hieZZ P ° 8Sa ùngerò a 
gusto. Piebto nd ognuno dal giudizio di 




ANALITICA DEL SUBLIME 


137 


■iudizio di gusto si distingue da tutti i giudi zìi di cono¬ 
scenza, astraendo prima in esso da ogni contenuto, cioè 
dal sentimento di piacere, e paragonando semplicemente 
la sua forma estetica con la forma dei giudizi; oggettivi 
linai’è prescritta dalla logica. Noi quindi esporremo prima 
queste proprietà caratteristiche del gusto, chiarendolo con 
esempii. 


§ 32. — Prima proprietà del giudizio di. gusto. 

Il giudizio ili gusto determina il suo oggetto, per ciò 
che riguarda il piacere (in quanto bellezza), mediante la 
pretesa al consenso d’ognuno, come so il piacere fosse 
oggettivo. 

Dire che questo fioro è bello vai quanto esprimere la 
propria pretesa al piacere di ognuno. Il piacevole del suo 
odoro non ha simili pretese. Ad uno piace, ad un altro dà 
alla testa. E che cosa si potrebbe presumere da ciò se non 
che la bellezza dovrebbe essere considerata, come una pro¬ 
prietà dell’oggetto stesso, non regolata dalla diversità de¬ 
gli individui e dei loro organismi, ma su cui invece questi 
dovrebbero regolarsi, volendone giudicarci E nondimeno 
non è cosi. Perchè il giudizio di gusto consisto proprio 
nel chiamar bella una cosa soltanto per la sua proprietà 
di accordarsi col nostro modo di percepirla. 

Inoltro, in quel giudizio che deve dar prova del gusto 
del soggetto, si esige che il soggetto stesso giudichi da 
sè, senza andare a tentoni tra i giudizii degli altri, per 
conoscere prima il loro piacere o dispiacere riguardo al¬ 
l’oggetto dato; e quindi si vuole che il suo giudizio sia 
pronunziato a priori , e non per imitazione, cioè perchè 
la cosa in effetti piace alla generalità. Si potrebbe pen¬ 
sare, è vero, che un giudizio a priori debba contenere un 
concetto dell’oggetto in cui è il principio della sua cono¬ 
scenza; il giudizio di gusto però non si fonda sopra con¬ 
cetti, e non è mai un giudizio di conoscenza, ma soltanto 
estetico. 







f 


138 


PARTE 1 - SEZIONE I - LIBRO II 


eonv^cleT^o ^ * ’T* rim — dalIa 

del pubblico, nè da qnello 1 “*• beIla * nè dal 

ascolto, ciò non ira p'^chti F* "^°Ì: ° * dara loro 
ma perchè, sebbene il pubblico abh* ^ Z 'V cambiato « 
meno secondo il suo punto di vista)' Ir" T ° falS ° (al ' 
del plauso trova la ragione di ' ’ ^1' 110 SI '° desiderio 
giudizio stesso) con i’ scomodarsi (contro il suo 

Quando i, sno GiuZo è fT* ^ PÌÙ tardi > 

egli rinunzierà volentieri al suo " 1 r< f fmato fIa l’esercizio, 
dicare; come potrebbe fare 'Li Precedente di gin- 

sano interamente sulla ragione'iT S1UdlZÌÌ chc ri Po- 
ebe l’autonomia Fare def • ■ t0 eS,ge non altro 

coprii, sarebbe ete^no^" 111 ^ 1 ^ a ”“>«"> ^ 

modelli, il chiama^dasskd f”* 10111 * e con cagione, come 
Questi una certa nobiltà v° u^’ 11 «■**«• « 
abbia il privilegio di dettar " ' “ Scrittori - fa| e che 

Pare che dimosfn esservi d llfs * aI ( ?° P ° Io; tutt ° «ià 
gusto, c contrastare all’autonr 1°" ' 0 t> os, *riori del 
getto. Ma si potrebbe J L , “ * GSS ° in «gni sog- 

matematici, ritenuti /inora^"* b<me che e,i antichi 
trascurare.della 1d * « -tersi 
sintetico, dimostrano in no - eganza nel metodo 

Potente a produrre da sé di T ra . Éf ' 0ne hait ativa ed i m - 
della costruzione dei* conati 1T'™ 1 rig ° I0Se P er mezzo 
Non v’è alcun uso delle nostro facoir"* f ° rte intuiz, 'one. 
sia, compreso l’uso della / f , ,ta * pcr guanto libero 
su °i giudizi! duneCtoni Zr ^ «"«• tutti i 
l’ebbe luogo a tentativi difettosi '' qUale non da ' 

cominciare soltanto dalla 1, soggetto dovesse 
gli altri non lo avessero „* TT Capae,ta naturale, se 
non per fare dei loro sueeessoT^ 0 , COn . le loro ricerche, 
metterli col loro procediménto'sulh^vh iTcm^’ ^ 
mpu in se stessi, e cosi seguir» i> ■ d cerear « 1 Prin- 

1,110 migliore. Perfino nella lsteS8 ° cammino, e spesso 

-t» *»„, se :;r; » ; ,oTe «*■»- *» 

1 ogoia della propria condotta. 









ANALITICA DEL SUBLIME 


139 


porche egli medesimo ne è responsabile e non può riget¬ 
tare sugli altri, come a maestri o a predecessori, la colpa 
dei proprii errori, hanno meno efficacia i precetti gene¬ 
rali, dati dai preti o dai filosofi, o che si possono trarre 
da se stesso, che un esempio di virtù e di santità rappre¬ 
sentato dalla storia, il quale non impedisce l’autonomia 
della virtù, fondata sulla vera ed originaria idea della 
moralità (a. \priovi nò cambia questa in un meccanismo 
dell’imitazione. Seguire, che ha relazione con qualcosa 
che precede, non imitare, è la giusta espressione che de¬ 
signa l’influsso che possono avere sugli altri i prodotti 
di un autore esemplare; e ciò non significa altro che «attin¬ 
gere allo stesse sorgenti da cui quegli attinse, e appren¬ 
dere dai predecessori il modo che tennero nel produrre. 
Ma tra tutte le facoltà e i talenti il gusto, poiché il suo 
giudizio non ò determinabile da concetti o precetti, è quello 
che più ha bisogno di esempii riguardo a ciò clic nel pro¬ 
gresso della coltura ha ottenuto il più durevole consenso, 
per non ridiventare incolto c ricadere nella rozzezza dei 
primi tentativi. 


§ 33. — Seconda proprietà del giudizio di gusto. 

Il giudizio di gusto non può essere determinato me¬ 
diante prove, proprio come se fosse puramente sogget¬ 
tivo. 

Se qualcuno non trova bello un edificio, una veduta, 
una poesia, quand’anco mille voci gliene gridino alto il 
valore, non si lascerà intimamente costringere al con¬ 
senso. Ciò è da osservare in primo luogo. Egli potrà 
anche fìngere che la cosa gli piace, per non essere trattato 
da uomo senza gusto; può perfino cominciare a dubitare 
di non aver coltivato sufficientemente il proprio gusto con 
la conoscenza di una quantità sufficiente di oggetti di 
una certa specie (come uno che, credendo di vedere in 
lontananza una foresta dove tutti gli altri vedono una 







140 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


città, dubita del giudizio della propria vista). Egli però 
ha questa chiarezza, che l’accordo degli altri non for¬ 
nisce, pel giudizio della bellezza, una prova valida; e che 
altri certamente possono vedere od osservare per lui; e 
che se ciò che molti hanno visto in un certo modo, ed 
egli crede di aver visto diversamente, può esser per lui 
una prova sufficiente rispetto ad un giudizio teoretico, 
e quindi logico, ciò che è piaciuto agli altri non mai può 
servir di fondamento ad un giudizio estetico. Che se il 
giudizio altrui non ci persuade, potremo con ragione du¬ 
bitare del nostro, ma non convincerci della sua inesat¬ 
tezza. Sicché non v’è nessuna prova empirica per co¬ 
stringere in qualcuno il giudizio di gusto. 

In secondo luogo, una prova a priori secondo re¬ 
gole definite, ancor meno può determinare il giudizio 
sulla bellezza. Se qualcuno mi fa sentire una sua poesia, 
o mi conduce ad uno spettacolo teatrale che non riesce a 
soddisfare il mio gusto, potrà bene invocare, per dimo¬ 
strare la bellezza della sua poesia, Batteux, Leasing e 
altri critici del gusto più antichi e famosi, e tutte le re¬ 
gole da loro stabilite; forse alcuni punti, che proprio mi 
dispiacciono, si accorderanno benissimo con le regole della 
bellezza (come son da le da quegli scrittori e riconosciute 
universalmente); ma io mi turo le orecchie, non voglio 
più sentire di principi! e ragionamenti, ed ammetterò più 
volentieri elio quelle regole dei critici siano false, o che 
almeno non era lì il caso di applicarle, anziché ammettere 
che il mio giudizio debba lasciarsi determinare da prove 
a priori, se dev’essere un giudizio del gusto e non dell’in¬ 
telletto o della ragione. 

Pare che questa sia una delle principali ragioni per 
cui a questa facoltà estetica di giudicare sia stato ap¬ 
posto il nome di gusto. Perché mi si possono enumerare 
tutti gli ingredienti che entrano in una pietanza, farmi 
notare che ognuno di essi mi piace, magnificarmi, anche 
con ragione, le qualità salutari di tale specie di cibo; ed 
io resto sordo a tutte queste ragioni, assaggio la pietanza 







analitica del sublime 


141 


ili. mia lingua e aul mio palato. . «. Questi (uou da 

"i:,—ir» ^ - 

uo "S o partfeoloro ..IVoggctto. L’intelletto, ..«rogo 
”°„X 1 giudiaio dolfoggelto, ci.-cu il Piacere che esso 

” elicei giudi™ degli altri nello stesso caso P»o - 
stituire un giudiaio universale: per e»mp,o. - tati : tu 
lipani souo belli-ima onesto è allora un gmdm.o h ^ 
non di gusto, che dà come predicato, alle cose 

z r» » 

un giudizio di gusto. La proprietà di questo giudizio con 
“stf tuono in elèi sebbene abbia una -Mi¬ 
niente soggettiva, esso esige .1 consenso <1 ■ 

fosse proprio un giudizio oggettivo, fondato su principi! 
della conoscenza e che può essere imposto per via di una 
prova. 


§34. 


. Non può esservi alcun principio oggettivo del gusto. 

Un principio del gusto significherebbe un principio 
alla cui condizione si potrebbe sussumere il " tt ^ U 
oggetto, derivandone con un’argomentazione la bollez 
dell’oggetto stesso. Ma ciò è assolutamente impossibile. 
Perchè io debbo sentire immediatamente piacere alla rap¬ 
presentazione dell’oggetto, e il piacere non in, P^es^re 
inculcato da ragionamenti. Sebbene come di* W 
critici possano ragionare più plausibilmente dei cuochi, 
hanno con questi un comune destino. Non W>»onc. aspet¬ 
tarsi la conferma del loro giudizio dalla forza degli arg 
me nti, ma soltanto dalla riflessione del soggetto sul pro¬ 
prio stato (di piacere o dispiacere), fatta astrazione da 

<! ”sVnondimeno Acritici possono e debbono ragionare. 







142 


PARTE I - SEZIONE T - LIBRO I I 


in modo da correggere ed estendere i nostri giiulizii di 
gusto, non è per esprimere in una forinola universalmente 
applicabile il principio di questa specie di giudizii estetici, 
— perchè ciò è impossibile; ma per studiare le facoltà di 
conoscere e le loro funzioni nei giudizii stessi, e mostrare 
negli esempii quella, finalità soggettiva, di cui la forma 
in una data rappresentazione è, come abbiamo dimostrato, 
la bellezza dell'oggetto. Sicché la critica del gusto è an- 
ch’essa soltanto soggettiva, relativamente alla rappresen¬ 
tazione con cui un oggetto è dato; essa è, in altri termini, 
l’arte, o la scienza, che riporta a regole il rapporto reci¬ 
proco dell’immaginazione e dell’intelletto nella rappre¬ 
sentazione data (indipendentemente da sensazioni o con¬ 
cetti anteriori), e determina quindi le condizioni del loro 
accordo o disaccordo. È arte, quando fa ciò soltanto con 
esempii; è scienza, quando deriva la possibilità di questa 
specie di giudizio dalla natura delle due facoltà in quanto 
facoltà della conoscenza in generale. Qui non abbiamo 
da considerarla se non sotto questo secondo punto di 
vista, in quanto critica trascendentale. Essa deve spie¬ 
gare e legittimare il principio soggettivo del gusto in 
quanto pi-incipio a pi'iori del Giudizio. La critica in quanto 
arte cerca soltanto di applicare ai giudizii di gusto le 
regole fisiologiche (in questo caso psicologiche), e quindi 
empiriche, secondo le quali il gusto procede realmente 
(senza preoccuparsi della loro possibilità); e critica i pro¬ 
dotti delle belle arti, allo stesso modo che la critica, in 
quanto scienza, critica la facoltà stessa di giudicare. 


§ 35. — II principio del gusto 
è il. principio soggettivo del Giudizio in generale. 

11 giudizio di gusto si distingue in questo dal giudizio 
logico, che quest’ultimo sussume, e quello no, una rap¬ 
presentazione al concetto di un oggetto; perchè, altri¬ 
menti, il consenso universalmente necessario potrebbe 









ANALITICA DEL SUBLIME 


143 


essere imposto nel giudizio di gusto per mezzo di argo¬ 
menti. Si somigliano invece nell’esigenza dell universalità 
e necessità, che però nel giudizio di gusto non dipendono 
da concetti dell’oggetto, e quindi son puramente sogge 
tive Ora, poiché in un giudizio sono i concetti che costi¬ 
tuiscono il suo contenuto (ciò che appartiene alla cono¬ 
scenza dell’oggetto), e il giudizio di gusto non e de 
minabile per concetti, esso si fonda semplicemente sulla 
condizione soggettiva formale d’un giudizio in generale. 
La condizione soggettiva di ogni giudizio e la lacolta 
stessa di giudicare, cioè il Giudizio. Questa facolta, ado¬ 
perata relativamente ad una rappresentazione con cui e 
dato un oggetto, esige l’accordo di due facolta rappresenta¬ 
tive: rimmaginazione, cioè, (per l’intuizione o lunione 
del molteplice di essa), e l’intelletto (pel concetto, in 
quanto rappresentazione di questa unità del molteplice). 
E poiché qui nessun concetto dell’oggetto sta a fonda¬ 
mento del giudizio, questo non può consistere che nella 
sussunzione dell’immaginazione stessa (in una rappresen¬ 
tazione con cui un oggetto è dato), a quelle condizioni 
che permettono all’intelletto in generale di passare dal¬ 
l’intuizione ai concetti. In altri termini, poiché la liberta 
dell’immaginazione consiste nello schematizzare senza 
concetto, il giudizio di gusto deve riposare su di una 
semplice sensazione dell’azione animatrice reciproca del¬ 
l’immaginazione con la sua libertà e dell’intelletto con 
la sua legalità, e quindi su di un sentimento, che ci 
fa giudicare l’oggetto secondo la finalità della rappre¬ 
sentazione (con cui esso è dato) rispetto alle facoltà co¬ 
noscitivo nel loro libero giuoco; e il gusto, in quanto Giu¬ 
dizio soggettivo, contiene un principio della sussunzione, 
ma non delle intuizioni ai concetti, sebbene della fa¬ 
coltà delle intuizioni, o delle esibizioni (vale a dire della 
immaginazione), alla facoltà dei concetti (cioè all’in¬ 
telletto), in quanto la prima nella sua libertà si ac¬ 
corda con la seconda nella sua legalità. 

Ora, per trovare questo principio legittimo mediante 









PAItTE I - SEZIONE I - MIIKO I 


11 mi <!*•<Inzione dei giudizi! di sunto, ci possiamo servir 
■ ii snida soltanto delle proprietà formali di (mesta specie 
ili siudizii, considerando perciò in essi semplicemente la 
l'orma, logica. 


§ 36. — Del problema di una deduzioni', di i fjlHdJsii di (/usto. 

Con la percezione di un oggetto può esser legato imme¬ 
diatamente, in modo da formare un giudizio di conoscenza, 
il concetto di un oggetto in generale, del quale la perce¬ 
zione contiene i predicati empirici; e si produrrà così un 
giudizio d’esperienza. Questo giudizio ha a suo fonda¬ 
mento i concetti a priori dell’unità sintetica del molteplice 
dell’intuizione, i quali permettono di pensare il molte¬ 
plice come determinazione dell’oggetto; e questi concetti 
(le categorie) esigono una deduzione, che abbiamo data 
nella Critica della ragion pura, c con la quale è stata 
anche possibile la soluzione del problema: come son pos¬ 
sibili i giu di zi i di conoscenza sintetici a priori. Questo pro¬ 
blema concerneva dunque i prineipii a priori dell’intelletto 
puro e dei suoi giudizii teoretici. 

Ma con una percezione può anche essere legato imme¬ 
diatamente un sentimento di piacere (o dispiacere), una 
soddisfazione che accompagna la rappresentazione del- 
1 oggetto e tien luogo ad essa di predicato; e così si pro¬ 
durrà un giudizio estetico, che non è punto un giudizio 
di conoscenza. Quando questo giudizio non è un semplice 
giudizio di sensazione, ma un giudizio formale di rifles¬ 
sione, che esige da ciascuno lo stesso piacere come ne¬ 
cessario, esso deve avere a fondamento qualcosa in quanto 
principio a priori, che può essere in ogni caso puramente 
soggettivo (perchè un principio oggettivo sarebbe impos¬ 
sibile per questa specie di giudizii), ma che ha bisogno, 
come tale, di una deduzione con la quale si spieghi come 
un giudizio estetico possa pretendere alla necessità. Su 
ciò si londa il problema di cui ci occupiamo: come son 











ANALITICA DEL SUBLIME 


145 


possibili i giudizii di gusto'? Il quale problema concerne 
perciò i principii a priori del Giudizio puro nei giudizii 
estetici, in quelli cioè nei quali questa facoltà non ha 
semplicemente da sussumere a concetti oggettivi dell in¬ 
telletto (come nei giudizi! teoretici) e sottosta ad una 
legge, ma, soggettivamente, è essa stessa oggetto e legge 
ad un tempo. 

Questo problema può essere enunciato anche così: come 
è possibile un giudizio, che dal solo sentimento partico¬ 
lare di piacere derivante da un oggetto, e indipendente¬ 
mente dal concetto di questo, proclami a priori senz’aver 
bisogno di attendere il consenso altrui, che quel piacere 
deve accompagnare la rappresentazione dell oggetto in 
ogni altro soggetto? 

È facile vedere che i giudizii di gusto sono sintetici, 
perchè essi oltrepassano il concetto ed anche 1 intuizione 
dell’oggetto ed aggiungono a questa, come predicato, qual¬ 
cosa che non è conoscenza; cioè il sentimento di piacere 
(o dispiacere). Ma che essi, sebbene il predicato (del pia¬ 
cere particolare congiunto alla rappresemi azione) sia 
empirico, sieno nonpertanto giudizii a priori, o preten¬ 
dano d’esser tali, per ciò che concerne il consenso che esi¬ 
gono da ciascuno, si vede già dalle espressioni stesse 
con cui proclamano il loro dritto; c così questo problema 
della critica del Giudizio rientra nel problema generale 
della filosofia trascendentale: come son possibili i giudizii 
sintetici a prloriì 


§ 37 . — Che cosa si afferma propriamente a priori 
in un giudizio di gusto su di un oggeMo? 

L’unione immediata della rappresentazione d’un oggetto 
con un piacere può esser percepita solo internamente, e, 
se non si volesse avvertire se non questo, si avrebbe un 
semplice giudizio empirico. Perchè, di fatti, a prori io non 
posso congiungere con alcuna rappresentazione data un 


E. Kant, Critica del giudizio. 


10 







1-1G 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


determinato sentimento (di piacere o dispiacere), fuorché 
con quella che ha a fondamento a -priori , nella ragione, un 
principio che determina la volontà; poiché in tal caso il 
piacere (nel sentimento morale) è la conseguenza del prin¬ 
cipio, ma appunto non può essere paragonato col piacere 
del gusto, perchè suppone il concetto determinato di una 
legge, mentre quest’altro deve legarsi immediatamente col 
semplice giudizio, anteriormente ad ogni concetto. Tutti 
i giudizii di gusto sono quindi giudizii particolari, perchè 
legano il loro predicato del piacere non con un concetto, 
ma con una data rappresentazione empirica particolare. 

Non è dunque il piacere, ma l’universalità di que¬ 
sto piacere, percepita dall’animo come legata col sem¬ 
plice giudizio di un oggetto, che è rappresentata' a priori, 
in un giudizio di gusto, come regola universale pel giu¬ 
dizio, valida per tutti. Con un giudizio empirico io per¬ 
cepisco e giudico un oggetto con piacere. Ma lo trovo 
hello, cioè posso esigere come necessario quello stesso 
piacere negli altri, con un giudizio a priori. 


§ 38. — Deduzione dei giudizii di gusto. 

Se si ammette che in un puro giudizio di gusto il pia¬ 
cere che deriva dall’oggetto è legato col semplice giudizio 
della sua forma, non resta se non la finalità soggettiva di 
questa rispetto al Giudizio, che nel nostro animo sentiamo 
legata con la rappresentazione dell’oggetto. Ora, poiché 
la facoltà di giudicare, considerata in relazione con le 
regole formali del giudizio, e a prescindere da ogni ma¬ 
teria (sensazione o concetto), non può riguardare se non 
le condizioni soggettive dell’uso del Giudizio in generale 
(che non si applica nè ad un modo particolare di sensi¬ 
bilità, nè ad un particolare concetto dell’intelletto), 
— quelle condizioni soggettive, per conseguenza, le quali 
si presuppongono in ogni uomo (come necessarie per la 
possibilità della conoscenza in generale); — l’accordo di 












ANALITICA DEL SUBLIME 


147 


una rappresentazione con queste condizioni del Giudizio 
può essere ammesso a priori come valido universalmente. 
Vale a dire, il piacere, o la finalità soggettiva della rap¬ 
presentazione rispetto al rapporto delle facoltà conosci¬ 
tive nel giudizio di un oggetto sensibile in generale, si 
può con ragione esigere da ciascuno 1 . 


NOTA 

Questa deduzione ò così facile, perchè non deve giusti¬ 
ficare la realtà oggettiva di un concetto; la bellezza, di- 
fatti, non ò un concetto dell’oggetto, e il giudizio di gusto 
non è un giudizio di conoscenza. 11 giudizio di gusto af¬ 
ferma soltanto che noi siamo facoltati a presupporre uni¬ 
versalmente in ogni uomo quelle stesse condizioni sogget¬ 
tivo del Giudizio, che troviamo in noi; e che abbiamo fatto 
esattamente la sussunzione dell’oggetto dato a queste con¬ 
dizioni. Ora, sebbene questa sussunzione presenti inevi¬ 
tabili difficoltà, che non si trovano nella facoltà logica 
di giudicare (perchè in questa si sussume ai concetti, 
e invece nel Giudizio estetico si sussume ad un rapporto 
semplicemente sensibile, cioè a quello dell’immaginazione 
e dell’intelletto, che si accordano nella rappresentazione 
della forma d’un oggetto — e qui l’errore è facile); ciò non 
toglie nulla alla legittimità del dritto, che ha il Giudizio 
a contare sul consenso universale, il quale dritto si riduce a 


1 Per essere, in dritto di esigere il consenso universale in un giudizio della 
facoltà estetica di giudicare, il quale riposi unicamente su principii soggettivi, 
è sufficiente ammettere: 1) che in ogni uomo le condizioni soggettive di questa 

facoltà sono le stesse, per ciò elle concerne il rapporto delle facoltà conoscitive, 

che vi son messe in attività, con una conoscenza in generale; il che dev’esscr 
vero, perchè altrimenti gli uomini non potrebbero comunicarsi le loro rappre¬ 
sentazioni e la conoscenza stessa; 2) che il giudizio non ha in vista se non 

questo rapporto (e quindi la condizione formale della facoltà di giudi¬ 
care). e che è puro, cioè non mescolato nè con concetti dell’oggetto, nè con 
sensazioni, in quanto ragioni determinanti. Quando manchi questa condizione, 
si fa un’applicazione illegittima di un dritto, che ci è dato da una legge, ad. 
un caso particolare; ma con ciò non è distrutto il dritto in generale. 







118 


PARTE I-SEZIONE I - LIBRO II 


proclamare la legittimità del principio di giudicare su fon¬ 
damenti soggettivi validi per ognuno. Per ciò «die riguarda 
la difficoltà e il dubbio circa l’esattezza della sussunzione 
a questo principio, essi rendono tanto poco dubbia la le¬ 
gittimità del dritto alla validità universale di un giu¬ 
dizio estetico in generale, e quindi il principio stesso, 
quanto una sussunzione erronea (sebbene la cosa non sia 
cosi frequente e facile) del giudizio logico al suo principio 
può rendere dubbio questo principio stesso, il quale è 
oggettivo. Se poi si domanda come ò possibile ammettere 
a priori la natura come un insieme di oggetti del gusto, 
tale quistione si riferisce alla teleologia, pei-ehè bisogne¬ 
rebbe considerare come uno scopo della natura, inerente 
essenzialmente al concetto che abbiamo di essa, la produ¬ 
zione di forme finali pel nostro Giudizio. Ma la legittimità 
di questa ipotesi è ancora molto dubbia, mentre la realtà 
delle bellezze naturali è un fatto d’esperienza. 


§ lift. — Della comunicabilità di una sensazione. 

La sensazione, in quanto elemento reale della perce¬ 
zione, che è riferito alla conoscenza, è la sensazione dei 
sensi; e ciò che è specifico della sua qualità possiamo am¬ 
mettere che sia generalmente ed uniformemente comunica¬ 
bile, soltanto nell’ipotesi che ciascuno abbia lo stesso senso 
che abbiamo noi; il che però non si può assolutamente 
supporre per una sensazione dei sensi. Così, a colui che 
manca del senso dell’odorato non può essere comunicata 
la sensazione relativa; e, se anche il senso non gli man¬ 
chi, non si può essere proprio sicuri che egli abbia da 
un fiore la stessa sensazione che ne abbiamo noi. Ma dob¬ 
biamo ammettere una differenza anche maggiore tra gli 
uomini riguardo al piacevole o spiacevole nella sen¬ 
sazione di uno stesso oggetto dei sensi; o non si può asso¬ 
lutamente pretendere che il piacere nei medesimi oggetti 
sia lo stesso in ciascuno. Il piacere di questa specie, che 

















ANALITICA DEL SUBLIME 


149 


penetra nell’animo per via dei sensi e nel quale siamo 
passivi, si può chiamare il piacere del godimento. 

Il piacere che dà un’azione pel suo carattere di morale 
non è, invece, un piacere del godimento, ma dell’attività 
spirituale e della sua conformità all’ idea della sua desti¬ 
nazione. Ma questo piacere, che si dice morale, suppóne 
dei concetti; non rivela una finalità libera, ma conforme 
a leggi; non può essere, quindi, comunicato universal¬ 
mente se non per mezzo della ragione, ed è lo stesso in 
ognuno mediante concetti pratici della ragione ben deter¬ 
minati. 

Il piacere che dà il sublime della natura, come piacere 
della contemplazione ragionante 1 , anche esige la porteci • 
nazione universale; ma. presuppone già un altro senti¬ 
mento, quello della nostra destinazione soprasensibile, il 
quale, per quanto sia oscuro, ha un fondamento morale. 
Ma io non sono Incollato a supporre senz’altro, che gli 
altri uomini abbiano in vista tale sentimento, e che essi 
troveranno piacere nella contemplazione della selvaggia 
grandiosità della natura (un piacere, che veramente non 
si può attribuire all’aspetto della natura, il quale ò piut¬ 
tosto spaventevole). E tuttavia, considerando che si do¬ 
vrebbe, in ogni occasione opportuna, avere in vista quella 
disposizione morale, posso anche esigere da ognuno lo 
stesso piacere, ma solo attraverso la legge morale, la 
quale a sua volta è fondata sopra concetti della ragione. 

Ma il piacere del bello non è nè un piacere del godi¬ 
mento, nò di un’attività conforme a leggi, nè della con¬ 
templazione ragionante secondo idee, ma un piacere della 
semplice riflessione; e, senza aver per guida nè uno scopo 
nè un principio, accompagna la comune apprensione di 
un oggetto, che risulta dall’immaginazione, in quanto 
facoltà, dell’intuizione, in relazione con l’intelletto, in 
quanto facoltà dei concetti, mediante un procedimento 
del Giudizio, che deve trovarsi anche nella più comune 


1 vernù-nftvlnd. 










150 


PARTE I-SEZIONE I - LIBRO li 


esperienza; con la differenza però die in quest’ultimo caso 
il Giudizio mira ad un concetto oggettivo empirico, men¬ 
tre nel primo (nel giudizio estetico) ha soltanto lo scopo 
di percepire la finalità della rappresentazione rispetto 
all’azione armonica (soggettivamente finale) delle due fa¬ 
coltà conoscitive nella loro libertà, cioè di sentir con 
piacere lo stato dell’attività rappresentativa. Questo pia¬ 
cere deve necessariamente fondarsi in ognuno sulle stesse 
condizioni, perchè sono le stesse condizioni soggettivo 
della possibilità di una conoscenza in generale, e la pro¬ 
porzione di queste facoltà conoscitive, che è richiesta dal 
gusto, è richiesta anche dalla comune e sana intelligenza, 
quale si può supporre in ognuno. E appunto perciò colui 
elio giudica in fatto di gusto (sempre che abbia una giu¬ 
sta coscienza del suo giudizio, e non prenda la materia 
per la forma, l’attrattiva per la bellezza) può esigere in 
ogni altro la finalità soggettiva, cioè il piacere che deriva 
dall’oggetto, e considerare il suo sentimento come univer- 
salmente comunicabile, e ciò senza l’intervento di con¬ 
cetti. 


§ 40. — Dt'.l gusto coma una specie di. sensus communis. 

Spesso si dà a! Giudizio, quando non si bada tanto alla 
riflessione 1 , da cui proviene, quanto al semplice risultato 
di questa, il nome di senso, e si parla di un senso della 
verità, di un senso delle convenienze, di un senso del giu¬ 
sto, e via discorrendo; sebbene si sappia, o almeno ra¬ 
gionevolmente si dovrebbe sapere, che non è in un senso 
che tali concetti possono aver sede, e ehe ancor meno un 
senso è capace di giudicare secondo regole universali; ma 
che invece non potremmo mai concepire una rappresen¬ 
tazione della verità, del decoro, della bellezza o della 
giustizia, so non potassimo elevarci al disopra dei sensi 


3 ih re Reflex ioti. 





ANALITICA DEL SUBLIME 


151 


a facoltà di conoscere superiori. L’intelligenza co¬ 
mune, che, in quanto semplice intelligenza sana (non 
neraneo culla), si riguarda come il minimo che si possa 
sempre aspettare da chi aspiri al nome di uomo, ha anche 
perciò il non lusinghiero onore di essere decorata del 
nome di senso comune 1 (scnsus communio), e per modo che 
con la parola comune (non soltanto nella nostra lingua, 
•he per essa ha realmente duo significati, ma anche in 
parecchie altre) s’intende il vulgate, ciò che si trova do¬ 
vunque, e che non è affatto nò un merito nè un privilegio 
I possedere. 

Ma per scnsus communis si deve intendere l’idea di 
in senso comunicabile, cioè di una facoltà ili giudi¬ 
care, che nella sua riflessione ha in vista il modo di rap¬ 
presentazione di tutti gli altri, per tenero in certo modo 
il proprio giudizio nei limiti della ragiono umana nel 
suo complesso, e per evitare così la facile illusione di 
ritenere come oggettive delle condizioni particolari e sog¬ 
gettive; illusione che avrebbe una funesta influenza sul 
giudizio. Ora ciò avviene quando paragoniamo il nostro 
giudizio con quello degli altri, e piuttosto coi loro giu- 
dizii possibili che con quelli effettivi, e ci poniamo al 
posto di ciascuno di loro, astraendo soltanto dalle limita¬ 
zioni che sono attinenti per avventura al nostro proprio 
giudizio: il elio si otterrà rigettando dal nostro stato rap¬ 
presentativo tutto ciò che è materia, cioè sensazione, e 
portando unicamente l’attenzione sulle proprietà formali 
della nostra rappresentazione o del nostro stato rappre¬ 
sentativo. Ora, questa operazione sembrerà forse troppo 
artificiosa perchè possa essere attribuita alla facoltà che 
chiamiamo senso comune; ma essa pare così quando è 
espressa in formule astratte; in se stesso non v’è niente 
di più naturale che l’astrarre dalle attrattive c dall’emo¬ 
zione, quando si cerca un giudizio, che deve servir da re¬ 
gola universale. 


1 Gemeinsinn. 










PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


lf.2 

Lo massime seguenti del senso comune non le esponiamo 
qui come parti della critica del gusto, ma possoiy> servire 
alla spiegazione dei suoi principii: 1) pensare da se; 2) pen¬ 
sare mettendosi al posto degli altri; 3) pensare in modo da 
essere sempre d’accordo con se stesso. La prima è la 
massima del modo di pensare libero dai pregiudizi!, 
la seconda del modo di pensare largo, la terza del modo 
di pensare conseguente. La prima è la massima di urta 
ragione che non è mai passiva. La tendenza alla ra¬ 
gione passiva, quindi all’eteronomia della ragione si 
chiama pregiudizio; e il più grande di tutti consisto 
nel rappresentarsi la natura come non sottoposta a quelle 
regole, che l’intelletto le dà a tondamente in virtù della 
propria legge essenziale, — ed è la superstizione. La 
liberazione dalla superstizione si chiama illuminismo 1 ; 
perchè, sebbene questo nome convenga anche alla libera¬ 
zione dai pregiudizii in generale, la superstizione merita 
d’esser chiamata il pregiudizio per eccellenza (in seri su emi¬ 
nenti), considerata la cecità in cui ci trascina, e che impone 
t|uasi come un obbligo, mettendo nella migliore evidenza 
ciò che è il bisogno d’esser guidati dagli altri, e quindi 
lo stato di una ragione passiva. Per ciò che riguarda la 
seconda massima del modo di pensare, noi. siamo già ben 
abituati a chiamar ristretto (limitato, il contrario di 
largo) colui del quale i talenti non sono capaci di qual¬ 
cosa di grande (soprattutto di qualche cosa d’intensivo). 
Ma qui non si tratta della facoltà della conoscenza, ma 
del modo di pensare, del modo di fare della facoltà 


1 Si vedo subito elio V illuminismo (Aufki&rttng) è una cosa facile in 
tesi, ina difficile e lunga ad ottenersi in ipotesi; perchè il non esser passivo 
con la propria ragione, facendola essere sempre legislatrice di se stessa, è qual¬ 
cosa di molto facile per un uomo che vuol restar fedele al suo scopo essenziale 
e non desidera sapere ciò che è al disopra della sua intelligenza; ma poiché 
la tendenza a sapere al di là si può appena impedire, e non mancherà mai chi 
promette con molta sicurezza di potere appagare questo desiderio di sapere, 
sarà molto difficile mantenere o stabilire la semplice negativa (che costituisce 
i! vero illuminismo) nel modo di pensare (specialmente presso l’opinione pub¬ 
blica). 













ANALITICA DEL SUBLIME 


153 


della conoscenza un uso appropriato; per cui un uomo, per 
quanto siano piccoli in lui la capacità e il grado dèlia na¬ 
tura umana, mostrerà di avere un largo modo di pen¬ 
sare, quando si elevi al disopra delle condizioni soggettive 
particolari del giudizio, tra le quali tanti altri sono come 
impigliati, e rifletta sul proprio giudizio da un punto di 
vista universale (che può determinare soltanto met¬ 
tendosi dal punto di vista degli altri). La terza massima, 
cioè quella del modo di pensare conscguente, è la più 
'difficile ad applicare, e non si può raggiungere se non con 
runione delle due prime, e dopo che per una costante abi¬ 
tudine si sia acquistata in queste una certa agilità. Si può 
dire che la prima di queste massime è la massima ilei 
l’intelletto, la seconda del Giudizio e la terza della ragione. 

Ripigliando il filo interrotto da questo episodio, dico 
che il gusto potrebbe esser chiamato sensus communis con 
più ragione che l’intelligenza comune; e che spetta piut¬ 
tosto al Giudizio estetico che al Giudizio intellettuale il 
nome di senso comune 1 , se per senso si vuole intendere 
un effetto della semplice riflessione sull’animo, perchè al¬ 
lora per senso s’intende il sentimento di piacere. Si po¬ 
trebbe perfino definire il gusto come la facoltà di giudi¬ 
care di ciò che rende universalmente comunicabile 
il sentimento suscitato da una data rappresentazione, 
senza la mediazione di un concetto. 

L’attitudine che hanno gli uomini di comunicarsi i 
loro pensieri esige anche un rapporto dell’immaginazione 
e dell’intelletto, pel quale ai concetti si associano intui¬ 
zioni, e di nuovo a queste dei concetti, sicché gli uni e le 
altre concorrano a formare una conoscenza; ma allora 
l’accordo delle due facoltà dell’animo è legale, per la co¬ 
strizione di concetti determinati. Ma, dove l’immagina¬ 
zione in libertà risveglia l’intelletto e questo a sua volta, 
senza concetti, pone l’immaginazione in un giuoco rego- 

i Si potrebbe chiamare il gusto sensus communis aestheticus, e l'intelligenza 
comune sensus communis logicus. 










PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


154 


laro, la rappresentazione è comunicata non come pen¬ 
siero, ma come un sentimento intimo di uno stato armo¬ 
nico dell’animo. 

Il gusto è perciò la facoltà di giudicare a priori della 
comunicabilità dei sentimenti, che son legati (senza me¬ 
diazione d’un concetto) con una data rappresentazione. 

Se si potesse ammettere che la semplice comunicabi¬ 
lità universale del proprio sentimento debba già destare 
in noi un interesse (ciò che, per altro, non si ha il di¬ 
ritto eli concludere dalla natura di una facoltà di giudi¬ 
care semplicemente riflettente), si potrebbe spiegare per¬ 
chè il sentimento nel giudizio di gusto è attribuito a cia¬ 
scuno quasi come un dovere. 


§41. — Di'U’interesse, empirico del bello. 

È stato sufficientemente dimostrato innanzi che il giu¬ 
dizio di gusto, col quale una cosa è dichiarata bella, non 
deve avere alcun interesse come motivo. Ma da ciò non 
segue che, pronunziato questo giudizio come un giudizio 
estetico puro, nessun interesse vi si possa congiungere. 
Questo legame, però, potrà sempre essere soltanto indi¬ 
retto, vale a dire il gusto deve esser prima rappresentato 
come legato con qualche altra cosa, affinchè si possa eon- 
giuugere col piacere della semplice riflessione su di un 
oggetto il piacere che deriva dall’esistenza di esso 
(nel quale consiste ogni interesse). Perchè vale qui, pel 
giudizio estetico, ciò che si dice pel giudizio di conoscenza 
(delle cose in generale): a posse ad esse non valet conscn- 
quent 'a. Ora quest’altra cosa può essere qualche cosa di 
empirico, cioè un’ inclinazione propria della natura uma¬ 
na, o qualche cosa di intellettuale, in quanto proprietà 
della volontà di poter essere determinata a priori dalla 
ragione; due cose che implicano un piacere circa resi¬ 
stenza dell’oggetto, e che possono aggiungere un interesse 
a ciò che prima era piaciuto per sè e indipendentemente 
da ogni interesse. 








ANALITICA DEL SUBLIME 155 

Empiricamente il Lello interessa solo nella società; e 
se si ammette come naturale nell’iiomo la tendenza alla 
società, e la sociabilità, cioè l’attitudine e l’inclina¬ 
zione alla vita sociale, come una qualità inerente ai bi¬ 
sogni dell’uomo, in quanto creatura destinata alla società, 
e quindi inerente all’umanità, — allora non si potrà 
non considerare il gusto come la facoltà di giudicare di 
lutto ciò in cui il proprio sentimento può esser comu¬ 
nicato ad ogni altro, e quindi come il mezzo di soddi¬ 
sfare ciò che è richiesto dall’inclinazione naturale di 
ognuno. 

Per se stesso un uomo relegato in un’ isola deserta non 
ornerebbe nè la sua capanna, nè la sua persona, non cer¬ 
cherebbe dei tiori e tanto meno ne coltiverebbe per ador¬ 
narsene; soltanto nella società egli comiucerà a pensare 
di non essere semplicemente un uomo, ma un uomo di¬ 
stinto nella stia specie (ciò clic è il principio dell’incivili¬ 
mento): perchè così è giudicato colui che è disposto e ca¬ 
pace di comunicare agli altri il proprio piacere, e che 
non è soddisfatto da un oggetto, se non no può condivi¬ 
dere con gli altri il piacere. Inoltre, ognuno aspetta ed 
esige dagli altri che si abbia in vista questa comunica¬ 
zione universale, quasi come se fosse un patto originario 
dettato dall’umanità stessa; e così certamente in principio 
ebbero importanza nella società e furono oggetto di un 
grande interesse delle cose che son semplicemente at¬ 
traenti, come i colori per dipingere la persona (il rocou 
dei caraibi e il cinabro degli iroechesi), i fiori, le conchi¬ 
glie, le penne d’uccelli di bei colori, e col tempo poi anche 
le belle forme (come nei canotti, negli abiti, etc.), che 
per se stesse non danno alcuna soddisfazione, cioè alcun 
piacere di godimento; finché la civiltà, pervenuta al suo 
massimo grado, ha fatto di ciò quasi l’essenziale della so¬ 
ciabilità. raffinata, e non ha apprezzato se non quelle sen¬ 
sazioni le quali possono essere universalmente condivise; 
di guisa che, ora, se anche uno ritrae da un oggetto un 
piacere insignificante e che non ha per lui un interesse no- 






PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


ir»o 

[ovolo, all’idea della comunicabilità universale del piacere 
stesso, ne vedo quasi cresciuto il valore infinitamente. 

Ma questo interesse indiretto pel bello, che dipende 
dalla tendenza alla società, ed è quindi empirico, non ha 
qui alcuna importanza per noi, che dobbiamo guardare 
soltanto a ciò che può riferirsi a priori al giudizio di gusto, 
sia pure indirettamente. Perchè, difatti, se potessimo sco¬ 
prire un interesse sotto tale condizione, il gusto ci mostre¬ 
rebbe un passaggio della nostra facoltà di giudicare dal 
godimento dei sensi al sentimento morale; e così non sol¬ 
tanto si sarebbe condotti a trattare il gusto in una ma¬ 
niera più conveniente, ma esso sarebbe considerato come 
un anello della catena delle facoltà umane a priori, dalle 
quali deve dipendere ogni legislazione. Tutto ciò che si può 
dire circa l’interesse empirico per gli oggetti del gusto 
e del gusto stesso è che, siccome il gusto serve all’inclina¬ 
zione, per quanto questa sia raffinata, l’interesse per il 
bello va facilmente confuso con tutte le altre inclinazioni 
c passioni, che raggiungono nella società la loro massima 
varietà e il loro grado più alto; che, inoltre, l’interesse per 
il bello, quando è costituito in tale maniera, fornisce un 
passaggio assai dubbio dal piacevole al buono. Ma ab¬ 
biamo ragione di ricercare se questo passaggio possa esser 
fornito dal gusto, quando lo si consideri nella sua pu¬ 
rezza. 


§ 42. — Dall’interesse intellettuale del bello. 

Con buona intenzione quelli che vollero riportare tutte 
le occupazioni, cui gli uomini sono spinti dalle loro dispo¬ 
sizioni interne, all'ultimo scopo dell’umanità, cioè al bene 
inorale, videro nell’ interesse per il bello un segno di un 
buon carattere morale. Ma da altri fu loro opposto non 
senza ragione, e sulla scorta dell’esperienza, clic i virtuosi 
del gusto, non pur di frequente, ma d’ordinario, sono vani¬ 
tosi, capricciosi, dominati da funeste passioni, e forse meno 











ANALITICA DEL SUBLIME 


157 


<legli altri possono pretendere ad una superiorità nella 
devozione ai principii morali; e quindi sembra non solo 
che il sentimento del bello sia (come è realmente) diverso 
in modo specifico dal sentimento morale, ma che l’inte¬ 
resse che vi si lega possa difficilmente accordarsi con 
l’interesse morale, e certo non mai per intima affinità. 

Ora io concedo volentieri che l’interesse pel bello del¬ 
l’arte (con che intendo anche l’uso artistico delle bel¬ 
lezze naturali a scopo di ornamento, e quindi di vanita) non 
fornisca una prova di un carattere devoto, o anche soltanto 
inclinato, al bene morale. Ma affermo invece che il prendere 
un interesso immediato alla bellezza della natura (non 
l'avere soltanto gusto per giudicarla) è sempre segno di un 
animo buono; e che quando questo interesso è abituale e 
si accoppia volentieri alla contemplazione della na¬ 
tura, mostra almeno una disposizione d’animo favorevole 
al sentimento morale. Bisogna ricordarsi però che io parlo 
qui propriamente delle belle forme della natura, escluse le 
attrattive, che essa vi unisce con tanta profusione, per¬ 
chè l’interesse in tal caso è anche immediato, ma nello 
stesso tempo empirico. 

Colui che contempla da solo (e senza intenzione di co¬ 
municare agli altri le sue osservazioni) la bella figura di 
un fiore selvaggio, di un uccello, di un insetto, per ammi¬ 
rarla ed amarla, e non vo rreb be che essa mancasse nella 
natura, anche se dovesse venirgliene un male, e ancora 
meno si promette da essa qualche utilità, — costui prende 
un interesse immediato ed intellettuale alla bellezza della 
natura. Vale a dire che il prodotto naturale non gli piace 
soltanto per la sua forma, ma anche per la sua esistenza, 
senza che in ciò v’abbia parte alcuna attrattiva sensibile, 
o che egli stesso vi connetta uno scopo. 

Qui ò notevole questo fatto, che se s’ingannasse segre¬ 
tamente questo amatore del bello, piantando a terra dei 
fiori artificiali (come se ne possono fare perfettamente si¬ 
mili a quelli della natura), o mettendo degli uccelli artisti¬ 
camente scolpiti su pei rami degli alberi, e dopo gli si 









PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


ina 

Hr,.,,ri.sso l’inganno, sparirebbe subito quest’interèsse! im¬ 
moli iato che egli aveva prima, e forse darebbe luogo ad 
"" a,tro interesse, a quello della vanità, a| desiderio cioè 
di ornare la propria stanza di quegli oggetti per farne 
mostra. II pensiero che deve accompagnare l’intuizione e 
la riflessione è questo: è la natura che ha prodotto questa 
bellezza; e solo su ciò si fonda l'interesse immediato, che 
si ha per la bellezza naturale. Altrimenti non resta che o 
un semplice giudizio di gusto, privo di qualsiasi interesse, 
o un giudizio legato a un interesse mediato, cioè derivante 
dalla società, il quale non dà alcun indizio sicuro di buone 
disposizioni morali. 

Questo vantaggio clic ha la bellezza naturale sulla bel¬ 
lezza artistica, di destare essa sola un interesse immediato, 
sebbene possa essere superata dall’altra per ciò che ri¬ 
guarda la forma, si accorda col carattere raffinato e solido 
di tutti gli uomini che hanno coltivato il proprio senti¬ 
mento morale. Se un uomo, che ha gusto sufficiente per 
giudicare dei prodotti delle belle arti con la massima giu¬ 
stezza e finezza, abbandona volentieri la stanza in cui 
brillano queste bellezze che soddisfano la vanità ed ali¬ 
mentano i piaceri sociali, e si rivolge a cercare il bello 
naturale per trovarvi quasi una voluttà pel suo spirito su 
una via di pensiero di cui egli non potrà mai raggiungere 
il termine; noi considereremo questa scelta con grande 
rispetto, e vedremo in lui una bell’anima, quale non si 
potrà attribuire il conoscitore d’arte o l’amatore, in virtù 
dell’ interesse che ha per le sue cose. -- Quale è dunque la 
differenza di questi apprezzamenti così diversi di due og- 
gelt,, , quali nel giudizio del semplice gusto appena si 
disputerebbero la superiorità? 

Noi abbiamo una facoltà del puro giudizio estetico, 
ci oc la facolta di giudicare delle forme senza concetti e di 
trovare, nel semplice giudizio di esse, un piacere del quale 
facciamo una regola per ciascuno, senza che il giudizio 
si tondi su qualche interesse o ne produca alcuno. —Ab¬ 
biamo d’altra parte una facoltà del giudizio intellettuale 







ANALITICA DEL SUBLIME 


15!) 


l i cimilo determina a priori un piacere per le semplici forme 
.1.1 lo massime pratiche (in quanto queste costituiscono da 
i,c stesse una legislazione universale), e fa di questo pia- 
iriv una legge per tutti, senza che il giudizio si fondi su 
.ioniche interesse, mentre però ne produce uno. Il 
piacere o dispiacere nel primo giudizio si dice piacere del 
gusto, il secondo si dice piacere del sentimento morale. 

Ma siccome anche interessa la ragione che le idee (per 
lo quali essa produce nel sentimento morale un interesse 
immediato) abbiano una realtà oggettiva, vale a dire che la 
natura mostri almeno qualche traccia, dia qualche cenno 
di un suo principio, pel quale possiamo ammettere un ac¬ 
cordo regolare dei suoi prodotti col nostro piacere indi- 
pendente da ogni interesse (che noi riconosciamo a priiri 
come legge per tutti, senza poterne dare una dimostra¬ 
zione); la ragione dovrà prendere interesse per ogni ma¬ 
nifestazione della natura che esprima un simile accordo; 
e per conseguenza l’animo non può riflettere sulla bellezza 
della natura, senza trovarvisi nello stesso tempo interes¬ 
sato. Ma questo interesse è morale per parentela; e colui 
che prende interesse al bello della natura non ne sarebbe 
capace se prima non avesse avuto un solido interesse pel 
bene morale. Si ha dunque ragione di supporre in colui 
che s’interessa immediatamente poi bello di natura, al¬ 
meno una disposizione ai buoni sentimenti morali. 

Si dirà che questa interpretazione dei giudizii estetici, 
per via della parentela col sentimento morale, sembra 
troppo artificiosa perchè possa riguardarsi come la vera 
spiegazione del linguaggio simbolico col quale la natura 
ci parla nelle sue forme belle. Ma, in primo luogo, questo 
interesse pel bello naturale è in realtà poco comune, ed è 
proprio di coloro di cui il carattere o già è educato al 
bene, o è eminentemente disposto a ricevere questa educa¬ 
zione; in tal caso, anche senza una riflessione chiara, sot¬ 
tile e premeditata, la analogia tra il puro giudizio di 
gusto, che, senza dipendere da un interesse, fa sentire 
un piacere, il quale è rappresentato nel tempo stesso a 




ICO 


parte i-sezione i-libro ri 


come appropriato all’umanità in generale, e il gi u - 
' '»«) morale, e he fa proprio lo stesso per via ili concetti, 
,h * 1J ° Sgetto dcl la-imo giudizio, come a quello del se¬ 
condo, un interesse immediato; soltanto che il primo 
interesse è libero, mentre il secondo è fondato su leggi 
oggettive. A ciò si aggiunga l’ammirazione della natura 
la quale si rivela come arte nelle sue belle produzioni, non 
per puro caso, ma quasi con intenzione, secondo un ordine 
regolare e come finalità senza scopo: questo scopo, poiché 
non lo troviamo esternamente, lo cerchiamo naturalmente 
in noi stessi, e in ciò ehe costituisce lo scopo ultimo della 
nostra esistenza, cioè nella destinazione morale (ma del 
principio della possibilità di una simile finalità della na¬ 
tura si discorrerà nella teleologia). 

È anche facile mostrare che il piacere procurato dalle 
art, hello nel giudizio puro di gusto non è legato a un inte- 
riisse immediato come quello per la bella natura. Perchè, 

d, ì )’ , artG ( ' e a ° 8 un ’imitazione, fino all’illusione, 
bella **'tura, e allora fa lo stesso effetto della bel¬ 
lezza naturale (è tenuta per tale); o è un’arte evidente- 
nto diretta al nostro piacere; ma allora il piacere che 
danno i suoi prodotti starebbe immediatamente nel gusto 
o non vi sarebbe alcun interesse mediato per la causa 
produttrice, cioè per l’arte, la quale può interessare solo 
I er U suo scopo, non mai per se stessa. Si dirà forse che 
questo e anche il caso degli oggetti naturali che interes- 
sano per J a loro bellezza, solo in quanto vi si associa una 
, ita mora'e; ma non e punto ciò che interessa immediata- 
! °* ,nvece > Quella proprietà della natura, che le è 

~zzr ,r!! '- di ™ -—— 

Le attrattive della bella natura, che si trovano spesso 

^ 10 bdle f0rme ’ ^tengono o alle mo- 
lifìeazion, della luce (nel colorito), o alle modificazioni del 
umore (nei suoni). Perchè queste sou le sole sensazioni 
e non danno luogo semplicemente a un sentimento dei 
sensi, ma permettono anche la riflessione sulla forma cU 







ANALITICA DEL SUBLIME 


161 


queste modificazioni dei sensi, e contengono come un lin¬ 
guaggio che la natura rivolge a noi, e die sembra avere 
un senso superiore. Così pare che il color bianco del gi¬ 
rilo disponga l’animo all’idea dell’innocenza, e, seguendo 
l’ordine dei sette colori, dal rosso al violetto, pare che le 
disposizioni dell’animo siano le seguenti: 1) all’idea della 
o ibi imita, 2) dell’ardimento, 3) della franchezza, 4) dcll’affa- 
iiilità, 5) della modestia, 6) della costanza, 7) della tene¬ 
rezza. Il canto degli uccelli esprime la gioia e la conten¬ 
tezza della loro esistenza. Almeno così noi interpretiamo 
la natura, siano questi o no i suoi fini. Ma questo interesse 
che noi prendiamo per la bellezza esige assolutamente che 
si tratti della bellezza naturale; ed esso scompare non ap¬ 
pena ci accorgiamo di essere stati ingannati e che si tratta 
soltanto dell’arte; al punto che allora, anche il gusto non 
può trovar più niente di bello nell’oggetto, o la vista niente 
di attraente. Che cosa è più altamente vantato dai poeti 
se non il canto affascinante dell’usignolo, in un boschetto 
solitario, una placida sera estiva, al dolce chiaror della 
luna? È accaduto, intanto, qualche volta, che non vi fosse 
realmente un tal cantore: un ospite allegro, per contentare 
maggiormente i suoi amici, invitati ai piaceri campestri, 
lì prese in giro, facendo nascondere in un boschetto un 
furbo ragazzo, che sapesse imitare al naturale quel canto, 
con una canna od un tubo. Non appena si scoprì l’inganno 
nessuno volle più udire quel canto, che poco prima era 
stato tanto piacevole; e così è del canto di qualunque altro 
uccello. Bisogna che si tratti della natura, o di ciò che ri¬ 
teniamo come natura, perchè possiamo avere pel bello 
un interesse immediato; e tanto più se possiamo esigere 
dagli altri un simile interesse; perchè allora, difatti, chia¬ 
miamo grossolana ed ignobile la maniera di sentire di 
quelli che non hanno il sentimento della bella natura 
(perchè così chiamiamo la capacità di interessarsi alla 
contemplazione della natura), e si attengono al godimento 
Duramente sensuale del mangiare e del bere. 


i 1 ' Kant, Crìtica del giudizio. 







162 


PASTE I - SEZIONE T - LIBRO II 


§ 43. — Dell’arte in generale. 

1) L’arte si distingue dalla natura come fare (facere) 
da agire o da operare, in generale (agere), e il prodotto 
della pi ima si distingue da quello della seconda come opera 
(opus) da effetto (effectus). 

A rigore non si dovrebbe dare il nome di arte se non a 
ciò che è prodotto con libertà, cioè per mezzo di una vo¬ 
lontà. che pone la ragione a fondamento delle sue azioni. 
Dibatti, sebbene piaccia chiamare opera d’arte anche la 
produzione delle api (le cellette di cera regolarmente co¬ 
struite), ciò si fa soltanto per analogia; non appena ci 
accorgiamo che esse non fondano il loro lavoro su di 
una vera riflessione razionale, diciamo che si tratta di 
un prodotto della loro natura (dell’istinto), e in quanto 
arte lo attribuiamo soltanto al loro creatore. 

Quando, scavando in una palude, si trova, come spesso 
accade, un pezzo di legno sgrossato, non si dice che esso 
e un prodotto della natura, ma dell’arte; la sua causa ef¬ 
ficiente concepì uno scopo, cui esso deve la sua forma. 
I) altra parte si vede volentieri dell’arte in tutto ciò che è 
tatto m modo che la sua rappresentazione dovette essere 
nella causa prima della realizzazione (come anche nelle 
api), senza che tuttavia l’effetto debba essere stato pro¬ 
prio pensato come tale dalla causa stessa; ma quando 
qualche cosa si chiama assolutamente un’opera d’arte 
per distinguerla da un fatto della natura, s’intende sem¬ 
pre con ciò un’opera degli uomini. 

2) L arte in quanto abilità dell’uomo è distinta anche 
dalla scienza (come potere da sapere), come la fa¬ 
colta pratica dalla teoretica, come la tecnica dalla teoria 
( agrimensura dalla geometria). Ed è perciò che non si 
chiama propriamente arte tutto ciò che si può fare non 
appena si sappia ciò che si deve fare e si conosca suffi¬ 
cientemente l’effetto desiderato. Soltanto ciò che, anche 
quando sia conosciuto perfettamente, non si ha ancora 














ANALITICA DEL SUBLIME 


ICS 


l'abilità per produrlo, appartiene all’arte. Camper 1 de¬ 
i-rive esattissimamente come dovrebbe essere fatta un’ot- 
lima scarpa; ma certamente egli non la sapeva fare 2 . 

3) L’arte ò anche distinta dal mestiere; la prima si 
chiama liberale, il secondo può esser chiamato merce¬ 
nario. Si riguarda la prima come se fosse un semplice 
giuoco, vale a dire come un’occupazione per se stessa pia¬ 
cevole, che non abbisogna di altro scopo; il secondo in¬ 
vece come un lavoro, cioè come un’occupazione che per 
se stessa è spiacevole (penosa) ed attrae soltanto pel ri¬ 
sultato (per esempio, la ricompensa) che promette, e che 
quindi può essere imposta con la costrizione. Per giudi¬ 
care se nella gerarchia delle professioni l’orologiaio debba 
essere considerato come un artista ed il fabbro come un 
artigiano, è necessario un altro punto di vista, diverso 
da quello che assumiamo qui; cioè la proporzione dei ta¬ 
lenti che debbono stare a fondamento dell’ima o dell’altra 
professione. Potremmo anche essere condotti ad esami¬ 
nare se tra le sette cosidette arti liberali ve ne sia qual¬ 
cuna che andrebbe nel novero delle scienze e qualche altra 
che potrebbe essere pareggiata ai mestieri; ma, di ciò ora 
non voglio parlare. Non è tuttavia fuor di luogo ricor¬ 
dare che in tutte le arti liberali vi è pui-e qualche còsa 
ili costretto, ovvero che in esse è necessario, come si dice, 

..onanismo, senza del quale lo spirito, che nel- 

l'nric dov’esser libero e che solo anima l’opera, non 
acquisterebbe corpo e svaporerebbe interamente (cosi, per 
esempio, nella poesia, la proprietà e la ricchezza della 
lingua, come la prosodia e la ritmica); non è inopportuno 
questo ricordo, perchè parecchi dei nuovi educatori ere- 


1 Pietro Camper, anatomico olandese (1722-1789) [T.]. 

2 Nel mio paese, un uomo del popolo cui si proponga un problema come 
«niello dell'uovo di Colombo risponde che quella non è arte, ma scienza, 
vaio a dire che chi sa la cosa può farlo: e proprio lo stesso dice di tutte le 
pretese arti dei giocolieri. Quella del funambolo, invece, egli non esiterà punto 

chiamarla arte. 










164 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


dono di favorire l’arte nel miglior modo, scartando da 
essa ogni costrizione e mutandola da lavoro in semplice 
giuoco. 


§ 44- — Dell’arte bella. 

Non v’è una scienza del bello, ma solamente la critica 
di esso, e non vi son bello scienze, ma soltanto belle arti. 
Difatti, se vi fosse una scienza del bollo, in essa si do¬ 
vrebbe decidere scientificamente, cioè con argomenti se 
una cosa deve essere tenuta per bella o no; così il giudizio 
su a. bellezza, appartenendo alla scienza, non sarebbe 
punto un giudizio di gusto. Per ciò che riguarda le belle 
scienze, e un non senso una scienza che, come tale, dev’eri 
sere bella. Perchè se ad essa, in quanto scienza, domandas- 
suno una risposta in principi! e dimostrazioni, essa ce la 
darebbe m sentenze di buon gusto (borniots). - Ciò che 
ha dato luogo alla comune espressione di bolle scienze 1 
e, senza dubbio, niente altro che questo: si è osservato 
molto giustamente che nell’arte bolla, nella sua completa 
perfezione, vien richiesta molta scienza, come, per esem¬ 
pio, la conoscenza delle lingue antiche, la lettura degli 
autori ritenuti classici, la storia, la conoscenza delle an- 
ìenita, etc.; e poiché queste scienze storiche costituiscono 
la necessaria preparazione e il fondamento dell’arte bella 
ed anche perchè in esse è stata compresa la conoscenza 
stessa de, prodotti delle arti belle (eloquenza e poesia) 

con «no scambio di parole sono state chiamate esse stesse 
nelle scienze. 

Quando l’arte, adeguatamente alla conoscenza di un 
oggetto possibile, compie soltanto le operazioni necessarie 

realizzarlo, essa e meccanica; se, invece, ha per 

Questi r^ edl t t0 U seatimeat ° ^ Piacere, è estetica. 
Questa e o arte piacevole o arte bella. È piacevole 


! Schone Wiseenechaften; sono, presso a poco, le beliti lettere nostre tT .j. 










ANALITICA DEL SUBLIME 


165 


quando il suo scopo è di far accompagnare il piacere alle 
r ipiiresentazioni in quanto semplici sensazioni; è bella 
uandò ha per iscopo di accoppiare il piacere alle rappre¬ 
se illazioni come modi di cono scen za. 

Le arti piacevoli son quelle dirette unicamente al godi- 

.. tali sono tutte quelle attrattive che possono dilet- 

I 1 co una riunione a tavola; come il raccontare piacevol¬ 
mente, l’impegnare la società in una conversazione franca 
i vivace, il portarla con lo scherzo e col riso ad un certo 
tono di allegria, in modo che si possa chiacchierare spen¬ 
sieratamente, e nessuno voglia rispondere di ciò che dice, 
perchè si pensa soltanto al divertimento momentaneo, e 
non a fornire una materia durevole alla riflessione e alla 
discussione. (Bisogna anche aggiungervi il modo di alle¬ 
stire la tavola in vista del godimento, ed ancora la musica 
da tavola dei grandi pranzi: una cosa meravigliosa, la 
quale soltanto con un gradevole rumore deve mantenere 
negli animi la disposizione allegra, e, senza che nessuno 
presti la minima attenzione alla sua composizione, favo¬ 
risca la conversazione libera tra Timo e l’altro vicino.) 
À queste arti appartengono anche tutti quei giuochi i 
quali non offrono altro interesse oltre quello di far pas¬ 
sare il temi>o. 

L’arte bella, invece, è una specie di rappresentazione 
che ha il suo scopo in se stessa, e nondimeno, pur non 
avendo altro fine, favorisce la coltura delle facoltà del¬ 
l’animo sotto il riguardo della sociabilità. 

La comunicabilità universale di un piacere implica già 
nel suo concetto che il piacere stesso non debba essere 
proprio di godimento, derivando da una semplice sensa¬ 
zione, ma debba dipendere dalla riflessione; e quindi l’arte 
estetica, in quanto arte bella, è tale che ha per misura il 
Giudizio riflettente e non la sensazione. 








166 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


§45. 


■ Arte bella è un’arte che ha l’apparenza 
della natura. 


S3Ì1«SSK 

ha rapparenza delFarfA- c e x ^ a Quando 

chiamata Le,,*. “7 

che essa nin m.fr. i, • 1 essendo coscienti 

w, «“ 

?xirr ™*:zì$ —" ”' l “« 

atto ilol giudizio .' ■ ■" U Placereb * )e ««1 semplice 

meccanica ' "° e “ W*. ma in 

sia ^coluta! 3 .leve ^ apparire ^p 0 ^/ *"* *•“* “‘">ene 

bella dev’essere consideri Utanea; val ° a dire > l’arte 
sappia che è arte Ma 8 come nadur a, sebbene si 

ronza delia n a hit a a" 7 Pr ° d ° ttC> deU ’ arte * a 1W 
servata “ 8tete puntualmente os- 

Paò essere ciò che dev’èssere °m heCOndo Cm soltant o esso 
' essere ’ ma SCI155 a sforzo, senza che 










ANALITICA DEL SUBLIME 


107 

i ii,sparisca la forma scolastica, vale a dire senza che per 
l' ima traccia si veda che l’artista ebbe la regala sotto gli 
celli e le facoltà del suo animo furono inceppate. 


§ 46. — L'arte bella è arte del genio ■ 

11 genio è il talento (dono naturale), che dà la regola 
Il’arte. Poiché il talento, come facoltà produttrice innata 
dell’artista, appartiene anche alla natura, ci si potrebbe 
-sprintare anche così: il genio è la disposizione innata 
dell’animo (inc/enhnn) per mezzo della quale la Ma¬ 
lora dà la regola all’arte. 

Checché ne sia di questa definizione, sia essa sempli¬ 
cemente arbitraria, o adeguata al concetto che comune¬ 
mente si associa alla parola genio (ciò che dev’esser 
chiarito nel paragrafo seguente), si può sempre dimostrare 
in precedenza che, secondo il significato della parola che 
abbiamo accolto, le arti belle debbono essere necessaria¬ 
mente considerate come arti del genio. 

Difatti, ogni arte presuppone delle regole, sul fonda¬ 
mento delle quali ogni produzione che debba essere chia¬ 
mata artistica, è rappresentata come possibile. Ma il con¬ 
cetto dell’arte bella non permette che il giudizio sulla bel¬ 
lezza della sua produzione sia derivato da qualche regola 
che abbia a fondamento un concetto, il quale determini 
come la produzione sia possibile. Sicché l’arte bella, non 
può trovare da se stessa la regola secondo cui deve realiz¬ 
zare i suoi prodotti. E poiché senza una regola anteriore 
una produzione non può mai chiamarsi arte, bisogna che 
la natura dia la regola all’arte nel soggetto (mediante la 
disposizione delle sue facoltà), vale a dire l’arte bella è pos¬ 
sibile soltanto come prodotto del genio. 

Da ciò si vede quanto seguo: 1) Il genio è il talento di 
produrre ciò di cui non si può dare una regola determi¬ 
nata, non l’abilità per ciò che può essere appreso mediante 
una regola: per conseguenza, l’originalità è la sua 







108 


PARTE I-SEZIONE I - LIBRO II 


Prima proprietà. 2) Poiché vi possono essere anche etra 

modem IITT 11 ’ * f QÌ . 1,rodotti ^ono essere insieme 

“tì dl imit! Sein, ; ar ' : <|l,i,uli « ^hè essi stessi non 

ciò vile a dht 10116 ’ CVOn ° tUttaVÌa SCrVÌre per ** altri a 

stesso no C0 “! miSUra 6 regola flel giudizio. 3) Esso 

• tosso non può mostrare scientificamente come compie la 

«un produzione, ma dare la regola in quanto nuora 

sa, ^ 

s. 0 'rdtif: r" è ?*• •“ 1 ° ^■Z£ o >. ,h ,>r 

<1 uauto dev’essere arte bèlla/ ’ ° ® Qltaut ° in 


§ 47. — Spiegazione e conferma 
della precedente definizione del genio. 

Tutti si accordano nel riconoscere che il genio è da mef 
Ora pSr 6 T 1Uta C ° n '° SPÌrÌt ° d ’ im itazione^ 

grande LSu f en re n ° D è altro che imitare, la più 

tal'e S 6 “ C ° me 

r- ^ 

S3S=HEr£? 

gallo), perche appunto tutto ciò che enli r-, * 1 !, 

.«tute impara,!», KlmlgcrTi M . „ via 






ANALITICA DEL SUBLIME 


169 

, rn-H o della riflessione secondo regole, e non è speeifica- 

.nte diverso da ciò che si può conseguire con la dili- 

t• i■ iissa e l’imitazione. Così, tutto ciò che Newton ha esposto 
nella sua immortale opera dei principii della filosofia na¬ 
turale, per quanto a scoprirlo sia stata necessaria una 
e rande niente, si può bene imparare; ma non si può impa¬ 
rare a poetare genialmente, per quanto possano essere 
minuti i precetti della poetica, ed eccellenti i modelli. La 
ragione è questa, che Newton avrebbe potuto, non solo a 
so stesso, ma ad ogni altro, render visibili ed additare pre¬ 
ssamente all’imitazione tutti i suoi passi, dai primi ele¬ 
menti della geometria fino alle grandi e profonde sco¬ 
perte; ma nessuno Omero o Wieland potrebbe mostrare 
come si siano prodotte e combinate nella sua testa le sue 
idee, ricche di fantasia e dense di pensiero, perchè non lo 
sa egli stesso, c non può quindi insegnarlo agli altri. Nel 
campo della scienza il più grande scopritore non è dunque 
diverso dal più travagliato imitatore se non per una diffe¬ 
renza di grado, ma è specificamente diverso da colui che 
la natura ha dotato per le arti belle. Cou che non si vuole 
abbassare il merito di quei grandi uomini, ai quali deve 
tanto il genere umano, rispetto a quei favoriti della natura 
che hanno il talento per le belle arti. Appunto perchè il 
talento dei pruni è destinato al sempre progressivo perfe¬ 
zionamento dello conoscenze e di tutte le utilità che ne 
derivano, ed anche all’istruzione dogli altri nelle cono¬ 
scenze stesso, essi hanno una grande superiorità su quelli 
che meritano l’onore di essere chiamati genii; l’arte deve 
cessare in qualche punto, perchè le sono imposti dei li¬ 
miti che non può sorpassare, e che verosimilmente ha già 
raggiunti da lungo tempo e non possono essere allargati; 
oltre di che l’abilità dell’artista non è comunicabile, ma 
vuole essere impartita ad ognuno direttamente dalla mano 
della natura, e muore con lui, finché la natura un giorno 
non dia il dono ad un altro, che non abbia bisogno d’altro 
che di un esempio, affinchè possa esercitare in modo simile 
il talento, di cui egli è cosciente. 



170 


RVBTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


la ^ a > dare 

l'uò esser rinchiusa in un77n qU6Sta? Essa non 

cetto, perchè allora il -indizio SGrvir da Pre¬ 
dile mediante concetti ™ Sarebbe determi- 

r ** ** daf^;^ 

saggiare il proprio talento e spt • ' a ^ ri Possono 

sui Possibile. Le idee dellhrtista ntf Spieeare W) me ciò 
nell’allievo, se questi è stat^XT n“° **" a “ a, <* h * 
analoga proporzione delle facal V? natura di “«a 
de,1 ° b ello arti sono perciò w delIammo - I modelli 
1 urte alla posterità; il che non f °i “ 0ZZO clle trasmetta 
semplici descrizioni (iTLeZ^ aVV6nÌre “Piante 
Parola); e anche in queste non J Ca °®° deUe arti della 

non i modelli dolio lingue untidm ^ T^’ 1 ' eIassici se 
come dotte. antiche, morte, e considerate 

J * iea ’ come arte semlheTmente doluTdi? 1>arte raecca ' 
dio, e l’arte bella in nno f ‘ diligenza e dello stu- 

almm’arte bella in ^inon^ L' qull^ 0 * ^ VÌ ò 

- Iueo ’ °ho può essere appreso „ q 'dche cosa di mecca- 
Qnindi qualche cosa df sc 0 ,l SeC ° ndo re *ole, e 
condizione essenziale deH’arte' p 16 ?-^ 6 eosti tuisce la 
*• Pensato . ii^ bisogna 

f Porrebbero attribuire all 1 * a0i adotti non 
tetto del caso. Ma per effettuar!’ ^ un puro ef- 

regole determinate, alle quali ^ scopo S01J necessarie 
Poiché l’originalità del taleat! Vf** 0 sottrar «i- Ora, 
essenziale (ma non il sol!) del ! C °* htui8ce UIi elemento 
Poveri di spirito eredontd! non 'Z *1 ^ aleaai 
essere genii brillanti, che sbn-, 7 . a mostrar meglio di 
scolastica d’ogni regola ed imi T*' ° &1 della nutrizione 
odtdior figura su di un \*T7 *?^ Che « faccia 













ANALITICA DEL SUBLIME 


171 


•i In sia capace di farne un uso che possa essere appro¬ 
va L. dal Giudizio. Ma è qualche cosa di perfettamente 
>ni, ulo quando qualcuno parla e decide come un genio 
ii i arile cose che esigono dalla ragione le più laboriose 
i u riche; o non si sa di chi si debba ridere più, se del 
iap latano che spande tanto fumo intorno a sè che non 
i i inssa veder niente chiaramente, ma immaginare quanto 
a v uole, o del pubblico, il quale crede ingenuamente che 
la sua incapacità a diseernere chiaramente e a compren- 
« 1 1 ■ ri * la parte più bella dello spettacolo dipenda dal fatto 
In gli si danno delle nuovo verità in grande abbondanza, 
irntre poi gli pare un lavoro da ciabattino quello che è 
ulto con le definizioni appropriate e l’esame metodico 
dei principii. 


§ 48. — Del rapporto del genio col gusto. 

Per giudicare degli oggetti belli come tali è neces¬ 
sario il gusto; ma per l’arte bella stessa, cioè por la 
produzione di tali oggetti, è necessario il genio. 

Se si considera il genio come un talento per Parte bella 
(ciò che è nel significato proprio della parola), e sotto 
questo rispetto lo si voglia scomporre nelle facoltà che 
debbono concorrere a costituirlo, è necessario determinare 
prima esattamente la differenza tra la bellezza naturale, 
il cui giudizio esige solo del gusto, e la bellezza d’arte, 
di cui la possibilità (che anche deve essere riguardata 
uel giudizio sugli oggetti dell’arte) esige del genio. 

Una bellezza naturale è una cosa bella; la bellezza 
d’arto è una rappresentazione bella di una cosa. 

Per giudicare una bellezza naturale come tale io non 
ho bisogno di aver prima un concetto di ciò che deve es¬ 
sere l’oggetto; vale a dire, non ho bisogno di conoscere di 
esso la finalità materiale (lo scopo), e la sua semplice 
forma, senza conoscenza dello scopo, mi piace per se stessa 
nel giudizio. Ma se l’oggetto è dato come un prodotto 




172 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


Sr!! 8 “■* ,ale dev ' ess8r bello, poiché 

...le presuppone sempre uno scopo nella su, canea (e 
netta causalità di questa), bisogna prima appoggiarsi al 

Che la — de - essere; e, pof/hè^eordo 

tr i ! Una °° Sa m VÌSta di “ la Ostinazione 
interna di essa, in quanto scopo, costituisce la perle 

ione delia cosa stessa; _ nel giudizio della iXzt 

fez on n aD e8Sel ' PreSa in ^^siderazione la per - 
fezione della cosa; ciò di che non è a parlare per la Z- 

W jmtorale (come tale). - Nel giudizio della bellezza 
• xcm mente degli oggetti animati detta natura, per esem- 
no dell uomo o d’un cavallo, si prende comunemente in 
aU ? he la finalità °£g - ettiva; ma allora il 

a\< ute 1 apparenza dell’arte, ma come se fosse realmenfe 

™r “™'.>. » il indizio WectoS 

« ivo a quello estetico da fondamento o da condizione 

pio ttr !. T gUardare ’ In tal ca »». anando per esem- 

quosto! ìu 'n 7 ìmd I>elIa flonna>> ’ non si Pensa altro che 
i n sto. la natura rappresenta bellamente in questa l’orma 

tt arte bella mostra la sua preminenza in questo che 

r u ? cose cl ° *“ -ti: 1 : 

guèrra e simili 1 ”!!’ ° malattlft lo devastazioni della 










ANALITICA DEL SUBLIME 


173 


,Mìstica dell’oggetto non si distingue più nella nostra 
"iisazione dalla natura dell’oggetto stesso, e quindi non 
può essere tenuta per bella. Così la scultura, di cui i pro¬ 
dotti quasi possono .^cambiarsi con quelli della natura, 
ha escluso dalle sue figurazioni l’immediata rappresen¬ 
tazione di oggetti brutti, e non permette di rappresentare 
l'mplicemente pel giudizio estetico, ma solo indirettamente 
mediante un’interpretazione della ragione, per via di al¬ 
legorie o di attributi piacevoli, certi temi, come per esem¬ 
pio la morte (che essa converte in un bel genio) e lo spi¬ 
rito della guerra (di cui ha fatto Marte). 

E tanto basti per la bella rappresentazione di un og¬ 
getto, che propriamente non è altro che la forma dell esi¬ 
bizione di un concetto, il quale in tal modo è comunicato 
universalmente. — Ma per dare questa, forma ai prodotti 
delle belle arti non è necessario che del gusto, col quale 
l’artista, quando lo abbia esercitato e corretto per mezzo 
di numerosi esempii dell’arte o della natura, giudica la 
sua opera, e, dopo molti tentativi spesso laboriosi, trova 
quella forma, che lo soddisfa: perciò questa non è come 
una cosa dell’ ispirazione o del libero slancio delle facoltà 
deH’animo, ma il risultato di un lungo ed anche penoso 
processo di perfezionamento nell’espressione del proprio 
pensiero, o tuttavia senza pregiudizio del libero giuoco 
delle proprie facoltà. 

Ma il gusto è semplicemente una facoltà di giudicare, 
non una facoltà produttiva; e ciò che è adeguato ad esso, 
non è solo per questo un’opera d’arte bella; può essere 
una produzione dell’arte utile e meccanica o anche della 
scienza, che sia l’effetto di regole determinate, le quali 
possono essere apprese e debbono essere rigorosamente 
seguite. Ma la forma piacevole che le si dà è soltanto il 
mezzo di comunicarla e un modo di presentarla; in che 
si ha una certa libertà, sebbene si sia legati ad uno scopo. 
Così si richiede che un servizio da tavola, o anche un trat¬ 
tato morale, c perfino una predica, abbiano questa forma 
dell’arte bella, senza che vi sembri voluta; ma non si 



174 


PASTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


chiamano perciò opere d’arte hello a 
scono un poema, una music-, 1 QUestc si attribuì 

mi,i ; e in un’opera, che dev’r- 11 '' 1 .^ 6na d ‘ Quadri > e si 
nente alle arti belle'si trova ^ Seie | e ' lufa come apparte 
° del gusto senza genio. ‘ pe ' Sf, ° c el genio senza gusto 


foco,* cM MUuUcno n ^ 

almeno in parS'"^^ 1 ”^ 11- . ohe dovrebbero mostrarsi 
esse sono senza anima’ sebhe aIIe ., arti beIle > ehi 
'' f usto aen vi si trovi niente duV^ ^ Ch ® eoueeruf 
PPÒ ««Ito nitida ed legante Una Poesia 

8toria è esatta ed ordinata t 6 8enz anima. Una 

-l’occasione è solido e orna oi,? 8enZamnWU 1111 discorso 

conversazioni non sono senz TiT’ ^ SOn * anim *- Molte 
perfino d’nna donna si dice .1 t f , .° sse ’ 1Ua senz’anima; 

ZIOSa > ma senz’anima. Che cosa si^ ^ alfabile ® ^ra- 
con la parola anima? dunque intendere 

dell’animo. Ma^iò^on Ì1 . Pr !“ eipio ideante 
ma ’ la materia di cui si serve è Pr ” 1C . ìpi ° vi viflca l’ani- 
armonico a Ile facoltà dell’animo C ì° Ch ® <h - Uno slaneio 
che si alimenta da sè e fortitir ’ f * P ° ne in tln gin °co 
risulta. 6 f0rtlfica lo facoltà stesse da cui 

facoltà di eaibto^delIe^deeTt^' 0 Ò aItl '° ° he Ia 
estetiche intendo quelle rapprese 8 ^ et . iche; c,ove Per idee 
zmne, che danno occasione taZ1 ° nÌ deì1 ’ immagina- 

™ qaai - da e ,.e n8 i:;:°r«r::r;tr ,to ’ seQzaciie p ^ 

adeguato, e, per conseguenza ness i° P ° SSa essere loro 
t a mente esprimerle e farle con,' U “ !^ glm possa Perfet- 

^ «- — «:szZTr f - 

___ «pouaente (pendant.) delle 







ANALITICA DEL St T BLIME 


175 


Miro razionali, le quali sono invece concetti cui nes- 
nulla intuizione (rappresentazione dell’immaginazione) 
l'iiò essere adeguata. 

1/immaginazione (come facoltà di conoscere produtti¬ 
va I ha una grande potenza nella creazione di un’altra na¬ 
ia ra dalla materia che le fornisce la natura reale. Noi ci 
divertiamo con essa, quando la realtà ci par troppo co¬ 
mune; trasformiamo la realtà, sempre, è vero, secondo 
leggi analogiche, ma anche secondo principia che hanno 
la loro più alta origine nella ragione (e che ci son natu¬ 
rali proprio come quelli con cui l’intelletto comprende la 
natura empirica); e così facendo noi sentiamo la nostra 
indipendenza dalla legge dell’associazione (la quale è ine¬ 
rente all’uso empirico dell’immaginazione), perchè se, se¬ 
condo essa, caviamo la materia dalla, natura, la elaboriamo 
però in vista di qualehecos’altro, vale a dire di ciò che 
trascende la natura. 

Si possono chiamare idee queste rappresentazioni del- 
l’immaginazione; sia perche esse tendono, almeno, a qual¬ 
cosa che sta al di là dei limiti dell’esperienza, e cercano 
così di approssimarsi alle esibizioni dei concetti della ra¬ 
gione (delle idee intellettuali), ciò che dà loro un’appa¬ 
renza di realtà oggettiva; e sia perchè, ciò che è capitale, 
nessun concetto può essere loro completamente adeguato 
(in quanto intuizioni interne). Il poeta osa render sensi¬ 
bili lo idee razionali degli esseri invisibili, il regno dei 
beati, il regno infernale, l’eternità, la creazione, e simili; 
o anche trasporta ciò, di cui trova i modelli nell’espe¬ 
rienza, come per esempio la morte, l’invidia e tutti i vizii, 
l’amore, la gloria, etc., al di là dei limiti dell’esperienza 
con un’immaginazióne che gareggia con la ragione nel 
conseguimento di un massimo, rappresentando tutto ciò ai 
sensi con una perfezione di cui la natura non dà nessun 
esempio; ed è propriamente nella poesia che la facoltà 
delle idee estetiche può mostrarsi in tutto il suo potere. 
Ma questa facoltà, considerata soltanto in se stessa, non è 
propriamente altro che un talento (dell’immaginazione). 




PARTE X - SEZIONE I - IJBRO II 


17(1 

Ora. se 8i sottopone ad un concetto una rappresenta- 
, i"m' dell'immaginazione, che appartenga alla sua esibi¬ 
zione, ma che per se stessa dia tanta occasione a pensare 
da non lasciarsi mai rinchiudere in un concetto determi¬ 
nato, e quindi estende esteticamente il concetto stesso in 
un modo indefinito; l’immaginazione è in tal caso crea¬ 
trice, e pone in moto la facoltà delle idee intellettuali 
(la ragione), facendola così pensare, all’occasione di una 
rappresentazione (ciò che appartiene bensì al concetto del¬ 
l’oggetto), più di quanto in essa possa essere compreso e 
pensato chiaramente. 

Quello forme, che non costituiscono da sè l’esibizione di 
un concetto dato, ma, in quanto rappresentazioni seconda¬ 
rie dell’immaginazione, esprimono soltanto lo conseguenze 
che vi si legano e l’affinità del concetto con altri concetti, 
son chiamate attributi (estetici) di un oggetto, di cui 
il concetto, in quanto idea della ragione, non può essere 
esibito adeguatamente. Così l’aquila di Giove con la fol¬ 
gore tra gli artigli è un attributo del potente re del cielo, 
c il pavone della, splendida regina del cielo. Essi non rap¬ 
presentano, come gli attributi logici, ciò che è nei no¬ 
stri concetti della sublimità e maestà della creazione, ma 
qualcos’altro; il elio dà occasione all’immaginazione di 
estendersi su di una quantità di rappresentazioni affini, lo 
quali danno più da. pensare di quanto si possa esprimere 
in un concotto determinato per via di parole; e danno 
una idea estetica, la quale tien luogo dell’esibizione 
logica di quell’ idea razionale, ma propriamente vivifica 
1 animo, aprendogli una vista su di un campo smisurato 
di rappresentazioni affini. Ma le belle arti non procedono 
in tal modo soltanto nella pittura e nella scultura (per cui 
si usa comunemente il termine di attributi) ; anche la poe¬ 
sia e l’eloquenza traggono l’anima che vivifica le loro 
opere unicamente dagli attributi estetici degli oggetti, i 
quali accompagnano gli attributi logici, e danno uno slan¬ 
cio all’immaginazione, fornendo più da pensare (sebbene 
confusamente) di quanto si può rinchiudere in un con- 









ANALITICA DEL SUBLIME 


177 


cotto, e quindi in una determinata espressione verbale. 
— Mi limiterò, per brevità, a pochi esempii. 

Quando il gran Re si esprime cosi in una delle sue 
poesie 1 : 

Oui, finissous sans trouble et mourons sans regrets, 

En laissant l’nnivers cornblé de nos biepfaits: 

Ainsi l’astro dn jouv au bout do sa carrière, 

Képand sur l’horizon uue douee lumière; 

Et les derniers rayons qu’il dardo dans les airs, 

Sont Ics derniors soupirs qu’il donne n l’univers; 

^gli vivifica l’idea della sua. ragione di un sentimento 
cosmopolitico anche presso la fine della vita, mediante un 
attributo che vi associa l’immaginazione (col ricordo della 
dolcezza che suscita in noi una chiara, sera che compie 
una bella giornata estiva), e che promuove una quantità 
di sensazioni e di rappresentazioni secondarie, alle quali 
non si trova alcuna espressione. Reciprocamente, un con¬ 
cetto intellettuale può servire da attributo ad una rappre¬ 
sentazione dei sensi e avvivarla con F idea del soprasensi¬ 
bile; ma non si adopera per questo uso se non l’elemento 
estetico, ciò che è inerente soggettivamente alla coscienza 
del soprasensibile. Così, per esempio, nella descrizione di 
un bel mattino, un certo poeta dice: «Il solo sorgeva, 
come la pace sorge dalla virtù ». La coscienza della virtù, 
se anehe uno si metta soltanto col pensiero al posto di 
un uomo virtuoso, spande nell’anima una quantità di sen¬ 
timenti sublimi e calmi; ed apre una veduta sconfinata su 
di un avvenire felice, che non può rendere interamente 
alcuna espressione che sia adeguata ad un concetto deter¬ 
minato 2 . 


1 È l'epistola al maresciallo Keitli, Sur les vaines terreurs de la uiort et. 
les jrayeurs (l’une axilre vie : nelle Oeuvres du philosophe de Sans-Souci, 17t>0, 
volume II. Qui è restituito il testo francese: Kant dà la traduzione in 
prosa [T.L 

2 Porse non è stato mai detto qualche cosa di più sublime, o espresso in 
un modo più sublime un pensiero, come in quell’iscrizione del tempio d’Iside 
(la madre natura) : « Io sono tutto ciò che è, che fu e che sarà, o nessun 


E. Kant, Critica del giudizio. 


12 












l'AKTK I SUZIONI'! I 


mi,ii ii 


i , 


1111 1 i*,'irolli, I iili‘11. eslefiea è ima luppreNoiituzione 
• Il II ' Imm/igiiwizione associata ini un tu dato, la 

'i"' 1, m 'l I• lusro giuoco dell'immaginazione, e libala con 
i il' quantità di rappresimiazioni parziali. idu> non si po- 
1 »«•*>*»*’ trovare per essa nossuiia espressione olio dosiimi un 
' onootto determinato; o iiiiimli ima rapproscntazioue che 
d.i luogo a pensare in uu emieetlo molto coso inesprimibili, 
di cui il sentimento vivifica lo laoollà conoscitive e (là lo 
spirito alla parola in Quanto semplice lettera. 

Le facolta dell animo, di cui l'unione (in un certo rap- 
porto) costituisce il genio, sono dumpic l’immaginazione 
i 1 intelletto. Soltanto che 1 immaginazione. Quando serve 
alla conoscenza, è sottoposta alla costrizione dell’ intelletto 
e alla limitazione d’essere adeguata al concetto, mentre 
dal punto di vista estetico essa è libera, ed oltre all’ac- 
eordarsi col concetto, fornisce spontaneamente all’intel¬ 
letto una materia ricca e non definita, che esso non conte¬ 
neva nel concetto, che però adopera, non oggettivamente 
in vista della conoscenza, ma soggettivamente ad animare 
le facoltà conoscitive, e quindi indirettamente anche a 
vantaggio della conoscenza; sicché il genio consiste pro¬ 
priamente in quella felice disposizione, — che nessuna 
scienza può insegnare e nessun esercizio può raggiungere, 
per la quale si associano delle idee ad un concetto dato, 
e d’altra parte si trova l’espressione con cui si può 
comunicare agli altri lo stato d’animo che ne risulta, in 
quanto accompagnamento del concetto medesimo. È a que¬ 
st ultimo talento che si dà propriamente il nome di ani¬ 
ma; perchè per esprimere ciò che è inesprimibile nello 
stato d’animo in cui ci mette una certa rappresentazione, 
e per renderlo comunicabile universalmente, — sia l’espres¬ 
sione verbale, pittorica o plastica — è necessaria una 
facoltà che colga a volo il rapido giuoco dell’ immagina- 


niortale ha sollevato il mio velo». Segner ni servì di questa idea per mezzo 
di una figura ingegnosa messa in testa alla sua fisica, affine di riempire di un 
sacro orrore l’allievo che si accingeva ad introdurre in questo tempio, e di 
disporre il suo spirito ad una solenne attenzione. 










ANALITICA DEL SUBLIME 


17 !) 


/""io, e Io unisca ad un concetto che si possa condividere 
H. nza la costrizione dello regole (a un concetto che ap 
punto perciò è originale, e scopre nel tempo stesso una 
n uova regola, che non si è potuta derivare da nessun prin¬ 
cipio od esempio anteriore). 


Se ora, dopo questa analisi, ritorniamo sulla dormizione 
che si e data sopra del genio, troveremo: I) clic osso ò un 

talento per l’arte, non per la scienza, nella quale il .. 

dimento deve essere stabilito su regole conosciuto ciliari, 
mente m precedenza; 2) che esso, come talento artistico 
presuppone un concetto determinato del prodotto in quanto’ 
scopo, e per conseguenza l’intelletto, ma anche una rapprc 
sentazione (sebbene indeterminata) della materia, cioè del 
intuizione che serve all’esibizione di quel concetto, o 
quindi un rapporto dell’immaginazione con l’intelletto; 
.1) che esso si rivela meno nel conseguire il suo scopo del- 
! esibizione d un dato concetto, che nella rappresentazione 
^ espressione di idee estetiche, le quali contengono 

Sonia 1 ' 10 ?- 111 er - a Pet qUelI ° SC0P °’ e quindi nel mppre- 
sent are i immaginazione nella sua indipendenza dalla eo- 

T S °\ e ' ma C0nf0rme tuttav « all’esibizione 
, ncetto dato; 4) che finalmente la finalità soggettiva 
che e spontaneamente nel libero accordo dell’immagina- 

nronor V dell’intelletto, presuppone una tale 

proporzione e d I sposizione di queste facoltà, che nessuna 
osservanza di regole, sia della scienza, sia dell’imitazione 
meccanica, può produrre, ma che soltanto la natura del 
soggetto può far nascere. 

nJuTfll CÌ f’ ° gGnÌ ° è rorÌ8 ' inalità templare di quel dono 
naturale che un soggetto esercita nel libero uso delle 

sue facolta di conoscere. In tal modo il prodotto di un 
«emo (m mo che e da attribuirsi appunto al genio, e non 
allo studio o alla scuola) è per un altro genio un esem- 
P o, non da imitare (perchè nell’imitazione scompare ciò 







I MI I 


PARTE X-SEZIONE X - LIBRO XI 


i lm r dovuto al genio e costituisco l’anima dell’opera), ma 
dii M unire; esso promuove in quest’altro genio il senti- 

..lo dell’originalità, e lo spinge ad esercitare (piindi 

nell’arte la sua indipendenza dallo regole, sicché l’arte 
acquista una nuova regola per via del talento che si di¬ 
mostra esemplare. Ma, poiché il genio è un privilegiato 
della natura, e la sua apparizione è da ritenersi rara, il suo 
esempio produco per gli uomini ben dotati ima scuola, 
ovvero un insegnamento metodico secondo lo regolo che 
si possono trarre dalle opere vive del genio e dalla loro 
originalità; e così per questi seguaci l’arte bolla è un’imi¬ 
tazione di cui la natura dà la regola per via del genio. 

Ma questa imitazione diventa contraffazione, quando 
lo scolaro imita tutto, finanche quei punti difettosi che il 
genio ha dovuto lasciar nell’opera soltanto pierchè, sen- 
z’essi, l’idea ne sarebbe rimasta indebolita. Questo co¬ 
laggio è un merito per un genio; ed una certa audacia 
nell’espressione, e in generale certe aberrazioni dalle re¬ 
gole comuni convengono al genio, ma non son degne d’es- 
sero imitate; son sempre difetti, che bisogna cercar di 
evitare, e solo il genio è privilegiato rispetto ad essi, per¬ 
chè ciò che in lui è dovuto allo slancio originale soffri- 
ì-ebbe da un’inquieta circospezione. La maniera è un’al¬ 
tra specie di contraffazione, la quale consisto nell’imita¬ 
zione dell’originalità in generale, e quindi nell’allonta- 
narsi per quanto è possibile dagli imitatori, senza però 
possedere il talento di essere per se stesso esemplare. 
— Vi sono in generale duo modi di comporre i propri 
pensieri, di cui uno si chiama maniera (modus aestheti- 
cus) e l’altro metodo (modus logicus), i quali differiscono 
in questo, che il primo ha come misura soltanto il senti¬ 
mento dell’unità nella esibizione, il secondo invece segue 
in questa prineipii determinati. Per l’arte bella vale 
solo il primo modo. Ma un’opera d’arte si dice manierata 
solo quando l’espressione dell’idea che vi è contenuta 
mira alla singolarità e non è adeguata all’idea stessa. Il 
prezioso, il ricercato, l’affettato, per distinguersi dal co- 







ANALITICA DEL SUBLIME 


181 


limili! (ma senz’anima), somigliano ai modi di colui del 
«inalo si dice che sta ad ascoltare so stesso, o che si muove 
l'ione se fosse sulla scena a esser guardato a bocca aperta, 
il che è sempre indizio di stupidità. 


§ 50. — Dell’unione del gusto col genio 
nei prodotti dell’arte bella. 

Domandare che cosa sia più appropriato in cose delle 
arti belle, se il genio o il gusto, è lo stesso che doman¬ 
dare quali delle due facoltà, l’immaginazione o il giudi¬ 
zio, vi debba prevalere. Ora, poiché, relativamente alla 
prima, un’arte merita piuttosto d’essere chiamata ani¬ 
mata 1 , e solo relativamente alla seconda di essere chia¬ 
mata un’arte bella, questa seconda, almeno come con¬ 
dizione indispensabile (conditio sine qua non), è quella che 
prima dev’essere presa in considerazione nel giudizio del¬ 
l’arte in quanto bella. Alla bellezza son meno necessarie 
la ricchezza e l’originalità delle idee, che l’accordo della 
libertà dell’immaginazione con la legalità dell’intelletto. 
Perchè tutta la ricchezza dell’immaginazione, nella sua 
libertà senza freno, non produce se non stravaganza; e il 
Giudizio invece è la facoltà che la mette d’accordo con 
l’intelletto. 

Il gusto, come il Giudizio in generale, è la disciplina 
(l’educazione) del genio; gli ritaglia le ali e lo rendo co¬ 
stumato e polito; ma nel tempo stesso gli dà una dire¬ 
zione, mostrandogli dove e fin a che punto possa esten¬ 
dersi per non smarrirsi; e, portando chiarezza e ordine 
nella massa dei pensieri, dà consistenza alle idee, facen¬ 
dole insieme degne di un consenso durevole ed univer¬ 
sale, d’esser seguite dagli altri, e di concorrere a una 
sempre progressiva cultura. Sicché, se qualcosa dovesse 
sacrificarsi nell’opposizione tra lo due qualità in una 


i ffeislreiche. 




l’AUTIi 1 - SEZIONE I - LIBRO II 


ina 

*• Ii. '•iò dovrebbe avvenire piuttosto dal lato del genio; 
<> il (iiudi/.iii, che fa appello ai proprii prineipii in cose 
delle Indie arti, permetterà piuttosto di derogare alla li- 
lierl.à e alla ricchezza dell’immaginazione, che non al- 
l’intelletto. 

Le belle arti esigono dunque immaginazione, in¬ 
telletto, anima e gusto 1 2 . 


§ 51. — Della divisione delle belle arti. 

Si può dire in generale che la bellezza (della natura o 
dell’arto) è l’espressione delle idee estetiche; con que¬ 
sta differenza, elio nell’arte bella quest’idea può essere 
occasionata da un concetto, mentre nella bella natura è 
sufficiente la semplice riflessione su di una data intui¬ 
zione, senza il concetto di ciò che l’oggetto devo essere, 
per suscitare e comunicare l’idea di cui l’oggetto è con¬ 
siderato come l’espressione. 

Se dunque vogliamo faro una divisione delle belle arti, 
non possiamo scegliere, almeno a titolo di prova, nessun 
principio più comodo di quello dell’analogia dell’arte con 
quella specie di espressione di cui si servono gli uomini 
nel parlare per comunicarsi, quanto perfettamente è pos¬ 
sibile, non soltanto i loro concetti, ma anche lo sensa¬ 
zioni-, — Questa specie di espressione consiste nella pa¬ 
rola, nel gesto e nel tono (articolazione, gesticolazione 
e modulazione). Soltanto l’unione di queste tre specie di 
espressioni costituisce la perfetta comunicazione di quelli 


1 Lo tre prime facoltà trovano nella quarta la loro unione. Hume nella 
ftua storia dà ad intendere agli inglesi che, sebbene essi non cedano in nulla 
agli altri popoli del mondo rispetto alle tre prime facoltà, isolatamente conside¬ 
rate, debbono cedere ai loro vicini, i francesi, relativamente alla facoltà uni¬ 
ficatrice. 

2 Tl lettore non considererà questo abbozzo di una possibile divisione delle 
beile arti come una teoria nell’ intenzione dell’autore. Si tratta di uno di quei 
tanti tentativi che si possono, e si debbono, fare. 








ANALITICA DEL SUBLIME 


183 


che parlano. Perchè in tal modo pensiero, intuizione e 
sensazione sono trasmesse agli altri unite e nello stesso 
tempo. 

Sicché non vi sono che tre specie di arti belle: l’arte 
parlante, l’arte figurativa e l’arte del giuoco delle 
sensazioni (come impressioni sensibili esterne). Si po¬ 
trebbe anche condurre questa divisione dicotomicamente, 
distinguendo le belle arti in quello che esprimono il pen¬ 
siero e quelle che esprimono l’intuizione; quest’ultime 
secondo la forma o la materia (della sensazione). Soltanto 
che tale divisione sembrerebbe troppo astratta c non con¬ 
forme alle idee ordinarie. 

1) Le arti della parola sono l’eloquenza e la poe¬ 
sia. L’eloquenza è l’arte di trattare un compito del¬ 
l’intelletto come se fosse un libero giuoco dell’immagina¬ 
zione; la poesia è l’arte di dare ad un libero giuoco del- 
l’immaginazione il carattere di un compito dell’intelletto. 

Così l’oratore promette qualche cosa di serio, e l’ese¬ 
guo come se fosse un semplice giuoco d’idee per diver¬ 
tire gli spettatori. Il poeta annunzia semplicemente un 
piacevole giuoco d’idee, ed opera sull’intelletto come se 
non avesse avuto altro intento che di occuparsi di esso. 
L’unione e l’armonia di queste due facoltà, la sensibilità 
e F intelletto, che non possono star l’una senza dell’altra 
ma che non si lasciano riunire senza sforzo e danno reci¬ 
proco, debbono essere spontanee e mostrare di essersi for¬ 
mate da sè; altrimenti non si tratterebbe più di un’arte 
bella. Perciò tutto ciò che rivela la ricerca e il travaglio 
dev’essere evitato, perchè lo bolle arti devono esser libere 
in questo doppio significato: non sono un lavoro merce¬ 
nario, che si possa giudicare alla stregua di una data mi¬ 
sura, imporre c pagare; e poi l’animo trova in esse un’oc¬ 
cupazione, ma si sente eccitato e soddisfatto senza ri¬ 
guardo a qualche altro scopo (indipendentemente dalla ri¬ 
compensa). 

L’oratore dà dunque qualche cosa che non aveva pro¬ 
messo, cioè un giuoco piacevole dell’ immaginazione; ma 



IH I 


l'U.'Ti: I - SUZIONE I - WHKO II 


ir.li (<>r.Ii<* mirile qualcosa a ciò che aveva promesso e che 
im'ii il »iu> compito annunziato, occupare adeguatamente 
r , 1 , 1 ,■Urlio. Il poeta al contrario promette poco ed annun¬ 
zi;! un semplice giuoco d’idee, mentre poi fornisce qual- 
rlir cosa degna di seria occupazione, con l'alimentare, gio- 
earnlo, l’intelletto, e avvivarne i concetti eoa l’immagi¬ 
nazione. Per conseguenza il primo mantiene, in fondo, 
meno di quello che promette, e il secondo più. 

2) Le arti figurative o quelli' clic esprimono delle 
idee per mezzo dell’intuizione sensi hi le (non mediante 
le rappresentazioni della semplice immaginazione, che ven¬ 
gono suscitate dalla parola) sono o quella che rappre¬ 
senta la verità sensibile o quella che rappresenta l’ap¬ 
parenza sensibile. La prima si chiama plastica, la 
seconda pittura. Entrambe rappresentano figure nello 
spazio per la espressione di idee; la prima fa le figure 
percettibili per duo sensi, la vista e il tatto (sebbene per 
quest’ultimo non abbia per iseopo la bellezza), e la se¬ 
conda solo per la vista. L’idea estetica (l’archetipo, il mo¬ 
dello) sta a fondamento di entrambe nell’ immaginazione; 
ma la figura che ne costituisce l’espressione (l’ectipo, la 
copia) è data o nella sua estensione materiale (come esiste 
l’oggetto stesso reale), o conio si disegna all’occhio (se¬ 
condo la sua apparenza in una superficie); o, nel primo 
caso, o vidi posto per condizione alla riflessione il rap¬ 
porto con uno suo]io reale, o soltanto l’apparenza di tale 
scopo. 

Alla plastica, in quanto prima specie di belle arti 
figurative, appartengono la scultura e l’architettura. 
La prima è quella che esibisce materialmente concetti 
di cose che potrebbero esistere in natura (però, come 
arte bella, con riguardo alla finalità estetica); la seconda 
ò l’arte di esibire concetti di cose che son possibili solo 
nell’arto e di cui la forma non ha il suo principio de¬ 
terminante nella natura, ma in un fine dell’arbitrio, — e 
ancb’essa deve mirare alla finalità estetica. In quest’ul- 
tima il fine principale è un certo uso dell’oggetto artistico. 











ANALITICA DEL SUBLIME 


i h:> 

che, come condizione, pone un limite alle idee estetiche. 
Nella prima, la pura espressione delle idee estetiche è 
lo scopo principale. Così appartengono alla scultura le 
statue di uomini, dei, animali, ete.; e invece appartengono 
all’architettura i tempii, gli ediflzii destinati a riunioni 
pubbliche, ed anche le abitazioni, gli archi di trionfo, li- 
colonne, i mausolei, e simili ricordi monumentali, poten¬ 
dosi anche aggiungervi i mobili (i lavori da la legname 
o s ìmi li utensili); perchè l’essenziale di un’opera archi¬ 
tettonica è la corrispondenza di essa ad un certo uso; 
laddove un’opora puramente plastica, che è latta unica 
monte per l’intuizione e deve piacere per se stessa, è. corno 
rappresentazione corporea, una semplice imitazione della 
natura, in vista tuttavia di idee estetiche, e in cui la 
verità sensibile non deve essere spinta tantoltre, chi- 
cessi d’essere arte e produzione dell’arbitrio. 

La pittura, come seconda specie delle arti figurative, 
che rappresenta l’apparenza sensibile congiunta per 
via dell’arte con le idee, la dividerei nell’arte di ritrarre 
bellamente la natura e quella di comporre bellamente 
i suoi prodotti. La prima sarebbe la pittura propria¬ 
mente detta e la seconda il giardinaggio. La prima, 
difatti, non dà se non l’apparenza dell’estensione corpo¬ 
rea: la seconda dà questa estensione nella sua realtà, è 
vero, ma presenta solo l’apparenza di un’utilità e di un 
uso per altri scopi, oltre il semplice giuoco dell’ immagi¬ 
nazione, per mezzo della contemplazione delle forme 1 . 11 


1 Paro strano che il giardinaggio possa essere consideralo come una specie 
di pittura, sebbene rappresenti le sue formo materialmente; ma, poiché esso lo 
trae realmente dalla natura (gli alberi, i cespugli, le erbe, i fiori li trasse, 
almeno originariamente, dallo solve e dai campi), e non è un’arte come la- pla¬ 
stica, poiché non è condizionato nella sua composizione (conio l'nrchitettoxa) da 
alcun concetto dell’oggetto o del suo scopo, ma soltanto dal libero giuoco del¬ 
i-immaginazione nella contemplazione ; esso si accorda con la pittura semplice¬ 
mente estetica, che non ha alcun tema determinato (mette insieme gradevol¬ 
mente aria-, terra e acqua con luci ed ombre). — In generale il lettore terra 
tutto ciò in conto di un tentativo, fatto per riportare le belle arti a un principio, 
che, in questo caso, è quello dell'espressione delle idee estetiche (secondo 
l’analogia della parola), e non lo riguarderà come una deduzione defini¬ 
tiva da quel principio. 








PARTE I-SEZIONE I - LIBRO II 


IHd 

i'.i;ii-iliii;i8:gio non è altro che ì’abbelLimento del suolo per 
ni<"/,y.o di quella stessa varietà che la natura offro aH’intui- 
zume (iirati, fiori, cespugli ed alberi, ed anche le aeque, 
lo colline e le valli), ma combinata diversamente e confor¬ 
memente a certe idee. Senonehè la bella composizione delle 
cose corporee è fatta soltanto per la vista, come la pittura, 
e il scuso del tatto non può fornire alcuna rappresenta¬ 
zione intuitiva di una tale forma. Alla pittura in senso 
largo io attribuirei anche la decorazione delle stanze con 
tappeti, e ogni bel mobile, che serva unicamente alla vista; 
così l’arte del vestire con gusto (anelli, scatole, etc.). Per¬ 
chè un’aiuola di diverse specie di fiori, una stanza con 
molti ornamenti (comprese lo acconciature delle signore), 
costituiscono in una festa sontuosa una specie di quadro, 
che, come i quadri propriamente detti (elio non hanno da 
insegnare nè una storia, nè una conoscenza naturale), 
stanno lì soltanto per esser mirati, per mantenere l’im¬ 
maginazione in libero giuoco coti le idee, ed occupare il 
Giudizio senza uno scopo determinato. Il lavoro per tutti 
questi ornamenti potrà essere, dal punto di vista mecca¬ 
nico, differentissimo, e differentissimi gli artisti richiesti 
a compirlo; ma il giudizio di gusto è determinato in un sol 
modo da ciò che vi è di bello in quest’arte; cioè non è 
diretto so non a giudicare le forme (senza riguardo a ve¬ 
runo scopo), così come si presentano all’occhio, isolata- 
mente o nel loro complesso, secondo l’effetto che fanno sul- 
rimmaginazione. — Ma che le arti figurative possano cor¬ 
rispondere (secondo l’analogia) al gestire che fa parte del 
linguaggio, è giustificato da ciò, che l’anima dell’artista 
dà un’espressione materiale, mediante le sue figure, a ciò 
che ha pensato, e al modo in cui l’ha pensato, e fa par¬ 
lare la cosa stessa quasi mimicamente; ed è questo un 
giuoco comunissimo della nostra fantasia, la quale sup¬ 
pone un’anima nelle cose inanimate, in corrispondenza 
della loro forma, e che ci parli dalle cose medesime. 

3) L’arte del bel giuoco di sensazioni (che son pro¬ 
dotte dal di fuori), — il quale giuoco deve tuttavia essere 









ANALITICA DEL SUBLIME 


187 


comunicabile universalmente, — non può riguardare se 
non la proporzione dei diversi gradi della disposiziono 
(tensione) del senso cui le sensazioni appartengono, cioè 
il tono di questo senso; e, così largamente intesa, tale arte 
si può dividere nel giuoco artistico delle sensazioni audi¬ 
tive, e di quelle visive, per conseguenza in musica e co¬ 
lorito.— È un fatto degno di nota che questi due sensi, 
oltre la capacità clie hanno per le impressioni richieste ad 
acquistare il concetto degli oggetti esterni, sono ancora 
capaci di una sensazione particolare, congiunta a quelle 
impressioni, della quale non si potrebbe decidere se ha il 
suo fondamento nel senso o nella riflessione; o che questa 
affettibilità 1 possa mancare qualche volta, sebbene il 
senso non sia difettoso, ed anzi sia squisito per ciò che 
concerne il suo uso nella conoscenza degli oggetti. Il che 
significa che non si può sapere con certezza se un colore 
e un suono siano semplici sensazioni piacevoli, o siano 
già in se stessi un bel giuoco di sensazioni e quindi con¬ 
tengano, in quanto giuoco, un piacere che dipende dalla 
loro forma nel giudizio estetico. Se si pensa alla rapidità 
delle vibrazioni della luce o, nel secondo caso, dell’aria, 
la quale verosimilmente Supera di molto la nostra facoltà 
di giudicaro immediatamente, nella percezione, la propor¬ 
zione della divisione del tempo mediante le vibrazioni 
stesse; si dovrebbe credere che da noi sia sentito sol¬ 
tanto il loro effetto sulle parti clastiche del nostro corpo, 
ma che non sia avvertita e presente nel giudizio la divi¬ 
sione del tempo da esse.compiuta, e perciò che ai colori 
c ai suoni sia congiunto il piacevole, non la bellezza della 
loro composizione. Ma se invece si pensa, in primo luogo, 
all’elemento matematico che si trova nella proporzione di 
quello vibrazioni nella musica e nel giudizio nostro su 
di essa, e si considera, com’è giusto, la divisione dei 
colori secondo l’analogia con la musica; se, in secondo 


i AtfectibUitiit. 



188 


PARTE I - SEZIONE I - LIIiKO 11 


luogo, si ricordano gli esempii, sebbene rari, di uomini 
che con la miglior vista del mondo non sapevano discer¬ 
nere i colori, o con l’udito più acuto i suoni, laddove, per 
quelli che hanno questa facoltà, son percepibili le varia¬ 
zioni qualitative (non soltanto i gradi della sensazione), 
nei diversi gradi di una scala di suoni o di colori, ed anzi 
il numero delle variazioni è determinato da differenze 
notevoli; si potrebbe vedersi obbligati a riguardare le 
sensazioni dei duo sensi, non come semplici impressioni 
sensibili, ma come l’effetto di un giudizio della l'orma nel 
giuoco di molto sensazioni. Secondo che si adotterà l’una 
o l’altra opinione nel giudicare del principio della mu¬ 
sica, no sarà diversa la definizione, e o si definirà come 
noi abbiamo fatto, quale un bel giuoco di sensazioni (del¬ 
l’udito), o come un giuoco di sensazioni piacevoli. Sol¬ 
tanto, secondo la prima definizione, la musica è conside¬ 
rata come arte bella senz’altro, e invece con la se¬ 
conda è considerata (almeno in parte) come un’arte pia¬ 
cevole. 


§ 52. — Dell’unione delle belle, arti 
in un’v/nica produzione.. 

L’eloquenza può essere unita con una rappresentazione 
pittorica dei suoi soggetti e dei suoi oggetti in un dram¬ 
ma; la poesia con la musica nel canto, il canto a sua 
volta con la pittura (teatrale) in un’opera; il giuoco 
dello sensazioni musicali col giuoco delle figure nella 
danza; etc. Anche la rappresentazione del sublime, in 
quanto appartiene alle belle arti, si può unire con la bel¬ 
lezza in una tragedia in rima, in un poema dida¬ 
scalico, in un oratorio; e in queste unioni le belle 
arti mostrano ancora più di arte; ma in alcuni casi è 
dubbio se esse ne guadagnino anche in bellezza (dal mo¬ 
mento che nelle loro unioni s’intersecano tante diverse 
specie di piacere). In tutte le belle arti però l’essenziale 











ANALITICA DEL SUBLIME 


189 


sta nella forma, eie è finale per la contemplazione e il 
giudizio, e produce un piacere eie è nel tempo stesso una 
cultura, e dispone lo spirito alle idee, facendolo capace an 
cora di molti piaceri e trattenimenti simili; 1 essenziale non 
è la materia della sensazione (l’attrattiva o l’emozione), la 
Oliale non produce se non il godimento, da cui niente ri¬ 
sulta in favore dell’idea, ottunde lo spirito, rende a poco 
a poco noioso l’oggetto e l’animo, cosciente di uno stato 
che contrasta al giudizio razionale, scontento di se stesso 
e disgustato. 

È questa la sorte che attende infine le arti belle, quando 
non siano più o meno strettamente legate con ideo morali, 
le quali soltanto danno un piacere sostanziale Diventano 
allora semplicemente una specie di distrazione, di cui si 
ha tanto più bisogno quanto più se no usa, per dissipare 
l’ intima sconteutozza dell'animo, faeeadosi sempre più dis 
utile o scontatilo di se medesimo. In generale, son le bel¬ 
lezze naturali le più conducenti a quel primo scopo ', 
quando si sia già di buon’ora abituati a contemplarle, giu 
dicarle ed ammirarle. 


§ 53. _ Comparazione del valore estetico dello belle arti. 

Tra le belle arti il primo posto spetta alla poesia (che 
deve quasi interamente al genio la sua origine, e meno di 
tutte si lascia guidare da precetti od ésempii). Essa allarga 
l’animo mettendo l’immaginazione in libertà; e, tra l’in¬ 
finita varietà di forme che possono accordarsi con un con¬ 
cetto dato, presenta quella che congiunge l’esibizione del 
concetto con una quantità di pensieri, cui nessuna espres¬ 
sione Aderbale è pienamente adeguata; e si eleva così este¬ 
ticamente alle idee. Essa fortifica l’animo, facendogli sen¬ 
tire quella sua facoltà libera, spontanea ed indipendente 


1 Sélbstandiffes Wohlgefallen: piacere per sò stante. 

2 Ossia, a un piacere sostanziale. 





PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 

• InII. condizioni naturali, per la quale essa considera e 
giudica la natura come fenomeno, — secondo vedute che 
lineala non presenta da sè, nell’esperienza, nè al senso nè 
all' intelletto, —e l’usa in servigio del soprasensibile, quasi 
come uno schema di questo. La poesia giunca con l’appa¬ 
renza a suo piacere, senza però ingannare; perchè essa 
stessa dichiara un semplice giuoco la sua occupazione, la 
quale nondimeno può esser fatta conformemente all’in¬ 
telletto e all’ufficio di questo. —L’eloquenza, quando s’in¬ 
tenda come l’arte di persuadere, ossia di sedurre con una 
bella apparenza (ars oratoria), e non la semplice arte de! 
dire (eloquenza e stile), è una dialettica, che non si allon¬ 
tana dalla poesia se non quanto è necessario per guada¬ 
gnare gli animi all’oratore e toglier loro la libertà; sicché 
non si può consigliare nè pel tribunale nè per la cattedra. 
Perchè quando si tratta di leggi civili, del dritto delle sin¬ 
golo persone, quando si tratta d’istruire durevolmente gli 
spiriti nella conoscenza dei loro doveri, e disporli ad osser¬ 
varli coscienziosamente, è indegno di un compito così im¬ 
portante il lasciare scorgere anche una traccia di lusso di 
spirito o d’immaginazione, e ancor più dell’arte di persua¬ 
dere e di guadagnarsi gli animi. Perchè questa, sebbene 
possa essere usata talvolta per fini legittimi e lodevoli, è 
da rigettarsi, perchè corrompe soggettivamente le massime 
o le intenzioni, anche quando oggettivamente il fatto sia 
conforme alla legge; giacché non basta fare ciò che è 
giusto, ma bisogna farlo soltanto perchè è giusto. E, d’ai 
tra parte, il semplice concetto chiaro di questa specie di 
interessi umani, esposto vivacemente con esempii, senza 
urtare contro le regole dell’armonia della lingua e la con¬ 
venienza dell’espressione, ha già per so stesso sufficiente 
influsso sugli animi umani circa le idee della ragione (le 
quali pure contribuiscono all’eloquenza), perchè non sia 
necessario mettere in moto anche le macchine della per¬ 
suasione; le quali, potendo anche essere adoperate per ab¬ 
bellire o nascondere il vizio o l’errore, non possono impe¬ 
dire del tutto il segreto sospetto contro qualche insidia 













ANALITICA DEL SUBLIME 


191 


dell’arte. Nella poesia lutto procede lealmente o sincera¬ 
mente. Essa si dà come diretta a produrre un semplice 
giuoco che intrattiene l’immaginazione, d’accordo, per la 
forma, con le leggi dell’intelletto; non vuol sorpren¬ 
dere e sedurre l’intelletto con la rappresentazione sensi¬ 
bile 1 . 

Dopo la poesia, se si guarda all’attrattiva e al¬ 
l’emozione dell’a'nimo, io porrei quell’arte che ad 
essa, tra le arti della parola, è più prossima, e ad essa 
molto naturalmente si può congiungere, cioè la musica. 
Perchè, sebbene quest’arte parli per mere sensazioni, senza 
concetti, e quindi non lasci qualcosa alla riflessione, come 
la poesia, essa commuove lo spirito più variamente, e più 
intimamente, sebbene solo con effetto passeggierò; ma 
essa è piuttosto godimento che coltura (il giuoco di pen¬ 
sieri che suscita, è l’effetto di una associazione quasi mec¬ 
canica) e, giudicata dalla ragione, ha minor valore di 
qualunque altra delle arti belle. Perciò, come ogni godi¬ 
mento, essa abbisogna di frequente varietà, e non sop¬ 
porta numerose ripetizioni, senza produrre noia. La sua 
attrattiva, che si comunica cosi universalmente, pare che 
iiposi su questo: — che ogni espressione ha insieme un 


i Debbo confessare che una bella poesia mi ha dato sempre una soddisfa 
ziono pura, laddove la lettura del miglior discorso di un oratore del popolo 
romano o di un oratore moderno, del parlamento o della cattedra, per me è stata 
sempre accompagnata dallo spiacevole sentimento di disapprovazione per un’arte 
insidiosa, che, in cose importanti, vuol muovere gli uomini, come fossero mac¬ 
chine, ad un giudizio cui una riflessione calma deve togliere presso di essi 
tutto il suo peso. L’eloquenza e l’arte del dire (insieme, retorica) appartengono 
alle arti belle; ma l’arto oratoria (ars oratoria), in quanto arto di servirsi 
della debolezza umana ai propri Ani (siano supposti o siano realmente buoni 
quanto si voglia), non merita alcuna stima. Così quest’arto raggiunse il suo 
massimo grado, ad Atene e a Roma, in un tempo quando lo stato correva alla 
rovina o il vero patriottismo era estinto. Chi, con una chiara visione dello 
cose, possiede la lingua nella sua ricchezza o purezza, e, con un’ immagina¬ 
zione feconda ed abile nell’esibizione delle sue idee, s'interessa vivamente e 
cordialmente al vero bene, è il vir bonus ilicendi feritus, l'oratore senz'arte, 
ma pieno d’efficacia, quale lo domanda Cicerone, senza che peraltro egli stesso 
sia rimasto sempre fedele a questo ideale. 





1 !I2 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO n 


I"ihi appropriato al suo significato;—che questo tono 
mostra più o meno un’affezione di colui che parla, e la 
produce anche in colui che ascolta, suscitando in lui, col 
processo inverso, l’idea che nella lingua è espressa con 
tale tono; — e che, poiché la modulazione è come una 
lingua universale della sensazione, comprensibile da ogni 
uomo, la musica l’usa per sé sola e in tutta la sua energia, 
cioè come linguaggio degli affetti, e così, secondo le leggi 
dell associazione, comunica universalmente le ideo este¬ 
tiche che vi sono naturalmente congiunte; — che, per altro, 
giacche quello idee estetiche non sono concetti e pensieri 
determinati, è solo la forma della composiziono di queste 
sensazioni (armonia e melodia), invece della forma lin¬ 
guistica, che, mediante un accordo proporzionato delle 
sensazioni stesse (il quale accordo nei suoni, riposando 
sul rapporto del numero delle vibrazioni dell’aria nello 
stesso tempo, in quanto i suoni sono riuniti simultanea¬ 
mente o successivamente, può esser ridotto matematica¬ 
mente sotto regole determinate) serve ad esprimere l’idea 
estetica di una totalità coerente di una quantità inespri¬ 
mibile di pensieri, conformemente ad un certo tema, il 
quale costituisce l’affetto dominante del pezzo. Solo da 
questa, forma matematica, sebbene non sia rappresentata 
da concetti determinati, deriva il piacere, che congiunge 
la semplice riflessione su tale quantità di sensazioni si¬ 
multanee o successivo col loro giuoco, corno una condi¬ 
zione universalmente valida della bellezza della forma 
stessa; e solo per qucst’ultima il gusto può attribuirsi 
qualche dritto anticipato sul giudizio di ognuno. 

Ma certamente la matematica non ha la benché minima 
parto nell’attrattiva c nella commozione dell’anima pro¬ 
dotte dalla musica; è soltanto la condizione indispensabile 
(concino sine qua non) di quella proporzione delle impres¬ 
sioni, nella loro unione e vicenda, che permette di ab¬ 
bracciarlo tutto insieme, impedendo che si distruggano 
reciprocamente^ c che rende possibile il loro accordarsi 
per produrre, per via di consoni affetti, una continua coni- 










ANALITICA DEL SUBLIME 


193 


mozione ed eccitazione dell’animo, e quindi un piacevolo 
godimento seco stesso. 

Se invece si stima il valore delle belle arti secondo la 
coltura che portano all’animo, e si prende per misura la 
estensione dello facoltà che nel Giudizio debbono concor¬ 
rere alla conoscenza, la musica avrà l’ultimo posto tra 
lo arti belle, perchè essa non fa che giocare con le sen¬ 
sazioni (allo stesso modo che forse è la prima, quando lo 
arti si valutino dal punto di vista del piacere). A tal 
titolo, dunque, le arti figurative la precedono di molto; 
poiché mentre mettono l’immaginazione in un giuoco li 
bero, ma nel tempo stesso adeguato all’intelletto, pro¬ 
muovono un’occupazione, in quanto producono qualche 
cosa che servo ai concetti dell’intelletto come un veicolo, 
durevole e che si raccomanda da sè, capace di favorire 
l’unione dei concetti stessi con la sensibilità, e quindi, in 
certo modo, l’urbanità delle facoltà superiori della cono¬ 
scenza. Queste due specie d’arte seguono un cammino del 
tutto diverso: la prima procede da sensazioni a idee in¬ 
determinate; la seconda specie, invece, da idee determinate 
a sensazioni. Quest’ultima è prodotta da impressioni du¬ 
revoli, l’altra da impressioni passeggierò. L’immagi¬ 
nazione può rievocare lo prime ed intrattenervisi con di¬ 
letto; lo seconde invece si estinguono subito, oppure, se 
sono ripetute involontariamente dall’immaginazione, ci 
riescono piuttosto penose che piacevoli. Inoltre alla mu¬ 
sica è propria quasi una mancanza di urbanità, special- 
mente per la proprietà, che hanno i suoi strumenti, di 
estendere la loro azione al di là di quel che si desidera, 
(sul vicinato), per cui essa in corto modo s’insinua e va 
a turbare la libertà di quelli che non fanno parto del 
trattenimento musicale; il che non fanno le arti che 
parlano alla vista, bastando che si rivolgano gli occhi 
altrove, quando non si vuol dar adito alla loro impres¬ 
sione. È presso a poco come del piacere che dà un odoro 
che si spande lontano. Colui che tira fuori dalla tasca 
il suo fazzoletto profumato, tratta quelli che gli sono 


E. Kant, Critica del giudizio. 


1 :> 






AiM PARTE I-SEZIONE I - LIBRO II 

intorno contro la loro volontà, e, se vogliono respirare, 
li obbliga nello stesso tempo a godere; perciò quest’uso 
è anche passato di moda 1 . 

Tra le arti figurative darei la precedenza alla pittura: 
sia perchè, come arte del disegno, essa sta a fondamento 
di ogni altra; sia perchè può penetrare assai più nella re¬ 
gione delle idee, e, conformemente a queste, estendere 
anche il campo dell’intuizione più che non sia permesso 
alle altre. 


§ 54 . — Nota. 

Tra ciò che piace semplicemente nel giudizio- 
e ciò che soddisfa (piace nella sensazione), vi è, come 
abbiamo mostrato spesso, una differenza essenziale. In 
quest’ultimo caso non si può, come nel primo, esigere il 
piacere da ognuno. La soddisfazione (anche quando la sua 
causa stia nelle idee) pare che consista sempre in un sen¬ 
timento dello svolgimento facile di tutta la vita dell’uomo, 
e quindi anche del benessere corporeo, cioè della salute; 
sicché Epicuro, che considerava ogni soddisfazione come, 
in (ondo, una sensazione corporea, in ciò forse, non aveva, 
tolto, e s ingannava soltanto quando poneva tra i godi¬ 
menti il piacere intellettuale e perfino il piacere pratico. 
Quando si abbia davanti agli occhi la differenza ora ac¬ 
cennata, ci si può spiegare come una soddisfazione possa 
dispiacere a quello stesso elio la prova (per esempio, la 
gioia che prova uu uomo bisognoso, ma di buoni senti¬ 
menti, per 1 eredità che gli viene da un padre che egli 
ama, ma che è avaro), o come un profondo dolore possa 
piacere a colui che lo sopporta (la tristezza d’una vedova 


Quell, che hanno raccomandato, negli esercizi! religiosi domestici, aneli, 
,1 canto dello canzoni spirituali, non hanno riflettuto che con una divozione 
, , ( . 8là perciò £enoralmente, farisaica) imponevano una grande 
molestia al pubblico, obbligando il vicinalo o a prender parte al canto o a 
rinunziare ad ogni occupazione mentale. 














ANALITICA DEL SUBLIME 


195 


pur la morte del suo eccellente marito), o come una sod¬ 
disfazione possa anche piacere (come quella che deriva 
«tulle scienze che coltiviamo), o come un dolore possa anche 
dispiacere (per esempio, l’odio, l’invidia, la vendetta). Il 
piacere o il dispiacere riposa qui sulla ragione ed è iden¬ 
tico con l’approvazione o disapprovazione; ma il go¬ 
dimento o il dolore non possono fondarsi che sul senti¬ 
mento o la previsione di un possibile benessere o ma¬ 
lessere (qualunque ne sia l’origine). 

Ogni giuoco variato e libero delle sensazioni (che non 
abbiano a fondamento uno scopo) produco un godimento; 
perchè favorisce il sentimento della salute, vi sia o no nel 
nostro giudizio razionale un piacere per l’oggetto e il go 
dimento stesso; e tale godimento può elevarsi fino a di¬ 
ventare un’affezione, sebbene non abbiamo alcun interesse 
proporzionato al grado del godimento. Questi giuochi pos¬ 
siamo dividerli in giuoco di fortuna, giuoco musicale 
c giuoco di pensieri. Il primo esige un interesse, sia 
•Iella vanità, sia dell’utilità, il quale però non è così grande 
come quello che poniamo nel modo di procurarcelo, il 
secondo non suppone che la variazione delle sensazioni, 
ciascuna delle quali si riferisce ad un’affezione, senza avere 
il grado dell’affezione, e promuove delle idee estetiche; il 
terzo nasco semplicemente dal variare delle rappresenta¬ 
zioni, nel Giudizio, con che, è vero, non vien prodotto alcun 
pensiero che implichi qualche interesse, ma l’animo resta 
vivificato. 

Tutte quelle riunioni che facciamo la sera mostrano 
come i giuochi possano dilettare, senza che in essi vi sia 
a fondamento uno scopo interessato; perchè senza giuochi 
le riunioni stesse quasi non si potrebbero intrattenere. 
Ma tutte le affezioni, della speranza, del timore, della 
gioia, della collera, della beffa, vi sono in giuoco, succe¬ 
dendosi ad ogni istante, e sono così vivaci da sembrare 
• he tutta la vita organica sia eccitata come da un movi¬ 
mento interno, come dimostra quel brio dell’animo, che 
pure nè guadagna nè apprende qualche cosa. Ma, poiché 





idi; 


l-AKTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


'; M "; C0 fh for t uua noa è ™ giuoco bello, vogliamo met- 
parte - La “usica e le cose che suscitano il riso 
?" <Iue Specie tleI ^ h 'oeo delle idee estetiche, od anche 
•Inlle rappresentazioni intellettuali, con le quali in fondo 
non si pensa niente, ma possono piacere soltanto pel loro 
variare, o nondimeno vivacemente; con che esse ci danno 
a conoscere abbastanza chiaramente che l’animazione nei 
due casi e semplicemente corporea, sebbene sia prodotta 
da ideo dell animo, e che tutto il piacere d’ima società al- 

w 6 f Tn tant ° fme 6 spirit ualo, è costituito dal 
sentimento della salute, prodotto da un movimento di vi- 

seer, corrispondente a quel giuoco. Non è il giudizio 
dall armonia dei suoni o delle arguzie, che con la sua bel- 
lezza serve da veicolo necessario; ma è lo svolgimento fa¬ 
cile della vita corporea, l’affezione che mette in moto i 

salute 1 (h ^ diafranmi 7 è ’ in una p ^ola, il senso della 
salute (la quale fuor di tali occasioni non si fa sentire) 

che costituisce il piacere che vi si trova, in modo che si 
può giungere al corpo attraverso l’anima, e servirsi di 
questa corno d’un medico di quello. 

Nella musica questo giuoco va dalla sensazione del corpo 
c lo idee estetiche (degli oggetti che suscitano le affezioni) 
o < a queste, con la forza acquistata, ritorna al corpo. Nello 
s herzo (che, come la musica, merita piuttosto di esser 
messo tra le arti piacevoli che tra le arti belle) il giuoco 
comincia da pensieri, i quali, in quanto vogliono espri- 
7 ^ t ' nsibl 'uicnte, occupano tutti anche il corpo; o 
poiché 1 intelletto, non trovando in questa esibizione quello 
che s aspettava, s’arresta d’un tratto, si sente nel corpo 
mediante la scossa degli organi, l’effetto di questa interra¬ 
tone, la quale favorisce il ristabilimento dell’equilibrio 
iegli organi stessi, ed h a un benefico influsso sulla salute. 

di - ° ® CapaCe di eceitare " n vivace scoppio 

di uso, devesserei qualcosa di assurdo (in cui per conse- 

P " SC / teSS ° n0U PUÒ t- 4 e alci 

«veUnln r T ° ™ atteZÌOn °' Ch6 da aa ’ a - 

pettazione tesa, la quale d’un tratto si risolve 













ANALITICA DEL SUBLIME 


197 


ni nulla. Proprio questa risoluzione, che certo non ha 
mente di rallegrante per l’intelletto; indirettamente ral¬ 
legra per un istante con molta vivacità. La causa deve 
dunque consistere nell’influsso della rappresentazione sul 
corpo e nella reazione del corpo sull’animo; e non certo 
in (pianto la rappresentazione è oggettivamente oggetto 
di godimento (perchè come potrebbe soddisfare un’aspet¬ 
tazione delusa?), ma unicamente perchè essa, in quanto 
semplice giuoco rappresentativo, produce nel corpo un 
equilibrio delle forze vitali. 

Si racconta che un indiano, a Stirate, trovandosi a tu 
vola con un inglese, vedendo aprire una bottiglia d’ale e 
tutta la birra scappar fuori in ischiuma, espresse con 
molte esclamazioni il suo stupore; e alla domanda del- 
P inglese: — che cosa dunque vi è da meravigliare in que¬ 
sto modo? —, rispose: — non mi meraviglia di veder uscire 
questa cosa, ma come abbiate potuto costringerla là den¬ 
tro —. Il fatto ci fa ridere e ci desta un piacere cordiale: 
non perchè ci sentiamo più istruiti di questo ignorante, o 
por qualche cosa di piacevole che l’intelletto ci faccia scor¬ 
gere nel fatto stesso; ma soltanto perchè la nostra aspetta¬ 
zione era tesa, e d’un tratto si è ridotta a niente. Un altro 
l'atto: l’erede d’un ricco parente, volendo preparare ricchi 
funerali, si lamenta di non potervi riuscire; perchè, dice, 
quanto pili danaro do alle persone che debbono mostrarsi 
afflitte, tanto più le vedo allegre. Anche qui scoppiamo 
a ridere, e la causa del nostro riso è sempre un’aspetta¬ 
zione che istantaneamente si risolve in nulla. E si noti 
bene questo, che l’oggetto atteso non deve risolversi nel 
suo contrario positivo — perchè questo sarebbe sempre 
qualche cosa, e spesso potrebbe contristare —, ma deve 
risolversi in nulla. Perchè, difatti, se qualcuno col rac¬ 
conto d’una storia suscita in noi una grande aspettazione, 
e, giunti alla fine, ne riconosciamo la falsità, proviamo un 
dispiacere; come, per esempio, quando ci si racconta di 
persone, che, per un grande dolore, in una notte hanno 
visto diventar bianchi i loro capelli. Se, invece, un altro 






PARTE I - SEZIONE I - LIBRO ir 


I !IH 


,urbo< |,er far Ia Paglia con questa storia, racconta molto 
circostanziatamente il dolore d’un mercante che, ritor¬ 
nando in Europa dalle Indie con tutto il suo avere in 
mercanzie, è obbligato da una forte tempesta a gittare a 
mare ogni cosa, e si dispera al punto che nella stessa notte 
la sua parrucca diventa grigia, - noi ridiamo, e proviamo 
uu piacere, perchè il nostro errore per una cosa che del 
resto ci e indifferente, o piuttosto l’idea che seguiamo, è 
per noi come una palla che per un certo tempo gettiamo 
di qua e di là, -pensando soltanto ad afferrarla e a rite¬ 
nerla. Qui non è l’uscita di un bugiardo o di uno sciocco, 
che suscita il piacere; perchè quest’ultima storia, anche 
raccontata con un tono serio, per se stessa farebbe scop¬ 
piare m un riso sincero tutta una riunione; mentre la 
precedente d’ordinario non sarebbe nemmeno giudicata 
degna di attenzione. 

E da notare che in tutti questi casi lo scherzo deve 
sempre contener qualcosa, che per un istante possa pro¬ 
durre illusione; sicché, quando l’illusione è dissipata, l’a¬ 
nimo S1 rivolge indietro per provarla di nuovo, e così, per 
un rapido alternarsi di tensioni e rilassamenti, si trova 
sospinto e ondeggiante di qua e di là: e, poiché ciò che, per 
cosi dire, tendeva la corda, vien meno d’un tratto (non 
per un rilassamento progressivo), ne risulta necessaria¬ 
mente un movimento dell’animo, e, d’accordo, un movi¬ 
mento interno del corpo, che si prolunga involontaria¬ 
mente, e produce stanchezza ma anche allegria (gli effetti 
di un movimento favorevole alla salute). 

Difatti, se si ammetto che con tutti i nostri pensieri sia 
sempre congiunto armonicamente un movimento negli or¬ 
gani del corpo, si comprenderà abbastanza come a quegli 
istantanei passaggi dell’animo da un punto di vista ai¬ 
altro, per guardare al suo oggetto, possa corrispondere 
un alternarsi di tensioni e rilassamenti delle parti elastiche 
dei nostri visceri, che si comunica al diaframma (come in 
quelli che soffrono il solletico), in modo che i polmoni 
espellono lana a rapidi intervalli e si produce così un 








ANALITICA DEL SUBLIME 


199 


.vi monto favorevole alla salute, il quale, e non ciò che 

(• ' iene nell’animo, è la vera causa del piacere per un pen- 
wn ti i che in fondo non rappresenta niente. — Voltaire 
clii' vn che, in compenso delle molte miserie della vita, il 
■ odo ci ha dato due cose: la speranza e il sonno. 
Avrebbe potuto aggiungervi il riso, supposto che po¬ 
lissimo disporre facilmente dei mezzi per produrlo negli 
nomini sensati, o che non fossero così rari lo spirito e 
l'originalità comica necessarii, come invece è comune il 
l;ilento d’immaginare delle cose che rompono la testa, 
come fanno i sofisti del misticismo, o che fanno rompere 
il collo., come fa il genio, o che spaccano il cuore, 
come fanno i romanzieri sentimentali (ed anche i mora¬ 
listi della stessa specie). 

Sicché, mi pare, si può concedere ad Epicuro che ogni 
piacere, anche quando sia occasionato da concetti che su¬ 
scitano idee estetiche, è una sensazione animale cioè cor¬ 
porea; senza che perciò si faccia minimamente torto al 
sentimento spirituale della stima per le idee morali, che 
non è un piacere, ma una stima di sè (dell’umanità in noi), 
che ci eleva al di sopra del bisogno del piacere; e senza 
che si faccia torto neppure al sentimento meno nobile 
del gusto. 

Qualcosa di questi due sentimenti, il sentimento morale 
e quello del gusto, si trova nell’ ingenuità, che è lo sfogo 
dell’originaria. sincerità naturale dell’umanità contro 
l’arte di fingere, diventata una seconda natura. Si ride 
della semplicità, che ancora non ha imparato a fingere; 
ma si gode anche della semplicità della natura che a 
quell’arte sa giocare un tiro. Si aspettava ciò che accade 
giornalmente, una condotta affettata in vista della bella 
apparenza; ed ecco la natura incorrotta ed innocente, che 
non ci si aspettava d’incontrare, e che, anche colui che 
la lascia scorgere, non pensava di scoprire. Poiché qui 
quella bella, ma falsa apparenza, che d’ordinario ha tanto 
peso nel nostro giudizio, si risolve d’un tratto nel nulla, 
giacché quel furbo che è in ciascuno di noi si svela quasi 









1?00 


PARTE I - SEZIONE I - LIBRO II 


-!.•> «e. si produce un movimento dell’animo in due dire- 
/ """ < ' ontrarie ’ i] nello stesso tempo dà al corpo 

'ma .scossa salutare. Ma poiché si vede che non è ancora 
-IH tutto estinta nella natura umana ciò che è infinita- 
mente migliore di ogni convenienza sociale, l a sincerità 
- el carattere (o almeno la disposiziono a tale sincerità), 
a questo giuoco dell’immaginazione si congiunge la se¬ 
rietà e la stima. Siccome però quella rivelazione dura 
poco, e si riaffaccia subito il velo dell’arte di fingere vi 
si aggiunge nel tempo stesso una specie di compatimento 
o un movimento di tenerezza, che, come giuoco, può ben 
congiungersi, e infatti si congiunge ordinariamente, col 
nos ro ridere cordiale, e spesso compensa colui che 
J.a dato occasione al riso, dell’imbarazzo di non essersi 
ancora adattato alle convenzioni umane. — Un’arte in- 
gonua e perciò una contraddizione in termini; ma è pos¬ 
sibile rappresentare l’ingenuità in una persona immagi 
mina; e, sebbene rara, questa è arte bella. Con l’ingenuità 
non dev’essere scambiata quella franca semplicità, la quale 
non dissimula la natura soltanto perchè non comprende 
che cosa sia l’arte del vivere in società. 

Si può riportare anche la maniera umoristica a ciò 
f ie, ral egrando, e affine assai al piacere che nasce dal 
riso, ed appartiene all’originalità dello spirito, ma non 
proprio al talento per le arti belle. L’umore' bene in¬ 
teso significa cioè il talento di mettersi volontariamente 
<n una certa disposizione d’animo, in cui tutte le cose 
«on giudicate in modo del tutto diverso dall’ordinario 
I oli"" al rovescio), e pure conformemente a certi prin- 
0,1)11 y aziona!l ohe sono nella disposizione stessa. Chi va 
soggetto involontariamente a questi cambiamenti, si dice 
fantastico; ma colui che ha facoltà di assumerli vo- 


cd GoSTxu *17071) fT bUr ' t r ke DrUìmtUreÌ < 22 W»; Wrrkf. 

* ìln . 170 ' 71) > distinguendo la Laune dall 'humour inglese -dire oh;. 

a risponde piuttosto aU7ttm<?wr francese [T.]. 














ANALITICA DEL SUBLIME 


201 


i- -mI: i riamente e con uno scopo (per produrre una vivace 
i ppresentazione che col contrasto suscita il riso), si 
■ lii;iina umore, e così si chiama il suo modo di vedere. 
Via intanto questo modo appartiene più alle arti piace¬ 
rli che alle bolle arti, perchè l’oggetto di queste deve 
icmpre mostrare in sè una certa dignità, e perciò esige 
■ •pietà nella rappresentazione, come il gusto nel giudizio. 











I 

I 








1 











Sezione Seconda 


DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


§ 55 . 

Per esser dialettica una facoltà del giudizio deve 
essere innanzi tutto ragionante \ vale a dire i suoi giu- 
dizii debbono, a priori, pretendere all’universalità 1 2 ; per¬ 
chè nell’opposizione di tali giudizii estetici sensibili (sul 
piacevole e lo spiacevole), non è dialettica. Anche il con¬ 
trasto tra i giudizii di gusto, quando ciascuno fa appello 
semplicemente al gusto proprio, non costituisce una dia¬ 
lettica del gusto: perchè nessuno pensa di fare una re¬ 
gola universale del proprio giudizio. Sicché non resta 
altro concetto di una dialettica, che possa riguardare il 
gusto, se non quello di una dialettica della critica del 
gusto (non del gusto stesso), considerata nei suoi prin¬ 
cipiò qui, infatti, s’incontrano naturalmente ed inevi¬ 
tabilmente, sul principio della possibilità dei giudizii di 
gusto in generale, i nostri concetti contradittorii. La 
critica trascendentale del gusto comprenderà dunque una 


1 Oerniinftelnd. 

2 Si può chiamare giudizio ragionante (judicium ratiocinans) ogni giu¬ 
dizio che si proclama universale; in quanto esso può far da maggiore in un 
sillogismo. Invece si può chiamare giudizio razionale (iudicium ratiocinatum) 
soltanto quello che è concepito come la conclusione d’un sillogismo, per conse¬ 
guenza come fondato « priori. 






PARTE X - sezioni; XX 


•!Of 


ln,rl,y ' ‘dio Possa avere il 

.»" fff** ,,<il ««-. 

•)■ un antinomia, la quale ne f dl <ìucsta fa- 

’ * M - intima ZSj* ** ^ 


§56. 


-Evoltone ^ 


ywsw. 

di'°S 0 C0 “"' le jjf *£to. “1 lu.Ie o sm ,„„ chc 
» » ;» ««.te p ropo8i2lo e £. *"“«£■■«>* OM biasimo. 
J ohe non significa altro se non ohi /V Proprio «fusto. 

. f nu, nuo è puramente sose-oir *! tondam mto di qu 0 - 
he 11 f udi ^io non ha alcun 5''°!^ 0 dolor e); « 
saria dogli altri. tto a11 a PProvazione neces- 

<1UelIi uhe^LnoTcoxm“rgi ^ * USt °’ invocato anche da 
r 1ÌdÌtò ** o^«no? èfdS^ di "»*> il dritto alt 
11 <;, U' significa che jf fo / SÌ Può dispu- 
h KUst0 p °à bene essere oggettivo d ’ im ^udizio 

tare a concetti determinati'Tchl “* non si P*d ripor- 

d«re mente, in questo giudizio ,!!? SÌ Può deci- 

? POma a ragioS 1 tigkre p" f- dbn ° StraZÌOIli - 

' deputare si accordano in «w e è 11 Hti ^ue e 

1 altro modo, si cere m n questo che, nell’uno e nel- 

Poaendoli l’uno contro l’altro- mT laCCOrdo dei snudimi 
Quanto col disputare si spera’di e P °* differ enti, in 
di ante concetti determinati eoas ^uire lo scopo me- 







DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


205 


i ,i ii/.'! dell’accordo; si può quindi contare su principii del 
i*ilidi/,io» che non abbiano una validità puramente indivi- 
,1 nido e che non siano soltanto soggettivi; ed è ciò a cui 
i oppone recisamente il detto: ognuno ha il proprio 
gusto. 

Riguardo al principio del gusto si presenta dunque la 
nralente antinomia: 

1) Tesi, il giudizio di gusto non si fonda sopra con- 
irtti; perchè altrimenti di esso si potrebbe disputare (deci¬ 
dere mediante prove). 

2) Antitesi. Il giudizio di gusto si fonda sopra con¬ 
cetti; perchè altri m enti non si potrebbe neppure colile 
stare, qualunque fosse la diversità dei giudizii (non si po¬ 
trebbe pretendere alla necessaria approvazione altrui). 


§ 57. — Soluzione dell’antinomia del gusto. 

Non è possibile togliere la contradizione tra questi prin¬ 
cipe impliciti in ogni giudizio di gusto (i quali non sono 
poi altro che le due proprietà del giudizio di gusto esposte 
innanzi all’Analitica), se non dimostrando che il concetto 
al quale si riferisce l’oggetto in questa specie di giudizii, 
non è preso nello stesso significato nelle due massime del 
Giudizio estetico; e che questo doppio significato, o punto 
di vista, nel giudicare, è necessario al nostro Giudizio 
trascendentale; ma che anche è inevitabile l’illusione, che 
deriva dalla confusione dell’uno con l’altro. 

A qualche concetto deve riferirsi il giudizio di gusto, 
perchè altrimenti esso non potrebbe affatto pretendere 
alla necessaria validità per ognuno. Ma esso non può esser 
dimostrato mediante un concetto, perchè un concetto o è 
determinabile, o è in se stesso indeterminato insieme e 
indeterminabile. Della prima specie è il concetto dell’ intel¬ 
letto, il quale è determinabile per via di predicati dell’in¬ 
tuizione sensibile, che gli può corrispondere; della seconda 
specie è il concetto razionale del soprasensibile, che sta a 








parte I. sezione n 


206 

fondamento di oun; ir,f • • 

ulteriormente determinato ^ P» 6 essere perciò 

0ra - il giudizio di rt.tr?™ teoretica. 

“ a , DOn per determinarne im cTn^ff °® 8 * tti dei ^nsi. 
Perche esso non è un giudizio di „ ° per l’intelletto; 

quanto rappresentazione intuitiva'° Seeilza - E ««indi, in 
sentimento di piacere, è un " “divinalo relativa al 
f* 8 ^ddità è ristretta S’SSS? 1; « « la 

1 oggetto è per me oggetto d n dU ° ^" flieant «- allora 

Intanto nel giudizio di gustoTc proprio «™to. 

2! *?«*<*• Più estesa dot Z^ dnhhi °’ 
^tto (e m pari tempo del sogVjfV Presentazione dell’og- 
Questa specie di giudizi e ^ ’ PGr Cui noi conside- 
° ohe deve avere necessanam Valevoli ognuno 
-«o; ma un concetto n t XSi D a IT*™*» - con 

finzione; un concetto co] qua e PGr via dell’in- 

0 .0 «imndi non tornile alcuna “ C ° n ° SeG nioute * « 
g« «to. Ma un concetto siffatte a P ? Va pel «indizio di 

“ ” w »o P ra‘c 0 “b i ,° 0 "" ,t ''7 h « il .-r. J- 

doli oggetto (ed anche del s ^ , 8ta a Andamento 

oggetto sensibile, e quindi r «indicante) in quanto 
f "do da questo rigido T°' Poi *H se si pre¬ 
do giudizio di gusto all! Validità ° VaSOamPO 13 pr °to'sa 

«etto su cui esso si fondo fn 1 * Umversa le; se il con 

<IeU-intelletto. „„ me «» concetto 

;» w,„, » arebbe sonsi 

Posto su prove; U ehe contri n ^ U eiud,zi <’ di 
Ora cade ogni contro 7 aJ,a tesi - 

di2ip ^ gusto si fZTtu 10116 ’ QUaUd ° ÌO dico; il giu 
generalo della finalità «oggettìva^lf ° ^ ^ i» 

Giu dono), Sll di un concetto 8 ^tto al 

essere conosciuto o provato ■ G ’ e vero > nulla può 
5^i« «è indeterminabile ed Sto*° aII ’°^ etto * Perchè 
TW7 conoscenza; che 

nt,a '™. *«*« 1 . priTat0 










DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 207 

tuli ,i via però dà al giudizio la validità per ognuno (re- 
«lji mio in ognuno il giudizio come individuale, eoneomi- 
i mio immediatamente all’intuizione); perchè forse il prin- 
. 11 *i o determinante del giudizio sta nel concetto di ciò che 
può essere considerato come il sostrato soprasensibile del¬ 
lo inanità. 

l’or risolvere un’antinomia è necessario dimostrare che 
. possibile che due proposizioni, in apparenza eontradit- 
1 11 rio, in realtà non si contradicono, potendo sussistere 
l'ima accanto all’altra, se anche l’esplicazione della possi¬ 
bilità del loro concetto trascenda la nostra facoltà cono- 
soitiva. Che tale illusione sia anche naturale ed inevitabile 
per la ragione umana, e perchè essa sussista ancora 
Oliando, risoluta l’apparenza contradittoria, non può più 
ingannare, — si comprenderà in conseguenza. 

Noi diamo, difatti, nei due giudizii contradittorii, lo 
stesso significato al concetto sul quale si deve fondare 
l’universalità del giudizio, e tuttavia ricaviamo da esso 
due predicati opposti. Nella tesi perciò si dovrebbe dire: 
il giudizio di gusto non si fonda sopra concetti deter¬ 
minati; e invece nell’antitesi: il giudizio di gusto si 
fonda sopra un concetto, sebbene indeterminato (cioè 
quello del sostrato soprasensibile dei fenomeni); e allora 
tra l’una e l’altra non vi sarebbe più alcuna contradizione. 

Oltre la soluzione del contrasto tra le pretese e con¬ 
tropretese del gusto, non si può fare altro. Assegnare un 
principio oggettivo determinato del gusto, col quale i 
giudizii si possano dirigere, esaminare e dimostrare, è 
assolutamente impossibile; perchè allora non si tratte¬ 
rebbe più di giudizio di gusto. Può essere soltanto mo¬ 
strato il principio soggettivo, cioè l’idea indeterminata 
in noi del soprasensibile, come l’unica chiave per la pe¬ 
netrazione di questa nostra facoltà di cui a noi stessi 
le sorgenti sono sconosciute; ma non è possibile chiarirla 
ulteriormente in altro modo. 

Sta a fondamento dell’antinomia qui esposta e risoluta 
il vero concetto del gusto, cioè d’un Giudizio estetico pu- 







208 


PARTE I . SEZIONE II 


m ap P ai 'enza 00 ^^°^ L ;° nciliati 1 due principii 

~x^-r r J 2- 

nel piacevole, come ^auntalounf^ 0 ^ del ^to 
, ; u delIa rappresentazione eh i* CaUSa deIla Parti- 

f- UdlZl ° di «wto), o, come al tr f. a foa dainento del 
I universalità della medesimi) T° ffJl0no ^ causa del- 
Azione, e si derivassero le eri’ principio della pei - 
grusto; si vorrebbe ad avere 1!°^^ definizioni del 
” solubile, onde si dedurrebbe che 7^ aS8 ° la * a “e«te 
815510111 opposte (ma „ , ° he eatra mbe le propo . 

:° no fa ^c; i, che diniosh" T'T nte ° 0Dtraditt ori# 
* Cuna è fondata, è in se «1 C ° ncetto su cui eia- 
dunque che la soluzione dell- T- (! ° ntradi «orio. Si vede 
tK ]° prefl de una via analoga 7 7^ <|C ' 6illdizio este- 
* SoluzioI »o delle antinomìe SS 8 ^ Sesrnì la critica 


NOTA PRIMA 

«olia t ras c en d en tifi e ° 7 ^ j rc,!nmt<1 occasione nella filo- 
dainntefin,, p oA # e Ì 1 f^^ dai concai 

81001 tecniche adeguato , 11 ,, Produrre delle espres- 
u°n si obietterà nulla se io ne dm <ÌÌfferenza - Cl ‘edo che 
Le Klee ’ neI significato più o. P 7 ,° nif0 qui ««alcuna.- 
Z10m riferite ad un oggetto 7, 80,10 rappresenta- 





DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


209 


mente soggettivo dell’accordo delle facoltà conoscitive 
(l’immaginazione e l’intelletto), e allora si dicono este¬ 
tiche; o son riferite ad un oggetto secondo un princi¬ 
pio oggettivo, senza poter fornire però una conoscenza 
dell’oggetto, e si chiamano idee razionali; nel qual 
caso il concetto è un concetto trascendente, che è di¬ 
verso dal concetto dell’intelletto, cui si può sempre sot¬ 
toporre una corrispondente adeguata esperienza, e si 
chiama perciò immanente. 

Un’idea estetica non può divenire una conoscenza, per¬ 
chè essa ò un’intuizione (dell’immaginazione), alla 
quale non si può mai trovare un concetto adeguato. 
Un’idea razionale non può mai diventare una cono¬ 
scenza, perchè contiene un concetto (del soprasensibile), 
al quale non può esser mai data un’intuizione adeguata. 

Ora io credo che si potrebbe chiamare l’idea estetica 
ima rappresentazione inesponibile dell’immaginazione 
e l’idea razionale un concetto indimostrabile della ra¬ 
gione. Di entrambe è presupposto che non sono senza 
alcun fondamento, ma (secondo la precedente definizione 
di idea in generale) sono prodotte conformemente a certi 
principi i delle facoltà conoscitive, a cui esse appartengono 
(quella ai principii soggettivi, questa agli oggettivi). 

I concetti dell’intelletto debbono, come tali, esser 
sempre dimostrabili (se per dimostrare s’intende sempli¬ 
cemente, come nell’anatomia, il presentare); vai© a 
dire, l’oggetto loro corrispondente deve sempre poter 
essere dato nòli’intuizione (pura o empirica); perchè sol¬ 
tanto in tal modo possono diventar conoscenze. Il con¬ 
cetto della quantità può esser dato a priori nell’intui¬ 
tone dello spazio, per esempio di una linea retta, etc.; 
M concetto di causa nell’impenetrabilità, l’urto dei 
corpi, etc. Sicché entrambi possono essere convalidati per 
'in di un’intuizione empirica, vale a dire il pensiero può 
'"cerne provato (dimostrato, presentato) con un esem- 
i'io; e ciò deve poter avvenire, altrimenti non si è sicuri 
• lic il pensiero non sia vuoto, senza oggetto. 


i Kant, Critica del ffiudizio. 


14 


210 


PARTE I - SEZIONE II 


di dtol‘,r S, | C i d Sm ? M ° H*™-* d<=H® espressioni 
dimostrabile e indimostrabile soltanto riguardo alle 

proposizi oni ; » p„ K li„ sarebbero indicate ,e pr,‘“ 0 

chiamandolo proposizioni mediatamente certe e le 

seconde col nome di immediatamente certe, perchè 

lue so, e" PU1 ‘ a ha . anch ’ essa d <*e proposizioni di Uste 

usce Sr “ C ° v C1 v '**"*»» delle Proposizioni vere, 
suscett.bih o no di dimostrazione. Ma essa, in quanto filo- 

dimU 6 PrillCÌPÌÌ " Prlori Può Provare bensì, non 

c de re 11 'l’ l* abn SÌ VOglia interamente pre¬ 

scindale dal senso della parola, pel quale dimostrare 

(ostcndere, cxhibere) significa rappresentare il proprio 
eoueetto nell’intuizione (o provando, o in una semplice 
finizione); in un’intuizione, che se resta, a priori si 
cmarna la costruzione del concetto, ma se è anche empi- 
ca costituisce la rappresentazione dell’oggetto, con la 
quale al concetto viene assicurata la realtà oggettiva. Così 

dlC f dl ™ anatomieo ebe egli dimostra l’occhio umano 
quando sottopone intuitivamente all’esame questo organo, 
i cui aveva dato prima discorsivamente il concetto 
In conseguenza di ciò il concetto razionale del sostrato 
soprasensibile di tutti i fenomeni in generale, o anche di 

lontà fn rT — P °1° & fondament ° della nostra vo- 

onta m relazione con le leggi morali, vale a dire della 

liberta trascendentale, questo concetto è già, secondo 

la specie, un concetto indimostrabile e un’idea razionale 

mentre quello della virtù è tale secondo il grado; Perciò 

a pruno nulla si può far corrispondere, secondo la qualità 

rrru ov ? nei sccond °’ nessun p^otto 

Pinco di quella causalità raggiunge il grado, che l’idea 
razionale prescrive come regola. 

Come in un’idea razionale l’immaginazione, con le 
m intuizioni, non raggiunge il concetto dato così in 
un idea estetica l’intelletto, coi suoi concetti, nZ ™ 
«innge mai 1 intera intima intuizione dell’immaginazione 
che questa congiunge a una rappresentazione data Ora’ 
P0.CH» .1 riportare uba rappresele MnZ jL 





DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


211 


.io ai concetti, si dice esporla; l’idea estetica si può 

■ Inumare una rappresentazione inesponibile dell’na¬ 
ni, i.": inazione (nel suo libero giuoco). Io avrò ancora occa- 
l'ino in seguito di dire qualche cosa di questa specie di 
nino; ed ora noterò soltanto che le due specie di idee, 
' "si le razionali come le estetiche, debbono avere i loro 
i" inoipii; e debbono averli nella ragione, quelle nei prin- 
i ipii oggettivi, queste nei principii soggettivi dell’uso di 
Iole facoltà. 

Uopo di che si può definire il genio la facoltà delle 
i'loe estetiche, mostrando in pari tempo perchè nei 
prodotti del genio è la natura (del soggetto), non uno 
■l'opo riflesso, che dà la regola dell’arte (della produzione 
òri bello). Difatti, poiché il bello non può esser giudicato 
mediante concetti, ma secondo la finalità che è nella di- 
.posizione dell’immaginazione ad accordarsi con la fa- 
roltà dei concetti in generale, non bisogna cercare qui 
regole e precetti; soltanto ciò che è semplicemente natura 
nel soggetto, e non può essere concepito sotto regole o 
concetti, cioè il sostrato soprasensibile di tutte le sue 
Incolta (cho nessun concetto dell’intelletto raggiunge), 
per conseguenza ciò che fa dell'accordo di tutte le nostre 
facoltà conoscitive lo scopo ultimo dato alla nostra na- 
l'ii'a dall’intelligibile:—ecco quello che deve servire come 
misura soggettiva a quella finalità estetica, ma incondi- 
oinata, delle arti belle, che esige legittimamente di pia- 
■ m e ad ognuno. Sicché, non potendosi assegnare a tale 
li milita un principio oggettivo, resta solo possibile ch’essa 
l'Iiia a fondamento a priori un principio soggettivo e 
i ni In via universale. 


NOTA SECONDA 

D'ii si presenta spontaneamente la seguente importante 
1 "" clorazione: vi sono, cioè, tre specie di antinomie 
I"Ile ragion pura, le quali però si accordano in questo. 







212 


PARTE r - SEZIONE II 


di soprasensibile, di cui il ^tolligibile (qualche cosa 
non dà luogo ad una S ° Itant ° un ’ idea e 

antinomia, fa ragioni Z VJZT™ 1 Senza «■ ‘ale 
tettare un principio che p rehbe mai decidersi ad ac- 

della sua speculazione, e eonsln tfre ^ U Campo 
di tanto e così brillanti si, Sacriflzio completo 

a compensare “*• ** 

vasto dal punto di vista pratico , ° amP ° assai più 

separarsi senza dolore da o „ ( .ù * ^ & ^ 6SSa non possa 
dalla sua antica affezione! ° Speranze e sciogliersi 

dal Tesservi tre facoltà ^ SVC . e . W dl an tinomie dipende 
ragione, di cui S^T"**"* «zio e 

superiore) deve avere i SUo i . Jaeolt; ‘ di conoscere 

ragione, in quanl Sudiel diTT ° **"*'> P ° rehè la 

« si »« assolutame^i^rr^fj^S^ “ ^ 

naie dato, T incondizionale- i 1 essi * peI condizio- 

trovaro mai quando si consi de P ? 0 non si lasc *a 

tenente allo cose in sè e non* 1 ,. Se “ Slbl,e eome «Per¬ 
come a semplice fenomeno qualche in 1 S l t0P ° ne invGGG - 
eome cosa in sè iil *’ *ì ‘ . cosa dl soprasensibile 
fori , dentro d n‘ yf” “ -tura, 

di conoscere, nnànii',,,»« •« (■»«» 
aH’nso teoretico dell’intelletto si,’' , laCmne r< dativamente 
naie; 2) pel sentimento del ° H ° al, ’mcondizio- 
un'antinomia della ragione eirj'ri *™,?/ j8p 1 acere - 
colta del giudizio; 3) , Jer 1 s ”, este tico della fa¬ 

tui'antinomia relativamente allW c dl flGsidcr are 
m quanto autonomia legislative ° Prat ,' C0 c,eIla ragione 
colta hanno i loro vri^ ZÒr^ *** fa ‘ 

memente ad un'esigenza ' ineviS^/”^- 0 ’ C ° nf ° r - 
bono secondo questi principi! t,;,,,. d Ia ragrione . deb- 
jI ** aaG * G 




DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


213 


Riguardo allo due antinomie, che risultano dall’uso teo- 
i etico e pratico di queste superiori facoltà di conoscere, 
abbiamo già mostrato altrove la loro inevitabilità 
(piando in tale specie di giudizio non si considerava il 
sostrato soprasensibile degli oggetti dati, in quanto feno¬ 
meni, e, per contrario, la loro solubilità non appena si 
faceva talo considerazione. In quanto ora all’antinomia 
die risulta dall’uso della facoltà del giudizio conforme¬ 
mente all’esigenza della ragione, e alla soluzione che ne 
abbiamo data, osserveremo che non vi sono se non due 
mezzi di evitarla: o si nega che il giudizio di gusto este¬ 
tico abbia a fondamento un principio a priori, e si pensa 
per conseguenza che ogni pretesa al consenso universale 
e necessario è vuota ed infondata, e che un giudizio di 
gusto dev’esser tenuto per giusto soltanto perchè accade 
che parecchi vi si accordino; e ciò ancora non perchè si 
supponga sotto questo accordo un principio a priori, 
ma (come nel gusto del palato) perchè i soggetti casual¬ 
mente sono organizzati allo stesso modo; oppure si do¬ 
vrebbe ammettere cho il giudizio del gusto è propria¬ 
mente un occulto giudizio della ragione sulla perfezione 
che essa scopre in una cosa o nel rapporto, in questa, del 
molteplice ad uno scopo, e che quindi esso è chiamato 
estetico solo per l’oscurità attinente alla nostra riflessione, 
sebbene in fondo sia un giudizio teleologico: in questo 
caso si troverebbe che è inutile e nulla la soluzione del¬ 
l’antinomia mediante idee trascendentali, e si potrebbero 
conciliare le leggi del gusto con gli oggetti del senso, non 
in quanto semplici fenomeni, ma come cose in sè. Ma 
(manto valoi-e abbiano questi due espedienti lo abbiamo 
mostrato in parecchi luoghi dell’esposizione dei giudizii 
di gusto. 

Ma se si concede almeno alla nostra deduzione che essa 
c sulla buona via, sebbene non sia ancora chiarita in 
tutte le sue parti, ci si fanno incontro tre idee: in primo 
luogo, l’idea del soprasensibile in generale, senz’ultra 
ite terminazione, come sostrato della natura, secondo, la 



214 


PARTE X - SEZIONE II 


stessa, come principio della finalità soggettiva della na¬ 
tura per la nostra facoltà di conoscere; terzo, la stessa, 
come principio dei fini della libertà, e come principio del¬ 
l’accordo di questa con quelli nella moralità. 


§ 58. — Dell' ideali sino della finalità della natura come arte 
e come principio unico del Giudizio estetico. 

Si può, in primo luogo, o porre il principio del gusto 
in questo, che esso giudica sempre secondo determinazioni 
empiriche e secondo ciò che è dato a posteriori mediante 
i sensi, o ammettere che esso giudica secondo un prin¬ 
cipio a priori. La prima di queste opinioni sarebbe l’em¬ 
pirismo della critica del gusto, la seconda il razio¬ 
nalismo della medesima. Secondo la prima, l’oggetto del 
nostro piacere non sarebbe distinto dal piacevole, per 
la seconda, so il giudizio riposasse sopra concetti deter¬ 
minati, non sarebbe distinto dal buono; e cosi ogni bel¬ 
lezza sarebbe bandita dal mondo e al suo posto non re¬ 
sterebbe se non un nome particolare per esprimere forse 
un miscuglio delle due specie precedenti di piacere. Se- 
nonchè noi abbiamo mostrato che vi sono anche a priori 
prineipii del piacere, che possono accordarsi col princi¬ 
pio del razionalismo, pur non potendo essere ricondotti a 
concetti determinati. 

Il razionalismo del principio del gusto, invece, o è quello 
del realismo della finalità o quello dell’idealismo 
della medesima. Ora, poiché un giudizio di gusto non è 
punto un giudizio di conoscenza, e la bellezza non è una 
qualità dell’oggetto in se stesso considerato, il raziona¬ 
lismo del principio del gusto non può mai consistere in 
questo, che la finalità di quel giudizio sia pensata come 
oggettiva, vale a dire che il giudizio sia teoreticamente e 
quindi anche logicamente (sebbene in maniera confusa) 
riferito alla perfezione dell’oggetto; ma soltanto come 
estetica, si riferisca, nel soggetto, all’accordo della rap- 









215 


dialettica del giudizio estetico 

presentazione nell’immaginazione coi principi! essenziali 
della facoltà del giudizio in generale. Per conseguenza, 
anche secondo il principio del razionalismo, la differenza 
tra il realismo e l’idealismo del giudizio di gusto può 
esser posta solo in ciò, che nel primo caso si considera 
miella finalità soggettiva come uno scopo reale (voluto) 
dalla natura (o dall’arte) per accordarsi col nostro Giudi¬ 
zio; nel secondo, come un accordo che si produce da se 
senza scopo, casualmente, tra l’csigcnzc delle facolta del 
giudizio e le forme della natura determinate secondo le 

loro leggi particolari. _ . 

Si potrebbe accettare questa considerazione in favore 
del realismo della finalità estetica nella natura: le belle 
forme della natura organizzata parlano forte a vantaggio 
della tesi che la produzione del bello abbia a fondamen o 
l’idea di esso nella causa produttrice, cioè uno scopo a 
favore della nostra immaginazione. I fiori, gli aspetti di 
certe piante nel loro complesso, l’eleganza delle forme in 
ogni specie di animali, inutile per loro, ma come fatta 
apposta pel nostro gusto, specialmente la varietà e 1 ar¬ 
monia dei colori (nel fagiano, nei crostacei, negli in¬ 
setti, e perfino nei fiori più comuni), varietà e armo¬ 
nia che tanto piacciono ed attraggono la vista; tutte 
questo cose che riguardano semplicemente la superficie 
e anche in questa non hanno relazione con la figura che 
potrebbe essere necessaria ai fini interni dell organismo, 
sembra elio siano fatte apposta per la contemplazione 
esterna: ed esse danno un gran peso all’opinione che am¬ 
mette nella natura scopi effettivi rispetto alla nostra fa¬ 
coltà del giudizio estetico. 

Senonchè contro tale opinione sta non soltanto la ra¬ 
gione con la sua massima di evitare per quanto è possi¬ 
bile dappertutto l’inutile moltiplicazione dei principii; ma 
la natura mostra dovunque nelle sue libere formazioni 
una tendenza meccanica alla produzione delle formo, le 
quali sembrano bensì fatte per l’uso estetico del nostro 
Giudizio, senza però darci ragiono di supporre che sia 









216 


PARTE X - SEZIONE II 


lercio necessaria qualche cosa oltre il meccanismo in 
quanto semplice natura, in modo che lo forme stesse, sen- 
z alcuna idea che loro serva di fondamento, possano essere 
inali rispetto al nostro Giudizio. Io intendo per libera 
1 orinazione della natura quella per cui, evaporando o 
sparendo una parte di un fluido in riposo (talvolta il 
semplice calore), ciò che resta prende nel solidificarsi una 
determinata figura o costituzione, che è diversa secondo 
la specifica differenza delle materie, ma è costante per la 
s essa materia. Questo però nella supposizione elio si tratti 
< i vera fluidità, che la materia cioè sia completamento 
* iseiolta, e non si abbia un semplice miscuglio di parti 
solido m sospensione. 

La formazione avviene allora per precipitato, vale 
a dire con una solidificazione istantanea, non con un pas¬ 
saggio progressivo dallo stato liquido allo stato solido, 
ma come d’un colpo; il quale passaggio si chiama cri¬ 
stallizzazione. L’esempio più comune di questa specie 
' formazi °ne e la congelazione dell’acqua, nella quale si 
formano dapprima degli aghi di ghiaccio, che s’incrociano 
noti,, angoli di 60 gradi, mentre altri aghi vengono a porsi 
ud ogni punta dei primi, finché tutto sia congelato; sic¬ 
ché, durante questo tempo, l’acqua che sta tra gli aghi di 

cosfeo 0 77 diV ?7 a P0C0 a P0<! ° più solida > ma resta 
cosi completamente liquida come potrebbe essere ad una 

emperatura molto superiore, e tuttavia ha la stessa tem- 
, , Ula del ghiacci °- La materia che si libera, e sparisco 
istantaneamente al momento della solidificazione, è una 
quanhta considerevole di calore, la quale, liberandosi. 

he non serviva ad altro che a mantenere lo stato li- 

i, lascia il nuovo ghiaccio niente affatto più freddo 
di quanto era l’acqua liquida poco prima. 

Molti sali e molte pietre che hanno figura cristallina 
vengono prodotti appunto da sostanze terrose disciolte 
non si sa m qual modo, nell’acqua. Così si formano le 
configurazioni di molti minerali, della galena cubica, del¬ 
iamente rosso, etc., verisimilmente, per soluzione nel- 










DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


217 


l’acqtia e precipitato delle parti, che da qualche causa 
sono obbligate a lasciare quel veicolo e ad unirsi in forme 
esteriori determinate. 

Ma, anche internamente, tutte quelle materie che erano 
allo stato fluido solo per effetto del calore e si sono solidi¬ 
ficate col raffreddamento, mostrano nella frattura una 
costituzione determinata, e da ciò ci fanno supporre che, 
se il loro peso o il contatto dell’aria non l’avessero im¬ 
pedito, esse avrebbero mostrato anche al di fuori la 
loro figura specificamente propria; ciò che si è osservato 
in alcuni metalli induriti solo alla superficie dopo la ia¬ 
sione, decantando la parte liquida interna e facendo soli¬ 
dificare liberamente ciò che ancora rimaneva dentro. 
Molte cristallizzazioni minerali, come lo spato, l’ematite, 
l’aragonite offrono spesso figure cosi belle come solo l’arte 
potrebbe immaginare; e le stalattiti, che sono nell antro 
di Antiparo, non sono altro che il prodotto dell’acqua 
stillata attraverso strati di gesso. 

Lo stato fluido è verosimilmente anteriore, in generale, 
allo stato solido, e così le piante come i corpi degli ani¬ 
mali sono formati da una sostanza nutritiva fluida, in 
quanto questa si forma spontaneamente nel riposo; cor¬ 
tamente questa si forma da principio secondo una dispo¬ 
sizione originaria verso scopi (che dcv’csser giudicata, 
come sarà dimostrato nella seconda parte, non estetica- 
mente, ma teleologieamente, secondo il principio del rea¬ 
lismo); ma in pari tempo forse essa si compone e si forma 
in libertà, secondo la legge generale dell’affinità delle ma¬ 
terie. Ora, poiché i vapori d’acqua che si trovano in una 
atmosfera, che è un miscuglio di differenti gas, col raf¬ 
freddamento si separano da questi ultimi e producono dei 
cristalli di neve, i quali, secondo lo diversità dei gas 
atmosferici, presentano spesso delle forme artistiche e 
singolarmente belle; così, senza toglier nulla al principio 
teleologico del nostro giudizio dell organizzazione, si può 
ben pensare che la bellezza dei fiori, del piumaggio degli 
uccelli, delle conchiglie, per la forma come pel colore, 



PARTE I - SEZIONE II 


SI 8 

possa essere attribuita alla natura e alla sua proprietà 
produrre liberamente, senz’alcuno scopo particolare, 
•secondo le leggi chimiche, mediante l’accumulamento della 
materia necessaria all’organizzazione, certe forme che pre¬ 
sentano una finalità estetica. 

Ma ciò che dimostra direttamente che il principio del- 

dri r * 6 Ti ChC D0Ì poniamo «empre a fondamento 
gì uhzio estetico, e che non ci permette di usare a spie¬ 
gazione del giudìzio estetico il realismo di uno scopo ri¬ 
spetto alla nostra facoltà rappresentativa, è che, quando 
noi in generale giudichiamo della bellezza, cerchiamo in 

, 'T !' im ° r \ la misura del giudizio, e la facoltà 
cstetma del giudizio, quando si tratta di vedere se qual- 

e e cosa e bella o no, è per se stessa legislativa; il che 
!T e possibile quando si ammette il realismo della fmu- 
l.ta della natura, perchè allora dovremmo apprendere dalla 
natuia stessa quali sono gli oggetti da trovar belli, e il 

?o!ebT i r T t0 8arebbe 8ottop0Rt0 a Principii empirici. 

,. h ’ dlf , attl> m (luesta s Pecie di giudizi! non si tratta 
di sapere che cosa è la natura, o quale scopo essa si pro¬ 
di a I10Ì ’ ma <1Ual è 1,effetto che ci produce, 

auebbe sempre una finalità oggettiva della natura quella 
Pei cu, avrebbe prodotto le sue forme pel nostro piacere- 
non sarebbe punto una finalità soggettiva, la quale riposa 
,1 libero giuoco dell’immaginazione, e in cui siamo noi 
f e accoglmmo la natura con favore, non è essa che offre 
favore a noi. La proprietà che ha la natura di fornirci 

— r’ - erCePÌre nntÌma flnalità nci sporti delle 
. colta de!l annuo, quando giudichiamo di certi suoi pro- 

dotti, e di Percepirla come necessaria ed universale in 

SCO ò dir P T 1PÌ0 S ° Prasensibile ’ 11011 paò -sere uno 
•scopo della natura, o meglio noi non possiamo conside- 

sde° m et ? PGrebè aU ° ra U gÌUdÌZÌ ° così determinato 

eomieno d r0 " 0m0 1”°" Kber ° ed autoaomo ’ come si 
comieno ad un giudizio di gusto. 

Jismo n Xn 7 X a T? ntG SÌ Vede 11 pria ciPÌo dell’idea¬ 
lismo della finalità nell’arte bella. In essa non si potrebbe 















DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO “ 1J 

ammettere un realismo estetico fondato sulle sensazioni 
(perchè allora non sarebbe più un’arte bella, ma un arte 
piacevole): e ciò essa ha di comune con la bella natura. 
Ma che il piacere dato dalle idee estetiche non debba di¬ 
pendere dal conseguimento di Ani determinati (in quanto 
l’arte sarebbe meccanica), e, per conseguenza, che anche 
nel razionalismo del principio vi sia a fondamento 1 idea¬ 
lità, non la realtà, dello scopo; — si vede chiaramente 
anche da ciò, che l’arte bella, come tale, non può essere 
considerata come un prodotto dell’ intelletto e della scien¬ 
za, ma del genio, e che quindi essa riceve la sua regola 
dallo idee estetiche, le quali sono essenzialmente diverse 
dalle idee razionali di fini determinati. 

Allo stesso modo che l’idealità degli oggetti dei sensi 
in quanto fenomeni è la sola maniera di spiegare la pos¬ 
sibilità che le loro forme siano determinate a priori, — 
l’idealismo della finalità, nel giudizio del bello naturale 
ed artistico, è l’unica ipotesi con cui la critica possa spie¬ 
gare la possibilità di un giudizio di gusto che abbia 
a priori la pretesa alla validità universale (senza fondare 
sopra concetti la finalità che è rappresentata nell og¬ 
getto). 


§ 59 . — Della bellezza come simbolo della moralità. 

A provare la realtà dei nostri concetti son necessarie 
sempre le intuizioni. Se i concetti sono empirici, le intui¬ 
zioni si chiamano esempii; e si chiamano schemi, 
quando i concetti sono concetti puri dell’intelletto. Ma si 
esige f impossibile quando si vuol veder provata la realtà 
oggettiva dei concetti della ragione, cioè delle idee, sia 
anche a vantaggio della conoscenza teoretica; poiché allo 
idee non può corrispondere assolutamente alcuna intui¬ 
zione. 

L’ipotiposi (esibizione, sub : ectio sub adspectum), in 
quanto è qualche cosa di sensibile, è doppia; schematica, 


< 



220 


PARTE I - SEZIONE II 


Mieto è' ZT p ZTsZ7olT, t™ ,t0 deI1 '“- 

£ - r 

toposta «n-inluitoa, “ I, ”^° e vien sot- 

del Giudizio che è soltanto T ® COnvieiie 11 Processo 
matismo; vale a dire che . a “ aI ° g ° a <luel]o dello sche- 

'* "f* 1 » « KMtate non J^TtaST* 0 "T*" 

« nuindi soltanto secondo la formo de, ‘ *"* 

secondo il contenuto. d 1Ia «flessione, non 

«aro „n JT J em tZ SÌmb ° iìC ° **- 

""‘ivo, perché 1, silo,”' “TèTnn" "** 
modo intuitivo. Questo fl* \ . Una Specie del 

in modo di rappresentazione schemat ^ 0 dlVÌdero cioè 
Entrambi sono ipotiposi cioè J, .•>-. . tl0 ° 0 s, mbolieo. 

sono caratterismi. cioè M )V/Anm (^iìntiones) : non 
mozzo di segni sensiliT ! inazioni dei concetti per 
contengono nulla che' POr( ; lu ' i questi non 

«etto ma servono soltanto^i^'mo/lrlu’T™ 1 del . Vog ' 
secondo la letrm • • mezzo di riproduzione. 

Per uno ^tiva, e Q uindi 

«ioni dei eoncettCle ^ 8empIi<d «les¬ 
eti anche i mimici) \ 61 Segni ^sibili (gli algebrici, 

s^T^roTchem! 1 oTS ZnTle * * pHon ' ’ 

esibizioni del concetto dirette e ’ st- T" 1 -' ° 0ntenscmo 
primo procedono dimostrativa,no, f , de ind «rette. Le 
di una analogia (per la on-il • ' ° 8eeon de Per mezzo 

K»»i empiriche), iti ‘ 0 ' r'""”"’ 

afficio, i„ primo L?"f Z '.° ”»■*« ■» doppio 

* una intuizione sensibile e poi il ' ° 0 "“ tl0 nll ’<«setto 
_ G ’ ° Pt>1 dl «PPimare la semplice 

a; ^Mico°; io ;r^i° r: a s ::~r e e8sere ° ppos, ° ( „„ n : 








DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


221 


regola della riflessione su quella intuizione ad un oggetto 
del tutto diverso, di cui il primo non è che il simbolo. 
È in tal modo che si rappresenta uno stato monarchico 
come un corpo animato, quando esso sia governato da 
leggi popolari sue, e invece come una semplice macchina 
(una specie di mulino a braccia), quando sia dominato 
da un’unica assoluta volontà; in tutti i due casi la rap¬ 
presentazione è simbolica. Non c’è, è vero, alcuna somi¬ 
glianza tra uno stato dispotico e un mulino a braccia; 
ma l’analogia sta tra le regole con le quali riflettiamo 
sulle due cose o la loro causalità. Questo fatto è stato 
finora poco chiarito, sebbene meriti un più profondo esa¬ 
me; ma non è questo il luogo di intrattenervisi. La nostra 
lingua è piena di questo esibizioni indirette, fondate sul- 
l’analogia, in cui l’espressione non contiene lo schema 
proprio del concetto, ma soltanto un simbolo per la ri¬ 
flessione. Tali sono le parole fondamento (appoggio, 
base), dipendere (essere tenuto dall’alto), derivare da 
qualche cosa (invece di seguire), sostanza (il sostegno 
degli accidenti, come dice Locke), ed innumerevoli altre 
ipotiposi non schematiche, ma simboliche, ed altre espres¬ 
sioni che designano concetti, non mediante intuizioni di¬ 
rette, ma soltanto secondo l’analogia con queste, cioè col 
trasferimento della riflessione su di un oggetto dell’intui¬ 
zione ad un concetto del tutto diverso, al quale forse non 
potrà mai corrispondere direttamente un’ intuizione. Se si 
può già chiamare conoscenza un semplice modo di rap¬ 
presentazione (il che è certo permesso, quando essa non è 
un principio della determinazione teoretica dell’oggetto, 
per quello che l’oggetto è in se stesso, ma un principio 
della determinazione pratica, per ciò che l’idea di esso 
dev’essere per noi e pel suo uso appropriato); allora tutta 
la nostra conoscenza di Dio è puramente simbolica; e 
chi la ritiene schematica, con i suoi attributi di intelletto, 
volontà, etc., che hanno la loro realtà oggettiva soltanto 
negli esseri di questo mondo, cade nell’antropomorfismo; 
così come chi in essa ripudia ogni modo di rappresenta- 



90Q 


PARTE I - SEZIONE II 


/ione intuitiva, riesce al deismo, pel quale non si può 
conoscere assolutamente niente, nemmeno dal punto di 
vista pratico. 

Ora io dico clic il bello è il simbolo del bene morale. 
10 che sol ° sott ° questo punto di vista (di una relazione 
cbe e naturale in ognuno, ed ognuno esige dagli altri 
come un dovere) esso piace con la pretesa al consenso 
universale, mentre in esso l’animo si sente come nobilitato 
ed elevato sulla semplice capacità di provar piacere dalle 
impressioni dei sensi, ed apprezza il valore degli altri 
secondo una massima simile del loro giudizio. È l’intelli¬ 
gibile ciò cui mira il gusto, come è stato dimostrato nel 
paragrafo precedente; ad esso, cioè, in cui si accordano 
anche le nostro facoltà superiori della conoscenza, e senza 
del quale nascerebbe una profonda contradizione tra la 
natura delle facoltà conoscitive e lo pretese del gusto. 
In questa facoltà il Giudizio non si vede, come quando è 
empirico, sottoposto all’eteronomia delle leggi dell’espe¬ 
rienza: riguardo agli oggetti di un piacere così puro esso 
da a se stesso la legge, come fa la ragione riguardo alla 
acolta di desiderare; e, sia per questa interna possibilità 
che e nel soggetto, sia per la possibilità esterna d’una na¬ 
tura che si accordi con la prima, il Giudizio si vede le¬ 
gato a qualche cosa elio è nel soggetto stesso e fuori di 
esso, che non è natura nè libertà, ma è congiunto col prin¬ 
cipio di quest’ultima, vale a dire col soprasensibile, nel 
quale la facoltà teoretica o la pratica si immedesimano in 
una maniera comune, ina sconosciuta. Vogliamo indicare 
a cuni punti di questa analogia senza per altro lasciare 
inosservato le differenze. 

1) Il bello piace immediatamente (ma solo nell’in¬ 
tuizione riflettente, non, come la moralità, nel concetto). 

:,) Esso piace senza alcun interesse (il bene morale è 
bensì necessariamente legato con un interesse, ma non con 
un interesse che precede il giudizio di piacere, perchè anzi 
1 interesse e prodotto dal giudizio). 3) La libertà dell’im- 
maginazione (quindi della sensibilità della nostra facoltà) 









DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


223 


è rappresentata nel giudizio del bello come in accordo con 
la legalità dell’intelletto (nel giudizio morale, la libertà 
del volere è concepita come accordo della volontà con se 
stessa secondo le leggi universali della ragione). 4) 11 prin¬ 
cipio soggettivo del giudizio del bello è rappresentato 
come universale, cioè valevole per ognuno, ma non co¬ 
noscibile mediante alcun concetto universale (il principio 
oggettivo della moralità è rappresentato anch’esso come 
universale, cioè valido per tutti i soggetti e nello stesso 
tempo per tutte le azioni di ogni soggetto, ma anche come 
conoscibile mediante un concetto universale). Perciò il 
giudizio morale è non soltanto capace di principii costitu 
itivi determinati, ma non è possibile se non sul fonda¬ 
mento delle massime che derivano da quei principii e dalla 
loro universalità. 

L’osservazione di questa analogia è familiare anche al 
senso comune; e chiamiamo spesso gli oggetti belli della 
natura o dell’arte con termini che sembrano avere per prin¬ 
cipio un giudizio morale. Diciamo maestosi e magnifici 
degli edifìci e degli alberi, ridenti e gai i campi; anche 
i colori li chiamiamo innocenti, modesti, teneri, perche 
eccitano sensazioni, le quali hanno qualche cosa di ana- 
logo con la coscienza di uno stato d’animo prodotto 
da giudizi! morali. I] gusto rende possibile così il pas¬ 
saggio, senza un salto troppo brusco, dall’attrattiva, dei 
sensi all’ interesse morale abituale, rappresentando 1 im¬ 
maginazione anche nella sua libertà come capace di esser 
determinata in modo da accordarsi con l’intelletto, e in¬ 
segnando di più a trovare negli oggetti dei sensi, anche 
senza attrazione sensuale, un libero piacere. 








221 


parte r - SEZIONE II 


APPENDICE 


§ 60. — Della metodologia del gusto. 


divisione di una critica in dottrina elementare e 

applica r.dì la T le fr edC ,a SCÌenza ’ non P™ essere 
applicata alla critica del gusto; perchè non v’è, nè può 

nZn^bST 28 del be ”°’ 6 n giadizio ** e«sto non 
dire ? Per ,nCZZ ° dl P rinci Pii- Ciò che si potrebbe 

• sucnt./ìco in ogni arte, ciò che concerne la verità 
della rappresentazione del suo oggetto, è bensì la conili 

sine qun 

una man era f ?' f VÌ Ò ^ bella stante 

na maniera (modus), non un metodo (mcthodvD il 

ri™ w7l W T imeV ° CÌÒ ^ 

riconduci!"I ' ge “ Crali <>uali infine egli 

,,, . suo procedimento possono piuttosto servire 

•1 occasione per ricordare aUVUlievo certi punti prhiei- 
Pal , anziché ad essergli prescritte. Qui però bisogna aver 
riguardo ad un certo ideale, che l’arte deve avere davanti 
atri, occhi, sebbene nella pratica non possa maTra^hm! 

ra]lievo te ? men t e ' S ° l0 Svegliando l’immaginazione del- 
no Zi ? ad Un Concetto dato; facendogli 

• insufficienza dell’espressione rispetto all’idea che 

ca -TIIk 7° n0n raggiunee ’ **■“ è un’idea est 
che Ili “ r CritÌCa rÌg ° r0Sa ’ si Potrà impedire 

«1. ll rr u 10 f U SOn ° proposti siano considerati 
da In, come tipi e modelli da imitare, i quali non possono 
ssei e sottoposti ad una norma più alta e ai suo proprio 
giudizio; il che soffocherebbe il genio e con esso la libertà 
dell immaginazione nella conformità alle sue leggi senza 
c i non e possibile alcun’arte bella e nemmeno un gust 
dio la giudichi esattamente. gU8t ° 

La propedeutica di tutte lo arti belle, in quanto s’in 
»on nei precetti, 







DIALETTICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 


225 


dell’aninÈlo per via di quelle conoscenze preliminari che si 
chiamano Immani ora, probabilmente perchè umanità si¬ 
gnifica da un lato il sentimento universale della sim¬ 
patia e dall’altro la facoltà di poter comunicare in¬ 
timamente ed universalmente; due proprietà che, prese 
insieme, costituiscono la. sociabilità propria dell’umanità, 
per cui essa si differenzia dalla limitazione assegnata alla 
vita animale. Il secolo e i popoli, in cui la spinta viva alla 
società legale, che assicura ad un popolo uno stato du¬ 
revole, lottò con le grandi difficoltà in cui si avvolge 
l'arduo problema dell’unione della libertà (e quindi anche 
dell’eguaglianza) con la coazione (piuttosto col rispetto e 
la sottomissione al dovere, che con la paura); questo se¬ 
colo e questo popolo dovettero trovare dapprima l’arte 
della comunione scambievole delle idee tra la parte più 
colta e la parte più rozza, l’accordo dello sviluppo e del 
raffinamento della prima con la semplicità naturale e l’ori¬ 
ginalità della seconda, stabilendo in tal modo quel mezzo 
tra la più alta coltura e la semplice natura, che costituisce 
anche per il gusto, in quanto senso comune degli uomini, 
quella giusta misura, che non può essere data secondo 
regole generali. 

Difficilmente un secolo successivo potrà far di meno di 
quei modelli, perchè esso si terrà sempre meno vicino alla 
natura, e infine, se non ne avesse degli esempii permanenti, 
sarebbe appena in istato di farsi un concetto di quella 
felice unione, nello stesso popolo, della costrizione legale 
propria della piti alta cultura con la forza e la sicurezza 
della libera natura, che sente il proprio valore. 

Ma, poiché in fondo il gusto è una facoltà di giudicare 
della rappresentazione sensibile delle idee morali (me¬ 
diante una certa analogia della riflessione su l’una e le 
altre), e poiché è da tale facoltà, e da una superiore 
capacità del sentimento fondato sulle idee morali (che si 
chiama sentimento morale), che deriva quel piacere che 
il gusto proclama valido per l’umanità in generale e non 
pel sentimento particolare di ciascuno; si vede chiara- 


E. Kant, Critica del giudizio. 


15 





PARTE I - SEZIONE II 


22fi 

""•Min che la vera propedeutica per fondare il gusto è lo 
ll,,pi, ° deIle idee morali e la cultura del sentimento mo¬ 
rale; perchè solamente quando la sensibilità è d’accordo 
con questo sentimento, il vero gusto può ricevere una 
forma determinata ed immutabile. 







Parte Seconda 


CRITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 





-—— 















§ 61 . — Della finalità oggettiva, della natura. 


Secondo i principii trascendentali si ha buona ragione 
■ li ammettere una finalità soggettiva della natura nelle sue 
leggi particolari, adatta alla comprensione della facoltà 
del Giudizio umano e alla possibilità del legame dello espe¬ 
rienze particolari in un sistema; nel che poi, tra i molti 
prodotti naturali, si può aspettare anche la possibilità di 
tali che, come se fossero fatti esclusivamente pel nostro 
<1 indizio, contengano una forma specifica appropriata a 
«i Mesta facoltà, in modo che la varietà e l’unità che sono in 
r;i servano come a rinforzare e ad intrattenere le facoltà 
ili U’animo (che sono in giuoco nell’esercizio del Giudizio), 
■' cui si attribuisce perciò il nome di belle forme. 

Ma che lo cose della natura servano l’una all’altra come 
uh zzi a fini, e che la loro possibilità stessa sia sufficiente¬ 
mente intelligibile solo per via di tale specie di causalità, 
i nno affermazioni di cui non troviamo alcuna ragione 
m ila idea generale della natura come insieme degli og- 
: ' I ti dei sensi. Perchè, difatti, nel caso precedente, la rap¬ 
presentazione delle cose, essendo qualche cosa in noi, po¬ 
teva ben essere concepita, anche a priori, come appropriata 
>■ adatta a produrre l’accordo finale interno delle nostre 
l'acuità conoscitive; ma come dei fini, che non sono no- 
I ri. e che neppure convengono alla natura (che noi non 
immettiamo come un essere intelligente), possano o deb- 
i '.ino costituire una specie particolare di causalità, o al¬ 
meno una singolare regolarità di questa, non si può pre¬ 
miere a priori con qualche fondamento. E, ciò che è più, 

I V perienza stessa non ci può provare la loro realtà; biso- 





PARTE II 


230 


gnerobbe che con un procedimento sofìstico si fosse già in¬ 
trodotto il concetto dello scopo nella natura delle cose 
ma senza derivarlo dagli oggetti e dalla loro conoscenza 
per via d’esperienza; allora lo si adopera più per conce¬ 
pire la natura per analogia con un principio soggettivo 
del legame delle rappresentazioni in noi, che per cono¬ 
scerla mediante principia oggettivi. 

Inoltre, la finalità oggettiva, come principio della pos- 
sibilita delle cose naturali, è tanto lungi dall’esser con¬ 
nessa necessariamente col concetto della natura stessa, 
che anzi e proprio essa che s’invoca a preferenza per pro¬ 
vare la contingenza di questa e delle suo forme. Cosi per 
esempio, nel parlare della struttura d’un uccello, delle ca¬ 
vita che sono nelle sue ossa, della disposizione delle sue 
al. al movimento, della sua coda destinata a far da ti¬ 
mone. etc., si dice che tutte ciò è contingente in supremo 
mudo quando si guarda al semplice nexus effectivus della 
natura, e non si ricorre ancora ad una specie particolare 
,! c,lURaIlta ' C] °è a quella dei fini (nexus finalis); vale a 
«lire Che la natura, considerata come semplice meccani¬ 
smo, avrebbe potuto configurarsi in mille altri modi, senza 
urtare contro l’unità di tale principio, e quindi non si può 
speravo <1, trovar a priori nel concetto della natura nep- 
pur la minima ragione di queste sue forme, e bisogna 
cercare inori del concetto stesso. 

Tuttavia il giudizio teleologico è applicato a ragione 
almeno problematicamente, all’investigazione della na- 
-ura; ma soltanto per sottoporla a principi, di osserva¬ 
zione ed investigazione mediante l’analogia con la cau¬ 
sai ila secondo fini, e senza lusingarsi di poterla spiegare 
Sicché esso appartiene al Giudizio riilettente, non al Giu¬ 
dizio determinante. TI concetto dei legami e delle forme 
della natura secondo fini è almeno un principio di più 
Per ricondurre a regole i suoi fenomeni, dove non bastano 
- leggi della causalità del suo semplice meccanismo. Per¬ 
ir’ I ‘ \ n01 ,ntroduciamo un Principio teleologico 
quando attribuiamo al concetto di un oggetto una causa- 








CRITICA DEC GIUDIZIO TELEOLOGICO 


231 


li la rispetto all’oggetto stesso, come se il concetto si tro- 
> asse nella natura (non in noi), o meglio quando ci rap¬ 
ai esentiamo la possibilità dell’oggetto, per analogia con 
mia simile causalità (che troviamo in noi), e quindi con- 
• l'piamo la natura come tecnica per virtù propria; mentre 
mando non le attribuiamo tale modo di azione, la sua 
•-nasalità dovrebbe essere rappresentata come cieco mec- 
■ auismo. Se invece supponessimo, nella natura, causo che 
agiscono con intenzione, e quindi mettessimo a fonda¬ 
mento della teleologia non un principio puramente re¬ 
golatore pel giudizio dei fenomeni, cui la natura po- 
I rebbe esser pensata come sottoposta secondo le suo leggi 
particolari, ma un principio costitutivo della deriva¬ 
zione dei suoi prodotti, dalle sue cause, — il concetto 
i l’uno scopo naturale non apparterrebbe più al Giudizio 
riflettente, ma al Giudizio determinante; ma allora in 
realtà esso non apparterrebbe propriamente al Giudizio 
(come il concetto della bellezza in quanto finalità sog¬ 
gettiva formale), sibbene, come concetto della ragione, 
introdurrebbe una nuova causalità nella scienza della 
natura, che però noi deriviamo solo da noi stessi, ed at¬ 
tribuiamo ad altri esseri senza tuttavia volerli assimi¬ 
lare a noi. 




















Sezione Pkima 


ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


l>2. — Della finalità oggettiva che è semplicemente formale, 
a differenza di quella materiale. 

Tutte le ligure geometriche costruite secondo un prio¬ 
ri pio mostrano una finalità oggettiva molteplice e spesso 
meravigliosa, vale a dire contengono la possibilità della 
soluzione di molti problemi secondo un unico principio, 
eil anche di ciascuno di essi in infiniti modi diversi. La 
linalità qui è evidentemente oggettiva ed intellettuale, 
non puramente soggettiva ed estetica. Perchè essa esprìmo 
la proprietà, che ha la figura, di produrre molte figure 
proposte, ed è riconosciuta dalla ragione. Ma la finalità 
tuttavia non rende possibile il concetto stesso dell’oggetto, 
vale a dire questo non è considerato come possibile sol¬ 
tanto relativamente a quell’uso. 

In una figura così semplice qual è il cerchio sta il 
principio della soluzione di una quantità di problemi, di 
cui ciascuno esigerebbe da solo molte operazioni, mentre 
la sua soluzione si offre quasi spontaneamente come una 
delle infinite e bellissime proprietà della figura stessa. 
Così, per esempio, quando si debba costruire un triangolo 
di cui sia data la base e l’angolo opposto ad essa, il pro¬ 
blema è indeterminato, cioè si può risolvere in infiniti modi 
diversi. Ma il cerchio comprende tutte queste soluzioni, 
come luogo geometrico di tutti i triangoli che soddi¬ 
sfano a quelle condizioni. Oppure due rette si debbano 




2.') I 


PARTE II - SEZIONE I 


V , «'» i,ire tra Ioro in che il rettangolo delle parti 

«na sia eguale al rettangolo delle parti dell’altra: il 
problema presenta in apparenza molta difficoltà. Ma tutte 
e rette che, limitate dalla circonferenza, si tagliano nel- 
niterno del cerchio, si dividono spontaneamente in quella 
proporzione. Le altre linee curve forniscono a loro volta 
altre soluzioni appropriate, cui non si era pensato nella 
regola che Costituisce la loro costruzione. Tutte le sezioni 
coniche, per quanto sia semplice la definizione che deter¬ 
mina il loro concetto, per se stesse, o paragonate tra loro 
sono feconde di principii per la soluzione di una quantità 
d. problemi possibili. - È un vero piacere vedere il fervore 
con cu, gli antichi geometri ricercavano le proprietà di 
.mesta specie di linee, senza lasciarsi sconcertare dalla 
domanda dei cervelli limitati: a che servirà questa cono¬ 
scenza Cosi, per esempio, ricercavano la proprietà della 
parabola senza conoscere la legge della gravità sulla terra 
che loro avrebbe potuto fornire l’applicazione della para- 
>o a alla traiettoria dei corpi pesanti (di cui la direzione 
t e la gravita può essere considerata come parallela a se 
stessa durante il movimento); oppure studiavano le pro¬ 
prietà dell ellisse, senza sospettare che vi fosse anche una 
gravitazione pei corpi celesti, c senza conoscere la legge 
cica le diverse loro distanze dal punto di attrazione, la 
qua e a si che essi descrivano con un movimento libero 
tuie linea Mentre che così, senza saperlo, lavoravano per 
la posterità si compiacevano di trovare ima finalità nel- 
cssenza . o e cose, di cui potevano rappresentare intera¬ 
mente a prori la necessità. Platone, maestro egli stesso 
1 ^ 6StH SC,ema ’ era freso dall’entusiasmo per questa 
costituzione originaria delle cose, a scoprir la quale pos¬ 
iamo far di meno d’ogni esperienza, e per la facoltà dcl- 
J animo di ricavare l’armonia degli esseri dal suo princi¬ 
pio soprasensibile (comprese anche le proprietà dei nu¬ 
meri, con cui l’anima gioisce nella musica); e questo en¬ 
tusiasmo lo innalzava dai concetti dell’esperienza allo 
mee, che gli apparivano spiegabili solo mediante una co- 








ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


235 


iiìunione intellettuale eoi principio di tutti gli esseri. Nes¬ 
suna meraviglia che egli escludesse dalla sua scuola gli 
ignoranti della geometria, quando pensava di derivare 
dalla pura intuizione, intimamente inerente allo spirito 
Umano, ciò che Anassagora concludeva dagli oggetti del- 
Pesperienza e dal loro legame Anale. Poiché nella neces¬ 
sità di ciò che è tinaie ed è l'atto in modo come se fosse 
destinato con intenzione al nostro uso, ma sembra appar¬ 
tenere originariamente all’essenza delle cose, senza ri¬ 
guardo all’uso nostro, sta la ragione della grande ammi¬ 
razione che suscita la natura, non soltanto fuori di noi, 
ma nella nostra propria ragione; onde si può ben scusare 
l’errore per cui questa ammirazione può a poco a poco 
elevarsi fino al fanatismo. 

Ma, sebbene questa finalità intellettuale sia oggettiva 
(e non soggettiva come la finalità estetica), non la si può 
cencepire, circa la sua possibilità, se non come tornale 
(non reale), vale a dire come una finalità cui non è neces¬ 
sario di porre a fondamento uno scopo, e quindi una te¬ 
leologia; si può concepire solo in generale. Il cerchio è 
un’ intuizione determinata dall’ intelletto mediante un prin¬ 
cipio; l’unità di questo principio che io assumo arbitraria¬ 
mente e che pongo come concetto fondamentale, applicato 
ad una forma dell’ intuizione (lo spazio), che si trova in 
me come semplice rappresentazione, ma a priori, fa com¬ 
prendere l’unità di molte regole che derivano dalla co¬ 
struzione di tale concetto, e che son conformi a molti 
scopi possibili, senza elio sia necessario supporre uno scopo 
o qualunque altro principio in quella finalità. Non è in 
tal caso come quando io trovo l’ordine e la regolarità in 
un insieme di cose fuori di me, rinchiuse in certi limiti; 
come per esempio in un giardino, l’ordine e la regolarità 
degli alberi, delle aiuole, dei viali, etc>, che io non posso 
sperare di dedurre a pr ori dalla limitazione di uno spazio 
da me fatta, secondo una regola arbitraria; perchè si tratta 
di cose esistenti, che debbono esser date empiricamente 
per poter essere conosciute, e non di una semplice rappre- 


c 






23 G 


PARTE II - SEZIONE I 


NI'" limono determinata in me secondo un principio a priori. 
I orcio quest ultima finalità (che è empirica), in quanto 
reale dipende dal concetto d’uno scopo. 

Ma si vede bene e appare legittima l’ammirazione an¬ 
che per una finalità che è percepita nell’essenza delle cose 
(m quanto i loro concetti possono esser costruiti). Le mol¬ 
teplici regole, di cui l’unità (fondata su di un principio) 
suscita questa ammirazione, son tutte sintetiche, e non 
derivano da un concetto dell’oggetto, per esempio del 
circolo, ma esigono che l’oggetto sia dato nell’ intuizione. 
Ma perciò quest’unità ha l’apparenza di avere empirica¬ 
mente un principio di regolo estraneo e diverso dalla no¬ 
stra facoltà rappresentativa, sicché pare che l’accordo del- 
1 oggetto con quell esigenza delle regole, che è propria del- 
1 intelletto, sia in se stesso accidentale, e quindi possibile 
soltanto mediante uno scopo diretto espressamente a ciò. 
Ora tale armonia, poiché malgrado tutta questa finalità, 
non è conosciuta empiricamente, ma a pr ori, dovrebbe ap¬ 
punto condurci da se stessa a questa conclusione: che lo 
spazio, la determinazione del quale soltanto rendeva pos¬ 
sibile 1 oggetto (mediante l’immaginazione o conforme¬ 
mente a un concetto), non è una proprietà delle cose fuori 
di me, ma un seni pi ice mio modo di rappresentare; e che 
quindi nella figura che costruisco conformemente ad 
un concetto, vale a dire nella mia propria maniera di 
rappresentarmi ciò che mi è dato esternamente, checché 
sia in se stesso, io introduco la finalità, senza esserne 
istruito empiricamente dal concetto, e per conseguenza 
senza aver bisogno di uno scopo particolare esistente fuori 
di me nell’oggetto. Ma, poiché questa riflessione esige già 
un uso critico della ragione, e quindi non può essere im¬ 
plicata nel giudizio dell’oggetto secondo le sue proprietà, 
questo giudizio non mi fornisce immediatamente se non 
l’unione di regole eterogenee (ancho in ciò che hanno di 
eterogeneo) in un principio, che è riconosciuto da me come 
Aero a pr ori, senza aver bisogno di un principio partico¬ 
lare che stia a priori fuori del mio concetto e, in generale 











ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


237 


della mia rappresentazione. Ora lo stupore deriva dal¬ 
l’ostacolo clie ramino trova nell’ incompatibilità di una 
rappresentazione e della regola data da questa, coi piin- 
cipii che in esso sono fondamentali, in modo che gli nasce 
il dubbio se abbia ben visto o giudicato; ma l’ammira¬ 
zione è uno stupore che si rinnova sempre, anche quando 
scompare questo dubbio. Per conseguenza, l’ammirazione 
è un effetto del tutto naturale di quella finalità che osser¬ 
viamo nell’essenza delle cose (in quanto fenomeni), e che 
non può esser biasimata: perchè non soltanto è inespli¬ 
cabile come l’unione ai quella forma dell’ intuizione sensi¬ 
bile (che si chiama lo spazio) con la facoltà dei concetti 
(l’intelletto) sia proprio quella e non altra; ma l’unione 
stessa estende l’animo e gli fa quasi presentire qualcosa 
che sta al di là di quelle rappresentazioni sensibili e in 
cui si può trovare l’ultimo principio, sebbene sconosciuto 
da noi, di quell’accordo. Noi non abbiamo bisogno, è vero, 
di conoscerlo, quando si tratta semplicemente della fina¬ 
lità formale delle nostre rappresentazioni a priori;, ma 
anche la sola necessità di guardare al di là suscita 1 am¬ 
mirazione per l’oggetto, che vi ci costringe. 

Si suol chiamare bellezza l’insieme delle proprietà 
mentovate, così nelle figure geometriche, come nei numeri, 
per una certa loro finalità a priori rispetto ad usi diversi 
della conoscenza, o che non si aspettava dalla semplicità 
della loro costruzione; si parla così, per esempio, di questa 
o quella bella proprietà del cerchio, che si scoprirebbe 
in questo o quel modo. Ma il giudizio con cui lo troviamo 
finali, non è punto un giudizio estetico; non è un giudizio 
senza concetto, che denota una semplice finalità sogget¬ 
tiva nel libero giuoco delle nostre facolta di conosceie, 
ma è un giudizio intellettuale secondo concetti, il quale ci 
fa conoscere chiaramente una finalità oggettiva, vale a dire 
la conformità a molti scopi (infinitamente diversi). Si do¬ 
vrebbe chiamarla piuttosto una perfezione relativa 
che una bellezza delle figure matematiche. Anche la deno¬ 
minazione di bellezza intellettuale in generale non 






-— 


— 


23K 


PASTE II - SEZIONE I 


1, n‘" r ° "““T peichè “ llora la ■>”»>» belle», per- 
8, ? mtolto definito, „ il macere tawtattMl . 

r r^LT “ P * -I pieeere sensibile. Pi„t,„. 
uticMp ,, ■ f c ' 111,1)1 1 bella una dimostrazione di 

dèf LcX le e % ° 0n ,~* l'in'e'letto. come facoltà 

ei concetti, e 1 immaginazione, come facoltà dell’esibi- 
zione de, concetti Coesi, ,i s e„, ono rorliflc „ ti „ 

vico nr'r , 00 ” “ P reeisl °no introdotta dalla ragione, 
tetto 1 eleganza della dimostrazione): qui almeno il 
Piacere sebbene sia fondato sopra concetti, è sogJTro 
entre la perfezione implica un piacere oggettivo. 


§ 63. - Della finalità relativa della natura, 
a differenza della finalità interna. 

una L finamr Za T*®* * GÌudÌzio aI «°neetto di 

una finalità oggettiva e materiale, vale a dire al concetto 

li uno scopo della natura, soltanto quando vi sia da giu- 

icare un rapporto di causa ad effetto 1 , che noi non ci 

-n uuno legittima,acute capaci di comprendere senza sup- 

porre a fondamento della causalità della causa, l’idea del- 

M cS puT , ‘ 0ì " ,!ZÌ0n6 della P° ssibili tà dell’effetto stesso. 
Ma mo può avvenire m due modi: o consideriamo l’ef¬ 
fetto immediatamente come prodotto di un’arte onnuro 
uomo semplice materiale per l’arte di altri possaliTe r 
della natura; sicché o come scopo, „ come mezzo per 
1 impiego finale di altre cause. Quest’ultima finalità si 
chiama utilità (rispetto agli uomini) o convenienza (per 
-ni a tra natura), ed è semplicemente relativa; mentre 
1 f ” na 6 una finalità interna dell’essere naturale. 

Umi ’ Per esem P io ’ trasportano varie terre utili alla 

«lolla possibilità delle àTZ- “” ,",,*”*** . d, ‘"' esÌBt '' n2a . »» soltanto 
e quindi non si può parlare ,?• 6 coms P on «l< ! nto al loro concetto, 

o, r , T2 ^ - - 

natura. * non m,u <-ome uno scopo della 













ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


239 


vegetazione, che depositano qualche volta nei paesi che 
attraversano, oppure alla foce. I flutti spandono questa 
i.pocie di fango su parecchie coste, o lo depositano sul 
lido; e, specialmente quando gli uomini procurano di non 
laido riportar via dal riflusso, la terra diventa feconda, 
r la vegetazione prende il posto che prima era dimora 
dei pesci e dei crostacei. La maggior parte degli accresci¬ 
menti di terra sono stati prodotti in tal modo dalla na- 
I ara stessa, la quale continua ancora, sebbene lentamente, 
questo lavoro. — Ora si tratta di saliere se queste cose 
siano da giudicarsi corno Ani della natura, poiché con¬ 
tengono un’utilità per gli uomini; giacché non è da par¬ 
lare di utilità pel regno vegetale stesso, posto che quello 
(die torna a vantaggio della terra, è tolto alle creature 
marine. 

Oppure, per dare un esempio della convenienza di certe 
coso della natura rispetto ad altre creature (quando si con¬ 
siderano come mezzi), non vi è terreno più propizio ai pini 
di un terreno sabbioso. Ora l’alta marea, prima di ritirarsi 
dalla terra, ha lasciato molti strati sabbiosi nelle nostre 
contrade del nord, onde su questo suolo, prima così ina¬ 
datto ad ogni cultura, hanno potuto elevarsi esteso foreste 
di pini, che noi accusiamo spesso i nostri antenati di avere 
abbattute senza ragione; e si può domandare se questo 
antico deposito di strati di sabbia era uno scopo della 
natura rispetto alle foreste di pini che potevano crescervi. 
Questo è certo, che, so si ammettono come scopo della na¬ 
tura le foreste di pini, anche quella sabbia si deve ammet¬ 
tere come scopo, ma come scopo soltanto relativo, di cui a 
loro volta erano mezzi l’antica riva del mare e il ritirarsi 
delle acque; poiché nella serie dei membri reciprocamente 
subordinati di un legame finale, ogni membro deve esser 
considerato come scopo (sebbene non come scopo finale), 
di cui è mezzo la causa più prossima. Così, se nel mondo 
dovessero esservi buoi, pecore, cavalli, etc., dovrebbe anche 
esservi dell’erba sulla terra, ma nei deserti di sabbia do¬ 
vrebbe anche crescere il riseolo, se dovessero esservi dei 









210 


PARTE II - SEZIONE I 


«winiolli; o, ancora, queste ed altre specie di bestie erbivore 
si dovrebbero trovare in abbondanza, se dovessero esi- 
slero lupi, tigri e leoni. Perciò la finalità oggettiva, che 
si l'onda sulla convenienza, non è una finalità oggettiva 
delle cose in se stesse, come sarebbe se la sabbia non po¬ 
tesse essere concepita come effetto della sua causa, il 
mare, senza ammettere in questo uno scopo e considerare 
l’effetto, cioè la sabbia, come un prodotto d’arte. È una 
causalità puramente relativa e solo accidentale rispetto 
alla cosa stessa cui è attribuita; e, sebbene, tra gli esempii 
citati, 1 erba debba esser giudicata per sè come un pro¬ 
dotto organizzato della natura, e quindi come fatto con 
aite, rispetto agli animali che se ne nutrono dev’esser con¬ 
siderata come semplice materia bruta. 

Ma, quando infine l’uomo, mediante la libertà della sua 
causalità, trova la convenienza delle cose naturali rispetto 
ai suoi scopi — spesso stolti (si serve delle penne colorate 
degli uccelli come ornamento del vestire, delle terre colo¬ 
rate e dei succhi delle piante come belletti), ma talvolta 
anche ragionevoli, come quando adopera il cavallo per 
cavalcare, il bue e, come a Minorca, perfino l’asino e il 
maiale per 1 aratura, — non si può ammettere neanche 
qui uno scopo relativo della natura (rispetto a questo 
uso). Perchè la sua ragione sa accordare le cose con fanta¬ 
sie arbitrarie, cui egli stesso non era predestinato dalla 
natura. Soltanto se si ammette che degli uomini debbono 
a iveio sulla terra, non debbono mancare almeno i mezzi 
senza i quali essi non potrebbero sussistere in quanto ani¬ 
mali, o anche in quanto animali ragionevoli (per quanto 
in minimo grado); ma allora anche quelle cose naturali, 
che sono indispensabili per quest’uso, dovrebbero anche 
essere riguardate come fini della natura. 

Da ciò si vede chiaro che la finalità esterna (la conve¬ 
nienza d’una cosa per un’altra) non può essere considerata 
come uno scopo esterno della natura, se non alla condi¬ 
zione che 1’esistenza della cosa cui essa, da vicino o da 
lontano, si riferisce, sia per se stessa uno scopo della 











ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 241 

natura. Ma, poiché ciò non può mai essere deciso dalla 
i mplice considerazione della natura, la finalità relativa, 
sebbene accenni ipoteticamente a fini naturali, non auto¬ 
rizza alcun giudizio teleologico assoluto. 

La neve, nei paesi freddi, protegge le semenze dal gelo; 
facilita la comunicazione tra gli uomini (per mezzo delle 
ditte); il lappone ha per quest’uso certi animali (le renne), 
clic trovano sufficiente nutrimento in un musco secco che 
da se stessi sanno trarre da sotto la neve, e si lasciano 
facilmente domare e sottrarre a quella libertà in cui avreb¬ 
bero potuto conservarsi egualmente. Nella stessa zona 
glaciale il mare contiene per altri popoli una ricca prov¬ 
vista di animali che, oltre il nutrimento e il vestito, forni¬ 
scono loro materie infiammabili, con le quali riscaldano 
le loro capanno costruite col legno che da! mare stesso 
ricevono. V’ ò qui un meraviglioso concorso di molte rela¬ 
zioni della natura ad uno scopo, che è il Groenlandese, il 
Lappone, il Samoiedo, il Iaeuto, ete. Ma in generale non 
si vedo perchè in quei luoghi debbano vivere uomini. 
Così sarebbe un giudizio molto ardito od arbitrario il 
dire che ivi i vapori cadono sotto forma di neve, il mare 
ha correnti clic trasportano il legno cresciuto nei paesi 
caldi, e si trovano grossi animali marini contenenti oliò, 
perchè la causa che produco tutte le cose della natura 
ha avuto per principio l’idea del vantaggio di certe po¬ 
vere creature. Giacché se anche non esistessero tutti questi 
vantaggi naturali, per noi le cause della natura non sa¬ 
rebbero punto insufficienti in questo senso; anzi a noi 
stessi sembrerebbe temerario ed inconsiderato domandare 
alla natura una simile disposizione e l’attribuirle un 
tale scopo (visto che solo la massima discordia degli 
uomini tra loro li ha potuto spingere fino a paesi così 
inospitali). 


E. Kant, Critica del giudìzio. 


16 




2'12 


PARTE li - SEZIONE I 


§ 64. — Del carattere proprio delle cose 
in quanto fini della natura. 

Per concepire che una cosa non è possibile se non 
come fine, vale a dire che la causalità della sua origine 
deve essere cercata non nel meccanismo della natura, ma 
in una causa di cui il potere è determinato ad agire da 
concetti, è necessario che la sua forma non sia possibile 
secondo semplici leggi naturali, cioè tali che possono esser 
conosciute da noi col solo intelletto applicato agli og¬ 
getti dei sensi, ma che la sua conoscenza empirica stessa, 
circa la causa o 1’effetto, presupponga concetti della ra¬ 
gione. Questa contingenza della sua forma, che sta nel 
rapporto di tutto lo leggi empiriche naturali con la ra¬ 
gione — poiché la ragione, che della forma di ogni pro¬ 
dotto naturale deve riconoscere la necessità, anche quando 
vuol vedere soltanto le condizioni legate con la produ¬ 
zione di esso, non può ammettere tale necessità in quella 
forma data, — è per so stessa un argomento per conside¬ 
rare la sua causalità come possibile soltanto mediante 
la ragione; ma la ragiono è allora la facoltà di agire 
secondo fini (una volontà); e l’oggetto, che è rappresen¬ 
tato come possibile soltanto per mezzo di questa facoltà, 
sarebbe rappresentato come possibile solamente in quanto 
fine. 

Se qualcuno scoprisse una figura geometrica, per esem¬ 
pio un esagono regolare, disegnata sulla sabbia, in un 
paese che gli sembra disabitato, la sua riflessione, eserci¬ 
tandosi sul concetto di essa, noterebbe mediante la ragio¬ 
ne, se pure oscuramente, l’unità del principio con cui fu 
prodotta, e, conformemente alla ragione stessa, non giu¬ 
dicherebbe come principio della possibilità della figura 
la sabbia, il mare vicino, i venti, le impronte dei piedi 
degli animali, o qualunque altra causa priva di ragione; 
perchè la contingenza dell’accordo della figura con un tal 
concetto possibile solo nella ragione gli sembrerebbe così 









ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


243 


in II ultamente grande, che sarebbe proprio come se non 
■ i l'esse alcuna legge della natura capace di produrlo; e 
por conseguenza gli sembrerebbe che la causalità di un 
limilo effetto non possa essere contenuta in alcuna causa 
del semplice meccanismo della natura, ma solo nel con- 
. cito dell’oggetto, in quanto concetto che solo la ragione 
può dare e confrontare con l’oggetto stesso; e quindi che 
IVITetto possa essere considerato come fine, ma non come 
un line naturale, sibbene come un prodotto dell’arte 
(vestig um homin's video). 

Ma per giudicai^ come un fine, e quindi corno un fine 
della natura, qualche cosa che si riconosce corno un 
prodotto naturale, si richiede, se non vi è qui nulla di 
contradittorio, qualche cosa di più. Io direi preliminar 
mente che una cosa esiste come fine della natura quando 
c la causa e l’effetto di se stessa (sebbene in doppio 
significato); perchè vi è qui una causalità che non può 
essere congiunta col semplice concetto d’una natura, senza 
attribuire a questa uno scopo, e che però, se può essere 
concepita senza contradizione, non può essere compresa. 
Prima di esporla completamente, vogliamo chiarire con 
un esempio la determinazione di questa idea d’uno scopo 
naturale. 

In primo luogo, un albero ne produce un altro secondo 
una legge naturale conosciuta. Ma l’albero prodotto è 
della stessa specie; e così l’albero si produce da sè relati¬ 
vamente alla specie, nella quale, da un lato come effetto, 
dall’altro come causa, prodotto incessantemente da se 
stesso, e quindi producendo sovente se stesso, si conserva 
costantemente, in quanto specie. 

In secondo luogo, un albero si produce da sè come 
individuo. Questa specie di effetto noi veramente la 
chiamiamo semplicemente il crescere; ma questo crescere 
bisogna intenderlo nel senso che è interamente diverso da 
ogni altro accrescimento secondo leggi meccaniche, e, seb¬ 
bene sotto un altro nome, va considerato come una pro¬ 
duzione. Questa pianta elabora la materia che si appro- 









/ 



PARTE II - SEZIONE I 

i-'-in in modo da darle la qualità che ad essa è specifica- 
propria e che il meccanismo della natura ad essa 
esterna non può fornire; e si sviluppa così mediante una 
materni che, relativamente alla composizione, è un suo 
proprio prodotto. Perchè se, per ciò che riguarda le parti 
costitutive che trae dalla natura esterna, questa materia 
leve esser considerata come un’eduzione, si trova però, 
circa la scelta e nuova composizione della materia rozza,’ 
anta originalità in questa specie di esseri naturali nella 
taeolta di scegliere e di comporre, che ogni arte ne resta 
infinitamente lontana, quando cerca di ricostituire onci 
prodotti del regno vegetale con gli elementi ottenuti dal- 

anahsi di essi, o con la materia che la natura fornisce 
per nutrirli. 

Tu terzo luogo, una parte di questa creatura si pro¬ 
duce da se in modo che la conservazione della parte e la 
conservazione del tutto dipendono l’una dall’altra Un oc¬ 
chio preso dalla foglia d’un albero e innestato sul ramo 
. 1111 aItro aIbero > Produce sopra un ceppo estraneo una 
Pianta della sua specie, e così l’innesto sopra un altro 
tronco. Perciò anche nello stesso albero si può conside¬ 
rare ogni ramo o foglia come semplicemente innestato o 
innocchiato, quindi come un albero che sussiste per se 
stesso, e che soltanto è attaccato ad un altro e si nutre 
da parassito. Così le foglie sono, è vero, produzioni dei- 
albero, ma a loro volta lo conservano; perchè si distrug¬ 
gerebbe l’albero spogliandolo ripetutamente delle sue fo¬ 
glie, e il suo crescere dipende dal loro effetto sul tronco. 
Menzionerò qui solo di sfuggita, sebbene appartengano 
alle proprietà più meravigliose delle creature organizzate, 
quel soccorso che la natura dà spontaneamente alle piante 
private di qualche parte necessaria alla conservazione delie 
parti vicine, sostituendola con altre parti; e quei difetti 
< i organizzazione, o quello deformità acquistate nel cre¬ 
scere, in cui certe parti, a causa dei difetti e degli ostacoli, 
formano in una maniera del tutto nuova, per conser¬ 
vare ciò che vi è e produrre una creatura anormale. 














ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


215 


§ 65. — Le cose, in quanto fini della natura, 
so?io esseri organizzati. 

Secondo il carattere indicato nel paragrafo precedente, 
ima cosa che deve esser riconosciuta come un prodotto na¬ 
turale, ma nel tempo stesso come possibile soltanto in 
quanto fine della natura, deve essere rispetto a se stessa, 
a vicenda, causa ed effetto; ma è questa un’espressione al¬ 
quanto impropria ed indeterminata, che dev’essere deri¬ 
vata da un concetto definito. 

Il legame causale, in quanto è concepito semplicemente 
dall’intelletto, è un legame che costituisce una serie (di 
cause ed effetti), che va sempre all’in giù; e le cose 
stesse, che in quanto effetti ne presuppongono altre come 
cause, non possono nello stesso tempo esser cause di que¬ 
ste, Questo legame causale si chiama delle cause efficienti 
(nexus effedìvus). Ma si può anche concepire, invece, una 
relazione causale secondo un concetto della ragione (di 
fini), che, quando la si consideri come serie, presenti una 
dipendenza ascendente e discendente, in modo che la cosa 
che una volta è designata come effetto, risalendo, meriti 
il nome di causa di quell'altra cosa di cui è effetto. Nella 
pratica (o nell’arte) si trova facilmente un simile legame, 
come, per esempio, la casa, che è bensi la causa del da¬ 
naro che si riceve pel fitto, ma la rappresentazione di que¬ 
sto introito possibile fu la causa della sua costruzione. 
(In tal legame causale è detto delle cause finali (nexus 
finalis). Forse il primo si potrebbe chiamar meglio legamo 
delle cause reali, e il secondo legame delle cause ideali, 
perchè queste denominazioni fanno comprendere che non 
possono esservi so non queste due specie di causalità. 

In una cosa in quanto fine della natura si richiede in 
primo luogo che le parti (relativamente alla loro esi¬ 
stenza e alla loro forma) siano possibili soltanto mediante 
la loro relazione col tutto. Perchè la cosa stessa è un 
fine, e quindi è compresa sotto un concetto o un’idea, che 









246 


f 


PASTE II - SEZIONE I 

devo dolenti nuore a pr ori tutto ciò che in essa dev’essere 
contenuto. Ma una cosa, in quanto è concepita come pos¬ 
sibile soltanto in questo modo, è semplicemente un’opera 
d arte; vale a dire, è il prodotto di una causa ragionevole 
e differente dalla materia della cosa (le parti), di cui la 
causalità (nella raccolta e nella composizione delle parti) 
è determinata dalla sua idea di un tutto possibile (e quindi 
non dalla natura esteriore). 

Ma se una cosa, in quanto prodotto della natura, deve 
contenere in se stessa e nella sua possibilità interna una 
relazione a lini, vale a dire dove essere possibile soltanto 
come fino della natura e senza la causalità dei concetti di 
esseri ragionevoli ad essa esterni, si richiede in secondo 
luogo che le parti si leghino a formare l’unità del tutto 
in modo da essere reciprocamente causa ed effetto della 
loro forma. Perchè solo in tal modo è possibile che a sua 
volta l’idea del tutto determini la forma e il legame di 
tutto le parti: non in quanto causa — perchè allora si 
avrebbe un prodotto dell’arte — ma, per colui che giudica, 
come il principio della conoscenza dell’unità sistematica 
della forma, e del legame di tutto il molteplice contenuto 
nella materia data. 

Sicché in un corpo che, in se stesso e secondo la sua 
possibilità interna, dev’essere giudicato come un flne della 
natura, si richiede che le parti tutte insieme si producano 
reciprocamente, circa la loro forma e il loro legamo, e pro¬ 
ducano così, in forza della propria causalità, un tutto, di 
cui il concetto a sua volta (in un essere che possegga se¬ 
condo concetti la causalità richiesta dal prodotto stesso) 
è causa del prodotto secondo un principio, in modo che 
perciò i] legame delle cause efficienti possa esser giu¬ 
dicato nel tempo stesso come effetto mediante cause 
finali. 

In una simile produzione della natura ogni parte è con¬ 
cepita come esistente solo per mezzo delle altre, e per le 
altre e il tutto, vale a dire come uno strumento (organo); 
il che però non basta (perchè potrebbe essere ancho uno 









ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


247 


strumento dell’arte, e quindi essere rappresentata solo 
come imo scopo possibile in generale); dev’essere conce¬ 
pita come un organo che produce le altre parti (e o 
reciprocamente prodotto da esse), mentre nessuno stru¬ 
mento dell’arte è così, e solo la natura può fornire tutta 
la materia agli strumenti (anche a quelli dell’arte) ; so o 
allora un tale prodotto, in quanto essere organizzato 
e che si organizza da sè, può esser chiamato un fino 
della natura. 

In un orologio, una parte è lo strumento che serve al 
movimento delle altre; ma una mota non è la causa effi¬ 
ciente della produzione delle altre; una parte esiste bensì 
in vista delle altre, ma non per mezzo di esse. Perciò la 
causa produttrice dell’orologio e della sua forma non e 
contenuta nella natura (di questa materia), ma sta fuori 
di esso, in un essere che può agire secondo le idee di un 
tutto possibile mediante la sua causalità. Se quindi nel¬ 
l’orologio una ruota non produce l’altra, ancor meno un 
orologio produrrà un altro orologio, impiegando altra ma¬ 
teria (organizzandola); perciò non rimpiazzerà da se le 
parti mancanti, o riparerà, mediante le altre, ai difetti 
della costruzione primitiva di certe parti, o si correggerà 
spontaneamente quando si trova in disordine; tutte coso 
che invece ci possiamo aspettare dalla natura organiz¬ 
zata — Un essere organizzato non è dunque una semplice 
macchina, che non ha altro che la forza motrice: pos¬ 
siede una forza formatrice, tale che la comunica alle 
materie che non l’hanno (le organizza): una forza for¬ 
matrice, che si propaga, e che non può essere spiegata 
con la sola facoltà del movimento (il meccanismo). 

Si dice assai poco della natura c della facolta che essa 
dimostra nei prodotti organizzati, quando questa si chiama 
un analogo dell’arte; perchè allora si pensa l’artista 
(un essere ragionevole) fuori di essa. La natura invece si 
organizza da sè, e, in ogni specie dei suoi prodotti orga¬ 
nizzati, secondo un esemplare in generale; ma anche con 
quelle opportune deviazioni, che esige la conservazione di 










248 


PARTE II - SEZIONE 1 


HO s tossii» secondo le circostanze. Forse ci si avvicina di 
Iiin a questa proprietà impenetrabile, quando la si chiama 
un analogo della vita: ma allora o bisogna dotare la 
materia, in quanto semplice materia, di una proprietà 
(l’ilozoismo), che ripugna alla sua essenza, oppure bi¬ 
sogna associarle un principio estraneo (un’anima), che 
stia in comunione con essa; ne) qual caso, se un tale 
prodotto deve essere un prodotto naturale, o si deve 
presupporre già la materia organizzata come strumento 
di quell anima, e allora non la si spiega affatto, oppure 
bisogna far dell anima l’artista di quest’opera sottraendone 
la produzione alla natura (corporea). Rigorosamente par 
laudo, l’organizzazione della natura non ha dunque alcuna 
analogia con qualche causalità che noi conosciamo 1 . La 
bellezza della natura, che è attribuita agli oggetti solo 
relativamente alla riflessione sulla intuizione esterna di 
essi, e quindi soltanto per la forma della loro supcrtìcie, 
può esser detta con ragione un analogo dell’arte. Ma la 
perfezione interna della natura, quale la posseg¬ 
gono quelle coso che son possibili solo come fini della 
natura, e si chiamano perciò esseri organizzati, non si 
può concepire o spiegare con alcuna analogia con qualche 
facoltà fisica o naturale che conosciamo, e, sebbene noi 
stessi, nel senso più largo, apparteniamo alla natura, 
neppure con una stretta analogia con l’arte umana. 

11 concetto d’una cosa, come fine della natura in se. 
non è dunque un concetto costitutivo dell’intelletto o della 
ragione; ma può essere un concetto regolatore pel Giudi 
zio riflettente, dirigendo la ricerca sugli oggetti di quesla 


1 Si può invece diti- lume, mediante un'analogia coi fini suddetti della 
natura, ad una curia riunione, cho però si trova più nell’ idea .die nella reniti! 
Cosi, trattandosi dell’ impresa di una totale trasformazione di un grande pò 
polo m uno stato, si è adoperata spesso « molto opportunamente la parola 
organizzazione per designare l’assettamento delle magistrature, ole. e per 
fino di tutto il corpo dello stato, Perchè in un tutto come questo ogni membro 
dovessero non soltanto mezzo, ma anche scopo; e, mentre concorre alla possi- 
bil.tìl de! tutto, è determinato a sua volta dall’idea del tutto, relativamente ai 
tuo posto e alla sua funzione. 










ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


24» 


specie, e permettendo la riflessione sul loro princìpio su¬ 
premo, per via di lontana analogia con la nostra causatiti 
secondo fini in generale; il che veramente non e a vantag¬ 
gi della conoscenza della natura o della sua origine ma 
piuttosto a vantaggio di quella stessa facolta pratica della 
ragione con la anale analogicamente consideriamo la causa 

di quella dualità. . , u„ 

Crii esseri organizzati son dunque i soli nella oaturjphe 
anche quando siano considerati per sè e senza nferunento 
ad altre cose, devono essere concepiti come possibili scop 
di essa; son quelli che danno la prima volta una realta 
oggettiva al concetto d’uno scopo, che non sia uno scopo 
pratico ma della natura, e forniscono perciò alla scienza 
della natura un fondamento per una teleologia, cioè por 
uu modo di considerare gli oggetti della natura secondo 
un principio particolare, che altrimenti non si sarebbe 
assolutamente autorizzati ad introdurvi (perche la pos¬ 
sibilità di una simile specie di causalità non si può 
gere punto a priori) ■ 


g 6(j. Del principio del giudizio 
sulla 'finalità interna negli esseri organizzali. 

Questo principio, che è nel tempo stesso la definizione 
della finalità interna, dice: è un prodotto organiz¬ 
zato della natura quello in cui tutto e recipro¬ 
camente scopo e mezzo. Nulla in esso c vano, senza 
scopo, o da attribuirsi ad un cieco meccanismo della 

111 Questo principio, veramente, se si guarda all’occasione 
della sua origine, è da ritenersi derivato dall esperienza, 
cioè da quella esperienza istituita metodicamente e che 
si chiama osservazione; ma per la universalità c la no 
cessità, che esso afferma di una tale finalità, non può ri¬ 
posare semplicemente sopra principi! dell esperienza, e 
deve avere a fondamento qualche principio a priori, sia, 












— 


1 




250 PARTE II - SEZIONE I 

puro soltanto regolatore, e ammesso pure che quei fini 
risiedano soltanto nell’idea di colui che giudica e non in 
qualche causa efficiente. Il principio suddetto si può chia¬ 
mare perciò una massima del giudizio della finalità in- 
torna degli esseri organizzati. 

È noto che gli anatomisti delle piante e degli animali, 
per studiarne la struttura, e per poter riconoscere per¬ 
chè e a qual fine furono date loro quelle parti, quella di¬ 
sposizione e quel legame delle parti stesse, e proprio 
quella forma interna, ammettono come imprescindibil¬ 
mente necessaria la massima, che niente è inutile in 
tali creature, e le accordano lo stesso valore che al prin¬ 
cipio della scienza generale della natura, cioè che nulla 
avviene a caso. E, in realtà, essi non possono rinunziare 
a questo principio teleologico, più che non possano ri¬ 
nunziare al principio fisico generale; perchè, come con 
1 abbandono di quest’ultimo non resta più possibile l’e¬ 
sperienza in generale, così con l’abbandono del primo 
principio non resta più alcuna norma per l’osservazione 
d una specie di cose naturali, che abbiamo concepite una 
volta teleologicamente sotto il concetto di fini della natura. 

Perchè, di fatti, questo concetto conduce la ragione in 
tutt'altro ordine di cose che non sia un semplice mecca¬ 
nismo della natura, che qui non ci può più soddisfare. 
Un’idea dev’esservi a fondamento della possibilità deila 
produzione della natura. Ma, poiché un’ idea .è un’assoluta 
unità di rappresentazione, mentre la materia è una molte¬ 
plicità di cose, che per se stessa non può fornire alcuna 
unità determinata di composizione, se quell’unità del¬ 
l’idea deve servire come principio che determini a priori 
una legge naturale della causalità di una tale forma di 
composizione, lo scopo della natura si estende a tutto 
ciò che è contenuto nella sua produzione. E, difatti, dal 
momento che non riferiamo in generale questo effetto 
ad un principio soprasensibile, al di là del cieco mecca¬ 
nismo della natura, lo dobbiamo giudicare interamente 
secondo questo principio; e non v’è alcuna ragione per 










ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


251 


ammettere che la forma di una tale cosa dipenda ancora 
in parte dall’altro principio, perchè allora nel miscuglio 
di principii eterogenei non resterebbe più alcuna regola 

sicura del giudizio. . . 

Senza dubbio, per esempio, nel corpo di un animale, 
parecchie parti possono essere concepite come concre¬ 
zioni secondo leggi puramente meccaniche (come la pelle, 
le ossa, i capelli). Però dev’essere giudicata sempre te- 
leologicamente la causa che fornisce la materia necessa¬ 
ria, la modifica in tal modo, la forma, e la depone nei 
posti appropriati, in modo che tutto in questo corpo deve 
essere considerato come organizzato, e tutto a sua volta 
come organo in un certo rapporto con la cosa stessa. 


g 67._ IM principio del giudizio teleologico sulla natura 

considerata in generale come un sistema di fini. 

Della finalità esterna dello cose della natura abbiamo 
detto avanti che essa non ci autorizza sufficientemente a 
considerare queste cose come fini della natura, per spiegare 
la loro esistenza, e ad usare i loro effetti, accidentalmente 
finali rispetto all’idea, come fondamenti della loro esi¬ 
stenza secondo il principio delle cause finali. Così i fiumi, 
perchè favoriscono la comunione tra i popoli nell’ interno 
dei paesi, le montagne perchè contengono le sorgenti di 
questi fiumi e le provviste di neve per conservarli nei 
tempi in cui non piove, l’inclinazione dei terreni che 
trasporta queste acque lasciando asciutti i paesi, non pos¬ 
sono essere tenuti per fini della natura; poiché, sebbene 
questa forma della superficie terrestre sia molto necessa¬ 
ria all’esistenza e alla conservazione del regno vegetale 
ed animale, non ha in sè nulla di cui la possibilità ci 
obblighi ad ammettere una causalità secondo fini. Lo stesso 
vale per le piante che l’uomo adopera pel suo bisogno e 
pel suo piacere: degli animali, il camello, il bue, il cavallo, 
il cane, etc., di cui l’uomo usa in tanti modi, sia pel suo 















252 


PARTE II - SEZIONE I 


nutrimento, sia pel suo servizio, e di cui in gran parte 
,H " mio far di meno. Delle cose di cui non si ha alcuna 
’ ,l, ‘ ,h considerarle per s e stesse come fini, il rapporto 
oslen.o può esser giudicato come finale soltanto in via 
•I ipotesi. 

Giudicare una cosa come fine della natura, a causa della 
sua lonna interna, è tutt’altro che considerare come fine 
«e a natura l’esistenza di questa cosa. In quest’ultimo 
caso abbiamo bisogno non soltanto del concetto di uno 
v ora) possibile, ma della conoscenza dello scopo finale 
fseopus) della natura, il quale implica un rapporto della 
natura a qualcosa di soprasensibile, che trascende di molto 
ulta la nostra conoscenza teleologica della natura: perché 
lo scopo dell esistenza della natura stessa deve essere cer- 
cato m di sopra della natura. La forma interna di un 
semplice filo d’erba può dimostrare a sufficienza per la 
nostra umana facoltà di giudicare, che la sua origine è 
possi bile semplicemente secondo la regola dei fini. Ma. 
ae si prescinde da ciò, e si guarda soltanto all’uso che ne 
fanno altri esseri naturali, se si tralascia quindi la eoa 
siderazione dell organizzazione interna, e si guarda solo 
alle relazioni finali esterne, come la necessità dell’erba 
«imi! mezzo desistenza pel bestiame, e di questo per 
I nomo; e se non si vede perchè è necessario che esistano 
degl, uomini (al che non sarebbe tanto facile rispondere 
se s, pensa agli abitanti della Nuova Olanda o a quelli’ 
mila Terra del Fuoco); non si arriva ad alcun fine cate- 
goi ico: ma tutta questa relazione di finalità riposa su 
. ' Una c ' ondlzI °ne che si pone sempre più in alto, e che 

irr,rr izionaia (resistonza * ««««. come 

fisir o t , 6 ’• “,'f feramen tc fuori de H a considerazione 
è uno t° fi, a de] m ° nd0 - Ma adora una tal cosa non 
e uno scopo della natura; perchè non la si può considerare 

tatÙl ^ SUa 8P60Ìe) — produzione 

Solo la materia, in quanto organizzata, è dunque quel¬ 
le implica necessariamente nel proprio concetto uno 






ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


253 


scopo naturale, perchè questa sua forma specifica è nel 
tempo stesso un prodotto della natura. Ma questo concetto 
conduce necessariamente all’ idea dell’ intera natura come 
un sistema secondo la regola dei fini; alla quale idea deve 
essere subordinato, secondo principii della ragione, tutto 
il meccanismo della natura (perchè si possano almeno stu¬ 
diare i fenomeni naturali). Tutto nel mondo è buono a 
il uniche cosa, nient e vi esiste invano, è un principio ine¬ 
rente alla ragione solo soggettivamente, vale a dire in 
quanto massima; e dall’esempio che la natura dà nei suoi 
prodotti organizzati, si è autorizzati, anzi invitati, a non 
aspettare da essa e dalle sue leggi niente che, nell’ insieme, 
non abbia carattere finale. 

Si comprende che questo non è un principio pel Giu¬ 
dizio determinante, ma soltanto poi Giudizio riflettente, 
che è regolatore o non costitutivo; e che perciò noi rice¬ 
viamo da esso solo una norma per considerare le cose 
della natura, relativamente a un principio già dato, se¬ 
condo un nuovo ordine di leggi, e per estendere la scienza 
della natura secondo un altro principio, cioè quello delle 
causo finali, senza pregiudizio per altro di quello del mec¬ 
canismo della sua causalità. Del resto, in tal modo non 
si decide punto, se una cosa che giudichiamo secondo 
questo principio sia uno scopo intenzionale della na¬ 
tura; se l’erba esista pel bue o per la pecora, e se questi 
animali e le altre cose della natura esistano per gli 
uomini. È buono considerare anche da questo lato le cose 
che ci sono spiacevoli, ed anche contrarie sotto certi ri¬ 
spetti. Così, per esempio, si potrebbe dire che l’insetto che 
travaglia l’uomo stando nei suoi abiti, nei capelli e nel 
letto, è, per una saggia disposizione della natura, uno sti¬ 
molo alla nettezza, che per se stessa è già un mezzo im¬ 
portante per la conservazione della salute. Oppure che le 
zanzare e gli altri insetti pungenti, che rendono così pe¬ 
nosi ai selvaggi i deserti dell’America, siano tanti assilli 
per spingere l’attività di questi uomini inesperti a rasciu¬ 
gar le paludi, a diradare le spesse foreste che arrestano 




















254 


PARTE II - SEZIONE I 


la luco, e a rendere così, mediante anche la cultura del 
suolo, più sano il loro soggiorno. Perfino ciò che nell’or- 
ganizzazione interna dell’uomo pare contrario alla sua na¬ 
tura, riguardato in questo modo, ci apre una veduta pia¬ 
cevole, e qualche volta anche istruttiva, sopra un ordine 
teleologico delle cose, cui non ci condurrebbe mai, senza 
un tal principio, la semplice considerazione fìsica. Allo 
stesso modo che alcuni giudicano il verme solitario esser 
stato dato all’uomo o all’animale, in cui abita, quasi a 
compensare un certo difetto dei suoi organi vitali, io 
domanderei se i sogni (che accompagnano sempre il sonno, 
sebbene ce ne ricordiamo raramente) non possano essere 
una disposizione finale della natura, in quanto servono 
cioè, nel rilassamento di tutte le forze motrici del corpo, 
a muovere intimamente gli organi vitali per mezzo del- 
l’immaginazione e della sua grande attività (che in tale 
stato arriva spesso fino all’affezione); l’immaginazione, 
d’ordinario, nel sonno notturno gioca con tanto maggiore 
vivacità, quando per la pienezza dello stomaco, quei mo¬ 
vimenti son tanto più necessarii; e quindi, senza questa 
forza che muove dall’interno, e senza quell’inquietudine 
faticosa di cui accusiamo i sogni (che forse in realtà sono 
intanto dei rimedii), il sonno, anche nello stato sano, sa¬ 
rebbe una totale estinzione della vita. 

Anche la bellezza della natura, vale a dire il suo ac¬ 
cordo col libero giuoco delle nostre facoltà conoscitive 
nell’apprensione e nel giudizio dei suoi fenomeni, può esser 
considerata in tal modo come una finalità oggettiva della 
natura, in quanto questa nel suo insieme può essere un 
sistema, di cui l’uomo è un membro, dappoiché il giudizio 
teleologico della natura stessa mediante quei fini che ci 
forniscono gli esseri organizzati, ci ha autorizzati all’ idea 
di un grande sistema di fini naturali. Noi possiamo consi¬ 
derare come un favore 1 della natura, che essa abbia, oltre 


1 Nella parte estetica si disse che noi guardiamo con favore olla 
bella natura, ricevendo dalla sua forma un piacere interamente libero 






ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


255 


l’utile, dispensato con tanta ricchezza le bellezze e le at¬ 
trattive, ed amarla perciò, allo stesso modo che la consi¬ 
deriamo con stima per la sua immensità, e che da questa 
considerazione ci sentiamo nobilitati, proprio come se la 
natura avesse stabilito ed ornato, soltanto per questo 
scopo, il suo magnifico teatro. 

In questo paragrafo noi vogliamo dire soltanto que¬ 
sto: che cioè dal momento che nella natura abbiamo sco¬ 
perto una facoltà di formare prodotti, che possono essere 
concepiti da noi solo secondo il concetto delle cause finali, 
noi andiamo oltre, e abbiamo bisogno di giudicare come 
appartenenti ad un sistema di fini anche quelle cose (o il 
loro rapporto, sebbene finale), che non rendono necessa¬ 
rio, per spiegare la loro possibilità, il cercare un altro 
principio al di là del meccanismo delle cieche cause effi¬ 
cienti; perchè già la prima idea, per ciò che riguarda il 
suo principio, ci conduco al di là del mondo sensibile, 
giacché l’unità del principio soprasensibile non dev’essere 
considerata come valida soltanto per certe specie di esseri 
naturali, ma valida allo stesso modo per l’insieme della 
natura in quanto sistema. 


§ 68. — Del principio della teleologia 
come principio interno della scienza della, natura. 

I principii d’una scienza o sono inerenti ad essa, e si 
dicono nativi ( princ ipia domestica); o sono fondati sopra 
concetti che possono trovar posto soltanto fuori di essa, 
e sono principii stranieri (peregrina). Le scienze, che 
contengono questi ultimi, pongono a fondamento della 


(disinteressato). Perchè, difatti, in questo semplice giudizio di gusto non si 
considera per quale scopo esistano queste bellezze naturali: se per eccitare in 
noi un piacere, o senza nessun rapporto a noi come scopo. Ma in un giudizio 
teleologico badiamo anche a questa relazione; e allora possiamo considerare 
come un favore della natura che essa abbia voluto giovare alla nostra, 
cultura con l’esposizione di tante belle figure. 










25 r, 


PARTE II - SEZIONE I 


loro iloti ri na dei lemmi (Icmmata); vale a dire, prendono 
in prestilo da un’altra scienza un concetto, e con questo 
mi principio pel loro ordinamento. 

Ogni scienza ò per se stessa un sistema: e in essa non 
e sullimente costruire secondo principii, e quindi proce¬ 
dere tecnicamente; ma è necessario trattarla architetto¬ 
nicamente, come un edifìcio per sè stante, non come una 
dipendenza o una parte di un altro edificio, ma come un 
tutto; sebbene dopo si possa costruire un passaggio da 
essa a un altra scienza, o reciprocamente. 

Se, dunque, nel contesto della scienza della natura si 
introduce il concetto di Dio, per spiegare la finalità natu¬ 
rale, o quindi si adopera a sua volta questa finalità per 
dimostrare che esiste un Dio, ciascuna delle due scienze 
resta senza intima consistenza, ed un circolo vizioso io 

ronde incerte entrambe, per aver esse confuso i loro 
limiti. 


Lespressione di fine della natura previeno già abba¬ 
stanza questa confusione, da non farci confondere la 
scienza della natura, e l'occasione che ci dà al giudizio 
teleologico dei suoi oggetti, con la considerazione di 
Dio e quindi con una deduzione teologica; e non si deve 
riguardare corno insignificante lo scambiare quell’espres¬ 
sione con l’altra di uno scopo divino nell’ordinamento 
nella natura o darla come più appropriata ad un’anima 
Pia, giacché infine si dovrà sempre arrivare alla dedu¬ 
zione di quelle forme finali della natura da un saggio 
creatore del mondo; ma bisogna scrupolosamente e mo¬ 
lestamente limitarsi a quell’espressione che non dice più 
< i quello che sappiamo, cioè all’espressione di fine natu¬ 
rale. Perchè difatti, prima di domandarci qual’è la causa 
della natura, noi troviamo, in essa e nel corso della sua 
produzione, prodotti che son formati secondo leggi cono¬ 
sciuto dall’esperienza, e secondo le quali la scienza della 
natura dove giudicare i suoi oggetti, e quindi cercarne 
la causalità nella natura stessa secondo la regola dei 
firn. Essa perciò non deve superare i proprii limiti per 





ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


257 


"ilindurre in se stessa, come principio nativo, ciò di cui 
■ I ' micetto non può essere adeguato ad alcuna esperienza, 
' In 1 non si può osare d’introdurre se prima la scienza 
■I' Ila natura non sia completa. 

I ii qualità della natura, che si possono dimostrare 
" pr'ori e di cui perciò la possibilità si può scorgere per 
' 1,1 ^ prineipii universali senza il concorso dell’espe¬ 
rienza, non possono essere riferite alla teleologia della 
natura, in quanto è un metodo di risolvere le questioni 
appartenenti alla fisica, perchè, sebbene esse implichino 
ima finalità tecnica, sono assolutamente necessarie. Le 
analogie aritmetiche e geometriche, come le leggi gene¬ 
rali della meccanica, per quanto si presenti strana e me¬ 
ravigliosa l’unione di regole diverse e in apparenza in- 
dipendenti luna dall'altra, in un unico principio, non 
contengono alcun diritto per essere prineipii esplicativi 
nella fisica; c, se meritano di essere prese in considera¬ 
zione nella teoria generale della finalità delle cose natu¬ 
rali, sarebbe questa una considerazione che vien da un’al¬ 
tra parte, che appartiene alla metafisica, e non costituisce 
un principio inerente alla scienza della natura; come, in¬ 
vece, quando si tratta delle leggi empiriche dei fini della 
natura negli esseri organizzati, è non soltanto permesso, 
ma inevitabile, di adoperare il giudizio teleologico come 
principio della scienza della natura relativamente ad una 
classe particolare dei suoi oggetti. 

Ora la fisica, per tenersi strettamente nei suoi limiti 
astrae dalla questione se i fini della natura siano o no 
intenzionali, perchè questo significherebbe impacciarsi 
dun compito estraneo (cioè di quello della metafisica). 
Basta che vi siano oggetti che si possano spiegare, per 
ciò che riguarda la loro forma interna, o anche soltanto 
conoscere intimamente, per mezzo soltanto di leggi natu¬ 
rali che possiamo concepire unicamente prendendo l’idea 
di fine come principio. Per non incorrere nel sospetto che 
si pretenda anche menomamente di mischiare tra i nostri 
principi, di conoscenza qualche cosa che non appartiene 


35. Kant, Critica del giudizio. 


17 













PARTE II - SEZIONE I 

limilo alla fisica, cioè una causa sopranaturale, nella te¬ 
leologia si parla bensì della natura come se la finalità in 
ri. ;i losse intenzionale, ma nello stesso tempo se ne parla 
lo modo da attribuire quell’intenzione alla natura, vale 
a dire alla materia; con che si vuol mostrare (giacché un 
malinteso non è possibile, non potendo nessuno attribuire 
ad una materia inanimata l’intenzione del senso proprio 
della parola), che qui questa parola significa solo un prin¬ 
cipio del Giudizio riflettente, non del Giudizio determi¬ 
nante: e quindi non introduce un principio particolare di 
causalità, ma aggi unge soltanto all’uso della ragione un’al¬ 
tra specie d’investigazione, diversa da quella secondo le 
leggi meccaniche, allo scopo di compensare la deficienza 
di queste ultime nella stessa ricerca empirica di tutte le 
leggi particolari della natura. Perciò nella teleologia, in 
quanto si riferisco alla fisica, si parla giustamente della 
saggezza, dell’economia, della preveggenza, della benefi¬ 
cenza della natura, senza pero farne un essere ragionevole 
(il che sarebbe assurdo), ina anche» senza ardire di met¬ 
terò al disopra di essa un altro essere intelligente, come 
aitefice, perchè ciò sarebbe temerario 1 ; si designa sola¬ 
mente una specie di causalità della natura secondo una 
analogia con la causalità nostra nell’uso tecnico della ra¬ 
gione, affine di aver davanti agli occhi la regola con cui 
debbono essere studiati certi prodotti naturali. 

Ma perchè la teleologia non costituisce d’ordinario una 
parte speciale della scienza teoretica della natura, ed è 
riferita alla teologia come una propedeutica o un passag¬ 
gio? È per mantenere fermo lo studio della natura, per 


1 La parola tedesca vermesten è una parola bella c piena di senso. Un 
giudizio in cui si dimentichi di calcolare la porlata delle nostre forze (dell' in¬ 
telletto), pub apparire qualche volta molto umile, e tuttavia aver grandi pro¬ 
tese ed esser molto temerario. Pi questa specie sono la maggior parto dei 
giudizii con cui si pretende d'innalzare la saggezza divina, attribuendole, nello 
opere della creazione e nella conservazione di queste opere, intenzioni elio 
veramente possono fare onore solo alla saggezza di colui che ragiona in 
questo modo. 














ANALITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


25!) 


• I"Muto riguarda il suo meccanismo, in ciò che possiamo 
•nl.toporre alla nostra osservazione e ai nostri esperimenti, 
m modo che possiamo produrre noi stessi come la na- 
lura, o almeno con analogia con le sue leggi; pei*chè si 
vede perfettamente solo quello che si può fare da sè e 
realizzare secondo eoneetti. Ma l’organizzazione, come fine 
interno della natura, supera infinitamente ogni facoltà di 
produrre un’esibizione simile per mezzo dell’arte: e per 
ciò che riguarda quelle disposizioni esterne della natura 
elio son tenute come finali (per esempio, i venti, la piog¬ 
gia, etc.), la fisica ne considera bensì il meccanismo, ma 
non può mostrare la loro relazione a fini, in quanto questi 
debbono essere una condizione inerente necessariamente 
alla causa, perchè questa necessità del legame riguarda i 
nostri eoneetti e non la natura delle cose. 


















Sezione Seconda 

DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


§ 69. — Che cos’è un’antinomia del giudizio? 

Il Giudizio determinante non ha per se stesso prin- 
pii che fondino concetti d’oggetti. Non è autonomo; 
perchè sussume soltanto a leggi date, o a concetti presi 
come principiò Appunto perciò non è esposto al pericolo di 
un’antinomia propria e ad una contradizione dei suoi prin¬ 
cipiò Così il Giudizio trascendentale, che conteneva le con¬ 
dizioni per la sussunzione sotto le categorie, vedemmo che 
per se stesso non era nomotetico; non faceva che indi¬ 
care le condizioni dell’intuizione sensibile, sotto le quali 
può esser data realtà (applicazione) ad un concetto dato, 
in quanto logge dell’intelletto; e in ciò non poteva mai 
trovarsi in disaccordo con se stesso (almeno secondo i 
principii). 

Ma il Giudizio riflettente deve sussumere sotto una 
legge che non è ancora data, e quindi in realtà non è se 
non un principio della riflessione sugli oggetti, nei quali 
oggettivamente ci manca affatto una legge, o un concetto 
dell’oggetto che possa essere principio sufficiente poi 
casi dati. Ora, poiché nessun uso delle facoltà conosci¬ 
li ve può sussistere senza principii, il Giudizio riflettente 
in tali casi dovrà fare da principio a se stesso: il quale 
principio, non essendo oggettivo, e non potendo fondare 
una conoscenza dell’oggetto sufficiente allo scopo, deve 
vrvire soltanto, come principio puramente soggettivo, 





2(52 


PARTE XI - SEZIONE II 


all'uso limili 1 «lolle facoltà conoscitive, cioè per riflettere 
N'M'ra una certa specie di oggetti. Sicché per questi casi 
il (l'indizio riflettente ha le sue massime, e massime ne¬ 
cessario, dirette alla conoscenza delle leggi naturali nel¬ 
l'esperienza, e a raggiungere, per mezzo di tali leggi, dei 
concetti, che possono essere anche concetti della ragione, 
quando il Giudizio ne abbia assolutamente bisogno per 
imparare a conoscere la natura secondo le sue leggi em¬ 
piriche. — Ora, tra queste massime necessario del Giu¬ 
dizio riflettente può esserci una contradizione, e quindi 
un’antinomia; su cui si fonda una dialettica, che, se cia¬ 
scuna delle due massime contradittorie ha la sua ragione 
nella natura delle facoltà conoscitive, può esser chiamata 
una dialettica naturale, e un’illusione inevitabile, la quale, 
perchè non inganni, dev’essere scoperta e risoluta dalla 
critica. 


§70 .—Esposizione di questa antinomia. 

In quanto si applica alla natura come insieme degli 
oggetti dei sensi esterni, la ragione può fondarsi sopra 
leggi che in parte l’intelletto prescrive da sè a pr 'ori alla 
natura, e in parte può estendere all’infinito per mezzo 
• ielle determinazioni empiriche che presenta l’esperienza. 
Per l’applicazione della prima specie di leggi, cioè delle 
leggi universali della natura materiale in generale, il 
giudizio non ha bisogno di un principio particolare di ri¬ 
flessione; in tal caso, è determinante, perchè gli è dato 
un principio oggettivo mediante l’intelletto. Ma per ciò 
che riguarda le leggi particolari, che solo l’esperienza può 
farci conoscere, può esservi in esse tanta varietà ed etero¬ 
geneità, che il Giudizio devo servir da principio a se stesso 
anche solo per ricercare ed investigare i fenomeni della 
natura secondo una legge; poiché di questa ha bisogno 
come di una norma, se per poco deve soltanto sperare in 
una conoscenza empirica coerente, fondata sopra una re¬ 
golarità generale della natura, e quindi nell’unità di que- 












DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


2(kì 

►la secondo leggi empiriche. In questa unità accidentale 
dille leggi particolari può accadere che il Giudizio nella 
ma riflessione proceda da due massime, di cui l’una gli è 
tornita a 'pr ori dal semplice intelletto, mentre l’altra ò 
occasionata da esperienze particolari che pongono in 
giuoco la ragione, in modo da terminare secondo un par¬ 
ticolare principio il giudizio della natura corporea e delle 
sue leggi. Si trova allora che queste due massime non 
sembra che possano star bene insieme; e ne nasce una 
dialettica, che confonde il Giudizio nel principio della sua 
riflessione. 

La prima massima del giudizio è la tesi: Ogni pro¬ 
duzione delle cose materiali e della loro l'orma deve essere 
giudicata possibile secondo leggi puramente mocrniiiolie. 

La seconda massima è l’unti tesi: Alcuni pro¬ 
dotti della natura materiale non possono esser giudicali 
possibili secondo leggi puramente materiali (il loro giu 
dizio esige una leggo di causalità del tutto diversa, cioè 
quella delle cause finali). 

Se questi priucipii, che son regolatori per l’investiga 
zinne della natura, si convertissero in principii costitutivi 
della possibilità degli oggetti stessi, suonerebbero così: 

Tesi: Ogni produzione delle cose materiali è possibile 
secondo leggi puramente meccaniche. 

Antitesi: Alcuni prodotti della natura non sono pos¬ 
sibili secondo leggi puramente meccaniche. 

Enunciate in tal modo, come principii oggettivi pel Giu¬ 
dizio determinante, queste due proposizioni si contradi¬ 
rebbero, ed una sarebbe necessariamente falsa; si avrebbe 
allora un’antinomia, ma non un’antinomia del Giudizio, 
bensì una contradizione nella legislazione della ragione. 
Ma la ragione non può dimostrare nò l’imo nè l’altro di 
questi principii, perchè non possiamo avere a priori alcun 
principio determinato della possibilità delle cose secondo 
leggi della natura puramente empiriche. 

In quanto invece alla prima massima citata di un Giu¬ 
dizio riflettente, essa in realtà non contiene alcuna contra- 






264 


PARTE II - SEZIONE II 


dizione. Perchè quando dico: io debbo giudicare possi¬ 
bili secondo leggi puramente meccaniche tutti i fatti della 
natura materiale, o quindi tutte le forme che ne sono il 
prodotto; non dico implicitamente che tali cose son pos¬ 
sibili solo in questo modo (con l’esclusione di ogni 
altra specie di causalità); voglio indicare solamente che 
debbo riflettere su di esse sempre secondo il prin¬ 
cipio del puro meccanismo della natura, e che perciò 
questo meccanismo debbo studiarlo quanto più è possibile, 
perchè se non lo si mette a fondamento della ricerca, non 
si può avere una vera conoscenza della natura. Ciò non 
impedisce di applicare la seconda massima, quando se ne 
presenti l’occasione, vale a dire di investigare e di riflèt¬ 
tere su certe forme della natura (e all’occasione di queste 
anche su tutta la natura) secondo un principio che è 
interamente diverso dall’esplicazione col meccanismo na- 
turalo, cioè il principio delle cause finali. Perchè così non 
e abolita la riflessione secondo la prima massima, chè 
anzi è comandato di seguirla finché si può; e nemmeno è 
detto che quelle forme non orano possibili secondo il 
semplice meccanismo della natura. Si afferma soltanto 
che la ragione umana, seguendo questo principio del 
meccanismo in questo modo, potrà, ben trovare altre co¬ 
noscenze di leggi naturali, ma non si formerà mai il mi 
nimo concetto di ciò che costituisce il carattere specifico 
di uno scopo naturale; lasciando così indeciso se nel prin¬ 
cipio interno, a noi ignorato, della natura, possano riu¬ 
nirsi in un principio unico la relazione fisico-meccanica 
o la relazione finale delle cose medesime: o si dice solo 
elio la nostra ragiono non è capace di operare questa 
unione, e quindi il Giudizio, in quanto riflettente (per 
mezzo di un principio soggettivo), e non in quanto de¬ 
terminante (conformemente a un principio soggettivo della 
possibilità delle cose in sè), è obbligato a concepire a fon¬ 
damento della possibilità di certe forme della natura un 
altro principio, diverso da quello del meccanismo naturale. 











DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


265 


§ 71. — Preparazione alla soluzione 
della precedente antinomia. 

Noi non possiamo punto dimostrare l’impossibilità 
della produzione dei prodotti naturali organizzati me¬ 
diante il puro meccanismo della natura, perehè non pos¬ 
siamo scorgere nel suo primo principio interno l’infinita 
varietà delle leggi particolari di natura, che son per noi 
accidentali, essendo conosciute solo empiricamente, e 
quindi non possiamo assolutamente raggiungere il prin 
cipio interno e interamente sufficiente della possibilità 
di una natura (principio che risiede nel soprasensibile). 
Se dunque la potenza produttrice della natura sia suffi¬ 
ciente a ciò che noi giudichiamo come formato o messo 
in rapporto secondo l’idea di fini, proprio come è suffi¬ 
ciente a ciò per cui crediamo di aver bisognò di un sem¬ 
plice meccanismo della natura; e se, in realtà, le cose 
che consideriamo come veri fini della natura (come dob¬ 
biamo giudicarle necessariamente) hanno a fondamento 
una specie del tutto diversa di causalità originaria, che 
non può essere contenuta nella natura materiale o nel suo 
sostrato intelligibile, vale a dire un intelletto architetto¬ 
nico: sono questioni di cui non ci può dare assolutamente 
alcuna notizia la nostra ragione, la quale è strettamente 
limitata rispetto al concetto di causalità, quando questo 
deve essere specificato a priori. — Ma questo è indubbia¬ 
mente certo, che, relativamente alla nostra facoltà di co¬ 
noscere, il semplice meccanismo della natura non può 
fornire nessun principio esplicativo per la produzione de¬ 
gli esseri organizzati. Sicché pel Giudizio riflettente 
c un principio giustissimo, che pel legame, così manifesto, 
delle cose secondo le cause finali, si debba concepire una 
causalità diversa dal meccanismo, cioè quella di una causa 
del mondo che agisca secondo fini (intelligente); per quanto 
anche questo principio possa essere precipitato e indimo¬ 
strabile pel Giudizio determinante. Nel primo caso. 







2(36 


PARTE II - SEZIONE n 


esso è una inera massima del Giudizio, in cui il concetto 
di quella causalità è una semplice idea, alla quale non si 
pretende affatto di attribuire una realtà, ma che si usa 
soltanto come norma della riflessione, che resta sempre 
aperta a tutte le esplicazioni meccaniche e non esco dal 
mondo sensibile; nel secondo caso, il principio dovrebbe 
essere elettivo, prescritto dalla rag-ione, e il Giudizio vi 
si dovrebbe sottoporre determinatamente, passando, così 
dannando sensibile al trascendente, forse per smarrirvisi. 

Tutta l'apparenza d’un'antinomia tra la massima del¬ 
l’esplicazione propriamente fisica (meccanica) e quella 
dell esplicazione teleologica (tecnica), riposa su questo, che 
si converte un principio del Giudizio riflettente in un 
principio del Giudizio determinante, e l’autonomia del 
inumo (che vale solo soggettivamente per l’uso della nostra 
ragione relativamente alle leggi particolari dell’esperienza) 
si cambia con l’eteronomia dell’altro (che deve regolarsi 
sulle leggi generali o particolari), date dall’intelletto. 


§ 72. — Dei diversi sistemi sulla finalità della natura. 

Nessuno ha. ancora dubitato della verità di questo prin¬ 
cipio, che cioè si debbano giudicare secondo il concetto 
delle cause finali certe cose della natura (gli esseri orga¬ 
nizzati) e la loro possibilità; anche quando si cerea sol¬ 
tanto un filo conduttore per imparare a conoscere la 
loro costituzione mediante l’osservazione, senza innal¬ 
zarsi fino alla ricerca della loro origine prima. La que¬ 
stione così si riduce a sapere se quel principio è valido 
solo soggettivamente, cioè non è altro che una massima 
del nostro Giudizio, oppure è un principio oggettivo della 
natura, pel quale ad essa conviene, oltre il suo meccani¬ 
smo (secondo le semplici leggi del movimento) un’altra 
specie di causalità, vale a dire quella delle cause finali, 
rispetto a cui quelle leggi (delle forze motrici) sarebbero 
solo cause intermediarie. 











DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


267 


Tale questione, o questo problema della speculazione, 
si potrebbe lasciare interamente indecisa ed irresoluta; 
perchè, se ci contentiamo di restare nei limiti della sem¬ 
plice conoscenza della natura, in quelle massime abbiamo 
abbastanza per studiare ed investigare i segreti più ri¬ 
posti della natura, fin dove è consentito alle forze umane. 
Vi è dunque un certo presentimento della nostra ragione, 
o come un cenno che ci è dato dalla natura, i quali ci 
indicano che, mediante quel concetto delle cause finali, 
noi potremmo elevarci al disopra della natura e riattac¬ 
care la natura stessa al punto supremo della serie delle 
cause, so abbandonassimo l’investigazione della natura 
(pur non essendo andati ancora in essa molto lontano), 
o almeno la sospendessimo per un poco, per cercar prima 
di sapere dove ci conduce quel principio estraneo alla 
scienza della natura, cioè quello dei fini naturali. 

Ora quella massima incontestata qui dovrebbe mutarsi 
in un problema, che apre un largo campo alle contesta¬ 
zioni: se cioè il legame finale nella natura prova una 
specie particolare di causalità nella natura stessa; op¬ 
pure se, considerato in sè e secondo principii oggettivi, 
non è piuttosto identico al meccanismo della natura, o ri¬ 
posa con esso sopra un unico principio: soltanto che que¬ 
st’unico principio, essendo spesso troppo profondamente 
nascosto alla nostra investigazione in molti prodotti na¬ 
turali. ricerchiamo con un principio soggettivo, con quello 
dell’arte, cioè della causalità secondo idee, per attribuirla 
alla natura per analogia; e questo espediente riesce in 
molti casi, ma in alcuni sembra fallire, e in tutti i casi 
non autorizza ad introdurre nella scienza della natura 
una particolare specie di azione, differente dalla causalità 
secondo semplici leggi meccaniche della natura stessa. 
Poiché chiamiamo tecnica il procedimento (la causalità) 
della natura, per quella specie di finalità che troviamo nei 
suoi prodotti, vogliamo dividerla in intenzionale (te- 
rhn'ca interni onalis) ed iniutenzionale (technica natu- 
riiUs). La prima significherà che la potenza produttrice 



268 


PARTE II - SEZIONE II 


indura secondo cause finali deve esser tenuta come 
mia specie particolare di causalità; la seconda, che essa 
in fondo è identica col meccanismo della natura, e che 
l'accordo accidentale coi nostri concetti d’arte e con lo 
loro regole, in quanto condizione soggettiva di giudicarla, 
è considerato falsamente come una specie particolare di 
produzione della natura. 

Se ora noi parliamo dei sistemi che spiegano la natura 
dal punto di vista delle cause finali, dobbiamo notar bene 
questo: che tutti quanti disputano tra loro dommatica- 
rncnte, vale a dire sopra principii oggettivi della possibi¬ 
lità delle cose, sia ammettendo cause efficienti intenzionali, 
sia ammettendo cause efficienti puramente inintenzionali; 
e non disputano sulla massima soggettiva, che prescrive 
di giudicare semplicemente della causa di questi prodotti 
finali; in quest’ultimo caso si potrebbero ben conciliare 
principii disparati, mentre, nel primo, principii oppo¬ 
sti contradittoriamente si distruggono a vicenda e 
non possono sussistere l’uno accanto all’altro. 

1 sistemi relativi alla tecnica della natura, vale a dire 
alla sua forza produttrice secondo la regola dei fini, sono 
di due specie: sistemi dell’idealismo e sistemi del rea¬ 
lismo dei fini della natura. Ai primi è propria la con¬ 
vinzione che ogni finalità della natura è inintenzionale; 
ai secondi che una parte di questa finalità (quella degli 
esseri organizzati) è intenzionale; donde si potrebbe 
anche trarre come ipotesi questa conseguenza, che la 
tecnica della natura, anche per ciò che concerne tutti gli 
altri prodotti relativamente all’insieme della natura, è 
intenzionale, cioè fine. 

1) L idealismo della finalità (intendo qui sempre la 
finalità oggettiva) è o quello della causalità o quello 
della fatalità della determinazione della natura nella 
forma finale dei suoi prodotti. Il primo principio riguarda 
il rapporto della materia alla causa fisica della sua forma, 
cioè le leggi del movimento; il secondo riguarda il rap¬ 
porto della materia alla causa iperfisica della materia 








DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


269 


. ili tutta la natura. Il sistema della causalità, che si 
iliiibuisce ad Epicuro o a Democrito, preso alla lettera, 
. . osi evidentemente assurdo, che non ci può nemmeno in- 
h, il tenere; il sistema della fatalità invece (di cui si fa 
mi,ore Spinoza, sebbene molto probabilmente sia assai 
pili antico), che riposa su qualche cosa di soprasensibile 
. ni non arriva la nostra veduta, non può essere confutato 
Imito facilmente, perchè il suo concetto dell’essere primo 
non può esser compreso. Ma è chiaro questo, che in esso il 
brame finale nel mondo deve esser considerato come inin- 
leuzionalo (perchè deriva da un essere primo, ma non dal 
no intelletto, c quindi non da una sua intenzione, bensì 
dalla necessità della sua natura e dall'unità dei mondo 
che ne consegue), e che, per conseguenza, il fatalismo della 
finalità ò nel tempo stesso un idealismo della medesima 
finalità. 

2) Il realismo della finalità della natura è anch’esso 
fisico o iperfisico. I] primo fonda i fini della natura sul¬ 
l’analogo di una facoltà elle agisce con intenzione, la 
vita della materia (che è nella materia stessa, oppure è 
prodotto da un principio animatore interno, un’anima del 
mondo); e si chiama ilozoismo. Il secondo deriva i 
(ini dalla causa dell’universo, in quanto è un essere intel¬ 
ligente (originariamente vivente) e che produce con in¬ 
tenzione; ed è il teismo 1 . 


1 Da questo si vede che nella maggior parte dello coso speculative della 
ragion pura, in quanto ad affermazioni dominatitele, le scuole filosofiche d’ordi¬ 
nario hanno cercato per ogni quistione tutte le soluzioni possibili. Così per 
spiegare la finalità della natura si è ricorso ora ad una materia inanimata, 
ora ad un Dio inanimato, ora ad una materia vivente, ora ad un Dio 
vivente. A noi non resta, se ò necessario, altro che abbandonare tutte queste 
affermazioni oggettive, ed esaminare criticamente il nostro giudizio solo in 
rapporto con le nostre facoltà conoscitive, per dare al principio di queste, se 
non un valore dommatico, almeno il valore di una massima sufficiente ad un 
il ho sicuro della ragione. 




-- 


270 


PARTE II - SEZIONE II 


§ 73. — Nessuno dei precedenti sistemi 
mantiene ciò che promette. 

Che vogliono tutti questi sistemi? Vogliono spiegare i 
uostri giucìizii teleologici sulla natura, e lo fanno in modo 
che alcuni negano la verità di tali giudizi!, e quindi li 
spiegano con un idealismo della natura (rappresentata 
come arte), ed altri li riconoscono come veri, e promet¬ 
tono di dimostrare la possibilità d’uua natura secondo 
I idea delle cause finali. 

1) 1 sistemi, che difendono l’idealismo delle cause finali 
nella natura, ammettono, da una parte, una causalità se¬ 
condo le leggi del movimento nel principio delle cause 
finali (per cui le cose esistono conformemente a fini della 
natura); ma negano in essa l’intenzionalità, vale a dire 
che essa sia determinata intenzionalmente a questa sua 
produzione finale, o, in altri termini, negano che la causa 
sia uno scopo. Tale è la spiegazione di Epicuro, con la 
quale vien negata del tutto la differenza tra una tecnica 
della natura e la semplice meccanica, ed è preso come prin¬ 
cipio esplicativo il cieco caso, non soltanto per l’accordo 
dei prodotti naturali eoi nostri concetti di fine, e quindi 
per la tecnica, ina. anche per la determinazione delle cause 
di questa produzione secondo le leggi del movimento, e 
quindi per la loro meccanica; sicché non spiega nulla, 
nemmeno l’apparenza che è nel nostro giudizio teleologico,' 
o pei conseguenza il suo preteso idealismo non è affatto 
dimostrato. 

Spinoza, d’altra parte, vuol dispensarci da ogni ri¬ 
cerea sul principio della possibilità dei fini della natura, 
togliendo a questa idea ogni realtà, per farli valere in 
generale non come prodotti, ma come accidenti inerenti 
ad un essere primo, e attribuendo a questo essere, come 
sostrato di quelle cose naturali, non la causalità rispetto 
ad esse ma la semplice sostanzialità; e (a cagione della 
necessita incondizionata di questo essere, come di tutte 













DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


271 


lo coso naturali in quanto accidenti che gli sono inerenti) 

< Hi assicura bensì alle forme della natura l’unità del prin- 
. ipio che è richiesta da ogni finalità, ma nel tempo stesso 
luglio loro la contingenza, senza la quale non si può eon- 
ic|iire un’unità di scopo, e quindi esclude ogni inten- 
innalità, come nega ogni intelligenza alla causa delle 
i uso naturali. 

Ma lo spinozismo non fornisce ciò che vorrebbe. Vor- 
rrbbe dare un principio esplicativo del legame finale (che 
non nega) nelle cose della natura, e non fa se non nomi¬ 
nare l’unità del soggetto al quale sono inerenti. Ma, anche 
i gli si concede questo modo di esistere per gli esseri 
ilei mondo, quell’unità ontologica non è perciò un’unità 
ili fini, e non fa comprendere affatto questa. Quest’ul- 
fima, difatti, è una specie tutta particolare di unità, che 
non deriva dall’unione delle cose (gli esseri del mondo) 
in un soggetto (l’essere primo), ma implica assolutamente 
In relazione ad una causa intelligente, in modo che, se 
anche si riunissero tutte queste cose in un soggetto sem¬ 
plice, non si avrebbe mai una relazione finale: a meno 
che non si concepiscano in primo luogo queste cose come 
effetti interni della sostanza in quanto causa, e poi 
questa causa stessa coinè causa mediante la sua intel¬ 
ligenza. Senza queste condizioni formali ogni unità è 
semplice necessità di natura; e, applicata anche alle cose 
che ci rappresentiamo l’una fuori dell’altra, è cieca ne¬ 
cessità. Se poi si vuol chiamare finalità della natura ciò 
che la scuola chiama perfezione trascendentale delle cose 
(relativamente alla loro propria essenza), e per cui ogni 
cosa ha in sè tutto quello che è necessario per essere tale 
e non altra, significa giocare puerilmente con le parole 
prendendole per concetti. Perché, se tutto le cose debbono 
essere pensate come fini, e quindi essere una cosa è lo 
stesso che essere un fine, in fondo non vi è più nulla che 
meriti di esser rappresentato particolarmente come scopo. 

Da ciò si vede bene che Spinoza, riconducendo i nostri 
concetti della finalità della natura alla coscienza che ab- 









272 


PARTE II - SEZIONE II 


' Th T 1 aPPartenere ad un essere che eom- 
' • <> lutto (ma nel tempo stesso semplice), e cercando 

! forma «stante nell’unità di onesto, dovette aver 
• na (l Rimare non il realismo, ma semplicemente 

e a effe7 ? Htà d6lIa natara >‘ « però non po¬ 

liva effettuare questo sistema, giacché la semplice rappre¬ 
sentazione dell’unità del sostrato non può mai P roZre 
idea di una finalità, anche non intenzionale. 

fini i,? 6111 ,- 0110 11011 SOltant ° affermaao « realismo dei 
fini naturai,, ma pensano anche di poterlo spiegare, cre- 

no di poter scorgere una specie particolare di causalità 
X°r?r ' I , CaUSe efficieuti intenzionali, almeno per ciò 
J s — lE 8Ua PPSsibi'ità; altrimenti non potrebbero 
ImheP ? : niprenclerne la spiegazione. Perchè, difatti, 

possibiliTi' V - P -A r 1,ta ° Siee Che a,meno sia «erta la 
conce to 1 T 81 aSSUme C ° me I )ria «iPÌo, e che al 

realtà^ oggettiva. 810 PrmC * PÌ ° * la - 

implica unr SSÌbÌ f ,Ìt r d ’ UIla viven & (il concetto 

mpl ca una con tradizione, perchè l’assenza di vita, inerii, 

cos ìtuisce il carattere essenziale della materia) non si può 

concepire; quella di una materia animata, e di Vita li 

fvant e0mC 11 r anÌmalG ’ P ° trebbe essere tutt’al più 

antaggio di una finalità in grande della natura) se 

affatto / in , PieC0l °’ ma non se ne Potrebbe scorgere 
affatto a priori la possibilità. La spiegazione si aggirerà 

dcllamiturr 'T’ 0 ’ VUo1 derivaro Ia dualità 

teria e nuest I ^ ° TgUnÌzzati da » a vita della ma- 
teria e questa vita a sua volta non si conosce che negli 

J 1 organizzati, e per conseguenza senza una simile 
SssibiHtà L“l è P0SSÌbÌ1 ° ^ UD COaCett ° «À loro 

,I<,Z01smo ““«e»» tinnirne ciò che 

li teismo finalmente non pnò meglio stabilire domina. 

P ° S8Ìbi ', i, , à ** *■> °°™ «hi“e 

DM In teleologia; sebbene tra tatti i principi! esplicativi 














DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


273 


itibia il vantaggio di sottrarre nel miglior modo all’idea¬ 
lismo la finalità della natura, usando di un’intelligenza 
■ ho attribuisce all’essere primo, e introducendo una cau¬ 
li li là intenzionale per la produzione della finalità. 

Infatti, dovrebbe essere prima dimostrata a sufficienza 
pel Giudizio determinante l’impossibilità dell’unità dei fini 
nella materia mediante il suo semplice meccanismo, per 
essere autorizzati a porne il principio determinatamente 
ni di là della natura. Ma noi non possiamo dire altro 
se non che, secondo la natura e i limiti delle nostre facoltà 
conoscitive (poiché non scorgiamo il primo principio in- 
1 cimo di questo meccanismo), non dobbiamo cercare in al¬ 
cun modo nella materia un principio di determinate rela¬ 
zioni finali; e che non ci resta, invece, nessuna maniera 
di giudicare dei prodotti naturali in quanto fini della na¬ 
tura, oltre quella che è fornita da un’intelligenza su¬ 
prema come causa del mondo. Ma questo è un principio 
soltanto i>el Giudizio riflettente, non pel Giudizio deter¬ 
minante, e non può assolutamente autorizzare una affer¬ 
mandone oggettiva. 


;■ 74 .— La causa dell'impossibilità di trattare dommat.ica- 
mente il concetto d’una tecnica della natura è V inespli¬ 
cabilità. d’uno scopo naturale. 


Si tratta dommaticamente un concetto (anche quando 
miltostà a condizioni empiriche), quando lo consideriamo 
come contenuto sotto un altro concetto dell’oggetto, il 
quale costituisce un principio della ragione, e lo determi- 
ummo conformemente a questo. Trattiamo un concetto solo 
criticamente, quando lo consideriamo semplicemente in re- 
i ione con la nostra facoltà di conoscere, e quindi con 
le condizioni soggettive di concepirlo, senza pretendere 
•li decider nulla sul suo oggetto. Il procedimento domma- 
i c o rispetto a un concetto è dunque quello che è conformo 


lv Ivant, Critica, del giudizio. 


18 




274 


PARTE II - SEZIONE II 


ni Giudizio determinante; il procedimento critico è quello 
clic conviene solo al Giudizio riflettente. 

Ora il concetto d’una cosa come fine naturale è un con¬ 
cedo che sussume la natura ad una causalità concepibile 
soltanto dalla ragione, per farei giudicare secondo questo 
principio di ciò che è dato dell’oggetto nell’esperienza. 
Afa, per applicare dommaticamente questo concetto al Giu¬ 
dizio determinante, dovremmo esserci assicurati prima 
della sua realtà oggettiva, perche altrimenti non vi po¬ 
tremmo sussumere nessuna cosa della natura. Ora il con¬ 
cetto di una cosa come fine della natura è bensì condi¬ 
zionato empiricamente, cioè non è possibile che sotto certe 
condizioni date nell’esperienza; ma non può essere astratto 
da esse, ed è possibile, nel giudicare dell’oggetto, solo se¬ 
condo un principio della ragione. Per conseguenza, in 
quanto tale, di esso non si può scorgere e stabilire dom¬ 
maticamente la realtà oggettiva (vale a dire, che un og¬ 
getto ò possibile conformemente ad esso); e non sappiamo 
so è un semplice concetto ragionante ed oggettivamente 
vuoto (conceptus ratìoc'nans), oppure un concetto della 
ragione, che fonda una conoscenza ed è confermato dalla 
ragione (conceptus rat'ocinahis). Sicché esso non può es¬ 
sere trattato dommaticamente pel Giudizio determinantè; 
vale a diro non soltanto non si può decidere se le cose 
della natura, considerato come fini naturali, esigano o no 
per la loro produzione una specie particolare di causalità 
(quella intenzionale); ma non si può nemmeno porre la 
questione, perchè la realtà oggettiva del concetto d’un fine 
naturale non sia dimostrabile dalla ragione (cioè questo 
concetto non è costitutivo pel Giudizio determinante, ma 
semplicemente regolatore pel Giudizio riflettente). 

Che però non sia costitutivo, risulta chiaro da ciò che, 
in quanto concetto d’un prodotto naturale, esso im¬ 
plica, nella stessa cosa considerata come fine, la necessità 
della natura e, nel tempo stesso, la contingenza della forma 
dell’oggetto (relativamente alle semplici leggi della na¬ 
tura) ; e che, per conseguenza, se qui non v’ è contradiziono. 





DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


275 


« " deve contenere un principio della possibilità della 

■ ■ .1 in natura, ed anche un principio della possibilità di 
(iucsta natura stessa e del suo rapporto a qualcosa che non 
• ■ natura conoscibile empiricamente (a qualcosa di sopra- 

vrisibile), e quindi non conoscibile da noi, perchè lo si 
i"'ssa giudicare secondo una specie di causalità diversa 
dal meccanismo della natura, quando vogliamo decidere 
della sua possibilità. Poiché dunque il concetto di una 

■ usa in quanto fine della natura è trascendente pel Giu¬ 
di/,io determinante, quando si considera l’oggetto me¬ 
di iute la ragione (sebbene esso possa essere immanente 
i" I Giudizio riflettente circa gli oggetti dell’esperienza), 
" Quinci non gli si può attribuire la realtà oggettiva pei 
■. iudizii determinanti, si comprende come tutti i sistemi 

■ die si possono immaginare per trattare dommaticamente 
d concetto di fine naturale e della natura in quanto un 
lutto coerente in virtù di cause finali, oggettivamente non 
i 'ssano decidere niente, nè affermativamente, nè negati- 

,i mente; perchè, difatti, quando si sussumono delle cose 
otto un concetto che è semplicemente problematico, i 
predicati sintetici di questo concetto (qui, per esempio, la 
M'iestione se il fine della natura che concepiamo per spie- 
■ re la produzione della cosa, sia intenzionale o no) deb¬ 
ili no fornire giudizii anche problematici dell’oggetto, af- 
I ormativi o negativi che siano, giacché non si sa se si 
giudica di qualche cosa o di niente. Il concetto d’una 

■ nisalità mediante fini (di un’arte) ha certamente una 
' calta oggettiva, proprio come quella di una causalità se- 

' odo il meccanismo della natura. Ma il concetto d’una 
■/usaiita della natura secondo la regola dei fini, e ancor 
più di un essere che non può esserci dato nell’esperienza, 
'■ioè di un essere che è considerato come causa della na- 
iura, può essere concepito senza contradizione, ma non 
• 11 terminato dommaticamente; perchè, non potendo esser 
' rito dall’esperienza, nè essendo necessario alla possibi¬ 
li li dell’esperienza stessa, non v’è modo di assicurare la 
h i realtà oggettiva. Ma si ammetta anche questo; e al- 



276 


PARTE IX - SEZIONE II 


Iota coso che son date in maniera determinata come pro- 
dol.ti dell’arte divina, come posso metterle tra i prodotti 
della natura, di cui l’incapacità a produrre tali cose se¬ 
condo le proprie leggi rende appunto necessario l’invocare 
una causa distinta da essa? 


§ 75 .—Il concetto d’unn finalità oggettiva eldla natura 
è un princìpio critico della ragione pel Giudizio riflettente. 

V’è un’assoluta differenza tra il dire che la produzione 
cu certe cose della natura, o anche di tutta la natura, non 
è possibile se non mediante una causa che si determina 
ad agire secondo fini, e il dire che, secondo la parti¬ 
colare natura della mia facoltà conoscitiva, io 
non posso giudicare della possibilità di lincile cose e della 
loro produzione se non concependo una causa che agisce 
secondo fini, e quindi un essere che produce analogamente 
alla causalità di un intelletto. Nel primo caso voglio affer¬ 
mare qualcosa dell’oggetto, e sono tenuto a dimostrare la 
realtà oggettiva d’un concetto ch’io ammetto; nel secondo, 
la ragione non fa se non determinare l’uso delle mie facoltà 
conoscitive, conformemente alla loro natura e alle condi¬ 
zioni essenziali della loro portata e dei loro limiti. Sicché 
il primo è un principio oggettivo pel Giudizio determi¬ 
nante, il secondo un principio soggettivo, che serve sem¬ 
plicemente pel Giudizio riflettente, e quindi una massima 
che gli è assegnata dalla ragione. 

Dunque, ci è necessario assolutamente supporre il con¬ 
cetto di uno scopo nella natura, quando vogliamo anche 
soltanto studiare i suoi prodotti organizzati con un’osser¬ 
vazione continuata, e questo concetto, per conseguenza, è 
già per l’uso empìrico della nostra ragione una massima 
assolutamente necessaria. 15 chiaro che, quando abbiamo 
ammessa una volta e trovata valida questa norma che 
serve per studiare la natura, dobbiamo almeno cercare di 




DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


277 


ipi'licarè tale massima del Giudizio anche all’ insieme della 
mi Inni, perchè con essa molte altre leggi della natura si 
i m.1 1 «‘libero trovare, le quali altrimenti ci resterebbero na- 
' .iste per la limitazione della nostra facoltà di penetrare 
uri l'intimo del meccanismo naturale. Circa quest’ultimo 
u p quella massima del Giudizio è certamente utile, ma 

'. è indispensabile, perchè la natura nel suo insieme 

inni c’è data come organizzata (nel senso stretto della 
parola adoperato avanti). La stessa massima del Giudizio 
iiflettente invece è assolutamente necessaria, relativa¬ 
mente a quei prodotti della natura che debbono esser giu¬ 
dicati come formati così e non altrimenti solo in virtù 
il'uno inte nzione, quando della loro interna natura si vo- 
i Ma anche soltanto conseguire una conoscenza sperimen- 
lule; poiché è impossibile anche il pensarli come cose orga¬ 
nizzate, senza associarvi il pensiero di una produzione in¬ 
tenzionale. 

Ora il concetto d’una cosa, di cui ci rappresentiamo 
l'esistenza o la forma come possibile sotto la condizione 
d'uno scopo, è congiunto indissolubilmente col concetto 
della contingenza di questa cosa (relativamente alle leggi 
■ Iella natura). Perciò anche lo cose naturali, che troviamo 
possibili solo come fini, costituiscono la migliore prova 
della contingenza dell’universo, e sono, così per l’intelli¬ 
genza comune come pei filosofi, l’unico argomento della di¬ 
pendenza e dell’origine dell’universo da un essere che è 
I nori del mondo e intelligente (a causa di quella forma 
duale), per cui la teleologia non trova la perfetta condu¬ 
cile delle sue investigazioni che in una teologia. 

Ma, infine, che cosa prova la teleologia anche più per¬ 
fidiai Prova forse che esiste un tale essere intelligente? 
No; non prova altro che, secondo la natura delle nostre 
I molta conoscitive, c quindi nell’unione delfespericnza eoi 
i'i■ i ticipii supremi della ragione, noi non possiamo farci 

.datamente un concetto della possibilità di questo mon¬ 
do senza concepire una causa suprema che agisce con 
intenzione. Oggettivamente quindi non possiamo dirno- 



278 


PARTE II - SEZIONE II 


strare la proposizione, clic vi è un essere primo intelli¬ 
gente; solo soggettivamente possiamo ammetterla per l’uso 
del nostro Giudizio nella sua riflessione su quei fini della 
natura, i quali non possono esser pensati secondo un altro 
principio che non sia quello di una causalità intenzionale 
d’una causa suprema. 

Se volessimo dimostrare dommaticamente la suddetta, 
proposizione, mediante ragioni teleologiche, ci troveremmo 
avviluppati in difficoltà da cui non potremmo distrigarci. 
Perchè allora bisognerebbe mettere a fondamento di quei 
ragionamenti il principio: che gli esseri organizzati nel 
mondo non sono possibili altrimenti che mediante una 
causa che agisce con intenzione. Dovremmo allora inevita¬ 
bilmente affermare che, poiché noi possiamo considerare 
queste cose nel loro legame causale e conoscere questo 
nelle sue leggi soltanto per mezzo dell’idea di fine, siamo 
anche autorizzati ad ammettere ciò come necessario per 
ogni essere pensante e conoscente, e quindi come una 
condizione inerente all’oggetto e non semplicemente al no¬ 
stro soggetto. Ma è questa un’affermazione alla quale 
non possiamo riuscire. Perchè, siccome i fini della natura 
in quanto intenzionali noi propriamente non li osser¬ 
viamo, ma soltanto nella riflessione sui suoi prodotti 
vi aggiungiamo col pensiero questo concetto, come una 
norma del Giudizio, i fini stessi non ci son dati dall’og¬ 
getto. A priori per noi è perfino impossibile giustificare 
l’ammissibilità di un tal concetto, per ciò che riguarda la 
sua realtà oggettiva. E resta così una proposizione che 
riposa assolutamente sopra condizioni soggettive, vale a 
dire sulle condizioni del Giudizio che riflette conforme¬ 
mente alle nostre facoltà di conoscere; una proposizione, 
che, se le si attribuisse un valore oggettivo-dommatico, 
suonerebbe così: Dio esiste; ma a noi uomini non è per¬ 
messa se non questa espressione limitata: non possiamo 
concepire e comprendere la finalità, che deve esser posta 
essa stessa a fondamento della nostra conoscenza della 
possibilità interna di molte cose naturali, senza rappre- 





DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


270 


«ul(ircela, e rappresentarci il mondo in generale, come 
<mi prodotto d’una causa intelligente (di un Dio). 

Ora, se questa proposizione, fondata sopra una mas- 
H ma assolutamente necessaria del nostro Giudizio, sod¬ 
ili la perfettamente all’uso speculativo e pratico della no- 
iilra ragione, da ogni punto di vista umano, io vorrei 
lini sapere che cosa ci manca se non possiamo dimostrarla 
valida per esseri superiori, cioè mediante principi! pura- 

.nte oggettivi (che disgraziatamente trascendono le no- 

,1 r« facoltà). Difatti, è assolutamente certo che noi non 
possiamo imparare a conoscere sufficientemente, e tanto 
ninno a spiegare gli esseri organizzati e la loro possibilità 
i ulem a, se condo i principii puramente meccanici della na¬ 
tura; è così certo che si potrebbe dire arditamente che è 
umanamente assurdo anche soltanto il concepire qualcosa 
.li simile, o lo sperare che un giorno possa sorgere un 
Newton, che faccia comprendere sia pure la produzione 
.l'un filo d’erba per via di leggi naturali non ordinate da 
iileun fine: assolutamente bisogna negare agli uomini 
questa veduta. Ma. al contrario, giudicheremmo troppo te¬ 
merariamente se dicessimo che, anche potendo penetrare 
lino al principio della natura nella specificazione delle 
11 « leggi generali che conosciamo, non si può trovare in 
■ usa nn principio nascosto sufficiente a spiegare la possi¬ 
bilità degli esseri organizzati, senza ammettere un disegno 
nulla loro produzione (e quindi col semplice meccanismo): 
perchè donde ci verrebbe questa conoscenza? Le verosimi¬ 
li ianze non hanno valore, quando si tratta di giudizii della 
ragion pura. — Sicché noi oggettivamente non possiamo 
■indicare affatto, nè affermando nè negando, della que- 
l ione: se vi sia, come principio di ciò che a ragione chia¬ 
miamo scopi naturali, un essere che agisce secondo inten¬ 
timi in quanto causa (e quindi autore) del mondo; quello 
ii« è certo almeno è questo, che se noi giudichiamo se- 
< nudo ciò che alla nostra propria natura è permesso di 
'•urgere (secondo le condizioni e i limiti della nostra ra- 
« me), non possiamo porre come principio della possila- 




280 


PARTE II - SEZIONE II 


li!;i di quei fini naturali se non un essere intelligente: 
solo (mosto è conforme alla massima del nostro Giudizio 
riflettente, e per conseguenza ad un principio soggettivo, 
ma inerente necessariamente al genere umano. 


§ 70. — Nota. 

Questa osservazione, che merita di essere ampiamente 
svolta nella filosofia trascendentale, qui entra solo epi¬ 
sodicamente come schiarimento (non come dimostrazione 
di ciò che si espone). 

La ragione è la facoltà dei principii e la sua ultima 
esigenza è l’incomlizionale; l’intelletto invece è al suo ser¬ 
vigio sempre soltanto sotto una condizione che deve esser 
data. Ma, senza i concetti dell’ intelletto, cui deve esser 
data una realtà oggettiva, la ragione non può punto giu¬ 
dicare oggettivamente (sinteticamente); e, in quanto teo¬ 
retica, per se stessa non contiene assolutamente alcun 
principio costitutivo, ma principiì soltanto regolatori. Si 
comprende subito che, quando l’intelletto non può sus¬ 
seguire, la ragione è trascendente, e si manifesta con idee 
che hanno già un fondamento (in quanto principii regola¬ 
tori), ma non con concetti validi oggettivamente; mentre 
l’intelletto che non può procedere di pari passo, ma che 
sarebbe necessario per la validità degli oggetti, limita la 
validità di quelle idee della ragione solamente al sog¬ 
getto, estendendola però in generale a tutti i soggetti della 
stessa specie; vale a dire, la sottopone alla condizione 
ohe, secondo la natura della nostra (umana) facoltà di 
conosc ere , o, in generale, secondo il concetto che ci pos¬ 
siamo lare in generale delle facoltà di un essere ragione¬ 
vole finito, non altrimenti che cosi si possa e si debba 
pensare: senza affermare tuttavia che il principio di tale 
giudizio stia nell oggetto. Citeremo qni degli csempii, i 
quali hanno in verità troppa importanza e presentano 
anche troppe difficoltà perchè si possano subito imporre 














DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


281 


ni lettore come proposizioni dimostrate; ina possono for¬ 
nirgli materia alla riflessione, e servire di schiarimento a 
lineilo che qui è propriamente il nostro compito. 

All’intelletto umano è indispensabilmente necessario 
ili'•tinguere la possibilità, e la realtà delle cose. La ragione 
ili ciò è nel soggetto e nella natura della sua facoltà di co- 
iioscere. Perchè, difatti, se all’esercizio di questa non tos¬ 
ino neeessarii due elementi del tutto eterogenei, 1 intel- 
li'ilo pei concetti, o l’intuizione sensibile per gli oggetti 
dio corrispondono a quei concetti, non vi sarebbe quella 
distinzione (tra il possibile e il reale). Se cioè i] nostro 
intelletto fosse intuitivo, non avrebbe altri oggetti che il 
reale. I concetti (che concernono semplicemente la possi¬ 
bilità di un oggetto) e le intuizioni sensibili (clic ci danno 
qualche cosa, senza perciò farcela conoscere come og- 
r••Ito), cesserebbero insieme. Ora tutta la nostra distin- 
iune del semplicemente possibile dal reale riposa su que- 
iilo, che il primo significa soltanto la posizione della rap¬ 
ili csentazione d’ima cosa relativamente al nostro concetto 
in generale, alla facoltà di pensare, mentre il secondo 
'lignifica la posizione della cosa in so stessa, al di fuori 
ili questo concetto. Sicché la distinzione tra le cose pos¬ 
ilo li e le reali è tale che vale solo soggettivamente per 
l'intelletto umano, perchè possiamo sempre concepire qual- 
■ lm cosa, sebbene non esista, o rappresentarci qualcosa 
cnine dato, sebbene non ne abbiamo ancora alcun concetto, 
i usi le proposizioni che le cose possono esser possibili 
nza essere reali, e che, per conseguenza, non si può con- 
' nidore dalla possibilità alla realtà, valgono giustamente 
ni r la ragione umana, senza che sia dimostrato che tale 
differenza stia nello cose stesse. Perchè, di fatti, che non si 
i lussa trarre questa conseguenza, e elio quindi quelle pro- 
iminzioni valgano certamente anche per gli oggetti, in 
uminto la nostra facoltà di conoscere come sensibilmente 
l uiidizionata si occupa pure di oggetti dei sensi, ma non 
;i Igano per le cose in generale, — risulta chiaro dall’esi- 
i gì imprescindibile della ragione, di ammettere qual- 


282 


PARTE II - SEZIONE Et 


cosa Clio esista in ima maniera assolutamente necessaria 
(il primo principio), in cui più non si distinguono la pos¬ 
sibilità e la realtà, e per l’idea del quale il nostro intel¬ 
letto non lui assolutamente alcun concetto, cioè non può 
trovare un modo di rappresentarsi una simile cosa e la 
sua maniera di esistere. Poiché se lo concepisce (può 
concepirlo come vuole), è rappresentato come semplice¬ 
mente possibile. Se ne ha coscienza come di qualche cosa 
che è data nell’intuizione, allora è reale, ma non conce¬ 
pisce mente della sua possibilità. Perciò il concetto d’un 
essere assolutamente necessario è bensì un’idea inevita¬ 
bile della ragione, ma è un concetto irraggiungibile e pro¬ 
blematico per l’intelletto umano. Ha però un valore per 
l’uso delle nostre facoltà conoscitive, considerate nella 
loro natura particolare; non ne ha alcuno rispetto all’og¬ 
getto e per ogni essero capace di conoscere; perchè io no~n 
posso supporre, in ogni essere capace di conoscere, il pen¬ 
siero c 1 intuizione, come due condizioni diverse dell’eser- 
mzio delle sue facoltà conoscitive, e quindi della possibi¬ 
lità o della realtà delle cose. Un intelletto pel qualo non 
esistesse questa distinzione, direbbe: tutti gli oggetti che 
io conosco, sono (esistono); e la possibilità di alcuni 
oggetti che tuttavia non esistono, vale a dire la contin¬ 
genza di essi, quando esistono, e perciò anche la necessità, 
da distinguere da quella contingenza, non potrebbero tro¬ 
varsi nella rappresentazione di un tale essere. Ma tanta, 
difficoltà, che il nostro intelletto trova qui nel trattare i 
suoi concetti come fa la ragione, sta semplicemente in 
questo, che per l’intelletto, in quanto intelletto umano, è 
trascendente (cioè impossibile per le condizioni soggettive 
della sua conoscenza) ciò di cui la ragione fa un principio, 
che impiega come appartenente all’oggetto. — Ora qui 
vale sempre la massima che tutti gli oggetti, di cui la 
conoscenza supera la facoltà dell’intelletto, noi li conce¬ 
piamo secondo lo condizioni soggettive nostre (cioè della 
natura umana), inerenti necessariamente all’esercizio delle 
nostre facoltà: e se i giudizii pronunziati in tal modo 





















DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


283 


i, .mie non può essere altrimenti circa i concetti trascen- 
ili'iilali) non possono essere principii costitutivi, che de- 
i. cminano l’oggetto qual è, restano tuttavia come prin- 
.■ 11 iii regolatori, immanenti e sicuri nell’esercizio che se 
ne fa, conformi ai fini dell’uomo. 

Allo stesso modo che la ragione nella considerazione 
(•■eretica della natura, deve ammettere l’idea di una ne¬ 
cessità. incondizionata d’una causa originaria, essa pre¬ 
suppone dal punto di vista pratico una propria incondi¬ 
zionata causalità (relativamente alla natura), vale a dire 
la. libertà, pel fatto stesso che ha coscienza dell’ imperativo 
morale. Ora, poiché qui la necessità oggettiva dell’azione, 
ni quanto dovere, è opposta a quella necessità che essa, 
ni quanto avvenimento, dovrebbe avere, se il suo principio 
fosse nella natura e non nella libertà (cioè nella causalità 
della ragione); e poiché l’azione moralmente necessaria in 
modo assoluto è considerata fisicamente come del tutto 
accidentale (vale a dire, che ciò elio dovrebbe avvenire 
necessariamente spesso non avviene); è chiaro che deriva 
unicamente dalla natura soggettiva della nostra facoltà 
pratica il fatto, per cui le leggi morali debbono essere 
rappresentato come ordini (e le azioni conformi ad esse 
come doveri), e la ragione esprimo questa necessità non 
con un essere (accadere) ma con un dover essere; 
il che non potrebbe verificarsi, se la ragione si considerasse 
senza la sensibilità (come condizione soggettiva della sua 
applicazione agli oggetti della natura), per conseguenza 
come causa in un mondo intelligibile e d’accordo sempre 
con la legge morale, in modo che in questo mondo non vi 
sarebbe più alcuna differenza tra il dovere e il fare, tra 
la legge pratica che determina ciò che per noi è possibile, 
o la legge teoretica che determina ciò che per noi è reale. 
Ora, sebbene un mondo intelligibile nel quale tutto ciò che 
e possibile (in quanto buono) sarebbe perciò stesso reale, 
e la libertà stessa di questo mondo, come sua condizione 
formale, sia per noi un concetto trascendente, che non è 
atto a fornire alcun principio costitutivo per determinare 


- I 


284 


PARTE II - SEZIONE II 


E5ÌS=r=SH5:r 

minore validi^ USahta ’ ma nondimeno, con non 

secondo quell’idea. g0Ia tlel,e azioni 

Allo stesso modo, per ciò che riguarda il caso di cui 

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«z,7;sr n "“ ** , ' ì ‘’ o ""““’ ro «■»- 

SrJUST’ "r *- ^ »,sa~ 

e tuttavia , U ' e . nerale (,ontlene Qualcosa di Contingente, 

della natura esì^» 010 1 U ì> ,0 S‘ ame delle leggi particolari 

a leggi le appHcata^al "f’ * ™ a informità 

\wit3, applicata al continerente sì ohi*™» r r-/ v 

M “ hè » im-WIW. derivare Z , "Ì 

dalle generali, relativamente fe‘à ehé 
««no di contingente; il concetto dell,//i°., ,i delT 
ura nei suoi prodotti è „„ concetto ne, e» ' io 
dmo umaa ° relativamente alla natura nm òl ! ' 

guarda la determinazione degli oggetti stessi ed a" 0 " ”* 

“ Sf3I|!Ss- »- 

ae,™ Oindizio nmano J £ 










DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


285 


§ 77. — Dulia proprietà dell’intelletto umano 
per cui il concetto d'un fine della natura è possibile per noi. 

Nella nota precedente abbiamo indicato le proprietà 
della nostra facoltà di conoscere (anche della facoltà su¬ 
periore). che noi siamo inclinati a trasportare nelle cose 
stesse come predicati oggettivi; ma esse concernono idee 
cui non può essere adeguato alcun oggetto dell’esperienza, 
e elio quindi potrebbero servire soltanto come principii 
regolatori nelle ricerche empiriche. Del concetto di un 
fine naturale è come di ciò che concerne la causa della 
possibilità di un tal predicato, che può staro solo nol- 
l’idea: ma l’effetto conforme a quest’idea (il prodotto 
stesso) è dato in natura, e il concetto d’uua causalità della 
natura, considerata come un essere che agisce secondo (ini, 
sembra fare dell’idea di un fine naturale un principio co¬ 
stitutivo di questo; e in ciò tale idea ha qualcosa per cui 
si distingue da tutte le altre. 

Questa differenza sta in ciò, che essa non è un princi¬ 
pio razionale per l’intelletto, ma pel Giudizio, e quindi è 
unicamente l’applicazione di un intelletto in generale a 
possibili oggetti d’esperienza; e proprio dove il giudizio 
non può essere determinante, ma semplicemente riflettente, 
e dove, perciò, l’oggetto è dato nell’esperienza, ma su di 
esso, conformemente all’idea, non si può giudicare de¬ 
terminatamente (ben lungi dal giudicare in modo pie¬ 
namente adeguato), e si può solo riflettere. 

Si tratta dunque d’una proprietà del nostro (umano) 
intelletto, relativa al Giudizio nella sua riflessione sulle 
cose della natura. Ma, se è cosi, bisogna che qui vi sia 
come principio un’ idea di un altro intelletto possibile di¬ 
verso dal nostro (allo stesso modo che nella critica della 
ragion pura dovemmo concepire un’altra possibile intui¬ 
zione, quando dovemmo considerare la nostra come una 
specie particolare d’intuizione, vale a dire come un’intui¬ 
zione per la quale gli oggetti valgono soltanto come feno- 


286 


PARTE IX - SEZIONE II 


meni), affinchè si possa diro che, secondo la particolare 
natura del nostro intelletto, certi prodotti naturali, per 
ciò che riguarda la loro possibilità, devono esser con¬ 
siderati da noi come prodotti intenzionali e come fini, 
senza però esigere che vi sia realmente una causa parti¬ 
colare determinata dalla rappresentazione di uno scopo, 
e quindi senza negare che un altro intelletto, diverso dal- 
1 intelletto umano (più elevato), possa trovare il principio 
della possibilità di tali prodotti anche nel meccanismo 
della natura, cioè in un legamo causalo di cui non si 
cerca assolutamente la causa in un intelletto. 

Sicché qui si tratta del rapporto del nostro intelletto 
col Giudizio, o cerchiamo nella natura dell’intelletto no- 
sf i o una certa contingenza, che come sua proprietà lo 
distingua dagli altri intelletti possibili. 

Questa contingenza si trova del tutto naturalmente nel 
particolare che il Giudizio devo ricondurre al gene¬ 
rale dei concetti dell’intelletto; perchè col generale del 
nostro (umano) intelletto il particolare non è detenni 
nato; e son contingenti le tante specie di cose diverse, 
che però si accordano in un carattere comune, le quali 
possono presentarsi alla nostra percezione. Il nostro in¬ 
telletto è una facoltà di concetti, cioè un intelletto discor¬ 
sivo, nel quale son contingenti la specie e le differenze 
del particolare che gli è dato nella natura, e che può esser 
ricondotto ai suoi concetti. Ma, poiché alla conoscenza ap¬ 
partiene anche l’intuizione, e una facoltà d’intuizione 
perfettamente spontanea sarebbe una facoltà di co¬ 
noscere distinta e del tutto indipendente dalla sensibilità, 
cioè un intelletto nel senso più largo della parola, si può 
anche concepire un intelletto intuitivo (negativamente, 
cioè come soltanto non discorsivo), che non vada dal ge¬ 
nerale al particolare e quindi all’individuale (mediante 
concetti), e pel quale non esista quella contingenza nel¬ 
l’accordo della natura, nei suoi prodotti determinati se¬ 
condo leggi particolari, con l’intelletto, la quale rende 
cosi difficile all’intelletto nostro il ricondurre all’unità 














Jl " - n - 


DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO - b ‘ 

della conoscenza la varietà della natura; un compito, che 
il nostro intelletto può effettuare soltanto mediante rac¬ 
cordo, assai contingente, dei caratteri della natura con la 
nostra facoltà dei concetti, e di cui un intelletto intuitivo 
non ha punto bisogno. 

Il nostro intelletto, dunque, ha questo di particolare ri¬ 
spetto al Giudizio, che nella conoscenza che esso fornisce, 
il particolare non è determinato mediante il generale, e 
quindi il primo non può esser derivato dal secondo: seb¬ 
bene però questo particolare, che è nella varietà della na¬ 
tura, debba accordarsi col generale (per via di concetti e 
di leggi), affinchè vi si possa sussumere; ma tale accordo, 
in queste circostanze, deve essere del tutto accidentale e 
senza alcun principio determinato pel Giudizio. 

Ora, per poter almeno concepire la possibilità di tale 
accordo delle cose naturali col Giudizio (che noi ci rap¬ 
presentiamo come contingente, e quindi possibile soltanto 
mediante uno scopo a ciò diretto), dobbiamo concepire nel 
tempo stesso un altro intelletto, rispetto al quale, prima 
di attribuirgli qualche fine, possiamo rappresentarci come 
necessario quell’accordo delle leggi col nostro Giudizio, 
che dall’intelletto nostro è pensabile solo mediante il le¬ 
game dei tini. 

Il nostro intelletto, cioè, ha la proprietà, che nella sua 
conoscenza, per esempio della causa d’un prodotto, deve 
andare dal generale analitico (dei concetti) al parti¬ 
colare (dell’intuizione empirica data); per cui, relativa¬ 
mente alla varietà del particolare, non determina niente, 
ma deve aspettare questa determinazione, che serve al 
Giudizio, dalla sussunzione dell’intuizione empirica (quan¬ 
do l’oggetto è un prodotto naturale) al concetto. Ma noi 
possiamo concepire anche un intelletto che, non essendo 
discorsivo come il nostro, ma intuitivo, vada dal gene¬ 
rale sintetico (dell’intuizione d’un tutto come tale) al 
particolare, vale a dire dal tutto alle parti; il quale per¬ 
ciò, e con esso la sua rappresentazione del tutto, non con¬ 
tenga la contingenza del legame delle parti per rendere 





28 S 


PARTE II - SEZIONE II 


mla forma determinata del tatto, di cui ha bi- 
soh'mo ,1 nostro intelletto, che deve procedere dalle parti 
' "ine imncipu universalmente concepiti, alle diverse forme 
possibili che vi si possono sussumere come conseguenze 
In vece, secondo la costituzione del nostro intelletto, un 

i" reae , da nalura deve «««ere considerato solo corno 
1 effetto delle forzo motrici concorrenti delle parti. Picchè 
se vogliamo rappresentarci, non la possibilità del tutto 
come dipendente dalle parti, come sarebbe conformo al 
nostro intelletto discorsivo, ma, secondo il modello del- 
intelletto intuitivo (originale), la possibilità delle parti 
secondo la loro natura e il loro legame) come dipendente 
a tutto; co non potrà avvenire, appunto per la stessa 
proprietà del nostro intelletto, in modo che il tutto sia il 
principio della possibilità del legame delle parti (il che sa¬ 
rebbe assurdo nell’intelletto discorsivo), ma solo in modo 
che la rappresentazione di un tutto contenga il prin¬ 
cipio della possibilità della sua forma e del relativo le¬ 
game dolio Parti. Ma, poiché allora il tutto sarebbe un el¬ 
le to („n prodotto), «li cui la rappresentazione è con- 
SK'erata come la causa della sua possibilità, e poiché 
7 . Ch,ama 7 , » , ° !l Prodotto d’ima causa di cui la ragione 
(letermmante e semplicemente la rappresentazione dell’ef- 
;;,t°’ m ; S ™ '^«ndc dalla particolare costituzione 

cote poss°b’r te ^ T " fatt ° P6r (!IIi ci -PProsontiamo 
come Possibili certi prodotti della natura secondo un’altra 

dcTla e imitm USa,lta ’ d “ quoIla t,el,e naturali 

della materia, eoe secondo la causalità dei (ini o delle 

cause final,; e che questo principio non concerne la pos- 

f U,S 7 l th tah cose (anche considerate come feuo- 
secondo questo modo di produzione, ma solo il p 0S - 
s de gnuhz'o del nostro intelletto sulle cose stesse. Da 
co vediamo ancora perchè nella scienza della natura noi 

prTdoTti'nfr^ 0 f K,S(i,Uy ' U (U Una -Pilone dei 
Prodotti naturali mediante la causalità secondo (ini- è 

ciche m questa spiegazione non pretendiamo di giudicar 

produzione della natura se non conformemente alla 















" 1 ■ " 1 


DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 289 

nostra facoltà di giudicarla, vale a dire al Giudizio ri¬ 
flettente, e non di giudicar le cose stesse pel Giudizio de- 
terminante. Qui non è neppure necessario dimostrare la 
possibilità di un tale intcllectus archetypus, ma basta pro¬ 
vare che dalla considerazione del nostro intelletto discor¬ 
sivo, che ha bisogno d’immagini (ìntelledus ectypus) e 
dalla contingenza della sua natura, siamo condotti per via 
di paragone a quell’idea (di un inteUectus archetypus), o 
che questa non contiene alcuna contradizione. 

Ora, so noi consideriamo, nella sua forma, un tutto 
materiale, come un prodotto delle parti, delle forze o 
delle loro proprietà di congiungersi spontaneamente (c di 
aggregarsi altre materie), ci rappresentiamo un modo 
meccanico di produzione. Ma questo modo di produzione 
non dà luogo ad alcun concetto di un tutto come scopo, 
di un tutto di cui la possibilità interna suppone assolu¬ 
tamente l’idea del tutto stesso, da cui dipendono la na¬ 
tura e l’azione delle parti, in quel modo che dobbiamo 
rappresentarci un corpo organizzato. Da questo però non 
segue, come è stato dimostrato, che la produzione mecca¬ 
nica di questo corpo è impossibile; perchè sarebbe come 
dire che è impossibile (cioè contradittorio) per ogni in¬ 
telletto rappresentarsi tale unità nell’unione del molte¬ 
plice, senza considerare la sua idea come sua causa pro¬ 
duttrice, vale a dire senza ammettere una produzione in¬ 
tenzionale. Il che avverrebbe realmente se fossimo autoriz¬ 
zati a considerar gli esseri materiali come cose in sè. Per¬ 
chè allora l’unità, che costituisce il principio della possi¬ 
bilità della formazione della natura, sarebbe unicamente 
l’unità dello spazio, il quale però non è un principio reale 
delle produzioni, ma soltanto la loro condizione formale, 
sebbene abbia qualche affinità col principio reale che cer¬ 
chiamo, perchè in esso nessuna parte può essere determi¬ 
nata senza riferimento al tutto (di cui perciò la rappre¬ 
sentazione è il principio della possibilità delle parti). Ma, 
giacché è almeno possibile considerare il mondo materiale 
come semplice fenomeno, e concepire come sostrato qual- 


E. Kant, Critica del giudizio. 


19 




290 


PARTE XI - SEZIONE II 


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natura è " «V '*"* 

stesso, secondo leggi teleologiche nella 001“°' ° ” 1>0 

oggetto della ragione v , natura in (pianto 

solari e delle Ul ad 7.2 u ' " C "° 

idear contingenti (e anche ®*." ate * f‘ e do Ubiamo giu- 
sistemai; giudicando t. la “ '0“?., "?' ra 

pii differenti, senza escludere l a ° <Iue princi - 

rirtn dell,, spiegaci,me (s^ltieT"™'™ 7 ™™ * 
tradittorie. ’ 0 so ùssero con¬ 
ila ciò si può anche vedere ciò ,.i, • 

facilmente, ma difficilmente poteva " Te * nmeie 

mostrato eoa certezza dm ' J affermato e di- 

«Ione meccanica STE*. **T 

htere accanto al principio fd„ i • Qa<ma può s "ssi- 
«i Potrebbe rendere inutile- vale *"*?•' u'™ q " esto non 

che dobbiamo giudicar come ì tì *** < ' W Una cosa - 

organizzato), possiamo cercare “tutte “iT* 16 ^ eSSer ° 

« ancora da scoprire della m-o,l • 1 Sgl conosciute 

sperare di riuscire pTJS Tt 

dispensarci, per spiegare i * ’ul* n ° n possiamo mai 

dotto, dall’invocare un princinioT' 01dÌ U “ taIe pr °- 

di verso, cioè (niello della ‘'Produzione interamente 

lutamente n«m VrneLuna Z ^ fini = « —- 

■suna ragione finita molto supere ZZ [*' ^ ^ 
ma simile per la qualità) d,„ ‘ m por grado, 

dere semplicemente secondo P ° SSa speraro clì compren¬ 
dono sia pure di un filettodST la *>">*«- 

Giudizio è inevitabile il leo-anW ^ ° Ir ; he ’ d'fatti, se pel 
fotti, per spiegare la poStt £ ITf f ™ USe ^ ef ' 
anche per studiarlo soltanto eoi"fìi , taIe og,ffetto > od 
rienza; so per gli oggetti f f • fi ° eonduttore dell’espe- 
® ° ggettl esterui ’ Quanto fenomeni, non 

















DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


291 


si può trovare un principio relativo a fini, che sia suffi¬ 
ciente, ed invece questo principio, che sta anche nella 
natura, deve essere cercato soltanto nel sostrato soprasen¬ 
sibile, del quale ci è interdetta ogni possibile penetrazio¬ 
ne: ci è assolutamente impossibile spiegare i legami finali 
mediante principi! derivanti dalla natura stessa, e, data 
la costituzione della facoltà conoscitiva umana, è neces¬ 
sario cercare il principio supremo in un intelletto origi¬ 
nario, concepito come causa del mondo. 


§ 78 . — Dell’ unione del principio del meccanismo universale 
della materia col principio teleologico nella tecnica della 
natura. 

È della massima importanza per la ragione non per¬ 
dere di vista il meccanismo nei prodotti naturali, e non 
trascurarlo nella spiegazione di questi; perchè senza di 
esso non si può conseguire alcuna penetrazione nella na¬ 
tura delle cose. Se anche ci si concedesse che un supremo 
architetto ha creato immediatamente le forme della na¬ 
tura, quali esistono da allora, o ha predeterminate quelle 
che nel corso della natura si realizzano continuamente se¬ 
condo lo stesso modello, la nostra conoscenza della natura 
non so ne avvantaggorebbe menomamente; perchè noi non 
conosciamo affatto la maniera di agire di quell’essere, e 
le sue idee che debbono contenere i principii della possi¬ 
bilità dello cose naturali, nè possiamo spiegare con esso 
la natura dall’alto in basso (a prior ). Ma se, partendo 
dalle forme degli oggetti d’esperienza, e procedendo quindi 
dal basso in alto (a poster ori), vogliamo invocare una 
causa operante secondo fini per spiegare la finalità che 
crediamo di scorgere nelle forme stesse, daremo una spie¬ 
gazione del tutto tautologica, ed inganneremo la ragione 
con parole, per non confessare che, quando con questa 
specie di spiegazione ci smarriamo nel trascendente, dove 




292 


PARTE IX - SEZIONE II 


. . n(, * cenz a della natura non ci può seguire, la ragione 
e indotta a fantasticare poeticamente, vale a dire è in¬ 
do! la a ciò che è suo massimo dovere di evitare. 

D’altra parte, è una massima egualmente necessaria 
della ragione di non trascurare il principio dei fini nei 
pxodotti della natura; poiché, se esso non ci fa meglio 
comprendere il modo di essere di questi prodotti, è però 
un principio euristico per ricercare lo leggi particolari 
della natura; posto anche che non si voglia farne uso 
per spiegare in tal modo la natura stessa, continuando 
sempre ad adoperare l’espressione fini della natura, seb- 
jene (mesta mostri apertamente un’unità di fini intenzio¬ 
nali, vale a dire non cercando al di là della natura il prin¬ 
cipio della possibilità di essi. Ma, poiché, infine, bisogna 
ari .vare alla questione di questa possibilità, a spiegarla 
e necessario concepire una specie particolare di causalità 
cm non si trova nella natura, proprio come la meccanica 
delle cause naturali ha la sua. perché la recettività che 
mostra la materia per parecchie altre forme oltre quello 
n cui e capace secondo il meccanismo, suppone la sponta¬ 
neità di una causa (che quindi non può esser materia), 
senza la quale di quelle forme non può esser data alcuna 
ingioile. La ragione, è vero, prima di dar questo passo 
dei e procedere cautamente, e non devo cercare di spiegare 
teleologicamente ogni tecnica della natura, cioè quella 
sua incolta produttiva di figure che mostrano finalità alla 
semplice apprensione (come i corpi regolari); dove riguar- 
darla sempre finché può, come possibile solo meccanica- 
nte ma, al di la di questo, volere escludere intcra- 
mente il principio teleologico, e pretender di seguire sem- 
£ ' S . empllCe meccanismo dove la finalità, alla ricerca 
che fa la ragione della possibilità delle forme naturali 
mostra incontestabilmente di riferirsi con le sue cause 
«ni un altra specie di causalità, significherebbe abbando- 

t‘en?e d “ dÌvasrazioni S() Pra le impenetrabili po¬ 

tenze della natura, fantastiche e chimeriche non meno di 

quelle cui potrebbe esser trascinata da un’esplicazione 

















DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 293 

puramente teleologica, che non facesse alcun conto del 
meccanismo naturale. 

In una stessa cosa della natura non si possono congiun¬ 
sero entrambi i principii, in modo che si possa spiegare 
l’uno con l’altro (o dedurre l’uno dall’altro); vale a dire, 
non si possono unire come principii dominatici e costi¬ 
tutivi della conoscenza della natura pel Giudizio deter¬ 
minante. Se per esempio ammetto che un verme si debba 
considerare come un prodotto del semplice meccanismo 
della materia (una formazione nuova ehe si produce da. 
sè quando gli clementi della materia son messi in libertà 
dalla putrefazione), non potrò derivare lo stesso prodotto 
dalla stessa materia di una causalità che opera secondo 
fini. Reciprocamente, se considero lo stesso prodotto come 
un fino naturale, non potrò contare su di una spiegazione 
meccanica, e ammetterla come principio costitutivo del 
giudizio sulla possibilità del prodotto, unendo cosi i due 
principii. Giacché una spiegazione esclude l’altra; ammesso 
pure che oggettivamente i due principii della possibilità 
di tale prodotto riposino sopra un principio unico, al quale 
noi non pensiamo. Il principio, che deve rendere possibile 
l’unione di entrambi, nel giudizio della natura secondo i 
principii stessi, deve esser messo in qualcosa che è fuori 
di loro (e per conseguenza anche fuori della possibile 
rappresentazione empirica della natura), ma che contenga 
il fondamento di entrambi, vale a dire nel soprasensibile, 
e i due modi di spiegazione debbono esservi riferiti. Ora, 
poiché del soprasensibile non possiamo avere altro con¬ 
cetto che quello, indeterminato, d’un principio che rendo 
possibile il giudizio della natura secondo leggi empiri¬ 
che, e non può essere determinato ulteriormente con alcun 
predicato, l’unione dei due principii non può riposare 
sopra un principio dell’esplicazione della possibilità 
d’un prodotto secondo leggi date, per mezzo del Giudizio 
determinante, ma soltanto su di un principio dell’espo¬ 
sizione della possibilità stessa mediante il Giudizio ri¬ 
flettente. — Infatti, spiegare significa derivare da un 






-- 


294 


PARTE II - SEZIONE II 


“ CV " IX "“ SÌ ~ « mostrare 

«SH-SS: 

SSS£=stp5 

SS=S5t== 

ms^mm 

il principio comune della deriva • togtnei. Ora 

•^r szs\\ r 

mente determinato NoT C ° ncetto affermativa- 

S‘Sè 

Particolari) costituisca per noi m, BÌaf * &ue Ie ^ 
noscere come possibile tanto secondo^! ^ S \ PUÒ rÌC0 ' 
produzione delle cause lì.vi ° d il principio della 

cause finali; ma solini * f ® SeC ° ud ° Quell ° delle 
della natura di cui senza QUan(l0 81 P resen tauo oggetti 
logici, non possiamo eonceXTtTó’ssibimf ^ 

zzzr an i 

studiare riso,atela,^ TieSZSi ^ P ° SS *' W 
principii (dopo che finteli ,7 , secondo i due 

“«* « Li pZtJZ225.' 

« Principii de, *™ 

che —• - 













- 


DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 295 

in un sol principio (giacché si applicano a fenomeni, che 
suppongono un principio soprasensibile). 

Sebbene, dunque, il meccanismo e la tecnica teleologica 
(intenzionale) della natura, relativamente ad un medesimo 
prodotto e alla sua possibilità, possano stare sotto un 
principio superiore comune della natura considerata nelle 
sue leggi particolari, tuttavia, poiché questo principio è 
trascendente, data la limitazione del nostro intelletto, 
non possiamo riunire i due prineipii nella spiegazione 
dello stesso prodotto naturale, anche quando la possibilità 
interna di questo non è comprensibile se non mediante 
una causalità secondo tini (come avviene per la materia 
organizzata). Sicché resta sempre la massima enunciata 
dalla teleologia, che cioè, secondo la costituzione dell'in¬ 
telletto umano, per la possibilità degli esseri organizzati 
nella natura non si può ammettere se non una causa 
operante intenzionalmente, e che il semplice meccanismo 
naturalo non può esser sufficiente a spiegare tali prodotti; 
senza pretendere peraltro di decidere, con questa massi ma, 
della possibilità stessa di queste cose. 

Ma, poiché questa è una massima solo del Giudizio ri¬ 
flettente, non del Giudizio determinante, ed ha quindi un 
valore soggettivo per noi, non un valore oggettivo per la 
possibilità stessa di questa specie di cose (in cui i due 
modi di produzione potrebbero ben accordarsi in un unico 
principio); e poiché, inoltre, se a questo modo di produ¬ 
zione, che si concepisce come teleologico, non si potesse 
aggiungere il concetto d’un meccanismo della natura, che 
vi si deve anche trovare, una simile produzione non po¬ 
trebbe essere giudicata come appartenente alla natura: la 
massima precedente implica la necessità di un’unione dei 
due prineipii nel giudizio delle, cose in quanto fini della 
natura, non però allo scolio di sostituire interamente, o in 
alcune parti, l’uno all’altro. Perché al posto di ciò che (al¬ 
meno da noi) è concepito come possibile soltanto secondo 
mi fine, non si può mettere alcun meccanismo; e al posto di 
■ iò che secondo il meccanismo è ritenuto necessario, una 



296 


PARTE II - SEZIONE II 


ò7Jol^ZL a ÌZ n* rmbata do 
%% n^trTA 0110 ~ 

natura. i™»e»dentale dulia dualità dulia 

tieMupl'iaiir dfcur,V 1 ” «— 

óei mezzi l a cui leeee d"^ 6 ’ ^ * ebbono anche ammetter© 

nulla che.presupponga imo s^opoTclm D ° n abbiso ^ ni di 
meccanica, pur essendo „ ' ’ 3 be qumdl poss a esser 

iutca z i»a.u.Tpm“cha ,„ua a ” Ba "*««"•" «> 

natura, spcoial,pente quando. Iwlltoo taiinK ' 1 r!’* 
ammettiamo l’elemento , • , , munita Quantità, 

naturali T “ 

(almeno come ipotesi permessa) fi nr! ■ * acciamo 
del Giudizio che rifleffo C i n* * acipio generalo 

»>. ai Può ,.cn.a^n;;l“T'.“ t n “ M '”"" “»■ 

fidile lessi meccaniche con l e f ( ,|,,, ■-universale legame 

naturali, senza conromC to ^°! 0 » lche “«»« Produzioni 
tere l’uno al posto del la Uro ' ^ !!'/' ,)U <,Cl ^ ludizio e met 
8-ico, anche quando 1-, foni/ ,K /'' hu ’ 111 un ffiudizi,) teleolo- 

considerata nella sin mi n fìae ’ questa materia, 

meccaniche, può esser suboi-d' ° , C ° nformemente ^ leggi 
fine proposto: sebbene poichòT^ 00 - m6ZZ ° rispett ° «1 

meccanismo, nò il legume fimi , 1 altro (ne il 

sensibile della natura di n • * ° ’ ma neI sostrato sopra¬ 
te, la nostra (lana) 1 ." ^ P08siam ° «cere nien- 

-oli -li d-Tt- i ’°"" OT ' ! 

possiamo giudicarli forni r • ‘ 1 * a 1 °^gett,i, e non 

non toudiun,» “ “tM “ “ ?**• «* 

induturminulu,,^",''™™ 1 ' o pur sempre 

"ietto della natura onurj^un 

naie, e poiché, per lcUmciuto nr " 10 ^ 0 "• ^ fin<ì natu ' 
nunciato principio intelligibile della 











DIALETTICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


297 


possibilità d’una natura in generale, si può ammettere 
che Questa è interamente possibile secondo un accordo 
universale delle duo specie di leggi (le leggi fisiche e 
nelle delle cause finali), sebbene non possiamo scorgere 
il modo di tale accordo; noi non sappiamo nemmeno fin 
dove si estende il modo di spiegazione meccanica possi¬ 
bile per noi, o solo questo ò certo, che, per quanto lontano 
possiamo arrivare per questa via, essa sarà sempre in¬ 
sufficiente per le cose che abbiamo riconosciute una volta 
come fin i naturali, e quindi, secondo la natura del nostro 
intelletto, quei principii dobbiamo subordinarli insieme 
ad un principio teleologico. 

Su ciò si fonda il dritto, e, data l’importanza che ha lo 
studio della natura secondo il principio del meccanismo 
per l’uso teoretico della nostra ragione, anche il dovere 
di spiegare meccanicamente, per quanto è nella nostra 
facoltà (di cui in questo punto non possiamo determinare 
i limiti), tutti i prodotti e gli avvenimenti della natura, 
anche quelli che rivelano la più grande finalità; senza però 
perdere mai di vista che quello cose che possiamo sotto¬ 
porre all’investigazione della ragione soltanto sotto il 
concetto di scopo, infine, conformemente alla natura es¬ 
senziale della nostra ragione, malgrado le cause mecca¬ 
niche, debbono esser subordinate alla causalità secondo 
fini. 
























APPENDICE 


METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


g 79. - Se In ideologia deliba esser trottata come appartenente 
alla scienza della natura. 

Ogni scienza deve avere il suo posto determinato nel¬ 
l’enciclopedia di tutte le scienze. Se si tratta di una 
scienza filosofica, deve avere il suo posto nella parte teore¬ 
tica o nella parte pratica della filosofia, e, nel primo 
caso, dev’essere assegnata o alla scienza della natura, 
in quanto questa studia ciò che può essere oggetto d espe¬ 
rienza (per conseguenza o alla fisica o alla psicologia, o 
alla cosmologia generale), oppure alla teologia (in quanto 
scienza della causa prima del mondo, considerato come in¬ 
sieme di tutti gli oggetti d’esperienza). 

Ora si domanda: qual posto spetta alla teleologia! Ap¬ 
partiene essa alla scienza della natura (propriamente 
detta) o alla, teologia? Non può appartenere se non al- 
l’una o all’altra; nessuna scienza appartiene al passaggio 
dall’una all’altra, perchè questo passaggio indica soie 
l’articolazione o l’organizzazione del sistema, e non un 
posto nel sistema stesso. 

È evidente che non può formare parte della teologia, 
sebbene in questa di essa si possa fare un uso importan¬ 
tissimo. Giacché essa ha per oggetto le produzioni della 
natura e la causa di tali produzioni; e, sebbene tenda ad 
un principio che è fuori e al disopra della natura (a un 
creatore divino), non fa questo pel Giudizio determinante. 








300 


appendice 


a semplicemente pel Giudizio che riflette sulla considera¬ 
rne della natura (per dirigerei! giudizio delle cose del 
rido con questa idea come principio regolatore, confor 
memente all’intelletto umano). 

delH 0 ,? r re | Ch ° P ? SSa api,;lr(,;n0rf! me Slio alla scienza 
della natura, la quale abbisogna di principi! determinanti 

SS 6 T U T PCT dm ' e - ^ Ì0ni attive 

de I, effetti della natura. In realtà, la teoria della natura 
la spiegazione meccanica dei suoi fenomeni mediante le’ 
loro cause efficienti, non guadagna nulla, quando questi 

ii Sd ddUniT°“ d0 - ,a relazi0ne tlei fmi - L’esposizione 

senno L f 3 * U<H prodotti ’ in ««ante costitui¬ 
scono un sistema secondo concetti teleologici, non appai- 

Lene propriamente se non alla descrizione della nX-a 

composta con una norma speciale; in che la ragione coni 

XtTXpX T ,bn °’ ÌStrUl jÌ V ° e P ra Lcamente utile sotto 

gine c lo ,, , ’ ?' d “ aIeWla spk «azione sull’ori- 

S possibilità interna di queste forme, che è poi 

X ,ri ° deIla Scienza teoretica della natura. 

alcuna do come non appartiene dunque ad 

una dottrina, ma solo alla critica, e alla critica di una 
Pai-fco are facoltà di conoscere, cioè alla critica de gX 

' ni’re H può e deve 

mie il metodo con cui si devo giudicare della natura 

secondo il principio delle cause finali: e così la sua moto 
del| 0 ^ ,a • la almeno un’influenza negativa sulla condotta 

S eliC “ ‘ ,ell “ .meho , SS 


8 80 .-naia 













METODOLOGIA DEL GIUDIZIO teleologico 


301 


tato; ma la facoltà di contentarcene è non solo molto 
limitata per la natura del nostro intelletto, quando ess 
deTe applicarsi alle cose in quanto fini naturali, ma anche 
chiaramente limitata per questo, che, secondo un princip o 
del Giudizio, il primo procedimento per se solo non può 
fornire affatto l’esplicazione di tali cose, e perciò dobbiamo 
sempre subordinare ad un principio teleologico il giu i • 

di queste produzioni. . 

È perciò ragionevole, ed anche meritorio, seguire il mec¬ 
canismo per spiegare i prodotti naturali, finche si può 
fare con verosimiglianza, e non abbandonare questa ri¬ 
cerca perchè sia in se stesso impossibile incontrare per 
questa via la finalità della natura, ma soltanto perche 
impossibile per noi in quanto uomini: giacche a ciò sa- 
"L necessaria un’intuizione diversa dall’ m inzione sen¬ 
sibile ed una conoscenza determinata del sostrato mtell 
gibile della natura, pel quale si potrebbe dare un princi¬ 
pio al meccanismo dei fenomeni secondo le loro leggi P 
ticolari, ciò che supera affatto ogni nostra Scolta 

Affinchè dunque l’osservatore della natura non lavoi 
in pura perdita, bisogna clic egli prenda sempre per prin¬ 
cipio, nel giudizio delle cose di cui il concetto e indubbia¬ 
mente fondato su fini della natura (gli esseri organizzati), 
un’organizzazione originaria, che serva al meccanismo 
stesso per la produzione di altre forme organizzate, o per 
sviluppare quelle già prodotte (che derivano pero sempre 
da quello scopo e gli sono conformi). 

È bello percorrere, con l’anatomia comparata, la granile 
creazione degli esseri organizzati per vedere se non si 
trovi una specie di sistema secondo un principio gencia- 
tore in modo da non esser obbligati ad attenerci al sem¬ 
plice principio del giudizio (che non chiarisce punto la 
produzione di questi esseri) e a rinunziare scoraggiati ad 
ogni pretesa di penetrare la natura in questo campo. 
L’accordo di tante specie animali in un certo schema co¬ 
mune, che sembra aver presieduto non soltanto alla strut¬ 
tura del loro scheletro, ma anche alla disposizione delle 






302 


APPENDICE 


eoi <Ii d " e ' 

eader nellauim.ua Z T *'*”*> di *»•<* tata 
Parto, di poter conse*uir?à° fY'® 6 ”™’ cl< ' bo,<! d ’ n,< “ 
canisino della natura CIUdk *e cosa col semplice mec- 

natnra non è pos Se Ou^t ^ ^ Sci — della 

con tutta la loro S^2^ fc ! Ml0Bla <,ell ° forme, cho 
conformemente ad un tino Tn” lano esser state prodotte 
una loro reale paretela ^ ripotesi di 
comune, col mostraciw*. derivazione da una madre 
specie ad un’altra da quell IUnam ! nto gradua le di una 
sembra attuato ai massimi “ T ? P " nCÌpio dei «ni 
Polipo, e da questo ai muschi &U ° * ? 
al più basso grado che nos«i ' a g ie ’ e Analmente 
-aleria bra£ 2°*°fZZZ.T’*™ '» 

caniche (simili a quelle con • orze > secondo leggi mec- 

fa-oae,, ZLStZT ^ ”!'* 

la Punir è così inooronrn,, i r ' teciu( ' a della natura, 

sa?* oi .x 

n.cdianto il ineJaXuo'che “iTnobfo'ch 1 derì, ' are ’ 

rf ~ s 

ture (porchè cosi bisogna rar . ^ a faDllff,Ia di crea¬ 
mi fondamento questa generai esenta rsela, se deve avere 
della terra, la qim e usef n ?- Pam,tcla) ’ I)al ^embo 
(quasi come un 

principio delle creature di cui 1 , r \ naseere m 
nimo di finalità, e da questo ali * T* * a Un erado mi - 
modo più appropriato al lom l *” ° ^ 81 Coaforma no in 
rapporti reciproci- finché 7°^° ( ' naseita « ai loro 

v»-Oe l ,e,,apr„dZtr:r^Sar 1 Ct 









— 


metodologia del giudizio teleologico 

dell’operazione di quella feconda forza formatrice. - Ma, 
infine, egli dovrà attribuire a questa madre universale 
un’organizzazione che abbia per iscopo tutte queste crea¬ 
ture; altrimenti, non si potrebbe concepire la possibilità 
della forma finale nei prodotti del regno animale e vege¬ 
tale 1 . Ed allora egli non avrebbe fatto altro che diffe¬ 
rirne la spiegazione, e non potrebbe lusingarsi di aver 
resa indipendente la produzione dei due regni dalla condi¬ 
ziono delle cause finali. 

I cambiamenti stessi, che subiscono acei dentalmente 
certi individui delle specie organizzate, dei- quali il ca¬ 
rattere così modificato diventa ereditario ed è adottato 
dalla potenza generatrice, non possono esser meglio con¬ 
siderati che come lo sviluppo occasionale di una disposi¬ 
zione esistente originariamente nella specie e destinata 
alla sua conservazione; perchè l’ammettere che un essere 
organizzato produca esseri simili in virtù della perenne 
sua finalità interna, significa ammettere la condizione 
che nulla in tale sistema di fini appartenga alla potenza 
generatrice che non sia contenuto in un fine dilla di. p 
sizione originaria non ancora sviluppata. Difatti, quanr 1 
si prescinde da questo principio, non si può sapere con 
certezza se parecchie parti, che ora si trovano nella forma- 
di una specie, abbiano un’origine accidentale e senza 


1 Un- ipotesi di questa specie si può chiamare un'ardita avventura della 
ragione: e a pochi naturalisti, anche dei più penetranti, non sarà passata pe 
capo qualche volta. Perchè essa non è propriamente assurda come quella gene- 
ratio «equivoca, con la quale la produzione d'un essere organizzato s. spiega 
con la meccanica della materia bruta inorganica. Sarebbe sempre una penerai* 
univoca, nel senso più ampio della parola, in quanto ammetto che qualcosa d. 
organico può esser solo prodotto da un'altra cosa organica, sebbene il prodotto 
sia specificamente diverso; che, per esempio, certi animali acquane, s. trasfor¬ 
mano a poco a poco in animali palustri, e questi, dopo alcune generazioni 
in animali terrestri. A priori, nel giudizio della pura ragione, m ciò non v è 
niente di contradittorio. Ma l'esperienza non ne dù alcun esempio; e invece la 
produzione clic noi conosciamo è generati» homonyma, non semplicemente «tu¬ 
ro™ in opposizione alla produzione dalla materia inorganica; non solo, ma 
nell’organizzazione stessa essa dà un prodotto della stessa specie ^1 prece¬ 
dente, c, per quanto si estenda la nostra conoscenza sperimentale della natura, 
non si trova mai la generatio he.leronyma. 














304 


APPENDICE 


t“ oeia> per cui in un ~" 

zionc deve essere JZ ® * ^nserva nella propaga¬ 
mo Ito incerto nella sua av °,. ,nu . t,le ’ dlv< mterebbe così 
Bolo pel ceppo originario S! ^ ° sarebbe vaI «lo 
Home, ac ni elirX U tu.tf n T r™?™ più) ’ 
vano necessario ammettere m, Q . naturah tro- 

Giudizio, vale a dir, , teleologico del 

che con egual diritto «-i "?. ?? 0 architettoai ^ «bietta 

possibile un intelletto simile-^eV^riT^ l01 '° C ° m ’ è 
trovar riunite cosi nnn n * ’ a djre * come si possono 
verso facoltà e pronricl-' ' anainente , in un essere le di¬ 
di un intelletto che possiede^ c ° sl, tuiscono la possibilità 
ciò clic concepisce M-i alud >c la potenza di eseguire 

01,è. ditata "Xdimvo r'Tr™” r* ^ 

Porina produzione d’uin a , de a diléstione circa la 

ed è concop,m “ „ “ ?" “"«*> ìa 6 » dei lini 

stione di sapere quai’ò in ,* * <,n08tl ' ri|)os!l odila oue- 
cipio del leUl e „ ”,r ° T « ■*- 

letto d'uno coma produMiiee lì . !° S ‘ l’"" 0 »eH’ lnt*B 
la questione, dal punto di • quanto semplice sostanza, 
monte risoluteTn,""^,* ™ ° te,soh ^ » ■"«c.e.te. 
nella matèria, in 'quanto & V rieerca soltanto 

esterne l’uria all’altra viene affgTegato di inoI te sostanze 
del principio per la forma V 1 ? aDCare in teramente l’unità 
zloni; c l’a utoerazirwicMn^ 1111 1" *»• » forma- 

nostro inteilctto possono es < n ''' nei Prodotti elle dai 
una^ parola priva di aèl Sal ° —» ** è 

della possibilità delle forme* T ''"fi• Hn prineipio supremo 

materia, senza concedere ad essoXm 'X h° (1 ° !Ia 

dell’universo o una sostanza mtelligenza, fanno 

(panteismo), oppure (clic ò ' ID1Ca . che com Prende tutto 











METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


305 


«ione di ogni finalità, che è l’unità del principio; con 
che soddisfano, è vero, ad una condizione del problema, 
spiegando cioè l’unità nel legame dei fini col concetto pu¬ 
ramente ontologico di una sostanza semplice, ma trascu¬ 
rano l’altra condizione, il rapporto di questa sostanzia 
al suo effetto come fine, con cui quel principio ontologico 
devo avere una determinazione più precisa, e quindi non 
rispondono a tutta la questione. La quale (per la nostra 
ragione) resta assolutamente insolubile, se non ci rap¬ 
presentiamo quel principio delle cose come una sostanza 
semplice, e l’attributo di questa, su cui si fonda la qualità 
specifica delle forme della natura, cioè l’unità dei fini, come 
una sostanza intelligente; e il rapporto di quelle forme a 
questa sostanza (a causa della contingenza che ci rappre¬ 
sentiamo in tutto ciò che concepiamo come possibile solo 
in quanto scopo) come il rapporto d’una causalità. 


•§ 81 . — Dell'associazione del meccanismo col principio teleolo¬ 
gico stella spiegazione d’un fine della, natura, considerato 
come prodotto naturale. 

Como abbiamo visto nel paragrafo precedente che il 
meccanismo della natura non può bastare a farci conce¬ 
pire la possibilità d’un essere organizzato, e clic esso (al¬ 
meno secondo la natura della nostra facoltà conoscitiva) 
deve essere subordinato originariamente a una causa in¬ 
tenzionale; così il principio puramente teleologico non 
basta a farci considerare e giudicare questo essere anche 
coinè una produzione naturale, se non vi si associa il mec¬ 
canismo della natura, come lo strumento d’una causa in¬ 
tenzionale, ai cui fini la natura è subordinata nelle sue 
leggi meccaniche. La nostra ragione non comprende la pos¬ 
sibilità di questa unione di due specie interamente di¬ 
verse di causalità, della causalità della natura nella sua 
conformità alle sue leggi generali, con un’idea che le li¬ 
mita ad una forma particolare, di cui per se stesse non 


E. Kant, Critica, del giudìzio. 


20 










306 


APPENDICE 


contengono il principio; questa possibilità risiede nel so- 
slrato soprasensibile della natura, di cui non possiamo 
determinare altro affermativamente, se non che esso è la 
cosa in sè di cui conosciamo soltanto l’apparenza. Ma que¬ 
sto principio, che cioè tutto quello che consideriamo come 
appartenente a questa natura (phoenomenon) c come suo 
prodotto, deve esser concepito anche come legato alle leggi 
meccaniche della natura stessa, non perdo punto della sua 
forza; perchè, senza questa specie di causalità, gli esseri 
organizzati, in quanto fini della natura, non sarebbero’ 
produzioni naturali. 

Ora, quando si ammette il principio teleologico per la 
produzione di questi esseri (come non potrebbe essere al¬ 
trimenti), si può porre a fondamento della causa della 
loro forma finale interna o l’occasionalismo o il pre- 
stabilismo. Ne! primo caso, la causa suprema del mon¬ 
do, conformemente alla sua idea, e all’oecasione di ogni 
accoppiamento della materia, darebbe immediatamente la 
formazione organica; nel secondo, essa avrebbe posto nei 
primi prodotti rii questa sua saggezza soltanto quella 
disposizione, per cui un essere organico produce il suo 
•simile, o la specie si conserva sempre, mentre la natura 
continuamente ripara la perdita degli individui, lavorando 
nel tempo stesso alla loro distruzione. Quando si ammette 
1 occasionalismo per la produzione degli esseri organiz¬ 
zati ogni natura va interamente perduta, e con essa ogni 
uso della ragione nel giudizio sulla possibilità di tali pro- 
« otti; perciò si può supporre che questo sistema non sarà 
ammesso da alcuno, che dia qualche importanza alla filo- 
sofìa. 

Il prestabilismo, a sua volta, può procedere in due 
modi. Esso considera cioè ogni essere organico prodotto 
dal suo simile o come l’eduzione o come la produzione 
di questo. Il sistema, che considera la generazione come 
una semplice eduzione, si chiama sistema della prefor- 
mazione individuale, o anche teoria dell’evoluzio¬ 
ne; quello della generazione come produzione è detto si- 















METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


307 


stema dell’epigenesi; o anche della preforinazione 
generica, perchè la potenza produttrice degli esseri che 
generano, e quindi la forma specifica, sarebbe preformata 
virtualiter, secondo le disposizioni finali interne, che appar¬ 
tengono originariamente alla specie stessa. Conformemente 
a ciò, la teoria opposta della preformazione individuale 
si potrebbe chiamar meglio teoria dell’involuzione. 

I fautori della teoria dell’evoluzione, che sottrag¬ 
gono tutti gli individui alla potenza formatrice della na¬ 
tura per farli uscire immediatamente dalle mani del crea¬ 
tore, non osano spiegare ciò con l’ipotesi dell’occasiona¬ 
lismo, in modo che l’accoppiamento sarebbe una semplice 
formalità, con la quale la suprema causa intelligente del 
mondo avrebbe deciso di formare essa stessa immediata¬ 
mente un feto, lasciandone alla madre soltanto lo sviluppo 
e la nutrizione. Essi si son dichiarati per la preformazione, 
come se non fosse proprio lo stesso, quando queste forme 
si spiegano in modo sopranaturale, farle nascere al princi¬ 
pio o nel corso del mondo; mentre la creazione occasionale 
risparmierebbe una grande quantità di disposizioni sopra¬ 
naturali, che sarebbero necessarie per salvare dalle forzo 
distruttrici della natura, e conservare intatto, per tutto il 
tempo fino al suo sviluppo, l’embrione formato al princi¬ 
pio del mondo; e parimenti un numero di esseri così pre¬ 
formati, infinitamente più grande di quello degli esseri 
destinati un giorno a svilupparsi, ed altrettante creazioni 
insieme, diventerebbero inutili e senza scopo. Ma essi 
vollero lasciare qualche cosa almeno alla natura, per non 
cadere nella completa iperfisica, che può far di meno di 
ogni spiegazione naturale. Si tennero, è vero, sempre attac¬ 
cati alla loro iperfisica, trovando perfino nei mostri (che 
tuttavia è impossibile riguardare come fini naturali) una 
ammirevole finalità, anche non riconoscendovi altro scopo 
che quello di urtare qualche volta l’anatomico con una 
finalità in apparenza senza scopo, ed ispirargli un triste 
stupore. Ma non riuscirono assolutamente a conciliare 
col sistema della preformazione la produzione dei bastardi. 









308 


APPENDICE 


e dovettero attribuire al seme delle creature mascoline, 
cui peraltro non avevano accordato se non la proprietà 
meccanica di fornire il primo alimento all’embrione, una 
virtù formatrice finale, la quale però, relativamente al 
prodotto della generazione di due creature della stessa 
specie, non volevano concedere nè all’ima nè all’altra. 

S invece, se anche non si riconoscesse al fautore del- 
1 epigenesi il grande vantaggio che ha sui partigiani della 
teona precedente, relativamente alla facoltà di servirsi 
dell esperienza come prova della sua teoria, la ragione 
accoglierebbe anticipatamente con maggior favore la sua 
esplicazione, perchè questa considera la natura, rispetto a 
uuelle cose di cui non possiamo rappresentarci la possi¬ 
bilità originaria se non mediante la causalità dei fini, 
come produttrice per sè, almeno per ciò che concerno la 
propagazione, e non come semplicemente capace di svi- 
uppare; e m tal modo, servendosi quanto meno è possibile 
del sopranaturale, lascia alla natura tutto ciò che segue 
ai primo incom.nciamento (ma senza determinare nulla 
di onesto nel quale la fìsica deve naufragare, qualunque 
sia la catena di cause che voglia tentare). 

Nessuno più di M. IL Blu me n bacii 1 si è adoperato 
per questa teoria dell’epigenesi, sia per dimostrarla, sia 
per stabilire i veri principi! della sua applicazione ed ari- 

£L m irr **“ COm ' mC,a »<"*> spiegazione 

tu [Ielle formazioni di cui ci occupiamo dalla materia 

organizzata. Perchè giustamente egli riguarda come as¬ 
surdo che la materia bruta si sia originariamente formata 
fa se secondo leggi meccaniche, che la vita sia sorta 
dalla natura inanimata, e che la materia abbia potuto 
assumere spontaneamente la forma d’una finalità che si 
conserva da se; ma nel tempo stesso, subordinatamente 
al principio per noi impenetrabile di una organiz¬ 
zazione originaria, egli lascia al meccanismo della na¬ 
ni a una parte che non si può determinare, ma che non si 

1 Bmjmshbach, distinto fisiologo ed anatomico di Gottinga (1752-1810) (T.). 











METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 309 

può neanche disconoscere; onde la potenza della materia 
in un corpo organizzato (a differenza della forza forma¬ 
trice puramente meccanica elio la materia possiede in 
generale), vien chiamata da lui una tendenza alla for¬ 
mazione (la quale anche sta sotto l’alta direzione e guida 
di quella). 


§ 82. — Del sistema teleologica nei rapporti esterni 
degli esseri organizsati. 

Per finalità esterna intendo quella per cui una cosa 
della natura sta ad un’altra come mozzo a (ine. Ora. le 
cose che non hanno una finalità interna, o di cui la pus 
sibilità non ne suppone alcuna, per esempio la terra, l’aria, 
laequa, ete. possono avere una grande finalità esterna, 
vale a dire relativamente ad altri esseri; ma questi ultimi 
debbono esser sempre esseri organizzati, cioè fini della 
natura, perchè altrimenti i primi non potrebbero essere 
giudicati come mezzi. Così l’acqua, l’aria e la terra non 
possono esser considerate come mezzi relativamente al- 
l'ammassamento delle montagne, perchè queste non impli¬ 
cano nulla che esiga un principio della loro possibilità 
secondo fini, e quindi la loro causa non possiamo mai 
rappresentarcela sotto il predicato di un mezzo (utile a 
quei fini). 

La finalità esterna è un concetto del tutto diverso da 
quello della finalità interna, la quale è congiunta con la 
possibilità di un oggetto, a prescindere dalla considera¬ 
zione se 1’esistenza stessa dell’oggetto è o no un fine. Di 
un essere organizzato si può domandare perchè esiste, ma 
non è facile fare la stessa domanda per le cose in cui si 
riconosce semplicemente l’effetto del meccanismo della na¬ 
tura. Perchè negli esseri organizzati noi ci rappresen¬ 
tiamo già una causalità secondo fini per spiegare la loro 
possibilità interna, un intelletto creatore, e riferiamo que¬ 
sta potenza attiva alla sua causa determinante, allo scopo. 






310 


appendice 


N°n V é ci,e un’unica finalità esterna che sia connessa con 
‘ , mterna dell’organizzazione, e che stia nel rap¬ 
porto esterno di mezzo a fine, senza che sia necessario 
domandare a quale scopo debba esistere un essere cosi 
umanizzato. È l’organizzazione dei due sessi nel rap¬ 
porto reciproco per la propagazione della loro specie; 
perche qui, proprio come per un individuo, si potrebbe 
sempre domandare perchè dovrebbe esistere tale coppia 
La risposta e che questa costituisce un tutto organiz¬ 
zante. se non un tutto organizzato in un corpo solo 
Ora, quando si domanda perchè una cosa esiste, la ri¬ 
sposta c o ohe la sua esistenza e la sua produzione non 
hanno alcun rapporto con una causa che agisce secondo 

’ al, " ra a Sua orig ì ne Ri riporta sempre al mecca¬ 
nismo della natura, oppure che vi è un principio inten¬ 
timi d ’i * SUa . esistenza (i " nuanto essere naturale con- 

dal coneettoT I,0 ' 1SÌer ° dUTÌCilmentc * separare 
dobbiamo T 0083 org£UI ‘zzata; perchè, siccome noi 
^ bb. imo ammettere per la sua possibilità interna una 
causalità di cause finali ed un’idea che sia il principio 
, questa, non possiamo concepire l’esistenza di questo 

reffetto°r r,ment ì T C ° me Difatti ’ si «*iama scopo 
effetto lappresenlato, di cui la rappresentazione è nel 

gente ed T- i PrmCÌPÌ ,° ** determina la causa intelli- 
f“ 6d afflciente « Produrlo. In questo caso perciò si può 
diie,ocho lo scopo dell’esistenza di tale essere naturale 

scopo "ma 'se n* '“r * ?” Che CSS ° non è sem l>l'cernente 

*Z ZZL* 1 n,, ° 00 " ,c 8 “‘“> "» ■»■»« 

Ma, se noi percorriamo tutta la natura, non troveremo 

" GSSa ’ m . n ‘ aaut0 natara . alcun essere che possa pretcn- 
deie al principio di essere lo scopo finale della creazione- 
e si p„o dimostrare anche a prori che ciò che in qualche 

r:rrv sse ” 10 soo,> ° »“Z 

con tutte le determinazioni e le proprietà di cui si po- 















metodologia del giudizio teleologico 


311 


trebbe corredarlo, non può esser mai, come cosa della na¬ 
tura, uno scopo finale. 

Quando si considera il regno vegetale, per 1 immensa 
fecondità con cui si spande quasi su ogni suolo, si po¬ 
trebbe essere indotti da principio a riguardarlo come un 
semplice prodotto di quel meccanismo della natura, che 
onesta rivela nelle formazioni del regno minerale. Ma una 
conoscenza più approfondita dell’inesprimibile saggezza 
dell’organizzazione di questo regno non ci fa fermare m 
questo pensiero, e suscita invece la domanda: perche esi¬ 
stono queste creature? Se si risponde che esistono pe re¬ 
gno animale, che se ne nutre, e perciò ha potuto spandersi 
sulla terra in specie tanto diverse, risorge la domanda: 
perchè esistono questi animali che si cibano di piante? 
La risposta potrebbe essere che esistono pei carnivori, 
che si possono nutrire soltanto di ciò che è vivo. Infine si 
presenta la quistione: a che servono questi ammali con 
tutti i regni della natura? Per l’uomo, pei diversi usi che 
la sua intelligenza gli insegna a fare di tutte quelle crea¬ 
ture; e qui sulla terra egli è l’ultimo scopo della crea¬ 
zione perchè è l’unico essere, tra quelli che qui si trovano, 
H „uale possa farsi un concetto di scopo, e di un aggre¬ 
gato di cose formate secondo un line possa fare con la sua 

ragione un sistema di fini. # 

Si potrebbe anche, col cavalier Linneo, seguire la via 
in apparenza opposta, e dire che gli animali erbivori esi¬ 
stono per moderare la vegetazione lussuriosa del regno ve¬ 
getale, da cui parecchie specie sarebbero state soffocate; 
che i carnivori esistono per porre un freno alla voracità 
dei primi; e finalmente l’uomo, perchè, perseguitando que¬ 
sti ultimi e scemandoli di numero, stabilisca un certo equi¬ 
librio tra le forze produttrici e distruttrici della natura. 
E così l’uomo, per quanto sotto un certo rispetto sia 
degno di esser considerato come un fine, non avrebbe, 
sotto altro rispetto, se non il grado di un mezzo. 

Se si assume come principio una finalità oggettiva nella 
varietà delle specie delle creature terrestri e nel rapporto 






— 


— 


àljS APPENDICE 

esterno di queste specie tra loro, in quanto esseri costruiti 
secondo tini, è conforme alla ragione concepire anche una 
ccHa organizzazione in questo rapporto, ed un sistema di 
tutti i regni della natura secondo causo finali. Ma l’espe¬ 
rienza qui sembra contradire apertamente alla massima 
della ragione, specialmente per ciò che concerne lo scopo 
ultimo della natura, il quale tuttavia è necessario per la 
possibilità di tale sistema, e noi non possiamo riporlo al¬ 
trove che nell’uomo: perchè anzi rispetto a quest’ultimo, 
considerato come una delle molte specie animali, la na¬ 
tura non ha fatto la minima eccezione circa le forze di¬ 
struttrici e produttrici, per sottoporre tutto al suo mecca¬ 
nismo, senza alcuno scopo. 

La prima cosa clic dovrebbe essere stabilita espressa- 
mente sulla terra, in un ordinamento diretto a formare un 
insieme finale degli esseri naturali, sarebbe certo il loro 
domicilio, il suolo o l’elemento su cui e in cui dovrebbero 
avere il loro sviluppo. Ma una conoscenza più esatta del 
modo come è costituita questa condizione essenziale di 
tutti i prodotti organici, non mostra se non cause che agi¬ 
scono del tutto ciecamente, e piuttosto distruttrici che fa¬ 
vorevoli alla produzione, all’ordine e ai fini. La terra e il 
mare non contengono soltanto i monumenti delle antiche 
e potenti rivoluzioni, da cui furono colpiti insieme con 
tutte le creature che vi si trovavano, ma tutta la loro 
struttura, gli strati della terra e i limiti del mare hanno 
perfettamente l’apparenza di essere stati prodotti da forze 
selvagge ed onnipotenti della natura operante nel suo stato 
caotico. Per quanto ora sembrino ben appropriate la figu¬ 
ra, la struttura e la pendenza delle terre a ricevere le acque 
del cielo, lo sorgenti che scorrono tra strati di diverse 
specie (destinati a diverse produzioni), e il corso dei tor¬ 
renti, nondimeno un esame più approfondito di tali cose 
dimostra che esse sono state prodotte semplicemente, in 
pai te da eruzioni vulcaniche, in parte da inondazioni o da 
sollevazioni dell’oceano; e cosi si spiegano e la prima for¬ 
mazione di questa figura, e specialmente la sua trasforma- 















METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


313 


ziono successiva, come, nel tempo stesso, la sparizione 
delle prime produzioni organiche 1 . Ora, se il domicilio di 
tutte queste creature, se il suolo della terra e il grembo 
del mare non ci mostrano se non un meccanismo intera¬ 
mente cieco, come e con qual diritto possiamo domandare 
e affermare un’altra origine delle creature stesse? Seb¬ 
bene l’uomo, come (secondo Camper) sembra dimostrarlo 
l’esame più approfondito dei resti di quelle devastazioni 
della natura, non sia stato compreso in tali rivoluzioni, 
tuttavia egli è così dipendente dalle altre creature della 
terra, che, ammettendo per queste un meccanismo gene¬ 
rale della natura, bisognerebbe ineludervelo: sebbene la 
sua intelligenza (in gran parte almeno) abbia potuto sal¬ 
varlo da quelle devastazioni. 

Questo argomento pare che non oltrepassi lo scopo pro¬ 
posto, provando cioè non soltanto che l’uomo non possa 
essere l’ultimo scopo della natura, e che, per la stessa ra¬ 
gione, l’insieme delle cose organizzate naturali non possa 
essere un sistema di fini; ma anche che quelle produzioni, 
che prima si consideravano come fini naturali, non pos¬ 
sano avere altra origine che il meccanismo della natura. 

Ma, nella soluzione data avanti dell’antinomia dei prin- 
cipii del modo meccanico e del modo teleologico di produ¬ 
zione degli esseri organizzati, abbiamo visto che questi 
principii, relativamente alla natura formatrice secondo 
le sue leggi particolari (di cui non possiamo penetrare la 
connessione sistematica), non sono altro che principi! del 
giudizio riflettente, c che cioè non determinano in sé 1 ori- 


i Se la denominazione accettata di storia naturale deve restare a desi¬ 
gnare la descrizione della natura, si può chiamare archeologia della na¬ 
tura, in opposizione con quella dell’arte, ciò che mostra la storia naturale, 
presa alla lettera, vale a dire una rappresentazione dell’antico stato della 
terra, fondato sopra congetture, le quali a ragione si possono avanzare, sebbene 
non si abbia alcuna speranza di certezza. All'archeologia della natura apparter¬ 
rebbero le pietrificazioni, come a quella dell’arte appartengono le pietre inta¬ 
gliate. etc. Perchè, siccome in reaitò si lavora costantemente a costruire questa 
scienza (sotto il nome di teoria della terra), sebbene il lavoro, com’è 
giusto, sia lungo, non si darebbe tal nome ad un’ investigazione della natura 
puramente immaginaria, ma si dà ad uno studio cui la natura stessa c invita 
e ci esorta. 


















314 


APPENDICE 


pine ,1, questi prodotti, ma significano solo che, data la 
costituzione del nostro intelletto e della nostra ragione 
non possiamo concepirla altrimenti che secondo cause fina¬ 
li: il massimo sforzo, e perfino l’ardimento, nei tentativi 
por spiegarla meccanicamente, ci sono non soltanto per¬ 
messi, ma inculcati dalla ragione, sebbeno sappiamo che 
non potremo mai riuscirvi per la natura particolare e la 
limitazione del nostro intelletto (e non perchè il mecca¬ 
nismo della produzione contradica in sè all’origine secondo 
ini): e, finalmente, l’unione di questi due modi di rappre¬ 
sentarsi la possibilità della natura può stare nel principio 
soprasensibile della natura (cosi fuori di noi come in noi) 
perche l’esplicazione secondo cause finali non è se non una 
condizione soggettiva dell’uso della nostra ragione, quando 
essa non vuol giudicare degli oggetti in quanto semplici 
fenomeni, ma vuol riferirli, insieme eoi loro principi!, al 
sostrato soprasensibile, per spiegare la possibilità di certo 
leggi della loro unità, che non può rappresentarsi se non 
mediante fini (e la ragione stessa ne contiene tali, cho 
sono soprasensibili). 


§ 83. — Dello scopo ultimo della natura 
in quanto sistema teleologico. 

Abbiamo dimostrato precedentemente che, secondo i 
principi, della ragione, vi sono motivi sufficienti, non pel 
(.indizio determinante, è vero, ma pel Giudizio riflettente 
per considerare l’uomo, non soltanto come un fine della na- 
Ura ’ °? mc tutti ffli esseri organizzati, ma come l’ultimo 
me d, essa sulla terra, in modo che rispetto a lui tutte 
lo altre cose naturali costituiscono un sistema di fini. Ora, 
se si deve trovare nell’uomo stesso ciò che deve esser 
elevato a fine mediante il suo legame con la natura, questo 
ine o sara tale che possa esser soddisfatto spontaneamente 
calla beneficenza della natura, oppure consisterà nell’atti- 
tudine e l’abilità rispetto ad ogni specie di fini, con cui 











METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


315 


l’upino possa usar della natura (esternamente ed interna¬ 
mente). Il primo scopo della natura sarebbe la felicità, 
il secondo la coltura dell’uomo. 

Il concetto della felicità non è tale che l’uomo lo tragga 
dai suoi istinti, e lo derivi così da ciò che in lui è anima¬ 
lità; è la semplice idea di uno stato che egli vuol ren¬ 
dere adeguato agli istinti sotto condizioni puramente em¬ 
piriche (il che è impossibile). Egli se la forma da se, e in 
tante maniere diverse, mediante il suo intelletto impi¬ 
gliato nell’immaginazione e nei sensi, e la cambia così 
spesso che, se la natura fosse sottomessa interamente al 
suo arbitrio, per accordarsi con questo concetto oscillante 
e quindi con lo scopo che ciascuno arbitrariamente si pone, 
non potrebbe assolutamente accogliere alcuna legge deter¬ 
minata, universale e fissa. Ma, anche se noi volessimo o 
abbassare questo concetto ai veri bisogni della nostra na¬ 
tura, nei quali la nostra specie si mostra interamente d’ac¬ 
cordo con se stessa, oppure elevare la nostra capacità di 
effettuare tutti gli scopi immaginati, l’uomo non raggiun¬ 
gerebbe mai quello che intende per felicità, e che è in 
realtà l’ultimo suo fine naturale (non fine della libertà): 
perchè la sua natura non è tale da fermarsi e contentarsi 
nel possesso e nel godimento. D’altra parte, la natura è 
tanto lungi dall’averlo adottato come il suo particolare 
favorito, e concessogli il benessere a preferenza di tutti 
gli altri animali, che essa, nei suoi effetti rovinosi, la 
peste, la fame, l’inondazione, il freddo, l’ostilità degli 
altri animali grandi e piccoli, e simili, non lo risparmia 
più di qualunque altro animale: oltre di che le contradi¬ 
zioni delle sue disposizioni naturali lo gettano in pe¬ 
ne immaginarie, mentre altre tribolazioni proprie della 
sua specie, con lo spirito di dominazione, la barbarie, la 
guerra, etc., lo riducono in tale miseria, ed egli stesso, per 
quanto è in lui, si adopera tanto per la rovina della pro¬ 
pria specie, che se anche il fine della più benefica natura 
esterna fosse riposto nella felicità della nostra specie, 
questa sulla terra non raggiungerebbe un sistema di foli- 













316 


appendice 


cita, perché la sua natura non ne è capace. L’uomo perciò 
non è altro, sempre, che un anello nella catena dei lini 
naturali: è principio bensì relativamente a certi fini che 
la natura sembra aver disposti in lui, in quanto egli stesso 
si pone come fine; ma è anche mezzo per la conservazione 
della finalità nel meccanismo degli altri membri. Como 
1 unico essere che sulla terra abbia un’intelligenza, e 
quindi una facoltà di porsi volontariamente degli scopi, 
egli è, in verità, il ben titolato signore della natura; e, 
se questa si considera come un sistema di fini, egli no è, 
per la sua destinazione, lo scopo ultimo; ma sempre condi¬ 
zionatamente, cioè a condizione che sappia o voglia dare 
alla natura e a se stesso una finalità sufficiente per se 
stessa e indipendente dalla natura, e che quindi possa 
esscro uno scopo finale, il quale però non deve esser cer¬ 
cato nella natura. 

Ma per trovare dove bisogna riporre questo fine ul¬ 
timo della natura, relativamente all’uomo almeno, dob¬ 
biamo cercare quello che la natura può fare per prepa¬ 
rarlo a ciò che egli stesso deve fare per essere uno scopo 
tinaie, e separarlo da tutti i fini di cui la possibilità ri¬ 
posa su cose che si possono aspettare soltanto dalla na¬ 
tura. Tale sarebbe la felicità sfalla terra, con che s’intendo 
insieme di tutti i fini dell’uomo, possibili per mezzo 
della natura esterna ed interna a lui; ò la materia di 
tutti i suoi fini sulla terra, e che, se egli ne fa l’unico 
suo scopo, lo rende incapace a dare alla sua esistenza 
uno scopo finale e ad accordarsi con esso. Sicché di tutti 
i suoi tìm nella natura non resta se non la condizione 
formale, soggettiva, vale a dire la facoltà di porsi dei fini 
in generale, e (indipendentemente, nella determinazione 
dei suoi fini, dalla natura) di servirsi della natura in modo 
adeguato alle massime dei suoi liberi scopi in generale: 
il che la natura può fare relativamente allo scopo che è 
uori di essa, e che può esser riguardato perciò come il 
suo ultimo scopo. La produzione, in un essere ragionevole, 
della capacita di proporsi fini arbitrarii. in generale (e 









METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


317 


quindi nella sua libertà) è la coltura. Sicché la coltura 
soltanto può essere lo scopo ultimo che la natura abbia 
ragione di porre relativamente alla specie umana (non la 
sua felicità sulla terra, o semplicemente il privilegio di 
essere il principale istrumento dell’ordine e dell’armonia 
nella natura esterna irragionevole). 

Ma non ogni coltura è sufficiente per questo scopo 
ultimo della natura. La coltura dell abilità c senza dub¬ 
bio la condizione soggettiva principale della capacità di 
seguire dei tini in generale; ma non è sufficiente a pro¬ 
muovere la volontà 1 nella determinazione e nella scelta 
dei fini, che tuttavia fa parte essenziale della nostra fa¬ 
coltà di proporci degli scopi. L’ultima condizione di questa 
capacità, che si potrebbe chiamare coltura dell’educazione 
(della disciplina), è negativa; e consiste nella liberazione 
della volontà dal despotismo delle tendenze, per cui, stando 
attaccati a certe cose della natura, diventiamo incapaci a 
scegliere da noi, perchè cangiamo in catene gli stimoli 
che la natura ci ha dato soltanto per avvertirci di non 
trascurare o di non ledere la destinazione dell’animalità 
che è in noi, mentre pur siamo liberi abbastanza di rite¬ 
nerli o rilasciarli, di estenderli o diminuirli, secondo ciò 
che esigono i fini della ragione. 

L’abilità non può essere bene sviluppata nella specie 
umana che per mezzo dell’ineguaglianza tra gli uomini; 
perchè il più gran numero di essi cura le necessità della 
vita quasi meccanicamente, senza aver bisogno d’un’arte 
particolare, e pel comodo e il divertimento degli altri, i 
quali lavorano per gli elementi meno necessarii della col¬ 
tura, la scienza e l’arte, tenendo i primi in uno stato di 
oppressione, nel quale lavorano duramente e godono poco, 
mentre però a poco a poco si propaga tra essi parte della 
coltura della classe superiore. I mali però crescono egual¬ 
mente da ambo le parti col progresso di questa coltura 
(che si chiama lusso quando il bisogno del superfluo co- 


i Prima edizione: la libertà [T.3. 














318 


appendice 


imne.a già a nuocere al necessario), in una per l’oppres- 
slonG - ne,, ’altra per l’intima insoddisfazione; ma la mi- 
ser.a brillante si trova tuttavia congiunta con lo sviluppo 
de e deposizioni naturali nella specie umana, e il line 
della natura stessa, se non il fine nostro, è raggiunto in 
questa maniera. La condizione formale sotto cui soltanto 
la natura può raggiungere questo suo scopo finale, è 
quella costituzione nei rapporti degli uomini tra loro, elio 
in un tutto che si chiama società civile, oppone una 
potenza legale alle infrazioni reciproche della libertà; 
perche solo in tale costituzione si può effettuare il mas¬ 
simo sviluppo delle disposizioni naturali. Ma. se anche 
gli uomini fossero tanto accorti da trovarla, o saggi 
abbastanza per sottoporsi alla sua costrizione, Sarebbe 
ancora necessario un tutto cosmopolita, vale a dire 
un sistema di tutti gli stati, che sono esposti al pericolo 
di danneggiarsi reciprocamente. In mancanza di questo 
sistema, e per gli ostacoli che l’ambizione, il desiderio 
i i <. oininare e la cupidità, specialmente presso quelli che 
anno in mano il potere, oppongono anche alla possibilità 

/ ta \: ]l .™ sno ' lil è inevitabile (in cui o degli 

siati si dividono e risolvono in stati minori, oppure uno 
stato se ne aggrega altri più piccoli, tendendo a formare 
un tutto piu grande); la guerra che però, se è un’im- 
presa inconsiderata degli uomini (suscitata dalle loro pas¬ 
sioni sfrenate), forse nasconde profondamente qualche di¬ 
segno della saggezza suprema, almeno per preparare, se 
non per stabilire, la conciliazione della legalità con la 
liberta negli stati, e quindi l’unione di questi in un sistema 
moralmente fondato; e, malgrado le calamità terribili con 
i essa oppi ime il genere umano, e i mali forse maggiori 
che derivano dalla sua costante preparazione in tenfpo d 
pace, e uno stimolo di più a sviluppare fino al più alto 
grado tutti i talenti che servono alla coltura (tiene sempre 
marni la speranza della calma nella felicità pubblica). 

Per ciò che concerne la disciplina delle inclinazioni. _ 
a le quali risponde pienamente, riguardo alla nostra desti- 













METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO ài.) 

nazione in quanto siamo una specie animale, la disposi¬ 
zione naturale, ma che rendono molto difficile lo sviluppo 
dell’umanità, - anche in questa seconda esigenza della 
coltura si mostra una felice tendenza della natura ad 
uno sviluppo che ci rende atti a scopi piu alti di quelli 
che la natura stessa può fornire. Non si può contrastare 
al predominio dei mali che, suscitando una quantità di 
inclinazioni insaziabili, spandono su noi il raffinamento 
del gusto spinto fino all’ idealizzazione, ed anche il lusso 
nelle scienze, in quanto alimento della vanità: ma non si 
può neanche disconoscere il fine della natura, diretto ii v in 
cere sempre più la rozzezza e la violenza di quelle ine 1 - 
nazioni (al godimento) che più appartengono alla nostra 
animalità e più si oppongono alla coltura della nostra 
destinazione più alta, e a far posto allo sviluppo del¬ 
l’umanità. Lo hello arti e le scienze, che col loro Piacere 
comunicabile universalmente, e con l’urbanità 6 11 ral *' 
namento che portano nella società, se non fanno l’uomo 
moralmente migliore, lo rendono costumato, sottraggono 
molto alla tirannia dello tendenze fisiche e preparano per¬ 
ciò l’uomo alla signoria assoluta della ragione, mentre 
i mali di cui ci affligge in parte la natura, in parte 
l’incomportabile egoismo degli uomini, chiamano a rac¬ 
colta le forze dell’anima, le elevano, le temprano, perchè 
non soggiacciano a quelli; e ci fanno sentire così un atti¬ 
tudine per fini più alti, la quale si trova nascosta in noi 1 . 


1 Quale valore abbia la vita per noi b facile vederlo quando si assume 
«orno misura ciò ebe si code (il fine naturale dell’insieme di tutte le nostro 
inclinazioni, lo felicità). Esso b al disotto di niente; perchè chi vorrebbe rico¬ 
minciar da capo la sua vita sotto le stesse condizioni, o anche secondo un nuovo 
piano disegnato da lui stesso (conforme però al corso della natura), che non 
avesse altro scopo che il godimento? Abbiamo mostrato precedentemente qua,e 
valore abbia la vita per ciò che essa contiene quando sia condotta conforme¬ 
mente allo scopo che la natura fa di noi, e che consiste in ciò che si fa 
(non in ciò che si gode semplicemente), e in cui non siamo se non mezzi per 
uno scopo finale indeterminato. Non resta dunque altro che il valore che diamo 
noi stessi alla nostra vita mediante ciò che facciamo non solo, ma clic tacciamo 
così liberamente e indipendentemente dalla natura, che anche l’esistenza nella 
natura non può essere un fine che sotto questa condizione. 











320 


appendice 


§ 8t. - Dello scopo finale dell’esistenza d’un mondo, 
vale a dire della creazione stessa. 

Scopo finale è quello che non ne suppone alcun altro 
come condizione della sua possibilità. 

° P ° r S * ,, ° sra ®“ la .finalità della natura non si ammette 
f , pi mcipio che il semplice meccanismo, non si può 
comandare perche le cose esistono nel mondo; perchè al- 
lora in questo sistema idealistico, non si tratta che della 
possibilità fisica delle cose (che sarebbe insensato e vano 

dclìr coso :T fini): Si P0trebbe spiegare questa forma 
delle coso col caso, o con la cieca necessità, ma in tutti 

i due modi quella domanda sarebbe vana. Ma, se ammet¬ 
tiamo il legame finale nel mondo come reale, e con esso 
una s pce c particolare di causalità, cioè quella d’una 

foravi n ae, \ ee inte «^onalmente, non possiamo 
alla qucst i one cli sa P° r e perchè le cose del mondo 
Mate mese "S""® 3 * 1 ? hanno f l ue sta o quella forma, sono 

turi- nul i 1 ' 0 U1 C,UeSt ° ° qUGl r aPP or t° dalla na- 
, ’ f|ua ncl° si e concepito una volta un intelletto, che 

ah form r COme la «ausa della possibilità di 

deve ZoLT S1 , tr ° Van ° effettivame nte nelle cose, si 
potato del d ° mandare qua,e Principio oggettivo abbia 
affo o , n ; nare qUCSta iaieUigcnza produttrice ad un 
eJTetto d questa speme, e che è perciò lo scopo finale per 
ma queste cose esistono. 

Ho detto avanti che lo scopo finale non è tale che la 
natura sia sufficiente ad effettuarlo e a produrlo confor- 
memente alla sua alea, perchè è incondizionale. Perchè di- 
tatti non ve nulla in natura (in quanto essere sensibile) 

I ma il principio determinante, che si trova nella natura 
stessa, non sia a sua volta condizionato; e questo vale 

per l *" t0 PCr )a natura esterna (materiale), ma anche 
Per la natura interna (pensante), in quanto, s’intmule 

considero ,n me soltanto ciò che è natura. Ma una cosa 
che deve esistere necessariamente, in virtù della sua na- 












METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


321 


tura oggettiva, come lo scopo finale d’una causa intelli¬ 
gente, dev’esser tale che, nell’ordine dei fini, non dipenda 
da nessun’altra condizione che non sia semplicemente la 
sua idea. 

Ora noi non abbiamo nel mondo se non un’unica specie 
di esseri, di cui la causalità sia teleologica, cioè diretta a 
scopi, e tali tuttavia che si rappresentino la legge secondo 
cui debbono determinare i proprii fini, come posta incon¬ 
dizionatamente da loro stessi e indipendentemente dalle 
condizioni della natura, eppure come in so stessa necessa¬ 
ria. L’essere di questa specie è l’uomo, ma considerato 
come noumeno; è l’unico essere della natura in cui pos¬ 
siamo riconoscere, come suo carattere proprio, una facoltà 
soprasensibile (la libertà) ed anche la legge della cau¬ 
salità e l’oggetto di questa che egli si può proporre come 
fino supremo (il bene supremo nel mondo). 

Ora, dell’uomo (e così di ogni essere ragionevole del 
mondo), in quanto essere morale, non si può domandare 
ancora perchè (quem in finem) esiste. La sua esistenza ha 
in so stessa lo scopo supremo, al quale, per quanto è in 
sua facoltà, egli può sottomettero l’intera natura, o al¬ 
meno cui non può contrastare per nessun influsso della 
natura. — Ora, se le cose del mondo, in quanto esseri 
condizionati relativamente alla loro esistenza, abbisognano 
di una causa suprema che agisca secondo fini, l’uomo sarà 
Io scopo finale della creazione: perchè senza di esso la 
catena dei fini subordinati l’uno all’altro non avrebbe un 
vero principio, e solamente nell’uomo, ma nell’uomo in 
quanto soggetto della moralità, si può trovare questa le¬ 
gislazione incondizionata relativamente ai fini, che lo 
rende solo capace di essere uno scopo finale, cui la na¬ 
tura sia teleologicamente subordinata 1 . 


1 Sarebbe possibile che la felicità degli esseri ragionevoli del mondo fosse 
un fine della natura, e allora sarebbe anche il suo ultimo scopo. Per lo 
meno non si può vedere a priori jierchè la natura non dovrebbe essere indiriz¬ 
zata a questo fine, se questo è possibile mediante il suo meccanismo, almeno 


E. Kant, CHti-ca del giudizio. 


21 












1 


322 


APPENDICE 


§ 85. — Della fisico-teologia. 

La fisico-teologia è il tentativo, che fa la ragione 
(li concludere dai fini della natura (i duali possono essei 
conosciuti solo empiricamente) alla causa suprema della 
natura, e alle proprietà di tale causa. Una teologia mo¬ 
rale (etico-teologia) sarebbe il tentativo «Iella ragione di 
concludere dal fine morale (che può esser conosciuto 
a priori) degli esseri naturali ragionevoli, alla causa me¬ 
desima e alle sue proprietà. 

La prima precede naturalmente la seconda. Perchè 
(juamlo vogliamo concludere teleologicamente dall,' 
cose del mondo alla causa di esso, debbono prima esserci 
(lati degl, scopi della natura, pei quali dopo abbiamo da 
cercare „n° scopo finale, e quindi il principio della cau¬ 
salità di questa causa suprema. 

Secondo il principio teleologico, possono e debbono 
darsi mo te investigazioni della natura, senza che si abbia 
Kigione d, curarsi del principio della possibilità di quél- 


pur quanto noi lo conosciamo. Ma la moralità «1 „„ 

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oontradice olla con,Lione ' èri il **"“ SUprema possa far «al bene, si 

inumo i«i ( ,ci;r ^w; c " r, " i ciruom ° sott “ « - *■> 

interna). Il che dimostra che la f . “ ° con !a propria legislazione morale 

ditionato, che “rnol s l "- D ° n P “ 6 — - »* uno scopo con- 
finale della IZZT LT2 'VT° »»»>•, PU& essere scopo 











metodologia del giudizio teleologico i(2.'t 

• u r secondo fini, che troviamo in diversi prodotti na- 
11 uà li. Ma, se anche di ciò si vuole avere un concetto, non 
''Inaino un punto di vista più esteso di (pielio che è 
i • i n ito dalla massima del Giudizio riflettente: che, cioè, 

< i fosse dato anche un sol prodotto organico della na- 
i u à. non potremmo, data la costituzione della nostra fa- 
' 'Ila conoscitiva, concepire di esso altro principio che 
'inello di una causa della natura stessa (di tutta la 
natura, o anche soltanto di questa sua produzione), che 
"" contenga la causalità in quanto intelligenza; un priu- 
'l'io del giudizio col quale veramente non procediamo af¬ 
fatto nella conoscenza delle cose naturali e della loro ori¬ 
gine, ma che tuttavia ci apre sulla natura un punto di 
vista, col quale forse possiamo determinar più addentro 
il concetto, altrimenti così sterile, d’un essere supremo. 

Ora io dico che la fisico-teologia, per quanto sia spinta 
lontano, non ci può rivelare nulla di uno scopo finale 
della natura; perchè essa non arriva a porre tale que¬ 
stionò. Di modo che essa può bensì giustificare il concetto 
d una causa intelligente del mondo, in quanto è un con¬ 
cetto soggettivo — valido unicamente per la costituzione 
della nostra facoltà di conoscere — della possibilità delle 
cose che possiamo rappresentarci secondo scopi; ma non 
può ulteriormente determinare il concetto stesso, nè dal 
punto di vista teoretico nè dal punto di vista pratico; il 
suo tentativo non raggiungo lo scopo di fondare una teolo¬ 
gia, ma essa resta sempre non altro che una teologia fisica: 
perchè in essa la relazione dei fini è, e dev’essere, sempre 
considerata come condizionata dalla natura, e quindi non 
può sorgere la questione dello scopo per cui la natura 
stessa esiste (di cui il principio deve essere cercato fuori 
della natura), mentre dall’ idea determinata di tale scopo 
dipende il concetto definitivo di quella causa superiore e 
intelligente del mondo, e quindi la possibilità di una 
teologia. 

Qual’è l’utilità reciproca delle cose nel mondo; come il 
molteplice di una cosa è utile alla cosa stessa; come per- 











324 


APPENDICE 


fino si ultimi ragione di ammettere che nulla è vano nel 
mondo, c lutto invece nella natura serve a qualche cosa 
data la condizione che certe cose (come fini) debbono esi- 
slorc, una questione, cioè, in cui la ragione non può 
offrire al Giudizio nessun altro principio della possibilità 
del l’oggetto del suo inevitabile giudizio teleologico, oltre 
quello di subordinare il meccanismo della natura all’ar¬ 
chitettonica di un creatore intelligente della natura: tutto 
ciò è fornito eccellentemente e con grande nostra ammira¬ 
zione dalla considerazione teleologica del mondo. Ma, poi¬ 
ché i dati, e quindi i principii, che servono a determinare 
quel concetto di una causa intelligente del mondo (come 
artista supremo), sono empirici, non lasciano concludere 
alcuna proprietà di là da ciò che scopre l’esperienza negli 
effetti della causa stessa; e poiché l’esperienza non può 
mai abbracciare l’intera natura in quanto sistema, essa 
deve spesso urtare (secondo l’apparenza) contro quel 
concetto e contro argomenti contradittorii; e, anche se 
fossimo capaci di guardare empiricamente all’intero si¬ 
stema, per ciò che concerne la sola natura, non ei po¬ 
trebbe mai elevare al disopra della natura medesima, fino 
allo scopo dell’esistenza di questa, e quindi fino al con¬ 
cetto determinato di quell’intelligenza superiore. 

Se si diminuisce la questione, di cui si cerca la solu¬ 
zione in una fisico-teologia, la soluzione stessa appare fa¬ 
cile. Se, cioè, si converte il concetto di una divinità in 
quello di un qualunque essere intelligente che possiamo 
pensare, di cui può esservene uno o più, che ha molti e 
grandissimi attributi, ma non proprio tutti quelli che 
son necessarii in generalo a costituire una natura che si 
accordi col più grande scopo possibile; oppure si crede 
qualcosa d’indifferente il supplire con aggiunte arbitra¬ 
rie, in una teoria, alla mancanza di ciò che dev’esser for¬ 
nito dalle dimostrazioni, e, dove si ha ragione di ricono¬ 
scere molta perfezione (e che cosa è molto per noi 1 ?), ci 
si crede autorizzati a supporre tutta la perfezione pos¬ 
sibile: allora la teleologia tìsica ha forti pretese alla gloria 









METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 




.11 l'ondare una teologia. Ma, se ci si domanda di mostrare 

.dio ci spinge e, sopratutto, ciò che ci autorizza a faro 

Minili aggiunte, noi cercheremo invano il fondamento 
ilei la nostra giustificazione nei principii dell’uso teoretica 
(iella ragione, il quale chiede in modo assoluto che i.el 
definire un oggetto dell’esperienza non si attribuiscano 
ad esso più proprietà di quelle che, come dati empirici, si 
I mvano nella sua possibilità. Un esame più approfondito 
ei mostrerebbe che vi è a priori in noi un’ idea di un essere 
r. ii premo, che riposa su di un uso del tutto diverso della 
ragione (il pratico), il quale ci spinge a completare e ad 
elevare la manchevole rappresentazione che una teologia 
lìsica dà del primo principio degli scopi della natura, fino 
a| concetto di una divinità; e non immagineremmo erro¬ 
neamente di aver prodotto tale idea, e con essa una teo¬ 
logia, mediante l’uso teoretico della ragione applicato 
ella conoscenza fisica del mondo, e ancora meno di averne 
dimostrato la realtà. 

Non si possono biasimare troppo gli antichi nè d’aver 
concepito tante divinità, e diverse per le loro facoltà, i 
loro scopi e i loro propositi, nè di averle tutte costrette 
.(Ila condiziono umana, non escluso perfino il loro capo, 
l’erchè, di fatti, quando essi consideravano la disposizione 
c il processo delle cose nella natura, si trovavano bensì 
sufficientemente autorizzati ad ammetterne come causa 
qualcosa di più d’un meccanismo, e a supporre dietro la 
macchina di questo mondo i disegni di eerte cause supe¬ 
riori, che non si potevano concepire se non come sovru¬ 
mane. Ma, poiché essi trovavano che nel mondo, almeno 
dal nostro punto di vista, il malo è mescolato col bene, 
l’accordo col disordine, c non potevano permettersi di 
immettere, in favore dell’idea arbitraria di un creatore 
perfettissimo, fini saggi e benefici, occulti, ma tuttavia 
sussistenti come principii, e di cui non vedevano le prove; 
il loro giudizio della causa suprema del mondo difficil¬ 
mente poteva esser diverso, in quanto essi, cioè, procede¬ 
mmo con perfetta conseguenza secondo le massime del- 








326 


appendice 


l’uso puramente teoretico della ragione. Altri, che in 
quanto tisici pretendevano d’essere teologi, pensarono di 
trovare la soddisfazione della ragione, cercando per Tas¬ 
so! uta unità del principio delle cose naturali, che essa 
esigo, l’idea di un essere al quale, come sostanza, sareb¬ 
bero inerenti come determinazioni tutte le cose della na¬ 
tura: questa sostanza non sarebbe la causa del mondo 
per via dell’intelligenza, ma tutta l’intelligenza degli es¬ 
seri del mondo starebbe in essa, come soggetto; non sa¬ 
rebbe quindi un essere che produce qualcosa secondo fini, 
ma in cui tutte lo cose debbono, anche senza scopo uè di¬ 
segno, necessariamente accordarsi tra loro, in virtù del- 
1 unita del soggetto, di cui sono semplici determinazioni, 
(usi introdussero l’idealismo delle cause finali, sostituendo 
all unita, così difficile a spiegare, di una quantità di so¬ 
stanze legate tra loro secondo fini e dipendenti dalla cau¬ 
salità d’una sostanza, l’inerenza in una sostanza; e que¬ 
sto sistema, che in seguito, considerato dal lato degli 
essen del mondo inerenti, fu il panteismo, e dal lato 
dell umeo soggetto per sè stante come prima causa, fu 
(Piu tardi) lo spmozismo, annullava, più che non risol¬ 
vesse la questione del primo principio della finalità della 
natura, m quanto, togliendo a quest’ultimo concetto tutta 
a sua realtà, lo riduceva semplicemente ad una falsa in¬ 
terpretazione de! concetto ontologico universale di una 
cosa in generale. 

Dall’uso puramente teoretico dei prineipii della ragione 
(sul quale soltanto si fonda la fisico-teologia), non si può 
dunque mai derivare il concetto di una divinità, che basti 
al nostro giudizio teleologico della natura. Perchè, di- 
atti, o noi consideriamo ogni teleologia come una sem¬ 
plice illusione della facoltà del giudizio, nel giudicare che 
essa fa del legame causale delle cose, e ci rifugiamo nel 
principio universale di un semplice meccanismo della na¬ 
tura, la quale, in virtù dell’unità della sostanza, di cui 
essa non e che il molteplice delle determinazioni, ci dà una 
semplice apparenza di finalità universale; oppure, se la- 






METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO ’ìl!V 

• ii ndo questo idealismo delle cause finali, vogliamo al 

.rei al principio fondamentale del realismo di questa 

■ pi rie particolare di causalità, possiamo ammettere, per 1 
in della natura, molti esseri originarli intelligenti, o 
'lidie imo solo: finché per fondare il concetto di questo 
: ere non possederemo altro che i principii dell’esperien- 
; . 1 , derivati dalla finalità reale che è nel mondo, non po- 
i remo, da una parte, trovare alcun rimedio contro il di¬ 
sordine che in molti esempii la natura presenta riguardo 
il l’unità degli scopi, e, d’altra, parte, non potremo mai 
derivare da quei principii il concetto di un’unica causa 
intelligente, così come lo produciamo sull’autorità della 
semplice esperienza, e che sia sufficientemente determi¬ 
nato per una teologia utile, di qualunque specie essa sia 
(teoretica o pratica)- 

La teleologia fìsica ci spinge, è vero, a cercare una teo¬ 
logia, ma non può produrne alcuna, per quanto profonda¬ 
mente investighiamo la natura per via doU’esperienza, e 
per quanto possiamo venire in aiuto del legame finale 
dio vi scopriamo, per mezzo di idee della ragione (le quali 
nelle questioni fìsiche debbono essere teoretiche). A che 
dova — si domanderà con ragione — porre come prin- 
'■ipio di tutte queste disposizioni una grande, e per noi 
incommensurabile intelligenza, e lasciarle ordinare questo 
mondo secondo fini, se la natura non ci dice, nè può dirci 
niente dello scopo finale, senza il quale non possiamo rife¬ 
rire tutti questi fini naturali ad un punto comune, e for¬ 
marci un principio teleologico sufficiente, sia per spiegare 
otti questi fini in un sistema, sia per farei dell’intelli¬ 
genza suprema, in quanto causa di tale natura, un con- 
■ etto che possa servir di misura al nostro Giudizio che 
iti ette teleologicamente sulla natura stessa? Si avrebbe al¬ 
lora è vero, un’intelligenza artistica per fini isolati; 

un si avrebbe la sapienza per uno scopo finale, il quale 
propriamente è quello che deve contenere la ragione do 
"ninnante di quella intelligenza. Ma, mancando uno scopo 
"naie, che solo la ragion pura può fornire a priori (poiché 



328 


APPENDICE 


tulli i filli uri mondo sono condizionati empiricamente, e 
non possono contener nulla che sia assolutamente buono, 
ma soltanto ciò che è buono rispetto a questo o a quello 
scopo contingente), e che solo m’insegnerebbe quali pro¬ 
prie!!), quale grado e quale rapporto con la natura debbo 
concepire nella causa suprema, per giudicar la natura 
come un sistema teleologico; come e con qual dritto posso 
estendere a mio piacere e completare fino a farne l’idea 
di un essere onnisciente ed infinito, il mio limitatissimo 
concetto di quell’ intelligenza originaria, della facoltà e 
della volontà che ha di realizzare le sue idee, etc., quale 
posso fondarlo sulla mia piccola conoscenza del mondo? 
Affinchè ciò fosse teoreticamente possibile, bisognerebbe 
presupporre in me stesso l’onniscienza, in modo che po¬ 
tessi vedere gli scopi della natura in tutto il loro insieme, 
e potessi inoltre concepire tutti gli altri possibili disegni 
rispetto ai quali il disegno attuale dovrebbe essere giudi¬ 
cato con ragione come il migliore. Perchè, senza questi! 
completa conoscenza dell’effetto, non posso arrivare ad 
un concetto determinato della causa suprema, il quale 
non si può trovare se non in quello d’una intelligenza in¬ 
finita sotto tutti i rispetti, cioè nel concetto di una divi¬ 
nità, e non posso dare un fondamento alla teologia. 

Sicché, qualunque sia l’estensione della teleologia fìsica, 
secondo il principio esposto avanti, possiamo bene affer¬ 
mare che, data la costituzione e i principii della nostra 
facolta di conoscere, noi non possiamo concepir la natura, 
'.n quelle sue disposizioni finali che ci sono note, se non 
come il prodotto di un’intelligenza cui essa è subordinata. 
Ma, se questa intelligenza ha. avuto anche uno scopo 
finale nel concepire e produrre l’insieme della natura 
(uno scopo che non risiederebbe più nella natura del 
mondo sensibile), non potrà mai rivelarcelo l’investiga- 
zione teoretica della natura; qualunque sia la conoscenza 
che deriva da questa, resta sempre indeciso se quella causa 
suprema ha prodotto dappertutto secondo uno scopo fina¬ 
le, o se non piuttosto mediante un’intelligenza determi- 












METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


829 

n .1 . olla produzione di certe forme dalla sola necessità 
il. Un sua natura (analogamente a ciò che negli animali 
in.uniamo arte istintiva), senza che perciò sia necessario 
iiln huirle la sapienza, e, ancor meno, una sapienza su- 
i>i l'ina e connessa con tutte le altre proprietà necessarie 
il In perfezione della sua opera. 

La fisico-teologia è dunque una teleologia fìsica ma- 
I ni lesa, utile alla teologia soltanto come preparazione 
i propedeutica), e non è sufficiente a tale scopo se non 

. l’aiuto di un principio estraneo, al quale si appoggia, 

ma non per se stessa, come il suo nome vorrebbe mo- 
.1 rare. 


§ 86. — Dell’ètico-teologia. 

Anche la più comune intelligenza, quando riflette sul¬ 
l'esistenza dello cose del mondo, e del mondo stesso, non 
può evitare questo giudizio: che, cioè, tutte le diverse 
creature, per quanto sia grande l’arte con cui sono di¬ 
sposte, e per quanto siano molteplici i fini reciproci che 
mostrano nel loro insieme, ed anche l’unità di tanti loro 
sistemi, che impropriamente diciamo mondi, esisterebbero 
invano, se non vi fossero tra le creature stesse degli 
uomini (degli esseri ragionevoli in generale) ; vale a 
dire che, senza uomini, tutta la creazione sarebbe un 
semplice deserto \ vano e senza scopo finale. Ma non è in 
relazione alla facoltà di conoscere (la ragion teoretica) 
che l’esistenza di tutte lo altre cose del mondo riceve il 
suo valore, come perchè vi sia qualcuno che possa con¬ 
templare il mondo. Giacché, difatti, se questa contem¬ 
plazione del mondo non gli rappresenta altro che cose 
senza uno scopo finale, pel solo fatto che esse sono co¬ 
nosciute, non raggiungono alcun valore; e si deve prima 
supporre in esse uno scopo finale, rispetto a cui la con- 


i «un semplice deserto» manca nella 1" ed. [T.]. 







330 


APPENDICE 


templazicmo s tcssu del mondo abbia un valore. Non è nep¬ 
pure il sentimento di piacere e della somma di piaceri, 
l'eia li vilmente al quale pensiamo imo scopo finale della 
e rea/ione, vale a dire non è il benessere, il godimento 
(sia corporale o spirituale), la felicità in una parola, ciò 
e«m cui possiamo apprezzare quell’assoluto valore. Per- 
elie dal fatto che l’uomo, esistendo, fa della felicità il 
suo scopo finale, non risulta alcun concetto del perchè 
egli esista in generale e del valore che egli abbia, per 
meritare che gli si renda piacevole la propria esistenza. 
Insogna dunque che egli sia già presupposto come scopo 
finale della creazione, perchè si abbia un fondamento ra¬ 
zionale per ritenere che la natura debba accordarsi con 
la sua felicità, quando la si consideri secondo i principii 
dei fini come un tutto assoluto. — Sicché soltanto la fa¬ 
coltà di desiderare, non quella che rende l’uomo dipen¬ 
dente dalla natura (mediante i motivi sensibili), e rispetto 
a cui il valore della sua esistenza riposa su ciò che egli 
subisce e gode, ma il valore che solo egli può dare a se 
stesso, e che consiste in ciò che egli fa, nel modo e nei 
principii delle sue azioni, non in quanto membro della 
natura, ma nella libertà della sua facoltà di deside¬ 
rare: ima buona volontà, ecco dunque la sola cosa che 
può dare alla sua esistenza un valore assoluto, e rispetto 
alla quale l’esistenza del mondo può avere uno scopo 
finale. 

Anche i] giudizio più comune degli uomini di buon 
senso per poco che sia richiamato su tale questione e sia 
lasciato a riflettervi, si accorda perfettamente nel rite¬ 
nere che l’uomo può essere uno scopo finale della crea¬ 
zione solo in quanto essere morale. A che giova — si 
dirà — che quest’uomo abbia tanto talento, e sia pure 
tanto attivo con esso, eserciti perciò un utile influsso 
sulla comunità, ed abbia un grande valore rispetto ai 
proprii interessi e all’utile degli altri, se egli non pos¬ 
siede una buona volontà? È un oggetto degno di di¬ 
sprezzo, se lo si considera nel suo interno; e, a meno 











METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 331 

Ih Ih rreazione non sia assolutamente senza uno scopo 

.Ih. bisogna che egli, che in quanto uomo appartiene 

iilln creazione, e che in quanto uomo cattivo sta tut- 
I i ih in un mondo retto da leggi morali, in conformità 
ili ipicste perda il suo scopo soggettivo (la felicità), come 
rimira condizione sotto cui la sua esistenza può sussistere 
■ hi lo scopo finale. 

Ora quando noi scopriamo nel mondo un ordine di 
un r. come la ragione esige inevitabilmente, subordi¬ 
niamo i fini condizionali ad uno scopo ultimo incondizio- 
1111 le, cioè ad uno scopo finale, è evidente in primo luogo 
die non si tratta allora di uno scopo (interno) della 
natura, in quanto essa esiste, ma dello scopo della sua 
islenza con tutte le sue disposizioni, e quindi dell’ultimo 
cupo della, creazione, e, in questo, propriamente della 
•mprema condizione sotto cui può darsi uno scopo finale 
ivale a dire il motivo che determina un’intelligenza su¬ 
prema a produrre gli esseri del mondo). 

Ora, poiché riconosciamo l’uomo, solo in quanto essere 
morale, come scopo della creazione, abbiamo in primo 
luogo una ragione, o almeno la condizione principale per 
riguardare il mondo come un’unità retta da fini e un 
isterna di cause finali; ma abbiamo sopratutto, relati¬ 
vamente al rapporto, per noi necessario in virtù della co¬ 
stituzione della nostra ragione, dei fini della natura ad 
una causa intelligente del mondo, un principio, il quale 

■ i permette di concepire la natura e le proprietà di questa 

■ ausa prima come il supremo principio nel regno dei 
lini, e così di determinare il concetto; ciò che non poteva 
fare la teleologia fisica la quale non poteva produrre se 
non concetti indeterminati, e, appunto perciò, inutili tanto 
per l’uso teoretico che pel pratico. 

Dato questo concetto così determinato della causalità 
dell'essere originario, dovremo concepirlo non soltanto 
come intelligenza e legislativo per la natura, ma anche 
. .e il capo legislatore in un regno morale dei fini. Re¬ 
lativamente al supremo bene, possibile sotto il suo ini- 



332 


APPENDICE 


pero, cioè riguardo all’esistenza di esseri ragionevoli sotto 
leggi morali, penseremo questo essere originario come 
on ni sci entos perchè in tal modo non gli sia nascosto 
I intimo «lolle intenzioni (che costituisce il vero valore 
menile delle azioni degli esseri ragionevoli); lo pense¬ 
remo come onnipotente, perchè possa adeguare tutta la 
natura a questo scopo supremo; come assolutamente 
li nono e nel tempo stesso giusto, perchè questi due at¬ 
tributi (che insieme sono la saggezza) costituiscono le 
condizioni della causalità d’una causa suprema del mon¬ 
do, in quanto supremo bene sotto il dominio delle leggi 
morali; e così in essi dobbiamo anche pensare gli 
altri attributi trascendentali, come l’eternità, l’on¬ 
nipresenza, etc. (poiché la bontà e la giustizia sono 
attributi morali) 1 , che debbono essere presupposti rela¬ 
tivamente a tale scopo finale. In tal modo la teleologia 
morale colma le lacune della teleologia fisica e viene a 
(ondare una teologia; perchè, se la teleologia fisica non 
prendesse in prestito qualcosa inavverti temente dalla te¬ 
leologia morale, e dovesse procedere con conseguenza, da 
sola non potrebbe fondare se non una demonologia, la 
quale è incapace di ogni concetto determinato. 

Ma, data la destinazione morale di certi esseri del 
mondo, il principio del rapporto del mondo a una causa 
suprema, in quanto divinità, non fonda soltanto una teo¬ 
logia, jierchc completa la prova fisico-teleologica e quindi 
l’assume necessariamente come fondamento; ma è suffi¬ 
ciente a ciò per se stesso; richiama l’attenzione sui fini 
della natura, e promuove lo studio di quella grande e in¬ 
concepibile arte che si nasconde dietro le forme naturali, 
per trovare nei fini della natura una conferma accessoria 
delle idee, che son fornite dalla ragion pura pratica. Per¬ 
chè il concetto di esseri del mondo sottoposti a leggi mo¬ 
rali, è un principio a priori, secondo il quale l’uomo deve 
necessariamente giudicare. Che, inoltre, se vi è una causa 


1 Le parole in parentesi mancano nella 1» ed. [T.l. 
















METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


33 ;t 


,l. i mondo la quale agisce con intenzione ed è diretta ad 

.. scopo, quel rapporto morale deve essere la condizione 

,lc|ln possibilità di una creazione, tanto necessariamente 
,|ii,ulto quello che si fonda su leggi fisiche (se cioè quella 
i usa intelligente ha anche uno scopo finale), — è ricono- 
ci uto anche a priori dalla ragione, come un principio che 
Ir è necessario per giudicare teleologicamente dell’esi- 
,ilenza delle cose. Ora si tratta soltanto di questo, cioè di 
supere se noi abbiamo un principio sufficiente per la ra- 
■ ioue (sia speculativa, sia pratica), di attribuire uno 
tropo finale alla causa suprema che agisce secondo fini. 
l'erchè, difatti, che questo scopo, secondo la costituzione, 
soggettiva della nostra ragione, e secondo anche ciò che 
i mssiamo concepire della ragione di altri esseri, non possa 
rssere altro che l’uomo sottoposto a leggi morali, 
possiamo tenerlo come certo a priori-, mentre invece è 
impossibile conoscere a priori i fini della natura nell’ordine 
tisico, e specialmente non si può comprendere in alcun 
modo come una natura non possa esistere senza di essi. 


NOTA 

Considerate un uomo uol momento che il suo animo è 
disposto al sentimento morale. Se, circondato da una 
bella natura, egli si sente in un godimento calmo e se¬ 
reno della propria esistenza, sentirà anche in sè un bi¬ 
sogno di esserne riconoscente a qualcuno. Oppure, un’al¬ 
tra volta, egli si trova nella stessa disposizione d’animo, 
costretto da doveri che non può e non vuole compiere 
se non mediante Un volontario sacrifizio: e sente in sè 
un bisogno e con ciò di aver eseguito come un ordine e 
di aver obbedito ad un signore supremo. Oppure egli ha 
agito senza riflessione contro il suo dovere, di che però 
non è obbligato a render conto agli uomini; e nondimeno 
i rigoi’osi rimproveri interni levano in lui una voce, che 
pare quella di un giudice al quale egli ne debba render 





334 


APPENDICE 


ragiono. Tu una parola, egli ha bisogno di un’intelligenza 
morale, perché lo scopo della sua esistenza, abbia un es¬ 
sere. elie, conformemente allo scopo medesimo, sia la 
causa di lui e del mondo. È inutile architettare motivi 
dietro tali sentimenti; perchè essi sono legati immedia¬ 
tamente con le più pure intenzioni morali, giacché la ri- 
conoscenza, l’obbedienza e l’umiltà (la sottomis¬ 
sione ad un castigo meritato) sono particolari disposi¬ 
zioni dell’animo al dovere, e l’animo, ehe è inclinato ad 
estendere la sua disposizione morale, qui non fa altro che 
rappresentarsi volontariamente un oggetto, che non esiste 
nel mondo, per compiere il suo dovere anche verso di esso, 
quando sia possibile. È dunque almeno una cosa possibile, 
e di cui il principio si trova nel nostro carattere morale, 
il rappresentarsi un puro bisogno morale dell’esistenza 
di un essere, pel quale la nostra moralità o acquista mag¬ 
gior forza, o anche (almeno secondo la nostra rappresen¬ 
tazione) maggiore estensione, cioè guadagna un nuovo og¬ 
getto per la sua attività; vale a dire, l’ammettere uu es¬ 
sere moralmente legislatore, fuori del mondo, senza pen¬ 
sare alla prova teoretica, e ancor meno al uostro interesse 
personale, in virtù d’tm principio puramente morale e li- 
bcio da ogni influsso estraneo (ma puramente soggettivo), 
per la semplice raccomandazione di una ragione pratica 
pura, che è da so sola legislativa. E, sebbene tale disposi 
zioue dell’animo si produca raramente e non duri a lungo, 
sia fuggitiva e senza effetto durevole, o passi senza che ci 
applichiamo a rifletterò sull’oggetto rappresentato in 
quella specie d’ombra, sforzandoci di ridurlo sotto con¬ 
cetti chiari, è tuttavia innegabile in noi la disposizione 
morale, come principio soggettivo, a non contentarci della 
finalità per da di cause naturali, nella contemplazione del 
mondo, ma di porle a fondamento una causa suprema che 
domini la natura secondo prineipii morali. — A questo si 
aggiunga che dalla legge morale noi ei sentiamo obbli¬ 
gati a tendere ad nn supremo, fine universale, mentre poi 
sentiamo che, come tutta la natura, siamo insufficienti a 




METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


335 


ingiungerlo; e che, soltanto in quanto tendiamo ad esso, 
possiamo giudicare di accordarci con lo scopo finale di 
una causa intelligente del mondo (se tale causa esiste); 
■ in tal modo è dato alla ragion pratica un fondamento 
iMiramente morale per ammettere questa causa (perchè ciò 
può avvenire senza contradizione), sicché non corriamo più 
il pericolo di considerare come del tutto vani gli effetti 
ilei nostro sforzo 1 2 e di lasciarlo perciò illanguidirsi. 

Da tutto ciò qui non si può concludere se non questo: 
su da principio, certo, il timore ha potuto produrre gli 
dei (i demonii), è stata la ragione che prima, mediante 
i suoi principii morali, ha prodotto il concetto di Dio 
lanche quando si era molto ignoranti, come d’ordinario, 
nella teleologia della natura, o molto incerti per la diffi- 
eoltà di spiegare con un principio sufficientemente stabi¬ 
lito i fenomeni contradittorii che la natura presenta); e 
l'intima destinazione morale della nostra esistenza com¬ 
pensa ciò che manca alla conoscenza della natura, pre- 
erivendoci cioè di concepire, per lo scopo finale dell’esi- 
stenza di tutte le cose, di cui il principio non può soddi¬ 
sfare la ragione se non in quanto è etico, la causa su¬ 
prema con gli attributi che la rendono capace di sotto¬ 
mettere tutta la natura a quell’unico scopo (di cui questa 
non è elio lo strumento), vale a dire come una divinità. 


§ 87. Della prova morale dell’esistenza di Dio. 

Vi è una teleologia-’ fisica che fornisce al nostro 
Giudizio teoretico riflettente una prova sufficiente per am¬ 
mettere l’esistenza di una causa intelligente del mondo. Ma 
noi troviamo in noi stessi, e ancor più nel concetto in 
venerale di un essere ragionevole dotato di libertà (della 


1 Nella 1* ed.: «del tutto vano il nostro sforzo» [TJ. 

2 Nella l a ed.: «teologia». 







330 


APPENDICE 


stia causalità), anche una teleologia morale, la quale 
jicm poiché la relazione finale insieme con le sue leggi in 

r St0SS1 PnÒ e f ere riconosciuta a priori, e quindi come 
necessaria, non ha bisogno, per stabilire questa finalità 
interna, di una causa intelligente fuori di noi: proprio 
come, quando troviamo qualcosa di finale (per ogni pos- 
sibile applicazmne nell’arte) nelle proprietà geometriche 
delle figure, non abbiamo bisogno di ricorrere ad un’in- 
e hgenza suprema, che l’abbia loro assegnato. Ma questa 
teleo ogm morale ci riguarda in quanto siamo esseri del 
mondo, e quindi esseri legati con le altre cose del mondo: 
e le s esse leggi morali c’impongono di giudicare queste 
so o come fini o come oggetti rispetto ai quali noi 
stessi smini» scopo finale. Ora da questa teleologia mo- 
. uhe r.gimrda il rapporto della nostra propria causa- 
M con dei fin, ed anche con uno scopo finale, cui noi 
dobbiamo aver riguardo nel mondo, e parimenti il rap- 
poito reciproco del mondo con quello scopo morale e la 

X; f 3 delIa SUa real ^<>“e (di cui una te- 

! l f 8 n ° n C ' PU ° (Hr Dulla); - da «««fa teleolo¬ 

gia nasce necessariamente la questione, se cioè il nostro 

171,0 razi °nale ci obblighi ad uscire dal mondo e a 
■creare, per quel rapporto della natura con la nostra mo- 
alita un principio supremo intelligente, per rappresen- 
7 , la natura come anche relativamente alla le- 

questa°P m ° rale ÌntCrila 6 a " a P0ssibilc «^uziose di 

.nor^^d%TT enZa, , VÌ 0 ° ertamente una teleologia 
oiale, ed e legata con la nomotetica della libertà da 

una Parte, e con quella della natura dall’altra, tanto ne 

cessar,amente quanto la legislazione civile è legata con 

esecu«vo 0n e e in 1 a aPCr i ^ SÌ cercare i] Potere 

’ geneiale e connessa con tutto ciò in cui 

a i T° f Ve f0rnh ' e U princ 'P io della realtà di un 
certo ordine legale delle cose, possibile solo secondo idee 

ta f° a ” a “ asei » 

questa teleologia morale e dal suo rapporto con la (e- 
lMhsl ‘ *“* ‘“elogia; e da,,,, faremo 









METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


337 


ii ii li‘razioni sulla possibilità e la validità di questa ma¬ 
li irru di ragionare. 

Quando si considera come contingente resistenza di 
. i rie cose (o anche soltanto di eei'te forme delle cose), e 
iliiindi possibile soltanto mediante qualcos’altro, in quanto 
•li usa, si può cercare il principio supremo di questa cau¬ 
li lità, e quindi il principio incondizionale, del condizio 
naie, o nell’ordine fisico o nell’ordine teleologico (secondo 
I nexus cffcctivux o il nexus finalis). Yale a dire, si può 
domandare, o qual’è la causa produttrice e suprema di 
1 meste cose, o qual è il loro fine supremo (assolutamente 
iricondizionale), cioè lo scopo finale che ha determinato 
owella causa a produrle o a produrre in generale tutto ciò 
dio esiste. Nel qual caso evidentemente questa causa deve 
■ ssere concepita come capace della rappresentazione dei 
lini, e quindi come un essere intelligente, o almeno, per 
noi, come, agente secondo le leggi di un tale essere. 

Ora, ritornando all’ordine teleologico, è un principio 
I quale anche la ragiono più ordinaria deve immediata¬ 
mente aderire, che, se vi è in generale uno scopo finale, 
elio la ragione può fornire a priori , esso non può essere 
nitro che l’uomo (o qualunque essere ragionevole del 
mondo), sottoposto alle leggi morali 1 . Perchè, (cosi 


1 Dico di proposito: sottoposto olle leggi morali. Non l'uomo che vive 
•"ondo le leggi morali, cioè tale che agisce coulorniementc ad esse, è lo scopo 
limile della creazione. Perchè, esprimendoci in tal modo, diremmo più di quello 
' lui sappiamo, cioè che stia in potere di un autore del mondo di far sì che 
I numo si conduca sempre conformemente alle leggi morali, il che presuppone 
concetto della libertà e della natura (per la quale ultima non si può conce¬ 
pire che un autore esterno), concetto che dovrebbe implicare una cognizione 
•'"I sostrato soprasensibile della natura e delia sua identità con ciò che è reso 
i ii'isibile nel mondo dalla causalità libera; e ciò supera di molto la portata 
'l"Ha nostra ragione. Solo doil'uomo sottoposto alle leggi morali pos¬ 
ili'mo dire, senza oltrepassare i limiti della nostra conoscenza, che la sua esi- 
'»«*» costituisce lo scopo finale del mondo. Ciò si accorda anche perfettamente 
"I giudizio della ragione umana, che riflette moralmente sull’andamento del 

.ilo. Noi crediamo di scorgere, anche nel male, le tracco di una saggia 

'""'lità, quando vediamo che lo scellerato non muore prima di aver ricevuto il 
in . dato castigo dei suoi misfatti. Secondo i nostri concetti della libera causa- 


l'I. Kant, Critica del giudizio. 


22 




APPENDICE 


338 

giudica ognuno), se il mondo si componesse di esseri ina¬ 
nimati, o anche in parte di esseri animati, ma privi di 
ragione, la sua esistenza non avrebbe alcun valore, perchè 
in esso non esisterebbe alcun essere che avesse il minimo 
concetto d’un valore. Se invece vi fossero anche esseri ra¬ 
gionevoli, ma la ragione ponesse il valore dell’esistenza 
delle cose soltanto nella relazione della natura ad essi 
(al loro benessere); degli esseri, che non sapessero crearsi 
da sè originalmente un valore (con la libertà); vi sareb¬ 
bero, è vero, dei fini (relativi) nel mondo, ma non vi sa¬ 
rebbe uno scopo finale (assoluto); giacché resistenza di 
tali esseri ragionevoli sarebbe sempre senza scopo. 

Ma è nella natura propria delle leggi morali il pre¬ 
scrivere alla ragione qualcosa come scopo incondizionata¬ 
mente, e per conseguenza proprio come è richiesto dal con¬ 
cetto di uno scopo finale; e l’esistenza di una tale ra¬ 
gione che, nell’ordine dei fini, può essere a se stessa la 
legge suprema, in altri termini, l’esistenza di esseri ra¬ 
gionevoli sottoposti a leggi morali, è ciò che soltanto può 
essere concepito come lo scopo finale dell’esistenza di un 
mondo. Se non fosse così, o 1’esistenza del mondo non 
avrebbe uno scopo per sua causa, o avrebbe per principio 
dei fini senza uno scopo finale. 

La legge morale, come condizione razionalo formale 
dell’uso della nostra libertà, ci obbliga per se sola, senza 
dipendere da qualche scopo, in quanto condiziono mate¬ 
riale; ma essa ci determina anche, e a ■priori, uno scopo 


liia, la condotta buona o cattiva dipendo da noi; ma la suprema saggezza noi 
governo del mondo la poniamo nel fatto, che la condotta buona abbia la sua 
causa, e tanto essa quanto la cattiva abbiano il risultato, in conformità delle 
leggi morali. In ciò consiste propriamente la gloria di Dio, che perciò i teologi 
non a torto hanno chiamata l’ultimo scopo della creazione. — Bisogna notare 
ancora che, quando ci serviamo della parola creazione, non intendiamo altro 
che ciò che qui è stato detto, cioè la causa dell’esistenza di un mondo, o 
delle cose che si trovano in questo (delle sostanze); come vuole il concetto 
proprio di questa parola (actuatio substantiae est creatio): il che, per conse¬ 
guenza, non implica ancora la supposizione di una causa elio agisca liberamente, 
e quindi intelligente (di cui vogliamo provar 1’esistenza). 











METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


fl'lfl 


limile, al quale c’impone di tendere, e che è il supremo 
ln'iie possibile nel mondo mediante la libertà- 

La condizione soggettiva per cui, sotto la legge morale, 
l'uomo (e, secondo tutti i nostri concetti, anche ogni es- 
nore ragionevole finito) può porsi uno scopo finale, è la 
leiicità. Per conseguenza, il supremo bene fisico possibile 
nel mondo, e che deve essere perseguito come scopo finale, 
por quanto è in noi, è la felicità: sotto la condizione og¬ 
gettiva, che l’uomo si accordi con la legge della mora¬ 
lità, come con quella che lo rende degno d’esser felice. 

Ma queste due esigenze dello scopo finale che ci è asse¬ 
gnato dalla legge morale, non possiamo, con tutta la forza 
(lolla nostra ragione, rappresentarcele come riunite me 
diante semplici cause naturali,- o conformi all'idea di 
iiuesto scopo finale. Sicché il concetto della necessità 
[iratica di tale scopo mediante l’applicazione delle no 
stre forze, non si accorda col concetto teoretico della 
possibilità fisica della sua realizzazione, se non naia 
ino alla nostra libertà aleun’altra causalità (intermedia 
ria), oltre quella della natura. 

Dobbiamo dunque ammettere una causa morale del 
mondo (un autore del mondo), per proporci uno scopo fina¬ 
le, conformemente alla legge morale; e per quanto questo 
scopo è necessario, altrettanto (vale a dire allo stesso 
grado e per la stessa ragione) è necessario ammettere 
quella causa: cioè che vi è un Dio 1 . 


l Questo argomento morale non deve fornire alcuna prova oggettiva¬ 
mente valida deH’esistenza di Dio, e dimostrare allo scettico che un Dio 
esiste; lo obbliga però ad ammettere questa proposizione tra le massime 
della sua ragion pratica, se vuol pensare moralmente con conseguenza- — Tale 
argomento perciò non vuol dire nemmeno che per la moralità sia necessario 
ammettere la felicità di tutti gli esseri ragionevoli del mondo conformemente 
ulla loro buona condotta; ma che ciò è necessariamente richiesto dalla mo¬ 
ralità. È quindi un argomento soggettivo, sufficiente per gli esseri mo¬ 
rali (*). 


(*) Questa nota manca nella l a ed. [TJ. 









340 


appendice 


Questa prova, cui si può adattare facilmente la forma 
della precisione logica, non vuol dire che è tanto neces¬ 
sario 1 ammettere l’esistenza di Dio guanto il riconoscere 
la validità della legge morale; in modo che colui, che non 
si convince della prima, possa giudicarsi libero dall’obbli- 
gazione della seconda. No! Soltanto che allora si dovrebbe 
rinunziare alla mira dello scopo Anale da attuare nel 
mondo con l’osservanza della legge morale (all’accordo 
r ' (, " est Hitima con la felicità degli esseri ragionevoli, 
m quanto bene supremo nel mondo). Ogni essere ragione¬ 
vole dovrebbe sempre però giudicarsi strettamente obbli¬ 
gato al precetto della moralità; perchè le leggi di questa 
sono formali e comandano incondizionatamente, indipen¬ 
dentemente da ogni scopo (che è la materia della volontà). 
Ma l’altra esigenza dello scopo Anale, quale la ragion pra¬ 
tica lo prescrive agli esseri del mondo, è uno scopo che 
e loro imposto irresistibilmente dalla loro natura (di es¬ 
seri finiti), e che la ragione vuol sottoporre solo alla leggo 
morale in quanto condizione inviolabile, o vuol vederlo 
derivare universalmente da tale legge, ponendo in tal 
modo come scopo finale il conseguimento della felicità 
d accordo con la moralità. Il tendere a tale scopo, per 
quanto è in nostro potere, ci è imposto dalla legge mo¬ 
rale; qualunque sia il risultato di questo sforzo. Il compi¬ 
mento del dovere consiste nella forma del serio volere 
non nei mezzi della riuscita. 

Poniamo dunque che un uomo, sia per la debolezza dei 
tanto lodati argomenti speculativi, sia per le diverse ir¬ 
regolarità che ha trovato nella natura e nel mondo morale, 
si convinca che non esiste un Dio; egli sarebbe però ai’ 
propri occhi un essere miserabile, se in conseguenza di 
ciò volesse tenere per puramente immaginarie, senza va¬ 
lore e senza virtù di obbligare, le leggi del dovere, e vo¬ 
lesse decidersi arditamente a violarle. Se quest’uomo in 
seguito potesse convincersi di ciò di cui aveva dubitato 
in principio, resterebbe pur sempre un miserabile, qua¬ 
lora compisse tanto puntualmente il suo dovere quanto si 










METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


341 


può desiderare, circa gli effetti esterni, ma per timore, o 
per la speranza d’uria ricompensa, senza alcuna inten¬ 
zione di rispetto pel dovere stesso. Se viceversa, in quanto 
credente, egli compie secondo coscienza il suo dovere sin¬ 
ceramente e disinteressatamente, e nondimeno, ogni volta 
che pensa al caso che un giorno potrebbe convincersi che 
Dio non esiste, crede che allora sarebbe libero da ogni 
obbligazione morale; la cosa dovrebbe andar male per 
ciò che riguarda la sua disposizione morale interna, y 
Possiamo dunque supporre un uomo onesto (come pei 
esempio Spinoza) 1 il quale sia fermamente convinto che 
Dio non esiste, nò esiste una vita futura (perchè ciica 
l’oggetto della moralità la conseguenza è identica); come 
giudicherà egli la sua destinazione interna mediante la 
legge morale, che egli operosamente onora? Dall’osser 
v un za di essa egli non desidera por se alcun vantaggio, 
ne in questo mondo ne in un altro; vuole anzi effettuare 
soltanto quel bene, cui quella santa legge dirige tutte le 
sue forze. Aia il suo sforzo e limitato; e se dalla natuia 
può aspettarsi un concorso accidentale, non può mai spe¬ 
rare un concorso legale e regolarmente costante (come 
sono, e debbono essere, le sue massime interne) a vantaggio 
dello scopo che egli si sente obbligato e spinto ad attuare. 
La frode, la violenza, l’invidia dominano sempre intorno a 
lui, sebbene egli sia onesto, pacifico e benevolente; e gli 
onesti, che ancora gli è dato d’incontrare, malgrado tutto 
il loro dritto d’esser felici, sono sottoposti dalla natura, 
che non fa tali considerazioni, a tutti i mali, alla miseria, 
alle malattie e ad una morte prematura, come gli altri 
animali della terra, finché un vasto sepolcro li inghiot¬ 
tisce tutti insieme (onesti e disonesti, non importa), e li 
rigetta, essi che potrebbero credersi lo scopo finale della 
creazione, nell’abisso del cieco caos della materia, da 
cui. erano usciti. — Sicché quest uomo di buoni senti¬ 
menti dovrebbe abbandonare assolutamente come impos- 


I Le parole in parentesi mancano nella 1* ed. [IVI. 









342 


APPENDICE 


sibilo quello scopo che, seguendo la legge morale, aveva, 
e doveva avere, davanti agli occhi; o, se vuol restar fe¬ 
dele ancora alla voce della sua destinazione morale in¬ 
terna, e non vuole indebolire il rispetto che gli ispira 
immediatamente la legge morale, ritenendo vano l’unico 
scopo ideale adeguato alla sua alta esigenza (ciò che non 
può avvenire senza scapito del sentimento morale) dovrà 
ammettere, il che è possibile, perchè almeno non è con- 
tradittorio, dal punto di vista pratico, cioè per farsi 
almeno un concetto della possibilità dello scopo finale 
elio gli è moralmente prescritto, l’esistenza di un autore 
morale del mondo, cioè di Dio. 


§ 88. — Limitazione della, validità della, prova morale. 

La ragion pura, in quanto facoltà pratica, cioè in 
quanto facoltà di determinare il libero uso della nostra 
causalità per mezzo d’idee (concetti razionali puri), com¬ 
prende non soltanto nella legge morale un principio re¬ 
golatore delle nostre azioni, ma dà anche in conseguenza 
un principio soggettivamente costitutivo nel concetto di 
un oggetto, che solo la ragione può concepire, e che se¬ 
condo quella legge dev’essere realizzato nel mondo me¬ 
diante le nostre azioni. L’idea d’uno scopo finale nell’uso 
della libertà secondo lo leggi morali, ha dunque una realtà 
soggettivamente pratica. Noi siamo determinati a priori 
dalla ragione a concorrere con tutte le nostre forze al 
bene del mondo, il quale consiste nell’unione del massimo 
bene fisico possibile negli esseri ragionevoli del mondo, 
con la suprema condizione del bene morale, vale a dire 
dell’universale felicità con la più rigorosa moralità. Tn 
questo scopo finale la possibilità d’una parte, cioè della 
felicità, è condizionata empiricamente, cioè dipende dalla 
costituzione della natura (secondo che questa si accorda 
o no con lo scopo stesso), ed è quindi problematica dal 
punto di vista teoretico; mentre la possibilità dell’altra 






metodologia del giudizio teleologico 

parte, cioè della moralità, rispetto a cui siamo indi pen¬ 
denti dall’azione della natura, sussiste a priori ed è dom- 
maticamente certa. La realtà oggettiva teoretica del con¬ 
cetto dello scopo finale degli esseri ragionevoli del mondo 
esige dunque, non solo che noi abbiamo uno scopo finale 
prescritto a priori, ma che anche la creazione, vale a dire 
il mondo stesso, abbia uno scopo finale per la sua esi¬ 
stenza, che, se potesse esser dimostrato a priori, aggiun¬ 
gerebbe la realtà oggettiva a quella soggettiva dello scopo 
finale. Poiché, se la creazione ha dappertutto uno scopo 
finale, noi non possiamo concepirlo altrimenti che come 
necessariamente d’accordo con la moralità (la quale sola 
rende possibile il concetto d’uno scopo). Ora certamente 
noi troviamo dei fini nel mondo: e la teleologia fisica ce 
ne scopre tanti che, giudicando secondo ragione, infine 
abbiamo ragione di ammettere come principio dell’inve¬ 
stigazione della natura, che in essa niente è senza scopo; 
ma invano cerchiamo lo scopo finale della natura nella 
natura stessa. Perciò questo, anche dal punto di vista 
della sua possibilità oggettiva, in quanto la sua idea sta 
soltanto nella ragione, può e deve essere cercato soltanto 
negli esseri ragionevoli. Ma la ragion pratica di questi 
esseri non dà solamente questo scopo finale: ne determina 
anche il concetto circa le condizioni, sotto le quali soltanto 
da noi può esser concepito uno scopo finale della creazione. 

Ora la questione è di sapere se la realtà oggettiva del 
concetto di uno scopo finale della creazione possa essere 
dimostrata anche in modo da soddisfare sufficientemente 
le esigenze teoretiche della ragion pura, e, se non apodit¬ 
ticamente pel Giudizio determinante, almeno a sufficienza 
per le massime del Giudizio teoretico riflettente. È qnesto 
il minimo che si può chiedere alla filosofia speculativa, la 
quale s’impegna di congiungere lo scopo morale coi fini 
della natura mediante l’idea d’un unico scopo; ma anche 
<liiesto poco è molto più di quanto essa possa fornire. 

Secondo il principio del Giudizio teoretico riflettente, 
diremmo questo: se pei prodotti finali della natura ab- 












344 


APPENDICE 


biarao ragione di ammettere una causa suprema della na¬ 
tura stessa, di cui la causalità, circa la realtà di quesful- 
tmm (della creazione), deve esser concepita come d’una 
speme diversa da duella che è richiesta dal meccanismo 
della natura, cioè come la causalità d’una intelligenza, ab- 
"amo anche sufficiente ragione di concepire in questo 
essere originario non soltanto dei fini per tutto ciò che 
esiste nella natura, ma anche uno scopo finale, e se non 
per dimostrare l’esistenza di tale essere almeno (come si 
e visto nella teleologia fisica) per convincersi che non 
possiamo rappresentarci la possibilità di un tal moudo 
soltanto mediante fini, ma unicamente supponendo per la 
sua esistenza uno scopo finale. 

Ma Io scopo finale non è se non un concetto della nostra 
ragion pratica, e non può essere conchiuso da alcun dato 
dell esperienza che serve al giudizio teoretico della na- 
ina, ne essere applicato alla conoscenza di questa. Non 
e possibile alcun uso di questo concetto, oltre quello della 
ragion pratica secondo le leggi morali; e scopo finale della 
creazione e quella costituzione del mondo che si accorda 
con ciò che no, possiamo determinare solo mediante leggi 
cme con lo scopo finale della nostra ragion pura pra¬ 
tica, e in quanto dev’essere pratica. - Ora, dalla legge mo¬ 
rale, che ci assegna questo scopo, noi siamo autorizzati, 

f V1Sta Pratic °’ ei0è per applicare lo nostre 

^inazione di esso, ad ammettere la possibilità 
i at tuabilità) e quindi anche una natura delle cose che vi 

“ a , CCOrdÌ (p<5Tehè > senza ’1 concorso della natura in una 
condizione di questa attuabilità che non è in nostro po- 
me a realizzazione dello scopo sarebbe impossibile). 

‘ ’ G abbiamo una ragione morale per eroderci nel 
mondo anche scopo finale della creazione. 

Questa non è ancora l’inferenza della teleologia morale 
ad una teologia, vale a dire all’assistenza di un autore mo¬ 
lale del mondo, ma soltanto ad uno scopo finale della crea¬ 
zione, che m tal modo resta determinato. Che poi per 
questa creazione, cioè per l’esistenza delle cose conforme- 






■ 


r 

METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 345 

inculo ad uno scopo finale, si debba ammettere un essere 
mlclligente, e non solo intelligente (quale era necessario 
n (piegare la possibilità delle cose naturali, che eravamo 
"Itldigali a giudicare come fini), ma nel tempo stesso 
morale, come autore del mondo, e quindi un Dio; è que- 
i In una seconda ini'ei’enza, che è così costituita, che si vede 
ci,sor tratta semplicemente pel Giudizio secondo concetti 
ilolla ragion pratica, e, còme tale, non già pel Giudizio, 
ilo terminante, ma pel riflettente. Perchè, difatti, noi non 
possiamo pretendere di comprendere che sebbene i prin- 
o|pii della ragione moralmente pratica siano in noi essen- 
plmente diversi da quelli della ragione tecnicamente pra¬ 
tica, lo stesso debba essere nella causa suprema del mondo, 
.piando sia accettata come una intelligenza, e che una par¬ 
ticolare specie di causalità, diversa da quella che serve 
semplicemente pei fini della natura, sia ad essa neces¬ 
saria per lo scopo finale; e che, per conseguenza, nel no¬ 
stro scopo finale non abbiamo solo una ragione morale 
per ammettere uno scopo finale della creazione (in quanto 
effetto), ma per ammettere anche un essere morale 
isinie principio della creazione. Ma possiamo ben dire che, 
secondo la natura della nostra ragione, ci è impos¬ 
sibile concepire la possibilità d’una finalità fondata sulla 
logge morale ed il suo oggetto, quale si trova in questo 
scopo finale, senza un autore e sovrano del mondo che 
sia nel tempo stesso un legislatore morale. 

La realtà di un supremo autore e legislatore morale del 
mondo è dunque dimostrata a sufficienza soltanto per 
l'uso pratico della nostra ragione, senza che qualcosa 
iiu determinato teoreticamente circa la sua esistenza. Di- 
latti la ragione, per la possibilità del suo scopo, che anche 
imza ciò ci è assegnato dalla sua propria legislazione, ha 
Insogno di una idea con cui sia tolto (in modo sufficiente 
poi Giudizio riflettente) l’ostacolo, che consiste nell’impos¬ 
sibilità di conseguire lo scopo medesimo secondo il con- 
■ i Ilo puramente naturale del mondo; e questa idea rag- 
ri unge così una realtà pratica, se pure alla conoscenza 









346 


APPENDICE 


speculativa manchino del tutto i mezzi per darle una 
realtà dal punto di vista teoretico, donde risulti la cono¬ 
scenza della natura e la determinazione della causa su¬ 
prema. La teleologia tìsica ha provato a sufficienza poi 
Giudizio riflettente, fondandosi sui fini della natura, una 
causa intelligente del mondo; la teleologia morale fa lo 
stesso pel Giudizio riflettente pratico, mediante il concetto 
d’uno scopo finale, che essa dal punto di vista pratico è 
obbligata ad attribuire alla creazione. La realtà oggettiva 
dell’idea di Dio, in quanto autore morale del mondo, non 
può, veramente, essere dimostrata solo por mezzo di 
scopi fìsici; ma, se la conoscenza di tali scopi è congiunta 
con quella dello scopo finale morale, gli scopi medesimi, 
in virtù della massima della ragion pura, di perseguire 
cioè per quanto è possibile l’unità dei principii, sono di 
una grande importanza per confermare la realtà pratica 
di quell’ idea mediante quella che la ragione dal punto 
di vista teoretico fornisce al Giudizio. 

Qui ora, ad evitare un facile malinteso, è assolutamente 
necessario notare che, in primo luogo, noi possiamo con¬ 
cepire queste proprietà dell’essere supremo solo per ana¬ 
logia. Perchè, come vorremmo penetrare la sua natura, 
se l’esperienza non ci può mostrare niente di simile? In 
secondo luogo, mediante quegli attributi lo possiamo con¬ 
cepire, ma non conoscere, e non glieli possiamo riferire 
teoreticamente; perchè ciò significherebbe conoscere col 
Giudizio determinante, dal punto di vista speculativo della 
nostra ragione, che cosa è in sè la causa suprema del 
mondo. Ma qui si tratta solo di sapere quale concetto 
dobbiamo farci di questo essere, secondo la natura delle 
nostre facoltà conoscitive, e se dobbiamo ammettere la sua 
esistenza per potere attribuire non altro che una realtà 
pratica ad uno scopo che la ragion pratica pura, senza 
tale presupposizione, ci dà a priori affinchè lo attuiamo 
con tutte le nostre forze, vale a dire per poter solo pen¬ 
sare come possibile un effetto voluto. Quel concetto sarà 
trascendente per la ragione speculativa; le proprietà eho 







METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 347 

ili filmiamo a cruesto essere concepito in tal modo, usate 
,,, r. attivamente, nasconderanno un antropomorfismo; ma 
In scopo del loro uso non è di determinare la sua natura, 
e i noi irraggiungibile, sibbene noi stessi e la nostra vo- 
I.iiil.ì. Allo stesso modo che noi designamo una causa 

.ndo il concetto che abbiamo del suo effetto (ma solo 

«■lira la sua relazione con questo), senza perciò voler de¬ 
li imi inare intimamente la costituzione di essa mediante 

■ nu lle proprietà che nelle cause di questa specie sono le 
uniche che possono essere conosciute, e debbono esser 
date dall’esperienza; — allo stesso modo che, per esempio, 
attribuiamo all’anima, tra le altre proprietà, una vis lo¬ 
comotiva, perchè vediamo seguire effettivamente dei mo¬ 
vi nienti del corpo, di crii la causa sta nella sua rappre- 

rdazione, senza perciò pretendere di attribuirle l’unico 
modo col quale conosciamo le forze in movimento (cioè 
.diante l’attrazione, la pressione, l’urto, e quindi il mo¬ 
vi mento, che suppongono sempre un essere esteso): — così 
dobbiamo ammettere qualche cosa, che contenga il prin¬ 
cipio della possibilità e della realtà pratica, cioè dell’at- 
1 1 labilità, di uno scopo finale moralmente necessario. Ma 
imi possiamo concepire questo qualche cosa, secondo la 
natura dell’effetto che ne aspettiamo, come un essere saggio 
c che governa il mondo secondo leggi morali, e, confor¬ 
memente alla costituzione delle nostre facoltà conoscitive, 
dobbiamo concepirlo come una causa delle cose distinta 
dalla natura, soltanto per esprimere il rapporto di que¬ 
llo genere, che trascende tutte le nostre facoltà di cono- 
ticrre, all’oggetto della nostra ragion pratica: senza pre¬ 
tendere però di attribuirgli teoreticamente l’unica causa¬ 
li là di questa specie che conosciamo, cioè un’intelligenza 
ed una volontà, e nemmeno di distinguere oggettivamente, 
ni «mesto essere stesso, la causalità che pensiamo in lui 
l'd.-ilivamente a ciò che è scopo finale per noi, da quella 
olii" è relativa alla natura (e alla sua finalità in generale), 
mi ri Ire possiamo ammettere tale distinzione solo come sog- 

■ ellivamente necessaria, per la costituzione della nostra 





348 


appendice 


lZ A r,el l 00 ™ 6 ValMa pel Giudizio riflettente, 

si teatla del w meDte determinante ‘ Ma, quando 

. tratta del punto di vista pratico, un principio regola¬ 
tore (per la prudenza o la saggezza), come questo _ con 

no slre^ acoH-'ì *T° ^ ^ SeC ° Ud ° Ia natura delle 

nostre facolte conoscitive, può esser pensato da noi come 

stTso cosSrt “ Cert£l maUÌera ’ - è -el tempo 
_ ® 1 C0S ltu -o, vale a dire praticamente determi- 
c nte, men re il principio stesso, in quanto principio del 
’ ìzio della possibilità oggettiva delle cose, non è ni 
Icun modo teoreticamente determinante (non determina 

no 0 % S un an Ì ie all ’° ggetto conven ^ a quell’unico modo di 
possibilità che conviene alla nostra facoltà di concepire) 

,ÌZtT semplicemente relatore w , Giudi ^ 


NOTA 

(an?o U6 un ZT “T^ U °“ è C ° Sa trovata ad ^o, ma sol- 
™ Z t0 QU0Vam6nte Perchè essa 

nella, lagione umana anteriormente al suo primo svi 

Sgyg * semvK più con Ia prosreS8iTO • 

ra della lagione medesima. Non appena gli uomini co 
annoiarono a riflettere sul giusto e sull’ingiusto in un 

finalità "delT 11 fir " ardav4lno «“cera indifferentemente alla 

a ; eh co" v “ De SCrVÌ ™ —■ concepire 

veH. " ovi L ” ? . ° ‘ lell ° Mt ™ »**• *. 

mcvi tabi Intento intervenire questo giudizio, che cinò 

infine non possa mai essere indifferente oh a 
ma condotto rettamente o falsamente, che sia stato^usto 

abbia ucci ufo, almeno visibilmente, alcuna felicità 
pei le suo virtù o alcun castigo per i suoi misfatti Fra 

f W-l in « et®! „ vóctot i c !t 









METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


349 


(■mi la quale non si poteva accordare tale risultato, o non 
ni i levano congiungere quella disposizione interna del loro 
n ii imo, quando riguardavano il corso del mondo come ru¬ 
nico ordine delle cose. Potevano rappresentarsi in varii 
mudi ancor grossolani la soluzione di tale irregolarità 
(contro cui l’animo umano deve ribellarsi, assai più che 
contro il cieco caso, che si vorrebbe porre come principio 
ilei giudizio della natura); ma non potevano mai con¬ 
cepire altro principio della possibilità dell’unione della 
natura con la loro legge morale intima, che non fosse 
mia causa suprema dominante il mondo secondo leggi mo¬ 
rali; perchè sono contradittorii nell’uomo uno scopo finale 
interno prescritto come dovere, e fuori di lui una natura 
senza scopo finale, in cui però quello scopo deve essere 
effettuato. Sull’intima natura di quella causa del mondo 
potevano dar fuori molte assurdità; rimase però sempre 
lo stesso quel rapporto morale del governo del mondo, 
die è comprensibile anche dalla ragione meno coltivata, in 
nnanto si considera come pratica, e col quale invece la 
ragione speculativa non può procedere allo stesso modo.— 
Inoltre, secondo ogni verosimiglianza, questo interesse 
morale attirò l’attenzione sulla bellezza e i fini della na¬ 
tura, che servirono allora eccellentemente a rinforzare 
quell’idea, senza che tuttavia la potessero fondare, ma 
ancor meno che potessero prescindere da quell’aiuto, per¬ 
chè l’investigazione dei fini della natura solo in rapporto 
con lo scopo morale raggiunge quell’interesse immediato, 
che si dimostra così altamente nell’ammirazione per la 
natura stessa, senza riguardo a qualche vantaggio che se 
ne può ricavare. 


§ 89. — Dell’utilità dell’argomento morale. 

La limitazione della ragione, circa tutte le idee del so¬ 
prasensibile, alle condizioni del suo uso pratico, ha, per 
ciò che riguarda l’idea di Dio, questa utilità indiscutibile: 


















350 


APPENDICE 


impedisce che la teologia si elevi alla teosofia a (con- 
eel ti trascendentali in cui la ragione si smarrisce), o cada 
nella demonologia (in una rappresentazione antropo¬ 
morfica dall’essere supremo); che la religione si con¬ 
verta m teurgia (quella opinione fantastica per cui si 
erede che abbiamo un sentimento di altri esseri sopra- 
sensibili ed un influsso su di essi), o in idolatria (quel- 
1 opinione superstiziosa per cui si crede di poter riuscire 
graditi all’essere supremo per via di altri mezzi, anziché 
con I intenzione morale) \ 

Perche, difatti, se alla vanità o alla temerità del sofisti- 
care su ciò che supera il mondo sensibile si accorda la 
lacolta di determinare teoreticamente anche la minima 
cosa (e in modo che estenda la conoscenza); se si permette 
che si vanti della sua conoscenza dell’esistenza e della 
costituzione della natura divina dell’intelletto o della vo¬ 
lontà di questi, delle leggi di questi due attributi e delle 
proprietà che ne derivano nel mondo: io vorrei ben saper 
dove e in qual punto si vorranno arrestare le pretese 
te a ì.igione, giacché, quando siano ammesse tali cono¬ 
scenze, se ne possono aspettare ancora parecchie altre (sol 
che, come si crede, vi si costringa la riflessione). La limita¬ 
zione di tali pretese dovrebbe però esser data da un certo 
principio, non dalla semplice ragione che finora tutte le 
ricerche in questo senso sono fallite; perchè ciò non di¬ 
mostra niente contro la possibilità di un miglior risultato. 
Ma qui non v’ e altro principio possibile oltre l’ammettere, ' 
o che relativamente al soprasensibile non possa esser de¬ 
terminato assolutamente niente dal punto di vista teore¬ 
tico (se non in modo puramente negativo), oppure che la 


Hp 

a dire, relativamente alla natura della Bua volontà, antropomorficamente: 










nostra ì-agione contenga una miniera, non ancora utiliz¬ 
ata, di chi sa quali grandi conoscenze estensive riservate 
per noi e la nostra posterità. Ma per ciò ehe riguarda la 
religione, cioè a dire la morale in rapporto con Dio in 
elianto legislatore, se la conoscenza teoretica di Dio do¬ 
vesse precedere, la morale dovrebbe regolarsi sulla teolo¬ 
gia; e non soltanto ad una leg'islazione intei’na necessaria 
ilella ragione verrebbe a sostituirsi quella esterna ed arbi- 
l l'aria di un essei'e supremo: ma tutto ciò che v’è di difet¬ 
toso nella nostra conoscenza di questo essere, si estende¬ 
rebbe al precetto morale, demoralizzando così e perver¬ 
tendo la religione. 

Riguardo alla sperabza d’una vita futura, se, invece 
dello scopo finale che dobbiamo seguire secondo il pre¬ 
cetto della legge morale, noi domandiamo alla nostra fa¬ 
coltà della conoscenza teoretica la norma del giudizio 
razionale sulla nostra destinazione (che quindi è consi¬ 
derato come necessai'io, o ammissibile, solo nel rapporto 
pratico), la scienza dell’anima, come prima la teologia, non 
ci dà altro che un concetto negativo del nostro essere pen¬ 
sante: ci dice cioè che nessuna delle sue azioni o delle 
manifestazioni del suo senso interno può essere spiegata 
materialisticamente; che quindi sulla sua natura astratta, 
sul durare o perire della sua personalità dopo la morte, 
non è assolutamente possibile per noi alcun giudizio de- 
terminante ed estensivo fondato su priuciiiii speculativi, 
anche se impieghi amo tutta la nosti'a facoltà teoretica di 
conoscere. Poiché qxii dunque tutto resta affidato al giu¬ 
dizio teleologico, che considera la nostra esistenza da un 
punto di vista pratico e necessai’io, ed ammette la nostra 
sopravvivenza come la condizione inchiesta dallo scopo 
finale che ci è assegnato assolutamente dalla natura, si 
vede nel tempo stesso questa utilità (che a prima vista ci 
sembrava un danno), che, cioè, allo stesso modo che la teo¬ 
logia non poteva diventar mai per noi teosofia, la psico¬ 
logia razionale non può mai diventar pneumatologia in 
quanto scienza estensiva, mentre d’altra pai’te è sicura di 


1 











352 


appendice 


j f 

;! |] 


r.on cadere nel materialismo; che essa è piuttosto una 
«empirne antropologia del senso intimo, vale a dire una 
onoseenza del nostro io pensante durante la vita e 
come conoscenza teoretica, resta anche puramente empi¬ 
sca, che invece la psicologia razionale, por ciò che con¬ 
cerne la questione della nostra esistenza eterna, non è 
punto una scienza teoretica, ma riposa su di un’unica con¬ 
ciono della teleologia morale, per cui tutto il suo uso 
Don e necessario che a quest’nltima, cioè per la nostra 
destinazione pratica. a 


i? 90. Della qualità dell’adesione ad tuia prova teleologica 
dell’esistenza di Dio. 

di-ita Si? la ° SO ’ ° KÌ>1 Pr ° Va ’ ° SÌa f ° ruita daU’ifflme- 

(come oien 10116 rTr dÌ ° ÌÒ 0,16 d0Ve esser ^mostrato 
ii j 01 >d l an ' 16 Osservazione dell’oggetto o l’espe¬ 
rimento), o sia data a pr ori dalla ragione per via di pr iu- 
mrni, deve non soltanto persuadere, ma convincere o 

f con°i - ere aUa C ° nvinzione ; ™le a dire il principio’ o 
a conclusione, non dev’essere un motivo puramente sog 
attivo (estetico) dell’adesione (una sempre Spa re nzaT 
ma deve avere una validità oggettiva e! esseTun Trt 

lettosS 0 <lGlla C ,° n0SCenza: pcrchè alimenti l’intel- 

di tova Ius° Ver nat °’ ^ n0n C0nviut0 - A tale specie 
h Pici a illusoria appartiene quella che, forse a fin di 

bene, ma per nascondere premeditatamente la sua debo¬ 
lezza, si adopera nella teleologia naturale, quando sfa¬ 
vore df ande Clu ; intità di argomenti che stanno in fa- 
d’nno Una CailSa dell ° C ° Se Da - turali secondo il principio 
getSvo d^dl’ 6 8Ì - UtìlÌZZa qUel Prineipi0 P-ame^te sog! 
fproprh ! CÌoè qnella tendenza che le 

• . . ’ ‘ Quale le spinge ad ammettere un solo prin¬ 

cipio invece di parecchi, sempre ohe non vi si» con,radi 

anche molte delle condizioni richieste per la detenni- 






METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


353 


unzione d’nn concetto, — la spinge ad aggiungervi le ri¬ 
manenti, e a completare arbitrariamente il concetto della 
'■osa. E difatti, in verità, quando incontriamo nella ia¬ 
lina tanti prodotti, che sono segni per noi di una causa 
. atelligentc, perchè, invece di molte di tali cause, non ne 
dobbiamo concepire una sola e perchè in questa non dob¬ 
biamo concepire invece di un’ intelligenza, una potenza,etc., 
-emplicemente grandi, l’onniscienza, l’onnipotenza, e pen¬ 
sarla, in una parola come principio sufficiente di tutte lo 
«•ose possibili, mediante tali attributi? E, inoltre, perchè 
non attribuiremmo a questo essere unico ed onnipotente, 
non soltanto l’intelligenza per lo leggi e i prodotti della 
natura, ma anche, in quanto causa morale del inondo, la 
suprema ragione moralmente pratica? Giacché, compie 
tato in tal modo questo concetto, si avrebbe un principio 
sufficiente per la conoscenza della natura e insieme per la 
saggezza morale, o nessun rimprovero in qualche modo 
l'ondato potrebbe più esser rivolto contro tale idea. Se 
nello stesso tempo sono suscitati i motivi morali dell’a¬ 
nimo, e vien loro aggiunto un vivace interesso con la 
forza dell’eloquenza (di cui sono ben degni), deriverà da 
tutto ciò una persuasione della sufficienza oggettiva della 
prova, ed anche (nella maggior parte dei casi in cui questa 
viene usata) un’illusione salutare, che si dispensa intera¬ 
mente da ogni esame della forza logica di essa, rigettan¬ 
dolo anzi con orrore e ripugnanza, come fondato su di 
un dubbio temerario. — Ora contro ciò non v’è nulla da 
«lire, se si guarda propriamente all’utilità pubblica. Ma, 
poiché non bisogna, e non si può, dimenticare che questa 
prova contiene due parti differenti, quella che appartiene 
il la teleologia fìsica e quella che appartiene alla teleolo¬ 
gia morale, e la confusione di esse non permette di cono¬ 
mere dov’è la vera forza della dimostrazione, in quale 
parte e come dovrebbe essere elaborata, per poterne soste- 
imre la validità contro l’esame più rigoroso (anche se in 
una parte si fosse obbligati a riconoscere la debolezza 
Iella nostra ragione); è un dovere pel filosofo (posto pure 


!•!. KìSNT, Critica del giudizio. 


23 





















— 


354 


appendice 




riveHro r°n t6nSa “ COnt ° reSÌgenza della Marita) il 
elaic 1 illusione, per quanto sia sempre salutare che 

m4iene C an ^ C ° nfllSÌOne - e 11 parare ciò clm ap- 
I aitmne alla persuasione da eiò che conduce alla convin 

non 6 so?t 6 t° n ° f Ue determinazi0ni dell’adesione \ diversa 
non soltanto nel grado, ma nella qualità), allo scono di 

“ro^r 8 r ChÌar0ZZa 10 d^’aSo in 

severo !Ze «•-“ «> P™ 

t er gli uomini in generale). Nel primo caso essa è fondata 
prmcipu sufficienti pel Giudico determinante ne t 

ìllfL SU w nmm ^ 1,aStan ° S(>1 tento pel Giudizio ri’ 

vincere quando^ i convinzione senza tuttavia con- 

contiene solo prin^ii^g^tì^che^seTh 6 & ^ QUand ° 
sufficienti per la certezza Ln 1 &ebbeDe 11011 ^cora 

~r °°™^zzz° srssr* 

«u5f. t ■*•—« » »•- «va me . 

ancora, so anche onesto non ha lnogo 3 ) „ ’f ° 

ve,o,im iie; » '■-“‘“- o . «io è a zjlztz: 









METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


355 

avere, 4) all’ammissione di un principio esplicativo sem¬ 
plicemente possibile, come ipotesi. — Ora io dico che 
latte le prove in generale, che tendono alla convinzione 
teoretica non possono produrre alcuna adesione di questa 
specie, dal primo all’ultimo grado di essa, quando si debba 
dimostrare la proposizione dell’esistenza di un essere ori¬ 
ginario, in quanto Dio, nel senso adeguato a tutto il con¬ 
tenuto di questo concetto, cioè in quanto creatore morale 
del mondo, e quindi tale che con esso è dato nello stesso 
tempo lo scopo finale della creazione. 

1) Per ciò che riguarda la prova logica rigorosa, che 
v a dal generale al particolare, è stato sufficientemente 
dimostrato nella critica, che, poiché al concetto di un 
essere che è da cercare al di là della natura, non corri- 

ponde alcuna possibile intuizione, e il concetto stesso per 
conseguenza, in quanto dev’esser determinato teoretica- 
monte mediante predicati sintetici, resta per noi sempre 
problematico, non può esservi assolutamente alcuna cono- 
cenza di esso (che estenda anche minimamente il nostro 
apere teoretico), e non si può sussumere il particolare 
concetto di un essere soprasensibile ai prineipii generali 
della natura delle cose, per concludere da questi a quello; 
perchè quei prineipii valgono unicamente per la natura 
come oggetto dei sensi. 

2) Di due cose eterogenee, proprio in ciò che costituisce 
la loro eterogeneità, si può pensare l’una secondo una 
analogia 1 con l’altra; ma, secondo ciò che costituisce la 


i L’analogia (in senso qualitativo) è l’identità del rapporto tra principi! 
•• conseguenze (tra cause ed effetti), in quanto ha luogo malgrado la differenza 
1 1"'l'idea delle cose, o delle qualità in sè, (vale a dire, considerate fuori di 
i ' I rapporto), che contengono il principio di conseguenze simili. Così, con¬ 
fi "utando le azioni industriose degli animali con quelle dell’uomo, concepiamo 

• I principio delle prime, che non conosciamo, mediante il principio delle azioni 
••iniili nell’uomo (la ragione), che conosciamo, come qualcosa di analogo alla 

• u:iune; e con ciò vogliamo mostrare nel tempo stesso che il principio del- 

1 imlustria animale, che va sotto il nome di istinto, è in realtà specificamente 
,l ' 1 " dalla ragione, ma ha un rapporto simile col suo effetto (come si vedo 

•niparando le costruzioni del castoro con quelle dell’uomo). — Ma dal fatto 















356 


appendice 


loro eterogeneità, non si può concludere dall’una all’al¬ 
tra per analogia: vale a dire, non si può trasportare dal- 
1 una all’altra questo segno della differenza specifica. Così, 
posso anche concepire la società dei membri d’una repub¬ 
blica istituita secondo le regole del dritto, per analogia 
con la legge dell’equilibrio dell’azione e della reazione nella 
scambievole attrazione e repulsione dei corpi; ma non 
posso trasportare quelle determinazioni specifiche (l’attra 
zione e la repulsione materiale) in questo campo, ed attri¬ 
buirle ai cittadini, per costituire un sistema che si chiama 
otato. — Proprio allo stesso modo possiamo concepire la 
causalità dell’essere originario rispetto alle cose del mondo 
m quanto fini della natura, per analogia con un’intelli¬ 
genza in quanto principio delle forme di certi prodotti 
che chiamiamo opere d’arte (perchè ciò si fa solo a van¬ 
taggio dell’uso teoretico o pratico della nostra facoltà co¬ 
noscitiva che dobbiamo fare di questo concetto, relativa¬ 
mente allo cose naturali nel mondo, secondo un certo 
principio); ma dal fatto, che tra gli esseri del mondo si 


che 'anche ^, 0 ™ 7'™' - ^ ™ »»»*> concludere 

e anche u castoro debba avere una facoltà simile, e chiamar questa una 

' 1 US .° ne per a “* , ogia. Comparando però le azioni degli animali (di cui 

non possiamo percepire immediatamente il principio) con q „e“n,ili d 

0 T“ Ifl'd BU ' m0 C ° Sden,Ì i,nme ®*tatnonte), possiamo secondo l'aria- 

rapprosenta"onT''( ,Utta ^ a " Ch ° gU ‘«ondo 

pprosentaz.on. (non sono macchine, come vuole Cartesio) e mal-rado 

la differenza specifica, sono identici all'uomo riguardo al generò (in ",,1, 

pl'r"cui ,V ? ntl) ‘ La lc{riUimità d Ì ‘“le conclusione sta nell’identità del principio 

Tcie di d ? 0nS,deran0 . <1C "° Stesso e» animali, relativamente a quésta 

«pece d, determinazioni, e gli uomini in quanto uomini, quando si confrontai 

■s crnamen e g 1 uni e gli altri secondo le loro azioni: pur ratio Allo stesso 
modo comparando , prodotti finali delia causa suprema del mondo nel nmndo 
medesimo, con le opero d'arte dell’uomo, posso concepire la causalità di n„a*i 
causa secondo l'analogia con un intelletto" ma non co n “ Ì T u 

Lnr ÌiT! 0 ' P “ an8 '° sis; perchè <1'" manca interamente il principio 

IT"“ 

tata ad un essere che con essi non ha altro concetto generico comune nitro 
anello d. essere pensato come una cosa in generale. ' ° U ™ 









METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


357 


dove attribuire l’intelligenza alla causa d’un effetto che 
r giudicato come un’opera d’arte, non possiamo conclu¬ 
dere punto per analogia, che anche a quell essere, che è in¬ 
teramente distinto dalla natura convenga, rispetto alla na¬ 
tura stessa, proprio quella causalità che troviamo nel¬ 
l’uomo; perchè ciò riguarda proprio quello che costituisce 
l’eterogeneità che noi concepiamo tra una causa sensibil¬ 
mente determinata, relativamente ai suoi effetti, e l’essere 
soprasensibile nel concetto stesso che ne abbiamo, e quindi 
quella causalità non può essere trasportata a quest’ultimo. 
— Appunto nel fatto che io debbo concepire la causalità 
divina soltanto per analogia con un intelletto (facoltà che 
non conosciamo in nessun altro essere fuorché nell’uomo, 
che è sensibilmente determinato), sta il divieto di non at¬ 
tribuire all’essere supremo questa intelligenza in senso 
proprio 1 . 

3) L’opinione non trova luogo noi giudizi a provi, 
perchè con questi o si conosce qualcosa come interamente 
certa, o non si conosce nulla. Ma anche quando le prove 
date, dalle quali muoviamo (come qui i fini del mondo), 
sono empiriche, con l’aiuto di esse non si può opinare 
niente su ciò che è al di là del mondo sensibile, ed accor¬ 
dare a tali giudizii arrischiati il minimo dritto alla vero¬ 
simiglianza. Poiché, difatti, la verosimiglianza è una parte 
di una certezza possibile in una certa serie di ragioni (le 
ragioni in essa stanno alla ragione sufficiente come le 
parti ad un tutto), dalle quali deve poter essere comple¬ 
tata quella ragione insufficiente. Ma se esse, come prin- 
eipii determinanti la certezza di uno stesso giudizio, deb¬ 
bono essere omogenee, altrimenti nel loro insieme non 
costituirebbero una grandezza (e la certezza è tale), non è 
possibile che una parte di esse stia nei limiti dell’espe- 


l Con ciò non si lascia a desiderare la minima cosa nella rappresentazione di 
rapporti di questo essere col mondo, tanto relativamente alle conseguenze tea* 
retiehe, quanto relativamente alle conseguenze pratiche, che derivano da questo 
. oncetto. Volere indagare che cosa sia in se stesso è un eccesso di curiosità 
inutile quanto vano. 











358 


-APPENDICE 


r “ n 6d r, U0XÌ dÌ ° gni P ° Ssibile ^ 

enza. Quindi, poiché le prove puramente empiriche non 
onducono a niente di soprasensibile, e ciò che manca nella 

ir:: puo essere dat ° da niente> co1 

•si la con esse per raggiungere il soprasensibile e una co- 
noscenza del soprasensibile, non si arriva alla minima ap¬ 
pi ossimazione, e per conseguenza non può esservi nem- 

Str=r ÌelÌanZa Un 8 ‘ ÌUdÌZÌ ° SU1 soprasensibile 
nu irte, sopì a argomenti tratti dall’esperienza. 

. 4> “ ò cha deve servire come ipotesi per spiegare 

a possibilità di un dato fenomeno bisogna che sia almeno 

un .~ T ta la . P0ssibilità - É abbastanza che circa 
osi io ununzii alla conoscenza della realtà ("che ò 

wTL affermata iU Patate "otep ^ 

z,s; tT" m <n ■* 

- clic metto a fondamento di una spiegazione dev’es 

,u ' os " i ^ *** »”« 

, bb tornane per le vuote fantasie. Ma 

la PosSataTT 10 ” 0 “ terMMnto in,0 “ l “ l " l’atnrnettere 
etmtl > /• essere soprasensibili determinato se- 

■» 4 ** --»»» 

in ncc • , meste da Ulla conoscenza per ciò che 

non quell,, dellWto pennato 8lMao) m » 

N risultato di tutto ciò ò che noi- in 
relativamente allWenza il „u enneò-e oHv” 

SS 

sione; o ciò per In ! • . 1 m,nimo grado di ade- 

=SS=?SS=£ss 

Inetto' 2 .°tot ,pp uZl tm ’°r^ ***”*<» 1- 

tolta ogni deterrò in-i 7 i n Pl ’ e cbe ’ per conseguenza, 
gni determinazione, non resta altro che il concetto 









metodologia del giudizio TELEOLOGICO OO.I 

ili qualcosa di non sensibile, che contiene l’ultima ragione 
del mondo sensibile, ma non costituisce alcuna conoscenza 
(in quanto estensione del concetto) della sua interna co¬ 
stituzione. 


§ 91. — Della qualità dell’adesione 
per mezzo di una fede pratica. 

Quando noi guardiamo semplicemente al modo col 
iiuale qualche cosa può essere un oggetto di conoscenza 
(res cognosdbilis) per noi (secondo la natura soggettiva 
delle nostre facoltà rappresentative), i concetti non sono 
messi a riscontro degli oggetti, ma soltanto dello nostro 
facoltà conoscitive e dell’uso che questo possono fare dello 
rappresentazioni date (dal punto di vista teoretico o pra¬ 
tico); e la questione di sapere se qualcosa è o no un essere 
conoscibile non concerne la possibilità della cosa stessa, 
ma la possibilità della nostra conoscenza di essa. 

Ora le cose conoscibili sono di tre^ specie: cose 
d’opinione (opinabile) cose di fatto (scibile) e cose 
di fede (mere creàbile)- 

1) Gli oggetti delle pure idee razionali, i quali non pos¬ 
sono essere esibiti alla conoscenza teoretica in qualche 
esperienza possibile, sono, in quanto tali, cose non cono¬ 
scibili, e quindi riguardo ad essi non può esservi un’opi¬ 
nione; poiché l’opinare a priori è già in se stesso un as¬ 
surdo ed apre la via a vere e proprie fantasime. La nostra 
proposizione a priori, quindi, o è certa, o non contiene 
nulla per l’adesione. Così le cose d’opinione sono sem¬ 
pre oggetti di. una conoscenza sperimentale almeno in se 
stessa possibile (oggetti del mondo sensibile), ma 
impossibile per noi solo relativamente al grado della co¬ 
noscenza sperimentale che possediamo. Per esempio, Te¬ 
iere dei fìsici moderni, fluido elastico che penetra tutte le 
altre materie (è loro intimamente mescolato), non è se 
non una cosa d’opinione, in modo però, che, se i sensi 






APPENDICE 


n<:< i 


••'fiirn fosseio resi acuti in grado supremo, potrebbe es- 

pos e sa Pe esibwó S ?- ne Tf SS,ma OS80 ™ ÌOne od esperienza 
I ssa esibirlo. L ammettere abitatori ragionevoli negli 

r* cosa d’opinione; perdi!, se £j£ 

diremmo dam T ^ d Che è P ° ssibilfi “ «è, conclu¬ 
deremmo dall esperienza se vi sono o no; se non ci avvi 

cmeremo mai tanto, la cosa resta nell’opinione. Ma l’Ipl 

nnr. f 6 VJ Sian ° nelI ’ universf > materiale spiriti pensanti 
ni, senza corpo (se cioè, come è giusto, si rifiutano certe 

fSST 1 10 81 8paCCÌano di essi) > <lu<;sto si chiamerebbe 
fantasticare, e non sarebbe cosa d’opinione, ma una sem- 

si astrartutio li' Cl b ^ da un essore Pesante 

si astrae tutto ciò che e materiale e gli si lascia tuffavi» 
il Pensiero. Noi però allora non possiamo decidere se il 

SwTo? tC (8iac f è H Pmsìer ° 10 conoscia ™ ) solò 
di uomo, cioè congiunto con un corpo). Una tale cosa è 

2Z°Z?o‘1‘T m,i “ s -wr; 

rit, “ im ° è » ossibn « dimostrare safficieate- 
2 ,, rcal ‘“ ««arelt-va. almeno rispetto nll’oso pratico 
ella ragione, perchè «esfnso, che ha i soci pi nc p 

'»«» <-*■« 

pratici ma in e Pr,m ° CaS °' SeCOndo d « teoretici o 

pmz:zrzz zz trilli: 

e proprietà matematiche delle grandezze (neiìa geome 
a , perche son capaci di una esibizione a priori per 
1 uso teor etico della ragione. Son tali anche le cose „ lo 

(lelì’ordinariò oonc e tTo S Zre 3 so < 'dn!l e Ch l m Ì Se “ bra ' U ” ” sniflcato P» osto» 
eessario, nè possibile linXe noe ® ““ di »»«. 6 ne- 

quando si tratta dal ““ aU’esperienza realp, 

««'esperienza puramente possibile è 'già' suffi tórt” faC °' tà conoscit ‘ve, lacchè 
- come di oggetti di ^ ** 








METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


361 


qualità di esse, che possono essere provate mediante l’e¬ 
sperienza (la propria, o l’altrui mediante una testimo¬ 
nianza). — Ma ciò che è molto notevole è, che tra le cose 
di fatto si trovi anche un’idea della ragione (che in se 
non è capace di alcuna esibizione nell’intuizione, e quindi 
di nessuna dimostrazione teoretica della sua possibilità;; 
ed è questa l’idea della libertà, di cui la realtà, come 
una specie particolare di causalità (di cui il concetto sa¬ 
rebbe trascendente dal punto di vista teoretico), si può 
dimostrare mediante le leggi pratiche della ragion pura, 
e, conformemente a queste, nelle azioni reali, e quindi 
nell’esperienza. - Tra tutte le idee della ragion pura è 
l’unica di cui l’oggetto sia una cosa di fatto, o debba esser 
messa tra gli scibilia. 

3) Gli oggetti che, relativamente all’uso obbligatorio 
della ragion pratica pura (sia come conseguenze, sia come 
prineipii), debbono essere pensati a pr'ori, ma sono tra¬ 
scendenti per l’uso teoretico di questa facoltà, sono sem¬ 
plici cose di fede. Tale è il bene supremo da attuarsi 
nel mondo mediante la libertà; la realtà oggettiva del 
concetto del bene supremo non può esser dimostrata in 
nessuna esperienza per noi possibile, e quindi sulTicinnle- 
mente per l’uso teoretico della ragione; ma la ragion pra¬ 
tica pura ce ne comanda l’uso pel miglior conseguimento 
possibile di quello scopo, e quindi deve essere ammessa 
come possibile. Questo effetto comandato, ed insieme le 
sole condizioni della sua passibilità che possiamo 
concepire, cioè 1’esistcnza di Dio e l’immortalità del¬ 
l’anima, sono cose di fede (res /idei), e, tra tutti gli og¬ 
getti, gli unici che si possano chiamar in tal modo . 
Perchè, difatti, sebbene anche ciò che possiamo appren- 


1 Ma le cose di fede non sono articoli di fedo, quando con questi s in¬ 
tendano quello coso di fede di cui la confessione (interna od esterna) possa 
essere imposta: la teologia naturale non contiene dunque nieute di simile. Per¬ 
chè, non potendo queste cose, in quanto cose di fede, fondarsi su prove teore¬ 
tiche (come le cose di fatto), l'adesione è libera, e anche solo a questa condì- 
y,ione può accordarsi con la moralità del soggetto. 












362 


APPENDICE 


<lCTe HO, ° llall ’ es I ,ori enza altrui per mezzo di una testi¬ 
ni.) manza deve essere creduto, non è perciò stesso una 

; z *: per uuo di quci tosthti ° ni c 0sa f U 

C U Si i ! Tr Z r pr0pria e COSa di fatto > 0 si suppone 
ia stata tale. Inoltre, per questa via (della fede sto- 

mi de\ esser possibile raggiungere la scienza; e gli og¬ 
getti della storia e della geografia, come tutto ciò in ge- 

e possibile di saper ° seG ° ad °^ natura 

cole d f r f COnoseitive > non appartengono alle 
? ’ ma alle 0080 di fatt0 - Solo gli oggetti della 

agiou pura possono essere oggetti di fede, ma non in 
^to oggetti semplicemente della ragione speculativa 
. a Perche allora e impossibile classificarli tra le cose 
cioè tra gli oggetti di quella conoscenza possibile per noi' 
Sono .dee, vale a dire concetti di cui non si può assicurare 
teoreticamente la realtà oggettiva. Invece lo scopo'finale 
supremo che dobbiamo realizzare, o che solo può renderci 
5lc ” i 10 5 “'’° ■— 

J , t e ’ daI , I,Uut ° di vista Pratico, ha per noi una 

tr^lre ’i ° m ‘ a ° 0Sa; ma ’ P° iehè non possiamo 

, ° Pe ' qUeSt ° conee «° l a stessa realtà dal punto di 

vista teoretico, esso e una cosa di fede per la ragion teo- 
ietica e son coso di fede con esso Dio e l’immortalità 
come le condizioni sotto cui solo possiamo concepire se- 
conclo ia natura della nostra ragione (umana) la oossibi- 
l.ta d, quell’effetto dell’uso legittimo della nostra libertà. 
Ma 1 adesione nelle cose di fede è un’adesione dal punto di 
vista puramente pratico, vale a dire una fede mirale! la 
quale non prova qualcosa per la conoscenza della ragion 
ima teoretica, ma semplicemente per la ragion pura pra- 

imnt’oY “ COrapÌment ° dei suoi doveri - e non estende 
punto la speculazione o le regole pratiche della prudenza 

lTr C emo d t P 7l PÌ i dell ’ am0re di «* l - «e il principio su¬ 
perno di tutte le leggi morali è un postulato, si trova 


cMo 1 brilli 16 reg ° lfi — ii p h„- 







metodologia del giudizio teleologico 


363 


postulata perciò la possibilità dell’oggetto supremo 
quindi anche la condizione sotto cui possiamo pensare 
questa possibilità. Ora la conoscenza di questj altana no 
ci dà nè sapere nè opinione dell’esistenza e della natura 
di tali condizioni, in Quanto conoscenza teoretica, ma e 
una semplice supposizione da un punto di vista pratico 
ed obbligatorio per l’uso morale della nostra ragion . 

Se anche potessimo fondare apparentemente sui fmi 
della natura, che ci fornisce in tanta copia la teleologia 
fisica un concetto determinato di una causa intelligente 
del mondo, l’esistenza di questo essere non sarebbe pero 
una cosa di fede. Perchè, non essendo ammesso a vantag 
Sii compimento del mio dovere, ma solo per spiegai, 
la natura, sarebbe semplicemente l’opinione o 1 ipotesi più 
adatta albi nostra ragione. Ora quella teleologia non con¬ 
duco punto ad un concetto determinato di Dio, che in¬ 
vece si trova soltanto in quello d’un creatore morale, pei- 
chè solo questo dà lo scopo finale, al quale non possiamo 
ammettere di appartenere noi stessi, se non m quanto c 
conduciamo conformemente a ciò che ci prescrive e Quni^ 
ci impone la legge morale come scopo finale, er colisi, 
guenza, il concetto di Dio soltanto in virtù del ruppero 
con l’oggetto del nostro dovere, in quanto cornimene della 
possibilità di raggiungere lo scopo finale del dovevo s esso, 
ha il privilegio di valere nella nostra adesione come cosa 
di fede; mentre lo stesso concetto non può dare al suo 
oggetto il valore di una cosa di fatto: perche, sebbene 
la necessità del dovere sia ben chiara per la ragion pra¬ 
tica, tuttavia il conseguimento dello scopo finale di que¬ 
sto in quanto non ò interamente in nostro potere, e am¬ 
messo solo a vantaggio dell’uso pratico della ragione, 
e quindi non è praticamente necessario come il dovere 
stesso 1 . 


! Lo scopo Anale, che la legge morale ci dà da seguire, non a H 
, lOTere perchè questo principio risiede nella legge morale, la quale, .a 
«pianto principio pratico formale, ci dirige categoricamente, , n d.^ n de ntCT.en^ 
.lolla facoltà di desiderare (dalla materia della volontà), e quin 1 me 1 « 




















364 


appendice 


!.. ■'»n*%f’^ io r e \XdÌ > e V'e * 

—ri. .up„orr« c„r, „ T* »» Ter » •» A, è ne- 
finale morale, a ragione (leirnhhr™ ^ supremo scopo 

~ ™zt:: & 

“ “ se ai ^ ,o cu mie “ ìm,ì <** ^^o»* 

m^?: r 2 A~£ ; K 

«ondo quella legge (poiché neìl’una'e telate» , ° mÌSal ° a ««»«» so 
y azioni), come da qualche coso cIle ™ "‘f . 6< ’ !o 0 valore «derno delle 
P r guardare unicamente a ciò che riguarda il " lteram “tc in mio potere, 
del dovere ci prescrive di perseguire fn fare ’ Ma appunto In leggo 

(la feheità in quanto è possibile d’accordo To“l doT 'f rasionB v«h 

P , non no vede la possibilità (nè dalla mnt 8, ‘ La ra B ,one speculativa 

nella partecipazione deila natura) e piuttostV n ° Str ° ,>r ° PrÌ0 potere 
«zmualmeuta, devo ritenere come un’attesa^ff <,U “ Ut ° possia “" ùlcere 
da buona intenzione, l’ammettero che da te 6 Vana ’ 80 “««'>« ispirata 

£ "«*»"* «» -«• « fuori di noi ^7 d r: vi '«-'Idi- Itto 
conseguenza della nostra buona condotta- e “ d * 1 >rnm°rti,li t à, una simile 
interamente certa, considererebbe la Wge me , * ÌUdÌ2Ì0 P0{esS0 ««ore 
illusione delia nostra ragione dal jZto £X r'™* ^ " na 
speculativa è convinta che ciò non può mai „ “ P ? C °' Ma ’ poicl,è 'a ragione 

. ° gecf(0 sta al di là della natura rnrin7” ’ * Ch ° Ìm ' eC0 qnellc ideo, 
dizione, le riconoscerà come reali per T*™ C ° DCepÌte «“• centra- 

—irsi - - - =%3Kt: -x*sr 

sia contenula £”££ ma “hK^oduIo I<,8S ° H"™' 0 ’' n ° n ‘*1* che 
Sciente (*). Perché nessuno flnrie tnx raKÌ ° ne “o”*»»*»*® tot 

ragione, so questa nel tempo Il l^T da »”« legge della 

pure in una maniera incerta, e quindi EiustifiT,” * 7 ra SSÌungibiUtà, eia 
condizioni sotto cui ,a nostra ragione può ^ ° radesione allo soie 

Paro » ,„ a puft parfir 6 s’ in'trodn Che 814 e8prime ,a 

quest espressione e quest’idea partii 17 ““ m ’” a fllosofia "orale 
dal Cristianesimo, o l’ammetterle potrebbe ' sembra T ad0pcral<, da Principio 
imitazione del suo linguaggio. Non è questo però -i " S0 '° Una ,usin ^wo!e 
tneiavighosa religione, con Ja sunrpm. * .• ^ Ò 1 pnmo caso in cui questa 

arricchita la filosofia di concetti della mo^lità’^ Tf'« S “ a Comun, 'c a ‘i' r a, abbia 
che la filosofia stessa «vesso forniti e leuÌ ,* * 1 ° PÌ “ puri di Quelli 

approvati dalla ragione ed ammessi come tali c, PatÌ ' “ n ° lih cramente 
doa-uto trovarli ed introdurli. ® ssa stessa avrebbe potuto o. 


(t) SN ° n C0D,e * a,a ’ «le.» ò aggiunta dà,» 


°d. IT.]. 







METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


365 


vedere nè la possibilità nè l’impossibilità. La fede (sem¬ 
plicemente detta) è la confidenza che abbiamo nel raggiun¬ 
gimento d’uno scopo, cui tendere è dovere, ma di cui non 
possiamo scorgere la possibilità (e per conseguenza 
nemmeno la possibilità delle sole condizioni per noi con¬ 
cepibili). La fede, quindi, che si riferisce ad oggetti par¬ 
ticolari, che non sono oggetti di possibile scienza od opi¬ 
nione (in quest’ultimo caso, specialmente nel campo della 
storia, dovrebbe chiamarsi credulità e non fede), è intera¬ 
mente morale. È una libera adesione, non a ciò di cui si 
trovano prove dommatiche pel Giudizio teoreticamente 
determinante, nè a ciò cui ci teniamo obbligati, ma a ciò 
che ammettiamo a vantaggio d’uno scopo che è secondo 
le leggi della libertà; e che ammettiamo non come un’opi¬ 
nione, senza ragione sufficiente, ma come fondato india 
ragione (sebbene soltanto circa il suo uso pratico) in 
modo sufficiente per lo scopo di questa facoltà; 
perchè senza ciò il pensiero morale, mancando di rispon¬ 
dere alle esigenze della ragion teoretica che vuol le prove 
(della possibilità degli oggetti della moralità), non ha 
niente di fisso e di costante ed oscilla tra gli imperativi 
pratici e i dubbii teoretici. Essere incredulo significa 
attenersi alla massima di non credere in generale alle 
testimonianze; non ha fede, invece, colui che nega ogni 
valore a quelle idee della ragione, perchè manca loro la 
realtà teoreticamente fondata. Egli così giudica dom- 
inaticamente. Ma un’assenza dommatica di fede non può 
coesistere con un modo di pensare dominato dalle mas¬ 
sime morali (perchè la ragione non può comandare di 
fendere ad uno scopo, che è riconosciuto come vano e chi¬ 
merico); può coesistere invece una fede dubbia, cui è 
solo di ostacolo la mancanza della convinzione per via di 
principii della ragione speculativa, ma alla quale una co¬ 
noscenza critica dei limiti di quest’ultima può togliere 
ogni influsso sulla condotta, e compensarla con un’ade- 
ione pratica preponderante. 









366 


APPENDICE 


Quando nella filosofia al posto di certi tentativi falliti 
Hi Vuol mettere un altro principio e dargli influenza, per¬ 
di è si abbia la più grande soddisfazione basta vedere come 
e perchè quelli dovevano fallire. 

Dio, la libertà e l’immortalità dell’anima sono 
quei problemi alla cui soluzione tendono, come al loro 
ultimo ed unico scopo, tutti gli apparecchi della meta¬ 
fisica. Ora si crede che la dottrina della libertà sia neces¬ 
saria alla filosofia pratica soltanto come condizione nega¬ 
tiva, e che invece quella di Dio e della natura dell’anima, 
come appartenenti alla filosofia teoretica, debbano essere 
dimostrate per sè e separatamente, per essere poi riunite 
con ciò che esige la legge morale (che è possibile sola¬ 
mente sotto la condizione della libertà), e produrre cosi 
una religione. Ma si può veder presto che questi tentativi 
dovevano fallire. Perché da semplici concetti ontologici 
dl cose in generale, o dall’esistenza di un essere neces¬ 
sario, non si può derivare assolutamente un concetto di un 
essere originario determinato mediante predicati che pos¬ 
sano trovarsi nell’esperienza o servire così alla conoscen¬ 
za; invece colui che si fondasse sull’esperienza dei fini della 
natura, non potrebbe dare alcuna prova sufficiente per 
la morale, e quindi per la conoscenza di un Dio. Proprio 
allo stesso modo la conoscenza che abbiamo dell’anima 
mediante l’esperienza (che non è al di là di questa vita), 
non potrebbe dare un concetto della sua natura spirituale 
ed immortale, e perciò sufficiente per la morale. La teo- 
ogia e la pneumatologia, come indagini a servigio 
de le scienze di una ragione speculativa, non possono ri¬ 
sultare da dati e predicati empirici, perchè il loro con¬ 
cetto e trascendente per tutta la nostra facoltà conosci¬ 
tiva. - La determinazione di questi due concetti, così di 
Dio come dell’anima (circa la sua immortalità), non può 
avvenire se non mediante predicati, i quali, sebbene siano 
possibili solo per un principio soprasensibile, debbono tut- 
avia dimostrare la loro realtà nell’esperienza; perchè solo 
cosi essi possono render possibile la conoscenza di esseri 

















367 


\ 


metodologia del giudizio teleologico 

interamente soprasensibili. — Ora l’unico concetto di que¬ 
sta specie cbe sia nella ragione umana è il concetto della 
libertà dell’uomo sottoposto alle leggi morali, insieme con 
Io scopo Anale, cbe la ragione gli prescrive mediante le 
leggi stesse; le leggi morali possono farci attribuire al 
creatore della natura, e lo scopo finale all’uomo, quelle 
proprietà che contengono la condiziono necessaria della 
possibilità di entrambi, in modo che da questa idea si 
può inferire 1’esistenza e la natura di questi due esseri 
altrimenti nascosti interamente per noi. 

Sicché la ragione per cui sono falliti 1 tentativi per 
provare in via semplicemente teoretica Dio e l’immorta¬ 
lità, sta nel fatto che per tale via (dei concetti della na¬ 
tura) non è possibile alcuna conoscenza del soprasensi¬ 
bile. Se invece essi riescono per la via morale (del con¬ 
cetto della libertà), la ragione è questa, che qui il sopra- 
sensibile che fa da principio (la libertà) non fornisce sol¬ 
tanto, per mezzo di una legge della causalità che deriva 
da esso, la materia per la conoscenza dell’altro soprasen¬ 
sibile (dello scopo finale morale e delle condizioni della sua 
attuabilità), ma, in quanto cosa di fatto, dimostra anche la 
sua realtà nelle azioni, sebbene appunto perciò non possa 
fornire se non una prova valida solo dal punto di vista pra¬ 
tico (che è anche l’unico di cui abbia bisogno la religione). 

Resta sempre molto notevole questo, che fra le tre idee 
pare della ragione, Dio, la libertà e l’immortalità, 
quello della libertà è l’unico concetto del soprasensibile 
che dimostri la. sua realtà oggettiva nella natura (per 
mezzo della causalità che vi è concepita) mediante gli 
effetti che può avere in essa, e appunto perciò renda pos¬ 
sibile il legame delle altre due con la natura e di tutte e 
(re con una religione; che quindi abbiamo in noi un prin¬ 
cipio, che è capace di determinare l’idea del soprasensibile 
in noi, e perciò anche quella del soprasensibile fuori di 
noi, in modo da darne una conoscenza, sebbene possibile 
<,lo dal punto di vista pratico, e di cui dovrebbe dubitare 
i .i filosofia puramente speculativa (che anche della liberta 












368 


APPENDICE 


non potrebbe dare se non un concetto puramente nega¬ 
tivo): per conseguenza, il concetto della libertà (inquanto 
concetto fondamentale di ogni legge incondizionatamente 
pratica) può estendere la ragione al di là di quei limiti 
nei quali ogni concetto (teoretico) della natura dovrebbe 
restare rinchiuso senza speranza. 


NOTA GENERALE ALLA TELEOLOGIA 


ri Se f 81 C !r anda <iUaIc posto spetti tra eli altri, nella 
filosofia, all argomento morale, il quale dimostra 1’esistenza 
di Dio soltanto come cosa di fede per la ragion pratica 
pura s. può misurare facilmente tutto il possesso della 
i «sofia; donde risulta, che qui non v’è da scegliere, ma la 
portata teoretica della filosofìa stessa, davanti ad una cri¬ 
tica imparziale, deve abbandonare da sè lo proprie pretese. 

Essa deve fondare ogni adesione in primo luogo sopra 
cose di fatto, se non vuol essere interamente destituita 
di fondamento; e quindi l’unica differenza che può esservi 
nella prova e che su queste cose di fatto possa essere 
j ondata un adesione alla conseguenza che ne deriva, o in 
quanto scienza, per la conoscenza teoretica, o semplice- 
meute in quanto fede per la conoscenza pratica. Tutte 
le cose di fatto appartengono o al concetto della na¬ 
ni a, che prova la sua realtà negli oggetti dei sensi dati 
(o che possono esser dati) avanti a tutti i concetti della 
natura; oppure al concetto della libertà, che dimostra 
sufficientemente la sua realtà mediante la causalità della 
ragmne relativamente a certi effetti che questa può pro¬ 
durre nel mondo sensibile e che essa postula in modo inop- 
piignabile nella leggo morale. Ora il concetto della natura 
(che appartiene semplicemente alla conoscenza teoretica) 
o e metafisico, e interamente a priori; o è fisico, vale a 
ne a posteriori., e non può esser concepito se non neces¬ 
sariamente mediante un’esperienza determinata. Il con- 









METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


369 


«etto metafisico della natura (che non suppono alcun’espe¬ 
rienza determinata) è, dunque, ontologico. 

La prova ontologica dell’esistenza di Dio mediante 
il concetto di un essere originario o è quella che da pre¬ 
dicati ontologici, che soli fanno concepire questo essere 
come completamente determinato, conclude all’esistenza 
assolutamente necessaria, o è quella che concludo ai pre- 
dicati dell’essere originario dall’assoluta necessità dell e- 
sistenza di qualche cosa, qualunque essa sia: perchè, di- 
fatti, al concetto di un essere originario appartiene (af¬ 
finchè non sia derivato) la necessità incondizionata della 
sua esistenza, e (affinchè questa ce la possiamo rappre¬ 
sentare) la determinazione assoluta dell’essere stesso per 
mezzo del suo concetto. Entrambe le condizioni si credette 
di trovarle nel concetto dell’idea ontologica di un essere 
reale in grado supremo: e così sorsero due prove me¬ 
tafìsiche. 

La prova fondata su di un concetto della natura pura¬ 
mente metafisico (la prova ontologica propriamente 
detta) conclude dal concetto dell’essere reale in grado su¬ 
premo alla sua esistenza semplicemente necessaria; per¬ 
chè (si dice) se esso non esistesse, gli mancherebbe una 
realtà, cioè l’esistenza. - L’altra (che è detta pure prova 
metafisico-cosmologica) conclude dalla necessità dell e- 
sistenza di qualche cosa (il che si deve ammettere, poiché 
nella coscienza di noi stessi ci è data una esistenza) al¬ 
l’assoluta determinazione di quell’essere, in quanto reale 
in grado supremo: perchè tutto ciò che esiste dev’essere 
assolutamente determinato, ma ciò che è assolutamente 
necessario (vale a dire ciò che dobbiamo riconoscere come 
tale, e quindi a priori) deve essere determinato assoluta- 
mente mediante il proprio concetto: il che si può tro¬ 
vare soltanto nel concetto di una cosa reale in grado su¬ 
premo. Qui non è necessario scoprire il procedere sofistico 
delle due conclusioni, cosa che abbiamo fatto altrove; ma 

necessario notare che, se tali provo si possono difendere 
«•on Ogni sorta di sottigliezze dialettiche, esse non potreb- 


1*3. Kant, Critica del giudìzio. 


24 























370 


appendice 


bero mal passare dalla scuola al pubblico e avere il 
nimo influsso sul semplice senso comune 

(iU i tnZZ\ Che rÌP ° Sa SU dÌ Un COncetto delì * natura il 

esser dato * natU1 ' a: 11 COIlcetto di tali fini non può 
esser dato a pnon, ma solo per via dell’esperienza e tut 

tur^lcT C ° nCett ° della causa Prima della na- 

cepire* 0011 X 110 ^ V'' 10 ' ^ tUttÌ auelIi che Possiamo con- 
Pire, conviene al soprasensibile, cioè il concetto di 

isr n rr ua eoroe w dei 

ermamente la promessa, secondo i princinii del 

SiSSSS 5 “ ‘\r “7 ^ 

2T SS 

natura =; a , lb0 tutta i & conoscenza della 

Sr Che “ ’««*“• ™ Pratico per la 

Quest’argomento dedotto dilla f^i i • . 

<li rispetto. Nel riparto deSf eoo ^ “'° a è <I<CT » 

=S2vr 

gli son proprio ATo t i * chiarezza che 

siderare l’emozione ! ivi ’ feiacche « Potrebbe con- 

vmzionej, e su di un consenso calmo e 














METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO oil 

fondato interamente snlla ragione stessa? Non dai fini fìsi¬ 
ci, che accennano tutti ad un’intelligenza impenetiabile 
nella causa del mondo; essi sono insufficienti a ciò, perchè 
non soddisfano alle domande imperative della ragione. Di¬ 
fatti (domanda questa), perchè tutte queste cose naturali 
fatte artisticamente; perchè l’uomo stesso, al quale ci dob¬ 
biamo arrestare come all’ultimo scopo della natura per 
noi concepibile; perchè tutta la natura, e qual è io scopo 
finale di un’arte così grande e così varia? La ragiono non 
può contentarsi di sentire che tutto ciò è fatto pel godi¬ 
mento, o per essere intuito, osservato ed ammirato (1 am¬ 
mirazione, quando vi s’indugi, non è altro che una specie 
particolare di godimento), e che è questo lo scopo finale 
per cui esiste il mondo e l’uomo stesso; perchè la ragione 
suppone un valore personale che solo l’uomo può darsi, 
come condizione sotto cui soltanto l’uomo stesso e la sua 
esistenza può essere uno scopo finale. Mancando tale va¬ 
lore (che solo è capace di un concetto definito), i fini della 
natura non bastano all’esigenza della ragione, special¬ 
mente perchè non possono fornire un concetto determi¬ 
nato dell’essere supremo in quanto essere sufficiente a 
tutto (e appunto perciò unico, e che meriti d esser chia¬ 
mato supremo), e le leggi secondo cui un intelligenza è 
causa del mondo. 

Se dunque la prova fisico-teleologica convince come se 
Tosse nel tempo stesso una prova teologica, non è per il 
fatto che le idee dei fini naturali facciano l’ufficio di tante 
provo empiriche di un’intelligenza suprema, ma perchè 
la prova morale, che è in ogni uomo e lo muove così inti¬ 
mamente, si mescola inavvertitamente alla conclusione con 
ia quale egli attribuisce uno scopo finale, e quindi la sag¬ 
gezza, a quell’essere che si manifesta con un’arte così im¬ 
penetrabile nei fini della natura (sebbene a ciò non sia 
autorizzato dalla percezione della natura stessa), e così 
i i empie arbitrariamente le lacune, che ancora restano in 
quella prova. Effettivamente solo la prova morale pro- 
■ luce la convinzione, e soltanto dal punto di vista morale, 























I 


372 


APPENDICE 


* 


al quale ognuno intimamente aderisce; la prova fisico 
Ideologica non ha che il merito d’indirizzare t C' S 
contemplatone del mondo, sulla via dei fini, e perSI’verso 
creatore intelligente del mondo; perchè allora il 
rapporto morale ai fini e l’idea di ! 

creato™ Poi m , a un tale legislatore e 

del mondo, m quanto concetto teologico 1 

PeTOhètn ùnteli et f linari ° PUÒ an ° he non f ' hiodere altro. 
St r° C " e e san ° d’ordinario dif- 

, Quaiu, ° la separatone richiede molta riflessione di 

TTrr **””* 1 <•— c“: : 

de e di cui segue in realtà legittimamente uno solo 

T T z 

£rf " 

r£fr£F~ - 

causalità ”° SSÌam0 «"• 

L"^a £jTZ*r r™ ’ è 

concetti della natura! ZZTZmàrTmT ““‘"T 1 

-- 


! l! V e<I ' ha * foor,!,ico » invece di «teologico» fri 
v» rS/~ è « *«* ZLZ 1 ; invece di 


« pro- 













METODOLOGIA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 


373 


stenza. — La prova inoralo (che dimostra, è vero, 1 esi¬ 
stenza di Dio solo dal punto di vista pratico della ra¬ 
gione, ma in maniera imprescindibile) conserverebbe per¬ 
ciò sempre la sua forza, anche se nel mondo non trovas¬ 
simo affatto, o trovassimo in modo dubbio la materia pol¬ 
la teleologia fisica. Si può concepire che gli esseri ragio¬ 
nevoli si vedano circondati da una natura che non offie 
alcuna traccia evidente di organizzazione, ma soltanto gli 
effetti di un semplice meccanismo della materia bruta, e 
che perciò, e per l’instabilità di alcune forme e rapporti 
finali per puro accidente, pare che non dia alcuna ragione 
per concludere ad un creatore intelligente; nella quale per 
conseguenza non vi sarebbo alcuna occasione per la teleo¬ 
logia fisica: e nondimeno la ragione, che in tal caso non 
riceve alcun indirizzo dai concetti della natura, troverebbe 
nel concetto della libertà, e nelle idee morali che vi si 
fondano, un principio praticamente sufficiente, per postu¬ 
lare il concetto dell’essere originario conformemente a 
tali idee, vale a dire come una divinità, e la natura (anche 
della nostra propria esistenza) come uno scopo finale o 
conforme a tale essere e alle sue leggi; e cioè per posta 
larlo in rapporto al precetto inflessibile della ragion pra¬ 
tica. — Ma il fatto che nel mondo reale v’è per gli esseri 
ragionevoli una ricca materia per la teleologia fisica (il 
che non sarebbe punto necessario), serve alla desiderata 
conferma dell’argomento morale, per quanto la natura può 
presentare qualcosa di analogo alle idee (morali) della 
ragione. Difatti, il concetto di una causa suprema che sia 
intelligente (la qual cosa è beu lungi però dal bastare ad 
una teologia), riceve in tal modo una realtà sufficiente pel 
Giudizio riflettente; ma non è necessario per fondare la 
prova morale: nè questa serve a completare, fino a farne 
mia prova, il concetto stesso, che per se solo non accenna 
• dia moralità, sviluppandolo con continuato ragionamento 
secondo un unico principio. Due principi! così eterogenei 
cnme la natura e la libertà non possono dare se non due 
specie diverse di prove, per cui il tentativo di derivare 



























374 


appendice 


Irprovtto™ 0 SÌ tr ° Va ™ nffiotonte Per ciò che deve 
Sarebbe molto soddisfacente 

“ * peonl “ t " a 

«•*•> P»chè ai avrebbe 1. Tr“'ì“ Pr ° Va •* 

aofla (si dovrebbe chiaumr ZTTe " te °' 

della Datura divi,,, e de] ,", '""““osa teoretiea 

«*» >a «osmSrif" d.T‘ e ^"“T te * 8P,C - 

terminare le leggi moralO 11 ò 1 ? SteSS ° a de ‘ 

mortah 0 tà e den^ CÌente “ ragrgiun&ere la^oscénzVdeU'i^’ 

. . 

lativa. Ma entrambe ' S , ' 1 a ragl0nG specu¬ 
lato alla presunzione del 0 aaclle ciò Possa esser 

soddisfano il desiderio che'ha 7 C esidcno di sapere, non 
che dovrebbe esser fondata n ra& '° ne di Una te °ria, 

«il" :rr 

baste *»« *“'•**- 
cientemente determinato dèllV P ° an conc ctto suffi- 
dev’essere derivato da tu ti’ ìt ^ ° riginano ’ e questo 
cienze di tale prò ° ?***'' ° PPUre al,e defl- 

bitraria. Voi concludete (HP S " PP T C ° n Un ’ addizìone ar- 
naturali e delle loro reb • ' a ^' ande finalità delle forme 
mondo; ma qual grado CaUSa irlteIli ^ nt e del 

«ubbie, non Senza 

telligrenza possibile- perchè ni' -a- re alla suprema in¬ 
nesto inconcepib le un, ! , «chiederebbe che voi rito- 
■li voi peSié uZ, "“"T Pì “ Kr " Ml « <“ "“«'lo 



METODOLOGIA del giudizio teleologico 


375 


ciò ha un senso relativamente alla vostra facoltà com¬ 
prensiva e. poiché non conoscete tutto il possale per 
confrontarlo con la grandezza del mondo quale la<|no- 

seete non potete derivare da una misura cosi piccola 1 on¬ 
nipotenza del creatore; e così di seguito. Perciò in tal 
mot non raggiungete un connetto 

dente per la teologia, dell’essere originano giacche quo 
„ t0 concetto si può trovare soltanto in quello della tota¬ 
lità delle perfezioni compatibili con un’intelligenza, in 
Il i dati puramente empirici non vi possono aiutare 
affatto • e senza un concetto così determinato non potete 
concludere ad una canea intelligente «urea ma 
ammetterla solamente (per guatatine neo si voghe). - 
CmTo vi si può ben concedere (poiché la ragione non>a 
niente di fondato in contrario) di aggiungere arbitraria¬ 
mente che quando si trova tanta perfezione, si possan 
ammettere tutte le perfezioni riunite in «MttW ™ 1C 
del mondo; perchè la ragione, teoreticamente c pia ca 
mento, viene meglio a capo del suo compì o con un ^ 
cipio così determinato. Ma non potete tuttavia fa • 
questo concetto dell’essere primo come dimostrato « a • 
erchè lo avete ammesso solo a vantaggio di un nuglmre 
uso della ragione. Sicché ogni lamento ed ogni co Urrà me 
potente conteo 1» prete.» temerli» di 
rigore dei vostri ragionamenti, e una vana iati. « - 
potrebbe fnr credere che sì riguarda come un d “ bb “ 
cento verità quello che .1 espr.me hberamonte contro ■ 
vostro argomento, soltanto per dissimular. 1 rmpotonsa 

* reologia, morale invece, che non è .ondata meno 
solidamente della teleologia fisica, e gode ansi pm 
egTS riposare » priori su prineipu inseparabili dalla 

u'stra ragione, conduce a ciò che è 

bilità di una teologia, cioè ad un concetto definito del 
causa suprema, come causa del mondo 

-ali e quindi tale che basta al nostro scopo finale morale. 
» che si richiedono non mono che IWseiensa. l'onnipo- 
















376 


sxtMzz'zz-'*** *—•* ....... 

»« lo ,o„ po ,,,,3“ “”“■>■« «orno 
ad esso; e così da soli l-i’t P i P , Qmto ’ e qmndi adeguati 
concetto di un moraIe fornire il 

Per una teologia. * 01 ° CB mondo ’ clle ® Sufficiente 

mente alla reliÉone^valeva dT^n iramediata - 

nostri doveri in u’nl^Vr? ^.2?»^»*» dei 

conoscenza del nostro dovere e dello' VU . 11; I,erehè la 
ffto la ragione ci assegna potè L „T ^ Ch « Con 
determinatamente il concetto di rv p " l( ' ipi ° Produrre 
origine si trova inseparah e a C .° 8Ì ** alla ««a 

sto essere; mentre invece, se anche M h|Wa ' 0ne verso <J U °- 
primo potesse essere trovato <1 i ^ concetto dell’essere 
rctiea (vale a dire come d6te ^’ n *^e»te Per via teo- 
d°po sarebbe molto difficile Tw CaU " a . ,lella aatuxa), 
Itile, attribuirgli con una ’ t S< ! a(,dmt tura impossi- 
condo leggi morali, senza «na eausaUtà se- 

agg.unta arbitraria; e tutt-.vl- ‘ 1 d farvi gualche 
ouel preteso concetto teoio. ’ mnz * queIla causalità, 
damento per la religione AneheT PUÒ C ° S , tÌtuire un f °n- 
essere fondata con questo lt/7” 8 «^ioiie potesse 
riguarda il sentimento (che costila* !?°f tlC °’ P ® r ciò chfi 
senziale) essa sarebbe ven m ™t, r 1 8110 element ° es- 
d concetto di Dio P m Versa (la quella in cui 

esisterne derivai!., da “do77‘T' le ,I,r » lic »> Ma sm 

inscienza, ete., di un creatore . 11 1 onnipotenza, J’on- 

ehe altro modo, per ampie ' t0 ”-° W011cettl datici in qual- 
concetti del dov^nosl!* 01 sem ^mente i nostri 
cetti stessi Presenterebbero molto ^ ^ questi con ' 
della costruzione e della so H • . °rtemente il carattere 

'* legge moTaSùi co „ £ se 

* U nostre vedete mera,” ^ £f 












metodologia del giudizio teleologico 


377 


con questo scopo e con la sua attuabilità, e ci settenne - 
tiamo volontariamente ad essa con quella venerazione, 
che è del tutto diversa dal timore patologico l . 

Se si domanda perchè e’ importi di avere una teologia 
in «-onerale, si vede chiaramente che essa non è necessaria 
all’estensione o alla rettificazione della nostra conoscenza 
della natura, e in generale a qualche teoria, ma unicamente 
alla religione, vale a dire all’uso pratico, cioè morale della 
ragione, dal punto di vista soggettivo. Ora, quando si 
trova che l’unico argomento che conduce ad un concetto 
determinato della teologia, è l’argomento morale, non In¬ 
sogna meravigliarsene non solo, ma non si chiederà a ito 
circa la sufficienza dell’adesione che produce questa prova 
rispetto allo scopo della teologia, quando s, animella die 
tale argomento dimostra sufficientemente resistenza di 
Dio soltanto per la nostra destinazione morale, cioè «a 
punto di vista pratico, e la speculazione non entra punto 
in esso, nè allarga i confini del suo dominio. Anche la me¬ 
raviglia, o la pretesa contradizione tra la possibilità qui 
affermata di una teologia, e ciò che diceva delle categorie 
la critica della ragione speculativa, che cioè queste pos¬ 
sono produrre una conoscenza soltanto quando siano ap¬ 
plicate agli oggetti dei sensi, ma non quando sono appli¬ 
cate al soprasensibile, spariscono, se si considera che qui 
le categorie sono usate per una conoscenza di Dio, ma 
non dal punto di vista teoretico (per sapere che cosa e in 
se stessa la sua natura per noi impenetrabile), ma uni¬ 
camente dal punto di vista pratico. — A questo proposito, 


1 L'ammirazione della Delle**», come pure quell emozione che un animo 
meditativo 6 capace di sentire dai fini cosi molteplici della natura, anteceden¬ 
te alla conoscenza chiara di un creatore intelligente del mondo hanno 
qualcosa che somiglia al sentimento religioso. Tali cose 

prima abbiano un effetto sul sentimento morale, per mezzo d. una specie dt 
giudizio analogo al giudizio morale (producendo la riconoscenza e >1 rispetto 
per la causa sconosciuta), o poi sufi-animo, suscitandovi le idee morali quando 
ispirano qoeli-ammirazione che è legata con un interesse ben diverso da quello 
che può produrre la contemplazione semplicemente teoretica. 











378 


APPENDICE 


spetto dei dominatici ciechi, riconduce la ragione nei suoi 
unti, aggiungerò il seguente chiarimento 
Quando io attribuisco ad un corno In * • 

ia , categ ° ria deiia causalità,' 

PfSSsSsSs? 

fora, motrice ohe gli attribuisco 6 una to'Z di “ 
ione, a onesto corpo bisogna un luogo nello smrio ( o 
anche non gli pongo accanto un nltroTp ,uT es “ 
e tari„ ) , ed anche uu’cstensione, cioè uno spari» ' Ti 
di ì ’ C ll0111pito dalla repulsiva delle parti- oltr» 

«tessa propori ^ni^etlr,Tt'” ''Tr“ rc “ ,l ' 1 

...ari» che esso riempie con ,o partfsZ?,T° 
sta forza). - Invece, quando concepisco un essere sonra 

cZc do àr.t” ta cf° e 1,1 

vuoto K , ■ 11 di «"<»<“ interamente 

vuoto. E la ragione sta in onesto, cho, coi predicati eh. 











metodologia del GIUDIZIO teleologico 


379 


trovano il loro ometto «1 

-vare all esistenza di qua ^ alla determinazione 

principio di Questo m M q soprageQSÌbile> al quale 

del suo concetto m qua Sicc hè con la categoria 

ripugnano tutti quei pr ^ egBa determino il 

della causalità, quanc P eonosc0 menomamente 

concetto i Uscirà meglio se prendo ocea- 

e-" mondo non soltanto per coneep.ro 
sione dall 01 cime aei ,, intelligenza su- 

la sua causalità come que ' . ante la determ i na ziOne 
prema, ma per conoscer , la pesante eondi- 

<« Saloni - Certamente la gran- 

zione dello spazio e del - mondo ci obbliga 

de connessione di lini ohe tremarne »^°» d » 

« ..«»>» SZSZZZZ» —• 

salita come [‘““l. tale intelligenr.a (come, per 

autorizzati ad altri du . . : t Pm po, per- 

esempio, a pensare 

cbè altrimenti non potremmo tal (lire in 

semplice esistenza m ciu “ nt ° ^onnipresenza divina 

quanto durata ; oppure ^ ^ncepire la presenza 
come esistenza in tutti l’una all’altra, senza 

immediata per cose che a 

tuttavia poter attribuire^ conosciuta). Quando 

Dio, come qualcosa che di 1 ™ “ ^ relativam ente a certi 
io determino la causali a * lo con una finalità in¬ 
prodotti che si possono spicce intelligenza, non bo 

tcnzionalo, ooncopondota come 1 mtal ^ 

bisogno di arrestarmi a quo nroprietà ben cono- 

liuire questo predicato come una sua propne^ 

scinta, o quindi conoscerlo, dal 

date le intuizioni dei sensi e «roto J ^ 

suo intelletto ad un concetto e d (con 

questo concetto ^ejol ^d ^^sivo; che 
astrazione del particola ), coscienza in generale 

le regole, lo a date da quell’intelletto 

le rappresentazioni date. 

















380 


APPENDICE 


dolio intuizioni; e via discorrendo. Sicché io attri¬ 
buisco all’uomo questa facoltà come tale che per suo 
n " ,zzo 10 c °noseo. Ma se ora voglio concepire un es- 
Nero soprasensibile (Dio) come intelligenza, ciò nou sol- 
, mi è permesso, da un certo punto di vista dell’uso 
. a mia ra Sione, ma è anche inevitabile; quello che non 
-M. c permesso è attribuirgli l’intelligenza e il lusingarmi 
di poterlo perciò conoscere mediante questa sua pro¬ 
prietà; perchè allora debbo abbandonare tutte quelle con- 
iizmm sotto le quali soltanto conosco un intelletto, e 
quindi quel predicato, che servo solo alla determinazione 
dell uomo, non può essere punto riferito ad un essere so¬ 
prasensibile, e non si può conoscere, per mezzo di una cab- 
salita così determinata, che cosa è Dio. Ed è lo stesso ili 
tutte le categorie, che non possono avere alcun significato 
per la conoscenza, dal punto di vista teoretico, se non 
sono applicate ad oggetti di una possibile esperienza. - Ma 
per analogia con un intelletto, posso, anzi debbo conce¬ 
pire, sotto un altro punto di vista, un essere soprasensi 
bile, senza pretendere tuttavia di conoscerlo perciò teore¬ 
ticamente; quando cioè questa determinazione della sua 
causai,ta concerne un effetto nel mondo, il quale contenga 
uno scopo moralmente necessario, ma irraggiungibile da¬ 
gli esseri sensibili; perchè allora è possibile una cono¬ 
scenza di Dio e della sua esistenza (una teologia), me 
< mute proprietà o determinazioni della sua causalità con 
( ( p, o in ui soltanto per analogia; una conoscenza che 
nel rapporto pratico, ma soltanto da questo punto di 
' lsta (,nora, °)’ ha tutta la realtà necessaria. — È dunque 
ben possibile un’etieo-teologia; giacché la regola della mo¬ 
rale può bensì sussistere, ma non può sussistere lo scopo 
malo che viene imposto da quella regola, senza la teolo¬ 
gia; salvo che non si rinunzii ad ogni applicazione della 
ragione in questo campo. Ma un’etica teologica (della ra¬ 
gion pura) è impossibile; perchè le leggi che non sono 
date originariamente dalla ragione, e di cui essa non el¬ 
ettila 1 esecuzione m quanto facoltà pratica pura, non 








381 


METODOLOGIA del GIUDIZIO teleologico 

. lì Mio stesso modo una fisica teolo- 
possono essere moni . , ^ n proporrebbe leggi 

iica sarebbe un assurdo, perche no suprem a; 

naturali, ma gli ordmamenji ^nte fisico-teleologi- 

mentrc una teologia‘ prope dcutica ad una vera teolo¬ 
ga) può almeno ser ^siderazione dei fini della na- 

gia, dando luogo, con la co d di un o scopo 

tura di cui offre una ricca*“ stabilire; e quindi può far 
finale, che la naturano! chc determini suffi- 

sentire il bisogno di un ^ ^ ,, us0 prat ico supremo 

cientemente il concetto produrla e fondarla m 

della ragione, sebbene non possa p 
modo sufficiente sulle sue pici ». 


PINE 
























INDICE 


. p. vii 
1 


Prefazione del traduttore » • 

Prefazione . 

Introduzione: 

VI 

vii. ■:= - 

Vili, Della de,limonelle e V*B* 

tv Del lesrQTiìe tra la * r» * ... 

della .agi..» ««"»* 11 «-*“ ' 


7 

10 

13 

17 

19 

25 

28 


35 


PAETE PIUMA 

CRITICA DEL GIUDIZIO ESTETICO 

S^OK. 

yrtmo.-Aii.ml.* de, seno^ ^^ ^ 

Primo momento del giudizi . p- 

§ 1 . Il giudizio di gusto è . e ® t ®* 1 ®® ‘ j d i gusto è scevro 

§ 2 . Il piacere che determina il giudizio c 

di ogni interesse ■ interesse • 

§ 3 . 11 piacere del piacevole è legato 


43 

44 
46 






















INDICE 


•184 

I. Il piacere che dà il buono è legato all'interesse . p. 47 
v) 5. Comparazione dei tre modi specificamente diversi del 

piacere. »fl 

Secondo momento dee giudizio di gusto, secondo la 
Quantità: 

§ 6 . Il bello è ciò che è rappresentato, senza concetto, come 

l’oggetto di un piacere universale. 52 J 

§ 7. Comparazione del bello col piacevole e col buono me¬ 
diante l’osservazione precedente . 

§ 8 . L’universalità del piacere in un giudizio estetico è rap¬ 
presentata solo come soggettiva. 55 

S 9. Esame della questione, se nel giudizio di gusto il senti¬ 
mento di piacere preceda il giudizio sull’oggetto, 0 
viceversa . -j. Jm 

Terzo momento dei giudizi! di gusto, secondo la rela¬ 
zione CON LO SCOPO, CHE IN ESSI È PRESA IN CON¬ 
SIDERAZIONE: 

§ 10 . Della finalità in generale. (jo ■ 

§ 11. Il giudizio di gusto non ha a fondamento se non la 
forma della finalità di un oggetto (o della sua 

rappresentazione).g 4 

§ 12. Il giudizio di gusto riposa sn principii a priori ... 65 

§ 13. Il puro giudizio di gusto è indipendente da attrattive 

ed emozioni. gg. I 

§ 14. Illustrazione con esempii. 37 

§ 15. Il giudizio di gusto è del tutto indipendente dal con¬ 
cetto della perfezione. 7 U 

§ 16. Il giudizio di gusto, col quale un oggetto è dichiarato 
bello sotto la condizione di un determinato concetto, 

non è puro. 73 

§ 17. Dell'ideale della bellezza. 7 g 

Quarto momento del giudizio di gusto, secondo la mo¬ 
dalità DEL PIACERE CHE DANNO I SUOI OGGETTI: 

§ 18. Che cosa c la modalità d’un giudizio di gusto ... 82 

§ 19. La necessità soggettiva, che attribuiamo al giudizio di 

gusto, è condizionale.. 

§ 20. La condizione della necessità, che presenta un giudizio 

di gusto, è l’idea di un senso comune.83 















385 


IXDICE 

8 91 Se si possa presupporre con ragione un senso comune p. 

S dj.oo.ra. „,™..10, ode * P«*»**?» 

un giudizio di gusto, è una necessita soggettiva, che 
èrapp,-esentata come oggettiva con la presupposizione 

di un senso connine. 

Nota generale alla prima sezione dell’Analitica. 

Libro Secondo. — Analitica del sublime. 

8 23. Passaggio dalla facoltà del giudizio del bello a quella 

§ 24. Iella bilione di'un’analisi del sentimento del sublime 

A) Del sublime matematico: 

& 25 Spiegazione della parola sublime. 

8 26 Dell’apprezzamento delle grandezze delle cose naturai., 

che è richiesto dall’idea del sublime. 

§ 27- Della qualità del piacere nel giudizio del sublime . . 

B) Del sublime dinamico della natuba: 

8 28. Della natura in quanto potenza . .. • • • ■ _ ' 

8 29 Della modalità del giudizio sul sublime dipanatura. 
Osservazione generale sull’esposizione de, giudizi, estet ^ 

riflettenti . 

Deduzione dei giudizii estetici pubi: 

8 30. La deduzione dei giudizi estetici sugli oggetti della na- 
tura non si può applicare a ciò che m questa chia¬ 
miamo sublime, ma soltanto al bello . . . • • • 

8 31. Del metodo della deduzione dei giudizn di gusto 
8 32. Prima proprietà de) giudizio di gusto 
s 33. Seconda proprietà del giudizio dì gusto • • • ' 

ì SÌ Non .1.» *»*'» ■ 

J 85. Il principi, del S"Mo i> « principio soggettivo del Gin- 

dizio in generale.‘ ‘ ‘ ‘ 

8 36 Del problema di una deduzione dei giudizii di gnsio • 

S S; Che cosa si afferma propriamente a priori in un giu¬ 
dizio di gusto su di un oggetto?. 

8 38. Deduzione dei giudizii di gusto. 

Nota.. 

8 39 Della comunicabilità di una sensazione 
8 40. Del gusto come una specie di sensus communia . ■ 


84 


85 

87 


92 

95 


96 

100 

107 


111 

116 


134 

135 
137 
139 

141 

142 

144 

145 

146 

147 

148 
150 


2f> 


E. Kant, Critica de! giudizio. 
































INDICE 


iHli 


Il Dell’interesse empirico del bello. p 

1 Dell’interesse intellettuale del bello 

43. Dell 'arte in generale. 

§ 44. Dell’arte bella . 

** , '' 1 ' J ^ lte ^ella l ' ! un’arte che ha l’apparenza della natura 
S 46. L’arte bella è arte del genio 

§ 47. Spiegazione e conferma della precedente definizione del 

genio. 

S 48. Del rapporto del genio col gusto ...... 

s 49. Delle facoltà dell’animo, che costituiscono il genio 
S 50. Dell’unione del gusto col genio nei prodotti dell’arte bella 

8 51. Della divisione delle belle arti. 

8 52. Dell’unione delle belle arti in un’unica produzione 
8 59. Comparazione del valore estetico delle bello arti 
8 54. Nota. 


154 

156 

162 

164 

166 

167 

168. 

171 

174 

181 

182 

188 

18!) 

194 


Sezione Seconda — Dialettica del Giudizio estetico 

8 55. 

8 56. Esposizione dell’antinomia del gusto ...... P 

8 57. Soluzione dell’antinomia del gusto 

Nota Prima . 

Nota Seconda. 

8 58. Dell’idealismo della finalità della natura come arte e 
come principio unico del Giudizio estetico . . . . 
8 59. Della bellezza come simbolo della moralità | 

Appendice: 


203 

204 

205 
208 
211 

214 

219 


8 60. Della metodologia del gusto 


224 


PARTE SECONDA 

CRITICA DEL GIUDIZIO TELEOLOGICO 
8 61. Della finalità oggettiva della natura.p. 

Sezione Prima — Analìtica del Giudizio teleologico. 

8 62. Della finalità oggettiva che è semplicemente formale, a 

differenza di quella materiale. 

M. Della finalità relativa della natura, a differenza della 
finalità interna. 

























INDICE 


387 


§ 64. Del carattere proprio delle cose in quanto fini della na¬ 
tura .. • P- 

§ 65. Le cose, in quanto fini della natura, sono esseri orga¬ 
nizzati . 

§ 66. Del principio del giudizio sulla finalità interna negli 

esseri organizzati. 

§ 67. Del principio del giudizio teleologico sulla natura con¬ 
siderata in generale come un sistema di fini . . 

$ 68. Del principio della teleologia come principio interno 
della scienza della natura. 


242 


245 


249 

251 


255 


Sezione Seconda - Dialettica del Giudizio teleologico. 

§ 69. Che cos’è un’antinomia del Giudizio?.P- ^ 

4? 70. Esposizione di questa antinomia.. • • " 

§71. Preparazione alla soluzione della precedente antinomia 265 
§ 72. Dei diversi sistemi sulla finalità della natura . . • • 

§ 73 Nessuno dei precedenti sistemi mantiene ciò che promette -(0 

§ 74. La causa dell’impossibilità di trattare dommaticameute 

il concetto d’una tecnica della natura è P inesplicabi- ^ 

lità d’uno scopo naturale. 

s 75. Il concetto d’una finalità oggettiva della natura è un 

principio critico della ragione pel Giudizio riflettente 2ib 

§ 76. Nota.' ' ‘ ' 

§ 77 . Della proprietà dell’intelletto umano per cui il concetto 

d’uu fine della natura è possibile per noi . . • P- < 8 ® 

§ 78. Dell’unione del principio del meeCBiiiBniouniversaledella 
materia col principio teleologico nella tecnica della 

. . 1 

natura . 


Appendice — Metodologìa del Giudizio teleologico. 

§ 79. Se la teleologia debba esser trattata come appartenente ^ 

alla scienza della natura.. . . . p. 

§ 80 Della subordinazione necessaria del principio del mec¬ 
canismo al principio teleologico nell’esplicazione d’una 

cosa come fine della natura • ■ . 

S 81. Dell’associazione del meccanismo col principio teleolo¬ 
gico nella spiegazione d’un fine della natura, consi- 

derato come prodotto naturale. ' 

§ 82. Del sistema teleologico nei rapporti esterni degli esseri ^ 
organizzati. 


















INDICE 


;ihh 

H;l - i,, ' h " 8 C 0 P° Ultimo della natura in quanto sistema teleo- 


'ogT'co. 314 

\ hi. Dello scopo finale dell’esistenza d’un mondo, vale a dire 

della creazione stessa.320 

§ 85. Della fisico-teologia. 322 

8 86. Dell’eiico-teologia.. 

Nota .. 

8 87. Della prova morale dell’esistenza di Dio. 335 

8 88 . Limitazione della validità della prova morale . . 342 

Nota. 340 

8 89. Dell’utilità dell’argomento morale. 349 

§ 90. Della qualità dell’adesione ad una prova teleologica 

dell’esistenza di Dio. 352 


8 91. Della qualità dell’adesione per mezzo di una fede pratica 359 
Nota generale alla teleologia. 333 


















Editori GIUS. LATERZA & FIGLI - Bari 


FILOSOFI ANTICHI E MEDIEVALI 

COLLANA 1)1 TESTI E DI TRADUZIONI 


Voi unii pubblicali : 

ARISTOTELE, La metafisica. — Traduzione e commento di A. Car¬ 
lini. 

— Poetica. — Traduzione, note e introduzione di M. Valgimigli (3* edi¬ 

zione). 

— Politica. — Traduzione, note e proemio di V. Costanzi (3* edizione). 
ATOMISTI (Gli), Frammenti e testimonianze. — Traduzione e note di 

V. E. Alfieri. 

D’AQUINO T., Opuscoli e lesti filosofici. — Scelti ed annotati da B. Nardi. 
ELEATI (Gli), Testimonianze e Frammenti. — A cura di P. Ai.bertelli. 
PLATONE, Dialoghi. Voi. I: Butifrone, Apologia di Socrate, Critone, 
Fedone, Crànio, Teelelo. — Tradotti da M. Valgimigli (2* edizione). 

-Voi. II: Parmenide, Sofista, Politico e Filebo. — Tradotti da M. Fag- 

GKLLA (2* edizione). 

_Voi. Ili: Convito, Fedro, Alcibiade primo, Alcibiade secondo, Jp 

parco, Gli amanti, Teage, Carmide, Lachete, Liside. — 'Iradotti da 
C. Diano (2* edizione). 

-Voi. IV: Eutidemo, Protagora, Gorgia, Menone, Tppia maggiore, 

Tppia minore, Ione, Menesseno. — Tradotti da F. ZambaI.di (3* edi¬ 
zione). 

_Voi. V: Clilofonte e la Repubblica. — Tradotti da C. O. Zurktti 

(3* edizione). 

_Voi. VI: Timeo, Crizia, Minosse. — Tradotti da C. Giarratano 

(3" edizione). 

-Voi. VII: Le leggi. — Tradotte da A. Zabro, due volumi. 

— Lettere. — A cura di A. Maddalena. 

PLOTINO, Enneadi. — Primi versione integra e commentario critico di 
V. Cilento, tre volumi. 

SESTO EMPIRICO, Schizzi pirroniani. — Traduzione di O. Tkscari. 
SOFISTI (I), Frammenti e testimonianze. — Traduzione, prefazione e 
note di M. Timpanaro Cardini. 

STOICI ANTICHI (I frammenti degli). — Ordinati, tradotti e annotati 
da N. Festa - Voi. I : Zenone. 

-Voi. II: Aris Ione, Apollofane, Erìllo, Dionigi d‘Eraclea. Persèo, 

Cleante, S/ero. 
















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Editori GIUS. LATERZA & FIGLI-Bari 


CLASSICI DELLA LILOSOLIA MODERNA 

COLLANA DI II SII k DI I KADUZIONI 


Sono pubblicati 


BERKELEY G., Principii della conoscenza e d tal gin Ini f/ylas e Filo- 
noti s, traci, da G. Rapini. 

BRUNO GIORDANO, Opere Italiane - ! Dialoghi iti eia fi sì ci con 
note di G. Gentile. 

- Dialoghi morali, con note di G. Gentile. 

CAMPANELLA T., Del senso delle cose e della magìa, a cura di 
A. Bruers. 

CUSANO N., Della dotta ignoranza - Testo latino con note di P. Rotta 

DESCARTES R., Discorso sai metodo e meditazioni filosofiche , trad. di 
A. Tilgher. 

FICHTE G. A., Dottrina della scienza , trad. da A. Tilgher. 

GIOBERTI V., Nuova protologia * Brani scelti da tutte le sue opere 
e ordinati da G. Gentile. r 

HE.GEL G. G. F., Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, 
trad. da B. Croce. 

— La scienza della logica , a cura di A. Moni. 

HERBART G. F., Introduzione alla filosofia, trad. da G. VinossiCH. 

HOB T ES T., Leviatano , trad. da M. Vinciguerra. 

PIUME D., Ricerche sull*intelletto umano e sui principii della morale , 
trad. da G. Prezzoline 

JACOBI P. E., Sulla dottrina dello Spinoza - Lettere ai signor Mosè 
Mendelssohn, trad. da F. Capra. 

K'NT E., Critica del giudizio, trfd. da A. Gakgiulo. 

— Critica della ragion pratica , trad. da F. Capra. 

— Critica della ragion pura. trad. da G. Gentile e G. Lombardo-Radice 

— Scritti minori , trad. da P. Cakabellese. 

LEIBNIZ G. G., Nuovi saggi sull*intelletto umano, trad. da E. Cecche 

— Opere varie, scelte e trad. da G. de Ruggiero. 

LOCKE G., Saggio sull’intelligenza umana, traduzione di C. Pellizzi. 
Introduzione di A. Carlini. In appendice: Il primo abbozzo del 
* Saggio », a cura di V. Sainatl 2 volumi. 

SCHELLING F., Sistema dell 1 idealismo trascendentale , trad. da M. Lo- 
SACCO. 

SCHOPENHAUER A., Il mondo come volontà e rappresentazione , trad. 
di P. Sa vj-L opez e G. De Lorenzo. 

SPINOZA B. t Ethìca * Testo latino con note di G. Gentile, 

VICO G. B.. La scienza nuova . a cura di F. Nicolini.