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Full text of "Le Culture Della Destra Italiana"

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INDICE 


Prefazione di Siro Mazza 


Pag. 3 



I parte 

Il problema fascista 

Premessa l’eredità del passato, con beneficio d’inventario » 9 

I Fascismo Movimento o regime » 23 

II Revisione storiografica e revisionismo » 34 

III Profilo della destra antitotalitaria » 44 

IV L’Ossimoro Mussolini decisionista irresoluto » 53 

V Italia e Germania guerre parallele, ideali divergenti » 61 

VI Mussolini e Pavolini - Il senso dello stato e la passione ideologica » 72 


Copertina di Lorenzo de Vita 


ISBN 88-85223-23-D 

© 2002 by Effedieffe Edizioni 
Largo V. alpini, 9 — 20145 Milano 
Telefono: 02-4819117 02-4819227 

Telefax: 02-4819103 
E.mail: effedieffe@iol.it 

Distribuzione Mescat, Milano 


II parte 

Il conflitto sulla scelta delle tradizioni. Il neofascismo tra 
pensiero cattolico e suggestioni neopagane 


» 83 

» 93 

» 103 

» 120 
» 132 

» 144 


I Dall ’ ideologia alla filosofia italiana - Gentile e i cattolici di “Italia 
e civiltà” 

II Sciacca, l’approdo cattolico della filosofia gentiliana 

III II partito romano 

IV L’involuzione neopagana della destra 

V La destra cattolica dopo Pio XII 

VI Plebe: dalla sinistra la confusione 


Finito di stampare nel mese di aprile 2002 dalla Grafica Uni ver sai 
per conto della GESP - Città di Castello (PG) 






Ili parte 


La destra dopo il novecenteo 

Pag. 

155 

I La destra popolare 

» 

157 

II II tappeto della destra volante 

» 

174 

III La restaurazione della metafisica 

» 

192 

Conclusione 

» 

201 

Nota sull’autore 

» 

205 

Indice dei nomi 

» 

207 

Indice generale 

» 

219 


Prefazione 


Il volume “Cos’è la destra”, curato da Marco Ferrazzoli (Il Minotauro, 
Roma, 2001) ha definitivamente consacrato Piero Vassallo quale membro 
“di serie A” della cultura anticonformista italiana, ponendolo accanto ai 
suoi nomi più noti, come Veneziani, Fisichella, Cardini e Cammilleri. 

A dire il vero, chi, come il sottoscritto, da sempre ci collabora e ne cono¬ 
sce in profondità l’opera e il pensiero, ritenendosi orgogliosamente suo 
allievo (termine che non gli piacerà: diciamo allora suo più giovane 
“commilitone culturale”), non esiterà ad affermare tranquillamente la sua 
superiorità rispetto ai summenzionati per la lucidità, la preparazione, l’ap¬ 
plicazione indefessa (il tomistico martyrium mentis), il rigore scientifico, 
la fedeltà alle categorie della filosofia classica e cristiana, e riterrà pertan¬ 
to un onore presentare ai lettori quest’ultima sua fatica. 

Il testo che l’editore Fabio de Fina ha dato alle stampe costituisce l’enne¬ 
simo tassello di una produzione saggistica che, senza soluzione di conti¬ 
nuità e con assoluta consequenzialità logica. Vassallo porta avanti dal 1994, 
anno di pubblicazione di “Ritratto di una cultura di morte. I pensatori 
neognostici” (D’Auria). 

Non è certo un’opera prima, non scherziamo: l’autore, genovese classe 
1933, fin dagli anni ’50 collabora a numerosissimi quotidiani e periodici, 
forgiando la sua formazione intellettuale sulle orme del cardinale Siri (e 
del migliore Baget Bozzo) e di Francisco Elias de Tejada. Ha già all’attivo 
numerose pubblicazioni e studi sui più vari argomenti, da Numenio di 
Apamea a Giambattista Vico, da Pietro Mignosi ad Aleksandr Soltzenicyn, 


3 



dal patriottismo cristiano alla reazione pagana del III secolo, e il suo nome 
è ben noto a chi si occupa del pensiero tradizionale cattolico e della storia 
della destra, come Giovanni Tassani o Roberto Chiarini. 

Ma con quel saggio, che riprende il tema dei fondamenti teologici del 
nichilismo regressista, tante volte già affrontato su “Renovatio” e “Carat¬ 
tere”, “La Torre” e “Traditio”, “La Quercia” e “Il Secolo dTtalia” (e oggi 
su “Il Tempo”, “Il Giornale dTtalia” e “Certamen”), Vassallo inizia un’opera 
sistematica di attacco nei confronti dei peggiori esiti della filosofia mo¬ 
derna (e di svelamento dei loro prodromi, spesso sconosciuti e a volte 
inconfessabili) e di contributo alla ricostruzione di un percorso culturale 
fedele a quella che, con espressione tejadiana, ama definire “Tradizione 
italiana”. Ecco allora che, nell’ambito della pars destruens di questo pro¬ 
getto, escono successivamente “La gnosi del sottosuolo” (numero mono¬ 
grafico della rivista “Certamen”, 1995), “L’ideologia del regresso” (D’Au- 
ria, 1996) e “La memoria del futuro” (Thule, 1997). La seconda parte di 
quest’ultimo libro costituisce già l’inizio della pars construens dell’opera 
di Vassallo, che viene ulteriormente ampliata da “Pensieri proibiti” (Mar¬ 
co, 2000) e, finalmente, dal presente saggio, dedicato appunto a una cor¬ 
retta “ricostruzione” di vicende e vicissitudini storico-culturali della de¬ 
stra italiana nel secolo scorso. 

Il libro si inserisce, infatti, nell’ormai ricca bibliografia concernente la 
storia del cosiddetto “polo escluso”. Qualificato storico delle idee, Vassal¬ 
lo affronta l’argomento sotto il profilo culturale, evidenziando le correnti 
filosofiche e dottrinali sottostanti gli sviluppi e gli eventi di carattere sto¬ 
rico. È per tale motivo che l’inizio della ricerca si situa in epoca fascista: 
da una parte, infatti, riprendendo lo schema defeliciano fascismo-regime/ 
fascismo-movimento, l’autore lo riconnette a un dualismo ideale che ha 
fortemente caratterizzato la destra post-’45, e il M.S.I. in primo luogo; 
d’altro lato Vassallo può mettere in evidenza, additandola come esempio e 
punto di riferimento, quella “destra cattolica” che, dall’interno del regime 
fascista, cercò di orientarne la politica e la linea filosofica in senso mode¬ 


rato ed anti-ideologico, combattendo l’attualismo, promuovendo un sem¬ 
pre più saldo accordo con la Chiesa di Roma, avversando l’alleanza con la 
Germania antisemita e neopagana. 

Senz’altro il filone dei (ci si passi il termine) “catto-fascisti” - Orestano, 
Manacorda, Giuliano, ecc. - è un importante recupero di cui occorre esse¬ 
re grati al filosofo genovese, la cui riscoperta andrebbe ulteriormente ed 
ampiamente approfondita (e in verità si scorgono già incoraggianti segna¬ 
li in tal senso). 

Altrettanto originale è la prospettiva dalla quale l’autore si pone, offrendo 
anche il punto di vista del cattolicesimo tradizionale a un’abbondante 
storiografia che, quando è di parte avversa, è severamente egemonizzata 
dai canoni azionisti o marxisti e, quando è frutto di studiosi di destra, è 
spesso intrappolata nelle baggianate movimentiste e/o neodestre. 

Il punto di vista cattolico che connota lo studio, d’altronde, nulla ha a che 
spartire con certo reazionarismo celto-anglo-sudista che, sapientemente 
miscelato con i liquami ideologici della Nuova Destra, sta andando a co¬ 
stituire, con la compiaciuta regia degli iniziati e l’ottuso asservimento dei... 
ritardati, la nuova polpetta avvelenata del “catto-adelphismo”, prodotto 
culturale tendente a soppiantare l’ormai vetusto cattocomunismo, nella 
cornice del nuovo scenario socio-politico-culturale che si sta delineando 
in questi anni. 

Di tale fenomeno l’autore è critico particolarmente attento e disincantato, 
cogliendone i precedenti e intravedendone le nefande conseguenze. 

Ma numerosi sono gli ulteriori pregi della presente opera: l’originale 
interpretazione della complessa vicenda gentiliana, col giusto onore dato 
al suo nobile protagonista e il meritato riconoscimento dei suoi migliori 
esiti, da Carlini a Sciacca, fino alla scuola filosofica genovese da que¬ 
st’ultimo costituita; la riformulazione dell’antitesi fascismo (nella sua 


4 


5 




veste mussoliniana)-nazismo, già documentata nelle precedenti opere 
ed ora ribadita con nuove e robuste argomentazioni; una visione quanto 
mai anticonformista delle vicende degli anni ’50 e ’60, con riferimento 
alla figura di Michelini e alle attenzioni da parte della Santa Sede e di 
Pio XII in persona; una critica tanto argomentata quanto spietata dei 
corruttori e distruttori che hanno agito a e sulla destra, e la cui opera non 
si è purtroppo conclusa, grazie anche ai loro sciagurati prosecutori. Ed 
altro ancora... 


I Parte 

IL PROBLEMA FASCISTA 


II presente libro, in conclusione, costituisce un punto di riferimento pre¬ 
zioso per chi, da destra e su posizioni cattoliche, intenda avere una mi¬ 
gliore conoscenza delle vicende politico-culturali della sua “patria idea¬ 
le” nel corso del ‘900 e, per gli storici di ogni area e scuola, un contributo 
serio e onesto per una più ampia e profonda conoscenza di un mondo 
troppo spesso ancora semi-sconosciuto e/o male interpretato. 

Siro Mazza 


6 




Premessa 

L’EREDITÀ DEL PASSATO, 
CON BENEFICIO D’INVENTARIO 


L’ideologia comunista, ancora egemone nei libri di storia per ragazzi e 
nelle sentenze del bar giornalistico, contempla il mondo attraverso uno 
sguardo umbratile e losco, che ridesta gli stati d’animo risentiti degli 
gnostici e dei catari. La missione assegnata ai comunisti dai poteri forti 
consiste, infatti, nella produzione di un velo di parole oscure, da gettare 
rabbiosamente contro la vita. 

Il comuniSmo era una velleità decadente travestita da euforia. Marx ha 
elevato il sospetto a criterio ultimo e sommo del pensiero: l’amaro e deso¬ 
lante bilancio del Novecento evidenzia la fortuna paradossale di una filo¬ 
sofia tetra e disperata, e tuttavia capace di mobilitare e coinvolgere nel¬ 
l’azione doloristicale folle assetate di felicità. 

Finalmente la cultura politica, da cui dipende l’efficacia dei movimenti 
per la restaurazione civile, vede nella filosofia di Marx l’esasperazione del 
pessimismo antropologico di Lutero, di Hobbes e di Hegel. 

Per uscire dalle strettoie della cultura oggi dominante, è dunque necessa¬ 
rio capire che la controrivoluzione non ha principio dal canto delle sirene 
di quel pensiero negativo, che calunnia il creato, oltraggia la dignità uma¬ 
na e nega la speranza Il vero ostacolo alla restaurazione non è la tecno¬ 
logia, ma il travestimento reazionario dell’ateismo moderno. Marx, l’au¬ 
tore della mitologia intorno al proletariato redentore e Nietzsche, il visio¬ 
nario oltreumano, non sono alternativi ma complementari e, di fatto, inte- 


1 Nell’area della destra culturale incombono le ombre jettatorie di Schopenhauer, Nietzsche, 
Cioran, Gomez Dàvila, Zolla. 


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grati nelle profondità del disegno sovversivo 2 . Il nichilismo elitario è la 
copia anastatica del comuniSmo proletario e non il suo antagonista. I mes¬ 
saggi crepuscolari, con i quali Fidel Castro, esportatore di prostitute mi¬ 
norenni e gestore di un postribolo caraibico per oligarchi, attizza le pas¬ 
sioni incontrollate di fumatori sociali in canna e tuta di forza, agitatori 

2 L’indirizzo sovversivo e regressivo della suggestione nietzschiana, si evince, senza diffi¬ 
coltà, dagli interventi di alcuni intellettuali africani che hanno partecipato ad un patetico 
convegno neodestro, organizzato per celebrare il pensatore germanico a cent’anni dalla 
morte. Pauline Aweto Oghoi, ad esempio, sostiene risolutamente che lo stato d’animo 
neopagano di Nietzsche è, in qualche modo, riconducibile al primitivismo africano, 
all’animismo danzante. Al proposito la studiosa africana, dopo aver citato un bizzarro 
testo di Nietzsche sul dio della Grecia tragica, sostiene che il ballo rappresenta “il punto 
d’incontro fra la proposta del filosofo e la risposta africana: secondo Nietzsche, infatti, 
solo un dio che sappia danzare è un dio credibile. Il salto qualitativo sarebbe quello di 
passare dall'uomo folle, che annuncia la morte di dio, ad un dio folle che danza. Ma la 
vera follia del dio, così inverosimilmente presentato da Nietzsche, non è quella di danzare, 
ma di danzare da solo. In tutti questi secoli il dio africano non ha fatto altro che danzare, 
anzi ballare, non da solo, ma con i piedi per terra, assieme al suo popolo ! (Cfr. “Friedrich 
Nietzsche: oltre l’Occidente”, a cura di Luciano Arcella, Settimo Sigillo, Roma, 2002, 
pag. 39). In definitiva, l’esito del pensiero nietzschiano è la macumba. A scanso di equivo¬ 
ci razzistici e/o poligenistici, è doveroso sottolineare che la fondata opinione, secondo cui 
l’opera di Nietzsche avvicina l’Europa allo scenario regressivo dell’Africa animista, non 
giustifica il disprezzo bianco, che fa di ogni erba africana un fascio barbaro. Nel volume 
citato, infatti, è incluso un intervento di Martin Nkafu, il quale dimostra (sia pure in mezzo 
a contorsioni e oscurità) che la religione naturale degli africani più evoluti possiede una 
dignità spirituale, sconosciuta al decadentismo nietzschiano. Non si può tuttavia negare 
che l’infatuazione nietzschiana inciti al disarmo nei confronti degli stati d’animo primitivi, 
africani o indoeuropei non importa, che Vico intitolava al marciume bestiale. Nel recente 
passato la cultura di destra, attraverso Julius Evola e Fausto Gianfranceschi, ha prodotto 
(forse in eccesso) difese immunitarie dalla frenesia tellurica di Nietzsche e dal primitivismo 
africano, come è visto oggi con jazz e orgasmo sessuale. Julius Evola ha contestato dura¬ 
mente il riciclaggio terzomondista delle idee nietzschiane, in atto nel Sessantotto, denun¬ 
ciando l’insensatezza dell’ammirazione per la sana cultura dell’Africa, in certo modo 
dionisiaca, dichiarata da Janeinz Jahn in “Muntu”. Evola, pur non essendo indenne da 
errori grossolani e da abbaglianti malintesi, ha dimostrato, almeno, refrattarietà alla barba¬ 
rie decadente e dignitosa coscienza civile (su questo cfr. “L’arco e la clava”, Scheiwiller, 
Milano 1971, pag. 33). È indiscutibile che, in Evola, l’identità confina con la mitologia 
arionordica, ma questo non toglie l’inquietudine che si desta davanti all’incontrollato 
avventurismo culturale dei neodestri, macchiette senza identità, che oltrepassano l’entu¬ 
siasmo regressista di Jahn e perfino il furore esplosivo che possedeva Sartre durante la 
stesura del famoso saggio su Fanon e sui “Dannati della terra”. 


perpetui, teologi in cammino dalla pederastia all’allucinazione, teppisti 
anonimi e scansafatiche di vario salotto, declinano, con plastica efficacia, 
la barbarie primitiva, ossia l’irrevocabile conclusione di un pensiero filo¬ 
sofico avviato dall’odio della cultura irrazionalista della Germania contro 
la civiltà cristiana e l’ordine romano. 

Oggi la rivoluzione dell’Ottocento tedesco è giunta ad un capolinea, inti¬ 
tolato al vivere per la morte di Heidegger e Sartre, Cioran 3 e Deleuze, 
Wagner e Visconti: il nichilismo bipartisan - et sinistra et destra - recitato 
dalle tute bianche e nere. In questo scenario desolante, un lugubre guénon- 
lolitista, Roberto Calasso, diventa il legittimo erede della cultura di sini¬ 
stra, e lo diventa grazie alla puntuale associazione del nichilismo nazi al¬ 
l’ebbrezza del nulla, che attraversa l’opera di Marx da un capo all’altro. 
L’egemonia di Calasso annulla e sostituisce l’egemonia di Gramsci. Dopo 
Calasso, la sinistra getta alle ortiche la vocazione progressista per abbrac¬ 
ciare le fantasticherie dei centri sociali intorno alla felice barbarie 
antioccidentale. La vera cifra del postmoderno è, dunque, la dipendenza 
di Roberto Calasso da Jacob Taubes 4 , il sommo maestro del laboratorio 


' Emile Cioran (Cioranescu) (1911, 1995), saggista. Romeno, negli anni Trenta aderì al 
partito nazista e si trasferì in Germania. Alla fine della seconda guerra mondiale emigrò in 
Francia, dove ottenne un discreto successo interpretando il decadentismo neoromantico 
che circolava (Paul Serant) negli ambienti della destra. Le sue opere, che negli anni Settan¬ 
ta erano pubblicate nelle edizioni semiclandestine del “Borghese”, attualmente risplendo¬ 
no nel catalogo dell’emigrante (dalla sinistra perdente alla destra opportunista) editore 
Calasso. Ultimamente Pietro Citati ha ufficializzato l’adozione di Cioran da parte della 
terza pagina di “Repubblica”. 

1 Penetrare nei testi oscuri e labirintici di Taubes, ad esempio “ La teologia politica di san 
Paolo”, edito nel 1997, per i tipi acrobatici e cuneiformi di Adelphi, è un’impresa quasi 
disperata. Figura elusiva e celata dietro le quinte, come lo definisce il venerante discepolo 
Roberto Calasso, Taubes appartiene, infatti, a quella corrente lunatica dell’apostasia ebraica, 
che, bordeggiati tutti i crateri della contaminazione pagana, da Marcione a Buber, dai catari 
alla Weil, da Nietzsche a Freud, ha trasformato l’attesa del Messia in un delirio anarchico e 
dissolutorio. Taubes fu il più rigoroso maestro dell’estremismo berlinese, il piissimo labora¬ 
torio. La tracotanza atea di Taubes ha portato alle estreme conseguenze la produzione 
pseudomistica di Benjamin, Horkheimer, Adorno e Marcuse: dotata di tutti gli ammennicoli 
dell’ermeneutica divorziata dalla filologia, è paragonabile alla luce ipnotica della lama che 
seduce le vittime del taglio. Il lettore di Taubes è decapitato da un’incantevole mannaia. Le 


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berlinese, dove le effervescenze del Sessantotto produssero quella meta¬ 
morfosi nichilista e libertina della sinistra, che oggi ha assunto l’appro¬ 
priato nome di nazicomunismo. 

Jacob Taubes riformò l’utopia della sinistra innestandovi due passioni na¬ 
zista l’avversione al diritto romano e la rabbia nei confronti della morale 
biblica. In sintonia con il pensiero nazista, il Sessantotto ha dunque rilan¬ 
ciato la leggenda intorno a san Paolo immoralista e spregiatore del Dio 
della Bibbia: “ un lato che Veretico Marcionefece risaltare nella genialità 
dell’errore". Ora Marcione sosteneva che il paradiso cristiano appartiene 

storie esemplari dei pensatori irretiti dal suo genio malsano (nel testo sono citati espressa- 
mente Schmitt, Bulltmann e Balthasar) non lasciano dubbi al riguardo: Taubes è il primo 
nella classe del delirio postmoderno. L’osservatore refrattario al fascino morboso delle co¬ 
pertine pastello di Adelphi, riesce tuttavia ad intravedere una zona d’ombra, un riparo dove si 
può contemplare l’imbroglio: il progetto dell’apostasia ebraica, intesa alla riabilitazione del 
pensiero nazista dopo Auschwitz. La cultura neodestra, abbagliata da Plebe, De Benoist e 
Cacciali, immagina che questo sgangherato progetto rappresenti bandiera bianca alzata dalla 
sinistra e perciò annuncia ai quattro venti che una prestigiosa agenzia intellettuale, che un 
tempo si dichiarava nemica, rapina il nostro tesoro (presunto): l’Hitler-pensiero. Arrivano i 
nostri, dunque. La logica zoppica dolorosamente. Ma i piedi che scrivono le pagine neodestre 
sono elastici e scattanti. Il salto di gioia festeggia l’umiliante bagliore della stupidità. Tripu¬ 
dio due volte senza ragione: non arrivano i nostri, in primo luogo perché Hitler non appartie¬ 
ne alla destra, in secondo luogo perché non arriva l’Hitler delle immaginette neodestre, ma 
un battaglione di devastatori neocomunisti, che ha riscattato l’hitlerismo per fame il surroga¬ 
to della mitologia comunista e dell’ateismo religioso, alla Zvi Kolitz, (per intenderci). In 
scena non è l’atto di una conversione, ma la caduta delle maschere umanitarie che coprivano 
l’ormai impresentabile volto della sinistra classica. Quello che gli adelphiani propongono 
attraverso l’opera di Taubes dunque è l’hitlerismo vero e segreto : quel che resta del seme 
della rivoluzione anticristiana, dopo la fine del comuniSmo classico. Ora Jacob Taubes pren¬ 
de in considerazione solo due aspetti importanti del nazismo: l’avversione luterana al diritto 
romano e il livore nei confronti del Dio della Bibbia. Sono gli ingredienti essenziali del¬ 
l’anarchia estrema, che oggi fermenta nelle zone temporaneamente occupate. 

Il pensiero di Cacciali discende dall’irrazionalismo mistico dei romantici e di Schelling in 
particolare. Il suo linguaggio, pertanto, suona familiare e gradevole ai neodestri: Cacciali 
rappresenta felicemente la figura del missionario inpartibus infidelium. Infedeli? Al ruolo 
apostolico di Cacciali si adatta l’umoristica definizione di Lucio Colletti: è il colonnello 
degli ascari neodestri. Per la bifida regia degli adelphiani, Cacciali rappresenta il movi¬ 
mento ideologico della sinistra, che conclude la sua parabola atterrando nell’area 
dell’oligarchia nichilista. Presenti alla scena dell’atterraggio, i neodestri applaudono il 
comandante. 


ai nemici della legge biblica, i violenti e i sodomiti: i capisaldi dell’anar¬ 
chia estrema, che oggi fermenta sulle macerie della sinistra 5 . 

L’età della restaurazione spirituale, l’esodo dalla Babilonia degli errori 
contrapposti e convergenti denunciati da Pio IX, non avrà inizio, prima 
che sia chiaro che la scelta decisiva non concerne progresso (sinistra im¬ 
maginaria) o regresso (falsa destra) ma civiltà cristiana o disperazione 
pagana. Questo significa, in primo luogo, che la libertà dalla menzogna 
non si trova nei cataloghi esoterici della pullulanti editrici di stampo 
adelphiano, che guidano la sinistra cadaverica e la falsa destra sui sentieri 
del regresso; in secondo luogo, che il neonazismo, prodotto dai laboratori 
esoterici e passatisti, va rigettato in blocco e senza alcun pentimento. 

Le promesse della cultura di morte hanno raggirato l’Occidente a comin¬ 
ciare dall’olocausto degli armeni, prototipo delle sciagure che si ripete¬ 
ranno nel corso del “secolo sterminato” 6 . 


5 Nato nel Ponto l’85 d.C., morto a Roma nella seconda metà del II secolo, Marcione è 
autore di un’opera, Anthitheseis, in cui il Dio del Nuovo Testamento è opposto al Dio della 
Bibbia. 

6 Lo sterminio degli armeni costituì una novità cruciale nella strategia sovversiva: il trave¬ 
stimento “spirituale” del furore ideologico e l’innesto del “prodotto” nel corpo sociale 
delle religioni monoteiste. Fino all’insurrezione parigina del 1870, i movimenti rivoluzio¬ 
nari d’ispirazione illuminista e massonica avevano cercato con caparbietà lo scontro diret¬ 
to con le istituzioni religiose e, nello scontro, avevano trovato cocenti sconfitte e storiche 
umiliazioni. Le oligarchie laiche e massoniche conservavano il potere, ma il loro dominio 
si traduceva in una democrazia senza popolo. L’autorità della chiesa cattolica usciva raf¬ 
forzata dalle persecuzioni rivoluzionarie, dimostrandosi capace di rovesciare le sfide 
dell’apostasia moderna e di ottenere copiose conversioni. Negli ultimi tre decenni del se¬ 
colo XIX le agenzie della sovversione elaborarono pertanto una nuova ed avvolgente stra¬ 
tegia, intesa a turbare la pace diffondendo in ambienti religiosi gli stati d’animo del nazio¬ 
nalismo “mistico”. Autentica anticipazione del Novecento sterminatore, il disegno settario 
contemplava il contagio irrazionalista e romantico delle religioni del libro (ebraismo, cri¬ 
stianesimo e islamismo) e la conseguente dichiarazione della guerra “santa” di tutti contro 
tutti. La guerra “santa” istigata dalle agenzie antireligiose, avrebbe propiziato il trionfo 
dell’ateismo, gettando discredito sulle tre religioni del libro. Quasi obbedendo ad un se¬ 
gnale, il nazionalismo mistico esplose simultaneamente negli ambienti ebraici, cristiani ed 
islamici, che erano stati sottoposti ad un adeguato “trattamento” da parte dei banditori 
settari. In Russia si costituì il movimento sionista, che, lo ha documentato Vincenzo Pinto 
in un saggio pubblicato nel 2001 dalla milanese M&B Publishing, si diffonde - in opposi- 


12 


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Il 1989 ha svelato la doppia nudità del re ideologico - il comuniSmo nero 
e il nazismo rosso, magistralmente definiti da Daniela De Rosa, in un 
saggio pubblicato nelle pagine della rivista Traditio 7 . 

Stalin e Hitler erano le due facce di un’unica moneta. Nei libri di storia, il 
bianchetto scorre a fiumi rispettosi sul patto, firmato da nazisti e comunisti, 
per stringere la Polonia cristiana nella morsa della tracotanza. Si legge inve¬ 
ce, a chiare e profuse lettere, la giustificazione imperterrita della violenza, 
mediante l’assioma secondo cui le rivoluzioni non si fanno con i guanti 
bianchi ; la strategia della corruzione inalbera i vessilli dell’ordine forcaiolo. 
La luce bifida dell’ideologia transumante, nega il senso della storia e oltrag¬ 
gia la nobiltà d’animo: la destra tradizionale non è più aggredita ma tentata 
dalla rivoluzione che risorge cospargendosi il capo con le ceneri naziste; 
furore antiromano, misticismo ateo, ecologia religiosa, pederastia militan¬ 
te, scienza oltre umana, economia pauperistica. In queste apparizioni ulti¬ 
me, si manifesta l’evidenza che il potere culturale vorrebbe nascondere: 

zione all’ortodossia ebraica - nei solchi tracciati dal nichilismo, dal populismo e dall’Ope 
(la società per la promozione deirilluminismo fra gli ebrei). In Germania la mistica etnicista 
di Wagner e l’infatuazione indiana dei teosofi, ispirarono quell’avversione fanatica contro 
gli ebrei e i cattolici, che assicurerà il successo strepitoso del nazismo. In Turchia, per 
iniziativa di agenzie laiciste, operanti tra Salonicco e Istanbul, dove imperversava la torbi¬ 
da figura del settario Bernardino Nogara, si costituì infine quel partito dei giovani turchi, 
che diventerà il modello dei fanatismi pseudoreligiosi del Novecento. Il programma dei 
giovani turchi contemplava la fine del regime cosiddetto regime delle capitolazioni, me¬ 
diante il quale l’impero ottomano garantiva la libertà di culto a cattolici, ortodossi, prote¬ 
stanti ed ebrei. L’involucro esteriore del partito nazionalista turco era una gelosa fedeltà 
allTslam, ma il principale esponente del partito dei giovani turchi, Pacha Talaal, professa¬ 
va l’ateismo illuminalo e dichiarava apertamente di detestare tutti i preti, i rabbini e gli 
hodjas. Concepito sotto i lumi “spirituali” delle società segrete, il partito dei giovani turchi 
realizzerà la prova generale del Novecento: lo sterminio di un milione e mezzo di armeni. 
L’olocausto degli armeni rappresenta dunque il prototipo delle sciagure intitolate al para¬ 
dosso dell’intolleranza religiosa prodotta dalle organizzazione dell’ateismo illuminato. Esa¬ 
minati alla luce del prototipo armeno, gli altri olocausti del Novecento svelano l’ugua¬ 
glianza delle ispirazioni e delle “impronte”. 

7 “Il nazismo è rosso”, “Traditio”, n. 7, Genova, ottobre 1979. Anche Evola, nel saggio “Il 
fascismo visto da destra”, Settimo Sigillo, Roma, 1989, sostiene che i nazisti manifestava¬ 
no una volgarità non inferiore a quella dei giacobini e dei comunisti. 


l’identità morale delle rivoluzioni che hanno insanguinato il Novecento. 
Solo in questa prospettiva la revisione storiografica ha un significato. 

I guardiani della luna ideologica abbaiano contro l’autentica revisione. La 
loro ultima risorsa è l’indifferenza alla verità. Ma la ricerca scientifica 
confuta, ad uno ad uno, i solenni pregiudizi e gli assiomi impellenti che 
reggevano l’indifferentismo. Le voci del dizionario filosofico di Voltaire 
si rovesciano docilmente in un dizionario degli errori con le orecchie d’asi¬ 
no e la coda di paglia. L’attualità è sorda al grido della filosofia moderna, 
dileguante nel pallido raggio del crepuscolo. La revisione, l’ordinario la¬ 
voro degli storici, procede. Naturalmente. Discussa, deprecata, ostacola¬ 
ta, censurata, interdetta da fluide leggi. Si grida all'indirizzo di Pio IX 
beatificato. Ma la revisione avanza. Indagare, ricercare, rivedere sono le 
essenze del lavoro storiografico. 

Finalmente si apre un varco attraverso il quale gettare uno sguardo sulla 
cultura proibita della destra italiana. I comunisti togati hanno dannato la 
memoria della grande destra. Edgardo Sogno, interprete di una cultura 
che ha osato l’attraversamento delle trincee tra destra fascista e destra 
antifascista, è stato demonizzato dai nostalgici dell’ideologia. In tal modo 
Sogno diventa il simbolo della nobiltà italiana, del “ latin sangue gentile ”, 
che pulsava sopra le righe della sconfitta e della guerra civile. Egli rappre¬ 
senta la schiera degli ardimentosi che, per pietà verso la patria umiliata, 
rinunciarono ai comodi rifugi, alle posizioni di rendita, ai benefici tran¬ 
quilli, ai facili onori della chiacchiera e, abbandonata la fazione, saltarono 
sul carro nella lotta. Giovanni Gentile, Luigi Sturzo, Piero Pisenti, Edmondo 
Cione 8 , Piero Operti, Carlo Silvestri, Mino Caudana, Giorgio Pini, Augusto 
Del Noce, Luigi Gedda. E Pio XII, il quale, nel Natale del 1949, diffuse il 
manifesto della pacificazione nazionale. 


s Edmondo Cione, insieme con Piero Operti, Edgardo Sogno e Enzo Vittorio Alfieri, fu 
interprete a destra dei pentimenti ultimi manifestati da Benedetto Croce davanti alla faziosità 
degli antifascisti. Nel periodo della Rsi tentò (inutilmente) di realizzare il progetto elaborato 
da Mussolini e Gentile per dare vita ad un’opposizione democratica al partito fascista. 


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Confrontare la faziosità ideologica con l’intenzione di questi coraggio¬ 
si, forse, consentirà di valutare serenamente anche le scelte (incompren¬ 
sibili per la vulgata resistenziale) dell’ultimo Mussolini. Certo è che nei 
momenti più alti della storia culturale della destra cattolica - le vicende 
delle riviste “Candido” di Giovanni Guareschi, “Ordine Civile” e “Lo 
Stato” di Gianni Baget Bozzo, “Renovatio” di Baget Bozzo, Luigi Gu¬ 
glielmo Rossi e Alberto Boldorini, “Idea” di Raimondo Spiazzi, “Rivi¬ 
sta romana” di Vanni Teodorani 9 , “Adveniat” di Fausto Belfiori, “L’Al- 


4 La biografia nobilmente cattolica e fascista del conte Giovanni Teodorani Fabbri detto 
Vanni, (Torino, 1916, Roma, 1964) è il ritratto della cultura italiana che ha attraversato 
senza pentimenti il fascismo per trovare, infine, le più alte ragioni cattoliche della fedeltà 
alla tradizione italiana. 

Brillante scrittore, docente nella facoltà di Scienze Politiche dell’università di Roma e 
combattente con il grado di capitano di cavalleria in A.O.I. (e più volte decorato al valore), 
Vanni Teodorani ha lo splendido stile di quell’aristocrazia italiana che sapeva conciliare il 
lavoro intellettuale con la dura esperienza di trincea. Intellettuale di razza, Teodorani si 
distinse fin dall’adolescenza per la straordinaria inclinazione agli studi e per la prodigiosa 
memoria. Ottenute lauree in legge, lettere e filosofia, entrò giovanissimo nella carriera 
giornalistica e in quella universitaria. Collaborò al “Corriere padano” di Ferrara, al “Popo¬ 
lo d’Italia” e all’Agenzia Stefani. Alla fine degli anni Trenta, dopo aver sposato Rosa 
Mussolini, figlia di Arnaldo, ottenne la direzione del giornale degli italiani d’Eritrea. Allo 
scoppio della II guerra mondiale fu imbarcato come corrispondente di guerra su diverse 
navi italiane da combattimento e fu testimone delle grandi battaglie del mediterraneo. 
Aderì alla Rsi e rimase al seguito di Mussolini fino all’ultimo: arrestato a Musso di Como 
fu imprigionato e torturato. Si sottrasse alla prigione fuggendo in modo rocambolesco. 
Partecipò ai movimenti neofascisti clandestini e nel 1946 (appena uscito dalla clandestini¬ 
tà) fu fra i fondatori del Msi. Successe a Piero Caporilli nella direzione di “Asso di Basto¬ 
ni” e subì una persecuzione giudiziaria e terroristica senza precedenti, anche per la sua 
difesa e la propaganda dei princìpi cattolici. Fondò e diresse la “Rivista romana”, e si 
oppose strenuamente alle tendenze neopagane che si manifestavano nel Msi. Nel 1956 fu 
eletto consigliere del comune di Roma. Morì immaturamente nel 1954. Fra i suoi numero¬ 
si saggi storici si segnalano i volumi dedicati alla Questione Romana. Di Teodorani Marco 
Ramperti, che lo conobbe nel 1941, in occasione di un viaggio in Germania, ha scritto: “Mi 
ero immaginato di trovare nel congiunto di Arnaldo Mussolini la rigidezza e la iattanza di 
un gerarca, alto di grado e per giunta di famiglia. Era invece il più mite dei miei compagni 
di viaggio, che sottovoce mi confidava la sua compassione per gli ebrei che incontravamo 
umiliati dal distintivo giallo. Il gerarca non era dunque così arcigno, se il pugnale dello 
squadrista e la bandiera del patriota potevano convertirsi a un solo stimolo di carità in 
misericordia ”. 


fiere di Silvio Vitale”, “Il Conciliatore” di Gastone Nencioni, “La Tor¬ 
re” di Giovanni Volpe, “Studi cattolici” di Cesare Cavalieri, e dei gior¬ 
nali “Il Quotidano” e “Giornale d’Italia” di Nino Badano l0 , “Il Nuovo 
Cittadino” di Luigi Andrianopoli del “Secolo d’Italia” durante la gestio¬ 
ne di Alberto Giovannini e Giano Accame, come negli atti dell’associa¬ 
zione dei giusnaturalisti cattolici di de Tejada e Vitale, delle case editrici 
degli Aurighi (fondata da Ennio Innocenti), Thule, (fondata da Tomma- 

10 Nino Badano è stato una delle più limpide figure del Novecento letterario italiano. Estra¬ 
neo all’ideologia fascista non si lasciò accecare dall’opinione e tenne fede ai doveri verso la 
patria, anche se al governo stavano uomini dei quali non condivideva il pensiero. Nella splen¬ 
dida regola dello junior, scritto su commissione dell’Azione cattolica, e ripubblicata dalla 
sorella Emilia, scriveva: “ Servi la Patria con amore. Non solo con fedeltà assoluta, non solo 
con onore immacolato, non solo donando la parte migliore di te stesso, anche la vita se 
occorre, questo molti lo sanno fare. Ma tu devi servire la Patria con amore. È molto di più, è 
infinitamente di più amare che dare la vita”. Non erano chiacchiere. L’impegno eroico dei 
giovani come lui era di vincere la sfida con l’ideologia fascista dimostrando coi fatti la supe¬ 
riorità dell’amore. Fatti, non canzoni da cantare con Mastella. Badano dimostrò la superiori¬ 
tà della fede cristiana nei campi di battaglia, dove si comportò da valoroso, nei campi di 
concentramento, dove sopportò con pazienza eroica, e nella vita civile, dove si oppose a 
qualunque chimera ideologica, sempre rischiando e pagando di persona. Nominato da Pio 
XII direttore (“scomodo”) dell’influente “Quotidiano” cattolico e stretto collaboratore del 
cardmale Siri dal 1950 al 1964, fu vittima di un’indegna manovra di alcuni vescovi progressisti, 
che, per allontanarlo dal posto di responsabilità, trassero in inganno due pontefici, Giovanni 
XXm e Paolo VI. Nominato direttore del “Giornale d’Italia” nel periodo della proprietà di 
Angelo Costa, fu all’avanguardia dell’opposizione al centrosinistra. Fu estromesso quando, 
nel 1969, la Confindustria e la Fiat (scoperta l’utilità del centrosinistra) pretesero e ottennero 
la vendita della testata e il licenziamento del direttore. Nel 1970, quando la nube sessantotti¬ 
na aveva già intossicato l’Italia, Nino Badano era il primo nella lista degli intellettuali scon¬ 
fìtti ed emarginati. La morale anarchica garriva nel vento rosso della storia. Sul labaro dei 
conformisti fiammeggiavano le parole indecenza e viltà. Ma la sconfitta della dignità cattoli¬ 
ca precedeva, nel tempo della speranza vittoriosa, l’effimero successo della rivoluzione 
nichilista. La fede lungimirante di Badano e dei suoi amici poteva presentare in anticipo di 
trent’anni il conto della storia reale e domandare ai promotori delle orge pacifiste: “ Come 
sono i giovani imbottiti di propaganda libertaria e antimilitarista, di disarmo universale, di 
liberazione dal bisogno? Sono diventati miti e mansueti? Hanno dimenticato e ripudiato la 
violenza? Eccoli questi giovani: le cronache dei giornali sono piene delle loro gesta. Senza 
andare ai mostri criminali usciti dai branchi degli hippies ribelli ad ogni legge, a ogni disci¬ 
plina, ad ogni ordine, basta vedere quello che fanno ... quando affrontano la polizia con 
bombe molotov e armi tutt’altro che improvvisate, con elmi e divise copiate dai film e dai 
fumetti che sono i loro breviari”. 


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so Romano), “Effedieffe” (fondata da Fabio de Fina), “Controcorrente” 
(fondata da Pietro Golia e sostenuta da Silvio Vitale e Pino Tosca), del 
Sindacato scrittori di Augusto Del Noce, Diego Fabbri, Enzo Vittorio 
Alfieri, Mario Attilio Levi, Dino Del Bo, Ettore Paratore, Francesco Grisi, 
Turi Vasile, Alfredo Cattabiani, e Francesco Mercadante, Francesco 
Bonanni di Ocre, e, soprattutto nella sfida solitaria di filosofi come Gior¬ 
gio Del Vecchio, Michele Federico Sciacca, Cornelio Fabro, Maria Ade¬ 
laide Raschini e Marino Gentile e di scrittori come il citato Giovanni 
Guareschi, Carlo Alianello, Eugenio Corti ", Vittorio Messori, Susanna 
Tamaro - il tema del riscatto dell’Italia dal fumo laico e progressista fu 
affrontato con lucidità e con impegno generoso. 

Molti italiani pagarono con l’emarginazione e il disprezzo, il tentativo di 
rovesciare l’impero della menzogna e dell’odio. Ma il cammino culturale 
della destra vincente comincia da loro, dal ricordo dei patrioti e degli ope¬ 
ratori di pacificazione tra gli italiani. 

Adesso occorre che dalla notte dell’inquisizione comunista sia liberata la 
figura di un’altra storia italiana, quella scritta dal coraggio degli 
anticonformisti. Occorre che la bilancia del vero e del falso, e del bene e 
del male, sia strappata dalle mani dell’impostura comunista. 

Furono tanti gli italiani che si comportarono con onore. Ad esempio, il 
giovane fascista genovese Cesare Sangermano, e il suo avversario parti¬ 
giano. Ferito in un conflitto a fuoco, Cesare fu trasportato morente al¬ 
l’astanteria. Accanto a lui era ricoverato il feritore, a sua volta ferito. Era 
consapevole della morte imminente. Con un soffio di voce domandò alla 
madre di dare un segno di pace al nemico. Il partigiano fu curato, guarito 
e poi messo in libertà. Nel dopoguerra, la coraggiosa testimonianza, che il 
giovane partigiano rese davanti ad un tribunale tempestoso, salvò la vita 

11 Eugenio Corti (Besana di Brianza, 1921). Nel 1941 interrompe gli studi per arruolarsi 
come volontario e partecipare alla campagna di Russia, di cui racconta la vicenda in un bel 
libro del 1947, “/ più non ritornano". Nel 1951 pubblica il frutto dei suoi approfonditi 
studi del comuniSmo, “Processo e morte di Stalin". Da quel momento ha inizio la sua 
emarginazione. Nel 1983 pubblica il suo capolavoro, “Il cavallo rosso". Senza disagio, si 
definisce uomo della destra cattolica e tradizionale. 


al comandante fascista, un gentiluomo che si era fatto garante del perdono 
di Cesare. 

L’attualità storica appartiene a quest’Italia. La vicenda della cultura italia¬ 
na comincia dalla storia delle loro anime. La cultura è storia di anime o 
non è niente. I comunisti vietano severamente che si dica, ma nelle due 
Italie in guerra, non tutti i pensieri furono di scisma e di lotta fanatica fra 
le classi. L’amor di patria fu oltraggiato ma non vinto dal furore settario. 
Occorre ricordare, e gridare sopra i tetti del pio timore e della rispettosa 
chetichella, che la diocesi di Bologna ha aperto il processo canonico per 
la beatificazione di una quindicenne, corista nella chiesa di san Giovanni 
in Persiceto. Limpido cuore, limpida vita, nell’aprile del 1945, fu ricono¬ 
sciuta colpevole di aver cantato durante la messa a suffragio di un milite 
della Rsi. E fucilata. La sentenza sommaria enunciava un frammento della 
teologia inaudita: i vinti non hanno diritto al funerale religioso. Una pic¬ 
cola casa editrice di Padova, intanto, ha alzato il velo dell’oblio, che na¬ 
scondeva la soave figura dell’adolescente Rolando Rivi, seminarista di 
quattordici anni. Ucciso, il 13 aprile 1945, in provincia di Reggio Emilia 
perché non voleva abbandonare la tonaca. L’autore della biografia mette 
in luce le straordinarie virtù del giovanissimo martire, la fede cristallina, 
l’umiltà, la misericordia, il coraggio indomito: “ Tutto in lui era al super¬ 
lativo. Si stava volentieri con lui: contagiava gioia e ottimismo. Era l’im¬ 
magine perfetta del ragazzo santo, ricco di ogni virtù, portata nella vita 
quotidiana all’eroismo”. 

Non l’orrore e lo sdegno, ma il canto della pietà, la remissiva dolcezza di 
giovani incendiati dalla carità, deve risuonare un’ottava più in alto della 
storia ufficiale. De Felice cita la luminosa lettera di un repubblichino con¬ 
dannato a morte. Prima di avviarsi al muro della vendetta, il giovane con¬ 
fidò alla madre: “// nulla è una chimera, irraggiungibile e inverosimile ”. 
Solamente l’essere è. Solamente il bene è. Ecco il ritratto della cultura alla 
quale appartiene il domani. Nello sguardo eroico di un giovane italiano 
rassegnato a morire, la passione mortuaria del Moderno - tutto il Moder¬ 
no: dall’Illuminismo a Nietzsche, attraverso Hegel - ha svelato la sua es¬ 
senza chimerica. 


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Le serenate nichiliste, che Cacciati intona sotto i balconi ditirambici della 
destra smemorata e nomade, svaniscono nella malinconia. Davanti a que¬ 
sta testimonianza anche Nietzsche è sepolto sotto le macerie del muro 
berlinese. Il centenario della morte del superuomo si valuta con il largo 
metro delle macerie stese sopra l’ideologia che voleva la liberazione dal¬ 
l’infinito e il paradiso in terra. 

Nietszche è l’ultima sentinella della notte moderna. Nietzsche è l’imposto¬ 
re, che predica rinfittita felicità della “vita”, sapendo e dichiarando che la 
vita - chiusa nel cerchio della pura immanenza - sarà un’orrenda tortura.. 
Per comprendere il fine anti umanistico (o eco-animalistico) cui è indiriz¬ 
zato il pensiero di Nietzsche, è sufficiente considerare le interpretazioni 
convergenti, che sono state recentemente abbozzate da Valerio Fioravanti 
e Mario Perniola, due esponenti estremi della destra e della sinistra “ulti¬ 
me” o “postmoderne”. 

Valerio Fioravanti 12 dichiara di aver affrontato lo studio della filosofia di 
Nietzsche quando si trovava in America (alla fine degli anni sessanta) e di 
averne compreso l’essenza grazie alla lingua inglese. In inglese, infatti, 
l’ideale nietzschiano non è reso dal termine “superman” ma dal più cal¬ 
zante “overman”. Ora “superman” significa uomo dotato di eccellenti qua¬ 
lità e/o di mezzi straordinari, mentre “overman” indica l’uomo che ha 
oltrepassato l’uomo, cioè la definizione elaborata dalla metafisica occi¬ 
dentale, che poneva l’uomo al di sopra degli animali. “Overman”, dunque, 
non significa altro che l’uomo rientrante nella categoria della “pura” 
animalità. 

Mario Perniola, professore di estetica nell’università di Tor Vergata, legato 
agli ambienti dell’anarchia post-umana (i suoi libri sono pubblicati, oltre 
che dal Mulino, dall’editore Castelvecchi) chiarisce (senza aver letto l’inter¬ 
vista a Fioravanti) il senso del termine “overman” al quale fa riferimento 
l’ala radicale dei neodestri. E il senso è la critica del concetto di eccellenza, 
“ciò cui la tradizione europea assegna il massimo valore è un ’idea di eccel- 

12 In un’intervista pubblicata nella rivista “Letteratura Tradizione”, diretta dal pensatore 
neodestro Sandro Giovanni™ (Pesaro, agosto 2000). 


lenza dell’essere umano che ha il proprio epicentro nella cultura umanistico 
scientifica ” 13 . Ora Perniola, il cui pensiero si colloca all’interno del 
catastrofismo nietzschiano & heideggeriano, non muove un attacco diretto 
al concetto di eccellenza: si limita ad affermare che, in Europa, non esistono 
più le condizioni sociali, politiche e culturali necessarie al riconoscimento 
delle donne e degli uomini eccezionali. Infatti, Perniola descrive lo scenario 
di una cultura (la cultura massificata dalla rivoluzione tecnologica) presa da 
un indomabile furore contro l’eccellenza. 

A questo punto Perniola fa un’ammissione che apre uno spiraglio sui tor¬ 
tuosi misteri dell’avversione nietzschiana al cristianesimo: “ Chi pensa di 
attribuire questo furore contro l’eccellenza all’ideale dell’umiltà propu¬ 
gnato dal cristianesimo, sbaglia di grosso. Infatti il cristianesimo ha sem¬ 
pre considerato l’essere umano come degno del massimo apprezzamento: 
facendo delle nozioni di gloria e di grazia il perno della propria antropo¬ 
logia, il cristianesimo ha continuato ed approfondito il culto ellenico del- 

I ’eccellenza ”. Da questo punto in avanti, Perniola non fa altro che tradurre 
e aggiornare il giudizio di Nietzsche sui nichilisti, che sarebbero i malin¬ 
conici”, incapaci di riciclarsi e di inserirsi nella nuova gerarchia dei va¬ 
lori. Si tratta di un “topos” che il postmoderno ha dedotto dalla dialettica 
marxiana: la (peraltro aborrita) civiltà tecnologica ha la funzione di can¬ 
cellare le ultime vestigia della metafisica e dell’antropologia cristiane. 
Dopo il furore contro l’eccellenza non rimarrà altro che l’uomo perfetta¬ 
mente “naturalizzato”, omologato all’animale. La “Grecia” di Nietzsche 
è il mondo della barbarie primitiva, cioè l’ambiente del “bestione” di cui 
parlava Giambattista Vico. 11 futuro si profila dopo le rovine, nella giovi¬ 
nezza perenne della fede cristiana. 

II pontefice della tristezza pagana, Massimo Cacciari, si dispera perché la 
chiesa cattolica non rimpiange le ideologie che avevano lanciato la sfida 
dei paradisi terrestri. E perché si dovrebbe piangere la fine di un inganno? 
L’ideologia attribuiva un senso infinito alla storia del finito. Gli ideologi 

|3 Cfr. Mario Perniola, “La differenza europea”, in “Àgalma”, edizione Castelvecchi, n. 1, 
giugno 2000. 


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più scaltriti - Nietzsche, Heidegger, Kojève, Bataille - hanno dimostrato 
che, posta il pregiudizio ateo, il significato della storia scompare necessa¬ 
riamente. Il valore dello storicismo ateo ultimamente si trova nell’ebbrez¬ 
za del non senso. Fine dell’ideologia. Fine della chimera moderna. In luo¬ 
go di Nietzsche, la coscienza del III Millennio si appresta a celebrare 
Kierkegaard e la sua folgorante intuizione: la libertà comincia dall’avven¬ 
tura che cerca la libertà dal finito. 


I 

FASCISMO MOVIMENTO O REGIME 


La luna immobile sta a guardare. Nella luce lunare il pensiero anacronisti¬ 
co dondola soavemente. È l’effetto marea, che si osserva nelle pagine del 
“Corriere della Sera”, esitanti tra realtà e “princìpi”. 

Un giorno ', Giovanni Belardinelli sfonda le storiche parentesi, per mezzo 
delle quali don Benedetto Croce aveva segregato e irretito nella barbarie e nel 
nulla, vent’anni di storia italiana, ed osa dichiarare che la (presunta) incompa¬ 
tibilità tra cultura e fascismo appartiene alla pseudologia fantastica. 

Un altro giorno 2 , il pensatore monferrino con il turbante di Guénon 2 , Felice 


1 “Corriere della Sera”, 27 giugno 2000. 

: “Corriere della Sera”, 5 luglio 2000. 

3 Prestigiatore solennemente incappucciato, perfetta rappresentazione dell’ectoplasma 
massonico, eroe della rovinosa guerra massonica contro la ragione, il banditore magico 
René Guénon (1886, 1951) appartiene all’avanspettacolo, dove acquistò fama, nel primo 
decennio del Novecento, esordendo sulla scena dell’imbroglio travestito da vescovo 
gnostico. La più grande studiosa di Guénon, Marie-France James ( Esoterisme et 
christianisme autour de René Guénon, Nouvelles Editiones Latines, 1981) ne descrisse la 
personalità: “un bisogno ossessivo di essere il primo...; è qualcuno che non solo vuole, ma 
deve vincere in tutti i campi...; il suo temperamento era caratterizzato da nervosismo e 
sensibilità esasperati, alle quali si aggiungono l’instabilità, l’impulsività e l’irritabilità... 
temperate da una capacità intellettuale predisposta agli studi filosofici e religiosi. A tutto 
ciò occorre aggiungere una suscettibilità esagerata e una forte sensualità”. 

Diventa famoso negli anni Venti quando Ferdinand Ossendowski pubblica “ Bestie, uomini 
e dei”, resoconto di un viaggio nell’Oriente delle meraviglie ariane. Ossendowski, affiliato 
ad una conventicola di occultisti che praticavano assiduamente le ginnastiche sessuali con¬ 
tro natura, narra le sue sbalorditive avventure in Agarthi, l’Arcadia sotterranea dei mistici 
tibetani. Vero e proprio manuale per allucinati, “ Bestie, uomini e dei”, fu immediatamente 
adottato da Guénon, che lo usò per spacciare le sue carnevalesche dottrine in lucrose con¬ 
ferenze, organizzate per la delizia di signore in cerca di compensazioni spirituali. Le grot¬ 
tesche conferenze su Agarthi, raccolte nel volume “// re del mondo”, sono la fonte delle 


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Pallavicini trae spunto da un attacco a Evola, “traditore dello spirito”, per 
ripristinare le sacre parentesi e riaffermare che nella storia del ventennio si 
trovano solo le idee sbagliate, cioè la barbarie del genere nazi. 

Secondo un giro lunatico, il fascismo è barbaro, secondo il giro contrario 
il fascismo è colto. Due lune, due verità. 

Ma l’americana Ruth Ben-Ghiat, di cui l’insospettabile casa editrice “Il 
Mulino” ha recentemente pubblicato un denso e pregevole saggio intito¬ 
lato alla cultura fascista, approda ad una conclusione più insolita: “j ’l fa¬ 
scismo attrasse molti intellettuali italiani quale modello di modernità ..« 
che consentiva lo sviluppo economico senza mettere a rischio i confini 
sociali e le tradizioni nazionali ” 4 . La tesi esposta dalla studiosa america- 

successive rivelazioni guénoniane. Nella sua opera, che consiste in fiumi di parole 
incontinenti e uggiose, i dogmi principali della religione cattolica sono fraintesi e svuotati 
del loro vero significato. Guénon, imbevuto di esoterismo cabalistico e massonico, ha 
cercato di infiltrare negli ambienti cattolici tradizionali la falsa idea di una Tradizione 
primordiale universale e fondamentale, che inglobi tutte le varie religioni. 

La sapienza di Agarthi passò poi dal palcoscenico spiritato (in apparenza innocuo) alla 
storia della Germania nichilista, sotto forma di elucubrazione shivaita intorno allo zero 
metafisico e all’ascesi dissolutoria, rivolta all'altro da essere. Autorevoli specialisti di sto¬ 
ria e cultura tedesca (quali Georg Mosse, Ernst Nolte, Furio Jesi, Giorgio Galli, Dario 
Sacchi, Maurizio Blondet e Francesco Fistetti) hanno dimostrato, partendo da diversi punti 
di vista, che le elucubrazioni ariane intorno al re del mondo e della dottrina dello zero 
metafisico costituiscono il preambolo dell’ideologia nazista. 

Obbrobrio che ha meritato da Louis Pauwels l’appropriato titolo di guénonismo realizzato 
dai carri armati e dal filo spinato. Guénon, rilanciato negli ultimi anni e imposto sul mercato 
da intellettuali (Zolla, Calasso, ecc.) formati nelle scuole della sinistra laica, è l’ipotenusa di 
un triangolo isoscele, che ha per cateti magici il divino Otelma e il pittoresco Platinette. 

Su Guénon, oltre al già citato testo della James, vedi anche: don Curzio Nitoglia, “Un 
grande iniziato: Renè Guénon', Sodalitium, numero 47, maggio 1998; PaoloTaufer, “Rene 
Guénon: quale tradizione?”, in “La nuova torre di Babele: dall’ordine cristiano al caos 
mondialista” , Fraternità sacerdotale san Pio X; Paul Serant, “Renè Guénon. La vita e ope¬ 
ra di un grande iniziato ”, Convivio. 

4 Cfr.: Ruth Ben Ghiat, “La cultura fascista”, Il Mulino, Bologna, 2000, pag. 11. Analogo il 
giudizio formulato di recente da Giampiero Mughini: “ Pochi movimenti politici di questo 
secolo hanno avuto dalla loro parte il meglio delle nuove leve intellettuali come avvenne per 
gli esordi del fascismo mussoliniano. Da Giuseppe Pagano a Filippo Tommaso Marinetti, da 
Giuseppe Ungaretti a Mario Sironi, da Leo Longanesi a Giuseppe Prezzolini, da Mino Maccari 
a Massimo Bontempelli, dai futuristi della seconda generazione a Pier Maria Bardi, tutti 


na trova conferma in una circolare al consiglio dei ministri, che Mussolini 
firmò, in data 30 ottobre 1928, per affermare la necessità di conservare i 
princìpi della morale tradizionale: “Condizione assoluta perché un popo¬ 
lo viva e progredisca è che esso si mantenga moralmente sano e integro ''. 
Ruth Ben-Ghiat fa intravedere la più scomoda fra le novità della revisio¬ 
ne: il regime fascista non fu lo strumento dell’ideologia. Mussolini otten¬ 
ne il consenso degli intellettuali e delle masse programmando “la libera¬ 
zione della modernità da tutti i germogli decadenti ” 5 .“I1 signor Max”, un 
piacevole film di Mario Camerini, che i cinefili comunisti hanno intitolato 
alla fatua serie dei telefoni bianchi, è invece un’esemplificazione rigorosa 
del criterio enunciato da Mussolini e applicato da tutti i registi dell’epoca. 
La “morale” del film di Camerini, infatti, consiste nella dimostrazione 
della fatuità e dell’immoralità del cosiddetto “bel mondo”, opposto al ge¬ 
nuino sentimento del popolo italiano. De Sica interpreta la parte di un 
giornalaio ingenuo e ambizioso, che a seguito di un equivoco, corona il 
suo sogno di entrare negli ambienti esclusivi. Di questo bel mondo, tanto 
simile all’odierno salotto radical-chic, l’ironia calligrafica e misurata di 
Camerini e dei suoi collaboratori alla sceneggiatura (Palermi e Soldati), 
disegna un ritratto fedele, che allude a storie di matrimoni disinvolti e 
reiterati, coma superbe, amicizie ambigue, meschinità senza riscatto, squal¬ 
lidi divertimenti, demenziali capricci e pederastici vezzi 6 . 

La politica culturale del regime, dunque, fu diversa e antitetica rispetto 
all’ideologia del fascismo movimento, nel quale convivevano crepuscola¬ 
rismo, romanticismo e tecnicismo. Il realismo politico di Mussolini in¬ 
franse la linea della confusione e riscattò il moderno dalle suggestioni 


costoro per un tempo della loro vita hanno vibrato di passione per Mussolinf’. Cfr.: “Un 
popolo di antieroi”, “Panorama”, 2 dicembre 1999. 

5 Ruth Ben Ghiat, op. cit.., pag. 139. Il problema di accordare tradizione e modernizzazione 
fu affrontato con sistematicità dai redattori di un’importante rivista fiorentina degli anni 
Trenta, “Il Frontespizio”, luogo dell’incontro tra fascisti moderati e cattolici di destra. 

6 II bel mondo oggetto della satira di Camerini è lo stesso che Moravia aveva impietosamente 
sezionato nel suo primo romanzo, “Gli indifferenti”, che, non per niente, fu pubblicato 
dalla casa editrice di cui era presidente Arnaldo Mussolini. 


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faustiane, romantiche e oltre umane. Grazie a tale operazione chirurgica 
un aspetto del regime fascista apparve accettabile anche agli occhi dei 
cattolici fedeli alla tradizione 7 . 

Questo significa che Mussolini, duce del fascismo movimento non inden¬ 
ne da errori anche gravi, era altro da Mussolini capo del governo “fasci¬ 
sta”. Marco Follini, storico delle idee e politologo non sospettabile di sim¬ 
patie per la destra, afferma addirittura che “ si poterono censire un fasci¬ 
smo regime e un fascismo movimento, in lotta tra loro ” 8 . 

Sull’antitesi tra movimento e regime, la lettura del saggio di Ruth Ben-, 
Ghiat non lascia dubbi. 

Il fascismo, movimento sansepolcrista, era nutrito da un farraginoso intrec¬ 
cio di suggestioni decadenti (l’ambiguo vitalismo di Nietzsche, l’estetismo 
dannunziano), di cascami romantici e mazzininani, di effervescenze acriti¬ 
che intorno alla modernizzazione (il futurismo bombardiere di Marinetti), 
di influssi del decisionismo sovietico e di vaghe ansie salutiste 9 10 * . 

Il fascismo movimento interpretò la filosofia europea del tardo Ottocento 
e i suoi ondeggiamenti tra solarità scientiste e crepuscoli wagneriani. La 
dipendenza dell’ideologia sansepolcrista da Nietzsche (e dal ciarpame della 
romantik “positiva”, raccolti nella pattumiera della sinistra) è incontesta¬ 
bile l() . 

Il fascismo regime, al contrario, rappresentò la possibilità di un approccio 
alla modernità in sintonia con il realismo e lo storicismo cristiano. 
Mussolini deluse le attese anticattoliche di massoni, dannunziani e futuristi 
e, fin dall’ottobre del 1922, s’impegnò nella ricerca di una soluzione della 
“questione romana”. 

7 Ruth Ben Ghiat, op. cit., pag. 19, sostiene che l’umanizzazione della tecnica moderna 
“consentì ai cattolici di scoprire punti convergenti tra le idee del fascismo e quelle della 
Chiesa”. 

8 Cfr.: Marco Follini, “La De”, Il Mulino, Bologna, 2000, pag. 41. 

9 Dino Cofrancesco, cfr. “Sul gramsciazionismo e dintorni”, Marco editore, Lungro di 
Cosenza 2001, pag. 32, sostiene che l’azionismo è affine al proteiforme fascismo. 

10 Dino Cofrancesco, che ha esplorato meticolosamente i cataloghi delle biblioteche socia¬ 

liste del primo Novecento, ha dimostrato, senza lasciar ombra di dubbio, che l’autore più 

diffuso a sinistra era Nietzsche e non Marx. 


Indicativo è anche il fatto che l’ala pensante del fascismo “ufficiale”, la 
scuola gentiliana, rivalutò la filosofia di Antonio Rosmini e di Giambatti¬ 
sta Vico. Come lo storicismo vichiano sta agli antipodi dell' amor fati conce¬ 
pito da Nietzsche, così il realismo e il senso dell’opportunità storica del 
fascismo regime si oppongono al coacervo di suggestioni vitalistiche che 
fondarono il fascismo movimento. La traccia di questa evoluzione è ben 
visibile in quella parte dell’intervista concessa a Emil Ludwig, nella quale 
Mussolini, pur esagerando il ruolo della romanità, riconosce il carattere 
provvidenziale del cattolicesimo: “Se il cristianesimo non fosse giunto 
nella Roma imperiale sarebbe rimasto una setta ebraica. Si deve aggiun¬ 
gere che tutto era preparato dalla Provvidenza. Prima VImpero, poi la 
nascita di Gesù e finalmente Paolo, dopo una lunga tempesta approdato a 
Malta e giunto qui. Sì, certo così era predestinato da una Provvidenza che 
dirige tutto ” “. Questo riconoscimento non prova la fede cattolica, ché 
l’idea della provvidenza divina si trova anche in autori pagani, ma dimo¬ 
stra che Mussolini aveva largamente superato la fase dell’adesione giova¬ 
nile a Nietzsche l2 . 

Il fascismo delle origini era la fusione, in un blocco ideologico d’acciaio, 
della modernità nel suo aspetto folgorante e del decadentismo nel suo 
aspetto estenuato. La modernità aggressiva, rappresentata dal motore del 
mitico camion 18 Bl, rombava per il trasporto dell’azione squadristica, 
chirugica, sbrigativa, futuristica. Nella notte profonda, il motore dell’al¬ 
cova d’acciaio, frusciava invece su amori cocainici e aromi di romantici 
abbandoni. 

Il fascismo della storia, in luogo di continuare la propalazione della 
confusa e rumorosa miscela, tentò l’attuazione di un programma inte¬ 
so alla drastica separazione dei due ingredienti. Questo programma 
dimostra che il fascismo fu totalitario di nome, più nelle intenzioni 


11 Cfr.: Emil Ludwig, “Colloqui con Mussolini”, Mondadori, Milano, 2000, pag. 139. 

12 La conversione personale di Mussolini è documentata esaurientemente da Ennio Inno¬ 
centi, cfr. “La conversione religiosa di Benito Mussolini”, Sacra Fratemitas Aurigarum in 
Urbe, Roma, 2001. 


26 


27 








che nei fatti, e, perciò, deve fare parte dell’eredità accettabile dalla 
destra post fascista ,3 . 

Ruth Ben-Ghiat, grazie ad una straordinaria e raffinata conoscenza della 
cultura del ventennio, dimostra l’ispirazione univoca della campagna di 
regime per l’educazione di una mentalità moderna non contaminata da 
suggestioni crepuscolari. 

In questo aspetto si può vedere una delle differenze sostanziali tra fasci¬ 
smo e nazismo. Il nazismo, infatti, proseguì imperterrito sulla via “euro¬ 
pea” (simultaneamente positivista e crepuscolare) dell’unione di antichità 
romantica e tecnologia sfrenata 14 . Movimentistico fino all’estinzione,' il 
nazismo incarnò, con fanatica coerenza, il fondamentalismo occidenta¬ 
le l5 , la religione del vivere per la morte. Irriducibile alle ragioni storicistiche 
che, nel temperamento del clima cattolico, frenarono e moderarono la mente 
del fascismo italiano, il nazismo guidò l’Europa dei lumi verso il suo tra¬ 
gico ma naturale epilogo. 

Di recente 1 editore Costantino Marco ha pubblicato, in appendice ad un’intervista a Ernst 
Nolte (“Le ragioni della storia”, Lungro di Cosenza, 1999), due interventi di intellettuali 
appartenenti a scuole diverse e opposte. Il conservatore Domenico Fisichella non fatica a 
dimostrare l’inconsistenza della tesi che associa il fascismo al nazismo: “// regime fascista è 
stato sostanzialmente un regime autoritario di destra, con elementi di gradualismo conser¬ 
vatore abbastanza evidentì”. Il liberale (ex marxista) Lucio Colletti, da parte sua, obietta che 
l’idea della filiazione nietzschiana e nichilista del fascismo regime è insostenibile e osserva, 
con lucida ironia, che il giudizio sul fascismo totalitario è ridondante: “// fascismo cercò di 
essere totalitario, ma non potè, perché si trovò la Chiesa in casa, la monarchia e il compro¬ 
messo che Mussolini stabilì con tutto un settore degli interessi conservatori in Italia. Quello 
che valse per il comuniSmo sovietico e per il nazismo tedesco non valse per il fascismo 
italiano ”. Alcuni fatti noti, la collaborazione di studiosi antifascisti all’Enciclopedia Italiana, 
la continuazione, fino al 1943 delle rivista “La critica” di Benedetto Croce e ”La religione” di 
Ernesto Bonaiuti, confermano l’opinione concorde dei due illustri studiosi. 

L irriverente Leo Longanesi, che conosceva lo stile di vita dei gerarchi nazisti, scriveva, 
nel “Selvaggio”: “A Monaco di Baviera /mutande di lamiera". 

Leo Longanesi, nato nel 1906, morto nel 1957, fondò e diresse L’Italiano (1926-1942) e 
Omnibus (1937-1939), primo settimanale italiano stampato con la moderna tecnica del 
rotocalco (su cui scrissero, tra tanti, Moravia, Alvaro, Soffici, Prezzolini, Bacchelli, Mon¬ 
tale, Missiroli, B uzzati, Graham Green, Malaparte, D.A. Lawrence, Joseph Roth, Mosca, 
Maccari, Pannunzio, Guerriero (Ricciardetto); nel dopoguerra creò la casa editrice che 
ancora porta il suo nome e il settimanale “Il Borghese”. 

15 L’ occidentalismo, nel gergo di Michele Federico Sciacca. 


La contaminazione nazista attraversò il fascismo movimento ma rispar¬ 
miò il regime. Il primo numero della rivista “Difesa della razza”, in edi¬ 
cola il 5 agosto 1938, presentava un penoso tentativo di sconfessare la 
dichiarazione di Mussolini a Ludwig, che recitava: “ Naturalmente non 
esiste una razza pura, nemmeno quella ebrea. Ma da felici mescolanze 
deriva spesso forza e bellezza di una nazione ” l6 . Il pensiero di Musso¬ 
lini, infatti, era antitetico alla mitologia intorno alla razza pura. Incuran¬ 
te del ridicolo, l’anonimo redattore della “Difesa della razza” si arram¬ 
pica sugli specchi per ribaltare una frase di Mussolini (“L’orgoglio na¬ 
zionale non ha per niente bisogno dei deliri di razza”) e farle significare 
approvazione del razzismo (“ Deliri di razza no - il delirio è manicomia¬ 
le - ma coscienza di razza sì” l7 . Ma evita di ricordare il giudizio di 
Mussolini sulle fonti del pensiero che ossessionava la Germania di Hit¬ 
ler: “ Quelli che proclamano nobile la razza germanica sono per combi¬ 
nazione tutti non germanici: Gobineau 18 francese, Chamberlain ingle¬ 
se, Woltman israelita, Lapouge nuovamente francese. Chamberlain è 
arrivato perfino a chiamare Roma la capitale del caos ” 19 . Il mito della 
razza convinse movimentisti (ad esempio Giuseppe Bottai, Telesio In- 
terlandi, Giovanni Preziosi, Giorgio Almirante), e scienziati di tardo in¬ 
dirizzo positivista (ad esempio Nicola Pende, Arturo Donaggio, Sabato 
Visco, Edoardo Zavattaro, quest’ultimo esibiva grottescamente la quali¬ 
fica di zoologo). Ma non toccò gli uomini del regime. Anche Ruth Ben- 

16 È interessante notare che, nel corso del colloquio, Mussolini si dichiarò favorevole al¬ 
l’assimilazione degli emigrati italiani all’estero. 

17 “Difesa della razza”, n 1, pag. 5, agosto 1938. 

IX Joseph-Arthur conte de Gobineau (Ville-d’Avray, 1816, Torino, 1882) nel Saggio 
suU’ineguaglianza delle razze umane, pubblicato a Parigi nel 1855, ispirandosi alle fantasie 
romantiche intorno agli ariani, tentò di spiegare la storia alla luce di un unico principio, il 
dramma etnico. Sulla base di elucubrazioni pseudoscientifiche, Gobineau, invertendo le tesi 
della “Scienza Nuova”, sostenne che, in seguito alla mescolanza delle razze, propiziata 
dall’universalismo cristiano, non vi sarebbero più state nazioni, ma branchi d’uomini simili a 
bestie. La scena del mondo contemporaneo, dove la condizione umana vivibile costituisce il 
lascito cristiano e dove il rimanente porta il segno infernale della bestialità, dimostra quanto 
avessero senso le elucubrazioni ariane del Gobineau. 

19 Emil Ludwig, “Colloqui con Mussolini”, op. cit., pag. 54-55. 




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29 









Ghiat sottolinea che la suggestione nazista si diffuse prevalentemente 
nell’area del movimentismo e dell’insofferenza per la “svolta” del regi¬ 
me e che, per Mussolini e gli uomini del regime, la razza significò sola¬ 
mente “ un’identità spirituale, basata su una comunità di storia, di lin¬ 
gua e di tradizioni, più che una comunità di sangue secondo il dettato 
della scuola nordica ” 20 . Sarebbe inesatto affermare che la differenza tra 
il razzismo dei movimentisti e il sentimento di Mussolini e dei suoi più 
diretti collaboratori attenui le responsabilità di coloro che sottoscrissero 
una legge ingiusta. Ma sarebbe altrettanto ingiusto negare quello che in 
seguito rivendicherà Giacomo Acerbo; che quella legge fu struttural¬ 
mente diversa da quella imposta nella Germania nazista. 

La parabola movimentista di Giuseppe Bottai 21 , il fascista “intelligen¬ 
te”, che oggi piace alla sinistra postmoderna, ai “battitori liberi” alla 
Giordano Bruno Guerri, e alla destra sradicata, a questo riguardo, è illu¬ 
minante. Disgraziatamente la discesa della sinistra postmoderna incon¬ 
tra la corsa coribantica della neodestra: dopo la sconfitta di Arturo Mi¬ 
chelini nel luglio del 1960, la destra postfascista ha perso quota, fino ad 


20 Cfr.: Ruth Ben-Ghiat, “La cultura fascista”, op. cit., pag. 242. 

21 Giuseppe Bottai (Roma, 1895, Roma, 1959) è la figura più rappresentativa del 
movimentismo fascista, che i neodestri oppongono idealmente al regime di Mussolini 
La sua biografia avventurosa è ricca di colpi di scena. Si arruola volontario negli arditi e 
prende parte alla grande guerra con il grado di tenente. Nel primo dopoguerra aderisce al 
movimento futurista e al partito fascista. Dopo aver partecipato alla marcia su Roma, 
fonda la nvista “Critica fascista”, che attraverserà tutto il ventennio (cesserà le pubblica¬ 
zioni solo nel 1943). Nel 1926, quando è nominato sottosegretario alle Corporazioni 
diventa la guida della sinistra fascista. Nel 1929 entra a far parte nel Gran Consiglio è 
dopo un anno è nominato docente di economia corporativa nell’Università di Pisa. Nel 
1936 è ministro dell educazione nazionale. È fra i sostenitori più accesi della politica 
razziale. Nel 1940 fonda la rivista “Primato”. Il 25 luglio, nella seduta del Gran Consi¬ 
glio, si schiera dalla parte degli oppositori a Mussolini. Sfuggito ai tedeschi si arruola 
nella Legione straniera. Ritornato in Italia fonda la rivista Abc, con la quale tenta inutil¬ 
mente di riciclarsi nella destra. Dagli anni Settanta, dopo la pubblicazione del saggio a 
lui dedicato da Giordano Bruno Guerri, la sua discussa figura diventa emblema 
dell’ondivaga intelligenza neodestra. 


incontrare Armando Plebe e il sottobosco neopagano. Di conseguenza 
gli intellettuali della destra hanno dimenticato o rimosso gli ispiratori 
cattolici del “regime” e i loro continuatori post ideologici. L’elenco in¬ 
clude la più significative figure del pensiero “di destra”: Arnaldo Mus¬ 
solini, Francesco Orestano, Balbino Giuliano, Giovanni Papini 22 , Do¬ 
menico Giuliotti 2 \ Armando Carlini, Giorgio Del Vecchio, Carlo Maz- 
zantini 2 \ Nicola Petruzzellis 25 , Michele Federico Sciacca, Ceslao 


Giovanni Papini, nato a Firenze nel 1881, morto a Firenze nel 1956, nel 1903, insie¬ 
me con Giuseppe Prezzolini, fondò la rivista “Leonardo” e nel 1913 “Lacerba”. Con¬ 
sulente editoriale di Carabba Lanciano, promosse la diffusione di autori proibiti dal 
conformismo filosofico del primo Novecento. Nel “Crepuscolo dei filosofi” attaccò i 
seguaci di Kant e Nietzsche. Dopo la fase giovanile, intitolata al pragmatismo, si con¬ 
vertì al cattolicesimo e nel 1921 pubblicò una splendida “Vita di Cristo”. È molto noto 
inoltre il “Dizionario dell’uomo salvatico” (in collaborazione con Giuliotti, del 1923). 
Nel secondo dopoguerra fu autore di opere controverse (ad esempio “11 diavolo”, sag¬ 
gio teologico, rielaborazione della dottrina eretica dell’apocatastasi - riscatto e santi¬ 
ficazione finale di Satana e dei dannati - e pertanto messo all’indice dal Sant’Uffizio) 
e protagonista di alcune iniziative discutibili come la cura del cenacolo costituito in¬ 
torno alla rivista “L’ultima”, semenzaio fiorentino di intellettuali bipartisan (ad esem¬ 
pio Franco Cardini, che rivendica l’ascendenza ultima ) quando non apertamente schie¬ 
rati (Nazareno Fabretti, Ernesto Balducci, ecc.) dalla parte dei contestatori della tradi¬ 
zione cattolica. Per un’interpretazione dell’opera papiniana dal punto di vista del tra¬ 
dizionalismo italiano, cfr. il saggio di Giovanni Frangini, “Papini vivo”. Quaderni di 
Traditio, Genova 1982. 

21 Domenico Giuliotti, nato nel 1877 a San Casciano (Firenze), morto nel 1956 a Greve in 
Chianti (Firenze), modellò la sua figura di cattolico belva su quella del francese Léon 
Bloy, assumendone (forse inconsapevolmente) i roventi errori e le sonore ambiguità. La 
sua opera più nota (“L’ora di Barabba”) risente di questo influsso deviante, e lo traduce in 
forme paradossali (ed estranee alla tradizione della destra) di misoneismo. 

Carlo Mazzantini nato a Reconquista, in Argentina, nel 1895, morto aTorino nel 1981, è 
stato docente di filosofia teoretica nelle università di Genova e Torino e collaboratore della 
Rivista di filosofia neoscolastica. L’idea centrale della sua vasta opera è l’armonia del 
cristianesimo e del pensiero greco. 

25 Nicola Petruzzellis. (Trani, 1910, Roma, 1989). Storico della filosofia, docente nelle 
università di Bari e Napoli. Negli anni Settanta ha partecipato assiduamente ai lavori della 
Fondazione Gioacchino Volpe (dove ha difeso la tradizione tomista, opponendosi alla 
neodestra) e a quelli del Sindacato libero scrittori italiani. Notevole il suo contributo al¬ 
l’approfondimento delle conoscenze sull’ispirazione cattolica della filosofia vichiana. Sue 
opere nelle edizioni Volpe e Thule. 


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Pera 26 , Barna Occhini, Carmelo Ottaviano, Piero Bargellini, Marino 
Gentile 27 . 

Al loro posto sono stati adottati i torbidi maestri del movimentismo. La 
figura “sdoganata” di Bottai indica le piste facili e consentite (o obbliga¬ 
te?) della destra plebaica 28 , e svela l’oggetto fascista che la sinistra ritiene 
commestibile: il boccone decadentista, l’ideologia in guerra (e in simbiosi: 
il principio di contraddizione non vale nell’area) con il lato sano e provvi¬ 
denziale della modernità. 

Curiosamente, la libertà di revisione oggi è concessa solo a beneficio 
delle idee del fascismo ideologico, rifluite nell’enciclopedia babilonese 
dei postcomunisti. In altri termini: dei fascismi è lecito salvare e tra¬ 


26 Padre Ceslao Pera. Domenicano, filosofo, commentatore insigne dell’opera di san 
Tommaso. In numerosi saggi, che hanno l’impronta del genio, sottolineò l’influsso eserci¬ 
tato da Platone e da Dionigi l’Aeropagita. Nel convento di san Domenico strinse amicizia 
con l’eroico padre Reginaldo Giuliani. Durante gli anni difficili del secondo dopoguerra fu 
il maestro spirituale della giovane destra torinese. Ennio Innaurato ne custodisce gelosa¬ 
mente la memoria. 

27 Marino Gentile (Trieste, 1906, Padova, 1991) ordinario di storia della filosofia nelle 
università di Trieste e Padova. Allievo di Armando Carlini alla Normale di Pisa, si è forma¬ 
to, scrive il più autorevole studioso della sua opera, G.M. Pozzo, “ nel clima dell’idealismo 
[gentiliano] che andava orientandosi, con il Carlini, verso una più profonda esperienza 
religiosa, quella dello spiritualismo cristiano''. 

Marino Gentile, infatti, ha rappresentato, insieme con Pietro Mignosi, Armando Carlini, 
Nicola Petruzzellis, Michele Federico Sciacca, Luigi Stefanini, un ingente aspetto della 
“risposta ” cattolica alla "sfida" neoidealistica. Negli anni Sessanta lo sviluppo risoluto del 
suo pensiero in direzione della metafisica classica, lo ha condotto a collaborare attivamen¬ 
te con Michele Federico Sciacca e con il centro rosminiano di Stresa e a prendere parte alla 
polemica contro la sofistica rinascente nel solco delle filosofie deU.’attivismo. 

Durante gli “ anni di piombo" la sua presenza assidua e prestigiosa agli “ Incontri romani 
della cultura", promossi dalla fondazione Gioacchino Volpe, ha dato un notevole impulso 
all’affermazione del pensiero cattolico a destra. 

In cima a questo elenco dovrebbe però figurare il più grande filosofo del XX secolo, Cornelio 
Fabro, interprete del tomismo essenziale e autore di fondamentali saggi contro il compro¬ 
messo storico. Fabro è l’autore della filosofia che meglio si adatta ad una destra autentica. 
Al riguardo cfr.: Andrea Dalledonne, “Cornelio Fabro Essere e libertà come fondamenti 
del tomisno essenziale”, Seam, Formello (RM) 2001. 

28 “Plebaico” è l’aggettivo coniato da Giovanni Volpe per qualificare il seguito missino di 
Armando Plebe. 


ghettare solo la suggestione nichilista, soggiacente al movimento. La 
vecchia cara Germania di Wagner, debitamente aggiornata e imbellettata. 
Ecologia, buddismo-buonismo, cucina punitiva, anoressie sfrenate, guerra 
al sapone, furori dannunziani in tutte le direzioni, ecumenismo drogastico. 
Non è questo che si vede sfilare nelle strade della sinistra proibizionista 
contro la revisione? 


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Il 

REVISIONE STORIOGRAFICA 
E REVISIONISMO 


Il buon uso delle opere, nelle quali la storia contemporanea è sottoposta a 
revisione dipende dalla preventiva distinzione della ricerca storica dal 
revisionismo, elucubrazione surrettizia, che pretende di sostituire le ideo¬ 
logie con il loro catastrofico risultato. La revisione non è altro che il lavo¬ 
ro dello storico, lavoro che consiste nelfopporre i documenti d’archivio e 
le testimonianze attendibili ai teoremi tracotanti, formulati dalla vulgata 
egemone, e imposti d’autorità all’applauso dei conformisti e degli scolari 
obbligati. Il lavoro dello storico delle idee consiste poi nell’approfondi¬ 
mento della verità per mezzo della ricerca severa e del confronto spregiu¬ 
dicato. Un esempio apprezzabile di revisione storiografica, utilizzabile dallo 
storico delle idee, è la biografia defeliciana di Mussolini, un’opera che 


1 II primo autore revisionista fu A.J.P. Taylor, che nel 1961 pubblicò “The Origins of 
thè Second World War”, tradotta e pubblicata in Italia da Laterza, nel corso dello stes¬ 
so anno. Con il sussidio di un’impressionante mole di documenti d’archivio e di testi¬ 
monianze rese da protagonisti, Taylor dimostrò che l’insipienza degli anglofrancesi 
conferì all’intemperante governo polacco la funzione di arbitro della pace. Bonnet e 
Chamberlain contribuirono alla creazione del clima di guerra allo scopo di “ difendere 
quella parte dell ’assetto della pace [di Versailles] che per tanto tempo avevano consi¬ 
derato la meno sostenibile ”. Cfr. A.J.P. Taylor, “Le origini della seconda guerra mon¬ 
diale , Laterza, Bari 1961, pag. 403. Il contenuto del primo volume degli Atti della 
diplomazia vaticana, pubblicati da Paolo VI per difendere la memoria di Pio XII con¬ 
ferma il giudizio del Taylor: nell’estate del 1939, il nunzio a Parigi aveva riferito a 
monsignor Tardim che, avendo chiesto al ministro degli esteri francese se il mandato 
al governo polacco significava l’intenzione degli anglofrancesi di provocare la guerra, 
ebbe la inequivocabile sensazione che l’elusione diplomatica significasse che la rispo¬ 
sta era affermativa. F 


rispecchia, sine ira et studio , i fatti accertati, e non fa concessioni ai pre¬ 
giudizi ideologici 2 . 

Per quanto riguarda la storia delle idee, nei diversi campi e per vari mo¬ 
tivi, sono apprezzate le opere di Augusto Del Noce 3 , Ernst Nolte 4 , Georg 


2 In Italia la revisione storiografica vanta un alto numero di qualificati esponenti. Tra i 
numerosi scrittori, che hanno rivisto le pagine della storia antica e recente, sono degni di 
una particolare menzione: Piero Bargellini (brillante autore di una biografia dell’insor¬ 
gente fra’ Diavolo), Carlo Alianello (autore de “L’Alfiere”, “Soldati del re”, “La conqui¬ 
sta del Mezzogiorno”, “L’eredità della priora”), Francisco Elias deTejada (autore, tra gli 
altri, di una magnifica e ponderosa storia della Napoli ispanica, e del quale Controcorrente 
ha ripubblicato la versione italiana di “La monarchia tradizionale”), Ennio Innocenti 
(autore, fra tanti, di una monumentale storia dell’evoluzione cattolica di Benito Mussolini), 
Silvio Vitale (fondatore, insieme con Gabriele Fergola, della rivista napoletana “L’Al¬ 
fiere” e autore di numerosi saggi sulla storia del Regno di Napoli), Vittorio Messori 
(biografo del santo antirisorgimentale Francesco Faà di Bruno), Marco Tangheroni (in¬ 
signe medievalista), Adalberto Baldoni, (autore di una monumentale storia del Msi), 
Pucci Cipriani (fondatore della battagliera rivista “Controrivoluzione”), Francesco Leo¬ 
ni (rettore della libera Università san Pio V), Roberto de Mattei (biografo di Pio IX), 
Paolo Caucci (autore di una pregevole storia del cartismo e di pregevoli saggi sui “Viva 
Maria!”), Agostino Sanfratello, Michele Topa, Claudio Izzo (autore di “I lager dei Savo¬ 
ia”), Angela Pellicciari, Cecilia Gatto Tracchi, Marta Sordi, Sergio Fabiocchi, Giovanni 
Turco, Leonardo Saviano, Oscar Sanguinetti, Mario Cucentrentoli di Monteloro, Mauri¬ 
zio Di Giovine, Isabella Rauti, Massimo Viglione, Raimondo Gatto, Massimo Vignelli, 
Massimo de Leonardis (storici delle insorgenze antigiacobine), Francesco Maria Agnoli 
(autore della storia delle Pasque veronesi), Luciano Garibaldi (storico della II guerra 
mondiale e autore, insieme con Mario Zannoni, di una ricostruzione dell’uccisione di 
Mussolini a Dongo e di “Vita col Duce”), Pier Franco Bruni (autore di una interessante 
ricostruzione del profilo di Cesare Pavese), Alessandro Massobrio (storico della Chiesa 
cattolica nell’età moderna), Carlo De Risio (storico militare), Antonio Gaspari e Gio¬ 
vanni Palisi (biografi di Pio XII), Guido Mussolini (autore di importanti saggi su Mussolini 
antitedesco), Pino Tosca (storico del movimento tradizionalista), Davide Sabatini (stori¬ 
co della II guerra mondiale), Fabio Andriola (autore di profili inediti di Mussolini), Rino 
Cammilleri (autore, tra gli altri, dello splendido “Elogio degli italiani”, di “Fregati dalla 
scuola”, di “Padre Pio”, di “I mostri della ragione”), Matteo D’Amico (autore di un 
importante saggio su Giordano Bruno). 

' Di Del Noce si segnalano ; “Il suicidio della rivoluzione”, Rusconi, Milano 1983, “Rivo¬ 
luzione Risorgimento Tradizione”, Giuffré, Milano, 1993, “Fascismo e antifascismo”, 
Leonardo, Milano 1995. 

4 Di Nolte sono importanti le teorie generali sul fascismo e le interpretazioni delle origini 
del nazismo. 


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Mosse, Gianni Baget Bozzo 5 , Domenico Fisichella 6 , Massimo Caprara, 
Dino Cofrancesco, Maurizio Blondet 7 , Giorgio Galli 8 , Sergio Roma¬ 
no 9 , Fabio Andriola l0 , Francesco Germinario H , Paolo Bellinazzi l2 , e 
Marcello Veneziani. 

Si può affermare che il lavoro di revisione della storia delle idee non avrebbe 
senso, se fosse inteso alla riabilitazione di ideologie e attori ideologici 
screditati dagli errori commessi, invece che alla pura affermazione della 

5 A Francesco Spadafora, Gianni Baget Bozzo e ai sacerdoti della Fraternità san Pio X si 
deve la prima rilettura della storia del Concilio Vaticano II. Dopo la nota del Cardinal 
Ratzinger sui limiti dell’ecumenismo, la revisione della mitologia conciliare è destinata a 
diventare patrimonio della cultura cattolica ortodossa. 

6 Domenico Fisichella (Messina, 1935) ordinario di dottrina dello stato nell’Università “La 
Sapienza ”, vicepresidente del Senato. Giovanissimo aderì al Partito Nazionale Monarchico. 
Nel 1953, insieme con Luciano Garibaldi, fu eletto segretario giovanile nella federazione 
di Genova. Laureatosi con una tesi su De Maistre, ha iniziato una brillante carriera univer¬ 
sitaria. Saggista e commentatore politico di diversi quotidiani nazionali è autore di alcune 
opere che hanno segnato lo sviluppo della cultura di destra: “La rappresentanza politica ”, 
“Elogio della monarchia ”, “Le ragioni del torto ”, “La critica di destra alla democrazia ”. 

7 Negli “Adelphi della dissoluzione”, edito da Ares di Milano, Maurizio Blondet ha rico¬ 
struito la storia segreta dell’involuzione della cultura italiana nel secondo dopoguerra. 

8 Giorgio Galli è autore di una interessante monografia sul nazismo magico. 

9 Sergio Romano ha il merito di aver riscattato la figura di Francisco Franco. La questione 
della guerra di Spagna è particolarmente delicata, essendo stata l’occasione per il primo 
violento attacco contro Pio XII e i suoi “silenzi”. Il 5 maggio del 1939, infatti, Emmanuel 
Mounier, nel giornale “Le Voltigeur”, si scagliava contro Pio XII, che, in una allocuzione, 
si era felicitato per la vittoria dell’esercito di liberazione, che rappresentava “la parte sana 
del popolo spagnolo” ed aveva esaltato “/' nobilissimi sentimenti cristiani di cui hanno 
dato prova evidente il Capo dello stato e tanti fedeli collaboratori”. Poiché nello scritto di 
Mounier appare chiara la matrice cattocomunista (oltre che ebraica) della campagna diffa¬ 
matoria contro Pio XII, il ristabilimento della verità sulla guerra civile di Spagna è da 
considerare un “passaggio” cruciale; vedi anche “Massoneria e comuniSmo contro la Chiesa 
di Spagna (1931-1939)”, di Vitaliano Mattioli, 2000, Effedieffe. 

10 Fabio Andriola è autore di un importante saggio sull’antinazismo di Mussolini. 

11 Cfr. "Razza del sangue, razza dello spirito”, Bollati Boringhieri, Torino, 2001. 

12 Di Paolo Bellinazzi cfr.: “L’utopia reazionaria. Lineamenti per una storia comparata 
della filosofia comunista e nazionalsocialista”, Name, Genova, 2000. A proposito delle 
tesi di Paolo Bellinazzi, Norberto Bobbio ha riconosciuto che “ contrariamente all’opinio¬ 
ne comune secondo cui nazismo e comuniSmo sono ideologie opposte, essi hanno matrici 
comuni.... Quando, per esempio, si scava nei rapporti tra i due antagonisti Cari Schmitt e 
Gyòrgy Lukàcs Bellinazzi scopre che sostengono su per giù le stesse idee”. 


verità storica, ricercata come impedimento al corso della vuota astrazione 
e del settarismo. 

Il riesame della storia del fascismo-regime, ad esempio, ha senso unica¬ 
mente come espressione della resistenza al potere della falsa cultura, os¬ 
sia come strumento per la confutazione delle scuole di pensiero che, a 
destra e a sinistra, riciclano gli errori dell’irrazionalismo che animò il fa¬ 
scismo movimento. La revisione non intende riabilitare il fascismo regi¬ 
me perché lo storico non lavora per un tribunale né per una cattedra di 
moralismo. 

La revisione che è qui proposta, nella storia del fascismo regime considera 
e studia l’intenzione di correggere e superare le idee che fondarono il 
fascismo movimento: l’interventismo, l’irrazionalismo oltre umano, il 
dannunzianesimo, il pregiudizio anticattolico del futurismo. Si tratta di 
identificare le materie del contendere tra fascismo movimento e fascismo 
regime, cioè di procedere all’inventario dei princìpi di ragione ai quali 
Mussolini si appellò nell’esercizio di un potere quasi mai funzionale e 
spesso contrario alla “dottrina”. 

In antitesi alla scolastica neodestra, che accusa Mussolini d’incoerenza 
all’ideale sansepolcrista, noi cerchiamo motivi di apprezzamento solo nel¬ 
l’infedeltà all’errore originario. Una storiografia concepita per l’anacroni¬ 
stico svago dei nostalgici del fascismo (o dell’antifascismo) sarebbe, a 
nostro avviso, priva di qualunque significato. 

Revisione in questa prospettiva è opposta al revisionismo. Ora il 
revisionismo consiste in una visione della storia ulteriore e antitetica al 
provvidenzialismo giudeo-cristiano, confuso, ad arte, con le sue varianti 
secolarizzate: il deismo illuministico, lo storicismo (di stampo hegeliano 
e crociano) e il progressismo 13 . 

Il pregiudizio che sostiene il revisionismo viene allo scoperto insieme con il 
rifiuto che la neodestra oppone alla Scienza Nuova vichiana. Il revisionismo, 

13 Un esempio di revisionismo confusionario e fuorviante è stato offerto da Massimo Fini, 
un autore di sinistra (apprezzato dalla destra irrazionalista) che scredita i princìpi 
indeclinabili della logica inducendo a credere che il risultato fatale della loro sequela sia il 
culto illuministico della dea ragione. 


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sotto questo profilo, è la ripresa delle idee decadenti e degli stati d’animo 
irrazionali che hanno dato origine al movimentismo fascista. La sua tenden¬ 
za, non per caso, è contraria a quella della revisione storiografica: si propo¬ 
ne, infatti, di riscattare e rivendicare le idee del fascismo movimento, per 
opporle agli atti del fascismo regime. Si può anticipare che l’aspetto curioso 
del revisionismo e la sua ubiquità, il suo influsso nei pensieri, in apparenza 
rivali, della sinistra postmoderna 14 e della neodestra l5 . 

E evidente che il revisionismo, avendo radice nel decadentismo e nella filo¬ 
sofia di Nietzsche e Heidegger, esprime un’irriducibile ostilità nei confronti 

14 I seguaci di Walter Benjamin e Jacob Taubes, ad esempio. A sinistra esiste anche una 
corrente di revisionisti della storia della filosofia, alla quale vanno iscritti Alexandre Kojève, 
Max Horkheimer, Georges Bataille e Ernst Nolte. 

15 1 gruppi che si rifanno al naturalismo (panteistico) di Walther Darré e Konrad Lorenz, e 
quelli che si ispirano a Max Stimer. 

Walther Darré, nato a Belgrano (Argentina) nel 1895, morto a Monaco nel 1953, durante la 
giovinezza si appassionò all’antroposofia visionaria di Rudolf Steiner e alle idee dei 
Wandervoegel (uccelli migratori, un movimento schiettamente pederastico, che promuo¬ 
veva il ritorno alla vita pagana nella foresta germanica). Tra il 1928 e il 1930 pubblicò i 
due testi sacri dell’ecologismo nazista: “// mondo contadino come sorgente di vita della 
razza tedesca ” e "Una nuova aristocrazia basata su sangue e terra". Nel 1933 fu nomina¬ 
to da Hitler ministro dell’Agricoltura. Applicando alla realtà i suoi refrattari vaneggiamen¬ 
ti (in tutto simili a quelli degli illuministi arcadici, alla Rousseau) diede inizio ad un piano 
per la sostituzione dei macchinari agricoli con aratri trainati da cavalli. 

Imperterrito seguace del delirio steineriano, sosteneva la necessità di abolire fertilizzan¬ 
ti e insetticidi, responsabili d influssi negativi sul terreno e di applicare i princìpi della 
psuedoscienza biodinamica, che contemplava lo sviluppo delle piante grazie ai magici 
influssi di certi minerali, sigillati in ampolle e sospesi sopra le coltivazioni. Nel 1942 
Hitler si rese conto della follia di Darré e lo sconfessò: la sua posizione davanti al tribu¬ 
nale di Norimberga fu pertanto alleggerita. Condannato a sette anni di detenzione uscì 
dal carcere nel 1950. Anche i suoi deliri furono messi in libertà. Attualmente circolano 
da sinistra a destra e da destra a sinistra, in un girotondo salato da furori drogastici e 
omofili. 

Inconsapevolmente Konrad Lorenz, nato a Vienna nel 1903, morto a Griinan (Austria) nel 
1989, autore del saggio “// cosiddetto male ”, che mandò in solluchero il pensatore 
coribantico Giorgio Colli, ha tratto alle conseguenze estreme e paradossali i filosofemi 
intorno all unico di Stimer e all ebbrezza zoologica di Nietzsche. Con questi materiali ha 
costruito l’etologia, pseudoscienza che concepisce la riduzione della vita a impulso cieco 
e la trasformazione dell’antropologia a zoologia materialistica. Altre opere sono “L’anello 
di re Salomone”, “Il declino dell’uomo”, “Gli otto peccati capitali nella nostra civiltà”. 


del cattolicesimo e della cultura occidentale l6 . Il revisionismo trae la sua 
linfa dalla mitologia e dal pensiero arcaico, specialmente nei testi dei 
presocratici, assunti quali luminose testimonianze contro la metafisica (pla¬ 
tonica e cristiana) ed arcani incitamenti a superare la logica tradizionale, nella 
presunzione che essa sia inquinata dall’autoritarismo paterno, dalla volontà di 
attribuire un significato alla storia e dalla rovinosa conseguenza dello storicismo, 
la volontà di dominare la terra, secondo il comando del Genesi. 

Attualmente il caposcuola dei revisionisti è Ernst Nolte, un pensatore for¬ 
mato alla scuola di Martin Heidegger, del quale adotta i pregiudizi 
anticattolici, il discorrere elusivo e l’inflessione squisitamente oracolare. 
In Nolte la storiografia diventa funzionale al pregiudizio antimetafisico e 
all’ambigua religiosità del maestro. Infatti Nolte fa proprio, senza esitare, 
il punto di vista heideggeriano: l’uomo d’oggi è più religioso eppure più 
lontano dal cristianesimo o, per meglio dire, dal Dio sovrano del monotei¬ 
smo. 

Heidegger, peraltro, considerava la sua filosofia vertice speculativo e so¬ 
luzione dei nodi della modernità, nella quale, prima di lui, si contemplava 
solo una continua ma irrisolta tensione all’affrancamento dalla metafisica 
e dal cattolicesimo romano (definito piattezza cristiano-borghese). L’ope¬ 
ra heideggeriana ha il significato di revisione e adempimento delle istanze 
moderne, cioè d’apertura di uno scenario finalmente postmoderno, dove 
si rinnova l’ultra antica estraneità al teismo ebraico. In definitiva: l’opera 
di Heidegger è radicata nella rivolta della Germania profonda (ellenizzante 
e/o arionordica: Winckelmann, Hòlderlin, Schopenhauer, Nietzsche, 
Otto ' 7 , Rosenberg ls , George) contro Roma. 

16 Dopo le revisioni di Kojève, Horkheimer, Bataille e Marcuse, non sono più possibili i 
dubbi sull’omogeneità dell’errore illuministico e di quello romantico. Le teorie di Lukàcs 
sono ormai ridotte a reliquie del passato comunista. 

17 Walter Friederich Otto (Hechingen, 1874, Hechingen, 1958) filologo e storico delle reli¬ 
gioni. Nel solco dell’irrazionalismo romantico (e di Hòlderlin in special modo) sviluppò una 
teoria sul significato rivelativo del mito. Ne discendeva un metodo di ricerca che sostituiva il 
procedimento razionale e scientifico della tradizione classica con l’intuizione poetica. 

18 In base alle memorie di Filippo Anfuso risulta che Rosenberg aveva particolare antipatia 
per Mussolini, che riteneva protettore degli ebrei. 


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Ad uso di un’informazione approfondita, il pensiero di Ernst Nolte è com¬ 
pendiato in un recente volume, che, dopo un’intervista, curata con acribia 
dal politologo Costantino Marco, raccoglie gli interventi polemici di al¬ 
cuni qualificati studiosi, fra i quali si segnalano Lucio Colletti, Domenico 
Fisichella, Dino Cofrancesco, Domenico Losurdo 19 . 

Dalle dichiarazioni di Nolte si evince senza difficoltà che, secondo l’opi¬ 
nione della scolastica revisionista, fimmanentismo moderno, per attinge¬ 
re i risultati di Heidegger, deve completare un faticoso e accidentato cam¬ 
mino critico, da Spinoza a Nietzsche, attraverso Kant 20 . , 

Heidegger ha personificato, fin dal 1933, quando militava nel partito 
nazista, la contestazione globale dei presunti errori della metafisica, da 
Platone a Nietzsche. Il suo pensiero, perciò, contempla il cammino bina¬ 
rio del destino filosofico: il movimento di un’illuminazione che oscura e 
di un oscuramento che illumina. Di conseguenza ogni progresso della fi¬ 
losofia, fino a Nietzsche, appare chiuso in un orizzonte contraffatto e 
umbratile. 

La storia della filosofia, dunque, è descritta come una parabola che, con¬ 
traddicendo la deviazione originaria, si avvicina alla perfetta negazione 
della metafisica - alla preconcetta negazione della verità - che si rivela 
finalmente nell’opera di Heidegger medesimo 21 . 

In perfetto accordo con l’indirizzo antimetafisico del maestro, Nolte pro¬ 
clama la sua appartenenza al naufragio postmoderno e si lascia sfuggire 


19 Cfr. Ernst Nolte e altri, “Le ragioni della storia”, Lungro di Cosenza, 1999. 

20 Op. cit., pag. 81 e 86. La continuità dello spinozismo in Diderot e Nietzsche è finalmente 
ammessa dal guru Eugenio Scalfari, in un saggio nel quale la ragione è screditata rispetto alla 
corporeità e posta in un orizzonte ideologico dove il naturalismo moderno sostituisce 
l’umanesimo cristiano. Cfr. Eugenio Scalfari, “Attualità dell’Illuminismo”, Laterza, Bari 
2001, pag. 120-121. 

21 Lo schema heideggeriano, che narra un destino di oscuramento, risolto da un’illumina¬ 
zione che svela la verità “di prima”, è la versione filosofica del mito gnostico intorno 
all’inganno del demiurgo. Il carattere gnostico della filosofia di Heidegger, peraltro, è 
visibile nel mito della gettità (l’esse-nulla spinge l’uomo nel mondo e, nel mondo, l’uomo 
non può che diventare vittima dell’errore). L’analogia con la dottrina dell’occultista René 
Guénon sullo Zero metafisico è impressionante. 


un’ammissione decisiva per la decriptazione del messaggio heideggeriano: 
all’interno dell’università tedesca “ Heidegger anticipò non poche delle 
intenzioni della generazione del ‘65” 22 . 

Ora il delirio dionisiaco, riversato da Marcuse nelle pagine tumultuose di 
“Eros e civiltà” e celebrato nella liturgia drogata degli hippy, fa intendere 
quale significato si debba ultimamente attribuire alle anticipazioni 
heideggeriane. 

Dallo stato d’animo di Marcuse e dei figli dei fiori all’ovvia ostilità nei 
confronti dell’America, terra promessa dell’Occidente, il passo è breve. 
Nello schema heideggeriano, che Nolte adotta senza riserve, l’America (i 
neodestri diranno il male americano) rappresenta il vertice del tecnicismo 
e, perciò, il fomite dei mali estremi: “// regime liberaldemocratico deve 
considerarsi come il contesto superiore nel quale sono inseriti i fenomeni 
del regime comunista e del regime nazionalsocialista. Che questo conte¬ 
sto e la sua sopravvivenza abbiano molto a che fare con gli Stati Uniti 
d'America non è da mettere in dubbio ” 23 . L’America nel panorama di 
Heidegger come in quello di Nolte, rappresenta il fallimento del pensiero 
moderno precedente, la prova della sua incapacità ad emanciparsi dalle 
categorie obnubilanti della metafisica e dell’universalismo cristiano. 
Heidegger dichiara di aver scoperto l’occidentalità (= catastroficità) del¬ 
l’America, ossia la coincidenza del compimento del destino metafisico 
con l’apparizione delforrore tecnocratico. 

Si può dunque sostenere, senza tema di smentita, che l’impeto degli 
ecologisti estremi, che scaglia fulmini babilonesi e sassi buddisti contro le 
paninoteche americane, è uno spurgo del sessantotto, che trascina nel col¬ 
lettore heideggeriano gli orfani dell’ideologia di destra e di sinistra. 

Va da sé che i panini della Me Donald sono soltanto un pretesto: all’opera 
è una profonda insorgenza antioccidentale, che trae ispirazione da 
quell’orientalismo rovente, che ha attraversato la Germania dai romantici 
a Schopenhauer, dai teosofi a Hitler, da Nietzsche a Horkheimer e aTaubes. 

' Ernst Nolte e altri, “Le ragioni della storia”, op. cit., pag. 84. 

23 Id., id., pag. 102. 


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L’insorgenza della mistica asiatica, che Henri Massis ha denunciato fin 
dal 1929, è, in prima ed ultima istanza, rivolta contro il senso attribuito 
alla storia dalla rivelazione dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ora la 
missione che Nolte riceve in eredità da Heidegger consiste, appunto, nel 
collocare 1 avversione alla modernità liberale e americana in un orizzonte 
puro, vale a dire nel contesto di un pensiero reazionario non più offuscato 
da quella metafisica che reggerebbe la catena dei mali generati dalla rottu¬ 
ra con l’armonioso nichilismo della Grecia arcaica. 

La rottura della presunta armonia greca è poi interpretata in conformità 
all’opinione di Nietzsche, vale a dire come il risultato dell’imposizione, 
da parte del platonismo e del cristianesimo, sull’istinto dionisiaco. In con¬ 
seguenza di tale teoria, si produce un nebuloso stato d’animo regressista, 
affine a quello associato alla sindrome da abbandono, che la morte del 
vecchio padre ideologico ha effuso equamente nei circoli scompigliati 
della neodestra e nei ritrovi dell’effervescenza neosinistra. L’impianto di 
una filosofia della storia sulla radice heideggeriana è però una contraddi¬ 
zione in termini. Infatti Heidegger eleva alla massima potenza il critici¬ 
smo kantiano, trasferendolo nella sfera dell’ineffabile. “La filosofia di 
Heidegger ”, ammette lo stesso Nolte, “è un mistero e un segreto ” 24 . 
Cornelio Fabro, il più attendibile esploratore dei “misteri” postmoderni, 
ha dimostrato che la filosofia heideggeriana si risolve nel radicale 
nichilismo. 

Ora le insanabili contraddizioni, che discendono dall’accoglimento di un 
tale principio, si manifestano nella sordità del dialogo tra Nolte e l’intervi¬ 
statore, Costantino Marco. Fedele allo storicismo di Benedetto Croce, un 
autore che, senza mezzi termini, dichiarava che “la Germania rincretini- 
sce al seguito di Heidegger”, Marco si affanna nella ricerca di un filo 
logico nel discorso fondato da Nolte sul mistero heideggeriano. Ma la 
filosofia di Heidegger non è altro che la curvatura del prometei smo mo¬ 
derno su se stesso. Il filo che cerca la logica nella contorsione oracolare, si 
perde nella furiosa insorgenza della kermesse. Gli autorevoli interventi 

24 Id., id., pag. 77. 


pubblicati in appendice, specialmente quelli di Lucio Colletti e Domenico 
Fisichella, mostrano infine che la fragilità dell’edificio filosofico si comu¬ 
nica alla storiografia, faticosamente elaborata da Nolte. Domenico Fisi¬ 
chella, ad esempio, non fatica a dimostrare l’inconsistenza della tesi di 
Nolte, che associa il fascismo e il nazismo: “il regime fascista è stato 
sostanzialmente un regime autoritario di destra, con elementi di gradua¬ 
lismo conservatore abbastanza evidenti ”, mentre “il nazismo era chiara¬ 
mente un regime antiborghese". Lucio Colletti, da parte sua, obietta a Nolte 
che l’idea della filiazione nietzschiana e nichilista del fascismo è insoste¬ 
nibile e osserva, con lucida ironia, che il giudizio sul fascismo totalitario è 
ridondante : il fascismo “cercò di essere totalitario, ma non potè, perché 
si trovò la Chiesa in casa, la monarchia e il compromesso che Mussolini 
stabilì con tutto un settore degli interessi conservatori in Italia. Quello 
che valse per il comuniSmo sovietico e il nazismo tedesco, non valse per il 
fascismo italiano Il fatto che due studiosi di diversa e contraria forma¬ 
zione, come Fisichella e Colletti, convergano in un giudizio critico, spie¬ 
ga, meglio d’ogni commento, la debolezza del revisionismo di Heidegger 
e Nolte. 


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in 

PROFILO DELLA DESTRA ANTITOTALITARIA 


Con bulgara prestezza, la corporazione delle terze pagine ha censurato il 
più sensazionale avvenimento letterario degli ultimi anni: la pubblicazio¬ 
ne, in due collane dell’editore Einaudi, dei “Racconti di Kolyma”, il capo¬ 
lavoro di Varlam Tichonovic Salamov. Una scelta editoriale eccentrica? 
Più probabile si sia trattato di un infortunio, dati i precedenti della casa 
madre di tutti gli intellettuali allineati. Salamov, infatti, militava nella dis¬ 
sidenza estrema e impertinente, quella che squarciò 1’ ombrello di menzo¬ 
gne steso sull’indirizzo delittuoso e dissolvente della società sovietica. 
L’ingente opera di Salamov abbatte il penultimo puntello dell’ideologia 
totalitaria: la riguardosa distinzione tra i crimini inutili e bestiali, consu¬ 
mati dai nazisti, e gli spiacevoli errori, incontrati dai sovietici, lungo il 
fulgido cammino verso il paradiso concentrazionario. Con uno stile viva¬ 
ce e scattante, Salamov descrive le tecniche usate dai carnefici comunisti 
per umiliare e disgregare la persona umana. Ad esempio: sedici ore quoti¬ 
diane di fatica, nel crematorio bianco di Kolyma, dove la temperatura scen¬ 
deva fino a sessanta gradi sotto lo zero. “ Con una fame costante, gli abiti 
a brandelli e la notte passata sotto una tenda catramata piena di buchi". 
La vita umana devastata, sprecata bestialmente nella rincorsa di futili fan¬ 
tasie. “ Bastavano venti giorni di regime kolymiano per trasformare un 
uomo giovane e di buona salute in un morto che cammina ”. 

La storiografia respecteuse del Novecento ha censurato la memoria degli 
olocausti trascurabili, insinuando, al loro posto, l’ingegnosa categoria della 
rivoluzione allergica ai guanti bianchi. L’impietoso racconto di Salamov 
testimonia, invece, che il comuniSmo non fu un programma di redenzione 
eseguito in maniera maldestra, ma la lucida, consapevole attuazione della 


cultura di morte, che è inscritta originariamente in tutte le varianti 
dell’immanentismo moderno. 

Il comuniSmo essenziale è definito con esattezza in una lettera che Salamov 
indirizzò a Boris Pastemak nel 1956: "Il fatto fondamentale è la corruzio¬ 
ne della mente e del cuore, quando l’enorme maggioranza delle persone 
si persuade, di giorno in giorno, in modo sempre piu netto, che si può 
vivere senza onore, senza coscienza, senza amore, senza dovere. Tutto vie¬ 
ne messo a nudo, ma l’ultimo denudamento è terribile ”. 

Ora il Gulag non fu la corruzione staliniana di un nobile ideale, ma la 
l’epifania del nichilismo socialista. Per questa ragione Salamov affermava 
che l’unico rimedio alla cancrena ideologica è l’obbedienza ai dieci co- 
mandamenti: “ Lì dentro c’è tutto". 

Purtroppo l’ideologia, sopravvissuta all’ordine comunista, continua la sua 
missione corruttrice, grazie all’abbagliante trucco, inventato e perfeziona¬ 
to dal potere culturale, per confondere e vanificare 1 anticomunismo: il 
mito intorno alle meraviglie dell’alternativa libertina (e di destra) all’ideo¬ 
logia. Ad esempio: prima della pubblicazione nelle collane di Einaudi, 
due editori italiani avevano proposto frammenti dell’opera di Salamov, 
presentandoli quali espressioni di una luminosa disperazione. Puntualmente 
il giornalismo neodestro è andato in solluchero. 

I tentativi, che l’apparato dei comunisti sciolti compie, nell’intento di na¬ 
scondere il fallimento tra i fantasmi dei salotti decadenti, impone alla cul¬ 
tura della destra il dovere di rompere la “ parentesi irrazionale e demonia¬ 
ca ”, che la tiene sotto schiaffo, le impone i pensieri pensabili e le vieta i 
pensieri scomodi '. Compito arduo, ché i medium della trapassata sinistra 


1 La condizione di cultura sotto schiaffo traspare per tanti segni inavvertiti. Ad esempio: di 
recente è stato intimato agli intellettuali di An di partecipare (nel nome di D’Annunzio e 
Mishima) alla sfilata giubilare degli omosessuali. Cfr. la singolare nota di Michele Serra, 
nella “Repubblica” del 6 luglio 2000. Purtroppo la vulnerabilità neodestra, da quella parte, 
è dichiarata da Armando Plebe, che ha rievocato la sua esperienza nel Msi scrivendo: "il 
cazzo non vuole pensieri. Giovinezza, giovinezza primavera di bellezza.... Il virilismo è 
l’estetica dell’omosessualità ”. Cfr. “Il Foglio”, 24 agosto 2000; Plebe racconta il Msi, 
esteta e virilista, contro una An macha e ipocrita. 


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sono alleati con i poteri forti e, perciò, godono della solidarietà di quelle 
influenti comunità dell’eterodossia ebraica, che vedono la minaccia e il 
male ovunque fuorché “a sinistra”. 

Sembra che in questi ambienti si sia dimenticato che l’antisemitismo, dopo 
la lontana nascita marcionita 2 , esplose con la riforma luterana e con la 
modernizzazione illuministica (Voltaire era ferocemente antisemita), ed ebbe 
un rigoglioso sviluppo in ambiente marxista. 

Di qui 1 avversione alla Chiesa di Roma, che ha combattuto vittoriosa¬ 
mente contro Terrore comunista. Di qui la vergognosa campagna intesa a 
diffamare la memoria di Pio XII, (presunto) colpevole di silenzi sui crimi¬ 
ni nazisti. 

Ora Richard Breitman e Thimoty Naftali hanno dimostrato le responsabilità 
degli inglesi e degli americani, i quali, avendo decifrato i messaggi dei tede¬ 
schi in codice e perciò conoscendo gli ordini di rastrellare e deportare gli 
ebrei non avvertirono le vittime 3 . Pio XII, invece, quando fu in possesso di 
notizie di fonte sicura, denunciò i nazisti, anticipando gli angloamericani. 
Ma la lezione cade nel vuoto: quelle comunità ebraiche che sono egemo¬ 
nizzate dagli orfani dell’Urss continuano ad accusare Pio XII e ostraciz¬ 
zare la destra dei paesi cattolici. 

Inutilmente la coraggiosa Fiamma Nirenstein ha denunciato “il rapporto 
gregario degli ebrei con la sinistra ” e l’uso dell’Olocausto ai fini “ della 
battaglia del bene contro il male, della sinistra contro la destra ” 4 . 

Voci e attori d’altri tempi irrompono nel nuovo e totalmente diverso sce¬ 
nario politico, per imprecare contro gli avversari dell’estinta illusione co¬ 
munista, e danno vita alla farsa di un potere che ormai offre soltanto la 
controfigura del sogno. 

Si spiega in tal modo la riproduzione di uno stato d’animo anacronistico, 
da fronte popolare, che costituisce la cerniera tra postcomunisti, cristiani 

L eresia marcionita fu una reviviscenza pagana, animata dal furore contro il Dio dell’An- 
mnJ^ tament ° e contro 11 P°P ol ° eletto. Nella riflessione sull’Olocausto, pubblicata nel 
ìyy/, Giovanni Paolo 11 ha indicato in essa la fonte primaria deH’antisemitismo. 

4 r“’ ad esempio: Richard Breitman, “Il silenzio degli alleati”, Mondadori. Milano 1999 
Fiamma Nirestein, “Il revisionismo fa bene”, in “Liberal”, n. 34, gennaio 1998 


postconciliari, social-liberali e tentazioni centriste capricciosamente as¬ 
sortite. 

Paradossalmente la caduta del muro di Berlino ha rafforzato e 1 alienazione 
nazifascista e la contraria passione per il fronte popolare, che ora si estende 
anche ai liberali e al margine effervescente della comunità cattolica. 

Ora è necessario ricordare che il fonema nazifascismo non ha alcun rap¬ 
porto con la verità, tanto che storici autorevoli, quali De Felice, Nolte e 
Mosse lo respingono nel coacervo dei “ giudizi morali su questioni [stori¬ 
che ] ignorate o conosciute malamente da chi li emette ” 5 . 

È indubbio che dai giudizi politicamente corretti discende l’opinione lu¬ 
natica, più volte resa pubblica dai centristi di varia geografia, circa 1 ete¬ 
rogeneità della radice culturale della destra e del centro. Una falsificazio¬ 
ne pura, ché la collaborazione della destra nazionale e del centro cattolico 
fu motivata proprio dall’esigenza di resistere al neopaganesimo germanico. 
Quando si leggono i testi appare evidente la gratuità della convinzione 
secondo la quale sarebbe esistita una dottrina nazifascista. Tale convin¬ 
zione ha per presupposto la subordinazione della cultura italiana a quella 
tedesca, e, perciò, la confusione della filosofia italiana degli anni Trenta, 
con gli esiti catastrofici che il romanticismo ebbe nella cultura nazista. 

Si tratta di un’ipotesi non più credibile, dopo che George Mosse ha com¬ 
pilato e pubblicato un puntiglioso elenco delle discordanze tra il pensiero 
di Mussolini e le oscure fonti di Hitler. Lo storico tedesco, infatti, ha di¬ 
mostrato che “un abisso separava Mussolini [“uomo di mondo, influenza¬ 
to da grandi maestri del pensiero europeo ”] da Hitler, condizionato dal 
pensiero di oscuri settari ed egli stesso membro di una setta razzista e 
teosofica insieme” 6 . 

* II giudizio è di Renzo De Felice, ed è citato da Franco Perfetti in “Nuova storia contem¬ 
poranea”, n. 30. 

<■ cfr. Georg Mosse, “Il fascismo Verso una teoria generale”, Laterza, Bari, 1996, pag. 78- 
79. Al riguardo cfr. anche il documentato saggio di Cunha Alvaregna, “La gnosi nazista”, 
Collana Deus volt, Ferrara s.i.d.d., e Otto Rahn, “Crociata contro il Graal”, Ed. Barbarossa, 
Saluzzo 1979. Rahn, intellettuale organico alle S.S., fu incaricato da Himmler di scrivere 
un saggio sulla civiltà catara, da lui considerata un modello da imitare. 


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L’opinione di Georg Mosse è confermata dalle dichiarazioni rese da 
Mussolini a Bruno Spampanato nel dicembre del 1943 7 , dal giudizio di 
Evola 8 , oltre che dall’impietosa e sprezzante battuta di Mussolini: “orrì¬ 
bile degenerato sessuale, pazzo pericoloso ” 9 . 

La verità imbarazzante, che si vuole nascondere è questa: durante gli anni 
dal 1929 al 1935, esponenti di primo piano della destra nazionale e del 
centro cattolico europeo elaborarono, di comune accordo, un piano per 
arginare la potenza germanica, fomite di torbidi stati d’animo neopagani I0 . 
L esempio più significativo della collaborazione tra cattolici e destra na¬ 
zionale è rappresentato dall’alleanza, sottoscritta nel 1934, tra l’Heimwher 
(movimento filofascista) e i cristiano sociali austriaci, un’esperienza che 
De Felice ha definito quale nobile tentativo inteso a contrastare Hitler con 
l’appoggio aperto di Mussolini ll . 


Nel colloquio con Bruno Spampanato, Mussolini, confermando pensieri già esposti ad 
Emil Ludwig, rivendica e oppone a quella nazista la sua politica per la stirpe, che si propo¬ 
neva “ la sanità, la conservazione della stirpe, il suo miglioramento, la lotta antitubercolare, 
lo sport di massa, i bambini alle colonie". In aperta polemica con i nazisti. Mussolini 
precisava: “Io ho sempre considerato il popolo italiano un mirabile prodotto di diverse 
fusioni etniche sulla base di un unitarietà geografica, economica e specialmente spiritua¬ 
le. E lo spirito che ha messo la nostra civiltà sulle strade del mondo. Uomini che avevano 
sangue diverso furono portatori di una splendida civiltà. Ecco perché io sono lontano dal 
mito di Rosenberg". Citato da Adalberto Baldoni, in “Fascisti 1943 - 1945”, Edizioni del 
Settimo Sigillo, Roma, 1993, pag. 254-255. 

8 Evola attribuì a Hitler “ mancanza del senso del limite, fanatismo e infine una effettiva 
megalomania". Cfr.: “Il fascismo visto da destra”, op. cit., pag. 125. 

9 Citato da Fabio Andriola, in “Mussolini nemico segreto di Hitler”, Piemme, Casale 
Monferrato 1997, pag. 131. La fonte di Andriola è l’autorevole Paolo Monelli. 

10 “Nel suo pregevole saggio “La conversione religiosa di Benito Mussolini”, Sacra 
Fratemitas Aurigarum in Urbe, Roma, 2001, pag. 132, don Ennio Innocenti ha peraltro 
dimostrato che “ nel decennio 1924-1934, il Vaticano ha guardato a Mussolini con costan¬ 
te benevolenza, riconoscendo ampiamente i vari aspetti positivi, affioranti via via, della 
sua personalità e della sua politica". 

11 È significativo che, nell’attuale fase storica, caratterizzata dal ritorno dei fantasmi 
neopagani, Rocco Buttiglione, autorevole interprete del pensiero di Giovanni Paolo II, 
abbia proposto la costituzione di un movimento cattolico nazionale, atto a scongiurare là 
deriva eco-etnicista. 


Un brillante allievo di De Felice, Davide Sabatini, nel saggio sul pensiero 
di Asvero Gravelli 12 , ha dimostrato esaurientemente che le intese tra de¬ 
stra fascista e centro cattolico erano fondate sopra una solida rete di scam¬ 
bi culturali e condivisioni strategiche l3 . 

11 precedente storico costituito dalla collaborazione tra destra nazionale e 
destra cattolica sul fondamento della comune tradizione cristiana e occi¬ 
dentale, è una nozione che non può essere cancellata senza alterare la 
definizione di vera destra e indebolire il senso della politica di centrodestra. 
Ora Sabatini ha esplorato pagine di storia meticolosamente epurate e ri¬ 
mosse dai comunisti e dai loro compagni di strada, rivelando l’esistenza 
di un grande progetto volto a fare del fascismo lo strumento politico della 
nuova cristianità. 

Ispiratore del progetto per la soluzione cattolica del movimentismo fascista 
fu Arnaldo Mussolini l4 , una delle più eminenti personalità del ventennio. 

12 “Ulderico Munzi e Marco Antonini, autori di un saggio sul socialista francese Hubert 
Lagardelle, distaccato da Léon Blum presso l’ambasciata di Francia in Italia (“L’uomo che 
poteva salvare il Duce”, Sperling & Kupfer, Milano, 2001) hanno ricostruito la storia delle 
ostilità francese contro Mussolini, dimostrando che alla vigilia della guerra d Etiopia 
Mussolini fu pugnalato alle spalle da Blum, che peraltro tollerava colpevolmente gli arbitri 
della Germania hitleriana”. Il 25 aprile del 1945, Asvero Gravelli, nato a Brescia nel 1902, 
morto a Roma nel 1956, direttore dal 1929 della rivista Antieuropa, fedele fino all’ultimo, 
si trovava nel cortile della prefettura di Milano, dove Mussolini tenne il suo ultimo discor¬ 
so. In quella circostanza, il suo nome fu l’unico ad essere citato dal Duce. Nel saggio 
“ D'Annunzio dopo D’Annunzio ”, Raffaele Perrotta ha dedicato una pagina luminosa al 
singolare episodio del quale fu protagonista Gravelli. Scampato miracolosamente alle stragi 
partigiane, nel dopoguerra Gravelli si trasferì a Roma e aderì al Msi. Nel 1950 fondò il 
settimanale “ Antidiario ”, che non ebbe grande successo. 

13 Cfr.: Davide Sabatini, “L’intemazionale di Mussolini”, Ed. Tusculum, Frascati, 1997. 
L’idea concepita da Mussolini e diffusa da Gravelli di un blocco latino contrapposto al¬ 
l'influenza di qualunque altra civiltà, fu ripresa, sempre in chiave antigermanica, dal fio¬ 
rentino, Luciano Stanghellini, autore di un documento critico diffuso clandestinamente nel 
1942. A seguito di questa iniziativa anticonformista, Stanghellini fu inquisito, costretto a 
dimettersi dall’Accademia militare e inviato al fronte russo (da cui non farà ritorno). 

" Arnaldo Mussolini nacque a Davia di Predappio PII gennaio 1885, morì a Milano il 21 
dicembre 1931. La sua biografia (“Vita di Arnaldo”) è uno dei capolavori di suo fratello 
Benito, che la pubblicò per i tipi dell’editore Hoepli in Milano nel 1932. Lo stesso editore, 
tra il 1933 e il 1934, pubblicò l’opera omnia di Arnaldo Mussolini. Di recente Fausto 
Belfiori e Gigi Gagliardi hanno pubblicato una bella biografia di Arnaldo. 


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A differenza dei fascisti-movimentisti, infatuati dal romanticismo tede¬ 
sco, Arnaldo Mussolini aveva compreso che religione, moralità e ordine 
sono i cardini della vita sociale e che è sufficiente abolirne uno per rende¬ 
re inservibili gli altri l5 . Di qui la sua avversione all’immoralismo masso¬ 
nico e la sua aperta diffidenza nei confronti del “fascismo” germanico. 
Ora nell’elaborazione di questo progetto, insieme con esponenti dell’Ac- 
tion frangaise, contribuirono anche autorevoli esponenti dello Zentrum 
cattolico tedesco, quali Anton Hilckman e Georg Moenius, direttore, que¬ 
st’ultimo, della “Allgmeine Rundschau” e capofila degli oppositori al na¬ 
zismo l6 . 

Con il pieno consenso di Mussolini, gli esponenti dello Zentrum espone¬ 
vano, in “Antieuropa”, la rivista fondata e diretta da Gravelli, durissimi 
giudizi sul nazismo, colpevole di "far rivivere i sinistri miti del wotani- 
smo”'\ di essere “ l'espressione della perenne antilatinità e antiromani¬ 
tà ls , e di contorcersi nella grottesca rappresentazione "una forma subli¬ 
mata di talmudismo ” 19 . Quest’ultimo sarcastico giudizio, uno schiaffo 


Alla vigilia della Conciliazione, Arnaldo Mussolini assunse una posizione coraggiosa 
mente contraria a quella di Giovanni Gentile e Italo Balbo (dichiaratamente ostili all’ac¬ 
cordo con la Santa Sede) e pubblicò un ampio articolo nel “Popolo d’Italia”, per rivendica- 
1 ment ° dl aver 311111,11310 1 fn, tti della pianta massonica. Il 14 ottobre de] 
1928, L Osservatore romano” rispondeva riconoscendo che “È merito del fascismo avei 
coraggiosamente superata la mentalità massonico-radicale, e aver cominciato nella scuola, 
nella legislatura penale, in una parola nella vita pubblica, a restituire a Dio e alla Chiesa 
sua ciò che loro appartiene”. Dopo la firma dei trattati (11 febbraio 1929) la concentrazio¬ 
ne antifascista in esilio accusò il fascismo di aver rinnegato la tradizione risorgimentale e il 
pensiero massonico. Non a caso, dunque, alla lotta antifascista fu attribuito il titolo di 
secondo risorgimento”. 

16 Una appropriata definizione del “Zentrum” è stata formulata da Gianni Baget Bozzo- “// 
partito cattolico nell’Impero tedesco e nella Repubblica di Weimer si chiamava Zentrum: 
era l idea cattolica della terza via, la terza via originaria, quella cattolica, appunto. Esso 
esprimeva politicamente il grande spazio della società che rimaneva legata alle tradizioni 
vÀ lOS ^ soc ! al ' ? ( * uindl anche alla proprietà come tale". Cfr.: “Liberal”, 5 agosto 1999. 
Cfr.: Davide Sabatini, “L’internazionale di Mussolini”, op. cit pag 96 
Id., id., pag. 97. r 6 ‘ 

Id ” l d " P ag ‘ 104 ; Per talmudismo, gli oppositori cattolici a Hitler intendevano la dottrina 
dell eterodossia ebraica (elucubrata durante la diaspora) che affermava la sacralità del 
sangue del popolo eletto. 


per i teorici dell’antisemitismo, esprime, con audacia provocatoria, il di¬ 
sprezzo che i centristi manifestavano sulle pagine di un periodico fascista, 
che specchiava le idee di Arnaldo e Benito Mussolini 20 . 

Alla luce di questi fatti appare assai debole la rivendicazione di radici 
cattoliche centriste incompatibili con quelle della genuina destra. Si ma¬ 
nifesta, invece, la forte influenza che il pensiero cattolico esercitò nella 
destra nazionale durante gli anni del consenso. 

La differenza sostanziale tra il fascismo e il nazismo è convalidata dalla 
convergenza delle due correnti, quella cattolica e quella nazionale, che 
rivendicavano i valori universali della latinità. 

Il diverso sviluppo della politica estera italiana dopo il 1935, la contrasta¬ 
ta alleanza con la Germania (sui limiti della quale Renzo De Felice ha 
scritto pagine memorabili) non attenuano il valore e il significato della 
teoria, condivisa dalla destra nazionale e dal centro cattolico, che conce¬ 
piva il fascismo italiano come strumento della cristianità in opposizione 
al nazismo (e al comuniSmo). 

Augusto Del Noce ha sostenuto che, alleandosi con i nazisti, il fascismo 
venne meno al suo compito storico. Ma De Felice ha dimostrato esaurien¬ 
temente che l’Asse rappresenta il capolavoro dell’insipienza anglofrance¬ 
se. Le più recenti rivisitazioni della storia dimostrano che l’alleanza italo- 
tedesca fu anche il prodotto della saggezza dei poteri forti. Le fotocopie 


20 L’inquietante ipotesi di un talmudismo a connotazione fortemente nazionalista e addirit¬ 
tura nazista non è più un semplice espediente polemico, dopo che JacobTaubes ha rivendi¬ 
cato l’appartenenza all’eterodossia ebraica delle fondamentali idee naziste. Taubes, che 
enunciava un programma nazimaoista e si rifaceva alle utopie di Bloch e Benjamin, scrive¬ 
va: In “Eredità del nostro tempo ” egli [Bloch] riflette in modo approfondito... sul fatto che 
i nazisti si erano appropriati di motivi autentici e che era necessario sottrarli ad essi. Il 
programma di Benjamin è analogo: strappare alla reazione i motivi autentici, penetrando 
in terra nemica per raccoglierlo". Cfr.: Jacob Taubes, “La teologia politica di san Paolo”, 
op.cit., pag. 156. Vale la pena di rammentare che Taubes, per penetrare in terra nemica, 
strinse un amichevole rapporto culturale con il giurista nazista Cari Schmitt. Sul naziona¬ 
lismo ebraico cfr. anche: Emmanuel Ratier, “I guerrieri d’Israele”, Centrolibrario Sodalitium, 
Verrua Savoia 1998, e Vincenzo Pinto, “I sionisti”, M&B Publishing, Milano, 2001. 



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del carteggio Mussolini-Churchill, che il capo partigiano Luigi Carissimi 
Priori afferma di aver sottratto all’archivio del Pei e consegnato a De Ga- 
spen, dimostrerebbe appunto l’inganno perpetrato dai poteri forti per tra¬ 
scinare 1 ’ Italia nella guerra di Hitler 21 . 


IV 

L’OSSIMORO MUSSOLINI 
DECISIONISTA IRRESOLUTO 


destra lontana. 


Ad ogni modo la riscoperta delle pagine di storia che riguardano le divi¬ 
sioni tra fascisti e nazisti è un duro colpo alla mitologia comunista ma 
anche un forte invito a rivedere le ragioni del centrismo rispettoso della 


L’indecisione, che affliggeva Mussolini nei difficili mesi della non bellige¬ 
ranza italiana (1 settembre 1939 - 10 giugno 1940), si rivela chiaramente 
nel memoriale indirizzato a Hitler in data 3 gennaio 1940 ‘.In quella lettera 
i giovanili entusiasmi dell’antico decisionista in movimento 1 2 , si accartocciano 
nel confronto con il realismo dubbioso e con la duttile cautela dell uomo 
maturo, sul quale grava la responsabilità del governo del paese. 

Pierre Blet ha dimostrato che Mussolini, in quella drammatica congiuntu¬ 
ra, come già nell’agosto del 1939, quando la segreteria di Stato del Vatica¬ 
no sostenne l’iniziativa italiana a favore della pace, si trovava in sintonia 
con Pio XII 3 . Il papa, che non aveva abbandonato la speranza di fermare 
la Germania sull’orlo del baratro, contava sul senso di responsabilità di 
Mussolini e sul suo collaudato talento di mediatore 4 . 

1 Galeazzo Ciano, che in seguito vanterà il merito di aver ispirato l’opposizione all allean¬ 
za con la Germania, apprezzò la lettera del duce e la definì “un ottimo documento, piemo 
di saggezza e misura". Cfr.: Galeazzo Ciano, “Diario 1937-1943”, B.U.R., Milano, 1998, 
pag. 384. 

J La teoria che contempla il dualismo fascismo movimento - fascismo regime fu esposta per 
la prima volta da Giuseppe Bottai, che rivendicava il primato dell’ideologia sulla persona del 
duce. Bottai sostenne, infatti, 1’esistenza del contrasto tra l’ideologia fascista e la prassi se¬ 
guita da Mussolini. Al riguardo cfr. la nota intitolata “mussolinismo”, del 15 marzo 1946, in 
Giuseppe Bottai, “Diario 1944-1948”, B.U.R., Milano, 1991, pag. 316 e seguenti. 

3 Padre Blet ricorda che, nell’agosto del 1939, monsignor Tardini si era dichiarato contra¬ 

rio al sostegno che Pio XIII avrebbe poi concesso all’iniziativa italiana per la pace perché 





la Santa Sede sembrerebbe un po’ troppo legata a Mussolini”. Cfr.: Pierre Blet s.j.. Pio 
XII e la seconda guerra mondiale”. Editrice San Paolo, Cinisello Balsamo, 1999, pag. 40. 
4 Cfr. Pierre Blet s.j., op. cit., pag. 52-53, dove, tra l’altro, si dimostra che Pio XII era al 
corrente di un complotto organizzato da alti ufficiali dell’esercito tedesco che intendevano 


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Da un diverso punto di vista, Julius Evola dopo aver apprezzato l’impe¬ 
gno di Mussolini per conservare la pace, ha dimostrato che “la causa pri¬ 
ma che portò ai conflitti fu la parte ossessiva che ebbe in lui [Hitler] il 
mito del popolo-razza, con la formula de II 9 unità di esso in un solo Reich 
e sotto un solo Fuhrer” 5 . 

Per dissuadere Hitler dal proseguire una guerra, che si annunciava tragica 
e disperata, Mussolini fece ricorso ad una singolare e impertinente figura 
retorica: l’ossimoro, cioè l’associazione di concetti incompatibili, come 
ghiaccio e bollente. Infatti egli incastonò la parola rivoluzione, che, per 
Hitler, aveva un suono tranquillizzante, in un irritante discorso moderato, 
che esortava a rinunciare ai rischi e ai sacrifici dell’offensiva massiccia 
sul fronte occidentale 6 . 

Mussolini, con la scioltezza del grande persuasore, proclamava la fedeltà 
alla rivoluzione (“sono nato rivoluzionario e non ho modificato la mia 
mentalità ”) nel cuore di una pagina che sgranava il rosario dei consigli 
pacifici, delle obiezioni prudenti, delle tesi moderate, in odore di camo¬ 
milla per nervi distesi e di quant’ altro avesse un suono sgradevole per le 
orecchie del bellicoso e collerico alleato. “La politica ha le sue ragioni 
tattiche ”, dichiarava il duce. Di conseguenza alla Germania nazista con¬ 
veniva abbassare la pressione, allentare l’alleanza (incresciosa agli occhi 
degli altri popoli europei, oltre che criminale) che, in quel momento la 
legava alla Russia sovietica in guerra con la Finlandia. 

Mussolini, inoltre, esortava Hitler a “ creare una modesta e disarmata Po¬ 
lonia, esclusivamente polacca ” cioè a lasciar perdere la cupidigia espan¬ 
sionistica, che era istigata dall’avventurosa mitologia intorno allo spazio 
vitale della nazione tedesca. 

deporre Hitler al fine di ottenere una pace onorevole. Nella disperata ricerca di una via per 
la giusta pace. Pio XII non esitò ad esporre a gravissimi rischi la sua persona, facendosi 
tramite di un negoziato (purtroppo fallito) tra i congiurati e la diplomazia anglofrancese. 

5 “Il fascismo visto da destra”, op. cit. 

6 Altro segno della riluttanza di Mussolini è la confidenza fatta a Ciano il 12 aprile 1940: 
era sua intenzione scrivere nuovamente a Hitler per dissuaderlo dal tentare l’offensiva 
terrestre contro la Francia. In quella data purtroppo Hitler aveva già preso la decisione di 
ordinare l’attacco alla Maginot. 


Suggeriva, in chiusura di lettera, di non nutrire facili illusioni sulla vitto¬ 
ria finale, “ poiché' gli Stati Uniti non permetteranno una totale disfatta 
delle democrazie europee ” ed interverranno in loro soccorso 7 . Il reperto¬ 
rio del pensiero antirivoluzionario era sciorinato quasi senza omissioni: 
mancava solo l’esortazione ad indossare la maglia di lana della mamma e 
a non dimenticare il borghesissimo ombrello. 

Hitler, interpretando la lettera di Mussolini come sintomo di un prossimo 
voltafaccia italiano, andò su tutte le furie. Purtroppo (per l’Italia) riuscì a 
dominarsi e a trattenere la collera che gli suggeriva di rompere subito con 
l’incerto e vacillante alleato. Forse era questa la segreta speranza di 
Mussolini, che, senza disonore, sarebbe potuto sfuggire alla pericolosa e 
innaturale alleanza con i tedeschi, maturare una diversa scelta strategica e 
incontrare un altro e più felice destino. 

L’enigma di Mussolini sta in questo: il firmatario di un tale inno alla cautela 
è lo stesso uomo che il 10 giugno, con voce stentorea ed esibizione di bal¬ 
danza muscolare sproporzionata e antitetica alla forza delle armi italiane, 
annuncerà l’entrata in guerra al fianco della Germania. Come si spiega il 
brusco passaggio dalla moderazione alla tracotanza? E fu un cambiamento 
reale, o la semplice esposizione di una faccia feroce di circostanza, intesa a 
nascondere l’ambiguità del regime e l’estrema debolezza delle sue armi? 
Carlo De Risio, che ha tentato di risolvere plausibilmente l’enigma del¬ 
l’intervento italiano nella seconda guerra mondiale, ricorre a due spiega¬ 
zioni opposte ma non incompatibili: Mussolini fu costretto a reagire al 
blocco navale che soffocava l’Italia e/o andò incontro alla richiesa di 
Churchill, che assegnava al governo italiano il compito di frenare i tede¬ 
schi al (prossimo) tavolo della pace. 

La prima e al momento più attendibile ipotesi fa risalite la causa dell en¬ 
trata in guerra all’intransigenza stoltamente provocatoria degli alleati in¬ 
glesi e francesi 8 . De Risio smentisce (implicitamente) l’ipotesi, forse ve¬ 
rosimile, ma finora non suffragata da documenti, sull’insistente appello 

7 Pierre Blet s.j., op. cit., pag. 52-53. 

8 Cfr.: Carlo De Risio, “La clessidra di Mussolini”. Edizioni del Settimo Sigillo, Roma, 2000. 


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rivolto da Churchill a Mussolini, per sollecitare l’intervento italiano in 
guerra 9 . L’ipotesi del carteggio segreto presuppone un interesse inglese 
alla soluzione pacifica: l’intervento italiano sarebbe stato richiesto perché 
si desiderava la partecipazione del duce (nella parte di moderatore) al ta¬ 
volo della pace inevitabile. 

De Risio, invece, sostiene che “ nei circoli alleati non erano pochi coloro i 
quali preferivano una Italia apertamente schierata a fianco della Germa¬ 
nia, L’Italia era già diventata il tenero basso ventre dell’Asse: gettarla tra 
le braccia di Hitler significava costringere il Terzo Reich a svenarsi per 
sostenere il debole alleato ” 10 . Forse si spiega così l’insistenza dell’Inghil¬ 
terra e della Francia nel mantenere un ingiusto blocco navale contro l’Italia: 
come una provocazione contraria agli interessi della pace e ai princìpi del 
diritto.Princìpi che gli alleati riconobbero (obliquamente e ipocritamente) 
nella clausola del trattato di pace del 1947, che imponeva all’Italia di rinun¬ 
ciare al risarcimento dei danni subiti a causa del blocco n . 

La seconda spiegazione riguarda la radicata sfiducia che Mussolini nutri¬ 
va nella buona fede dei tedeschi n . De Risio dimostra, senza lasciare om- 

9 Renzo De Felice però riteneva verosimile resistenza del carteggio Mussolini-Churchill, 
che, peraltro, è confermata dalla testimonianza autorevole (e attendibile, perché di parte 
non fascista) di Luigi Carissimi Priori. Il fatto che del documento non sia stata finora 
trovata traccia costringe a lasciare questo fondamentale problema senza soluzione. 

10 Carlo De Risio, “La clessidra di Mussolini”, op. cit., pag. 88. 

11 Secondo l’Ufficio storico della Marina italiana, dal 1 settembre del 1939 al 25 maggio 
del 1940 gli inglesi e i francesi procedettero al dirottamento di 1345 mercantili e navi di 
linea battenti bandiera italiana (fra le quali l’ammiraglia “Rex”), causando danni ingentis¬ 
simi all’economia nazionale. In seguito gli alleati decisero di esercitare il blocco anche 
sulle navi che trasportavano il carbone tedesco verso i porti della penisola. In data 2 marzo 
1940, Galeazzo Ciano annotava nel suo diario: “ Ricevo sir Noel Charles. Colgo l’occasio¬ 
ne per dirgli che il controllo sul carbone appartiene a quella categoria di decisioni che 
spingono l’Italia nelle braccia della Germania ”. Cfr.: Galeazzo Ciano, “Diario 1937-1943”, 
op. cit., pag. 401. Queste considerazioni, insieme con la memoria dell’ambasciatore Pierre 
Gerbore, confermano la veridicità del rapporto sulle conseguenze del blocco, redatto dal¬ 
l’ambasciatore Luca Petromarchi: Francia e Inghilterra intendevano mettere in ginocchio 
l’economia italiana. 

12 Un’importante testimonianza sull’avversione di Mussolini nei confronti dei tedeschi 
(“se gratti la superficie di un tedesco trovi un barbaro”) fu resa dal rabbino di Roma, Israel 


bra di dubbio, che Mussolini era terrorizzato, e non senza motivo, dal¬ 
l’eventualità, tutt’altro che remota, di un’invasione tedesca, ove l’Italia 
fosse rimasta neutrale. Renzo De Felice, peraltro, aveva già dimostrato 
che Mussolini riteneva che i tedeschi “ volessero, dopo la vittoria, assicu¬ 
rarsi la parte del leone nei Balcani e mettere saldamente piede nel Medi- 
terraneo e in Africa, riprendendo e realizzando su scala anche più vasta 
quelli che erano stati i programmi guglielmini in quest’area''’ 13 . Di qui 
una singolare concezione della guerra parallela e non convergente con 
quella dell’alleato tedesco: “Dove l’aggettivo parallela non va inteso come 
una ripresa della concezione della guerra nostra, che aveva sedotto tanti 
nel 1915-18, quanto nel senso di una guerra da condurre avendo sempre 
l ’occhio non solo alle operazioni militari contro il nemico, ma anche - e 
nei primi mesi, diremmo, soprattutto - all’alleato, alle sue varie mosse, ai 
suoi programmi e a come si sarebbero configurati i rapporti a guerra 
finita ” l4 . 

Nell’avversione ai tedeschi Mussolini, uomo peraltro aperto al mutamen¬ 
to, fu costante. Dei tedeschi il duce temeva la speciale inclinazione al 
tradimento. Su questo punto, l’opinione di Mussolini era eccessiva e sfio¬ 
rava il pregiudizio razzista. Nel 1934, quando la tensione fra Italia e Ger¬ 
mania era fortissima, Mussolini reagì duramente all’accenno di un gior¬ 
nale nazista all’infedeltà italiana: "Se vi è un tema che i germanici dovreb¬ 
bero lasciar cadere nell’oblio più profondo ”, scrisse nel “Popolo d’Italia” 
del 5 settembre 1934, “è esattamente questo; perché se vi è un popolo che 
abbia nella sua storia esempi clamorosi e sanguinosi di infedeltà ai patti 
giurati, di tradimento agli amici, di cinismo nel giustificare dottrinalmente 

Zoller, che, pur non condividendo il giudizio sommario (protestai difendendo i tedeschi 
coraggiosi che proteggevano ebrei in pericolo di vita) lo considerò manifestazione dei 
sentimenti umani di Mussolini”. Cfr. Judith Cabaud, “Il rabbino che si arrese a Cristo , Ed. 
San Paolo, Cinisello Balsamo, 2002, pag. 62 e seg.. La Caubad sottolinea il fatto che 
“Mussolini rifiutò sistematicamente di consegnare ai tedeschi gli ebrei internati nei campi 
di concentramento dell’Italia Meridionale”. 

'3 Cfr.: Renzo De Felice, “Mussolini l’alleato I L’Italia in guerra 1940-1943 Dalla guerra 
breve alla guerra lunga”, Einaudi, Torino, 1990, pag. 110. 

14 Ibidem. 


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questi eventi, è precisamente il popolo tedesco. Abbiamo su tutto ciò una 
documentazione aggiornata e impressionante, tolta dall'antica e recente 
letteratura germanica 

Nei confronti di Hitler, Mussolini era sferzante e impietoso: “è matto ”, 
diceva rivolgendosi in via riservata anche a giornalisti noti per la mancan¬ 
za di riservatezza, “è un Pulcinella ", “è un degenerato sessuale ”, “è lo¬ 
gorroico". Queste battute, di recente riprese dagli autori di “Pink swa- 
stika”, facevano il giro del mondo 15 . 

Filippo Anfuso, per rappresentare la misura del disprezzo che il duce osten¬ 
tava nei confronti del fiihrer, raccontò che a Monaco, avendogli Hitler 
confidato di essere pagano, “ Mussolini lo scrutò: «Pagano? Come?» egli 
chiese. Hitler si lasciò andare a una sua storia da enciclopedia popolare 
sul paganesimo, e Mussolini tentò di spiegargli che non si può essere 
pagani. ...La cosa finì lì, ma Mussolini pensò all’accaduto per un pezzo 
e, di tanto in tanto, diceva: «È pagano! E dice a me che è pagano! Ma 
come si fa ad essere pagani »” l6 . 

Ora Mussolini, che stava fortificando il Brennero in funzione antitedesca l7 , 
sapeva che lo stato maggiore di Hitler aveva elaborato un piano (eloquente¬ 
mente intitolato ad Alarico) di aggressione dell’Italia dal Sud della Francia. 
Questi timori erano confermati e aggravati dal fulmineo e non previsto 

15 Giuseppe Bottai, influenzato da Mussolini coniava giudizi taglienti sul fiihrer: “ Oratore 
prolisso, monotono, senza scatti. Non statista ma piuttosto un predicatore, un messia, un 
moralista ”. Cfr. Giuseppe Bottai, “Diari 1944-1948”, op. cit., pag. 634. 

16 La testimonianza dell’ambasciatore Anfuso è citata da Fabio Andriola, cfr. “Mussolini 
segreto nemico di Hitler”, Piemme, Casale Monferrato, 1997, pag. 205. 

17 Su questo argomento cfr.: Guido Mussolini e Filippo Giannini, “Benito Mussolini L’uo¬ 
mo della pace”. Greco & Greco, Milano, 1997, pag. 110-111: “ Nell'autunno del 1938, 
Mussolini dette ordine di passare alla fase esecutiva del progetto di fortificazione del 
confine con la Germania. Questi lavori furono concepiti e posti in esecuzione sotto la 
direzione del generale Arturo Monti, e superarono per larghezza di mezzi e di materiali, 
qualsiasi progetto simile. Per espresso ordine di Mussolini le opere dovevano essere com¬ 
pletate entro il maggio del 1940. Questa linea difensiva venne battezzata dal Duce Vallo 
Alpino Littorio ”. Ancora nel 1940 Mussolini assegnò la priorità ai lavori di fortificazione 
verso Nord, come si evince dalla ripartizione degli stanziamenti: un miliardo per il Vallo 
Alpino Littorio, 600 milioni per la fortificazione della frontiera occidentale. Cfr.: Carlo De 
Risio, “La clessidra di Mussolini”, op. cit., pag. 59. 


cedimento della linea Maginot 18 , e dallo sfacelo fulmineo dell’esercito 
francese. Mussolini fu traumatizzato dalla rapidità dell’avanzata tedesca e 
dal suo basso costo in uomini e mezzi. 

Secondo l’ottimistica previsione-speranza di Mussolini, avvalorata dalle 
millanterie di Gamelin l’esercito francese doveva sbaragliare il non ama¬ 
to alleato tedesco, ripetendo il miracolo della Marna. Invece i tedeschi, sfon¬ 
data la Maginot, puntavano su Parigi, senza incontrare seri ostacoli. 

Non trascurabile fu poi l’influsso che il rapido mutamento dell’opinione 
pubblica italiana esercitò nella decisione di Mussolini. Gli italiani, casa 
reale, classe dirigente e popolo, passarono, infatti, dalla sorda ostilità del 
settembre del 1939 verso l’aggressore della Polonia all’ammirazione per 
l’esercito vittorioso in Francia 20 . 

Nell’oscura e fatale scena del giugno 1940, Mussolini credette che l’unica 
via praticabile per l’Italia fosse l’intervento in guerra - una guerra preven¬ 
tiva al fianco dei temuti tedeschi, vincitori apparenti. 

Vincere con Hitler per sventare la temuta invasione tedesca. E per sedere 
al tavolo della pace, con il programma di porre un freno all’arroganza 
tedesca 21 . 

18 Mussolini era fermamente convinto (e con lui la maggioranza degli osservatori neutrali), 
che i francesi avrebbero respinto l’eventuale attacco dei tedeschi. Anche dopo lo sfonda¬ 
mento della Maginot riteneva (e si augurava) che i francesi fossero in grado di contrattac¬ 
care e, al proposito, confidava ai suoi collaboratori di sperare nell’esito di una seconda 
battaglia della Marna. 

Galeazzo Ciano, nel diario in data 27 gennaio 1940 scriveva: “ Gamelin ha detto al gene¬ 
rale Visconti Prasca eh ’egli sarebbe pronto a regalare un miliardo ai tedeschi purché : gli 
facessero il piacere di prendere l’iniziativa dell’attacco [alla Maginot, contro la quale, 
secondo i fallaci calcoli del comandante francese l’impeto dei tedeschi sarebbe affondato 
in un mare di sangue]”. Anche Pietro Badoglio s’illudeva circa la consistenza delle difese 
francesi. Quando la Maginot fu travolta dai tedeschi, Badoglio, contro ogni evidenza, con¬ 
tinuò a dichiarare la sua fiducia nella resistenza francese. Al riguardo cfr.: Galeazzo Ciano, 
“Diario 1937-1943”, op. cit., pag. 441. 

20 Al riguardo cfr.: Galeazzo Ciano, “Diario 1937-1943”, op. cit., pag. 432. In data 1 giu¬ 
gno, poi. Ciano scriveva che ormai anche Vittorio Emanuele III era rassegnato all’idea di 
dichiarare la guerra. 

21 II disegno della situazione europea nei giorni dell’imprevedibile disfatta francese e 1 oscil¬ 
lante stato d’animo di Mussolini sono gli elementi che accreditano l’ipotesi di un interven¬ 
to di Churchill inteso a convincere Mussolini ad entrare in guerra con il ruolo di paciere. 


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Un calcolo strategico paradossale diede luogo ad una decisione timorosa, 
e perciò irriducibile all’ideologia interventista e allo spirito della guerra 
rivoluzionaria. 

Senza dubbio entrare in guerra, al fianco di un alleato infido e dimenticare 
la lucida previsione dell’intervento americano fu un errore fatale e imper¬ 
donabile. Ma l’errore fu dettato da una giustificato timore, non dalla bal¬ 
danza guerriera. 

L’Italia era stretta in una morsa, formata dall’alleato umbratile e infido e 
dalle democrazie europee, ostili anche se travolte dalla disfatta militare. 
La scelta migliore era la neutralità, implorata da Pio XII in una lettera 
paterna, degna di un’indelebile memoria. Ma la neutralità non era del tut¬ 
to esente da rischi e ad ogni modo comportava un costo molto alto: l’esclu¬ 
sione dell’Italia dal rango delle grandi potenze mondiali. Mussolini non 
volle pagare quel prezzo e tentò una soluzione disperata, usando ogni 
accorgimento possibile per limitare il rischio. 

Ad oggi non è dato sapere se la decisione di Mussolini fu una risposta alla 
sfida lanciata dagli anglofrancesi quando imposero il blocco navale o 
un’adesione alla richiesta di Churchill, che (sostengono alcuni storici) 
sollecitava l’intervento italiano. Certo è che la ragione cristiana e il senno 
del poi hanno dimostrato che Pio XII aveva ragione: con la guerra tutto è 
perduto. Per effetto della guerra l’Italia sarà ancora grande ma non più 
potenza militare. L’ultima guerra “risorgimentale” metterà fine a tutti i 
sogni del risorgimento. 


V 

ITALIA E GERMANIA 

GUERRE PARALLELE, IDEALI DIVERGENTI 


L’ideologia nazista nacque durante gli impetuosi vagabondaggi dell ani¬ 
ma tedesca attraverso i languori decadenti e le allucinazioni esoteriche. 
La vasta area culturale, che si riconoscerà nelle prediche uggiose e 
torrentizie di Hitler, faceva incetta di pensieri avventurosi, che coniugava¬ 
no i miti dell’esotismo con le congetture più spericolate della vulgata 
scientista. In un ampio e documentato saggio sulla psicoanalisi, Richard 
Noli, autorevole storico della scienza, dimostra, senza lasciare ombra di 
dubbio, che l’irrazionalismo e il neopaganesimo costituivano il codice 
genetico della Germania di “fede” ariana. Noli ha catalogato e descritto 
fedelmente il paesaggio irreale che, alla fine del XIX secolo, entra nei 
sogni e negli incubi delle culture germaniche, freudismo incluso. 

Tale paesaggio rappresentava e celebrava la miscela delle più azzardate 
suggestioni positiviste con le indiavolate fantasticherie dei romantici te¬ 
deschi e degli interpreti russi dell’induismo. In quel periodo, infatti, si 
diffuse la strabiliante idea - scientificamente dimostrata! - che nella ma¬ 
teria animata e inanimata, agisse una specie di memoria. Poiché s ipotizzava 
che la terra fosse originata da una scheggia del sole, acquistarono credito 
i deliri romantici ed esoterici, che istigavano a leggere i presunti messaggi 
di verità imbottigliati nei simboli solari delle religioni pagane, special- 
mente di quelle arionordiche. 

Cari Jung, ad esempio, non esitò ad abbandonare i dati dell’esperienza per 
dichiarare apertamente l’adesione alle più imbarazzanti mitologie, e per 
tradurle nell’assioma che orienta la farneticazione intorno all’inconscio 
collettivo: “ L’inconscio collettivo è il sedimento di tutta l esperienza del- 


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l’universo di ogni tempo ed è anche l’immagine dell’universo in corso di 
formazione da epoche infinite ” 

Singolare è anche la dottrina di Rudolf Steiner 1 2 , che classificava le razza 
umane in base a un criterio di tipo gnostico o cataro: l’avversione o l’at¬ 
trazione nei confronti della materia. Steiner, infatti, concepiva la storia 
come una continua decadenza, causata dall’addensarsi dei corpi astrali 
nei corpi umani in carne e ossa. In questa teoria della storia i primi ad 
apparire sarebbero stati gli ariani dell’India, popolo essenzialmente spiri¬ 
tuale. Agli spirituali “puri” seguono i persiani, che concepiscono la guerra 
tra materia e spirito. Quindi gli egiziani, i babilonesi e i caldei, che regre¬ 
dirono sulla via del materialismo. Ultima la sottorazza romana, che, se¬ 
condo Steiner, si spinse troppo lontano sulla via del materialismo. Il com¬ 
pito dei sapienti (che si sono sottoposti al rito d’iniziazione) consiste, dun¬ 
que, nell'invertire la direzione di marcia del genere umano, cioè nel con¬ 
durne una guerra contro la materia creata. 

Non è facile misurare il grado d’influenza di Steiner nel pensiero nazista e 
in quello neodestro. Ma è indiscutibile che l’odio metafisico contro la 
cultura romana era al centro della “riflessione” di Rosenberg, Krieck, 
Baumler e Heidegger. 

Ora la scena culturale tedesca, nella quale si prepara il nazismo, coincide 
con quella del salotto inglese, dove il III Reich troverà (e non per caso) 
autorevoli simpatizzanti e prodighi finanziatori. Le culture tedesca e in¬ 
glese sono ingombrate da paccottiglie ariane: lo Schopenhauer indomane 
della divulgazione wagneriana, l’Ellade misteriosa di Nietzsche, lo slan¬ 
cio vitale di Bergson spiegato alle suffragette, l’India immaginaria degli 
opuscoli zuccherosi, diffusi dalla società teosofica fondata da Elena Blawa- 
tskij, l’uomo primordiale (ariano) su cui elucubrava Rudolf Steiner. 

1 Su questo argomento cfr.: Richard Noli, “Jung II profeta ariano”, Mondadori, Milano, 

1999 e Ennio Innocenti, “Critica alla psicoanalisi”, Sacra Fratemitas Aurigarum in Urbe, 1991 ! 

2 “Rudolf Steiner, nato a Kraljevica (Croazia), nel 1861, morto a Domach (Basilea), nel 
1925, dopo la laurea in filosofia, ottenuta a Vienna nel 1891 con una tesi su Goethe, aderì 
alla società teofisica della visionaria indomane Elena Blawatskij, dalla quale si separò nel 

1913, per costituire la società antroposofica, organo di una torbida sapienza, fondata sulla 
combinazione della mitologia reincamazionistica con il naturalismo di Goethe”. 


Hitler è il prodotto di questa alluvione di tenebrose sciocchezze. La fede 
nell’astrologia e l’abbandono alla medicina alternativa, sono le più pic¬ 
cole perle dello sciocchezzaio. Dal wagnerismo, Hitler ricevette curiose 
suggestioni panteistiche e vegetariane, in bilico precario tra le metamor¬ 
fosi di Kundry e le efebiche imprese di Parsifal. Da Nietzsche l’avver¬ 
sione alla misericordia cristiana. Dalla società teosofica la convinzione 
ingenua dell’esistenza reale di un paradisiaco orizzonte perduto , dove si 
nascondeva il resto felice dell’umanità primordiale. Ariana, ovviamen¬ 
te. Dall’antroposofia steineriana, l’illusione di trovare, per mezzo di una 
scienza rigorosa, la via al paradiso ariano. 

Si può dunque affermare che l’ideologia nazista fu il componimento esplo¬ 
sivo delle melensaggini orientali e parascientifiche, che ebbero un largo 
mercato nella mentalità crepuscolare “ a cavai di secolo 
Ora è indubbio che quella cultura germanica esercitò una certa influenza 
nelle radici del fascismo movimento. La passione di D’Annunzio per Nietz¬ 
sche non è un caso isolato nella storia della cultura di destra. L esoterismo 
indiano di Evola, d’altra parte, non fu l’espressione sporadica di una per¬ 
sonale stravaganza, ma lo specchio del vasto ambiente delle mezze cul¬ 
ture” in cerca di emozioni in arrivo dai mercati dell’Oriente. 

Se non che il fascismo ebbe per teatro l’Italia cattolica, dove si respirava 
un’aria diversa da quella che tirava in Germania e in Gran Bretagna. Come 
ha dimostrato Georg Mosse, Mussolini, a differenza di Hitler, possedeva 
un’autentica cultura, e la cultura seria aveva vaccinato l’ambiente fascista 
più qualificato. 

Mosse ha inoltre dimostrato che il pensiero nazional-popolare ebbe, in Ger¬ 
mania, una dimensione razzistica che il fascismo italiano relegò in ristretti 
margini, ad esempio la redazione de “La difesa della razza’, una rivista 
diretta dal Telesio Interlandi 3 e alla quale collaborò, tra gli altri, Giovanni 

Nato nel 1894, morto nel 1965, giornalista e scrittore fu direttore, del quotidiano “Il 
Tevere” dal 1924 al 1943, del settimanale “Il Quadrivio” dal 1933 al 1941 (su quest’ul¬ 
timo scrissero, tra gli altri, Giovanni Gentile, Italo Balbo, Vitaliano Brancati, Francesco 
Jovine, Alberto Moravia, Giuseppe Pensabene) e de “La difesa della razza dal 1938 al 
1943. 


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Preziosi 4 ; quest’ultimo fu uomo tanto inviso a Mussolini quanto apprezza¬ 
to dai tedeschi (che, dopo l’8 settembre del 1943, lo usarono per contestare 
le scelte moderate di Mussolini e Gentile) 5 . 

Filosofi, saggisti e giuristi d’alto profilo, a cominciare dai continuatori 
di Gentile, Armando Carlini 6 e Michele Federico Sciacca, Carmelo Ot¬ 
taviano 7 , fino a Giorgio Del Vecchio 8 , Marino Gentile 9 , Salvatore Ric- 
cobono 10 , Pietro Mignosi, Antonio Messineo, Angelo Brucculieri, Car¬ 
lo Costamagna, Roberto Cantalupo, Balbino Giuliano, Domenico Giu- 


4 Giovanni Preziosi (1881,1945), giornalista, ex prete, fonda nel 1913 il mensile “La vita 
italiana”, come rassegna destinata agli italiani all’estero (la rivista, nel 1932, diverrà pub¬ 
blicazione mensile de “Il regime fascista”). 

Nel 1917 forma uno dei primi fasci; nel 1931 pubblica “I protocolli dei savi anziani di Sion”, 
che avrà numerose riedizioni; nel 1941 diventa ministro di stato; nel 1944 guida “L’Ispetto¬ 
rato della razza”; nei giorni della liberazione si suicida in compagnia della moglie. 

Tra i suoi libri: “Cooperativismo rosso, piovra dello stato”, “Giudaismo, bolscevismo, 
massoneria, plutocrazia”, “Come il giudaismo ha preparato la guerra”. 

5 Renzo De Felice nota che “attacchi violentissimi a Gentile furono mossi dopo l’8 set¬ 
tembre da Radio Monaco, auspice quasi certamente Giovanni Preziosi”. Cfr.: Renzo De 
Felice, “Mussolini l’alleato II 1943-1945”, Einaudi, Torino, 1997, pag. 114. 

6 Armando Carlini (1878, 1959), promosse l’evoluzione cattolica del pensiero fascista. 
Nel 1945 fu epurato e sospeso dall’insegnamento. Durante il decennio 1945-1955, insie¬ 
me con Michele Federico Sciacca e Augusto Guzzo, fu animatore del movimento 
spiritualista. Professò apertamente la fede cattolica, in un saggio (“Perché credo”) pubbli¬ 
cato dall’editrice Morcelliana di Brescia nel 1950. Durante la segreteria di Arturo Michelini 
collaborò a riviste dell’area missine, come “Azione” di Massimo Anderson. 

7 Carmelo Ottaviano (1906,1986), oppose la filosofia cattolica al neoidealismo. Nel 1936, 
per i tipi dell’editore Guida di Napoli, pubblicò “Critica dell’idealismo”. Nel secondo 
dopoguerra aderì al Msi e collaborò al “Picchio verde”, il battagliero giornale del deputato 
catanese Orazio Santagati. 

8 Giorgio Del Vecchio (1878, 1968), ebreo convertito al cattolicesimo, è stato il più 
grande filosofo del diritto del Novecento italiano. A causa delle leggi razziali del 1938 
fu allontanato dalla cattedra. Nel 1945 fu aggredito da facinorosi comunisti e costretto 
a lasciare 1 università. Il suo capolavoro è “Lo stato”, pubblicato dall’editrice romana 
Studium nel 1953. Negli anni cinquanta collaborò con il “Secolo d’Italia” di Franz 
Turchi. 

9 Su Marino Gentile cfr.: AA. VV., “Atti del convegno di studi Modernità della classicità 
La filosofia etico politica in Marino Gentile”, Forum, Udine, 1997. 

10 Su Salvatore Riccobono cfr.: Tommaso Romano, “L’influenza dell’ethos romano nella 
formazione morale cristiana”, Università di Siddon, Londra, 1997. 


liotti, Giovanni Papini, Piero Bargellini, Francesco Pellegrino n , Fran¬ 
cesco Orestano 12 , Santino Caramello, Nicola Petruzzellis, fecero argine 
alle correnti totalitarie e confutarono punto su punto le tesi filonaziste 
sostenute dagli esponenti dell’avanguardia rivoluzionaria e delle scuole 
iniziatiche 13 . 

Tra gli italiani e i tedeschi, la principale causa del contendere era il fonda¬ 
mento spirituale del nuovo ordine europeo. I nazisti detestavano la roma¬ 
nità e il diritto romano. “Noi esigiamo la sostituzione di un diritto comune 
tedesco al diritto romano che [sic!] ubbidisce ad una concezione mate¬ 
rialistica Così suona l’art. 19 del programma ufficiale del partito nazio¬ 
nalsocialista del 1920 14 . 

A giustificazione di tale esigenza concorrevano la mitologia nordica e il 
fraintendimento del giusnaturalismo romano. Contro l’evidenza, dimo¬ 
strata da Salvatore Riccobono, il commissario per la giustizia del Reich, 


11 Nella “Civiltà Cattolica”, 1940, voi. II, quaderno 2155, Francesco Pellegrino pubbli¬ 
cò un articolo (“L’Enciclica Summi Pontificatus e le sue ripercussioni nella stampa mon¬ 
diale”) in cui riconosceva l’esistenza di una pagina dell’Enciclica “ che onora altamente 
l’Italia così come è oggi". Il testo di Pio XII, infatti, conteneva una speciale lode per “/a 
diletta Italia, fecondo giardino della fede piantata dal Principe degli Apostoli, la quale, 
mercé la provvidenziale opera dei Patti Lateranensi, occupa un posto d'onore nel rango 
degli stati.... DÌi quei Patti ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unio¬ 
ne di animi dinanzi ai sacri altari e nel consorzio civile, la pace di Cristo restituita 
all’Italia". 

' 2 Nato ad Aia (Palermo) nel 1873, morto a Roma nel 1945, Orestano ebbe fama meritata 
quando pubblicò (nel 1925) “Nuovi princìpi”, opera fortemente polemica contro l’indiriz¬ 
zo attualista prevalente nelle università italiane. Anticipando l’analisi delnociana, Orestano 
previde il fallimentare esito solipsistico dell’attualismo. 

Al proposito di esoterismo, è indicativo l’apprezzamento che l’opera di Evola ottenne 
sia nella Germania nazista che nei circoli germanofili, che in Italia includevano anche 
alcuni esponenti dell’antifascismo. Gennaro Cesaro, nel “Roma” del 26 febbraio 1998, ha 
ricordato che Evola ebbe da Benedetto Croce il sostegno che gli fu rifiutato dall’apparato 
culturale del regime. Alcune opere iniziatiche di Evola, infatti, furono pubblicate dall’edi¬ 
tore Laterza grazie all’intervento personale di Croce. 

11 Al riguardo cfr.: Mario Bendiscioli, “Germania religiosa nel III Reich”, Morcelliana, 
Brescia, 1997. La prima edizione dell’opera di Bendiscioli è del 1936. 




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Frank, negava che il corpus giustinianeo fosse il frutto maturo della giuri¬ 
sprudenza romana. Di conseguenza sosteneva che “ La lotta da noi pro¬ 
clamata non è rivolta contro il diritto dell’antico stato romano, ma contro 
quella falsificazione del diritto che sotto la forma romanico-bizantina 
abbiamo accolto alcuni secoli fa” l5 . 

In definitiva: mentre gli italiani rivendicavano la tradizione latina, i tede¬ 
schi, attraverso le lenti deformanti dell’esoterismo, si rifacevano ad una 
(presunta) origine ario-nordica del diritto. 

In quest’aspra contesa si colloca la feroce recensione del “Mito del XX 
secolo , frutto di una verbosa allucinazione antiromana e anticattolica, 
messa fuori dal filosofo ufficiale del nazismo, Arthur Rosenberg. La 
stroncatura apparve in “Gerarchia”, nel luglio del 1932. con qualche anno 
d’anticipo sulla condanna pubblicata nell’Osservatore romano. 

In questo clima fortemente polemico, perfino Julius Evola ritenne opportu¬ 
no prendere posizione contro la zoologia razzista, e dichiarò di condividere 
l’idea di un vescovo tedesco secondo il quale "non valeva la pena di salvar¬ 
si dalla barbarie bolscevica per finire in una barbarie germanica ” lf \ Que¬ 
sto accadeva in una fase storica, nella quale la filosofia rosenberghiana era 
apprezzata dalle massonerie e dagli alti salotti della cultura anglofrancese. 
Anche la questione del diritto romano fu posta con inflessibile rigore da 
parte degli italiani. Nel 1936, su “Gerarchia”, un insigne giurista, Giulio 
Battaglini, denunciò le nuove norme del diritto introdotte dai nazisti, mo¬ 
strandone il carattere strutturalmente eversivo: “ L’analogia in penale su¬ 
scita per noi una opposizione in linea di principio, giacché ha il grave 
inconveniente di non garantire - in una materia così delicata come quella 
penale - la certezza del diritto ” l7 . 

I nazionalsocialisti avevano dedotto la loro ideologia dall’irrazionalismo 
romantico e dall’immoralismo iniziatico, linee di pensiero, che, su un ver- 


15 Id„ id., pag. 227. 

16 Cfr.: Julius Evola, “Nazionalismo Germanesimo Nazismo”, I Dioscuri, Genova 1989 
pag. 204. 

17 Cfr.: “Gerarchia”, a. 1936, pag. 631. 


sante, esasperavano l’avversione di Lutero alla filosofia scolastica, sull’al¬ 
tro continuavano l’irenismo etico di Spinoza e Nietzsche. L’ovvia figura di 
questa febee composizione era un’Europa antiromana e antitahana, e perciò 
affondata nelle profondità del paganesimo germanico, ecologico e hbertino. 

I fascisti italiani, al contrario, ambivano alla costruzione di un’Europa 
delle patrie, posta sul fondamento storico della tradizione romana e cat¬ 
tolica. Il piemontese Balbino Giuliano l8 , quando era ministro dell’edu¬ 
cazione nazionale, rivendicò orgogliosamente il valore indeclinabile della 
filosofia realista e l’universalità della tradizione latina, intesa come ba¬ 
luardo alla falsa mistica del volk: “ Le nazioni come le persone assumo¬ 
no naturalmente il carattere di un ’individualità più distinta proprio quan¬ 
do riescono a cogliere l’universale umano nella sua concreta e palpi¬ 
tante verità ed a significare nella loro opera di cultura una più viva 
luce ” 19 . 

La più importante opera di Giuliano, “Latinità e Germanesimo”, scritta 
in tempo di guerra, fu concepita quale risposta polemica contro il razzi¬ 
smo dei tedeschi, intesi a proclamare ed applicare princìpi morali 
aberranti, e a legiferare in pieno contrasto con la tradizione del diritto 
romano. 

In “Latinità e Germanesimo” è esposta una tesi analoga a quella di Henri 
Massis, il pensatore dell’Action fran 9 aise, che, nella sua opera più signifi¬ 
cativa, “Défense de l’Occident”, aveva denunciato il pericolo dell’irrazio- 
nalismo pseudoreligioso che, dall’Asia stava riversandosi in Europa, per 

18 Balbino Giuliano, Fossano 1879, Roma 1958, tenne la cattedra di filosofia teoretica 
nell’Università di Roma, dove si distinse per l’intransigente ostilità all’idealismo tedesco, 
dichiarata in saggi come “Il torto di Hegel”, “Immanenza e trascendenza nel sistema di 
Hegel”. 

19 Balbino Giuliano, “Elementi di cultura fascista”, 2a edizione, Zanichelli, Bologna, 
1933, pag. 13. Contro il pensiero statolatria), Giuliano sostiene che dalla famiglia e dai 
corpi sociali intermedi trae forma lo stato, che non è dunque la forma sostanziale della 
società, ma il contrario, la sua emanazione. Infatti la collettività “ animata da un intima 
affinità di spirito e da una fondamentale comunanza d’interessi ... allora sente la neces¬ 
sità di darsi una comune legislazione, allora accetta un vincolo più forte e più alto di 
ogni interesse particolare ... così nasce lo stato ”, “Elementi di cultura fascista , op. cit., 
pag. 187. 


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il tramite della filosofia di Rosenberg. Massis prevedeva che, a seguito 
dell’alluvione teosofica, la Germania, “dont l’ésprit perpétuellement bé¬ 
stie entre la mystique asiatique et la latinité, et qui semble constituée en 
état de protestation permanente contre l’idée romaine ...se mit à prophéti- 
ser, en de sombres apocalypses, la baqnuerot definitive d’un monde dont 
la màtrise lui avait échappé” 20 . 

Da parte sua, Giuliano dichiarava che tra Germania e Italia «c’è una diffe¬ 
renza così netta come non c’è tra altre nazioni», e senza paura di irritare il 
potente e collerico alleato, dichiarava che l’ideologia nazista discendeva 
dalle fonti inquinate del naturalismo neopagano e segnatamente dall’ide¬ 
alismo (anticristico e apertamente massonico) di Fichte 21 . 

Attestato sulla linea di Giuliano, Francesco Ofestano dichiarò, nella rivi¬ 
sta personale di Mussolini (“Gerarchia”), il superamento dell’ideologia 
nazionalistica, triste eredità del risorgimento massonico: “È venuto oggi il 
momento di riconoscere con franchezza, che i nazionalismi accesi del 
secolo XIX e ancora determinanti sino alla grande guerra 1914-18, ... 
interruppero e ostacolarono più vasti processi associativi in Europa e 
colla moltiplicazione delle frontiere spezzarono e disarticolarono alcuni 
grandi complessi in corso di unificazione ” 22 . 

Filosofo realista, uscito dalle ambiguità dello spiritualismo idealista, e 
diventato stretto collaboratore di Mussolini, Orestano intervenne più vol¬ 
te nella polemica contro la cultura nazista. Editore e commentatore del¬ 


l’edizione nazionale delle opere di Antonio Rosmini 2 \ che interpretava 
in modo ortodosso, discostandosi da Giovanni Gentile, Orestano era con¬ 
sapevole dell’indirizzo anticattolico dalla filosofia tedesca, la metafisica 
alemanna, alla quale il grande roveretano aveva dedicato le sue pagine 
critiche più taglienti, (anticipando di oltre un secolo le conclusioni di 
Massis). 

Nella presentazione dell’opera rosminiana egli, infatti, scriveva che, se 
tutto il movimento filosofico del seicento e del settecento s’era svolto 
contro il dogma cattolico, gli attacchi più devastanti provenivano dalla 
Germania, “ dalla grande sintesi razionalista di Leibniz-Wolff al critici¬ 
smo kantiano, già pericoloso in sé per la sua demolizione dell ontolo¬ 
gia tradizionale, ma più pericoloso ancora nel soggettivismo assoluto o 
nell’assoluto immanentismo degli epigoni ” 24 . Secondo Orestano, 1 oriz¬ 
zonte nel quale doveva costituirsi la solidarietà fra le nazioni, non era il 
diritto del più forte, che i nazisti deducevano dalla mitologia intorno alla 
violenza levatrice della storia, ma la Carità di Cristo: “7/ cristianesimo 
ha introdotto con la Rivelazione l’amore umano universale come co- 
mandamento divino. E l’amore cristiano è divenuto il fattore di massi¬ 
ma pensabile e possibile coesione fra gli uomini in quanto tali.... Se c è 
chi ripudia oggi l’amore cristiano, padronissimo; poi dovrà reimparare 
ad amare cristianamente ,... poi dovrà ricominciare la durissima fatico¬ 
sa salita ” 25 . 


20 Cfr.: Henri Massis, “Défense de l’Occident”, Plon, Paris, 1927, pag. 20. La fonte asiati¬ 
ca, che ispirava il nichilismo tedesco era già evidente a Massis. Decisiva ai fine della 
chiarezza sulle cause dell’insorgenza della moda esotica (taoista, shivaita, tantrica) è la 
notizia della partecipazione di Martin Buber al movimento per l’asiatizzazione della teolo¬ 
gia veterotestamentaria (cfr. Henri Massis, op. cit., pag. 272). La linea di Martin Buber, 
sarà seguita fedelmente da Simone Weil, e (curiosa sintonia) da Otto Rahn, addetto agli 
studi catari delle S.S. Oggi in questa linea s’incontra la scolastica adelphiana (Zolla, Calasso, 
Cacciali, Galimberti). Sull’argomento cfr. anche: Georges Moenius, “Le Germanisme contre 
la Romanité”, in “Revue Universelle”, t. XXVII n. 6, giugno 1929; Romano Guardini, 
“Natura Cultura Cristianesimo”, Morcelliana, Brescia, 1988. 

21 “Balbino Giuliano, “Latinità e germanesimo”, Zanichelli, Bologna, 1941, psg. 8 e 114. 

22 Balbino Giuliano, “Del nuovo ordine europeo”, in “Gerarchia”, aprile 1942. 


Antonio Rosmini Serbati. Filosofo, teologo, fondatore dell’Istituto della Canta. Nato a 
>vereto nel 1797, morto a Stresa nel 1855. Influenzato dalla filosofia di Vico, Rosmim ha 
starnato i princìpi della politica cristiana ed indicato ai cattolici le vie da percorrere per 
re un significato alla storia moderna. Senza il sussidio della sua opera e impossibile 
dere gli inganni che compongono la piramidale filosofia di Hegel. Rosmini, infatti, ha 
mpestivamente dimostrato che il nichilismo moderno è visibile nel paradossale movi- 
ento dell’irrealismo: “// nulla onde Hegel fa uscire tutte le cose dell universo e nel quale 

fa poscia rientrare". . , • 

Cfr • Francesco Orestano, “Introduzione all’edizione nazionale delle opere di Antonio 
osmìni” “Il Nuovo saggio”, Roma, 1937, pag. XVII. Del comitato per 1 edizione nazio¬ 
ne dell’opera omnia rosminiana facevano parte Armando Carlini, Carmelo Ottaviano, 
iorgio Del Vecchio, Giuseppe Capograssi, Carlo Boyer. 

Franrpsrn Orestano. “Del nuovo ordine europeo”, op. cit. 


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Anche Giovanni Gentile era sceso in campo per difendere le ragioni del¬ 
l’universalità contro il razzismo. Nel 1942 auspicava, infatti, che dalla 
guerra uscisse un’umanità “che senza disperdere i tesori delle sue più 
grandi tradizioni spezzi le catene che ne impedivano o minacciavano il 
progresso. E riconoscerà il vantaggio della mutua intelligenza e della 
collaborazione fraterna delle razze diverse, nessuna delle quali è nata 
per servire, e tutte hanno diritto ...a recare allumano comune lavoro il 
libero contributo della loro operosità ” 26 . 

Nel 1943, sempre nelle pagine di “Gerarchia”, Orestano svilupperà gli 
argomenti contro il razzismo, affermando risolutamente d’escludere dal 
panorama spirituale della nuova Europa l’umbratile filosofia tedesca 27 . 

L influenza di Rosmini su Orestano appare evidente: fu il roveretano che 
per primo indicò la via italiana alla restaurazione dell’Europa: “ Conviene 
che l’ingegno italiano fidente in se stesso osi tentare altre vie: conviene 
che abbia l audacia d’inventare, e quella di eseguire, ed egli sarà maestro 
e benefattore dei popoli: egli può esser destinato a sanar le nazioni ” 28 . 

Si può affermare con certezza che la continuità del risorgimento nella 
cultura che prevaleva nel fascismo-regime, fu in larga parte rettificata dal¬ 
la continuità con la filosofia di Rosmini, usata per contrastare il neopaga¬ 
nesimo diluviarne nella filosofia tedesca. 

De Felice non attribuisce un alto significato agii scritti di Orestano, e tut¬ 
tavia ricorda che essi suscitarono grande irritazione in Germania. Al ri¬ 
guardo egli cita le roventi parole di Goebbels, il quale contestava dura¬ 
mente il progetto mussoliniano inteso ad assumere la guida spirituale del¬ 
l’Europa, e annunciava la prossima resa dei conti con i cattolici 29 . 


26 Giovanni Gentile, “Il Giappone guerriero”, in “Civiltà”, 21 gennaio 1942. 

1943 anCeSC ° ° reStan °’ La Vita reli § iosa deI,a nuova Europa”, in “Gerarchia”, gennaio 

28 Antonio Rosmini, “Costituzione secondo la giustizia sociale”, citato da Siro Mazza in 
“Promemoria per la costituzione di una nuova forza politica”, Certamen, Alessandria, 1997. 

29 Renzo De Felice, “Mussolini L’alleato 11940-1943” Einaudi, Torino, 1990, pag. 780-781. 
Goebbels era tributario delle idee di Houston Stewart Chamberlain (Portsmouth, 1855, 
Bayreuth, 1927) un iniziato inglese che aveva aderito ai circoli wagneriani per introdurvi i 


È singolare che i pregiudizi contro la cultura del ventennio, abbiano trova¬ 
to un terreno d’elezione nella deteriore scolastica postmoderna, affumica¬ 
ta dai miti del nazismo. Tuttavia l’idea di un rapporto tra la soluzione 
cattolica del problema fascista e la demistificazione delle diffuse metastasi 
del nazismo si fa strada negli ambienti culturali, che presagiscono la pros¬ 
simità di una nuova slavina tedesca da sinistra. 


princìpi del razzismo. La filosofia di Chamberlain, assumendo come presupposto il prima¬ 
to dell’energia istintiva sulla ragione, si traduceva in una speciale classificazione delle 
civiltà, che - ovviamente - privilegiava la creatività germanica e svalutava la civilizzazio¬ 
ne romana e cristiana. 


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71 










VI 

MUSSOLINI E PAVOLINI 

IL SENSO DELLO STATO E LA PASSIONE IDEOLOGICA 


Le mai sopite tensioni tra il realismo di Mussolini e l’ideologia del movi¬ 
mento fascista, si traducono in aperta contesa durante i giorni che vanno 
dal 25 luglio all’8 settembre del 1943, quando si fa chiaro che la guerra 
rivoluzionaria al fianco della Germania non ha più senso, ammesso che ne 
abbia mai avuto. 

Le contraddizioni nascoste e ovattate da un ventennio di dosati equilibri, 
esplodono per effetto dell’evoluzione sfavorevole degli eventi bellici. Nelle 
convulse settimane che separano la seduta del Gran Consiglio dalla firma 
dell’armistizio di Cassibile, l’ideologia fascista diventa utopia irragione¬ 
vole ed estrema, mentre gli uomini del regime si dedicano al disperato 
tentativo di limitare le conseguenze della catastrofe. 

La vastità del mutamento che si manifesta in quei giorni si deduce dall’at¬ 
teggiamento realista di Giovanni Gentile (che si dichiarò disposto alla 
collaborazione con il governo Badoglio) e dall’assoluta mancanza di se¬ 
gnali di ribellione da parte dei reparti militarizzati delle camicie nere. La 
potente divisione corazzata “Littorio”, che, al comando del generale della 
milizia Enzo Galbiati, era acquartierata a poca distanza dalla periferia di 
Roma, non diede alcun segno d’insofferenza nei confronti di Badoglio '. 
Nessuno insorse, nessuno rivendicò i princìpi dell’ideologia fascista . Di¬ 
venne allora evidente che il regime aveva soffocato la passione rivoluzio¬ 
naria del movimento e l’aveva sostituita con un fervore patriottico di se- 

1 Per non aver comandato l’insurrezione contro i “venticinqueluglisti”, Galbiati fu tenuto 
in grande sospetto dai fascisti della Pfr e dai neofascisti del Msi. 


gno religioso o, come allora si usava dire, borghese. Ora l’insensibilità 
rivoluzionaria, dimostrata dagli uomini del regime, rese di pubblico do¬ 
minio la profonda divergenza del regime italiano da quello tedesco, domi¬ 
nato dall’ideologia del partito, comunità universale 2 , e da una fedeltà cie¬ 
ca, pronta ad affrontare gli orrori della guerra totale. 

La disponibilità a collaborare con il governo Badoglio, dichiarata, in nome 
della disciplina patriottica, da Giovanni Gentile e dalla maggioranza dei 
fascisti 3 , palesava, infatti, che tra i seguaci di Mussolini era diffusa la 
convinzione della necessità di anteporre il bene della patria a quello della 
rivoluzione, e, sopra tutto, che l’alleanza con la Germania era una scelta 
contingente, non un destino al quale non ci si poteva sottrarre. 

Il comportamento irresponsabile e rovinoso di Badoglio, i fini non certo 
patriottici perseguiti dalla dinastia sabauda, non intaccano il valore mora¬ 
le, che, in quel momento, ebbe la decisione dei fascisti moderati di sotto¬ 
mettersi lealmente al governo nazionale. Si può dunque sostenere, senza 
timore di smentita, che l’idea di una destra moderata, la destra che, nel 
dopoguerra, sarà interpretata da Arturo Michelini, Carlo Costamagna, 
Ernesto De Marzio, Vanni Teodorani, e negli anni Ottanta e Novanta da 
Giuseppe Tatarella, ha la sua lontana origine nell’orientamento che, du¬ 
rante quei giorni drammatici, prevaleva nei fascisti, con la condivisione 
(esplicita) di Gentile e (implicita) di Mussolini 4 . 

La propaganda comunista, che ha manipolato gli storiografi italiani fino a 
De Felice, nasconde, infatti, una verità indubitabile: dopo il 25 luglio 
Mussolini pensava che la sua vicenda politica fosse definitivamente con¬ 
clusa. 

È probabile che, anche prima del 25 luglio. Mussolini, considerato che 
non aveva alcun senso continuare la guerra già perduta, pensasse di mette- 

2 L’espressione “comunità universale” fu coniata da Cari Schmitt, cfr.: “Scritti politici e 
giuridici 1933-1942”, Bacco & Arianna, Perugia, 1983, pag. 56. 

3 In un rapporto alle S.S., Kappler sosteneva che lo stesso Pavolini, prima di rifugiarsi in 
Germania, aveva offerto la sua collaborazione a Badoglio. 

4 È interessante notare che la principale accusa che l’opposizione interna rivolgeva a 
Michelini riguardava la sua (presunta) intenzione di riabilitare i “venticinqueluglisti”. 


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re fine all alleanza con la Germania. Hitler, che in prossimità di indizi di 
“tradimento” ha sempre dimostrato di possedere un istinto infallibile, lo 
sospettava da tempo 5 . 

Certo è che, dopo l’8 settembre, Mussolini si dichiarò convinto della scon¬ 
fitta italiana, della fine dell’Asse e del tramonto dell’ideologia fascista. 
Lo confessò, senza difficoltà, alla fine di agosto, in una lettera indirizzata 
dalla prigionia alla sorella Edvige. Oltre le ragioni della leggenda nera, 
non si conoscono elementi atti a convincere che non si deve prestare fede 
alle sue espressioni rassegnate: “ Per quanto mi riguarda io mi considero 
per tre quarti defunto. ...del passato non una parola. Anch 'esso è defun¬ 
to. Non rimpiango niente, non desidero niente. ... [desidero soltanto] an¬ 
dare alla Rocca e ivi aspettare tranquillamente la fine, che mi auguro 
sollecita, dei miei giorni ” 6 . 

La depressione di Mussolini non si attenuò il giorno in cui i paracadutisti 
del generale Student, discesi dalle cicogne, lo liberarono dall’albergo di 
Campo Imperatore dove era tenuto prigioniero. Al contrario: tutti i testi¬ 
moni della liberazione e degli avvenimenti che ne seguirono nel volgere 
di pochi giorni, concordano nell'affermare che Mussolini, estenuato e 
avvilito, non manifestò mai il desiderio di riprendere l’attività politica. De 
Felice insiste fin quasi alla noia sul fastidio e il disappunto manifestati dal 
duce al momento della liberazione e cita a conferma le testimonianze del 
vicebrigadiere Accetta, di Otto Skorzeny, di Eugen Dollmann e di donna 
Rachele. Il maresciallo dei carabinieri Osvaldo Antichi, che si trovava 
vicino a Mussolini quando gli alianti tedeschi apparvero nel cielo di Cam¬ 
po Imperatore, ricordò che “ Mussolini, assorto, pensieroso, guardava la 
scena dalla piccola finestra della sua camera. «Questo non ci voleva» 
aveva detto all’apparire degli alianti tedeschi ” 7 . 


^Cfr.: Renzo De Felice, “Mussolini l’alleato II La guerra civile 1943-1945”, op. cit., pag. 

Citato da Renzo De Felice, in “Mussolini l’alleato II La guerra civile 1943-1945” on 
cit., pag. 18-19. ’ v ' 

Renzo De Felice, “Mussolini l’alleato II La guerra civile 1943-1945”, op. cit., pag. 39. 


De Felice ricorda inoltre che, quando Skorzeny gli chiese dove voleva 
essere condotto, Mussolini indicò la Rocca delle Carminate. E aggiunge 
che “ quando seppe che Hitler lo attendeva in Germania ebbe un gesto di 
stizza ” 8 . 

Il ritratto di Mussolini fascista irriducibile dopo l’8 settembre, è una ridi¬ 
cola mistificazione della propaganda nazista, passata, senza alcun rite¬ 
gno, nella leggenda nera compilata dagli storiografi di scuola gramsciana. 
Dopo la pubblicazione della biografia defeliciana, fedeli alla leggenda 
rimangono solo i libri di Camera & Fabietti. 

Nella ricostruzione della riunione tenuta il 14 settembre dai fascisti rifu¬ 
giati in Germania, Arrigo Petacco sottolinea la delusione di Alessandro 
Pavolini davanti alla riluttanza di Mussolini a riassumere la guida di una 
rivoluzione che la sconfitta militare privava delle sue ragioni ultime 9 . 

I segnali chiaramente percepibili in quei giorni non confermano l’opinio¬ 
ne di Pino Romualdi 10 , secondo cui Mussolini credette a Hitler, che an¬ 
nunciava l’imminente impiego delle terribili armi segrete, che avrebbero 
deciso le sorti del conflitto a favore della Germania. 

Più attendibile sembra la testimonianza di Carlo Silvestri, al quale Mussolini 
confidò di aver tentato di sottrarsi all’incarico che Hitler voleva affidargli ad 

* Renzo De Felice, “Mussolini l’alleato II La guerra civile 1943-1945”, op. cit., pag. 43. 

9 Arrigo Petacco, “Il superfascista Vita e morte di Alessandro Pavolini”, Mondadori, Mila¬ 
no, 1999,pag. 134-135. 

10 “Nettuno Romualdi detto Pino (Predappio, 1913, Roma, 1988). Dopo aver partecipato 
alla guerra d’Etiopia, assume la direzione del “Popolo di Romagna”. Nel 1941 è in Grecia 
con le CCNN. Nei combattimenti ai quali prende parte ottiene diverse decorazioni. Dopo 
l’8 settembre aderisce alla Rsi ed assume la direzione della “Gazzetta di Parma”. Nell’ot¬ 
tobre del 1944 è nominato vicesegretario del Pfr. Condannato a morte dai tribunali speciali 
del Regno d’Italia entra nella clandestinità e vi rimane fino al marzo del 1948 quando è 
arrestato e incarcerato. Scontati tre anni di pena aderisce al Msi, ed assume la direzione del 
settimanale “Lotta politica”. Nel 1953 è eletto deputato. Salvo l’interruzione del 1968, 
farà parte del parlamento (prima della camera, in seguito del senato) fino al 1987. Al con¬ 
gresso di Viareggio è alleato con la corrente giovanile di Enzo Erra, insieme con il quale 
ottiene un lusinghiero successo. Nel 1959 insieme con Carla Del Ponte, Carlo Casalena, 
Alfredo Mantica e Daniele Gaudenzi fonda la rivista “L’Italiano”, per sostenere la linea 
occidentalista di Michelini. Nelle pagine dell’Italiano fece le prime esperienze di pubblici¬ 
sta Adriano Romualdi. Fra le sue opere “Dossier 25 luglio” e Fascismo repubblicano”. 


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ogni costo: “Scongiurai il Fiihrer di lasciarmi qualche giorno per riflettere, 
Ma egli soffocò la mia voce elevando il tono della sua: «Ho già riflettuto 
abbastanza. Voi dovete ridare valore all’alleanza fra i nostri due paesi...». 
Feci appello a tutte le mie risorse dialettiche per persuadere il Fiihrer a non 
insistere sulla pretesa di volermi capo dello stato e del nuovo governo. Or¬ 
mai avevo rinunciato a qualsiasi ambizione personale; inoltre non credevo 
ad una possibile resurrezione del fascismo" 11 . 

L’immagine di Mussolini torvo e imperterrito guerrafondaio, che i comu¬ 
nisti hanno impresso a caratteri indelebili, se è mai stata vera, non era più 
visibile nel settembre del 1943. Appariva invece la figura di un uomo du¬ 
ramente provato, che, varcata la soglia della vecchiaia, si era posto ad 
un’abissale distanza dallo spirito rivoluzionario del movimento. Emble¬ 
ma di questo rinnovamento interiore è la scelta della lettura: durante la 
prigionia, Mussolini, preferì la “Vita di Cristo” dell’abate Antonio Ricciotti 
all’opera omnia di Nietzsche, che, proprio in quei giorni, gli era stata do¬ 
nata da Hitler. 

Anche in questo caso l’intuito di Hitler, si avvicina alla verità. Nel diario 
di Goebbels, scritto dopo l’incontro di Mussolini con Hitler, si legge, in¬ 
fatti. La personalità del Duce non lo [Hitler] ha colpito così fortemente 
come nei loro precedenti incontri.... Il Duce non ha tratto dalla catastro¬ 
fe italiana le conclusioni morali che il Fiihrer si aspettava da lui. ...Il 
Fiihrer si aspettava che, per prima cosa, il Duce si preoccupasse di vendi¬ 
carsi ampiamente su chi l aveva tradito. Ma Mussolini non ha dato a 
vedere di voler far nulla di simile e con ciò ha dimostrato i suoi limiti oltre 
i quali non saprà mai andare. Non è un rivoluzionario come il Fiihrer e 
Stalin ” 12 . 

In anni recenti, Vittorio Mussolini ha rivelato ad Arrigo Petacco che, con 
ogni probabilità, il padre aveva affidato l’incarico di ricostituire il partito 
fascista ad Alessandro Pavolini “perché sapeva che era amico di Ciano" 13 . 


" Renzo De Fe lLe, “Mussolini l’alleato II La guerra civile 1943-1945”, op. cit., pag. 61 
Renzo De Felice - “Mussolini l’alleato II La guerra civile 1943-1945”, op. cit.’ pag. 58. 
Arrigo Petacco, “Il superfascista Vita e morte di Alessandro Pavolini”, op. cit., pag. 136. 


Evidentemente Mussolini, vuoi perché non conosceva l’estremismo cui era 
versato Pavolini, vuoi perché si illudeva di piegare l’inflessibilità nazista in 
materia di vendetta, sperava di ottenere clemenza per il genero tramite il se¬ 
gretario del partito fascista repubblicano. Questa notizia conferma piamen¬ 
te 1* intuizione di Hitler sull’ insensibibtà rivoluzionaria dell’ultimo Mussolini. 
Pavolini dimostrò una coerenza eroica, che costringe chiunque al rispetto 
della dignità del popolo italiano. Ma Pavobni fu anche intellettuale am¬ 
maliato dall’eroismo decadente IJ , scrittore e giornalista dallo stile scintil¬ 
lante; che applicava con rigida coerenza la logica babehca elaborata dal 
teorici della rivoluzione conservatrice (et... et... in luogo dell aut...aut... 
posto a fondamento della tradizione aristotelico-tomista); anticonformi¬ 
sta che confondeva, in un stretta ecumenica, fascismo, nazismo e comuni¬ 
Smo l5 ; estimatore dell’inquietante sinistra nazista (Ernst Rohm e le S.A.) , 
e in ultima analisi fedele incarnazione di quella irriducibilità movimenti- 
stica, che trovò un fertile terreno nella scena tragica costruita dall irre- 

sponsabile condotta di Badoglio. 

Il temperamento, lo stile e la tradizione familiare di Pavolini avrebbero 
escluso la determinazione e l’estremismo squadristi. Arrigo Petacco, pas¬ 
sando in rassegna i verbali del tumultuoso congresso di Verona, nota che 

... _ a- _,i„llz-, etili* Ha pq«p.rmfl 


no” Fa testo (ad esempio) la feroce stroncatura del romanzo di Alberto Moravia (Gl 
indifferenti”), opera nella quale altri recensori fascisti apprezzavano (e non senza moUvo) 
la descrizione spietata dello sfacelo della borghesia senza principi morali. 

queste righe lo schema del fascismo di sinistra, che sara teorizzato da Brasillach come 
sup^fascisUiVi^e morte di Alessandro Pavolini”, op. cit., pag. 57- 


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ostentato dai militanti del Pfr 17 . Ma i colori crepuscolari dell’ideologia 
che lo aveva rapito fin dalla giovinezza (le sue letture erano in prevalenza 
orientate al decadentismo eroico) lo avevano fatto preda facile delle sug¬ 
gestioni dello squadrismo obituario. Estraneo al furore estremistico che 
infuriava negli appartenenti alle varie bande (Koch, Carità, Bardi, Polla- 
strini) ls , Pavolini condivideva le mitologie romantiche intorno alla morte 
purificatrice e alla santa violenza. Nel crogiolo della guerra civile tale 
condivisione lo rendeva, purtroppo, indistinguibile dagli squadristi più 
violenti, che Mussolini definiva artefici di confusione, arbitrio e anarchia. 
Mussolini non fu mai posseduto dalla logica dell’et... et... e, ad ogni modo, 
dopo il 25 luglio, non apparteneva più al movimento. Accettò il compito di 
fondare uno stato fascista repubblicano e di continuale la guerra al fianco 
della Gei-mania non per convinzione e per desiderio di rivalsa ma perché 
ricattato da Hitler. De Felice riconosce senza difficoltà che Mussolini era 
sincero quando dichiarò a Maugeri che mai sarebbe ritornato al potere con 
l’appoggio dei tedeschi. Durante i colloqui del 14 e 15 settembre Hitler, 
dichiarò apertamente che, nel caso di un rifiuto, l’Italia avrebbe fatto la fine 
della Polonia. Il giudizio di De Felice non ha segni d’incertezza: “ Mussolini 
riassunse il potere perché solo a questa condizione Hitler non avrebbe fatto 
dell Italia da lui occupata una sorta di Polonia e perché sperava di potere 
con la sua presenza rendere meno pesante il regime d’occupazione ” . 

Nella decisione di Mussolini non influirono minimamente il problema della 
fedeltà alla Germania e il (presunto) ideale comune. Tanto è vero che 
Mussolini scriveva: “Se Hitler e la Germania vincessero la guerra, Mussolini 
e l’Italia l’avrebbero ugualmente perduta. Per noi non c’è più scampo. Di 
là siamo nemici che si sono arresi senza condizioni, di qua siamo dei tradi¬ 
tori ” 19 . 


Arrigo Petacco, Il superfascista Vita e morte di Alessandro Pavolini”, op. cit., pag. 153. 
E doveroso rammentare che Pavolini condivise e appoggiò il provvedimento del gover¬ 
no di Salò che decise la carcerazione di Bardi e Pollastrini insieme con quaranta altri rei di 
violenze e soprusi. 

19 Citato da Renzo De Felice, “Mussolini l’alleato II La guerra civile 1943-1945” op cit 
pag. 65. ’ ” 


In effetti Mussolini aveva scarsi margini per manovrare. Petacco sostiene 
addirittura, forse esagerando, che i poteri della repubblica erano tutti nelle 
mani di Pavolini, che, non per niente, aveva ottenuto la piena fiducia dei 
tedeschi 20 . Il fatto è che Pavolini, a differenza di Mussolini, credeva anco¬ 
ra nelle idee del fascismo-movimento e nell’alleanza con la Germania. 
Tra le due personalità che dominarono la scena tragica della Rsi, si collo¬ 
ca lo spartiacque che, dopo il 25 luglio, separa quel che resta del fascismo 
regime (il tentativo di evitare la polonizzazione dell'Italia centrosetten¬ 
trionale) dall’oltranzismo dei movimentisti. 

Pavolini rappresenta, con tragica e inutile nobiltà, la figura del movimenti¬ 
smo, della destra estrema, della destra provinciale e ondivaga ma pronta ad 
obbedire ai segnali della Germania umbratile e della Francia decadente. 

La mappa degli opposti stati d’animo che si schierarono all’interno del 
fascismo repubblicano è disegnata anche da Enrico Landolfi, l’autorevole 
storico socialista e tricolore, che ha esaminato con acribia la sterminata 
produzione memorialistica pubblicata dai protagonisti della Rsi. Nel rie¬ 
vocare la rappresaglia compiuta a Ferrara nel novembre del 1943, per 
ordine di Pavolini, Landolfi scrive ad esempio: “[avuta notizia dell’ucci¬ 
sione del federale fascista di Ferrara, Igino Ghisellini] Pavolini ordina 
una spedizione punitiva nella città estense, dalle carceri della quale fa 
prelevare un certo numero di veri o presunti antifascisti e li fa assassinare 
barbaramente come mandanti morali. Ciò nonostante l’attiva e disperata 
opposizione del prefetto Berti, che per questo comportamento è accusato 
di tiepidezza e rischia di finire al muro. ... Venuto a conoscenza dell’infa¬ 
me episodio il Duce schiuma di rabbia e di indignazione. Approva piena¬ 
mente la condotta del prefetto, gli garantisce che giustizia sarà fatta e 
assicura di aver dato in proposito ordini precisi onde punire quello che 
definisce un crimine bestiale ” 21 . 

20 Arrigo Petacco, “Il superfascista Vita e morte di Alessandro Pavolini”, op. cit., pag. 139. 

Enrico Landolfi, “Un certo Mussolini Benito borgomastro di Gargano”, Edizioni 
dell’Oleandro, Roma, 1999, pag. 249-250. 


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Dal canto suo Emilio Gentile ha dimostrato che il maggior numero delle 
adesioni alla Rsi era motivata dall’amor di patria, non dalla volontà di appli¬ 
care i canoni dell’ideologia fascista 22 . Purtroppo la sconfitta militare aveva 
esasperato lo spirito bellicoso dei movimentisti. La caduta del fascismo- 
regime non segnò la fine ma la violenta ripresa del movimentismo, che, 
guidato da un’effervescenza utopistica, si diresse alle fonti irrazionali del 
decisionismo e, lungo la strada trovò, quasi per fatalità, il romanticismo 
tedesco. L’incontro con l’ideologia nazista a quel punto era inevitabile. 


II Parte 

IL CONFLITTO SULLA SCELTA DELLE TRADIZIONI 
IL NEOFASCISMO TRA PENSIERO CATTOLICO 
E SUGGESTIONI NEOPAGANE 






22 Emilio Gentile, “La Grande ItaliaAscesa e declino del 
secolo”, Mondadori, Milano, 1999, pag. 234. 


mito della nazione nel ventesimo 


80 













I 

DALL’IDEOLOGIA ALLA FILOSOFIA ITALIANA 
GENTILE E I CATTOLICI DI “ITALIA E CIVILTÀ” 


1117 novembre del 1943, Giovanni Gentile fu ricevuto da Benito Mussolini, 
il quale lo convinse a concorrere, con l’autorità del filosofo, alla costru¬ 
zione di un soggetto politico, la Rsi, inteso a scongiurare la vendetta, mi¬ 
nacciata, dell’alleato germanico, e a mitigare la guerra, civile sollecitata e 
organizzata dagli angloamericani e dai badogliani. 

Gentile era perfettamente consapevole del rischio mortale cui si espone¬ 
va, quando aderì alla repubblica necessaria e assicurò il suo sostegno alle 
iniziative per la pacificazione degli italiani 1 . 

Il 19 marzo del 1944, davanti alla reintegrata Accademia d’Italia, convo¬ 
cata per la celebrazione del bicentenario vichiano, confesserà, infatti, di 
essere pronto a morire: “ Oh per questa Italia, noi ormai vecchi siamo 
vissuti: di essa abbiamo parlato sempre ai giovani, accertandoli che essa 
c'è stata sempre nelle menti e nei cuori; e eh’è immortale. Per essa, se 

1 “La disposizione d’animo di Mussolini getta un’ombra sulla notizia dell’abbandono 
di Mussolini da parte del Vaticano. Se non che, nel corso di una recente intervista rila¬ 
sciata da don Ennio Innocenti, pubblicata nel “Giornale d’Italia”, emerge un’altra 
verità:‘Won è vero che il Vaticano abbandonò Mussolini. Il Vaticano si è molto interes¬ 
sato delle sorti dell’Italia durante la guerra, trovando però il muro della pretesa immo¬ 
rale degli inglesi, che volevano la resa incondizionata. Inoltre io so che il Vaticano (che 
si era audacemente esposto per favorire un colpo di stato in Germania, guidato da cat¬ 
tolici, per far fuori Hitler) si espose altrettanto audacemente per salvare la vita di Benito 
Mussolini, ma di questo non parlo nel libro. Non posso documentarlo perché devo cela¬ 
re la fonte della notizia, assolutamente sicura, di prima mano. Eccola: il Vaticano ospitò 
uno speciale “commando" americano che aveva proprio questo compito di prelevare 
Benito Mussolini. Personalmente ritengo che il Vaticano fosse infiltrato anche da 
filocomunisti, sicché Togliatti bruciò il piano”. 

83 








occorre, vogliamo morire; perché senza di essa non sapremmo che farci 
dei rottami del miserabile naufragio ” 2 . 

Gentile assunse la responsabilità di diventare il simbolo della impopolarità 
repubblichina perché si sentiva obbligato a sostenere l’azione di un governo 
costituito unicamente per contrastare l’implacabile ira dell’alleato. 

Renzo De Felice, forte della ricchezza dei documenti consultati durante 
un ventennio di ricerche, sostiene risolutamente che Gentile, in pieno ac¬ 
cordo con Mussolini, “ non pensava affatto ad un allineamento ideologico 
del fascismo al nazismo e ciò che più voleva era che si ristabilisse il più 
possibile un clima di concordia fra gli italiani ” 3 . 

Coerenti con questa intenzione fondamentale sono i primi atti di Gentile: 
nell’assumere la direzione della “Nuova Antologia” pretese dal ministro 
Fernando Mezzasoma l’esplicita autorizzazione a servirsi anche di colla¬ 
boratori non fascisti e solo assolta questa condizione aderì alla proposta di 
collaborare con le riviste moderate “Rinascita” e “Italia e civiltà”, che 
continuava l’esperienza del “Frontespizio”, 

Non sorprende, dunque, il contenuto moderato nella forma, eroico ed estre¬ 
mo considerate le roventi passioni che prevalevano in quei giorni, delle 
esortazioni che Gentile rivolge ai fascisti della Rsi: “I fascisti... per primi 
devono dare l esempio di sapere gettare nel fuoco ogni spirito di vendetta 
e di fazione, e mettere al di sopra dello stesso partito costantemente la 
Patria. ... Non arbitrio né violenze; ma impero d’una legge imposta dalle 
necessità della Patria da ricostruire. Colpire dunque il meno possibile... 
Non perseguitare pel gusto di una giustizia che si compia anche a danno 
del paese... Ci sono tante colpe da espiare, tanti torti da riparare; tanto 
male che un doveroso esame di coscienza ci può rimproverare" 4 . 

In effetti Mussolini e Gentile, erano intimamente convinti che l’ideologia 
fascista fosse tramontata per sempre, e perciò auspicavano che alla pacifi¬ 

2 Giovanni Gentile, “Ricostruire”, citato da Primo Siena, “Giovanni Gentile”, Giovanni 
Volpe editore, Roma, 1966, pag. 147. 

3 Renzo De Felice > “Mussolini l’alleato II. La guerra civile 1943-1945”, op. cit., pag. 484. 

4 Giovanni Gentile, “Ricostruire”, citato da Primo Siena in “Giovanni Gentile” od cit 

pag. 149. ” 


cazione degli italiani contribuissero anche i non fascisti. Gentile si spin¬ 
geva al punto di sfidare l’intolleranza dei fanatici dell’obbedienza col ri¬ 
conoscere l’esistenza “di mille motivi per non essere d accordo con il 
partito ” 5 . Il pensiero di Gentile come quello di Mussolini era già rivolto 
al post-fascismo. La preoccupazione dei due protagonisti della tragedia 
italiana, consisteva nel fare in modo che la guerra fanatica e disperata dei 
tedeschi si svolgesse con il minor danno possibile e, soprattutto, si con¬ 
cludesse senza lasciare divisioni irreparabili tra gli italiani 6 . Il movimen¬ 
to era finito, la Patria doveva continuare. 

Ora all’amor patrio, nell’animo dell’ultimo Gentile, era associata la con¬ 
sapevolezza della necessità di uscire dalle desolanti gabbie della scolasti¬ 
ca neo hegeliana per approdare ad una soluzione cattolica della modemi- 
tà 1 . 

Il compianto rettore della Cattolica, Adriano Bausola, in un saggio che ha 
il valore di testamento spirituale, ricorda il faticoso tentativo compiuto 
dall’ultimo Gentile per risalire dalla deviazione moderna alle verità della 
metafisica e delle fede cristiana 8 . 

Al proposito, Bausola cita la commemorazione di Gentile, scritta da 
Agostino Gemelli e pubblicata nella “Rivista di filosofia neoscolastica”, 
nel giugno di quel tragico 1944: “/a barbara morte ha troncato una possi¬ 
bile evoluzione ulteriore del pensiero gentiliano, negli ultimi anni più aperto 
ad una visione dell’autentico cristianesimo ”. 


5 Giovanni Gentile, “Ricostruire”, citato da Primo Siena, in “Giovanni Gentile”, op. cit., 

pag. 149. . . 

6 Tutte le testimonianze sull’ultimo Mussolini sottolineano il suo stato d animo forte¬ 
mente ostile nei confronti dei tedeschi. Di recente l’editore Mursia ha pubblicato un 
testo dell’irredentista ticinese Garobbio, al quale il duce esternò ripetutamente l’avver¬ 
sione ai tedeschi. Cfr.: Aurelio Garobbio, “A colloquio con il Duce”, Mursia, Milano, 
2000 . 

7 Là tendenza a risolvere il fascismo nella tradizione cattolica era già evidente nella scuola 
di mistica fascista. Al proposito Julius Evola ha riconosciuto lealmente la sgradita verità: 
in materia di “ valori superiori, nel Ventennio si restò al piano di rinvii vaghi e conformistici 
alla religione dominante ”, “Il fascismo visto da destra”, op. cit., pag. 96. 

s Adriano Bausola, “Gemelli e Gentile”, in “Vita e pensiero”, II fascicolo del 2000. 


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La prossimità di un’evoluzione del pensiero gentiliano, peraltro, era avver¬ 
tita anche da un illustre allievo di Gentile, Carlo Alberto Biggini 9 , il quale, 
nell’elogio funebre del filosofo sottolineò l’attenzione del suo maestro a 
Vico, “ considerato come il centro di tutto il pensiero italiano ” 10 . 

In questo orizzonte l’apostasia di Giordano Bruno non è più il fondamen¬ 
to e la figura dominante della tradizione italiana. Porre al centro del pen¬ 
siero italiano Vico, l’ultimo e il più grande fra i filosofi controriformisti, e 
non il panteista Giordano Bruno, introduceva una novità importante nel 
panorama filosofico: la coscienza della necessità di separare la tradizione 
italiana dalla filosofia eterodossa. 

In ultima analisi: in Gentile si manifestava la tendenza ultima a risolvere 
la filosofia moderna nel teismo della filosofia perenne ". 

La posizione politica di Gentile, purtroppo, fu accolta con feroce ostilità 
dagli opposti alleati l2 , dai comunisti, dai fascisti immarcescibili, diventa- 

y Carlo Alberto Biggini, nato a Sarzana nel 1902, morto a Padova nel 1945; 2 lauree col 
massimo dei voti (legge e scienze politiche) aderì al fascismo attratto dalla teoria dello 
stato corporativo; docente universitario, volontario in Africa orientale, diventa, a soli 39 
anni, rettore magnifico dell’università di Pisa; ministro dell’Educazione Nazionale nel 
febbraio del 1943, fu incaricato di redigere la bozza di costituzione della RSI; in essa, 
approvata da Mussolini con qualche leggera postilla, si configurava una repubblica presi¬ 
denziale, una sola Camera dei deputati (Camera dei rappresentanti del lavoro), pluriparti¬ 
tismo, libertà assoluta di stampa, elezione a suffragio universale con sistema proporziona¬ 
le, voto ai diciottenni e alle donne; religione di stato era quella cattolica (erano stati acqui¬ 
siti interamente i Patti Lateranensi). Per un approfondimento vedi “Il pensiero di Carlo 
Alberto Biggini”, di Luciano Garibaldi, in “Ideario italiano”, Il Minotauro, 2001. 

10 Carlo Alberto Biggini, “Giovanni Gentile”, Edizioni del Settimo Sigillo, Roma, 1990, 
pag. 7. Sul complesso rapporto tra Vico e Gentile cfr.: Francisco Elias deTejada, “Vico e là 
Controriforma”, in AA. VV., “Vico maestro della tradizione”, Thule, Palermo 1976; Pietro 
Piovani, “Il Vico di Gentile”, in AA. VV., “Il pensiero di Giovanni Gentile”, Istituto del¬ 
l’Enciclopedia Italiana, Roma 1977; e Augusto Del Noce, “Giovanni Gentile”, Il Mulino, 
Bologna, 1990. 

11 Le intuizioni gentiliane su Vico avranno attuazione nella filosofia di un suo allievo. 
Michele Federico Sciacca. Rettificando l’interpretazione gentiliana della filosofia di Anto¬ 
nio Rosmini, Sciacca approderà a quella sponda cattolica cui Gentile tendeva nel periodo 
tragico dell Rsi. 

12 Sergio Bertelli, nella sua ricostruzione dell’assassinio di Gentile, cita la decisiva testi¬ 
monianza di un comunista, Gino Tagliaferri, secondo il quale l’eliminazione di Gentile, 
poi deliberata e attuata dai comunisti senza l’accordo del Cln, "fu caldeggiata addirittura 


ti filotedeschi come Pavolini, Preziosi, Farinacci, e dal pensatore esoterico 
Julius Evola 13 . 

Gli opposti alleati e i loro partigiani, divisi su tutto, convenivano, per na¬ 
turale scelta strategica, nell’avversare il riscatto morale degli italiani e la 
loro pacificazione. 

I comunisti, erano ciechi strumenti, usati dall’oligarchia iniziatica per di¬ 
sgregare l’Italia mediante le imprese del terrorismo. 

Purtroppo la fazione estremistica del Pfr nutriva l’ambizione di applicare 
la giustizia vendicativa dei tedeschi, e, di conseguenza, odiavano e avver¬ 
savano Gentile, sprezzantemente definito “ canguro gigante ” 14 . 

Augusto Del Noce, che nei confronti di Gentile fu giudice fin troppo seve¬ 
ro, nel capitolo conclusivo della sua monografia ha riconosciuto che il 
fondatore della scuola attualista rimase isolato nel fascismo, pur restando 
fascista fino all’ultimo 15 . 

Ora la varietà degli stati d’animo che dividevano i collaboratori di 
Mussolini dai militanti del partito, è impietosamente esposta in una rie¬ 
vocazione scritta nel 1971 da Barna Occhini, lo scrittore cattolico che, 
con il sostegno di Gentile, diede vita a “Italia e civiltà”, la coraggiosa 
rivista che promuoveva la pacificazione degli italiani: “La guerra volge- 

dal comando alleato, per colpire quelle persone ritenute intoccabili per la loro superiorità 
intellettuale ”. Cfr.: “Il filosofo assassinato”, in “Mondo operaio”, dicembre 1999. 
u a rapporto di Evola con gli occultisti radunati intorno ad Himmler ebbe inizio nella 
seconda metà degli anni trenta. Delle giornate convulse, che seguirono la liberazione di 
Mussolini Evola, che non nascondeva la sua ammirazione per la glaciale ( artica ) compo¬ 
stezza dei germanici, ha fornito un resoconto che tradisce il disprezzo per il temperamento 
degli italiani e, in special modo, dei familiari del duce. Sull’influsso occultista nell’ideolo¬ 
gia nazista cfr. anche; Giorgio Galli, “Hitler e il nazismo magico”, Rizzoli, Milano 1993. 

14 I volontari che si arruolarono nell’esercito della Rsi scrissero pagine di eroismo e di amor 
patrio che nessuno ha il diritto di disconoscere. Gli storici Massimo Lucidi e Davide Sabatini, 
del resto hanno documentato in modo inconfutabile che il loro numero superò abbondante¬ 
mente quello dei partigiani e il fatto è straordinario visto le radicalmente diverse prospetti¬ 
ve che comportava l’adesione all’uno o all’altro schieramento. A guerra conclusa decine di 
migliaia di loro furono trucidati barbaramente. Cfr.; “Resistenza al di là del mito”, Edizioni 
Tusculum, Roma 1997. Cfr. anche: Rossana Maseroli Bertolotti e Liano Fanti, “Le ragioni 
dei vinti”, edizioni Controffset, Fabbrico, 1999. 

15 Augusto Del Noce, “Giovanni Gentile”, Il Mulino, Bologna, pag. 414. 




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va al peggio, la Repubblica sociale non poteva avere che vita breve, era 
più una parvenza, un sogno, una speranza che una realtà...da ogni par¬ 
te, accanto a non pochi idealisti e sinceri patrioti, saliva a galla una 
feccia di canaglie, di profittatori, di avventurieri, d’irresponsabili, ai 
quali il 25 luglio nulla aveva insegnato ” l6 . 

Non si deve credere che l’anticonformismo di Occhini sia il frutto di un 
ripensamento tardivo, a giochi fatti. “Italia e civiltà”, infatti, fu pubblicata 
grazie all’impegno di un editore, Carlo Cya, che, nella pagine di “Rinasci¬ 
ta”, una rivista immediatamente soppressa, aveva dimostrato indipenden¬ 
za di pensiero e coraggio, attaccando Pavolini colpevole di tollerare la 
violenza gratuita dei fascisti più agitati. Collaborare con Cya significava, 
dunque, esporsi al malocchio degli estremisti. 

Gentile, nel periodo della sua collaborazione a “Italia e civiltà”, si era 
più volte scontrato con gli estremisti della banda Carità, contro la quale 
stava preparando un atto di accusa da trasmettere personalmente a 
Mussolini. 

Quanto a Barna Occhini non si può 'dimenticare che, il 24 giugno del 
1944, indirizzò a Mussolini una lettera con pesantissime accuse a Pavo¬ 
lini e ai duri del partito. Agli estremisti, Occhini attribuiva, oltre al goffo 
tentativo d’imporre ad ogni costo l’ideologia fascista “salvo invocare 
poi l’abbraccio di tutti gli italiani ”, la responsabilità delle fucilazioni di 
Ciano, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi, “fucilazioni inaccetta¬ 
bili, legalmente e moralmente, perché eseguite troppo a freddo, sicché 
appaiono piuttosto delitti che tragiche operazioni di chirurgia rivolu¬ 
zionaria ” 17 . 

15 Barna Occhini, Prefazione all’antologia di “Italia e civiltà”, Giovanni Volpe editore, 
Roma 1971, pag. 6-7. Insieme con Gentile e Occhini, collaborarono a “Italia civiltà” alcu¬ 
ni fra i più prestigiosi esponenti della cultura italiana del Novecento: Arrigo Serpieri, 
Ardengo Soffici, Marco Ramperti, Roberto Paribeni, Giotto Dainelli e Giovanni Spadolini. 
17 Citato da Renzo De Felice, cfr.: “Mussolini l’alleato II. La guerra civile 1943-1945”, 
op. cit., pag. 488. Anche Evola esprimerà serie riserve sulla condanna dei congiurati del 
Gran Consiglio: “F« una vera assurdità concedere dapprima ai membri del Gran Consi¬ 
glio il diritto di libero voto e poi accusarli di tradimento e portarli dinanzi ad un tribuna¬ 
le ”. Cfr.: “Il fascismo visto da destra”, op. cit., pag. 63. 


Occhini non sapeva, perché la notizia era stata segretata dalla censura nazi¬ 
sta, che Mussolini, all’inizio del 1944, aveva inutilmente tentato di destituire 
Pavolini per sostituirlo con Fulvio Balisti, un galantuomo fedele alla causa 
della Patria. Ma “ l’ambasciatore e i comandi militari germanici ’, la testimo¬ 
nianza è attendibilssima perché resa da Pino Romualdi, vice segretario del 
Pff, “fecero capire a Mussolini in bella forma che il cambio era sgradito . 

De Febee ha indicato un aspetto deb’estremismo repubblicano, che Occhini 
non aveva considerato: il violento antagonismo nei confronti del fasci¬ 
smo-regime. “L’8 settembre portò alla ribalta in maggioranza uomini che 
volevano prendersi una rivincita sul «fascismo regime» e sulle forze so¬ 
ciali che lo avevano sostenuto e condizionato e gettare le basi di un fasci¬ 
smo diverso dal vecchio ” 18 . 

De Felice rifiutò di confondere gb estremisti con gli ideabsti, per i quah 
ebbe solo parole di apprezzamento. Significativo di tale disposizione d ani¬ 
mo è il brano che il grande storico revisionista ha scelto come sintesi ed 
emblema del pensiero diffuso tra i giovani patrioti che risposero all’appello 
di Mussolini: la lettera di un mihtare che afferma l’inverosimiglianza del 
nichibsmo. 

Il testo proposto da De Felice smentisce le costruzioni degli stonci di 
sinistra, secondo i quali nella Rsi non si nutrivano ideali patriottici ma 
suggestioni decadenti e mortuarie; non agivano uomini in buona fede, ma 
facinorosi cupi e violenti: “Il nulla è una chimera così irraggiungibile e 
inverosimile che appunto per questo non è vera . 

Anche o sopra tutto questa definizione contribuisce a far capire quanto 
fosse profondo il solco, che separava l’ideologia movimentista, personifi¬ 
cata da Pavolini, dal sentimento dei giovani, che aderirono alla Rsi per 
puro patriottismo. Nel dopoguerra la coscienza degli ideati antitetici che 
attraversarono il fascismo ultimo, costituirà il principio (taciuto ma ben 
noto ai protagonisti) della rivalità tra i moderati, raccolti intorno ad Arturo 
Michebni, non a caso un uomo che non militò nella Rsi e a Pino Romual- 

18 Renzo De Felice, “Mussolini l’alleato II. La guerra civile 1943.1945”, op. cit., pag. 136. 


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di, che vi militò, ma dalla parte di Mussolini e degli avversari di Pavolini, 
e i movimentisti, raccolti intorno a Giorgio Almirante 19 e a Pino Rauti 20 . 
La continuità delle due diverse e contrarie anime del fascismo ultimo nelle 
correnti del Msi è un dato certo, e un’indispensabile chiave per la corretta 
interpretazione della storia culturale della destra italiana nel dopoguerra. 
NeH’immediato dopoguerra i Far (Fasci d’azione rivoluzionaria”), pub¬ 
blicarono un documento ideologico che orientava il neofascismo verso 

19 Discendente da una famiglia di attori, noti per le interpretazioni pirandelliane, Giorgio 
Almirante (Salsomaggiore, 1914, Roma, 1988) ebbe una formazione teatrale e completò con 
successo il corso universitario ottenendo la laurea in letteratura classica. Dopo aver parteci¬ 
pato alla campagna d’Africa come corrispondente di guerra, aderì alla Rsi (lé memorie di 
quel periodo furono raccolte nel volume “Autobiografia di un fucilatore”, edito dal Borghe¬ 
se). E fra i fondatori del Msi, di cui diventa segretario nel 1947. Nel 1948 fu eletto per la 
prima volta deputato. Fortemente osteggiato dalla destra del partito (Michelini, De Marzio, 
Costamagna, Erra, ecc.) si dimette nel 1950 e lascia l’incarico ad Augusto De Marsanich. 
Nel 1952, insieme con Franz Turchi (ex prefetto della Rsi e senatore) fonda “Il Secolo d’Ita¬ 
lia” e ne assume la carica di vicedirettore. Nonostante alcune divergenze ideologiche a ri¬ 
guardo dello stato etico si allea con Ernesto Massi e nel 1956, al congresso di Milano, tenta 
inutilmente di conquistare la maggioranza'nel Msi. Nel luglio del 1960, durante i “fatti di 
Genova” impone a Michelini il ritiro della fiducia al governo Tambroni. Alla morte di Arturo 
Michelini, nel 1968, assume la segreteria del Msi, che regge con alterna vicenda fino al 1987, 
quando passa le consegne al suo giovane delfino, Gianfranco Fini. 

20 “Nel 1943 aderisce alla Rsi e si arruola nella Gnr. Dopo una breve prigionia rientra a 
Roma ed entra in contatto con le organizzazioni fasciste clandestine. Prima di conoscere 
Evola, subisce l’influsso decisivo del pensiero di Rudolf Steiner. Nel 1951, è arrestato e 
processato insieme con Evola ed altri 35 militanti dei Far (fra i quali Fausto Gianfrance- 
schi, Franco Petronio, Clemente Graziani, Roberto Garufi, Bruno Fortunelli, Roberto 
Melchionda). Nel dicembre del 1953 fonda l’agenzia Ordine Nuovo, che si trasforma in 
corrente politica durante un convegno romano (8 gennaio 1955). Nel 1955, insieme con 
Clemente Graziani, Paolo Andriani, Bruno Acquaviva, Stefano Mangiarne, Giulio Mace- 
ratini e Silvio Adorni tonda “Ordine Nuovo”, d’indirizzo neopagano, che (pur con alterne 
vicende) uscirà fino al 1968. Lo stesso anno rompe con la destra di Enzo Erra e si allea con 
la sinistra (Giorgio Almirante ed Ernesto Massi) del partito. Dopo il congresso del 1956, 
che segna la sconfitta di Almirante, lascia il Msi e costituisce il centro studi Ordine Nuovo, 
che diventa l’incubatrice del pensiero neodestro. Nel 1969 rientra nel Msi e nel 1972 è 
eletto deputato. Dal 1971 dirige la rivista “Civiltà”, che diventa strumento di diffusione del 
pensiero ecologico, d’impronta criptonazista. Nel 1989, al congresso di Rimini, è eletto 
segretario nazionale del Msi: in un breve giro di mesi, per effetto della sua impopolare 
gestione, il partito tocca i minimi storici. Si dimette dal partito dopo il congresso di Fiuggi 
e fonda un’entità politica senza seguito, il partito della “Fiamma tricolore”. 


una tradizione filosofica schiettamente italiana, che attraverso san Tommaso 
e Vico giungeva al neotomismo 2I . 

Le linee di separazione che, nel Msi, divideranno moderati ed estremisti, 
cattolici e neopagani, gentiliani ed evoliani, nietzschiani e neotomisti, non 
sono sempre chiare e coerenti. Molte scelte personali sono maturate, in¬ 
fatti, senza riferimento alla diversità degli ideali o nella generosa illusione 
di poter accordare (o accozzare) princìpi opposti per diametrum. Tentativi 
di creare un coacervo, del resto, si verificarono anche nella tragedia del 
fascismo repubblicano: la gravità dell’ora e l’uguaglianza della trincea 
obbligava a porre un limite alle polemiche e alle divisioni. Ma le divisioni 
furono radicali, e continuarono a generare conflitti nel dopoguerra e perfi¬ 
no nel dopo Fiuggi. 

È impossibile seguire il doppio filo logico che si svolge durante tutta la 
storia della cultura di destra nel dopoguerra, dal Msi ai partiti monarchici 
fino alla Destra nazionale, a Democrazia nazionale e ad An, senza consi¬ 
derare che, dopo l’8 settembre del 1943, la destra italiana si divise in 
oltranzisti e patrioti e senza riconoscere che questa divisione dura oltre le 
metamorfosi moderate e i fantasiosi travestimenti degli eredi di Pavolini 
(e del pensiero “tedesco”), che continuano ad opporsi, forse senza averne 
coscienza agli eredi di Gentile e di Mussolini. 

La storiografia riguardante i contenuti della cultura neofascista, che si 
stava organizzando nell’immediato dopoguerra, consente di affermare che 
vi fu una generale condivisione dell’indirizzo patriottico e religioso, con¬ 
forme al pensiero ultimo di Mussolini e Gentile. Giorgio Almirante, Al¬ 
berto Giovannini, Ugo Franzolin, Mario Tedeschi, Domenico Leccisi, pro¬ 
tagonisti delle prime iniziative, autori dei più attendibili memoriali sul 
fascismo dopo Mussolini, concordano nel descrivere un ambiente costitu¬ 
ito in prevalenza da combattenti e giornalisti (come Piero Caporilli e Vanni 
Teodorani) reduci dai fronti di battaglia e orientati da intellettuali esclusi¬ 
vamente italiani, Giotto Dainelli, Ardengo Soffici, Ettore Paribeni, Carlo 

21 “Al riguardo cfr. la testimonianza diAdalberto Baldoni, “La Destra in Italia 1945-1969”, 
Editoriale Pantheon, Roma, 1999, pag. 390”. 


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Costamagna, Giorgio Pini, Gioacchino e Giovanni Volpe, Domenico 
Giuliotti, Giovanni Papini. La tradizione italiana, infatti, è l’unico caratte¬ 
re che impronta le prime pubblicazioni neofasciste (ad esempio: “Meri¬ 
diano d’Italia” di Franco de Agazio, La Rivolta ideale” di GiovanniTonelli 
del 1946, “Il pensiero nazionale” di Stanis Ruinas e Giorgio Pini del 1947, 
“Il Nazionale” di Ezio Maria Gray e ”Vespri siciliani” di Alfredo Cucco 
tra il 1948 e il 1949). La moda degli autori di lingua tedesca inizia soltanto 
alla fine del 1948, quando Enzo Erra e Pino Rauti ottennero la collabora¬ 
zione del pensatore tradizionalista Massimo Scaligero al settimanale “La 
sfida”. In un’intervista concessa a Nicola Rao e ripresa nel volume 
“Neofascisti” (Settimo Sigillo, Roma 1999, pag. 39-40) Pino Rauti rievo¬ 
ca quel periodo sottolineando che Scaligero invitò i giovani missini a leg¬ 
gere i testi “religiosi”: “ Erano tempi in cui leggere un libro di Rudolf Steiner 
o un testo buddista erano cose piuttosto controcorrente rispetto ad uno 
stile di vita basato sopratutto sull’azione. Le lezioni di Scaligero duraro¬ 
no circa un anno. Poi arrivò Evola. La prima volta che lessi qualcosa di 
Evola fu in carcere a Regina Coeli [dove era stato associato nel 1951, a 
seguito dell’inchiesta sui Far]. Per stabilire l’egemonia dei pensatori tede¬ 
schi e francesi dovranno trascorrere vent’anni d’incomprensioni e crisi tra 
destra e area cattolica. 


U 

SCIACCA, L’APPRODO CATTOLICO 
DELLA FILOSOFIA GENTILIANA 


Il buonismo filosofico si risolve nella predica sentimentale della condivisio¬ 
ne: farsi altro per evitare di perdere tempo attorno alla futile questione della 
verità '. L’euforia buonista è tenera, facile e insinuante. Notava la compian¬ 
ta Maria Adelaide Raschini, che, nell’evasione buonista, il soggetto scansa 
l’oggetto della verità, in quanto presume che la ricerca della verità ci rubi 
l’attenzione che è dovuta a noi stessi, ai nostri simili, al mondo. 

Il palpitante disinteresse per la verità oggettiva 2 alza fumi d incenso 
utilitaristico 3 davanti agli idoli della cecità intellettuale e dell inedia spi¬ 
rituale. Di conseguenza esclude il vero dialogo e seppellisce la solidarietà 
sotto il peso della distrazione mondana. 

1 disinteressati non temono gli argomenti dettati dalla ragione: il buonismo 
rappresenta la versione tenera ed elusiva dell’irrazionalismo. La diffusio¬ 
ne del disinteresse, pertanto, avvalora la diagnosi del cardinale Siri sulla 
rabbia morbida contro la ragione 4 . 


Il sentimentalismo dei buoni appartiene a quel genere di sensazione sofistica che Sciacca 
lefiniva icasticamente “prigione dell’uomo e non segno del metasensibile . 

A proposito della tendenza a sottovalutare la verità, il cardinale Giuseppe Siri scriveva. 
‘È difficilissimo trovare chi sappia esporre Hegel... ma tutti applicano la metodologia che 
ascende da Hegel e dicono e affermano quello che creano colla loro mente, senza affatto 
-ararsi della verità scientifica o storica. Basta aprire uno della piu parte dei giornali 
Mani. Si inventa ”. Cff.: Giuseppe Siri, “Il pericolo dell’osmosi”. Rivista diocesana geno- 

^Nel campo della produzione di ambiguità idealistiche intorno al culto dell’utile e stata 

impareggiabile l’opera di Benedetto Croce. M 

1 Cfr.: Giuseppe Siri, Lettera pastorale “Chiesa Fedeli Mondo” [Genova 1962], in Pnmato 
della Verità. Lettere pastorali sull’ortodossia”. Giardini editori, Pisa, 1983, pag. 71 e seg. 


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L’intelligenza non deve sapere dove batte il buon cuore né dove conduce. 
La timidezza dei cattolici postconciliari ritiene che la cattiva figura di questo 
mondo svanisca e si converta nel non pensiero. L’innocenza regna nel 
vuoto mentale. 

Si marcia, in silenzio, attenti a non peccare con il pensiero. Domande? 
Marx ha dettato la suprema legge dell’Umiltà: non pensare, non fare do¬ 
mande. Nel buio e senza bussola - andiamo! 

I rottami del sistema irrompono nella parrocchia antropocentrica: “L’ope¬ 
ra satanica è appunto quella di convincerci che, dopo aver vinto i pensieri 
avversari, dobbiamo farci invadere dai pensieri simili ” 5 6 . 

II solidarismo è inconsapevolmente collegato con la vocazione irraziona¬ 
listica e con le ruvide idiozie dello spiritismo e dell’antroposofia fi . L’amore 
(scoperto dopo duemila anni di carità cristiana) esige la rinuncia ad ogni 
interesse per la fondazione logica, e promuove la riduzione della filosofia 
ad analisi della coscienza. 

La pretesa di dettare le regole del comportamento utile e buono, senza 
definire la bontà, costituisce il gioco quale genere sommo delle menti 
bicamerali, che predicano la legge inflessibile prima d’investigare la natu¬ 
ra e il fine della giustizia 7 . 

Nella scia della spensieratezza buonista si produce una miriade di assolu- 
tizzazioni alternative alla verità, che, sosteneva Sciacca, “ innescano la 
dialettica della disintegrazione di se stesse e della guerra a tutto ciò che 
di volta in volta è assolutizzato: l’economico, il sociale, il tecnico, lo scien¬ 
tifico, la macchina, il supermercato, il partito o la massa”. Nella fase 

5 Gianni Baget Bozzo, “II futuro del cattolicesimo”, Piemme, Casale Monferrato, 1998, 
pag. 11. 

6 Nella sua magistrale relazione al III congresso della “Cattedra Sciacca”, Maria Adelaide 
Raschini ha dimostrato che lo spiritualismo postmoderno (in Inghilterra, ma anche in Ger¬ 
mania e in Italia) è connesso con lo spiritismo. 

7 Quasi anticipando la risposta al buonismo, nel suo saggio su Platone, Sciacca osservava 

acutamente: “ Come è possibile parlare di singole virtù senza possedere il concetto di vir¬ 
tù, o una conoscenza intuitiva? Nel caso contrario si può anche scambiare la virtù del- 
l’uomo con quella della donna e, perché no, la virtù con il vizio". Cfr.: Michele Federico 
Sciacca, “Platone”, voi. I, c. Ili, Marzorati, Milano, 1967, pag. 287. 


obituaria del pensiero immanentista, la nuova scuola oppone la tracotanza 
soffusa (l’ultracogitare imburrato) contro chiunque affermi 1’esistenza della 
verità. 

Ora Sciacca, un filosofo che aveva superato indenne i deserti dell’ideali¬ 
smo e del dionisismo, previde, con almeno dieci anni d’anticipo, la con¬ 
clusione della commedia: la convergenza della filosofia comunista nella 
mollezza crepuscolare. 

La strada decadente, percorsa con elegante furore dagli intellettuali 
adelphiani, è stata puntualmente descritta in una pagina sciacchiana 
del 1959: “Al marxismo contemporaneo, nelle sue forme più conse¬ 
quenziali, non è estraneo questo concetto nietzschiano: l’uomo futuro 
quale lo creerà la società comunista, sarà totalmente diverso dall’uo¬ 
mo quale lo ha costruito la società borghese, l’uomo di domani (o 
l’uomo perfetto) non sarà più quest’uomo, ma un altro, strutturalmen¬ 
te diverso, tanto è vero che non avra bisogno ne di un ordine giuridi- 
co-statale né di un ordine morale, né avrà più bisogni di sorta. Così 
l’antiproletario Nietzsche, esaltatore dei valori della nobiltà e del san¬ 
gue, si può riconoscere nell’esaltazione marxista della società omo¬ 
genea, incarnazione dell’uomo assoluto e perfetto, anch egli al di là 
del bene e del male e non umano, niente umano; e come tale, negazio¬ 
ne dell’uomo e dell’umano ” 8 . 

Alla luce di queste considerazioni, le attenzioni che la cultura italiana di 
fine Ottocento (e per essa il Gentile meno convincente) rivolgeva al 
marxismo svaniscono d’incanto. La dogmatica associazione del marxismo 
all’umanesimo dilegua nella parabola nichilista: Marx e Nietzsche non 
sono alternativi. 

D’ora in avanti le impazienze della destra sociale - pensiamo a Ugo Spi¬ 
rito e a certi suoi epigoni neodestri - sono destituite di autorità. Il “movi¬ 
mento” non ha più giustificazione filosofica. È una lingua morta e incom¬ 
prensibile, un etrusco del pensiero. 

8 Michele Federico Sciacca, “L’uomo questo squilibrato”. Marzorati, Milano, 1959, pag. 
192 n. 


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Sciacca ha indicato a Del Noce la via d’uscita dall’immanentismo moder¬ 
no: la considerazione della convergenza dell’idealismo ultimo e del 
nichilismo 9 . 

La modernità affonda nelle contraddizioni nietzschiane e heideggeriane, 
ma i buonisti rimangono in gioco sfoderando il loro asso dalla manica: 
l’umiltà tortuosa e becera, aizzata contro la presunta arroganza dei pre¬ 
sunti padroni della verità. La modernità finge la vita, che continua tra le 
effervescenze neodestre e i languori spettrali del comuniSmo corretto e 
omologato dai “buoni”. La vicenda immaginaria continua, come la perdu¬ 
ta guerra di Badoglio. 

La finzione regge, grazie allo smaccato argomento sofistico, che scambia, 
fraudolentemente, la ricerca della verità con l’impero dell’invidia l0 * . 

Gli amici del nulla festante e osannato accusano i ricercatori d’insuperbir¬ 
si nel possesso della verità e di scandalizzare e opprimere i poveri. Va da 
sé che l’opposizione della povertà evangelica alla sapienza è un espedien¬ 
te della retorica truffaldina, e un vuoto ricatto sentimentale. Anche il più 
grande fra i filosofi, infatti, è tenuto a dichiarare, preliminarmente, la po¬ 
vertà della propria scienza. Il filosofo ama, ma non possiede la scienza, di 
cui è povero per definizione. Il principio della sana filosofia esige che, per 
il sapiente, la verità non diventi mai possesso: l’uomo non è contenitore 
ma contenuto dalla verità. 

In realtà, ricco è colui che non desidera la verità, anzi la fugge, giudican¬ 
dola un ostacolo al desiderio smodato di beni effimeri. Proclamare che la 
ricerca della verità è una fatica inutile, che distrae dalla bontà, significa 
impiantare l’esistenza sopra le tre colonne del nichilismo: la verità non 
esiste (dogma del nichilismo ontologico), se ci fosse non sarebbe cono¬ 

9 L’interpretazione dell’ideologia movimentista nella previsione del suo esito solipsistico 
e nichilistico (ben visibile nella linea di pensiero da Nietzsche a Heidegger) è sviluppata 
nella più interessante e acuta delle opere delnociane, “Il suicidio della rivoluzione”, Rusconi, 
Milano, 1983. 

10 Secondo Platone, l’invidia è il più reciso opposto al Bene poiché cerca di estendere, su 

ogni cosa la sua potenza. Cfr.: Michele Federico Sciacca, “Platone”, op. cit., voi. II, Ap¬ 

pendice, pag. 309. 


scibile (dogma del nichilismo della conoscenza) se fosse conoscibile non 
sarebbe comunicabile (dogma del nichilismo della comunicazione). 

Pier Paolo Ottonello, in una splendida testimonianza su Sciacca, ricorda 
che il maestro chiamò con il suo vero nome - stupidità storicizzata - 
l’umbratile paganesimo antropocentrico ", fiorito sui sentieri di Heideg¬ 
ger, il gigante di tutte le adorazioni della sbaragliata modernità l2 . Un atto 
d’accusa ferocemente censurato, quello di Ottonello, poiché colpisce l’at¬ 
teggiamento trionfale delle accademie postmoderne: “ Abilmente prestidi- 
gitando la stupidità striscia e attacca, corrompe e respinge, persuade e 
decide, liscia e morde, adula e denigra, accerchia e isola, uccide; in tal 
modo si conferma che se due soli stupidi sono solo due stupidi, una mag¬ 
gioranza di stupidi fanno la storia, anche se la storia del regresso ”. 

Il sentimento gronda e si attarda. La filosofia progredisce. La lettura delle 
opere di Sciacca, un autore che ha attraversato gli inganni spirituali del 
neohegelismo, è il più efficace antidoto alle stupidaggini del pensiero de¬ 
bole, che imperversa sulle rovine della modernità, a destra e a sinistra l3 . 
La dignità di Michele Federico Sciacca fu sacrificata sull’altare dell’eb¬ 
brezza sovversiva, e della rabbia verso la ragione e la memoria storica, 
culminata nei cortei della contestazione e nella violenza consumata, con 
empia lucidità, contro ogni figura del Padre. 

Un’autorevole interprete del pensiero sciacchiano, Maria Adelaide 
Raschini, ha ipotizzato che la morte del filosofo sia riconducibile “ad una 
eziologia nascosta nelle pieghe di uno spirito ferito nella paternità intel- 

11 È sempre necessario rammentare che il Vangelo esalta i poveri in spirito e non i poveri 
di spirito. Il dono di Cristo è la sapienza e non l’imbecillità, rumorosamente osannata dalle 
neoreligioni. 

12 L’opinione filosofica dominante nell’età heideggeriana è definita da Cornelio Fabro, un 
autore profondamente apprezzato dalla scuola sciacchiana,quale procedimento circolare - 
dall’uomo all’uomo - dove il termine infinito non ha il senso di punto di arrivo ma di 
progetto mai compiuto e di darsi (auf-geben), che Fabro, traduce “ divenire senza qualità", 
cfr.: Cornelio Fabro, “Introduzione a san Tommaso, op. cit., pag. 9. 

13 Sulla critica sciacchiana allo spiritualismo cfr. la relazione di Maria Adelaide Raschini, 
“I limiti dello spiritualismo”, al III Corso della “Cattedra Sciacca “ Genova, 9 maggio 
1997. 


96 


97 









lettuale rifiutata oltre che disumanamente insultata ”. Senza ombra di dub¬ 
bio, la rivolta giovanile (nominalmente maoista, di fatto crepuscolare e 
libertina) fu orchestrata allo scopo di demolire l’edificio della metafisica, 
che la cultura italiana aveva riscattato e restituito all’antico splendore, 
grazie anche all’intervento illuminato e al generoso sostegno di Giovanni 
Gentile. 

Sciacca, insieme con Francesco Orestano, Nicola Petruzzellis, Armando 
Carlini e Augusto Del Noce, fu autore di una svolta cruciale nella storia 
della filosofia: il passaggio dall’idealismo neohegeliano ad una rinnovata 
e vitale metafisica cristiana. Dopo la giovanile infatuazione nietzschiana, 
Sciacca si era, infatti, temprato alla scuola di Gentile, e per sollecitazione 
del maestro, che nel 1935 gli affidò il compito di studiare e meditare pro¬ 
fondamente il pensiero e l’opera di Antonio Rosmini, aveva intrapreso la 
via della metafisica. 

L’indicazione di Gentile a Sciacca costituisce un momento decisivo nel¬ 
l’evoluzione del pensiero del Novecento. Conclusa la prima fase del fati¬ 
coso e oscuro cammino di ricerca, Sciacca pubblicava una testimonianza, 
“Il mio itinerario a Cristo”, che attribuisce a Rosmini la funzione di guida¬ 
re la moderna ricerca della Verità: “ Debbo principalmente a Rosmini la 
mia conversione intellettuale; alla 'grazia di Dio quella del cuore. La mia 
riconoscenza va anche a Monsignor Olgiati, che mi è sempre stato prodi¬ 
go di consigli affettuosi e paterni ”. 

Curiosamente l’anno in cui Sciacca comunica la sua conversione è il 1944, 
anno ricco di episodi che incidono profondamente nella storia della cultu¬ 
ra italiana. 

A Firenze Gentile, scrive la grande orazione per il bicentenario vicinano, 
il suo testamento spirituale: poche settimane prima del martirio, incurante 
della bufera che ha investito l’Italia, il fondatore dell’attualismo riafferma, 
con il distacco che compete al filosofo che ha intrapreso la seconda navi¬ 
gazione, la fede cattolica e l’amor di patria. 

A Salò un valoroso cappuccino, padre Ginepro da Pompeiana, raccoglie 
la confessione di Mussolini. La confessione di Mussolini, primo capo di 
governo dell’Italia unita che si accosta al sacramento, è il simbolo che 

98 


rappresenta la conclusione del conflitto che ha separato l’Italia ufficiale 
dall’Italia di Cristo. In quell’atto fa capire che il simbolo del trapasso dal 
fascismo ideologico alla vera italianità non era la cultura ciellenista, ope¬ 
rante in via Rasella, ma il Defensor civitatis. Pio XII circondato dai roma¬ 
ni scampati al feroce bombardamento del 18 luglio del 1943. 

Sciacca, nel rendere pubblica la sua conversione denuncia la pochezza di 
Benedetto Croce, nel quale “L’idealismo moderno non trova un continua¬ 
tore e un approfonditore... il vero Croce ha stretta parentela con la menta¬ 
lità empiristica e positivista... crocianesimo e positivismo sono i negatori 
della filosofia e dei suoi primi problemi ”. 

Quando si tiene conto che nel 1941, in un appunto scritto per il ministero 
dell’educazione (era allo studio la riforma dell’insegnamento della filoso¬ 
fia) Sciacca riconobbe a Gentile il merito di aver corretto la riforma Boselli 
del 1889, che, sotto l’influsso del positivismo, aveva ridotto la filosofia al- 
l’indeterminatezza delle scienze umane, appare evidente l’intenzione di di¬ 
pingere il destino bipartito della filosofia italiana: da un lato la scuola di 
Gentile, rivolta a Vico, a Rosmini e, in ultima analisi, ai valori della tradizio¬ 
ne cattolica, dall’altra Croce, che, in sintonia con l’empirismo e il positivismo 
più bieco, valorizza le scienze umane e la superficialità erudita. 

L’errore di Gentile, che contempla l’atto puro, possiede un quarto di nobiltà 
che lo oppone all’estetismo di Croce, che si snerva nella ricerca dell’inedito 
letterario e della preziosità cronachistica. Nel momento in cui supera i limiti 
dell’errore attualista, Sciacca rende perciò omaggio alla grandezza intellet¬ 
tuale di Gentile, indicando la provvidenzialità della sua opera. 

Gli stalinisti e i loro degni eredi sessantottini, inglobati nella tartuferia del 
compromesso Togliatti-Mattioli, capirono subito la profondità del dise¬ 
gno sciacchiano e lo avversarono con accanimento. 

Il grido minaccioso e sragionante, “Sciacca fascista sei primo nella lista ”, 
che si levò dagli invasati durante le giornate della contestazione globale, 
rivela un odio concepito nei piani alti della cultura. E un odio giustamente 
motivato: in Sciacca si oltraggiava, consapevolmente, il felice esito della 
filosofia di Gentile, ovvero il ritorno della scuola italiana alla tradizione 
platonica e cristiana. 

99 










La matrice dell’odio contro Sciacca era la medesima che aveva armato gli 
assassini di Gentile: Vinimica vis , il potere forte dell’ateismo e dell’este¬ 
nuazione salottiera, potere da sempre avverso alla Chiesa e all’Italia. 
Purtroppo la cultura della destra non è stata altrettanto rapida nel cogliere 
il significato che la scuola di Gentile assumeva grazie alle postille 
sciacchiane. Di conseguenza il partito della destra non ha tratto le ultime 
conseguenze (e i relativi vantaggi politici) dalla lezione di Sciacca e dei 
gentiliani di destra. 

Circondata dall’ostilità dei comunisti e sabotata dall’ipocrisia in cattedra, 
la nobile minoranza dei gentiliani, militanti o fiancheggiatri nel Msi (Vit¬ 
torio Vettori l4 , Antonio Fede, Giulio Buonafede, Francesco La Scala, Ser¬ 
gio Bomacin, Nino Carazzoni, Carlo Amedeo Gamba, Primo Siena l5 , Gae¬ 
tano Rasi l6 . Lino Di Stefano l7 , Giovanni Espinosa) è stata chiusa in uno 
spazio angusto e soffocata da rumorose e mediocri scolastiche. Di conse¬ 
guenza, poligrafi superficiali e opachi banditori di misteri, piegarono e 
inchiodarono il pensiero della destra alle retrovie dell’immanentismo 
moderno, a quella magia di Giordano Bruno, cui Gentile stava sostituen¬ 
do la metafisica di Vico e Rosmini. 


14 Vittorio Vettori, docente di filosofia, saggista, poeta, protagonista, fin dall’immediato 
dopoguerra, di accese battaglie per la difesa della filosofia gentiliana. 

15 Nato a Modena nel 1925, dopo aver militato nel corpo dei bersaglieri della Rsi, Primo 
Siena, discepolo di Marino Gentile, è stato fra i promotori del Msi a Verona, dove, una 
volta conseguita la laurea in pedagogia, iniziò la carriere d’insegnante e scrittore. Cattoli¬ 
co praticante tentò nobilmente di riscattare l’ipoteca immanentista che gravava sull’eredità 
di Giovanni Gentile. Fondatore delle riviste “Cantiere” (condirettore Carlo Amedeo Gam¬ 
ba) e “Carattere” (alla quale collaborarono, fra gli altri Attilio Mordini, Silvano Pannunzio 
e Gaetano Rasi) ed autore di numerosi saggi di filosofia e pedagogia. 

16 Docente universitario di sociologia del lavoro e deputato di An. Ha iniziato la sua attività 
collaborando assiduamente al successo di “Carattere”, la rivista di Primo Siena. In seguito ha 
fondato la Rivista di studi coiporativi (da lui diretta avvalendosi della collaborazione dei 
professori Franco Tamassia, Luigi Gagliardi, Antonio Fede, Umberto Di Meglio, Gino Agnese 
ed Ennio Innocenti) ed ha assunto la presidenza della Fondazione Ugo Spirito. 

17 Lino Di Stefano è nato a Casacalenda (CB) nel 1947. Docente di filosofia nei licei, pubbli¬ 
cista, dirigente del sindacato scrittori, è autore di numerosi saggi, fra i quali: “La filosofia di 
G. Gentile” (1974), “Il pensiero di Ugo Spirito” (1975), “La filosofia di Pirandello” (1979), 
“Filosofi del Novecento” (1986). Collabora con “Il Secolo d’Italia” e con “Il Giornale d’Italia”. 

100 


Per effetto di tale arretramento, la destra ha usato marginalmente, e solo 
per il breve periodo 1954-1960, che vide il successo della politica realistica 
di Arturo Michelini, l’opportunità di rovesciare i risultati della filosofia di 
Gentile contro i gentiliani trasbordati nel Pei dalla Comit, per fondare la 
paradossale fortuna di un’ideologia, che i gentiliani coerenti avevano di¬ 
chiarato e dimostrato morta fin dal 1944. 

Occorre però aggiungere che la politica di Michelini, pur sostenuta da un 
vivace apparato culturale, fu duramente ostacolata (e indebolita) dall’oppo¬ 
sizione preconcetta dei giovani movimentisti, attizzati da Giorgio Almiran- 
te. A questo riguardo non si può tacere la responsabilità di Evola, un lontano 
discendente di Gentile, che fece un percorso opposto a quello del maestro e 
dei discepoli migliori, a cominciare, appunto, da Sciacca e Carlini. Infatti 
Evola, pur sostenendo la politica di Michelini, ne contestò aspramente il 
fondamento culturale e religioso. La conseguenza dell’influsso evoliano fu 
la discriminazione e il rifiuto preconcetto della filosofia italiana da parte di 
una larga fazione di giovani militanti nel Msi. 

Evola, in quegli anni cruciali, gettò la base della sua egemonia nella destra. 
Ma per l’affermazione di Evola fu pagato un alto prezzo: l’emarginazione 
del pensiero di Gentile, liquidato sprezzantemente e frettolosamente da Evola, 
l’apertura della breccia massonica, attraverso la quale irromperanno i mani¬ 
polatori adelphiani. Il neopaganesimo evoliano, inoltre, costituì un abbi ec¬ 
cellente per la sinistra democristiana renitente alle direttive di Pio XII. 

La consociazione cattocomunista, celebrata nel segno di un autore, Jac¬ 
ques Maritain, che fu dichiaratamente contrario alla filosofia italiana, era 
forse inevitabile. Ma è indubbio che, con la sua produzione, Evola contri¬ 
buì, senza esserne pienamente consapevole, a isolare quella tradizione ita¬ 
liana che avrebbe potuto impedirne l’alluvione IS . Voluta dall oligarchia 

18 Dopo il luglio del 1960, la scandalosa diffusione dell’esoterismo evoliano a destra faci¬ 
litò il successo dell’ambiguo Pii, che, con l’elezione di Giovanni Malagodi alla segreteria 
nazionale, aveva concepito il disegno di isolare il Msi e di diffondereTanticlericalismo 
nell’area che era stata sotto l’influenza del partito romano. Con raffinata ipocrisia, Malagodi 
rivendicava il primato del Pii (largamente infiltrato dall’esoterismo massonico), sostenen¬ 
do pretestuosamente che il Msi era inservibile, la sua cultura essendo avvelenata dalla 
superstizione esoterica. 

101 













iniziatica, che temeva rincontro della destra nazionale con il centro catto¬ 
lico, e favorita dalla cecità della sinistra cristiana, la caduta del governo 
Tambroni, nel luglio del 1960, suggellò l’involuzione a destra e la ridu¬ 
zione della sua cultura al galoppo mentale su tigri scatenate. 

Il confronto con Gentile e la tradizione italiana, dunque, rimane una pagi¬ 
na incompiuta e aperta. L’eredità della scuola italiana, gli insegnamenti di 
Vico, di Rosmini, di Gentile, di Sciacca, di Olgiati, di Carlini, di Guzzo, 
della Raschini, e sopratutto la magistrale conclusione di Fabro, rimango¬ 
no intatti sulla rovina moderna. Intatti e fruibili, da parte degli intellettuali 
di una destra capace di visitare la sua memoria negata e, perciò, di diven¬ 
tare protagonista e vincente. 


Ili 

IL PARTITO ROMANO 


Dopo il 25 luglio del 1943, il consenso popolare fu spartito tra democri¬ 
stiani e comunisti, secondo una proporzione che, in qualche modo, riflet¬ 
teva il dualismo regime-movimento '. La maggioranza dei sostenitori del 
regime, costituita da patrioti di tendenza conservatrice, si consegno, infat¬ 
ti, all’autorità spirituale di Pio XII, che si era imposto come arbitro della 
pacificazione e garante della continuità nella tradizione italiana. La volu¬ 
bile e confusa minoranza dei fascisti rivoluzionari, invece, confluì, quasi 
guidata da un istinto, nel partito comunista, cui la feroce conduzione della 
guerra partigiana e dell’epurazione 2 , assegnava la parte - ammaliante, 
per la mentalità romantica e spartana dei movimentisti - dell’avanguardia 
“impersonale ”, che concepiva la catarsi sociale come sacrificio di sé e 
dell’altro 3 . L’incontro del movimentismo e del nichilismo di destra con la 


1 Domizia Carafòli ha dimostrato che Paimiro Togliatti, fin dal 1941, pensò a raccogliere 

l’eredità del “fascismo sociale”, che aveva conquistato ampio consenso nella classe opera¬ 
ia. Cfr.: “Nuove rivelazioni da documenti inediti del Comintem”, nel “Giornale , 29 set¬ 
tembre 2000. . 

2 L’epurazione comunista, con i suoi orrori, fu estesa al clero cattolico, che lamento centi¬ 
naia di vittime nel “triangolo della morte”. 

< Recentemente Gianni Baget Bozzo, ha indicato la radice del fascino “spirituale che ì 
comunisti esercitavano sugli altri volontari della resistenza: “Da quando nel '44 ho cono¬ 
sciuto i comunisti nella Resistenza, ho pensato che la loro idea fosse l’odio, L’odio non è 
l’interesse, è una passione spirituale. No, non li ha mai mossi l’amore per il proletariato, 
bensì l’odio per l’altro: il padrone, il credente, chiunque fosse rispetto a loro «altro», Ho 
pensato che per i comunisti andasse aggiornata la definizione agostiniana della civitas 
hominum: amor di sé fino al disprezzo di Dio. I comunisti non amavano se stessi e quelli 
che ho conosciuto da giovane erano disposti a morire per le loro idee, e cost e accaduto. 
Per la loro storia la definizione di sant’Agostino andrebbe così trasposta: l’odio dell altro 
sino al disprezzo di sé”. Cfr.: Il Giornale, 25 luglio 2000. 


102 


103 











nuova sinistra - il nazimaoismo (o nazicomunismo) tempestivamente de¬ 
nunciato anche da Evola 4 - era peraltro inscritto nell’impotenza delle 
utopie di fronte alle conquiste tecnologiche compiute dall’Occidente 5 . 
Nella fase che prepara la convergenza delle ideologie rivali, il progresso 
tecnologico, fittiziamente identificato con la corruzione diffusa dal potere 
culturale e dal suo braccio finanziario, diventa il principale nemico degli 
ideologi 6 . 

In un recente saggio su Evola, lo storico Franz Maria D’Asaro ha indicato 
nella sconfitta storica delle opposte utopie la causa della convergenza de¬ 
gli estremismi, quale è rivelata, a posteriori, dall’involuzione delle oppo¬ 
ste fantasticherie: 1 nazionalsociali, con Evola e Guénon, gli altri, i cine¬ 
si, con Adorno e Marcuse, ma tutti [erano] in disperata polemica contro la 
società dei consumi, il primato dei banchieri, Vegemonia del cinico 
utilitarismo ” 7 . 

La comprensione del passato è oggi possibile grazie al totale giro della 
scena moderna: i movimentisti e i comunisti, completato il viaggio del- 

4 Cfr.: Julius Evola, “L’infatuazione maoista”, nel “Borghese”, 18 luglio 1968. 

Ad accrescere la confusione contribuirono anche quegli autori “tradizionalisti” che con¬ 
cepivano il progresso storico alla stregua di un’infernale invenzione anticristiana e perciò 
condannavano senza appello qualunque aspirazione all’onesto benessere. 
h Ma non del regime modemizzatore e realista di Mussolini. È da sottolineare l’estraneità 
di Mussolini alla suggestione (movimentista e comunista) che confondeva la cultura del¬ 
l’America con la sovversione e l’impero mondiale del denaro. Di qui il realismo della sua 
visione del rapporto tra cultura romana e cultura occidentale e americana. Nel 1933, infat¬ 
ti, Mussolini inviò in omaggio a Roosevelt la riproduzione dei codici di Virgilio e Orazio, 
accompagnandoli con una lettera, pubblicata solo nel 2000, in cui dichiarava: “ Ho scelto 
questi due autori non soltanto perché le loro opere poetiche sono il più grande lascito 
letterario di Roma, ma anche perché sono esempi di quella nobiltà dello spirito ed umana 
comprensione che credo essere le due qualità fondamentali del carattere americano”. Una 
dichiarazione, questa, che mostra l’incompatibilità del pensiero di Mussolini con le fatue 
elucubrazioni dei neodestri intorno al “male americano”. Recentemente l’avversione 
neodestra all America ha destato sgangherate simpatie per il terrorismo islamico e per gli 
anti-global. Va sottolineato dunque che queste simpatie appartengano a un fascismo postu¬ 
mo ed immaginario. II pensiero di Mussolini non costituisce alibi per gli imbecilli che ne 
scialacquano l’eredità. 

Cfr.. Franz Maria D Asaro, “Evola: profeta del futuro”, in “Rassegna di storia siciliana 
a. IV, n. 10, agosto 2000. 


l’astrazione oltre la realtà, sono ultimamente costretti a ripiegare su quegli 
autori - Stirner, Nietzsche, Spengler 8 , Kojève, Horkheimer, Bataille, 
Heidegger, Guénon, Evola, Hillman, Zolla, Galimberti, Severino, Cacciali, 
Natoli ecc. - che, in previsione del fallimento delle utopie, annunciano la 
catastrofe della civilizzazione e il destino regressista dell’Occidente. 
Movimentisti e comunisti si riconoscono in un pessimismo radicale, che 
esclude tassativamente la possibilità di un ritorno dell’Occidente alle fon¬ 
ti cristiane e, perciò, indirizza la civilizzazione allo sprofondamento nella 
“madre terra” dei pensatori eco-pagani. 

Il successo che la delirante critica di Georges Bataille al concetto di utile 
riscuote fra gli assaltatori delle trattorie Me Donald’s e gli sconvolti neo¬ 
destri, rivela che i rami del “moderno” hanno ritrovato la loro originaria 
unità nella religione della disfatta drogastica e della carestia 9 . In questa 
postuma luce si può comprendere quel trasbordo del movimentismo nel 
Pei, che è stato puntualmente descritto da Giuseppe Parlato 10 . Ora le me- 

« Oswald Spengler (Blankembur, 1880, Monaco, 1936). Nelle sue opere (in special modo 
nel “ Tramonto dell’Occidente”, dove è evidente l’influsso dalle teorie del sottosuolo 
dostojewskijano) ha tentato di applicare alla storia i princìpi della biologia. Poiché il suo 
sistema possiede i caratteri di un naturalismo d’indirizzo nominalistico e di esito squisita¬ 
mente antimetafisico, si dimostra del tutto insensato, temerario e ridicolo il tentativo (com¬ 
piuto da alcuni malaccorti esponenti della cultura neodestra, tratti in inganno da un fugge¬ 
vole accenno nella prefazione di Evola all’edizione del 1957 del “ Tramonto dell Occiden¬ 
te”) di accostare Spengler alla filosofia della storia esposta da Giambattista Vico nella 
“scienza Nuova". In realtà l’unica relazione tra Vico e Spengler-Evola è costituita all in¬ 
terno del patetico fraintendimento di Evola, che assumeva come definitiva e insuperato e 
un’immatura opera di Vico (“De antiquissima italorum sapientia ”) dettata da un giovanile 
abbaglio e perciò inclinata all’accoglienza di quei miti intorno alla sapienza dei primitivi, 
che il Vico maturo confuterà magistralmente. Accostare Spengler a Vico, dunque, significa 
ridurre il tradizionalismo ai pensieri d’Arcadia, in ultima analisi a Francesco Bacone e a 
Jean Jacques Rousseau. La filosofia della storia spengleriana, come quella evoltami, rima¬ 
ne appesa al filo (interrotto) di un errore anacronistico ampiamente superato da Vico, che 
vi era incorso nella prima fase della sua ricerca. „ 

9 In alternativa all’economia dell’utile, Georges Bataille ha proposto f economia del dono , 
termine accattante, dietro il quale si nascondono il “ potlac ” e l’inclinazione del primitivo 
alla dissipazione. Purtroppo i neodestri, memori degli eccessi spartani (a parole) di Julius 
Evola e disorientati dall’abbaglio ineconomico di Geminello Alvi, hanno creduto di vede¬ 
re (nell’opera di Bataille) la via d’uscita dall’errore utilitarista. 

10 cfr. Giuseppe Parlato, “La sinistra fascista”. Il Mulino, Bologna, 1999. 


104 


105 











morie di due protagonisti a torto giudicati minori, Luigi Gedda 11 e Rug¬ 
gero Zangrandi, consentono di capire meglio le due apparenti anomalie 
italiane: la trasformazione del consenso a Mussolini nella fiducia alla De, 
e il simultaneo trasbordo dei movimentisti nel partito comunista, partito 
al quale Togliatti e Mattioli avevano imposto una conduzione oligarchica 
e anticristiana. 

“18 Aprile 1948” di Luigi Gedda, dimostra che la De, incassato il consen¬ 
so patriottico dei moderati, che voltavano le spalle al regime fascista 
disastrato dalla guerra per rifugiarsi nella Chiesa cattolica, lo svuotò, tra¬ 
sformandolo in un centro senza idee e conformisticamente rivolto a sini¬ 
stra 12 . 

Il politologo Costantino Marco, a proposito del fallimento democristiano 
ha scritto: “L’aver sottovalutato l’importanza strategica di una elaborazio¬ 
ne ideologica del partito cristiano che si ponesse come contraltare non solo 


' 1 Luigi Gedda (Venezia, 1902, Roma, 2000). Conseguita la laurea in medicina iniziò una 
brillante carriera universitaria, che dovette interrompere quando Pio XI lo chiamò a presie¬ 
dere la Gioventù d’Azione Cattolica. Nel 1948 fondò i Comitali Civici, ai quali va ascritto 

11 merito della vittoria elettorale della De nelle elezioni del 18 aprile. Dopo la morte di Pio 
XII ripresa i suoi studi di genetica presso l’Istituto Mendel di Roma, ottenendo 
prestigiosissimi riconoscimenti internazionali Mauro Anseimo ha scritto che a Gedda si 
può applicare la definizione di “ grande rimosso ”. Rimosso vuol dire peso leggero, uomo 
che si mette da parte senza difficoltà. “Se c’è infatti un protagonista poco raccontato”, 
continua Mauro Anseimo, “un leader sistemàticamente dimenticato o marginalmente cita¬ 
to dagli storici, anche cattolici, questo è lui, l ’inventore dei Comitati Civici, il vincitore del 
18 aprile 1948”. Cfr.: Luigi Gedda, “18 Aprile 1948”, Mondadori, Milano 1999, pag. XI. 
Analogo il giudizio di Baget Bozzo, che di Gedda fu amico e collaboratore: “ Luigi Gedda 
è l ’unico grande attore di storia in Italia che abbia accettato di sparire Dagli anni Sessan¬ 
ta egli è divenuto un innominato. Quanto potere egli ebbe e quanto poco potere egli usò. Di 
lui neanche la Chiesa cattolica conserva un ricordo ...e la democrazia italiana non accet¬ 
ta di annoverare i Comitati Civici tra i suoi fondatori, appunto per la sua cultura laica. 
Ma rimane vero che questa figura è tra le più rilevanti nel panorama del cattolicesimo 
italiano, e molto più spirituale di Giuseppe Lazzati e Giorgio La Pira”. Cfr.: “Il Giornale”, 
28 settembre 2000. 

12 Cfr.: Luigi Gedda, «18 aprile 1948», Mondadori, Milano, 1997. La De non fu grata a 
Gedda. Baget Bozzo sostiene con ragione che “Se ci fu un uomo odiato dai democristiani 
fu appunto Luigi Gedda. ...Gli fu ostile De Gasperi, gli furono ostili la sinistra democri¬ 
stiana di Dossetti e Fanfani”. 

106 


politico alla cultura e alla ideologia comunista in Italia, è all’origine della 
crisi democristiana, della denuncia comune della sua incultura politica, 
del suo gioco compromissorio, del suo potere correntizio. ...Al vuoto idea¬ 
le, la De rimediò con l’affarismo clientelare e l’appropriazione delle istitu¬ 
zioni statali a fini di conservazione del regime partitocratico 
L’infelice uso democristiano della fiducia riposta in Pio XII dagli italiani ex 
fascisti, va attribuito alla massiccia adesione della destra cattolica al regime 
e al suo conseguente coinvolgimento nella sconfitta del 1943.1 cattolici che 
non poterono gloriarsi di qualche merito aventiniano, furono neutralizzati e 
marginalizzati dalla propaganda terroristica dei comunisti. Va precisato che 
il terrore comunista, esercitato su larga scala, favorì indirettamente la politi¬ 
ca democristiana intesa ad impedire che la destra maggioritaria nel paese 
fosse adeguatamente rappresentata nel partito e nella stanza dei bottoni . 
La parola “destra” fu cancellata dal vocabolario dei cattolici. Il Cardinal 
Giuseppe Siri potè dire che, nel secondo dopoguerra, la destra non è mai 
esistita. Togliatti condusse vittoriosamente la guerra delle parole, “l’ob¬ 
brobrio fatto cadere goccia a goccia sul termine fascista isolò la destra. 
Tutti avevano timore di essere chiamati fascisti, anche quando né lo erano 
stati né lo erano”. 

Avvolti e irretiti da questo sottile pudore diffuso, i democristiani, ricevet¬ 
tero il mandato da una maggioranza elettorale orientata a destra, ma ela¬ 
boravano una politica conforme alle minacciose indicazioni della sinistra. 
Luigi Gedda ha scritto al riguardo: “La De si serviva del suffragio univer¬ 
sale solo per assicurarsi una maggioranza, ma, una volta raggiunto lo 
scopo, conduceva una politica di vertice, che non tardò a dimostrarsi 
sterile e tributaria dell’opposizione, come avvenne con la politica dei tra¬ 
sformismi del compromesso storico ” 15 . 

13 cfr.: Costantino Marco, “Il riformismo liberale”. Marco editore, Lungro di Cosenza, 

^“Dopo il 25 aprile c’era stata la notte dei lunghi coltelli comunisti. Ognuno poteva 
essere dichiarato fascista e fatto tranquillamente fuori, cosa che constatai de visu . Gianni 
Baget Bozzo, “Integralista fu Dossetti”, nel “Giornale”, 4 ottobre 2000. 

15 Cfr.: Luigi Gedda, “18 aprile 1948”, op. cit., pag. 172. 

107 













Nei quartieri alti del palazzo democristiano furono ammessi solamente gli 
iscritti in grado di esibire un curriculum o un lasciapassare antifascista I6 . 
La figura della classe dirigente democristiana, in tal modo, fu riflessa nel 
principio non scritto, che vietava alla De il ruolo di partito della nazione 
italiana. Il dissenso di Luigi Sturzo, secondo il quale la De avrebbe dovu¬ 
to rappresentare non un semplice partito ma il paese nei suoi interessi 
vitali e il dovere di corrispondervi con onestà di metodi, con abnegazione 
personale, con correttezza amministrativa, con sincerità di intenti ”, nasce 
da questo divieto 17 . 

Occorre aggiungere che, al tradimento del consenso di destra da parte 
del partito democristiano, contribuirono le avventurose suggestioni del¬ 
la filosofia di Jacques Maritain 18 (inutilmente confutate da padre Anto¬ 
nio Messineo) e delle teologie di Henri De Lubac e di Hans Urs von 

16 Tuttavia la vittoria del 18 aprile ebbe un segno anticomunista (e non certo democristiano). 
Massimo Caprara, di recente, ha ricordato che, dopo la costituzione dei Comitati Civici, a 
Togliatti fu chiaro che non si trattava più di scegliere fra l’America e l’Urss, ma per Cristo o 
contro Cristo, ossia fra laici e cattolici. Questa interpretazione non era per niente gradita a De 
Gasperi, il quale ripeteva ossessivamente “ Non si deve far tornare Mussolini 1 ', ogni volta che 
qualcuno gli ricordava la parte decisiva svolta da Gedda nelle elezioni del 1948. 

17 Cfr.: Luigi Sturzo, “Il travaglio della De”, La Nuova Cultura, Napoli, 1959, pag. 99 e 
seg. Il testo di Sturzo aderisce perfettamente all’insegnamento di Pio XII sulla democra¬ 
zia, che era stato oggetto del Radiomessaggio nel Natale del 1944. L’intesa di Sturzo con 
Pio XII, dunque, non fu occasionale, ma dettata dalla comune concezione della politica. 

Maritain, nato a Parigi nel 1882, morto a Tolosa nel 1973, proclamava insistentemente 
la fedeltà del suo pensiero alla dottrina di^san Tommaso d’Aquino, ma le sue opere fonda- 
mentali, quelle dedicate alla teologia della storia, rivelano l’influsso decadente del guru 
Léon Bloy. I segni della dipendenza da Bloy sono disseminati in tutte le opere di Maritain. 
Antonio Messineo (cfr.: “La filosofia della storia di Maritain”, in “Civiltà cattolica”, 1956, 
voi. HI, pag. 449 e seg.) aveva intuito lucidamente che la filosofia della storia elaborata dà 
Maritain contemplava il paradosso della cristianità profana, e ne aveva svelato l’impianto 
dialettico: “ L’influsso della vera religione sulla cultura, secondo Maritain, avverrebbe 
con la discesa dei valori religiosi sul piano umano e temporale. Ma affinché essi diventino 
elemento di civiltà, dovranno particolarizzarsi, perdendo la loro trascendenza e universa¬ 
lità . Questo significa che il lievito cristiano nella storia agisce verso il basso e produce un 
depauperamento progressivo della vera dottrina. La dottrina cristiana si incarna nella sto¬ 
ria per effetto dell’azione nientificatrice dell’uomo. A malgrado delle sue invettive contro 
1 hegelismo, Maritain non è molto lontano dall’idealismo. Purtroppo la polemica di padre 
Messineo fu interrotta d’autorità e l’errore maritainiano si diffuse allegramente. 


Balthasar 19 , che indicavano linee culturali e politiche sempre divergenti 
e spesso contrarie al progetto di Pio XII 20 . 

Gianni Baget Bozzo ha scritto al riguardo: “Si è offerta al paese una de¬ 
mocrazia cristianamente ispirata: ma la verità è che tra tutti i protagoni¬ 
sti del 18 aprile a questo non credeva nessuno, almeno fino al punto tale 
da ispirarvi effettivamente la propria azione. Il degasperismo vedeva i 
cattolici in politica come la forza di mediazione tra Chiesa e stato libera¬ 
le e tra stato liberale e socialismo democratico, il dossettismo vi vedeva 
la mediazione tra senso popolare e sociale del cattolicesimo con lo spiri¬ 
to della Resistenza e dell’unità di massa. Nessuno seppe parlare un lin¬ 
guaggio vigorosamente civile, fondato sulla religione, la fortezza e la 
magnanimità: nessuno ebbe la speranza di ridare alla natura il vigoroso 
supporto della Fede, perché essa potesse essere veramente natura. Nessu¬ 
no salvo Pio XII, una voce che gridava nel silenzio” 21 . 

Si spiega in tal modo l’amarezza manifestata a Luigi Gedda da Pio XII: 
“ l’Azione Cattolica collabora non con la Chiesa ma con la Democrazia 
Cristiana ” 22 . Al voltafaccia democristiano all’elettorato di destra, corri- 

19 Hans Urs von Balthasar (Lucerna, 1905, Basilea, 1988) sotto l’influsso del teologo De 
Lubac e della visionaria Adrienne von Speyr, credette che le posizioni non cattoliche ser¬ 
vissero a ricordare tutto quello che il cattolicesimo aveva dimenticato: sostenne coerente¬ 
mente che la Chiesa cattolica si doveva aprire indifesa verso il mondo moderno. Come 
nota acutamente Ennio Innocenti (cfr. “ Influssi gnostici nella Chiesa d oggi , Sacra 
Fratemitas Aurigarum in Urbe, Roma, 2000, pag. 41), von Balthasar, fornì un’equivoca 
interpretazione di Plotino e di Scoto Eriugena, con l’intento palese di collegare il pensiero 
cristiano all’immanentismo neopagano di Schelling, Soloviev eTheilhard de Chardin. Sulla 
corrente teologica alla quale era collegato von Balthasar cfr.: Giuseppe Siri, Getsemani , 
Fraternità della SS Vergine Maria, Roma, 1980). 

20 Nel 1950 Pio XII, nell’intento di contrastare la nuova teologia e la nuova filosofia, 
pubblicò l’enciclica «Humani generis», il documento più significativo del suo pontificato. 
Adesso la “Humani generis” è nuovamente attuale grazie alla “ Fides et ratio” e alla 
“ Dominus Jesus ” il documento pubblicato dal cardinale Ratzinger ed approvato da Gio¬ 
vanni Paolo II.. 

21 Cfr : Gianni Baget Bozzo, “Una ripresa”, “Lo Stato”, n. 12, 30 aprile 1961. 

22 Cfr.: Luigi Gedda, “18 Aprile 1948”, op. cit., pag. 153. L’udienza nella quale Pio XII 
lamentò l’insubordinazione dell’azione cattolica (e della De) fu concessa a Gedda il 17 
giugno del 1952, dopo che la De aveva causato il fallimento dell’ operazione Sturzo (la 
presentazione di una lista di centrodestra per le comunali di Roma). 


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spondeva puntualmente la disobbedienza alla gerarchia cattolica da parte 
del laicato militante. 

Da parte sua, Ruggero Zangrandi, nel “Lungo viaggio attraverso il fasci¬ 
smo”, ha descritto la parabola dal sindacalismo e dal corporativismo im¬ 
paziente al partito comunista, al quale i movimentisti riconoscevano il 
ruolo d’interprete dell’istanza operaia 23 . Zangrandi ignora o nasconde l’ob¬ 
bedienza di Togliatti ai poteri forti e al loro pregiudizio anticristiano. Nel¬ 
la sua ricostruzione del trasbordo, le ambiguità della sinistra fascista sono, 
pertanto, spiegate con riferimento agli ideali genuinamente popolari della 
sinistra. La conversione dei movimentisti fascisti 24 , in realtà, era maturata 
per l’obbedienza ad una logica sotterranea, che proiettava sulla scienza 
marxiana i bagliori emanati dal romanticismo tedesco, nell’incontro con 
le curiose mitologie della scienza fin de siècle. 

I movimentisti, infatti, avevano compiuto un percorso umbratile, attraver¬ 
so i sentieri marxiani tracciati dal giovane Gentile, come dimostra l’alter¬ 
na avventura di Ugo Spirito 25 e di tanti altri scolari. I militanti nella sini¬ 
stra fascista, inoltre, avevano frequentato (forse inconsapevolmente) le 

23 Cfr.: Ruggero Zangrandi, «Il lungo viaggio attraverso il fascismo», Feltrinelli, Milano, 
1962. 

24 I casi di Elio Vittorini, Italo Calvino ed Eugenio Scalfari sono al riguardo rivelativi. Non 
per nulla Scalfari, transitato dal movimentismo alla sinistra, milita finalmente nella claque 
dell’editore nichilista Roberto Calasso. 

25 Ugo Spirito, nato ad Arezzo nel 1896, morto a Roma nel 1979, è stato senza dubbio il 
più eminente allievo e interprete di Giovanni Gentile. Dopo la laurea fu docente di politica 
corporativa a Pisa e, dal 1936, ordinario di filosqfia teoretica, a Genova e a Roma. Alla fine 
degli anni Trenta intraprese un percorso di ricerca, che (attraverso lo sguardo di una critica 
penetrante, come quella di Augusto Del Noce) mostra a quali sviluppi religiosi era destina¬ 
ta la filosofia di Giovanni Gentile. Spirito, infatti, ha sviluppato le istanze dell’umanesimo 
gentiliano all’interno della sua personale filosofia, che traduceva l’immanentismo, ancora 
metafisico dell’attualismo, in un più coerente naturalismo, e perciò ritornava a quella filo¬ 
sofia positiva contro la quale Gentile aveva iniziato il suo cammino di ricerca. Ma nella 
retrocessione al positivismo, Spirito riscopre ed esalta l’essenza della filosofia gentiliana, 
come la più antiegoistica e antindividualistica delle filosofie. Augusto del Noce aveva ra¬ 
gioni da vendere quando mostrava le insuperabili aporie incontrate dal pensiero di Ugo 
Spirito. È tuttavia innegabile che l’opera di Spirito, come quella di Gentile, costituisce una 
preziosa indicazione dell’uscita dalla filosofia tedesca dopo Spinoza e Hegel e dagli incubi 
stimeriani e nietzschiani nei quali è naufragata la modernità. 


passerelle tra il decisionismo di Lenin e i miti intorno alla guerra rivolu¬ 
zionaria. Per loro il passaggio da una guerra rivoluzionaria all’altra non fu 
difficile. L’analisi della conversione movimentista al Pei, non può dimen¬ 
ticare il nesso tra le effervescenze sociali e il decadentismo del D’Annun¬ 
zio araldo dell’ambivalenza a Fiume. Non è per caso che la sinistra d’oggi 
apprezza un movimentista come Alceste De Ambris. 

Infine sono da scoprire le parentele della sinistra laica e salottiera con i 
malumori imperiali, riversati da Arturo Reghini sull’Evola del saggio an- 
ticoncordatario “Imperialismo pagano” 26 . 

La natura dell’associazione di comunisti e movimentisti nella corsa al¬ 
l’oscuramento della tradizione cristiana, si è rivelata soltanto negli anni 
novanta, e grazie alle rivelazioni (di Ettore Bemabei e Maurizio Blondet). 
sul compromesso Togliatti-Mattioli. L’eloquente spettacolo offerto dal 
popolo progressista, incolonnato da Veltroni e dirottato, prima nel corteo 
forcaiolo di Paolo Flores d’Arcais, quindi nella kermesse libertina degli 
omosessuali, ha finalmente eliminato ogni dubbio sul destino crepuscola¬ 
re (o “tantrista”) della rivoluzione. 

Si può dunque affermare, senza tema di smentita, che i fascisti passati al 
Pei vi ritrovarono le origini anticristiane (massoniche e risorgimentali) 
del movimentismo, cioè un indirizzo libertino e nichilista, opposto a quel¬ 
lo del Mussolini capo del governo, dell’ultimo Gentile e dei più qualifica¬ 
ti gentiliani. 

11 voto del 18 aprile 1948, quindi, ritrae fedelmente la frantumazione del 
consenso unanime al fascismo, in voto democristiano e voto comunista: 
due scelte opposte, che corrispondono al realismo del regime e all utopia 
del movimento. 

26 Julius Evola, dopo una rovente stagione idealistica, aveva cominciato a polemizzare con 
le tesi di Gentile sull’interiorizzazione della divinità, sostenendo che tale divinità avrebbe 
potuto attribuirsela qualunque essere pensante, mentre un uomo qualificato spiritualmente 
poteva andare oltre la divinità. Questa convinzione si traduceva nella tensione a superare, 
sradicare, violare, ardere nella propria interiorità ogni necessità di legge. E in tale clima 
di esaltazione (incrementata dagli influssi del massone Reghini), che l’idealismo evoliano 
incontra quei misteri dell’antichità ellenistica, con i quali Giuliano s’illudeva di sconfigge¬ 
re il cristianesimo. 


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Curiosamente l’opposizione stridente tra la logica del regime e la logica 
del movimento si rivelò soltanto in presenza di un voto che ne rifletteva (e 
ne riproduceva) le contraddizioni e i paradossi. 

La divisione degli italiani secondo le irriducibili scelte del 18 aprile, rive¬ 
la, a chi non ha paura della verità, che il fascismo non fu mai il blocco di 
granito ideologico, che appariva durante il ventennio. 

Le figure del nuovo quadro politico erano dunque: una destra a conduzione 
sinistrorsa (la De) e una sinistra a trazione oligarchica e decadente (il Pei 
compromesso con il salotto del banchiere azionista Raffaele Mattioli). In 
mezzo stavano il Msi, umiliato da un numero insignificante di voti e lace¬ 
rato dalla riproduzione (in scala ridotta) del dualismo movimento-regi¬ 
me 27 , e il Pnm, realtà pittoresca, sospesa tra le nacchere e le cazzuole 
della massoneria minore. 

Il più autorevole soggetto della politica italiana nel secondo dopoguerra 
era però il “partito romano”, nel quale si ritrovavano, insieme con Luigi 
Gedda, Nino Badano, Urbano Cioccetti, Agostino Greggi, Giuseppe 
Vedovato, il popolo dei Comitati Civici, personalità della curia e del clero, 
Sturzo e i suoi amici fidati (come Attilio Piccioni, Paolo Cappa, Mario 
Cingolani), numerosi intellettuali d’alto profilo (come Giorgio Del Vec¬ 
chio, Michele Federico Sciacca, Carlo Costamagna, Giuseppe Ricciotti) e 
la parte migliore della nobiltà “nera”. 

L’impegnativo programma culturale dei comitati civici e i contenuti del 
“Quotidiano” di Nino Badano e delle pubblicazioni di destra (come “Ri¬ 
vista romana” di Vanni Teodorani - il continuatore dell’opera di Arnaldo 
Mussolini - e “Occidente” di Ernesto De Marzio) rivelano la profonda 
solidarietà, che, in quella fase storica, si era stabilita tra la destra missina 
e il “partito romano”. 

I Comitati Civici, infatti, programmavano conferenze e corsi, nei quali 
erano esaltate le nobili figure della storia cattolica non riconducibile 

27 Nicola Rao, in “Neofascisti”, Settimo Sigillo, Roma, 1999, pag. 31, sottolinea l’amara 
delusione dei dirigenti missini per il conferimento alla De dei voti che provenivano dal 
deposito del consenso al regime e, perciò, appartenevano naturalmente al loro partito. 


all’epopea democristiana, quali, ad esempio, Stefano d’Ungheria, Silvio 
Pellico, Giulia Barolo, Federico Ozanam, Garcia Moreno, Giuseppe 
Tomolo, Engelbert Dollfuss, mentre la “Rivista romana”, ospitava articoli 
di autorevoli esponenti cattolici estranei al degasperismo, quali Luigi 
Sturzo, Giuseppe Ricciotti, Igino Giordani, Gabriele Roschini. Guido 
Gonella, Angelo Scarpellini, Gino Sottochiesa, Antonio Marasco, Anto¬ 
nio Avema 28 . 

Il partito romano condivideva e sosteneva toto corde l’aspirazione di Pio 
XII e di Luigi Sturzo alla pacificazione nazionale e ad un’intesa della De 
con la destra moderata e non ideologica, in vista di un’efficace risposta 
alla sfida comunista. Nel comuniSmo, infatti, Pio XII vedeva e denuncia¬ 
va, con accenti simili a quelli usati da Pio IX, la fonte di pericoli “ ben più 
estesi e gravi, quali non furono né le pesti né i cataclismi tellurici ” 29 . 

Il disegno di Pio XII contemplava il rinnovamento del mondo, “che oc¬ 
corre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico ad 
umano, da umano a divino, vale a dire secondo il cuore di Dio ” 30 . 

Il partito neofascista era perciò tenuto a scegliere tra le due anime della 
contraddizione fascista, riemergenti nelle anomalie del post-fascismo. Il 
Msi era di fronte a due ipotesi di lavoro: costituirsi come movimento (“ri¬ 
voluzionario”) e rivolgersi alla sinistra (in ultima analisi al salotto azioni- 


28 È stato possibile consultare l’archivio della “Rivista romana”, che uscì regolarmente dal 
1954 al 1963, grazie alla cortesia della signora Anna Teodorani, alla quale va il più vivo 
ringraziamento. Nel 1954, la “Rivista romana” dedicò un numero speciale al XXV dei 
Patti lateranensi: una copia fu fatta recapitare a Pio XII, che rispose notificando al direttore 
il gradimento dell’omaggio e della dichiarazione di devozione filiale. Lo stesso anno Pio 
XII incaricò la Segreteria di Stato di lanciare un telegramma con la benedizione papale al 
congresso della “Giovane Italia”, l’organizzazione giovanile del Msi, della quale erano 
responsabili Fausto Belfiori, Pinuccio Tatarella e Massimo Anderson. Al riguardo cfr. an¬ 
che: Andrea Riccardi, “Il partito romano nel secondo dopoguerra 1945-1954”, Morcelliana, 
Brescia, 1983. 

29 Cfr, il discorso ai romani del 10 febbraio 1951, citato da Giovanni Palisi, in “Pio XII 
Una vita per Cristo e per la Chiesa”, Il Messaggero di Santa Rita, Morena (Roma) 200, 
pag. 184. L’autore sottolinea il fatto che Pio XII non rivelò il contenuto del suo discorso a 
monsignor Montini prima di pronunciarlo in pubblico. 

20 Giovanni Palisi, “Pio XII Una vita per Cristo e per la Chiesa”, op. cit., pag. 185. 


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sta e alla massoneria), oppure agire come partito dell’autentica tradizione 
nazionale ed influire sulla De, nel tentativo di obbligarla ad una politica 
coerente con la tradizione italiana. 

Arturo Michelini 31 , sostenuto da Augusto De Marsanich, Nino Tripodi, Gian¬ 
ni Roberti 32 , Carlo Costamagna 33 , Ernesto De Marzio, Nicola Foschini 34 , 
Pino Romualdi, Filippo Anfuso, Vanni Teodorani, Gioacchino Volpe, Julius 
Evola e dai più brillanti esponenti del raggruppamento giovanile (Enzo Erra 35 , 


31 Arturo Michelini (Firenze, 1909, Roma, 1969) di agiata famiglia, che gli diede una 
salda formazione cattolica. Aderì giovanissimo al Pnf. Brillante sportivo, fu vicepresidente 
del Coni per la provincia di Roma. Volontario nella guerra di Spagna e nella seconda 
guerra mondiale, fu decorato con medaglia d’argento. Fondatore del Msi (l’atto costitutivo 
fu steso nel suo ufficio romano) fu eletto deputato nel 1948 e sempre rieletto fino al 1968. 
Dal 1954 al 1969 segretario del Msi. 

12 Gianni Roberti, deputato del Msi dal 1948 al 1976, in seguito e fino al 1983 di Demo¬ 
crazia Nazionale, ha rievocato le avventurose fasi iniziali della ricostruzione della destra 
italiana da parte dei volontari reduci dalla guerra perduta: “A Napoli, insieme con alcuni 
amici fortunatamente ritrovati, vecchi compagni del Guf, facemmo appena in tempo a 
presentare, per le elezioni del 2 giugno 1946 alla Costituente, nelle liste dell’Uomo Qua¬ 
lunque, un nostro camerata, già dirigente del Guf, l’avvocato Renato Puoti, che fu eletto 
con oltre dodicimila preferenze.... Intorno al settimanale Rivolta Ideale di Giovanni Tonelli 
prese vita una nostra prima formazione politica dal nome Fronte dell’Italiano. Mentre gli 
avvenimenti politici incalzavano, dopo qualche mese di ricerche, tentativi e dibattiti si 
giunse finalmente alla costituzione a Roma, nello studio di Arturo Michelini, in viale Re¬ 
gina Elena, di un vero e proprio partito politico, il Movimento Sociale Italiano”. 

33 Carlo Costamagna nato a Quiliano (Savona) nel 1881, morto a Pietra Ligure (Savona) nel 
1965. Giurista insigne (acuto interprete della teoria vichiana del diritto naturale e dell’orga- 
nicismo di Otmar Spann, fu docente di diritto pubblico e di diritto corporativo nell’università 
di Pisa), senatore del Regno e ideologo del fascismo (per rettificare in senso cattolico le tesi 
di Gentile scrisse una “Dottrina del fascismo” molto apprezzata da Mussolini). Nel 1946, 
insieme con Giovanni Tonelli fondò il Fronte degli italiani. Partecipò alla fondazione del Msi 
schierandosi risolutamente dalla parte di Michelini e collaborando con la rivista Occidente di 
Emesto De Marzio. Esercitò una notevole influenza sui giovani del Raggruppamento, in 
special modo su Giano Accame, Enzo Erra, Gaetano Rasi e Primo Siena 

34 Nel 1958 Nicola Foschini si dimise dal Msi e insieme con Enzo Erra, Enrico Fiorini e 
Pierfranco Delpino diede vita al Movimento nazionale italiano, che si alleò con il Pmp di 
Lauro per la campagna elettorale del 1958. 

35 Proveniente dal corso ufficiali della GNR, che aveva frequentato insieme con i futuri 
attori, Giorgio Albertazzi, Enrico Maria Salerno, Paolo Carlini e Paolo Ferrari, Enzo Erra 
è stato fra i fondatori del Msi. Segretario del Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavo¬ 
ratori dal 1951 al 1957, e stretto collaboratore di De Marsanich, Michelini e De Marzio, 


Fausto Belfiori 36 , Fausto Gianfranceschi 37 , Gianfranco Legitimo 38 , Fabio 
De Felice, Carlo Casalena 39 , Giano Accame 40 , Roberto Melchionda, Piero 
Buscaroli 41 , Bartolomeo Zanenga, Primo Siena, Augusta Ribotta, Vittorio 


Enzo Erra ha pubblicato articoli e saggi nelle principali riviste d’area (“Imperium”, “Lotta 
Politica”, “Domani”, “Occidente”, “Lo Stato”, “Intervento”, ecc.). E autore di importanti 

opere di storia e politologia. . .. . ri ~ 

* Fondatore della rivista “Advemiat” e autore di importanti saggi di stona e filosofia po¬ 
litica Fausto Belfiori, insieme con mons. Arrigo Pintonello, Attilio Mordim, Anna Belfion, 
Ennio Innocenti Silvio Vitale e Vittorio Barbiellini Amidei, appartiene al ristrettissimo 
gruppo degli iniziatori del movimento tradizionalista cattolico. E stato direttore dell agen¬ 
zia giornalistica Italia. Insieme con Ennio Innocenti ha lavorato alla stesura del saggio 

sulla gnosi spuria e al volume sugli statisti cattolici. 

37 Brillante narratore (i suoi romanzi sono stati pubblicati da Rusconi) e saggista puntua e 
ed elegante. Fausto Gianfranceschi, dopo aver ricoperto importanti incarichi nel Msi, ha 
militato nel giornalismo (è stato direttore della terza pagina del Tempo di Roma). 
Gianfranceschi si trovò in prima fila con i protagonisti della stagione della Fondazione 
Volpe Ha diretto la rivista “Intervento” Attualmente è esponente di spicco del Sindacato 
Libero Scrittori Italiani e della fondazione San Pio V. Fra le sue opere si segnalano il 
gradevole “ Stupidario della sinistra", il romanzo “ Giorgio Vinci psicologo , ballante sati¬ 
ra dell’intellettuale di sinistra, e i saggi “// sistema della menzogna", L amore paterno 

38 Gianfranco Legitimo (classe 1938), dopo la laurea in scienze politiche e stato assistente 
di sociologia nell’università di Pisa e docente di politica economica nelle università di 
Padova e Cassino. Ha esordito come scrittore nel 1963, pubblicando, per ì tipi di Giovanni 
Volpe “Sociologi cattolici italiani”, un saggio divenuto presto un 4 classico della destra. 
Altre sue opere “Nuovo umanesimo sociale” (ed. Boria) e “Fondamento strutturale della 

politica economica” (ed. Giuffré). 

39 Carlo Casalena (deceduto nel 1998), torinese, esponente qualificato della corrente cat¬ 

tolica e stretto collaboratore di Pino Romualdi, fu consigliere regionale del Lazio e redat¬ 
tore della rivista “L’Italiano”. . , 

40 Giano Accame, nato a Stoccarda nel 1928, iniziò l’attività pubblicistica collaborando 
con le riviste dell’area gentiliana filocattolica (“Cantiere” e “Carattere ). Ottenuta la 
laurea in giurisprudenza, iniziò a collaborare con il settimanale “Lo Specchio quindi 
con il “Borghese”. Dopo l’esperienza di “Ordine Civile’’ e dello Stato , c°Uaboro con 
Randolfo Pacciardi e fu tra i fondatori del movimento Nuova Repubblica . Si dedico al 
giornalismo economico e diresse il quotidiano “Il Fiorino” Nel 1989 ; P ‘ nuccloTata ^ n ^ 
gli affidò la direzione del “Secolo d’Italia”. Nel 1992 inizio la collaborazione con il 
settimanale delfino “Il Sabato”. Attualmente collabora con il mensile Area . Fra le sue 
opere si segnalano i saggi su Ezra Pound, sul socialismo tricolore e sulla destra socia e 
il profilo di fra’ Ginepro da Pompeiana, e la monumentale storia della repubblica edita 
nel 2001 da Rizzoli, presto diventata bestseller. 

4 1 pierò Buscaroli, nato nel 1932, docente universitano di stona della musica scrittore e 
nubblicista. Aderì al Msi nel 1950, schierandosi con la corrente dei "figli del sole , e inizio 


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Sbardella, Carlo Amedeo Gamba, Edoardo Formisano, Roberto Garufi, Fran¬ 
co Zusic, Sergio Pessot, Giovanni Frangini 42 , Arturo Bellissimo, Massimo 
Anderson 43 , Franco Dragoni, Pinuccio Tatarella 44 , Amleto Ballarini, Do¬ 
menico Mennitti, Giancarlo Zonghi) tentò la costruzione di una grande de¬ 
stra, capace di influire sulla De e di piegarla alla strategia ispirata da Pio 
XII 45 . Giorgio Almirante, Angelo Tarchi, Ernesto Massi 46 , Goffredo Oliva¬ 
ri, Manlio Sargenti, Franco Servello, Alfredo Cucco 47 , Dino Grammati- 


quasi subito la collaborazione al settimanale “Lotta politica”. Nel 1954, insieme con Gia¬ 
no Accame, diede vita alla rivista “Il reazionario”. Nel 1955 iniziò la sua lunga collabora¬ 
zione alle pagine culturali del “ Borghese ” di Mario Tedeschi. Nel 1971 fu nominato diret¬ 
tore del quotidiano della destra napoletana, “// Roma”. Dal 1974 assiduo collaboratore del 
“Giornale”. 

42 Giovanni Frangini (Firenze, 1930) Pittore, scenografo e saggista. Allievo di Ottone Ro¬ 
sai, si è diplomato in scienze giornalistiche nell’università di Urbino, ed è stato dirigente 
nazionale del raggruppamento giovanile del Msi e collaboratore del “Secolo d’Italia”. Ha 
realizzato il progetto grafico della rivista “Traditio”. 

43 Massimo Anderson fondò e diresse “Azione”, una bella rivista che si avvalse della colla¬ 
borazione di illustri personalità del ventennio (ad esempio Gioacchino Volpe, Giorgio Del 
Vecchio, Armando Carlini, Gino Sottochiesa ecc.) e di giovani destinati ad una brillante 
carriera (ad esempio Fausto Belfiori, Fausto Gianfranceschi, Gianfranco Legitimo, Primo 
Siena, Franco Cardini, Luigi Tallarico, Piero Vassallo, Cesare Mantovani, Adriano Cerquetti). 

44 Su Tatarella cfr. l’esauriente biografia pubblicata da Domenico Crocco nel 2001 per le 
edizioni del Roma. 

45 I successi di Michelini non furono di poco conto: durante la sua segreteria i voti del Msi 
furono più volte determinanti: nel 1955 per l’elezione di Giovanni Gronchi a presidente 
della repubblica, nel 1957 per l’approvazione del governo Zoli, nel 1959 per l’approvazio¬ 
ne del governo Segni e nel 1960 per l’approvazione del governo Tambroni. Il Msi parteci¬ 
pò inoltre al governo della Regione siciliana*e di grandi città, come Bari e Napoli dove 
(l’avvocato Foschini ricoprì la carica di viesindaco nella giunta di Achille Lauro). 

46 Ernesto Massi, economista, docente nell’Università cattolica di Milano, esponente del¬ 
la sinistra sociale e direttore del settimanale “Nazione sociale”, nel 1957 uscì dal Msi per 
dare vita ad un effimero Partito nazionale del lavoro. 

Alla rivista “Nazione Sociale” collaborano, insieme con alcuni protagonisti della vita cul¬ 
turale della Rsi (Giorgio Pini, Angelo Tarchi, Piero Pisenti, Edgardo Beltrametti) i princi¬ 
pali esponenti della sinistra neofascista: Giuseppe Niccolai, Mirko Tremaglia, Davide 
Brocani, Giuseppe Ciammaruconi, Raffaele Delfino, Gabriele Moricca, Lorenzo Ribotta, 
Gastone Romani, Enrico Fiorini. 

47 Su Alfredo Cucco cfr.: Giuseppe Tricoli: “Alfredo Cucco, un siciliano per la nuova 
Italia”, Ispe, Palermo s.i.d. Nella rivista di Alfredo Cucco, “I Vespri d’Italia” (a. V, n. 42, 
11 ottobre 1953) l’autore di questo saggio ebbe l’onore di pubblicare il suo primo articolo. 


co 48 , Ivo Laghi 49 , Castrenze Civello, Umberto Guglielmotti, Pino Rauti, 
Giuseppe Niccolai, Francesco Palamenghi Crispi, Franz Marna D’Asaro, 
Mirko Tremaglia, Giorgio Pisano, Massimo Aureli, Silverio Bacci, Gabrie¬ 
le Moricca, Giorgio Pini 50 , Giuseppe Tricoli, Giovanni Fettarappa Sandri, 
Nino Capotondi, Sergio Gozzoli, Alberto Donadio, Marcello Perina, Paolo 
Andriani, Luciano Lucci Chiarissi, Mauro Ravenna, si attestarono sulla li¬ 
nea della più rigida e astratta intransigenza “ideale”. 

Entrambe le soluzioni incontravano però l’ostacolo dei due grandi partiti 
antifascisti, eredi, a modo loro, del deprecato ventennio. Ma la soluzione di 
destra moderata, oltre che rappresentare la continuità con le scelte realistiche 
di Mussolini, aveva un aperto sostegno in Pio XII, nei Comitati Civici e in 
Luigi Sturzo, le autentiche fonti del prestigio e del potere democnstiano. Il 
sussiegoso politologo Ernesto Galli Della Loggia ha svalutato pesantemen¬ 
te la strategia politica elaborata dalla corrente moderata del Msi, che perse- 


« Dino Grammatico, oltre che per la sua attività nell’assemblea regionale siciliana e mol¬ 
onoto come il poeta che firma Dino D’Erice i suoi versi felici. 

v Iv0 Laghi è stato segretario della Cisnal, presidente della fondazione Terzo Millennio e 
lirettore dell’importante rivista “Pagine libere di azione sindacale”, alla quale hanno col- 
aborato Giano Accame. Gino Agnese, Giacinto Auriti, Rocco Buttigliene Carlo Fabrizio 
-arli Augusto Del Noce, Luigi Gagliardi, Fausto Gianfranceschi, Enrico Landolfi, Fran¬ 
cesco Merendante, Thomas Molnar, Antimo Negri, Giuseppe Niccolai, Antonio Sacca, 

Gennaro Sangiuliano, Marcello Veneziani. 

so Nel 1946 mentre Alberto Giovannini, interpretando con coerenza il pensiero dell ulti 
mo Mussolini, tentava un accordo con i socialisti per il tramite dello scrittore Carlo Silvestri, 
già cordiale interlocutore dell’ultimo Mussolini, Giorgio Pini, insieme con Stanis Ruinas, 
progettò un avventuroso incontro strategico con il Pei di Togliatti, in vista di una difesa 
della libertà italiana, limitata dai “poteri forti”. La possibilità di un compromesso storico 
con il Pei (che non cercava il dialogo ma l’arruolamento dei fascisti) era inesistente, dal 
momento che Togliatti (seguendo la traccia del Kgb e di Kojève) agiva in sintonia con 
Raffaele Mattioli e con le agenzie esoteriche della corruzione antipopolare. Negli ambienti 
del neofascismo, tuttavia, l’abbaglio si spense tardi e con fatica: nel 19511 giovani missini 
provenienti dai Far tentavano ancora di dialogare con ì “compagni nelle sedi del Pei. La 
generosa illusione di Pini e dei giovani (stabilire un’alleanza con il popolo comunista al 
fine di porre un argine al potere della finanza intemazionale) non deve essere confusa con 
l’insalata di parole rimescolata dai neodestn intorno alla grottesca ideologia dell et et . 1 
neodestri (che si erano legittimamente impossessati dell’estetizzante e ondivago Bottai) 
tentarono inutilmente di annettere l’alta idealità di Pini. Non è tuttavia lecito dimenticare 
rhp mipfifl di Pini era. appunto, un’illusione. 


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guiva l’alleanza con la De, in sintonia con la curia vaticana, i comitati civici 
e don Sturzo 51 . Nell’intervista sulla destra dimostra di non aver capito la 
posta che era in gioco: Michelini, infatti, è definito clericofascista, e “z7 più 
tipico portatore d’acqua alla De. Ha ridotto i fascisti ad ascari del potere 
democristiano, fino a che Almirante ha guidato la riscossa in nome della 
fedeltà agli ideali fascisti” 52 . Curiosamente, Della Loggia afferma una tesi 
identica a quella di Pino Rauti e degli estremisti del vecchio Msi, feroce¬ 
mente avversi al realismo politico di Michelini 53 . E proclama la sua tesi 
proprio nel momento in cui la destra italiana è vincente in forza di una scelta 
di campo, che era stata anticipata da Michelini e non da Almirante. In realtà 
Michelini interpretava con grande equilibrio i valori della tradizione italia¬ 
na e del realismo mussoliniano. Benché i suoi spocchiosi avversari lo deni¬ 
grassero come persona incolta, egli dimostrò di possedere saggezza e mo¬ 
derazione. Alberto Giovannini, il più equanime tra i sostenitori della destra, 
riconobbe alla segreteria micheliniana il merito di aver evitato che dalla 
tragedia dei vinti perseguitati, si sprigionassero ondate di anarchismo; 
“Michelini ha trasformato il Msi in una forza attiva e cosciente, che per tre 
legislature e in molte occasioni critiche è stata determinante per l’equili¬ 
brio economico e sociale del Paese ” M . 

51 Giulio Andreotti, cfr. “Don Luigi Sturzo o dell’intransigenza”, nel “Giornale d’Italia”, 10 
agosto 1959, ha riconosciuto le ragioni che indussero Luigi Sturzo a sostenere l’accordo con 
le destre: "'Rientrato a Roma [nel 1946] non pronunciò parole o accenti di risentimento e di 
vendetta e se ebbe qualche primo contrasto vivace fu per difendere alcuni ex generali dal 
rigore dell’epurazione. ... Uomo serio e coraggioso, combatteva i nemici attualmente peri¬ 
colosi e non si rifugiava in una comoda e facilissima accusa alle ombre del fascismo scom¬ 
parso. Così i traditori e gli accomodanti di un tempo - seguiti pedissequamente da certi 
ignari giovinetti contemporanei - presero a dileggiarlo come tenero verso il fascismo. Sono 
cose che capitano in una Nazione dove è conosciuto e stimato Dante Alighieri ma dove di 
non minori conoscenze e riconoscenze gode anché il buon Pulcinella". 

52 Cfr. Ernesto Galli Della Loggia, «Intervista sulla destra», Laterza, Bari, 1994, pag. 101. 

53 Pino Rauti fu promotore di una implacabile campagna demonizzatrice, durante la quale 
circolarono parole d’ordine di spregevole volgarità, come “ drizzamoje l’occhC', riferito agli 
occhi di Michelini, strabici in conseguenza di una grave ferita, ricevuta combattendo da valoro¬ 
so sul fronte russo (dove era andato da volontario e si era meritato una medaglia d’argento). 

54 Cfr. “Roma”, 16 giugno 1969. In anni più recenti due accaniti oppositori della linea di 
Michelini, Teodoro Buontempo e Domenico Mennitti hanno rivisto il loro giudizio, con¬ 
formandolo a quello di Giovannini. 


La lungimirante politica micheliniana incontrò enormi difficoltà, a co¬ 
minciare dalla composizione del vertice democristiano, nel quale milita¬ 
vano uomini rancorosi, attaccati alla passione antifascista e, quel che era 
peggio, incapaci di comprendere la Santa Sede, ai loro occhi colpevole 
della scelta concordataria che aveva premiato Mussolini, emarginato De 
Gasperi e penalizzato duramente i modernisti 55 . 

La politica di Michelini era tuttavia l’unica dotata di senso e di futuro. 

La politica di sostegno alla De era in grado di legittimare, con quarantan¬ 
ni di anticipo, la destra italiana e facilitarne l’inserimento nella normalità 
democratica. Non si può dimenticare che la legittimazione del Msi era più 
facile dopo il 1948 che nell’anno del congresso di Fiuggi: l’antifascismo, 
infatti, si diffuse al centro e si trasformò in ideologia “consociativa” sola¬ 
mente dopo il 1960. 

La scelta di una politica impegnata a “sfondare a sinistra”, lo ha dimostra¬ 
to a posteriori l’esito rovinoso della segreteria di Rauti 56 , era invece sof¬ 
focata nella morsa dell’illogicità e dell’infedeltà allo spirito del Mussolini 
statista. Non a caso l’ascesa della sinistra missina fu accompagnata dalla 
diffusione di una cultura tendente a screditare il fascismo italiano e a so¬ 
stituirlo con le suggestioni ellenistiche e indiane della Germania wagne¬ 
riana, nietzschiana e hitleriana. 


3 II risentimento modernista contro la Santa Sede, che ha contagiato i principali esponenti 
Iella sinistra democristiana, Lazzari e Dossetti, si è perpetuato fino ai giorni nostri grazie 

dia caparbia opera di Pietro Scoppola. 

6 Con opzione infondata e arbitraria Rauti ha spostato a sinistra 1 asse politico della cor- 
-ente evoliana. Con questa sola mossa, Rauti ha ottenuto due risultati catastrofici: ha sosti¬ 
tuito la dottrina sociale d’impronta cattolica e italiana dell’ultimo fascismo (quello perso¬ 
nificato da Ernesto Massi) con le fumose suggestioni diffuse dai teonci della rivoluzione 
conservatrice, ed ha introdotto nel Msi il sincretismo neodestro, squallida miscela di 
paganesimo aristocratico e di socialismo da baraccone. 


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IV 

L’INVOLUZIONE NEOPAGANA DELLA DESTRA 


La liquidazione della massoneria, iniziata da Mussolini nel gennaio del 
1923, va inteipretata come abbandono dei princìpi laici e ghibellini del 
risorgimento liberale, che fu strutturalmente antitaliano Ora gli orienta¬ 
menti risorgimentali, oltre che dall’ala radicale - sansepolcrista - del fa¬ 
scismo, erano condivisi dai cattolici liberali e dai modernisti 2 . Di qui il 

1 A questo riguardo sono da citare le recenti opere di Cecilia Gatto Trocchi suH’esoterismo 
risorgimentale (edizioni Oscar Mondadori), di Angela Pellicciari sul fanatismo anticlericale 
dei liberali sabaudi (edizioni Ares) e di Roberto de Mattei su Pio IX (edizioni Piemme). Le 
scomposte reazioni dei laicisti alla beatificazione (3 settembre 2000) di Pio IX hanno con¬ 
fermato che lo spirito massonico spurga ancora. 

2 Recentemente un giornalista neodestro, Pietrangelo Buttafuoco, divertito dalla “mali¬ 
ziosa genialità” di Indro Montanelli (cfr.: “Mussolini incarnazione dei difetti italiani”, “Il 
Corriere della sera”, 15 dicembre 1999), ne ha sottoscritto le opinioni più velenose: gli 
italiani non hanno coscienza civile, sono violenti, superficiali, si abbandonano al primo 
ciarlatano di passaggio, ecc. Insomma: il noto repertorio delle teorie razziste che (da Voltaire 
a Rosenberg, fino agli storici da bar) eccitano lo sputo sulla popoulace, sulla massa papi¬ 
sta-mandolinista, che non ha avuto la fortuna d’incontrare Lutero, Calvino, Enrico Vili, 
Hobbes, Voltaire e Nietzsche. Al consueto concerto di sputi, Buttafuoco aggiunge la sua 
preziosa saliva: “in Mussolini tutto era fandonia ”, a cominciare dal riconoscimento della 
Chiesa cattolica quale “ vera madre delle genti ” (cfr. “Il Giornale”, 17 dicembre 1999). 
Buttafuoco segue pedissequamente gli indirizzi di una storiografia da farmacista 
flaubertiano. Pensieri coincidenti con quelli’ del palazzo degli iniziati, secondo i quali il 
rivoluzionario Mussolini tentò d’interpretare l’anticlericalismo della classe eletta, ma, sa¬ 
lito al potere, dovette arrendersi alla mediocrità cattolica del popolo, cui apparteneva. Il 
suo progetto modemizzatore, secondo la fonte massonica, si abbassò fino a diventare una 
ripugnante incarnazione dei difetti italiani. Di qui un sillogismo tracotante e carico di 
illuminata derisione: l’Italia cattolica è madre di tutte le fandonie, Mussolini, purtroppo, 
era italiano dunque “ non avrebbe potuto non diventare qualcosa di cattolico". Ora questa 
interpretazione del tutto gratuita, dimostra, senza volerlo, la sensatezza della preferenza 
che gli storici più avveduti ed equanimi, accordano al fascismo-regime e giustifica il rela- 


frequente scambio di opinioni e influssi tra fascisti movimentisti e 
modernisti: ne sono esempi la collaborazione del ghibellino Evola al pe¬ 
riodico modernista “Bilychnis” 3 , e la presenza del modernista Giovanni 
Preziosi nella direzione della rivista “Difesa della razza’. Il torbido ed 
esplosivo intreccio di fascismo ideologico e modernismo, tuttavia, rima¬ 
neva al margine del regime, e non ostacolava la fortuna del Mussolini 
realista in ambienti cattolici. 

Infatti l’avvicinamento del regime alla Santa Sede era già iniziato alla fine 
nel 1922, quando, incoraggiato dal fratello Arnaldo, Mussolini, dalle co¬ 
lonne del “Popolo d’Italia”, respinse (e con tono brutale) gli appelli all’in¬ 
transigenza, diffusi dai laicisti, contrari alla pacificazione con la Chiesa, e 
cominciò ad attaccare aspramente la massoneria 4 . 

Nel giro di pochi anni, Mussolini diventò il rappresentante dei cattolici 
italiani perché Pio XI, a differenza di Benedetto XV, aveva rifiutato il 
modello del partito unico dei cattolici. Il papa attribuiva a Mussolini, e 
non ai popolari, il coraggio e la lucidità necessari per condurre a felice 
esito il conflitto con il Regno d’Italia e a schierarlo nel cuore di una nuova 
cristianità, che avrebbe dovuto estendersi dall’Austria alla Spagna \ 

tivo rifiuto del fascismo-movimento. Infatti i fascisti movimentisti, i seguaci dell’ideolo¬ 
gia italiana, come li definisce l’autore neodestro che fa eco a Montanelli, innalzavano le 
statue a Giordano Bruno, simbolo dell’oscurantismo massonico, e avversavano la politica 
filocattolica di Mussolini. La verità è infine questa: il disprezzo per la politica realista di 
Mussolini coincide puntualmente con il disprezzo dell’Italia, disprezzo che Antonio 
Gramsci, sagace interprete della secolarizzazione, riversava sulle “ masse rurali", vale a 
dire sulla base popolare del regime. . 

Evola elaborò la sua teoria sull’ispirazione rivoluzionaria, antiromana e fideistica del 
cristianesimo durante il periodo della frequentazione modernista. Quando nel 1955 pub¬ 
blicò, nella rivista “Ordine Nuovo”, un saggio sulla sinistra cristiana dal titolo “La Pira 
non è pazzo, è cristiano”, non fece altro che dar ragione alle tesi dei social-modernisti. 
Circa l’Evola collaboratore della rivista modernista, cfr.: Julius Evola, “I saggi di Bilychnis”, 
Edizioni di Ar, Padova, 1970. 

4 È necessario chiarire che il clerico-fascismo è un ente di fantasia, dal momento che mai 
la Chiesa cattolica approvò l’ideologia fascista. È vero l’esatto contrario: il regime fascista 
(in larga misura) diventò negazione dell’ideologia patriottarda e dannunziana e, proprio 
per questo tradimento, divenne referente della Chiesa cattolica in Italia. 

5 Agostino Giovagnoli, nel suo saggio sul “Partito italiano”, Laterza, Bari, 1998, pag. 28, 
riconosce che “ durante gli anni Trenta la Santa Sede aveva puntato sul rafforzamento 


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Francesco Malgeri, uno storico di dichiarato orientamento antifascista, 
ammette che, agli occhi del cardinale Pietro Gasparri, “ Mussolini, uomo 
di prim’ordine, era in grado di esautorare la vecchia classe dirigente, 
mettere a tacere la stampa anticlericale e massonica, creando così le con¬ 
dizioni per un’intesa di vertice che favorisse la realizzazione della pace 
religiosa degli italiani.... Mussolini, mettendo da parte la sua formazione 
anticlericale e le influenze soreliane e nietzschiane, apparve ben disposto 
a secondare le attese vaticane ” 6 . 

In conseguenza di tali valutazioni la Santa Sede decise la liquidazione del 
Ppi antifascista: in un primo tempo consigliò a don Sturzo di rinunciare 
alla segreteria del partito (23 luglio 1923) in seguito lo invitò ad abbando¬ 
nare l’Italia (25 ottobre 1924). 

Lo stesso Sturzo, nel 1926, scrisse all’arcivescovo di Westminster che “per 
desiderio della Santa Sede, il 25 ottobre 1924 lasciai Roma e venni a Lon¬ 
dra” 7 . 

Egilberto Martire ha dimostrato che la sorte di don Sturzo fu decisa nel 
giugno del 1923, quando il cardinale Gasparri fece scrivere da monsignor 
Enrico Pucci un articolo, pubblicato dal quotidiano cattolico romano “Cor¬ 
riere d’Italia”, articolo in cui si ammoniva il fondatore del Ppi a non crea¬ 
re fastidi alla gerarchia ecclesiastica facendo opposizione ad un “ governo 

della fascia delle potenze cattoliche - dalla Spagna all’Austria - che includeva l’Italia 
come privilegiato antemurale della Santa Sede”. È noto che Pio XI preferì Mussolini a don 
Sturzo; il regime fascista (che nel 1922 si era impegnato in una dura campagna contro la 
massoneria) al partito popolare. L’ostilità di Pio XI nei confronti dei popolari coincide con 
l’avversione al modernismo, ed ha un precedente nell’atteggiamento dell’arcivescovo di 
Genova, cardinale Tommaso Pio Boggiani. Al riguardo cfr. Alessandro Massobrio, “Storia 
della Chiesa a Genova”, cit. pag. 146-147. Gabriella Fanello Marcucci, cfr. “Alle origini 
della democrazia cristiana”, Morcelliana, Brescia, 1982, pag. 33 sostiene che, dopo il Con¬ 
cordato del 1929, De Gasperi riteneva che il fascismo sarebbe durato oltre la sua vita e che, 
pertanto, considerava chiusa la vicenda politica dei popolari. Al riguardo la Fanello cita 
una lettera a Sturzo, nella quale lo statista trentino confessa che “ come politici si può ben 
considerarci morti”. 

6 Cfr.: Francesco Malgeri, “Luigi Sturzo”, San Paolo, Cinisello B., 1993 p. 176. 

7 Francesco Malgeri, “Luigi Sturzo”, op. cit., pag. 174. Renzo De Felice, cfr. “Mussolini il 
fascista”, II, op. cit., pag. 383, sostiene che il Concordato “mise in grande difficoltà gran 
parte dei superstiti ex popolari”. 


chiaroveggente e deciso a mettere nel debito onore quella fede cattolica e 
quelle istituzioni che formano tanta e così gloriosa parte delle tradizioni 
italiane ” 8 . 

Augusto Del Noce, che in gioventù si oppose strenuamente al regime fa¬ 
scista, è giunto ad una conclusione che costituisce la base di qualunque 
discorso sulla storia del regime: “con la conciliazione il fascismo rompe¬ 
va col risorgimento laico”. Del Noce però aggiungeva: d altra parte [il 
fascismo [non potè realmente collegarsi col cattolicesimo, in ragione del 
suo aspetto di religione secolare ” 9 . Del Noce indicava il punto vulnerabi¬ 
le, la ferita originaria, mai rimarginata nel pensiero della destra fascista. 
La religione secolare costituiva l’anima dell’ideologia, che circolava na¬ 
turalmente, in un partito, che, lo ha dimostrato Gianni Vannoni, era stato 
fondato grazie ai contributi di un governo massonico e che si era afferma¬ 
to grazie all’apporto di dannunziani, futuristi, nazionalisti e liberali. 

1 fatti del regime, comunque, furono conformi ad un programma che, af¬ 
fermando la legittimità del potere secolare del papato, rinunciava all’ere¬ 
dità religiosa del risorgimento. 

Infatti De Felice riconosce senza difficoltà che la politica concordataria 
“rafforzò notevolmente il carattere nazionale, cioè moderato e tradizio¬ 
nale del regime stesso a tutto danno delle posizioni intransigenti (e, in 
parte, anche di quelle liberali) del fascismo stesso che dalla Conciliazio¬ 
ne uscirono politicamente battute e diminuite ” l0 . 

Nel partito fascista furono in pochi ad opporsi alla politica concordataria 
e tra di loro Berto Ricci “, l’idolo postumo degli avversari della politica 

8 Cfr.: Francesco Malgeri, “Luigi Sturzo”, op. cit., pag. 158. 

9 Cfr. Augusto Del Noce, “Il suicidio della rivoluzione”, Rusconi, Milano, 1978, pag. 138. 
Ispirati da Del Noce sono, con ogni probabilità, le riserve fortemente critiche sui provvedi¬ 
menti antimassonici decisi dal governo fascista avanzate dagli storici Giovanni Vannoni e 
Angela Pellicciali. 

10 Renzo De Felice, “Mussolini il fascista II”, op. cit., pag. 383. 

1 ' Berto Ricci, nato a Firenze nel 1905, morto a Bir Gendula nel 1941, impaziente intellet¬ 
tuale fiorentino, collaboratore delle riviste “Il Selvaggio” e “L’universale”, è stato l’emble¬ 
ma di un possibile fascismo laico e ghibellino, idealmente opposto alla politica concordataria 
di Mussolini. Dopo il Concordato del 1929, infatti, Berto Ricci fu sostenitore di un vellei- 


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filocattolica perseguita da Michelini, De Marzio e Costamagna l2 . Ernesto 
Ragionieri ricorda che i più risoluti oppositori alla Conciliazione (Croce 
e Missiroli) “ne misero in evidenza soprattutto il carattere di liquidazio¬ 
ne del patrimonio e delle conquiste faticosamente raggiunte dalla bor¬ 
ghesia liberale col Risorgimento ” 13 . L’omaggio ai due esponenti della 
cultura oligarchica, reso da un intellettuale della sinistra, è perfettamen¬ 
te giustificato: riformando la situazione della libera Chiesa in libero sta¬ 
to, Mussolini annullò il risultato più prezioso della sovversione risorgi¬ 
mentale. 

Dopo il luglio del 1943, la sconfitta militare fece venir meno il consenso 
cattolico per il regime di Mussolini. Il profondo significato dei patti del 
1929, pertanto, fu disconosciuto e cancellato dalla memoria storica. Be¬ 
nedetto Croce e i frequentatori del salotto segregarono la storia fascista in 
una parentesi di cronaca nera. Vent’anni di pacificazione italiana furono 
ridotti alla parola magica nazifascismo. Il patto tra Chiesa e regime per un 
certo periodo fu ricordato polemicamente (ad esempio da Ernesto Rossi, 
autore del “Manganello e l’aspersorio”). All’apparizione dei cattocomunisti 
diventò innominabile e “dannato’’. 

Come ha sostenuto Luigi Gedda e come hanno vantato gli eredi di De 
Gasperi, dall’antifascismo democristiano ebbe inizio il nuovo allontana¬ 
mento dell’Italia dalla Santa Sede l4 . 

Intorno al nome nazifascismo, usato come un gas nervino, si costruisce 
il sillogismo del nuovo fronte anticattolico: il nazismo fu criminale, come 

11 fascismo suo alleato, la gerarchia cattolica, che sottoscrisse un com¬ 
promesso con il fascismo, di conseguenza, è responsabile dei crimini 

tario progetto per lo svaticanamento d’Italia, progetto che rivelò i suoi limiti dopo il patto 
d’intesa e collaborazione sottoscritto il 2 settembre 1931 tra lo Stato italiano e la Santa 
Sede. A motivo del suo acceso anticlericalismo, Berto Ricci ha una nicchia nel pantheon 
della destra neopagana. 

12 Al riguardo cfr.: AA. VV., “Storia d’Italia”, voi. 4, t.3, Einaudi, Torino, 1976, pag. 2204. 

13 Cfr. AA. VV., “Storia d’Italia”, op. cit., pag. 2199. 

14 Ad esempio Giulio Andreotti, che ha rivendicato la paternità della manovra democri¬ 
stiana che fece fallire l’operazione Sturzo. 


nazisti l5 . Pio XII, colpevole di aver auspicato un’alleanza tra De e de¬ 
stre diventa in tal modo “il papa di Hitler” 16 . 

Avendo intuito la struttura anticattolica di tale catena logica, l’antifasci¬ 
sta, Del Noce, seguendo alcune plausibili indicazioni di Giacomo Noventa 
(autore peraltro discutibile), decise di opporsi strenuamente al partito de¬ 
gli antifascisti l7 . Per comprendere l’importanza dell’anti-antifascismo 
delnociano occorre ricordare che l’antifascismo, in ambiente cattolico, 
era condiviso solo dalla minoranza di popolari, che, durante il ventennio, 
rimasero fedeli a De Gasperi e avversi alla politica di Pio XI e di Pio 
XII ,8 . 

Nel 1943 i degasperiani e i criptomodemisti, stabilita un’alleanza con i 
maritainiani allevati dalla Fuci, imposero alla De un’irreversibile inclina- 

15 II plesso nazifascismo è diventato inverosimile, dopo la pubblicazione del saggio di 
Davide Sabatini suAsvero Gravelli e la rivista Antieuropa, “L’intemazionale di Mussolini”, 
Tusculanum, Frascati, 1997. Recentemente l’autorevole storico Pierre Milza, specialmen¬ 
te nei capitoli XI e XV di “Mussolini”, Fayard, Parigi 1999, ha documentato che l’alleanza 
con Hitler fu agevolata da Francia e Inghilterra, colpevoli, nel 1934, di aver spinto Mussolini 
nelle braccia della Germania. È noto che nel “Mein Kampf ’ indicava nell’Italia e nell’In¬ 
ghilterra i possibili alleati del nuovo reich tedesco, ma lasciava trasparire la sua preferenza 
per l’Inghilterra. 

16 La velenosa polemica sui silenzi Pio XII incominciò nel maggio 1939, quando, nella 
pagine del “Voltigeur”, Emmanuel Mounier, un precursore dei cattocomunisti, sferrò un 
violento attacco contro il pontefice regnante, accusandolo di aver elogiato Francisco Fran¬ 
co e i combattenti della guerra di liberazione. Per valutare pienamente le radici del risenti¬ 
mento contro Pio XII, occorre leggere la nota sull’anticomunismo scritta da Mounier nel 
1938, mentre in Spagna i comunisti massacravano migliaia di fedeli inermi: "Un certo 
sordido anticomunismo, pieno di paura e di egoismo, non fa che sottolineare la spropor¬ 
zione fra la mediocrità che lo sostiene e il formidabile slancio storico che il comuniSmo ha 
provvisoriamente e parzialmente captato .... l’anticomunismo politico è costituito in gran 
parte di interessi economici, di cecità storiche, di egoismi di classe”. Cfr.: Emanuel Mounier, 
“I silenzi di Pio XII e altri articoli”. La Locusta, Venezia, 1967, pag. 30. 

17 Del Noce dimostrò che l’antifascismo significava la completa subordinazione dei catto¬ 
lici al marxismo, e che questo non avrebbe dato luogo ad una rivoluzione costruttiva ma ad 
un processo di dissoluzione simile a quello concepito dal movimentismo fascista, cfr.: 
Augusto Del Noce, “Fascismo e antifascismo”, op. cit., pag. 107-108. 

18 Al riguardo delle numerose convergenze della politica di Mussolini e di quella della 
Santa Sede cfr. il documentato saggio di Pierre Blet sj, “Pio XII e la Seconda Guerra 
Mondiale”, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1999, pag. 40 e 52. 


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zione a sinistra. In forza di tale dipendenza ideologica, dopo il 1943, in un 
paese ancora dominato dal senso della legalità e della morale tradizionale 
e orientato a destra, una destra democristiana diventò impraticabile, 
inimmaginabile l9 . Inoltre la De (e le conseguenze di questo errore l’Italia 
le sta ancora pagando) non ha visto la coincidenza dell’alta finanza (strut¬ 
turalmente eversiva) e della sinistra 20 . 

Alle deviazioni della De la cultura della destra estrema replicò nel modo 
peggiore, vale a dire rilanciando la critica radicale al cristianesimo, che Evola 
aveva formulato in nome dei valori “assoluti” dell’imperialismo ma sulla 
base di notizie raccolte in quegli ambienti modernisti che esaltavano un 
presunto socialismo evangelico 21 . Nel bigliardo impazzito la cultura di de- 


19 L’ammirazione per i modernisti, che Giulio Andreotti ha recentemente esternato defini¬ 
sce magnificamente l’aura che avvolgeva i fondatori della De, cfr. “I quattro del Gesù”, 
Rizzoli, Milano, 1999. 

20 Paradossalmente nel secondo dopoguerra fu proprio don Sturzo ad assumere il ruolo di 
coscienza critica (da destra) della De. Da lui prende nome l’operazione, voluta da Pio XII, 
con la quale s’intendeva riabilitare quella destra neofascista, che dava segni di ravvedi¬ 
mento e di moderazione. Al riguardo è significativa la testimonianza di Sandro Fontana, 
cfr.: Nicola Guiso, “Carlo Donat-Cattin”, Marsilio, Venezia, 1999, pag. 102. 

21 Michele Ognissanti, nella rivista “L’altra voce” di Solopaca (numeri di ottobre e no¬ 
vembre 1998) ha pubblicato un saggio, “Luci ed ombre su Evola”, che mette opportuna¬ 
mente in chiaro l’orientamento del pensiero evoliano ad affermare “la netta incompatibili¬ 
tà della visione imperialista [ghibellina] della vita con qualsiasi forma di religione che 
non sia il culto dello stato”. Evola espose il suo pensiero in un articolo (“Il fascismo come 
volontà d’impero e il cristianesimo”) pubblicato nella rivista movimentista di Giuseppe 
Bottai. All’articolo di Evola seguì una durissima replica dei cattolici nella “Rivista Inter¬ 
nazionale delle Società Segrete”. 

La Revue international des sociétés se^rètes fu fondata nel 1912 da monsignor Ernest 
Jouin (nato nel 1844, morto nel 1932). 

La rivista era composta da una sezione giudaico-massonica (la parte grigia) e da una sezio¬ 
ne occultista (la parte rosa). 

Nella sezione grigia essa trattava gli aspetti esterni della giudeo-massoneria e nella sezio¬ 
ne rosa quelli interni. Era conosciuta nel mondo intero ed alimentata dalle informazioni di 
monsignor Umberto Benigni, fondatore del Sodalitium Pianum. 

Monsignor Jouin fu creato monsignore da Benedetto XV e protonotario apostolico da Pio 
XI; alla sua morte la rivista ricevette la benedizione e l’approvazione pontificia e continue- 


stra si offriva come sponda entusiastica della sinistra modernista. Sotto la 
guida incauta di Evola, i militanti della destra radicale entrarono nella nube 


rà a uscire fino al 1939; la causa di beatificazione di monsignor Jouin è stata introdotta a 
Roma da amici americani. v 

L’abbé Jouin credeva ad una volontà ebraica di dominio universale riassunta cosi: Israele 
è il re, il massone è il suo ciambellino e il bolscevico il suo boja"\ sosteneva la tesi di un 
influsso satanico nella direzione occulta della massoneria e che all’origine di quest’ultima 
vi fosse il giudaismo post-templare, il cui padre, come rivelato da Gesù, era il diavolo. 

Nel XIX secolo era stato preceduto in queste teorie dall’abbé Barruel, monsignor 
Deschamps, Crétineau-Joly, Gougenot de Mousseaux, monsignor Delassus, monsignor 
Meurin. Sostenitore di un cattolicesimo integrale, monsignor Jouin era convinto che «i 
gruppi nazionalisti e fascisti sono impotenti da sé a guarire il male. La guerra è religiosa. 
La nostra conversione è l’unico rimedio». Se in ordine cronologico monsignor Jouin pone¬ 
va in primo piano la critica dell’operato politico ed esterno delle sette segrete, in ordme di 
importanza preferiva studiare il comportamento interno, esoterico, segreto (non a caso la 
massoneria cercava di ridicolizzare le ricerche sull’elemento preternaturale nelle retro- 

La Revue international des sociétés secrètes si occupò di Evola (Roma, 1898, Roma, 1974) 
una prima volta nel 1927; “partendo da una specie di sincretismo giudeiforme (Evola) 
andava ancora oltre nel suo odio per la Chiesa”. )( 

Evola era definito un “mago”, un “Tantra”, un “super-teosofo”; “L’uomo come potenza 
era qualificata “opera satanica”, nella quale Evola “pretendeva di insegnare all’uomo il 
metodo per farsi Dio”. I suoi metodi era considerati “pura demonologia” e concludeva (la 
rivista) giudicandolo “un agente provocatore dell’inferno, una retroguardia della massone¬ 
ria e delle sette che perseguitano Cristo con odio implacabile”. 

La rivista trattò di Evola una seconda volta nel 1929, scrivendo che “le teorie di uno strano 
satanista italiano (Evola) sono la manifestazione dello stato di spirito giudaico-massonico... 
Evol potrebbe essere benissimo, in realtà, un agente della super-massoneria cabalista che 
riprende il ruolo dell’antico Serpente e s’identifica nel Tentatore della Genesi...; secondo 
Evola infatti bisogna mangiare innanzitutto il frutto proibito, fare l’esperienza del peccato, 
per trovarne l’antidoto. 

Quando Satana promette all’uomo di farlo diventare Dio esige però una caparra: 1 espe¬ 
rienza del peccato. Conditio sine qua non per diventare dèi è l’esperienza satanica, ovvero 
il peccato eretto a scienza; ... (nei suoi scritti) si trova l’odio verso Dio, un odio furioso, 
schiumoso, veramente satanico. Odio contro il Padre...odio del Verbo incarnato; odio so¬ 
prattutto della Croce di Cristo”; per inciso, contro la rivista, lo stesso Guénon sostenne una 
lunga controversia, polemizzando in particolare sull’occultismo, tentando di screditarne i 
collaboratori e ponendosi come unico competente in materia. 

Su Evola vedi anche: don Curzio Nitoglia, “Julius Evola: uomo tradizionale o cabalista?”, 
Sodalitium, n. 42, gennaio 1996, e Paolo Taufer, “I giovani e le rovine di Evola”, in 
“L’Anticristo è alle porte? La gnosi e la corsa dell’umanità verso l’abisso”. Fraternità 
sacerdotale san Pio X. 

127 


126 














tossica -1’ellenismo decadente che Giuliano l’Apostata oppose al cristiane¬ 
simo romano - che, a suo tempo, era stata diffusa dalla Germania romantica 
(Hòlderlin, ad esempio) e nazista (Heidegger, ad esempio). 

Al fine di isolare la destra, i comunisti avevano inventato il mito del 
nazifascismo. Obbedienti al comando di definire la propria identità se¬ 
condo le indicazioni polemiche dell’avversario, gli estremisti del Msi fu¬ 
rono felici di costruire la nicchia della loro delirante solitudine. 

La separazione della cultura della destra italiana dalle radici cattoliche ebbe 
origine da un inganno e proseguì nell’illusione. Nel 1955, quando Pino Rauti, 
un intellettuale formatosi sui testi esoterici di Rudolf Steiner, Massimo 
Scaligero 22 e Julius Evola, fondò una rivista dal titolo volutamente 
gramsciano, “Ordine Nuovo”, il carattere eversivo del cristianesimo delle 
origini era una screditata opinione del modernismo sociale 23 . Con comica 
celerità l’errore fu adottato da Rauti e messo a garrire sopra i fantasmi delle 
legioni romane orientate a sinistra. Romane nel senso dell’oriente ellenistico. 
Il cuore antico della riflessione ordinovista batteva e non a caso sull’unica 
opera che Evola aveva ritrattato: “Imperialismo pagano”, pubblicata nel 
1928 24 . La scelta voleva significare che, per argomento storico contro l’al¬ 
leanza della destra post-fascista con i cattolici, era adottata ed esibita la 
tradizione spirituale dell’impero romano della decadenza. 

La romanità di Evola coincideva con l’idea imperiale aggiornata e rifor¬ 
mata da Giuliano l’Apostata, un ellenista, nomade e coribantico, che ve- 

22 Pensatore trans-idealista, che esercitò la sua influenza sui giovani dirigenti del raggrup¬ 

pamento giovanile missino, prima dell’ascesa dell’astro di Evola. Secondo Enzo Erra, che 
è stato suo discepolo, “Scaligero ha insegnato a rovesciare l’abituale punto di vista, ed a 
considerare il mondo non alla maniera positivistica, come un oggetto sul quale non ha 
potere né presa, e nemmeno alla maniera idealista, come un soggettivo prodotto, ma come 
una trama intessuta dalla mia attività pensante, che ne disegna e determina, se non resi¬ 
stenza, il volto e l’assetto”. , 

23 Vedi, al proposito, “La Chiesa ha ucciso l’impero romano e la cultura antica?”, di J. 
Dumont, 2001, Effedieffe. 

24 È interessante il fatto che un filosofo palermitano, docente alla Cattolica di Milano, 
Pietro Mignosi, recensì “Imperialismo pagano”, osservando acutamente che in Evola l’ide¬ 
alismo era stato il battistrada del paganesimo. Cfr. la rivista “La Tradizione”, Palermo, 
settembre-ottobre 1928. 

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nerava le divinità dell’Asia tellurica nella perfetta estraneità all’autentico 
spirito di Roma. Nell’ondivago imperialismo romano-pagano di Evola, 
era riflessa la concezione di Giuliano, che aveva alterato la sapienza ro¬ 
mana umiliandola in un oscuro catechismo, d’impronta ellenistica e asia¬ 
tica. Ingannati da un inganno squisitamente massonico, gli ordinovisti, 
dissiparono la luminosa tradizione del diritto romano in frenetiche letture 
di autori decadenti (Celso, Porfirio, Giamblico, Giuliano) e in fughe verso 
la presunta sapienza primordiale dei maestri spirituali (i presocratici, i 
guru dell’India, i tantristi, i maghi dello yoga, i buddisti tibetani, gli 
sciamani di Siberia, i maestri giapponesi dello zen). 

Nella rivista “Ordine Nuovo”, l’eredità della migliore destra si smarrì 
negli abbagli di un ghibellinismo nominalmente imperiale e romano, 
ma laico, massonico, risorgimentale (a malgrado della contestazione di 
Gentile da parte di Evola) e gramsciano quanto ai concetti 25 . Queste 

25 Un tentativo ancor più subdolo di depistaggio fu condotto, con successo, all’inizio degli 
anni sessanta, da un intellettuale di sinistra, Elémire Zolla, che, abilmente infiltrato nella 
casa editrice Boria di Torino, costituì una testa di ponte guenoniana nel cuore della destra 
culturale. Sugli intricati rapporti tra la scolastica evoliana e quella guénoniana cfr.: Piero 
Di Vona, “Evola e Guénon”, Guida, Napoli, 1985, e Pietro Nutrizio e altri, “Guénon e 
l’Occidente”, Luni editrice, Milano, 1999. 

L’influsso di Zolla negli ambienti della destra cattolica torinese è la causa lontana della 
destabilizzazione culturale “a destra”. Nel 1966, infatti. Zolla diventò consulente e ispiratore 
di una prestigiosa casa editrice cattolica, la torinese Boria, (diretta da Alfredo Cattabiani), 
che iniziò immediatamente la realizzazione di un programma inteso a innestare sulla cultura 
della destra gli autori suggestivi (Schuon, Burckhardt, la Weil, ecc.) che egli riteneva 
propedeutici a quella scolastica dell’immoralità, che Plebe interpretò “magnificamente” nel 
Msi. Senza ombra di dubbio si può affermare che Zolla è stato l’ispiratore di quello stato 
d’animo cattoadelphiano, che sta turbando la cultura della destra dal palato grosso. 

Fritjof Schuon, esoterista svizzero formato alla scuola di René Guénon. Negli anni che 
precedettero la seconda guerra mondiale, costituì un’organizzazione iniziatica intesa a dif¬ 
fondere le leggende intorno all’unità trascendente delle religioni. Verso la fine degli anni 
quaranta ruppe con Guénon, a seguito di una controversia sulla validità iniziatica dei sa¬ 
cramenti cattolici. Negli anni Sessanta entrò in contatto con gli ambienti della destra esoterica 
italiana: alcuni suoi saggi furono tradotti da Giovanni Cantoni e pubblicati da Alfredo 
Cattabiani nella collana di Boria. La sua dottrina, confezionata nello stile della massoneria 
ecumenica, è una grottesca miscela di eresie cristiane, suggestioni cabalistiche, miti islamici 
e shivaiti. Negli anni Settanta si trasferì in America, dove fondò una comunità religiosa 
ultimamente entrata nella bufera suscitata da un dossier sulla pedofilia. Fra gli allievi di 
Schuon si è segnalato Titus Burckhardt, autore di saggi curiosi sull’architettura sacra. 

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acrobazie intellettualistiche, nella seconda metà degli anni cinquanta, 
quando la politica di Michelini sembrava destinata al successo, costrin¬ 
sero il gruppo di Ordine Nuovo ad una vita marginale nella nicchia elu¬ 
cubrante dove, di lì a poco, l’ascesa di Malagodi avrebbe ricacciato tutta 
la destra 26 . 

Durante gli anni dell’isolamento sdegnoso, il gruppo ordinovista elabo¬ 
rò, ora in sintonia ora in distonia con Evola, una nuova e cervellotica 
concezione della “rivolta contro il mondo moderno”. Si avanzò l’ipotesi 
di una partecipazione attiva al processo di decadenza: accelerare la di¬ 
struzione, cavalcando la tigre dell’eversione, per propiziare un nuovo 
ciclo. 

Le opere giovanili dell’Evola dadaista sotto l’influsso di Max Stimer, e 
trans-idealista, che erano state pudicamente nascoste negli anni cinquan¬ 
ta, quando l’autore approvava (con bella incoerenza) la politica di 
Michelini, ripresero a circolare e a diffondere le suggestioni del nichilismo 
e dell’anarchia “aristocratica”: “ superare, sradicare, violare, ardere nella 
propria interiorità ogni necessità di legge ” 27 . 

Roberto Melchionda, ha scritto al riguardo che “Evola fa suoi due prin¬ 
cìpi della soggettività del reale e della soggettività come atto; ora, infor¬ 
za della stessa logica che ha condotto alla unificazione idealistica del 
mondo all'uomo e dell’uomo al mondo, egli procede all’ulteriore conclu¬ 
sivo passo con il postulare, dilà della soggettività idealistica, il nudo prin¬ 
cipio dell’Io” 28 . 


Lo sdoppiamento della cultura di destra stava per ricominciare dal punto 
in cui prima Mussolini, poi Gentile e Sciacca infine gli uomini del “partito 
romano” lo avevano interrotto. La kermesse neopagana riprendeva fiato. 
La fragilità culturale disegnava un destino d’impossessamenti. Armando 
Plebe e gli adelphiani di Roberto Calasso si affacciavano all’orizzonte 29 . 


26 Michelini tentò inutilmente di ottenere la collaborazione del gruppo ordinovista. Rauti 
fu refrattario ai suggerimenti di Evola e di Clemente Graziani e rimase all’opposizione. 
Nel 1956 la corrente ordinovista, sconfitta al congresso di Milano, uscì dal Msi per rien¬ 
trarvi quando Almirante succedette a Michelini nella segreteria del Msi. 

27 Cfr.: Julius Evola, “L’individuo e il divenire nel mondo”, Quaderni di “Artos”, Genova, 
1976. 

28 Roberto Melchionda, “Il volto di Dioniso”, Basaia editore, Roma, 1984, pag. 87. Più 
avanti, Melchionda riconosce che “ Evola prese straordinariamente sul serio le «assurdi¬ 
tà» di Steiner e le fece proprie. ...Il brutale realismo stirneriano lo aiutò a fare piazza 
pulita di tutti i nuovi spettri - Ragione, Uomo ecc. - che la modernità pretendeva di mettere 
al posto degli antichi iddìi ”, op.cit., pag. 199 - 200. 


29 Vittima e strumento inconsapevole della infiltrazione degli occultisti nella destra, fu 
Alfredo Cattabiani, già fondatore della casa editrice dell’Albero (benemerita per la pubbli¬ 
cazione di autori proibiti, quali deTejada e Molnar). Nel 1966, Cattabiani diventò direttore 
della casa editrice Boria, dove (sotto il patronato di Zolla e di padre Jean Damélou) iniziò 
a diffondere gli autori della confusione antica & postmoderna (Burckhardt, Schuon, Eliade, 
ecc.). All’inizio degli anni Settanta, Cattabiani passò aH’editrice di Rusconi, dove conti¬ 
nuò (sotto l’influsso di Zolla) l’opera di devastazione culturale: pubblicò insieme con au¬ 
tori eccellenti (Donoso Cortés, Carlo Alianello, ecc.) una prolissa antologia del pensiero 
equivoco, nella quale figuravano l’immonda pomopoetessa Cristina Campo, il cinereo Guido 
Ceronetti, il bizzarro Quirino Principe, l’acrobatico Ernst Jtìnger, ecc. 


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V 

LA DESTRA CATTOLICA DOPO PIO XII 


Luigi Gedda 1 ha testimoniato che Pio XII si dichiarò deluso da monsignor 
Montini (il futuro Paolo VI) e dalla De durante un’udienza concessagli in 

1 Luigi Gedda. La fedeltà alla cattedra di Pietro ha dato un senso all’esistenza terrena di 
Luigi Gedda. Cum Petro sub Petro, soleva dire. Con il papa e al comando del papa, attra¬ 
versò una stagione della storia che sembrava premiare solo il dissenso, l’insalata di parole 
oscure ma audacissime, la fuga in avanti, verso le scene dell’arretratezza, la rivolta degli 
umili, incoraggiati dai poteri forti. La stagione dei teologi dispettosi ed effervescenti, che 
facevano il verso a Feuerbach, e che firmavano a polso sciolto i manifesti a favore di 
qualunque cosa fosse contraria alla dottrina cattolica: il socialismo di Fidel Castro e il 
preservativo, la lotta di liberazione di Pol-pot e il divorzio, i vietcong e l’aborto. Una scelta 
difficile, l’obbedienza vissuta in mezzo al fracasso dell’opportunismo s-pensante e festante: 
Luigi Gedda, infatti, è stato lo zimbello dei neocristiani, quelli che volavano alto, che 
spruzzavano brillanti pensieri, che riscuotevano applausi dal potere culturale, dal quale 
erano poi delegati a misurare l’intelligenza (o la stupidità) degli altri fedeli. Era inebriante 
il potere che apprezzava il Quoziente Intellettuale del ribelle e mortificava gli obbedienti. 
Gedda ha sopportato pazientemente il peso della “brutta figura”, la satira che lo inchiodava 
nella parte ridicola del clericale conformista e sciocco. Le impietose vignette della rivista 
“Terza generazione”, organo dell’intelligenza cattolica “aperta al nuovo”, infatti, rappre¬ 
sentavano un Luigi Gedda dallo sguardo spento (e vestito da fascista, per significare la sua 
ottusa attitudine ad obbedire a Pio XII). Se non che l’obbedienza è la più alta virtù cristia¬ 
na. Nella Summa theologiae II'' II" q. 186, a. 5, san Tommaso, al quale la “Fides et ratio”, 
promulgata da Giovanni Paolo II, ha confermato il titolo di Dottore comune della Chiesa, 
afferma che la più splendida virtù di Cristo è l’obbedienza. Per i fedeli Cristo è il modello, 
“che si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte in croce”. Irrisa, disprezzata e odiata 
dai nemici della Chiesa, l’obbedienza è l’unica arma spirituale capace di passare indenne 
attraverso la vicenda mondana. Non il teologo d’assalto, ma Cristo è il modello dei vinci¬ 
tori. Ora Luigi Gedda ha rappresentato, con eroica umiltà, quella linea di pensiero e di vita 
cattolica che, sconfitta dall’effimero schiamazzo della cronaca, ha vinto la storia contem¬ 
poranea. Cosa ne è infatti del dissenso cattolico, che scommetteva su Stalin o su Breznev, 
che si opponeva alle illuminate direttive di Pio XII, che contestava l’insegnamento di Pao¬ 
lo VI (la Humanae vitae) in materia di morale sessuale? Per correre incontro al vincitore 


data 31 gennaio 1948, cioè prima della campagna elettorale per l’elezione 
del parlamento. Gedda ricorda la forte irritazione del Papa nei confronti del 
suo stretto collaboratore, giudicato responsabile di aver suggerito alla De 
una condotta politica divergente se non contraria all’orientamento della Santa 
Sede 2 . Quale segno dello stato d’animo esacerbato di Pio XII, Gedda cita 
l’inusuale e irrituale intimazione rivolta per suo tramite a monsignor Montini: 
“Sapendo [Pio XII] che ogni settimana vengo ricevuto da monsignor Montini 
mi incarica di dirgli che la Segreteria di Stato è bene che non si occupi più 
della politica italiana ”. Gedda spiega la severità di Pio XII attribuendola al 
coinvolgimento di monsignor Montini nelle scelte, che stavano all’origine 
della deviazione democristiana: “Quest’ultima disposizione di Pio XII si 
deve olfatto che era stato monsignor Montini a suggerire il nome di Demo¬ 
crazia Cristiana allo schieramento cattolico (riprendendolo dalla denomi¬ 
nazione coniata a suo tempo da Romolo Murri, molto amico di suo padre) 
e quindi a ispirare l’azione di De Gasperi 3 , dei fucini e dei laureati cattoli- 

del momento, i dissenzienti hanno voltato le spalle alla storia. Sono caduti nel ridicolo. La 
Zarri, ad esempio: oggi non le rimane altro che usare come megafono l’angolo sordo e 
desolato in cui giace il partito della rifondazione comunista. E l'imperiosa Rosy Bindi, che 
rivendica gli splendori della gestione oligarchica, per mezzo della quale l’Azione Cattoli¬ 
ca dai tre milioni di iscritti dei tempi di Gedda è passata ai duecentomila mestamente 
radunati intorno a Pier Luigi Castagnetti per la sepoltura del progressismo. La memoria di 
Gedda, invece, è consegnata al linguaggio dei vincitori, che si gloriano del nome di Cristo. 
È il paradosso del cristianesimo: coloro che il mondo giudica stolti sono sapienti, e coloro 
che il mondo giudica sapienti sono stolti.. 

2 Giovanni Montini, come ha dimostrato monsignor Francesco Spadafora nell’ampio 
saggio sul postconcilio, fu pregiudizialmente avverso alla destra. Questo non toglie il 
valore del suo Credo della Chiesa cattolica (29 giugno 1968), proclamato nobilmente in 
sfida ai nuovi teologi e della Humanae Vitae. Per nessuna ragione, la doverosa ricerca 
della verità storica sugli errori del clero può essere associata alla contestazione del ma¬ 
gistero cattolico. 

■’ Alcide De Gasperi, nato a Pieve di Trento (Trento) nel 1881, morto a Sella di Valsugana 
(Trento) nel 1954, è stato senza dubbio il principale responsabile dell’abdicazione cultura¬ 
le della De. Ettore Bernabei, in una memoria autobiografica pubblicata nel 1998, ha dimo¬ 
strato che lo statista trentino sottoscrisse uno scellerato accordo con Raffaele Mattioli, 
accordo che assegnava il potere politico alla De, il potere culturale e quello finanziario alla 
massoneria. In quel tempo il quadro decadente, oggi descritto da Eugenio Scalfari, Umberto 
Galimberti, Massimo Cacciali, Gianni Vattimo e dagli altri orfani dei Lumi progressivi. 


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ci, di cui egli era l’Assistente Ecclesiastico. Pio XII è più che mai deluso 
dalla Democrazia Cristiana e dalla sua mancanza di giudizio ” 4 . 

Nessuno ha mai messo in dubbio le affermazioni di Luigi Gedda. Al con¬ 
trario: esponenti della vecchia di De le hanno più volte confermate, per 
meglio vantare e “spendere a sinistra” il successo della loro resistenza alle 
pressioni esercitate per suo tramite da Pio XII. Si spiega in tal modo l’at¬ 
tenzione che Pio XII, sulla scorta delle indicazioni di Gedda 5 , rivolse ai 
partiti della destra italiana (Uomo Qualunque, Partito Nazionale Monar¬ 
chico e Movimento Sociale Italiano), nei quali vedeva il naturale contrap¬ 
peso al modernismo strisciante nella De degasperiana. 

In effetti il decennio 1948-1958, fu propizio ai partiti della destra italiana, 
che entrò a far parte della maggioranza che sosteneva i governi di Giusep- 

era già delineato. Dal 1938 la cultura laica ondeggiava penosamente tra il nichilismo bian¬ 
co di Sartre e il nichilismo nero di Kojève & Bataille. Nel 1946, la tradizione cattolica, che 
l’ignaro De Gasperi stava svendendo, aveva già vinto lo storico duello con la cultura dei 
Lumi: mentre il principe gramsciano pubblicava la pallida e striminzita rivista “Rinascita”, 
la Chiesa italiana, per iniziativa di Pio XII, produceva i magnifici volumi di quella 
monumentale enciclopedia, che oggi si legge come (facile) profezia della sopravvivenza 
del pensiero cattolico al moderno. La philosophia perennis aveva attraversato felicemente 
la cruna dell’esistenzialismo e raggiunto gli approdi di quell’umanesimo religioso, che si è 
finalmente dimostrato capace di vincere il confronto con l’alluvione postmoderna. Le ra¬ 
gioni del ritardo cinquantennale subito dalla vincente cultura dei cattolici è dunque da 
attribuire all’insensibilità e all’ignavia di Alcide De Gasperi, che ha abdicato al ruolo cul¬ 
turale, vuoi per inseguire il volo tortuoso delle farfalle ecumeniche, lanciate da Benedetto 
Croce intorno al perché noi non possiamo non dirci cristiani, vuoi per dare corda all’inge¬ 
nua (e sventuratamente intramontabile) illusione che la corsa al potere sia più agile una 
volta abbandonato il fardello della cultura di riferimento. Certo, la cultura pesa, affatica, 
ingombra, imbarazza. Ma, tolta la cultura, è accaduto puntualmente il contrario del previ¬ 
sto: il potere politico democristiano, rimasto senza sostegno, è diventato un fardello inso¬ 
stenibile. Infine è stata sufficiente un’agguerrita pattuglia di pubblici ministeri per schiac¬ 
ciare la De sotto la insostenibile leggerezza dell’eredità degasperiana. 

4 Cfr.: Luigi Gedda, “18 Aprile 1948”, op. cit., pag. 120. 

5 La tendenza di Gedda ad aprire alle destre fu oggetto di roventi polemiche. La rivista 
dossettiana ‘Terza generazione” condusse una pesante campagna contro Gedda, che, nelle 
caricature, appariva puntualmente nella veste del piccolo gerarca fascista. Di recente Mar¬ 
co Foliini, nel corso di un’infelice e grottesca dichiarazione a favore del divorzio, ha riven¬ 
dicato l’eredità degli oppositori democristiani a Pio XII e a Gedda. 


pe Pella, Adone Zoli, Antonio Segni e FerdinandoTambroni 6 . Poiché l’ap¬ 
prezzamento del Santa Sede era noto agli interessati e agli addetti ai lavo¬ 
ri, la destra, in quel periodo, ebbe l’opportunità di esercitare una forte ed 
efficace pressione sulla De, più volte costretta a rinunciare alla vocazione 
degasperiana del partito di centro che guarda a sinistra e a scendere a 
patti, che contraddicevano sia l’intenzione anticuriale degli ex popolari, 
sia l’antifascismo avventizio dei professorini emergenti dalla “parrocchia” 
di monsignor Montini 7 . 

Dopo la morte di Papa Pacelli, e nell’attesa che Giovanni XXIII confermas¬ 
se la linea del predecessore, Luigi Gedda mantenne la carica di presidente 
dei Comitati Civici e continuò l’azione a favore del centrodestra. In tal modo 
il partito romano intendeva scoraggiare gli autori delle manovre in atto per 
l’iniziativa della sinistra democristiana, che, per influsso delle suggestioni 
diffuse dai laureati cattolici, proponeva una politica di apertura ai socialisti. 
La biografia del nuovo Papa, la forza con la quale aveva confermato e 
aggravato la scomunica dei comunisti 8 , incoraggiavano Gedda e gli altri 
esponenti del “partito romano” a sollecitare un più forte legame della De 
con la destra in funzione anticomunista. La fiducia del partito romano non 
era senza fondamento. Il profilo di Angelo Roncalli, infatti, era quello di 
un prelato di destra 9 . Gli appunti contenuti nel “Diario dell’anima” e la 
biografia di Saverio Gaeta dimostrano inconfutabilmente, che il cardinale 
Roncalli era noto per l’ammirazione verso Pio IX e per la lealtà a Pio XII, 

6 In quel periodo la destra ottenne anche significativi successi nelle elezioni amministrati¬ 
ve: conquistò il governo di importanti città del Mezzogiorno (fra le quali Napoli e Bari) e 
costrinse la De a chiedere il voto missino indispensabile all’elezione delle giunte comunali 
di alcuni grandi capoluoghi del Nord (Genova, ad esempio, dove l’antifascista Vittorio 
Pertusio fu eletto sindaco con i voti determinante dei quattro consiglieri missini). 

7 Non fu il caso di Attilio Piccioni, al quale le sinistre fecero pagare a caro prezzo la 
fedeltà alla Santa Sede: infatti coinvolsero il figlio Piero nello scandalo di Capocotta. Il 
processo (quasi un’anteprima di “mani pulite”) fu accompagnato da un’assordante campa¬ 
gna intesa a diffamare e stroncare Piccioni. Quando Piero fu assolto con formula piena la 
carriera del padre era ormai stroncata. 

8 In data 4 aprile 1959. 

9 A Giovanni XXIII i comunisti hanno rinfacciato perfino la stima manifestata nei con¬ 
fronti di Benito Mussolini. 


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oltre che per la refrattarietà alla setta modernista, sul conto della quale 
scriveva: “Il modernismo, se resiste ancora presso qualcuno, è piuttosto 
come debole fiamma fumosa attardata a qualche trave caduta sotto le 
rovine della casa incendiata. La lettera Humani Generis di papa Pio XII 
ne ha segnato il destino ” l0 . 

Nella prima enciclica, “Ad Petri Cathedram”, Giovanni XXIII dichiarava 
ricorrendo ai più classici argomenti del realismo sociologico, la sua ostili¬ 
tà nei confronti dell’utopia comunista: “Chi osa negare la disparità delle 
classi sociali contraddice all’ordine stesso di natura. Chi poi avversa l'ami¬ 
chevole ed inderogabile cooperazione tra le classi sociali, tende senza 
dubbio a sconvolgere e a dividere l'umana società, con grave turbamento 
e danno del bene pubblico e privato ” 11 . 

Incoraggiato dai segnali che indicavano la continuità della linea di dura 
opposizione al comuniSmo, Luigi Gedda pensò di valorizzare quelle 
personalità della cultura cattolica, che potevano costituire “a destra”, 
ma senza nulla concedere all’ideologia fascista, l’alternativa alla linea 
politica dedotta dalla filosofia di Maritain. Nel 1959 Gedda si accordò 
pertanto con due brillanti intellettuali cattolici, che avevano risolto feli¬ 
cemente l’infatuazione giovanile per la sinistra cristiana e per la filoso¬ 
fia di Jacques Maritain senza fare alcuna concessione all’ideologia fa¬ 
scista o alla tendenza clerico-fascista: Augusto Del Noce 12 e Gianni 


***** R «ncalli, “Scritti e discorsi”. Edizioni Paoline, Roma, 1959-1962, voi. Ili (1953 
tyjo), pag. 365. 

“ Mat u er et Ma gistra”, promulgata il 15 maggio 1961, Giovanni XXIII 
afferma nuovamente che comuniSmo e cattolicesimo sono del tutto incompatibili. 

Nato a Pistoia nel 1910, da una nobile famiglie originaria di Savigliano, Augusto Del 
Noce, terminati gli studi liceali, frequentò la facoltà di filosofia dell’università di Torino 

M^ S K gna T° J aggin ’ Ju , valla 6 MazzantinLNel 1932 discusse brillantemente una tesi 

Malebranche ed ottenne la laurea in filosofia con il massimo dei voti. Alla fine degli 

aie din 1 ! ne partlto <r landestino dei comunisti cristiani, dal quale si staccò afla 

11 C .?, nflm ° mo " d,a ! e ‘ E stat0 orinario di storia della filosofia moderna e contem¬ 
poranea nell università di Trieste e di filosofia della politica nell’Università di Roma Ne- 
gh anni Ottanta la sua filosofia ebbe larga diffusione grazie ai meeting riminesfdTcomu- 
mone e Liberazione e alla rivista “Il Sabato”. E morto a Roma nel 1989, dopo aver comple¬ 
tato un fondamentale saggio sulla filosofia di Giovanni Gentile. P 




Baget Bozzo l3 . Da quell’incontro ebbe inizio “Ordine Civile”, un quin¬ 
dicinale, che, oltre a dare spessore filosofico all’azione dei Comitati Civici 
a sostegno del centrodestra, segnò una svolta decisiva nella storia della 
cultura della destra italiana 14 . 

Nell’intenzione dei suoi promotori, “Ordine Civile” doveva affermare le 
ragioni di una politica cattolica indirizzata alla riqualificazione della de¬ 
stra tradizionale: la rivista, infatti, iniziò un dialogo con Primo Siena, 1 espo¬ 
nente della scuola gentiliana che si era rivolta al cattolicesimo 1 . 

Il problema posto da Baget Bozzo era però il superamento del fascismo e 
del clericofascismo, cioè la ricerca di un passaggio dal “blocco d’ordine”, 
imposto dall’incombenza del pericolo comunista, ad una politica cultura¬ 
le finalmente capace di trasformare ed elevare l’anticomunismo a strate¬ 
gia per la restaurazione della cristianità 16 . 

13 Gianni Baget Bozzo è nato a Savona l’8 marzo del 1925. Al liceo genovese Andrea 
Doria” conobbe don Giuseppe Siri, che esercitò su di lui un’influenza decisiva. Nel 1946 si 
laureò in giurisprudenza, con una tesi su sant’Agostino. Insieme con il cardinale Sin ha 
fondato e diretto la rivista teologica “Renovatio”, che iniziò le pubblicazioni nell’ottobre del 
1966. Nel 1967 è stato ordinato sacerdote. Andrea Di Caro, autore di una tesi di laurea sul 
Baget Bozzo politico, sottolinea l’importanza che, nella formazione del futuro sacerdote, ebbe 
l’incontro giovanile con san Tommaso d’Aquino, “perenne maestro, guida morale e intellet¬ 
tuale". Cfr.: la tesi di laurea di Andrea Di Caro, “Baget Bozzo e la crisi del centrismo: L’Ordine 
Civile e Lo Stato (1959-1961)”. Relatore Francesco Perfetti. Luiss, Roma, 1997 pag. 113. 

14 “Ordine Civile” cessò le pubblicazioni nel 1961, quando Baget Bozzo fondò il settima¬ 
nale tambroniano “Lo Stato”. 

15 Alla rivista “Ordine Civile” collaborarono alcuni giovani intellettuali (Francesco 
Mercadante, Claudio Leonardi, Paolo Possenti, Oddo Bucci, Domenico de Sossi) che, in 
seguito, ebbero una parte non trascurabile nella rinascita del pensiero cattolico. Fu inoltre 
l’occasione di un diverso approccio al problema religioso per alcuni giovani di destra (Publio 
Fiori Primo Siena, Maurizio Giraldi, Massimo Costanzo, Pietro Giubilo, Stefano Man¬ 
giarne, Giuseppe Tricoli, Alfredo Cattabiani, Ennio Innaurato) che, insieme con Vittorio 
Sbardella, diedero vita a una importante stagione della destra cattolica. 

16 In uno dei primi numeri di “Ordine Civile”, Baget Bozzo enunciò un programma d’am¬ 
pio respiro: “Dopo tanto abuso della parola rivoluzione, diciamo che oggi è tempo di 
restaurazione: di restaurazione dell’ordine antico ed eterno, ... ordine immutabile nella 
sua sostanza, perché riflesso dell’ordine stesso del Creatore, della Legge eterna: ordine 
che i fondatori pagani e cristiani della nostra civiltà e tutte le generazioni dopo di loro 
sino alla grande negazione del XIX secolo conoscevano, anche quando non rispettavano. 
In questo ordine Dio sta al centro ”. Cfr.: Gianni Baget Bozzo, “Cristianesimo e civiltà , m 
“Ordine Civile”, n. 2, 10 luglio 1959. 


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Per comprendere le origini di questo atteggiamento è necessario risalire 
agli anni decisivi della formazione liceale di Baget Bozzo, quando egli 
scelse quali modelli di vita eroica il conte di Lamorcière e il visconte di 
Pimodan, caduti nel 1859, con la divisa degli zuavi dello Stato pontificio 
in battaglia contro l’esercito piemontese a Castelfidardo. 

Questa scelta simbolica, cui ancor oggi Baget Bozzo attribuisce una gran¬ 
de importanza, significa l’avversione al risorgimento anticlericale e al fa¬ 
scismo ideologico, in cui Baget Bozzo vedeva lucidamente la continua¬ 
zione del risorgimento 17 . 

Nella ricerca di una soluzione al problema del risorgimento e del fasci¬ 
smo, Del Noce e Baget Bozzo interpretavano il pensiero di Pio XII meglio 
di quanto non avesse fatto fino ad allora un valoroso uomo d’azione quale 
era Luigi Gedda. L’opera di Baget Bozzo e Del Noce, costituisce un ge¬ 
niale ripensamento dell’antimodemo, e indica un percorso contrario a 
quello che aveva condotto Jacques Maritain al punto morto di “Umanesimo 
integrale” l8 . 

Infatti Maritain risolveva il conflitto tra democrazia totalitaria e cristiane¬ 
simo, applicando il concetto di analogia al concetto di cristianità, che, in 
tal modo, diventava mutabile secondo le varie età del mondo. L’analogia è 
applicata come una foglia di fico, per illudere che i princìpi non mutino 
quando sono applicati secondo modi essenzialmente diversi. 

Padre Julio Meinvielle osservava opportunamente che, secondo Maritain, 
il vocabolo “cristianità” non indica più una sola essenza bensì essenze 
diverse l9 . Ora, continuava padre Meinvielle, si possono immaginare ci- 

17 Cfr.: Andrea Di Caro, “Gianni Baget Bozzo e la crisi del centrismo: L’Ordine Civile e 
Lo Stato (1959-1961)”, op. cit., pag. 144.11 giudizio di Baget Bozzo sul plesso risorgimen¬ 
to-fascismo, anticipa quello formulato da Francisco Elias de Tejada nella “Monarchia tra¬ 
dizionale”, che sarà pubblicato dalle edizioni dell’Albero di Torino nel 1963 (e riproposto 
nel 2001 da Controcorrente di Napoli, con una interessante prefazione di Pino Tosca). 

18 Negli anni Settanta, Augusto Del Noce collaborerà attivamente al successo degli Incon¬ 
tri romani della cultura, promossi e organizzati dalla Fondazione Gioacchino Volpe. 

19 Cfr.: Julio Meinvielle, “Il cedimento dei cattolici al liberalismo Critica a Maritain”, 
edizione italiana a cura di Ennio Innocenti, Sacra Fratemitas Aurigarum in Urbe, Roma, 
1991, pag. 63. 


viltà pagane in origine diverse, ma non si può concepire la legittima per¬ 
manenza della diversità essenziale nelle civiltà rinnovate dalla incorpora¬ 
zione nella Chiesa. 

Questo significa che l’idea di cristianità è strutturalmente univoca. Ed 
è qui che si verifica la divergenza del pensiero maritainiano dalla tra¬ 
dizione e dal magistero cattolico. Maritain pensa che la nuova cristia¬ 
nità, subentrando a quella medievale, giustifichi 1 incorporazione del¬ 
la civiltà moderna (illuministica) nella Chiesa cattolica per mezzo di 
un artificio dialettico: la valutazione della democrazia moderna (di 
indirizzo laicista) alla stregua di un principio discendente dal diritto 
naturale. 

Maritain afferma che l’intenzione democratica (anticlericale) può diven¬ 
tare il fondamento dell’armonia tra laici e credenti e, in ultima analisi, il 
fondamento della democrazia cristiana. In questa prospettiva, uomini che 
professano princìpi diversi si accordano non già in base a (impossibili) 
considerazioni teoretiche ma per il comune riconoscimento delle leggi 
della solidarietà. Ma data la rinuncia ad un fondamento metafisico della 
politica, la solidarietà assume necessariamente una connotazione senti¬ 
mentale e irrazionale. 

Il risultato dell’assunzione del democratismo illuministico da parte di 
Maritain trascina dunque alle stesse conclusioni dell’errore, nel quale, 
secondo la circostanziata accusa di san Pio X, erano già incorsi i militanti 
del “Sillon”: la trasformazione della democrazia in una religione secola¬ 
re, più universale della Chiesa cattolica, in quanto capace di adunare tutti 
gli uomini e renderli fratelli 20 . 

Baget Bozzo, come Meinvielle, iniziava la sua polemica antimodema con 
la denuncia dell’errore prodotto dalla metastasi illuministica in ambiente 
cristiano: il clericalismo senza princìpi 21 . Secondo Baget Bozzo, il 

20 Cfr.: San Pio X, “Notre charge apostolique”, traduzione italiana di Francesca Castruccio 
Bamato, in “Traditio”, Genova, dicembre 1979. 

21 Nel 1962 Baget Bozzo concluderà la sua polemica con un denso e sempre attuale saggio 
sull’integrismo di Maritain. Cfr.: Gianni Baget Bozzo, “Il cristianesimo nell’età 
postmoderna”. Edizioni dell’Albero, Torino, 1962. 


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clericalismo senza princìpi implicava un’esclusione della verità cristiana 
dall’orizzonte politico paradossalmente più radicale di quella postulata 
dalle ideologie totalitarie. Il nuovo antimoderno , di conseguenza, doveva 
per forza cominciare dall’opposizione della dottrina sulla Regalità di Cri¬ 
sto al clericalismo senza verità 22 . 

Nella fase in cui Baget Bozzo elaborava le nuove obiezioni a Maritain, 
la De, complice l’ala modernista del clero, si trasformava in strumento 
della secolarizzazione 23 . Baget Bozzo, in anticipo su Del Noce, previde 
lucidamente e descrisse con esattezza l’esito disastroso, verso il quale la 
politologia di Maritain stava trascinando la politica democristiana: “7/ 
partito moderno è l'organo di una rivoluzione che distrugge alla radice 
il concetto greco-romano di ordine civile. In nome di un cristianesimo 
interamente razionalizzato e laicizzato, la partitocrazia opera lo 
svuotamento totalitario dello stato di diritto. Ne consegue la necessità 
di sottrarre lo stato sia al potere dei partiti che si sono accampati su di 
esso, sia allo statalismo, in cui si configura una filosofia dello stato che 
ha sostituito ai valori etici puri bisogni empirici, nel quadro di un mo¬ 
derno totalitarismo materialista ” 24 . 

Nel gennaio del 1961, Ferdinando Tambroni, che, dopo la drammatica 
esperienza del suo governo, progettava la fondazione di un partito cattoli¬ 
co da collocare alla destra della De, affidò a Baget Bozzo e a Giano Acca¬ 
me il compito di fondarne il primo nucleo e di dotarlo di una rivista atta a 
diffonderne il pensiero. Baget Bozzo fondò allora i Centri per l’Ordine 
Civile e il quindicinale politico “Lo Stato’’ 25 . 

Nel primo numero della nuova rivista, Baget Bozzo riprende e approfondi¬ 
sce il tema del totalitarismo materialista, e propone una categoria inedita, 

22 II tema della Regalità di Cristo è sviluppato in un articolo, “Totalitarismo e cristianesi¬ 
mo”, pubblicato in “Ordine Civile”, n. 19, 15 ottobre 1960. 

Negli anni Settanta e Ottanta Del Noce approfondirà il tema del partito clericale senza 
princìpi in un atto di accusa contro la De, complice di una scristianizzazione senza precedenti. 

24 Gianni Baget Bozzo, “I cattolici e l’autonomia politica”, in “Ordine Civile”, n. 21, 15 
novembre 1960. 

25 In un primo momento Giano Accame diede alla rivista il titolo “La Piazza”. 


che diventerà fondamentale, quella del nichilismo rivoluzionario - 6 . Scrive¬ 
va dunque Baget Bozzo: “Si è detto che Dostojewskj aveva avuto uno sguardo 
profetico nel giudicare il suo tempo e ciò che ne sarebbe nato. Cominciamo 
ora anche in Italia, a misurare quanto ciò sia vero. Si rileggano «I Demoni» 
e si vedrà descritto, con potenza drammatica, l’idea leninista di cinquant an¬ 
ni più tardi, la strategia di «Stato e rivoluzione», la rivoluzione politica 
attraverso la perversione ideale e morale di una società. La nostra lotta è 
dunque contro coloro che dicono il bene male e il male bene. È una lotta 
contro i nichilisti. Noi sappiamo che l’obiettivo vero dei nichilisti è il cri¬ 
stianesimo, è il cattolicesimo. Sappiamo che la cosa che essi vogliono vera¬ 
mente distruggere è la Chiesa Apostolica Romana 27 . 

Ora nelle sedi dei Centri per l’Ordine Civile e nella redazione dello Stato, 
gli esponenti più vivaci del mondo giovanile missino, Giano Accame, Fau¬ 
sto Belfiori, Fausto Gianfranceschi, Primo Siena, Enzo Erra, Giampaolo 
Martelli, Mario Marcolla 28 , si misurarono con Baget Bozzo e con la sua 
nuova formulazione dell’antimodemo 29 . Infatti vissero 1 esperienza cru- 

26 La novità introdotta da Baget Bozzo non fu compresa negli anni Sessanta quando la 

moderna teoria del comuniSmo era pacificamente collegata airottunismo e alla fede nel 
progresso. Ma Baget Bozzo aveva già chiara la necessità dell’involuzione del pensiero 
comunista verso le forme dello gnosticismo ritornante attraverso ad autori pseudo tradizio¬ 
nali (come René Guénon) che di lì a poco avrebbero colomzzato e messo a soqquadro 
l’area del progressismo. , . ir ., A 

27 Cfr Gianni Baget Bozzo, "Stato e rivoluzione”, “Lo Stato , n. 1, 20 dicembre 1960. 

Baget Bozzo riprese e approfondì l’argomento della metamorfosi decadentista dell’ideo¬ 
logia. Cfr.: Gianni Baget Bozzo, “I comunisti, il decadentismo e la rivoluzione , Lo Sta¬ 
to”, n. 10, 10 aprile 1961. . . .... . 

2S Mario Marcolla, cattolico, operaio tessile di Monza, iniziò 1 attività pubblicistica nel 
1955 esponendo le tesi della destra operaia nella rivista “Ordine Nuovo” di Pino Rauti. 
Dopo gli anni dello “Stato” ha collaborato con diverse importanti riviste cattoliche, fra le 
quali “Il Sabato” e “Studi cattolici”. 

29 Fausto Belfiori, ad esempio, smascherò la farsa estetica di Elémire Zolla, protagonista di 
una nuova stagione dell’impostura sovversiva, svelandone puntualmente l’incongruenza e 
deridendone “i passi e i contropassi, che lo fanno apparire di volta in volta il dispregiatore 
della civiltà di massa o il compagno di strada di coloro che di questa civiltà sono i piu 
conseguenti ed impazienti assertori.... Zolla dopo essersi spossato contro i mulini a vento 
è costretto ad accettare soccorso ed ospitalità proprio da coloro contro i quali voleva 
scendere in campo aperto”. Cfr.: Fausto Belfiori, “Uno scrittore moralista”, “Lo Stato , n. 
11, 20 aprile 1961. 


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ciale di Ordine Civile e dello Stato tutti gli intellettuali missini che, per 
varie rotte di navigazione, hanno tentato di oltrepassare risolutamente le 
colonne d’Èrcole dell’ideologia fascista, cioè Gentile e Nietzsche. 

Nelle pagine della rivista “Lo Stato” o negli archivi dei Centri per l’Ordine 
Civile, sono anticipati i temi del viaggio arduo ed avventuroso dall’ideologia 
del fascismo originario ai diversi e contraddittori tradizionalismi d’ispirazione 
cristiana: il tradizionalismo eterodosso di Gerdil, Bonald e De Maistre 30 , rie¬ 
laborato da Attilio Mordini, il Medioevo benedettino riletto da Fausto Belfio¬ 
ri; il tradizionalismo controriformista e vichiano di Francisco Elias de Tejada, 
Vitale, Caucci, Torti, Romano, Russo, Tosca, Nisticò e dagli altri esponenti 
dell’Associazione dei giusnaturalisti cattolici “Filippo II”; il conservatorismo 
di stampo reazionario di Plinio Correa de Oliveira 31 e delle scolastiche italia¬ 
ne (Alleanza Cattolica e Centro Lepanto) concorrenti in suo nome; il tradizio¬ 
nalismo romantico di Alfredo Cattabiani; il tradizionalismo popolare di Carlo 
Alianello, nobilmente interpretato dall’indimenticabile “cafone” Pino Tosca 32 . 


Baget Bozzo e Del Noce diedero una risposta originale ed “esplosiva” alle 
nuove esigenze culturali che lo scenario politico nazionale poneva: l’usci¬ 
ta e dalla logica democristiana (ormai dominata dal sinistrismo) e da quel¬ 
la missina, che, a seguito della sconfitta subita nel luglio del 1960, regrediva 
al nostalgismo. Malgrado il fallimento dei Centri per l’Ordine Civile, la 
teoria antimodema (o sanamente postmoderna) di Baget Bozzo rappre¬ 
senta la soluzione cattolica del problema moderno e perciò una delle piu 
sicure uscite di sicurezza dai labirinti dell’ideologia. 

Nel momento in cui vengono meno le opportunità del clerico-fascismo 
Baget Bozzo elaborò una filosofia politica a misura della destra post-fa¬ 
scista 33 . Questo pensiero sarà la pietra di paragone nel dibattito, che, a 
partire dal 1974, opporrà i pagani della neodestra e ai cattolici delle varie 
correnti tradizionaliste 34 . 


30 Su De Maistre (1753, 1821) vedi il saggio di don Curzio Nitoglia, “Joseph De Maistre 
esoterico”, Sodalitium, n. 49, Aprile 1999. 

31 A lui si applica felicemente un classico gioco di parole: quello che ha scritto di buono 
non è nuovo e quello che ha scritto di nuovo non è buono. La polemica (con scambi di 
scomunica fra le due scuole di pensiero) scatenata dalle litanie in onore di donna Lucilia è 
tra le più grottesche pagine della storia culturale del Novecento. Un infortunio drammati¬ 
co. Le opere di Plinio Correa de Oliveira, pubblicista brasiliano, fondatore del movimento 
“ Tradizione, Famiglia, Proprietà ” furono diffuse in Italia durante gli anni del Vaticano II e 
del postconcilio, per iniziativa di Silvio Vitale, Alfredo Cattabiani e Giovanni Cantoni. Si 
tratta di una filosofia della reazione, di non alto profilo teoretico e fortemente tributaria del 
conservatorismo inglese e americano. La novità introdotta da de Oliveira è la figura della 
“quarta rivoluzione”, che conclude il ciclo moderno ( protestantesimo, liberalismo, socia¬ 
lismo) promuovendo un totalitarismo della corruzione. Sul pensiero e l’azione politica di 
Plinio Correa de Oliveira, cfr.: Roberto de Mattei, “Il Crociato del XX secolo”, Piemme, 
Casale Monferrato, 1999. 

32 Pino Tosca (1946, 2001), docente emerito del Siddon’s Institute, segretario dell’Asso¬ 
ciazione dei giusnaturalisti cattolici, dirigente nazionale del Sindacato Libero Scrittori 
Italiani, fondatore delle pubblicazioni “La Quercia” (edita a Torino e a Genova) e “Terra 
degli avi” (edita a Modugno di Bari) e collaboratore del “Conciliatore”, “Pagine libere”, 
“L’Alfiere”, “Linea”, “Il Secolo d’Italia”, “Il Roma”, “L’Italia set timanal e”, “Area”, “Il 
Giornale d’Italia”. Promotore di innumerevoli convegni (memorabile il congresso di studi 
vichiani, che si tenne a Bari il 7 e 8 dicembre 1976, con la partecipazione di Francisco 


ias de Tejada, Silvio Vitale, Gianni Allegra, Sergio Fabiocchi, Gaetano Catalano, Anto- 
> Russo, Ubaldo Giuliani, Piero Vassallo, Giuseppe Pace, Giovanni Torti, P*er Francesco 
jcone, convegni e dibattiti, è stato protagonista generoso e acuto inteirpree“ 
me italiana. Nel 1993 ha vinto il Premio Stefano Mangiante e nel 1999 il Prenu , o T ‘ 3 ° 
isini Fra le sue ultime fatiche il brillante commento alla “Monarchia tradizionale di De 
jada (Controcorrente, Napoli, 2001) e l’originale contributo al volume sulla Rivoluzio- 
italiana (Il Minotauro, Roma, 2001) 

La battaglia anticomunista condotta da Baget Bozzo fu continuata da Giuseppe Gonel a 
Nino Badano nel settimanale “Il Centro” e, dopo il 1967, da Nino Badano, dentato 
ima direttore del “Giornale d’Italia” (quando ne era editore il gruppo finanziano di An¬ 
sio Costa) poi editorialista del‘Tempo”. „ , „ , • „ 

Il dibattito contro la neodestra (la sezione italiana del Grece, infeudata nel a re 
si “Candido” di Giorgio Pisano) scatenato da Francisco Elias de Tejada nel 1973 (come 
testa l’epistolario) fu continuato da Fausto e Anna Belfiori. Giovanni Volpe Piero Vas¬ 
aio Remo Palmirani, Paolo Caucci, Tommaso Romano, Giovanni Cantoni, Pino losca. 


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VI 

PLEBE: DALLA SINISTRA LA CONFUSIONE 


La vicenda italiana della nuova destra ebbe inizio nella primavera del 1975 
quando il senatore missino Armando Plebe 2 , invitò Alain De Benoist al 
convegno romano promosso dalla rivista di Franz Maria D’Asaro, “Cultura 
di destra” 3 . Plebe, garrulo pensatore neostoico, era da poco passato dal Pei 
alla destra, per la mediazione degli intellettuali decadenti radunati nella casa 
editrice Rusconi. Egli aveva organizzato quel convegno (finanziato da 
Almirante) dopo che Giovanni Volpe 4 , infastidito dalla volatilità del suo 
cinguettante pensiero, l’aveva estromesso dalla direzione di “Intervento”. 

Il progetto culturale di Plebe era stato chiaramente esposto durante il Con¬ 
gresso nazionale missino del 1973, e confermato nel 1974, dopo la campa- 


' Invitato da Plebe, De Benoist, nel 1973, aveva partecipato ad un convegno organizzato 
dall’associazione (apolitica) torinese Cidas. 

2 II trionfale ingresso di Armando Plebe nel Msi (inutile fu l’opposizione strenua di Gio¬ 
vanni Volpe, Fausto Belfiori, Adriano Romualdi e Remo Palmirani) è un luminoso capitolo 
della storia delle mistificazioni messe in scena dagli adelphi, complice l’ingenuità estetica 
di alcuni eleganti intellettuali della destra estenuata dalle letture neopagane. 

3 Francisco Elias de Tejada, che partecipò al convegno romano, sentita la relazione di De 
Benoist reagì improvvisando un violentissimo discorso contro il pensiero neodestro. Ple¬ 
be, imbarazzato dalla non prevista reazione, tentò di minimizzarla definendo De Tejada “il 
monello del convegno ”. Fra le lettere scritte da De Tejada ai suoi corrispondenti italiani, ce 
n’è una (conservata nell’archivio della rivista “Certaman” in Alessandria) in cui il pensatore 
ispanico esige la tassativa esclusione dei neodestri dai convegni dell’Associazione dei 
giusnaturalisti cattolici. 

4 È quasi superfluo aggiungere che le benemerenze di Giovanni Volpe, grande mecenate 
della cultura di destra negli anni di piombo, sono state rimosse dai neodestri militanti in 
An. Questa rimozione si deve, appunto, al disprezzo e all’ostilità di Giovanni Volpe nei 
confronti di Plebe, di Rauti, di De Benoist e dei loro seguaci. Cff. al riguardo gli articoli 
pubblicati nella rivista “La Torre”, dopo il 1973. 


gna referendaria 5 per l’abrogazione della disgraziata legge Fortuna: finirla 
con le battaglie di retroguardia , in altre parole rompere i rapporti con la 
tradizione, abbandonare la cultura di destra alla deriva nichilistica del po¬ 
stmoderno, abdicare alla politica in difesa dei princìpi della morale classica 
e cristiana. Cavalcare la tigre dell’immoralità e della dissoluzione. Plebe, 
dopo aver tanto tuonato contro il tradizionalismo di Evola, ne adottava le 
conclusioni pratiche. Il progetto di Plebe prefigurava, in qualche modo, l’esor¬ 
tazione che Cacciati indirizzerà a Giovanni Paolo II: desistere dalla difesa 
della morale, cioè dalla funzione di katéchon. Divorziare, quindi, dalla filo¬ 
sofia perenne e disperdere l’eredità del diritto romano. Inizia così 1 età della 
neodestra, la vicenda della scolastica frequentata dai turisti della vita, i di¬ 
scepoli di Plebe 6 . Il primo risultato dell’iniziativa di Plebe fu, dunque, la 
fulminea diffusione del pensiero debole, di cui era divulgatore il teorico 
politeista dell’oltrità (oltre la destra, oltre la sinistra: et... et...), il compilato¬ 
re di centoni sincretistici Alain De Benoist. 

L’illusione culturale dei caudatari italiani di De Benoist si riassumeva nel 
proverbio “Graecia capta ferum victorem cepit ”: la destra europea 7 , scon¬ 
fitta sul campo dalla coalizione dei suoi nemici, poteva conseguire una 
clamorosa rivincita imponendo alla sinistra la sua cultura, il pensiero ne¬ 
gativo, il trinomio Hobbes-Nietzsche-Guénon 8 . 


5 Nel corso della campagna referendaria del 1974, Almirante (con la sua immagine di 

bigamo) e i democristiani (con l’esternazione di dubbi e la consumazione di tradimenti) 
ingaggiarono una magnifica lotta nell’intento di causare il maggior danno possibile alla 
buona causa della morale cattolica. . . ... 

6 ‘Turista della vita” è una definizione di Plebe. Più tardi, con la rivelazione del pederasta 
Bruce Chatwin da parte della casa editrice Adelphi, i neodestri si definiranno nomadi. 

7 II modello della destra, secondo De Benoist, era rappresentato da quel paganesimo 
germanico e antiromano contro cui (sulla rivista di Benito Mussolini) era insorto France¬ 
sco Orestano. Questo spiega il successo che De Benoist ottenne nei circoli estremi del Msi, 
dove la rèverie dei collezionisti di swastiche e dei frequentatori di feste pagane nei solstizi 
del sole, incontrava il nudismo efebico e l’albeggiante ecologia. 

8 Questa tesi sarà formulata lucidamente dall’effervescente filosofo Antimo Negri il 
maestro dell’attuale leader neodestro, Mario Bernardi Guardi. Cfr. AA.VV., La de¬ 
stra come categoria”, Hermeneutica, 6, Ed. Quattroventi, Urbino, 1986. Purtroppo la 
destra è entrata nel Terzo Millennio aggravata dalla zavorra nietzscheana, come dimo¬ 
strano i testi pubblicati in “Percorsi” per celebrare Nietzsche nel centesimo anmversa- 


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In realtà, come aveva acutamente giudicato Giovanni Volpe, “Non ca¬ 
demmo nella trappola: dicemmo (v. il n. 98-99 de La Torre) che la 
Nouvelle droite non era né nuova né di destra, denunciammo il sapore e 
l’odore massonico, evidente amche nelle programmate azioni di mutuo 
soccorso tra fratelli, l’evoluzionismo fine Ottocento gabellato per ulti¬ 
ma scoperta della scienza, la puerilità della condanna del cristianesi¬ 
mo, a cui va, se non altro, il riconoscimento dovuto a chi da duemila 
anni è vittorioso ’’ 9 . 

Lavoro comunque inutile, da rumorosa mosca cocchiera, quello dei 
neodestri: alla metà degli anni settanta, infatti, il potere culturale aveva 
già terminato il laborioso e mesto transito di tutta la scolastica hegeliana e 
marxiana al pensiero negativo (e alla più schietta pederastia). L’ottimismo 
dei progressisti, spossati dal trattamento ultra nietzscheano di Heidegger 
e dei suoi continuatori, Kojève, Breton, Bataille, Simone Weil, ecc., aveva 
già alzato la bandiera bianca. 

L’esito di due secoli di rivoluzione si restringeva alla canzone encratista 
(o fachiristica) di Simone Weil: “L’impossibilità è l’unica porta verso 
Dio. Noi dobbiamo amare il male in tanto che male ” l0 . E alla farnetica¬ 
no della morte.I neodestri mostrano in tal modo di non aver capito che il muro di 
Berlino, insieme con l’ideologia moderna, ne ha sepolto la controfigura, che è, appun¬ 
to, il pensiero di Nietzsche. La frazione retro della destra, che mantiene il giuramento 
di fedeltà alla terra infinita, si lega a un cadavere in un quadro di rovine. Il fatto è che 
la spaventosa tragedia del Novecento, il doppio suicidio della modernità - suicidio 
della ragione e suicidio della rivoluzione - è anticipata e riassunta nella biografia di 
Nietzsche, l’ultima cometa della rivoluzione. Hermann Hess lo aveva compreso quan¬ 
do affermò che Nietzsche aveva inaugurato una capacità illimitata di soffrire. Ora la 
violenza praticata da Nietzsche contro se stesso ha la stessa matrice antivitale della 
violenza che i rivoluzionari (giacobini, anarchici, bolscevichi, nazisti, maoisti, ecc.) 
riversavano sugli altri. Questo significa che l’uso di Nietzsche inchioda la neodestra al 
Novecento e ai suoi orrori. 

9 Cfr. Giovanni Volpe, “Postilla”, “La Torre”, n. 123-124, luglio-agosto 1980. 

10 Simone Weil, “Cahiers”, III, Edizioni Adelphi, Milano, 1989. 

L’ispirazione gnostica di Simone Weil (ma il discorso di può estendere facilmente a Vittoria 
Guerrini - in arte Cristina Campo - protagonista di una umiliante manfrina tradizionalista, 
che ha imbambolato i settori più vulnerabili dell’intellettualità cattolica) è perfettamente 
svelata in una nota che Massimo Cacciali dedica al pensatore nichilista Andrea Emo. Cacciali, 
ricorrendo alla fumosa terminologia neognostica, dopo aver dichiarato di condividere la teo- 


zione impolitica e numantina del pornografo nietzscheano Georges Ba¬ 
taille, che, della filosofia rivoluzionaria, apprezzava solo la suggestio¬ 
ne distruttiva: “La valeur révolutionnaire... se produise dans une at- 
mosphère de mort ...la grandeur de la revolution a éte liée jusque 
dans le vocaboulaire souvant poétique de Marx à son caractère cata- 

strofique ” 11 . .... 

Con trentanni e più di ritardo sulla storia, De Benoist e i suoi zelanti 
megafoni italiani presentavano come loro personale vittoria la metamor¬ 
fosi del pensiero progressista. La nuova destra irruppe nella storia della 
cultura italiana facendo volare le parole libere sotto il vessillo dell’infa¬ 
tuazione. Ed apparve come un satellite dalla rabbia antiromana, anticristiana 
e antitaliana che connotava la vecchia e la nuova sinistra. 

Sulla strada per Valpurga, i malaccorti neodestri trovarono l’ex lottatore 
continuo Massimo Cacciari, squisito domatore di tordi da spiedo. Per com¬ 
piacere le prede dell’uccellagione, Cacciari riabilitò un romanziere della 
cerchia hitleriana, Ernst Jiinger 12 , decadente fulminato, che ‘ dopo la se¬ 


ia che contempla l’assunzione della mortalità naturale dei mortali da parte del divino 
scrive infatti: “ L’imitatio Christi consisterà, allora, nel movimento stesso del decrearsi. L at¬ 
to autentico del soggetto sta nel negare la propria esistenza nell’atto di ntirarsl *° se : Sono _ 
mgine che ricordano immediatamente Simone Weil, la sua preghiera per diventare niente 
ed è da credere che l’ammirazione per Cristina Campo abbia rafforzato>vleppiu mEmo 
l’interesse per la scrittrice francese”. Cfr. la prefazione di Massimo Cacciari ad Andrea 
Emo, “Il dio negativo”, Marsilio, Venezia, 1999. , 

n citato da Roberto Esposito, in “Categorie dell’impolitico , Il Mulino, Bologna, 1988, 

^ErnsUiinger (1895,1998) scrittore e saggista. Dopo una giovinezza avventurosa (sedicenne 
fuggì da casa per arruolarsi nella Legione straniera, non ancora ventenne ufficiale di prima 
linea nella Grande Guerra dove ottenne la decorazione Pour le mente) inizio la camera di 
scrittore pubblicando i suoi appunti di guerra. Nel 1932 pubblico ‘ L operaio dove e esposta 
la teoria della mobilitazione tecnologica, che fu npresa e sviluppata da Martin Heidegger. 
Nel 1939 pubblicò il suo capolavoro, il romanzo “Sulle scogliere di marmo . Fra le sue opere 
d’impianto teoretico sono da ricordare: “Al muro del tempo” (1959) e i saggi pubblicati nella 
rivista “Antaios”, da lui diretta insieme con Mircea Eliade. Il suo pensiero si pone in conti¬ 
nuità con il vitalismo e l’irrazionalismo di Nietzsche, di Bergson e di Spengler. Al centro 
della sua riflessione filosofica si trova la crisi dell’umanesimo moderno e 1 insorgenza di una 
religione della madre terra, dove il sentimento panico della natura trascendente sostituisce la 


147 


146 





conda guerra mondiale si dedicò a redigere un catalogo cantato delle 
droghe, lo stupendo Approssimazioni ” l3 . 

Il fascinoso discorso, che Cacciali sussurrava ai suoi uditori estasiati, e in 
particolare a Marcello Veneziani 14 , è stato riassunto nella pagine di una 
rivista urbinate: “ Liberatevi dalle vostre certezze, che reggono solo sulla 
retorica e procedete con occhio sgombro verso un sapere senza fonda¬ 
menti, verso un nichilismo consapevolmente vissuto e accettato come de¬ 
stino finale ” 15 . 

Retorica, in tale contesto, significa tradizione romana, filosofia perenne, 
Patria del diritto, Italia. Tutta roba da buttare via, per l’acquisto dell’oc¬ 
chio sgombro (la nuova oftalmologia) e del pensiero debole (la soggetti¬ 
vità sdoppiata e/o plurima, che è oggetto delle elucubrazioni postcomuniste 
di Massimo Cacciari, Gianni Vattimo e Umberto Galimberti) l6 . È questo 


13 Cfr.: Elémire Zolla, “Ma è un genio dello stile. E nessuno ha capito le sue allusioni”, 
“Corriere della Sera”, 15 marzo 1997. Dopo l’inno alla droga il grande merito di Jiinger 
consiste, secondo Zolla, nell’aver enunciato “in terse pagine l’ideale dell’operaio come 
demiurgo del mondo attuale, possibile ideologia per una destra che voleva includere la sini¬ 
stra sovietica”. Il più sensato Ralf Dahrendof, invece, prende le distanze dall’immoralismo 
estetico di Jiinger, “ che crea un mondo di cristallo, senza colore né passione, un uomo la cui 
intelligenza non presenta traccia di moralità” (Ralf Dahrendorf, “Ernst Jiinger maestro di 
immoralità”, “Corriere della sera”, 15 marzo 1997). 

14 L’insicurezza di Veneziani dipende, purtroppo, da un abbaglio del suo suggeritore Augusto 
Del Noce, incauto ammiratore e editore (insieme con Zolla) di Simone Weil. Rammentan¬ 
do questo fatto non intendiamo discofioscere i grandi meriti di Del Noce e l’intelligenza di 
Veneziani. Semplicemente ricordare che è sempre valido il detto “Amicus Plato, sed magis 
amica veritas”. 

15 Massimo Cacciari, in “Hermeneutica”, cit. 

16 Lo psicoanalista Umberto Galimberti è entrato nel pantheon della gauche réactionnaire 
immergendosi nel caos mentale dei figli dei fiori: “i7 simbolo che nella sua essenziale 
ambivalenza compone bene e male, limite e trasgressione. ... Dioniso scatena l’evento 
(l'orgia) in cui non può esserci alcun riconoscimento all ’io e al tu; al contrario, nell ’orgia 
si produce il disconoscimento dell’identità ” (cfr. “L’Espresso”, 19 giugno 1997). Nel 
piramidale saggio “Psiche e techne”, sontuosamente edito da Feltrinelli nel 1999, l’oriz¬ 
zonte simbolico è rivisitato e, di bel nuovo, opposto alla coscienza personale e all’idea di 
una storia, che avrebbe “il suo senso nel dominio dell’uomo sulla natura”, cioè nella cre¬ 
scita della tecnica in conformità al comando biblico (op. cit., pag. 512). La tecnica, cui 
Heidegger attribuiva (oracolarmente) l’ambiguità propria del pericolo che salva, nel sag¬ 
gio di Galimberti diventa, per così dire, una salvezza che conduce a perdizione: il suo 


il superamento della mitologia progressista, questa la rivincita della de¬ 
stra dopo il duce e il caudillo: contemplare il Nulla lucente e gaudioso, in 
compagnia degli autodistruttori, Georges Bataille (a sinistra), il necrofilo 
Gottfried Benn (a destra), e la purissima spiritualista polimorfa Simone 
Weil (oggi qua, domani là) 17 . Purtroppo lo stato d’animo filonazista, in¬ 
sieme con l’evolismo tumultuoso, che pervadeva l’area giovanile del Msi, 
facilitò questa trasmigrazione 18 . 

Il legame tra la mercanzia neodestra e la tradizione della sinistra fu 
Nietzsche, l’autore usato da Bataille per condurre a termine 1 opera 
devastatoria di Hegel e di Marx e sprofondare il pensiero moderno nell’al¬ 
lucinazione. “ L’esperienza raggiunge la fusione dell’oggetto e M sog¬ 
getto, essendo quale soggetto non-sapere e quale oggetto ignoto ” ,9 . 
Marcello Veneziani si aggrappava disperatamente al versante romano del 
pensiero di Evola, come ad un tenue e precario filo legato all’autentica 
tradizione italiana. Ma la sua resistenza non durò a lungo: il salvagente 

evoliano non poteva reggere il peso del nichilismo incombente. 

Alla fine i neodestri, vuoi per narcisismo, vuoi per ignoranza invincibile, 
trasbordarono in massa sulla folle nave del nietzscheanesimo duro e puro. 
La fragilità del pensiero neodestro ha origine dall’obbedienza al principio 
secondo cui la scelta del valore amico è determinata dall’identificazione 
del valore nemico. 


risultato rovinoso, infatti, dissolvendo le ragioni dell’umanesimo cristiano appagherebbe 
l’invidia dell’uomo nei confronti della felicità animalesca. In tale prospettiva 1 uomo ani¬ 
male imperfetto e, come tale, incatenato al sussidio tecnologico, potrebbe ritrovare la ge¬ 
nuina animalità grazie all’avanzamento estremo (e alla fine distruttivo) «WhteffliaU 
metafisica e il cristianesimo sarebbero dunque sconfitti proprio dal loro prodotto, la tecno¬ 
logia moderna. Galimberti non pensa “ ancora alla soppressione fisica dell uomo ma al 
soppressione della sua cultura, della sua morale, della sua stona (op. cit. P a g-' 

La dirompenza dei marciatori anarchici e animalisti su Seattle & Genova non ha bisogno 
d’altro per scatenare una guerra animalista contro l’uomo. 

17 Sulla Weil è in corso di stampa un ampio dossier curato dalle edizioni Certamen. 

18 L’esaltazione confusionaria imperversante nell’area giovanile della destra dopo il 1968, 
giunse a tal punto da utilizzare un testo anticristiano (“Imperialismo pagano ), che auto¬ 
re Julius Evola, aveva apertamente disconosciuto, e di tributare un culto alle idee catare, 
apprezzate da Himmler (e da Simone Weil) ma invise al vecchio maestro Julius Evola. 

'■' Georges Bataille, cit. da Roberto Esposito in “Categorie dell impolitico , op. cit., pag. 307. 


148 


149 










I fondatori della destra tedesca, hanno assecondato l’infelice disposizione 
ad incarnare il rovescio di una sinistra già rovesciata dal proprio gioco di 
parole. Senza avvedersene, gli intellettuali neodestri hanno ratificato 
l’autodefinizione della sinistra come presidio della libertà e dell'universa¬ 
lità, abbandonandosi spensieratamente alle suggestioni della statolatria, 
del particolarismo tribale e del razzismo. 

Messa su questa via paradossale, la neodestra ha finito col solidarizzare 
con la sinistra reale e profonda. Il detto di Hitler, “ci sono maggiori motivi 
d’unione col bolscevismo che motivi di separazione ”, illustra in modo 
perfetto l’esito funesto delle contorsioni dettate dall’abbagliante costru¬ 
zione di sé nello specchio nemico. 

L’unico risultato che si ottiene su questa via è accreditare l’opinione di Pao¬ 
lo Bellinazzi, secondo il quale per gli ideologie della destra “l’individuali¬ 
smo borghese appare completamente giustificato e non classificabile come 
un morbo e un’infezione, ovvero molto più giustificato e meno mortalmente 
infettivo e morboso del solidarismo comunista e nazional-socialista ” 20 . 

La contemplazione del famoso assioma hitleriano sarebbe sufficiente a 
dissipare l’equivoco neodestro intorno ai fumi tossici diffusi da Cari 
Schmitt. Disgraziatamente gli intellettuali di destra sono stati addestrati - 
nietzschianamente - al disprezzo della logica e al tuffo nell’allucinazione. 
Non a caso, nello “Yoga della potenza”, Julius Evola definisce “ allena¬ 
mento all’allucinazione ” la disciplina mentale del neodestro. 

Purtroppo la confusione della destra con la nostalgia dello stato sovrano e 
della sacralità etnicista, ha persuaso un Marcello Veneziani, a tentare la 
fondazione di una destra comunitaria, rigorosamente avversa alle istanze 
di una presunta sinistra libertaria e universalista, identificate con il minac¬ 
cioso pensiero unico e con “ l’egemonia [il complotto] del questore uni¬ 
versale nel nome del nichilismo e dello sradicamento ”. 

Nel corso di un’udienza concessa ai pellegrini del giubileo del 2000, Gio¬ 
vanni Paolo II ha affermato che le cultura senza verità sono destinate a 

20 “L’utopia reazionaria ecc.”, op.cit., pag, 137 


perdersi nell’effimero. Veneziani attua la metamorfosi dell’ideologia 
neodestra in chiacchiera effimera quando scrive: “ Qual è il nocciolo dei 
liberal [della sinistra]? L’idea di emancipazione, di liberazione dai lega¬ 
mi, nel progetto di un’umanità liberata. Un’idea che si coniuga con la 
deterritorializzazione, il superamento dei confini, l’universalismo> - . 

Gli eredi del Gulag, che oggi militano nel partito delle manette d’accia¬ 
io tintinnanti in continuazione tra le righe plumbee di “Micromega , 
affermerebbero l’idea di liberazione dai legami? Manetta scioglie ma¬ 
netta? Veneziani, trattenuto nell’anticamera del salotto buono, canta una 
serenata alle porte chiuse. Ma la sua canzone naviga nel vuoto del ragio¬ 
namento cartesiano: io cogito così, dunque è così. Il mondo obbedisce 
alle istanze della mia pura logica. L’essere è il mio pensiero e il mio 
pensiero è l’essere. 

Nel polo opposto alla sinistra liberal, secondo Veneziani, si trova il mon¬ 
do culturale comunitario, la presunta destra, dove imperano il senso del¬ 
l’appartenenza all’etnia e il riconoscimento della sovranità della politica. 
Bodin, Hobbes e Schmitt. Ma i comunitari dipendono dal culto della con- 
traddittorietà, promosso dalla rivoluzione conservatrice. 

Veneziani, a conferma dell’ubiquità logica, di cui si fa interprete, auspica 
che, intorno all’ideale comunitario, si raccolgano “circoli di nuova de¬ 
stra, ambientalisti, cattolici personalisti o provenienti della nuova sim- 

Lasolita canzone dell’insalata russa. Et una cosa et il suo opposto. Nello 
stesso momento e sotto il medesimo aspetto. Et destra et sinistra. Tutto e il 
contrario di tutto. La vecchia impolverata sfida marcusiana ad Aristotile, 
sorge dall’obsoleto Sessantotto e si traduce nel raccoglimento delle oppo¬ 
ste reliquie. L’ideologia anti-occidentale dei Wandervóegel, - motore del¬ 
la sfida neopagana, lanciata dall’ambientalismo nazista contro la cultura 
del giudeo-cristianesimo - incontra (ovviamente) i sinistrorsi filosofemi 
di Mounier e le chimere di Cacciari. Ecco una deliziosa ammucchiata, 

21 Cfr. Marcello Veneziani, “Comunitario o liberal La prossima alternativa?”, Laterza, Ban, 
1999, pag. 9. 

151 


150 











una perfetta celebrazione del jun pride 22 . Gli orrori della II Guerra mon¬ 
diale hanno sepolto il nazismo e il bolscevismo. Ma tra i fantasmi dei loro 
pensieri si aggirano ancora i motivi della parentela tra i due totalitarismi. 
I confini del comunitarismo sono peraltro segnati da autori estremi, che 
Veneziani elenca in una rapinosa e illogica bibliografia di riferimento: 
Nietzsche, Simone Weil, Eliot, Mounier, Bataille, Schmitt, Heidegger, 
Jiinger, Cacciari, Esposito, De Benoist. Dalle loro indicazioni Veneziani 
deduce “ trentacinque distinguo illuminanti sugli schieramenti del nuovo 
millennio ”. E puntualmente la prima antitesi, “ l’umanità (cosmopoliti¬ 
smo) - la comunità (particolarismo)”, ripropone i termini del conflitto tra 
Chiesa cattolica e monarchia illuminista. 

Data la fedeltà al pensiero ubiquitario, non stupisce che Veneziani con¬ 
templi, nella cosmopoli del diritto, il prodotto dell’ideologia di sinistra e 
non la necessità, dettata dall’evidenza che, dopo il nucleare, le guerre 
mondiali sono impossibili. Certo: la globalizzazione è una sfida ancora 
aperta a tutti i risultati, visto che lo spietato potere esercitato dalla finanza 
iniziatica contrasta la volontà di progredire. 

Nella globalizzazione s’intravede una tendenza “di destra autenticamente 
tradizionale”: il superamento dell’idea di sovranità nazionale, concepita 
da Bodin, nell’aura che annuncia le rivoluzioni moderne. Per intuirlo, ba¬ 
sterebbe considerare la violenza primitiva dei soggetti, che, a Seattle, han¬ 
no protestato contro la globalizzazione. 

Lucidamente Gianni Baget Bozzo sostiene che “ l’attuale cosmopoli ri¬ 
corda più lo stato politico della cristianità medievale che non quello del¬ 
l’Europa moderna. ... L’idea di una comunità universale strutturata da 
regole comuni che erano proprie della cristianità medievale è tornata nei 
fatti, dopo la fine dell’illuminismo” 23 . Questo significa che la globalizza¬ 
zione è o può diventare l’argomento vincente di una destra moderna nella 


22 Per un comprensione dell’ideologia regressista, che si affermò nei circoli degli ambigui 
oppositori al nazismo, cfr.: Friedrich Georg Jiinger, “La perfezione della tecnica”. Settimo 
Sigillo, Roma, 2000. 

22 Gianni Baget Bozzo, “Il Dio perduto”, Leonardo, Milano, 1999, pag. 51. 


fedeltà alle sue autentiche radici. Tutto sta nel riconoscere che le radici 
sono romane e cristiane, e non rivoluzionarie e tedesche. E questo il vero 

scoglio. . 

Veneziani, al termine di un viaggio accidentato lungo le vie della solida¬ 
rietà tra destra e sinistra, trova una conclusione diametralmente opposta a 
quella di Baget Bozzo, e vi aderisce perché il suo pensiero, a malgrado 
delle contrarie aperture allo storicismo di Vico e allo spiritualismo di 
Sciacca, non ha mai superato le ambiguità del Novecento. Veneziani è un 
Laocoonte imprigionato dai sofismi della Germania umbratile. Egli è 1 em¬ 
blema dell’involuzione subita dalla destra almirantiana, dopo la felice sta¬ 
gione di Michelini e De Marzio, che avevano trovato la soluzione cattolica 
al problema fascista. Infatti Abiurante, influenzato da Armando Plebe e da 
Pino Rauti, ha respinto la soluzione cattolica e l’ha sostituita con una vaga 
indicazione postmoderna. In tal modo è avvenuto il passaggio dal fascismo 
alla neodestra. Dopo il 1993, un allievo di Ernesto De Marzio, Pinuccio 
Tatarella ha sovrapposto una strategia politica razionale alla confusione cul¬ 
turale prodotta dalla rovinosa gestione almirantina e rautiana. Purtroppo 
Tatarella non aveva né il tempo né i mezzi per riformare la cultura della 
destra, che, pertanto, è rimasta ferma all’ideologia di Plebe e Rauti. 
Almirante è il principale responsabile della malattia che devasta la cultura 
di An. Il congresso di Fiuggi, sotto questo punto di vista, è stato inutile. 
An non ha liquidato il fascismo, ma la soluzione cattolica del problema 
fascista (soluzione che era in qualche modo implicita nel realismo che, 
nel 1929, produsse il Concordato). 

Per legittimarsi, per diventare destra moderna e democratica, An avrebbe 
dovuto liquidare Almirante e Rauti, non Mussolini. Almirante e Rauti rap¬ 
presentavano l’antistoria. Ma Almirante era l’unico padre di Fini. L’equi¬ 
voco neodestro era nel codice genetico di An. Ancora una volta la cultura 
della destra contemporanea ha compiuto la miracolosa moltiplicazione 
dei granchi che hanno gettato elementi d’illusorietà fra gli oppositori alla 
rivoluzione: legittimarsi mediante lo specchio del “nemico”. La destra 
ufficiale non riesce a mettersi in sintonia col pensiero della destra vincen¬ 
te. La sconfitta politica cui la destra sembra destinata è figlia della confu- 


152 


153 






sione. Veneziani, l’unico ideologo accettabile da An, è l’alfiere della con¬ 
fusione e il notaio della sconfitta. 

Purtroppo la classe dirigente di An non ha compreso che la vittoria reale 
del 1994 cancellava la ridicola vittoria dell’immaginazione neodestra. La 
disinformazione culturale dei dirigenti di An è illustrata dall’anacronistica 
alluvione neodestra che si è riversata nel Secolo d’Italia e, curiosamente, 
proprio a partire dal 1994. 

L’alluvione assume un aspetto sconcertante e ridolinesco negli articoli di 
Giancristiano Desiderio, che debba ebbrezze stimeriane, e in quelli del 
gimnosofo Mario Bernardi Guardi, che il delirio spinge fino al punto di 
recensire in ginocchioni i libri del negromante Roberto Calasso (parago¬ 
nato a Dante Alighieri!) 

Libri assolutamente sconvolti, anticristiani e antitaliani (e antidestra), dove 
(parliamo di “Kà”) la cosa più ragionevole e composta è la descrizione, in 
cinquanta pagine doppie, del coito di una principessa indiana con un ca¬ 
vallo (morto). Grazie a simili performance la cultura del quotidiano di 
Fini si allinea a quella di “Macromega” e di “Liberal”, e si appiattisce 
sotto quella del Msi rautiano, dove la filosofia cacciariana ispira vittoriosi 
inni a Fidel Castro, serenate a Bertinotti e dichiarazioni d’amore alle luc¬ 
ciole di Pasolini. La riforma della destra, proposta da Gianni Baget Bozzo 
con un memorabile articolo su “L’Italia settimanale”, si risolve dunque in 
un penoso naufragio. Questo fatto pone il problema di rifondare la cultura 
della destra italiana sull’aperto dissenso nei confronti della brumosa filo¬ 
sofia del Nord. Esattamente come auspicava Francesco Orestano, che, su 
“Gerarchia” affermava, nel tragico 1943, la centralità della vita religiosa, 
“onde per secoli Europa e cristianità furono sinonimi 


Ili Parte 

LA DESTRA DOPO IL NOVECENTO 


154 








:m 


carattere 


Vedi Pag. 4 


CERTAMEN 



NUMERO MONOGRAFICO 
PIERO VASSALLO 
LA GNOSI DEL SOTTOSUOLO 

V-VI 


Vedi Pag. 4 


ormi; km di rumino 


IL DELITTO D'USURA 


Itltvo l'AUUUVM 



I MJOVi RHUJA1U 



..U Qw-tcia- 


Di seguito riprodotte le prime di copertina dei principali libri e riviste citati nel testo 


EDIZIONI T1U! LE ■■■■ PALE RAMI 

Vedi Pag. 4 


Vedi Pag. 4 









































Vedi Pag. 10 Vedi Pag. 14 




mraii 



Vedi Pag. 16 

Supplemento di «Asso di bastoni» 

RIVISTA 

ROMANA 



Vedi Pag. 16 


Vedi Pag. 16 



Vedi Pag. 17 
































FERDINAND OSSENDOWSKI 

BESTIE, 

uomini, dei 

EDIZDNI MEDITERRANEE 
Biblblecadei Misteri 


Vedi Pag. 23 


Vedi Pag. 29 


Vedi Pag. 23 


Vedi Pag. 29 



Vedi Pag. 27 


Quindìcina/e 



'Stilano, 15 ' iùi tXc /9?0, n./ 


Gli anarchici della Grande Epoca di G. Arnaldo 
11 Generale Della Rovere . di Indro Montanelli 

I Monarchici. di Giovamiì Spadolini 

«Strahlungcn.;. di Ernst J unger 

Cinquanta anni di Musica . . di Alberto Savìmo 

II Tipo nazionale. di Gaetano Bai dar ci 

11 treno fantasma. di Leo Longanesi 

Costumi di provincia. di Henry Vurst 

Il dilemma dcil'Amcrka . di Giuseppe Prezzolini 



Vedi Pag. 28 


Vedi Pag. 31 


GIOVANNI 
P A P I N I 
. T DOMENICO 
GIliOÓTTl 

DIZIONARIO 

DELL’OMO SALVATICO 

VOLUME 
P K I M O 

A — B 

CON DODICI 
A V VISI 
E SEDICI 
RITRATTI 
FIRENZE 
VALLECCHI 
EDITORE 
ANNO 1923 































CONTRORIVOLUZIONE 


CONTRO OGNI 
RIVOLUZIONE 


Vedi Pag. 35 


Vedi Pag. 35 


Gli «Adelphi» 
della Dissoluzione 

Strategie culturali del potere iniziatico 


Vedi Pag. 36 


Vedi Pag. 35 


Rino 

Cammilleri 

Elogio 

DEGLI ITALIANI 



Vedi Pag. 38 



Vedi Pag. 35 


Vedi Pag. 35 





































Biblioteca Adelphi Jó 

L’anello di 
Re Salomone 


Konrad Lorenz 



ANTIEUROPA 

NUOVEUROPA 

RASSEGNA UNIVERSALE DEL FASCISMO 

Nel Ventennale 
la nostra 
Europa è 
indipendente, 
unita, 
invulnerabile! 

——i mi 




Vedi Pag. 51 


GIOVANNI PREZIOSI 

COME 

GIUDAISMI 


HA PREPARATO 
LA 



Vedi Pag. 64 


Vedi Pag. 64 























I "PROTOCOLLI” 

DEI "SAVI ANZIANI” DI SION 



Vedi Pag. 64 

DER MYTHUS 
DES 20. JAEIRHUNDERTS 


LaVita Italiana 



Vedi Pag. 64 


ALFRED ROSENBERG 





VBRLAG UD'NCHEN 



Vedi Pag. 66 



Vedi Pag. 75 



Vedi Pag. 65 

































1 

II 

lutti ì risultati delle elezioni «I 

LOTTA POLITICI 

el ZS Maggio 

l !"■!' 

A LEGGE LIBERTICIDA TORNA IN DISCUSSIONE PER DIVIDER! 

: L'ITALIA 


terno calpesta la volontà del Paese 

i\ italiani hanno già condannalo alfe urne la politic a di Sceiba 

r T ^3 R I A ! MESSAGGIO 

! ^I AL PARTIT0 


Vedi Pag. 75 








ANNO I N. 2 SETTEMBRE - OTTOBRE 19’3 

CIVILTÀ 


Vedi Pag. 90 


Vedi Pag. 90 



!hi ha parlatdl 
: Montecitorio? 


m 

USE 


ami 

aMnÉisriSlillliiiis 

zfjs&Tszi 









































Vedi Pag. 92 


RIVISTA DI 

STUDI CORPORATIVI 


1| JgE RIDIANO 

ASSASSINARE ETTORE MUTI PER PAURA D UN "COMPLOTTO,, ? Vedi Pag. 100 

idoqlio alla sbarra 

:£ S&. 



■ 

gjm 

Vedi Pag. 92 


USA LETTERA 
del Gen. Montagna 

h. lussi 


J. li VOLA 

CAVALCARE 
LA TIGRE 


VANNI SCHEIWILLEK - MILANO 


Vedi Pag. 102 



Vedi Pag. 105 



Mi 

"FIUMANI GENERIS 11 


Vedi Pag. 109 




















J. EVOLA 

IMPERIALISMO 

PAGANO 

IL FASCISMO DINNANZI AL 
PERICOLO EURO CRISTIANO 



Vedi Pag. Ili 














































T- l_ E 



JULIUS EUOLR 

RIUOLTII 

iLmonoo 

mOOERIIO 


edizioni mediterranee 

Vedi Pag. 130 


J. EVOLA 


GLI UOMIH 
E LE IMIN 


EMII8II 8 11 f * B « U 


Vedi Pag. 130 


Francesco Spadafora 

IL POSTCONCILIO 

Crisi: diagnosi e terapia 



Vedi Pag. 133 



Vedi Pag. 134 


LINEA 


‘ 5Q Quindicinale di attualità, politica e cultura , 


Referendum: 
il problema 
delle radici 



□ La vendetta 
si chiama P2 

□ Le logge dalla 
...«luce rossa» 

□ I burattinai 
dell’alta finanza 


Vedi Pag. 142 






































Vedi Pag. 147 


Vedi Pag. 150 


Vedi Pag.158 


Vedi Pag. 158 


attilio mordini 


VERITÀ'DEL 
LINGUAGGIO 


volpe 


lì Nocciolo 

Marcello Veneziani 
Comunitari o liberal 

La prossima alternativa? 

GL Editori Interza 


Vedi Pag. 151 


Vedi Pag. 158 





























w Cristianità 



Vedi Pag. 160 




Vedi Pag. 160 



































Folla radunata in piazza Venezia il 5 maggio 1943 























I 

LA DESTRA POPOLARE 


L’allacciamento innaturale di rivoluzione e conservazione dà risalto al lato 
migliore del fascismo: l’affermazione di Mussolini, secondo cui è vano il 
sogno di “respingere il mondo a quello che esso era prima del 1789 . Il 
regno borbonico costituisce, infatti, l’orizzonte storico e il confine morale 
che la destra non può attraversare senza sprofondare nelle ambiguità del- 
l’utopia reazionaria. La cultura della destra, se vuole dare una risposta coeren¬ 
te alla sfida postmoderna, deve combattere il totalitarismo della dissoluzione, 
senza fare concessioni alla filosofia parruccona e anacronistica di De Maistre 
o al nichilismo di Schopenhauer. È questo il significato delle opere che Fran¬ 
cisco Elias De Tejada ha dedicato ai militanti della destra tradizionale italiana. 
All’inizio degli anni sessanta, quando iniziò il rapporto con de Tejada ', la 
cultura tradizionale italiana era, per un verso, sotto l’influenza di Evola e 
Guénon, per l’altro sotto quella del tradizionalismo spurio, vale a dire 
Gerdil 1 2 * , Bonald \ Bonetty 4 , De Maistre. L’esponente di punta della cor- 

1 Al riguardo cfr: Gianni Ferracuti, !”Presenza di De Tejada nella cultura italiana”, Thule, 

Palermo s.i.d. ,. ,. , , . 

2 Giacinto Sigismondo Gerdil (Samoena, 1718, Roma, 1802). Barnabita, cardinale dal 
1777. Nel 1764 pubblicò una confutazione delle teorie pedagogiche di Rousseau, che gli 
valse la nomina a precettore del futuro Carlo Emanuele IV di Savoia. Nel 1776 fu chiama¬ 
to a Roma da Pio VI. Difese lo spiritualismo di Cartesio e Malebranche, tentando senza 
successo di dame un’interpretazione pienamente ortodossa. Anche se non fu censurata, la 
sua filosofia costituisce il vero preambolo del tradizionalismo eterodosso. 

' Louis-Gabriel-Ambroise visconte de Bonald (Le Monna, 1745, Lione, 1840) elaboro 
un’erronea teoria, che svaluta la filosofia attribuendo ad una rivelazione primitiva quelle 
che sono, invece, acquisizioni della ragione umana. Di qui la convinzione che la via d’ac¬ 
cesso alle verità naturali non sia il ragionamento ma la tradizione. 

4 Augustin Bonetty (Entrevaux, 1798, Parigi, 1879), riprese ed approfondì la teoria 
tradizionalista che fu messa all’indice da Pio IX nel 1855 (cfr. Enchiridion Symbolorum, 


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rente tradizionale di ispirazione cristiana era, in quegli anni, Attilio Mordini 
della Selva (1923, 1966), ex combattente della R.S.I., germanista, docen¬ 
te nell università di Kiel, un intellettuale che si era formato nel circolo 
della rivista di Giovanni Papini e Adolfo Oxilia, “L’Ultima” e che colla- 
boro anche con altre prestigiose riviste quali “Anthaios”, di Mircea Eliade, 
“Kairos”, di Mattias Vereno, ecc. 

Nomen omeri : uomo di acuta intelligenza, Mordini aveva subito l’influenza 
confusionaria e salvatica dei redattori dell’Ultima, una rivista dove, nel se¬ 
condo dopoguerra, s’incontrarono le opposte tendenze e i curiosi smarri¬ 
menti del cattolicesimo fiorentino. Mordini tentò l’impresa di comporre, in 
un sistema sincretistico, sani princìpi filosofici e suggestioni stravaganti: la 
Summa di san Tommaso e il ghibellinismo di Evola, il tradizionalismo spurio 
di Gerdil e Bonald e la modernizzazione fascista. Ora i limiti del pensiero di 
Mordini sono ben visibili nelle sue principali opere, “Il Tempio del Cristia¬ 
nesimo”, “La verità del linguaggio” e “Dal mito al materialismo”. Come se 
ciò non bastasse, la contiguità politica e il dialogo culturale con gli evoliani, 
avevano contaminato il pensiero degli esponenti della destra cattolica. Al¬ 
fredo Cattabiani, ad esempio, oscillava tra la filosofia di Augusto Del Noce, 
il tradizionalismo spurio (Bonald) e il decadentismo (Pierre Drieu La 
Rochelle). Sotto il bifidopastorale di Jean Daniélou, Giovanni Cantoni di¬ 
vagava al seguito dei pensatori esoterici come Schuon, Guénon e Burckhardt. 
De Tejada pur apprezzando Mordini e gli altri “tradizionalisti”, vide e 
affermò immediatamente la necessità di scomporre gli elementi eteroge¬ 
nei ( infranciosati ) delle loro costruzione teoretica e di fondare una nuova 
sintesi sul pensiero di san Tommaso, dei teologi controriformisti e di Vico. 
Prese dunque forma, per iniziativa di de Tejada e di Silvio Vitale, un mo¬ 
vimento culturale intitolato alla tradizione popolare. Questo movimento 
indicò i suoi “miti di fondazione” nelle imprese della Spagna di Filippo II, 
nelle guerre carliste e nelle insorgenze popolari contro l’oligarchia del 
XVIII e del XIX secolo. 

2811-2814). Sul tradizionalismo cfr.: Gianfranco Merli, “Contributo alla formazione del 
pensiero cattolico nella Restaurazione”, Eri, Torino, 1972. 


A conferma dell’opportunità di tale scelta, a distanza di molti anni, un 
acuto osservatore della politica italiana, Massimo Caprara, ha proposto, 
senza conoscere il pensiero tejadiano, l’insorgenza del popolo cristiano 
contro l’illuminismo come “ l’occasione unificante che la vulgata corren¬ 
te del Risorgimento ha trascurato e che comunque pesa come uno squil¬ 
lante anello mancante ” 5 . 

Se la storia italiana dopo il 1945 è caratterizzata dall’assenza di una destra 
conforme alla tradizione del popolo cristiano, se la cultura neofascista si è 
consumata nella parodia del nazismo, se la democrazia cristiana si è ridot¬ 
ta alla sudditanza del “moderno”, è stato a causa della censura laicista, 
che ha oscurato il principio nazionale unificante, così lucidamente indivi¬ 
duato da Massimo Caprara. 

A causa della generale assuefazione all’ideologia, ai nostri giorni non è 
facile comprendere che la destra moderna nasce dalla resistenza popolare 
all’eversione promossa dall’oligarchia iniziatica, che suggestionava e do¬ 
minava le monarchie del XVIII secolo 6 . 

5 Massimo Caprara, cit.. 

6 L’Italia che il risorgimento ha fatto, disfacendo la coscienza degli italiani, potrebbe dirsi 
patria dell’oblio storico, se da decenni un’ostinata minoranza di audaci non sfidasse la 
putredine delle acque ferme, riproponendo le pagine della storia proibita: le rivolte popola¬ 
ri contro i despoti illuminati, i giacobini, i napoleonici, i liberali. Iniziato negli anni trenta 
(notevoli furono i contributi di Ettore Rota, Niccolò Rodolico, Piero Bargellini, Carlo 
Alianello), il movimento revisionista riprese vigore negli anni sessanta, grazie all’impulso 
che Francisco Elias de Tejada diede alla rivista “L’Alfiere” e successivamente ai gruppo di 
Civitella del Tronto, de “La Quercia”, di “Traditio” e di “Controrivoluzione”. Tra gli autori 
che contribuirono alla rivalutazione delle insorgenze sono da ricordare: Silvio Vitale, Gianni 
Allegra, Gabriele Fergola, Paolo Caucci, Francesco Leoni, Marco Tangheroni, Pino Tosca, 
Pucci Cipriani, Agostino Sanfratello, Eugenio Corti, Franco Antico, Tommaso Romano, 
Sergio Fabiocchi, Corrado Camizzi, Ubaldo Giuliani Balestrino, Giorgio Cucentrentoli di 
Monteloro, Michele Mascolo, Roberto de Mattei, Carlo Alberto Agnoli, Carlo Taufer, Gio¬ 
vanni Cantoni, Francesco Ricossa, Marcello Veneziani, Francesco Carandino, Ulderico 
Nisticò, Raimondo Gatto, Roberto Trapani della Petina, Emilio Cristiano, Alessandro 
Massobrio, Massimo de Leonardis, Maurizio Di Giovine, Isabella Rauti, Aldo Di Lello, 
Siro Mazza, Fabio de Fina, Massimo Viglione, Cecilia Gatto Tracchi, Angela Pellicciali, 
Giovanni Ruffo, Fulvio Izzo, Gennaro Crescenzo. Presieduto da Francisco Elias de Tejada, 
il primo convegno di studi sulle insorgenze si svolse a Palermo nei giorni 7 e 8 dicembre 
del 1976. A quel convegno seguirono numerosi altri, promossi da Alleanza cattolica, dal 


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In realtà gli insorgenti cattolici, nella Toscana dominata dagli Asburgo- 
Lorena, nella Vandea flagellata dai gabellieri e dai ciurmatori giacobini, 
nel Meridione d’Italia invaso dai garibaldini e mortificato dai Savoia o nel 
Messico martirizzato dalle massonerie anglosassoni, agivano in difesa della 
libertà della Chiesa, “ società vera e perfetta, completamente libera, e tito¬ 
lare di diritti suoi propri e permanenti, ad essa conferiti dal suo divino 
Fondatore ” 7 . 

Nell’età delle monarchie illuminate come in quella intitolata alle rivolu¬ 
zioni, la libertà della Chiesa fu contrastata dagli abusi del potere, concepi¬ 
to come fonte di un diritto che non ammette confini. 

Purtroppo coloro che dovrebbero disegnare il profilo d’una destra 
postmoderna, essendo incapaci di superare le ristrettezze occlusive e 
ostative dell ideologia, non vedono il nodo della questione e si ostinano 
ad esibire come antimoderne e reliquie del moderno: Machiavelli, Bodin, 
Hobbes .... e Marco Minghetti travestiti da profeti del III millennio 8 . 

In questa sede non possiamo non ricordare che Minghetti indossò le due 
maschere della mitologia intorno agli stati sovrani: quella feroce, mostra¬ 
ta agli ordini religiosi cattolici, e quella servile indossata davanti alla for¬ 
za dei poteri intemazionali, massonici e protestanti. Vittorio Gorresio, un 
autore che non nutrì simpatie papiste, testimonia che, nel 1874, un mini¬ 
stro del governo Minghetti, il guardasigilli Vigliani, interruppe brusca¬ 
mente una trattativa con don Bosco, nella circostanza portavoce di Pio IX, 
dopo aver ricevuto un telegramma sovrano di Bismarck, che ingiungeva 


Sindacato libero scrittori italiani, dalle riviste “La tradizione cattolica” (della Fraternità 
san Pio X), “^Alfiere”, “La Quercia”, “Cristianità”, “Traditio”, “Controrivoluzione”, 
Certamen , Civitas Christiana”, “Nazione napoletana” ecc. Un notevole impulso alla 
critica del risorgimento lo diede Vittorio Messori, autore di una splendida biografia del 
beato Francesco Faà di Bruno. 11 più recente convegno si è svolto a Milano, organizzato 
dalla casa editrice Ares con il patrocinio della Regione Lombardia, nei giorni 25 e 26 
novembre 1999. Nell’agosto del 2000, al meeting riminese di Cl, ha riportato un notevole 
successo la mostra sull’antirisorgimento. Da ultimo va ricordato il regista Pasquale Squiteri 
regista di un magnifico film sul brigantaggio. 

7 Pio IX, “Syllabus”, § V, XDC 

K C fr- al riguardo gli interventi sulla destra in “Charta minuta”, ottobre 1999. 


“ nessuna tregua nella guerra al Papa ” 9 . Da sola la desolazione di questa 
scena risorgimentale è sufficiente a giustificare i più radicali dubbi sulla 
serietà della destra storica. 

Si tratta di comprendere che l’alleanza del trono sovrano con l’altare rap¬ 
presenta una suggestione confusionaria e sviante. Non si ripeterà mai ab¬ 
bastanza che De Maistre e il suo boia sono estranei al pensiero dell’auten¬ 
tica destra. La storia del XVIII secolo, dalla congiura borbonica contro i 
gesuiti fino al dissidio tra Luigi XVI e il parlamento sulla costituzione 
civile del clero, non esibisce altro che il duro e continuo conflitto tra gli 
eccessi del potere cristianissimo del trono e i diritti dell’altare. I buffi 
contorcimenti degli intellettuali di destra, che, da un lato, esaltano l’eroi¬ 
smo degli insorgenti, dall’altro proclamano la loro fede reazionaria, fanno 
capire che il superamento della modernità passa per la negazione 
dell’assolutismo e della cultura oligarchica. 

A questo punto è però necessario tentare di far chiarezza sull’intreccio di 
legittime ispirazioni alle libertà concrete, pulsioni oligarchiche e ambi¬ 
guità cosmopolitiche, che attualmente affumica il dibattito politologico. 
Gianni Baget Bozzo osserva che l’epoca moderna tramonta quando l’esi¬ 
genza di consolidare la pace e garantire la certezza del diritto, dopo un 
secolo di conflitti etnici, di rivoluzioni, e di inutili massacri, ha sollevato 
il problema di confutare le mitologie intorno alla statolatria e di opporre 
un argine agli abusi del potere. 

Dopo la fine delle ideologie “ lo stato sovrano ”, infatti, “ cede i suoi poteri 
sia a quelli sovranazionali sia a quelli regionali. È questo uno dei segni 
più vistosi della fine del moderno. Il mondo si organizza attorno a un 
diritto metastatuale e a un ’emersione dei poteri locali. Tale processo, in¬ 
fatti, chiude l’epoca del razionalismo in politica: lo Stato come espressio¬ 
ne della ragione in politica ” 10 . 

9 Cfr. Cfr.: “Risorgimento scomunicato”, Parenti editore, Firenze, 1958, pag. 62-63. “Afe/ 
telegramma Bismarck dichiarava di stupirsi che il governo italiano venisse a trattative con 
un prete... il telegramma concludeva con un certo tono di minaccia se si fossero proseguite 
le pratiche di conciliazione. «Che fare - avrebbe detto Vigliani - la Prussia ha nelle sue 
mani la nostra sorte» ”. 

10 “Il Dio perduto”, Leonardo Mondadori, Milano, 1999, pag. 51. 


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L’esigenza di limitare la sovranità degli stati nazionali, nell’attuale conte¬ 
sto storico, rischia però di degenerare nell’intenzione di giustificare una 
sovranità ulteriore , e conforme alle utopie anarco-mondialiste diffuse, 
per opprimere le nazioni, dalla finanza iniziatica. 

I feroci, continui attacchi che Henri Bernard Levy sferra contro gli espo¬ 
nenti della destra definita souverainiste , aprono il sipario su una delle più 
classiche scene della strategia iniziatica: la catena degli errori francesi 
contrapposti. L’idea di sovranità, errore che nel secolo di Bodin fu usato 
per adulterare e scardinare i regni cristiani, oggi è combattuta come osta¬ 
colo sulla via della dissoluzione anarchica. 

Va perciò affermato con chiarezza che la visione delle catastrofiche con¬ 
seguenze del moderno concetto di sovranità non basta a giustificare solu¬ 
zioni iniziatiche , illusoriamente contrapposte all’errore del passato. Qua¬ 
le esempio di falsa soluzione al problema della sovranità è da considerare 
la tesi di Barbara Spinelli, secondo la quale lo stato federale europeo, pur 
non essendo ancora costituito, deve agire in conformità al principio della 
sovranità limitata ". 

L’unione brezneviana, a cui Barbara Spinelli vorrebbe affidare il compito 
di limitare le democrazie nazionali è un fantasma, che batte colpi irosi 
contro le sgradevoli elezioni in Austria, ma non è in gradi di certificare la 
sua esistenza né di mostrare la sua legge. Con audacia senza limiti, Barba¬ 
ra Spinelli dichiara tuttavia: “[la protesta contro il voto popolare che pre¬ 
mia la destra austriaca] è Vesperimento di un 'Europa federata che ancora 
non esiste, ma che scommette sulla diminuzione dei poteri sovrani assolu- 
ti degli Stati, come avviene appunto nelle Federazioni ”. 

La destra austriaca è un coacervo di non pensieri. Ma la federazione euro¬ 
pea, alla quale ci si appella, è la maschera dei poteri forti, che radunano e 
muovono sapientemente presunti esperti, tecnici delle famiglie iniziatiche, 
finanzieri a briglia sciolta, fondazioni d’incerto profilo, giornali e giorna¬ 
listi autorevoli. In tale fluida radunata, poteri senza mandato popolare de¬ 
cidono in materia di politica monetaria o di strategia militare. È chiaro che 

11 “La Stampa”, 6 febbraio 2000. 


la sfuggente sovranità dei poteri forti non deprime ma gonfia i vizi struttu¬ 
rali del moderno potere sovrano. La nuova versione della sovranità non è 
un ostacolo agli eccessi del potere, ma l’applicazione, su più vasta scala, 
degli errori concepiti dalla politologia moderna. 

Alla speranza dell’umanità risponde invece la dottrina cattolica, che con¬ 
templa il primato dell’autorità spirituale, interprete e custode del diritto 
divino, sugli stati nazionali l2 . Questo concetto va usato con cautela, cioè 
con avvertenza dei rischi costituiti dai tentativi di manipolazione in atto 
da parte delle agenzie ideologiche. Va da sé che la critica del concetto di 
sovranità, che Jean Bodin, giusta l’interpretazione di Giambattista Vico, 
ha elaborato attribuendo ai monarchi le prerogative delle oligarchie pri¬ 
mitive 13 , non significa fine delle nazioni e delle libertà popolari, tanto 
meno retrocessione alla struttura tribale. 

Al contrario: il disegno, tracciato da Paolo VI nella “Populorum progressio” 
per fare dell’ONU l’effettivo strumento della “ solidarietà universale ” e 

12 Va ricordato che, mentre il regime fascista era in dissolvimento, la cultura della destra 
italiana faceva propria l’idea di cosmopoli. Nel 1943, nelle pagine di “Gerarchia”, France¬ 
sco Orestano affermava: “Il nuovo ordine europeo ... deve far salva resistenza e capacità 
di sviluppo di tutte le nazioni e frazioni e briciole di nazioni, che vivono nel nostro conti¬ 
nente, tanto in territori separati o separabili, quanto in territori promiscuamente occupati 
e indivisibili. E questo è un problema d'ordine, il primo e maggiore del nuovo ordine 
politico e giuridico europeo. E si ricordi il monito di san Tommaso: sapientis est ordinare. 
In termini generali può dirsi che al modulo troppo rigido di Stato nazionale trasmessoci 
dall’ideologia politica del secolo XIX dobbiamo sostituire coraggiosamente uno schema 
di stato plurinazionale meglio adatto ai complessi etnici misti e inseparabili". E più avan¬ 
ti: “ Spiritualità, diritto, etica, politica, cosmopolitismo europei dimostrano la perfetta 
congenialità del genio europeo col genio del cristianesimo”. 

13 “Giovanni Bodino, che vorrebbe nella sua monarchia francese restituita la patria pote¬ 
stà de ' romani antichi ”, cfr. “Scienza Nuova” (seconda), edizione a cura di Francesco 
Flora, Mondadori, Milano, 1957, pag. 676. 11 dibattito che attualmente divide la scuola 
politologica d’ispirazione tradizionale riguarda, per i tejardiani, il primato del concetto di 
autorità, per i demaistriani, il primato del concetto di sovranità. È evidente che il principio 
d’autorità implica il primato del popolo e che il principio di sovranità implica invece il 
primato della monarchia. Gli esiti di questa tendenza sono visibili in un saggio del brillan¬ 
te studioso Roberto de Mattei, “La sovranità necessaria”, Il Minotauro, Roma, 2001, (ad 
esempio pag. 51) dove la opportuna difesa degli stati nazionali cede uno spazio eccessivo 
all’idea assolutista di De Maistre e dei francesi. 


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non più la radunata di tutte le ipocrisie pacifiste e di tutte le porcherie 
iniziatiche, esclude il disfacimento delle culture nazionali e l’oppressione 
dei popoli. Affermando che il secondo nome della pace è lo sviluppo , il 
magistero cattolico prende le distanze dai poteri forti, dalle organizzazio¬ 
ni anti-umanistiche, come la Trilateral, che inscenano parodie dell’uni¬ 
versalità cristiana per imporre la crescita zero l4 . 

Il diritto umano , che Vico giudicava superiore all’antico diritto dei patrizi, 
sarebbe peraltro esaltato e non depresso dalla cosmopoli l5 . Il fatto è che, 
in nessun modo, il pensiero cristiano può avallare la negazione delle realtà 
nazionali, rappresentative "della naturalezza umana e dei vincoli di car¬ 
ne, di sangue, di storia che la costituiscono ” l6 . L’autorità sovranazionale 
d’altronde può discendere solo dal consenso di nazioni non irretite da 
poteri anonimi. 

Banchieri sradicati, pensatori deboli, tecnocrati a gettone, ed esperti di 
varia corruzione non hanno titoli per sostituirsi all’autorità dei popoli. 
L’illusione di edificare la cosmopoli sulle rovine dell’autorità delle na¬ 
zioni, è l’ultimo errore della modernità ed un errore tanto più tragico 
quanto più è somigliante alla religione iniziatica del nulla, cioè al culto 
del disordine e dell’informe: deprimere lo sviluppo umano per umiliare 
l’immagine del Creatore nel creato l7 . La cosmopoli che non è fondata 
sulle patrie è dunque destinata a diventare città del disordine, una vera e 
propria caóspoli. 

14 II 24 ottobre del 1987 il cardinale Joseph Ratzinger ha rilasciato un’intervista al settima¬ 
nale Il Sabato per condannare l’ideologia mondialista ‘'''combinazione di un romantici¬ 
smo che prende elementi dalla corrente marxista, ma si collega soprattutto al liberalismo: 
la sintesi è ancora poco chiara, ma si esprime in un’idea (un po’ antitecnica, un po’ 
antirazionale) di un uomo unito alla natura. In questa idea vi è qualcosa di antiumanista”. 

15 Opportunamente Siro Mazza osserva che il termine cosmopoli appartiene alla tradizione 
classica romana (fu usato per la prima volta da Cicerone) e, pertanto, non è riconducibile 
alle contraffazioni rivoluzionarie o ecumeniche elaborate dalle fumisterie moderne. 

16 Gianni Baget Bozzo, op. cit., pag. 131. 

17 Al riguardo cfr.: Leo Schaya, “L’uomo e l’assoluto secondo la Cabala”, Rusconi, Mila¬ 
no, 1976, pag. 185-211. In Italia il profeta della religione negativa è Pier Paolo Pasolini, un 
autore diventato (e non per caso) l’oggetto del culto della neodestra frastornata e adeptata 
dalle agenzie della confusione postmoderna. 


Ora il rapporto tra il rifiuto della sovranità nazionale e la religione del 
caos è evidente nel pensiero di Alain De Benoist, lo scolarca neodestro 
con la zazzera, che ha messo le sue fantasticherie al servizio dei progetti 
regressisti dei più torbidi poteri oligarchici 18 . 

18 II movimento della neodestra, di cui De Benoist è il maggiore esponente, si rifa al pen¬ 
siero nazi-bolscevico di Moeller van den Bruck e alle suggestioni ecologiste di Walther 
Darré. Cfr. “La congiura ecologista”, rapporto speciale EIR, Cisterna, 1988, pag. 77-79. 
Cfr. anche: Piero Vassallo, “Dall’esoterismo al naturalismo II cammino del golem”, “Tra- 
ditio”, gennaio 1979; Remo Palmirani, “I nuovi barbari”, Quaderni di Traditio, Genova, 
1980. De Benoist deve la sua fortuna al sostegno alla famiglia iniziatica di Giscard d’Estaing, 
che lo introdusse nella redazione del massonico “Figaro litteraire”. 

Nel 1981, anno della spettacolare e sospetta avanzata della Nouvelle Droite, sedicente 
“società di pensiero” , che intendeva mettere a soqquadro la tradizione della destra 
francese per adeguarla alle torbide avanguardie eversive, l’editore Giovanni Volpe pub¬ 
blicò, nella rivista “La Torre”, due articoli al vetriolo, per denunciate le ambiguità e le 
storture della nuova corrente. Nel primo articolo, Francois Brigneau, uomo di punta 
della destra cattolica francese, dopo aver dimostrato, senza lasciar ombra di dubbio, la 
desolante pusillanimità e il sordido conformismo dei neodestri, concludeva dichiaran¬ 
do che “ non c’è molto di buono da attendersi dalla Nouvelle Droite, né un segno d’in¬ 
telligenza, né un gesto di gratitudine, né una mano nell’avversità” (cfr. “La Torre”, n. 
123-124, luglio-agosto 1981). Il secondo articolo, siglato dall’editore, formulava in¬ 
vece un’accusa circostanziata, che ancor oggi invita a riflettere sulle improvvise fortu¬ 
ne di certi intellettuali: “Apoti di natura, non cademmo nella trappola: dicemmo che 
Nouvelle Droite non era né nuova né di destra, denunciammo l’odore e il sapore 
massonico, evidente anche nelle programmate azioni di mutuo soccorso tra fratelli, 
l’evoluzionismo fine Ottocento gabellato per ultima scoperta della scienza, la puerilità 
della condanna del cristianesimo, a cui va, se non altro, il riconoscimento dovuto a 
chi da duemila anni è vittorioso”. A vent’anni di distanza, mentre i neodestri fanno 
scintille sulla stampa di conio massonico, nessuno ricorda la nobile figura di Giovanni 
Volpe, brillante scrittore, editore insuperato a destra e splendido mecenate. Nessuno 
tiene conto della sua motivata e sempre attuale opposizione ai divulgatori neodestri, 
opportunisti allacciati alle corde dell’utile ignoranza e appesi ai puntelli della premia¬ 
ta stupidità: valets de piume, che hanno impoverito la cultura di destra, fino ad umi¬ 
liarla nel porcile adelphiano. 

Chiunque è perciò in grado di misurare esattamente il meschino risultato ottenuto dagli 
attivisti dell’avventizia neodestra in fetore massonico: la costruzione di una nauseante 
rete di spurgo, che collega le terze pagine dei giornali di destra e centrodestra alla fonte 
settaria della disinformazione culturale. Grazie all’ignobile apostolato neodestro, vero 
carbonchio della cultura italiana, le oscenità messe fuori dagli editori “fraterni”, che si 
sono specializzati nel riciclaggio dei cascami rivoluzionari e delle tristezze neopagane, 
(“spaccio di volgare metanolo in raffinati bicchieri di cristallo , come millanta il più 


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In una recente intervista, De Benoist 19 , dopo aver a lungo elucubrato in¬ 
torno al supposto nesso tra il federalismo comunitario e l’impero labirintico 
(sic.), conclude, m perfetta sintonia con il credo nietzschiano, affermando 
che il potere di “ cambiare tutto non appartiene a Dio, ma al caos ” 20 . 
Appare dunque evidente che l’ imperiai soqquadro, predicato dai neodestri 
su istigazione dei superiori, è un “nome vano, senza soggetto". Nel pen¬ 
siero neodestro l'autorità sovranazionale non è concepita per ridurre ma 
per aumentare li disordine finora prodotto dalle agenzie del moderno, la 
finanza iniziatica e le potenti associazioni malavitose (mafie e triadi) 

I pensieri caliginosi e chimerici della Spinelli & di De Benoist, sono in 
contrasto con la diffusa aspirazione ad uscire dal vortice sanguinario del 
ovecento. Il solo fondamento della speranza nella pacificazione europea 
e i primato dello spirituale. Nel 1943, un filosofo della migliore destra 
italiana, Francesco Orestano, affrontò il problema dell’ordine europeo 


della “ banda ” ) sono immediatamente adulate, incensate e proposte alla pubbli- 

tut "Nel^di n" fh" gl0r "1 dÌ faCdata be "P e “ e - « risultato è sotto gfiocchidi 
. giro dl po< ; hl anni ’ mfatti, 1 giornali d’area moderata infiltrati e inquinati dalla 
neodestra si sono allineati supinamente ai giornali della sinistra, adottandone gli oscuri 

1 0n H’ m ^ aHegria ’ 11 gerg ° funereo ' Con impeto Co df a none 
di Val purga, i neodestn hanno dato i previsti (da Brigneau e da Volpe) segni della loro 
stentata intelligenza facendo collezione di tutti i cascami gettati nelripattumiera moder 
Scb e m P u St p m0 K erna n StÌrner ’ NÌCtZSChe ’ ° Uén0n ’ e al 4uito Sn Sgge”Ci 
S'f J SP ° Slt0, PÌCr Pa0l ° Paso,ini > Bruce Chatwin, Emanuele fev’erino 
James Hillman, Simone Weil, Manlio Sgalambro, ecc. 

9 Alain De Benoist, autentico Rapagnetta neodestro, è armato di un unico criterio l’odio 
« cristianesimo e coniro la metafisica. Il suo penSo slr^m. 

ImTpritaistica^elirfilosmT^^ ^|8 iore “cezione, ha fondamento in una negazio- 
ne aprioristica della filosofia razionale (Socrate, Platone, san Tommaso e oerfino Kami 

Mnm ragl ° ne e o PP° sta la volontà, al pensare l’agire, alla filosofia il sentimento tragico al 
linguaggio sobrio 1 umida logorrea. Di qui l’ossessione dell’et...et, la scrittura pletorica i 
centoni Prodotti a ciclo continuo e il culto superstizioso dei rapsodi del pensiero Eraclito 
Maister Eckardt, Fichte, Schopenhauer, Nietzsche. Su De Benoist e la sfa ptesca C 

l“Inunvih' f rP ^n Pa !r iram ’ “ Furore antic ™tÌano”, in “Renavano”, gennaio 1979 
20 Jic barban ’ 1 Q uaderai di Traditio”, Genova, 1979 

1QOO w u lai ? De Ben °‘ St ’ “ L ’ Im P ero P er salvare l’Europa”, nel “Giornale” 7 dicembre 


riaffermando l’identità di cristianità ed Europa: “ Malgrado ogni tendenza 
degli europei a differenziarsi, il cristianesimo ha potuto intimamente con¬ 
formarli secondo una comune legge inderogabile di vita spirituale e asso¬ 
ciata: ha permeato di sé il diritto di Roma ed è entrato con esso nelle 
istituzioni civili, che disciplinano, proteggendola e promuovendola, la vita 
quotidiana dell’uomo europeo; ha dato all’etica europea la sua indelebi¬ 
le impronta cristiana anche in coloro che hanno voluto dimenticare l’ori¬ 
gine e fare a meno dell’ispirazione religiosa 21 ; ha avvinto le popolazioni 
europee a un dovere, anche politico, di pace spirituale che, se non ha 
impedito le loro dissensioni, inimicizie e guerre, ha dato loro la cattiva 
coscienza di combattersi ed è sopravvissuto a tutte le lotte; ha conferito al 
genio europeo la larghezza e superiorità di comprensione e di amore uni¬ 
versale, per cui ha potuto effondersi e operare in tutto il mondo con fun¬ 
zioni di magistero spirituale e di direzione civile ” 22 . 

La speranza nella cosmopoli del diritto, che faticosamente e in mezzo a 
inganni e contraddizioni d’ogni genere, sta diffondendosi sulle rovine del 
XX secolo, discende dai princìpi del giusnaturalismo cattolico e non dai 
rottami dell’ideologia moderna, anche se coloro che la nutrono non ne 
sono consapevoli. 

Questo significa che la cosmopoli del diritto è alternativa al progetto 
mondialista: l’idea di un legittimo potere sovranazionale appartiene alla 
filosofia classica e cristiana, non alla parodia postmoderna. 

Giambattista Vico, insigne interprete della filosofia del diritto e della teo¬ 
logia controriformista, sostiene che “tutti i poteri costituiti formano una 
grande città, ove vivono in comunione Dio e gli uomini, che partecipano 
con lui la verità e la razionalità ” 23 . 

21 L’allusione di Orestano riguarda Valleato nazista. 

22 Cfr.: «Del nuovo ordine europeo», in “Gerarchia”, a. 1943, pag. 158. 

23 A ragion veduta Gianni Baget Bozzo afferma che “Vico sarebbe stato il vero filosofo del 
pensiero antirivoluzionario e antidealistico", “Il Dio perduto”, op. cit., pag. 112. Il ricono¬ 
scimento dell’attualità di Vico, personificazione della filosofia antimodema, è il distintivo 
della scuola tradizionale, alla quale appartengono, oltre e prima di Baget Bozzo, Rosmini, 
Sciacca, Del Vecchio, Bellofiore, Ottaviano, Marino Gentile, Fabro, Petruzzellis, Del Noce, 
Voegelin, de Tejada, Innocenti, Belfiori e Vittorio Barbiellini Amidei. 


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La cosmopoli, secondo la dottrina vichiana, “è una società nella quale 
Dio regna e gli uomini sono sottomessi, mentre i poteri sovrani rappre¬ 
sentano in qualche modo un senato aristocratico ” e non un indefinito e 
torbido potere imperiale, inteso a negare i\ factum della storia, secondo la 
linea del pensiero naturalista e materialista che, attraverso Hobbes, si di¬ 
stende dalla scuola nominalista e luterana a Schmitt e da Schmitt al nazio¬ 
nalsocialismo, cioè alle categorie neopagane del politico 24 . 

Quando si considera che 1 orizzonte storico, nel quale sorge la speranza 
nella cosmopoli del diritto, è la diminuzione, il ridimensionamento dei po¬ 
teri sovrani, appare evidente che, alla fine del Novecento, insieme con i 
totalitarismi di matrice assolutistica, illuministica ed hegeliana, sono confu¬ 
tati e messi al margine della storia, gli autori che, in nome del pregiudizio 
nominalista, hanno teorizzato un sovrano legibus solutus, e con ciò negato il 
primato dello spirituale ed eclissata la filosofia politica del cattolicesimo. 

L aspirazione della cristianità all’affermazione del diritto intemazionale 
mediante la trasformazione dell’ONU in cosmopoli, significa disconosci¬ 
mento e confutazione di Niccolò Machiavelli, Jean Bodin, Thomas Hob¬ 
bes, Baruch Spinoza e Jean Jacques Rousseau. Non a caso si tratta degli 
autori delle teorie che l’italianissimo Vico ha contestato nella “Scienza 
Nuova” 25 . 


‘Di fondamentale importanza è il saggio di Eric Voegelin su Vico, “La Scienza Nuova nella 
stona del pensiero politico”, Alfredo Guida editore, Napoli 1997, opera nella quale l’autore 
nvela una sorprendente identità di vedute con Francisco Elias de Tejada. Voegelin vi sostiene 
infatti che Vico "ha una sua propria grandezza, con la quale i filosofi tedeschi non possono 
competere ”. In precedenza (1972) la Rusconi, per iniziativa di Augusto Del Noce ed Alfredo 
Cattabiani, aveva pubblicato il suo saggio sul fondamento gnostico delle utopie moderne” 

' “ De Uno universi iuris Principio et fine uno”, CLVI, 3. “.. .gentibus a divinaprovidentia 
datum est... quod omnes orbis terrarum respublicae una civitas magna sit, cuius Deus 
hominesque habent communionem; illam nempe, quam supra diximus, esse ex societate 
veri et rationis, ita ut ei civitati unus Deus praesit, homines subsint, et summae potestates 
civiles ordinem quendam quasi optimatium obtineant”. 

25 teor ie epicuree di Machiavelli e Hobbes (“ Epicuro che dà il caso, e i di lui seguaci 
Obbes e Machiavello ”) e stoiche di Spinoza (“ Zenone e con lui Spinoza che danno il 
fato ) sono i principali bersagli della polemica sviluppata nella “Scienza Nuova”. Ma Vico, 
come si è visto, confuta anche la teoria della sovranità elaborata da Bodin e la leggenda 
sulla bontà dei primitivi, messa in circolo dai precursori di Rousseau nel XVII secolo. 


La persecuzione della Compagnia del Gesù da parte delle monarchie euro¬ 
pee, è f ultima figura dell’ antica negazione del primato dello spirituale, che, 
magnificamente, Antonio Rosmini associava al diritto extra-sociale, posto 
a garanzia dei più profondi valori della persona 26 . La causa prima delle rivo¬ 
luzioni e dei totalitarismi, si trova, infatti “ nell’errore di quelli che esagerano 
il diritto sociale a distruzione del diritto extra-sociale, trae seco l’assolutismo... 
il potere temporale è assoluto: egli assorbe tutti i diritti, anche quello di far 
leggi: egli assorbe tutte le libertà, fin quella di violarle tutte ” 27 . 

Ora la libertà religiosa è un aspetto del primato dello spirituale sul sociale. 
La sua demolizione, dunque, è un’impresa squisitamente rivoluzionaria, 
iniziata dai “troni” dell’Europa massonica e continuata dai giacobini, dai 
napoleonici, dai liberali e dai totalitari 28 . 

La rivoluzione francese, d’altra parte, fu inaugurata e avviata da un rap¬ 
presentante del trono. Luigi XVI, il quale, come ha esaurientemente di¬ 
mostrato Ludwig von Pastor, si proponeva di sanare il bilancio del regno 
(dissestato da guerre e baldorie) attingendo a piene mani dai beni eccle¬ 
siastici. L’assemblea costituente sanzionò la continuazione del saccheg¬ 
gio monarchico in nome del popolo: la rivoluzione, in questo senso, fu il 
prolungamento di una prassi di segno autoritario. 

L’appartenenza alla cleptomania della famiglia fece di Luigi XVI l’inizia¬ 
tore della prima fase rivoluzionaria, mentre la sua opposizione alla costi¬ 
tuzione civile del clero e il suo martirio lo associarono al popolo cristiano. 
La fase più brutale della rivoluzione non ha origine, come pensano i rea¬ 
zionari, dall’opposizione del trono ai sovversivi, ma da un moto della co¬ 
scienza cristiana (e non borbonica ) di Luigi XVI. 


26 In Francia a Compagnia di Gesù del Gesù fu sciolta con decreto di Luigi XV il 26 
novembre 1764; in Spagna con decreto di Carlo III il 29 gennaio 1677. In conseguenza del 
decreto di Carlo III, i gesuiti d’America furono deportati in condizioni talmente disumane 
che seicento di loro morirono durante la traversata dell’Oceano. 

27 Cfr. “Filosofia della politica”, a cura di Sergio Cotta, Rusconi, Milano, 1985, pag. 218 e 
seg., dove si critica duramente il pensiero di De Maistre. 

28 Le monarchie illuministiche, arrogandosi il diritto di sciogliere gli ordini religiosi sgra¬ 
diti, negavano il fondamentale diritto ( extrasociale ) della persona umana. 


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Solo nel momento in cui si costituisce un’alleanza di fatto tra Luigi e il 
papato, ha senso parlare di controrivoluzione. Ma quest’alleanza, dettata 
dalla coscienza personale di Luigi e non dal dispotismo illuminato, vieta di 
assumere il trono borbonico come modello o “archetipo” della destra 29 . 

La conferma della discendenza delle destre che aspirano ad essere moder¬ 
ne dalle lotte per la libertà religiosa, si deduce dalla storia della destra, che 
si organizza in Spagna in seguito alla rivolta dei carlisti contro i persecu¬ 
tori della Chiesa 30 . 

La causa remota del pronunciamento franchista del 1936, guarda caso, è 
lo scioglimento della Compagnia di Gesù, disposta nel gennaio del 1932 
in conformità con l’articolo 26 della Costituzione repubblicana, che vie¬ 
tava il giuramento di fedeltà al Papa 31 . 

L’intenzione della legge era evidente: la coscienza del cittadino spagnolo 
non poteva riconoscere una guida spirituale diversa dallo stato. 

La storia della guerra civile di Spagna dimostra inconfutabilmente che la 
rivoluzione illuminista, gestita dalle monarchie parruccone, e la rivolu¬ 
zione socialista, gestita dalle oligarchie massoniche, hanno in comune 
l’avversione al primato dello spirituale. 

D significato delle destre insorgenti contro il moderno , dunque, è l’affer¬ 
mazione della libertas Ecclesiae, la rivendicazione dei diritti inalienabili 
del popolo di Dio. Curiosamente è proprio un santo gesuita, Roberto 
Bellarmino, ad indicare la via che il pensiero tradizionale deve percorrere 
per uscire dall’equivoco intorno alla politica sovrana: distinguere l’auto¬ 
rità, che Dio conferisce direttamente ad ogni uomo, e, perciò, al popolo, 
dal potere politico, costituito su mandato della società 32 . 

29 La ragione della debolezza costitutiva della scuola reazionaria dipende dall’incapacità 
di distinguere la persona di Luigi XVI dal trono assolutistico. 

30 Prodromi dell’insorgenza ispanica furono le manifestazioni di protesta inscenate dai 
carlisti baschi contro il governo, che aveva decretato l’espulsione del vescovo di Vitoria, 
Mateo Mugica, accusato di simpatie carliste. 

31 Al riguardo cfr. Vicente Càrcel Orti, “Buio sull’altare. 1931-1939: la persecuzione della 
Chiesa in Spagna”, Città Nuova, Roma, 1999, pag. 65. 

32 Un grande pensatore cattolico, padre Antonio Messineo, ha definito l’autorità “ un’attri¬ 
buzione connessa in modo necessario con la natura dell’ente, che, possedendo quella de- 


La conseguenza di tale distinguo è la rivendicazione della politia tomista, 
cioè della democrazia secondo il diritto naturale: “ politicam potestatem 
immediate esse tamquam in subiecto in tota multitudine, nam haecpotestas 
est de iure divino et ius divino nulli homini in particulari dedit hanc 
potestatem, ergo dedit multitudini ” 33 . 

In questa prospettiva si comprende perché gli insorgenti sono da con¬ 
siderare quali eredi legittimi e continuatori delle lotte che i controri¬ 
formisti condussero al fine di mettere al bando i sofismi della politica 
assoluta. 

Nell’opera di Francisco de Vitoria, ad esempio, la restaurazione del reali¬ 
smo introduce il richiamo alla dottrina politica tradizionale, secondo cui il 
potere ha origine divina, ma è da Dio comunicato alla moltitudine, che a 
sua volta lo trasferisce ai regnanti. 

Francisco Suarez si allinea a De Vitoria e nega risolutamente che l’auto¬ 
rità sia conferita al singolo e non alla società: dicendum est potestatem 
ex sola rei natura in nullo singulari homine existere, sed in hominum 
collectione. Conclusio communis et certa sumitur ex D. Thoma ... prin- 
cipem habere potestatem ferendi leges quam in illum transtulit commu- 
nitas ” 34 . Non si esce dal moderno e non ci si libera dall’egemonia cultu¬ 
rale della sinistra, finché perdura l’equivoco intorno alla lealtà cattolica 
dei troni 35 . 

Vincenzo Cuoco, teorico del doppio servizio , ha formulato il più alto pen¬ 
siero dell’oligarchia, che oscillava tra la corona e il berretto frigio: l’edu¬ 
cazione del popolo va circoscritta entro certi limiti, “a/ volgo conoscere le 


terminata costituzione essenziale, voluta da Dio, postula uno speciale completamento o 
facoltà, senza cui non potrebbe sussistere”. 

33 “De cive”, 6. 

34 “De legibus ac Deo legislatore”, II, VII. 

35 L’equivoco sul “trono” è alimentato da alcuni soci di Alleanza Cattolica, inutilmente 
sollecitati dalle puntuali analisi pubblicate da Curzio Nitoglia e dall’anonimo “Torquemada” 
nella rivista “Sodalitium”, a interpretare realisticamente il pensiero demaistriano. Cfr.: 
Curzio Nitoglia, “Joseph De Maistre esoterico?” In “Sodalitium”, n. 49, e Torquemada, 
“Costruiremo ancora cattedrali: l’esoterismo cristiano da Giovanni Cantoni a Massimo 
Introvigne” , in “Sodalitium”, n. 50. 


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vere ragioni è inutile, essendo le genuine scaturigini delle cose riservate 
ai savi, unici depositari del vero ” 36 . 

E difficile non leggere nelle parole di Cuoco il senso dello hobbesiano vulgus 
decipi vult, ergo decipiatur. La destra insorgente , l’unica vera destra, mani¬ 
festò 1 amore della libertà e della dignità della persona umana, contrastando 
i philosophes , ispiratori sovrani delle monarchie settecentesche. 

La destra nasce per contrastare l’ideologia dominante nelle corti del XV11I 
secolo 37 . L’atto di nascita della destra, pertanto, è datato 1787, anno della 
rivolta dei “ Viva Maria!" di Prato contro le riforme liberticide promosse 
dall’arciduca ( giuseppinista ) Leopoldo di Toscana e dal suo ispiratore, 
Scipione de’ Ricci 38 . 

Le vicende dei “Viva Maria” e, in seguito, quelle dei carlisti di Spagna, 
certificano che la genuina destra, esprime il sentimento del popolo cristia¬ 
no, che è libero proprio perché né assolutista né liberalista. 

La cultura tradizionale non ha niente in comune con l’antico regime, con 
le chiacchiere ghibelline degli arcadi da giardino e con gli stati d’animo 
forcaioli, ispirati da De Maistre e dai nostalgici delle dispotiche illumina¬ 
zioni. La linea di pensiero alla quale appartiene De Maistre, incomincia 
da Hobbes e, passando per oscuri filtri massonici, conduce a Cari Schmitt, 
cioè alla falsificazione decisionista, elitaria del concetto di autorità. 

E quasi inutile aggiungere che il decisionismo di Schmitt ingigantisce gli 
errori dell’idealismo hegeliano e di quello riformato da Giovanni Gentile. 
Gentile, affermando che il principio d’ogni valore è l’atto, sinonimo di 

36 D testo è citato da Lino Di Stefano, nel saggio su Vincenzo Cuoco edito da Solfanelli 
editore nel 1998. Emilio Gin, in “Santa Fede e congiura antirepubblicana”, Gallina edito¬ 
re, Napoli, 1999, ha dimostrato puntigliosamente che il numero degli aristocratici arruolati 
nell’armata sanfedista fu irrilevante. Solo nelle Pasque veronesi e nelle giornate di Lugo di 
Romagna si verificò una significativa partecipazione dei nobili all’insorgenza. 

37 Padre Raffaele Ballerini s.j., nella Civiltà Cattolica (anno 1876) affermava che “i/ 
peccato dell’Europa consiste nella guerra che tutti gli stati e tutte le corti, in seguito 
alla politica cesaropapista del settecento, senza eccezione alcuna, muovono alla Chiesa 
cattolica ”. 

38 Sui “Viva Maria!” cfr.i saggi pubblicati da Paolo Caucci in “Traditio” (a.U, n. 3) e da 
Pucci Cipriani in “Controrivoluzione”. 


energia e di forza, demolisce la struttura scientifica dell’ideologia, e co¬ 
stringe la rivoluzione nell’orbita della volontà di potenza, della decisione 
fatale, che s’aggira intorno all’assenza di un fondamento metafisico. 
Augusto Del Noce, pertanto, poteva affermare che il nichilismo deve es¬ 
sere interpretato come l’esito compiuto della decisione teorizzata dalla 
filosofia neoidealista: “ Il linguaggio teologico di Gentile non fa che co¬ 
prire la nietzscheana volontà di potenza. Si può dire che Gentile fu il 
notaio del nichilismo ” 39 . Senza dubbio le intenzioni dell’ultimo Gentile 
ebbero un diverso indirizzo da quello indicato da Del Noce. Ma non si 
può negare che l’incontro della cultura di destra con il decisionismo e il 
cattivo genio dell’oligarchia causa un arretramento nella direzione del ni¬ 
chilismo. 


39 Cfr.: ”11 suicidio della rivoluzione, Rusconi”, Milano, 1978, pag. 12. 


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II 

IL TAPPETO DELLA DESTRA VOLANTE 


All inizio degli anni Trenta, i teorici della “ rivoluzione conservatrice”, 
per attizzare i furori della Germania segreta, proclamarono la convergen¬ 
za delle velleità trasgressive, serpeggianti nella destra romantica, con il 
decisionismo, impiantato da Lenin nella sinistra sovietica Il risultato di 
quel micidiale innesto fu la tragedia nazista. 

Il nazismo è finito nel nulla, ma la fumosa teoria della rivoluzione con¬ 
servatrice, rielaborata nelle cucine dell’illusionismo, eccita nuove pas¬ 
sioni da avanspettacolo. Il fascino travolgente del coacervo di rivoluzio¬ 
ne e conservazione ormai si è calato nell’ebbrezza comica, che giustifi¬ 
ca la mostra d’una parrucca reazionaria, circonfusa dai vapori sulfurei 
della corte miracolosa 2 . 

Sotto la criniera, regressisti effervescenti e deragliati dalle pie esagerazio¬ 
ni, si specchiano nella figura dell’eroe romantico e rincorrono i fantasmi 
del pensiero postmoderno. 

Boccoli della parrucca al vento della bagarre, un reazionario piacenti¬ 
no decide di entrare nella parte di lord Byron. Impeto e assalto? Ripe- 

I Sul decisionismo di Lenin come negazione del pensiero cfr.: Gianni Baget Bozzo, “Il 
Dio perduto”, Leonardo, Milano, 1999, pag. 28: “Lenin ha dimostrato una cosa mai 
pensata, cioè che la decisione umana di cambiare radicalmente la natura dell’uomo era 
possibile: qui sta la dimensione del male ”, Più avanti (pag. 35) l’autore sostiene che 

nella sua essenza, il nazismo è una mimesi del comuniSmo: un uomo solo decide la 
storia ”. 

‘ L’identità plurima e conflittuale della destra contemporanea emerge puntualmente dal- 
Tinchiesta svolta da un intelligente opinionista. Marco Ferrazzoli (cfr. “Cos’è la destra?”, 

II Minotauro, Roma, 2001, esauriente repertorio delle numerose scuole che rappresentano 
il frazionamento della destra italiana). 


tizione e parodia. La vicenda di Cesare Pavese, che impose ad Ernesto 
De Martino la pubblicazione, nella collana color viola del comunista 
Einaudi, di autori appartenenti alla destra esoterica (Mircea Eliade, ad 
esempio) dimostra che le porte della magia sono aperte in tutte le dire¬ 
zioni. 

I neodestri e i cattoadelphiani hanno versato inutili fiumi d’inchiostro e di 
lacrime su Pavese, ma non hanno capito che, su quella storia, è impresso 
il marchio dell’et... et. 

Ma l’abbaglio è una facile e ghiotta avventura. A basso rischio e nel frago¬ 
re dell’applauso, si può interpretare la figura dell’eroe impavido e tempe¬ 
stoso. L’apprendista corsaro stabilisce l’alleanza del trono che non c’è 
con il tumulto che si agita altrove. 

A destra si diffonde la convinzione di aver spaventato i poteri forti: ecco 
l’acrobazia raggelante, l’intelligenza, l’invenzione, la sottigliezza, la spre¬ 
giudicatezza. Ecco l’ossimoro del ribelle bacchettone, che manipola le ca¬ 
tegorie del nemico, cammina sul filo del rasoio vertiginoso, oltrepassa i 
confini della rivoluzione, raggira la massoneria. Lo stesso Cacciali lo rico¬ 
nosce apertamente: “ Certi discorsi di Alain De Benoist, della nuova destra 
francese, farebbero impallidire Bertinotti ed lngrao ” 3 . L’adulazione di 
Cacciali non indica quali sono gli audaci pensieri, che fanno impallidire 
Betinotti ed lngrao. Ma che importanza hanno i chiarimenti? L’allusione 
del guru al mistico pallore è sufficiente. Superare Bertinotti a fari spenti è il 
massimo che un intellettuale neodestro può chiedere alla vita pericolosa. 
Ora l’esatta definizione della linea di pensiero estatico, che connette de¬ 
stra romantica e sinistra decisionista quali figure di un’unica pagliacciata, 
si deve a Julius Binder, fiancheggiatore del nazismo. Binder ha trasforma¬ 
to le astruserie hegeliane in cibo assimilabile dai cocchieri del romantici¬ 
smo border line : dimostrata la natura reazionaria della rivoluzione moder¬ 
na, ha innestato le suggestioni rivoluzionarie nel partito della reazione. La 
sintesi del trattato per l’imbecille precipitoso: “Nella Ragione si giustifi¬ 
cano sia la norma del diritto esistente che la contronorma del diritto futu- 

3 Cfr. “La Stampa”, 14 agosto 2000. 


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ro, per la stessa ragione che nel divenire dialettico si giustificano ad un 
tempo la tesi e l’antitesi" 4 . 

Nell’abbaglio rovente dell’irrazionalismo germanico, la conservazione (del 
diritto esistente) è giustificata dalla sua negazione (la contronorma ), e la 
contronorma (la rivoluzione) è affidata alla controrivoluzione ed ai suoi 
indiavolati interpreti. Un brodo di giuggiole per i piccoli folgorati e gli 
sconvolti con frusta e codino francese. 

Il motore occulto della rivoluzione conservatrice è una dialettica capovolta, 
dove il negativo (il “nemico”) agisce come principio che decide ogni movi¬ 
mento del pensiero “amico”. Purtroppo le tesi della rivoluzione conservatri¬ 
ce furono avallate da Julius Evola, autore di un’infelice pagina, nella quale 
attribuisce a Moller van den Bruck un orientamento spiritualista 5 . 

Nel lontano 1957, il cardinale Siri scriveva: “L’idealismo è esanime come 
dottrina, è terribilmente vivo come metodo. Infatti spostando l’asse dal¬ 
l’oggetto al soggetto ha convinto gli uomini che sono essi a creare la 
realtà e la verità. Questo lo hanno capito fino ad un certo punto, ma 
hanno capito la logica conseguenza ed in via generale dicono quello che 
vogliono, giudicano come credono anche nella più stravagante e perico¬ 
losa inventiva, senza la minima cura di sapere quanto quel che dicono o 
fanno corrisponde a verità ” 6 . 

Il cardinale Siri ha descritto la situazione degli intellettuali di vario rango e 
collocazione, che gargarizzano sentenze, ignorando autorevolmente le cate¬ 
gorie filosofiche che muovono il loro pensiero. “ Eccoci ad un altro punto 
grave”, scriveva al proposito. “/ mezzi di propaganda generalmente non 

4 Cfr.: Francisco Elias deTejada y Spinola: “La Monarchia tradizionale”, Edizioni dell’Al¬ 
bero, Torino, 1966, pag. 83-85 (“La difesa della rivoluzione”). 

5 Cfr.: “Il fascismo visto da destra”, op. cit., pag. 151. Moeller van den Bruck, nato a 
Solingen nel 1876, morto a Berlino nel 1925, nel solco del pensiero romantico, conciliò 
tradizione e rivoluzione, arrivando a concepire uno stato socialista al vertice del quale era 
posto un monarca tradizionale. 

6 Cfr.: “Siamo nella civiltà?”, Discorso di fine anno 1957, sta in “Non per noi Signore 

Lettere pastorali”. Editore Stringa, Genova, 1971, voi. I, pag. 241. 


diffondono idee; iniettano solo e con persistenza stati d’animo. Gli stati 
d’animo entrano in tutti e non hanno bisogno di cultura per forzare la por¬ 
ta. Ma quando sono entrati fermentano, si riesprimono a poco a poco in idee 
subcoscienti... Quelle idee sono tali da dare una fisionomia al proprio orien¬ 
tamento mentale e ad indicare ad un uomo dove si debba inquadrare come 
metodo di vita e criterio di azione. La tecnica dello stato d’animo oggi gover¬ 
na il mondo e francamente non so cosa pensare di un mondo che è arrivato al 
punto di farsi governare soprattutto dalla tecnica dello stato d’animo ” 7 . 

In questo desolante ritratto della cultura di massa è impossibile non ricono¬ 
scere la figura trionfante dei pensatori iniettati e trasfusi, che diffondono il 
nichilismo nell’area neodestra 8 . All’aut ... aut della logica classica si 
sostitusce l’et... et del panteismo arcaico, ristrutturato e ammodernato dai 
romantici. Posta tale premessa “filosofica”, nelle menti disarmate e oscura¬ 
te viene meno ogni motivo di conflitto tra conservazione e rivoluzione. 
Infine, negli eventi storici, i protagonisti della rivoluzione conservatrice 
possono contemplare una collana armoniosa e perpetua di negazioni as¬ 
surde e di contronegazioni gregarie. 11 romanticismo ha regalato alla de¬ 
stra la corda con cui impiccarsi sul patibolo della stupidità. 

In questa prospettiva svanisce l’idea della Provvidenza, che guida la storia 
ad un fine stabilito ab aetemo, ed appare la “fondazione” immanente, che 
rovescia se stessa in una processione contraddittoria e insensata. L’ingente 
filosofia della Provvidenza, concepita da Vico in opposizione all’Europa 
protestante, è liquidata in un batter d’occhio. La verità è che, nel postmoderno, 
la rivoluzione si riproduce mediante la conciliazione dell’illuminismo con 
il romanticismo 9 . Nel nuovo scenario dell’eversione le marionette illuministe 
e progressiste si sottomettono alle marionette romantiche. 

7 Id., id., pag. 242. 

8 Emilio Artiglieri, nel “Giornale d’Italia” del 23 luglio 2000, ha denunciato "la minaccia 
degli orrori neopagani”, diffusi attraverso “ un sottile pensiero di morte, che si insinua, 
nobilmente paludato in versione corretta, nei salotti del mondo e nelle redazioni dei gior¬ 
nali e delle riviste che contano”. 

9 L’istanza “romantica” e quella illuministica, peraltro, erano già accordate nel sistema 
hegeliano,come ha dimostrato D’Hondt. 


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Uno dei padri “nobili” del postmoderno, il francofortese Max Horkheimer, 
nel 1972, ha riconosciuto, senza esitare, che “la lettura di Schopenhauer e 
quella di Marx sono state per me due esperienze contemporanee e con¬ 
vergenti ” 10 . 

Nel postmoderno si legge il risultato della miscela di Marx, interprete 
estremo dell'illuminismo, e di Schopenhauer, romantico terminale u . Jacob 
Taubes, sessantottino d’ispirazione reazionaria, ha esaltato la mistificazione 
insegnando che, nel fondamento romantico, la tradizione e la rivoluzione 
si conciliano: “ Rivoluzione e controrivoluzione si sono sempre mosse sul 
piano lineare del tempo, Vuna dal punto di vista del progresso, l’altra da 
quella della tradizione. Entrambe sono legate dall’idea di un inizio, che, 
dai tempi dei romani, essenzialmente è una fondazione” 12 . 

Coerente con l’assioma nichilista, “il negativo decide ” l3 , il postmoderno 
ha portato alla conseguenza ultima la logica capovolta: trasformare la lot¬ 
ta tra il bene e il male in una rapsodia illogica, in una vera e propria chi¬ 
mera gnostica l4 . 

L’involuzione gnostica del pensiero moderno è la novità, che la smania 
d intrepidezza e l’albagia intellettuale nascondono ai conservatori rivolu¬ 
zionari. L’avanguardia della stupidità esibisce addirittura il contrario del¬ 
l’evidenza e gongola per aver strappato una “penna” (il nichilista boliviano 
Gómez Dàvila 15 ) al pavone gnostico Roberto Calasso I6 . 

I() “Rivoluzione o libertà?”, Rusconi, Milano, 1972, pag. 15. 

Schopenhauer, nel disprezzo verso la natura (definita sarcasticamente morturà) e nel¬ 
l’avversione al creatore, ripete Leopardi ed anticipa Nietzsche. Al riguardo cfr. “L’arte 
d’insultare”, Adelphi, Milano, 1999, pag. 49 e 107. 

12 Cfr.: Elettra Stimilli, prefazione a Jacob Taubes, “In divergente accordo Scritti su Schmitt”, 
Quodlibet, Macerata, 1996, pag. 14. 

13 Op. cit., pag. 68. 

14 Gianni Baget Bozzo ha definito “mìo anticristico delle parole della fede" il pensiero di 
un autore. Massimo Cacciali, che, insieme a René Guénon e Simone Weil, gode di una 
sciagurata e devastante fortuna nei circoli della destra. Cfr. “Il filosofo veneziano presti¬ 
giatore del nulla”, nel “Giornale”, 12 aprile 2000. 

15 Gómez Dàvila. Solo gli anziani ricordano l’antefatto dell’avventura daviliana: negli anni 
Trenta, godette di prestigio mondano un freddurista torinese, che firmava, con uno pseudo¬ 
nimo squillante e intrigante, Pitigrilli. Scosso da un perpetua ridarella, che almeno gli 


Si alza il sipario ed appare Calasso, intento ad imporre la torbida opera di 
Gómez Dàvila nell’area della destra. Davanti agli adelphiani, il reaziona- 

impediva di prendere sul serio l’esplosione della quisquilia nella filosofia, il freddurista 
era capace di scrivere duecentoquaranta pagine per dimostrare, in immaginario dibattito 
con la regina Elena, che il pollo non si porta alla bocca con le mani ma con la forchetta 
virtuosa. Inoltre Pitigrilli pubblicava saggi di varia intrepidezza esoterica, ad esempio “Co¬ 
caina”. Nel secondo dopoguerra Pitigrilli, deluso dalle personali disavventure, si convertì 
allo spiritismo da tavolino e, anticipando il mistico successo di Elémire Zolla, Roberto 
Calasso e del mago torinese Rol, si diede alla scrittura di articoli medianici, in bilico tra 
piste di cocaina e polli in punta di forchetta. (Per gli studiosi di cose bizzarre ricordiamo 
che negli anni cinquanta gli articoli pitigrilleschi apparivano ogni mercoledì nelle pagine 
romane della ‘Tribuna illustrata”). Il cerchio nichilista finalmente si chiude. Pitigrilli dopo 
Pitrigrilli, e dopo Pitigrilli il contraffatto spiritualismo. Pubblicato dall’immancabile Adelphi, 
esce in Italia, “In margine a un testo implicito”, il capolavoro del colombiano. A comando 
(iniziatico?) il parco degli scriteriati di destra mette il naso di cartone e giubila. L’autore 
del catechismo neoreazionario, Giovanni Cantoni, in quarantasette colonne di piombo 
neodestro, almanacca un tortuoso calendario di viaggi transoceanici, dove è annunciata la 
pia dottrina del Terzo Millennio: ex Bogotà lux. Si presenta una triade: l’allucinazione 
(lux), i viaggi e i viatici colombiani. Ad ogni modo Cantoni spiega che la dottrina del 
colombiano, volante da un oceano di saggezza all’altro, è costituita da pensieri brevi e 
folgoranti (nel testo si parla - con terminologia quasi farmaceutica - di “corroborante ed 
energetico spirituale”) a margine di una monumentale (trentamila volumi) biblioteca. Bi¬ 
blioteca monumentale senza dubbio. Pensieri corroboranti ed energetici lo dice il farmaci¬ 
sta. Chi si esalta con l’apologià demaistriana del boia può esultare anche col prodotto della 
cultura colombiana. Ma spirituale? Gómez Davila è un Pitigrilli senza sorriso, che si è 
fermato alle soglie medianiche dello spiritismo. I suoi aforismi sono goffe metafore abba¬ 
iate in un trombone di latta. Ad esempio: “Dopo aver screditato la virtù, sentenzia il dotto 
colombiano, questo secolo è riuscito a screditare anche i vizi. Le perversioni sono diventa¬ 
te parchi suburbani frequentate in famiglia dalle moltitudini domenicali”. L’immagine è 
dettata dall’aristocratico disprezzo per la plebe (“la presenza politica delle moltitudini 
culmina sempre in un’apocalisse infernale” si legge in un altro prezioso aforisma) e dal¬ 
l’ammirazione per i godimenti controrivoluzionari, che si consumano nei giardini esclusi¬ 
vi dell’oligarchia (“Tra i moderni succedanei della religione forse il meno abietto è il 
vizio”). Sugli aristocratici succedanei della religione non ci sono dubbi. L’agitio dei frusti¬ 
ni si vede ad occhio nudo. Ma dove si trova la spiritualità? Nel testo gomezdaviliano appa¬ 
iono anche ossimori tragicomici, da recitare con la mascella contratta dallo spasimo 
ipocondriaco. Ad esempio: “Grande scrittore è quello che intinge in inchiostro infernale la 
penna che strappa dall’ala di un arcangelo”. Passi la stupidità del paragone. Passi il fracas¬ 
so retorico. Ma chi è l’arcangelo spennato? Giovanni Cantoni? E il grande scrittore? 
Buttafuoco? E dopo gli ossimori il colombiano sciorina pensieri acrobatici, che procurano 
i brividi del salotto reazionario: “Chiamiamo filosofia la logica del discorso che ha per 
tema l’assurdo.... Dio è la condizione trascendentale dell’assurdità dell’universo.... Dio 


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rio supera se stesso. Con il tono del maestro, che mette le orecchie d’asino 
al più sciocco degli scolaretti, sottoscrive il giudizio ignobile e velenoso, 

stesso è l’autore di certe bestemmie”. Nessun cioccolataio svizzero mescolerebbe i suoi 
prodotti con simili cascami del repertorio pittigrillesco. Cantoni, invece, attribuisce al 
pensatore colombiano la carica ideale di ammiraglio della fede reazionaria, che ritorna in 
Europa dopo il bagno nella luce di Bogotà. Tanta ingenuità ha una spiegazione. Infatti 
l’editore di Gómez Davila è quel Roberto Calasso, che, nelle pagine del quotidiano 
illuminista “Repubblica”, Pietro Citati, adulatore vaselinoso, definisce “belva morbida si¬ 
nuosa, pericolosa, insidiosa ... che insegue e odora dovunque ... un gatto che con piccoli, 
tenui colpi di zampa attrae i suoi topi, le sue vittime”. Le vittime-topi sono i lettori dei libri 
adeplhiani. Sospendiamo il giudizio sull’immaginazione di Citati: belva morbida e sinuo¬ 
sa potrebbe essere la cantante Milva (detta, per l’appunto, pantera di Goro) piuttosto che il 
solenne e cupo Calasso. Le parole di Citati tuttavia interrompono il sogno reazionario: lo 
separano dalla figura dell’angelo spennato per precipitarlo in quella del topo squittente tra 
le zampe della belva morbida e sinuosa. Milva o Calasso? I comi del dubbio metamorfico 
riguardano il reggente Cantoni: arcangelo o topo? Dubbio a parte, nessuna immagine sa¬ 
prebbe definire con maggiore forza comica il dialogo dell’alta scuola iniziatica con gli 
apprendisti stregoni e gli arcangeli scapigliati. O topi in gabbia? 

16 Roberto Calasso. Discendente di una famiglia legata all’oligarchia laicista (suo zio. Cri¬ 
stiano Codignola, è stato in prima fila nelle battaglie per la secolarizzazione della cultura 
italiana). Ha subito l’influsso del profeta sessantottino JacobTaubes. Nel 1962 ha dato vita 
alla casa editrice Adelphi, concepita per orientare l’eversione da sinistra a destra, dal 
progressismo al nichilismo, dalla critica di Lukàcs all’entusiasmo per i decadenti di qua¬ 
lunque risma. Nel liquame zampillante dal sottosuolo adelphiano, la frenesia dissolutoria 
sostituisce - logicamente - la filosofia della rivoluzione comunista. Conclusa la fase atea e 
progressista, è tempo di raccoglierne e gustarne i frutti tossici, vale a dire il regresso al 
paganesimo primitivo. La festa è finita, i maestri dell’immaginazione utopica, Marx, Reich 
e Marcuse, sono archiviati. Ora il piano iniziatico contempla solamente la lapidazione 
della cultura umanistica e il trionfo del pensiero obituario. Come Freud aveva previsto 
lucidamente fin dal 1926. la sequela rigorosa del principio di piacere incontra necessaria¬ 
mente il principio di morte. È quello che si vede esposto nelle librerie colonizzate dagli 
adelphiani e dai loro imitatori, oltre che nelle terze pagine dei più autorevoli giornali 
fiancheggiatori: l’inondazione di una letteratura catastrofica, di chiara derivazione nazista, 
che propone viaggi esoterici di piacere verso l’Aids (quali modelli sono offerti l’irrequieto 
pederasta Bruce Chatwin e i suoi buffoneschi imitatori ncodestri), mortificanti bevute urofile 
(alla salute dei raffinati sommeliers Guido Ceronetti e Alberto Arbasino), rincorse della 
più incontrollata follia (al seguito dell’animatore manicomiale James Hillman), osceni 
predicozzi nichilisti (firmati da Emile Cioran, Albert, Caraco e Jacob Taubes), pioviggino¬ 
si romanzi (Milan Kundera), saggi che esaltano la radice nichilista del pensiero liberale 
(Isaiah Berlin), sataniche falsificazioni della teologia (Léon Bloy e Sergio Quinzio), inviti 
vandalici al regresso (nelle opere degli heideggeriani bipartisan : il neodestro Emanuele 
Severino e il veterosinistro Umberto Galimberti), deliri antieconomici (Geminello Alvi), e 


con il quale Davila rigettò la più lucida teoria di Charles Maurras, quella 
che associava il romanticismo alle più tenebrose suggestioni del mondo 
moderno. 

La dottrina, che dettò ad Henri Massis le ragioni dell’appassionata difesa 
dell’Occidente cristiano e della lotta contro la teosofia asiatica dei nazisti, 
in tal modo, è sacrificata all’equivoco sul romanticismo reazionario. 
Inebriato dalla livrea, il reazionario ripete (giubilando senza ritegno) 
l’assioma coniato dall’ultima “vedette” scoperta dagli adelphiani: “ Con¬ 
dannando il romanticismo, Maurras condannava il pensiero reazionario 
e adottava un Ideologia rivoluzionaria in nome della controrivoluzione ” l7 . 
Gli adelphi della dissoluzione sentitamente ringraziano. Nella luce del¬ 
l’abbaglio sulla reazione romantica all’illuminismo, il reazionario si adat¬ 
ta alle esigenze della rivoluzione conservatrice e ne adotta il feticcio: 
Nietzsche, il traduttore dionisiaco dell’India disperata di Schopenhauer. 
Riletto Nietzsche attraverso il tortuoso programma di Gustave Thibon, si 
può infatti decidere "una lenta e prudente integrazione nella sintesi cri¬ 
stiana delle verità psicologiche più intollerabili alla nostra debolezza e al 
nostro orgoglio ” 18 . 

L’effervescenza reazionaria irrompe nel postmoderno appropriandosi (nel- 
l’illusione rapinosa di aver trovato l’antidoto alla rivoluzione) di quel pes¬ 
simismo antropologico radicale, che Giordano Bruno aveva posto alla ra¬ 
dice della magia anticristiana l9 . 

La filosofìa bruniana, come ha magistralmente scritto Matteo D’Amico, 
contempla, infatti, un’umanità “ ridotta alle passioni che la tormentano 

infine tetre e jettatorie banalità (elucubrate dall’imparruccato Gómez Davila). Grazie alle 
inizitive di Calasso, possiamo finalmente cogliere il senso letterale del proverbio “la rivo¬ 
luzione divora i suoi figli” (spegnendone l’intelletto). E apprezzare il paradosso che ha 
plasmato uno scenario dove il trono dell’utile idiota non si trova nella sede comunista ma 
in una libreria di cattolici alleati alla neodestra. 

17 Cfr. “Gómez Davila, conservatore estremo”, in “Percorsi”, n. 26, febbraio 2000. 

18 Id., id.. 

19 Nella sua incontrollata escursione Cantoni butta là anche il nome di Vico, senza accor¬ 
gersi che l’antropologia cattolica, esposta nella “Scienza Nuova’, è incompatibile con il 
pessimismo antropologico sfoggiato bestialmente da Gómez Davila. 


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senza uno scopo, senza nessuna possibile tensione verso un oltre storico 
o metafisico capace di dare senso alla vita ” 20 . 

Riversate le categorie scientifiche degli illuministi, di Hegel e di Marx nel 
pessimismo di Schopenhauer e di Nietzsche, la rivoluzione e la controri¬ 
voluzione entrano in un percorso regressivo dai colori ecumenici. 

Si tratta dell’applicazione di uno schema prestidigitatorio, collaudato, negli 
anni sessanta, quando Cattabiam e Cantoni, incantati dai sottili argomenti 
reazionari del gauchiste Elémire Zolla 21 , diventarono protagonisti di un deli¬ 
zioso sonno della ragione: l’avventura della casa editrice Boria. In quel sonno 
Marsilio Ficino, Giordano Bruno, i maghi del rinascimento inglese e Guénon 
apparvero nella veste di controrivoluzionari cattolici, vendicatori di Luigi XVI. 
Il perfetto delirio, con un solo colpo, elevava alla gloria degli altari la 
magia pagana e l’assolutismo borbonico 22 . Lafelice combinazione di Marx 
e Schopenhauer, peraltro, soddisfa equamente le esigenze della sinistra 
atea e quelle della destra romantica. Il nuovo asse dell’ideologia (propo- 

20 Matteo D’Amico, “Giordano Bruno”, Piemme, Casale Monferrato, 2000, pag. 139. La 
filosofia bruniana, al pari di quella di Gómez Dàvila, si oppone frontalmente al realismo 
antropologico del cattolicesimo, che contempla la partecipazione della libertà umana al¬ 
l’azione salvifica della grazia. 

21 “Nel corso di una recente conversazione, Alfredo Cattabiani ha affermato che l’ortodos¬ 
sia filosofica di Zolla gli fu garantita da Augusto Del Noce. Fermo restando il giudizio 
complessivamente positivo sull’opera delnociana, è necessario dire che la notizia diffusa 
da Cattabiani è purtroppo credibile e fa quadro con le non infrequenti debolezze manife¬ 
state da Del Noce nei confronti di autori di dubbia o torbida ispirazione, come Malebranche, 
Sestov, Berdaiev, Simone Weil. 

22 II richiamo a Jean Bodin (in “Percorsi”), è un altro segno della confusione regnante a 
destra. Infatti, secondo il principio fondamentale della politologia di Cari Schmitt, “è so- 
vrano colui che decide nella situazione eccezionale". Cfr. “Parlamentarismo e democra¬ 
zia , Marco editore, Lungro di Cosenza, 1999, pag. 33. Questo principio è dedotto dalla 
definizione di sovranità formulato da Jean Bodin nel XVI secolo: “ summa in subtitos 
legibusque soluto potestas ”. Bodin, insieme con Hobbes, è una delle guide di Schmitt. 
Svanisce l’idea della necessità di conformare il diritto positivo alla legge naturale e si 
afferma l’idea della legge come “ ingiunzione, ordine dato da qualcuno". Ora tale concetto 
del potere sovrano implica la negazione dell’autorità dei singoli, autorità che il pensiero 
cattolico intende come “un 'attribuzione connessa in modo necessario con la natura del- 
l ente, che, possedendo quella determinata costituzione essenziale, voluta da Dio, postula 
uno speciale completamento o facoltà, senza cui non potrebbe sussistere ” 


sta dagli adelphiani) è reazionario, poiché vanifica l’emancipazione della 
scienza europea dall’ermetismo e dalla magia rinascimentale 23 , e rivolu¬ 
zionario, poiché conserva le premesse anticristiane contenute nella filoso¬ 
fia di Giordano Bruno e Spinoza. 

Per la destra reazionaria, Horkheimer, che professa un rapinoso spirituali¬ 
smo (“H vero bene non si raggiunge mai in questo mondo reale") e rim¬ 
piange la religione dopo averne predicato l’impossibilità, è un’esca irresi¬ 
stibile 24 . L’angolo buffo della scena postmoderna rappresenta, dunque, il 
reazionarismo in tripudio per la negazione dei suoi nemici storici (la scienza 
e lo storicismo) 25 , mentre la sinistra esulta per la confermata negazione 
della teodicea cristiana. 

Non tutta la scena è comica e infantile, tuttavia: dietro le quinte, si con¬ 
suma la tragedia del “mondo” postmoderno, che, attraverso le categorie 
romantiche, tenta di avviare l’umanità alla cultura di morte. Ora il 
retroscena sinistro del postmoderno non è un mistero, ma l’oggetto del¬ 
le aperte rivelazioni di Jacob Taubes, che ha chiarito il senso ultimo 
della favola: resuscitare il comuniSmo per avviarlo sui sentieri della de¬ 
stra magica. 

Quasi intendesse riscattare la magia nera della rivoluzione conservatrice, 
Taubes scrive testualmente: “In «Eredità del nostro tempo», Bloch riflette 
in modo approfondito ... sul fatto che i nazisti si erano appropriati di 
motivi autentici e che era necessario sottrarli ad essi. Il programma di 
Benjamin è analogo: strappare alla reazione i motivi autentici, penetran¬ 
do in terra nemica per raccoglierli ” 26 . 

23 Pur con le dovute riserve sulla filosofia che regge l’opera di Frances A. Yates, sembra 
lecito condividerne l’interpretazione della scienza del XVII secolo come rivolta (concepita 
in ambienti cattolici) contro le imposture della magia rinascimentale. Al riguardo cfr. 
“Giordano Bruno e la tradizione ermetica”, Laterza. Bari, 1969. 

24 Horkheimer afferma che oggi è assolutamente impossibile credere nei princìpi della 
religione (“Rivoluzione o libertà?”, op. cit., pag. 54), e tuttavia invita a “ riflettere seria¬ 
mente sulle conseguenze prodotte dalla liquidazione della religione ” (id., pag. 56). 

25 A riguardo del rapporto tra scienza e romanticismo cfr. l’insinuante discorso di Max 
Horkheimer. In “Rivoluzione o libertà?”, op. cit., pag. 39. 

26 “La teologia politica di san Paolo”, op. cit., pag. 156. 


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Regresso invoca regresso. Nell’aura romantica, una dissennata lettura del 
fittizio cattolico Cari Schmitt, fa retrocedere il pensiero della destra 
all’hobbesiana apologia della tirannide, e alla bestiale negazione della fi¬ 
losofia politica del cristianesimo. 

È singolare (e sconfortante) che la disgraziata caduta della destra nel¬ 
l’ideologia oligarchica secreta dall’ateismo anglosassone, si compia me¬ 
diante la celebrazione di un politologo, che si definiva cattolico ma ‘ fra¬ 
tello spirituale di Hobbes ”. 

Soltanto un Gennaro Malgieri - e di fronte agli attoniti valletti di Alleanza 
Cattolica, incapsulati nella redazione di “Percorsi” come topi nel formag¬ 
gio - può affermare che Schmitt è un pensatore cattolico. Schmitt è l’an¬ 
titesi del pensiero politico cattolico esattamente come lo era Hobbes. Nes¬ 
suno può dimostrare il contrario. I neodestri e i seguaci di Cantoni, infatti, 
essendo a corto di argomenti, reagiscono diffamando la redazione di “Cer- 
tamen”, “la banda di Genova”. Ora la diffamazione, parodia della morale, 
è la bandiera di coloro che non hanno niente da dire. 

Se Malgieri e Cantoni, invece di leggere De Rege, si fossero dedicati se¬ 
riamente allo studio della filosofia politica, saprebbero che Vico ha confu¬ 
tato e ridicolizzato la premessa del sistema hobbesiano, cioè la mitologia 
intorno alla sapienza filosofica dei primitivi. Hobbes era fermo all’ermeti¬ 
smo fittizio di Marsilio Ficino, mentre la scienza cattolica si emancipava 
dalle fanfaluche ermetiche e dalle cabale egizie. 

Purtroppo la frequentazione dei testi di Guénon, Schuon e Burckahrdt 
trascina il duetto dei retrogradi (così si autodefiniscono nelle baluginanti 
pagine di “Percorsi”) all’ammirazione del mondo arcaico e della sua roz¬ 
za mitologia, e di là al culto per il reazionario Schmitt. 

La natura anticattolica del pensiero schmittiano, peraltro, appare evidente 
proprio nei saggi dedicati al cattolico Donoso Cortés 27 , saggi che l’edito¬ 
re Calasso ha imposto sul mercato come un boccone velenoso. 

27 Juan Donoso Cortés (Valle della Serena, 1809, Parigi, 1853). Appena laureato (1832) 
iniziò la carriera politica a Madrid, nelle file del movimento liberale. Eletto deputato nel 
1836 passò al partito conservatore. Nel 1847 pubblicò gli Estudios sobre la historia, opera 


Già la preferenza per Donoso, (un nobile autore, nella cui opera, come 
osservava l’ispanista Giovanni Allegra 28 , manca però la sistematicità e la 
precisione del linguaggio filosofico) rivela dell’intenzione truffaldina di 
Schmitt. Nell’opera di Donoso, infatti, si trova una chiara condanna 
dell’assolutismo politico - il Leviatano - che rappresenta la conseguenza 
politica del materialismo di Hobbes. 

Schmitt, invece è preoccupata di separare Donoso da Pio IX 29 . Ma la di¬ 
stinzione è del tutto arbitraria, ché Donoso, come è noto, fu un autore 
apprezzato da Pio IX 30 ; dichiara apertamente quale è la teoria (presunta) 
di Donoso che lo interessa e lo intriga: il pessimismo antropologico radi¬ 
cale (egli parla esplicitamente della “ naturale abiezione e meschinità del- 
l’uomó"). Ora la misantropia, condotta all’estremo satanico, è l’unico punto 
di contatto tra Hobbes e Rousseau 31 . 

Il progetto di “superare” la rivoluzione moderna mediante la linea di pen¬ 
siero che va da Hobbes a Schmitt è destinato a fallire miseramente. Come 
è già stato ricordato, Sciacca, altro autore ignoto nell’attuale destra ege¬ 
mone, ha dimostrato magistralmente che Hobbes e Rousseau hanno una 


nella quale è forte il richiamo alla “Scienza Nuova” di Giambattista Vico, che Donoso 
aveva studiato a lungo. 

Nel 1851 pubblicò il “ Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo ”, tradotto ed 
edito in Italia da Gianni Allegra per Rusconi, nel 1972.1 suoi argomenti anticipano i giudi¬ 
zi formulati dal Beato Pio IX nel “Sillabo”. 

2S Giovanni Allegra (Palermo 1935, Palermo 1989), ispanista, cattedratico nell’università 
di Perugia, scrittore e pubblicista. Alla fine degli anni Cinquanta, insieme con Salvatore 
Ruta, fondò “Il Ghibellino ”, rivista d’indirizzo evoliano, e partecipò, al seguito di Silvio 
Vitale e Gabriele Fergola, alla costituzione del gruppo tradizionalista napoletano dell’Al¬ 
fiere. Dopo la laurea e il trasferimento a Perugia, inaugurò gli incontri tradizionalisti di 
Civitella del Tronto, dei quali, in seguito, divennero protagonisti il suo allievo Paolo Caucci, 
Pucci Cipriani e Nicolò Capponi. Per la Rusconi curò e commentò l’edizione italiana del 
“Saggio sul cattolicesimo, il socialismo e il liberalismo” di Donoso Cortés. Morì a Paler¬ 
mo, dopo aver ritrovato la fede cattolica. 

29 Cfr. “Donoso Cortés”, Adelphi, Milano, 1996, pag. 85. 

30 Al riguardo cfr. la prefazione di Gianni Allegra al “Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo 
e il socialismo”, Rusconi, Milano, 1972, pag. 31. 

31 Op. cit., pag. 31. 


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medesima radice: “il radicale disprezzo della natura umana, ridotta al 
meccanismo della vita vegetativa e sensitiva ” 32 . 

Il programma della neodestra, enunciato dal duo De Benoist-Rauti negli 
anni Settanta, indicava l’uscita dalla modernità, nel superamento in volata 
della sinistra. Malgieri e Cantoni, invece, sono discesi alla radice tenebro¬ 
sa del “moderno”, Bruno, Hobbes e Spinoza. Nella loro caduta libera , 
Cantoni e Malgieri incontrano Schmitt, che associa il suo furore antitec¬ 
nologico all’idea del cattolicesimo come vettore del regresso. 

La metafora che Schmitt usa per lanciare questa suggestione è un lamento 
sull’energia elettrica, che inquina le chiese. Secondo il ridicolo estetismo 
di Schmitt, che corre all’impazzata incontro all’Arcadia heideggeriana, il 
pericolo non è l’apostasia né la contaminazione modernista della fede, ma 
l’uso dell’elettricità: “le lampade perpetue degli altari cattolici alimenta¬ 
te dalla stessa centrale elettrica che fornisce energia ai teatri e alle sale 
da ballo ” 33 . 

Il male è l’elettricità, significa che il male è nella natura, non nel peccato 
che sale dal cuore dell’uomo 34 . L’inversione della dottrina cristiana è per¬ 
fetta. Purtroppo la paludata stupidaggine di Schmitt elettrizza la redazio¬ 
ne di “Percorsi”. 

Il fatto è che il pensiero di Schmitt converge col leninismo nella folle 
pretesa di cambiare la realtà mediante una decisione che prescinde dalla 
razionalità. A proposito del nazismo, Gianni Baget Bozzo ha scritto: “Il 
principio che muove il nazismo è la decisione. Il principio non è la ragio¬ 
ne, ma la volontà ” 35 . 

Rovesciando l’ordine naturale delle cose umane, la volontà sovrasta l’in¬ 
telletto. Alla legge naturale si contrappone la volontà assolutista del Capo, 
che attua la decisione. In tal modo “ crolla Videa cristiana di verità; ma 
negare a un tempo la realtà della verità e la verità della realtà significa 

32 Cfr. “L’oscuramento dell’intelligenza”, Marzorati, Milano, 1971, pag. 116. 

33 Cfr.: “Cattolicesimo romano e forma politica”, Giuffré, Milano, 1986, pag. 44. 

34 Questo spiega cosa, nell’opera schmittiana, delizia l’editore Calasso: la scimmiottatura 
gnostica del cristianesimo. 

35 “Il Dio perduto”, op. cit., pag, 37. 


preporre il principio del nulla a quello dell’essere". Schmitt, l’erede di 
Bodin e di Hobbes, è stato il teorico del deragliamento irrazionalista nel 
crimine. 

Di fronte alla suggestione schmittiana si rivela, dunque, la necessità di 
riscoprire il significato tradizionale della destra politica. Certo: le “classi¬ 
che” antinomie (luterani contro anabattisti; assolutisti contro illuminati; 
reazionari - Gerdil, De Maistre, De Bonald, - contro liberali; nazisti con¬ 
tro comunisti), dopo Horkheimer, Taubes, Kojève e Bataille non hanno 
più alcun significato. La storia contemporanea ha unificato l’apparente 
destra e l’apparente sinistra della modernità 36 . La vera destra incomincia 
dopo l’abbandono dei fossili neodestri. Oltre l’unione babelica teorizzata 
dalla neodestra, sono aperte le vie della tradizione. Le illusioni della mo¬ 
dernità sono morte. Rimane la scienza moderna, prodotto della rivolta 
cristiana contro la superstizione del “rinascimento”. E la scienza moderna 
attende la risposta della fede e della ragione, non la kermesse romantica e 
l’effusione del languore crepuscolare. 

Al quadro sconfortante della destra in prima pagina, si oppone tuttavia la 
forte crescita di un movimento cattolico a destra. La faticosa e contrastata 
formazione di una destra cattolica è il frutto della minoranza animosa, che 
si è opposta alle suggestioni del decadentismo e alle follie dettate dal 
postconcilio. Negli anni dell’arco costituzionale solo Agostino Greggi 
osava definirsi apertamente cattolico di destra. 

36 Nella modernità “destra” e “sinistra” sono figure dialettiche, attori di un processo coe¬ 
rente e uniforme nell’avversione al cristianesimo. Un convergente abbaglio, emanato dagli 
opposti circoli della sinistra trotzkista e dalla destra imbalsamata nella filosofia del boia, 
insiste nel dipingere la modernità e, in special modo, la rivoluzione francese come movi¬ 
mento insurrezionale “dal basso”. Il grande pubblico è perciò incapace di scorgere “in 
alto”, nelle monarchie del XVIII secolo, i connotati sovversivi, fortemente impressi 
dall’Aufklàrung. La memoria storica più diffusa, in tal modo, si restringe all’immagine 
che il potere rivoluzionario diede di sé: forza di popolo intesa a scuotere le catene della 
tirannide, abolendo i privilegi dell’oligarchia. In tal modo diventa quasi incomprensibile 
l’idea che soggetti pacificamente catalogati negli elenchi della destra “tradizionale” (le 
monarchie borboniche, ad esempio) abbiano partecipato alla rivoluzione. 


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Ora il rinnovamento del quadro politico, consente l’emersione di una ge¬ 
nerazione di brillanti studiosi e di organizzatori culturali, consapevoli del 
ruolo egemonico, che la fine ingloriosa del “moderno” assegna al cattoli¬ 
cesimo. La cultura tradizionalista sta uscendo dallo stato di minorità, come 
testimonia la circolazione delle sue idee in ambiti fino ad ieri ostili. Al 
seguito della testimonianza delle personalità, collaudate dalla milizia an¬ 
ticonformista negli anni difficili (a questo proposito è impossibile non 
citare Gianni Collu, Fausto Belfiori, Giovanni Volpe, Fausto Gianfrance- 
schi, Silvio Vitale, Pietro Giubilo, Gaetano Rebecchini, Paolo Caucci 37 , 
Giovanni Torti 38 , il compianto Pino Tosca, Pucci Cipriani, e Agostino San- 
fratello) si stanno affermandosi giovani destinati a diventare protagonisti 
della riscossa cattolica. 

La geografia del tradizionalismo, che negli anni Settanta e Ottanta rappre¬ 
sentava la scena esigua e spesso paradossale dell’emarginazione, si è po¬ 
polata di centri di studio ed irradiazione, che partecipano efficacemente al 
dibattito sull’orientamento del centrodestra nell’età postmoderna. In ogni 
parte d’Italia fioriscono e si organizzano comunità, che promuovono ini¬ 
ziative editoriali, dibattiti, corsi di formazione e convegni di approfondi¬ 
mento. 

A Roma l’università san Pio V (nella quale si sono distinti Francesco Leo¬ 
ni, monsignor Pozzo, Celso de Stefanis, Fausto Gianfranceschi, Pietro 
Giubilo, Roberto de Mattei, Massimo Viglione, Paolo Possenti e Siro Maz¬ 
za) è diventata un punto di riferimento obbligato per la cultura del centro- 

,7 Brillante allievo dell’ispanista Gianni Allegra, Paolo Caucci (Ascoli, 1941), lauree in 
legge e in lettere, è ordinario di lingua e letteratura ispanica nell’università di Perugia. Ha 
tradotto e commentato per Thule il saggio di de Tejada sul carlismo e curato l’ingente 
bibliografia tejadiana. Protagonista dal 1974 dei convegni di Civitella del Tronto ha colla¬ 
borato alle più importanti riviste d’area. È autore dei più autorevoli saggi dedicati al cam¬ 
mino di Santiago di Compostella. 

,8 Giovanni Torti (Tortona, 1935) ordinario di letteratura latina medievale nell’Università 
di Parma, grecista e germanista insigne, è autore di un fondamentale commento alla Lette¬ 
ra di san Paolo ai Romani e di numerosi saggi e articoli in difesa della cultura cattolica. È 
dirigente nazionale dell’associazione "Una Voce" e presidente del circolo Agostino de 
Torri. 


destra. Autonomi, ma in sintonia con il centro sono attivi il centro studio 
Tusculum (di Davide Sabatini), la redazione del quotidiano “Il Giornale 
d’Italia”, il Sindacato Libero Scrittori Italiani (nel quale si segnala l’atti¬ 
vità di Francesco Mercadante, Cecilia Gatto Tracchi, Ulderico Nisticò, 
Maurizio Di Giovine) e il centro studi fondato dall’onorevole Publio Fio¬ 
ri.. Una forte autorità culturale ed ora anche politica ha acquistato il resto 
di Tradizionalismo popolare 39 , la “banda di Genova ”, così detta dalle trup¬ 
pe adelphiane di complemento. Nella “banda”, il cui referente è Publio 
Fiori, stanno emergendo giovani pubblicisti di alto spessore, come Emilio 
Artiglieri, Alessandro Massobrio, Matteo D’Amico, Siro Mazza, Vittorio 
Soldaini, Maurizio Spina, Lorenzo Dini, Raimondo Gatto, Mauro Buz- 
zetti, Massimiliano Tovo, Rita Bettaglio, Nicola Maier, Alfredo Majo, Pa¬ 
olo Gagliolo, Daniele Rotondo. 

A Palermo un giovane studioso di scuola tejadiana, l’editore Tommaso 
Romano 40 , si è affermato nell’università ed ha ottenuto significativi rico¬ 
noscimenti organizzando la cultura per conto dell’amministrazione pro¬ 
vinciale. A Perugia, Paolo Caucci, seguito da un folto numero di giovani 
studiosi, è diventato il protagonista della cultura del rinnovamento. 

A Napoli e a Bari, sulla scia dell’Alfiere e della Quercia, è sorto e sta 
fiorendo il centro editoriale Controcorrente di Pietro Golia, che diffonde i 

19 II movimento “Tradizionalismo popolare”, costituito nel 1988 da Tommaso Romano, 
Pino Tosca, Isabella Rauti, Piero Vassallo, Marina Campanile, Pier Franco Bruni, Franco 
Accame, Ulderico Nisticò, Aldo Di Lello, Franco Mantovani, Ettore Marano e Mauro 
Buzzetti, pubblicò un manifesto che, per effetto di una recensione favorevole firmata da 
Giano Accame, ebbe larga risonanza negli ambienti del Msi. Nel 1991 il gruppo di Tp 
tentò, senza successo, di stabilire un accordo con il segretario del Msi, Pino Rauti. 

40 A partire dal 1976, Tommaso Romano è stato promotore e animatore dei convegni delle 
edizioni Thule, ai quali hanno partecipato alcuni fra le più eminenti figure della destra, 
come Francesco Grisi, Giovanni Volpe, Adolfo Oxilia, Mario Attilio Levi, Vittorio Vettori, 
Franz Maria D’Asaro, Giuseppe Tricoli, Vincenzo Centorame, Pier Francesco Zarcone, 
Alberto Schiavo, Silverio Bacci, Giovanni Espinosa, Corrado Camizzi, Pino Mascolo, Marco 
Solfanelli, Giovanni Davoli, Ulderico Nisticò, Alessandro Lessona, Tommaso Fragassi di 
Roseto, Domenico de Napoli, Sergio Boschiero, Lloyd Thomas, Enrico de Leone, Franco 
Tamassia, Emilio Artiglieri. Sulle attività del centro editoriale Thule cff. il periodico “La 
Crociata”, Palermo, 1982-1984, e la memoria di Tommaso Romano, “Finestra sul Cassaro”, 
ISSPE, Palermo, 1996. 


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testi della tradizione meridionale attraverso un’eccellente rete distributi¬ 
va, mentre riscuote un grande successo il sito internet “Adsum”. 

Fra Milano, Alessandria e a Torino hanno conquistato uno spazio 
prestigioso i gruppi dell’Araldo e la casa editrice di Fabio de Fina, che 
pubblica la rivista “Certamen” (diretta da Siro Mazza e Maurizio Blondet) 
e gestisce brillantemente la libreria “Ritorno al reale” 41 . 

Nel Veneto è in continua e forte crescita il gruppo di “Civitas Christiana”, 
diventato spina nel fianco della giustizia settaria e del falso ecumenismo, 
mentre a Vittorio Veneto si afferma la brillante personalità di un allievo 
del filosofo Raffaele Perrotta, Fabio Girardello. A Caserta riscuote un no¬ 
tevole successo il Premio Vanvitelli, manifestazione di cui è promotrice 
Marina Campanile. A Trieste ha un vasto spazio nell’università e nelle 
istituzioni il gruppo di Augusto Truzzi. A Firenze continuano le pubblica¬ 
zioni la rivista di Pucci Cipriani, Controrivoluzione, dalla quale ha preso 
vita un premio letterario di grande successo, il “Tito Casini” 42 . 
Ultimamente l’azione di questi gruppi sta esercitando una forte influenza 
anche in quell’area della destra, che con ammirevole fatica tenta di liqui¬ 
dare la passiva eredità del tradizionalismo spurio e dell’estremismo no¬ 
stalgico intorno ai miti della stirpe 43 . È il caso di “Forza Nuova”, il movi¬ 
mento politico fondato da Roberto Fiore e dall’indimenticabile Massimo 
Morsello, già esponenti di “Terza posizione”, costola ribelle all’equivoco 
rautiano 44 . Forza Nuova, che raccoglie numerosi giovani studenti e lavo¬ 
ratori, personifica nobilmente l’aspirazione della giovane destra a costitu¬ 
ire uno spazio politico intitolato agli autentici valori della storia cattolica. 
In questa prospettiva il movimento si è dato anzi tutto una forte organizza- 

41 Fra le opere recentemente pubblicate da Fabio de Fina spiccano le poesie di Franco 
Accame, un saggio di Mario Di Giovanni sulla globalizzazione, la storia d’Italia di Paolo 
Possenti e una riedizione di monsignor Landucci, curato da monsignor Alberto Boldorini. 

42 Fra i collaboratopri della rivista “Controrivoluzione” si segnalano Luciano Garibaldi, 
Maurizio Di Giovine, e Carlo Alberto Agnoli, Nicolò Capponi, Enrico Nistri. 

43 L’adesione a tale mitologia è una “vischiosità storica”, che intralcia e vanifica il pensie¬ 
ro dei redattori di alcune pubblicazioni d’area, come “L’uomo libero”. 

44 Su gli ideali di “Forza Nuova” cfr. la prefazione di Roberto Fiore al saggio di Piero 
Vassallo, “La memoria del futuro”, Thule, Palermo, 1999. 


zione culturale ed ha puntato alla formazione della futura classe dirigen¬ 
te 45 . Non senza incontrare la resistenza della pregressa ideologia e delle 
irriducibili effervescenze giovanili, Forza Nuova sta avanzando coraggio¬ 
samente (grazie al sostegno intelligente e prestigioso di Guido Mussolini, 
al consiglio lucido e prudente di Gianni Correggiari, al lavoro sobrio di 
Mario Di Giovanni, Alberto Rossi, Domenico Longo e Francesco Pallottino 
e alla collaborazione del brillante Fabio de Fina) sul terreno della novità, 
come testimoniano i contenuti delle sue pubblicazioni 46 e la qualità dei 
suoi convegni 47 . 


43 Si tratta del Siddon’s Insitute, che, su progetto di Siro Mazza e Roberto Fiore, ha orga¬ 
nizzato alcuni corsi di formazione alla politica (ad esempio il corso di filosofia e storia 
della politica, svolto nel 1997 a Londra, con la partecipazione di Agostino Sanfratello, 
Cecilia Gatto Tracchi, Piero Vassallo, Tommaso Romano, Pino Tosca, Paolo Possenti, Da¬ 
vide Sabatini, Gianandrea de Antonellis, Carlo Bonfanti). 

46 Ad esempio la rivista “L’altra voce”, diretta da Domenico e Rossana Longo e alla quale 
collaborano, fra gli altri, Ulderico Nisticò, Piero Vassallo, Marco Ferrazzoli, Siro Mazza, 
Francesco Pallottino, Arcangelo Santoro, Evelina Marocco, Dino Granata, ed Ercolina 
Milanesi. Forza Nuova pubblica anche un bollettino interno, “Foglio di Lotta”. 

47 Nel periodo 1999-2001, ai convegni culturali organizzati da Forza Nuova e alle presen¬ 
tazioni delle opere pubblicate da Fabio de Fina hanno partecipato fra gli altri: il matemati¬ 
co russo Igor Safarevic, l’antropologa Cecilia Gatto Trocchi, il biologo Giuseppe Sermon- 
ti, il politologo Pietro Giubilo, l’economista Giacinto Auriti, il filosofo Agostino Sanfra¬ 
tello, il giurista Carlo Alberto Agnoli, gli storici delle idee Piero Vassallo e Maurizio Blon¬ 
det, il teologo monsignor Alberto Boldorini, don Luigi Tarn, Romano Mussolini, Guido 
Mussolini, il poeta Franco Accame, gli storici Luciano Garibaldi, Davide Sabatini, Marco 
Ferrazzoli, Siro Mazza e Paola Massucco, lo scienziato Luigi Di Bella, Xavier Dor, segre¬ 
tario generale di SOS Tout-Petits (Francia), Niamh Nic Mhathuna e Justin Barret, di Youth 
Defence (Irlanda), padre Maxim Obukhov, direttore di Zhizn (Russia), Mario Palmaro, 
Hugues Petit, presidente di Ligue pour la vie (Francia), Johanna von Westphalen, presi¬ 
dente di Christdemokraten fiir das leben (Germania), lo storico Jurgen Grafi il professor 
Luis Riesco dell’università di Madrid. 


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in 

LA RESTAURAZIONE DELLA METAFISICA 


Il vicolo cieco della cultura di destra comincia dove il pensiero moderno 
incontra l’irrazionalismo arcaico e il nichilismo. A questo incontro di¬ 
sgraziato, Giovanni Paolo II ha dato il nome di cultura di morte. Ora lo 
scolarca di questa cultura del crepuscolo è Heidegger, il quale, confessata 
apertamente l’ostilità nei confronti della metafisica tradizionale (colpevo¬ 
le di rappresentare l’uomo come essere vivente'.), contorce la filosofia nel 
linguaggio oscuro, che descrive la notte del pensiero moderno: “ La morte 
in quanto scrigno del nulla, alberga in sé ciò che è essenziale dell’essere. 
In quanto scrigno del nulla la morte è il riparo dell’essere. Imortali ora li 
chiamiamo mortali non perché la loro vita finisce, ma perché essi sono 
capaci della morte in quanto morte.... Essi sono il dispiegantesi rapporto 
all’essere come essere ” *. 

Dopo un tale saggio di funambolismo verbale, s’incontra la realtà nella 
figura della danza macabra: “// gioco di specchi del mondo è la danza 
circolare del far-avvenire-trasportante [al non essere] ... L’essenza rac¬ 
colta di questo inanellantesi gioco di specchi del mondo è il giro [della 
morte]. Nel giro dell anello che gioca il gioco dello specchio si stringono 
flessuosamente i Quattro [elementi] nella loro unica e tuttavia distinta 
essenza. In tal modo flessibile essi dispongono docilmente mondeggiando 
il mondo”. Cosa occorre di più, per riconoscere che Hedeigger va preso 
sul serio, quando definisce arbitraria e disordinata la sua filosofia? 

L immanentismo moderno è costretto ad abbandonare l’illusione delle sorti 
magnifiche e progressive e a dissolversi nel vaniloquio sofistico o nelle 

1 Cfr.: “Saggi e discorsi”, Mursia, Milano, 1976, pag. 109. 


vuote acrobazie dei “mistici” orientali. Per uscirne occorre trovare il var¬ 
co tra la confutazione del moderno e il riparo dalla catastrofe postmoder¬ 
na. Il problema è ritornare dal razionalismo alla metafisica, senza fare 
concessioni all’irrazionalismo “ultimo” o al fideismo. Ora la soluzione a 
questo problema è stata anticipata da Kierkegaard: la riflessione esisten¬ 
ziale, che afferma il primato del singolo sul genere astratto. Cornelio Fa¬ 
bro, nell’introduzione al “Diario” di Kierkegaard, formula una previsione 
che, negli anni dell’egemonia culturale comunista, sembrò incongrua e 
paradossale: “ La lotta decisiva della filosofia contemporanea ” non si com¬ 
batterà “fra l’esistenzialismo e le altre filosofie, ma dentro lo stesso esi¬ 
stenzialismo, fra l’esistenzialismo religioso e quello ateo, e nell’esisten¬ 
zialismo religioso poi per l’accettazione del vero cristianesimo ” 2 . 

Il significato dell’intuizione fabriana, si fa chiaro soltanto adesso, dopo la 
delusione delle attese progressiste e l’irruzione della disperazione pagana 
nel tempio della “dea ragione”. La filosofia moderna, infatti, si dichiara 
schiacciata dall’assenza di ordine e significato: “Ci troviamo di fronte ad 
una sorta di seconda secolarizzazione: una secolarizzazione della 
secolarizzazione. Se la prima è stata una secolarizzazione della salvezza, 
quella contemporanea è una secolarizzazione dalla salvezza ” 3 . 

Nel cielo postmoderno, la filosofia dell’Aufklàrung e l’idealismo sciamano 
al seguito della cometa nietzschiana, dove la razionalità si converte “in 
stati alterati ... che comportano attenzione concentrata, assenza di 
autocontrollo, amnesia, oblio del nesso di causa ed effetto, obliterazione 
della temporalità e della normale immagine del corpo ...e infine la per¬ 
cezione di un rullio di tamburo ” 4 . 

È occorso più di un secolo, ma, alla fine, le avanguardie della modernità 
convengono con Kierkegaard nel dichiarare la vanità dell’illuminismo e 
delThegelismo. Il fondatore dell’esistenzialismo religioso, infatti, aveva 

2 Introduzione a: Soeren A. Kierkegaard, sta in:. “Diario”, Morcelliana, Brescia, 1962,1 
voi. pag. 40. 

3 Cfr.: Salvatore Natoli, “Dio e il divino”, Morcelliana, Brescia, 1999, pag. 119. 

4 Cfr.: Elémire Zolla, “La filosofia perenne”, Mondadori, Milano, 1999, pag. 128. 


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dimostrato che i principi degli idealismi moderni, la decisione di antepor¬ 
re il pensiero astratto alla realtà e la pretesa d‘identificare essenza ed esi¬ 
stenza, conducono all’irrazionale 5 .1 pensatori che “concludono” il mo¬ 
derno, affermano risolutamente che il pregiudizio razionalista (il cogito ) 
ha causato il naufragio della filosofia nell’attivismo insensato. La filoso¬ 
fia kierkegaardiana, benché non esente da influssi luterani, costituisce il 
necessario preambolo al ritorno alla ragione e alla restaurazione della 
metafisica. Ma l’efficacia dell’opera kierkegaardiana è stata finora impe¬ 
dita dalla confusione prodotta dagli esistenzialisti atei. Heidegger ha offu¬ 
scato le obiezioni di Kierkegaard mediante la trasformazione dell’esisten¬ 
zialismo in nichilismo, vale a dire in filosofia elucubrata a partire dal di¬ 
niego della distinzione di essenza ed esistenza. 

Finto superatore del “punto morto nietzschiano” - la volontà di volontà - 
Heidegger ha deciso la sopravvivenza dell’hegelismo essenziale - l’in¬ 
flusso gnostico di cui parlava Rosenkranz - alla confutazione di Kierke¬ 
gaard. La filosofia heideggeriana, infatti, non è altro che un gioco di sca¬ 
tole cinesi 6 7 , alla fine del quale riappare, quatto quatto, lo zero metafisico, 
cioè il Nulla dell’illuminismo e dell’idealismo 1 . 

5 La scelta del termine “decisione” è non casuale. Cornelio Fabro, cfr. “L’avventura della 
teologia progressista”, Rusconi, Milano, 1974, pag. 177, ha dimostrato luminosamente 
che “ Quando Cartesio pronuncia il suo cogito ergo sum, quel cogito è anzitutto e soprat¬ 
tutto un volo, in quanto il cogito vuole essere un atto ponente, originario. Infatti un cogito 
che intende contrapporsi al dubbio radicale e vincerlo, vale a dire il cogito che pretende 
salvarsi grazie proprio alla messa fra parentesi universale del contenuto, il cogito che esclu¬ 
de ogni riferimento di oggetto e di oggettività e afferma la priorità dell’atto sul contenuto 
ovvero il cogito attivo non può essere che volontà”. In questo senso si può sostenere, con 
Gianni Baget Bozzo, che il tratto distintivo del “moderno” si trova nel decisionismo: “La 
decisione sostituisce l’idea cristiana della Verità e ne assume la forma, negandone perciò il 
carattere trascendente e spirituale”, “Il Dio perduto”, Leonardo, Milano, 1999, pag. 25. 

6 Nel magistrale saggio sulla metafisica cristiana, santa Edith Stein O.C.D. dimostra la 
struttura mitologica della filosofia heideggeriana, “ che parla del nulla quasi fosse una 
persona, che si deve alfine aiutare a recuperare i suoi diritti sempre conculcati. [In “Esse¬ 
re e tempo”] ci si ricorda che il nulla, una volta era tutto”. Cfr. “Essere finito e Essere 
eterno”, Città Nuova, Roma, 1999 4 , pag. 94. 

7 Nella conclusione del suo saggio sull’avventura della teologia progressista, Cornelio Fabro 
ha citato un passo della “Morte di Danton”, del drammaturgo Georg Buchner, che descrive 
realisticamente l’incubo dal quale emana lo stato d’animo del nichilista moderno: “IlNulla si 


Grazie alle indicazioni kierkegaardiane, Fabro ha dimostrato che “Hei¬ 
degger ha potuto passare dalla formula «L’essenza dell’uomo come esi¬ 
stente consiste nella sua esistenza» alla formula più precisa «Il nulla è »”. 
L’incantesimo sofistico prodotto da Heidegger ha respinto le obiezioni 
kierkegaardiane contro l’idealismo nel vicolo cieco del pregiudizio im¬ 
manentista, dove saranno decise le fortune mondane di Sartre e Camus. 
Non per caso il cosiddetto “suicidio della rivoluzione” - il riconoscimen¬ 
to del fondo irreale del “moderno” e la sua aperta soluzione nichilistica - 
si compie, negli anni Trenta, dopo che la Kierkegaard-Renaissence era 
stata manipolata e vanificata dalla riflessione di Heidegger. 

La filosofia herideggeriana è pertanto definibile “ astuzia escogitata dal 
pregiudizio ateo per eludere le ragioni del pensiero cristiano”, vale a dire: 
porre una maschera sull’irrealtà del “moderno” e negare la necessità della 
sua “conversione” alla vera metafisica. 

Si può tuttavia affermare, senza tema di smentita, che, nell’attuale ege¬ 
monia heideggeriana, si specchia fedelmente la previsione di Fabro: tut¬ 
te le filosofie moderne sono precipitate e si sono radicate nel vuoto dal¬ 
l’esistenzialismo ateo e nichilistico (di matrice heideggeriana). Nella 
prospettiva fabriana, appare evidente che per superare l’esistenzialismo 
ateo che regge la neodestra è indispensabile la corretta lettura di Kierke¬ 
gaard. 

Ora al “moderno” si oppone soltanto l’esistenzialismo cristiano, in ultima 
analisi il “tomismo essenziale”, che Cornelio Fabro ha ricostruito dopo 
aver compiuti tutti i percorsi critici indicati nell’opera di Kierkegaard ed 
averne assimilato le ragioni. 

In questa nuova prospettiva è da considerare “segnavia” del suicido con¬ 
sumato dalla modernità l’esito catastrofico della speculazione heidegge¬ 
riana. Nell’intento di dimostrare il carattere “ultimo” della sua filosofia, 
Heidegger, ha inventato Voblio dell’essere, un male oscuro che avrebbe 
inaridito la metafisica, da Platone a Nietzsche. Al riparo di questa catego- 

è suicidato, la creazione è la sua ferita, noi siamo le sue gocce di sangue, il mondo è il 
sepolcro in cui esso [il Nulla] imputridisce. Sembra una pazzia ed è la pura verità”. 


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ria decisiva, Heidegger ha imbrogliato le carte, spiegando il pensiero di 
Kierkeggard alla luce dell’ontologia hegeliana 8 . 

Cornelio Fabro ha invece dimostrato che Heidegger, avendo conosciuto la 
filosofia di san Tommaso nella luce equivoca dell’insegnamento del suo 
maestro, Franz Brentano, l’ha inclusa arbitrariamente nell’elenco intitola¬ 
to all’oblio dell’essere e che Kierkegaard “è l’unico [tra i filosofi dopo san 
Tommaso] che abbia colpito al cuore il principio dell’immanenza e quel¬ 
lo hegeliano in particolare ” 9 ; 

Fabro ha sostenuto inoltre che l’illusione heideggeriana di “azzerare” la 
filosofia occidentale assimilandola all’oblio dell’essere si regge (oltre che 
sul fraintendimento di san Tommaso) sul disconoscimento dell’originali¬ 
tà di Kierkegaard e delle sue aperture alla metafisica classica. Prima di 
tutto non è lecito attribuire a san Tommaso l’oblio dell’essere, al contra¬ 
rio: “La nozione tomistica di «esse» è così estremamente densa e origina¬ 
le da far pensare che solo ora, dopo l’esperienza dello sfaldamento dei 
sistemi della Scolastica antitomistica e della rivoluzione del pensiero 
moderno, essa possa essere ripresa in tutta la sua originalità e forza spe¬ 
culativa ” l0 * . D’altra parte l’opera di Kierkegaard rivela un deciso indiriz¬ 
zo alla metafisica, tanto è vero che è stata, per Fabro, la principale occa¬ 
sione della riscoperta del tomismo essenziale. Laddove Heidegger, dopo 
tanto parlare dell’essere, si è “ricordato” del nulla, Kierkegaard aveva in¬ 
dicato la sola via per il ritorno alla metafisica: privare il “sistema” hegeliano 
del suo fallace fondamento (la pretesa di cominciare dall’immediato) di¬ 
mostrando “che il sistema logico non può pretendere ad un cominciamento 
assoluto; infatti una cosa simile, come l’essere puro, è una pura chime¬ 

8 Cfr. l’introduzione di Cornelio Fabro a “Briciole di filosofia” e “Postilla non scientifi¬ 
ca , Zanichelli, Bologna, 1962, pag. 7n e seg.. Naturalmente Fabro dimostra che l’inter¬ 
pretazione di Heidegger costituisce un abbaglio. 

9 Ibidem. 

10 Cfr.: Andrea Dalledonne e Rosa Goglia, “Cornelio Fabro pensatore universale”. Asses¬ 

sorato alla cultura del comune di Frosinone, Fresinone, 1996, pag. 27. Su Fabro cfr. anche: 

Rosa Goglia, Cornelio Fabro filosofo della libertà”, Biblioteca di filosofia oggi, Genova, 

2000, e Andrea Dalledonne, “Cornelio Fabro Essere e libertà come fondamenti del tomismo 
essenziale”, at¬ 


ra” L’affermazione di Kierkegaard è ineccepibile: posto che, per la sco¬ 
lastica hegeliana, Timmediato è “ ciò che resta di più astratto nell’astra¬ 
zione più esauriente ”, occorre riconoscere che, nel loro “sistema”, non 
c’è inizio assoluto. 

L’intera opera hegeliana, in tal modo, è chiusa nel cerchio irriverente della 
comicità: “ Supponiamo che l’atto dell’astrazione sia in actu all’inizio al¬ 
lora non è l’atto d’astrazione, ma viene dopo. Ma con cosa allora comin¬ 
cio, perché possa fare astrazione da tutto? Ahimè, ecco che qui forse un 
hegeliano commosso cadrà sul mio petto e balbetterà giubilante: comin¬ 
ciamo col nulla! Ed è infatti quel che dice il sistema, di cominciare col 
nulla. Ma io dovrei porre una seconda questione: Com’è ch’io comincio 
con questo nulla. Questa non è che una nuova espressione con la quale 
non abbiamo fatto il minimo passo innanzi ” l2 . 

Lo sguardo della critica spregiudicata e irriverente ha avvolto il “movi¬ 
mento” ingannevole del sistema hegeliano, riducendolo all’immobilità di 
Laocoonte. Kierkegaard, nel “Diario” della maturità, irride la filosofia 
hegeliana paragonandola ad una diligenza, che non si decide a partire, 
benché i viaggiatori continuino a sventolare i fazzoletti dell’addio e il 
postiglione si debiliti soffiando nel suo corno l’aria della partenza 13 . 

Chi seguisse l’abbagliante Heidegger e interpretasse la filosofia di Kie¬ 
rkegaard alla luce dell’ontologia hegeliana, rovescerebbe il problema in 
un vicolo cieco, e, dietro l’influsso di verità immaginarie, vedrebbe un 
Kierkegaard sdoppiato: per una metà continuatore dell’opera di Hegel 
per la rimanente principale negatore. L’esistenzialismo religioso, in tal 
modo, si disperderebbe davanti ad un insormontabile principio illogico 
e autoconfutatorio. 

Il risultato dell’opera kierkegaardiana è invece la chiara dimostrazione 

11 “Postilla conclusiva non scientifica”, op. cit. voi. I, pag. 309. 

12 Id., pag. 311. 

13 Nel “Diario” ricorrono frequentemente anche battute sprezzanti, come questa: "Hegel 
era un fanfarone, un prodotto uscito con necessità da 6000 anni di storia universale; in 
ogni modo da quel periodo che Schopenauer così giustamente indica come l’epoca della 
filosofìa delle bugie”. Cfr. “Diario”, op. cit., voi II, pag. 488. 


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che il “sistema” hegeliano è sormontabilissimo. È indubbio che Kierke¬ 
gaard - ridicolizzando il vertice speculativo della modernità — ha svelato 
la struttura irrealistica (nichilistica) dell’immanentismo. Dopo Kierkegaard 
si fa evidente che l’immanentismo moderno finisce nel gioco di parole, 
che ha ridotto la verità ad accordo del pensiero con se stesso. “ L'idea del 
sistema è l’identità di soggetto-oggetto, l’unità del pensiero e dell’essere; 
l’esistenza invece è precisamente la separazione. Da questo non segue 
affatto che l’esistenza sia priva di pensiero, ma che essa pone l’intervallo 
e distingue il soggetto dall’oggetto, il pensiero dall’essere” l4 . 

Fabro propone pertanto di ribaltare il principio costitutivo dell’intellettua¬ 
lismo soggettivistico: “Non cogito ergo sum, ma (come osserva Kierke¬ 
gaard) sum ergo cogito. Anzi, e credo più precisamente: cogito ens quia 
sum in mundo, cioè apprehendo quod sum coram mundo qui est collectio 
entium et apprehendo me esse in quantum apprehendo me esse inter entia 
et mundum coram me esse, e quel coram significa non soltanto rapporto 
spaziale ma esistenziale costitutivo ” l5 . Dopo Kierkegaard l’adesione alla 
filosofia di Hegel & Nietzsche (o di chiunque altro affermi “infinitamen¬ 
te” la finitezza) non può essere altro che un deliberato consenso alla schia¬ 
vitù e al nichilismo l6 . Infatti, dall’immanentismo di Hegel la scuola po¬ 
stmoderna deduce (coerentemente) l’invito alla pastorale del nulla e al 
vivere - inquadrati - per la morte. 

Una conferma ulteriore del tramonto della modernità è rappresentato dai 
seminari (1933-1938) tenuti a Parigi da Alexandre Kojève 17 , che, nella 
logica trionfale di Hegel, ha scoperto l’anticipazione della catastrofe men- 


14 Id., id., pag. 319. 

15 Cfr.: “Libro dell’esistenza e della libertà vagabonda”, a cura di Emanuele Morandi, 
Giuseppe Mario Pizzuti e Rosa Goglia, con una nota di Francesco Bonanni di Ocre, Piemme, 
Casale Monf., 2000, pag. 83. 

16 Non a caso, Fabro ha ribaltato il (falso) concetto nietzschiano di libertà (la libertà è un sì 
infinito alla finitezza) nell’idea di “libertà dal finito”. Cfr.: “Libro dell’esistenza e della 
libertà vagabonda”, op. cit., pag. 89. 

17 Alexandre Kojève, “La dialettica e l’idea della morte in Hegel”, Einaudi, Torino, 1973 
(I edizione it. 1948). 


tale di Nietzsche a Torino l8 . L’appartenenza di Kojève ai quadri dirigenti 
del KGB sovietico è una dato inquietante, che però aiuta a cogliere la 
tendenza segreta della rivoluzione al delirio anarchico e all’autodistruzione. 
Senza ombra di dubbio, a Kojève si può far risalire la rigorosa interpreta¬ 
zione postmoderna di Hegel. In altri termini: il tenebroso decadentismo di 
Kojève rappresenta il versante ateo dell’esistenzialismo, cioè il completo 
ribaltamento delle sollecitazioni kierkegaardiane. 

La “linea” di Kojève si chiarisce meglio attraverso la considerazione della 
rovente polemica, tra Georges Bataille e Jean Paul Sartre, sul panteismo 
“bianco” e “nero” 19 . Il tono e la conclusione di quella polemica confer¬ 
marono le cineree intuizioni di Kojève e, perciò, segnarono l’inizio della 
legittimazione di Nietzsche “a sinistra”. Per la prima volta Hegel è sradi¬ 
cato dal “razionale” e assimilato al dionisismo di Nietzsche, elevato al 
“vertice speculativo del postmoderno”. È inutile aggiungere che l’opera 
di Bataille anticipa il naufragio della sinistra rivoluzionaria nell’abiezio¬ 
ne, nel lereiume “sessantottino” e nell’ecoregressismo 20 . 

Il segno più allarmante (e, fino ad ora, meno avvertito) dell’esito nichili¬ 
stico della modernità è anche la dichiarazione di Max Horkheimer, il qua¬ 
le, come si è detto poc’anzi, confessa di aver derivato la sua filosofia (da 
cui dipenderà la scuola “francofortese”) da una miscela di Marx e Scho¬ 
penhauer 21 . La mistura di Horkheimer risolve le dispute intorno alle dif¬ 
ferenze tra la “sinistra” illuministica e la “neodestra” romantica, e riporta 

18 È singolare il fatto che la legittimazione di Nietzsche nell’area progressista sia stata 
ultimata in concomitanza con l’apprezzamento della follia “dionisiaca” quale esito ambito 
dalla speculazione atea. Al riguardo cfr. la raggelante introduzione di Roberto Calasso a 
“Ecce homo”, Adelphi, Milano, 1968. 

19 In un saggio polemico, pubblicato nel 1943 nei “Cahiers du Sud”, Sartre attaccò violen¬ 
temente (definendolo “panteismo nero”) il pessimismo disperato di Bataille, “ tesi che ri¬ 
mandano solo a se stesse e rifiutano di contribuire a formare un ’umanità nuova, che non 
supera se stessa in nuove finalità ”. Al riguardo cfr. Geroges Bataille, Su Nietzsche , 
Guanda, Milano, 1994. 

20 Non è superfluo ricordare che l’ecologismo estremo nacque, insieme col nudismo, da 
un tardo filone della romantik tedesca (il torbido movimento degli “uccelli migratori”) ed 
ebbe il suo splendore nel III Reich. 

21 Cfr.: “Rivoluzione o libertà?”, Rusconi, Milano, 1972, pag. 15. 


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CONCLUSIONE 


il pensiero rivoluzionario alla radice antivitale, “indiana”, ossia all’affer¬ 
mazione che il mondo è pura illusione. 

Al seguito di Horkheimer, Herbert Marcuse impone sul mercato giovanile 
il binomio Nietzsche-Freud, quale antitesi del realismo adulto e fascista. 
La filosofia si scapestra e diventa negazione del reale e del razionale: 
“non c’è assioma meno filosofico dell’asserzione: ogni cosa è ciò che è e 
non altra cosa ” 22 . L’irrealismo della volontà di volontà prende il posto 
del “sistema” 23 . Il potere dell’immaginazione ha il sopravvento sul socia¬ 
lismo reale. 

La catastrofe della modernità si completa grazie all’opera di JacobTaubes, 
dove si verifica l’insorgenza della gnosi marcionita. Riportando “a sini¬ 
stra” l’imperativo nazista - vivere per la morte - Taubes traduce l’imma¬ 
ginazione al poter in movimento “teologico” per la de-creazione 24 . 

La metamorfosi si è compiuta. L’Hegel del totalitarismo razionalista cede 
all’Hegel totalitario della dissoluzione. Si può affermare che, dopo la 
gragnola dei pugni postmoderni sul castello di carte costruito dalla mo¬ 
dernità, la rivoluzione e l’involuzione convergono. Giusta la definizione 
del magico impostore René Guénon, “rivoluzione” è il movimento degli 
astri che ritornano al punto d’origine. L’imbroglio assolutamente nuovo si 
ricongiunge all’imbroglio assolutamente antico. Sulla tabula rasa della 
modernità è possibile la rifondazione della metafisica. 


22 Cfr. “L’uomo a una dimensione”, Einaudi, Torino, 1967, pag. 196. 

23 In Marcuse l’ebbrezza dionisiaca soppianta l’astrazione hegeliana. Il principio del pia¬ 
cere irrompe così nella scena postmoderna: "Se lo stato estetico deve diventare veramente 
lo stato di libertà, esso deve, alla fine, distruggere il corso distruttivo del tempo. Soltanto 
questo è il segno di una civiltà repressiva. Per questo Schiller attribuisce all’impulso del 
gioco liberatore la funzione di abolire il tempo nel tempo, di conciliare essere e divenire, 
mutevolezza e identità. In questo compito culmina il progresso dell’umanità verso una 
forma superiore di cultura”. Cfr. “Ragione e rivoluzione”, Il Mulino, Bologna, 1966, pag. 

24 Cfr. “La teologia politica di san Paolo”, op.cit. 


La fortuna italiana delle ideologie europee correva al traino d’una peda¬ 
gogia assillante, che snocciolava l’elenco severo dei rimedi necessari alla 
correzione dei vizi latini. Vizi cattolici, naturalmente: fare gli italiani si¬ 
gnificava rifare i figli della Chiesa, portandoli alle fonti battesimali del 
Nord calvinista. Agli azionisti, adamantina razza degli spiriti separati, è 
toccata, infatti, la missione d’ultimare l’opera redentrice del Risorgimen¬ 
to, disintossicando la nazione dai veleni della Controriforma cattolica, la 
maledetta malattia italiana, per usare una delicata espressione di Piero 
Calamandrei. Veleni che hanno lasciato il paese inerme davanti alla bruta¬ 
lità degli Hyksos fascisti, al viscido qualunquismo di Guglielmo Giannini, 
alla doppiezza gesuitica dei democristiani, e all’arroganza di Berlusconi, 
il cavaliere nero. 

La refrattarietà ai supremi modelli moderni - la garrula Ginevra degli usurai 
calvinisti, la Francia della gloriosa ghigliottina e dell alacre cleptomania 
giacobina, la magnifica Inghilterra dell’imperiale pirateria, delle guerre per 
l’oppio e (ultimamente) delle pomoprincipesse, la Prussia di Federico il 
Grande (coltivatore di amicizie militari contro natura), la Germania dello 
splendore concentrazionario, il Benelux della tripudiante pedofilia, la Sve¬ 
zia tanatofila, la Russia della delizia sovietica - insomma l’allergia alle nor¬ 
diche perfezioni ha procurato all’Italia (e alla Spagna) due secoli di pedago¬ 
gia martellante e invadente. E di invasioni vere e proprie. 

Intimoriti e invasi dalla maestà degli argomenti ideologici e militari, gli 
italiani non osavano dichiarare che la lezione era sgradita. E se osavano 
erano immediatamente incriminati, come narrano luminosamente le sto¬ 
rie dei “Viva Maria!”, degli insorgenti antigiacobini e dei cafoni in rivòlta 
contro gli incappucciati. 


200 


201 



Non che la lezione ideologica fosse insipida o disadorna. L’eleganza in 
cattedra non si discuteva: quanto a parole le lezioni massoniche erano 
stupende. Indro Montanelli, ad esempio, salito sulla vetusta cattedra, ro¬ 
vesciava un fiume inoppugnabile di argomenti a sostegno della pedago¬ 
gia, sosteneva che Max Weber riuscì a dimostrale -scientificamente - che 
l'Italia, avendo ignorato i magnifici fulgori della riforma luterana e 
calvinista, non potè formarsi quella coscienza manageriale che è indi¬ 
spensabile alla vita moderna. La causa della nostra arretratezza è il papato 
oscurantista. Ecco perché l’Italia è un paese arretrato, peronista e quasi 
berlusconiano e via discorrendo a bischero sciolto. Come si fa contestare 
un’opinione risalente all’inconfutabile Max Weber? 

Inconfutabile? Molti indizi inclinavano a riconoscere che nel successo 
strepitoso dell’azienda-Italia si specchiava, presumibilmente, una dottri¬ 
na diversa se non opposta a quella weberiana. Ma dove trovare il coraggio 
di dirlo a Montanelli, e agli altri solenni scolarchi del laicismo eterno - 
Bobbio, Bocca, Biagi, Galante Garrone, la Spinelli, Moretti e Benigni - 
che predicavano a squarciagola il carattere illusorio del successo ottenuto 
dal made in Italy? La realtà è reale, ma l’intellettualismo è ideale. Chi osa 
sfidare l’intelligenza dei cartesiani, intelligenza pura e separata dalla tur¬ 
pe storia? 

Del resto gli apostoli di Montanelli, viaggianti negli scompartimenti della 
scolastica ferroviaria di prima classe, confermavano la sentenza degli illu¬ 
minati: “Volete mettere l’Inghilterra? Ma l’Olanda stessa...” 

“E la burocrazia francese? Quando mai l’Italia, caro signore, ebbe una 
scuola di alta amministrazione pari a quella francese?” 

“E per carità, amico mio, non parliamo della Danimarca”. 

“La Danimarca? Una goduria”. 

“Quanto a goduria, il Belgio dove lo mettiamo?” 

Già. Il Belgio progressista giudicava l’Italia di Berlusconi e Tatarella dal¬ 
l’alto del solluchero realizzato a Marcinelle. I viaggiatori italiani rimane¬ 
vano senza astratte parole. 

Se non che i fatti sono più eloquenti delle parole, specialmente delle paro¬ 
le astratte di Montanelli. E i fatti si traducono nei numeri, che hanno detto 


rudemente la nudità di Max Weber, di Calvino, di Montanelli e di tutti gli 
ideologi giudicanti dalle cattedre della “fraternità” anticattolica. 

Le idee volano in alto, i numeri circolano. Il partito intellettuale è un’otti¬ 
ma corazza contro la realtà e un velo contro l’evidenza. Il sinistrismo vin¬ 
se la guerra delle parole ma cedette al freddo soffio dei numeri. Numeri di 
fatti, che rivelano un paese reale competitivo e perfettamente adatto alle 
esigenze della nuova economia, cioè diverso dalla diagnosi nefasta del 
duo Weber-Montanelli. 

Sandro Fontana, storico di professione e politologo geniale, mette al ban¬ 
do la bella chiacchiera e dimostra, solide cifre alla mano, che la spina 
dorsale della nazione italiana è costituita da un “ popolo sterminato di la¬ 
voratori e di produttori, la cui genesi economica e culturale rappresenta 
la confutazione vivente dello schema marxista e di ogni forma di paterna¬ 
lismo sociale''' 1 . 

L’Italia è entrata nella ristretta cerchia delle potenze industriali perché 
sospinta, spiegano i numeri di Sandro Fontana, dalla sua storia cattolica e 
da una irriducibile volontà di riscatto. E i numeri disegnano un paese al¬ 
l’avanguardia: cinque milioni di piccoli imprenditori, cinque milioni e 
mezzo di lavoratori autonomi, quattro milioni di professionisti (due dei 
quali costituiscono la galassia delle nuove professioni). È questa la rivolu¬ 
zione italiana, che la destra movimentista ha inseguito vanamente nel 
sottosuolo neopagano e nella kermesse catto-adelphiana. La rivoluzione 
italiana, preparata da quei democristiani (Gronchi, Mattei, Tambroni) che 
avevano un alto senso della dignità nazionale e finalmente attuata da 
Berlusconi, ha liquidato la neosinistra proprio perché sconfessava con i 
fatti le utopie della destra movimentista. E i fatti sono questi, ultimamen¬ 
te: il popolo ha condotto al potere la destra italiana (pur connotata da 
rilevanti limiti) promossa da Berlusconi ed ha relegato in un ghetto roven¬ 
te la destra radicale e filogermanica. 

I seguaci di Max Weber e le loro sgangherate opinioni sul calvinismo, 
Montanelli e i suoi teoremi weberiani, i comunisti dietro la coda di paglia 

1 ”La grande menzogna”, Marsilio, Venezia, 2001, pag. 201. 


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weberiana agitata da Montanelli, insieme con i movimentisti e i pensatori 
unici della destra, hanno perso la guerra dei fatti. Il loro fiume di chiac¬ 
chiere trionfa nei cieli pneumatici, ma non ha alcuna parte nella storia del 
successo italiano. L Italia reale ha smentito le dicerie delle sette ideologi¬ 
che. Il Novecento è finito. I suoi resti sono la sinistra sfasciata e 
l’estremismo psichiatrico. 

La pacifica rivoluzione italiana, della quale Berlusconi è l’ultimo inter¬ 
prete e il notaio, nasce dalla tenacia del popolo cattolico, dalla sua labo¬ 
riosità, dalla sua cultura, dalla lungimiranza delle sue guide spirituali e 
politiche. 

Non si può fare il conto elettorale del 13 maggio senza prendere atto della 
rivincita della realtà sull’ideologia. Senza dubbio il realismo cattolico co¬ 
stituisce l’unico vero argine al nichilismo. L’inventario delle forze che 
danno vita al rinnovamento della vita italiana deve naturalmente contem¬ 
plare il ruolo decisivo del magistero cattolico: l’impulso di Leone XIII 
alla dottrina sociale, l’opposizione eroica di san Pio X e di Benedetto XV 
all’inutile strage organizzata dalle cancellerie “weberiane”, il Concordato 
del 1929 e la resistenza di Pio XI agli orrori delle ideologie del Novecen¬ 
to, il tentativo, non del tutto infruttuoso, di abbassare la temperatura ideo¬ 
logica del fascismo, la testimonianza di Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo 
VI e Giovanni Paolo II a sostegno della pace e la rivendicazione della 
dignità religiosa del progresso tecnologico. Non si possono infine dimen¬ 
ticare i contributi di quei democratici cristiani estranei alla destra (come 
Enrico Mattei) che emanciparono l’Italia dalla servitù delle materie prime 
europee, dimostrando di avere a cuore l’indipendenza della Patria e il ri¬ 
scatto delle classi deboli. La storica rivoluzione che precede il voto del 13 
maggio ha origine dalla cultura e dell’azione dei cattolici, che hanno ri¬ 
mandato alla casa dei sogni i due secoli dell’ossessivo magistero anti- 
italiano. 


Piero Vassallo, nato a Genova nel 1933. Corso di filosofia nell’università 
di Genova, corso di giornalismo nell’università di Urbino. Docente emerito 
della facoltà teologica del Nord Italia. Ha iniziato l’attività culturale nel 
1951 partecipando ai campeggi scuola del Msi (insieme con Pinuccio 
Tatarella, Fausto Gianfranceschi, Giano Accame, Primo Siena, Maurizio 
Giraldi, Vittorio Sbardella, Giovanni Frangini, Stefano Mangiante e Al¬ 
berto Rossi) e collaborando con alcune animose pubblicazioni di destra 
(Vespri siciliani di Alfredo Cucco, Nazione sociale, di Ernesto Massi, Asso 
di bastoni, di Piero Caporilli, Gerarchia, di Stefano Mangiante, Il Picchio 
verde, di Orazio Santagati, Ordine Nuovo, di Clemente Graziani, Azione, 
di Massimo Anderson, Carattere, di Primo Siena). La “svolta” decisiva 
nel 1957, quando Maurizio Giraldi gli presenta Gianni Baget Bozzo. Con 
Gianni Baget Bozzo, Augusto Del Noce, Carmelo Ottaviano, Nino Bada¬ 
no, Giano Accame, Fausto Gianfranceschi, Fausto Belfiori, Domenico de 
Sossi, Enzo Natta, Silvio Vitale, Enzo Erra e Paolo Possenti partecipa alle 
difficili avventure della destra cattolica. Collabora alla terza pagina del 
Quotidiano e alle riviste Ordine civile, Lo Stato, Il Centro, La Torre. Nel 
1966 è nel ristretto numero dei redattori della rivista teologica Renovatio, 
fondata dal cardinale Giuseppe Siri. Dal 1972 partecipa ai lavori della 
fondazione Gioacchino Volpe, dove stringe amicizia con Giovanni Volpe, 
Marino Gentile, Massimo Pallottino, Marco Tangheroni, Gianfranco Morra, 
Francesco Grisi, Nicola Petruzzellis, Mario Attilio Levi, Enzo Vittorio 
Alfieri, Ennio Innocenti. Nel 1974, insieme con Silvio Vitale, Pino Tosca, 
Paolo Caucci, Tommaso Romano, Pucci Cipriani e Sergio Fabiocchi entra 
a far parte dell’Associazione dei giusnaturalisti cattolici, fondata da 
Francisco Elias deTejada. Collabora al Secolo d’Italia, Intervento, La Torre, 
Civiltà, Politela, L’Italiano, Traditio, Il Conciliatore, Studi cattolici, Pagi¬ 
ne Libere e riprende le pubblicazioni su Renovatio. Dal 1995 inizia a col¬ 
laborare con il Roma, di Pinuccio Tatarella e nel 1998 con il Tempo e il 
Giornale d’Italia. Dal 1992 fa parte della giunta nazionale del Sindacato 
libero degli scrittori. Insegna giornalismo culturale nella scuola della Re¬ 
gione Lombardia. 


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Le sue opere principali: “La filosofia di J.P. Sartre” (Renovatio, Genova, 
1967), “Il fondamento neopagano della cultura di massa” (Renovatio, 
Genova, 1968), “Lo gnosticismo” (Genova, 1972), Soltzenicyn (Thule, 
Palermo, 1975), “Vico” (Volpe, Roma, 1977), “La reazione pagana al cri¬ 
stianesimo” (Thule, Palermo, 1981), “Numenio di Apamea , Trattato sul 
bene” (traduzione, note e saggio introduttivo, Genova, 1985), “Pietro Mi- 
gnosi” (Ispe, Palermo, 1989), “Introduzione allo studio di Vico” (Thule, 
Palermo, 1992), “Ritratto di una cultura di morte” (D’Arnia, Napoli, 1994), 
“La filosofia del regresso” (D’Auria, Napoli, 1996), “La memoria del fu¬ 
turo” (Thule, Palermo, 1998), “Pensieri proibiti”, Marco, Lungro di Co¬ 
senza, 2000). Suoi scritti in opere collettive dell’editore Logos, Minotau¬ 
ro, Quadrivium e negli atti di numerosi convegni di studi. 

Amplia la bibliografìa che lo riguarda. Comprende saggi, articoli e recen¬ 
sioni di Giano Accame, Antonella Ambrosoni, Gianni Baget Bozzo, Fran¬ 
cesco Bonanni di Ocre, Carlo Fabrizio Carli, Dino Cofrancesco, Franz 
Maria D’Asaro, Francisco Elias de Tejada, Aldo di Lello, Lorenzo Dini, 
Lino Di Stefano, Gianni Ferracuti, Sandro Fontana, Gianni Frangini, Lu¬ 
ciano Garibaldi, Cecilia Gatto Tracchi, Francesco Germinario, Fausto 
Gianfranceschi, Pietro Giubilo, Fabio Girardello, Francesco Grisi, Ales¬ 
sandro Massobrio, Paola Massucco, Mauro Mazza, Siro Mazza, Ulderico 
Nisticò, Remo Palmirani, Giulio Palumbo, Tommaso Romano, Giovanni 
Tassani, Pino Tosca, Augusto Truzzi, Marcello Veneziani, Silvio Vitale. 


INDICE ANALITICO 


Accame Franco 189, 190, 191 
Accame Giano 17, 65, 114, 115, 116, 117, 
140, 141, 189,205,206 
Accetta 74 
Acerbo Giacomo 30 
Acquaviva Bruno 90 
Adorni Silvio 90 
Adorno 11, 104 
Agnese Gino 100, 117 
Agnoli Carlo Alberto 159, 190, 191 
Agnoli Francesco Maria 35 
Alarico 58 
Albert 180 

Albertazzi Giorgio 114 
Alfieri Vittorio Enzo 15, 18, 205 
Alianello Carlo 18, 35, 131, 142, 159 
Alighieri Dante 118, 154 
Allegra Gianni 143, 159, 185, 188 
Almirante 29, 90, 91, 101, 116, 118, 130, 
144, 145, 153 
Alvaregna Cunha 47 
Alvaro 25 

Alvi Geminello 105, 180 

Ambrosoni Antonella 206 

Anderson Massimo 64, 113, 116, 205 

Andreotti Giulio 118, 124, 126 

Andriani Paolo 90, 117 

Andrianopoli Luigi 17 

Andriola Fabio 35, 36,48, 58 

Anfuso Filippo 58, 114 

Anseimo Mauro 106 

Antichi Osvaldo 74 

Antico Franco 159 

Antonini Marco 49 

Arbasino Alberto 180 

Arcella Luciano 10 

Aristotile 151 


Artiglieri Emilio 177, 189 
Aureli Massimo 117 
Auriti Giacinto 117, 191 
Averna Antonio 113 
Aweto Oghoi Pauline 10 

Bacchelli 25 
Bucci Silverio 117, 189 
Bacone Francesco 105 
Badano Nino 17, 112, 143, 205 
Badoglio Pietro 59, 72, 73, 77,96 
Baget Bozzo Gianni 3, 16, 36, 50, 94, 103, 106, 
107, 109, 136, 137, 139, 140, 141, 143, 

152, 154, 161, 164, 167, 174, 178, 186, 

194, 205, 206 
Balbo Italo 50, 63 
Baldoni Adalberto 35, 48, 91 
Balducci Ernesto 31 
Balisti Fulvio 89 
Ballarmi Amleto 116 
Ballerini s.j. padre Raffaele 172 
Barbiellini Amidei Vittorio 115, 167 
Bardi 78 

Bardi Pier Maria 24 
Bargellini Piero 32, 35, 65, 159 
Barolo Giulia 113 
Barruel 127 

Bataille Georges 22, 38, 39, 105, 134, 146, 

147, 149, 152, 187, 199 
Battaglini Giulio 66 
Baudelaire 77 
Baumler 62 
Bausola Adriano 85 
Belardinelli Giovanni 23 
Belfiori Anna 115, 143 

Belfiori Fausto 16,49, 113, 115, 116, 141, 142, 
143, 144, 167, 188, 205 


206 


207 





Bellarmino Roberto 170 
Bellinazzi Paolo 36, 150 
Bellissimo Arturo 116 
Bellofiore 167 
Beltrametti Edgardo 116 
Bendiscioli Mario 65 
Benedetto XV 121, 126, 204 
Ben-Ghiat Ruth 24, 26, 30 
Benigni 202 
Benigni monsignor 126 
Benjamin 11,51 
Benjamin Walter 38 
Benn Gottfried 149 
Berdaiev 182 
Bergson 62, 147 
Berlin Isaiah 180 
Berlusconi 201, 202, 203, 204 
Bemabei Ettore 111, 133 
Bernardi Guardi Mario 145, 154 
Bertelli Sergio 86 
Berti 79 

Bertinotti 154, 175 
Bertolotti 87 
Bettaglio Rita 189 
Biagi 202 

Biggini Carlo Alberto 86 
Binder Julius 175 
Bindi Rosy 133 
Bismarck 160 
Blawatskij Elena 62 
Blet Pierre 53, 55, 125 
Bloch 51, 183 

Blondet Maurizio 24, 36, 111, 190, 191 

Bloy Léon 31, 108, 180 

Blum Léon 49 

Bobbio Norberto 36, 202 

Bocca 202 

Bodin Jean 151, 152, 160, 162, 163, 168, 182, 
187 

Boggiani Tommaso Pio 122 
Boldorini Alberto 16, 190, 191 
Bonaiuti Ernesto 28 

Bonald Louis-Gabriel-Ambroise visconte de 142, 
157, 158, 187 

Bonanni di Ocre Francesco 18, 198, 206 
Bonetty Augustin 157 
Bonfanti Carlo 191 


Bonnet 34 

Bontempelli Massimo 24 
Bornacin Sergio 100 
Boschiero Sergio 189 
Boselli 99 

Bottai Giuseppe 29, 30, 32,53, 58, 117, 126 
Boyer Carlo 69 
Brancati Vitaliano 63 
Brasillach 77 
Breitman Richard 46 
Brentano Franz 196 
Breton 146 
Breznev 132 
Brigneau Fran?ois 165 
Brocani Davide 116 
Brucculieri Angelo 64 
Bruni Pier Franco 35, 189 
Bruno Giordano 35, 86, 100, 121, 181, 182, 
183, 186 
Buber Martin 68 
Bucci Oddo 137 
Biichner Georg 194 
Bulltmann 12 
Buonafede Giulio 100 
Buontempo Teodoro 118 
Burckhardt Titus 128, 129, 131, 158, 184 
Buscaroli Piero 115 
Buttafuoco Pietrangelo 120, 179 
Buttigliene Rocco 48, 117 
Buzzati 25 
Buzzetti Mauro 189 
Byron 174 

Cacciali Massimo 12, 20, 21, 68, 105, 133, 

145, 146, 147, 148, 151, 152, 175, 178 
Calamandrei Piero 201 

Calasso Roberto 11, 24, 68, 110, 131, 154, 178, 
180, 184, 186, 199 
Calvino 120, 203 
Calvino Italo 110 
Camerini Mario 25 
Camizzi Corrado 159, 189 
Cammilleri 3 

Campanile Marina 189, 190 
Campo Cristina 131, 146 
Camus 195 
Cantalupo Roberto 64 


Cantoni Giovanni 128, 142, 143, 158, 159, 171, 
179, 180, 181, 182, 184, 186 
Capograssi Giuseppe 69 
Caporilli Piero 16,91,205 
Capotondi Nino 117 
Cappa Paolo 112 
Capponi Nicolò 185, 190 
Caprara Massimo 36, 108, 159 
Caraco 180 
Carafòli Domizia 103 
Caramello Santino 65 
Carandino Francesco 159 
Carazzoni Nino 100 
Càrcel Orti Vicente 170 
Cardini Franco 3, 31, 116 
Carissimi Priori Luigi 52, 56 
Carità 78, 88 

Carli Carlo Fabrizio 117, 206 

Carlini Armando 5, 31, 32, 64, 69, 98, 101, 

102, 116 

Carlini Paolo 114 
Carlo HI 169 
Cartesio 157, 194 
Casalena Carlo 75, 115 
Casini Tito 143 
Castagnetti Pier Luigi 133 
Castro Fidel 10, 132, 154 
Castruccio Bamato Francesca 139 
Catalano Gaetano 143 

Cattabiani Alfredo 18, 128, 129, 131, 137, 142, 
158, 168, 182 

Caucci Paolo 35, 142, 143, 159, 172, 185, 188, 
189,205 

CaudanaMino 15 
Cavalieri Cesare 17 
Celso 129 

Centorame Vincenzo 189 
Ceronetti Guido 131, 180 
Cerquetti Adriano 116 
Cesaro Gennaro 65 
Chamberlain 34 

Chamberlain Stewart Houston 29, 70 
Charles Noel 56 
Chatwin Bruce 145, 166, 180 
Chiarini Roberto 4 
Churchill 52, 55, 56, 59, 60 
Ciammaruconi Giuseppe 116 


Ciano Galeazzo 53, 54, 56, 59, 76, 88 

Cicerone 164 

Cingolani Mario 112 

Cioccetti Urbano 112 

Cione Edmondo 15 

Cioran Emile 9, 11, 180 

Cipriani Pucci 35, 159, 172, 185, 188, 190, 205 

Citati Pietro 11, 180 

Civello Castrenze 117 

Codignola Cristiano 180 

Cofrancesco Dino 26, 36,40, 206 

Colletti Lucio 12, 28,40, 43 

Colli Giorgio 38 

Collu Gianni 188 

conte di Lamorcière 138 

Correa de Oliveira Plinio 142 

Correggiari Gianni 191 

Corti Eugenio 18, 159 

Costa Angelo 17 

Costamagna Carlo 64, 73,90, 91, 112, 114, 

124 

Costanzo Massimo 137 
Cotta Sergio 169 
Crescenzo Gennaro 159 
Crétineau-Joly 127 
Cristiano Emilio 159 
Crocco Domenico 116 
Croce Benedetto 15,23, 28,42,65,93, 99, 
124, 134 

Cucco Alfredo 92, 116, 205 
Cucentrentoli di Monteloro Giorgio 159 
Cucentrentoli di Monteloro Mario 35 
Cuoco Vincenzo 171 
Cya Carlo 88 

D’Amico Matteo 35, 181, 182, 189 

D’Annunzio 45, 63, 77, 111 

D’Asaro Franz Maria 104, 117, 144, 189, 206 

d’Estaing Giscard 165 

D’Hondt 177 

Dahrendorf Ralf 148 

Dainelli Giotto 88, 91 

Dalledonne Andrea 32, 196 

Daniélou Jean 131, 158 

Danton 194 

da Pompeiana Ginepro padre 98 
Darré Walther 38, 165 


208 


209 




Dàvila Gómez 9, 178, 179, 181, 182 
Davoli Giovanni 189 
de Agazio Franco 92 
De Ambris Alceste 111 
deAntonellis Gianandrea 191 
De Benoist Alain 12, 144, 145, 147, 152, 165, 
166, 175, 186 
De Bono 88 

de Chardin Theilhard 109 
De Felice Fabio 115 

De Felice Renzo 19, 47,48, 49, 51, 56, 57, 64, 
70, 73, 74, 75, 76, 78, 84, 89, 122, 123 
de Fina Fabio 3, 18, 159, 190. 191 
De Gasperi Alcide 52, 106, 108, 119, 122, 124, 
125, 133, 134 

de Leonardis Massimo 35, 159 
de Leone Enrico 189 
De Lubac Henri 108, 109 
De Maistre Joseph 36, 142, 157, 161, 163, 169, 
171, 172, 187 

De Marsanich Augusto 90, 114 

De Martino Ernesto 175 

De Marzio Ernesto 73, 90, 112, 114, 124, 153 

de Mattei Roberto 35, 120, 142, 159, 163, 188 

de Mousseaux Gougenot 127 

de Napoli Domenico 189 

De Risio Carlo 35,52, 55, 56, 58 

De Rosa Daniela 14 

De Rougemont 166 

De Sica 25 

de Sossi Domenico 137, 205 
de Stefanis Celso 188 

de Tejada Francisco Elias 3, 17, 35, 86, 131, 
138, 142, 144, 157, 158, 159, 167, 168, 

176, 188,206 
de Vitoria Francisco 171 
de' Ricci Scipione 172 
Del Bo Dino 18 

Del Noce Augusto 15, 18, 35, 86, 87, 96, 98, 
110, 117, 123, 125, 136, 138, 140, 147, 

158, 167, 168, 173, 182,205 
Del Ponte Carla 75 

Del Vecchio Giorgio 18, 31, 64, 69, 112, 116, 
167 

Delassus 127 
Deleuze 11 
Delfino Raffaele 116 


Delpino Pierfranco 114 

Deschamps 127 

Desiderio Giancristiano 154 

Di Apamea Numenio 3, 206 

Di Caro Andrea 137, 138 

Di Giovanni Mario 190, 191 

Di Giovine Maurizio 35, 159, 189, 190 

Di Lello Aldo 159, 189, 206 

Di Meglio Umberto 100 

di Pimodan visconte 138 

Di Stefano Lino 100, 172, 206 

Di Vona Piero 129 

Diderot 40 

Dini Lorenzo 189, 206 
Dionigi l’Aeropagita 32 
Dollfuss Engelbert 113 
Dollmann Eugen 74 
don Bosco 160 

Donoso Cortés Juan 131, 184, 185 
don Sturzo 122, 126 
Donadio Alberto 117 
Donaggio Arturo 29 
Donat-Cattin Carlo 126 
Dossetti 106, 107, 119 
Dostojewskj 141 
Dragoni Franco 116 
Drieu La Rochelle Pierre 158 

Eckardt Maister 166 
Eliade Mircea 131, 147, 175 
Eliot 152 
Emo Andrea 146 
Enrico Vili 120 
Epicuro 168 
Eraclito 166 
Eriugena Scoto 109 

Erra Enzo 65, 75,90, 92, 114, 128, 141,205 
Espinosa Giovanni 100, 189 
Esposito Roberto 147, 149, 152, 166 
Evola Julius 10, 14, 24, 48, 54, 63, 65, 66, 85, 
87, 88,92, 101, 104, 105, 111, 114, 121, 
126, 129, 130, 145, 149, 150, 157, 158, 
176 

Faà di Bruno Francesco 35, 160 
Fabbri Diego 18 

Fabiocchi Sergio 35, 143, 159, 205 


Fabretti Nazareno 31 

Fabro Cornelio 18, 32,42, 97, 102, 167, 193, 
194, 195, 196, 198 
Faggin 136 

Fanello Marcucci Gabriella 122 

Fanfani 106 

Fanon 10 

Fanti Liano 87 

Farinacci 87 

Fede Antonio 100 

Federico il Grande 201 

Fergola Gabriele 35, 159, 185 

Ferracuti Gianni 157, 206 

Ferrari Paolo 114 

Ferrazzoli Marco 3, 174, 191 

Festarozzi Roberto 52 

Fettarappa Sandri Giovanni 117 

Feuerbach 132 

Fichte 68, 166 

Ficino Marsilio 182, 184 

Filippo II 158 

Fini Gianfranco 90, 153, 154 

Fini Massimo 37 

Fioravanti Valerio 20 

Fiore Roberto 190, 191 

Fiori Publio 137, 189 

Fiorini Enrico 114, 116 

Fisichella Domenico 3, 28, 36, 40, 43 

Fistetti Francesco 24 

Flora Francesco 163 

Flores d’Arcais Paolo 111 

Follini Marco 26, 134 

Fontana Sandro 126, 203, 206 

Formisano Edoardo 116 

Fortuna 145 

Fortunelli Bruno 90 

Foschini Nicola 114, 116 

Fra' Ginepro da Pompeiana 115 

Fragassi di Roseto Tommaso 189 

Franco Francisco 36, 125 

Frangini Giovanni 31, 116, 205, 206 

Frank 66 

Franzolin Ugo 91 

Freud 11, 180, 200 

Gaeta Saverio 135 
Gagliardi Luigi 49, 100, 117 


Gagliolo Paolo 189 
Galbiati Enzo 72 

Galimberti Umberto 68, 105, 133, 148, 180 
Galli Giorgio 24, 36, 87 
Galli Della Loggia Ernesto 117 
Gamba Carlo Amedeo 100, 116 
Gamelin 59 

Garibaldi Luciano 35, 36, 190, 191, 206 
Garobbio Aurelio 85 
Garrone Galante 202 
Garufi Roberto 90, 116 
Gaspari Antonio 35 
Gasparri Pietro 122 
Gatto Raimondo 35, 159, 189 
Gatto Tracchi Cecilia 35, 120, 159, 189, 191, 
206 

Gaudenzi Daniele 75 

Gedda Luigi 15, 106, 107, 108, 112, 124, 132, 
133, 134, 135, 136, 138 
Gemelli Agostino 85 
Gentile Emilio 80 

Gentile Giovanni 15, 50, 63, 64, 69, 70, 72, 73, 
83, 84, 85, 86, 87,91, 95, 98, 99, 100, 101, 
102, 110, 111, 114, 129, 131, 136, 142, 

172 

Gentile Marino 18, 32, 64, 100, 167, 205 
George 39 
Gerbore Pierre 56 

Gerdil Giacinto Sigismondo 142, 157, 158, 187 
Germinario Francesco 36, 206 
Ghisellini Igino 79 
Giamblico 129 

Gianfranceschi Fausto 10, 90, 115, 116, 117, 
141, 188,205,206 
Giannini Filippo 58 
Giannini Guglielmo 201 
Gin Emilio 172 
Giordani Igino 113 
Giovagnoli Agostino 121 
Giovanni Paolo II46,48, 109, 132, 145, 150, 
192, 204 

Giovanni XXIII 17, 135, 136, 204 
Giovannini Alberto 17,91, 117, 118 
Giovannini Sandro 20 
Giraldi Maurizio 137, 205 
Girardello Fabio 190, 206 
Giubilo Pietro 137, 188, 191, 206 


210 


211 




Giuliani Reginaldo 32 
Giuliani Balestrino Ubaldo 143, 159 
Giuliano Balbino 5, 31, 64, 67, 68, 111 
Giuliano l’Apostata 128, 129 
Giuliotti Domenico 31, 64, 92 
Gobineau Joseph-Arthur 29 
Goebbels 70, 76 
Goethe 62 

Goglia Rosa 196, 198 
Golia Pietro 18, 189 
Gonella Giuseppe 143 
Gonella Guido 113 
Gorresio Vittorio 160 
Gottardi 88 
Gozzoli Sergio 117 
Grammatico Dino 116, 117 
Gramsci Antonio 11, 121 
Granata Dino 191 
Gravelli Asvero 49, 50, 125 
Gray Ezio Maria 92 
Graziani Clemente 90, 130, 205 
Green Graham 25 
Greggi Agostino 112, 187 
Grisi Francesco 18, 189, 205, 206 
Gronchi Giovanni 116, 203 
Guardini Romano 68 
Guareschi Giovanni 16, 18 
Guénon René 23,40, 104, 105, 127, 128, 129, 
141, 145, 157, 158, 166, 178, 182, 184, 200 
Guerri Giordano Bruno 30 
Guerriero 25 
Guerrini Vittoria 146 
Guglielmotti Umberto 117 
Guiso Nicola 126 
Guzzo Augusto 64, 102 

Hegel 9, 19, 67, 69, 93, 110, 149, 182, 197, 

198, 199, 200 

Heidegger Martin 11,22, 38, 39,40, 41,42, 43, 
62, 96, 97, 105, 128, 146, 147, 148, 152, 
166, 192, 194, 195, 196, 197 
Hess Hermann 146 
Hilckman Anton 50 
Hillman James 105, 166, 180 
Himmler47, 87, 149 

Hitler 12, 14, 29, 38, 41, 47, 48, 50, 52, 53, 54, 
55, 58, 59, 61, 63, 74, 75, 76, 77, 78, 87, 
125, 150 


Hobbes 9, 120, 145, 151, 160, 168, 172, 182, 
184, 185, 186, 187 
Hòlderlin 39, 128 

Horkheimer Max 11, 38, 39, 41, 105, 178, 183, 
187, 199 

Ingrao 175 

Innaurato Ennio 32, 137 
Innocenti don Ennio 17, 27, 35, 48, 62, 100, 
109, 115, 138, 167, 205 
Interlandi Telesio 29 
Introvigne Massimo 171 
Izzo Claudio 35 
Izzo Fulvio 159 

Jahn Janeinz 10 

James Marie-France 23 

Jesi Furio 24 

Jovine Francesco 63 

Jung Cari 61, 62 

Jiinger Ernst 131, 147, 148, 152 

Jiinger Friedrich Georg 152 

Juvalta 136 

Kant 31,40, 166 
Kappler 73 

Kierkegaard 22, 193, 194, 195, 196, 197, 198 
Koch 78 

Kojève Alexandre 22, 38, 39, 105, 117, 134, 

146, 187, 198, 199 
Kolitz Zvi 12 
Krieck 62 

KunderaMilan 180 
Kundry 63 

La Pira Giorgio 106 
La Scala Francesco 100 
Lagardelle Hubert 49 
Laghi Ivo 117 
Lanciano Carabba 31 
Landolfi Enrico 79, 117 
Landucci 190 
Laocoonte 197 
Lapouge 29 
Lauro Achille 114, 116 
Lawrence D.A. 25 
Lazzari Giuseppe 106, 119 
Leccisi Domenico 91 




Legitimo Gianfranco 116 
Leibniz 69 
Lenin 111, 174 
Leonardi Claudio 137 
Leone XIII 204 
Leoni Francesco 35, 159, 188 
Leopardi 178 
Leopoldo di Toscana 172 
Lessona Alessandro 189 
Levi Mario Attilio 18, 189, 205 
Levy Henri Bernard 162 
Longanesi Leo 24, 28 
Longo Domenico 191 
Longo Rossana 191 
Lorenz Konrad 38 
Losurdo Domenico 40 
Lucci Chiarissi Luciano 117 
Lucidi Massimo 87 
Ludwig Emil 27, 29,48 
Luigi XV 169 
Luigi XVI 161, 169, 182 
Lukàcs Gyorgy 36, 39, 180 
Lutero 9, 67, 120 

Maccari Mino 24, 25 
Maceratini Giulio 90 
Machiavelli Niccolò 160, 168 
Maier Nicola 189 
Majo Alfredo 189 
Malagodi Giovanni 101, 130 
Malaparte 25 
Malebranche 157, 182 
Malgeri Francesco 122, 123 
Malgieri 65, 184, 186 
Manacorda 5 

Mangiarne Stefano 90, 137, 143, 205 

Mantica Alfredo 75 

Mantovani Cesare 116 

Mantovani Franco 189 

Marano Ettore 189 

Marasco Antonio 113 

Marcione 11, 12 

Marco Costantino 40,42, 106, 107 
Marcolla Mario 141 

Marcuse Herbert 11, 39, 41, 104, 180, 200 
Marinelli 88 

Marinetti Filippo Tommaso 24, 26 


Maritain Jacques 101, 108, 136, 138, 139 

Marocco Evelina 191 

Martelli Giampaolo 141 

Martire Egilberto 122 

Marx 9, 11, 26, 94, 95, 147, 149, 178, 180, 

182, 199 

Mascolo Michele 159 

Mascolo Pino 189 

Maseroli Rossana 87 

Massi Ernesto 90, 116, 119, 205 

Massis Henri 42, 67, 68, 181 

Massobrio Alessandro 35, 122,159, 189, 206 

Massucco Paola 191,206 

Mattei Enrico 203, 204 

Mattioli Raffaele 99, 106, 111, 112, 117, 133 

Maugeri 78 

Maurras Charles 181 

Mazza Mauro 206 

Mazza Siro 70, 159, 164, 188, 189, 190, 191, 
206 

Mazzantini Carlo 31, 136 
Meinvielle Julio 138, 139 
Melchionda Roberto 90, 115, 130 
Mennitti Domenico 116, 118 
Mercadante Francesco 18, 117, 137, 189 
Merli Gianfranco 158 
Messineo Antonio 64, 108, 170 
Messori Vittorio 18, 35, 160 
Meurin 127 

Mezzasoma Fernando 84 
Michelini Arturo 6, 30, 64, 73, 75, 89, 90, 101, 
114, 116, 118, 124, 130, 153 
Mignosi Pietro 3, 32, 64, 129, 206 
Milanesi Ercolina 191 
Milza Pierre 125 
Minghetti Marco 160 
Mishima 45 
Missiroli 25, 124 
Moenius Georg 50, 68 
Molnar Thomas 117, 131 
Monelli Paolo 48 
Montale 25 

Montanelli Indro 120, 121, 202, 203 
Monti Arturo 58 
Morandi Emanuele 198 
Moravia Alberto 25, 63, 77 
Mordini Attilio 100, 115, 142, 158 


212 


213 








Moreno Garcia 113 
Moretti 202 

Moricca Gabriele 116, 117 
Morra Gianfranco 205 
Morsello Massimo 190 
Mosca 25 

Mosse Georg 24, 35, 47, 48, 63 
Mounier Emmanuel 36, 125, 151, 152 
Mughini Giampiero 24 
Mugica Mateo 170 
Munzi Ulderico 49 
Murri Romolo 133 

Mussolini Arnaldo 16, 25, 31,49, 51, 112, 121 
Mussolini Benito 15, 16, 25, 26, 27, 29, 30, 34, 
35, 36, 37, 43, 47, 48,49, 50, 51, 52, 53, 
54, 55, 56, 57, 58, 59, 60, 63, 64, 68, 72, 
73, 74, 75, 76, 77, 78, 79, 83, 84, 85, 87, 
88, 89, 91, 98, 104, 106, 108, 111,114, 
117, 119, 120, 121, 122, 123, 124, 125, 
131, 135, 145, 153, 157 
Mussolini Guido 35, 58, 191 
Mussolini Romano 191 
Mussolini Rosa 16 
Mussolini Vittorio 76 

Naftali Thimoty 46 
Natoli Salvatore 105, 193 
Natta Enzo 205 
Negri Antimo 117, 145 
Nencioni Gastone 17 
Niccolai Giuseppe 116, 117 
Nietzsche 9, 10, 11, 19, 20, 21, 26, 27, 31, 38, 
39, 40,41,42, 62, 63,67, 76, 95, 96, 105, 
120, 142, 145, 146, 147, 149, 152, 166, 

178, 181, 182, 195, 198, 199,200 
Nirenstein Fiamma 46 
Nisticò Ulderico 142, 159, 189, 191,206 
Nistri Enrico 190 

Nitoglia don Curzio 24, 127, 142, 171 
Nkafu Martin 10 
Nogara Bernardino 14 
Noli Richard 61, 62 

Nolte Ernst 24, 28, 35, 38, 39, 40, 41,42,43,47 
Noventa Giacomo 125 
Nutrizio Pietro 129 

Occhini Bama 32, 87, 88 


Ognissanti Michele 126 
Olgiati 98, 102 
Olivari Goffredo 116 
Operti Piero 15 
Orazio 104 

Orestano Francesco 5, 31, 65, 68, 69, 70, 98, 
145, 154, 163, 166 
Ossendowski Ferdinand 23 
Ottaviano Carmelo 32, 64, 69, 167, 205 
Ottonello Pier Paolo 97 
Otto Walter Friederich 39 
Oxilia Adolfo 158, 189 
Ozanam Federico 113 

Pacciardi Randolfo 115 
Pace Giuseppe 143 
Pagano Giuseppe 24 
Palamenghi Crispi Francesco 117 
Palermi 25 

Palisi Giovanni 35, 113 

Pallavicini Felice 23 

Pallottino Francesco 191 

Pallottino Massimo 205 

Palmirani Remo 143, 144, 165, 166, 206 

Palumbo Giulio 206 

Pannunzio Silvano 25, 100 

Paolo VI 17, 34, 113, 132, 133, 135, 163, 204 

Papini Giovanni 31, 65, 92, 158 

Paratore Ettore 18 

Pareschi 88 

Paribeni Ettore 91 

Paribeni Roberto 88 

Parlato Giuseppe 105 

Parsifal 63 

Pasolini Pier Paolo 154, 164, 166 
Pasternak Boris 45 
Pauwels Louis 24 
Pavese Cesare 35, 175 

Pavolini Alessandro 72, 75,76, 77, 78, 79, 87, 
88, 89, 91 

Pella Giuseppe 134 

Pellegrino Francesco 65 

Pellicciari Angela 35, 120, 123, 159 

Pellico Silvio 113 

Pende Nicola 29 

Pensabene Giuseppe 63 

Pera Ceslao 31 


Perfetti Francesco 47, 137 
Perina Marcello 117 
Perniola Mario 20 
Perrotta Raffaele 49, 190 
Pertusio Vittorio 135 
Pessot Sergio 116 
Petacco Arrigo 75, 76, 77, 78, 79 
Petromarchi Luca 56 
Petronio Franco 90 

Petruzzellis Nicola 31, 32, 65, 98, 167, 205 

Piccioni Attilio 112, 135 

Pini Giorgio 15,92, 116, 117 

Pinto Vincenzo 13,51 

Pintonello Arrigo 115 

Pio Boggiani Tommaso 122 

Pio IX 13, 15, 113, 135, 157, 160, 185 

PioVI 157 

Pio XI 106, 121, 122, 125, 126, 204 
Pio XII 6, 15, 34, 35, 36, 46, 53, 54, 60, 65, 99, 
101, 103, 106, 107, 109, 113, 116, 117, 
125, 126, 132, 133, 134, 135, 138, 204 
Piovani Pietro 86 
Pisano Giorgio 117, 143 
Pisenti Piero 15, 116 
Pitigrilli 178, 179 
Pizzuti Giuseppe Mario 198 
Platone 32,40, 94, 96, 166, 195 
Plebe Armando 12, 31, 32, 45, 130, 131, 144, 
145, 153 
Plotino 109 
Pollastrini 78 
Pol-pot 132 
Porfirio 129 

Possenti Paolo 137, 188, 190, 191, 205 

Pound Ezra 115 

Pozzo G.M. 32 

Pozzo monsignor 188 

Preziosi Giovanni 29, 87, 121 

Prezzolini Giuseppe 24, 25, 31 

Principe Quirino 131 

Pucci Enrico 122 

Puoti Renato 114 

Quinzio Sergio 180 

Ragionieri Ernesto 124 
Rahn Otto 47, 68 


Ramperti Marco 16, 88 
Rao Nicola 92, 112 

Raschini Maria Adelaide 18, 93, 94, 97, 102 

Rasi Gaetano 100, 114 

Ratier Emmanuel 51 

Ratzinger Joseph 36, 109, 164 

Rauti Isabella 35, 159, 189 

Rauti Pino 90, 92, 117, 118, 119, 128, 130, 

141, 144, 153, 186, 189 
Ravenna Mauro 117 
Rebecchini Gaetano 188 
Reghini Arturo 111 
Reich 180 
Ribotta Augusta 115 
Ribotta Lorenzo 116 
Riccardi Andrea 113 
Ricci Berto 123 
Ricciotti Antonio 76 
Ricciotti Giuseppe 112, 113 
Riccobono Salvatore 64, 66 
Ricossa Francesco 159 
Rimbaud 77 
Rivi Rolando 19 
Roberti Gianni 114 
Rodolico Niccolò 159 
Rohm Ernst 77 
Rol 179 

Romani Gastone 116 
Romano Sergio 36 

Romano Tommaso 17, 64, 142, 143, 159, 189, 
191,205,206 
Romualdi Adriano 75, 144 
Romualdi Pino 75, 89, 114 
Roosevelt 104 
Rosai Ottone 116 
Roschini Gabriele 113 
Rosenberg Arthur 39, 48, 62,66, 68, 120 
Rosenkranz 194 

Rosmini Antonio 27, 69,70, 86, 98, 99, 100, 
102, 167, 169 
Rossi Alberto 191,205 
Rossi Ernesto 124 
Rossi Luigi Guglielmo 16 
Rota Ettore 159 
Roth Joseph 25 
Rotondo Daniele 189 

Rousseau Jean Jacques 38, 105, 157, 168, 185 


214 


215 







Ruffo Giovanni 159 
Ruinas Stanis 92, 117 
Russo Antonio 142, 143 
Ruta Salvatore 185 

Sabatini Davide 35, 49, 50, 87, 125, 189, 191 

Saccà Antonio 117 

Sacchi Dario 24 

Safarevic Igor 191 

Salamov Tichonovic Varlam 44, 45 

Salerno Enrico Maria 114 

san Domenico 32 

san Paolo 12, 51, 183 

san Pio X 139, 204 

san Tommaso d’Aquino 32, 97, 108, 132, 137, 
158, 163, 166, 196 

Sanfratello Agostino 35, 159, 188, 191 
Sangermano Cesare 18 
Sangiuliano Gennaro 117 
Sanguinetti Oscar 35 
sant’Agostino 103 
Santagati Orazio 64, 205 
Santoro Arcangelo 191 
Sargenti Manlio 116 

Sartre Jean Paul 10, 11, 134, 195, 199, 206 

Saviano Leonardo 35 

Sbardella Vittorio 115, 137, 205 

Scalfari Eugenio 40, 110, 133 

Scaligero Massimo 92, 128 

Scalpellini Angelo 113 

Schaya Leo 164 

Schelling 12, 109 

Schiavo Alberto 189 

Schiller 200 

Schmitt Cari 12, 36,51,73, 150, 151, 152, 166, 
168, 172, 182, 184, 185, 186 
Schopenhauer 9, 39, 41, 62, 157, 166, 178, 

181, 182, 199 
Schuon 129, 131, 158, 184 
Sciacca Michele Federico 5, 18, 28, 31, 32, 64, 
86, 93,94, 95, 96, 97, 98,99, 100, 101, 

102, 112, 131, 153, 167, 185 
Scoppola Pietro 119 
Segni Antonio 116, 135 
Selva 158 
Serant Paul 11, 24 
Sermonti Giuseppe 191 
Serpieri Arrigo 88 

216 


Serra Michele 45 
Servello Franco 116 
Sestov 182 

Severino Emanuele 105, 166, 180 
Sgalambro Manlio 166 
Siena Primo 84, 100, 114, 115, 116, 137, 141, 
205 

Silvestri Carlo 15, 75, 117 

Siri Giuseppe 3, 17, 93, 107, 109, 137, 176,205 

Sironi Mario 24 

Skorzeny Otto 74, 75 

Socrate 166 

Soffici Ardengo 25, 88, 91 
Sogno Edgardo 15 
Soldaini Vittorio 189 
Soldati 25 

Solfanelli Marco 189 
Soloviev 109 

Solzenicyn Aleksandr 3, 206 

Sordi Marta 35 

Sottochiesa Gino 113, 116 

Spadafora Francesco 36, 133 

Spadolini Giovanni 88 

Spampanato Bruno 48 

Spann Otmar 114 

Spengler 105, 147 

Spiazzi Raimondo 16 

Spina Maurizio 189 

Spinelli Barbara 162, 166, 202 

Spinoza 40, 67, 110, 168, 183, 186 

Spirito Ugo 95, 100, 110 

Squiteri Pasquale 160 

Stalin 14, 76, 132 

Stanghellini Luciano 49 

Stefanini Luigi 32 

Stefano d’Ungheria 113 

Stein Edith 194 

Steiner Rudolf 38, 62, 90, 92, 128, 130 
Stimilli Elettra 178 
Stimer Max 38, 105, 130, 166 
Student 74 

Sturzo Luigi 15, 108, 109, 112, 113, 117, 123, 
124 

Suarez Francisco 171 

Tagliaferri Gino 86 
TalaatPacha 14 
Tallarico Luigi 116 


Tarn don Luigi 191 
Tamaro Susanna 18 
Tamassia Franco 100, 189 
Tambroni Ferdinando 90, 102, 116, 135, 140, 
203 

Tangheroni Marco 35, 159, 205 
Tarchi Angelo 116 
Tarchi Marco 166 
Tardini 34, 53 
Tassani Giovanni 4, 206 
Tatarella Pinuccio 73, 113, 115, 116, 153, 202, 
205 

Taubes Jacob 11, 12,38,41,51, 178, 180, 183, 
187, 200 

Taufer Carlo 159 

Taufer Paolo 24, 127 

Taylor A.J.P. 34 

Tedeschi Mario 91, 116 

Teodorani Anna 113 

Teodorani Vanni 16, 73, 91, 112, 114 

Thibon Gustave 181 

Thomas Lloyd 189 

Togliatti Paimiro 83, 99, 103, 106, 107, 108, 
110, 111, 117 
Tonelli Giovanni 92, 114 
Toniolo Giuseppe 113 
Topa Michele 35 
Torti Giovanni 142, 143, 188 
Tosca Pino 18, 35, 138, 142, 143, 159, 188, 

189, 191,205,206 
Tovo Massimiliano 189 
Trapani della Petina Roberto 159 
Tremaglia Mirko 116, 117 
Tricoli Giuseppe 116, 117, 137, 189 
Tripodi Nino 114 
Truzzi Augusto 190, 206 
Turchi Franz 64, 90 
Turco Giovanni 35 

Ungaretti Giuseppe 24 

van den Bruck Moller 165, 176 
Vannoni Gianni 123 
VasileTuri 18 

Vassallo Piero 3,4, 116, 143, 165, 189, 190, 191 
Vattimo Gianni 133, 148 
Vedovato Giuseppe 112 
Veltroni 111 




Veneziani Marcello 3, 36, 117, 148, 149, 150, 
151, 153, 159, 206 
Verlaine 77 

Vettori Vittorio 100, 189 

Vico Giambattista 3, 10, 21,27, 69, 86, 99, 

100, 102, 105, 153, 158, 163, 164, 167, 

177, 181, 184, 185,206 
Vigliani 160 

Viglione Massimo 35, 159, 188 
Vignelli Massimo 35 
Visco Sabato 29 
Virgilio 104 
Visconti 11 
Visconti Prasca 59 

Vitale Silvio 17, 18,35, 115, 142, 143, 158, 

159, 185, 188,205,206 
Vittorini Elio 110 
Vittorio Emanuele IH 59 
Voegelin 167 

Volpe Gioacchino 31, 32,92, 114, 116, 138, 205 
Volpe Giovanni 17, 32, 84, 88, 92, 115, 143, 

144, 146, 165, 188, 189, 205 
Voltaire 15, 46, 120 
von Balthasar Ursttans 12, 109 
von Pastor Ludwig 169 
von Speyr Adrienne 109 

Wagner 11, 14, 33 
Weber Max 202, 203 

Weil Simone 11, 129, 146, 148, 149, 152, 166, 
178,182 

Winckelmann 39 
Wolff 69 
Woltman 29 

Yates Frances A. 183 

Zanenga Bartolomeo 115 
Zangrandi Ruggero 106, 110 
Zannoni Mario 35 
Zarcone Pier Francesco 143, 189 
Zarri 133 

Zavattaro Edoardo 29 

Zenone 168 

Zoli Adone 116, 135 

Zolla Elémire 9, 24, 68, 105, 129, 131, 141, 

148, 179, 182, 193 
Zonghi Giancarlo 116 
Zusic Franco 116 

217 







iirEDiiin 


L'ORSA MAGGIORE 

1. Reynald Secher, Il genocidio vandeano, prefazione di Jean Meyer e presentazione di 
Pierre Chaunu, 1991, euro 18,59. 

2. Gracchus Babeuf, La guerra di Vandea e il sistema di spopolamento, introduzione, 
presentazione, cronologia, bibliografia e note di Reynald Secher e Jean-Joel Brégeon, 
1991, euro 10,33, seconda edizione, 2000, euro 11,36. 

3. Jean Dumont, Il vangelo nelle Americhe. Dalla barbarie alla civiltà, prefazione di Marco 
Tangheroni, 1992, euro 10,33. 

4. Gustave Thibon, Ritorno al reale, prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia so¬ 
ciale, prefazione di Marco Respinti, 1998, euro 15,49. 

5. Mario Di Giovanni, Fabio Pedretti, Agricoltura e mondialismo-, in appendice “ Dietro le 
quinte del nuovo ordine mondiale”, con intervista a Maurizio Blondet, 1998, euro 15,49. 

6. Igor Safarevic, Il socialismo come fenomeno storico mondiale, presentazione di 
Aleksandr SolZenicyn e Rino Cammilleri, 1999, euro 20,66. 

7. Autori Vari, Aborto. Il genocidio del XX secolo, 2000, euro 12,91. 

8. Mario Di Giovanni, Indagine sul mondialismo. Il diavolo probabilmente, 2000, euro 15,49. 

9. Vitaliano Mattioli, Massoneria e comuniSmo contro la Chiesa in Spagna (1931-1939), 
2000, euro 18,08. 

10. Luciano Garibaldi, Vita col Duce, l’attendente di Mussolini Pietro Carradori racconta, 
quadro storico di Luciano Garibaldi, prefazione di Romano Mussolini, 2001, euro 
15,49. 

11. Pier Carlo Landucci, “Prima che Abramo fosse, io sono ” (San Giovanni, 8, 58), Il 
Dio in cui crediamo, 2001, euro 18,08. 

12. Maurizio Blondet, Cronache dell’Anticristo, 2001, euro 11,50 


L’ORSA MINORE 

1. Jean-Francois Mayer, Le sette. Non conformismi cristiani e nuove religioni, presenta¬ 
zione di Massimo Introvigne, 1990, euro 5,16. 

2. Censur (Centro studi sulle nuove religioni), Il ritorno della magia. Una sfida per la 
società e per la Chiesa, a cura di Massimo Introvigne, 1992, euro 7,75. 

3. Censur (Centro studi sulle nuove religioni), Tra Leghe e nazionalismi. «Religione civi¬ 
le» e nuovi simboli politici, a cura di Massimo Introvigne, 1993, euro 9,30. 

4. Règine Pernoud, I Templari, 1993, euro 8,26, seconda edizione, 2000, euro 10,39. 

5. Censur (Centro studi sulle nuove religioni). La sfida della reincarnazione, a cura di 
Massimo Introvigne, 1994, euro 8,26. 

6. Rino Cammilleri, Fregati dalla scuola, 1997, euro 6,20, seconda edizione 1999, euro 

6,20 








FUORI COLLANA 

1 . Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, prefazione di Giovanni Cantoni, 
1990, euro 12,91. 

2. Gilberto Oneto, Bandiere di libertà, introduzione di Gianfranco Miglio, 1992, euro 
12,91. 

3. Maurizio Blondet, I nuovi barbari. Gli skinheads parlano', in appendice, di Sergio 
Luppi, Gli skinheads fra mito e realtà, 1993, euro 12,91. 

4. Stefano Nitoglia, Islam. Anatomia di una setta, prefazione di Roberto de Mattei, 1994, 
euro 7,75. 

5. Massimo V iglione. La “Vandea Italiana", presentazione di Roberto Mattei, 1995, euro 
12,91. 

6. Guido Giraudo, Sergio Ramelli, 1997, euro 11,36, seconda edizione, 1998, euro 11,36. 

7. Franco Accame, Elegia, quadro storico di Luciano Garibaldi, disegni di Romano 
Mussolini, 1999, euro 15,49. 

8. Paolo Possenti, Le origini degli italiani, 4 tomi - 2001, euro 155 





“Una sola è la Destra, e vi appartengono tutti coloro che la Religione, il 
bene e la gloria dello stato hanno in mira”: quali sono la storia e le coor¬ 
dinate culturali della Destra italiana, così come definita dal conte Solaro 
della Margarita? E quali i contrasti, le deviazioni, le aberrazioni nell’am¬ 
bito di un ambiente ben più vasto, articolato e contraddittorio rispetto a 
quello che si riconosce in quella definizione? Al di là della vulgata antifa¬ 
scista, che nega la stessa esistenza di una cultura di destra, e delle più 
recenti semplificazioni, che tendono invece ad identificarla con alcuni 
autori e certi filoni di pensiero, il testo di Vassallo ricostruisce le vicende 
della destra culturale dall’avvento del Fascismo ad oggi, riscoprendo nomi 
dimenticati o più spesso silenziati , riproponendo attività, iniziative, mae¬ 
stri e scuole ignoti ai più, precisando inoltre le diatribe e le incongruenze 
all interno del panorama quanto mai complesso e variegato. La coerenza 
dottrinale dell’autore, la sua inflessibilità critica e il suo rigore scientifico 
— uniti alla ricchezza dell esperienza e della testimonianza di un’intera 
vita dedicata all’ideale - rendono questo saggio una guida preziosissima 
per tutti coloro (dallo studioso di mestiere, al militante, al comune cittadi¬ 
no) che intendano “saperne di più” su una pagina importante della vita 
civile e culturale dell’Italia contemporanea. 

Piero Vassallo (classe 1933), filosofo, docente della facoltà teologica 
del Nord Italia, ha iniziato Vattività culturale nel 1951 partecipando ai 
campeggi scuola del M.S.I. e collaborando con alcune animose pubbli¬ 
cazioni di destra (tra le altre Nazione sociale, Asso di Bastoni, Gerar¬ 
chia, Ordine Nuovo, Azione, Carattere, ecc.). Dal 1966 inizia il rappor¬ 
to con la rivista teologica Renovatio, fondata da Siri, e scriverà su vari 
giornali e riviste d'area, tra cui Secolo d’Italia, Intervento, La Torre, 
Civiltà, L Italiano, Il Conciliare, Studi cattolici, Pagine libere. Le sue 
opere principali sono: “La filosofìa di Sartre”, “Il fondamento neo¬ 
pagano della cultura di massa”, “Lo gnosticismo”, “Vico”, “Ritratto 
di una cultura di morte , “La filosofia del regresso ”, “La memoria del 
futuro”, “Pensieriproibiti”. 


€ 19,00