Skip to main content

Full text of "La Gaia Scienza"

See other formats














pe 


N 4 Ù PE, mi 


TOR 


7-5 


FEDERICO NIETZSCHE 


LA 


GAIA SCIENZA 


TRADUZIONE 
DI 


ANTONIO CIPPICO 


Abito la mia casa, 
nè mai imitato ho alcuno; 
sì ch'io rido d’ognuno, 
so pur Maestro, che di sè non rida. 


Scritto sulla porta della mia casa. 





TORINO 
FRATELLI BOCCA EDITORI 
MILANO EOMA FIRENZE 


Corso Vittorio Em., 21. Corso Umberto I, 216-17. (F. Lumachi succ.). 
Depositario per la Sicilin: OrAZIO Fiorenza - PALERMO. 


1905 


ie ata 4 2 
—_c girone nn n , P P PRETE, 


z 
< 
È 
EH 
H 
È 
Ba 
s 

















INDICH 

«Gi 
sE 

Prolegomeni del traduttore pa SO i RR POOL: ‘3 

Nota . È 7 , x : 7 , n A , N ° GIEXY 1 
Proemio ARIE TRI eee a a sl 
“ Scherzo, Astuzia e Vendetta ,, prologo in rime tedesche . ” TOSO SA ; 
Libro primo . : | 3 n " : A ) n A 7 me28 ni | 
Libro secondo . x I rnifli 3 2 : . vela , n 67 se 
> Libro terzo |. Cor LI 2” 
Libro quarto: Sanctus Januarius È x R a " 7 7 n 155 a 
Ta199. 


Libro quinto: Noî, senza paura . ” a e RS 
Appendice: Canti del principe “ Vogelfrei n i /G+0/ G>. <0 a 257 


sr 





269 





Indice delle materie . i 5 ; 5 7 i ; 7 , n 








e. ame PI RR? rar 


ili 








: “2 . 
TRRRRIAINLIIVINLISIIISIIISRA RITIRI III 














PROLEGOMENI 


« Ci siamo noi, forse, lagnati mai di venire fraintesi, miscono- 
sciuti, male interpretati, calunniati ed erroneamente uditi? Questa, 
appunto, sarà la nostra sorte, — ahimè, per un ben lungo tempo 
ancòra! diciamo, modestamente, sino al 1901, — è questa, la nostra 
distinzione; noi non ci stimeremmo abbastanza, se ci augurassimo 
cho fosse altrimenti. Ci si misconosce, — mentre noi diveniamo 
più grandi, incessantemente ci trasformiamo, ci spogliamo della 
nostra vecchia corteccia, rifacciamo un’epidermide novella ad ogni 
primavera, diveniamo sempre più giovani, più fervidi d’avvenire, 
più alti, più gagliardi, e spingiamo con sempre maggiore energia. 
le nostre radici nolla profondità, — nel Male, cioè, — mentre, ad 
un tempo, abbracciamo il firmamento con un amore sempre più 
ampio ed ardente, aspirando la luce del cielo con una sempre 
maggiore avidità, con tutti i nostri rami e con tutte le nostre 
foglie ,. 

Questo frammento della Gaia Scienza (371), nel quale, se pure 
intriso di melanconia, sono tanti alacri voli di primaverili speranze, 
risuona improvviso verso la fine del libro, col monito soggettiva- 
mente fiero di una profezia. Diciamo, modestamente, sino al 1901: 
è la prima volta questa, che il Nietzsche osa di tanto abbreviare 
il periodo di tempo, necessario alla piena maturità ed al generale 
riconoscimento dell’opera sua. Altrove, egli aveva delimitato & 
trecento anni cotesto tempo, memore forse, nel suo cuore genero= 






































PROLEGOMENI 

«IT ____—____ 
te ambizioso, della sentenza di Arturo Schopenhauer : ‘ tanto 
Ta v'opera superiore alla sua epoca, quanto più tempo sla per 
a la sua comparizione e la sua SS sa È 
Ora, da tre o quattro anni appena, quasi a ia RaTa Lia | 

fezia, dall’indomani, cioè, della sua morte, sembra ch'egli i e seo $ 
sia entrato trionfalmente © definitivamente nel reame luminoso 
delle realtà ideologiche effettuali: prima, ogli altro non era, anche Ì 
per i suoi connazionali, così da lui malmenati, anche per gli spi- 
riti più fraternamente vicini al suo, che oggetto di scherno, di | 
ripudio, o tutt'al più di snobistico dilettantismo. Il tempo, che smussa 
le angolosità e leviga le asprezze, aveva avuto bisogno d’appena i 
due decenni di oblio e di disprezzo, per la fermentazione di questa I 
opera meravigliosa, la quale degnamente conchiude il ciclo magico 
di secolare gloria germanica, iniziatosi con la violenza romantica 
dello Sturm und Drang, accompagnata dalla sublime solennità delle | 
musiche di Beethoven. Prima del 1901, l’opera nietzscheiana aveva | 
agito occultamente, così nel dominio estetico come in quello logico ' 
ed in quello sociale: tutti erano convinti che una terribile energia è 

dinamica fosse concentrata, e con sovrumano sforzo rattenuta, in 
cotesta opera, ma ben pochi sapevano quali ne fossero le ideali 
virtù caratteristiche, — e timorosi, se ne schermivano. Due o tro 
idee fondamentali appena, fra le cento, fra le mille, come le più 





| 


vivaci ed irruenti, erano’ riuscite a sguisciar fuori, a guisa di si- I 

RIE i i su i dh 
bilanti serpentelli sfuggenti da un cumulo di covoni d'oro. E la f 
gente a fuggire via d'ogni parte, esterefatta e pusilla, dinnanzi a 


quelle terribili minacce del 
(troppo spesso confuso con l’; 
lismo aristocratico, sul quale 
zione sociale e morale, ed og 
gida e ribelle disciplina voli 
poesia di Federico 


di F Nietzsche, 
| Ora, il Eludicare di tutta la mer 


la distruzione 


Superuomo, dell’'amoralismo teorico 
mmoralismo) e di quel forvido radica- 
fieramento s'impernia ogn’investiga- 
nì speculazione ostetica di quella ri- 
‘ntatis, ch'è l’opera di pensiero e di 


avigliosa compagine della costru- 
filosofica, del più grande scrittore 
teorie, le quali hanno più valore 
Italia, u 5 ue > CI sembra essere stato, specie in 

A, uno dei pregiudizi eti della nostra cosidetta cultura. 


negli ultimi anni, grazie allo diligenti 
È o n È limpide critiche ospo Sc 











PROLEGOMENI Age, IX 





rate del Così parlò Zaratustra e del Di là dal Bene e dal Male, il 
pregiudizio che s'appuntava feroce contro tutta la gloriosa opera 
nietzscheiana, è venuto fra noi a mano a mano smagandosi, onde 
essa è oggi argomento di studî amplissimi e di serene e fervorose 


discussioni. 


Questa versione italiana della Gaia Scienza mi sembra, adunque, 
giungere opportuna in questo momento, — ben quattro anni dopo 
il 1901! —, come di quell’opera del Nietzsche, la quale, a guisa 
d'un ponte novello lanciato sopra un novello abisso, concatena ed 
unifica l'antica concezione cosmica estetica e morale del Nostro, 
con quella nuova, improvvisamente apparitagli di fra le rocce di 
Surlei, a specchio dol cerulo lago di Silvaplana (1881). 

In questo libro, — ch'è gratitudine inesausta di un convale- 
scente, tragica o lirica istoria d'una vigilia di follia, ed anche, 
so più vi piace, “ perpetuo ritorno dell’identico ,, nel mondo ideo- 
logico del Nostro, — noi per la prima volta troviamo il Nietzsche 
apollineo distintamente sdoppiato da quello dionisiaco: Zaratustra 
gli è passato d’accanto, ed “ uno è divenuto due ,. Oltre a ciò, 
noi ritroviamo in queste pagine, primaverilmente rinnovellata, la 
| antica conceziono eleatica dell’Eterno ritorno, giustificata da lu- 
cide considerazioni atomiche e matematiche, quale dopo l’avven- 
tura di Surlei, essa era balenata nel suo spirito, improvvisamente 
illuminandono tutte le cime e tutte le profondità più nascoste ed 
intimo. Ed è così che per la prima volta egli, il Nietzsche, medico ed 
ammalato ad un tempo, mostra di compiacersi di cotesto suo stato 
psicologico nuovo, derivatogli dallo sdoppiamento interiore, come di 
quello che gli offre la possibilità di sottili esperienze © di scoperte 
quasi positivo, come di quello che gli concede un’acutezza insolita 
d’intuizione, — di là dal Bene e dal Male, — insieme alla penetrante 
perversità dello spirito, per la quale egli ama risalire, oltre l’epi- 
dermide avventizia della tradizione civilizzatrice e della cultura 
livellatrice, agl’istinti primordiali e latenti dell’uomo, ai suoi istinti 
ferocemente regressivi irreligiosi ed antisociali. Nel proemio di 
questa Gaia Scienza (1886), egli esalta lo stato vario 6 variabile 

della malattia, quello, cioè, che ci acconsente di vivere tante 
filosofie diverse, quanti sono i differenti stadi di salute, cut Sl 






- | ft, Vo, 
rr" 


PROLEGOMENI 
‘acere. £ Lo stato degli’ uomini, afflitti da lunga cong 
I gli più tardi, in Aurora (aph. 114), — marti- 
Dn n, e o e crudelmente, dalle loro sofferenze, e nei 
e DI n, a la ragione non è turbata, non è senza valore 
Oa o cicantesca tensione dell’ intelletto che si 
Pa inni Oo conferisce a tutto ciò ch’essi osser- 
“da a d'una luce novella ,. A cagione della malattia, 
quindi l’uomo pensa nel dolore, e del suo gno PR a 
asce ° si abbevera, con una fine e crudele e lente ori È n 
n ben ci ricorda la sete e la fame d’Idee, così com 
avidi fra gli antichi sofisti... 


* 
* 


È, quindi, necessario di risalire a cotesto suo Dias De Sia 
cologico d'allora (1881-1886), per poter scoprire la glia È 
posta e vera della sua nuova concezione umana e fi de s e 
quale, come quella d'ogni uomo unigenito, — per usare. 20) E 
definizione del James, — si basa esclusivamente sull’ intuizione, 
intesa nel senso più ampio ed alto della parola. Per mezzo della 
intuizione, che attraverso alla nebbia della sua coscienza costi- 
tuisce ormai l’unica lucerna speculativa del suo intelletto, esal- 
tato dal suo nuovo pessimismo dionisiaco, il Nietzsche può uscire 


francamente dalla Filosofia e superare in sè stesso il filosofo, 0 
meglio gli è dato di risalire lungo l’ 


quel momento della Conoscenza, 
identità della Poesia con la Fil 
alcune geniali parole di un r 


attività filosofica e poetica a 
in cui tutta si rivela l’ inizialo 
osofia, la quale, — per ripetere 
ecente scritto di Francesco Gaeta, fn 
“ sì realizza umanamento nel maggiori dei nostri santi ed eroi, 

nutriti, se poeti, di Filosofia, nutriti, se filosofi, di Poesia ,. 
he cosa c'importa, quindi, so il Nietzsche ami sostituire, nelle 
sue investigazioni psicologiche, al vecchio istrumento ormai fuori 
d'uso della Verità, quello ben più reale è positivo dell’utile? Per 
mezzo di questa nuova misura, egli può stabilire, ogni Morale es- 
sersi formata e sussistere solo nell'interesse fisiologico etnico 0 
O dei singoli o di Po; ond'è che dall’utilità solamente 
puo svilupparsi ogni osì logica che fisiologica e morale. 
von de A TEST Dre, czane: 
ce ama appuntaro tutti i suoi argo- 


attività, c 
SÌ riferisce 
Forza, egli 








ie Casporsonti 





x nn 


RT 


i 
| 
Ì 
Ì 








i PP TT PA AAA 
s < ré 


PROLEGOMENI XI 





menti contro la vecchia e tanto sfruttata ideologia platonica; per il 
Bello, invece, contrariamente alla concezione schopenbaueriana, — 
per la quale il fenomeno della contemplazione estetica è conco- 
mitante nella umana vita con la caduta del velo della Maia, onde 
lo cose emergono fuori, rifulgendo di là dall’illusione, dal desiderio 
e dal timore, nella loro luce essenziale, — il N. considera il Mondo 
e la Vita, come giustificabili ed ammissibili solo in grazia del fe- 
nomeno estetico; onde la Volontà è inestetica per eccellenza (vedi 
Zaratustra), Sessa non venga a sua volta esaltata ed intensificata. 

Da questi duo criterî del Bene e del Bello, consegue la sostitu- 
zione, introdotta dal N., del determinismo della Forza, quale sca- 
turigine diretta di qualsiasi attività materiale ed intellettuale, alla 
Volontà schopenhaueriana: l’Idea, quindi, non è altro, per il N., 
che un’espressione della Forza, — contrariamente a Platone ed ai 
suoi epigoni, fondatori di religioni o di sistemi filosofici, i quali 
asserivano, dall’Idea poter unicamente venire generata la Forza. 
La Forza è, per il N., l’unica realtà positiva indiscutibile e tan- 
gibilo, e l’unica infallibile misura dei valori nuovi. La Verità non 
è altro, invece, per lui, che l’espressione ultima e trionfante della 
credenza: la credenza per sò stessa essendo, a sua volta, l’emana- 
zione diretta del desiderio. 

Giova, però, avvertire che nè il Nietzsche nò lo Schopenhauer 
sono riusciti, malgrado le loro, più apparenti che reali, contrad- 
dizioni, ad esaurientemente rispondere al gravissimo quesito. Se, 
infatti, noi sopprimiamo, insieme allo Schopenhauer, l'Io, amore 
di tutte le affermazioni nietzscheiano, avremo una caotica confu- 
sione dei concetti estetici coi morali, come che, negato l'egoismo, 
sia forza di necessariamente negare anche la Vita! 

Se ameremo, invece, di far derivare, col Nietzsche, il Bello dalla 
Forza, non n’avremo perciò un più limpido e definitivo criterio, 
non facendo egli, il N., altro che risalire alla Forza, così per lo 
Idee che per i concetti del Bene e del Male. 

Per Arturo Schopenhauer, quindi, sublime metafisico, la Vita non 
ha altro fine che quello di dimostrarci, col dolore, il fatto che sa- 
rebbe per noi molto meglio di non viverla. Per Federico Nietzsche, 
fisico per eccellenza, in ispecie all’epoca di questa Gaia Scienza, 
il dolore è determinante di grandezza e di potenza. i 
Per guarire e per dimenticare il dolore, il N. consiglia un unico 
rimedio: di fare come il serpente, di cambiare, cioè, la pelle, — ed 





PROLEGOMENI 






























in questa Gaia Scienza, ogli cambia per la terza volta la pelle! 
— sfuggendo per tal modo alle conseguenze del dolore, pur tut- 
tavia, rimanendo per umana necessità, nell’ambito istesso del do- 
lore. Questa, l’unica àmaMarn dell'Universo fenomenico! 


+ è 

Delle quali teorie, sinteticamente esposte, che possono venire 
considerate fondamentali nell’opera del Nietzsche, tanto a sua volta 
aliena da qualsiasi angusta coercizione di sistemi, questo libro 
sembra essere così il fulcro che il momento di transizione, o meglio, 
di trasformazione. 

In questo, come negli altri suoi volumi, il Nietzsche, nella stessa 
: guisa del Leopardi, — tanto da lui istintivamente venerato, — 
realizza quel grande mendacio, acutamente osservato da Francesco 
de Sanctis negli scritti del poeta italiano: il distruttore costruisce, 
il negatore afferma, il pessimista vede roseo... 

“ Il mondo è già troppo pieno di coloro, cui è bene di predicare 
la Morte » Afferma il Nietzsche nel Zaratustra. Ond’è ch’ogli pre- 
ferisce di predicare la Vita ai vivi; e nulla esige dalla Vita fuori 
che la Vita istessa: talmente che il suo Imperativo categorico, il 
quale si alza solenne, così da queste pagine, come dalla residua 
opera sua, è: “ Dirieni quel che tu sei! ,. 

A RE Roraizione tutta Leo damcente si riafferma in questa 
spiriti del Poeta ci tompesgi, R3On0 specialmente, mentre gli 
Mare, irradiandosi ) peravano lungo 1 lidi sonanti del nostro 

lasserenandosi finalmente la sua cupa melan- 


conia, SSR 
di E ei di ridere omai di tutti i sistemi filosofici, 
le verità, » di tutte lo morali, di tutte le teorio e di tutte 


. Chè se 1 » È 

ed irta, SERE Sfgriore di questo libro sembri ancora aspra 

caustica e profetio nutrita di splendida bilis, a differenza della 

buirne la cagione A “npassibilità del Zaratustra, gioverà di attri- 

di cui abbia i; Ù A quell intuizione profonda breve e violenta, 

è dato all’indionati O Più sopra, temperata dalla uale, soltanto 
Ras neignatio di facere versusi de: È 
dì versi, in quest > 


dianatio a. "Opera, ci TE 
Tignalio 6 dalla congenit » © sono limpidamente scaturiti dall’in- 
ae melanconia, ed hanno il respiro ampio 


i ca canoro del nostro Men a 
ara i escenza opalina dei nostri cieli, la 





dubita 









PROLEGOMENI 


continuità espressiva, modulata su melodie eolie, della nostra razza 
e della nostra lingua, nelle sue epoche più gloriose di Rinascita! 

; Non per niente noi, — la cui sapienza è, a guisa di quella di 
Socrate, fatta di sogno, — amiamo di scorgere, pitagoricamente ri- 
nati nel Nietzsche, lo spirito del greculo Empedocle d’Agrigento e 
quello del divino poeta delle Cose, Lucrezio!... 


AntonIO CrePICO. 





ISO O 


SA 


I A 


-— 






























Questa Gara Screnza, della quale noi abbiamo tentato di fornire 
una versione il più che ci fosso stato possibile letterale, è stata 
abbozzata ed architettata dal Nietzsche, dopo la pubblicazione di 
Aurora, nel luglio e nell'agosto 1881, a Sils Maria; continuata, 
quindi, nel medesimo anno e nel principio del successivo, a_ Ge- 
nova, — nella quale città egli rattemprò i suoi spiriti al molle 
fiato marino del “ più soave mese di gennaio , (1882), — il Nietzsche 
ne compì l’attuale organica unità, fra Messina (aprile dello stesso 
anno), Fantenburg presso Dornburg, Nizza e Ruta presso Genova 
(1886). I numeri 1, 2, 4, 5, 6, 8, 9, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 32, 
33, 37, 40, 41, 48, 44, 45, 47, 55, 56, 59, 60, 61 e 63 degli apo- 
tegmi ed epigrammi del prologo rimato “ Scherzo, astuzia, vendetta » 
furono scritti a Messina, mentre i residui trentacinque risalgono 
ancora al primo inverno genovese, al cui tepore dev'essere ram- 
pollato nel cuore del Nietzsche il quarto libro dell’opera : Sanctus 
Januarius. Giova citaro qui alcune delle varianti dei titoli, apposti 
originariamente ai versi del prologo, e quindi ripudiati dal poeta 
stesso: 3 

N. 3, originariamente: “ La profondità ». 

» È, orig.: “ Alle nostre virtù ,, 0 anche: “ di virtuosi n. 
n 12, , “A un fratello del sole ». 
n 13, ,  “ Ghiaccio liscio ,, o anche: “ Saggezza di dan- 
zatori ,. 
» 16, , “Il viandante ,. 
» 36, n “Ai miei cinque prini libretti . 
39,» “* Morale estiva n,0: “ Morale solare n. 





eran e pr È 





N. 47, orig.: “ IL divino ». 
MAO II me n° 
5 « Pio desiderio ». | 
È i ) “ L'autore parla 2310 ANCOrR: “ Il RR i 
. 54, , “Al mio (ai miei) lettore (@) », 0 anche soltanto: 
& Al lettore ,. e; 
55, » “Il realista , 0: “ Impossibilità del realismo x. 
- 59, =“ Chi legge quel ch'io scrivo? no i | 
, 61, » È Ultima ragione dell'esistenza ,, ovvero: “ In media 
VA n. 

La Gaia Scienza è stata pubblicata nella sua forma primitiva, 
composta di quattro libri e del prologo in rime tedesche, nell'agosto 
1882, presso l'editore E. Schmoitzner di Chemnitz. Quale motto 
essa ostentava le parole di Emerson: “ Al poeta e al sapiente, 
tutte le cose sono familiari e sacre, tutti gli eventi, utili, tutti 
giorni, santi, tutti gli uomini, divini ,. 

Nell'autunno del 1886, il Nietzsche aggiunse a questa prima 
compilazione della “ Gaia Scienza mil “ Proemio ,, insieme al libro 
quinto ed ai * Canti del Principe Vogelfrei ». Il libro quinto deve, 
quindi, risalire al soggiorno di Nizza del 1886. 
Dei “ Canti del Principe Vogelfiei ,, La Vocazione del Poeta, Nel 
Mezzogiorno, Beppa la devota, La navicella misteriosa, Canzone d’un 
pastore teocriteo, IL pazzo in disperazione, devono essere stati scritti 
î Messina nel 1882; Contro queste anime incerte, invece, e Verso 
SR nell'estate 1882, assai probabilmente a Fantenburg; 

Sg ne] puncipio del 1883, a Rapallo; Al Vento mae- 


strale, nel 1884. a Ni i ici 
; 228; La mia felicità, nella primavera dello 
stesso anno, a Venezia; Si/s- È 


bilmente, però D Maria è di data incerta, assai proba- 
vicino a Silva] del 1882 6 dopo l'avventura di Surloi 
na ana; A Goethe, nell'autunno del 1884. Sei di questi 
nie, avevano già vista la luce in un opu- 

natschrift, edita da Ernesto Schmeitzner 
esito titolo d’Idillî messinesi, 
i versi i] °° ill non sono più stato comprese. 
si a Nietzsche aveva ideato da prima di 
ipolati c sone a s0, dopo averne per più volte 
edizione della È Ifoli che il testo e la disposizione. 
OPo, cioò, che il Niot Scienza apparve nell'autunno i 
» letzsche era Scomparso dal mondo i 


| 
| 
| 


ii — —__—_—_—__—_—___——_—t 


la cette en OT IE TE  ea 


A seconda 
del 1894, dl 








NOTA XVII 
We _10aue o ———= 
ambiente dei fenomeni, e penetrato nelle ombre cieche della follia; 
la terza, nel 1896, presso il Naumann di Lipsia. i A l 

Questa traduzione italiana è stata fornita sull’ultima edizione di 
Lipsia (0. Q. Naumann) del 1899: letteralmente il più che ne sia 
stato possibile, come accennammo in principio ; chè non solo per 
la prosa nietzscheiana, sì anche per la poesia stessa, la quale, A 
quanto sembra, è la meno (sinora) nota in Italia — e forse anche in 
Francia, malgrado la versione compiutane dall’Albert, accurata, 
ma fredda e priva dell’afflato lirico, onde vanno adorne le rime 
del Nostro nell’idioma originale, — abbiamo tentato di fare opera 
di trasmigrazione, riconducendo fra noi Italiani il volo ampio e pos- 
sento di questo gagliardo manipolo d’Idee giovinette e di stridule 
strofe, balzate, nella loro maggiore e miglior parte, dalle rupi 
ferrigne, contro le quali s'infrange, lungo i nostri lidi, il Tirreno 
dalle bianche e vaste criniere. 

E come i periodi di questo libro, nella loro forma originale, ap- 
paiono corruschi ed irti e beffardi, a simiglianza dei basalti tirreni 
flagellati dalle onde, non lungi da Portofino, amore del Poeta, ab- 
biamo cercato di domare e di avvincere gli spiriti ribelli della 
nostra lingua, atti meglio ad accogliere le musiche d'una melo- 
diosa sinfonia d’Idee foggiate sul metro antico della Grecia e di 
Roma, che non le irruenze e le spezzature nervose ed aritmiche 
di questa tragica leggenda d’un’anima nordica moderna. La nostalgia 
in tutto il libro insistente del nostro Mezzogiorno, ci ha, però, 
agevolata la fatica, come quella, la quale ha cullato e temperato 
questi pensieri, nel loro sbocciare, sotto la sferza rude e feroce del 
nostro sole, nel murmure lontano e pacato del mare nostro, che ne 
ha levigata ed armonizzata, col suo fiato salmastro, l’epidermide 
aspra ed irsuta. 

i I periodi, quindi, della prosa sono stati conservati in questa ver- 
sione, quali sono nell'originale tedesco, così nel loro apparente ag- 
grovigliamento formale ed ideale, come nella disposizione grafica 
e nella interpunzione, onde lo pause ed i tempi hanno, se pure bal- 
zmo meno improvvisi e tronchi per la natura stessa dell’italiano, 
il medesimo respiro ampio o interrotto dell'originale. 

Noi abbiamo, dunque, cercato non di avvicinare, come si usa 
dalla maggior parte dei traduttori, se italiani in ispecie, il nostro 
aa andare noi verso di lui, e di rivestirne il pen- 

più limpide e pure forme nostrane, evitando, sopra tutto, 


F. . . 
Nierzsone, La gaia scienza. Ù 


e ini 






















NOTA 
XVIII 


di fare ciò che molti, insieme al Caro, hanno amato: d’ingrassare, 


cioè, la nostra traduzione cor di molta ciarpa. | 
Per le liriche, abbiamo seguito lo stesso metodo rigoroso, noi 


essendoci unicamente proposti di trasportare un eguale suono sopra 
un differente istrumento: conservando, quindi, nella nuova forma, 
noi limiti del possibile, non solo la lettera e lo spirito, sì anche 
l'architettura strofica e la metrica dello poesie; ond'è che quasi 
sempre, la versione italiana non supera d'un solo verso il numero 
dei versi dell’originale. 

E questa versione dei poemi è stata il soddisfacimento migliore 
derivato dalla nostra dura e diuturna fatica, la quale ci rende lieti 
di condurre oggi, per la prima volta, agl’Italiani, questo grande 
Poeta germanico, nella sua propria veste originale, intessuta, più 


che d'altro, di stile, nel senso più ampio e nobile e generoso della 
parola. 


A. C. 












GEERD DAGAIAAAANNANGNA OGOEOIGITAIDIOG 
Sa Ss 


dille 





Proemio della seconda edizione. 


I° 


A questo libro sarebbe, forse, necessaria tutt'altra cosa che un 

Proemio; e, malgrado ciò, un dubbio continuerebbe pur sempre a sus- 

lo. sistere: se, cioè, qualcuno, senza avere vissuto alcunchè di simile, 
possa, a mezzo di Prefazioni, approssimarsi a ciò che di personale è 

contenuto in questo volume. Il quale sembra essere scritto nell’eloquio 

di un vento primaverile, nel cui fiato il gelo si disfa: petulanza, 
jrrequietudine, contraddizione ed il vento d’aprile vi sono perfusi, 

sì da fare incessantemente riflettere alla vicinanza dell'inverno, 

come anche alla vittoria sull’inverno, la quale viene, deve venire 

e, forse, è già venuta... La gratitudine lo pervade inesausta, come 

se la cosa più inattesa siasi realizzata, la gratitudine, cioè, di un 
convalescente, — imperocchò cotesto evento inatteso fu la guari- 

gione. “ Gaia Scienza ,: ciò significa bene i Saturnali di uno spirito, 

il quale ha pazientemente resistito a una terribilo e lunga pres- 

sione, — pazientemente, austeramente, freddamente, senza sommis- 

sione, ma anche senza speranza, — © che ora, d’un tratto, è assalito 
dalla speranza, dalla speranza della guarigione, dall’ebbrezza della 
guarigione. Quale meraviglia, dunque, se molto c ’è irragionevole e 
folle emerga pure alla luce, e molto pure di quella volenterosa tene- 
rezza, sprecata in problemi irti di punte, che non sembrano amare 
d'essere accarezzati e allettati? Tutto questo libro altro non è che 
letizia, dopo lunga rinuncia e impotenza, altro non è che la giocondità 
della forza rinnovellata, della fede nuovamente desta, sì nel domani 


F. Nierzscnre La gaia scienza. 1 








erge 
cli E i e €, 


LA GAIA SCIENZA 


1 dopodomani, del sentimento improvviso e del presentimento 
de 3 sa l ‘sue avventure prossime, coi suoi mari novella- 
dell ASVONITO; face ète, anche una volta permesse, anche 
mente aperti, con le suo mete, mon lieto Ri 
una volta credute. E quante cose omal BIAODIAnO: AR e mie 
spalle! Questo pozzo di deserto, — fiacchezza, ineredu ità, conge- 
lamento in piena giovinezza, — questa precoce senilità incuneatasi 
indebitamente nella vita, questa tirannia del dolore, superata an- 
cora dalla tirannia dell'orgoglio che respinge le conseguenze del 
dolore, — e le conseguenze sue sono le uniche nostre possibili conso- 
lazioni, — questo radicale isolamento a difesa contro un disprezzo 
degli uomini, divenuto perniciosamente illuminato, questa fondamen- 
tale restrizione a ciò che la conoscenza ha sì d’amaro che d’aspro e 
di malefico (una restrizione la quale imponeva il disgusto, nato len- 
tamente da una dieta spirituale e da una viziatura senza prudenza, 
— la quale cosa si chiama, appunto, del romanticismo —): ahimè! 
chi mai potrebbe sentire, insieme a me, tutto questo? Ma chi ciò po- 
tesse, ben mi concederebbe il merito di alcunchè più che d'un po’ di 
follia, di sfrenatezza e di “ gaia scienza ,, — di quel manipolo, ad 
esempio, di canzoni, che questa volta sono aggiunte al volume, di can- 
zoni, nello quali un poeta si diverte alle spalle degli altri poeti, in 
guisa difficilmente perdonabile. Ma, ahimè, non è soltanto sui poeti e 
Dei SS che questo resuscitato deve sfogare 
ni. O Dar sa di quale mai specio è la vittima che 
ì ntuscnonia rr SI materiato di parodia, fra breve, 
libro meditabilo e ai Ù siasi ) e Dot re pn 
cosa di esclusivamente Sa n 2 puro 1a guardia! Qualche 
rodia, non vè dubbio a lvo si annunzia: incipit pa- 

2, 

n Ma lasciamo, dun 
mai se il signor Ni 
conosce ben poche 
lazioni fra la salute 


que, cotesto signor 
etzsche sia risanato 
Questioni tanto attr 


mali, addurrà neces na atosofa, ondo 


De Sari 
sità scientifica. iO na 


Nietzsche: che c’importa 
o meno?... Un psicologo 
aenti, quanto quelle delle re- 
nel caso ch'egli stesso si am- 
a malattia tutta la sua curio- 


necessario che sì abbia anch a e 
pure, vè in n che la Filosofia della propri 
, Yè in cid un elia propria persona: ep- 


Sensibile differenz 


a Imun individuo, sono i difetti 
In vece, le sue ricchezze e le 








TANZI TE IONE STI, MPV RR IPO PAPERE TIT 


PROEMIO 3 


__ __r__rrr——1—@@I@@@ is 


sue forze. Il primo ha bisogno della sua Filosofia, sia come freno cal- 

mante medicamento, sia come liberazione sollevazione e oblio di sè 
x medosimo; nel secondo, essa la Filosofia, altro non è che un lusso, e 

nella migliore ipotesi, la voluttà di una gratitudine trionfante, la 
| quale deve alla fine incidersi ancora in maiuscole cosmiche nel cielo 
| dello Idee. Nell’altro caso, ben più abituale, invece, allora che la 
necessità delle circostanze conduce alla Filosofia, come avviene in 
tutti i pensatori ammalati, — e, forse, i pensatori ammalati pre- 
dominano nella storia della Filosofia, — che cosa mai avverrà del 
ponsiero stesso, quando esso soggiaccia alla pressione della malattia? 
I È questa la domanda che si riferisce al psicologo; ed in questo 
caso l’esperienza è ben possibile. Nella stessa guisa che un viag- 
giatore fa, il quale si propone di svegliarsi a una data ora, e 
quindi si abbandona tranquillamente al sonno: così noi filosofi, 
ammesso che si cada ammalati, ci affidiamo per un certo tempo, 
corpo e anima, alla malattia, e chiudiamo, in qualche maniera, gli 
occhi, dinnanzi a noi. È come quegli sa che qualche cosa n0n dorme, 
che qualche cosa conta le ore e non mancherà di destarlo, così noi 
pure sappiamo che il momento decisivo ne troverà svegliati, — © 
cho allora qualche cosa sbalzerà fuori e coglierà lo spirito in fla- 
grante, sul punto, cioè, d’infiacchirsi o di rassegnarsi o d’indurare o di 
solidificarsi, o di soggiacere a quali altri mai sieno i mali dello spirito 
che, durante i giorni di salute, contro di sè hanno l’orgoglio stesso 
dello spirito (poichè è ben vero l'antico dettato: “lo spirito superbo, 
il pavone e il cavallo sono i tre più orgogliosi animali della terra Db 
Dopo una tale interrogazione di sè stessi ed una simile tenta- 
zione, si apprende a gettare uno sguardo più sottile verso tutto che 
sino ad oggi è stato filosofato; e meglio che prima s'indovina quali 
sieno gl’involontari doviamenti, lo vie appartate, gli angoli del ri- 
poso, i luoghi soleggiati del Pensiero, nei quali gl’ideologi softe- 
renti, appunto perchè sofferenti, sono condotti ed allettati; — ben 
si sa ora, dove incoscientemente il corpo ammalato ed i suoi bi- 
sogni urgano spingano e attirino lo spirito, — verso il Sole il 
silenzio la mitezza la pazienza il rimedio il ristoro, in quale sì 
sia mai significato. Ogni Filosofia che sollevi la pace più alto che 
la guerra, ogni etica con una concezione negativa dell'idea di feli- 
cità, ogni metafisica 0 fisica che conosca un fine, uno stato defini- 
tivo di qualsivoglia specie, ogni aspirazione, preponderantemente 
estetica o religiosa, a qualche cosa di speciale, a un di là, a un 


î 
Îl 
| 
} 

























4 È LA GAIA SCIENZA 


Wo ——75—6T5&kW@Ò@"="="="eeme gu uu n 


di fuori, a un di sopra, autorizza la domanda, se non, per avven- 
tura, la malattia stessa sia stata quella ch ebbe a Inspirare il filo- 
sofo. L’inconsciente travestimento dei bisogni fisiologici sotto il 
manto dell’Oggettivo, dell’Ideale, dell’Idea Pura, giunge lontano 
sino alla paura, — e molto spesso lo mi sono chiesto se, general- 
mente, la Filosofia non sia stata sinora che una interpretazione del 
corpo e un malinteso dello stesso. Dietro le più alte valutazioni, 
dalle quali è stata sinora guidata la storia del pensiero, si nascon- 
dono alcuni malintesi d’indole fisica, sia d’individui che di classi e 
che di razze intere. Onde ci è dato di risguardare sempre, tutte coteste 
audaci follie della metafisica, e in ispecie le loro: risposte alla que- 
stione del Valore dell’esistenza, anzi tutto, quali sintomi di corpi 
determinati; e se pure tali affermazioni o tali negazioni della Vita 
non abbiano, dal punto di vista della Scienza, la minima impor- 
tanza, offrono tuttavia allo storico e al psicologo ben più preziosi 
indizi, essendo esse, sintomi del corpo, del suo prosperare o non pro- 
sperare, della sua pienezza, della sua potenza, del suo dominio di 
sè stesso nella Storia, come pure delle sue soste, delle suo stan- 
chezze, dei suoi impoverimenti, del suo presentimento della fine, 
della sua volontà della fine. Io aspetto pur sempre ancòra che un me- 
dico filosofo, nel senso eccezionale della parola, — uno di coloro 
che perseguono il problema della salute generale del popolo, del- 
l'epoca, della razza, dell'umanità, — abbia una buona volta il co- 
raggio di spingere alla sua suprema conseguenza la mia ipotesi, 
ed osì esporre questa idea: “ Da tutti i filosofi, sino ad oggi, non 
sè pertrattato di “ Verità ,, ma di ben altra cosa, — diciamo, ad 


esempio, di salute, d’avvenire, d’accrescimento, di potenza, di 
Vita... a. 


sa 
— Ben g’indovina ch'io non amer 


di prendere congedo da quel tempo 


vantaggi neppure Oggi sonosì per 


ei, con l’ingratitudine in cuore, 
di così grave malessere, i cui 
isa ch'i me ancora. esauriti; nella stessa 
Se io sono abbastanza cosciente dei vantaggi che, per la mia 
Sofi n salute, godo sopra tutti ì rachitici dello spirito. Un filo- 
°, che sia proceduto, e {uttavia a 
molte sanità, è 


Ì ncòra proceda, a traverso a 
i passato, necessariam ia Fi- 
losofie: nò egli ente, anche per altrettante 

suo stato, 


A, Dai altra cosa fare, che trasmutare, ogni volta, il 
Mella Iorma e nella lontananza, più spirituali, — la quale 





Ì 
| 


seo 





PROEMIO 5 


IRE Nt... d:o-erlfnce 


arte di trasfigurazione è appunto Filosofia. Non è libero a nei filo- 

sofi di separare il corpo dall'anima, come fa il volgo, e ancora 

- meno, di separare lo spirito dall'anima. Noi non siamo rane pen- 
satrici, nè apparati di oggettivazione e di registrazione, dalle vi- 
scere di ghiaccio, — noi dobbiamo incessantemente partorire i nostri 
pensieri dal nostro dolore, e dare loro, maternamente, ciò che in 
noi è di sangue, di cuore, di fuoco, di piacere, di passione, di tor- 
mento, di coscienza, di destino e di fatalità. Vita è per noi, il mu- 
tare in luce e fiamma tutto ciò che noi siamo e tutto ciò che ci 
tocca, senza mai poter altro fare. E per ciò che si riferisce alla ma- 
lattia, non saremmo noi, forse, tentati di chiederci, s'essa, in generale, 
non sia inevitabile? Solo il grande dolore è il supremo liberatore 
dello spirito, il maestro del grande sospetto, che d'ogni U fa un'X 
vera e genuina, la penultima lettera, quella, cioè, la quale procede 
prima dell'ultima... Solo il grande dolore, cotesto lungo e lento dolore 
che consuma il suo tempo, nel quale noi a nostra volta ci consu- 
miamo come se abbruciassimo alla fiamma di verde legna, cotesto 
dolore costringe noialtri filosofi a discendere nello nostre ime 
profondità e a bandire da noi ogni confidenza, ogni bontà, ogni 
cosa velata, ogni dolcezza ed ogni mediocrità, nelle quali forse 
prima noi avevamo riposto la nostra umanità. To dubito che un tale 
dolore “ renda migliori , —; ma io so ch’esso ci rende più pro- 
fondi. Sia, quindi, che noi si apprenda a porgli a riscontro la nostra 
ficrezza il nostro scherno la nostra forza di volontà, e che sì operi 
a simiglianza dell’Indiano selvaggio, il quale, malgrado la sua tor- 
tura, si vendica del suo carnefice con la perfidia della sua lingua; 
sia che, dinnanzi al dolore, noi ci ritiriamo nel Niente orientale, — 
usa chiamarlo Nirvana, — nella muta dura e sorda dedizione di sè, 
nell'oblio di sè, e nella soppressione di sè medesimi: sempre sì ri- 
5 viene, da cotesti pericolosi esercizì di autodominazione, come un 
i altro uomo, con più alcuni punti interrogativi, e sopra tutto con 
la volontà d’interrogare, d'ora in poi, ben più che prima non si 

avesse interrogato, e più profondamente più rigidamente più ma- 

sr lignamente e più silenziosamente di prima. Ciò è appunto, avere 
i confidenza nella Vita: la Vita stessa è divenuta un Problema. —. 
Ma non si creda, però, che uno, per tal modo, sia potuto divenire . 

| misantropo! Lo stesso amore della Vita è. possibile ancéra, — sol- 

tanto la si ama differentemente. Il nostro, è come l’amore per una 

7 donna, che si sospetti... Pure, il fascino di tutto ch'è problematico, 





LA GAIA SCIENZA 





i la gioia derivata dalla X, sono troppo grandi, in questi uomini più 
s spirituali e più intellettuali, perchè cotesta gioia non trapassi sempre 
novellamente, come una chiara fiamma, sopra tutte le angustie di 
ciò ch'è problematico, sopra tutti i pericoli dell'incertezza e sopra 
la gelosia stessa dell'amante. Noi conosciamo una felicità novella... 


È: 4. 































Finalmente, che ciò ch'è essenziale non mi rimanga nella penna: 
si ritorna, da cotesti abissi, da coteste gravi malattio, e dalla ma- 
lattia del grave sospetto, come rinati, come se si fosse mutata la 
pelle, più sensibili, più maligni, con un più fine gusto per la gioia, 
con una lingua più tenera per tutte le cose buone, con sensi più 
alacri, con una seconda e più pericolosa innocenza nella liotezza ; 
— più infantili, e pure, cento volte più raffinati che mai prima non 
siamo stati. Ah, come il godimento vi è allora ostico, il godimento 
rozzo greve e grigio, quale è inteso dai gaudenti, dallo nostre 
‘ persone colte ,, dai nostri ricchi o dai nostri reggitori ! Con 
quanta malignità noi prestiamo l'orecchio, allora, al grande stambur- 
tamento da fiera, per il quale “l’uomo colto , © il cittadino delle 
grandi città, auspici le bevande spiritose, si lasciano inebriare dal- 
i ora sa. Do e dalla Musica, per soddisfare agli spirituali di- 
ERE, ds ee il Suo di passione del teatro ci strazia gli 
Ro seno differente dal nostro gusto tutto 

e i © questo tumulto dei sensi, che la plebe 

A A cn E SERIA POLAZIONE alla subli- 

noi convalescesti e 080 malun Arto sia necessaria a 

gera, scorrevole dai ie, un Arte maligna, log- 

sfolgoreggi me una viva o di vento SRO là qualo 
tutto: un'Arte per gli artisti SR In un cielo senza nubi. Anzi 
| meglio conosciamo ora ciò che 4 ER SES gli artigli 0 
luogo, la serenità, ogni o 23 Arte è necessario, — in primo 
ed io vorrei dimostrarlo No; i SUA miel!, pure se siate artisti —: 
n Dia alcune cose troppo bene, 

e apprendiamo noi, quali artisti, 


= . ° 
Ber fore nol sapienti: 
‘obliare ed il Bene ; 
x Ò ene 1enor: 1 LAO 
avvenire: diffic Snorare! E per quanto si riferisce al nostro 





e sve > DA 
lare e scoprire e mettere in piena luce 





| 
! 
n, 








































PROEMIO tl 


rr rr r_rTr o r_P—P—__ _—__ ——=F-s=ME >M*=-== 


ciò che, per buone ragioni, è tenuto celato. No, cotesto cattivo 
gusto, cotesto volere di Verità, di “ Verità a qualsiasi prezzo », 
cotesta follia giovenile nell'amore della Verità, ci è insopportabile : 
noi siamo troppo esperti, per ciò, troppo serì, troppo allegri, troppo 
provati dal fuoco e troppo profondi ... Noi non crediamo più che 
la Verità resti Verità, se le sia tolto il suo velo; abbastanza ab- 
biamo vissuto, per poter credere ciò. È pura questione di costu- 
matezza, se oggi non vogliamo vedere tutto nudo, se non vogliamo 
assistere ad ogni evento, nò comprendere tutto nè tutto “ sapere ». 
“È vero che Dio è onnipresente? chiese una bambina a sua madre: 
— ma ciò mi sembra essere tanto sconveniente! , — un ammo- 
nimento ai filosofi! Si dovrebbe onorare meglio il pudore, onde la 
Natura si veste, a nascondersi dietro gli enigmi e le variopinte 
incertezze. La Verità è, forse, una femmina, che ha delle ragioni 
di non fare scorgere le proprie ragioni? È, forse il suo nome, per 
dire in greco, Baubo?... Ob, cotesti Greci! essi ben comprendevano 
ciò che significasse vivere: per ciò importa assai di rimanere valo- 
rosamente alla superficie, di attenersi allo pieghe esteriori e al- 
l'epidermide, di adorare l’esteriorità, di credere nella forma, nei 
suoni, nelle parole, in tutto l'Olimpo dell’Apparenza! Cotesti Greci 
erano superficiali — nella profondità! E non li raggiungeremo noi, 
rodomonti dello spirito, che già abbiamo superato la vetta più alta 
e più pericolosa del moderno Pensiero, affine di riguardare, dal- 
l'alto, in torno e a’ piedi? Non siamo noi, appunto per ciò, del 
Greci? Adoratori delle forme, dei suoni, delle parole? E per ciò 
appunto Artisti? 


Ruta PRESSO GENOVA, 


nell'autunno dell’anno 1886. 





RARARAAAAAAS, 


acc YasYoeYacXYaeXact9ao YaotaoYacX9ex x 
TPSIPIISITIDLIDIISTIPRIOLATITI DAD 


CIN n 












cio 


AOLO? 
NG 


olo ° 


AOYaCYaet® 


















URI SI GV SITO ATI ere wr 


“SCHERZO, ASTUZIA E VENDETTA, 


Prologo in rime tedesche. 3 
1. È 

Invito. "I 
2% 


Assaggiate i miei cibi, o mangiatori! 
poi che domani saranno migliori, 
e dopodomani, eccellenti! 
Chè, se di più ne chiedete, — ben sette 
vivande mie vecchie, a offrirvi altre sette 
novelle, mi darau gl’incitamenti. 


2 
La mia felicità. 


Da quando mi son stanco di cercare, 


bene appresi a trovare. 
Da quando un vento alzossi violento 


contro di me, — veleggio ad ogni vento! 
3. 
Impavido. 
Dove sei, scava profondo! 
Sotto, son le fonti pure! 


E pur gridino le oscure 
genti: — “ Sta l'inferno, in fondo! ,. 





LAGZ 


sai 


ge 9 ce 



































LA GAIA SCIENZA 


4 
Dialogo. 
A. Son io sano? E fui malato? 
E chi medico m'è stato? 
Come nulla ora più so! 
B. Sol or, credo io te sanato: 
quegli è sano che obliò. 
5. 


Ài virtuosi. 


Pure a le nostre Virtù bene addicesi il piede leggero: 
simili a i versi d’Omero, deggiono andare e venire! 


6. 
Prudenza del Mondo. 


Non rimanere a ’l piano! | 
non toccar le sommità! È 
Più, da una media altezza, 
bello, il Mondo tì apparirà. 


7a 
Vademecum-Vadetecum. 


Se la mia gesta o il mio dire ti alletta, 
fidente, la mia traccia seguirai ? 
Sol dietro te fedelmente ti affretta: — 
securo, dietro me procederai! ; 


È 8. 
Per il terzo cambiamento della pelle. 


Già s'intoreiglia e lacera la pelle 

| già con impeto novo, 

Rie: na me ribelle, 

ua CR Aa terra, dove io mi ritrovo. 
= ta erbe ed i sassi, ecco, mi afferra 

Sn Îl’impervio irto pruneto, 

mio pasto consueto, 

0, 0 Madre Terra! 




























1 
: SCHERZO, ASTUZIA E VENDETTA 


9. ; 
< } 
Le mie rose. 


Sì! la ventura mia vuol render lieti, — 
chè ogni fortuna vuol rendere lieti | 
Coglier volete i fior” de' miei roseti? 

Ma nascondervi è d’uopo e v’appiattare 
fra le rocce e le siepi ispide e rare, 
bene spesso le dita vi leccare! 

Poi che la mia ventura ama scherzare! 
poi che la mia fortuna ama i vespai! — ® 
Coglier volete i fior' de' miei rosai? sa 


10. 0 
Lo sdegnoso. È e 


Molto io lascio cadere profondendo, È 
: ond'è che mi chiamate lo sdegnoso. È Soa 
Chi da una colma coppa il generoso sà 
vin tracanna, pu: va molto effondendo. a 
Non per ciò, prego, mi sprezzate il vino! £ 


< ——. e 


eu 


ATA 


11. 
Il proverbio dice. i 
Sì mite ed aspro, che fine e rozzo, 
strano e fidente, che puro e sozzo; 
sì di pazzo e di saggio una mistura: 
tutto ciò mi son io, per mia natura, — 
colomba, aspide, a un tempo, © troia impura! 
12. 
A un amico della Luce. 
Se tu non voglia il senso e l’occhio affliggere, 
dietro il Sol va’: ma devi all'ombra correre. 


2 13. 
Per i danzatori. 
Levigato gelo, 


un magnifico cielo 
a chi sa ben danzare. 






















LA GAIA SCIENZA 


14. 
Il bravo. 





Meglio una salda e fiera inimicizia | 
d'una claudicante amicizia! 


15. | 
Ruggine. 


Pur de la ruggine è d'uopo: non basta l’essere aguzzo! 
Spesso di te si dice: “troppo giovine egl’è! ,. 


16. 
Verso l'alto. 


| 5 Come; per miglior via, trarrò a la cima? , 
i Sali soltanto, nè pensarci prima! 


17. "O 


Aforisma dell’uomo forte. 


Non pregar mai! sdegna il querulo pianto! 
Prendi sempre, ti prego, prendi in tanto! 
18. 
Anime piccole. 


Augusti spiriti, ch 


quanto in odio io v'abbia, non dico: 
nulla di Bene in 


chiudete e nulla, quasi, di Male. 
19. 
Il seduttore involontario. 


Ne l'aria una parola lan 
Ina pure una donna y 


ciò, vuota, per suo piacere, — 
enne, solo per quella, a cadere, 
20, 
Da meditarsi. 
Doppio duolo a sopportare 


È è Diù agevole d'un solo: 
pigna “SA vorresti mai osare? 

































SCHERZO, ASTUZIA E VENDETTA 





21. 
" Contro l’alterigia. 


Per vento non gonfiare, 
chè lieve spillo può farti crepare. 


29. 
Uomo e donna. 


La donna ti prendi, che il cuor ti consola: 
sì l’uomo; — la donna non prende, ma invola. 


23. 3a 
Interpretazione. = 


S'io di fuor guardi, guardo in me securo: “S 
e interprete di me son spesso oscuro. il 
Ma chi, fidente, ascenda per sua via, : A 
L arreca verso il Sol l’immagin mia. 


24. 
Rimedio ‘del pessimista. 


Che nulla mai ti piaccia, ti lamenti? 
Anceéra, amico, la tua vecchia ubbia? 
Io t'odo che schiamazzi e t'argomenti, — 
onde n'è infranta ormai l’anima mia. 
Mi segui, amico! libero, eleggerai 
un rospo grasso d’inghiottire, ardito 
e lesto, — nè guatarlo impaurito! — 
La Dispepsia così sol guarirail! 


25. 
Preghiera. 


Di molti uomini io so l’anima: e pure, 
per la mia, vago ne le congetture. 
Troppo vicina a me, l’occhio distorsi: — 

altro son da colui ch'io scorgo e scorsi. 

Chè s'io mi riguardassi di lontano, 

bene a me stesso sarei meno estrano. ac 





















Non però lunge sì che l’inimico! 
Lontano troppo è già il prossimo amico: — 
ma sì fra questi e me, ne ” punto medio! 
La preghiera or v'è conta, ond’io vi attedio? 


26. 


La mia durezza. 


M'è d’uopo salire ben cento gradini, 
m'è d'uopo salire, ed odovi dire: 

© Siam forse di sasso? Oh duro che seil , — 
M'è d'uopo salire ben cento gradini, 
ma niuno esser vuole un de' gradini miei. 


27. 


Il viandante. 


“Non più traccia di via! L’abisso, intorno, 
e silenzio dì morte! , — 
Tu sì volesti! Il tuo voler t'ha scorto 
fuor de ’l sentiero, senza più ritorno! 
Or freddo mira e con fiero cipiglio!” 
Perduto sei, se maì credi a ’1 periglio. 


28. 
Consolazione per i principianti. 


Mirate il fanciullo, che con rattrappite le membra, 
ra intorno i porci pascere! 

o n ì Iuad Zio ignora fuori che il pianto: 
2a egli mai lo stare in piò, l'andare? 

E i dep ora penso, — vedrete ben presto 
SIN con So piede, muovere a danza. 

n ì stare su i piedi, ben siatene certi, 

el saprà stare pur su la testa! 


29, 


Egoismo stellare. 


Se intorn 
DE x me stesso, panciuto barile, 
2 ncemente non piroettassi, 


oh come mai 
oh on Senza bruciare, su l’orme 
nammeggianti io correr potrei? 


__ de'lsa 


7 va, 













































SCHERZO, ASTUZIA E VENDETTA 
e LEE‘ ‘ -.T1lCOO0o----ilaa © L€£z gzgz» 


30. 
Il prossimo. 


Prossimo mio, non starmi sì vicino: 
Lontano va’, ne ’1 cielo adamantino, 
se pur mia stella brami diventare! 


81. 
Il santo incappucciato. "i 


A celarne la tua felicità 
ne la toga t'incappi de ’1 demonio. 
Ma invano, chè malgrado il mercimonio, 
da ’1 tuo sguardo traspar la santità! 


32. 
Lo schiavo. 


A. Sta ed ascolta: che mai sì l’ingannò? 
Qual rombo ne le orecchie gli restò? 
E qual mai cosa abbatterlo potè? 

B. Simile a quei che ceppi un dì portò, 
catene rotolare or ode in sèl 


33. 
Il solitario. 


Odio sì l’esser guida che il seguire. 
Governare? — non mail non, obbedire! 
Chè sol condurre può, chi téma desta. 
La signoria di me pur m'è molesta! 

E come gli animai di selva e mare, 
m'è grato un breve istante d’ indugiare, 
smarrito in una mia vaga follìa, 

e di me stesso a ’l fin mi rammentare: 
me seducendo a me, per questa via! 


84. 
È Seneca et hoc genus omne. 


Ei scrive e scrive quell’ insopportabile 

suo saggio Larifari, 

qual se dovesse ancora primum scribere, 
deinde philosophari. 





































LA GAIA SCIENZA 


35. 
Ghiaccio. 


S11 de ’1 ghiaccio talvolta io faccio e spaccio. 
Utile, il ghiaccio, se vuoi digerire | 
Oh se molto dovessi digerire, 
quanto ameresti più questo mio ghiaccio! 


86. 
Scritti giovanili. 


Riudito, — mia Saggezza, — 
ho sì l’alpha che l’omega: 
pur mi sembran d'altra lega 
oggi; e sol tuoi A4/, tuoi Ok! 
odo ancéra, o Giovinezza. 


37. 
Attenzione! 


Tristo viaggio avrai per quella terra; 
alacre spirto, sii pronto a la guerra! 
T’allettan ivi e t'amano... e ti lacerano: 
spiriti entusiasti, — senza spirito! 


98. 
L'uomo devoto parla. 


De De, poi che son sua creatura! — 
L'uomo il suo Dio creò! » — scaltri, ammonite. 
E amare non vorrà la sua fattura? 
rinnegarla, Per ciò, deve, voi dite? 
Ciò mi tentenna, ed ha l’ugna de ’1 diavolo. 


39. 


D'estate. 


Co ’1 sudore de la fronte 
mangeremo il nostro pane? 
Meglio, affermasi da i saggi, 
se sudati, non mangiare. 











F. Nierzscne, La gaia scienza. 


EIA VORO, O. 


SCHERZO; ASTUZIA E VENDETTA 


Perchè da ’1 roggio orizzonte 
la canicola dardeggia? 

Co ’1 sudore de la fronte 
beveremo il nostro vino! 


40. 


Senza invidia. 


Senza invidia, il suo sguardo: e onor gli fate? 
Non gli onor’ vostri il suo d’aquila sguardo 
mira, ma Jontananze immensurate; 
non voi, — ma le sue stelle immacolate ! 


dl, 


Eraclitismo. 


Ogni bene, su la terra, 
solo, amici, è ne la guerra! 
Sì, l’odore de le polveri 
rende l’amicizia forte! 
Per tre volte d’un sol cuore: 
Fratellanza, ne ’1 dolore, 
Eguaglianza, innanzi 2 l’oste, 
Libertade, ne la Morte! 


42. 
Criterio fondamentale dei sottili. 


Meglio, andar cautamente 
su due piè, che a quattro piedi! 
Meglio assai, la toppa angusta 
penetrar che aperte porte! 


43. 
Consiglio. 


Aneli a la gloria? — 
Il minito ascolta: 
avrai la vittoria, 
se, franco, a tua volta, 
rinunci a l’onore! 































7 x) 
tao DRS 
die 


ORIENTA nt 


























LA GAIA SCIENZA 


dd. 


» Radicalmente. 


Scopritor, io? — Deh, non calunniarmi! 
To son grave soltanto di cultura! 
Cado, senza paura, 
cado incessantemente, in sino a ’1 fondo! 


45. 


Per sempre. 


“Or quì vengo, perchè così m'alleita ,. — 
pensa chi giunga per non ritornare. 
Che gli cale se il mondo ami osservare: 
“ Troppo tardi venisti! , o “troppo in fretta ,? 


46. 
Giudizio degli stanchi. 


A "1 sole impreca, chi viltade ingombra: 
de gli alberi valore unico, — l'ombra! 


47. 
Discesa. 


e & » 5 

ne Egli scende, egli cade!, — voi, spiriti arguti, irridete; 
fr 33 solo, vero è questo: ch’egli discende a voi! 
“ea empito de la sua gioia gli seppe d’amaro e di tosco, 


I 
a sua luce avvampante segue la vostra notte. 


48. 
Contro le leggi. 


0r Done a 1 collo un orologio appendo; 
n Si See arrestasì morendo: 

see as Îl corso e îl volgere de ’1 Sole, 

Te 8 dei galli striduli il cantare 

; SA 7 Tempo parole: 

i ubirsi or odo e naufragare. 

sE Sato de l'Ora cieca TÈ 

» -2gge, — tace la Natura. 




































SCHERZO, ASTUZIA E VENDETTA 


49. 
Il saggio parla. . 
A ?1 popolo straniero, — e pur giovevole, 


seguo mia via, co ’1.sole e con le nuvole, — 
pur sempre andando sopra a questo popolo ! 


50. ST 
Perduta la testa. Sal 


Oh la civetta! — e com’ei se n'è preso! 
Egli, un uomo!, per lei smarrir la testa! s 
così valida, pria, quella sua testa: 20 
ora, a ’1 diavolo andò, — no, ad una femmina! 


| 51. 
| Pii desideri. 


“Oh se un dì tutte le chiavi 5 
si smarrissero bel bello, = 
e per ogni serratura 4 
fosse un solo grimaldello! » 
Così pensa, ad ogni istante, 
chi è nato grimaldello. 


02. 


Lo scrivere coi piedi. 


cn 1 


Non la mano scrive sola, 
pure il piè chiede sua parte: 
prode e saldo, ei corre e vola 
or su i campi, or su le carte. 


a tsiterzna ria 


58. 


Br 
. 


Pr 

(fa “Umano, troppo UMano n) — un libro. 

Se indietro ti volga, ben l’alma è di nuvole piena; 
sei ne ’1 futuro fidente, se in te stesso confidi: 

uccello sei forse, rapace, sceso d’aerei nidi? 

aquila, tu? 0 sacrato barbagianni d’Athena? 
























LA GAIA SCIENZA 


di. 
AI mio lettore. 





Uno stomaco buono e una mascella: 
sol ciò ti desìai! 
E, poi che il libro mio già sopportasti, 
ora pur me, con te, sopporterai! 


50. 
Il pittore realista. 


“ Eguale a la Natura! , — Or come mai 
la Natura ad un quadro immolerai? 
Infinito è un solo atomo de ’1 Mondo. — 
Egli dipinge, in fin, ciò che gli va. 
Cosa gli va? — Ciò che dipinger sa! 


56. 
Vanità di poeta. 


La colla datemi, poi che servirmene, 
se il legno trovi, saprò ben io! 
Un po’ di senso in quattro chiudere 
rime insensate — : ecco l’orgoglio mio! 
57. 
Il gusto che sceglie, 


Se di scegliere mai fosse mia sorte, 
un posticino sol m'eleggerei 
ne "l cielo de gli Dei: 
piuttosto, però, ancor — fuor da le porte! 
08. 
Il naso camuso. 


da 


SCHERZO, ASTUZIA E VENDETTA 


59. 
La penna scarabocchia. 


La penna va scarabocchiando: — oh Inferno! 
Son dannato, in eterno, a scribacchiare? — 
Ecco, però, m’induco a stemperare 
fiumi, da ’1 calamaio ne ’l quaderno: 
ampie correnti, ond’'io tutto rivivo! 

Gioia distillo d'ogni mia parola, 
che, se illeggibil, pur mi racconsola. — 
Cni cal di cid? Chi legge quel ch'io scrivo? 


60. 
Uomini superiori. 


Quegli ascende: — a lui far conviensi onore! 
Ma l’altro, sempre, scende, da lo altezze | 
onde a l'onore è pur superiore, 
poi che vien da le altezze! 


61. 
Lo scettico parla. 


Sfiorita è la metà de la tua vita: 
l'indice volge e l’anima s’impenna. 
Lungamente essa errò, curva e smarrita, 
senza nulla trovare: — ora, tentenna ? 
Sfiorita è la metà de la tua vita: 
errar, senza mai tregua, © dolorarel 
Che cerchi omai, così sola e sfinita? — 
Sol questo: la ragion de 'l mio cercare! 


62. 
Ecce homo. 


Sì! Ben so d’ond’io proceda! 
Non mai pago, quasi teda, 
ardo e mi consumo. 

Luce è ciò che attingo invitto, 
carbon, ciò che ho derelitto : 
vera fiamma ben io sono! 

















LA GAIA SCIENZA 


63. 


Morale stellare. 





Predestinata a ’1 tuo circolo astrale, 
stella, che mai de la notte ® te cale? 
Beata, valca questa nostra età! 
Lunge e straniera a te, la sua viltà ! 
Il più lontano mondo attingi ed hai: 
per pietade, solo peccherai! 
Unica Legge a te: pura sarai! 


È 
î 
ì 


be 





- com'è già troppo chiaramente dimostrato dalla realtà, ha conser- 


RN e 


dat avatar aa 


£ £ Le Viz 
ANNI NA N DL la NL CS NI 
EE FR IS ZI ZIS_ZIN 2 AR 2ÎS IN 7 IN ZIS_7IS 73 75 Zi 


LIBRO PRIMO 


di 


| precettori del fine della Vita. — To ho un bell'osservare, sì con 
benigno che con maligno occhio, gli uomini, chè pur sempre li trovo, 
tutti e ciascuno in particolare, affaccendati in una sola impresa : 
nell’operare ciò cho alla conservazione della Specio umana meglio 
si conviene. E questo, non per causa d’un sentimento d’amore per 
la Specie, ma semplicemente, perchè nulla è in loro di più antico 
e forte e inesorabile e invincibile di cotesto istinto, — poichè co- 
testo istinto è appunto l'essenza della nostra razza e del nostro 
gregge. Malgrado che, con la nostra consueta miopia, abbastanza 
rapidamente si giunga ® distinguere i nostri prossimi in utili e 
dannosi, in buoni e cattivi, quando si calcoli sommariamente; me- 
ditando più lungamente sull'insieme, si finisce col diffidare di co- 
testa semplificaziono e distinzione. L'uomo più dannoso è, forse, 
ancora il più utile, dal punto di vista della conservazione della 
Specie; imperocchè egli mantiene in sè, o per la sua influenza 
sugli altri, istinti, senza i quali l'umanità sarebbe, da lungo 
tempo ormai, illanguidita © infrollita. L'odio, la gioia per- 
versa, il desiderio di rapina e di dominio e tutto ciò ch'è chia- 
mato Male, appartiene a cotesta meravigliosa economia della con- 
servazione della Specie, un'economia costosa, anzi che no, © prodiga, 
e, nella sua totalità, straordinariamente folle: — la quale, però, 


vato insino ad oggi la nostra razza. Tgnoro, o caro confratello in 
umanità e prossimo mio, s0 tu possa vivere detrimento della 





_— 


Na TE "" 





, LA GAIA SCIENZA 
24 


Specie, “ irrazionalmonte », cioè, e “ malamente »; sio Sa ne 
potuto nuocere alla Specie s'è, forse, estinto da parece 1860011; ed 
appartiene, ora, alle cose che nemmeno alla stessa Divinità sonò 
più possibili. Segui le tue migliori 0 le tue peggiori brame, ed, 
anzi tutto, rovinati! — in ambedue i casì, tu saral probabilmente, 
sempre, nell’una o nell'altra guisa, l’incitatore 0 il benefattore del- 
l'umanità © potrai, in compenso, conquistarti ì tuoi elogiatori, come; 
anche i tuoi detrattori! Mai, però, tu troverai colui che saprebbe 
completamente schernire te, l’Individuo, pure in ciò che hai di mi- 
gliore, colui che saprebbe farti toccare con mano, così apertamente 
che alla verità si convenga, la tua sconfinata meschinità di mosca 
e di rana! A ridere di sè medesimi, come sarebbe necessario di 
ridere, traendo il riso, cioè, dalla evidente e piena realtà delle cose, 
i migliori hanno avuto sinora troppo scarso senso di verità, ed i 
meglio dotati d’ingegno, troppo poca genialità! Vi è ancora, forse, 
un avvenire per il riso! Ciò sarà per più tardi, allora che il pre- 
cetto “ la specie è tutto, l'individuo non è nulla , si sarà incorpo- 
rato nell'umanità e che ad ognuno, in ogni istante, sarà concesso 
di accedere a questa ultima liberazione, a questa suprema irre- 
sponsabilità. Forse, allora, il riso si sarà alleato alla saggezza, e 
forse nulla rimarrà più che “la gaia Scienza ,. Frattanto, tutto 
a Commedia della Vita non è ancora 
A »ì — Îrattanto, è sempre ancora il tempo della 
Tragedia, il tempo delle Morali e delle Religioni. Che cosa, dunque, 
Sr RS nuovo apparire di cotesti fondatori di Mo- 
OE È E fautori della lotta per l’estimazione 
Aiao Re Si di el rimorso e delle guerre di religione? 
sinora essi ben erano gli = Ù pere 3000e? w Rn 
che per qualche ia i e medesime, e tutto il rimanente, 
fatto altro che Preparare il alle Oa DO), on Da 
0 quinta, sia nella funzione di ATRII sa quale macchinario 
ad esempio, sono stati sempr confidente e di servitore, (I poeti, 
Ben si comprende che ca, Sg RVItori di qualsiasi Morale). — 
nell'interesse della Specie e tragedì cooperano, essì pure, 
Vire la causa di Dio ui oi £Ssì possano opinare di ser- 
vono la vita della sO messaggeri di Dio. Essi pure promuo- 
la pena di vivere. promovendo la fede nella Vita. “ Ben vale 
State bene attenti. RO afferma ognuno di loro, — poichè, 
° cosa è nella Vita, e qualche cosa è 


e —y. 


xl 


nad 











ren n 


SI drei ipse on 


LIBRO PRIMO 25 


nn eee 


dietro di lei e qualche cosa sotto! » Cotesto istinto, che prevale 
egualmente, sì negli uomini superiori che nei più volgari, l'istinto, 
cioè, di conservazione, erompe, di tempo in tempo, quale ragionevo- 
lezza o passione intellettuale; esso appare allora, con tutto un seguito 
sfolgoreggiante, intorno a sè, di motivi, e vuole, pure con la vio- 
lenza, far obliare, ch'esso, in fine, altro non è che impulsività, 
istinto, follia e illogicità. Si deve amare la Vita, perchè...! L'uomo 
deve favorire così sè medesimo che i suoi prossimi, perchè...! E 
come tutti cotesti si deve e perchè potrebbero adesso e nell’avve- 
nire, ancora assumere nuove forme! Affinchè ciò che accade per 
necessità, incessantemente, di per sè stesso e senza alcuna ragione, 
appaia d’ora in poi come soggetto a un fine prestabilito, plausibile 
all'uomo come saggezza e legge suprema, — il precettore della 
Morale si assume gli ufficì di precettore dello “ scopo della Vita n; 
egli scopre, a ciò dimostrare, una seconda Vita ulteriore e, per 
mezzo di questo suo nuovo meccanismo, svelle la nostra esistenza, 
antica e comune, dai suoi cardini, antichi © comuni. Sì, egli non 
vuole assolutamente che noò st rida della Vita, nè di noi, — nè 
di lui; per lui, l'individuo resta sempre individuo, qualche cosa di 
primo e di ultimo © di enorme; per lui, non esiste nè una specie, 
nò una somma, nè uno zero. Per quanto le sue scoperte e le sue 
valutazioni possano essere folli o fantastiche, per quanto egli mi- 
sconosca il cammino della Natura e neghi le sue condizioni: — © 
tutte le Morali sono sinora state irragionevoli e contrarie alla Na- 
tura, tanto che ciascuna di esse avrebbe condotto l'umanità alla 
sua rovina, se mai per avventura, avesse potuto impadronirsi della 
stessa, — per quanto, ogni volta che l'eroe sia salito sulle tavole 
dell’arco scenico, siasi conquistato alcunchè di nuovo, il contrario 
orribile del riso, cotesta profonda emozione di parecchi individui 
al pensiero: “ sì, vale bene la pena di vivere! sì, io sono degno 
della Vita! ,; — così io che tu, che Ja Vita e che noi tutti, quanti 
siamo, ancora una volta siamo divenuti noi stessi, per qualche 
tempo, interessanti. — Non bisogna, però, negare che, col tempo, 
il riso e la saggezza e la Natura hanno, sinora, finito col signo- 
reggiare sempre gli animi di ciascuno di cotesti grandi apostoli 
del fine della Vita: la breve tragedia è finita sempre col ritornare 
all’eterna commedia dell’ esistenza, ed “ il mare dall’innumerevole 
sorriso , — per dirla con Eschilo — dovrà finalmente ricoprire 
delle sue onde il più grande di cotesti tragici! Ma, malgrado tutta 








LÀ GAIA SCIENZA 

























la rampogna di cotesto riso, la natura umana è stata, in generale, 
trasformata dalla sempre nuova apparizione di cotesti maestri del 
fine della Vita; — essa ha ora un bisogno di più, quello appunto 
di un sempre rinnovato apparire di cotali precettori e di cotali 
precetti del “ Fine ,. L'uomo è divenuto, a poco a poco, un ani- 
male fantastico, il quale ha da ottemperare ad una condizione di 
esistenza più che qualsiasi altro animale: l’uomo deve, di tempo 
in tempo, credere di sapere perchè egli esista; la sua specie non 
può prosperare, senza una periodica confidenza nella Vita, senza 
una fede nella ragione della Vita! E sempre ancòra, di tempo in 
tempo, la Specie umana decreterà: “ c'è qualche cosa, della quale 
non si ha assolutamente il diritto di ridere! ,. Ed il più prudente 
dei filantropi aggiungerà: “ non tanto il riso e la gaia Scienza, 
ma pure il tragico, con tutta la sua sublime illogicità, apparten- 
gono ai mezzi e alla necessità della conservazione della Specie! ,. 
—E per conseguenza! per conseguenza! per conseguenza!... Mi com- 
prendete, ohimè, fratelli miei? Comprendete voi questa legge del 
flusso e riflusso? Noi pure abbiamo l’epoca nostra! 


2. 


a coscienza intellettuale. — Io continuo a fare sempre la mede- 
Suna esperienza, e le resisto tuttavia incessantemente, nò mi 
assegno di crederla vera, malgrado ch'io la tocchi con mano: 
hi ci manca la coscienza intellettuale; assai spesso m'è parso che, 
È o di tale coscienza, pur nelle più popolose città, 

sl, come in un deserto. Ognuno ti scruta con 


occhi stranieri ° 

questo es a © sospesa la sua bilancia, giudicando buono 
: è ;i Nessuno arrossi : ) : 
in uso non sono ; o arrossisce, se tu osservi che i pesi 


forse anche, del 0 sì solleva contro di te: si rido, 
uomini non troy voglio dire: la maggioranza degli 
e il conformar credere a tale o a tale altra cosa 
ragioni ultime @nza essersi prima assicurata delle 


Si contro, © senza pur essersi data la 
coteste ragioni; — 


esatti, — nessun 
tuo dubbio. Io 
‘a spregevole il 
VISI nella vita, s 
© certe, pro’ e 


maggio- 
e, la delicatezza ed 
; virtù, sopporta in 
Proposito della Fede e del Giudizio, 


il genio, quando | 


È topi ch SR quale possiede tali 
r 





i 
Ì 


dea 





LIBRO PRIMO 27 


malgrado che in lui il bisogno di certezza sia il più intimo desi- 
derio e la più profonda necessità? — la quale cosa appunto separa 
gli uomini superiori dagli inferiori! Io ho trovato in alcuni uomini 
pii un odio verso la ragionevolezza, e ne dovetti essere loro grato: 
per tal modo, al meno, si tradiva la loro cattiva coscienza intel- 
lettuale! Ma trovarsi in mezzo @ cotesta rerum concordia discors, 
a tutta cotesta mirabile incertezza e 2 cotesta molteplice signifi- 
cazione della Vita, e n0n interrogare, non tremare per il desiderio 
e per la gioia dell’interrogazione, non odiare l’interrogatore mede- 
simo e, forse anche, compiacersene sino alla stanchezza: — ciò 
trovo io disprezzabile, cd è cotesto sentimento di disprezzo, quello 
appunto ch'io da prima cerco in qualcuno: — © una mia mania 
mi persuade che ogni uomo possiede cotesto sentimento, in quanto 
ch'egli sia un uomo. Cotesta, dunque, è una mia ingiustizia tutta 
speciale. 


9. 


Nobile e volgare. — Alle nature volgari tutti i sentimenti nobili 
e magnanimi appaiono sproporzionati al loro fine e, perciò appunto, 
quasi sempre inverosimili: esse sogghignano quando n’odano discor- 
rere e sembrano voler dire: “ bisogna pure che là vi sia un qualche 
piccolo utile, poichè non ci è dato di scrutare oltre ogni parete »: 
— esse, quindi, si addimostrano invidiose dell'uomo nobile, come 
s'egli cercasse il suo vantaggio per scorciatoie tortuose. Se siano 
apertamente convinte dell’assenza di egoistiche intenzioni e di gua- 
dagni personali, il nobile viene da loro stimato quale una specie 
di pazzo; esse lo disprezzano nella sua gioia e lo deridono per lo 
splendore deì suoi occhi. £ Come mai si può godere nell'essere così 
remissivi al pregiudizio; come mai ad occhi aperti si può prefe- 
rive uno svantaggio? Una malattia della ragione deve ben essere 
collegata coi nobili affetti! , — così pensano essi, gli uomini vol- 
gari, e sogguardano compassionevolmente : in quella stessa guisa 
che sogguardano con compassione alla gioia, che il maniaco deriva 
dalla sua idea fissa. La natura volgare si distingue dalle altre in 
ciò ch’essa incessantemente tiene presente dinnanzi ai proprì occhi 
il suo utile, e in ciò che la preoccupazione stessa del fine e del 
vantaggio è più forte in loi degl’istinti più gagliardi: non lasciarsi 
trasportare dai propri istinti ad azioni inconseguenti, — questa è 
ln sua sapienza ed il sentimento della sua dignità. Paragonata ® 















LA GAIA SCIENZA 


lei, la natura superiore è la più irrazionale, — ESTR l’uomo 
nobile generoso e pronto al sacrificio, soggiace, in rea tà, SL anoi 
istinti, e pure nei suoi migliori momenti, la sua ragione si arresta. 
Un animale che col pericolo della sua vita protegga i suoi nati, 
o, nell’epoca della foia, segua in sino alla morte la sua femmina, 
non si preoccupa del pericolo e della morte ; la sua ragione sì ar- 
resta, essa pure, perchè il piacere che gli viene dalla sua prole 0 
dalla femmina, e la paura di esserne privato, lo signoreggiano in- 
teramente; esso incretinisce più del consueto, similmente all'uomo no- 
bile e generoso. Questi prova alcune sensazioni di gioia o di dispiacere, 
con tanta intensità che l’intelletto suo deve o affievolirsi o sotto- 
mettervisi servilmente: il cuore alléra gli sale nel cervello, talmente 
che d'ora in poi, ci sarà soltanto consentito di discorrere della sua 
“ passione ». (Qua e là ci si imbatte nel contrario ed, in qualche modo, 
nella “ inversione della passione ,, come, ad esempio, in Fontenelle, al 
quale un giorno alcuno, ponendogli la mano sul petto, là dove è 
il cuore, disse: “ Ciò che voi avete qua, mio carissimo, è anche del 
cervello ,). E l’illogicità o la falsa ragione della passione, quella che 
il volgare disprezza nel nobile, in ispecie quando cotesta passione 
sì rivolga ad oggetti, il cui valore è a lui sembrato interamente 
fantastico e arbitrario. Egli si adira contro quegli che soggiaccia 
alla passione del ventre, pur comprendendo il fascino di talo ti- 
Tania; non comprende, però, come per una passione della cono- 
scenza, sì possa mettere in giuoco la salute propria e l’onore. 1] 
E priori ale ce 
dolcezza, come 2À ossa > e ireddi e sembrano non avere alcuna 

propria una estimazione di valori tutta 


Speciale. Ì idiosi : 

È cre a ciò, nella idiosincrasia del suo gusto, essa opina 

GI uno speciale apprezzamento delle cose, e considera i 
valori e non valori individu 


sali, onde cade, con ci? iuali, come valori e non valori univer- 

molto raro che un n pell'incomprensibile e nell’ impratico. È 

da comprendere o ca natura conservi abbastanza di ragione 
are gli CEN È 

Spesso essa crede nella È gli uomini ordinari, come tali: troppo 

. a x 

Sione celata in tutti, e Ssione, come se questa fosse la pas- 


questa sua fede, ossa è piena d’ardore 


« » cotali uomini d’eccezi ; 
3 o ZIO 5 
quali eccezio i, : ne, non conside 


volgari, 6 Potrebbero essi compren- 
Î quali nella a cre la grande generalità ? 
° ono pure della pazzia, della 


sua p 
d in 


timare medio 


— essi, i 
tessa discorr 





%&- sia 


LIBRO PRIMO 29 


N 


inconseguenza e delle fantasticaggini dell'umanità, pieni di mera- 
viglia, perchè il mondo corra così follemente, senza voler ricono- 
scere ciò che “ gli sarebbe necessario n? — Questa è l'eterna Ingiu- 
stizia degli uomini nobili. 


4. 


Ciò che conserva la Specie. — Gli spiriti più forti ed i più mal- 
vagi hanno sinora condotto l'umanità verso i più alti sentieri: essì 
hanno senza mai tregua riacceso le passioni assopite, — ogni società 
bene ordinata tenta di addormentare le passioni —, ed hanno risve- 
gliato il senso del confronto, della contraddizione, la voluttà del 
nuovo, del temerario, del mai provato; essi hanno costretto gli uomini 
ad opporre opinioni 2 opinioni, modelli a modelli. Per mezzo delle 
armi, della violazione di frontiere, dell’insulto alla pietà, il più 
delle volte: anche, però, per mezzo di novelle Religioni e di Morali! 
La medesima malvagità ricorre pur sempre, in ogni precettore o apo- 
stolo del nuovo, — malvagità che accumulerebbe disistima sopra un 
eventuale conquistatore, anche se in quest’ultimo essa s’addimo- 
strasse più delicata, non provocando un brusco movimento dei mu- 
scoli, causa questa, perpetua e certa, di discredito! Quello ch'è nuovo, 
però, è in ogni contingenza malvagio, come ciò che per sua natura 
si accinga a conquistare © ad abbattere le vecchie frontiere e le 
antiche pietà; e solo l'antico è ottimo! I buoni uomini d'ogni tempo, 
sono quelli che seppelliscono nella profondità gli antichi pensieri, 
per quindi trarne — gli agricoltori dello spirito! — il giusto frutto. 
Ma ogni terra finisce coll'esaurire la sua potenza, ond'è ben neces- 
sario che l’aratro del Male l’incida. — Esiste, ora, una Dottrina, 
fondalmente erronea, della Morale, che, nell’Inghilterra in ispecie, 
ha trovato un largo consenso: secondo questa, i criterî “ bene , © 
“ male , sono la somma delle esperienze di ciò ch'è “ opportuno » 
e “ inopportuno »; secondo questa, ciò che momasi “ bene ,, con- 
serva la Specie, e ciò che “ male ,, le nuoce. In realtà, però, i 
cattivi istinti sono opportuni conservatori della Specie e ad essa 
indispensabili, nella stessa guisa che i buoni: — la loro funzione, 
soltanto, è differente. 


5. 
Doveri imprescindibili. — Tutti gli uomini, i quali sentono essere 


loro necessari, le parole più vivaci e la voce più violenta, i gesti 
e gli atteggiamenti più eloquenti, per agire în qualsiasi maniera, 





LA GAIA SCIENZA 


























_ volitici, rivoluzionari, socialisti, predicatori di penitenza, con 0 
È tutti i quali non bastano 1 mezzi successi: 


senza cristianesimo, & i ( È 
— tutti questi discorrono di “ doveri ,, e di doveri, soltanto, che 


hanno un carattere d’imprescindibilità, senza i quali essi — e 
ben lo sanno! — non avrebbero diritto al loro pathos esuberante. 
Essì si appigliano, perciò, 2 qualche filosofia della Morale, la quale 
vada strombazzando un qualsiasi Imperativo categorico, o sl assi- 
milano un bel pezzo di religione, come, ad esempio, ebbe a fare 
Mazzini. Imperocchè essi vogliono che si abbia una fiducia assoluta 
in loro, essendo loro, anzi tutto, necessario di confidare assoluta- 
mente in sè medesimi, in virtù di un qualsiasi supremo precetto, 
indiscutibile e sublime, al quale essi vorrebbero dedicarsi, o quali 
servitori o quali strumenti. Im questo caso, noi abbiamo i più na- 
turali e, per lo più, i meglio influenti avversarì dell’emancipazione 
morale e dello scetticismo: ma essi sono ben rari! Al contrario, 
esiste una numerosissima classe di questi avversari, in ogni luogo 
dove l'interesse consiglia la sottomissione, mentre la fama e l'onore 
sembrano, invece, interdirla. Quegli che si senta disonorato, al 
pensiero d'essere l’istrumento di un principe o di un partito o di 
una potenza economica, — quale discendente, ad esempio, di una 
famiglia antica e superba, — ma che pur voglia o debba divenire 
cotesto Istrumento, così per sè che per gli altri, quegli avrà bi- 
sogno di Principî patetici, i quali possano, in ogni tempo, venire 
per a fior di labbra: — Principî di un dovere assoluto, ai 
2 DE) Ea È Gi assoggettarsi o di mostrarsi s0g- 
CERRI Ii e n tenacemente all’Imperativo 
di togliere il carattere d’im sua bili ento 
che noi si esige da questi ti de Rigi sto cepponto, 

cenza, — e non la decenza soltanto! 


6. 
Perdi ianità 
a n - Da meditazione ha perduto tutta la sua 
solenne di chi e Seo Teso ridicolo il cerimoniale ed il gesto 
sapiente di vecchio stile, Noi Si tollererebbe, ormai più, un uomo 
camminando, in mezzo ad o IR pensa troppo rapidamente, per via, 
Venga di pensare serijaci gni sorta di faccende, Pure se e’ ci si con- 





è 


i 
i 
i 









Roger are FIS 


REATI PEETSI PERC TIRA M miri 


LIBRO PRIMO Sl 


simo intorno, nella testa, una macchina incessantemente aggirantesi, 
la quale, pure nelle più sfavorevoli condizioni, continuasse il suo 
movimento. Una volta si scorgeva sul viso di ognuno, s’egli si fosse 
accinto a pensare, —- una ben rara eccezione, in verità! — e se 
avesse voluto divenire più saggio, tutto preso da un’Idea: la faccia 
sì contraeva come per una preghiera, ed il passo si arrestava; © 
per ore edore, egli si tratteneva immobile per via, se il pensiero 
fosse “ sopravvenuto » — stando ritto su uno o su due piedi. È così 
che si riusciva a divenire “ degni della cosa! ,. 


To 


Qualche cosa per gli uomini attivi. — Uno straordinario campo di 
lavoro si dischiude a chi voglia proporsi uno studio di argomenti 
morali. Ogni specie di passione deve essere meditata e perseguita 
singolarmente, attraverso i tempi, i popoli, i grandi ed i piccoli 
individui; tutta la saggezza loro ed ogni estimazione di valori 
ed ogni concezione di cose, dev'essere posta in piena luce! Nulla 
di ciò che sinora ha conferito il colore alla Vita, ha la sua storia: 
dove, ad esempio, si potrebbe trovare una storia dell’amore, del- 
l'avidità, dell’invidia, della coscienza, della pietà, della crudeltà? 
Manca pure assolutamente, una storia del Diritto stesso o, anche, 
una della stessa Penalità. Sonosi mai fatte argomento di studio le 
svariate divisioni del giorno, le conseguenze di un regolare asse- 
gnamento del lavoro, della festa e del riposo? Si conoscono, forse, 
gli effetti morali degli alimenti? Esiste, forse, una filosofia della 
nutrizione? (L’agitazione, sempre rinnovellantesi, pro e contro il 
Vegetarianismo, sufficientemente ne dimostra che nessuna esiste, di 
tali filosofie!) Si sono mai raccolte l’esperienze della vita collet- 
tiva, quelle, ad esempio, della vita claustralo? È già stata esposta 
la dialettica del matrimonio e quella dell'amicizia? I costumi dei 
dotti, dei mercanti, degli artisti e degli operai, — hanno essi mai 
trovato il loro Pensatore? Eppure, ci sarebbe tanto da rifletterci 
sopra! Tutto ciò che gli uomini hanno sinora considerato come 
loro “ condizioni di vita », ed ogni saggezza, ogni passione, ogni 
pregiudizio in tale considerazione, — è stato mai studiato esau- 
rientemente! La sola osservazione degli svariati sviluppi vitali cho 
gli umani istinti, a seconda del diverso clima morale, hanno de- 
terminato o potrebbero determinare, offrirebbe già troppo argo- 





la ea 






si 


e 
























LA GAIA SCIENZA 


o all'uomo più attivo; onde sarebbero necessario intere 
cenerazioni di sapienti, dedicati ad un comune studio, per esaurire, 
si questo singolo caso, i vari aspetti e la totalità della materia. 
La stessa asserzione valo per la dimostrazione dei motivi deter- 
minanti la varietà del clima morale (“ perchè », dunque, il sole di 
un concetto morale fondamentale e di un criterio di valutazione, 
rifulge qua — e l’altro, invece, là?). Ed un nuovo processo è ancora 
necessario, per stabilire l’erroneità di tutti cotesti motivi e l'essenza 
del criterio morale, vigente sino ad oggi. Supposto che tutti co- 
testi lavori fossero forniti, la più delicata di coteste questioni 
s'imporrebbe anzi tutto: se, cioè, la Scienza sia capace di offriro 
nuove mète all’umana attività, dopo aver dimostrato di poterne 
sottrarre e distruggere; — e, conseguentemente, s’ imporrebbe una 
prova di più secoli, atta a soddisfare ogni specie d’eroismo, la 
quale adombrerebbe tutte le grandi imprese e tutti i sacrificì della 
Storia passata, in sino a oggi. La Scienza, però, non è riuscita 
sinora a elevare i suoi edificì ciclopici; e pure, anche per questo, 
deve ben giungere il tempo! : 


mento di studi 


8. 


Virtù incoscienti. lai Tutte le qualità di un uomo, ond’egli è co- 
a — od, mm Ispecie, quando egli ne supponga la visibilità e 
E oo lo circonda —,, soggiacciono a leggi di sviluppo 
si RR a quelle qualità che gli sono ignote o mal note, e 
E i per la loro sottilità, agli occhi del più 
E sa SA a i Sao al Nulla. Così avviene delle incisioni 
esse un ornamento o 35 pill destebbe EMIGITOTO AggEronoRa 
col microscopio, con un si rioè peo È ne 
che animali cosina e po, cloò, reso artificialmente così acuto, 
ornamento 0 quale sl: 1 quali ciò sarebbe forse apparso quale 
rali visibili ed, in ese do posseggono! Le nostre qualità mo- 
loro via, — e lo on ce e che sono credute visibili, seguono la 
altre, non sono nè ornam pure omonime, le quali, in rapporto alle 
una via, assai pento né arma, seguono pure la loro via: 
RR. probab : 
incisioni, le quali, fors n ersa, con linee e sottigliezze e 
nto di un microscop oro piuttosto convenirsi a un dio mu- 
diligenza, il nostro È psi abbiamo, per esempio, la nostra 

1 ‘a nostra acutezza d’intuizione: nes- 


Dì potr 
lo divi 
orgogli 





tie te ni 
Tn 





LIBRO PRIMO 39 


suno lo ignora —,e tuttavia possediamo, probabilmente, ancora la 
nostra diligenza, il nostro orgoglio, la nostra acutezza d’intuizione: 
ma per queste nostre squame da rettili, non è stato ancora sco- 
perto un microscopio ben adatto! — Gli amici, quindi, della Mo- 
rale istintiva esclameranno, in questo caso: “ Bravo! Egli am- 
mette almeno la possibilità delle virtù incoscienti, — questo ci 
basta! ,. — Oh voi che vi appagate di così poco! 


O! 


Le nostre eruzioni. — Innumerevoli cose, che l'umanità ebbe ad 
appropriarsi negli stadi primordiali, — ma in una maniera così debole 
ed embrionale, che nessuno era conscio, ancora, di possedere, — 
cose, lo quali più tardi, dopo secoli forse, sbocciano improvvise 
alla luce, — sono, in questo intervallo di tempo, divenute sì forti 
che mature. In certe epoche sembra venir meno questa o quella 
specie d’ingegno, questa 0 quella sorta di virtù, nella stessa guisa 
che in alcuni uomini avviene: ma si attenda almeno in sino ai 
nipoti ed ai pronipoti, se si abbia pur tempo di attendere; — questi 
porteranno alla luce gl’intimi spiriti dei loro avi, cotesti spiriti, 
ondo gli avi stessi ignoravano l’esistenza. Spesso accade che il 
figlio sia il rivelatore di suo padre: questi comprende meglio sè 
medesimo, da poi che ha un figliolo. Noi tutti abbiamo, in noi 
stessi, giardini ed orti sconosciuti; e, per usare un altro paragone, 
noi si è tutti vulcani emergenti, cui certo si spetta l'ora dell'e- 
ruzione: — quanto, però, questa ora sia prossima o lontana, nes- 
suno lo sa, nemmeno “ il caro Iddio , stesso! 


10. 


Una specie di atavismo. — Io amo imaginare gli uomini eccezio- 
nali di un'età, quali polloni, improvvisamente sbocciati, delle pas- 
sate culture e delle loro energie: simili, quasi, all’atavismo di un 
popolo e a quello de’ suoi costumi: — in questo modo, soltanto, 
ci verrà fatto di ancora comprenderli! Ora, essì appariscono strani 
rari e straordinari: chi sente, però, coteste antiche forze in sè, 
deve coltivarle contro tutto un mondo ostile, e difenderle e vene: 
rarle e aumentarle : in questo modo, egli potrà divenire o un 

| grand’uomo o un pazzo 0 un originale, fino a tanto ch'egli in tempo 


F. Nierzscne, La gaia scienza. 3 









34 LÀ GAIA SCIENZA 

: "ere 
non perisca. Una volta, coteste qualità eccezionali erano ordinarie 
e perciò le si consideravano volgari, tanto non si riusciva a distin- 
guerle dalle altre. Ciò, forse, avveniva perchè era uso l’esigerle e il 
porle a condizione; non era possibile, allora, di divenire grandi per 
esse, per ciò appunto che non esisteva il pericolo d’impazzire, per 
esse, e di divenire solitarì. Nelle stirpi e nelle caste conservative 
di un popolo, si presentano, in ispecie, tali ripercussioni di antichi 
istinti, mentre non è affatto probabile che un tale atavismo emerga 
là dove le razze, i costumi, gli apprezzamenti dei valori si trasmu- 
tano troppo rapidamente. Nelle energie dell’evoluzioni etniche, i 
tempi valgono tanto che nella Musica; nel nostro caso, poi, è as- 
solutamente necessario un andante dell’evoluzione, come unico 
tempo adatto a uno spirito appassionato e lento: — e di questa 
specîe appunto è lo spirito delle stirpi conservative. 


11. 


La coscienza. — La coscienza è l’ultima e la più tarda evolu- 
zione del sistema organico e, conseguentemente, anche la meno 
completa e la meno forte. Dalla coscienza derivano innumerevoli 
pregiudizì, i quali fanno perire un animale o un uomo, prima che 
sarebbe necessario, — “ pure sopra il Destino ,, come dice Omero. 
Se il vincolo conservativo degl’istinti non fosse tanto più potente 
e non servisse, in generale, quale regolatore, l'umanità dovrebbe 
rovinare per i suoi giudizî invertiti e per il suo fantasticare a occhi 
aperti, per la sua illogicità e credulità, e, in una parola, per la Sua 
coscienza: o, meglio, senza quest’ultima, essa non esisterebbe omai 
più, da lunghissimo tempo. Una funzione, prima che sia sviluppata © 
matura, è un pericolo per l'organismo: ottima cosa, però, s'ess® 
in quel suo evolversi, venga sagacemente domata! È così che la 
coscienza viene abilmente tiranneggiata, e non per l'orgoglio che ci 
sì mette! Si pensa che in essa sia il midollo dell’uomo, ciò ch'egli 
ha di duraturo di eterno di definitivo di primordiale! Si ritiene 
essere la coscienza una grandezza securamente concessa! Si nega 
il suo sviluppo, le sue intermittenze; e la si considera quale 
* Unità dell’Organismo ,! — Questo ridicolo ed esuberante apprez- 
zare e misconoscere la coscienza, ha il vantaggio conseguente di 
avere impedito la troppo rapida evoluzione della medesima. Poi 
che gli uomini opinavano di già possedere la coscienza, si sono 








——— = sr SA ni pi Rieti rr 01 4 See. 


LIBRO PRIMO 35 


ren O SiE__oee==== 


dati pochissima pena di conquistarla, — e pure al presente la cosa 
non sembra procedere troppo diversamente! Un’aspirazione sempre 
novella, e pure a mala pena schiarita e riconoscibile ad occhio 
umano, è quella del volere incorporarci la sapienza e di render- 
cela, per tal modo, istintiva; aspirazione questa, la quale non può 
essere intravveduta che da coloro, che hanno compreso come sinora 
i nostri soli errori ci sono stati incorporati e come tutta la nostra 
coscienza è basata semplicemente sugli errori! 


12. 


Sul fine della Scienza. — Come? Il fine supremo della Scienza 
sarebbe, forse, quello di procurare all'uomo il maggiore possibile 
piacere ed il minore possibile dispiacere? Ma come, — se il pia- 
cero ed il dispiacere sono così strettamente insieme collegati, che 
quegli che volesse avere dell’uno nel maggior grado possibile, do- 
vrebbe pure, necessariamente, avere dell'altro in uguale proporzione, 
— se quegli che vuole apprendere “ il grido di gioia che attinge 
il cielo ,, deve tenersi pronto anche ad essere “ triste sino alla 
Morto ,? E così è, probabilmente! Gli Stoici almeno credevano 
che così fosse, ed erano per ciò conseguenti a sè stessi, quando 
desideravano il minore possibile piacere, affinchè la Vita derivasse 
loro il meno possibile di dispiacere (quando si ripeteva il pro- 
verbio: “ L'uomo virtuoso è il più felice ,, esso veniva ostentato 
quale insegna della Scuola, per le massi popolari, e quale sottilità 
casuistica, per gli uomini sottili). Anche oggi v'è concesso di sce- 
gliere : o îl minore possibile dispiacere, brevemente, cioè, l'assenza del 
dolore, — (e in fondo, nè i socialisti nè gli altri uomini politici 
di tutti i partiti dovrebbero promettere, lealmente, di più, ai loro 
partigiani), — o é maggiore possibile dispiacere, quale prezzo per 
l'aumento di una moltitudine di gioie e di piaceri, sottili e sinora 
raramente provati! Se vi decidiate per la prima proposizione, se 
sia vostra intenzione di assottigliare e sminuire la sofferenza degli 
uomini, dovrete necessariamente assottigliare e sminuire la loro 
capacità di gioia. In realtà, sì l'una che l’altra mòèta ci è dato di 
raggiungere per mezzo della Scienza! Chè, forse, essa la Scienza è oggi 
più generalmente conosciuta per la sua qualità di togliere agli uomini 
il loro piacere e di renderli più freddi, più statuariamente impassi- 
bili e più stoici. Ma essa potrebbe inoltre venir riguardata come 


cel Rai 





































LA GAIA SCIENZA 


la grande Ministra del Dolore, — ed in tal caso, forse, pure la sua 
forza contraria potrebbe essere rivelata, la sua straordinaria fa- 
coltà, ad esempio, di far rilucere altri novelli Mondi stellanti di 
È gioia! 

13. 


Per l'insegnamento del senso di potenza. — Sì col fare bene che 
col malfare, ci è dato di esercitare la nostra potenza sugli altri, 
— ond’è che comunemente non si chiede nulla di più! Col far male a 
quelli, cui dobbiamo rendere sensibile la nostra potenza, — impero- 
chè il dolore è un istrumento assai più sensibile e più atto a ciò, del 
piacere, — otteniamo che il dolore interroghi sempre sulle Cause, 
mentre il piacere è più incline a rinchiudersi in sè medesimo e a 
non rivolgersi in dietro. Col fare bene, in vece, e col volere il bene 
di coloro, i quali in qualsiasi modo sono già dipendenti da noi, — 
che sono, cioè, soliti di pensare a noi come a loro Cause dirette, 
— noi si ha l’intenzione di aumentare la loro potenza, poi che per 
tal modo riusciamo ad accrescere indirettamente la nostra, o vogliamo 
loro dimostrare il vantaggio di cui si gode nel rimanere sotto la nostra 
dominazione ; perchè così essi saranno più paghi della loro posi- 
zione e saranno più ostili e più parati alla lotta contro gl’inimici 
della potenza. Se noi ci sacrifichiamo benefacendo o malefacendo, 
ciò non muta il valore supremo delle nostre azioni: pure se noi 
vi arrechiamo la nostra Vita istessa, como il martire fa a bone- 
ficio della, sua Chiesa, il sacrificio non sarà devoluto che alla nostra 
ne È TRE o al fine di conservare il nostro sentimento di 

;nza, Uhi senta di potere esclamare “ io sono in possesso della 
Verità ,, quanti mai altri possessi non sì lascia egli sfuggir ; 
scia egli sfuggire, per 

salvare questo sentimento! Quante cose non e tta Ra mare 

per mantenersi “ sopra superiore, cioò o B0 5 A 

della “ Verità ,! In realtà le condi dr see car DO de: fo 

nel fare il male, sono ea do izioni nelle quali noi ci troviamo 
nte così piacevoli, così puramente 


piacevoli, come SR CO0L i 
Mo se quelle nelle quali facciamo il bene, — segno evi- 


del nostro n I Rea della potenza, 0, meglio, indice 
coli e di nuove i esta miseria, e annuncio di nuovi peri- 
A, mentre no sul presente nostro possesso 
Siti di vendetta. di a è minacciosamente annebbiato da 
i uomini più eccitabili Prezzo, di punizione e d’insuccesso. 

: 1 € più bramosi del sentimento di potenza 





en 


i te © 


rms tt i ce—— tr 


nti ce ee sii 





LIBRO PRIMO 37 


potrebbe arridere soltanto di bollare il recalcitrante col suggello 
della potenza, perchè ad essi lo spettacolo dell’uomo soggiogato — 
e solo per questo suo carattere egli è oggetto della loro benevo- 
lenza! — produce incubo e noia. Ben si comprende da ciò quanto 
si sia soliti di saturare d'aromi la nostra Vita; è faccenda di mero 
gusto il prediligere l’accrescersi della potenza, lento 0 rapido;' si- 
î curo 0 pericoloso 0 temerario: questa o quella droga vengono ri- 
cercate sempre, a seconda dell’ indole propria. Una facile preda è 
spregevole ai temperamenti superbi; essi sentono un certo grado 
| di benessere soltanto dinnanzi a uomini non domati nè spezzati, 
i quali potrebbero divenire loro nemici, o dinanzi & possessi difficil- 
o mente accessibili; essi sono assai spesso duri verso coloro che sof- 
frono, perchè questi non sono meritevoli del loro sforzo e della 
i loro fierezza, — ma, al contrario, essi si addimostrano tanto più 
cortesi verso i loro eguali, coi quali la lotta sarebbe in ogni caso, 
I onorevole, se dovesse una volta presentarsene l'occasione. È sotto 
l'influsso bonigno di questa prospettiva che gli uonimi della casta 
dei cavaliori si sono abituati ad una reciproca eletta cortesia. — 


‘ La pietà è il sentimento più amabile in coloro che sono poco fieri 
o non hanno alcuna aspirazione alle grandi conquiste: per essi, la 
facile preda — e tale è appunto chi soffre — è qualche cosa 

| d'incantevole. Usa, quindi, celebrare la pietà, come una virtù da 


donnette allegre. 
14. 


Tutto ciò ch'è chiamato Amore. — Avidità e amore: quali sen- 
timenti diversi ci derivano da ciascuna di queste due parole! — 
Eppure ben potrebbe essere il medesimo istinto, doppiamente de- 
finito: primamente, screditato dal punto di vista di coloro che giù 
posseggono, nei quali l’istinto del possedere s'è alquanto calmato, 
e che ora temono soltanto per la sicurezza del loro “avere n; 
quindi, esaltato dal punto di vista degl’insoddisfatti e degli asse- 
tati, che lo trovano “ buono n. Il nostro amore del prossimo, non 
è esso, forse, uno sforzo che tende a una proprietà novella? E così 
anche il nostro amore per il sapere, per la Verità? e, in generale, 
ogni nostra brama di novità? Noi ci stanchiamo a poco a poco di 
ciò ch'è vecchio, di ciò ch'è sicuramente posseduto, ond'è che pro- 
tendiamo ancéra le mani verso qualche cosa di nuovo; pure il pae- 
saggio più bello, dove siamo vissuti da tre mesi, non è più certo 








DE LA GAIA SCIENZA 

le wa 
del nostro amore, © ormai qualche più lontano lido eccita la nostra 
avidità: il possesso diminuisce il più delle volte, per il lungo pos- 
sedere. Il piacere derivato da noi medesimi si mantiene talmente 
diretto, che trasforma sempre novellamente qualche cosa di nuovo 
in noi stessi: — ciò appunto chiamasi possedere. Avere disgusto 
di un possesso è avere disgusto di noi medesimi. (Si può soffrire 
anche a causa dell'abbondanza; — pure al desiderio di sperperare, 
di gettare via, può venire attribuito l’onorifico nomignolo “ Amore ,). 
Se noi si scorga qualcuno soffrire, cogliamo volentieri l'occasione 
che ci si offre, d’impossessarci di costui; ciò, ad esempio, fa il 
benefattore e l’uomo pietoso, sì ch’egli pure chiama “ Amore , il 
desiderio di un possesso novello, risvogliatosi in lui, e n’ha gioia 
come per una nuova conquista che lo attira. Più chiaramente, però, 
l’amore sessuale si rivela quale tendenza alla proprietà: l'amante 
esige l’incondizionato ed esclusivo possesso della persona da lui 
desiderata, ed un potere illimitato così sull’anima sua che sul suo 
corpo; egli vuole essere da quella unicamente amato ed, anelando 
alla suprema e più preziosa gioia, abitare nell'anima di lei e si- 
gnoreggiarla. Se si consideri che tutto questo null’altro significa 
ch'escludere tutto il mondo da un prezioso bene, da una felicità e 
da un godimento; se si considera che l'amante aspira all’impove- 
rimento e alla privazione di tutti gli altri rivali, e volentieri Sl 
adatterebbe a divenire il dragone che veglia, in guardia del suo 
aureo tesoro, — quasi fosse il più indiscreto ed il più egoista di tutti 
i “ conquistatori , e di tutti i depredatori; se sì consideri, final- 
mente, che a chi ama, tutto il rimanente mondo appare indiffe- 
rente, pallido e senza valore alcuno, sì ch'egli è pronto & ogni 
sacrificio, a sconvolgere ogni ordine e a calpestare ogni interesse: 
ben converrà meravigliarsi che questa avidità selvaggia, questn- 
giustizia dell’amore sessuale, sia stata esaltata © divinizzata a Lee 
tale grado, in ogni età, e che da questo amore si sia derivato 1 
concetto stesso dell'Amore, quale contrapposto dell’egoismo, Den 
esso altro in realtà non è che la più semplice espressione Lcd 
l’egoismo. È troppo evidente che quelli che nulla possedeva va n 
quelli che molto desideravano, ne hanno introdotto l’uso nella DI 
— imperocchè di tal gente sempre ce n'è stata sin troppa. v0 ai 
in vece, i quali in questo dominio hanno fruito di molti posse” 
sino alla sazietà, hanno lasciato cadere 


qua e là, di eno 
tempo, una parola contro il “ demone furibondo ,, come sì 











ECCLESIA RT META TSE TI a pin 


aa 
=» ' LIT 


LIBRO PRIMO 39 


focle, che fra gli Ateniesi fu il più amabile ed il più amato: ma 
Eros in ogni tempo rise di tali calunniatori, — i quali appunto 
sono sempre stati, fra tutti, i suoi prediletti. — C'è ancéra, a dire 
il vero, qua e là sulla terra una specie di continuazione dell'Amore, 
nella quale cotesta avidità di reciproci desideri fra due persone 
cede a nuovi desiderì e ad una nuova avidità, a una comune sete 
superiore d’un Ideale che sta sopra di loro: chi, però, conosce 
questo Amore? © chi mai ebbe a viverlo? Il suo vero nome è 
Amicizia. 


15. 


Di iontano. — Questo monte rende tutta la regione da lui si- 
gnoreggiata, incantevole e significativa: dopo esserci detto ciò per 
la centesima volta, noi sì è così sragionevoli e così disposti a gra- 
titudine verso di lui, che opiniamo essere esso medesimo il dona- 
tore di questo incanto, la cosa più mirabile della contrada, — © 
così si sale sulla sua vetta e se ne rimane disillusi. Improvvisa- 
mente, così esso che tutto il paesaggio, intorno @ noi e sotto 
noi, ne divengono smagati; noi avevamo dimenticato che certe 
Grandozze, come certe Bontà, devono venir guardate da una qualche 
distanza, ed, in ogni modo, dal basso, non dall'alto; — soltanto 
così, esso producono un certo effetto. Tu stesso, forse, conosci qual- 
cuno, fra quelli che ti sono prossimi, che deve venire osservato da 
una certa distanza, per essere trovato tollerabile 0 seducente 0 
corroborante; ond’è d'uopo sconsigliare a lui il riconoscimento di 
sè medesimo. 


16. 


Sul sentiero. — Nelle relazioni con le persone, le quali osten- 
tano pudicizia nei loro sentimenti, è necessario di sapere dissimulare; 
esse provano un improvviso odio contro colui che le colga in flagrante 
di un sentimento gentile 0 entusiasta o elevato, come s’egli avesse 
indebitamente scrutato nei loro più intimi pensieri. Se si voglia far 
loro del bene in simili momenti, conviene eccitare il loro riso 0 
dir loro una qualche fredda © scherzevole malignità: — il loro 
sentimento ne agghiada, ed essi ritornano a essere padroni di sè 
medesimi. Ma questa non è altro che la Morale della Storia. — 
Noi siamo stati, una volta, così prossimi nella Vita, che nulla più 
sembrava ostacolare la nostra amicizia e la nostra fraternità, © 






























40 LA GAIA SCIENZA 
n _ mm 
soltanto un sentieruolo sottile era ancora fra noi, Mentre tu avresti 
voluto passarlo, io ti chiesi: “ vuoi tu, forse, venire a me, oltre 
il sentiero? , — ma allora tu non hai più voluto; e quando io an- 
cora te ne pregai, tu tacesti. Dopo d'allora, monti e fiumi vorti- 
così e tutto ciò che divide e rende straniero, si sono precipitati 
fra noi due e, quando anche avessimo voluto ricongiungerci, noi 
non l'avremmo più potuto! Se tu mediti, ora, a quel sottile sen- 
tieruolo, non trovi più parole, — ma soltanto angoscia e sin- 
ghiozzi! 


17. 


Motivare la propria povertà. — Noi non possiamo, in verità, per 
mezzo di nessun artificio, ottenere d’una povera virtù, una virtù 
ricca e copiosa, ma ben possiamo illeggiadrire la sua miseria, nella 
Necessità, talmente che il suo aspetto non ci faccia più male e 
non più si debba rimproverare il Destino per sua cagione. Così 
opera il giardiniere prudente, il quale indirizza la misera acqua 
del suo giardino a scorrere fra le braccia di una Ninfa fluviale, 
per tal modo motivando la sua povertà: — e chi mai non ame- 
rebbe, come questa mia acqua, l'amplesso delle Ninfe? 


18. 


Superbia antica. — La distinzione difetta, per noi, del suo colore 
antico, Poichè al sentimento nostro manca lo schiavo d’una volta. Un 
SI di nobile stirpe trovava, fra la sua superiorità e cotesta ultima 
L; Aa fi: gradini intermedi e tanta lontananza, ch'egli a 
riusa a scorgerlo È scorgere lo schiavo: lo stesso Platone non 
‘come siamo n SEGR Ben altrimenti avviene di DI sl 
sn o 
uomini, se non pure lista isa. a Sa OR 
potesse liberamente disporre di sì = a SERErO, Iqua 
libertà dell’arbitrio ni o so medesimo e cui mancasse la 
di Spregevole; e O al nostri occhi, che qualche cosa 
ni Vitù è propria d’ognuno Ta €, questa specio medesima di schia- 
| Rostro ordine e della for seconda della condizione del 
— mentalmente diversi a attività sociale, i quali sono fonda- 
passava attravenoi C® Melli degli antichi. — Il filosofo greco 
| esistess , con l’intima convinzione, che più schiavi 


esiste raverso la Vita 
Seneralmente si opinasse, — o piuttosto, 


5° stessero di quello che 




















LIBRO PRIMO 41 


Co oo83rrt.-tr,;| r)!tr*»Pt—-—-—WoeeTtee meet tàctxtàotomùTùf>o, ot ._vyvyvvo—__——_— 


che ognuno fosse schiavo, in quanto che non fosse filosofo; la sua 
superbia straripò, nella considerazione che pure i più potenti Si- 
gnori della terra fossero fra cotesti suoi schiavi. Ma pure questa 
superbia ci è straniera ed impossibile; nemmeno a usarla nei pa- 
ragoni, questa parola “ schiavo , ha, per noi, la sua piena forza 
originaria. 


19. 


Il Male. — Esaminato la vita degli ottimi e dei più fecondi, fra 
gli uomini e fra i popoli, e chiedetevi, se un albero che deve su- 
perbamente clevarsi nelle altezze, possa evitare il mal tempo e 
l’uragano; se le condizioni sfavorevoli e gli ostacoli che proven- 
gono dal di fuori, se ogni sorta d'odio, di gelosia, di testardag- 
gine, di diffidenza, di durezza, di avarizia e di violenza non, per 
avventura, appartengono alle circostanze propizianti, senza le quali, 
nemmeno nella Virtù sarebbe possibile uno sviluppo generoso? Il 
veleno che uccide la più debole natura, rafforza, a sua volta, il forte, 
— onde da questi non è più neppure chiamato veleno. 


20. 


Dignità della Pazzia. — Alcune migliaia d'anni più innanzi sulla 
via dell’ultimo secolo! — ed in tutto che l’uomo opera, sarà chia- 
ramente visibile la più alta saggezza: ma per ciò, appunto, la sag- 
gezza avrà perduto ogni sua dignità. Ben pure allora sarà neces- 
sario l'essere saggio, ma ciò sarà anche così abituale e comune, 
che uno spirito più fine considererà cotesta necessità come una 
volgarità. E nella stessa guisa che una tirannia della Verità e della 
Scienza sarebbe capace d’elevare il valore della menzogna, una 
tirannia della Saggezza potrebbe far scaturire una nuova specie di 
nobiltà d'animo. Essere nobile: ciò, forse, significherebbe, allora, 
albergare pazzie nel cervello. 


21. 


A coloro che predicano il disinteresse. — Le virtù di un uomo 
si dicono buone, non riguardo agli effetti che lo concernono, ma 
riguardo agli effetti loro che noi presumiamo riferirsi a noi e alla 
società: — nell’elogio delle virtù si è stati, in ogni tempo, così 
poco “ disinteressati , e così poco “ non egoisti ,! Chè altrimenti | 













49 LA GAIA SCIENZA 





si sarebbe dovuto osservare che le virtù (come, ad esempio, la di- 
licenza l'obbedienza la castità la pietà la giustizia) sono gene- 
ralmente dannose a coloro che le professano, essendo esse degli 
istinti che dominano in loro troppo violentemente e avidamente, 
senza in alcun modo volere lasciarsi dalla Saggezza equilibrare con 
gli altri istinti. Se tu possegga una virtù vera e genuina (e non 
soltanto il tenue istinto di una virtù!), — ne divieni necessaria- 
mente la sua vittima! Ma appunto per ciò il tuo vicino vorrà lo- 
dare la tua virtù! Si loda il diligente, pure s'egli, con la sua dili- 
genza, danneggi la forza visiva dei suoi occhi o l'originalità e la 
freschezza del suo spirito; si onora e si compiange il giovane che 
si sia “logorato nel lavoro ,, imperocchè si giudica: “ Per l’intiera 
totalità sociale, la perdita pur del migliore individuo è soltanto un 
lievissimo sacrificio! Peccato, soltanto, che cotesto sacrificio sia 
necessario! Molto peggio, però, se l'individuo dovesse pensare altri- 
menti e considerare la propria conservazione e il proprio sviluppo, 
più importanti del suo lavoro a servizio della Società! ,. E così 
si compiange questo giovane, non per lui stesso, ma perchè, con 
questa morte, un istrumento devoto e sottomesso — ciò che si dice 
un “ brav'uomo ;, — è andato perduto per la Società. Si consi- 
(era, forse, ancora, se non, per avventura, sarebbe stato più utile 
san della Società, s'egli avesse lavorato con maggiori ri- 
SUSTOLEVELSORsO medesimo, e fosse riuscito a vivere più a lungo, 
i vantaggio che so no sarebbo potuto ri- 
derivato dal sacrificio o Si de or 
crificale, visibilmente anche una Ct o o 
che d'un lato, la natura dal, Il TAR O CIO 
propriamente lodata, se si lodino le Ss tà È n iena di do 
cieco che pesa în I virtù, e, d altro lato, l’istinto 

) e non si lascia limitare dal van- 


taggio complessi i 

essivo dell’indivi i 

SC iduo, — i Sn 

di ragionevolezza nella ’ n una parola: la mancanza 


È Virtù mercò ] ? . vino, . 
lascia t - SI a quale l’essere individuale sì 
3 ATTS funzione della collettività. L’elogio delle virtù 
istinti i quali tol ° cosa di privatamente dannoso, l’elogio degli 
desimo ela OA all'uomo il suo più nobile amore di sò me- 
vero che ad e ee Ro tutela sopra sè stesso. — Ben è 
tutta una serie di co ad instillare abitudini virtuose, si deduce 


Tesimo i O della virtù, le quali fanno apparire 
Privato, quasi concatenati strettamente, — 


dda 





| 
| 
| 


ig en a 


LIBRO PRIMO 49 


poichè nella realtà ben esiste una tale concatenazione! La cieca 
e tenace diligenza, ad esempio, cotesta tipica virtù di uno stru- 
mento, è rappresentata quasi la via alla ricchezza e all’onore, e 
quasi il più salubre veleno contro la noia e lo passioni: ma sì 
sottace il suo pericolo © la sua minaccia più grave. L’ educa- 
zione prosegue, in genere, così: essa tenta di stabilire nell’ in- 
dividuo, per mezzo di una serie d’eccitamenti e di vantaggi, una 
maniera di pensare e di agire, la quale, se sia divenuta abi- 
tudine istinto e passione, domina in lui e sopra di lui, contro il 
suo proprio ultimo interesse, ma sì per “ il bene gonerale ,. Quante 
volte m'è dato di scorgere che la cieca e tenaco diligenza procura, ben 
è vero, ricchezze © onori, ma toglie, ad un tempo, la delicatezza agli 
organi, mercò la quale le ricchezze © gli onori potrebbero arrecare 
compiacimento; ©, inoltre, che cotesto rimedio capitale contro la 
noia e le passioni, rende i sensi ottusi e lo spirito insuscettibile 
a novelli eccitamenti! (La più alacre di tutte le età, — la nostra, 
— non sa chesi fare, di tutta la sua attività e di tutto il suo denaro, 
fuori che ammassare sempre novello denaro e sempre novella at- 
tività: ci vuole assai più genialità a spendere che ad acquistare ! 
— Ma ben presto, noi avremo i nostri “ nipoti ,, a ciò!). Se l’edu- 
cazione riesce, ogni virtù dell'individuo diviene pubblica utilità © 
svantaggio privato, nel senso del superiore fine privato, — pro- 
babilmente, un decadimento dello spirito e dei sensi o, piuttosto, 
una precoce discesa: si considerino, da questo punto di vista, una 
dopo l’altra, le virtù dell’obbedienza, della castità, della pietà e 
della giustizia. La lode della persona non interessata, della vir- 
tuosa, di quella cho si sacrifica, l'elogio, in fine, di colui che non 
tutta impiega la sua forza e la sua saggezza alla propria conser 
vazione ed elevazione, al proprio sviluppo @ progresso, ed all’ac- 
croscimento della sua potenza, ma che, riguardo a sò medesimo, 
vive modesto e senza pensieri e, forse anche, indifferente 0 ironico, 
— questa lode non è, certo, scaturita da spirito di disinteresse ! 
Il “ prossimo » loda il disinteresso, perchè per mezzo di questo egli 
ha i suoi utili! Se il prossimo riflettesse, egli pure, “ disinteres- 
satamente ,, ogli rinuncerebbe a cotesto logorio di forze, ® cotesto 
dànno determinato a favor suo, egli opererebbe contro al sorgere 
di tali inclinazioni ©, anzi tutto, proclamerebbe il suo disinteresse, 
denunciandole come cattive! — E così è resa evidente la contrad- 
dizione intrinseca di quella Morale, cui, oggi in ispecio, è uso di fare 





LA GAIA SCIENZA 


























onore: i motivi di essa sono in contraddizione col suo principio! 
Ciò, onde questa Morale vuole essere TRERSORA la contrasta per | 
il suo criterio di moralità! L'affermazione devi rinunciare a te ; 
medesimo e offrirti in sacrificio ,, dovrebbe, per non contraddire | 
alla sua propria morale, venire decretata soltanto da un essere, 
che con ciò rinunciasse pure al suo proprio vantaggio, e determi- | 
nasse forse la sua rovina nel sacrificio richiesto dagl’'individui. Ma 
appena il prossimo (o la Società) raccomanda l’altruismo « causa 
della sua utilità, il principio contrario: “ Tu devi cercare il tuo 
vantaggio, pure a danno di tutti ,, è messo in pratica, e d’un fiato 
solo, si predica così “ Tu devi, che “ Tu non devi ,! 


22. 


L'ordre du jour pour le roi. — Il giorno incomincia: incomin- 
ciamo, adunque, a ordinare, per questa giornata, gli affari e lo 
feste del nostro graziosissimo Signore, che adesso, ancòra si degna 
di riposarsi. Tempo cattivo, ahimè, oggi, per Sua Maestà! — noi, 
però, ci guarderemo bene dal chiamarlo cattivo; non si parlerà 
affatto del tempo, — ma bensì assumeremo più solennemente gli 
affari, e con maggior pompa celebreremo le feste, di quello che 
non sia necessario, Sua Maestà sarà, forse, ammalata: noi però, 
presenteremo a colazione l’ultima buona novella d’iersera, quella 
cca le pe tt e Bat Mi mb 
E riceveremo anche qualche I RE nie cla Do be 
quella vecchia rana a che prgn! a RISE 
fer DR > sarà in mezzo a loro, se mai le 

parola? “To non sono una persona, 


direbbe egli 
e egli, ma sì sempro, la cosa, nella sua stessa essenza ,). — 


nella © 5 
sulla sua ora “ ione di quel poeta ch’ebbe a scrivere 
cere! , Ciò, in verità entra qui, mi fa onore; chi non entra, pia- 
1 1 51 potrebbe anche chiamare una scortesia 


cortese. E forse 
aan » cotesto poeta i È 
SUA, d'essere scortese: sii O een Sapere 


serisce, i i : : su 
di gran lunga migliori di q ce, infatti, che i suoi versi sieno 


i in e dino 


egli ancora scriverne SI di certi altri poetastri. Così possa 


mondo: 6 que: © ritirarsi il più che ibi 
° Questo, allora, sarebbe Îl vero significato i St 


LIBRO PRIMO 45 


I II‘ ‘Fc l--—rgrg..‘:{. EL 


tese scortesia! Al contrario, un Principe vale sempre più dei versi 
ch’egli scrive, anche se... — ma che cosa, dunque, facciamo noi, 
o ora? Chiacchieriamo, e tutta la corte crede che noi si lavori e che 
ci si rompa la testa: non si vede, infatti, accendersi alcun lume, 
prima che dietro le nostre finestre. — Ascolta! Non suona, forse, 
il campanello ? Al diavolo! Incomincia il giorno e il ballo, e noi 
non si conosce ancéra ciò che si dovrà fare. Dobbiamo, dunque, 
improvvisare, — come tutto il mondo, il quale improvvisa la sua 
giornata. Facciamo, dunque, pure noi, oggi, come tutto il mondo!... — 
Ed in questo modo il mio sogno mattutino s'è dileguato, proba- 
bilmente per i duri colpi dell'orologio della torre, il quale annuncia 
l'ora quinta, con la gravità che gli è propria. Mi sembra che il 
Dio dei sogni abbia voluto, questa volta, ridersi delle mie abitu- 
dini; — è mia abitudine, infatti, d’incominciare la giornata, con- 
siderando il come poterla rendere a me sopportabile, ed è possibile 
anche, ch'io spesso abbia ciò compiuto formalmente e troppo prin- 
cipescamento. 


ta —a 


—____ddo i 


23. 


| segni della corruzione. — Si considerino, di tempo in tempo, 
i sintomi che risultano dalle condizioni necessarie della Società, i 
quali vengono designati con la parola “ corruzione n. Ogni qual 
volta penetri in qualche parte la corruzione, una varia supersti- 
zione prende il sopravvento, e la religione collettiva, sopravvissuta 
sinora in un popolo, diviene pallida ed impotente : la superstizione, 
cioè, è un libero pensiero di secondo ordine; — chi le si sotto- 
metta, sceglie certe forme e certe formole che gli si convengono, 
e si permette il diritto della scelta. Il superstizioso, in confronto 
dell’uomo religioso, è sempre più di questi “ una persona », ed una 
Società superstiziosa sarà quella, nella quale ci sono già molti in- 
dividui e la predilezione dell’individualità. Considerata da questo 
punto di vista, la superstizione appare sempre quale un progresso, 
a paragone della fede, e come un segno che l’intelletto diviene più 
indipendente e vuole avere i suoi diritti. Gli adoratori dell'antica 
religione e della vecchia religiosità si lamentano, allora, della cor- 
ruzione, — poichè essi hanno sinora prestabilito il valore lingui- 
stico della parola ed hanno imposto un cattivo attributo alla su- 
perstizione, pure negli spiriti più liberi. Apprendiamo, dunque, 
ch'essa altro non è che un sintomo della cultura. — Secondaria 


iii II 
i iii 





“i air de Aa 





LÀ GAIA SCIENZA 


mente, si accusa di torpore una Società, Nella quale ò PE 
la corruzione: ed è evidente, allora, che l’estimazione de a guerra 
e la passione per la guerra sono decresciute, e che sl aspira al 
comodi della vita così ardentemente, che prima sì anelava agli 
onori bellici e ginnici. Ma usa sottacere che cotesta antica energia 
popolare e cotesta passione collettiva, le quali, per mezzo della 
guerra e dei tornei, acquistavano una evidenza meravigliosa, Ss 
ora, invece, sonosi trasformate in passioncelle individuali innume- 
revoli, onde riescono infinitamente meno visibili ; è, però, probabilo 
che, in cotesto stato di corruzione, la potenza e la forza, proma- 
nate ora da un popolo, sono più grandi che mai prima, ond'è che 
l'individuo ne attinge così prodigalmente quanto antecedentemente 
non gli era concesso, — da poi che, allora, egli non era sufficien- 
temente ricco per fare ciò! Fd è appunto in queste epoche di 
“ torpore », che la Tragedia corre per le case e per le strade, che 
nasce sì il grande amore che l’odio grande, e che la fiamma della 
Conoscenza sale vampeggiante verso il cielo. — In terzo luogo, 
quasi per iscagionare coteste epoche di corruzione dall’accusa di 
superstizione e d'intorpidimento, si vuole aggiungere ch’esse sono 
mn qualche modo più dolci, e che ora la crudeltà, in paragone dei 
tempi antichi, più crudeli e più forti, s'è considerevolmento dimi- 
nuita. Ma non è dato a me di sottoscrivere nemmeno a questa 
nato Se oe: io concedo, soltanto, che la 
d'ora in avanti ii si = di or Sue Jorme più antiche, 
ìl ferire ed il don | * >. GA ene 
raggiungono, in tempi L DE eZzo ella parola © dello sguardo, 
imperocchè allora soltanto IS O e AEREO, si 

a la perversità ed il piacere 


ella perversi Ì inì i osì e calunniato 
d P tà. Gli I corrotti sono spiritosi lunniatori; 
ess sanno che ben altri is rumenti d’uccidere esistono, c i 
he b È e b he non 
pugnale e l’assalto proditorio; — È 
, 


sia dello Bene è, necessar ess sanno, pure, che tutto che 

lora che 4; n creduto. — In quarto luogo: al- 

esseri che vengono TO n: ©mmergono, in vece loro, quegli 

i precoci. corri degli Tini, Anetia e Procurati e, quasi, 
3 ui. 6r ; 

frutto dei frutti, ch'è l’Indivi neora una piccola sosta, c questo 


l'albero di duo, penderà maturo ed aureo dal- 


© soltanto a cagione di questi frutti 


SUO apice, insi * Doe la decadenza abbia raggiunto il 
l ogni sorta di Tiranni, sopravviene 


lamento, 


ie NI 


dA na 





LIBRO PRIMO 47 


SS e" 1... |||||lelemTméeéeééE a a ———“«Z .._ TRA 


sd sempre il Cesare, il Tiranno definitivo, il quale pone fine a cotesta 

guerra travagliosa per l'egemonia assoluta, riducendo a' suoi fini 

la spossatezza stessa, derivata dalla lotta lunga. Nell’epoca sua, 

l’Individuo è generalmente giunto alla suprema maturità e, per 

conseguenza, la “ cultura , è arrivata alla massima sua elevatezza 

e fecondità, — ma non mercè sua nè del Tiranno: malgrado che 

gli uomini di cultura superiore amino adulare il loro Tiranno, as- 

serendo sò stessi essere opera sua. Vero è, però, ch’essi hanno 

bisogno di tranquillità, esteriormente, poichè interiormente in sè 

stessi racchiudono tanta irrequietudine e tanto travaglio! In coteste 

epoche, la corruttibilità e il tradimento si avvicendano straordi- 
nariamente: imperochè l’amore dell’ego, recentemente rivelatosi, è 
ora ben più potente dell'amore della vecchia “ patria n; talmente 
sciupato dai grandi paroloni della retorica convenzionale; e la 
necessità di porsi al sicuro contro i terribili squilibri della Fortuna, 
fa protendere anche le più nobili mani, tosto che un potente o un 
| uomo ricco si mostri pronto di versarvi dell’oro. Talmente incerto 
è ora l'avvenire, che ben è d’uopo vivere giorno per giorno: uno 
Li stato d’anima, per il quale tutti i seduttori riescono ad avere buon 
| giuoco, — poi che ci si lascia sedurre e corrompere solo per oggi, 
| rimettendo al prossimo avvenire la debita virtù! Gl'Individui, — 
| cotesti esseri che, come è noto, sono degli in sè medesimi, — si 
| preoccupano dell'istante attuale, più dei loro contrari, gli uomini 
della greggia, imperocchò essi ben sanno di non poter più contare 
! in sò stessi che sull’avvenire; nella stessa guisa, essi di buon grado 
| si alleano ai potenti, credendosi predestinati ad azioni e ad imprese, 
! le quali presso la folla non potrebbero ottenere nè intelligenza nè 
grazia; — ma il Tiranno o il Cesare comprende il diritto dell'In- 
dividuo, pure ne’ suoi trascorsi, ed ha interesse di favorire una 
morale privata più audace, e di tenderle per incitamento la mano. 
Imperocchè egli di sè stesso pensa, e vuole che di lui si pensi, 
ciò che Napoleone, una volta, ha dichiarato in quella sua classica 
forma che gli era abituale: “ Io ho il diritto di rispondere, a tutto 
che mi venga imputato, con un eterno Zo mi son tale! Io sono lon- 
tano da tutti, ond’è che da nessuno accetto condizioni. Io voglio 
che si faccia atto di sottomissione a tutte le mie fantasie, e che 
si trovi ben semplice e naturale, s'io mi dedichi a queste o a 
quelle distrazioni ,. Così Napoleone parlò, una volta, alla sua con- 
sorte, allora che questa aveva delle buone ragioni di dubitare della 


ee 








































HO 


GAIA SCIENZA 
im o 
uzione sono quelli, 


à coniugale di suo marito. — Tempi di corruzione quelli 
sia lo cadono dall'albero : io intendo di dire, gl’Indi- 


nei quali le me a Do n 
vs gli apportatori della sementa dell'avvenire, gli matori origi 
nari della colonizzazione intellettuale o della formazione novella 

Corruzione è, soltanto, un 


dei vincoli dello Stato © della Società. Cor , Si 
attributo ingiurioso per determinare i periodì autunnali di un popolo. 


24. 


— Le persone malcontente, deboli, e in 
sono le più atte & scoprire nuovi modi 
d’abbellire e d’approfondire la Vita; quelle, invece, che sono ro- 
buste, — le virili, per rimanere nell'immagine, — sono più adatte 
al miglioramento e alla sicurezza dell’esistenza. Le prime dimo- 
strano la debolezza loro e la loro femminilità in ciò, ch'esse amano 
‘a volte di lasciarsi ingannare e si appagano d’un po’ di ebbrezza 
e di entusiasmo, ma in complesso sono incontentabili e soffrono 
dell’inguaribilità del loro malcontento; oltre a ciò, esse sono gli 
incitatori di tutti coloro che sanno creare delle consolazioni opia- 
tive e narcotiche, ed appunto per questo s’adirano contro quelli 
che pongono più alto il medico del prete, — ed è per tal modo 
appunto ch'essi riescono a intrattenere la continuità delle vere sven- 
ture! Se non ci fosse stata, sino dai tempi medievali, una sovrab- 
o one cotalo specie, in Europa, la celebre 
È inua evoluzione non si sarebbe assai 
È ona formata: poichè l’esigenze dei malcontenti robusti 
glici CIS Senna È ara eccessivamento sem- 
sempio d’un paese DA 106 olta, appagarle. La Cina è l'e- 
x x ; nel quale il malcontento gener la facoltà 
d'evoluzione, sono andati da più secoli esti RR 
o. ce 
le loro misure di Ao De re bero agevolmente, con 
durre l'Europa a condizioni cinesi e nd SRO dellicsistenza; Eri 
messo ch'essi sieno anzi tutto riusciti r e peo 
a estirpare cotesto malcon- 


tento e cotes soin 

pur ora a oria malata, delicata e femminea, i quali 

malato, cho deve la più grand diffusi tra noi. L'Europa è un am- 

e alla perenne i Sa ino allainua inguaribilità 

e za delle sue sofferenze: coteste posizioni 
ovate, cotesti pericoli e dolori e mezzi d’ in- 


Malcontento diverso. 
qualche guisa femminee, 





” Ne “i 
: Ceti wi 





Mito, ir 





{ 
| 
! 





LIBRO PRIMO 49 


_——_—t_-]-,_-_———r———1rrEEOOLIEOOI)) em. 


formazione, perpetuamente nuovi, hanno finito col produrre un’ec- 
citazione intellettuale, la quale ha un valore quasi eguale al genio 
e, in ogni modo, è la genitrice di ogni genialità. 


25. 


Non essere predestinato alla Conoscenza. — Esiste una non troppo 
infrequente umiltà ingenua, la quale, se la possedete, vi rende, una 
volta per tutte, inetto a divenire l'allievo della Conoscenza. Nello 
| stesso istante, cioè, nel quale un uomo di cotesta specie scorge 
qualche cosa d'impressionante, si volge intorno a sè medesimo ® 
si dice: “ Tu ti sei ingannato! Dove hai, dunque, avuto i tuoi 
sentimenti? Questa non può essere la Verità! , — ed allora, anzi 
che riguardare ed ascoltare ancéra una volta più acutamente, egli 
si pone a correre via, quasi scosso intimamente, sfuggendo la cosa 
ch’ebbe a suscitargli l'impressione e tentando di scacciarla dal suo 
cervello, il più prontamente possibile. Il suo canone interiore dice: 
“To nulla voglio vedere che sia in contraddizione con l’opinione 
universale sulle cose! Sono io, forse, nato a scoprire nuove Ve- 
rità? Troppe, in vero, n'esistono giù! ». 


ee 


| 


ci E RLAà VO 


} 
i 
2 
n 
È 







26. 


Che cosa significa la Vita? — Vita — ciò significa respingere 
incessantemente qualche cosa da sè medesimi, la quale richiede 
di morire; Vita — ciò significa: essere crudeli ed implacabili 
contro tutto, che, in noi, diviene debole e vecchio, e non in noi 
soltanto! Vita — ciò significa, adunque: essere senza pietà verso 
i morenti, i miseri, i vecchi? Essere, senza tregua, assassino ?_ — 
Eppure il vecchio Mosè ebbe a dire: “ Tu non ucciderai ! ,. 


27. 


Il rinunciatore. — Che cosa fa quegli che rinuncia? Egli aspira 
ad un mondo superiore, egli vuole volare più lontano e più alto 
di tutti gli uomini che affermano, — egli getta via molte cose, che 
potrebbero gravare al suo volo, e parecchie, fra queste, che non 
sono senza valore per lui e ch’ogli predilige: egli le sacrifica tutte 
al suo desiderio per le altezze. Questo sacrificio, questo ripudio è 
appunto ciò ch'è unicamente visibile in lui: per ciò, dunque, a lui 


F. Nierzscue, La gaia scienza. 4 





LA GAIA SCIENZA 


ì di rinunciatore, e come tale egli sta dinnanzi a no), 
So sa di ccio non anche ogli fosse l’anima di un cilicio. 
ravvolto nel suo cappuccio, BI OESSE 3 vw 
Con questo effetto ch'egli produce sopra di noi, egli è ben pera, 
chiede, solo, di nascondere ai nostri occhi il suo desiderio, i no 

z . . . . x ee 
orgoglio, la sua intenzione di elevarsi in alto sopra di nol. 7 L 
D°5 È " . 
Egli è ben più astuto che noi non l’avessimo pensato, e pure tanto 
5 " x = . : 
cortese verso di noi — questo affermatore ! Imperocchò egli è in 
tutto simile a noi, pure in ciò che forma la sua rinuncia. 





28. 


Nuocere con ciò che si ha di migliore. — Le nostre forze ci spin- 
gono a volte talmente innanzi, che non possiamo più sopportare 
le nostro debolezze, onde c'è forza di perire per esse: ci accade, 
allora, di prevedere una tale riuscita, e tuttavia non ne chiediamo 
alcun'altra. Diveniamo, allora, duri contro ciò che in noi richiede- 
rebbe di venire temperato, e la nostra grandezza è ad un tempo 
la nostra asprezza di cuore. — Una tale esperienza, che noi dob- 
biamo scontare, alla fine, con la Vita, è esempio conveniento della 
complessa influenza, esercitata dagli uomini grandi sugli altri © 
sul tempo loro: — appunto con ciò che hanno di migliore, con ciò 
ch’essi soli possono, eglino rovinano molti che sono deboli, incerti e 
peritosi nel divenire, riuscendo loro, per tal modo, nefasti. Può anche 
accadere ch’essi, nella loro totalità, null’altro facciano che nuocere, 
poichè ciò che hanno di meglio in sè, viene accettato o, per così 
dire, assorbito solo da coloro che vi smarriscono, como per una 
troppo forte bevanda, il senno e l'ambizione: essi ne divengono 
talmente inebriati, che le loro membra dovranno necessariamente 


spezzarsi su tutti i sentieri tortuosi s SIR 
osi, per i , 
ebrezza. , per ì quali li spinga la loro 


TNA TI E RE 


eta 


_—r—z——m____—__—m,rrt 


29. 


Coloro che aggi 
Ungono una menzogna. — All : : 
i inci È ora E a 
sì cominciò a combattere l'Unità che in Francia 


d’Aristotel 
anche a dif. e ele e, per conseguenza 
So = e potè scorgersi novellamente ciò che SO 
scorgere, ma pure tant e a 
rono @ sè medesimi le pure tanto mal volentieri: — si menti- 


i î le ragioni - S ; 
sussistere, soltanto agioni, per le quali tali leggi dovrebbero 


impero, onde di n nisi non ammettere d’essersi abituati al loro 
ull'altro volevasi più udire discutere. Ea è in 





LIBRO PRIMO dI 


e Eeti. ttt _——1—l1t@@l@l@1lt1@——@—@—1@m1212121@——@—@—@—@——1—11——1—1@ 


questo modo che usa contenersi in ogni morale vigente ed in ogni 
religione, come pur sempre è stato fatto: i motivi e le intenzioni, 
che si sommettono all’abitudine, le vengono applicati in guisa men- 
zognera, allora che qualcuno si dia a combatterla e a richiedere i 
veri motivi e le prette intenzioni. In ciò appunto si nasconde la 
grande disonestà dei conservatori di tutti i tempi: essi sono gli 
autori di un mendacio novello. 


30. 


Commedia degli uomini celebri. — Gli uomini celebri, che abbiso- 
gnano della loro gloria, come ad esempio, tutti gli uomini politici, 
non eleggono mai i loro alleati ed i loro amici senza una inten- 
zione prestabilita: da questi, richiedono essi un poco dello splen- 
dore e del riflesso della sua virtù, — da quegli, la timorosa ri- 
verenza, inspirata da certe sue paurose qualità, che ognuno gli 
riconosce, — da un altro ancéra, rubano la fama d’infingardag- 
gine e di dolce far niente, addicendosi ai loro scopi di passare a 
volte da persone oziose e disattente: — riescono per tal modo a 
nascondere il loro atteggiamento di vigilanza; abbisognano, talora, 
della prossimità dell'imaginoso o dell’erudito o del ricercatore o 
del pedante, quasi a sostituire per un istante sò stessi; — ma 
accadrà pure che ben presto essi ne rinuncino, non abbisognandone 
più! E così, chi li circonda e chi sta loro esteriormente in contatto, 
perisce incessantemente, mentre tutto, invece, sembra solo tendere 
alla loro cerchia e conferire loro nuove “ caratteristiche ,: in ciò, 
essi sono simili alle grandi città. La loro fama si trasforma senza 
mai tregua, come il loro carattere, poichò i loro mezzi mutevoli 
esigono una tale instabilità, spingendo innanzi e ostentando sulla 
scena ora questa ora quella delle loro qualità, reali o imaginarie: 
i loro amici e i loro alleati appartengono, come abbiamo già detto, 
a cotale macchinario scenico. Al contrario, ciò ch’ essi vogliono, 
deve rimanere tanto più sicuro e saldo, risplendendo, quasi bronzo, 
da lontano; — ed esso pure ha, a volte, bisogno della sua commedia 
e della sua finzione scenica! 


Sl. 


Commercio e nobiltà. — Il vendere e il comperare sembrano, oggi, 
volgarità, quasi quanto l’arte del leggere e dello scrivere; ciascuno 
vi si esercita, pur non essendo mercante, ogni giorno rinnovando 





è da t ME 


LA GAIA SCIENZA 
02 





l'esperienza di quest'arte: precisamente sone una volta, Del temi 
dell'umanità selvaggia, ognuno era cacciatore, e En Da 
andava esercitandosi nell'arte della caccia. In que ‘epoca là, pure 
la caccia era cosa volgare: ma allorchè questa finì per divenire 
privilegio dei potenti e dei nobili, perdette il suo carattere coti- 
diano e volgare, cessando d’essere necessaria, per divenire una cosa 
di piacere e di lusso —: la quale evoluzione potrebbe pure, un | 
giorno o l’altro, modificare il carattere del vendere e del compe- | 
rare. Si suppongano alcune condizioni della società, nelle quali 
nulla venga nè venduto nò comperato, e nelle quali la necessità 
di quest'arte vada lentamente in disuso: accadrà, forse, allora, che 
individui, i quali sono meno sottomessi alla legge della condizione 
generale, si permetteranno la compera e la vendita, quale un lusso 
del sentimento. Allora soltanto, il commercio sarà per acquistar distin- 
zione, ed ì nobili vi sì occuperanno, forse altrettanto volentieri, 
che sinora hanno fatto con la guerra e con la politica: mentre, al 
contrario, potrà avvenire che la politica venga valutata ben di- 
versamente da ora. Già ora, essa incomincia a cessare d’essere 
il mestiere del gentiluomo: ed è possibile che, un giorno, sabbia 
a ritenerla cosa tanto volgare, da confinarla, similmente ad ogni 


letteratura di partiti e di giornali, sotto la rubrica della “ Prosti- 
tuzione dello spirito ,. 


eg 


32, 

Discepoli non desiderati. — Ch Ì Ì i i 

. — Che cosa d Pi ù 

due giovanetti? — esclam to 


ò, un giorno, con alquanta stizza, un filo- 


sofo che “ corrompev ; 
a » la gioventù, n : 

ella stessa erate 
ebbe una volta a corro 3 sa guisa che Socr: 


cetti. Questi non sa PR — essì mi sono discepoli inac- 
. E no mentr : SRO 
a ogni questione, che “ La tre quegli non altro risponde, 


Sc guerriero, una volontà 
ne un'epidermide dura, — ond’egli 
interiori. E l’altro eo Se sue piaghe aperte ed a quelle 
iI osa i î 

una media via, optando esclusi a lui sostenuta, sì comporrebbe 


usi Ma 4 
vamente per la mediocrità; ma io, 





L 
! 
| 
! 
I 








LIBRO PRIMO 53 
33. 
Fuori della sala delle prelezioni — “ Per dimostrarvi che l’uomo 


appartiene, in fondo, alla specie degli animali ben educati, amerò 
ricordarvi per quanto tempo egli sia rimasto un buon credenzone. 
Appena ora, tardivamente e dopo una straordinaria vittoria di sè 
medesimo, egli è divenuto un animale diffidente, — sì! l’uomo è, 
adesso, più cattivo che mai ,. — Io non comprendo ciò: perchè 
mai dovrebbe egli, l’uomo, essere ora, più diffidente e più cat- 
tivo d'una volta? — “ Perchè egli, oggi, possiede una Scienza, — 
e ne abbisogna! , 


S4. 


Historia abscondita. — Ogni grand’uomo possiede una forza re- 
troattiva: per causa sua, tutta la Storia è riposta sulla bilancia, 
e mille segreti del passato scivolano fuori dai loro angusti pene- 
trali, — per essere irradiati dal suo sole. Non è possibile preve- 
dere tutto che ancéra sarà per divenire la Storia. Il passato è, 
forso, pur esso ancéra, essenzialmente non rivelato! Onde, sono 
ancora necessarie delle forze retroattivo! 


35. 
Eresia e stregoneria. — Pensare differentemente da come sì co- 
stuma, — ciò è molto meno l’effetto d’una intelligenza migliore, 


che non quello di tendenze forti, perverse, separatiste, isolanti, 
orgogliose, maligne e schernitrici. L’eresia è il rovescio della stre- 
goneria, e quanto quest’ultima, è qualche cosa d’innocuo 0, anche, 
di venerabile in sè stessa. Gli eretici e le streghe sono due specie 
di uomini cattivi: essi hanno ciò in comune, che non soltanto sen- 
tono d’essere cattivi, ma provano un ineluttabile desiderio di ren- 
dersi nocivi a tutto ciò che impera (uomini, ovvero opinioni). La 
Riforma, una specie di raddoppiamento dello spirito medievale, in 
un'epoca, in cui questo spirito già non possedeva una troppo buona 
coscienza, ne produsse, in abbondanza, d'ambedue le specie. 


36. 


Ultime parole. — Si ricorderà che l’imperatore Augusto, — co» 


test’uomo terribile, che così riusciva ad avere sè stesso nel proprio 


































54 LA GAIA SCIENZA 


dominio, come a tacere quanto un sapiente Socrate qualunque, — 
divenne indiscreto verso sò medesimo, con le sue ultime parole: 
per la prima volta egli si lasciò cadere la maschera, ade fece 
comprendere d'avere portato sino allora una maschera e d avere 
rappresentata una commedia, avendo funto quale Padre della Patria 
ed esercitata sul trono la saggezza, così perfettamente da fornire 
la completa illusione del vero! Plaudite cives, comoedia finita est! — 
Il pensiero di Nerone agonizzante: Qualis artifex pereo! era pure il 
pensiero del morente Augusto. Vanità d’istrioni! Loquacità d’istrioni! 
La funzione inversa di Socrate morente! — Ma Tiberio morì si- 
lenzioso, egli, il più travagliato di tutti gli automartirizzatori, — 
egli fu vero, e non commediante! Che cosa mai può essergli pas- 
sato per la testa, negli ultimi istanti di sua vita? Forse, questo : 
* La Vita è una lunga Morte. Quale pazzo io sono mai stato d’avere 
raccorciata la Vita a tanti! Ero io, forse, nato per essere un be- 
nefattore? Io avrei dovuto procurare loro la Vita eterna: così li 
avrei veduti morire eternamente. Ed avrei avuto tanto buoni occhi 
per ciò fare! Qualis spectator pereo! , Ma quand’egli, dopo una lunga 
agonia, sembrò riprendere le forze, si ritenne buon consiglio il sof- 


focarlo con alcuni cuscini; — egli potè, in tal guisa, moriro una 
doppia morte. 


97. 


Negli ultimi secoli s'è 
a Scienza, in parte, per 
avasi di comprender 
dl principale motivo 
» In parte, perchè si cr 


Per tre errori. — 
mente promovendo ] 
traverso questa, sper 
sapienza di Dio — 
glesi (Newton) — 


andata considerevol- 
chè per questa e at- 
e il meglio la bontà e la 
nell'anima dei grandi In- 
della È ; edeva nell’assoluta utilità 
la a i nali intimo Suo nesso con la Morale con 
grandi Francesi (come SI cel Principale motivo nell'anima dei 
credeva di possedere o) 12 parto, da ultimo, perchè si 
dipendente, d’innocno s amare, nella Scienza, qualche cosa d'in- 
gl'istinti cattivi dell’ ! sufficiente a sò Stesso e d’innocente, cui 
Principale nell'anima di s pae Partecipano affatto, — il Du 
quanto che Conoscitore; SE DACI I sè divino, in 
’ nque! 





® UsEGG E tanta ica eo RIT; * 


LIBRO PRIMO 55 


I a rc--—t_t_t_[2_—_rÉ—É—Ét—t—@—@—t@—t@@—@——PPPoeeÙÈLu»Ù 


38. 


Gli esplosivi — Se si consideri quanto la forza dei giovani, an- 
siosa d’esplodere, rimanga inerte, non ci si meraviglierà più di 
vedere con quanto poca raffinatezza o capacità di scelta, essì sì 
decidano per l’una o per l’altra cosa: ciò che li eccita, è lo spet- 
tacolo dell’ardore che avvolge una cosa e, per così dire, la vista 
della miccia che arde, — e non la cosa in sè stessa. I seduttori 
più raffinati bene s'argomentano nel far loro sperare l’esplosione, 
piuttosto che nel persuaderli delle ragioni della cosa: chè non si 
guadagnano con la forza degli argomenti questi barili ricolmi di 
polvere ! 


39. 


Gusto mutato. — Il cambiamento del gusto generale è ben più 
importante di quello delle opinioni; le opinioni, con tutte le prove, 
le confutazioni e con tutta la mascherata intellettuale, onde si ac- 
compagnano sovente, non sono che sintomi d'un cambiamento di 
gusto, o non certo, ciò che ben di frequente le sì ritiene, cause 
dello stesso mutamento. Per quale maniera, adunque, si cangia il 
gusto generale? Per il fatto che individui possenti ed influenti 
esprimono, senza vergogna, il loro Xoc est ridiculum, hoc est ab- 
surdun, la sontenza, cioè, del loro gusto e del loro disgusto, im- 
ponendola tirannicamente: — essi, per tal modo, sottopongono i 
molti ad una costrizione, dalla quale emerge, lentamente, una con- 
suetudine per un numero ancéra maggiore di uomini, e, da ultimo, 
un disogno per tutti. Che questi individui abbiano differenti sensa- 
zioni e gusti diversi, ciò deve generalmente attribuirsi a una sin- 
golarità del loro modo di vivere, di nutrirsi, di digerire, alla dose mag- 
gioro o minore, forse, di sali inorganici, diffusa nel loro sangue e nel 
loro cervello, o, per dirla brevemente, nel loro fisico: essi, però, 
hanno il coraggio di riconoscere il loro carattere fisico e di distin- 
guerno, pur nelle tonalità più sottili, le svariate esigenze: i loro 
> giudici estetici e morali sono appunto le “ più sottili tonalità , del 
loro fisico. 


ee re mn em T T[|(*wn[* 9 
ui cei CE eee 


40. 


Della mancanza di forme nobili. — I soldati ed i capitani hanno, pur 
sempre ancéra, un comportamento vicendevole assai superiore & 








LA GAIA SCIENZA 


quello che usa fra operai e padroni. Per ora almeno, tutta la ci- 
viltà a base militare è di gran lunga SUPSROrE alla cosidetta ci- 
viltà industriale: quest’ultima, nella sua costituzione attuale, è la 
forma di vita più volgare che sia sinora esistita. In essa, impera 
soltanto la legge della necessità: si vuole vivere e si è costretti 
a vendersi, ma si disprezza colui che sfrutta cotesta necessità e 
sì compera l'operaio. È singolare, in vero, che la sottomissione a 
persone potenti, crudeli ed incutenti timore, a tiranni e a condot- 
tieri, produca un'impressione non tanto penosa quanto la sottomis- 
sione a persone sconosciute e senza interesse, quali sono tutti i 
grandi industriali: l'operaio scorge ordinariamente nel padrone, 
soltanto un uomo astuto e sfruttatore, un cane che specula sopra 
tutte le miserie umane, ed il cui nome, la cui figura, i cui costumi 
e la cui fama gli sono completamente indifferenti. È probabile che 
ai fabbricanti e ai grandi imprenditori del commercio sieno troppo 
mancate sinora tutte quelle formo e quei contrassegni della supe- 
riore razza, i quali soltanto, rendono interessanti le persone; sessi 
avessero avuto, nel loro sguardo e nel loro gesto, la distinzione 
cola nobiltà ereditaria, non esisterebbe, forse, alcun socialismo 
pra et sue sero in fondo, pronte alla schiavitù 
I: ea e quegli, che sta sopra di loro, dimostri, 
ca ta: a Suore, e che sì legittimi quale nato 
il più a da = e distinzione della forma! L uomo 
Visata, e che in essa egli “oa Nono cosa da essere improv- 
tiodi di tempo, — ma en i ; n no pa 

; orme superiori e la ben nota 
i rosse e grosse, gli fanno 


dunque, pure noi, Gli con sè medesimo, tentiamo, 


una buona vol 


dadi! — ed il socialismo A i ina: Gottiamo 
Contro il Si 


tentativi o n tà 1 pensatore scor 

SONO SS a Sl conviene di tro 
RA succes 

convenienti ris SO sono per 

sposte, ’adi "INI 

cosa 20m rita, Ca adirarsi o il sentire pentimento, se qualche 

Perchè così è o asciarlo a coloro i quali agiscono 
» ® debbono attendersi dei buoni colpi, 


ge nelle proprie azioni, 
vare un'adeguata conclu- 
lui, prima di tutto, delle 








rota TTT 








ir n = et Me ai 


LIBRO PRIMO 57 


WI nn ——————7—<«<uouo ce‘ BRsILMI 


se il grazioso padrone non sia per avventura pago della riuscita 
dell’opera loro. 
42. 


Lavoro e noia. — Cercarsi lavoro per riceverne il compenso: — 
in tutti i paesi civili, quasi tutti gli uomini si accordano in questo 
criterio; per essi, ogni lavoro è un mezzo, non un fine a sè stesso; 
per la quale ragione, è in loro assai poca finezza nella scelta del 
lavoro, premesso sempre che questo debba arrecare loro un largo 
guadagno. Ora, esistono pure alcuni rarissimi uomini, i quali pre- 
feriscono perire piuttosto che lavorare senza gioia: e sono quei 
sottilizzatori, così difficili a venire soddisfatti, cui un largo com- 
penso è ben poco, se il lavoro stesso non sia a loro il guadagno 
d'ogni guadagno. A questa rara specie d'uomini appartengono non 
solo gli artisti e le persone contemplative d’ogni sorta, ma eziandio 
quegli oziosi che passano la loro vita nel cacciare, nel viaggiare 
o nell’intessere trame amorose o nel perseguire avventure. Tutti 
questi accettano il lavoro, il travaglio, anche se dei più aspri, solo 
in quanto la fatica sia per procurare loro piacere. Ma altrimenti, 
essi sono d’una pigrizia a tutta prova, quando anche da cotesta 
loro innata accidia dovessero derivare l'’impoverimento, il disonore, 
il pericolo della salute e della vita. Non tanto temono la noia, 
quanto il lavoro senza gioia: ed anche un po’ di noia è a volte 
loro necessaria, affinchè il Zoro lavoro possa riuscire. Per il pen- 
satore e per lo spirito inventivo, la noia altro non è che quella 
spiacevole “ albasia , dell'anima, la quale precede il prospero 
viaggio ed i venti gioiosi: egli deve sopportarla, deve attenderne 
gli offetti: — e ciò è appunto quello che le nature mediocri non 
giungono a ottenere da sè medesime! Lo scacciare via da sè la 
noia, in qualsiasi modo, è volgare: come pure, il lavoro senza gioia 
è cosa volgare. Gli Asiatici si distinguono, forse, in questo dagli 
Europei, ch'essi sono più di questi capaci d'un riposo lungo e pro- 
fondo; pure i loro Narcotica operano lentamente © richiedono pa- 
zienza, in contrapposto alla rapidità antipatica del veleno europeo, 
dell'alcool. 


43. 
Ciò ch'è rivelato dalle leggi — Si erra alquanto se, studiando le 
leggi penali di un popolo, si ami riconoscere in esse l’espressione 
del suo carattere; le leggi non rivelano punto ciò che un popolo è, 





D 58 LÀ GAIA SCIENZA , 





ma soltanto ciò che a lui sembra strano bizzarro enorme e stra- 
niero. Le leggi si riferiscono alle eccezioni della moralità dei co- 
stumi; e le più dure punizioni colpiscono solo ciò che è conforme 
ai costumi del popolo finitimo. Così avviene che presso i Wahabiti 
non ci sono che due soli peccati mortali: l'avere un dio diverso 
da quello dei Wahabiti, ed il fumare (quest’ultimo è da loro de- 
finito quale “la più vergognosa specie di bevanda ,). “ E che cosa, 
dunque, avviene dell'assassinio e dell’adulterio? , — domandò, 
sorpreso, un Inglese, cui venivano narrate queste cose. “ Ohimè! 
Dio è così pieno di grazie e di misericordia! , — rispose il vecchio 
capo della tribù. Nella stessa guisa, fra gli antichi Romani c’era 
la persuasione che una donna, soltanto in due modi potesse ren- | 
dersi colpevole di peccato mortale: o commettendo adulterio o be- 
vendo vino. Il vecchio Catone opinava essersi introdotto il bacio | 





fra parenti, soltanto per controllare le donne a proposito di questo 
motivo; un bacio voleva significare: odora ella forse di vino? Ed 
in realtà, donne colte in procinto di ber 
punite più volte con la morte: e certamente, non per la ragione 
che le donne, sotto l'influenza del vino, smarrissero a volte ogni 
energia di dire “ no ,! I Romani temevano, sopra tutto, lo spirito 
Reptoo 6 dionisiaco, che di tempo in tempo investiva allora le 
cn DE sto O i vino era ancora una cosa 
come una mostruosa o . nei 
ds ne straniera, la quale dovesse tra- 

£ omano; e ciò era, a loro, quasi 


similazione del paese straniero. 


e del vino, sono state | 


noscere i veri : i e importante di co- 
l’Umanità, è Motivi che hanno smora determinato 1 ioni del- 
) 8, forse, e azioni de 


Conoscenza, il sad A essenziale, all’investigatore della 
quel motivo, quale cosa ne n Sla stata prestata a questo o a 
considerato como leva de si “cmità abbia sinora imaginato e 
More degli uomini 9 Agire. La felicità e la miseria inte- 

È : sto 0 in divisa fra loro, a seconda della fedo 
mente in sò, il' moti quel motivo, e non per ciò ch’era real- 
Interesse Second i, ultimo ha in generale un 








See LTT. e pr AE MEANT) 


KR © VIET PROTOCOL = narra ere RTRT, à PETTO, © 





LIBRO PRIMO 59 
} 45. 
Epicuro. — Sì, io sono ben fiero di poter considerare il carat- 


tere d’Epicuro, in una guisa assai diversa, forse, da ciaschedun 
altro, e di potere rallegrarmi dell'antichità, come d'un benessere 
pomeridiano, ogni volta ch'io legga o ascolti dire qualche cosa di 
lui: — io vedo il suo occhio errare sopra un ampio mare bian- 
cheggiante, sopra dune rupestri, accarezzate dal sole, mentre al- 
cune greggi di grandi e di piccoli animali si trastullano nel lume 
biondo e pacato di questo, sicuri o tranquilli come cotesta luce 
medesima e come cotest’occhio che li guata. Una tale felicità è 
potuta solo venire inventata da uno, il quale abbia, senza mai 
tregua, sofferto; ed altro essa stessa non è che la felicità di un 
occhio, dinanzi al quale il mare dell’esistenza è venuto lentamente 
calmandosi, ond’esso non può, ora, saziarsi di fissarne la superficie 
i e la soave epidermide variegata e percorsa da brividi lunghi: 
giammai prima era esistita tanta modestia di voluttà! 


rr ro—(u{« ii III 


46. 


La nostra meraviglia. — Una felicità profonda e radicale sta in 
ciò, cho la Scienza scopre cose, le quali sono durature ed offrono 
tuttavia sempre nuova cagione di novelle scoperte: — imperocchè 

| potrebbe ben avvenire che fosse altrimenti! Sì, noi siamo così inti- 
mamente persuasi di tutta l'incertezza e della fantasticheria dei 
nostri giudicî e del perpetuo mutamento di tutte le leggi e di tutto 
le idee umane, che ci è di grande meraviglia la durabilità dei 
risultati della Scienza! Una volta, nulla sapevasi ancora di cotesta 
instabilità di tutto ciò ch'è umano, venendo rinvigorita dalla mo- 
ralità dei costumi la credenza che tutta l’interior vita dell'uomo 
fosse fissata, su cardini eterni, alla bronzea Necessità: — si provava, 
forse, allora, una consimile meraviglia voluttuosa udendo narrare 
Î favole e storie di fate. Il meraviglioso operava in una così be- 
nefica guisa fra quegli uomini, cui a volte dovevano necessa- 
riamente tediare i concetti della regola e dell’Eternità. Perdere, 
per una volta, il terreno sotto ai piedi! Librarsi a volo! Errare! 
Diveniro pazzi! — ciò apparteneva ai paradisi e alle ebrietà di 
quei tempi remoti: mentre, invece, la nostra felicità assomiglia a . 
quella del naufrago, che abbia toccato la terra e che, con ambo 








LA GAIA SCIENZA 


: piedi, solidamente si appunti sulla vecchia e sicura terraferma, 
i i ma 
IR soltanto di non sentire ancora qualche cosa sotto di sè 


vacillare. 
47. 


Della repressione delle passioni. — Se ci si vieti con insistenza 
l’espressione delle passioni, come qualche cosa che è necessario di 
lasciare alle nature “volgari, ed a quelle che sono grossolane bor- 
ghesi e contadinesche, — so sì voglia, quindi, anzi che soggiogare le. 
passioni stesse, frenarne solo il linguaggio ed il gesto, riusciremo sol- 
tanto ad ottenere, contemporaneamente, ciò che non era nella nostra 
intenzione: l'oppressione, cioè, delle passioni medesime o, almeno, 
un loro affievolimento e una loro trasformazione, — come appunto, 
ammaestramento significativo, è già avvenuto della corte di Luigi XIV 
e di tutto che ne dipendeva. L'epoca susseguente, destinata a repri- 
mere l’esteriorità delle passioni, ne era ormai totalmente priva, 
avendole sostituite con uno spirito grazioso superficiale e scherzevole, 
— epoca cotesta, vincolata dalla incapacità assoluta d’usare scor- 
tesia, talmente che pure un insulto non veniva accettato e ricam- 
biato che con parole gentili. La nostra età, invece, offre, assai 
probabilmente il più strano contrapposto a tanta urbanità di co- 
stumi: io vedo da per tutto, nella Vita e nel teatro, e non meno 
In tutto che oggi si scrive, il sentimento di benessere, derivato da 


tutte le più grossolane manifestazioni e da tutti i gesti della pas- 
sone: sì richiede, ora, una certa c 


. onvenzionalità d’appassiona- 
tezza, e non mai la passione EE 


i presa in sè stessa! Malgrado ciò, si 
finirà col Taggiungere quest'ultima, ed i nostri na one 


deranno una i 
selvaticheaza genui 
a 3 na, e non soltanto una selvatichezza 
e una rusticità esteriore di modi. 


48. 


Conoscenza della miseria 


che i tempi, non Te . — È assai probabile che sì gli uomini 
di conoscenza della mise a loro divisi che dal diverso grado 
come pure del corpo. In de essi possiedono: miseria dell'anima, 
uni moderni, malgrado la RO a quest'ultima, tutti noi, uo- 
siamo tutti divenuti per Ta fralezza © la nostra meschinità, 
guastamestieri e dei mancanza di Qutoesperienze feconde, dei 


i visionari: > 
Quasi a contrasto dell’èra di paura, 


FRS eno SoS INERTI) 


LIBRO PRIMO 61 


____r—r—__rre——————————————ryry/”P1t°18_1t_1_1_—__rrrrr-r<;&«;;£€]|€(]€(]€|€x 


— la più lunga di ogni altra, — nella quale era necessario all’in- 
dividuo di proteggere sè medesimo contro la violenza, ond'è che, 
per raggiungere questa mèta, era costretto di divenire egli stesso 
un violento. Allora, una ben dura scuola di torture e di privazioni 
s'imponeva fatalmente all’uomo, sì ch'egli concepiva, quale istru- 
mento necessario alla propria conservazione, una certa naturale 
crudeltà contro sè medesimo, in un volontario esercizio del dolore; 
allora, pure chi ti circondava veniva da te destinato a sopportare 
insieme a te il dolore, ed era vezzo ben comune il provocarlo, 
onde si vedevano gli altri, colpiti da ciò che di più terrificante 
esiste in questo genere, non d’altro essere preoccupati che della loro 
propria sicurezza personale. Ma, per quanto si riferisca alla miseria 
dell'anima, io osservo, ora, ogni uomo, se mai egli la conosca per 
| esperienza o per descrizione, se mai egli stimi opportuno di tenere 
| celata cotesta conoscenza, quasi a significare una migliore educa- 
zione, 0 se, in generale, egli non creda affatto ai grandi dolori 

spirituali, e, quando vi si alluda alla sua presenza, egli provi 
qualche cosa di simile alla raffigurazione di grandi sofferenze cor- 
porali, onde gli ritornano alla memoria i suoi dolori di denti e di 
stomaco. Così, però, mi sembra avvenire fra i più. Ora, da questa 
generale mancanza d’esercizio del dolore d’ambedue le specie, e da 
una certa rarità dello spettacolo di chi soffre, deriva una conse- 
guenza importante: il dolore è, ora, oggetto d’odio, assai più che 
presso gli uomini d’una volta, ond’è che se ne dice male, assai 
peggio che mai prima, e sì trova persino quasi insopportabile 
l’esistenza del dolore, pure quale concetto, — per la quale ragione si 
fa una questione di coscienza o si muove un rimprovero perpetuo 
a tutta quanta la Vita. La genesi delle Filosofie pessimiste non è 
assolutamente l’indizio di grandi e terribili condizioni di miseria; 
ma questi punti interrogativi del valore di ogni esistenza emer- 
gono in tempi, nei quali il raffinamento e l’alleggerimento della Vita 
trovano già troppo sanguinanti e troppo maligne le inevitabili pun- 
ture di zanzara dell'anima e del corpo, per la quale ragione vorrebbero 
fare apparire, nella moschinità di esperienze dolorose reali, le figu- 
razioni generali del dolore, quali sofferenze di grado supremo. — 
Ci sarebbe ancéra un rimedio contro lo Filosofie pessimiste e contro 
la stragrande sensibilità, la quale io stimo essere la vera “ miseria 
del tempo presente , —: ma cotesto rimedio suonerebbe, forse, 
troppo crudele agli orecchi di qualcuno, e verrebbe relegato fra i 


aero 








e LA GAIA SCIENZA 


sintomi, in base ai quali si sentenzia oggi “ essere la Vita qualche 
gosa di st ,! Ebbene! “Il rimedio contro la miseria , si chiama: 


Miseria. 


49. 





Generosità e sue affinità. — I fenomeni paradossali, quali il subito 
raffreddamento nel contegno di un uomo sentimentale, quali l’umo- | 
rismo in un melanconico, quali, sopra tutto, la generosità, come 
improvvisa rinuncia alla vendetta o alla soddisfazione dell’invidia, ì 
— sì presentano negli uomini dotati di una potente forza centri- | 
fugale interiore, negli uomini dalle sazietà subitanee e dai subitanei 
disgusti. Le loro soddisfazioni sono così rapide e così violente, che ! 
vengono immediatamente seguite da ripugnanza, d’antipatia e da | 
una pronta evoluzione nel gusto contrario : per questo contrasto, è | 
risolta la crisi del sentimento, in questi per mezzo d'una risata 
improvvisa, in quel terzo per mezzo di lacrime molte e del sacri- 
ficio di sè medesimo. L'uomo generoso — o almeno quella specie di 
omini generosi, la qualè ha sempre fatto l'impressione maggiore, i 
_mi sembra essere un individuo supremamente assetato di vendetta, i 
il quale Scorga non lontana da sè una possibilità di soddisfazione, 
ni no pa icina goccia, giù nella sua imma- 
tiene dietro a cotesta stra ne SR Oe DISII desi so 

vaganza; egli s'eleva sopra sò medesimo, 


come si Ì i i 
sì suole dire, egli perdona al suo nemico. e persino lo bene- ! 
dice e l’onora. Per mezzo di iolazi i Ì 

| i cotesta violazione di sè medesimo, per i 
mezzo di cotesto disprezz 


x o del suo così potente istinto vendicativo, 
egli non altro fa che cedere ad un istinto novello, il quale appunto 
isgusto), e ciò egli fa con 
» quanto poco prima egli aveva pre- 
la sua fantasia, la gioia della vendetta. 


Ma esso è ‘ S grado d'egoismo che nella vendetta 
un egoismo di Senere ben diverso. | 


90. 
L'argomento dell'isola»; 
negli uomini zio = Il rimprovero della coscienza, pure 
mento che “tale 6 o è ben debole in confronto al senti- 
della tua Società ,. Ti A cosa sono contrarie al buon costume 


guardo freddo, una fronte increspata, in 





LIBRO PRIMO 63 





coloro dai quali e per i quali s'è stati allevati, verranno temuti 
i pure dal più forte. Che cosa, dunque, si teme in tutto ciò? L’iso- 
lazione! quale argomento, che senz’altro abbatte i migliori altri 
/ argomenti, in favore d’una persona o d’una cosa! — In tale guisa, 
| parla in noi l'istinto della mandra. 


pe. 51. 


Sentimento della Verità. — Io lodo ogni specie di scetticismo, cui 
i m'è lecito di rispondere: “ tentiamo, adunque! , Ma non posso più 
i udir parlare di tutte quelle cose e di tutte quelle interrogazioni, 
le quali ostacolano l'esperimento. Questo è il confine del mio “ sen- 
I timento della Verità ,: imperocchè quivi il valore ha perduto ormai 
il suo diritto. 
! 52. 
Giò che gli altri sanno di noi. — Ciò che noi sappiamo per propria 
i esperienza, e ciò che abbiamo nella memoria, non è tanto decisivo 
alla nostra esistenza, quanto comunemente si crede. Accade tal- 
l volta che ciò che gli altri sanno (o credono di sapere) si precipita 
| un bel giorno, sopra di noi, — onde noi dobbiamo riconoscere che 
ciò, appunto, supera la nostra coscienza. Assai più agevole è il 
compromesso con la nostra coscienza cattiva, che con la nostra cat- 
tiva reputazione. 


09. 


Dove incomincia il Bene. — Dove alla miopia non è più dato di 
scorgere il cattivo istinto come tale, a causa della sua sottilità, 
l’uomo pone il regno del Bene; ed il sentimento d’essere ormai tra- 
passato in questo reame, provoca l'eccitazione contemporanea di tutti 
gl’istinti, i quali erano sinora minacciati e limitati dall’istinto 
malvagio, come, ad esempio, i sentimenti di sicurezza, di benessere 
e di benevolenza. Dunque: quanto più miope si ha l'occhio, tanto 
più ampiamente governa il Bene! Da ciò, l'eterna serenità del po- 
polo e dei bambini! Da ciò, il carattere fosco dei pensatori ed il 
loro cordoglio perpetuo, ch'è figlio di una cattiva coscienza! 


v4. 


Il sentimento dell'apparenza. — Come straordinaria e nuova e, ad 
un tempo, come terribile ed ironica sembrami essere la posizione 





64 LA GAIA SCIENZA 


mia, con tutta la mia Conoscenza, dirimpetto alla complessiva esi- 
stenza! Io ho scoperto por me stesso, che l'antica umanità ed ani- 
malità, e persino ogni tempo primordiale ed il passato di ogni esi- 
stenza sensibile, continuano a vivere in me, continuano in me a | 
poetare ad amare ad odiare, — onde mi sono subitamente destato | 
nel mezzo di cotesto sogno, ma solamente per convincermi ch'io | 
allora sognavo e ch'era necessario ch'io continuassi a sognare per | 
non perire: simile ad un sonnambulo, il quale debba continuare il 
suo sogno per non precipitare. Che cosa è, ora, per me “ l'appa- 
renza ,? Essa, veramente, non è il contrapposto di un essere qual- 
siasi, — imperocchè che cosa poss'io mai esprimere a proposito di 
cotesto essere, se non gli attributi della sua esteriorità? E nem- | 
meno è una maschera mortale, che si potrebbe agevolmente appli- 
care a qualche ignoto X o, nella stessa guisa, toglierla al mede- 
simo! L’apparenza è, per me, ciò che agisce e ciò che vive, il quale I 
va sì lontano nello scherno di sè medesimo, da farmi sentire che | 
su questa terra altro non esiste che parvenza e fuoco fatuo e danza | 
di elfi, e nulla più; che, in mezzo a tutti questi sognatori, pure io, | 
il “ Conoscitore ,, ballo la mia danza; che l’ essere Conoscitore è 
un buon mezzo per prolungare la danza terrestre, e che tale carat- | 
tere si spetta ai cerimonieri della Vita, essendo esso la sublime con- | 
! 
I 
! 
I 





seguenza e il legame di tutte le conseguenze, l’istrumento più alto 
per mantenere valida l'universalità del sogno, la reciproca intesa 


si nu questi sognatori, ed, appunto per ciò, la durata stessa del 


d9. 


a Siano nobile. — Che cosa, dunque, può rendere 
»? Certo non, il fare sacrifici; pure l’uomo più furiosamente 


voluttuoso fa ifici , 
"nalonezone Friol: Certo non, l’obbedire, in qualsiasi modo, a 
a ; o esistono pure delle passioni Presso 
ì le qualcosa a fav i = È 
ore di qualcuno, senza ragioni 


egoistiche; ch 
nobili tà hè; forse, le conseguenze dell’egoismo, a to nei più 
l uomini, sono le più for ;, appunto nel più 


: ti — ì i : 
Passione, che tiene lo spirito dell’u da vece, il fatto che la 
ET A egli oi Loepoiia Di Net ene aa 
2 ’ . OS i Ses 
l'uso d'una misura rara singolare d geriicua: i 
sì, la sensazione » da sembrar quasi una follia: 


per 1 quali non ancora è stata 





E e e e eo par gode, TO 





LIBRO PRIMO 65 


eee eee e e e e mITmeTeT/TeTeeTTTA 


scoperta una bilancia: sì, il sacrificio sopra altari consacrati ad 
un’ignota divinità: sì, il valore, senza l'aspirazione agli onori: e 
sì, la soddisfazione di sè medesimi, la quale trabocca, prodigandosi 
agli uomini e allo cose! Sino ad ora, dunque, è stata la rarità e 
l'ignoranza di questa rarità, le quali rendevano nobili. Giova, tut- 
tavia, considerare che, per mezzo di questo criterio, tutto ciò ch'era 
ordinario prossimo indispensabile, o per dirla in breve, tutto ciò 
che cooperava alla conservazione della Specie, ed, in generale, la 
Regola dell'umanità vissuta sinora, è stato giudicato ingiustamente 
e, nella sua totalità, calunniato a favore dell’eccezione. Divenire 
il patrocinatore della Regola, — ciò potrebbe, forse, essere ancora 
l’ultima forma e la suprema raffinatezza, per la quale il sentimento 
di nobiltà si rivela sulla terra. 


06. 


Il desiderio di soffrire. — S'io pensi, a volte, al desiderio di fare 
qualche cosa, quale esso stimola e punge i milioni di giovani europei, 
che nè sè stessi, nè la noia possono sopportare, — ben comprendo, 
che in essi deve esistere il desiderio di qualche cosa sofferire, sì 
da derivarne una convincente ragione per agire. La sofferenza, 
dunque, è necessaria! Da ciò, il gridio confuso dei politicanti; da 
ciò, lo innumerevoli “ miserie pubbliche », false inventate esage- 
rate, di tutti i ceti possibili, e la cieca propensione a crederle vere. 
Questo giovano mondo richiede che non la felicità, ma la miseria, 
provenga dal di fuori, o dal di fuori si ostenti; e la sua fantasia 
è già tutta preoccupata di plasmarne un mostro, per poterlo, quindi, 
combattere. Se questi uomini avidi di miseria sentissero in sè stessi 
la forza di fare del bene nella raccolta intimità di sè medesimi, e 
per sò medesimi, essi saprebbero eziandio essere capaci di creare 
in sò stessi una propria miseria personale. Le loro sensazioni po- 
trebbero essere allora più raffinate e le lore soddisfazioni potrebbero 
armonizzarsi come una musica buona: mentr’ora, invece, essi non 
fanno che riempiere il mondo dei loro clamori miserevoli, e, per 
conseguenza, assai troppo spesso, dei loro sentimenti di miseria! 
Non sanno che si fare di sè medesimi, — ed è per questo ch'’essi 
vanno stilizzando sulle mura la miseria altrui: poichè essi hanno 
sempre bisogno degli altri! e sempre ancéra, degli altri e degli 
altri! — Ma, perdonatemi, amici miei, s'io pure abbia osato sti- 
lizzaro sulla muraglia, la mia felicità! 


T\ Nrerzscue; La gaia scienza. db 


de a » a se Re > SE 








LIBRO SECONDO 


OT. 


Ai realisti — O uomini sobrîì, che vi sentite bene agguerriti sì 
contro la passione che contro la fantasia, e che dalla vostra va- 
cuità amereste trarro una ragione d’orgoglio e di ornamento, voi 
vi chiamate realisti e ostentate di credere che il Mondo sia quale 
esso appare ai vostri occhi, e che la Verità senza veli stia tutta 
dinnanzi a voi soli, onde voi stessi ne siete la parte migliore, — 
o dilettissimo immagini di Sais! Ma non siete, adunque, pure voi, 
quando vi mostrate così senza veli, degli esseri altamente appas- 
sionati e tenebrosi, simili ai pesci, e pur sempre simili ad artisti 
in amore! — (e che cosa mai può essere la “ Verità ,, per un ar- 
tista innamorato?). Voi portate, ancora sempre, intorno, i medesimi 
criterî d’estimazione delle cose, i quali traggono la loro origine 
nelle passioni e negl’innamoramenti dei secoli passati! La vostra 
sobrietà è pur sempre penetrata da una secreta e indistruttibile 
ebrezza! Il vostro amore della “ realtà ,, ad esempio, — oh quale 
vecchio 0 primitivo “ amore , è esso mai! In ogni sensazione, in 
ogni impressione del senso, esiste ancéra un frammento di cotesto 
antico amore; e così pure una certa fantasia, un pregiudizio, un'insi- 
pienza, un’ignoranza, una paura e cento altre fantasmagorie possono 
averla per avventura contessuta ed alterata. Vedete quel monte! Ve- 
dete quella nuvola! Che cosa è, in essi, di “reale , ? Togliete, dunque, 
loro tutte le imaginazioni e le sovrapposizioni dell’umanità, o voi 
che siete uomini così parchi! Sì, se Zo poteste! Se poteste dimen- 


ticare la vostra origine, il vostro passato, i vostri primi studî, la 

































4 


Ai 



























68 LA GAIA SCIENZA 


vostra complessa umanità e animalità Nessuna È Ra osiste per 
noi, — ed anche per voi, uomini sobri! —; nol SO A assai 
meno stranieri di quello che non crediate, e, forse, la nostra buona 
volontà di uscire dallo stato d’ebrezza è alirevianto Stimabile che 
la vostra fede d'essere, in generale, incapaci d’ubbriacarvi. 


98. 


| 
| 
Soltanto quali creatori. — C'è un problema, il quale mi ha dato e con- 
tinua pur sempre a darmi la maggiore difficoltà: l’osservare, cioò, | 
quanto sia indicibilmente più importante il conoscere come le cose si 
chiamino, di quello che, che cosa esse, in realtà, sieno. La fama il nome 
l'aspetto l'estimazione la residua misura ed il peso di una cosa, — ed 
originariamente, un errore ed un arbitrio, gettati sulla cosa quasi a 
rivestirla, pur essendo eterogenei così alla sua essenza che alla sua 
esteriorità, — si sono venuti lentamente amalgamando e incorpo- 
rando alla cosa stessa, di generazione in generazione, per la fede 
che vi si riponeva, sino a identificarsi con essa; l'apparenza ini- 
ziale finisce col divenire quasi sempre l'essenza stessa della cosa, 
e col fungere quale essenza. Quale pazzo sarebbe mai chi opinasse 
essere sufficiente l’indicare cotesta genesi e cotesto nebuloso ve- 
lame d’Illusione, per anrichilire cotesto Mondo, apparentemente es- 
senziale, che si chiama “ Realtà »! Soltanto quali creatori, noi si 
Potrebbe distruggerlo, — e non altrimenti! — Ma non dimenti- 
chiamo pure questo: che basta creare nuovi nomi e novelle estima- 
zioni @ probabilità, per creare, col tempo, anche “ cose , novelle. 


i 59, 
DREI se amiamo una donna, assai facilmente ci accade di 
3 DR a aa considerando tutte le disgustose funzioni naturali, 
CR Sn eve necessariamente soggiacere; ben volentieri sor- 
ne sia n Ss pensiero, ma se una sola volta l’anima nostra 
già TT : SE o getta uno sguardo di disprezzo, como 
Ito, sulla JT x = 3 i 
Poichè essa, la Natura rino siamo offesi, 
Î nostro diritto di pro- 


dinnanzi ad ogni fiaî-1.. ; noi chiudiamo gli orecchi 
nì . ; 

; $ Sora, é Per noi stessi decretiamo di non voler 

anima © forma! ; È © “ l’uomo è qualche cosa d'altro, oltre che 

tune tutti coloro che amano, « l’uomo Ne RESTA 








LIBRO SECONDO 69 


|  '‘'_+——+_——_  ———1111_aaz“zz@t©@d@«"u << 


pelle , è degno d’abominio e d'orrore, è una bestemmia di Dio e 
dell'Amore. — Ora, questo sentimento di colui che ama, verso la 
natura e le funzioni naturali, è stato, una volta, pure quello di 
ogni adoratore di Dio e della sua “ santa onnipotenza , : in tutto 
ciò che, a proposito della Natura, veniva asserito dagli astronomi 
dai geologi dai fisiologi e dai medici, egli scorgeva un’usurpazione 
del suo prezioso possesso, e, per conseguenza, un attacco, — ed 
inoltre un atto scandaloso di colui che osava attaccare! Già la stessa 
“ Jegge di Natura , suonava a lui, quale una calunnia della divi- 
nità; in fondo, egli avrebbe amato di veder ridotto ogni mecca- 
nismo a semplici atti di volontà e di arbitrio: ma poi che nessuno 
poteva rendergli talo servigio, egli celava come poteva a sè me- 
desimo sì la Natura che la meccanica, e continuava a vivere nel 
Sogno. Oh cotesti uomini d’una volta, quale mai attitudine ave- 
vano essi per il sogno, senza pur avere prima la necessità di ad- 
dormentarsi! — ed anche noi, uomini d’oggi, siamo propensi a 
sognare, malgrado la nostra buona volontà di sempre vigilare, nella 
grande chiarità del giorno! Ci basta amare odiare desiderare 0 
semplicemente sentire, perchò la forza e lo spirito del sogno di- 
scendano immediatamente sopra di noi, sì che, con aperti gli occhi, 
ed impassibili dinnanzi a ogni pericolo, noi si ascenda per gli av- 
venturosi sentieri che conducono ai fastigi e alle torri della fan- 
tasia, — senz’alcuna vertigine, quasi fossimo nati ad arrampicarci, 
— noi sonnambuli diurni! noi artisti! noi, che amiamo celare a 
noi medesimi le cose naturali! noi lunatici e bramosi della divi- 
nità! Pellegrini silenziosi come la morte, ed infaticabili, procediamo 
su per le impervie altitudini, non da noi considerate come tali, 
ma sì quali pianure, quali le nostre fidate pianure! 


60. 


Le donne e la loro influenza sulla lontananza. — Ho io ancora 
orecchi? O sono io, forse, soltanto un orecchio, e nulla più? Bc- 
comi nel mezzo dell’ incendio vastissimo dell'onda, le cui bianche 
vampe insorgono lingueggiando sino a’ miei piedi; — da ogni parte, 
io odo rugghiare minacciare gridare e strillare, mentre nell’ime 
profondità, il vecchio Scuotitore della Terra canta la sua melodia, 
sorda come il muggito di un toro: egli scande un tale ritmo di 
terremoto, quasi ad accompagnare il suo canto, che pure agli spi- 








n 


70 LA GAIA SCIENZA 





riti tempestosi di queste rocce GITE il cuore nel Deo sconvolto, 
Indi, subitamente, quasi nato dal Nulla, sulla porta di quest’ in- 
fernale labirinto, alla distanza soltanto di poche braccia, appare 
una grande nave con spiegate le vele, silenziosamente procedendo, 
simile a fantasma. Oh la superba spettrale bellezza! Con quale 
mai fascino m’afferra essa! Come? Tutta la quiete, forse, e tutto 
il silenzio del Mondo, vi sono imbarcati? 0 forse, la mia felicità 
istessa vè assisa sul cassero tranquillo, il mio Io più felice, il mio 
secondo Io reso eterno? non ancòra morto, e tuttavia non più 
vivo? quale uno spirituale essere intermedio, silenzioso contem- 
plativo labile ed oscillante? simile alla nave, la quale come una 
mostruosa farfalla, scorre con le sue bianche velo sul mare tene- 
broso! Sì! Scorrere sopra la Vita! Questo è, e sarebbe necossario! 
— Ma e' mi sembra che il grande frastuono mi abbia mal mio 
grado condotto a fantasticare! Ogni grande frastuono fa sì che noi 
si riponga la nostra felicità nel silenzio e nella lontananza. Se un 
uomo si trovi nel mezzo del suo frastuono, nel mezzo del tempe- 
stoso tumulto dei suoi progetti e delle sue rinuncie, scorgo a volte 
alcuni esseri tranquilli e fascinatori passare vicino a lui, ond’egli 
ne Invidia sì la felicità che la ritiratezza: — cotesti esseri sono le 
te no a a queste abiti il suo io migliore; 
I de Se aa s'accheti în un silenzio mor- 
Ul a le, È che la Vita istessa divenga 
anche sulla nave più bella ci ot paro uobile PERSE, 

e rumore e frastuono, ed ahimè! un 


1 C N i 


nanza, un'actio în dista; quio dei filosofi, un'influenza sulla lonta- 
ts: ma per ciò iCche si 3 
tutto, — della distanza! i 1 richiede, da prima e sopra 


61. 

In onore dell’amicizi 1 
nell'antichità i a Ge Îl sentimento dell'amicizia fosse 
della stessa tanto o 39 See più elevato, e più elevato persino 
sime bastavano e dei SA se lezza delle persone che a sò mede- 
Questi ultimi, ch'è o © simile in tutto alla fraternità di 
di quel re Macedone, che santa; è ben dimostrato dalla storia 


e più tardi glio l'aveva resti- 
} a egli, dunque, nessun amico? ». 





Ì 








LIBRO SECONDO - 71 


E voleva con ciò dire: “Io onoro la superbia del saggio e del- 
l’uomo indipendente, ma anche più amerei onorare la sua umanità, 
se l’amico avesse riportato vittoria sulla sua superbia. Il filosofo 
è venuto meno dinnanzi a me, avendo dimostrato di non conoscere 
uno dei due sentimenti più elevati, — e nemmeno quello dei due 


ch'è più elevato! ,. 


62. 
Amore. — L’amore condona all’amato anche il desiderio. 
63. 
La donna nella musica. — Come avviene che i venti caldi e 


piovosi arrecano pure una musicale disposizione d'animo ed il pia- 
core inventivo della melodia? Non sono essi, forse, gli stessi venti, 
i quali fanno riempire le chiese e suscitano nelle donne i pensieri 
d'amore? 


64. 


Donne scettiche. — Io temo che le donne, le quali sono divenute 
vecchie, sieno più scettiche di tutti gli uomini, nell'intimo del loro 
cuore: esse credono nella superficialità della Vita, quasi essa ne 
costituisse l'essenza, o tutte le virtù e tutte le profondità sono per 
loro, soltanto il velame di questa Verità, il velame ben necessario 
di un pudendum, un affare, dunque, di convenienza e di pudore, e 
nulla più! 


65. 


Dedizione..— Ci sono delle nobili donne, con una speciale me- 
schinità di spirito, le quali, per esprimere la loro più profonda de- 
dizione, non sanno altro fare, che offerire la loro virtù ed il loro 
pudore: ciò è, per loro, quanto di più alto possiedono. E bene 
spesso viene un tale dono accettato, senza obbligare tanto pro- 
fondamente quanto le donatrici per avventura suppongano: — una 
assai triste istoria! 


66. 


La forza dei deboli. — Tutte le donne sono sottili nell’esagerare 
la propria debolezza e nell’inventare debolezze novelle, per appa- 





LA GAIA SCIENZA 






























rire quali oggetti così fragili, che pure un granello di polvere po- 
trebbe arrecare loro del danno: la loro esistenza deve rammemo- 
rare all'uomo la sua grossolanità, ed arrecare nella sua coscienza 
il convincimento di tanta fragilità. Per tal modo sì difendono esse, 
sì contro gli uomini forti che contro ogni “ Diritto del più forte ,.. 


67. 


Nascondere sè medesimo. — Ella lo ama, ora, e, simile a docile 
giovenca, mira innanzi a sè, con fiducia tranquilla: ma guai a lei! 
Appunto in ciò il suo fascino era riposto, ch’ella era sinora ap- 
parsa radicalmente mutevole ed intangibile! Imperocchè egli già 
troppo aveva avuto in sè medesimo di monotona bonaccia! Non 
avrebbe ella, forse, bene agito, nascondendo il suo carattere antico? 


simulando il disamore? Non le consigliò, forse, l’amore stesso di 
così agire? — Virat comoedia! 


68. 


Volontà e sottomissione. — Un giovane fu, 
un sapiente, cui si disse: “ Vedi, 
essere corrotto dalle femmine! 
“ Gli uomini sono quelli, 


una volta, condotto da 
questi è uno, ch’è in procinto di 
n. Il saggio scosse la testa e sorrise. 


a esclamò egli, che corrompono le femmine: 0 
10 di cui le femmine Mancano, dev'essere scontato dagli uomini, 


im O imperocchè l’uomo si plasma l’immagine 
° Tu sei o ca prRnna sua volta su cotesta immagine ». — 
senti, perchè non le si Se le donne, soggiunse uno dei pre- 
dell’uomo è la volontà na »: Il sapiente rispose: “Il carattere 
| è la legge della stirpe, A SOSTA donna, la sottomissione, — tale 
Tutti gli uomini sono ne legge, in verità, per la donna! 
la donna n'è doppiamente cme oPosito della loro esistonza, ma 
"Nite on ente: chi, dunquo, avrà mai per lei 

esclamò un altro da ® Ma che olio! ma che mitezza! 


glio educare gli uomini! ») disse 
Seguirlo. Ma il giovinetto non 


69. 


Di ” a. 8 . . 
She non voglia dif “no non possa difendersi 0, per con- 
TI ‘endersi, non è una vergogna dinnanzi 


ep 





LIBRO SECONDO 73 


SERE RE TTT MI 


ai nostri occhi: ma noi stimiamo ben poco chi non abbia nè possi- 
bilità nè buona volontà di vendicarsi, sia esso un uomo 0 una donna. 
Potrebbe, forse, una donna possederci appieno (o, come si dice, 
“ incatenarci ,), se non la ritenessimo capace di servirsi, in certe 
occasioni, contro di noi, del pugnale (di ogni specie di pugnali)? 
o contro di sè medesima: la quale cosa, in certi casi speciali, sa- 
rebbe una vendetta più sensibile ancéra (la vendetta cinese) ? 


70. 


Le dominatrici dei loro padroni. — Una voce profonda e possente 
di contralto, quale a volte ci è dato di udire al teatro, solleva 
improvvisamente, per noi, il velario, dinanzi alle possibilità, nelle 
quali da noi generalmente non sì erede: siamo allora d’un tratto 
convinti che in qualche parte del mondo possano esistere delle 
donne, dotate di spiriti alti eroici e regali, atte © pronte alla do- 
minazione sugli uomini, poichè in loro ciò che l’uomo ha di mi- 
gliore, fatta eccezione del sesso, è divenuto tangibile Ideale. Ben 
è vero che a coteste voci di contralto non si spetta, secondoi criterî 
teatrali, di fornire un tale concetto della donna: abitualmente, usano 
esse rappresentare l’ideale amante maschile, per esempio un Romeo; 
ma, secondo l’esperienza del mio giudizio, sì il teatro che il mu- 
sico, i quali da tali voci s’attendano tali effetti, s'ingannano quasi 
sempre. Non si crede a cotalî amanti: chè coteste voci contengono 
pur sempre un colorito di maternità e di domesticità, tanto mag- 
giore, quanto più d’amore sia nel loro timbro. 


T° 


Della castità femminile. — Qualche cosa di stupefacente e di 
mostruoso ricorre nell'educazione delle donne della migliore società, 
sì che nulla esiste che più di ciò sia paradossale. Tutti sono d'ac- 
cordo nel favorire in loro il più che possibile, l'ignoranza in eroticis, 
e nell’infondere nelle anime loro un pudore profondo e l’insoffe- 
renza ed il timore, più spinti, pure davanti alla più semplice allu- 
sione a cotali cose. Tutto “l'onore , della donna è riposto in ciò: 
che cosa d'altro mai non le verrebbe perdonato! Ma a proposito di 
ciò, esse devono rimanere ignoranti sino nel più profondo del loro 
cuore: — esse non devono avere nè occhi nè orecchi nè parole 
nè pensieri, per questo ch'è il loro “ Male ,, chè l’esserne coscienti 





Rene st 


5 LÀ GAIA SCIENZA 
14 


‘nn. è cià per sè stesso il Male. E allora! Essere scagliati 
DES so colpo di fulmine, nella piena realità, per 
O ai SE n e; in vero, per mezzo di colui ch’ esse 
E co e, SHE in contraddizione l’amore col 
e = Si hmme TO ad un tempo, e sacrificio e dovere 
RE ione e terrore, per l’inattesa vicinanza di i a 
Bestia, e per altro ancora! — in tutto ciò, sè venuto con essendo 
un tale groppo arruffato per lo spirito, da degradarno qualsiasi 
altro! Persino la pietosa curiosità del più savio fra i conoscitori 
d'uomini non riesce a indovinare come questa o quella donna sappia 
adattarsi a questa soluzione dell’enigma ed a questo enigma della 
soluzione, e quali terribili sospetti lancinanti sieno per investire 
cotesta povera anima dibattentesi in tali distrette, e come la filo- 
sofia suprema e lo scetticismo femminile possano gettare, final- 
mente, l’ùncora in questo punto! — Dopo di questo, però, è il me- 
desimo silenzio di prima: ed assai spesso, un silenzio dinnanzi a sè 
medesima, un chiudere d’occhi dinanzi a sò medesima. — Le gio- 
vani donne sì affaticano d’apparire superficiali e smemorate; le più 
sottili, fra loro, simulano una specie di sfrontatezza. — Le donne 
considerano agevolmente i loro mariti, come punti interrogativi del 
Joro onore, ed i loro figliuoli, quali un’ apologia o una penitenza; 
esse desiderano d’avere figliuoli, ma in un senso ben differente da 
Neto dell'uomo, quando questi lî desideri. — Por dirla brevemente, 
NOn si può mai usare una sufficiente mitezza verso le donne! 





? 
| 
4 


_——m———T—+@ asi. mocqoimmi‘@‘‘@2_—<A 


LA 


72. 


Le Madri. — Gli ani 


mali pensano ben dive i Da 
: ‘Ysamente dagli uomini, 
a proposito delle femmine; per Di 


creatura produtti er essi, la femmina altro non è che 

SÌ cn cosa i = di loro, non esiste l’amore paterno, ma 
ela e to er i fioli È % » 

consuetudine di fr 1 figliuoli di un amante, e la 


nei figli noe vederli ie femmine si appagano 
digli del loro desiderio di dominazione, chè questi sono AO 


€ un’ occupazione, come qualche 
Calerare quanto si voglia: 4 con cui è concesso di chiac- 
l'amore materno. ‘ tutto questo insieme è racchiuso nel- 


per. l'opera Propria, o è ben paragonabile all'amore dell'artista 
pazienti, p 


a Stavidanza ha rese le donne più miti, più 
di sottomissione: e nella 


» Più desiderose 


cas a nn ONION ne 


Na 








i, 





LIBRO SECONDO 75 


_ Oeoatt‘'ie@_T_—@m@T@P Gui 


stessa guisa, la gravidanza spirituale produce i caratteri contem- 
plativi, i quali sono assai affini ai caratteri fomminei: — essi sono, 
semplicemente, le madri maschili. — Presso gli animali, il sesso 
virile è ritenuto bel sesso. 


73. 


Santa crudeltà. — Un uomo, che nelle mani arrecava un neonato, 
venne, una volta, a visitare un Santo. “ Che debbo io fare con 
questo fanciullo? — domandò, — egli è sì meschino e difettoso che 
nemmeno ha vita sufficiente da poter morire ,. “ Uccidilo, esclamò 
il Santo, con spaventevole voce, uccidilo © tienilo, quindi, per tre 
giorni e per tre notti, fra le tue braccia, affinchè tu ne conservi 
il ricordo: — per tal modo, tu non vorrai mai più procreare un 
altro bambino, sintanto che il tempo di produrne uno non sia ve- 
nuto pure per te ,, — Quando l’uomo ebbe udito ciò, se ne parti 
disilluso; e molti biasimarono il Santo, perchè egli aveva consi- 
gliato tanta crudeltà, perchò egli aveva consigliato di uccidere il 
bambino. “ Ma non è, forse, assai più crudele, soggiunse il Santo, 
di lasciarlo vivere? ». 


74. 


Senza successo. — Il successo non arride mai a quelle donne, le 
quali alla presenza della persona amata, divengono irrequiete in- 
certe e ciarliere, poichè gli uomini sì lasciano sedurre assai più 
securamente, per mezzo di una tenerezza certa intima e flem- 
matica. 


79. 


Il terzo sesso. — “ Un uomo piccolo è un paradosso; sempre, però, 
è un uomo: — ma le piccole donno mi sembrano appartenere a un 
altro sesso, a paragone delle alte , — osservava un vecchio maestro 
di ballo. Una donna piccola non è mai bella, — disse il vecchio 
Aristotele. 


76. 


Il più grande pericolo. — Se in ogni tempo non ci fosse stato un 
numero straordinariamente grande d’uomini, i quali considerarono 
la disciplina del loro cervello — della loro “ ragione , —, come loro 


sr 
D 
ITA 
dl 
# 


tal REA 0 








anntaieeo_n_an 


Bit uiafivrisi 


Ta 





GAIA SCIENZA 
76 LA di 


orgoglio, loro dovere, loro virtù, e che di ogni fantasia e d'ogni 
eccessività di pensiero si ritennero offesi e sì vergognarono, quali 
amici del “buon senso » — certo l'umanità sarebbe già da lungo 
tempo perita! Sopra di lei, supremo pericolo, si librò sempre, e 
pure ora incessantemente Sl libra, l’irruente pazzia, — l’irrompere, 
cioè, del piacere, nel sentimento nella vista e nell’udito, del godi- 
mento nella sfrenatezza intellettuale, della gioia nell'umano ragio- 
namento. Non la Verità e la Certezza sono il contrario aspetto del 
gran mondo della follia, ma sì piuttosto la generalità e l’universal 
vincolo d’una sola opinione o, per dirla brevemente, la mancanza 
del libero arbitrio nel giudicare. E lo sforzo supremo degli uomini 
è stato sinora quello di conformarsi, vicendevolmente, in una sola 
opinione a proposito di molte cose, e d’imporsi una legge d'unani- 
mità, per quanto coteste cose possano. essere vere o false. Cotesta, 
appunto è la disciplina del cervello, che l’uomo è venuto acqui- 
stando, — ma gl'’istinti contrarî sono pur sempre tanto potenti, che 
con assai poca fiducia c'è, in fondo, concesso di parlare dell’avve- 
nire dell'umanità. L'immagine delle cose s'impone e si respinge 
incessantemente, e d'ora in avanti, forse, ciò avverrà anche più 
pgznente e e più rapidamente di prima; ed appunto, 
MICI più ele OS] “MOIO È È 
ire 
denza, in quanto ch'è la comu ‘ed li de Pi 
nni ue, = ne credenza di tutti, genera senza 
Nina Tres È Io o povclla, negli animi più raffinati: 
lettuale, cotesta, Lana DI I aa per ogni processo intel- 
derata come norma generale x e ù Upale STIRO 
disertori: — è in questi a 98 i artisti e dei poeti altrettanti 
: VA sn che subita erompo na 
bisogno. d'intelletti i È la un Hiumo tanto giolvo 
Usare una parola non amfibologi F Host ahimè! io ben voglio 
virtuosa, c'è bisogno di ent 5 co IO bisogno della stupidità 
gli spiriti lenti, affinchè ; II che hatta il tempo per 
Timangano uniti fra loro ca enti nella grando credenza collettiva 
cotesta è una necessità di continuino a danzare la loro danza; 
6sIge. Noi altri, invece RO ordine, la quale qui s'impone ed 
gnamo tanto di sempre sc 0 L'eccezione ed il pericolo, — chè abbiso- 
qualche cosa dire O Seti — Ma orsù! qui si converrebbe 
essa Sla per divenire una Mole ore dell eccezione, premesso che mai 


ROTTI 


mica 


LIBRO SECONDO Yard 


I RT 1. 


| T7. 


L'animale dalla buona coscienza. — Non mi nascondo quanto le 
cose volgari, in generale, piacciono nel mezzogiorno dell'Europa, — 
così l’opera italiana (Rossini e Bellini, per esempio), come il ro- 
manzo spagnuolo d’avventure (il Gil Blas, nel suo travestimento 
francese, è l’unico che possa ancora confarsi a noi); — ma ciò, in 
verità, non m’offende, nella stessa guisa che, durante una passeg- 
giata per lo vie di Pompei, le volgarità accumulatevi, o che, in 
| fondo, la lettura di ogni libro antico. D’onde mai deriva tutto 
questo? Forse dal fatto, che il pudore qui non esiste, e che tutto 
ch'è volgare si presenta con tanta baldanza e sicurezza di sè me- 
desimo, non anche esso fosse qualche cosa di nobile di gentile e 
di appassionato, della specie stessa della Musica o del Romanzo! 
« L'animale ha i suoi diritti, nella stessa guisa che l’uomo; così 
possa esso, dunque, sempre liberamente errare! e tu, mio prossimo 
umano, sci, in fondo, questo medesimo animale! , — questa sem- 
brami essero la morale della cosa e la caratteristica dell'umanità, 
nol mezzogiorno. Il cattivo gusto ha il suo diritto quanto il buono, 
ed anzi un diritto di prelazione innanzi a quest’ultimo, nel caso 
ch’esso sia la grande necessità, il sicuro soddisfacimento e, ad un 
tempo, una lingua generale, una maschera ed un gesto, incondizio- 
natamente comprensibili: — il buon gusto prescelto ha sempre, 
invece, qualche cosa di ricercato e di tentato, qualche cosa che 
non è certo di essere compreso, — ond’esso non è, nè mai è stato, 
popolare! Popolare, soltanto, è e continua ad essere la maschera! 
Così, dunque, tutto quanto sa di mascherata possa pervadere le 
melodie ed i motivi, le piroette e le gioiosità di ritmo di queste 
opore! Precisamente come nella vita degli antichi! Che cosa mai 
ci avverrebbe di comprendere in questa, se non comprendessimo il 
piacere derivato dalle maschere, © la buona coscienza ch'è in tutto 
quanto sa di mascherata? In questo, appunto, sta così il bagno rico- 
stituente che il ringiovinimento dello spirito antico: — e assai pro- 
babilmente, cotesto bagno era anche più necessario alle nature 
elette ed elevate del mondo antico, che alle nature volgari. — Al 
contrario, invece, un atteggiamento volgare nelle opere del setten- 
trione, nella musica tedesca, per esempio, mi offende indicibilmente. 
Qui è questiono di pudore, poichè l'artista s'è talmente dovuto. 








S LA GAIA SCIENZA 
"8 


bbassare dinnanzi a sè medesimo, da non poter nasconderne il ros- 
ass SO »_ > ETA n 
a e: noi ci si vergogna di lui, e ne siamo così offesi, perchè so 
eo ch'egli abbia creduto di doversi così abbassare per ca- 
Sp © 


gione di noi. 


78. 





Per quale ragione non si debba essere grati. ss Primi, gli RE 
quelli del teatro in ispecie, hanno conferito agli uomini di 8 i Bi | 
che gl’orecchi, onde con qualche godimento viene oggi loro fatto | 
d’udire e di vedere ciò che ognuno per sè stesso è, come ognuno 
vive e ciò che ognuno vuole; essi, primi, ci hanno insegnato l esti- 
mazione dell’ Eroe, il quale è nascosto in ciascheduno di questi 
uomini ordinarì, e così pure l’arte di potere considerare sè me- 
desimi, di lontano, quali Eroi, e ad un tempo raffinati e trasfigu- 
rati, — l’arte, cioè, di “ porsi in iscena , dinnanzi a sè medesimi. 

È per tal modo, soltanto, che noi si riesce a sollevarci sopra alcuni 
particolari grossolani, che sono nel nostro carattere! Senza co- | 
test’arte, noi non vivremmo che in una specie di primo piano pro- 
Spettico e nel dominio di quell’ottica, la quale lo coso prossime 0 
le più volgari fa apparire straordinariamento grandi, non anche 
esse fossero la realtà per sè stessa. — Un merito consimile si 
spetta, forse, a quella Religione, la quale prescrisse di riguardare 


Îl peccato di ogni singolo uomo d’oltre una lente d’ingrandimento, 
sì da farne un grande delinquente immortale: mentr'essa intorno 
A questi componeva prospettive eterne, insegnava all’uomo l’arte 
di guardarsi 


dilontano, e come qualche cosa d'interamonte passato. 


79. 


piutezza. — Jo 
un altro uomo, 


Fascino dell’incom 
simiglianza di cert 
per mezzo delle s 
ciò che, fornito, si 
mani, — chè 


qui vedo un poeta, il quale, a 
esercita un maggiore fascino, 
ne imperfezioni, di quello che per mezzo di tutto 
tino compiutamente sì plasma, sotto le sue 

giorla gli deriva dalla sua finale impotenza 
| chezza della sua forza. L'opera sua non esprime 
ch' egli Propriamente vorrebbe esprimere, ch'egli 
ch'egli abbia avuto l'immagine pro- 
Biocondità straordinan © DON mai la visione stessa: — ma una 


Gli è rimasta nell'anima, dopo cotesta vi- 








LIBRO SECONDO 79 


TP ___roe oo e e— 9 .—r--;:::--—=-c----€£€&;|BFPpYttà“=& 


sione, ond’egli ne trae una esuberante eloquenza, pari al desiderio 
e all’ardore dei quali è pieno. Per mezzo di quella, egli solleva 
colui che l'ode più sopra dell’opera sua e di tutte lo “ opere ,, e 
dà a queste ali per salire tanto alto, quanto non certo gli ascol- 
tatori. potrebbero altrimenti salire: @ così, trasformati essi medesimi 
gli ascoltatori in poeti ed in veggenti, compensano l’artefice della 
loro gioia, con tale ammirazione, non anch'egli li avesse addotti 
senz'altro alla contemplazione di ciò che di più Santo e di più de- 
finitivo è in lui, non anch'egli avesse attinta la sua mèta, e real- 
mente veduta e communicata a loro, la sua visione. E tanta gloria 
gli viene soltanto, dal fatto del non avere egli attinta la sua 
mèta. 


$0. 


Arte e Natura. — I Greci (o gli Ateniesi, almeno) ascoltavano 
di buon grado parlare bene: essi ne avevano, anzi, un tale bra- 
moso attaccamento, che questo appunto, più che qualsiasi altra 
cosa, ne li distingue fra tutti i non-Greci. E così pretendevano 
essi pure dalla passione sulla scena, ch’essa discorresse bene, ond'è 
che si lasciavano trasportare, con voluttà, anche dall’ innaturale 
artificio del verso drammatico: — nella Natura, la passione è tanto 
poco loquace! tanto muta ed imbarazzata ! O s’anche pur trovi alcune 
parole, essa è tanto imbrogliata ed insipiente, ed ha tanta ver- 
gogna di sè medesima! Ora, poi, grazio ai Greci, noi ci siamo av- 
vezzi a cotest'innaturalezza sulla scena, nella stessa guisa che grazie 
agl’'Italiani, sopportiamo, e ben volentieri sopportiamo, cotest’in- 
naturalezza della passione che canta. — Questo del volere udire, 
pur nelle situazioni le più difficili, parlare bene e correttamente, 
è ormai divenuto, per noi, un bisogno, il quale pur troppo non ci 
è dato nella realtà di appagare: noi ci esaltiamo se l'Eroe riesca 
ancora a trovare delle parole, delle ragioni, dei gesti espressivi €, 
nel complesso, una chiarità di spiriti, là dove la Vita si affaccia 
sopra abissi, e l'uomo reale smarrisce per lo più la testa 0, almeno, 
la parola ornata. Questa specie di deviamento della Natura è, forse, 
il nutrimento più delizioso per l'orgoglio dell’uomo; a causa di 
questo, egli ama, generalmente, l'Arte, — quale emanazione di un’in- 
naturalezza o di una convenzionalità, superiori ed eroiche. Ed è 
con ragione cho sì biasima il poeta drammatico, s’egli non tras- 
muti tutto in saggezza d'eloquio, e se di tempo in tempo, inter- 











i 





80 LA GAIA SCIENZA 
_————————+— ceao@o@]UreeC/.-.C...AAKEEEEMar reoao#‘r9o»@e @a@a0t4ay!‘ 
ponga nell'azione alcuni istanti di silenzio: = nella stessa maniera, 
che si è malcontenti d’un compositore di musiche, qualora, in una 
sua opera, egli non riesca ® trovare una melodia per il momento 
più passionale, anzi che un inarticolato balbettio ed un grido “ na- 
turale ,. Imperocchè quivi è d'uopo di contraddire alla natura, ed 
il fascimo volgare dell'illusione deve cedere ad un superiore in- 
canto! I Greci vanno lontano, su questa via, assai lontano, — spa- 
ventevolmente lontano! Com’essi si costruiscono la scena, meno 
ampia che sia possibile, o s'oppongono ad ogni effetto derivante 
dagli sfondi; come rendono impossibile, all'attore, il gestire muto 
del viso e l’agilità dei movimenti, sì da trasmutarlo in una fan- 
tasima, solenne rigida e mascherata, — così, pure alla passione 
Stessa essi hanno tolta la profondità dello sfondo, imponendole una 
legge di eloquio elegante; e tutto ciò hanno essi fatto, solo per 
opporsi agl’effetti elementari dell’immagini, le quali suscitano il 
terrore o la pietà: imperocchè essi non volevano nò il terrore nè la 
pietà, — onde sia gloria, la gloria più alta, ad Aristotele, malgrado 
ch'egli non abbia colto nel segno, quand’ebbe a discorrere del fine 
ultimo della Tragedia greca! Si prendano, dunque, una buona volta, 
cotesti poeti tragici greci, e si veda che cosa mai abbia eccitato 
ro alacrità, i loro spiriti inventivi e la loro emulazione, — 
e n a l'inno or disopra lo spotiator 
discorrere bene! Ed a unto ; Re alare, Dl senno si] scene 
Sofocle si occupasse! La IO Lesli corni Se cho 
4 ; sl perdoni quest’eresia ! — Ben divorsa- 
mente accade, Invece, coll’opera seria: tutti i i prendi buie 
sentono Preoccupati d'impedire che dr 3 To Sn TtS9 5 
naggi. “ Una parola, colta d’im ro 3: comprendano i loro perso 
nre in aiuto dell’ascoltatore TR eo na lmonto; PuS Sia 
situazione esplichi sò Stessa, nell: "o rotto SO che la 
non ci hanno a che reno o Sua complessità, poichè i discorsi 
JA così che tutti questi pensano, ed 


hanno pl : 

asmato di par 

> 5 ole le loro far 3 

il coraggio d’esprimere il loro e Forse, è loro venuto meno 


Um po' più di sfacciataggine, ; ‘premo disprezzo per la parola: 
tare la-la-la-la, senz’alcun’al: in Rossini, ed egli avrebbe fatto can- 
rebbe forse stato lagion o o Ire significazione verbale, — e ciò sa- 
» &Ì personagoi dn ! Chè nulla deve essere creduto “ sulla 
È differenza, ut a ma. sì alle note loro! Questa è 

ella naturalezza, per la qualo si va 2 


a! Lo st 
OSSO recitati 
lecitativo secco non deve venir considerato 


tte een oo 





LIBRO SECONDO 81 


quale parola e quale testo: questa specie di mezza-musica deve 
piuttosto concedere all'orecchio musicale un piccolo riposo (il ri- 
poso della Melodia, che è la più alta e, per conseguenza, la più 
laboriosa gioia di quest'arte), — ma ben presto qualche cosa d'altro: 
una crescente impazienza, cioè, una resistenza crescente, un desi- 
derio novello di musica completa, di melodia. — Che cosa accade 
dell’arte di Riccardo Wagner considerata da questo punto di vista ? 
Lo stesso, forse ? o altrimenti ? Assai spesso m'è sembrato che 
fosse necessario di apprenderne a memoria, sì le parole che la mu- 
sica, prima della rappresentazione : imperocchè senza di ciò — così 


m'è parso, — non ci vien fatto di udire nè le parole nè la musica 
istessa. 
SI. 
Gusto greco. — “ Cho cosa c'è di bello in cid? — si chiedeva 


un certo agrimensore, dopo una rappresentazione dell’Ifigenia, — 
nulla ci viene da ciò dimostrato , ! Che i Greci fossero stati tanto 
lontani da un tale gusto ? In Sofocle, almeno, tutto “ è dimostrato . 


82. 


L’esprit non è greco. — I Greci sono indicibilmente logici e seme 
plici, in ogni loro pensiero; essi, anzi, per la durata almeno del 
buon tempo loro, non ne sono mai divenuti ristucchi, come tanto 
spesso è accaduto ai Francesi: i quali amano bene spesso di fare 
una scappatina nella direzione opposta di tale semplicità, e lo spi- 
rito della logica sopportano soltanto, quand’esso riveli, per mezzo 
di una moltitudine di tali piccole scappate nella direzione contraria, 
la sua associevole affabilità e la sua sociale abnegazione. La logica 
sembra essere loro necessaria quanto il pane e l’acqua, ma, in ve- 
rità, quale cibo da carcerati, allora ch’essi debbono godersela pu- 
ramente e solitariamente. Nella buona società, non bisogna mai 
pretendere d’avere ragione completamente e solitariamente, come 
da ogni logica pura è richiesto: donde la piccola dose d’insipienza 
ch'è in ogni specie d’esprit francese. Il senso sociale dei Greci era 
molto meno sviluppato di quello dei Francesi, quale esso era e 
quale osso, ora, è: da ciò, tanto poco d'esprit nei loro uomini più 
finemente spirituali, da ciò, pure, tanta scarsità di argute facezie 
spiritose pure nei loro uomini...; per cid — ma, ahimòd! temo che 





F. Nierzscne La gaia scienza. 





{SA 


89 LA GAIA SCIENZA 
dd 





non si voglia prestar fede a queste mio parole o a tutte, di questa 

specie, che ho fisse nell'anima mia! — est res magna tacer 
v ) . . 

osserva Marziale, insieme a tutte le persone ciarliero. 


tl, — 


89. 


Traduzioni. — È possibile di valutare il grado di senso storico | 
in un'epoca, dal modo, onde quest'epoca fa le traduzioni e cerca 
d'assimilarsi così i tempi passati che gli antichi libri. I Francesi | 
del tempo di Corneille e quelli della Rivoluzione, si sono impadro- | 
niti dell'antichità romana in tale guisa, che noi non avremmo 
più il coraggio di fare, — grazie al nostro superiore senso sto- | 
rico. E la stessa Roma antica, con quanta mai violenza, com- | 


mista d’ingenuità, non ha essa posto le sue mani sopra tutto 
che di buono e di alto c'era sta 


to nella più lontana antichità dei 
Greci! Come lo traducevano essi, questo antichissimo: spirito greco, 
nella loro attualità romana! Como cancellavano essi, con inten- 
zione e senza troppo addarsene, la polvere variodipinta, dalle ali 
della farfalla momento! Per tal modo avvenne che Orazio, qua e 
là, traducesse d’Alceo o d'Archiloco, che Properzio latinamente 
pie de' canti di Callimaco e di Filota (poeti, questi, del grado 
pegpio di Teocrito, se ci sia lecito di giudicare): a loro impor- 
E ei ss creatore avesse originariamente VA 
— quali poeti, ossi ne e che l'avesse infusa ne' suoi carmi 
j contrari allo spirito di minuziosa ricerca, 
Precede il senso storico; quali poeti, non am- 
‘080. essenzialmente personali, come i nomi © 
lo di una città, di una spiaggia, d’un secolo, 
Dot 


















E 0 corpo morto ? Imperocchè esso 
0, n 
Sl Non conoscevano il N cosa morta è tanto brutta!, — 


a una conquista rom 
rico: chè 5.3. Rquistare, 
ea ANZI, vi SÌ aggiu 


ana. In verità, tra- 
7 Pure negligendovi il ca- 
igevano le contingenze del- 








LIBRO SECONDO 839 


CC IE ENI 


l'attualità e, sopra tutto, vi si cancellava il nome del Poeta antico, 
per sostituirlo col proprio, — e ciò, non con intenzione di rubare, 
ma con la migliore coscienza dell’imperium Fomanum. 


84. ; 


Della genesi della Poesia. — Quelli che nell'uomo prediligono il 
carattere immaginoso, e che ad un tempo, rappresentano la dot- 
trina della moralità istintiva, conchiudono così il loro ragionamento : 
«“ Presupposto che, in ogni tempo, si sia venerato ciò ch'è utile, 
quale suprema divinità, d'onde mai è sorta, su tutta la terra, la 
Poesia? — cotest’arto di rendere ritmico l’eloquio, la quale ostacola 
piuttosto la chiarezza della comunicazione, anzichè facilitarne l’in- 
telligibilità, e cho, nella guisa di un disprezzo per tutti gli utili 
opportunismi, è erotta per tutta la terra, e continua incessante- 
mente ad erompere? L’illogicità selvaggiamente bella della Poesia, 
tutta si contrappone a voi, 0 utilitaristi! La volontà di liberarsi, 
per una volta, dell’opportunismo, ha elevato l’uomo, inspirandogli 
la moralità e l'Arte! ,. Ma io devo, ora, parlare, per una volta 
tanto, in favore degli utilitaristi, poichè essi hanno tanto raramente 
ragione, da faro pietà! L'utilità, ed una ben grande utilità, era 
generalmente preponderante, in quegli antichi tempi, nei quali la 
Poesia è venuta alla luce, nei quali i discorsi furono fatti compene- 
trare dal ritmo, da quella forza, cioè, che novellamente coordina tutti 
gli atomi della frase, impone di scegliere le parole, colora di nuovo 
il pensiero, rendendolo più oscuro, più strano e più lontano: tutto 
questo anzi altro non era che un opportunismo superstizioso ! In 
grazia del ritmo, si voleva che le suppliche degli umani sì fissas- 
sero più profondamente nell'animo degli Dei, imperocchò s'era 0s- 
servato che l’uomo poteva ritenere meglio nella memoria un Verso, 
di quello che un discorso slegato; e così avveniva che si opinasso, 
essere possibile di farsi udire a maggiori distanze, por mezzo del 
tic-tac del ritmo: e sembrava che la preghiera ritmica potesse 
giungere più vicina all'orecchio dei Numi. Ma, anzi tutto, si voleva 
approfittare di quella elementare sopraffazione, onde l'uomo è colto 
nell’udire la Musica: il ritmo è una costrizione; esso produce un 
desiderio irresistibile di dedizione © di accordo: non soltanto il 
passo, ma l’anima stessa segue la misura: ond’era ben probabile, 
— si pensava, — che così avvenisse anche dell'anima degli Dei! 

















































gi Sn 
Si tentava, quindi, di costringerti, per mezzo del ritmo, esercitando 
così sopra di loro un atto di violenza: si geltava intorno a loro 
la Poesia, nella stessa guisa che un laccio magico. Esisteva, però, 
un’ancor più mirabile rappresentazione : ed è questa, forse, che ha 
influito, con maggiore potenza, sulla nascita della Poesia. Presso i Pi- 
tagorici, essa, la Poesia, appare quale insegnamento filosofico e 
quale metodo educativo; ma ben prima che ci fossero filosofi, si 
attribuiva alla Musica il potere di alleviare le passioni, di puri- 
ficare lo spirito, di addolcire la ferocia degli animi; — © tutto ciò, 
appunto, per mezzo del carattere ritmico ch'è proprio della Musica. Se 
la giusta tensione e l'armonia dell’anima si fossero smarrite, era ne- 
cessario di ballare, sulla misura del cantore: — questa era la ricetta 
di tale cura. Per essa, a Terpandro fu dato di calmare una som- 
mossa, ad Empedocle, di placare le furie d’un pazzo, a Damone, 
di purificare un giovinetto schiavo d’amore; per essa, si poteva 
fiduciosamente intraprendere la cura dei vecchi Dei inselvatichiti ed 
anelanti vendetta. Anzi tutto, spingendo sino al delirio la sfrena- 
tezza delle loro passioni, il folle era reso furioso, quegli che anelava 
vendetta, n'era reso ebro: — tutti i culti orgiastici si sforzano d’al- 
Jeggerire d'un tratto la ferocia di una divinità e di condurla sino 
all’orgia, affinchè, dopo questa, essa si senta più libera e più tran- 
de A DE ca ro l’uomo. Melos significa, secondo 
nua Ra SE na 1 er Iena non perchè il canto sia 
dolcg chi l'ode. ne e È no effetti successivi rendono 
nel canto profano di quei e 55: COLTO La ORO anche 
oo a notissimi tempi, è opinione che lo spi- 
di atti esercitasse una influenza magica, ad esempio, nell’atto 
1 attingere l’acqua alle fontane, o di CSI IA i 
di magia dei Demoni, ch’erano i vogare: il canto è un'opera 
li rende volenterosi schiavi e doci pe guest ante; SIE 
ogni volta che in qualsiasi modo i istrumento degli uomini. Ed 
di cantare, imperocchè ogni nr St agisca, si ha una buona ragione 
riti: i canti magici e gli sco Roo è collegata all’aiuto degli spi 
Mitive della Poesia. Quando FS sembrano essere le forme pri- 
colo, —i Greci ri 1° verso è stato usato anche dall’Ora- 
A sue l’esametro era stato inventato & 

Te guy: esercitare una certa costri- 
Significa originariamente (secondo 
farsi precisare qualche cosa; sì < la quale mi pare più probabile), 
; Sl stima di potere costringere il fu- 






o yy > VZETNE MITE TRI 


LIBRO SECONDO 85 


turo, guadagnando alla propria causa Apollo; — egli, che nella sua 
più antica raffigurazione, è assai più di un dio previdente. Nella 
stessa maniera che la formula è espressa letteralmente e a seconda 
del suo ritmo, ella avvince l'avvenire: ma la formula è invenzione 
di Apollo, al quale, come @ Dio dei ritmi, è dato d’avvincere pure 
le divinità supremo del Fato. — Complessivamente, è mai esistita, 
per l’antica specie superstiziosa dell’uomo, qualche cosa di più utile 
del ritmo? Con esso, si poteva tutto fare: affrettare magicamente 
un'impresa, costringere un Dio ad apparire, ad approssimarsi, ad 
ascoltare, disporre dell'avvenire a seconda dei proprî desideri, al- 
leggerire la propria anima da qualche peso sovrabbondante (dal 
timore, dalla mana, dalla pietà, dalla sete di vendetta), e non 
soltanto l’anima propria, ma quella del Démone più malvagio, — 
senza il verso, s'era nulla, ma per mezzo del verso si divenne quasi 
un nume. Un tale sentimento fondamentale non può venire più 
mai completamente estirpato, — © pure ora, dopo migliaia d'anni 
di lungo lavorìo, inteso @ combattere un tale pregiudizio, anche il 
più saggio fra noi diviene a volte folle di ritmi, non fosse per altro 
che per sentire un’ idea più vera, quando essa riveste una forma 
metrica e s’affaccia con una sua divina cantilena. Non è essa, forse, 
una-cosa buffa, quella che i filosofi più severi, per quanta serietà 
s'impongano nel manipolare le certezze, pur sempre si richiamino 
alle sentenze dei Poeti, per conferire sì forza che verisimiglianza 
alle loro idee? — Eppure è più pericoloso, per una Verità, l'essere 
dal Poeta affermata che non l’esserne negata! Poichè, come Omero 
asserisce, “ Assai mentono gli aodi! ,, 


SD. 


Il Bene e il Male. — Gli artisti magnificano senza mai tregua, 
— essi, anzi, null’altro fanno che cid —: essì esaltano tutte le con- 
dizioni e le cose, delle quali è opinione che, per esse ed in esse, 
l’uomo possa, una volta, sentirsi buono o grande 0 ebro o lieto 0 
sano o saggio. Coteste circostanze @ cotesto cose, scelte, il cui va- 
lore è considerato come certo € stabilito, per l’umana felicità, sono 
gli oggetti d’inspirazione degli artisti: essi stanno incessantemente 
all'erta per iscoprirne e addurno nel dominio dell'Arte. Essi, cioè, 
non sono i tassatori della felicità e delle persone felici, ma si affol- 


lano sempre intorno ai tassatori reali, con la curiosità più grande 


et > VEerRsoI 





p 


Lat? si 





pro 














86 LA GAIA SCIENZA 
—11lnÎz1z__—=orz@_—À___——___—_W. oe... Fr.” ————m 
e col desiderio d’immediatamente approfittare delle loro estima- 
zioni. E poichè essi, all'infuori della loro impazienza, posseggono 
gli ampì polmoni degli araldi ed i piedi veloci dei corridori, sempre 
saranno fra i primi a magnificare il Bene novello, e spesso sembre- 
ranno essere i primi a proclamare buono un valore e a tassarlo come 
tale. Ma questo, come ho detto, è un errore: essi sono, soltanto, più 
rapidi e più clamorosi dei veri tassatori. — Ma chi, dunque, sono 
essi? — Essi sono i ricchi e gli oziosi. 


86. 


De! Teatro. — La giornata odierna mi ha dato, ancora una volta, 
dei sentimenti forti ed elevati, e se potessi avere, questa sera, 
un po' di Musica e d’Arte, so bene quale Musica e quale Arte pre- 


ferirei di non avere, tutta quella, cioè, la quale tenta d’ubbriacare 


gli uditori e di innalzarli, per un istante, a sentimenti forti cd 
elevati; — uomini dall’an 


ima quotidiana, cotesti uditori, i quali non 
rassomigliano troppo, la sera, a vincitori sopra il carro del loro 
trionfo, ma sì piuttosto a muli, spossati dalla fatica, sui quali la 
Vita deve avere esercitato, un po’ troppo di frequente, il suo scu- 
discio! Che cosa mai saprebbero cotesti uomini, delle “ disposizioni 
d'animo superiori ,, se non esistessero, per essi, doi mezzi artifi- 
ciali d'ubbriacatura e degl’ideali colpi di scudiscio? — ed è così 


| tessa guisa che hanno i loro 
e nè importa della loro bevanda e della loro ehb- 
; cosa Importa mai il vino, all'uomo già entusiasmato? 
probabilmente, con una specie di disgusto, 


ragione sufficient di quali devono qui produrro un effetto senza 
°, — una scimmiesca imitazione dell'alta marca 


Spirituale! — i qì 
pi e Come? Si dano alla talpa ali e pensieri superbi, 
OTaITe, prima ch'essa si rannicchi nel 


si pongono delle 

? Uomini, la cui vita 

Scena, a contemplare degli Do ne stanno seduti davanti alla 

qualche cosa di ni h S 0Sserl estranei, Per 1 quali la Vita è 

; PIÙ che un affare? « Ciò è conveniente, osservate 
a civiltà! 




























INTRO TIT PRESTI) e TEVERE ZE E N N LE REP aa 


i dirti» È Mr 


LIBRO SECONDO 87 





bastanza di Tragedia e di Commedia, ben volentieri se ne sta lon- 
tano dal Teatro ; 0, eccezionalmente, la rappresentazione complessiva 
— Teatro pubblico e poeta, compresi, — potrà, per lui, divenire 
un vero spettacolo, tragico e comico ad un tempo, talmente che 
il dramma rappresentato vorrà significargli ben poca cosa, nel 
paragone. Chi. per sè stesso è qualche cosa come Faust e Man- 
fredo, si preoccuperà assai poco di tutti Faust e di tutt'i Man- 
fredi del teatro! — mentre, certo, ciò lo farà riflettere sul perchè 
si pongano sopra la scena di cotali persone. Oh i pensieri e le pas- 
sioni, più gagliardi, dinnanzi a coloro che non sono capaci nè di 
pensare, nò di sentire una passione, — ma sono soltanto pronti a 
ubbriacarsi! E di quelli hanno bisogno per potersi ubbriacare! E 
tutto il Teatro e tutta la Musica, i quali altro non sono che il fumo 
dell’haschieh e la masticatura del detel, per gl’ Europei! Oh chi, 
dunque, vorrà tutta narrarci la storia dei narcotici? — essa è quasi 
la storia della “ civiltà ,, della cosiddetta civiltà superiore! 


87. 


Della vanità degli artisti. — Io credo che gli artisti assai spesso 
non sanno ciò che possono il meglio fare, imperocchè essi sono 
troppo vanitosi e si sono posti una ben più fiera méta, che non 
sia quella, per avventura, delle umili pianticelle, nuove rare e leg- 
giadre, le quali sembrano raggiungere sul loro suolo il più completo 
sviluppo. Ciò che di realmente buono è nel loro giardino o nella loro 
vigna, essi alteramente lo disprezzano, sì che, in loro, l’amore non rag- 
giunge il medesimo grado della perspicacia. Eccovi un musico, il 
quale, più di qualsiasi altro musico, è sapiente maestro nel trovare gli 
accenti più vivi, nel dominio delle anime dolenti oppresse e mar- 
tivizzato, ed anche nel dare la parola alle mute angoscie. Nessuno 
può andar a paro con lui, nel fissare il colore di un autunno mo- 
rente, — ineffabilmente tenera felicità di un supremo e troppo breve 
godimento; egli conosce un suono per coteste intime e torbide 
mezzenotti dell'anima, nelle quali la causa sembra essere sorta dalle 
connessure dell'effetto, e nelle quali ad ogni istante, qualche cosa 
potrebbe venire generata “ dal nulla ,; egli, con maggiore fortuna 
di qualsiasi altro, attinge dalle sue radici l’umana Felicità, quasi 
dalla sua coppa oramai vuotata, nella quale le gocce più acri ed 
amare si sono mescolate con le più dolci; egli conosce quello stanco 








88 LÀ GAIA SCIENZA 

______————*‘°°0’09ò È»0‘!_!/1oé((tleéemTImIIIMtTIeue&«_ ... 
indugiarsi dell'anima, la quale non può nè più sobbalzare, nè vo- 
lare, nè andare; egli ha lo sguardo timido di chi celatamente soffre, 
di chi, senz'averne consolazione, intuisce, di chi parte, insalutato; 
Orfeo d’ogni intima miseria, egli è più grande d’ognuno, e molto 
per mezzo suo, è stato aggiunto all'Arte, molto, che sinora era 
parso inesprimibile e finanche indegno dell’Arte, ed incompatibile, 
anzi che omogeneo, alla parola, — molto di ciò ch’è piccolo e mi- 
croscopico nello spirito umano: imperocchè egli è il Maestro di ciò 
ch'è infinitesimamente piccolo. Ma, ahimè, egli non vuole essere con- 
siderato come tale! Il suo carattere ama assai di più le ampie mu- 
raglie e l'ardita pittura murale! Egli non può soffrire che il suo 
spirito abbia un altro gusto e un’ altra predilezione, o che .si ac- 
cosci tranquillamente negli angoli più riposti delle case rovinate: 
— eppure, ivi, nascosto e celato persino a sè medesimo, egli di- 
Pinge i suoi capilavori, i quali sono tutti brevi, beno spesso appena 
della lunghezza d’una battuta; eppure, ivi soltanto, egli si trova a 
suo agio, grande e perfetto e solo! — Ma egli non lo sa! Egli è 
troppo vano per poterlo sapere, 


88. 


1 serietà della Verità. — La seriotà della Verità! In quanti mai 
nti modi, gli uomini comprendono il significato di queste pa- 
a I criteri medesimi © le medesime maniere di dimostrazione 
o e A SARO risguarda quali frivolità, cui gli è 
È Ogglacere, per propria vergogna, in questa 0 
» — cotesti criterì medesimi possono fornire il 
Uscamente urti contro di 


dr 25 Ssere stato afferrato subi- 
protonda della Verità di "e dimo- 

strat È = ltà, e di avere dim 

Fato, malgrado che artista, il desiderio più fervido di attingere 


ciò che er s STA 
Der sua ca ù SERIO all’Apparenza, E così può avves 
el suo istinto di serietà, discopra quanto 


te il suo Spirito siasi sinora 
Nza. E non è, appunto, quello 
lano mosto ooo che ne tradisce ? Esso di- 
quale ragione noi si manchi 


VIVa con essi, di e 


Reg 





serre vani dint — 
I METE TARA IA Linn 


ne 


na. 


ccsnrg 


RE Ae SE SENSI O Og e e 


e n Pa CRI "RI È 
LIBRO SECONDO 89 
E NT ana 
89. 
Ora e una volta. — Che cosa importa mai tutta la nostr'arte di 


produrre delle opere d'Arte, se appunto l’Arte superiore, ch'è quella 
delle Feste, totalmente ci manca ? Una volta, tutte le opere d’Arte 
venivano esposte sulle grandi vio trionfali dell'umanità, a com- 
memorare e ad esaltare, per mezzo di monumenti, i momenti più 
rilevanti e più folici della Vita. Ora, invece, si tenta per mezzo delle 
opere d'Arte d’attirare tutt'i poveri ammalati e tutti gli stanchi 
fuori dalla via dolorosa dell'umanità, per un attimo solo di gioia: 
e si offre loro, per ciò, un briciolo d’ebrezza e di follia. 


90. 


Luci ed Ombre. — I libri e la loro elaborazione presentano diffe- 
renti aspetti nei differenti pensatori: uno assomma nel libro le luci, 
cho egli ha saputo cogliere a volo dai raggi di una conoscenza; 
balenatagli subitamente dinnanzi; altri, invece, non vi distilla che 
l'ombre e l’immagini in grigio ed in nero, di ciò che il giorno prima 
erasi accumulato nell'anima sua. 


91. 


Prudenza. — L’Alfieri, com’è ben noto, ha molto mentito, nel 
raccontare ai suoi contemporanei ammirati la storia della sua vita. 
Egli ha mentito, in conseguenza di quel dispotismo esercitato sopra 
sè medesimo, da lui dimostrato, ad esempio, nel crearsi una lingua 
tutta sua e nel tirannicamente imporsi il mestiere di poeta: — 
egli aveva finalmente scoperto, non senza una lunga intima tor- 
tura, una forma distintamente austera, cui faceva sottostare così 
la sua vita che il suo pensiero. — Io, a mia volta, non presterei 
mai fede nè a un'autobiografia di Platone, nè a quella di Rousseau, 
nò alla Vita Nuova di Dante! 


92. 


Prosa e Poesia. — Si osservi, dunque, come tutti i grandi maestri 
della prosa sono stati anche, quasi sempre, Poeti, sia pubblica- 
mente, sia soltanto privatamento ed intimamente; ed, in verità, 









LA GAIA SCIENZA 


———_=="="=>=M =é=E—i4ir«rcxc;G:&G\GiireEecedc*>°®- 


è possibile di scrivere della buona DIOSn: Ta E O 
alla Poesia! Imperocchè è proprio di cotesta, l con Inuamente ro- 
varsi in un atteggiamento di schermaglia cortese con la Poesia: ogni 
suo fascino emerge dallo sfuggire senza tregua alla Poesia, e dal con- 
traddirla; ogni sua astrazione viene attribuita, con voce di scherno, a 
malizioso artificio contro la Poesia ; ogni aridità ed ogni freddezza de- 
vono arrecare un’amabile disperazione all'amabilissima. dea; chè 
qualche volta avviene che possano pure sopravvenire dei rlavvicina- 
menti momentanei e delle riconciliazioni, ma sono ben presto susse- 
guitì da un rimbalzo improvviso e da uno scoppio di risa ; frequente- 
mente, pure, il velame è sollevato per lasciarvi irrompere una luce 
cruda, mentre appunto la dea si gode, nel suo crepuscolo, dei suoi 
colori più smorti ed opachi; spesso, le sono tolte di bocca le pa- 
role, e ricantate sopra una melodia qualsiasi, ond’essa è costretta 
di chiudere con le sottili mani le sottilissimo orecchie ; e così 
accade che si possano contare a migliaia i piaceri della schermaglia, 
comprese le sconfitte, delle quali ultime gli uomini impoetici; i 
cosiddetti prosaici, nulla sanno, imperocchè essi scrivono, e in fondo 
parlano, solo della cattiva prosa! La guerra è la genitrice d'ogni 
cosa buona, como anche della buona prosa! Quattro uomini sono 
În questo secolo esistiti, dei più rari © dei più realmente poetici, 
1 quali hanno raggiunto la maestria della prosa, — per la quale, del 
Testo, nulla è stato fatto da questo secolo, per mancanza di Poesia, 
come ho giù prima avvertito. Fatta astrazione dal Goethe, ben a 
diritto rivendicato dal secolo che lo ebbe a produrre, io riesco a 
SI Soltanto Giacomo Leopardi, Prospero Mérimée, Ralph Waldo 
o ene pende l'autore d'Imaginary Conversa- 
5 enire chiamati Maestri della prosa. 





93. 


Ma perchè mai scrivi tu? — 4. To non 


che Pensano, solo 
con la penna hac 
& coloro che, seduti i agnata, fra lo 


appartengo a coloro 
3 dita; e ancora meno, 
sulla sedia © fissando il foglio di carta, dànno 
1 calamaio Scoperchiato. Io m’adiro 
i lo scrivere è per me una neces- 
. > Pure per imagini. B: Ma perchè 
ho trovato sinora al To mio, per dirtela Ì 
sep ieluo Mezzo fuori di questo per Ziberarmi 

















ri #97 = yy PERA ia ST RIE MN = si 


LIBRO SECONDO 91 


nz eiiiel"llmmdIMIIlé1-dd.dé\“e,;, -———_—_—_—_———1—@ 


de’ miei pensieri! B: E perchè, dunque, desideri di liberartene ? 
A: Perchè lo desidero? E lo desidero io, forse? Io lo devo! — 
B: Sta bene. Sta bene. 


94. 


Il crescere dopo la Morte. — Quelle piccolo parole temerarie, a 
proposito delle cose morali, che Fontenelle ha compreso ne’ suoi 
immortali Dialoghi dei Morti, venivano, nel suo tempo, considerate 
quali paradossi e giuochi di uno spirito lepido; pure i supremi giu- 
dici del gusto e dello spirito non riuscivano a scorgervi qualche cosa 
di più, — e così, forse, lo stesso Fontenelle. Ora, invece, accade 
qualche cosa d’incredibile: cotesti pensieri divengono verità! E la 
Scienza li dimostra tali! Il giuoco si fa serio ! E noi leggiamo cotesti 
Dialoghi con ben altro sentimento, che non Voltaire ed Helvétius, ed 
involontariamente no solleviamo l’autore ad un grado den più ele- 
vato di spiriti, che quelli non l’abbiano per avventura fatto: — 
a ragione? a torto? 


95. 


Chamfort. — Che un conoscitore dell’uomo e della folla, come 
Chamfort, siasi posto decisamente dal lato della folla, e non se ne sia, 
con filosofica rinuncia e con sdegno, tenuto discosto, io non riesco a 
spiegarmi che nel modo seguente: un istinto è in lui esistito, ben più 
forte della sua saggezza, il quale non mai è potuto venire soddis- 
fatto, — l’odio, cioè, di ogni moblesse di stirpe; quello stesso odio, 
forse antico e sin troppo comprensibile, che sua madre aveva avuto, e 
che in lui era stato consacrato dall’ amore per la madre, — un 
istinto di vendetta, perpetuatosi da’ suoi primi anni infantili, il 
quale attendeva soltanto l'ora di poter vendicare la madre. Eppure, 
la sua vita, il suo genio ed, ahimè! anche più, il sangue paterno 
che gli scorreva per le vene, l’indussero a schierarsi, per lunghi 
anni, e a mettersi ad un eguale livello, appunto fra cotesta no- 
blesse! Ma finalmente, egli non potè più sopportare il suo proprio 
aspetto, aspetto da “ uomo antico ,, appartenente al régime antico; 
e fu preso da un desiderio violento di fare penitenza, i quale gli 
fece rivestire l’abito della plebe, non anche esso dovesse per luè 
servire da cilicio! La sua cattiva coscienza lo rimordeva dell’in- 
dugio nella vendetta. — Supposto, però, che Chamfort fosse allora 
















LA GAIA SCIENZA 
— www GG —_—_tT 
rimasto d’un sol grado più filosofo, alla Rivoluzione sarebbe mancato 
il suo più tragico spirito ed il suo aculeo più acuminato : ossa sarehhe, 
ora, considerata, quale un avvenimento ben più saLocco che general 
mente non sembri, nè eserciterebbe oggi tanta fascinazione sugli spi- 
riti. Ma l'odio e la vendetta di Chamfort educarono tutta una ge- 
nerazione, e gli uomini più chiari dovettero subirne la disci plina. 
Sipensi dunque, che Mirabeau volgeva il suo sguardo verso Chamfort, 
come verso un 70 superiore e più vecchio, dal quale egli soffriva 
e s'attendeva di ricevere così gl’incitamenti che le ammonizioni e le 
sentenze, — Mirabeau, il quale, com'uomo, appartiene a un ben 
diverso ordine di grandozza, da quello che si convenga pure ai primi 
fra i grandi uomini di Stato d’icri e di oggi. — È strano che, mal- 
grado un tanto amico e patrocinatore, — troppo bene si conoscono 
le lettere di Mirabeau a Chamfort! — quest'uomo, ch'è fra i più 
Spiritosi moralisti, sia rimasto lontano dai Francesi, non meno che 
Più tardi lo Stendhal, il quale, forse, fra tutti i Francesi di questo 
secolo, ha posseduto gli occhi e gli orecchi, più acutamente intel- 
ligenti. Ciò è forse accaduto, perchè quest'ultimo aveva troppo in 
sò dell'Inglese e del Tedesco, per poter venire sopportato dai Pa- 
tigini ? — mentre Chamfort, uomo dotato di profondità e di me- 
tavigliosi sfondi d'anima, fosco, sofferente, ardente, — un pensa 
ac e cn sa rimedio necessario, il riso, contro 
oo o perduto il giorno, nel quale egli non avesse 
nari Ppare più quale un Italiano eun c 
Dante e di Leopardi, di ancese! Sono note le ultime 
parole di Chamfort: “ALI mon ani, diss'ooli e " ss VO gang N 
©nfin de ce monde. qì “i, diss’egli a Sieyès, je men vais 
» se brise ou se bronze ,. — 


» 9 dl faut que le com 
1 1n verità, le parole d'un Francese che muore! 

















e 96. 


e oratori. — Dj Questi due oratori, l’uno a 
® Sua causa, solo Quando egli tutto s'ab 
0 questa ries 


Yello, da costri 


ttinge la piena ragione 
bandoni alla foga della 
ce a instillargli tanto di sangue e 
Ngere l'alta sua intelligenza a ri- 
desima cosa, 
;, con l’ausilio 


, nel cer 


Velarsi. L'altro, ; 











LIBRO SECONDO 93 
esagera gli argomenti o no ommette, provocando per tal modo la 
diffidenza contro la ragione della sua causa: sì ch’egli stesso sente 
di partecipare da ultimo a cotesta diffidenza, per mezzo della 
quale si riesce agevolmente a spiegare quegli scatti improvvisi, 
quelle intonazioni fredde e repulsive di voce, le quali suscitano il 
dubbio nell’ascoltatore, se non per avventura tutta cotesta foga 
d’eloquio sia meno che genuina. Ogni volta, gli accade che lo spi- 
rito sia soprafatto dalla passione; forse, perchò questa, in lui, è 
più gagliarda cho nel primo. Ma egli attinge, invece, l'apice della 
sua forza, se gli riesca d’opporsi alla tempesta incalzante del 
suo sentimento, quasi ad arte schernendolo: solo allora, il suo spi- 
rito balza intero dal suo nascondiglio, uno spirito loico schernitore 
e scherzovole, — 6 tuttavia un ben terribile spirito! 


97. 


Della loquacità degli scrittori. — C'è una loquacità dell’ira, — fre- 
quente così in Lutero che in Schopenhauer. — Una loquacità, la 
quale deriva da una troppo grande abbondanza di formule intel- 
lettive, come in Kant. Una loquacità, che proviene dalla gioia di 
cangiare infinitamente l’aspetto d'una cosa: e la si trova in Mon- 
taigno. Una loquacità di nature perverse: e chi legga gli scritti 
contemporanei nostri, ben vorrà ricordarsene, a proposito di due 
scrittori! Una loquacità derivata dal piacere delle helle parole e 
delle buone forme verbali: non rara nella prosa di Goethe. Una 
loquacità, proveniente solo dalla voluttà del rumore e della con- 
fusione: in Carlyle, per esempio! 


98. 


In gloria di Shakespeare. — La cosa più bella ch'io possa dire 
in gloria di Shakespeare, dell'Uomo, è questa: egli ha creduto in 
Bruto, senza gettare pure un briciolo di sfiducia sopra cotesta 
specie di virtù! Egli ha voluto dedicare a lui la sua migliore Tra- 
gedia, — essa viene ancora chiamata con un nome falso, — a lui 
ed alla sintesi più terribile della morale superiore. Indipendenza 
dell'anima, — è di ciò che ora si tratta! Nessun sacrificio può es- 
sere, per questo fine, abbastanza grande: è necessario di potergli 
sacrificare persino il più caro fra gli amici, e sia egli pure il più 
bello, l’ornamento del mondo, il genio senza pari, — se; cioò, sì 





A 








ea n nn 


LA GAIA SCIENZA 





94 


ami la libertà, quale il più superbo retaggio delle anime grandi, 
cui, per causa di questo amico, sia imminente la minaccia di un 
pericolo: — è in questo modo che Shakespeare deve avere sentito ! 
L'altezza, cui egli solleva Cesare, è l’onore il più ambito, ch'egli 
avrebbe potuto rendere a Bruto: così soltanto, egli esalta nelle re- 
gioni dell'immenso, l’interiore problema di questi e, nel medesimo 
tempo, la forza spirituale, che avrebbe potuto tagliare nettamente 
un tale nodo! — Ed è stata, forse, la politica libertà, quella che 
questo Poeta indusse a consentire con Bruto, e che ne fa il com- 
plice di questi? 0, meglio, la politica libertà altro non è stata che 
un simbolo di qualche cosa d' inesprimibile ? Siamo noi, forse, 
dinnanzi a qualche oscuro avvenimento, rimasto sconosciuto, o a 
qualche. avventura dell'anima del Poeta, onde non gl’era dato 
di parlare che per segni? Che cosa è mai tutta la melanconia di 
Amleto, a paragone di quella di Bruto ? 
ebbe a conoscere pure questa, come gi 
rienza ! Egli stesso, forse, ebbe la sua ora più oscura ed il suo 
ciro angelo, come Bruto! — Ma quali mai possano essere state 
le simiglianze e l’intima affinità doi due, è certo che Shakespeare si 


Sa dinnanzi alla figura 6 alla virtù di Bruto, e se ne sentì così 
indegno che lontano: — 6 la prova di ciò, egli l’ha incisa nella sua 
Tragedia. Per ben du i 


e volte, egli ha scagliato contro Bruto un tale 
Supremo, ch'esso è lacerante quasi un grido, — 
SPrezzo di sò medesimo, Bruto, lo stesso Bruto 


erde ] i Ì Ì i 
} a pazienza, ogni qual volta il Poeta appare, vano patetico 
Mportuno, come usano d'esser 


h Sere a volte i Poeti, quale un essere 
che sembra essere tronfio di tutte le possibilità di grandezza, e di 
» 2 che tuttavia, nella filosofia del- 
‘equi RS, amente gi i iù ordinari 
equità, “ S'egli conosco oa ose sino alla più ordinaria 


— grida Bruto. Si traducano 


— @ forse lo Shakespeare 
à quella, per propria espe- 


Morale in ispecie 


Scrisse! queste Parole, nell'anima del Poeta che le 
pan 99. 
&Utori di Scho enh > 3 
contatto dei i SRO Ciò che ci è dato di scorgere nel 


! Quelli barbarici il fatt 
debolezze è sno °golarmente assimilandosi, 
Superiore, e, qui 


0, cioè, che l’in- 
anzi tutto, i vizî le 


undi, sentendone uno 


" 





Mi 





LIBRO SECONDO 95 
|  —  ''iI...I[I.‘‘_—]1____[{[1[1 
speciale fascino, finisco coll’infiltrare in sè medesima, per mezzo delle 
debolezze o dei vizì, appropriatisi, qualche cosa della viva forza 
della civiltà superiore, — ciò, se pure alquanto raffinato e spiritua- 
lizzato e meno tangibile, possiamo osservare anche nella prossimità 
nostra e senza la necessità di viaggiare fra i popoli barbari. — 
Quale cosa, adunque, usano in Germania i fautori di Schopenhauer 
d’anzi tutto prendere dal loro Maestro? — cotesti fautori, i quali, 
avendo riguardo alla sua cultura veramente superiore, devono ne- 
cessariamente sentirsi abbastanza barbari, per cominciare dal venire 
affascinati o sedotti da lui in una guisa così barbarica? E ciò accade 
forse, per quel suo duro senso della realtà, per quella sua buona 
volontà di giungere alla chiarezza e alla saggezza, i quali lo fanno 
così spesso sembrare più inglese che tedesco? O, forse, per la ga- 
gliardia della sua coscienza intellettuale, la quale ebbe, durante la 
vita di lui, a sopportare una perpetua contraddizione fra l'essere e 
il volere, e lo costringe, pure nei suoi scritti, a incessantemente 
contraddirsi in ogni sua asserzione? O, forse, per la sua purità 
riguardo alle cose della Chiesa e del Dio cristiano? — imperocchè, 
riguardo a ciò, nessun altro filosofo tedesco è mai stato così 
puro, poichè egli, quale visse, morì “ voltairiano ,. O forse ancora, 
per gl’immortali suoi precetti sull’intellettualità dell’intuizione, sul- 
l’apriorismo della legge di causalità, sulla Natura, istrumento d’in- 
tellisenza, e sulla non-libertà del volere? — No. Tutto questo non è 
tale da affascinare, nò, in verità, affascina; ma sì gl’imbarazzi 
mistici o le scappatoie dello Schopenhauer, nei momenti nei quali 
il pensatore realista s'è lasciato sedurre e corrompere dalla vana 
aspirazione a divenire il risolutore dell’enigma mondiale; ma sì la dot- 
trina della Volontà una, la quale non può, in realtà, venire dimostrata, 
(“ tutte le Cause sono soltanto fornite dall’occasione dell’apparire 
della Volontà, in un dato tempo, in un dato luogo »; “la Volontà 
di vivere esiste, intera ed indivisa, in ogni essere, sia pure nel più 
meschino, così completa, come in tutti gl’esseri, collettivamente 
presi, i quali sono stati sono e saranno ,); ma sì la negazione del- 
l’Individuo (“tutti i leoni non sono, in fondo, che un solo leone ,; 
“In molteplicità degl’Individui non è altro che apparenza ,, nella 
stessa guisa che l'evoluzione altro non è che apparenza: — chè egli 
definisce il pensiero di Lamarck, “ un errore geniale ed assurdo ,); 
ma sì l'esaltazione del Genio (“ nella contemplazione estetica, l’Indi- 
viduo non è più Individuo, ma sì un puro soggetto della Conoscenza, 











96 LA GAIA SCIENZA 


privo di volontà e fuori delle contingenze del dolore e del tempo , ; 
“il soggetto, ponetrando nell'oggetto della sua contemplazione, si 
trasmuta in questo stesso oggetto ,); ma sì il nonsenso della Pietà 
e dell'irrompere, reso per questa possibile, del principio d’individua- 
zione, fonte d'ogni morale, comprese le asserzioni seguenti: “Ja 
Morte è l’ultimo fine della Vita ,, “non ci è dato « priori d’as- 
solutamente negare la possibilità che una magica influenza non 
possa promanare da un defunto ,. Questi ed altri consimili eccessi e 
vizì del filosofo, sono anzi tutto accettati e creduti, quali dogmi 
fondamentali della sua fede: — giacchè tanto i vizîì che gli eccessi 
sono sempre assai facili a essere imitati, o non richiedono una troppo 
lunga preparazione. — Ma parliamo, finalmente, del più celebre 
fra gli Schopenhaueriani viventi, di Riccardo W 
è accaduto ciò che già ad altri artisti er 
a proposito della significazione dei person 
nobbe l'inespressa filosofia della sua Ar 
Wagner, sin quasi alla metà della su 


dall'Hogel, ed alquanto più tardi, dallo Schopenhauer, quando in 
Ispecie ne volle dedurre dai suoi personaggi le dottrine e da solo 
sì dette a definirsi, usando le formule di “ Volontà ,, di “ Genio , 
si i “Pietà ,, È certo, tuttavia, che nulla è più contrario allo 
spirito di Schopenhauer di ciò ch’è intimamente wagneriano negli 
eroi di Wagner, — l'innocenza, cioè, del più sconfinato amore di 
se medesimo, la fede nella grande passione, non anche questa sia 
fridiano nella a ce brevemente, tutto ciò che vi è di sieg- 
di Spinoza che di mo. — si ss SO Tutto quosto sa molto più 
quante buone ragioni il Wa a forse, lo Schopenhauer. De 
filosofi Piuttosto che dallo sa Si 19 avuto di derivare d'altri 
Biaciuto per quanto a questi si = auer, il fascino cul egli è sog- 
tanto verso gli altri filosof = I po: lo ha reso cieco, non sol- 
tutta la sua Arte tende som re SEO Nerso la Scienza istessa; 
S un completamento della Anti si apparire un complemento 
Ì s Schopenhaueriana, rinunciando, 


al superiore vanto di divenire un 
nto della Umana Conoscenza e della 


a, — Ja a attirarlo tutto il secreto fasto di 
Cagliostro, — chè ì quale Avrebbe, forse, affascinato persino un 
Sempre stati ; 1 singoli atti 


istrumenti di 230 le Passioni dei filosofi sono 
1 seduzione! È Schopenhaueriano, per 















agner. À questi 
a accaduto: egli s’ingannò 
aggi da lui creati, e disco- 
te più propria. Riccardo 
a vita, s'è lasciato traviare 



































TRAI "ni Wizsi DA £ NEBE si 
TIE RT ars >» et 


LIBRO SECONDO 97 





esempio, lo sdegno del Wagner per la corruzione della lingua te- 
desca: e se pure si volesse approvarne l’imitazione patente, non 
> converrebbe passare sotto silenzio che lo stile del Wagner è non 
meno degli altri affetto da ulceri e da tumori, la cui vista aveva 
già reso furente lo Schopenhauer, e che, per quanto sì riferisce ai 
wagneriani di lingua tedesca, la wagneromanìa comincia a rivelarsi 
così pericolosa, come giammai prima lo era stato l’hegelianismo. 
È schopenhaueriano l’odio del Wagner contro gli Ebrei, cui egli 
nemmeno riesce ad apprezzare nella loro azione più grandiosa, da 
poi che essi sono ben stati gl’inventori del Cristianesimo! Scho- 
penhaueriano è pure lo sforzo di considerare il Cristianesimo quale 
una sementa dispersa del Buddismo, e di preparare all’ Europa 
un’ éra Buddista, riallacciando, momentaneamente, fra loro, le for- 
mule e i sentimenti cattolico-cristiani. E così sono schopenhaue- 
riane le concioni del Wagner, in favore della Pietà, nei rapporti 
con gli animali; predecessore dello Schopenhauer, in questo argo- 
mento, fu, è notorio, il Voltaire, cui, similmente a’ suoi successori, 
solleticava l’idea di rivestire il suo odio contro certe cose e certi 
> uomini, della pietà verso gli animali. L'odio, invece, del Wagner, 
per la Scienza, il quale traspare dalle sue dissertazioni, non è certo 
dettato dallo spirito di carità e di bontà, — e ancora meno, come 
ben si comprende, da uno spirito qualsiasi. — Im fine, la Filosofia 
d’un artista importa ben poco, specie nel caso ch’essa soltanto sia 
una Filosofia derivata e non arrechi alcun danno alla sua Arte 
stessa! Non si può mai abbastanza proteggersi dal saper male a un 
artista, a cagione d’una sua mascherata occasionale, forse infelice 
i ed usurpata; non dimentichiamo, adunque, che questi cari artisti, 
sì collettivamente che singolarmente, sono un po’ istrioni, e che tali 
devono necessariamente essere, poichè, senza commedia, ben difficil- 
mente essi saprebbero per un qualche tempo sorreggersi. Rimaniamo 
fedeli a Wagner, a ciò che in lui è pretto ed originale, —- ed in ispecie, 
a ciò, per cui noi, suoi discepoli, possiamo a noi medesimi rimanere 
fedeli, a ciò ch’in noi è di pretto e d’originale. Lasciamogli, invece, 
e i suoi malumori e i suoi crampi intellettuali, e consideriamo piut- 
! tosto equamente, quale nutrimento singolare e quali bisogni debba 
la sua Arte avere, per potere sì vivere che prosperare! Non im- 
porta affatto, s'egli, quale pensatore, abbia tanto spesso torto; la 
bi giustizia e la pazienza non sono affari suoi. Basta che la sua vita 


abbia, dinnanzi a sò medesima, ragione, e che cotesta ragione sappia 


F. Nierzscne, La gaia scienza. 7 









LA GAIA SCIENZA 

n _______—_—____ 
mantenersi: — quella sua vita, cui ciascuno di noi grida augurando: 
“Sii un Uomo, e non seguire me, — ma te! solo te!, Anche Za 
nostra vita deve mantenersi, dinnanzi a sè medesima, la sua ragione! 
Anche noi dobbiamo liberamente e securamente crescere e fiorire, 
di sul nostro ceppo, in un innocente amore di sè medesimi. E così 
m’avviene, contemplando tale un uomo, d’udire, ancora oggi come 
una volta, queste parole ronzarmi all'orecchio: “ Che la passione 
è migliore d'ogni stoicismo e d’ogn'ipocrisia; che l’essere onesto, 
pure nel male, è meglio del perdere sè stesso nella moralità della 
tradizione; che l’uomo libero può essere tanto buono che malvagio; 
ma che l'uomo non-libero è una vergogna della Natura, e non può 
partecipare ad alcuna consolazione, nè celeste, nè terrena; e che 
ognuno, finalmente, il quale voglia essere libero, deve divenire tale, per 
sè stesso, e che a nessuno la libertà sta per cadere nel seno, quale 
un dono prodigioso! , (Riccardo Wagner in Bayreuth, I, 585). 


100. 


Imparare a rendere omaggio. — Gli uomini devono imparare così il 


rendere omaggio che il disprezzare, Ognuno che proceda per nuove 


Vie, e v'abbia già condotto molte persone, scopre con meraviglia, 
qu anto maldestre e povere sieno tutte coteste persone, noll’ospres- 
sione della loro gratitudine, e quanto raramente persino, venga 
uo a questa gratitudine di potersi soltanto manifestare. Ed av- 
pe 2 questa, come se, ogniqualvolta essa sia in procinto di par- 
Ea s'inframmetta nella gola, talmente che, per 
non più tossire. Il i Se rassegnarsi a starsene zitta per 
pensieri e la loro forza n 5 si pensatore sente l'efficacia do suol 
commedia: si i ERE o scuotitrice ’ ò quasi una 
ebbero effetto, se no e quelli sui quali i suoi pensieri 
esprimere la loro pretesa indi e e de Suo Tosi, SON SEPE, Ano 
che per mezzo d'ogni specie È o ch essi stimano minacciata, 
generazioni, per iscoprire pure ‘100 ‘aggini, Sono necessarie intero 
della gratitudine; e molto È t Ea semplice cortese convenzione 
la gratitudine è compenei, i tardi appena, giunge il momento, in cui 
lità. Allora c'è oiran dea specie di spirito e di genia- 
i a uno, il quale accentra in sè 

per ciò ch'egli stesso ha fatto, 

» Per tutto quello che i 


tutte le gratitudini, 
ma, per lo più 
suoì predecessori hanno len- 





n O PANIATE a ” IT sl na F p 


LIBRO SECONDO 99 





tamente e preziosamente accumulato, e che da loro era conside- 
rato più alto e migliore. 


101. 


Voltaire. — Dapertutto dove c’ è stata una Corte, essa ha imposto 
la legge del fiorito eloquio e, con questa, anche la legge dello stilo, 
per tutti gli scrittori. Ma la lingua aulica è lingua da cortigiani, 
i quali non hanno, di consueto, alcuna professione, e, nel discorrere 
di cose scientifiche, si astengono dall’usare i relativi termini tecnici, 
poichè questi sanno troppo di professione; è per ciò, appunto, che 
i tecnicismi e tutto ciò che tradisce lo specialista, sono quasi 
macchie di stile, nei paesi improntati da una civiltà cortigianesca. 
Ora, poi, che tutte le Corti sono divenute caricature così del passato 
che del presente, si è alquanto sorpresi di trovare lo stesso Vol- 
taire indicibilmente asciutto e greve (per esempio, nel suo giudizio 
su alcuni stilisti, quali Fontenelle e Montesquieu), — imperocchè 
noi tutti ci siamo omai emancipati dal gusto cortigiano, mentre, 
per lo spirito di Voltaire, esso altro non era che la naturale integra- 

È zione! 


102. 


Una parola per i filologi — La filologia esiste, per incessante- 
mente riaffermare che ci sono dei libri, preziosi e regali, dai quali 
a intere generazioni di sapienti è dato di trarre utilità, se, grazie 
alle loro fatiche, essi siono per conservarli puri ed intelligibili. 
o Essa presuppone che ci sieno cotesti uomini singolari, malgrado 

che non sia troppo facile lo scorgerli, i quali sappiano, alla loro 
volta, realmente usufruire di libri così preziosi: e non altri sono essi 
probabilmente, che quelli medesimi che scrivono o che sono capaci 
di scrivere cotali libri. La filologia presuppone, cioè, una fede 
distinta nel fatto che una grande moltitudine di lavori, penosi e 
| sudici alquanto, debba venire precedentemente continuata in favore 
d’alcuni pochi individui, i quali sempre “ devono venire ,, e non mai 


giungono: tutto ciò non è che lavoro sprecato, în usum Delphi 

NOVvUMN. 

‘103. 
Della Musica tedesca. — La Musica tedesca è divenuta già, più 
di qualsiasi altra, Musica europea, poichè in essa soltanto, i muta- 
der 
Y nari 

x “ pe a te 





LA GAIA SCIENZA 


menti provocati in Europa dalla e NEO a DI 
naturale espressione: 1 Musici tedese i s0 AO sa Î 
gnificazione delle masse popolari in OSTANA e S ; ol 

dante rumore artificiale, il quale non è o pensili 5 1 sia 
troppo forte, — mentre, al contrario, 1 Oper a italiana, sa e SIT 
non comprende che cori di servi e di soldati, ma non di ea o n 
Giova aggiungere che in ogni musica tedesca vien fatto di ue ire 
una profonda gelosia borghese, contro la noblesse e, in ispecio, 
contr’ogni esprit, contr’ogni éégance, quale espressione di una vecchia 
Società cortigiana, cavalleresca e secura di sè medesima. Cotesta 
non è la Musica, la quale, simile a quella dell’aedo di Goethe, 
che canta fuori della porta, piace pure “nella sala ,, ed al Re 
specialmente; nè d’essa si potrebbe dire: “ I Cavalier” fissavan bal- 
danzosi, piegando a ’l sen le Belle i loro sguardi ,. La Grazia stessa 
non penetra nella Musica tedesca, senza una specie di spasmodico 
rimorso; presso la Leggiadria, soltanto, presso questa sorella ville- 
reccia della Grazia, il tedesco incomincia a sentirsi moralmente a 
suo agio, — e da essa, egli può senza tregua lanciarsi alla sua 
entusiastica e dotta “ Sublimità ,, dall’andatura simile.a quella del- 
l'orso, alla Sublimità beethoveniana. Se si voglia imaginarsi l’uomo, 
creatore di cotesta Musica, si pensi soltanto al Beethoven, qual’egli 
appare presso al Goethe, nel loro incontro di Teplitz. Quale la bar- 
barie presso alla civiltà, quale la plebe presso alla nobiltà, quale 
l'uomo bonario presso al buono, e a uno ch’è qualche cosa di più 
che “ buono ,, quale il visionario presso all'artista, quale quegli 
che abbisogna di consolazione, presso a chi è consolato, quale l’uomo 
esagerato 6 sospettoso presso all'uomo giusto, quale il capriccioso 
eil piagnucoloso, quale l’estatico folle, quale chi è beatamente infe- 
lice e smisuratamente fiducioso, quale l’uomo pretensioso e pesante, 


— 8 in tutto e per tutto, quale “ persona non domata ,: in tale 
guisa, Goethe stesso chbe a comprenderlo e a designarlo, Goethe, 
il Tedesco d’eccezi 


0 ezione, per il quale non è stata ancora trovata una 
Usica condegna! — Si con 


Sempre crescente per la M 
lodico presso i Tedeschi, 


Da non sia per 
eria democratica ed un effetto poste 


una tale gioia aper 
e una tale Tipugnanza di t 


e arbitrario, ch’essa sembra tuttor 


sideri da ultimo ancora, se il disprezzo 
elodia e l'’immiserimento dol senso me- 


avventura una specie di sgar- 
riore della Rivoluzione. Poichè 
ta nel soggiacere a una prefissa 
utto ciò che diviene ch’è informe 
a risuonare, quale un’eco dell’an- 





LIBRO SECONDO 101 


tico ordinamento delle cose europee, e quale una seduzione e un 
ritorno verso di quello. 


104., 


De! suono della lingua tedesca. — È noto d'onde la lingua te- 
desca provenga, giacchè essa da ben due secoli è la lingua lette- 
raria universale. I Tedeschi, colla loro venerazione per tutto che 
derivava dalla Corte, si sono studiosamente prese, quali modelli, le 
Cancellerie, per tutto che avessero da scrivere, per le lettere, in 
ispecie, per i documenti, per i testamenti e così via. Lo scrivere 
nello stile cancelleresco, era qualche cosa di conforme sì alla Corte 
che al Governo, — era qualche cosa di distinto, in confronto del- 
l’eloquio tedesco della Città, nella quale cotidianamente s'era usi 
vivere. A poco a poco, furono tratte le somme e si parlò nella 
stossa guisa, nella quale si scriveva, — e per tal modo si divenne 
ancora più distinti, nelle forme verbali, nella scelta delle parole e 
delle frasi e, da ultimo, anche nel suono della voce: si affettò una 
voce cortigiana ogni volta che si parlasse, onde l’affettazione di- 
venne finalmente una seconda natura. In.nessun altro luogo, pro- 
babilmente, era accaduto qualche cosa di simigliante: la prepon- 
deranza dello stile letterario sulla parlata comune, l'esuberanza e 
l’affettazione di un intero popolo, poste a fondamento d'una lingua 
generale, la quale nemmeno era più un dialetto. Io penso che il 
timbro della lingua tedesca, nel Medioevo e, specialmente, dopo il 
Medioevo, fosse profondamente contadinesco e volgare: esso s'è 
I venuto alquanto nobilitando negli ultimi secoli, in ispecie poichè ci 
si trovò costretti d’imitare tanti suoni, francesi italiani e spagnuoli, 

da parte della nobiltà tedesca (ed austriaca), particolarmente, la 
quale non poteva assolutamente essere soddisfatta della lingua ma-'. 
terna. Ma per il Montaigne e per il Racine, malgrado questo no- 
I vello esercizio, la lingua tedesca deve avere risuonato com’insop- 


to 


portabilmente volgare: e ancora oggi, per la plebe italiana, nella 
bocca dei viaggiatori, essa conserva pur sempre il tono crudo, sil- 
> vestro e rauco, non anche giungesse su d'una stanzaccia fumosa o 
| d’una plaga inospitaliera. — Ed ora io osservo anche una volta, 
come fra gli antichi ammiratori delle Cancellerie sì vada propa- 
gando un simile sforzo verso la distinzione dell'espressione vocale 
e come i Tedeschi incomincino a soggiacere ad uno speciale “ fa- 
ì scino sonoro », il quale potrebbe, col. tempo, divenire una seria 











LA GAIA SCIENZA 


minaccia per la lingua tedesca, — imperocchè a si soi 
trebbe andare in cerca per l'Europa, di suoni più orribi 1 _Infon- 
dere nella voce un'espressione di scherno, di freddezza, d indiffe- 
renza, di trascuratezza: ecco ciò che dai Tedeschi è, oggi, ritenuto 
“ distinto ,, — ed io scorgo la buona volontà di temperarsi a co- 
testa distinzione, nelle voci dei giovani impiegati, dei maestri, delle 
donne, dei mercanti e, persino, delle fanciulle, le quali ultime già 
sì dànno a imitare cotesto tedesco da ufficiali. Imperocchè l'uffi- 
ciale, appunto, e quello prussiano, in ispecie, è l'inventore di cotali 
timbri di voce; quello stesso ufficiale che, quale militare e uomo 
del mestiere, possiede cotesto mirabile tatto della modestia, dal 
quale tutt'i Tedeschi (i professori ed i musici, compresivi !)  po- 
trebbero trarre insegnamento. Ma tosto ch'egli parli o si muova, 
egli diviene la figura più immodesta e più disgustosa della vecchia 
Europa, — inconsciamente, ben inteso! E così pure inconsciamente 
avviene per questi buoni Tedeschi, i quali in lui ammirano l’uomo 
della migliore e più distinta società, ed amano “ accettare da lui 
la parola d'ordine ,. E ciò egli appunto, fa! — ed anzi tutto, i 
caporali ed i sott’ufficiali, sono quelli che accolgono lasua parola d’or- 
dine, ottemperandovi fedelmente ma grossolanamente. — Si faccia, 
dunque, attenzione alle grida di comando, onde le città tedesche 
sembrano letteralmente rintronare, ora che dinnanzi a tutte le porte 
stanno eseguendosi gl’esercizi : quale arr 
timento d'autorità, quale ironica fr 
tugghiare burbanzoso di sillabe! S 
un popolo musicale? — 


oganza, quale furioso sen- 
eddezza, riecheggiano in codesto 
arebbero i Tedeschi realmente 
Ciò ch'è certo è ch’essi si militarizzano, ora; 
nel suono della loro voce: probabilmente avverrà che com’essi usano 


CE di parlare militarmente, così anche finiranno con lo scrivere mi- 
itarmente. Imperocchè la con 


suetudine di certi suoni s'imprime hen 

addentr. i; ; sn È 
Sin en n fore: __ St assimilano, da prima, le parole e le frasi, 
quelle uo i plerai pure 1 pensieri; i quali sembrano meglio a 
sati LI forse, si scrive già alla maniera degli ufficiali; 

0, forse, Io leg 5 


scrive in Ge 580, per avventura, troppo poco di ciò che ora si 
rmama. Ma una cosa io so ben più positivamente: le mani- 


festazioni pubbliche ted cosa 
non sono inspirate co le quali si propagano pure all’estero, 


intonazione di dis Musica tedesca, ma sì da cotesta nuova 

i Sustosa arroganza. Quasi in ogni discorso del 
ìso i 0 tedesco, anche quando egli si fa udire attra- 
» Cè un accento, cui l'orecchio d’uno 





I 


i = VE ne 
A 








PET" COFOTFTAI o rai COSO SELE RAS I Dei 


pe 
Ò 


LIBRO SECONDO 103 


n e eeiiIÀIISÀ‘S‘S‘Yféd<d<ee.--*e 


straniero respinge con ripugnanza: ma i Tedeschi lo sopportano, 
giacchè essi, altri non sopportano che sè medesimi! 


105. 


I Tedeschi, quali artisti. —Se il Tedesco, una volta, s'appassioni real- 
mente (o non, come di consueto, gl’avvenga d'avere soltanto la buona 
volontà d’appassionarsi!), egli si comporta, nella sua passione, come 
deve, e a null'altro egli più pensa che al suo comportamento. Ma 
la verità è, ch’egli si comporta assai miserevolmente e inestetica- 
mente, e quasi senza nè ritmo nè melodia, talmente che gli spet- 
tatori altro non riescono a subire che la propria pena o la propria 
commozione: — a meno che ogli non si sollevi nelle regioni del 
Sublime e dell’Estasi, cui a qualche passione è dato d’attingere. 
E allora, persino il Tedesco diviene dello ! L'intuizione dell'altezza, 
dalla quale appena, la Bellezza profonde il suo fascino sopra i Te- 
deschi stessi, spinge gl’artisti tedeschi a sollevarsi oltre la giusta mi- } 
sura o ad eccedere nella passione: e questo, altro non è che un desi-/ 

> derio profondo e reale di liberarsi della bruttezza e dell’inettitudine; 

! e di spaziarvi almeno di sopra con lo sguardo, per attingere un mondo 
migliore, più leggero, più meridionale, più solatìo. E per tal modo’ 
i loro crampi spasmodici non sono, spesso, altro che indizî del loro 
desiderio di danzare: poveri orsi, nei quali, urgendo la loro natura, 
sì nascondono Ninfe e Dei silvani, ed a volte, Divinità anche su- 
periori ! 


106. 


La Musica quale intercessore. — “'’o desidero di trovare un 

Maestro nell'arte dei suoni, — diceva, una volta, un innovatore 

al suo discopolo, — un Maestro, il quale mi faccia dimenticare le 

mie Idee, e le converta, conseguentemente, nella sua lingua: è 

così ch'io potrei meglio penetrare negli orecchi e nel cuore degli 

ì uomini. Per mezzo dei suoni si possono soggiogare gli uomini, ad ogni 
> errore e ad ogni verità: chi, dunque, potrebbe 0ppors? ad un SUONO ? n. 
| — “Tu ameresti, adunque, essere considerato come irresistibile ?_, 
o chiese il discepolo. L’innovatore rispose: “ Io vorrei soltanto, che 
o il germoglio divenisse albero. Perchè una dottrina divenga albero, 
necessario che per lunga pozza le si creda: e perchè le si creda 
è necessario che essa sia inconfutabile. L'albero abbisogna così delle 


©’ 





Ù op ME 



































LA GAIA SCIENZA 
i 
bufere, come dei dubbî dei vermi e delle malvagità, per potere 
rendere evidente la specie e la gagliardia del suo germoglio; possa 
esso spezzarsi, se non sia abbastanza robusto ! Ma un germoglio 
non può essere che distrutto, — non mai confutato ! ». — Quando 
egli disse ciò, il suo discepolo esclamò con espansione: “ Ma io 
credo nella tua causa, e la stimo così forte, che dirò tutto ciò 
ch'io m'ho ancora nel cuore contro di essa ,. — L’innovatore rise 
fra sè, e lo minacciò col dito. “ Questa specie di noviziato, egli 
disse, è la migliore, ma è pericolosa, e non ogni specie d’insegna- 
mento la soffre ,. 





107. 


La nostra ultima gratitudine per l'Arte. — Se noi non avessimo 
approvato le Arti, ed inventato questa specie di culto dell’Irreale, 
non sarebbe assolutamente ammissibile la cognizione del falso uni- i 
versale e della menzogna, la cognizione, cioè, dell'orrore e dell’il- | 
lusione, quale cognizione dell’ente intellettuale e sensibile. La pro- i 
bità avrebbe, per conseguenza, il disgusto e il suicidio. Ma alla j 
nostra Probità si oppone, ora, una potenza contraria, la quale ci 
aiuta a evitare tali conseguenze: l'Arte, quale buona volontà del- 
l’Ilusione. Noi non impediamo sempre ai nostr’occhi d’arrotondire 
le cose e d'inventar loro una fino: sicchè non è più l’imperfe- 
zione eterna, quella che noi trasciniamo su per il fiume del dive- 
pure talmente che opiniamo di trascinare una Divinità, e 

n ne re Guieno Ve: La Ca 
dell'Arte, ci è concesso l'occhio l no co va LL a 
coscienza, per poter 0 ; la mano, e anzi tutto, la buona 
Noi dobbiamo TE A no medesimi un tale fenomeno. 

rise O o, riposarci, per guardaro sopra e sotto di 


SI ca E lontananza, per ridere dî noi e por pian- 
o si appiattano a Sa Scoprire così l’Eroe come il folle, i quali 

rallietarci della na È Passione per la Conoscenza; noi dobbiamo 
- Gezza! Ed api, ta RS Der poter gioire della nostra Sag- 
| mini seri e pesanti, Dre è nei, in fondo, altro non siamo che uo- 
bene quanto il pegno posi che uomini, nulla ci sta tanto 
medesimi, — perchè abbi — Pazz0: noi ne abbisognamo per noi 
tuante, danzante Amo bisogno d'ogni Arte arrogante, flut- 


È quella Libertà da Aelernitrice, infantile © beata, per non smarrire 
L che il nostro Ideale richiede. 


Ct pone sopra le cose, 














LIBRO SECONDO 105 


e — Riese 


‘ Chè sarebbe un procedere « ritroso, l’inciampare nella morale, in- 
sieme alla nostra eccitabile probità, ed a cagione delle troppo se- 
vere esigenze che noi medesimi abbiamo a proposito di quella, 
dover finire col divenire noi stessi mostri e spauracchi virtuosi. 
Noi si deve, invece, potere elevarci sulla morale stessa: e non sol- 
tanto elevarci, con l’angosciosa rigidezza di colui che ad ogni 
istante teme di scivolare e di cadere, ma sì librarci sopra di essa, 
e scherzare! Como mai, dunque, potremmo noi rinunciare all'Arte 
e alla pazzia? — E sintanto che voi vi vergognerete ancora in 
qualche modo di voi medesimi, non sarete dei nostri ! 





























LIBRO TERZO 


108. 


Nuove lotte. — Poi che Budda morì, per molti secoli ancora, la Bi: 
sua ombra fu mostrata in una caverna, — un'ombra enorme ed 9) 
orribile. Dio è morto: ma, data la natura degli uomini, vi saranno, 
ancora per migliaia d'anni, caverne, nelle quali si mostrerà la sua s 
ombra. — E noi dobbiamo ancora vincere la sua ombra ! n 


109. 


Badiamo! — Badiamo di non immaginarci che il mondo sia per 
avventura un essere vivente. In quale mai modo dovrebbe esso 
espandersi? In quale nutrirsi? Come crescere e aumentarsi? Noi 
sappiamo a un dipresso, che cosa sia la Materia organica: e noi 
dovremmo tuttavia trasmutare la significazione di ciò che d’ indi- 
cibilmente derivato, di tardivo, di raro, di casuale, osserviamo sulla 
crosta terrestre, in qualche cosa d’essenziale, di generale, d'eterno, 
come quelli fanno, i quali chiamano Materia organica il Tutto? A me 
ripugna di fare ciò. Badiamo di non credere che il Tutto sia una 
Macchina; esso non è stato, certo, costruito per un fine, ond'è che 2 
noi gli facciamo un troppo grande onore, con la parola “ Macchina n. 
Guardiamoci bene dal considerare come assolutamente ed univer- 
salmente certo, qualchecosa di così plasticamente evidente come il 
movimento ciclico delle costellazioni a noi più vicine; un solo s ( 































LA GAIA SCIENZA 





: mergere i lo e fa supporre che vi 
SEO I 5 n n che gene- 
n Soon telle, la cui orbita discende perennemente 
ralmente non si opini, e stelle, È 4 RR "= A 908 
in li ì via. L'ordine astrale, in cui viviamo, è un’ec- 
o i rata, che n’è la condizione 
cezione; quest'ordine e la discreta dura! a, che FASO i À 
ha reso anche una volta possibile l'eccezione dell RI la e 
mazione, cioè, della Materia organica. Il carattere a 3 È 
Mondo è, invece, per tutta l'eternità, il Caos, non nel signi pe si a 
Necessità che manca, ma sì dell'Ordine che manca, della struttura, 
della forma, della Bellezza, della Saggezza, e di tutti gli altri nostri 
umani estetismi. Giudicando dalla nostra ragione, i colpi andati a 
vuoto sono la regola generale, l’eccezioni non sono il segreto fine, 
ed il meccanismo intero ripete eternamente la sua arietta, la quale, 
în verità, non può dirsi melodia; — ed infine, la stessa espressione 
i “ colpo andato a vuoto n è per sè stessa già, un'umanizzazione, la 
quale racchiude un biasimo. Ma come potremo noi biasimare o tro- 
vare il Tutto? Guardiamoci bene dal rimproverargli la mancanza 
di cuore e la stolidezza, o il contrario: esso non è nè perfetto, nè 
bello, nè nobile, e non pretende di divenire alcuna cosa di tutto 
ciò, imperocchè non si sforza affatto d’imitare gli uomini! Fisso 
non può, quindi, assolutamente, venire colpito da nessuno dei nostri 
Biudizì, sia estetici sia morali! Esso non ha nemmeno l’istinto di 
conservazione, nò alcun altro istinto; come pure non conosce al- 
cuna legge. Guardiamoci bene dal dire che nella Natura non esi- 
stono leggi! Ci sono soltanto necessità: nessuno, invece, c'è che 
comandi, nessuno che obbedisca, nessuno che trasgredisca. E 
come voi sapete non esservi alcun fine, così sapeto non esistere 
alcun caso: imperochò soltanto in un Mondo fornito di fini, può 


avere tun senso la parola « 50 ». Guardiamoci dal dire che la 
Morte si contrapponga alla Vita. La Vita à 
orte, ed una Specie, i ità 


Pensare che il Mondo i 


mente durare; la Materia 
quando l’avremo noi, una 








: malgrado che avessero stabilito o mantenuto le antinomie degl’er- 


E 


LIBRO TERZO 109 


110. 


Origine della Conoscenza. — L' Intelligenza non ha fatto altro, per 
enormi periodi di tempo, che generare errori; alcuni di questi fu- 
rono ritonuti utili ed atti a conservare la Specie: chi ebbe ad in- 
contrarsi in loro o a ereditarli, lottò la sua lotta, con la più grande 
fortuna, per sè e per la sua discendenza. A tali falsi dogmi di 
fede, i quali, acquisiti per eredità, hanno finito col divenire quasi 
una specio di base dell'umanità e della Specie, appartengono, per 
esempio, i seguenti : che esistono cose durature, che ci sono cose 
eguali fra di loro, che ci sono cose materie e corpi, che una cosa 
altro non è che quale essa appare, che la nostra volontà è libera, 
che ciò ch'è buono per me, è in sè e per sè buono. Assai più 
tardi, appena, sono sopraggiunti quelli che vollero negare e porre 
in dubbio tali credenze, — assai più tardi, appena, è sopravvenuta 
la Verità, come la meno robusta di tutte le forme della Cono- 
scenza. E sembrò che con essa non fosse possibile di vivere, giacchè 
il nostro organismo si confà molto più volentieri con ciò che le è 
contrario; tutte le superiori funzioni di quello, le percezioni dei 
sensi ed ogni specie di sensazione, congiurarono insieme con quei 
primitivi errori fondamentali, i quali già s'erano assimilati. Di più 
ancéra: quelle credenze divennero, pure nella Conoscenza stessa, 
norme, secondo le quali veniva misurato così “ il vero , che “ il 
falso ,, — sino più addentro, nelle più remote regioni della 
Logica pura. La forza, dunque, della Conoscenza non consiste nel 
suo grado di Verità, ma sì nella sua antichità, nella sua facoltà 
d'assimilazione, nel suo carattere di condizione vitale. Là dove la 
Vita e la Conoscenza sono sembrate contraddirsi, non s'è mai com- 
battuto seriamente; ivi così la negazione che il dubbio furono con- 
siderati follia. Quei pensatori d’eccezione, i quali, come gl'Eleati, 


rori naturali, credevano pure, che fosse possibile di vivere un tale 
contrasto, — trovarono che il saggio, quale uomo immutabile e 
impersonale, dall'universalità dell’intuizione, fosse l’Uno e il Tutto 
ad un tempo, dotato del potere di cotesta Conoscenza inversa; 
essi erano dell'opinione che la loro Conoscenza fosse nello stesso 
tempo il Principio della Vita. Per potere, però, sostener tutto. 
questo, essi dovettero necessariamente ingannarsi sul loro proprio 























LA GAIA SCIENZA 

tura, misconoscere la sostanza della Conoscenza, negare la forza 
degl’istinti nella Conoscenza, e considerare la ragione come una 
attività del tutto libera, da sè medesima generata; essi dovettero 
tenere chiusi gl'occhi, per non vedere ch’essi stessi erano giunti 
alle loro convinzioni, sia contraddicendo ciò che prima di loro era 
stato ritenuto vero, sia per bisogno di riposo o di possesso asso- 
luto o di signoria. Lo sviluppo più raffinato della probità e dello 
scetticismo fece sì, che pure quest’uomini divenissero finalmente 
impossibili. Anche la loro Vita edi loro pregiudizi parvero essere 
dipesi dai primitivi istinti e dai medesimi errori fondamentali 
d'ogni esistenza sensitiva. — Tale probità più raffinata e tale scet- 
ticismo sorsero dovunque due principî opposti sembrassero appli- 
cabili alla Vita, perchò tutti o due si conformavano agl’errori 
fondamentali, nel quale caso si poteva discutere sul grado, più o 
meno considerevole, di wtilità per la Vita; nella stessa guisa che 
là dove principî nuovi, se anche non si rivelassero dannosi alla 
Vita, non per questo lo arr'ecavano meno danno, essendo piuttosto 
manifestazioni d’uno scherzevole istinto intellettuale, innocente e 
felice quant'ogni altro giuoco. A poco a poco il cervello umano 
fu pieno di tali giudizi e di tali convinzioni, e in tanta agglome- 
razione sopravvennero la fermentazione, la lotta e il desiderio di 
Potenza. Non l'utilità, soltanto, e il piacere, ma ogni specie d’istinti 
prese parte nella battaglia per le “ Verità ,; e la lotta intellet- 


Que divenne occupazione fascino vocazione dovere dignità —: 
a », » n . » ° 

onoscenza e l’aspirazione al Vero, si schierarono finalmente, 
quale bisogno fra gl'altri bi 


Isogni. Dopo d'allora, non solo la fede 
ame la negazione la diffidenza la con- 
@ potenza; tuttii “ cattivi » istinti furono 
o addetti al servizio di questa, 
lecito vonerato e utile, e lo 
ene. La Conoscenza divenne, 
©, quale Vita, s’ebbe una po- 
Scente; finchè, da ultimo, essa s’incontrò 


| 
È 
i fond s i 3 È 
tenza, ambedue ringagli amentali, e ambedue furono Vita e po 






















e la convinzione, ma l’es 









nari ‘innocenza del B 
quindi, una parte della Vita Stessa 
tenza senza tregua cre 












gliarditi nel cuore ist , ; 
satore ; ’ Istesso dell’uomo. Il pen 
errori iO È > nel quale l'istinto della Verità e cotesti 
insieme, la loro nh atti a Conservare la Vita, combattono, ora, 
santo, O prima battaglia, dopo che pure l’istinto della Ve- 









<RARITE SVI ERICE 2 il = pi az: rr (9 


LIBRO TERZO 111 


(\@(e(‘@l(\l<ZEA® ** * « @=«=ASteé;;;>;;4M=--.t...:.rGG-MINIÙ 


rità ebbe dimostrato d'essere anch'esso una potenza tendente alla 
conservazione dell’esistenza. Per quanto si riferisce all'importanza 
di cotesta lotta, tutto il resto è indifferente: in essa è riposta la 
suprema domanda a proposito della condizione della Vita, ed è 
fatto il primo sforzo per rispondervi con l’esperienza. Fino a quale 
punto la Verità soffre di venire assimilata? — questa la domanda, 
questa l’esperienza. 


111. 


Origine del logico. — D’onde è sorta ossa, la Logica, nel cer- 
vello umano? Certo, dall’Illogicità, il cui regno dev'essere stato, 
originariamente, sconfinato. Ma una quantità innumerevole d’esseri, 
i quali trassero conclusioni ben differenti dalle nostre, sono periti: 
nè ciò sembra doversi porre in dubbio! Quegli, per esempio, cui 
non troppo frequentemente riusciva di trovare “ similitudini ,, 
proposito della nutrizione o a proposito degli animali che gli erano 
inimici, quegli, dunque, il quale troppo lentamente e con tropp& 
cautela, classificava le cose secondo la loro specie, aveva minore 
probabilità di lunga vita, di colui che, per le cose medesime, tro- 
vava la similitudine adeguata. La predominante tendenza, però, di 
trattare il simile nella stessa guisa che l’egualo, — tendenza illo- 
gica, in verità, perchè nulla c'è in sò stesso d’eguale, — ha posto 
la prima base della Logica. Nello stesso modo, affinchè si con- 
cretasse il concetto della sostanza, il quale è indispensabile alla 
Logica, — malgrado che nulla, nel senso più ristretto, vi corri- 
sponda nella realtà, — è stato necessario che, per un lungo tempo, 
ciò ch'è mutabile nello cose non fosse nè scorto nò sentito; gli 
esseri che non vedevano troppo bene, avevano una preferenza 
dinnanzi a quelli, i quali scorgevano tutto “ fluente ,. In sè e per 
sè, ogni altro grado di precauzione nel trarre le conclusioni, ogni 
tendenza allo scetticismo, è già un grande pericolo per la Vita. 
Nessun essere vivente potrebbe sopravvivere, se la tendenza op- 
posta, — di piuttosto affermare che d’indugiare nel giudizio, di 
piuttosto ingannare e farsi delle illusioni che di attendere, di 
piuttosto approvare che negare, di piuttosto giudicare ch'essere 
giusto, — non si fosse sviluppata con straordinaria gagliardia. IL 
passaggio d'idee logiche e di conclusioni, per il nostro cervello 
odierno, corrisponde a un processo e a una battaglia d’istinti, illo- 
gici ed ingiusti in sè medesimi; noi veniamo a sapere, ordinaria 






































































LA GAIA SCIENZA 


reente, solo il risultato della lotta: tanto questo antico mecca- 
3 . 
nismo agisce ora in noi celeremente e celatamente ! 
(©) 


112. 


Causa ed effetto. — Noi chiamiamo “ spiegazione ,, mentre altro 
non è che “ descrizione ,, ciò che ci distingue dai più antichi gradi 
della Conoscenza e della Scienza. Noi descriviamo meglio, mentre 
spieghiamo tanto poco quanto gl’antichi. Noi abbiamo scoperto una 
molteplice successione, là dove l’ingenuo uomo e il ricercatore dello 
antiche civiltà non riescivano a scorgere che due cose, “ causa, 
ed “ effetto ,, come si diceva generalmente; noi, invece, abbiamo 
perfezionato l’imagine del divenire, ma, ahimè!, non abbiamo nò 
oltrepassata nò sorpassata l’imagine stessa. La schiera delle “cause , 
sì presenta, in ogni caso, più completa dinnanzi a noi, — noi conclu- 
diamo: ma tale o tale altra cosa deve necessariamente precedere, 
affinchè quest'altra la segua, — sebbene, in fin dei conti, nulla ab- 
biamo potuto comprendere di tutto ciò. La qualità, per esempio, 
in ogni fenomeno chimico, appare, sì prima che dopo, quale un 
“ miracolo ,, nella stessa guisa che ogni progresso; nessuno, in- 
vece, è riuscito a “ spiegare ,, l'urto. Ma come, dunque, sapremmo 
noi spiegarlo? Noi si agisce solo con cose che non esistono, con 
linee, con Superfici, con corpi, con atomi, con'tempi divisibili, con 


divisibili Spazî; — como, adunque, sarebbe mai possibile una spie- 
Sazione, se noi riduciamo tutto a un'imagine, a imagine nostra? 
Basta considerare la Scien 


i za quale un’umanizzazione, il più che 
: possibile fedele, delle cose; noi impariamo a descrivere sempre più 
| _‘’‘*sattamente noi stessi, descrivendo le cose 6 la loro successione. 
se sd efetto: una dualità, la qualo mai, forse, è esistita, — 
Dan di e sa gra sta dinnanzi a noi, del quale 
concepire un Parti; nella stessa guisa, che non riusciamo a 


Movimento che quale «i qa SESIA E 
5 i, non 
veduta da noi La duale una serie di punti isolati, 


esi itaneità non 
| SSIste che per noi > © pure, cotesta subitaneità n 


una moltitudine di Soli. Nel minuto Secondo di tale subitancità c'è 
fosse concesso da Ì sfuggono. Un'intelligenza, cui 
non, DS RS causa e l’effetto, quale un continuum, 


str’us ba a 
e frammentario, er 9, quale un arbitrario fenomeno, diviso 


du fosse dato di Scorgere il fluire degli av- 








RT 





47 COVA 
zo 


LIBRO TERZO 113 


RO n ————_______Prr@reGsril«@III 


venimenti, — respingerebbe necessariamente, il concetto di causa 
o di effetto, e negherebbe ogni specie di condizionalità. 


113. 


Per la Scienza dei veleni. — È necessario assommare tante cose, 
per produrre un singolo pensiero scientifico, — ognuna delle quali 
dev'essere stata inventata, esercitata e coltivata, separatamente! 
Nella loro esistenza singolare, però, esse hanno prodotto frequen- 
temente, un effetto ben diverso da quello ch’esse producono ora, 
che devono vicendevolmente limitarsi e disciplinarsi nella comples- 
sità del pensiero filosofico: — esse, che, singolarmente prese, fu- 
rono, l’istinto del dubbio, per esempio, o l'istinto negatore o l'istinto 
temporeggiatore o l'istinto sintetico 0 l'istinto analitico, hanno 
agito quali veleni. Molte ecatombe d’uomini furono sacrificate, 
prima che quest’istinti avessero appreso ad attuare la loro reci- 
proca connessione, 0 si fossero sentiti radunati insieme, in un uomo 
solo, quali funzioni d'una sola forza organica! E quanto siamo noi 
ancora lontani dal poter vedere, unite al pensiero scientifico, le 
energie artistiche e la saggezza pratica della Vita, onde a un più 
elevato sistema organico venisse fatto di formarsi, dirimpetto al 
quale, il dotto, il medico, l'artista ed il legislatore, quali oggi li 
conosciamo, dovrebbero apparirci come miserabili anticaglie! 


114. 


L'estensione della Morale. — Noi inalziamo una nuova imagine, 
la quale è da noi subitamente scorta, alla stregua di tutte le vecchie 
esperienze che abbiamo fatte, a seconda del grado della nostra probità 
e della nostra giustizia. Nè altra allora più esiste per noi, quale 
evento morale, nemmeno nel dominio della percezione dei sensi. 


115. 


| quattro errori. — L'uomo è stato educato dai suoi errori: egli 
potò, anzi tutto, scorgersi, solo incompletamente; in secondo luogo, 
ogli s'attribuì sempre qualità imaginarie; in terzo luogo, egli si 
sentì in un rapporto falso dirimpetto agli animali e alla Natura; 
e, finalmente, egl’inventò sempre nuovi valori morali, e per un 
certo tempo li considerò come eterni ed incondizionati, talmente 


F. Nierzscna, La gaia scienza. 





LA GAIA SCIENZA 


che, ora quest’istinto umano ora quello, occuparono il primo posto 
y s SUA n 
e, in conseguenza di questa singolare estimazione, furono nobilitati. 
1 . È n "POnI "pù » 

Se si tolga l’effetto di questi quattro errori, converrà pure, neces- 
sariamente, sopprimere l’umanità l’umanitarismo e “la dignità 
umana ». 


116. 


L’istinto della mandra. — Là dove noi c'imbattiamo in una Mo- 
rale, troviamo sempre un apprezzamento e una classificazione 
degl’istinti umani e delle umane azioni. Quest’estimazioni e queste 
classificazioni sono sempre l’espressione dei bisogni d’una comunità 
o d’un gregge: ciò che in primo luogo a uno di questi è utile, — 
e così, in secondo e in terzo luogo, — è anche la superiore mi- 
sura per il valore di tutti gl’Individui. Per mezzo della Morale, 
l’Individuo viene indotto a divenire una singola funzione della 
mandra, e ad attribuirsi valore, soltanto in quanto egli sia e rap- 
presenti cotesta funzione. E come le condizioni del mantenimento 
di una comunità, sono ben diverse da quelle d’un’altra comunità, così 
esistono parecchie Morali divergenti; ed in rapporto alle future tras- 
formazioni essenziali delle greggi e delle comunità, degli Stati e delle 
Società, è lecito profetizzare che ci saranno ancora delle Morali fra 
loro discordanti. La Moralità è l’istinto della mandra nell’ Individuo. 


117. 


Rimorsi della mandra. — Nei tempi più lontani, — e più lunghi, 
= ose è stato un rimorso di coscienza, ben differente 
a quello d'oggi. Oggi, ci si sente ili i ci 
RA fa, responsabili solo di ciò che 


nostri precettori di 


ed in sè Stessì sì racchiude ogni superbia: tutti i 
giurisprudenza partono da questo sentimento 
se one i da esso fosse, in ogni tempo, 
Me ritto. Ma nel periodo di t iù lungo 
d i E ZISLE RO Diga 
dell'umanità, nulla c’è stato di Più temibile del sentirsi ona 


Fisse ins N I05 
di di a SO solo, nè ubbidire nò comandare, non altro 
Men da D Viduo, — ciò allora non era un piacere, ma sì 
| SASUSO; Imperocchè sì veniva d 3 LN 
“un Individuo ,. La lib vo concannati, a volte, a divenire 
gione di malcontento a di pensiero era per sè stessa una ra- 
a Tarta . Mentre noi "ioni A; 
namento sociale, q 01 consideriamo la Legge e l’Ordi- 


uale costrizi E E 
ne costrizione e quale pena, l'egoismo veniva, 














































LIBRO TERZO 


_ ——tnmetc®'mm—_—r  ———————11@—@@@f@f@r<rîì 


allora, considerato come una cosa dolorosa, come una vera sventura. 
Essere sè medesimo, sò medesimo misurare secondo la propria Mi- 
sura e il proprio Peso, — ciò allora era contrario al buon gusto. 
Chi fosse propenso & ciò fare, era ritenuto pazzo, poichè ogni mi- 
seria ed ogni terrore erano concatenati col vivere solitario. “ La 
Volontà libera , aveva, allora, quale prossima vicina, la cattiva 
coscienza: e quanto più si agisse non liberamente, quanto più 
l’istinto della mandra, e non il senso personale, emergesse dal- D: 
l’azione, tanto più morale si era stimato. Tutto ciò che alla mandra 
arrecasse danno, sia che l’Individuo l'avesse voluto o meno, pro- i 
curava allora, all’Individuo, rimorso di coscienza, — e non a lui 
soltanto, ma sì anche al suo vicino ed, in generale, a tutto il = 
greggo! — È in ciò, appunto, che noi abbiamo modificato i nostri i 
criterî elementari. 


118. vi 


Benevolenza.— È ciò virtuoso, qualora una singola cellula sì tras- 

- muti nella funzione di una cellula più forte? Essa deve fare così. Ed b; 
è cosa malvagia, so la più forte s’assimila l’altra? Essa pure deve fare È 
così ; ciò è, dunque, per essa, necessario, imperochè essa tende a 3% 
corroborare sè medesima e a rigenerarsi. Nella benevolenza, quindi, 
c'è da distinguero: l'istinto d’assimilazione e l’istinto di sottomis- 
sione, a seconda che o il più forte o il più debole senta benevolenza. 
La gioia e il desiderio d’assimilazione s'accompagnano nel più forte, 
il quale vuole qualche cosa trasformare in una sua funzione: la 
gioia e il desiderio di venire assimilato sono, invece, nel più debole, 
il quale tende a divenire una funzione. — Pietà è la prima, essen- 
zialmente,— una piacevole emozione, cioò, dell’istinto d’assimilazione, 
in rapporto al più forte; giova, però, qui aggiungere che “ forte , © 
“ debole ,, altro non sono che concetti relativi. 


119. 


Nessun altruismo. — In molti uomini io scorgo una forza sovrab- 
bondante e un desiderio di divenire funzione; essi urgono d'ogni parte 
e fruiscono delle più favorevoli condizioni da per tutto, dove essi 
sieno atti a divenire funzione. A questi appartengono pure quelle $i. 
donne, che si trasmutano nella funzione d'un uomo, la quale in 
lui erasi troppo debolmente sviluppata, e per tal modo divengono Di 2 


. i 


se 






116 LA GAIA SCIENZA 


la sua borsa o la sua politica o la sua società. Tali esseri si 
Sa o ottimamente, solo se sieno innestati in un organismo 
> aa sane . n Li 5 
= se ciò loro non riesce, essi s’irritano, si eccitano, e si di- 
e , 




































vorano da soli. 
120. 


È Saluie dell'anima. — La formola preferita della medicina morale 
Na (il cui autore è Ariston di Chio): “ La Virtù è la salute dell’anima ,, 
3 — dovrebbe almeno venire così cangiata, per poterne fare uso ; 
“La tua Virtù è la salute dell'anima tua n° Imperochò non esiste 
una salute per sò medesima, e tutti gli sforzi per definire una cosa 
di tale specie sono miserabilmente andati a male. Importa di co- 
noscere la tua méta, .il tuo orizzonte, lo tue forze, i tuoi impulsi, 
i tuoi errori ed, in ispecie, gli Ideali ed i fantasmi dell'anima tua, 
per potere stabilire, quale cosa, per il tuo corpo istesso, sia per si- 
gnificare la salute. Poichè esistono, contemporaneamente, innume- 
revoli specie di salute del corpo; e quanto più è lecito all’Individuo, 
e a colui che non può essere con altri paragonato, d’alzare la testa, 
quanto più si oblia il dogma dell’ “ eguaglianza degli uomini ,, più 
sarà necessario che i nostri medici perdano la cognizione d’una sa- 
lute normale, insieme a quella d’una normale dieta e del normale 

corso della malattia. E solo allora sarà giunto il tempo di meditare 

sulla salute e sulla malattia dell'anima, e di riporre la particolare 

Virtù di ciascuno nella sua saluto; la quale, in verità, potrebbe 
în uno apparire come il contrapposto della salute d’un altro. E da 
ultimo, il grande quesito rimarrebbe, tuttavia, insoluto, nò sa- 
premmo se noi si possa fare a meno della malattia, anche al fino 
di sviluppare meglio la nostra Virtù, e se alla nostra sete della 
i Conoscenza, specialmente, e della Conoscenza di sò medesimi, non 
Sl convenga piuttosto l’anima ammalata di quella sana; in breve, 
z Ti 1 o So io È salute non sia un Pregiudizio, una viltà ©, 

be. ’ esiduo della barbarie e del Tegresso più raffinati. 


121. 

La Vita non è u 
ticolare, — nel 
accettato corpi, 
forma e contenu 


n argomento. — Noi ci siamo cr 
quale ci venga fatto di poter 
linee, superfici, 
to; senza questi 


eati un mondo par- 
vivere, — coll’avere 
cause ed effetti, moto e inerzia, 
articoli di fede, nessuno potrebbe 


n ee e e 


* È ° RES CAT TE RIE " LSP IRE ner i ZITTI n “ ra 


LIBRO TERZO 117 


db  _ rt _ e r_r—_—__—r—__-ee::=-- 


sopportar di vivere! Ma con ciò, essi nulla sono ancora di provato. 
La Vita non è un argomento; fra le condizioni della Vita potrebbe 
benissimo essere annoverato anche l'errore. 


122. 


Lo scetticismo morale nel Cristianesimo — Anche il Cristianesimo 
ha fornito un largo contributo al razionalismo: esso ha insegnato, 
in modo energico e possente, lo scetticismo morale, accusando e 
amareggiando tutto, ma con una pazienza e una delicatezza infati- 
cabili; esso ha distrutto in ciascun uomo la fede nelle sue “ Virtù ,; 
esso ha fatto disparire per sempre dalla terra quei grandi virtuosi, 
onde l’antichità non era andata certamente priva, — quegli uomini 
popolari, i quali andavano intorno per le terre, pieni il cuore di 
fedo nella loro perfezione, con la dignità di un toreador. Se noi, 
ora, allevati a cotesta scuola cristiana dello scetticismo, leggiamo 
i libri morali degli antichi, come, per esempio, quelli di Seneca o 
di Epitteto, proviamo una breve superiorità, e il nostro animo 
è pervaso da segreti sguardi e da rapide intuizioni, come se udis- 
simo un fanciullo conversare dinanzi a un uomo vecchio, una bella 
e giovine donna entusiasta dinnanzi a La Rochefoucauld: noi cono- 
sciamo assai meglio ciò che sia la Virtù! Ma noi, in fine, abbiamo 
applicato questo stesso scetticismo a tutti i processi e fenomeni 
religiosi, al peccato, al pentimento, alla grazia, alla santificazione 
e così via, ed abbiamo lasciato che il verme scavasse così profon- 
damente, che, ora, anche alla lettura di tutt’i libri cristiani, pro- 
viamo lo stesso sentimento di superiorità e d’intuizione, raffinate: 
— noi conosciamo meglio anche i sentimenti religiosi! Ed è tempo 
omai di conoscerli bone e di bene descriverli, poichè anche i de- 
voti all'antica fede incominciano, tutti, a disparire: — salviamo, 
almeno, la loro effigie ed il loro tipo, per la Conoscenza! 


123. 


La Conoscenza, più che un semplice istrumento. — Anche senza 
questa passione novella, — la passione, cioè, per la Conoscenza, — RS 53 
la Scienza potrebbe progredire: la Scienza, se pure ne fosse stata {- Sansa 
priva, è cresciuta sinora ed ingigantita. La buona fede nella Scienza, | °° 
quel pregiudizio ad essa favorevole, onde i nostri Stati sono stati — 












ui 





























































































































LA GAIA SCIENZA 
HI @@——@@@tPP[PPII»II[EE(CMÒG*.b..,;..W\,;...]..:. J..r[1[[ r _—_—— ——m& 


dominati, (una volta, lo era anche la Chiesa), riposa, in fondo, sul 
fatto che quello sforzo assoluto e quella tendenza sì sono ben ra- 
ramente appalesati, sì che la Scienza non è ora considerata quale 
passione ma sì quale condizione di cose e quale “ ethos ,. Basta, 
a volte, già lo stesso amour-plaisir della Conoscenza (curiosità), 
basta l’amour-vanité, l'abitudine, cioè, della stessa, insieme all’inten- 
zione celata di tendere per essa agli onori e al pane; e basta pure, 
a molti, non saper che farsi del loro tempo, per mancanza di do- 
veri, che leggere raccogliere ordinare osservare e, finalmente, rac- 
contare; il loro “istinto scientifico , non è determinato che dalla 
loro noia. Il papa Leone X ha una volta cantato (nel Breve a Be- 
roaldo) le lodi della Scienza: egli la caratterizza quale il più bell’or- 
namento ed il vanto maggiore della nostra Vita, quale una nobile 
occupazione, così nella felicità come nella sventura; “ senza di essa, 
dic'egli da ultimo, ogni umana impresa mancherebbe dell’appoggio 
più saldo, — giacchè pure senza di essa, c'è, ahimè!, tanto di mu- 
tevole e d'incerto! ,. Ma questo papa, disgraziatamente così scet- 
tico, sottace, similmente a tutti laudatori chiesastici della Scienza, 
il suo ultimo giudizio sopra di essa. Ben ci è dato d’intravedere 
nelle sue parole, come, cosa singolare per un tale amico delle Arti, 
egli sovrapponga la Scienza all'Arte; ond’è, in fondo, pura cortesia, 
segli non parli quivi, anche di ciò che da lui è posto sopra ogni 
Scienza, della “ Verità rivelata , e della “ saluto eterna dell'anima »: 
__Imperochè, in paragone di queste, che cosa mai possono a lui 
Importare, così gli ornamenti e le superbie come i divertimenti e 
e ri ne oa è qualche cosa di secondario, 
questo giudizio è rimasto DE o 5 de prosione È dl 
pretto giudizio cristiano sulla Scio ana di Leone: Sd3ErI 

enza! — Nell'antichità, la sua di- 


nità e i i ; n 
da Ro pieno erano diminuiti dal fatto che, pure 
su tutto, e SE oî più zelanti, la tendenza alla Virtù predominava 
Taleggio € sl credeva di avere celebrato la Conoscenza, con 
‘a lode suprema, quando la si n Pe 

di Virtù venerava quale il migliore istrumento 


Ed è ; 

ua ra di nuovo nella Storia, questo sforzo, 
a » di voler esse at i 
Plice Istrumento. re qualche cosa di più che un sem 











LIBRO TERZO 119 


124. 


Nell’orizzonte dell’Infinito. — Noi abbiamo lasciata la terraferma 

e siamo saliti sulla nave! Noi abbiamo rotto il ponte ch'era dietro 
di noi, o meglio ancora, la terra ch'era dietro di noi! Orsù, dunque, 
‘o navicella nostra, guardati bene dall'essere {femeraria, imperochò 
vicino a te si distende l'Oceano: ben è vero, esso non rugge sempre, 
e a volte anche si giace quale seta e oro, e quale una bella fan- 
tasticheria del Bene. Ma pur giungerà qualche ora, nella quale tu 
riconoscerai ch’esso è infinito, e che nulla di più spaventevole 
esiste, dell’Infinito. O povero uccello, che già ti sei sentito libero, 
cd ora t'abbatti contro le pareti di questa gabbia! Sciagura a te, 
se t'occupi la nostalgia della terra, non anche ivi ci fosse mag- 
giore libertà, — poichè nessuna “ terra ,, ahimè, esiste più per noi! 


125. 


L'uomo folle. — Non avete voi udito parlare di quel folle, il quale 
di pieno giorno accese la sua lanterna, e corse intorno, senza mai 
cessare, per il mercato, gridando: “ Io cerco Iddio! Io cerco Iddio! ,. 
— E poichè ivi erano parecchi di coloro che non credono in Dio, 
egli suscitò fra loro una grande ilarità. S'è smarrito egli, Iddio, forse ? 
— chieso uno. O è scappato, come un fanciullo? — domandò un altro. 
O si tiene egli nascosto? O ch'egli, forse, ci teme? Ovvero, è sa- 
lito sulla nave? o emigrato? — così gridavano essì, bofonchiando 
fra loro. Il folle balzò in mezzo a loro e li trafisse col suo sguardo. 
“Dov'è egli andato, Iddio? — gridò egli — ben voglio io dirvelo! 
Noi l'abbiamo ucciso, — voi ed io! Noi tutti siamo i suoi assassini! 
Ma come, dunque, abbiamo noi fatto cid? Come mai abbiamo po- 
tuto tracannar tutto il mare? Chi, dunque, ci ha dato la spugna per 
cancellare tutto l’orizzonte intorno? Che cosa abbiamo noi fatto, 
quando abbiamo svincolato questa Terra, dalle catene che la av- 
vincevano al suo Sole? Verso dove si muove essa ora? Verso dove 
andiamo noi? Lunge da tutti i soli? O non precipitiamo piuttosto, 
incessantemente? E in dietro e in parte © in avanti e da tutte le 
parti? C'è, forse, ancora un Sopra e un sotto? E non erriamo noi, 
forse, como per un infinito nulla? E gli spazi non ci perseguono 


essi, col loro alito? E non fa più freddo, ora? Non discende, forse, © 































Lili 


























(I 








LA GAIA SCIENZA 


senza mai tregua, la Notte, e qualche cosa di più che la Notte? Non 
devono le lanterne venire accese, di pieno giorno? E non udiamo an- 
cora nulla dei secchi colpi dei becchini, i quali seppelliscono Iddio? 
Non ci giunge ancora alle nari l'odore della putrefazione divina? — 
anche gli Dei si putrefanno! Dio è morto! Dio rimane morto! E noi 
l'abbiamo ucciso! Come ci consoliamo noi, più assassini di tutti gli 
assassini? Ciò che il mondo ha sinora posseduto, di più santo e di 
più possente, s'è svenato sotto i nostri coltelli; — chi vorrà lavare 
da noi, questo sangue? Con quale mai acqua potremmo noi puri- 
ficarci? Quali sacrifizî espiatori, quali foste sacre propiziatrici dob- 
biamo noi inventare? La grandezza di quest’azione non è essa, forse, 
troppo immane per noi? Non dobbiamo noi stessi, forse, divenire Dei, 
per apparire solo degni di loro? Non c'è stata mai un’azione più gran- 
diosa di questa, — e tutti quelli che dopo di noi nasceranno, appar- 
terranno necessariamente, in grazia di quest’azione, a una storia su- 
periore a tutte quelle che sono sinora esistite! n. — Qui si tacque il 
folle, e fissò nuovamente i suoi ascoltatori : pure essi si tacquero 6, 
sorpresi, lo guardarono silenziosamente. Da ultimo, egli gettò a terra 
la sua lanterna, la quale s’infranse e si spense. “ Io giungo troppo 
presto, egli esclamò allora, non questo è ancora il mio tempo. 
Questo mostruoso avvenimento è ancora per via, nè ancora è giunto 
agli orecchi degl'uomini; la folgore e il tuono richiedono, pure essi, 
tempo, e tempo richiede la luce degli astri, come anche le azioni 
stesse, pure dopo essere state compiute, per venire sì vedute che 


udite. Cotest'azione è pur sempre più lontana dagli uomini, delle 


DI paine, costellazioni € tuttavia, sono essi che l'hanno com- 
sa 5 »_Si racconta ancora che cotesto folle sia penetrato, il giorno 
e aa ei Sona intonato il suo Requiem ackernam 

gato, egli avrebbe sempre risposto così: 


“ Che cosa sono, d 
» dunque, ancora queste chie i 
i ; se, se l nbe e 1 
monumenti sepolcrali d'Iddio? ,. aggon le-toz 





be detta Ilie inizia plirliainrrem.gg, 
£ È ' 








. realtà, non è che un meccanismo così bene caricato, ch’esso sfugge 


nate ET TIT OA MATITA ZIA OE DA 


LIBRO TERZO 121 


n ‘‘  ‘  (E"‘S(SSIAESIEeeeIA|ee:oÈÈ|e-. 


qualche cosa di ben semplice, di previsto, d’inevitabile, di com- 
prensibile per sè medesimo. Egli è persuaso, facendo qualche cosa, 
dando, per esempio, un colpo, essere lui quegli che colpisce, ed 
avere colpito, solo per avere così voluto. Egli nulla osserva in 
un problema, ma il sentimento della volontà lo appaga, non soltanto 
per ammettere la causa e l’effetto, ma sì anche per crederé di 
comprenderne il rapporto. Egli nulla sa del meccanismo dell’azione 
e del centuplo e sottile lavoro che dev’ essere compiuto prima 
ch'egli giunga a poter colpire; come pure, ignora l’incapacità della 
volontà, di produrre pure la minima parte di cotesto lavoro. La 
volontà è, per lui, una forza che agisce magicamente: la fede nella 
volontà, come nella causa di tutti gli effetti, è una fede in forze 
operanti magicamente. Ora, l’uomo, per ogni dove egli scorgesse 
un'azione, imaginò, originariamente, una volontà quale causa, un 
essere dotato d’un volere personale, il quale agisse nello sfondo, 
— ond’è che il concetto del meccanismo stesso era ben lontano da 
lui. Ma poichè l’uomo, durante lunghissimi periodi di tempo, non volle 
credere che a persone (e non a materie, nè a forze, nè a cose e 
così via), la fede nelle cause e negli effetti è per lui divenuta un 
dogma fondamentale, da lui usato in qualsiasi occasione gli si pre- 
senti, — e pure oggi ancora, istintivamente, come una specie 
d’atavismo d'origine remota. Le frasi “ Non c'è effetto senza causa ,, 
“ Ogni effetto è una causa novella ,, appaiono quali generalizza- 
zioni di principî più ristretti: “ Là dovo s'è agito, s'è anche vo- 
luto ,, “ Non si può agire che sopra esseri che vogliono ». “ Non 
esiste una pura o indipendente sofferenza d'un effetto, ma sì ogni 
sofferenza è un’eccitazione della volontà , (della volontà d'azione, 
di difesa, di vendetta, di ricompensa); — ma, nei primissimi tempi 
dell'umanità, questi e quei principî erano identici, i primi non erano 
la generalizzazione dei secondi, ma i secondi, l’esplicazione dei 
primi. — Schopenhauer, con la sua premessa che tutto ciò ch’esiste 
è qualche cosa di volente, ha sollevato sul trono un’ antichissima 
Mitologia ; egli sembra non avere mai tentato un'analisi della vo- 
lontà, poichè credeva nella semplicità e nell'immediatezza di ogni 
volontà, simile in questo ad ognuno: — mentre il volere, altro, in 


all'occhio dell'osservatore. Contrariamente a Schopenhauer, io pongo 
qui i principî seguenti. Anzi tutto, affinchè ci sia volontà, è ne- 
cessaria una rappresentazione di piacere o di dispiacero. Seconda- 








122 © © LA GAIA SCIENZA 




























riamente: è affare dell’intelletto interpretatore, il quale opera per 
lo più inconsciamente, se una violenta eccitazione produca una sen- 
sazione di piacere o di dispiacere, talmente che una medesima ecci- 
tazione può venire interpretata sì quale piacere che quale dispiacere. 
In terzo luogo: solo negli esseri intellettuali esiste il piacere il dis- 
piacere e la volontà; l'enorme maggioranza degl’organismi non ci ha 
nulla a che fare. 


128. 


Il valore della preghiera. — La preghiera è stata inventata per 
quegli uomini, i quali non hanno mai avuto pensieri, da sò me- 
desimi, e per i quali, un'elevazione dell’anima è cosa sconosciuta, 
o ignorata sfugge: che cosa devono mai fare coteste persone, nei 
luoghi:santi ed in tutte le importanti situazioni della Vita, le 
quali esigono pace ed una specie di dignità? Affinchè esse non 
disturbino almeno, la saggezza di tutti i fondatori di religioni, dei 
piccoli come dei grandi, ha loro raccomandato le formule della 
preghiera, quale una lunga e melanconica occupazione delle labbra, 
collegata con uno sforzo della memoria e con una posizione presta- 
bilita delle mani, dei piedi — e degli occhi! Possano esse dunque 
divenire simili ai Tibetani, i quali biasciano per infinite volte il 
loro “ Om mane padme hum ,, o agli uomini di Benares, i quali 
contano incessantemente sulle dita il nome del loro Dio Ram-Ram- 
Ram (e così via, con o senza grazia): o possano esse venerare 
Rn Se ao SO sale Allah, con le sue novantanove; e 
tante è ch’esse eo gie o RO) Ri SSA ARTO 
Ri a Reno, siono immobilizzato ed of- 
inventato a a "di de OTO odo PI PISsRioAo sinto 
one SYoti, i quali riescono a trarre di sè 
& volte le o di Pn E ea e i Ita 
e di suoni, venerabili. © un zione, nelle quali una serie di parole 
a loro. Ma ce È È io movimento meccanico, fanno beno 
gione, l'uomo religioso è a 1 vomini singolari — in ogni roli- 
quei Poveri di spirito invece SANI vo SEPP A tarsi Li soll, 
delle preghiere varrebbe lo st SR S toelicne sone 1 MIaseo, 
sese gua ce protestantesimo riso ai pi are 
La religione altro da questi sn E pani gioni gi più nare 

non pretende, fuorchè sappiano mante- 




























TE 
ge drain 


db Lod , x 
ra 
Me 6 ; _ N Di o A 
Vial 4 wi; Dai 7 VAIO LI 


LIBRO TERZO 123 
dI TR ni ee cent 


nersi tranquilli, con gli occhi, con le mani, coi piedi e con gli or- 
gani d’ogni sorta; in questo modo, essi riescono, per qualche istante, 
a divenire più belli e più simili all'uomo! 


129. 
Le condizioni d' Iddio. — “A Dio stesso non è dato di potere «i 
sussistere senza gli uomini saggi , — ha detto Lutero, e ben a ra- “ai 


gione: ma “ Dio può ancora meno sussistere senza gli uomini stolti , 
— questo il buon Lutero non l’ha detto! 


130 601 Si 


Una risoluzione pericolosa. — La risoluzione cristiana di voler 
trovare il Mondo brutto e cattivo, ha reso il Mondo sì brutto che 
cattivo. 


131. 


° 


= 


Cristianesimo e suicidio. — Il Cristianesimo s'è fatto puntello alla 
sua potenza, della straordinaria aspirazione al suicidio, la quale fio- 
riva all’epoca della sua instaurazione; esso ammise soltanto due “E 
forme di suicidio, le rivestì della più alta dignità e delle speranze Sal 
più grandi, e proibì con terribili minacccie tutte le altre. Ma il 
martirio e l’annichilimento dell’ascetismo furono permessi. 


132. 





Contro il Cristianesimo. — Ora, il nostro gusto si risolve contro 
il Cristianesimo, o non più i nostri argomenti. 


133. 







Principio fondamentale. — Un' inevitabile ipotesi, alla quale l'uma- 
nità è costretta senza mai tregua di ritornare, diviene, & lungo 
andare, più potente della più ferma fede in qualche cosa di falso 
(a somiglianza della fede cristiana). A lungo andare: ciò significa, 


in questo caso, centomila anni. 











iv! 
h 































LA GAIA SCIENZA 
[e ‘-—=—=—_—_>_———_—_______T__memmm_mr_r_ ol oo ————__————————_____—_ 


134. 


I Pessimisti quali vittime. — Là dove un profondo disgusto della 
Vita prende il sopravvento, vengono in luce gli effetti d’una grande 
colpa dietetica, della quale un popolo s'è reso, per lungo tempo, 
responsabile. Così la diffusione del Buddismo (non l’origine sua) 
dipende in gran parte dal sovrabbondante ed esclusivo nutrimento 
del riso fra gl'Indiani, e dall’ intorpidimento generale che n'era la 
conseguenza. Il malcontento europeo degli ultimi tempi è, forse, da 
attribuirsi al fatto che i nostri antenati, — il Medioevo intero, — 
grazie all'influenza dei gusti germanici sull'Europa, erano tutti de- 
diti all'alcool. Medioevo significa intossicamento alcoolico dell’Eu- 
ropa, — Il disgusto della Vita fra i Tedeschi è, essenzialmente, 
torpore invernale, compresi gli effetti dell’aria chiusa delle taverno, 
e del veleno delle stufe condensato nelle stamberghe tedesche. 


195. 


Origine del peccato. — Il peccato, quale è oggi considerato, do- 
vunque il Cristianesimo domini o abbia già una volta dominato, 
$ un sentimento giudaico e una sensazione giudaica; 0, riguardo 
a questo sfondo d'ogni moralità cristiana, il Cristianesimo ha, in 
realtà, tentato di “ giudaicizzare , il mondo. Sino a quale punto 
gli sia ciò riuscito in Europa, lo si scorge nel modo più sottile, 
Si Giada; Di disaccordo che pure oggi, — malgrado tutta la buona 
e net ti sizione, and gerani 1 
fra il nostro 'sontimo a OI gono mai stabi prIVI, — sussiste 
cui assolutamente a 0 dell’antichità ellenica, —_ mondo 
penta, avrei da Dio SE dep Seno “ Bolo se tu Ul 
cherebbe riso e collera; egli aaa Si SI000; PR 
Schiavi è dato di sentire È Con SI Sn bale SPESO 26; 
Vinità strapotente e, tuttavia. ult TAR però, si ammette una Di- 
che non è possibile in Not rice: la sua potenza è tanto grande, 

modo di procurarle danno, tranne 


esae majestatis divi 0 è una mancanza di rispetto, un crimen 
prosternazione oe — @ nulla più! Contrizione, umiliazione, 
a polvere, — queste le prime e le ultime condi- 


zioni, con cui i 
» Con cui la sua grazia è collegata, esigendo essa solo il ristabili- 





TCA AI RETE RI 


LIBRO TERZO 125 


_—— € _—0qqnRnî0n0norRt_t.__...ller, i 


mento del suo onore divino. Se il peccato d'altronde arrechi qualche 
danno, s’esso innesti e propaghi un’ epidemia profondamente cre- 
scente, la quale abbatte e soffoca un uomo dopo l’altro, — ciò lascia 
completamente indifferente cotest’ orientale avido d’onori, colassù 
nei cieli: il peccato è una mancanza verso di lui, non verso l’uma- 
nità! — Cui egli ha accordato la sua grazia, egli pure concede 
cotesta indifferenza suprema per tutte le naturali conseguenze del 
peccato. Dio e l'umanità sono imaginati, in questo caso, tanto di- 
vergenti, tanto l'uno all’altro contrarì, che non è possibile, in fondo, 
di fare peccato contro la seconda; — ogni azione deve venire consi- 
derata solo per le sue conseguenze sopranaturali, non per quelle na- 
turali; così vuole il sentimento giudaico, per il quale ogni cosa 
naturale è in sè medesima indegna. Nei Greci, invece, era più 
connaturata l’idea che il sacrilegio stesso potesse avere dignità, — 
ed il furto stesso, come in Prometeo, e il massacro stesso del 
gregge, quale manifestazione di una pazza gelosia, come in Aiace; 
essi, nel loro bisogno d’attribuire e d'incorporare dignità nel sacri- 
logio, hanno inventato la Tragedia, — un’Arte e una gioia, che 
agli Ebrei, malgrado tutta la loro virtù poetica e l’inclinazione al 
Sublime, sono rimaste, nella loro più profonda essenza, straniere. 


156. 


Il popolo eletto. — Gli Ebrei, che hanno il sentimento d’essere, 
fra tutt'i popoli, il popolo eletto, e ciò perchè essi sono il Genio 
morale fra i popoli (grazie alla capacità, ch'essì più profondamente 
d’ogn’altro popolo hanno avuta, di disprezzare l’uomo in sè stesso), 
— gli Ebrei hanno del loro Monarca e del loro Santo un tale 
compiacimento, quale era quello che la nobiltà francese aveva di 
Luigi XIV. Questa nobiltà, la quale s'era lasciata depennare di 
tutta la sua potenza e di tutta la sua autocrazia, era divenut& 
spregevole; per non sentire ciò e per poterlo dimenticare, essa 
aveva bisogno di uno splendore reale, di una reale autorità e d'una 
pienezza di potere, senza pari, alla quale soltanto le era concesso 
d’accedere. Elevandosi, corrispondentemente a questo privilegio, 
all'altezza della Corte, e di qui riguardando tutto sotto di sè sospet- 
tosamente, si riusciva a sorvolare sull'eccitabilità della coscienza. 
E così, s’inalzava la torre del potere regio, sempre più alta fra 
le nubi, deponendovi sotto, a sostenerla, le pietre fondamentali 
della propria potenza. 








ima e a. “ di le È ola i III 


LA GAIA SCIENZA 


137. 


























Detto per mezzo dei paragoni. — Un Gesù Cristo era solo possibile 
in un paesaggio giudaico, in un paesaggio, cioè, sul quale era in- 
; cessantemente sospesa la fosca e sublime nube di tempesta del- 
È l'irato Geova. Ivi soltanto, potevasi considerare il raro ed improvviso 
do balenìo d'un sol raggio di sole, attraverso la terribile generale e 
perpetua atmosfera notturna, come un prodigio d’“ amore ,, come 
il raggio della più immeritata “grazia ,. Ivi soltanto, Cristo potè 
sognare il suo arcobaleno e la sua scala celeste, per la quale Dio 
discendeva agli uomini; dovunque altrove, il bel tempo ed il sole 
erano considerati regola cotidiana. 


138. 


L'errore di Cristo. — Il fondatore del Cristianesimo opinava che 
nulla facesse tanto soffrire gli uomini, quanto i loro peccati: — 
questo era il suo errore, l’errore di colui che si sentiva senza pec- 
cato, e che riguardo a ciò difettava d'esperienza! Per tal modo, 
l’anima sua si riempì di quella meravigliosa e fantastica pietà, la 
quale era rivolta a un male, il quale pure per il suo popolo, ch'era 
stato l'inventore del peccato, ben raramente era un male! — Ma 
1 Cristiani hanno, tuttavia, saputo dare più tardi ragione al loro 
Maestro, e santificarne l'errore, sino a farlo divenire una “ Verità ». 


139. 


Sisdre, dal passioni. — Le nature simili a quella dell'apostolo 

rendo io a passioni una specie di “ malocchio ,; esse ap- 
; u Ta h ico o Îl lato sudicio, quello che trasfigura le cose 
a RAGuoO, — ond'è che il loro sforzo ideale tende 
perfetta o lle Passioni: esse scorgono nella Divinità la 
Paolo e gi Pb Sa piena liberazione da questo. Ben altrimenti che 
zione ideale e Greci hanno appunto rivolto la loro aspira- 
e divinizzato. 3 a PASSIONI, e le hanno amate, esaltate indorate 
tanto più felici “uato ch'essì, nella passione, si sentivano non sol- 

ID puri el Gipini (chel mai "(EA i Cristiani? 















LIBRO TERZO 127 
Tendevano essi forse, con ciò, a divenire Giudei? E sono, forse, 


divenuti tali? 





140. 


Troppo ebreo. — Se Dio avesse voluto divenire un oggetto d'amore, 
egli avrebbe dovuto, anzi tutto, rinunciare alle sue mansioni di 
giusto giudice: — un giudice, ed anche un giudice misericordioso, 
non può essere oggetto d’amore. Il fondatore del Cristianesimo, 
quale Giudeo, non ebbe un troppo sottile intuito in quanto a ciò. 


141. 


Troppo orientale. — Come? Un Dio che ama gli uomini, solo a 
condizione ch'essi credano in lui, lancorebbe terribili sguardi e mi- 
nacce sopra colui che non crede nel suo amore! Come? Un amore 
fornito di clausola, sarebbe il sentimento d’un onnipossente Iddio? 
Un amore, il quale nemmeno non è divenuto arbitro del sentimento 
d'onore e del desiderio irritato di vendetta? Quanto mai orientale 
è tutto cid! “ S'io t'amo, che cosa t'importa? , — questa è già una 
critica sufficiente dell'intero Cristianesimo. 


142. 


Suffumigi. — Budda dice: “ Non adulare il tuo benefattore! ,. Si 
ripeta questo dettato in una chiesa cristiana: — esso purificherà 
immediatamente l’aria, di tutto ciò c "è cristiano. 


149. 


L'utilità più grande del politeismo. — Che l’Individuo si creasse il 
suo proprio Ideale, e ne derivasse la sua Legge i suoi amici ed i 
suoi diritti, — è ciò, credo, che sinora è stato considerato come la 
più mostruosa di tutte le umane aberrazioni e come l’idolatria ti- 
pica: in realtà, i pochi che hanno ciò osato, hanno sempre avuto 
bisogno d’un'apologia dinnanzi a sè medesimi, la quale suonava ge- 
noralmente così: “ non io! non io! ma si un Dio, per mezzo di 
me!, La meravigliosa arte © la forza di creare Dei — il Poli- 
teismo — ha dato sfogo a quest'istinto, ne lo ha purificato perfe- 


nf 
‘ Cao 
























È 


PIT 






Lg 


LA GAIA SCIENZA ‘ 


zionato nobilitato: imperochè, originariamente, esso era un istinto 
volgare e indegno parente della presunzione, della disobbedienza e 
dell’invidia. Essere ostile a quest’istinto d'un proprio Ideale, è stato, 
una volta, legge d'ogni moralità. Allora non c'era che una norma 
sola: “l’uomo ,, — ed ogni gente credeva di possedere quest’unica 
ed ultima norma. Ma sopra sè stessi e fuori di sè stessi, in un lon- 
tano Mondo superiore, potevasi scorgere un numero grande di norme: 
l’un Dio non era la negazione e l'imprecazione dell’altro! Ivi, per 
la prima volta, fu lecito di divenire Individui, e, per la prima 
volta, fu onorato il diritto degl’Individui. L'invenzione degli Dei, 
degli Eroi, dei Superuomini d’ogni specie, come anche dei sottuo- 
mini e degli uomini prossimi, dei Nani, delle Fate, dei Centauri, 
dei Satiri, dei Demoni e dei diavoli fu la preparazione inestimabile, 
per la giustificazione dell’egoismo e dell’autocrazia dell’Individuo: 
la Libertà concessa a un Dio in rapporto con gli altri Dei, si finì 
col concederla a sò medesimi, per salvaguardarsi dalle leggi, dai 
costumi e dai vicini. Il monoteismo, invece, questa rigida conse- 
guenza della dottrina d’un uomo normale, — la fede, dunque, in 
un Dio normale, presso al quale esistono solo falsi Dei menzogneri, 
— è stato, forse, sinora il pericolo più grande per l’umanità: ed 
è appunto allora che l'umanità fu minacciata di questa inerzia pre- 
matura, che la più gran parte delle altre specie animali, per quanto 
almeno ci è dato di giudicarne, l'aveva già da lungo tempo rag- 
giunta; le quali specie credono tutte in un animale normale, in 
un Ideale della loro specie, essendosi esse definitivamente identificate 
nella moralità dei costumi. Nel Politeismo, invece, giaceva, prefor- 
mata, la libertà © la molteplicità degli spiriti: la forza di crearsi 
nuovi e adeguati occhi, e ancora sempre più nuovi e meglio ade- 


a talmente che, fra tutti gli animali, per l’uomo solo non esi- 
stono nè orizzonti nò prospettive, eterni. 








LIBRO TERZO 129 


x _ _ _ —_—_ 1. tEee rPg9gPP@66@@M© 


tanti le piccolezze, e reputa persino possibile che l’ “ eterna salute 
dell'anima , dipenda dalle piccole differenze delle idee. 


145, 


Il pericolo dei vegetariani. — L'enorme sovrabbondanza del riso, 
quale cibo, favorisce l’uso dell'oppio e dei narcotici, nella stessa 
guisa che l'enorme sovrabbondanza delle patate, quale nutrimento, 
spinge all’acquavite: — ma, per un effetto più sottile, questo cibo 
spinge a modi di pensare e di sentire, i quali agiscono nella stessa 
guisa dei narcotici. E ben s'accorda con ciò il fatto che ì pro- 
motori dei modi narcotici di pensare e di sentire, similmente @ 
certi precettori indiani, celebrano precisamente una dieta, la quale 
è puramente vegetariana, o la vorrebbero fissare quale legge per 
la massa della popolazione: essi vogliono, per tal modo, eccitare 
ed aumentare il bisogno, ch’essi sono in grado di soddisfare. 


146. 


Speranze tedesche. — Non dimentichiamo che i nomi dei popoli 
sono generalmente nomi ingiuriosi. I Tartari, per esempio, sono, 
secondo il loro nome, “ cani ,; essi furono battezzati così dai Ci- 
nesi. I “ Tedeschi ,: ciò significa, originariamente, “ i Pagani ,; in 
cotal guisa, dopo la loro conversione al Cristianesimo, i Goti chia- 
marono la grande pluralità degli uomini della loro stirpe, i quali 
non avevano ricevuto il battesimo, a ciò guidati dalla loro versione 
dei Septuaginta, nolla quale i pagani vengono designati con la pa- 
rola che, in greco, significa “i popoli ,: vedi Ulfila. — Sarebbe 
ancora possibile che i Tedeschi facessero, ora, ridondare a loro 
onore ciò che prima era stato per loro un appellativo ingiurioso, 
da poi che essi sono divenuti il primo popolo non cristiano, in Bu- 
ropa; per la quale ragione, lo Schopenhauer attribuiva a loro onore 
tale facoltà posseduta in misura così grande. Per tal modo, l'opera 
di Lutero potrebbe pure veniro compiuta, l’opera di lui che aveva 
insegnato a loro d'essere non-romani, e come tali di asserire; “ Qui 
ci sto io! Nè io posso fare altrimenti! ». 


147. 


Domanda e risposta. — Quale cosa assimilano ora, anzi tutto, le 
popolazioni selvagge agl'Europei? Alcool e Cristianesimo, i Nar- 


F. Nierzscne Za gaîa scienza. 








LA GAIA SCIENZA 


cotica europei. — È perchè, dunque, periscono esse così rapida- 
mente? — A cagione dei narcotici europe]. 


148. 


Dove nascono le Riforme. — Nel tempo della grande corruzione 
della Chiesa, la Chiesa era quella che meno fosse, in Germania, 
corrotta: è per ciò che la riforma è qui originata, come indizio 
che i principi della corruzione venivano già ritenuti insopportabili. 
In proporzione, nessun altro popolo era più dei Tedeschi cristiano, 
al tempo di Lutero: la loro civiltà cristiana era già pronta a 
sbocciare in una centuplicata pompa di fioritura, — mancava sol- 
tanto una notte ancora; ma questa apportò una tale tempesta, che 
tutto andò distrutto. 


149. 


Insuccesso delle Riforme. — Il fatto che pure nei tempi più re- 
moti, i tentativi più volte rinnovati di fondare nuove religioni 
greche abbiano naufragato, parla in favore della superiore civiltà 
dei Greci; e parla, pure, in loro favore il fatto che, anticamente, 
in Grecia sia esistita tutt'una moltitudine d’Individui differenti, 
le cui differenti miserie non venivano certo risanate con un’unica 
ricetta di fede e di speranza. Pitagora e Platone, o fors'anche 
Empedocle, e già alquanto tempo prima gli Orfici entusiasti, ave- 
Vano avuto l'intenzione di fondare nuove religioni; ed i primi due 
Avevano, în verità, così dotati, l’anima o ‘il talento di fondatori 
di religioni, che ben ci conviene meravigliarci del loro insuccesso: 
9881 giunsero, però, a fondare almeno qualche sètta. Ogni volta 
o a Tonolo zon riesce, e che le sèbte, sol- 
sono diffuso disparate cum nà po concludere, no ca popolo 
a liberarsi dai volgari i A Il aes SETE 
costumi: uno io asia di e ; Rene a ca 
E ilo idea So assai significativo, che usa 
ua SARE n o costumi e corruzione, montr esso, 
i e ed prossimo Taffaneeri 

| « Il fatto che la Riforma di Lutero sia riuscita nol 
Settentrione, è un segno che il Settentri "Pan RS t 
indietro, al confront . DIonoii Europa era rimasto 

) onto del Mezzogiorno, e ch esso, assai probabil- 








LIBRO TERZO 131 





mente, aveva ancora aspirazioni abbastanza uniformi e monotone; 
ed il Cristianesimo non avrebbe mai, in generale, attecchito in 
Europa, se la cultura dell’antico mondo meridionale non si fosse 
lentamente imbarbarita per l’eccessive infusioni di barbaro sangue 
germanico, e non avesse, per tal modo, perduta la sua supremazia. 
Quanto più generalmente e incondizionatamente a un Individuo o 
al pensiero d’un Individuo, è dato di influire, tanto più è neces- 
sario che la massa, sulla quale egl’esercita la sua influenza, sia 
inferiore e uniforme; mentre, invece, le opposte tendenze rivelano 
sempre contrarì intimi bisogni, i quali pure vogliono venire sod- 
disfatti ed imporsi. D'altro lato, si può sempre dedurre una reale 
superiorità di cultura, quando nature potenti e dominatrici giun- 
gono soltanto ad acquistare una influenza mediocre e settaria: ciò 
vale anche per le singole Arti e per i dominî della Conoscenza. 
Là dove: s'impera, ci sono necessariamente masse di popolo: 
dove ci sono masse di popolo, c'è sempre anche un bisogno di 
schiavitù. Là dove c'è schiavitù, ci sono pochi Individui, ed hanno 
contro di sè così gl’istinti della mandra come la Coscienza. 


150. 


Per la critica dei Santi. — È forse necessario, per avere una 
virtù, di volere possederla nella sua forma più brutale? — quale 
i Santi cristiani la desideravano e qual’era loro necessaria? I quali 
Santi sopportavano la Vita, solo per il pensiero che ciascuno, nello 
scorgere la loro virtù, avrebbe disprezzato sè medesimo. Ma io 
chiamo brutale una virtù, cui susseguano tali effetti. 


151. 


Dell’origine della religione. — Il bisogno metafisico non è la 
prima origine delle religioni, come lo Schopenhauer vorrebbe, ma 
sì una figliazione soltanto, di queste. Sotto il dominio dei pensieri 
religiosi, ci s’è abituati alla rappresentazione di un altro (di dietro, 
di sotto, di sopra) “ Mondo ,, chè la distruzione dell'illusione reli- 
giosa produce in noi un inquietante senso di vuoto e di privazione ; 
— ed allora, da questo sentimento spunta un “ altro Mondo 4, 
non più religioso ma metafisico. Quello, però, che negli antichis- 


simi tempi ha condotto all'accettazione d'un “ altro Mondo ,, 202 è 













































































132 LA GAIA SCIENZA 





stato un istinto o un bisogno, sì un errore nell’ interpretazione 
di certi eventi naturali, un imbarazzo dell’intelligenza. 


152. 


Il più grande mutamento. — La luce e i colori di tutte le cose, 
si sono mutati! Noi non comprendiamo appieno come gl’antichi 
avessero la sensazione delle cose prossime e più consuete, — quelle 
del giorno e della veglia, per esempio: poichè gl’antichi avevano fedo 
nei sogni, la veglia aveva luci ben differenti da quelle che noi 
possiamo imaginare. E così l’intera Vita, col riflesso della Morte 
e del significato di questa: la nostra ‘“ Morte , è una Morte hen 
diversa. Ogni avvenimento appariva allora, circonfuso da una luce 
diversa, perchè un Nume ne sfolgoreggiava per entro; e così, tutte 
le decisioni e tutte le previsioni, per un avvenire lontano: poichè si 
aveva gli Oracoli e gl’intimi cenni ammonitori, e si credeva nella 
profezia. La “Verità, era considerata ben differentemente, imperochè 
era concesso all'uomo pazzo d’esserne, a volte, il portavoce, — la quale 
cosa ci fa inorridire o ridere. Ogni torto agiva ben diversamente 
sul sentimento: poichè si temeva la rappresaglia divina, e non 
soltanto la pena civile e il disonore. Che cosa era mai la gioia, 
in un tempo nel quale si credeva nel demonico e nel diavolo ten- 
tatore? che cosa la passione, quando si scorgevano tutt’ intorno, 
1 demoni origliare e guatare? che cosa la Filosofia, quando il dubbio 
era stimato un peccato della specie più pericolosa, un sacrilegio 
contro l'eterno amore, e una diffidenza di tutto ch'è buono alto 
puro e degno di misericordia? Noi abbiamo dato alle cose un 
TO sea i aeree sontinuiamo a dipingerle diffe- 

} cosa possiamo noi, frattanto, al paragone 


della magnificenza di colore, di quell’antica Maestra, ch'è stata la 
vecchia umanità? i 


159. 


Homo poeta. — “ To stesso, 
gedia delle Tragedie, e che s 
l’esistenza questo gruppo dell 


che da solo ho compiuto questa Tra- 
ce stato il primo ad annodare al- 
i a Morale, serrandolo così forte che 

Ta potrebbe ora disfarlo, Si chè così vuole Orazio! —, 
| o Ucciso, nel quart'atto, tutti gli Dei, — per moralità! 





TORI OT TORE IR SE EP REP RAT: 




























LIBRO TERZO 133 
eee e Tr eu» 
Che cosa dovrà accadere, ora, nel quinto? D'onde prendere ancora 
la soluzione tragica? — Debbo io forse cominciar a pensare a una 
soluzione comica? ,. 


154. 7 


Alcuni pericoli della Vita. — Voi non sapete ciò che v'accade, 
e com'ebri correte attraverso la Vita, e precipitate, di tempo in 
tempo, come da una scala. Ma, grazie alla vostra ubriachezza, non 
ne uscite con qualche membro spezzato: i vostri muscoli sono 
troppo stanchi, e nella vostra testa c'è troppo buio, perchè voi 
possiate trovare la pietra dei gradini tanto dura che noialtri! La o 
Vita, per noi, è un pericolo ben più grande: noi siamo di vetro; 2 
— guai a noi, se ci urtiamo! I tutto è perduto, se cadiamo! 


155. << 


Ciò che ci manca. — Noi amiamo la grande Natura, e siamo a 
noi cho l'abbiamo scoperta: ciò avviene, perchè nella nostra testa 
mancano gli uomini grandi. Nei Greci, invece, accadeva il con- 
trario: in loro, il sentimento della Natura è ben diverso dal sf 


nostro. sa 
156. 


L'uomo più influente. — Che un uomo opponga resistenza al suo 
tempo, e che lo faccia rimanere fuori della porta, per domandargli 


conto de’ suoi avvenimenti, — ciò deve necessariamente esercitare 

qualch’influenza! E indifferente s'egli lo voglia; importante è solo, 

ch'egli lo possa. 3a 
157. 


Mentiri. — Fa' attenzione! — egli pensa: in un momento, egli 
avrà pronta una bugia. Questo è un gradino della Civiltà, sul 
quale si sono soffermate intere popolazioni. Si rifletta, dunque, 
a ciò cho i Romani volevano esprimere con la parola mentiri! 


158. ; 


Qualità incomoda. — Trovare tutte le cose, profonde: — questa 





LA GAIA SCIENZA 


è una qualità incomoda: essa fa sì che non s’acuiscano faticosa- 
mente gl’occhi e, da ultimo, si trovi sempre, più di quanto si avesse 
desiderato. 


159. 


Ogni Virtù ha il suo tempo. — A chi sia inflessibile, assai fre- 
quentemente accade che la probità sua gli arreca rimorsi: imperochè 
l’inflessibilità è una Virtù appartenente a un'epoca diversa da 
quella della probità. 


160. 


In rapporto con le Virtù. — Anche in rapporto alle Virtù, si 
può essere senza dignità e lusingatori. 


161. 


Agli amanti del Tempo. — Il prete spretato ed il forzato liberato 
sì compongono sempre nuovi visi: ciò ch’essi vogliono, è un viso 
senza passato. — Avete, però, veduto mai alcuni uomini, i quali 
sanno che l'avvenire si rispecchia nei loro volti, e che sono, tut- 
tavia, così cortesi verso di voi, amanti del “ tempo , presente, da 
comporsi dinanzi a voi, una faccia senza avvenire? 


162. 


Egoismo. — L'egoismo è la legge prospettica della sensazione, 


re a questo, le cose prossime appaiono grandi e grevi, 
È so veduto di lontano, tutto diminuisce così di grandezza che 


163. 


TTI di do La cosa migliore in una vittoria, 
olere, una v. a ore la paura d'una disfatta. “ E perchè 
ì SITR otva, essere vinto? — egli dico a sè medesimo: 

"ora, abbastanza ricco anche per voler provare questo »- 





LIBRO TERZO i 


164. 


Quelli che cercano il riposo. — Io riconosco gli spiriti, in questua 
di riposo, dai molti oggetti oscuri, dei quali si circondano: quegli 
che vuol dormire, rende oscura la sua camera 0 entra in una ca- 
vorna. — Un monito per coloro, che non sanno ciò che veramente 
cercano, e ciò ben desidererebbero di sapere! 


165. 


Della felicità di chi rinuncia. — Chi rinuncia completamente & 
una cosa per lungo tempo, stimerà di quasi averla scoperta, im- 
battendosi casualmente nella medesima; — © quale mai altra fe- 
licità è quella degli scopritori? Siamo più cauti dei serpenti, i quali 
per troppo lungo tempo si giacciono sotto lo stesso sole! 


166. 


Sempre in nostra compagnia. — Tutto che, nella Natura e nella 
Storia, appartiene alla mia specie, mi parla, mi loda, mi spinge 
— io non ascolto tutto il rimanente, 0, quand’io 


avanti, mi consola: 
l’oda, lo dimentico subito. Noi siamo sempre, soltanto in nostra 


compagnia. 


167. 


Misantropia e amore. — Non si dice d'essere sazî degl’uomini, 
che quando non si può più digerirli, e se ne ha, tuttavia, pieno 
lo stomaco. La Misantropia è la conseguenza d'un troppo avido 
amore dell’umanità, d’una specie di * antropofagia ,; — ma chi, 
dunque, t'ha spinto a inghiottire uomini, come le ostriche, 0 mo 
principe Amleto? 

168. 

D'un ammalato. — “ La va male con lui!,, — Che cosa ha egli 

mai? — “ Egli soffr 


e del desiderio d'essere lodato, e non trova 


alcun cibo per saziarnelo ». — Incredibile! Tutto il mondo lo ce- ir 






























ri 
di 
SU, 
pel S 








LA GAIA SCIENZA 

lebra, e lo si porta non soltanto sulle mani, ma anche sulle labbra! 
— “Sì, ma egli ha un cattivo udito, per la lode. Se un amico 
lo loda, gli sembra che quegli lodi sò stesso; se un nemico, gli 
pare come se quegli dovesse venire lodato, in compenso; se, final- 
mente, qualcuno dei rimanenti, — non sono molti i rimanenti, 
tant’egli è celebre! —, egl’è offoso che non lo si voglia nè per 
amico nè per inimico ,; egli usa dire: “ Che cosa m'importa di 
uno, il quale potrebbe ancora: farmi da giudice? ,. 


169. 


Nemici aperti. — Il valore dinnanzi all’inimico è una cosa che 
sta da sè: per mezzo di esso si può essere o un vile o un con- 
fusionario. Così giudicava Napoleone a proposito dell’ “ uomo più 
valoroso , ch'egli conoscesse, Murat; — d’onde giova concludere 
che i nemici sinceri sono indispensabili per certi uomini, nel caso 


ch’essi debbano elevarsi alla Zoro Virtù, alla loro virilità e se- 
renità. 


170. 


Con la folla. — Egli è corso, sinora, insieme alla folla, e n'è 
divenuto il celebratore: ma, un giorno, egli sarà il suo avversario! 
Imperochè egli la segue, ora, supponendo che la sua pigrizia ci 
abbia il suo tornaconto: egli non ha appreso ancora, che la folla 
non è abbastanza pigra, per lui! e ch’essa spinge sempre avanti! 


, 
ch'essa non permette ad alcuno di fermarsi! — Mentr'egli, invece, 
ama tanto di fermarsi! 


171. 


Fama. — Quando la eratituaina a: 
7 ; gratitudine di i dàe 2 
via ogni pudore, spunta la fama. molti, per uno, si dà a gettar 


172. 


È " corruttore del gusto. — 4. 
— Si dice così da per tutto , 


“Tu sei un corruttore del gusto! 
+ B: “ Certamente! Io corrompo 
gli ha per la sua fazione! — ed è 
nessuna fazione mi può sofferire ,. 


Ciascuno nelle predilezioni ch'e 
per questo, appunto, che 





- TT Ra cat È n FI sii O fi 
Nyr POSSTRENE ° 3 î e TI «i; ee acli RAT pre 


LIBRO TERZO 137 


173. 


Essere profondo e apparire profondo. — Chi sa d'essere profondo, 
si sforza d’essere chiaro; chi, invece, vorrebbe apparire profondo 
alla moltitudine, si sforza d’essere oscuro. Poichè la moltitudine 
ritiene profondo tutto ciò di cui essa non può scorgere il fondo: 
essa è talmente timorosa, e così malvolentieri entra nell'acqua! 


174. 


In disparte. — Il parlamentarismo, la pubblica concessione, cioè, 
di scegliere fra cinque opinioni politiche fondamentali, lusinga quei 
molti, che ‘vorrebbero apparire indipendenti e individualisti e lot- 
tare per le proprie opinioni. Ma è indifferente, in fondo, se un’opi- 
nione venga imposta alla mandra, o se glie ne sieno permesse 
cinquo; —chi diverga da queste cinque opinioni e si metta in dis- 
parte, ha sempre la mandra dietro di sè. 


175. 


Dell’eloquenza. — Chi ha posseduto, sinora, l’eloquenza più per- 
suasiva? Il rullo del tamburo: e finchè i Re abbiano questo in 
loro potere, essi saranno pur sempre i migliori oratori e dema- 
goghi. 


176. 


Compassione. — Oh questi poveri principi regnanti! Tutti i loro 
diritti si trasmutano, ora, in modo imprevisto, in ‘pretese, e tutte 
queste pretese suoneranno ben presto come usurpazioni! E s’essi 
soltanto dicano “ Noi , o “il Mio popolo », ecco che già tutta 
ne ride la vecchia e perfida Europa. In verità, un moderno mae- 
stro di cerimonie farebbe ben poche cerimonie con loro; e forse 
decreterebbe che “ Zes souverains rangent Que parvenus n. 


177. 


Per il “ sistema d’educazione ,. — In Germania l’uomo superiore 





RA ea e i I RI I TOT 


nen” Saki 





198 LÀ GAIA SCIENZA 
Z — 


difetta di un grande mezzo d’educazione: il riso degli uomini su- 
periori. Questi non ridono in Germania. 


178. > 


Per la spiegazione della morale. — Si deve togliere via ai Te- 
deschi i loro Mefistofoli e i loro Faust. Questi sono due pregiudizi 
morali contro il valore della Conoscenza. 


179. 


Pensieri — I pensieri sono le ombre delle nostre sensazioni, — 
sempre, dunque, più oscuri, più vuoti, più semplici di queste. 


150. 


Il tempo favorevole ai liberi spiriti — I liberi spiriti si prendono 
le loro libertà pure con la Scienza, — e a volte anche si concedono 
loro cotali libertà, — sin tanto almeno che la Chiesa sussista! Ri- d 
guardo a ciò, essi hanno ora il loro tempo favorevole. 


181. 


Seguire e precedere. — 4; “ L’uno dei due seguirà sempre, l’altro 
precederà, a qualsivoglia mèta sia per guidarli il Destino. Eppure, 
Îl primo è superiore al secondo, per la sua Virtù e per il suo spi- 


È ; È 

; indi o 189 DI allora? E allora? Ciò è detto per gli altri, non per 

È me, non per noi! — Ft secundum regulami ,. 

È 

D: 182. 

e a soltudne, — Se si vive soli, non si parla troppo forte, 

E Bei È ETRO forte: poichè si teme la concava risonanza, 

E luca della Ninfa Eco. — E tutte le voci suonano diffe- a. 
; rentemente nella solitudine! 


183. 


La Musica del mi 


liore avveni : R sli 
rebbe, per me 9 VVenire. — Primo fra tutti i musici sa- Î 


; quello che non conoscesse che la tristezza della 


























LIBRO TERZO 139 7 +e 


felicità più profonda, e nessun'altra tristezza: un tale musico non 
è mai esistito ancora. 


184. 


Giustizia. — Meglio è lasciarsi derubare, che avere intorno a sè 
spauracchî, — questo è conforme al mio gusto. Ed in tutte le cir- 
costanze, questo è puramente affare di gusti, — o nulla più! 


185. 


Povero. — Egli è povero, oggi: ma non perch’egli sia stato di 
tutto derubato, sì perchè ha tutto gettato via; — ma che cosa «i 
gl’importa! Egli è abituato a trovare. — Poveri sono quelli, i quali "A 
fraintendono la loro povertà volontaria. 


186. S 

| Cattiva coscienza. — Tutto ciò ch'egli fa, ora, è saggio e ordi- # 

nato, — e pure, la sua coscienza ne lo rimorde. Perchè lo stra- 5 
ordinario è il suo còmpito. xi 


187. 


Ciò che d’offensivo c'è nell'espressione. — Questo artista m’offende, 
per il modo ond’egli esprime le sue fantasie, le sue ottime fan- 
tasie: così ampiamente e insistentemente, e con artifici così vol- 
gari di persuasione, non anche egli stimasse di parlare alla plebe. 
Dopo qualche tempo, dedicato alla sua arte, noi ci sentiamo quasi 
d’essere “ in cattiva compagnia ,. 


188. 


Lavoro. — Come oggi anche il più pigro fra noiî si trova vi- 
cino al lavoro e al lavoratore! La regale cortesia chiusa nelle pa- 
A role “ Noi tutti siamo lavoratori! , sarebbe stata, ancéra sotto 

Luigi XIV, un atto indecente di cinismo. 


189. 





140 LA GAIA SCIENZA 
se > CO:-..r,o oo. _ | | 


dere le cose più semplicemente ch'esse tali, per avventura, non 
sieno nella realtà, 


190. 


Contro gli elogiatori — A: “ Si viene lodati da coloro. soltanto, 
i quali sono nostri pari! ,. B: “ Sì! E quegli che ti loda, ti dice: 
Tu sei mio pari! ,. 


191. 


Contro certe difese. — La maniera più perfida di arrecar danno 
a una cosa, è quella d’intenzionalmente difenderla con argomenti 
sbagliati. 


192. 


I caritatevoli. — Quale cosa distingue quelle persone caritatevoli, 
la cui benevolenza iraggia dalla faccia, dai rimanenti uomini? 
Quelle, in presenza d’una nuova persona, si sentono a loro agio, 
e ne divengono rapidamente innamorati; perciò le vogliono bene, 
ed il loro primo giudizio è “ essa mi piace! ,. In loro, il desiderio 
d'assimilazione (essi si fanno pochi scrupoli intorno al valore del- 
l'altro), la rapida inclinazione, la gioia del possesso e le azioni in 
favore della persona amata, si succedono una dopo l’altra. 


193. 


Sui n di Kant. — Kant voleva dimostrare, in un modo 
SS: do iva tutto il Mondo ,, come “ tutto il Mondo » AVesso 
sione: — questera la malignità segreta di quest’anima. Egli 


scrisse contro i dotti, in favore dol RSI 7 
ì dotti, non per il wo pregiudizio popolare, ma per 


194. 

uegli ; 

cia cale “ il cuore aperto n° — Quell'uomo agisce, proba- 

sempre A a seconda di ragioni occulte: perchè egli arreca 
, Ingua e quasi nell’aperta mano, ragioni indirette. 
























PALICT, NET AMICI ARTI 
141 


LIBRO TERZO x 


195. 


Pa 





orre via dagli uomini: — 


Per ridere. — Vedete! Vedete! Egli c 
ma questi, ahimè, lo seguono, imperochè egli scappa dinnanzi 2 
loro, — tanto essi sono una mandra! 


196. 
| limiti del nostro udito. — Si odono soltanto le domande cui : 
s'è in grado di poter trovare una risposta. SY 
20 
197. A 


tecipiamo agli altri, 


Attenzione! — Nulla così volentieri noi par 
quanto il sigillo della segretezza, — insieme @ ciò che v'è celato 
sotto. S 

198. = Bi 
È 


Disgusto del superbo. — L'uomo superbo ha disgusto pure di 
quelli che lo portano innanzi: egli guarda con corruccio i cavalli 


del suo carro. 
199. 


Liberalità. — La liberalità, nei ricchi, è assai spesso solo una 


specie di timidezza. 
200. 
Ridere. — Ridere significa: essere malizioso, ma con buona co- 


scienza. 
201. 


Nell’applauso. — Nell’applauso c'è sempre una specie di ru 
anche, però, nel plauso stesso che noi ci tributiamo. SS 





î ERP E LIT 


” 


De, 
; 
i 
i 
» 
2 
Mo 





142 LA GAIA SCIENZA 


202. 


Uno scialacquatore. — Egli non ha ancora quella povertà propria 
dei ricchi, i quali giù hanno contato il loro intero tesoro, — egli 
sperpera il suo spirito con la stoltezza della scialacquatrice Natura. 


203. 


Hic niger est. — Egli non ha mai, d’ordinario, alcun pensiero, 
— ma, eccezionalmente, gli vengono pensieri cattivi, 


204. 


Il mendicante e la gentilezza. — “ Non si è scortosi se si batte 
con una pietra a una porta cui manchi il campanello ,: — così 


pensano i mendicanti ed i bisognosi d'ogni specie; ma nessuno dà 
loro ragione. 


205. 


Bisogno. — Il bisogno è considerato come la causa dell’origine 


d'una cosa: in realtà, però, esso è frequentemente solo un effetto 
della cosa originata. 


206. 


Durante la pioggia. — Piove, ed io penso a quelle povere per- 
sone, le quali si accatasta 


no, con l’infinità dei loro triboli, e senza 
l'abitudine di nasconderli, pronta ciascuna e incline a far male 
all'altra, e a procurarsi 


» Pur durante il maltempo, una qualche 
misera sorte di benessere 


dei "| ‘ — Questa, questa soltanto, è la povertà 
el poveri! 


207. 

L'invidioso. — 
desiderargli d’av 
gione di non po 


Questi è un invid 
ere fanciulli; 
ter essere più 


ioso, — non bisogna, quindi, 
egli ne sarebbe invidioso, per la ra- 
un fanciullo. 





I 
| 


i 


208. 


o! — Dal fatto che qualcuno è uN grand’uomo, non 
ch'egli sia un uomo; forse, ogli è solo un 
ogni età della vita, o, forse ancora, 


Grand’uom 
si conviene dedurre 
bambino, o un camaleonte d' 
una stregata donnaccola. 


209. 


Un modo di chiedere i motivi. — C'è un modo di chiederci i 
nostri motivi, il quale non soltanto ci fa dimenticare i nostri mo- 
tivi migliori, ma che suscita in noi un’opposizione e un disgusto 
contro ogni sorta di motivi: — un modo di chiedere, dunque, che 
imbecillisce, un abile artificio d’uomini tirannici! 


210. 
Misura nella diligenza. — Non sì deve voler superare la dili- 
genza del proprio padre: — ciò rende ammalati. 
211. 


Nemici segreti. — Poter mantenersi un nemico segreto, — questo 
è un lusso, per il quale la moralità degli stessi spiriti elevati non 
suole essere abbastanza ricca. 


212. 


! Ci I ingannare. — Il suo spirito ha modi inurbani; esso i 
ci frotta, © por l’impazienza, balbutisce: è così che a mala pena È 

riesce di sospettare quale anima dall’ampio respiro e dal pos- = 

sente petto egli possegga. i i 

| 
se 







213. 


La vi PATERNO ” 
n a Sa E A Un saggio chiedeva a un pazzo quale 
FR alla felicità. Questi, allora, senza alcun indugio, ri 
no, cui venga domandata la via per alla Amo città 
à: 








LA GAIA SCIENZA 

és... 35. T___oe—————-_|_|t*S 
“ Ammirati, e vivi sulla strada! ,. “ Fermati, — gridò il saggio, — 
tu esigi troppo, perchè è sufficiente già l’ammirare sè medesimi! 1a 
Il pazzo rispose: “ Ma come, dunque, si può sempre ammirare, senza 
sempre disprezzare? ,. 










214. 


La fede rende beati. — La Virtù arreca felicità e una specie di 
beatitudine solo a coloro che hanno fede nella loro Virtù: ma non 
a quelle anime più sottili, la cui Virtù consiste in una profonda 
diffidenza verso sè medesime e verso ogn'altra Virtù. Anche qui, 
in fondo, è la fede, che rende beati, — non la Virtù, nota bene! 









215. 






Ideale e Materia. — Tu hai, dinnanzi a’ tuoi occhi, un nobile 
; Ideale: ma sei tu composto di una pietra così nobile, da poter- 
è tene plasmare una tale imagine divina? Ed anche senza ciò, — 


non è forse tutto il tuo lavoro, una scultura barbarica? Una be- 
stemmia del tuo Ideale? 










216. 






Pericolo nella voce. — Con una 
Quasi incapaci di pensare le cose 





troppo forte voce nella gola, s'è 
più raffinate. 






217. 






vc Causa ed effetto. 
——“Copo l’effetto. 
Sr 





— Prima dell'effetto, sì crede a altro cause che 





218. 






let 


na Sonne — Io non amo gli uomini, che per ottenere 
s'è sempre RE “ oPpiare come bombe, e in vicinanza dei quali 
Ò Fo n Pericolo di perdere improvvisamente l’udito, o qualche 








219. 

























LIBRO TERZO 145 
« quegli che la commina n) — quest’è l’ultima scappatoia, per I 
difensori della pena. 
220. 


pensano ben differentemente 
ferisce al sacrificio ed allo 
a loro di parlare. 


Sacrificio — Le bestie sacrificali 
dagli spettatori, intorno a ciò che si ri 
spirito di sacrificio: ma non s'è mai permesso 


221. a 
24 

Rispetto. — I padri ed i figliuoli si rispettano reciprocamente, 9 
assai più che non le madri e le figlie. Pal 
222. SI 

Poeta e mentitore. — Il Poeta scorse nel mentitore il suo fra- A 
2h 


il latte che gli spettava; è perciò 


tello di latte, cui egli ha bevuto 
è nemmeno giunto ad acqui- ] 


che questi è rimasto miserabile e non 
starsi una buona coscienza. 


2289. 


“ Si ha gli occhi per udire, — disse un 
nuto sordo; — e fra i ciechi, 
orecchie ». 


Vicariato dei sensi. — 
vecchio confessore, il quale era dive 
quegli è il re, il quale ha più lunghe l' 


224. 


— Io temo che gli animali non considerino 
la loro specie, il quale abbia perduto, 


in un modo altamente pericoloso, il sano raziocinio animalesco, — 
o come l’animale illuso, come l’animale che ride, o come quello 


che piange, o come l’animale infelice. 


Critica degli animali. 
l’uomo come un essere del 


225. 


Quelli che sono secondo Natura. — “ Il Male ha sempre avuto 


per sè il grande offetto! E la Natura è malvagia! Siamo, dunque, — 
0 


F. Noorzecne, La gaia scienza. 





Cat 
E 


146 LA GAIA SCIENZA I 
—r—ttmee e TTT 

anche noi secondo Natura! , — così segretamente concludono i i 
grandi ricercatori d’effetti dell'umanità, i quali troppo frequente- I 
mente sono stati annoverati fra gli uomini grandi. 3 


226. 


I diffidenti e lo stile. — Noi diciamo le cose più forti con sem- 
plicità, ammettendo che intorno a noi ci sieno uomini, i quali cre- 
dono nella nostra forza: una tale cerchia di persone educa lo spirito 
alla “ semplicità dello stile ,. I diffidenti parlano con enfasi; i 
diffidenti rendono enfatiche le cose. 


227. i 


< Conclusione sbagliata, colpo mancato. — Egli non può dominarsi; o | 
quella donna ne conclude che sarà ben agevole il dominarlo, onde ! 


gli getta i suoi lacci; — la poveretta ignora, che in breve tempo 
sarà sua schiava! 


298. 


ae NON 


Contro i mediatori. — Chi voglia fare mediazione fra due pensa- 
tori, è designato quale mediocre; egli non ha troppo buon occhio 
per poter scorgere ciò ch’è unico; lo scorgere la simiglianza e la 
tendenza a tutto livellare, sono indizio di cattiva vista. 


229, 


-_ _—_—___—_È_—e 


Cocciutaggine e fedeltà. — Per mera cocciutaggino egli s’attieno 


A una cosa, che gli è divenuta omai trasparente, tanto egli a fondo 
d la conosce, — ma egli ama chiamare ciò * fedeltà ,. 


230. 


. . ‘' o 
Mancanza di discrezione. — Il suo intero essere non persuade: * 
— CÒ proviene dal fatto ch’ 


no egli non ha saputo tenero segreta in 
@ medesimo una buona azione compiuta, 


281. 


Quelli che amano andare sino ai fondo delle cose. — I tardigradi 





| 
: 































LIBRO TERZO A 1477, 


della Conoscenza credono che la lentezza si conviene alla Cono- 
scenza. 


292. 


Sognare. — O non si sogna affatto, o si sognano sogni interes- 
santi. Si deve, però, apprendere anche a vegliare; — e pure in 
questo caso, o in modo interessante o null'affatto. 


233. A 

Il punto di vista più pericoloso. — Ciò ch'io ora faccio o tralascio i 
di fare, è tanto più importante, per tuiti che verranno, quanto il più 
grande avvenimento del passato; in rapporto a questa straordinaria 
prospettiva dell’ effetto, tutte le azioni sono egualmente grandi e 


piccole. 


234. 


Discorso consolatore d’un musico. — “La tua Vita non risuona ne 
negli orecchi della gente: per questa tu vivi un’ esistenza muta, "A 
ed ogni sottigliezza della melodia, ogni delicata rivelazione dell'av- 
venire e del passato, rimangono a lei occulte. Ben è vero che tu 
non avanzi sopra una larga strada, insieme alla musica del reg- 
gimento; — ma queste brave persone non hanno ragione di dire, 
per questo, che alla tua Vita fa difetto la Musica. Chi ha orecchie 


per udire, oda ». 


235. 


Spirito e carattere. — Qualcuno attinge la cima, quanto al carat- 
tere, ma il suo spirito non è sufficientemente degno di raggiun- 


gerla; — e qualcuno, invece, al contrario. 


236. 


Per muovere la moltitudine. — Quegli che voglia far muovere la 
moltitudine non dev'essere egli stesso, per avventura, un comme- 
diante? Non dev'egli, forse, tradurre sè medesimo in un essere 
grottescamente manifesto, ed ostentare tutta la sua persona e la. v 


causa sotto cotesta maschera di grossolanità e di raffinatezza 


LA GAIA SCIENZA 


297. 



























L'uomo cortese. — “ Egli è tanto cortese! ». — Sì, egli ha sempre 
ic con sè un manicaretto per Cerbero, ed è talmente timoroso che 
È; ciascuno è da lui stimato Cerbero, così tu che io; — questa è la 
sua cortesia. 


2398. 


Senza invidia. — Egli è senz’invidia, ma senza averne il merito; 
perchè egli vuole conquistare un paese, che nessuno ancora ha pos- 
seduto, e qualcuno ha appena intravveduto. 


239. 


L'uomo senza gioia. — Un solo uomo senza gioia è già sufficiente 
per creare in un'intera casa una musoneria duratura ed un cielo 
torbido; e solo per miracolo avviene che un tale uomo, general- 
mente, manchi! — La felicità, invece, è ben lungi dall’essere una 
malattia così contagiosa; — d'onde dipende ciò? 


240. 


Sulla spiaggia del mare. — Io non vorrei mai fabbricarmi una 


casa (ed il non essere in alcun modo proprietario di una casa, fa parte 


della mia felicità!). Ma se, per avventura, lo dovessi, vorrei, simil- 


mente a certi Romani, farla edificare sin dentro nel mare; — m’ar- 


riderebbe il pensiero d’avere qualche segreto, in comune con questo 
mostro meraviglioso. 


241. 


L'opera e l'artista. — Questo artista è ambizioso, e null’altro ; 


l’opera sua è, in fondo, soltanto una lente d’ingrandimento, ch'egli 
offre a ciascuno che guardi verso di lui. 


M 
Monti 


242. 
n cu 


SAU — Per quanto grande sia l'avidità della mia Cono- 


e 


9 a trarre fuori dalle cose, che ciò che già 






























LIBRO TERZO 149 
m’appartiene, — ciò ch'è possesso degli altri rimane indietro nelle 
cose. Com’ è possibile mai, che un uomo sia ladro o brigante? 


243. 


Origine del “ Buono , € del “ Cattivo ,. — Quegli solo riescirà & 
trovare un miglioramento, il quale sappia sentire a proposito d'una 


cosa: “ Questa non è buona ,. 


avi 


244. 


Pensieri e parole. — Non c'è dato di rendere intieramente, per 


mezzo di parole, nemmeno i nostri stessi pensieri. 


245. a 


Lode nella scelta. — L'artista si elegge le sue materie; quest’ è 


il suo modo di lodare. 
246. 
Matematica. — Noi vogliamo introdurre, per quanto c'è altneno iS) 
possibile, la sottigliezza e la severità della Matematica, in tutte le = 
Scienze; non certo, presumendo di poter riconoscere, per questo #Ò 


mezzo, le cose, ma sì per stabilire la nostra relazione umana con 
= le coso. La Matematica è, soltanto, l’istrumento dell’umana Cono- 


scenza, ultima e generale. 


247. 


Abitudine. — Ogni abitudine rende la nostra mano più ingegnosa 


ed il nostro ingegno più ottuso. 


| 248. 


i 
| | Libri. — Che cosa c’importa d'un libro, che non sia nemmeno 
capace di trasportarci sopra tutti gli altri libri? RL 


249. 
Il sospiro di chi cerca la Conoscenza. — “ Oh quale mai cosa è SU- 


poriore alla mia avidità? ,. In quest’anima non c'è alcun sentimento. 


ULI 






















rt tn Pe ie gd 


LA GAIA SCIENZA 


altruistico, — sì piuttosto, un Zo avido di tutto, il quale vorrebbe 
vedere attraverso a molt' Individui, come per mezzo de’ suoi occhi, 
ed afferrarli, come con le ste mani, — un Io, il quale vorrebbe 
impossessarsi dell'intero Passato, e nulla mai perdere di ciò che 
gli potesse appartenere! Oh quale mai cosa è superiore alla fiamma 
della mia avidità? Oh s'io potessi rinascere ancora, in cento modi 
diversit — Chi non conosce, per sua esperienza, questo sospiro, 
nemmeno conosce la passione di chi va in cerca della Conoscenza. 


250. 


Colpa. — Malgrado che i giudici più acuti delle streghe e le 
streghe stesse, fossero persuasi della reità che c’era nella strego- 
neria, cotesta reità non era evidente. E così avviene d’ogni colpa. 


201. 


Sofferenti misconosciuti. — Le nature straordinarie soffrono ben 
diversamente dal modo onde s'immaginano i loro adoratori: esse 
soffrono il più duramente, per le ignobili e meschino emozioni di 
certi cattivi momenti, per il dubbio, cioè, derivato dalla loro gran- 
dezza, —_ Non, però, per i sacrifici e le torture, che la loro missione 
esigo da loro. Finchè Prometeo ha compassione per gli uomini © si 
sacrifica per loro, egli è grande e felice in sò medesimo; ma quando 


egli diviene invidioso di Giove e degli omaggi, che gli uomini gli 
tributano, — egli soffre ! 


202. 


Piuttosto debitore. — “ Meglio rimanere debitori, che pagare con 


co moneta, la quale non porti impressa la nostra imagine! , — 
così vuole la nostra sovranità. 


253. 
Sempre, a casa i 
se propria. — U 
nostra mbta, — a se 
ghissimo viaggio siam 
realtà, non avevamo 


Giorno noi raggiungiamo la 
con superbia ostentiamo, allora, quale lun- 
0 costretti di fare per raggiungerla. Mentre in 
Nemmeno sentito di viaggiare. Noi siamo 











giunti così lontano, 
abbiamo pensato d'essere a casa nostra. 


periore ad ogni imbarazzo. 


B: “Io non voglio che mi s'imi 
ognuno abbia qualcosa di sè medesim 
punto, ch'io faccio ,. 4: “ Dunque —? a. 


fe 
























LIBRO TERZO 


appunto per la ragione, che ad ogni stazione 


254. 
Contro l'imbarazzo. — Chi è sempre occupato intensamente, è su- 
255. 


« Come? Tu non vuoi nessun imitatore ? n DI 
ti in qualche cosa; io voglio che “ 
o dinnanzi a sè; quello, ap- 


Imitatori. — 4: 


256. 


Epidermide. — Tutti gli uomini profondi ripongono la loro feli- 
cità nel rassomigliaro, pure per una sola volta, ai pescì volanti, e 
nel giuocare sulla cresta spumeggiante dell’onde; essi stimano la 
superficio delle cose, come la migliore qualità ch’esse posseggano: 


la loro epidermide, — s& venia verbo. 


257. 


Per esperienza. — Certuni non sanno quanto sono ricchi, finchè 
non vengono ad esperimentare quali uomini ricchi amerebbero ru- 


bare le loro ricchezze. 
258. 


Il negatore del Caso. — Nessun vincitore crede nel Caso. "i 


259. 
Nel paradiso. — “ Bene e Male sono i pregiudizî d'Iddio , — 
disse il serpente. 


260. 


Una volta uno. — Uno solo ha sempre torto: la Verità comi 









oh Dove la crudeltà è necessaria. — 


152 LA GAIA SCIENZA 
ii “ND 
da duo. — Uno solo non può dimostrare; ma due non possono ve- 
nire confutati. 


261. 


Originalità. — Che cosa è la originalità? — Vedero qualolo cosa, la 
quale non abbia ancora un nome e non può venire ancora ROSA 
malgrado ch’essa stia dinnanzi agli occhi di tutti. Nel Ne o oli e 
gli uomini son fatti, il nome soltanto può rendere visibi Sa ge- 
nerale, una cosa. — Gli uomini originali hanno anche, per lo più, 
imposto il nome a qualche cosa. 


262. 


Sub specie aeterni. — 4: “ Tu t'allontani, con sempre maggiore 
fretta, dai viventi; ben presto, essi ti cancelleranno dalla loro lista! n 
— B: * Cotesto è l’unico mezzo di partecipare al privilegio dei 


Morti a.— A4:“A quale privilegio? , — B: “A quello di non più 
MOrire ,. 


263. 


Senza vanità. — Quando noi si ami, vogliamo che i nostri difetti 
rimangano nascosti, — non per vanità, ma affinchè l'essere amato 


non abbia a soffrirne. Sì, l'amante vorrebbe apparire un Dio, — e 
anche ciò, non certo per vanità, 


264. 


Ciò che noi facciamo. — Ciò che n 


oi facciamo, non sarà mai com- 
Preso, ma soltanto lodato © biasimato. 


265. 


Ultimo scetticismo. — Quali sono, in fine, lo Verità dell’uomo? — 
Esse sono gl'inconfutabili errori dell’uomo. 


266. 


Chi possiede la grandezza, è cru- 


dele verso le Sue Virtù e le sue meditazioni di second’ ordine. 






| 


2 dee 


Sn 


Pe SR 


e 
eran 



























LIBRO TERZO 


di | I 


267. 

Con una grande mèta. — Con una grande mèta, s' è superiori 
alla stessa Giustizia, e non soltanto alle proprie azioni ed ai proprî 
giudici. 

268. 

Quale cosa renda eroici. — Andare incontro, nello stesso tempo, 

così al più grande dolore come alle più alte speranze. 
269. i 3. 
In che cosa credi tu? — In questo: che i pesi di tutte le cose 
devono venire novellamente determinati. 
270. 


Che cosa dice la tua coscienza? — “ Tu devi divenire quello che A 


À tu sei ,. 
271. 


Dove sono i pericoli più grandi? — Nella Pietà. 


272. 


Quale cosa ami tu negli altri? — Le mie speranze. 


273. 
Chi chiami tu cattivo? — Colui, che vuole sempre cagionare 
vergogna. 
QUA. 


Quale cosa e la più umana? — Risparmiare agli altri la vergogna. 


275. 


Quale è il suggello della Libertà raggiunta? — Non più vergo- 
gnarsi di sè medesimo. 

















TE A ZI 28 7 


arti diario NV IA A 
































LIBRO QUARTO 





Sanctus Januarius. 


O Tu, che di tua lancia finmmeggiante, 
il gelo hai franto do l’anima min: 
ond’essa, sopra il mar lunge sonante, 
verso la sun Speranza ancor s’avvia! 

Più chiaro il giorno, omai, dopo il rovaio, 
o più libero 0 sano, in torno smalta: 
onde il mio cuore ì tuoi prodigî esalta, 
o il più sonvo mese di Gennaio! 


Genova, nel gennaio 1882. 


276. 


Per il nuovo anno. — Io vivo ancéra, io penso ancora: © devo 
ancéra vivere, poichè ancòra devo pensare. Sum, ergo cogito: cogîto, 
ergo sum. Oggi, ognuno si permette d’esprimere i proprì augurì ed 
i propri pensieri: io pure, dunque, voglio dire ciò che ho augu- 
rato, oggi, a mo stesso, @ quale pensiero mi sia giunto, primo, col 
nuovo anno, nel cuore, — quale pensiero, cioò, dev'essere fonda- 
mento, garanzia e dolcezza della mia futura Vita! To voglio ap 
prendere sempre più che nelle cose il lato necessario è il lato 
bello: — così sarò uno di quelli, i quali rendono belle le cose. 
Amor fati: questo sia, d'ora in poi, il mio amore! Io non voglio 
muovere guerra a ciò ch'è brutto. Io non voglio accusare; 9 nem- 
meno voglio accusare gli accusatori. Deviare il mio sguardo: questa 
sia l’unica mia negazione! E, tutto sommato, io non voglio, una 
qualche volta ancéra, essere soltanto di quelli che annuiscono ! 








277. 


un certo momento elevato nell 


Provvidenza personale. — Esiste 
malgrado la nostra Libertà 


Vita: quando lo sì abbia raggiunto, 











156 LA GAIA SCIENZA 
v 
e | _ 


. . ? L, 
malgrado che da noi si neghi al caos meraviglioso dell’ esistenza 
5 


© ogn’intelletto preveggente o ogni bontà, noi corriamo, ancéra una 
o aa il pericolo più grave di soccombere alla schiavitù intellet- 
7 


tuale, onde ci s'impone di sottostare alle più Se OT il eg 
rochè allora soltanto, ci soggioga violentemente DA ea a 
provvidenza personale, la quale idea ha per sè ne SDE 3 
suo miglior patrocinatore, — nel momento, in Ispecle, nei quale c'è 
dato di persuaderci che tutte le cose che in qualche Gna È ch 
piscono, tendono incessantemente al mostro dene. La È a i 
giorno e d'ogni ora sembra non altro volere, che dimos rar questo 
fatto: che ciò sin come mai si voglia, il buono come il cattivo 
tempo, la perdita d’un amico, una malattia, una calunnia, la non 
avvenuta consegna d’una lettera, lo slogamento d’un piede, uno 
sguardo lanciato furtivamente in una vetrina di bottega, un argo 
mento contrario, l’aprire un libro, un sogno, un inganno: tutto CIÒ 
ci si appalesa subito dopo, come una serie di cose, le quali “ non 
sarebbero potute mancare ,, — di cose, piene d’un senso profondo 
e d'utilità, appunto per noi! Ma esiste, forse, una seduzione più 
pericolosa che quella di privare della nostra fede gli Dei d'Epieuro, 
cotesti Impassibili ignoti, per credere a una qualsiasi divinità, pe- 
dante e meschina, la quale personalmente conosce ogni minimo 
capello delle nostre teste, e non prova alcuna nausea per i servigi 
più miserevoli? — Eppure, malgrado tutto ciò, io penso che sia 
meglio assai di lasciare in pace gli Dei ed i Genî servizievoli, © 
d'appagarci con l’idea, che la nostra ingegnosità teorica e pratica 
nel decifrare e nel coordinare gl’avvenimenti, ha ormai raggiunto 
îl suo apice! Noi non vogliamo neppure concedere troppi meriti 
all'agilità della nostra Saggezza, so pure a volte ci avvenga di 
meravigliarci della magnifica armonia, derivata dal nostro istru- 
mento: una troppo bella armonia, perchè noi s’osi d’attribuirla a 
noi medesimi. In realtà, qualcuno giuoca con noi, ora qua ora là, 
— l'amabile Caso: esso ci conduce, qualche volta, per mano, e la 
stessa Provvidenza onnisciente non potrebbe imaginare una Musica 


più bella di quella che allora viene fatto di trarre alla nostra 
folle mano. 


278. 


Il pensiero della Morte. — Io pr 


d ovo una melanconica felicità, nel 
VIVere In mezzo a questa confus 


ione di stradicciuole, di bisogni © 








ai ana 


do di 


| 
i 
i 
6 








LIBRO QUARTO 157 


di voci: quanta gioia e impazienza, quanto desiderio e quanta sete 
ed ebrezza di Vita, s'accendono improvvisi, ad ogni momento! 
E tuttavia, verrà ben presto il silenzio, anche per tutta questa 
folla vivente, rumorosa © assetata di Vita! Oh come dietr'a ognuno 
s'alza l'ombra sua, il suo oscuro compagno di viaggio! Ed avviene 
sempre, come all’ultimo istante prima della partenza di una nave 
carica d’emigranti: si ha più cose che mai da dirsi l’uno all’altro, 
poichè l’ora incalza, e l'oceano, insieme al silenzio vasto delle sue 
solitudini, attende, impaziente e bramoso € certo della sua preda, 
dietro a tutto quel brusio! E tutti, tutti pensano che il Passato 
sia nulla o sia poca cosa, € che il prossimo Avvenire sia tutto: 
d'onde tutta cotesta fretta, cotesto gridio, cotesto sopraffarsi e 
cotest’incalzare! Ognuno vuol’essere il primo, in cotesto Avvenire, 
— e malgrado ciò, la Morte ed il silenzio della Morte sono le 
uniche certezze che sieno a tutti loro, comuni nell’Avvenire! Com' è 
strano che quest’unic@ certezza e quest’unica comunanza, possano 
quasi niente sopra gl’uomini, © che questi sieno tanto lontani dal 
sentirsi collegati nella fratellanza della Morte! Io sono felice di 
vedere com'essi gl' uomini si ostinano nel non volere assolutamente 
pensare alla Morte! E ben vorrei a mia volta cooperare a rendere 
il pensiero della Vita ben cento volte più degno d'essere meditato. 


279. 


Amicizia stellare. — Noi siamo stati amici e siamo divenuti stra- 
nieri l'uno all’altro. Ma ciò è giusto, e noi non vogliamo nè na- 
sconderci nò fasciarci di tenebre, non anche dovessimo averne Ver- 
gogna. Noi siamo due navi, ognuna delle quali ha la sua mèta e 
la sua via; noi possiamo incontrarci a volte, e celebrare insieme 
una festa, come già l'abbiamo fatto, — e lo nostre due belle navi 
se ne stettero, allora, così tranquille nel medesimo porto © sotto 
il medesimo sole, da far credere quasi ch’esse avessero raggiunta 
la mèta, e che una sola fosse stata la mèta d'ambedue. Ma allora, 
l’onnipotente forza dei nostri destini ci ha: separati, © spinti por 
differenti mari, sotto altri soli, sì che, forse, ci accadrà di più mai 
rivederci, — 0, forse, di rivederci ancora, ma di non più ricono- 
scerci: i mari ed i soli differenti ci hanno trasformato! Era legge 
superiore & noÌ, che divenissimo l'uno all’altro stranieri: ed è Ap- 
punto per questo, che ce ne sentiamo onorati, e che il pensiero 











158 LA GAIA SCIENZA 


della nostra amicizia d'una volta ne diverrà ancéra più: SI 
Esiste, probabilmente, una enorme curva invisibile, uni ontana 
orbita astrale, nella quale sì le nostre vie che le nostre mète sono 
incluse quali piccoli sentieri: — tentiamo d'elevarci a questo pen- 
siero! Ma la nostra Vita è troppo breve, e la nostra forza visiva 
troppo tenue, perchè noi sì possa essere ancora amici, tranne che 
nel senso di cotesta elevata possibilità. — E per ciò, noi vogliamo 
credere a cotesta nostra amicizia stellare, anche se per avventura 
dovessimo divenire, su questa terra, inimici. 


280. 


Architettura di coloro che aspirano alla Conoscenza. — Bisognerà 
riflettere una buona volta, e ben presto probabilmente, a ciò che, 
anzi tutto, manca nelle nostre grandi città: luoghi tranquilli ampî 
e spaziosi, adatti alla meditazione, luoghi circondati da lunghi ed 
alti portici, rifugio adeguato così per il cattivo tempo che per la 
canicola, dove non dovessero giungere gli strepiti confusi dei carri 
e degli strilloni, e dove una più raffinata educazione vietasse al 
prete stesso di pregare a voce alta: edifizî e radure, cho nol loro 
complesso esprimessero ciò che la meditazione e la solitudine 
hanno di sublime. È passato il tempo, in cui la Chiesa possedeva 
il monopolio della meditazione, e in cui la vita contemplativa do- 
veva, anzi tutto, essere sempre vita religiosa: e tutto ciò che la 
Chiesa ha costruito, esprime questo pensiero. Io non so come noi 
potremmo appagarci de’ suoi monumenti, anche se questi venissero 
spogliati della loro destinazione ecclesiastica; cotesti edifizî par- 
lano una lingua troppo patetica e troppo chiusa, — quali case di 
Dio e quali luoghi di magnificenza e di pompa, d'una relazione 
ultraterrena, — perchè noi, atei, vi possiamo meditar 


e ? mostri pen- 
sieri. Noi preferiamo, invece, di trasmutarci in pietre ed in piante, 
noi preferiamo di passeggiare in moi medesimi, quando andiamo 
errando per cotesti portici e per cotesti giardini. 


281. 


Saper trovare la fine. — I Maestri di pr 
da ciò che, così nelle grandi come nello 
trovare la fine, in un modo perfetto, sia 
melodia o d'un pensiero, sia il quinto a 


im'ordine si riconoscono 
piccole cose; essi sanno 
essa il compimento d’una 
tto d’una Tragedia o di 








LIBRO QUARTO 159 


un atto di Stato. I primi, invece, di quelli di secondo ordine, di- 
vengono irrequieti o declinano sempre verso la fine, — ma non con 
la misura tranquilla e superba, onde, per esempio, il promontorio 
di Portofino degrada nel mare, là dove la baia di Genova finisce 
di cantare la sua melodia. 


282. 


L'andare. — Ci sono atteggiamenti dello spirito, per ì quali anche 
gli spiriti superiori tradiscono @ volte la loro derivazione dalla ple- 
baglia o dalla semiplebaglia: l’incesso ed il passo dei loro pensieri 
ne li tradiscono specialmente ; essi non sanno camminare. È così 
che lo stesso Napoleone, con suo grande rincrescimento, non poteva 
incedere con passo principesco © “ legittimo n, nell’occasioni, nelle 
quali sarebbe stato più necessario di disimpegnarsi con disinvol- 
tura, come, per esempio, nelle grandi processioni dell’incoronazione 
ed in altre simili circostanze: anche allora, egli rimaneva sempre 
soltanto il condottiere d'una colonna d’esercito, — superbo e fret- 

toloso, ad un tempo, © consapevole di ciò. — Ben c’è dato di ri- 
dere nello scorgere quegli scrittori, i quali amano di far frusciare 
il copioso panneggio dei loro periodi in torno 2 sò stessi: mentre 
non altro vogliono con cid che nascondere i propri piedi. 















283. 


Gli uomini che preparano. — Io saluto tutti gl’indizî rivelatori 
del sopravvenire d’un’epoca più virile e più guerriera di questa | 
odierna, la quale, anzitutto, rimetterà in auge il valore! Impero- 
chò essa deve tracciare la via ad un’éra anche più gloriosa, assom- 
mando la forza, di cui questa potrà avere una volta bisogno, — 
a quell’èra, la quale infonderà l’eroismo nella Conoscenza, © farà 


la guerra, ® CAUSA dello ideo e delle loro conseguenze. Sono per 
ciò necessari, ora, molti uomini valorosi, che preparino il terreno, 
i quali, certo, non potranno sorgere dal niente e tanto meno dal- 
l'arena e dal fango della odierna civiltà e dell'odierna educazione, 
nelle nostre grandi città: uomini, i quali sappiano rimanere paghi 
- e fermi, silenziosi, solitarì e risoluti, nella loro invisibile attività; 
uomini, i quali, dediti alla Vita interiore, cerchino in tutte le cos 
ciò che in osse ci sia da superare; uomini, dotati di serenità di 
pazienza, di semplicità, © del disprezzo delle grandi vanità, come 














160 LA GAIA SCIENZA 


anche di generosità nella vittoria, e d’indulgenza per le piccole 
vanità di tutt'i vinti; uomini con un libero e acuto giudizio sopra 
tutti i vincitori, e sopra la partecipazione del Caso in ogni vit- 
toria e in ogni gloria; uomini, che abbiano le proprie feste, i propri 
giorni di lavoro e di lutto, abituati e certi nel comandare e, nel 
medesimo tempo, pronti, dove convenga, @ ubbidire, in ambedue i 
casi ugualmente fieri, come s'essì servissero la loro stessa causa; 
uomini, finalmente, più avanzati, più fecondi, più felici! Impero- 
chè credetemi: — il segreto por mietere la fecondità più grande 
e la più grande gioia, nella Vita, è di vivere pericolosamente! Edi- 
ficate le vostre città sul Vesuvio! Mandate le vostre navi nei Mari 
inesplorati! Vivete in guerra coi vostri simili e con voi stessi! 
Siate briganti e conquistatori, sinchò non possiate essere do- 
minatori e possessori, o voi che cercate la Conoscenza! Passerà 
presto il tempo in cui voi siate paghi di vivere, simili a timidi 
cervi, nascosti nelle selve! Finalmente, la Conoscenza stenderà la 
mano a colui che legittimamente lo appartenga: — essa vorrà do- 
minare © possedere, o voi con lei! 


284. 


La fede in sè medesimo. — Pochi uomini esistono, i quali abbiano 
fede nr sè medesimi; — e, fra questi pochi, gl’uni l’ereditano, come 
un acciecamento utile, o come un offuscamento parziale del loro 
spirito, — (quale cosa vedrebbero essi mai, se potessero scorgere 
sè medesimi insino al fondo!); gl’altri, invece, devono procurar- 
sela: tutto ciò che di buono di valido e di grande essi facciano, 
è prima di tutto un argomento contro lo scettico, che vive in 
loro: sì tratta, dunque, di convincere questi e di persuaderlo, ed 


a far ciò è quasi necessario d’avere genio. Ond’essi sono gl’osseri 
più malcontenti di sè medesimi. 


285. 


Re ne Ren pisghera] mai più, nè mai più adorerai, 
a te stesso di Ro I Aune confidenza: infinita; — tu rifiutela? 
bontà, a una 0 e È un'ultima SAggezza, ® un'ultima 
tu non avrai sempre una coi polenta 
solitudini; — tu vivrai eun amico; per le tuo sette 

Vivrai senza poter gettare il tuo sguardo sopra 








LL 


sinti ener 


PR 


ea 


LIBRO QUARTO 161 


una montagna, la quale abbia il capo incoronato di neve ed il 
cuore pieno di fiamme; — non ci sarà più per te chi ti ricom- 
pensi e chi ti renda migliore; — nè più ragione ci sarà in ciò 
che accade, nè più amore in ciò che sarà a te per accadere; — 
per il tuo cuore non ci sarà più un rifugio, nel quale esso possa 
trovaro la pace senza null'altro cercare; — tu ti difenderai contro 
un'ultima pace definitiva, e vorrai l'eterno ritorno della guerra © 
della pace: — uomo di rinuncia, vuoi tu rinunciare @ tutto ciò? 
Chi ti darà la forza necessaria per ciò fare? Nessuno ha ancora 
avuto tale forza! , — Esiste un lago, il quale un giorno volle 
rifiutarsi di defluire via, volle inalzare una diga proprio là dov’esso 
era sinora defluito: d'allora, cotesto lago si fa ogni giorno più alto. 
Cotesta rinuncia, forso, ci darà la forza di sopportare la rinuncia 
istessa; e l’uomo salirà, forse, sempre più alto, dal punto ov'egli 
non abbia più la possibilità di defluire in Dio. 


286. 
Digressione. — Fecovi alcune speranze; ma quale cosa sarete ca- 
, paci di scorgore © d’udire, in esse, se non avete ancora vissuto, 


nell'anima vostra, lo splendore e le fiammo dell'aurora? Io non 
posso faro altro che rammentare! O chiedete voi, forse, da me, — 
di smuovere le rocco, di rendere uomini gl’animali? Ahimò, se voi 
ancéra siete rocce ed animali, cercatevi, dunque, il vostro Orfeo! 


287. 


La gioia d'essere ciechi, — “I miei pensieri, disse il viandante 

alla sua ombra, devono indicarmi dovo io sia: ma essi non devono 

rivelarmi dove io vada. To amo d’ignorare L'Avvenire, e non voglio 

moriro per l’ impazienza o per avere pregustato lo cose pro- 
mossemi n. 


288. 










Elevata disposizione dell'animo. — Mi sembra che la maggior parte 
degl’uomini non creda, in generale, alle disposizioni elevate dell’a- 
nimo se non, forse, per qualche momento singolo, per qualche 
quarto d’ora al più, — eccettuati quei pochi, i quali per esperienza 
conoscono una: maggiore durabilità dei sontimenti più alti. Ma 
essere l’uomo d'un solo sentimento elevato, l' incarnazione d’un’unica 


F, Nierzeone, La gaia scienza. 11 





162 LÀ GAIA SCIENZA 
}4 e 1.5... ";i____ausì 
È erande disposizione dell’ animo E ciò è 30 Se pa SER 
soltanto, ed una radiosa possibilità; la Storia non ce i; I 
alcun esempio sicuro. Malgrado questo, però, dar PONSO = dI 
n giorno, produrre di tali uomini, — ma ciò potrà solo SOCCI, que î o 
una moltitudine di condizioni favorevoli, cui ora il Caso più e- 
È ieno non saprebbe insieme riunire, sarà creata © fissata. E forse, 
a spiriti futuri, Jo stato eccezionale, onde a TI Mi 
con nostro terrore afferrati, sarà appunto lo stato abitua e: Cai i- 
brarsi incessante fra alti e bassi, e la sensazione così dell altezza 
come della bassura, 0, meglio, del salire alcuni rami di scale e, 
nel tempo stesso, dell’adagiarsi sopra le nuvole. 


289. 


Sulle navi! — Se si consideri come sopra ogn’Individuo agisca 
la giustificazione complessiva del suo modo di vivere e di pon- 
sare, — nella stessa guisa, cioè, d'un sole che per lui solo brilli, 
e lui solo riscaldi, benedica e fecondi —; e com'ossa lo renda indi- 
pendente sì riguardo alle lodi che ai biasimi, soddisfatto, ricco S 
prodigo di felicità e di benevolenza; com’essa senza tregua trasmuti 
il Male in Bene, faccia fiorire e maturare tutte le forze, ed 1m- 
pedisca di crescere tanto alla grande che alla piccola mal’erba dol 
dolore e del disgusto; — si finirà col gridare scongiurando : Deh 
molti ancéra di cotesti soli novelli sieno ancéra creati! — Anch'ossi, 
i malvagi, gl'infelici, gl’uomini d'eccezione, devono pur avere la loro 
filosofia, il loro diritto, il loro raggio di sole! Essi non hanno bi- 
sogno di pietà! — noi dobbiamo, omai, dimenticare tale omana- 
zione dell’orgoglio, per ciò almeno che l'umanità ebbe sinora ad 
apprenderla e ad esercitarsene; — noi non dobbiamo istituire con- 
fessori scongiuratori e assolutori, in loro favore! Ma sì una git- 
stizia nuova è loro necessaria! Ed un nuovo sentiero! E filosofi 
nuovi! Anche la Terra morale è rotonda! Anche la Terra morale 
ha i suoi antipodi! Anche gl’ antipodi hanno il loro diritto all’esi- 
stenza! C'è ancéra un altro Mondo da scoprire, — © più d'uno, 
anche! Salite, dunque, sulle navi, o voi, filosofi! 


290. 


Una sola cosa è necessaria. — “ Conferire uno stilo , al proprio 
carattere : — un'arte, questa, ben grande e rara! Quegli l’osercita, 











/ 





LIBRO QUARTO 163 


_—__r_tt—r_—_—_—————_———_r—_—_——_—————_—m—_—P—m—+er oo» + eYeo "_ + >y"°__ _y_ WrTÙ€x&«x««K+<« 


il quale scorge, nel loro complesso, tutte le forze e le debolezze 
che la sua Natura offre, e tutte le dispone secondo un piano ar- 
tistico, sin tanto che ogni cosa appaia nella sua luce d'Arte e di 
Saggezza, e che persino ogni debolezza sembri meravigliosa allo 
sguardo. Qua una grande massa di natura secondaria è stata ag- 
giunta, là un pezzo di natura primaria è stato tolto: — e tutto ciò, 
appena dopo un lungo e laborioso esercizio, e dopo una quotidiana 
fatica. Qua, il lato brutto che non poteva venir tolto, è stato na- 
scosto; là, invece, reso sublime. Molte cose indecise, le quali si ri- 
fiutavano di conformarsi coll’insieme, sono state messe da parte 
o utilizzate negli sfondi lontani: — esse devono produrre il loro 
effetto da lontananze ismisurate. Da ultimo, quando l’opera sia 
compiuta, agevolmente si vedrà come essa altro non sia che il 
complessivo prodotto dello sforzo d'un gusto solo, il quale ha do- 
minato ed operato, così nelle piccole come nelle grandi cose: se il 
gusto sia stato buono o cattivo, importa meno che si creda, — 
basta soltanto che il gusto sia stato uno solo! —I caratteri forti 
e avidi di dominio saranno quelli che troveranno la loro gioia più 
sottile in un tale sforzo, in un tale vincolo e in una tale perfe- 
zione, sotto una propria legge; la passione della loro forte volontà 
si fa più leggera, al conspetto d'ogni natura stilizzata, d'ogni na- 
tura vinta e soggotta; anche quand’essi abbiano da edificare pa- 
lazzi e da comporre giardini, si rifiutano di lasciare libera la 
Natura. — I caratteri deboli, invece, incapaci di dominare sè me- 
dosimi, sono quelli che odiaro il vincolo dello stile: essi sentono che se 
venisse loro imposto cotesto sforzo amaro e maligno, necessariamente 
dovrebbero, sotto di esso, divenire volgari: essi divengono schiavi 
appena che servono, ond'è che hanno in odio il servire. Tali spi- 
riti — e potrebbero anch'essere spiriti di prim'ordine, — sono sempre 
intenti nel voler presentare e significare, così sè medesimi come 
la cerchia dei loro amici, quali nature bere, selvagge, arbitrario, 
disordinate, sorprendenti: ed hanno ragione, perchè solo così essi 
possono essere utili a sè medosimi! Imperochè una sola cosa è 
necessaria: che l’uomo raggiunga la soddisfazione di sè medesimo, — 
sia per mezzo di questo 0 di quoll’altro pooma, di questa o di quel- 
Paltr'Arte: allora soltanto, l'aspetto dell'uomo sarà sopportabile. 
Quegli ch'è malcontento di sò medesimo, è sempre pronto a ven- 
dicarsi di tale suo stato d’animo: noialtri saremo le sue vittime, 
non foss'altro che per la ragione di dover sempre sopportare il 




























































LÀ GAIA SCIENZA 
i ‘11—__.L+1————a—  |ì°'‘ ‘ © ‘ì’é;:°’;:;6°),.. °Pr°r 


suo aspetto odioso. Poichè l'aspetto di chi è brutto rende gl’animi 
cupi e malvagi. 
291. 


Genova. — Io mi sono per alquanto tempo soffermato a rimirare 
questa città, con le sue ville e con l'ampio cerchio delle suo col- 
line e de’ suoi pendii abitati: o dovo finalmente dire che d’ogni 
parte ho potuto scorgere tipi delle generazioni passate, e che questa 
contrada è seminata delle imagini d’uomini arditi e dominatori, 
Essi sono vissuti e hanno voluto continuare a vivere: — questo 
essi mi dicono con queste loro case, edificate @ adornate per i se- 
coli, e non per l’ora fuggitiva: essi hanno amato la Vita, mal- 
grado ch’essa siasi frequentemente dimostrata malvagia verso di 
loro. Io vedo pur sempre il Costruttore antico, quale egli mi si pre- 
senta alla fantasia, spingendo il suo sguardo nelle lontananze e, vi- 
cino, sugl’edifici che lo circondano, sulla città, sul mare e sulla linea 
estrema del monte, provando quasi, con cotesto suo sguardo, la sua 
potenza e la sua conquista: egli vuole introdurre tutte queste cose 
nel suo piano e, quindi, farle sua proprietà, per la ragione ch'egli 
stesso n'è divenuto una parte. Tutta questa regione è esuberante 
di cotesto meraviglioso ed insaziabile egoismo, o di cotesto desi- 
derio di possesso e di preda; e, come questi uomini non riconosce- 
vano limiti nelle loro spedizioni lontane, ponendo, nella loro sete 
di novità, un novello mondo vicino a un antico, così nella loro 
patria, ognuno si rivoltava contro ognuno, ed ognuno inventava 
un modo d’esprimere la sua superiorità e di porre fra sò e il suo 
Vicino la sua personalità infinita. Ognuno si ‘riconquistava a sua 
volta, la sua patria, soggiogandola coi suoi ideali architettonici, © 


trasformandola per mezzo della sua casa in un piacere degl’occhi. 


Nel Settentrione, è la legge ed il piacere derivato dall’obbedienza 


pongono, quando osserviamo il sistema di 
costruzione delle città: vi s'indovina quell’intima inclinazione al- 
l'eguaglianza e all’asservimento che devono avere dominato lo spi- 
Tito di tutti i costruttori. Qui, invece, trovi a ogn’angolo di via 
ln uomo per sè medesimo, il quale conosce il Mare, le imprese 
avventurose e l'Oriente, — un uomo, il quale è annoiato tanto della 
legge che del suo vicino, e che misura con uno sguardo d'invidia 
tutto ciò ch'è vecchio o anticamente Costraito. “cosenna ineravi: 
gliosa alacrità della fantasia, egli vorrebbe ricostruire ancéra una 





—— ite — 











LIBRO QUARTO 165 


cc’ ——_’__e—eoOae—_ Tr .1Itg = -—- el 


volta tutto ciò, almeno nel pensiero, e sovrapporvi la sua mano e 
la sua propria intenzione, — sia pure per la durata d'un pomeriggio 
di sole, nel quale l’anima sua insaziabile e melanconica trova 
finalmente la sua sazietà, e l'occhio suo sopporta soltanto la vista 
dello cose proprie e non dell'estranee! 


292. 


Ai predicatori della Morale. — Io non voglio fare alcuna Morale, 
ma a coloro che ne fanno voglio dare questo consiglio: se volete 
togliere a tutte le cose e @ tutte le condizioni migliori, così ogni 
loro onore come ogni loro valore, continuate, dunque, come avete 
fatto sinora, a tenerle sempre appiccicate sulle vostre labbra! Pone- 
tele a capo della vostra Morale, e dalla mattina alla sera parlate della 
felicità della Virtù, del riposo dell’anima, della Giustizia, e dell’im- 
manente ricompensa che ne deriva: se farete così, tutto ciò finirà col- 
l’ottenere por sè la popolarità e le acclamazioni della strada: ma 
allora, per il grande uso, l'oro che vi si contiene, sarà sciupato e, 
ciò ch'è peggio, sarà trasmutato in piombo. In verità, voi ben com- 
prendete come con ciò altro non farete che usare un'arte opposta 
a quella degli alchimisti, per giungere a deprezzare i valori più alti! 
Servitevi una volta, solo per prova, d’un’altra ricetta, per rag- 
giungere, come avete fatto sinora, l'opposto di ciò che avete cer- 
cato: negate coteste cose buone, privatelo del plauso popolare e 
della facile circolazione, rivestitele dell'intimo pudore proprio delle 
anime solitarie, e dite la Morale essere qualche cosa di vietato! Forse 
così vi guadagnerete la specie d’uomini, cho più importano per 
cotali cose, voglio dire gl’eroici. Ma in tale caso, sarà pur necessario 
ch’esso abbiano in sè elementi di timore, e non, come sinora, di 
disgusto! Non si vorrebbe, forse, dire oggi della Morale, come 
Mastro Eckardt: “Io prego Iddio di liberarmi d’Iddio ,? 


293. 


L'aria nostra. — Noi ben sappiamo che in colui, il quale getti 
sulla Scienza un'occhiata appena furtiva, come le donne fanno e 
come a volte, purtroppo, fanno anche gl’artisti, essa, la Scienza, 
con la sua severità implacabile, così nelle grandi come nelle pic- 


‘cole cose, con la rapidità dell'indagine, in ispecie, e del giudizio 


e della condanna, che le è propria, incute qualche cosa di verti- 


. 





MAL, de I e 





166 LA GAIA SCIENZA 


————____—_m—_—T_«<«<zsTi-k-= M3H;oW-«W@l(@( _WW_Tr_rrTouTe=É=É=ee: 


ginoso e di terrificante. Lo spaventa specialmente il fatto che 
nella Scienza si richiedono le cose più ardue, e le migliori vengono 
fatte senza la ricompensa nè d’elogi nò di distinzioni, mentre assai 
più spesso, come in mozzo ai soldati avviene, risuonano soltanto 
i biasimi e le aspre rampogne, — poichè il fare bene è regola, 
l’errare è eccezione; ma così qui come dovunque, la regola ha mute 
le labbra. Avviene di questa “severità della Scienza , ciò che 
delle forme di cortesia della migliore Società: — essa spaventa 
coloro che non sono iniziati. Ma chi ne sia avvezzo, non può vivere 
che in questa limpida e trasparente atmosfera, satura di forza e 
d’elettricità, in quest’atmosfera virile. Dovunque altrove egli non 
trova abbastanza d’aria e di nettezza: egli teme ch’altrove la sua 
Arte migliore non sia utile a nessuno, e nemmeno a lui stesso 
possa arrecare gioia, e che la metà della sua vita sia per scivo- 
largli via, smarrita in continui malintesi, e che dovunque sareb- 
bero necessarie molte precauzioni, molti segreti e molti riguardi, 
— onde tutto ciò altro non sarebbe che un immane ed inutile 
sperpero di forza! In questo austero e limpido elemento, però, egli 
conserva tutt'intera la sua forza: in esso, egli può quasi volare! 
A che, dunque, dovrebbe egli ridiscendere in cotest’acque torbide, 
nelle quali è necessario di nuotare e di guazzare e di provare lo 
ali? — No! Ivi è troppo dura cosa, per noi, il vivere: che cosa, 
dunque, possiamo noi farci, se siamo nati per l’aria, per l’aria 
pura, noi, rivali del raggio di luce, e so, simili a questo, preferi- 
remmo di cavalcare sul pulviscolo dell'etere, non por allontanarci 
dal sole, sì per andargli incontro? Ma noi non possiamo questo: 
—_ facciamo, adunque, ciò che unicamente c'è concesso di fare: ar- 
techiamo luce alla Terra, e siamo “la luco della Terra ,! Ed è 


DS » 3 de U'IPISS 
REN per ciò, che noi abbiamo le nostre ali, la nostra rapidità 
e la nostr 


a severità, per ciò, che siamo virili e terribili da quanto 


il fuoco. E possano temerci quelli che non sanno derivare così il 
riscaldamento che la luce da noi! 


294, 


Contro i calunniatori della Natura. — Quegl’uomini mi sono anti- 
SARO AO ogni tendenza naturale diviene immediatamente 
“Ina atta 0 qualche cosa di degradante e di vergognoso; — 
€sst appunto, ci hanno indotto a credere che tutte le tendenze e 





A- 





do + 


ag 


LIBRO QUARTO 167 


en n 


tutti gl’istinti degl’uomini, sono un Male; essi sono la causa della 
nostra grande ingiustizia verso la nostra Natura, verso ogni Na- 
tura! Ci sono abbastanza uomini, i quali possono abbandonarsi ai 
loro istinti con grazia e serenità: ma essi non lo fanno, per la 
paura di quel “ cattivo essere , imaginario ch'è la Natura! Da ciò 
proviene il fatto che fra gl’uomini è dato di trovare tanto poca 
distinzione, la cui caratteristica sarà sempre la mancanza di timore 
verso sè medesimi, l'incapacità di commettere qualche cos® di ver- 
gognoso, l’alzarsi a volo senza troppo pensarci su, ed il volare verso 
dove siamo spinti, — noi, uccelli nati liberi! In qualsiasi luogo noi 
potessimo giungere, ci sarà sompre la libertà e la luce del sole 
intorno a noi stessi. 


295. 


Brevi abitudini. — Io amo le brevi abitudini e le ritengo istru- 
menti inapprozzabili per imparare a conoscere molte cose e molti 
fatti, o per vedere sino al fondo delle loro dolcezze delle loro 
amarezze; la mia natura è saldamente temperata per lo abitudini 
brevi, pure nelle necessità stesse della sua saluto fisica, e, in ge- 
nerale, sino « dove m'è dato di vedere, così în basso come in alto. 
To m'imagino sempre che tale cosa abbia ® soddisfarmi durevol- 
mento, — chò anche l'abitudine breve ha tale fede nolla passione, 
tale fede nell’ Eternità, ed io già credo d'essere degno d'invidia 
per averla scoperta © riconosciuta: — ed ora me ne cibo, così la 
mattina che la sora, ed una soddisfazione profonda s’espande d'in- 
torno ed in mo, talmente ch'io non invidio nessun'altra cosa, nè 
sono costretto di paragonare di disprezzaro e di odiare. Ed un 
giorno, essa, l'abitudine breve, avrà lora sua: la buona causa sì 
separerà da me, non come qualche cosa che ora m'inspira disgusto, 
— ma pacificamente, © sazia di me com’io di essa, o como se noi 
si dovesse essere l'uno all’altro riconoscenti, serrandoci così le mani, 
quasi per prendere congedo. E già la cosa nuova aspetta sull’uscio, 
come anche la mia fede, — la quale è pazza, ad un tempo, ed in- 
vincibilmente saggia, — la mia fede in cotesta cosa nuova; la quale 
sarà d'ora in poi la giusta, l’ultima giusta. Così accade pure coi 
cibi, coi pensieri, con gli uomini, con le città, con le poosie, con 
lo Musiche, con i precetti, con gl ordini del giorno, coi modì di 
Vita. — Io odio, all'incontro, le consuetudini durature, e penso che 
un tiranno g'avvicini a me © che la mia atmosfera vitale siasi in 








LA GAIA SCIENZA 
E.  ——__€———_——_——_———21214—2t4——24=x=#—_——————  1\_({_u»o o © _  — __—__—+_++— +6 + +—+—m_VVT*T/|/TrTmmdòt-*-@-@>@€@<drorrt_ 
grossata, ogni volta che gl’avvenimenti si presentano in modo che 
sembrano necessariamente scaturirne le abitudini durevoli: per 
mezzo d'un ufficio, ad esempio, per mezzo di una convivenza co- 
stante coi medesimi uomini, per mezzo d’una stabile dimora in 
qualche luogo, per mezzo d'una data specie di salute. Nel più pro- 
fondo dell'anima mia io sento anche, in qualche modo, gratitudine 
per tutta questa mia miseria, per questa mia malattia, o per tutto 
ciò che in me può esserci d’imperfetto, — poichè tutto ciò mi con- 
cede più di cento trabocchetti, per i quali mi vien fatto di sfug- 
gire alle consuetudini durature. — Ciò che vorrebbe, però, essero 
assolutamente insopportabile e realmente terribile, sarebbe una Vita 
intieramente priva d’abitudini, una Vita, la quale richiedesse con- 
tinuamente l’improvvisazione: — questa sarebbe, per me, il mio 
esilio e la mia Siberia. 







































296. 


La fama stabile. — La stabilità della fama era, una volta, ostre- 
mamente utile; e dovunque la società sia rotta dall’istinto della 
mandra, è più che opportuno, pure oggi, ad ogn’Individuo, él far 
credere il proprio carattere e le proprie occupazioni, come qualche 
cosa d'immutevole, anche quando essi, in realtà, non lo siono. “ $i 
può fidarsi di lui, egli rimane eguale a sè medesimo ,: — questa, 
in tutte le situazioni pericolose della società, è la lode più signi- 
ficativa. La società prova soddisfazione nell'avere uno strumento 
pronto e sicuro, ad ogn’istante, nella Virtù dell’uno, nell’ambizione 
dell'altro, nella riflessione 0 nella passione del terzo, — essa onora 
ai te cotesto nature-istrumenti, cotesta fedeltà verso sò stessi, 
cotest'immutabilità nelle opinioni, nelle aspirazioni e nel vizio istesso. 
Una tale estimazione, la quale fiorisce ed è fiorita dovunque, nel 
ae TR Sie nora dei costumi, favorisce lo sviluppo 
d’esperimenti di RO Sa FRE SEaO, og trasformazione 
possa esser I OROBIE dL'86 medesimi. Per quanto grande 
la Co > vantaggio di questo modo di pensare, esso è per 
scenza, senz'essere SR 0» Ci colui che va in traccia della Cono- 

ggiato dall’essere incessantemente costretto 


a dichi 7 E È 
Fs si l'opinione sinora professata e a diffidare di 
cne tende a prendere izi ; GR 
È una posizione stabile, — è qui con- 

dannata e screditata. 3 eni q 


Il sentimento di colui che cerca la Conoscenza, 





LIBRO QUARTO 169 


(((@ T(lel'_—®.!.! ———1hÀk__m—_—————t—@@mm@è 





essendo in contraddizione con la “stabile fama ,, è stimato di 
sonorerole, mentre, invece, la pietrificazione dello opinioni ha per sè 
ogn’onore: — è sotto il dominio di tale valutazione che noi dob- 
biamo oggi vivere! Com'è difficile vivere, quando s'oda intorno e 
contro di sè il giudizio di più migliaia d'anni! È probabile che, 
durante parecchie migliaia d'anni, la Conoscenza sia stata collegata 
con la cattiva coscienza, e che un profondo disprezzo di sò mede- 
simi e delle segrete miserie nella storia degli spiriti più grandi, 
sia stato diffuso. 


297. 


Poter contraddire. — Ognuno sa ora che il saper sopportare la 
contraddizione è un segno di cultura evoluta. Alcuni sanno per- 
sino, che l’uomo superiore desidera e provoca la contraddizione 
contro sè stesso, per potere scorgervi per entro qualche accenno 
alla propria ingiustizia, rimastagli sino ad ora sconosciuta. Ma il 
saper contraddire, il sentimento, cioè, della duona coscienza, nella 
ostilità contro ciò ch'è consueto sacro e tradizionalo, — ecco ciò 
che la coltura nostra possiede, più d’altre doti, di veramente grande, 
di nuovo e di meraviglioso, e che per tutti gli spiriti liberi segna 
un progresso superiore ad ogn’altro progresso: ma, ahimè, chi è 
convinto di ciò ? 


298. 


Sospiro. — Io ho colto, per via, quest'idea, o per fissarla, affinchè 
essa non mi sfuggisse ancora una volta, ho preso le prime parole 
capitatemi nel cervello. Ed ora, ahimò!, essa m'è morta al contatto 
di coteste secche parole, e spenzola esanime da esse, — e s'io la 
contempli, non so quasi più com'io abbia potuto avere una tale 
o felicità, cogliendo a volo cotesto uccello. 
; 


299. 


_ Ciò che bisogna insegnare agl’artisti — Quali mezzi abbiamo noi 
por rendere belle attraenti e desiderabili le cose che non sono per 
sò tali? — Noi possiamo, in questo caso, apprendere qualche cosa 

. este e =; ’ I , 
dai medici, quando essi cercano d’attenuare 1 amarezza e Versano 
alcun poco di vino e di zucchero nelle loro miscele; ma ancora più 
dagl’artisti, i quali sono continuamente intenti a fare nuove mven=. 





ela sost MA 
a A Belt. _ w 







































170 LÀ GAIA SCIENZA 
n — rr TA 
zioni e nuove esperienze. Allontanarsi dalle cose, finchè noi non 
riusciamo di scorgerle che parzialmente e che c'è necessario di 
aggiungervi alquanto di noi medesimi per poterle ancora vedere, — 
o meglio, osservare le cose da un angolo per non più vederle che 
di scorcio, — 0 situarle in tal modo ch’esse in parte si nascondano 
o compongano soltanto visioni prospettiche, — o meglio ancéra, 
contemplarle attraverso vetri colorati o sotto una luce crepusco- 
lare, — o, finalmente, dare loro un’epidermide e una superficie, le 
quali non sieno del tutto trasparenti: tutto ciò conviene che noi 
l’apprendiamo dagl’artisti, e che siamo, per il rimanente, più saggi 
di loro. Imperochè, in loro, cotesta sottigliezza ch'è loro propria, 
cessa, in generale, là dove l'Arte cessa e la Vita incomincia; tut- 
tavia, noî vogliamo divenire i Poeti della nostra Vita, e ciò, anzi 
tutto, nelle cose più piccole e più quotidiane! 


300. 


Preludî della Scienza. — Credete voi, dunque, che le Scienze si 
sarebbero sviluppate e ingrandite, se non lo avessero precedute i 
maghi gl’alchimisti gl’astrologi e le streghe, i quali dovettero; 
anzi tutto, suscitare con le promesse loro e con le loro rappre- 
sentazioni la sete, la famo ed il gusto delle potenze occulte e vie- 
tate? e se non si fossero fatte promesse infinitamente superiori & ciÒ 
che può venire in realtà mantenuto, affinchè qualche cosa almeno 
potesse compiersi nel regno della Conoscenza? — Nella stessa guisa, 
probabilmente, che ora in questi fatti ci appaiono i preludì ed i 
primi esercizi della Scienza, i quali, forse, n0n sono mai stati ese- 
guiti como tali, nò come tali considerati, — in un tempo non lon- 
Sa appariranno tutte le religioni, quali esercizì, cioè, e quali 
nn 
zione di un Dio e tutta la forza d ; È so Dee Sa 

a della redenzione di sè medesimo. 


In Vero, sl potrebbe chiedere se, senza cotesta scuola e cotosta 


pe one religiosa, l'uomo avrebbe mai potuto sentire sete e 
e O ce negra e saziarsi di sà medesimo. 
la Luce, 6 che ne soffrisse il So TE 5 300: 
d'avere egli stesso creata la Tico, DE So ; EURO eta on 
l’uomo soltanto, ma Dio isto si de ola desiderata, e che n 
sso era l'argilla e l’opera dello sue 





LIBRO QUARTO 171 


mani E tutto ciò non è esso; forse, figurazione dell’artefice stesso? 
— nella stessa guisa che l’illusione, il furto, il Caucaso, l’avvoltoio 
I e tutta la tragica Prometheia di coloro che cercano la Conoscenza? 


301. 


La follia degl’esseri contemplativi. — Gli uomini superiori si distin- 
guono dagl’inferiori, per ciò ch’ossi vedono e odono indicibilmente 5 
più dei secondi, e pensano di vedere o d'udire; — ed è appunto ciò, 
che distingue anche l’uomo dagl'animali, e gl’animali superiori da- 
gl inferiori. Il Mondo diviene sempre più pieno per colui il quale 
g'inalza all'altezza dell'umanità; i richiami dell’interesse s’incal- 
zano dietro di lui; il numero dei suoi eccitamonti aumenta inces- 
santemonte, e così il numero delle sue specie di piacere e di dispia- 
cere, — onde l'uomo superiore diviene, ad un tempo, sempre più #7 
felico e più infelice. Ma contemporaneamente, un'illusione rosta sua 
costante compagna: egli credo d'essere stato posto quale spettatore 
e quale ascoltatore, dinnanzi al grande spettacolo e al grande con- 

d corto della Vita: ogli dico che la sua natura è contemplativa, e non 


066 


si accorge d'essere egli stesso il vero poeta o creatore della Vita, — 

pur distinguendosi, ben è vero, dall'attore di questo dramma, dal 
cosidetto uomo d’aziono, ma anche più dal semplice ospite e spet- 
| tatore, il quale sta davanti alla scena. A lui, come ® poeta, è 
propria la vis contemplativa ed è proprio il ritorno alla sua opera, 
ma anzi tutto gl'è propria la vis creativa, della quale fe difetto 
l’uomo d'azione, per quanto sì Povidenza che l'opinione generale 
possano asserire il contrario. Noi che pensiamo e sentiamo, siamo, 
appunto, di quelli, i quali realmente ed incessantemente fanno 
qualche cosa che non osiste ancora: tutto questo mondo, perpe- 
tuamente in aumento, di apprezzamenti, di colori, di pesi, di pro- 
! spettive, di gradazioni, d’affermazioni e di negazioni. Questo me- 
raviglioso poema, creato da noi, viene senza mai tregua appreso, 
| provato, ridotto in carne e realtà, e persino trasmutato in quoti- 
diana esistenza, dai cosidetti uomini pratici (i nostri attori, come 
ho già osservato). Ciò che ha valore solamente nel Mondo attualo, 
non ne ha alcuno in sò stesso, secondo la sua natura, — impe- 
rocchè la Natura è sempre senza valore —: ma sì piuttosto, gli 


s'è dato una volta un valore, e siamo stati noi, quelli che glielo 
abbiamo conferito e donato! Poichè noi abbiamo creato quel Mondo 


t > dr > 








“vit 





CI 
Mo) 
» 


a 























Ea 





172 LA GAIA SCIENZA 
EE, —_—__—__—mmÉ-mtmÀeo@Jou@“»@-IE LELE‘ EE NIELNEÈ OE [« ÈÙÌntust@bi i __1_——t@t@t@t@#—_@Àt 
ch'interessa in qualche modo gli uomini! — Ma questa scienza è, 
appunto, quella che ci manca, e se pure noi riusciamo, una volta 
tanto, ad afferrarla, la dimentichiamo immediatamente, il momento 
dopo: noi misconosciamo la nostra forza migliore, e ci stimiamo, 
perchè individui contemplativi, d'un grado meno di quanto si vale, 
— noi non siamo nè tanto superbi nò tanto felici, quanto potremmo 
realmente essere. 


302. 


Pericolo dell’uomo più felice. — Avere sensi sottili ed un gusto 
raffinato; essere avvezzo alle cose più elette e migliori dello spi- 
rito, come a cibo più naturale e prossimo; godere d'un’anima forte, 
intrepida e temeraria; passare attraverso la Vita, con occhio tran- 
quillo e con sicuro passo; essere sempre pronto a qualsiasi ecces- 
Sività, come a una festa, pieno del desiderio di Mondi e di Mari 
inesplorati, d’uomini e di Dei sconosciuti; inclinare l'orecchio verso 
ogni Musica gioiosa, come se valorosi uomini e soldati e nocchieri 
vi si abbandonassero per un breve istante di riposo e di piacere; 
ed essere soprafatto, nel godimento più profondo dell’attimo, dalle 
lacrime e da tutta la purpurea melanconia dell’uomo felice: — chi 
mai non vorrebbe che tutto ciò fosse suo possesso 0 suo stato abi- 
tuale? Questa, appunto, fu la felicità d’Omero! lo stato abituale di 
colui, cioè, il quale ha inventato per i Greci, i loro Dei, — no, il 
quale ha inventato per sè medesimo, i suoi Dei! Ma non bisogna 
nascondersi che, con lo spirito pieno di cotosta felicità d'Omero, 
Sì può essere pur sempre la creatura più atta alla sofferenza, che 
SIa sotto il sole! E solo a cotesto prezzo ci è dato di comperare 


la conchiglia più Preziosa, che le onde della Vita abbiano gettato 


sinora sul lido! Se si possegga cotesta conchiglia, si diviene sempre 
più raffinato nel dolore, 


i ed in fine, anche troppo raffinato: un 
Piccolo scoraggiamento e un lieve disgusto bastò, da ultimo, @ 
Omero per amareggiargli la Vita. Egli non seppe indovinare uno 
scherzoso indovinello, propostogli da alcuni giovani pescatori! Sì, 
1 piccoli indovinelli sono il pericolo costante degl’uomini più felici! 


803. 
Due uomini felici, — In ver 


r ità, quest'uomo, malgrado la sua gio- 
VInezza, sa che cosa sia lin Na Vi 


iprovvisazione della Vita, sì da far me- 





I 





\ 
| 





a SEETTO per 


ravigliare anche gl’osservatori più sottili: — poichè sembra, ch'egli 
non incorra mai in errore, malgrado ch'egli, senza mai tregua, 
giuochi il giuoco più temerario. Si pensi a quei Maestri improv- 
visatori, nell'Arte dei suoni, cui l'ascoltatore vorrebbe attribuire 
una divina impeccabilità, malgrado ch’essi a volte sbaglino, come 
avviene ad ogn’altro mortale. Ma essi sono esperti ed imaginosi, 
e sempre pronti in qualsiasi momento a coordinare il suono pro- 
dotto dalle loro dita o guidato dalla loro fantasia, nel complesso 
tematico, e ad infondere nel Caso una vaga significazione ed uno 
spirito. — Eccovi, invece, un uomo ben differente: tutto ch'egli 
vuole o progetta, prende una cattiva piega ed ha una cattiva 
riuscita. Ciò in cui egli ha riposto a volte tutto il suo amore, 
l’ha già assai spesso condotto sull'orlo d’un abisso; e s'egli 
sia riuscito a non precipitarvisi, non è stato in grazia della sua 
buona fortuna. Credete voi, forso, ch'egli sia per ciò infelice? È 
lungo tempo omai ch’ogli ha in sè stesso deciso di non prendere , 
troppo seriamente i propri desiderî ed i propri disegni. “ Se questo 
non mi riesca, ogli dice a sè medesimo, quello, forse, mi riescirà; 
ed io non so, in complesso, so non mi si convenga d’avere più 
gratitudine per i mici insuccessi, che per qualsiasi mio eventuale 
successo. Sono io, forse, nato, per essere cocciuto e per portare lo 
corna del toro? Ciò che conferisce qualche valore e qualche im- 
portanza alla Vita, è situato altrove; e la mia superbia, come la 
miseria mia, sono altrove situate; io so parecchie cose intorno 
alla Vita, poichè così spesso sono stato in procinto di perderla: e 
appunto per ciò io traggo dalla Vita maggiore gioia che tutti voi! , 


304. 


Operando, omettiamo. — Tutte le Morali, in fino, mì sono antipa- 
tiche, le quali ammoniscono : “ Non fare tale cosa! Rinunzia! Supera 
te medesimo! , — Io amo, invece, tutte quelle altro Morali, le quali 
m/incitano a fare qualche cosa, & farla ancéra, e a sognarla dalla 
mattina alla sera e dalla sera alla mattina, e a non pensare ad 
altro che a bene eseguirla, tanto bone quanto io solo sono capace 
di eseguirla! Quegli che vive in questa guisa, sfronda continua- 
mente, una dopo l’altra, le cose che non formano parte d'una tale 
esistenza; senza nè odio nò disgusto, egli vede oggi questa. 
cosa, e domani quell'altra, distaccarsi da lui, simili a foglie in- 





a 
e . 7: 












174 LA GAIA SCIENZA 
e — —  ______m 
giallite che il più leggero zeffiro trascina seco dall'albero: o meglio, 
egli nemmeno s’accorge ch’esse lo abbandonano, tanto il suo occhio 
austeramentes'affissa nella sua mèta, dinnanzi e non da parte, dietro 
o lontano. “ La nostr’attività deve stabilire ciò che noi omettiamo: 
si È “mentre operiamo, omettiamo , — questo mi piace, così suona il 
dei. mio placitum. Ma io non voglio tendere, con aperti gl’oechi, al mio 
7 impoverimento; io non posso sopportare tutte le Virtà negative, — 
e quelle, la cui essenza è composta di negazione e di rinuncia. 


E 305. 


Dominio di sè medesimo. — Quei maestri di Morale, i quali, anzi 
tutto e sopratutto, raccomandano all'uomo di dominarsi, gl’attri- 
Pi + buiscono con ciò una singolare malattia: un'eccitabilità costante, 
de cioò, dinnanzi a tutti gl’impulsi e a tutte le tendenze naturali, e 
î ..._‘ nel medesimo tempo, una specie di prurito. Qualsiasi cosa gl’av- 
‘venga, di fuori o intimamente, e lo scuota, lo attragga o l’inciti, 
— pare sempre a quest'uomo così irritabile, che il suo dominio di 
sè medesimo incorra qualche pericolo: senza potersi mai confidare 
a qualche istinto, a qualche colpo d'ala libera, egli ripete conti- 
nuamente un suo gesto di difesa, armato contro sè stesso, l’occhio 
AZUZZO e sospettoso, — egli, l’eterna sentinella della sua torre, per 
la quale egli s'è così ridotto. Sì, egli può divenire grande, con 
ciò! Ma quanto mai egl’è divenuto insopportabile agl’altri, pesante 
a sè medesimo, quasi impoverito e privato dei più meravigliosi - 
casi imprevisti dello spirito! e di tutte lo future esperienze! Im- 
perochè è necessario sapersi smarrire per un certo tempo, se si 


poni Apprendere qualche cosa da ciò che ne circonda, estraneo 
a nol stessi. 




















E gg III 


, . x i 3 " 
cente, ] ‘+ — L'epicureo si sceglie Ia situazione confa- 
na , le Reano e gli stessi avvenimenti, i quali si convengono ad o 

sua natura intellettuale, straordinariamente irritabilo; ogli ri- 


nunci: i ioè ; 
a al resto, alla maggior parte, cioè, dello coso, perchè essa 
Sarebbe per lui un nutr 


; contrario, lo stoico a en troppo forte o troppo grave. AI 
pr di vetro e scorpioni Si > pali Ingollare pietre e PIUchi; SOSSEES 
stomaco de he utto io senza provarne nausea; il suo 

ve, finalmente, divenire indifferente a tutto ciò che il 





i TAR 017 = 


LIBRO QUARTO 175 


co TT‘€0€T OOo Te T—__ _wullle,®=—- — —_rE@ì 


Caso della Vita gli riversa dentro: — egli fa ricordare quella setta 
araba degl’Assaua, che c’è dato d'incontrare in Algeri; similmente 
ai suoi componenti, che sono insensibili a tutto, egli pure ama di 
vedere intorno a sè una cerchia di spettatori, invitati ad assistere 
allo spettacolo della sua insensibilità, cui invece l’epicureo rinuncia 
ben volentieri, perchè ha già intorno a sè il suo proprio “ giar- 
dino ,! Lo stoicismo potrebb'essere consigliabilissimo, per quegli 
uomini, coi quali il Destino sembra voler essere un’improvvisa- 
zione, o che vivono in tempi di sopraffazioni, dipendendo da uomini 
violenti e mutevoli. Ma chi riesca, in qualche guisa, a prevedere 
che il Destino gli permetterà di filare un Zungo filo, farà bene di 
adattarsi a una foggia di Vita epicurea; tutti gl’uomini che lavo- 
rano intellettualmente, l'hanno sinora fatto! Imperochè sarebbe 
per questi perdita superiore a ogn’altra perdita il dover fare a 
meno della sottile eccitabilità, per riceverne in cambio la dura epi- 
dermide degli stoici, coi suoi irti aculei d’istrice. 


307. 


In favore della Critica. — Ora, a volte t'avviene di considerare 
quale errore ciò che un tempo tu avevi amato quale Verità e 
probabilità: tu lo respingi da te, e pensi che la tua ragione ne 
abbia riportato completa vittoria. Ma quell’erroro t'è stato forse 
necessario, quanto tutte le tue odierne “ Verità ,, allora che tu 
eri un altro, — poichè tu sei sempre “un altro , —;; similmente & 
una pelle, la quale “ ti nascondeva, e velava ciò che tu non dovevi 
allora vedere ,. La tua nuova Vita, soltanto, t'ha ucciso quell'opi- 
nione, non la tua ragione: tu non ne hai più bisogno, ond'essa s'è 
piegata su sò stessa, cd ora la stoltezza n’esce fuori alla luce, 
serpendo come un verme. Se noi esercitiamo, quindi, la critica, 
non lo facciamo nè arbitrariamente nò impersonalmente, — ossa è, 
almeno assai spesso, una dimostrazione che in noi fervono forze 
vitali ed impellenti, le quali tendono a togliore via una corteccia. Noi 
neghiamo e dobbiamo negare, poichè qualche cosa vuole vivere in 
noi ed affermarsi, qualche cosa che noi non conosciamo ancora, 
che ancora non vediamo! — E questo, in favore della Critica. 


308. 


La storia d'ogni giorno. — Quale cosa fa, in to, Ja storia d'ogni 
giorno? Osserva le tuo abitudini, ond’essa si compone: sono esse, 








Po di 


176 LA GAIA SCIENZA 

ln ss n 
forse, il prodotto d’innumerevoli piccole pigrizie e vigliaccherie, 
o quello del tuo valore e della tua saggezza inventiva? Per quanto 
possano essere differenti i due casi, ben sarebbe possibile che gli 
uomini ti rivolgessero la medesima lode, e che realmente, in un 
modo o nell’altro, tu apportassi loro la medesima utilità. Ma la 
lodo, l'utilità e la rispettabilità possono bastare a colui che vuole 
soltanto avere una buona coscienza, — ma non a te, scrutatore di 
visceri, non a te, che hai Za scienza della coscienza ! 


309. 


Dalla settima solitudine. — Un giorno, il Viandante chiuse una 
porta dietro di sè, si soffermò un istante e pianse. Quindi, disso: 
“ Oh questo attaccamento e questo sforzo alla Verità, alla Realtà, 
a ciò che non è apparente, a ciò ch'è certo! Quanto io l'odio! 
Perchè, dunque, cotesta forza incitatrice, oscura e passionale, per- 
sèguita appunto me solo? Io vorrei riposare, ma essa non me lo 
permette. Quante mai cose vorrebbero sedurmi a rimanere! Ci sono 
dovunque, per me, giardini d’Armida: e conseguentemente, anche 
sempre nuove lacerazioni ed amarezze del cuore! Io devo spingere 
sempre innanzi il mio piede, questo mio piede stanco e ferito: © 
per ciò ch’io devo, guardo assai spesso dietro di me con astio 
le bellissime cose che non hanno potuto trattenermi, — per la ra- 
gione ch'esse non hanno saputo trattenermi! , 


310. 


La Volontà e l'onda. — Come quest'onda s'avanza desiderosa, spu- 
meggiando, non anche essa potesse afferrare qualche cosa! Come 
essa scivola, con spaventevole furia, nelle più riposte anfrattuo- 
sità della roccia! sembra ch’essa voglia prevenire qualcuno, e che 
qualche cosa sia nascosta in quella cavità, qualche cosa di sommo 
valore. — Ed ora, essa ritorna, un poco più lenta, tutta bianca 
ancora per l'emozione; — disillusa, forse? V'ha essa trovato ciò 
che vi sercava? o v'ha subìto un disinganno? — Ma già un’altra 
onda s avvicina, più desiderosa ancéra e più selvaggia della prima, 
o Doo il suo spirito sembra fervido di misteri e pieno dell’ansia 
TRE a Così vivono le onde, e così viviamo noi, uomini 

Os: — e di più non è d’uopo ch'io dica. — Come? Voi dif- 
fidate di me? E v'adirate contro di me, o mostri leggiadri? Te- 











LIBRO QUARTO 177 
mete, forse, ch'io tradisca il vostro segreto? Ebbene, adiratevi 
pure, sollevate i vostri verdi corpi pericolosi, tanto alto che potete, 
inalzate una muraglia contro me e contro il sole, — come ora! 
In verità, nulla rimane più, del Mondo, tranne un verde crepuscolo 
e verdi bagliori. Agite, dunque, come volete, o tracotanti, ruggite 
per il piacere e per la perversità, —o meglio risprofondatevi ancora, 
rigettate i vostri smeraldi nel profondo, scrollate via le miriadi 
doi vostri ricami di schiume e d’alghe; — io accetto tutto, perchè 
tutto vi si attaglia così bene, ed io sento d’esservi di tutto grato: 
come, dunque, potrei tradirvi? Poichè, — sappiatelo bene! — io co- 
nosco sì voi che il vostro segreto e la vostra discendenza! Voi ed 
io, siamo, in realtà, d’una stirpe sola! — Voi ed io, abbiamo un 
segreto solo! 


sll. 


Luce interrotta. — Non si può essere sempre valorosi, e quando 
si divenga stanchi, qualche cosa si lamenta così dentro di noi: 
“ È tanto difficilo il fare male agl’uomini! — oh perchè, dunque, 
è ciò necessario? Che cosa ci giova il vivere appartati, se non vo- 
gliamo conservare per noi stessi ciò che produce scandalo? Non 
sarebbe forse più consigliabile di vivere nella mischia, e di ren- 
dere responsabili gl’individui singoli, dei mali commessi e che si 
devono commettere, contro tutti? Essere folle coi pazzi, vano coi 
vanitosi, entusiasta con gl’entusiasti? Non sarebbe ciò forse giusto, 
appartandoci insolentemente, come noi facciamo, dal complesso degli 
altri uomini? S'io oda parlare della malvagità degl’altri, a mio ri- 
guardo, — il mio primo sentimento non è, forse, di soddisfazione? 
Così va bene! — mi sembra di dover loro dire, — io vado tanto 
poco d'accordo con voi, per quanto di Verità sta dalla mia parte: siate, 
dunque, lieti a mie spese, ogni volta che lo possiate! Eccovi ì miei 
difetti ed i miei errori, eccovi la mia illusione, il mio cattivo gusto, 
la mia confusione, le lagrime mio, la mia vanità, la mia selvati- 
chezza da barbagianni, le mio contraddizioni! Eccovi di che ridere! 
E rideto, dunque, e gioite! Io non sono mica in collera con la 
legge e con la natura delle cose, lo quali vogliono che i difetti e gli 
errori arrechino gioia! — Ben è vero che una volta ci sono stati 
tempi “ più belli », nei quali era lecito di credersi così indisper- 
sabile, con una qualche idoa un po’ nuova, che si discendeva per 
le vie e si gridava a ognuno che passasse: “ Vedi! il Regno di 


F. Nierzsone, La gaia scienca. 























Mi sii. RS 


1 LA GAIA SCIENZA 


Dio è prossimo! » — To non sentirei di mancare me stesso, se non 
esistessi. Tutti noi non siamo mica indispensabili ‘ — Ma, come 
ho già osservato, noi non si ragiona in questo modo, quando s'è 
valorosi: meglio ancéra, non c. sl pensa. 


312. 


Il mio cane, — Io ho dato un nome al mio dolore, e amo di chia- 
marlo * cane ,; — esso è tanto fedele, importuno e svergognato, 
tanto divertente e prudente, quant’ogn’altro cane, — ed io posso 
agevolmente dominarlo, e sfogare sopra di lui tutti i miei malu- 
mori: nella stessa guisa che gl’altri fanno coi loro cani, coi loro 
servi e con le loro donne. 


319. 


Nessun’imagine di tortura. — Io voglio fare come Rafaello: non 
più, cioè, dipingere imagini di tortura. Ci sono abbastanza cose 
sublimi, perchè ci si convenga di più rintracciare la sublimità Ià 
dov’essa fraternamente convive con l’atrocità; e poi la mia am- 
bizione non ci troverebbe alcun piacere, so io volessi fare di me 
un donzello della tortura. 


314. 


Nuovi animali domestici. — Io voglio avere sempre, vicini a me, 
il mio leone e la mia aquila, per poter in ogni tempo sapere, & 
mezzo d’indizì e di sintomi, quanto grande o quanto tenue sia la 
mia forza. Debbo io, forse, abbassare oggi il mio sguardo sopra 
di essi, e mostrar di temerli? E verrà mai l'ora, in cui essi alze- 
ranno verso di me le loro pupille con paura? 


315. 


_ Dell'ultima ora. — Gl’uragani sono il mio pericolo: avrò io mai 
il mio uragano, che mi farà perire, come Oliver Cromwell, il qualo 
Morì per il suo? Ovvero, mi spegnerò come un lume, che non si 
aspetta di venire smorzato dal vento, ma sì, divenuto stanco @ 


sazio di sè medesimo, sì consuma? O, finalmente, mi spegnerò 10 
| Stesso, per non consumarmi? 








LIBRO QUARTO 179 


— i c,r_i 


316. 


| Uomini profetici — Voi non potete imaginare quanto gl’uomini 

profetici soffrano: voi credete, soltanto, che un bel “ dono » sia 
stato loro concesso, cui vorreste, forse, voi stessi poter possedere; 
— ma io amo piuttosto di spiegarmi con un paragone. Quanto de- 
vono gl’animali soffrire, a cagione dell'elettricità dell’aria e delle 
nubif Noi vediamo che qualcuno fra essi possiede una facoltà 
profetica per ciò che si riferisce al tempo, le scimmie, ad esempio, 
(come ben c'è dato di poter osservare in Europa, cioè a Gibilterra, 
e non solamente nei giardini zoologici). Ma noi, ahimè, non pen- 
siamo che i loro dolori sono i loro profeti! Allorquando una forte 
corrente positiva d’elettricità subitamente sì trasmuta, sotto l'in- 
fluenza di una nube che s’approssima senz’'ancòra essere visibile, 
in corrente d’elettricità negativa, e va preparandosi un mutamento 
del tempo, cotesti animali si comportano come se s'avvicinasse un 
nemico, o si dispongono o alla difesa o alla fuga; per lo più, però, 

! si rintanano, — poichò essi non considerano il tempo cattivo come 

p tale, ma sì come un inimico, la cui mano essi già sentono essere 
imminente sopra di loro! 

o 317. 


Sguardo retrospettivo. — Assai di rado siamo coscienti di ciò che 
v'è di patetico in ogni periodo di vita, finchè noi si viva in esso, 
ma crediamo sempre piuttosto, ch'esso sia l’unico stato omai pos- 
sibile e ragionevole, un ethos, cioò, e non un pathos, — per dire e 
per distinguere insieme ai Greci. Un paio di note musicali ha evo- 
cata oggi in me la memoria d'un inverno lontano, d'una casa e 
di una vita altamente solitaria, e, nel medesimo tempo, il senti» 
mento che allora mi occupava: — ed ho creduto per un istante, 
di poter continuare a vivero eternamente così. Ma ora ben com- 
prendo che ciò altro non è stato che pathos © passione, una cosa, 
cioè, paragonabile in qualche modo a cotosta Musica dolorosamente 
coraggiosa e consolatrice; — poichè tali sensazioni non è possibile 
d’averle per anni interi 0 anche per tutta l'eternità: chè altrimenti, 
noi si sarebbe troppo ultra-terroni per questo pianeta! 


318. 


Saggezza nel dolore. — C'è tanta saggezza nol dolore, quanta nel. a 
piacere: così quello che questo, appartengono alle migliori forze - dA 


















. “* A 
3 se 24 ET ci 
n“ d ron” Ca end RE s Parise n Dea » 





Eee na CT O te A — 


arr 


180 LA GAIA SCIENZA 


conservatrici della Specie. Se tale non fosse, per sua natura, il do- 
lore, esso sarebbe da lungo tempo già, sparito; ch’esso faccia male, 
non è valido argomento contro di lui, poichò il male è la sua es- 
senza. Io odo nel dolore il grido di comando del capitano della 
nave: “ Ammainate le velo! , L’'ardito nocchiero “ uomo , dev’os- 
sersi omai esercitato a dirigere in mille modi le vele, chè altrimenti 
egli sarebbe ben presto spacciato, e l'oceano ben presto l’inghiotti- 
rebbe. Noi dobbiamo saper vivere, anche con un'energia alquanto 
ridotta: e tosto che il dolore impenni il suo segnale d'allarme, è 
opportuno di ridurla; — se qualche grande pericolo o una tempesta 
sieno imminenti, noi facciamo cosa utile nel lasciar “ gonfiare , 
le nostre velo meno che sia possibile. — Ben è voro che ci sono 
uomini, i quali, approssimandosi il grande dolore, odono appunto il 
contrario grido di comando, e mai appaiono più fieri, più bellicosi 
e più felici, di quando la tempesta è imminente, chè il dolore stesso 
concede loro i suoi momenti più sublimi! Questi sono gl’uomini eroici, 
i grandi apportatori di dolore dell'umanità: rari o singoli individui, 
ai quali ci è necessario di dedicare la stessa apologia che al dolore, 
— poichè, in verità, non è giusto nè ci si conviene di loro rifiutarla. 
Essi pure sono tra le migliori forze conservatrici e fautrici della 
Specie: non foss'altro che per il loro opporsi al sentimento conven- 
zionale di benessere, e per l’aperto disgusto, provocato in loro da 
questa sorta di felicità. 


319. 


Quali interpreti degl'avvenimenti della nostra Vita. — Una specie 
di lealtà è stata sempre estranea a tutti i fondatori di religioni 
e ai loro simili: — essi non hanno mai fatto, degli avvenimenti 
dele loro vita, una questione di coscienza della Conoscenza. “ Che 
cosa m'è propriamente accaduto? Che cosa è avvenuto, allora, in 
me ed intorno a me? E stata la mia ragiono, abbastanza lim- 
pida? La mia volontà s'è, essa, rivolta contro tutti gl’inganmni dei 
SAS ed ha dimostrato valore nolla sua resistenza alle fantasti- 
Rie nessuno di loro s'è mai chiesto queste cose, come nes- 
a ur i uomini religiosi non se le richiede nemmeno 
contrarie alla ii sono piuttosto, assetati delle cose che sono 
farla eSnenitg]ono non vogliono troppo affaticarsi nel soddis- 

sap. modo, accade loro di assistere a “miracoli, © 














LIBRO QUARTO 181 


a reviviscenze, e di udire a volte le voci degl’angeli! Ma noialtri 
assetati di ragione, vogliamo fissare con tanta severità gli avve- 
nimenti della nostra vita, quanta ne useremmo in un'esperienza 
scientifica, ora per ora, giorno per giorno! Noi stessi vogliamo es- 
sero i nostri proprî esperimenti ed i nostri animali per l’esperienze! 


320. 


Nel rivedersi — A: Comprendo io tutto ciò che tu dica? E tu 
cerchi qualche cosa? E dove si trova esso, ora, in quale centro 
del Mondo reale, il tuo rifugio e la tua stella? Dove puoi tu disten- 
derti nel sole, talmente che pure a te sopravvenga un eccesso di 
benessere e che la tua esistenza trovi la sua ragione d'essere? 
Che ognuno possa tutto fare da sè solo, — mi sembri dire, — e 
che discacci dal suo cervello i discorsi generalizzati, l’altruismo 
ed il socialismo! — B: Io chiedo molto di più, perchè non sono 
di quelli che cercano. To voglio creare per me stesso un sole. 


321. 


Nuova precauzione. — Permetteteci di non più tanto pensare al 
punire, al biasimare e al voler rendore migliori! Noi riusciremo 
assai raramente a cambiare un singolo uomo; e se anche ciò fosse 
per riuscirci, non ne riuscirebbe forse inconsciamente qualche 
altra cosa nel medesimo tempo, onde noi stessi verremmo a nostra 
volta cambiati? Tentiamo piuttosto, che la nostra propria influenza 
su tutto che deve venire, s'oquilibri con l'influenza di quello, e. 
magari la superi! Non lottiamo in un combattimento diretto! — ed 
ogni castigo, ogni biasimo, ogni volontà di rendere migliori, sono 
riposti in questo consiglio. Ma piuttosto, eleviamo noi stessi ad 
altrettanta altezza! Diamo all’imagine colori sempre più luminosi! 
Fd offuschiamo il rimanente, con la nostra luce! No! Noi non vo- 
gliamo divenire per causa sua, più oscuri, similmente tutti che 
ministrano le pone ed a tutti i malcontenti! Mottiamoci, piuttosto, 
in disparte! E guardiamo altrove! 

322. 

Paragone. — Quei pensatori, per i quali tutte le stelle sì susse- 
guono per sentieri ciclici, non sono i più profondi; quegli, il quale 
guarda in sè medosimo, come per entro a un immenso universo, 

ed arreca in sè la via lattea, sa benissimo anche quanto sia irre- 








































{en - 
EIA 


LA GAIA SCIENZA 








golare, per sua natura, la via lattea, chè essa conduce insino al 
caos e al labirinto dell’esistenza. 


È 928. 


| Felicità nel Destino. — Il Destino ci concede la massima distin- 
zione, permettendoci, per una volta tanto, di combattere dalla parte 
dei nostri avversarì. Noi siamo, per mezzo di ciò, ben provveduti 
ad una grande vittoria. 


924. 


In media vita. — No! La Vita non mi ha disilluso! D'anno in 
anno, io la trovo più ricca, più degna d'essere desiderata, più mi- 
steriosa, — da quel giorno, in ispecie, nel quale m'è sopravvenuto 
\ x il grande liberatore, quel pensiero, cioè, che la Vita altro non do- 

———’—9’—’vesse essere che un esperimento di chi cerca la Conoscenza, — e 
‘non un dovere, non una fatalità, non un inganno! — E la Cono- 
|; scenza stessa, — per quanto essa possa essere per gl’altri qualchecosa 

di diverso, un letto di riposo, ad esempio, o la via ad un letto di 

riposo, o un divertimento, o un’oziosità, — è, per mo, tutto un 

Mondo di pericoli e di vittorie, nel quale anche ai sentimenti 

eroici è dato di danzare e di giuocare. “ La Vita è un mezzo per 
_ giungere alla Conoscenza ,. — Con questo principio nel cuore, si 

può non solo valorosamente vivere, ma persino gioiosamente e lie- 
tamente ridere! E come, dunque, saprebbe ridere e vivere beno chi 
non sapesse anche bene combattere e vincere? 




























320. 


Ciò che appartiene alla grandezza. — Chi, dunque, potrà raggiun- 
gere qualche cosa di grande, se non abbia in sè medesimo la forza 
È e la volontà di creare nuovi grandi dolori? Il saper soffrire è il 
| { meno: pure le deboli donne e gli schiavi pervengono, in quest'arte, 

sino alla maestria. Ma il non perire, in conseguenza dell’intim® 
miseria e dell'incertezza, allorquando si provoca il grande do- 


lore, e se ne odeil grido i È 
— ciò è gra 7 n 
grandezza. Sissa) grande ed appartiene alla ver 


926. 


I medici dell'anima e il dolore. — Tutti 


tutt'i teologi, predicatori, come anche 


hanno comune una mala creanza: tutti cercano di 





FARI TIZI ii crtencerr er 77 


LIBRO QUARTO 189 


far credere agl'uomini di sentirsi male e d'essere, quindi, loro ne- 

cessaria un’energica cura radicale e definitiva. E poichè gl’uomini 
hanno, generalmente, prestato facile orecchio por molti secoli a 
cotesti procettori, qualche cosa ha finito coll’appiccicarsi pure a loro, 
di cotesta superstizione che li vorrebbe persuadere a sentirsi male: 
così ch’essi sono, ora, assai volentieri propensi a sospirare e & 
non trovare altro da fare nella Vita che guardarsi l’un l'altro, con 
facce sconvolte, non anche essa fosse troppo greve per poter essere 
sopportata. In realtà, essi sono vincolati così strettamente alla loro 
osistenza, da esserne innamorati, — © sono pieni d’ineffabili astuzie 
e sottigliezze, e vogliono infrangere ciò ch'è loro spiacevole, e to- 
gliere al dolore e all’infelicità il loro pungiglione. E' mi pare che 
del dolore o dell’infelicità si parli sempre con troppa esagerazione; 
quasi che l’esagerare intorno & ciò fosse proprio di una specie di 
vita superiore: si sottacciono, invece, con intenzione, gl innumere- 
voli rimedî esistenti, per alleviare il dolore, come gli stordimenti, 
olafretta febbrile dei pensieri, o una posizione tranquilla, 0 i buoni 
od i cattivi ricordi, le intenzioni, le speranze, e molte specie di 
superbia e di compassione, le quali producono quasi l’effetto degli 
anestetici: mentre che a un certo grado più alto di dolore, gli 
svenimenti sopraggiungono spontaneamente. Noi c'intendiamo per- 
fettamento bene, dell'arte di versare dolcezze sulle nostre ama- 
rezze, sulle amarezze dell'anima, in ispecie: noi c'abbiamo dei ri- 
mediî ausiliarî, nel nostro valore e nella nostra sublimità, como 
anche nei delirì più nobili della sommissione e della rassegnazione. 
La perdita di qualche cosa è per noi, meno d’un'ora, una perdita : 
in un modo o nell'altro, insieme ad essa, dev'esserci pur sempre 
caduto qualche dono dal cielo, — una forza novella, per esempio! 
Che cosa mai hanno essi, i predicatori della Morale, fantasticato, 
a proposito dell’ intima 4 miseria , dell'uomo malvagio? Che cosa 
mai ci hanno essi mentito, & proposito dell’infelicità degl’uomini 
passionali? — sì, mentito è qui la giusta parola: essi ben conosce 
vano la stragrande folicità di questi uomini, ma l'hanno voluta sot- 
i tacere, poichè essa era una confutazione della loro teoria, secondo 
f la quale ogni folicità può svilupparsi, appena dopo l’annientamento 
della passione ed il silenzio della Volontà! E per ciò che, da ul- 
timo, si riferisce alla ricetta di tutti cotesti medici dell'anima, o 
alla loro raccomandazione d'un'energica cura radicale, è lecito di 
domandare: è questa nostra Vita, realmente tanto dolorosa e Spre= 










































TÀ GAIA SCIENZA 
— T _—__—_————__T-"=-*"€ÒÙspo- - -,tee—T—y..--———ei@liosisc6€::- 5... 
gevole, da poterla vantaggiosamente trasmutare in una pratica di 
stoicisno ed in una pietrificazione? Noi non ci sentiamo abbastanza 
male, da preferire di sentirci male stoicamente! 


327. 


Prendere sul serio. — L’intelletto, in quasi tutti gl’ uomini, è una 
macchina greve oscura e cigolante, ben malagevole nell'essere posta 
in movimento: essi dicono “prendere sul serio una cosa », allor- 
quando vogliono lavorare e pensare bene, con cotesta macchina: — 
oh! come dev'essere aspra cosa, per loro, il pensare bene! La log- 
giadra bestia umana sembra smarrire il suo buon umore, ogni volta 
ch’essa si accinga a ben pensare; essa ne diviene “ seria ,! E “ do- 
vunque ci sia riso e letizia, il pensiero non vale niente , — così 
suona il pregiudizio di questa bestia seria, contro ogni “gaia 
Scienza ,. — Ebbene! Dimostriamo, dunque, noi ch’esso altro non 
è che un pregiudizio mero! 


328. 


Nuocere alla stoltezza. — La credenza, con tanta tenacia e con- 
vinzione predicata, dell’ignominia dell’egoismo, ha certo comples- 
sivamente nuociuto all’egoismo (a favore, come io dovrò ancòra 
cento volte ripetere, degl’istinti della mandra!), in ispecie per il 
fatto, ch’essa lo ha privato della sua buona coscienza, insegnando 
a cercare in esso la vera fonte d’ogni infelicità. “ L'avidità d’ac- 
contentare te medesimo, è la disgrazia della tua Vita ,: — questo, 
Îl ritornello di centinaia di secoli; il quale ha fatto molto male al- 
TO e prato cela e gli ha tolto una buona dose 
cu apro MS se bellezza, rendendolo sciocco, 
segnato un'altra fonte o na O E 
pensatori non si stancano di predicare; “ Lo Sa SE LR 
la vostra mancanza d'idee, I È De e SE n 
missione ai criterîì del a se sat i È Von 
così spesso v'impediscono di oi felicità; Sn 
Ò © j 


ensatori, i Ì i più felici i 
pensatori, invece, siamo i più felici, appunto per ciò che siamo 
pensatori ,. Non decidiamo 


"Roe se questa predica contro l’imbecillità 
E È e argomenti dell'altra contro l'egoismo; certo 
, Chessa è riuscita a togliere all’imbecillità la sua buona 





sir 


drilicsiai “7 


li 
È 








LIBRO QUARTO 185 


I ui (r;.Gilllt_’r’rr__m_tt.t 


coscienza: cotesti filosofi hanno, in verità, nuociuto assai alla stol- 
tezza! 


329. 


Ozio e inazione. — C'è un istinto selvaggio, tutto proprio della 
razza indiana, nel modo rapace, onde gl’Americani aspirano al- 
l'oro: e la loro fretta ansimante nel lavoro, — il vero vizio del 
nuovo Mondo, — incomincia già a inselvatichire, contagiosamente, 
la vecchia Europa, e a diffondervi una straordinaria mancanza di 
spirito. Si ha già vergogna del riposo; la lunga meditazione genera 
quasi rimorso. Si pensa coll’orologio alla mano, nella stessa guisa 
che si pranza con gl’occhi fissi sul giornale della borsa, — e si 
‘vivo com’uno il quale sia continuamente “in ritardo ». “ Meglio 
fare qualsiasi cosa, che non fare niente »: — anche questo prin- 
cipio è una trappola per isminuire ogni cultura ed ogni gusto su- 
periore. E come tutte le forme deperiscono, evidentemente, in questa 
fretta del lavoro, così decade anche il sentimento della forma, e 
l'orecchio e l'occhio, per la melodia dei movimenti. La prova di 
ciò si rivela nella grave precisione, promessa da per tutto ed in tutte 
le occasioni, nello quali un uomo voglia essere, una volta tanto, 
leale verso un altro uomo, oppure nelle relazioni con amici con 
donne con parenti con fanciulli con maestri con discepoli con condot- 
tieri e con principi; — non si ha più nò la forza nò il tempo, per 
la cerimonia, por le obliquità della cortesia, per qualsiasi esprit di 
divertimento, e in generale, per qualsivoglia otium. Imperochè la 
Vita, spesa nella caccia del guadagno, costringe senza mai tregua 
lo spirito a effondersi sino allo spossamento, in costanti simula- 
zioni o insidie o rivalità: la vera virtù consiste, ora, nel fare 
qualche cosa, in meno tempo che un altro. E così, ben pocheore di con- 
cessa lealtà possono inframezzarsi nell'esistenza: ma durante coteste 
ore, si è stanchi, oramai, e si desidera non soltanto di “ lasciarsi 
andare ,, ma di distendersi pesantemente, così in lunghezza che in 
larghezza. Ed è in questo tempo, con una tale disposizione di spi- 
rito, che si scrivono le proprie lettere, il cui stilo e il cui spirito 
sarà sempre il vero “segno dei tempi ,. Se la società e le Arti 
procurano ancora un piacere, esso è tale che sembra venire orga- 
nizzato fra schiavi spossati dalla laboriosa fatica. Oh cotesta mo- 
derata soddisfazione nella “ gioia », dei nostri uomini colti ed in- 
colti! Oh cotesto sospetto, che avvince ogni gioia! Il lavoro acquista 


> 
Da 
di 





186 e LA GAIA SCIENZA 











sempre più, dalla sua parte, la buona coscienza; la tendenza alla 
gioia si chiama già “ bisogno di ristabilirsi ,, e incomincia, essa 
stessa, a vergognarsi di sè medesima. “ Ciò è nocessario di fare per 
la propria salute, — così si parla, quasi scusandosi, quando si è 
colti a fare una gita in campagna. Sì, ben presto si potrà arrivare 
al punto di non più cedere a un’aspirazione di vita contemplativa 
(a fare una passeggiata, cioè, accompagnati da qualche pensiero 
o da qualche amico), senza disprezzare sò stessi e senz’essero rampo- 
gnati dalla cattiva coscienza. Un uomo bennato nascondeva il suo 
lavoro, quando la miseria l'avesse costretto a lavorare. Lo schiavo 
lavorava sotto l'oppressione del sentimento di fare qualche cosa 
di spregevole, — poichè il “ fare , era, per sè stesso, una cosa spre- 
gevole, “ La distinzione e l'onore risiedono soltanto nell’otium e 
nella guerra ,: così diceva l'antico pregiudizio! 


330. 


Applauso. — Il pensatore non ha bisogno d’approvazioni e d'ap- 
plausi, premesso ch’egli sia sicuro del suo proprio applauso: ma 
a questo egli non può assolutamente rinunciare. Esistono, forse, 
talvolta uomini, i quali possono fare a meno così di questo che 
d'ogni altro applauso ? Io dubito. Ed anche, riguardo ai sapienti, 
Tacito, il quale certo non è un calunniatore della sapienza, diceva: 
quando etiam sapientibus gloriac cupido novissima equitur, — la quale 
cosa vorrebbe dire, in lui: mai. 


931. 


| Piuttosto sordo nato, che reso tale. — Una volta, si desiderava 
d acquistarsi una buona fama: questo, oggi, non è più sufficiente; 
o Te in verità, divenuto troppo grande, — © la 
ma ha bisogno di stri/loni. riva, è 
anche le mart gole ridono E Mes È Ri o ; s 
dio potere e che le mere 
migliori vengono assai spesso offerte da voci rauche; sicchè non 
n 3 SI più nessun genio, il quale possa andare esente dal grido 
ce Re Este SI Se pieetine —_ Onde questo è, È Ve 
trovare ancéra il i 5 RS quer. devo eRDi SE sa 
suo silenzio, fra due rumori, e a fare il sordo 


sine i sia r SEO ‘ 
hè egli sia realmente per divenire tale. Fino a quando egli 







| 


LIBRO QUARTO ‘187 


or o r—rPr—rrrP—r_rr__r_rrer—_— —r—__————— = 


non abbia appreso ciò, egli è in pericolo di perire per l'impazienza 
e per i dolori di capo. 


392. 


L'ora cattiva. — Dev'esserci stata sempre, per ogni filosofo, un'ora 
cattiva, nella quale egli deve avere pensato : che cosa mai importa a 
me, se non si vuole credere pure a' miei argomenti cattivi? — 
Ed allora qualche maligno uccelletto dev'essere improvvisamente 
volato sopra il suo capo, cinguettando: “ Che cosa t'importa? Che 
cosa t'importa? ». 


399. 


Che cosa vuol dire, conoscere? — Non ridere, non lugere, neque 
detestari, sed intelligere! — dice Spinoza, con la semplicità o la 
sublimità che gli sono proprie. Intanto, che cosa è mai in ultima 
analisi cotest’intelligere, se non la forma, per la quale ci si rive- 
lano d’un tratto le tro altre ammonizioni ? È esso, forse, il risul- 
tato d’istinti differenti e cozzantisi fra di loro, 0 quello del desiderio 
di beffarsi, di lamentarsi e di maledire? Prima cho la Conoscenza sia 
possibile, è necessario che ognuno di questi istinti esponga il suo 
parere unilaterale sulla cosa o sull’avvenimento: e quindi, la lotta 
fra coteste unilateralità di giudizî s'inizia, e ad essa succede & 
volto una tregua, una pacificazione, una giustificazione di tutti e 
tre ilati, una specie di sentenza © di patto: imperochè, grazio alla 
sentenza e al patto, tutti cotest’istinti possono mantenersi in vita 
e sostenere reciprocamente i propri diritti. Noi, cui soltanto le - 
ultime scene di riconciliazione od i definitivi rendimenti di conto, 
di questo lungo processo, vengono & conoscenza, pensiamo che | 
intelligere sia qualche cosa di conciliante, di giusto, di buono, ® | 
qualche cosa d’essenzialmente contrario agl’istinti; mentre in realtà — 
esso non è altro che un certo rapporto reciproco degl’istinti. Per 
lunghissimo tempo, il pensiero cosciente è stato considerato come 
il pensiero per eccellenza; solo ora, traluce in noi la Verità, se- 
condo la quale la più grande parte della nostra attività spirituale 
trascorre, ignorata e non sentita da noi: ma io penso che questi 
istinti, i quali qui sì cozzano fra loro, sapranno bene il modo di ren- 
dersi reciprocamente sensibili e di danneggiarsi: — cotesto improv= 
viso e forte spostamento, onde sono a volte colpiti tutt'i pensa 





| 


4 È I x - Sa 











Pi9 7. VZ, 
188 LA GAIA SCIENZA 


tori, potrebbe avere, appunto in questo fatto, la sua origino (esso, 
in fondo, è simile a un deliquio sul campo di battaglia). E forse 
esiste nel nostro intimo, agitato dalla lotta, qualche celato eroîsmo, 
ma certo no, qualche cosa di divino e che riposa eternamente su sè 
stesso, come Spinoza credeva. Il pensiero cosciente, ed in ispecie 
quello dei filosofi, è la meno gagliarda, e per ciò anche, relativa- 
mente, la più dolce e tranquilla sorta di pensiero: ed è per questo 
che al filosofo assai facilmente accade di venir tratto in errore, a 
proposito della natura della Conoscenza. 


394. 


Si deve apprendere ad amare. — Nella Musica, ci accado, anzi 
tutto, di dovero imparare @ udire un tema o un motivo, d’udirlo, 
quindi, fra gli altri suoni, di distinguerlo, d’isolarlo, © di limitarlo, 
come un frammento di vita, la quale possa per sè stessa sussi- 
stere; poscia, è necessario qualche po’ di fatica e di buona volontà, 
per sopportarlo, malgrado la sua stranezza, per esercitare la pa- 
zienza propria dinnanzi all'aspetto © all'espressione del medesimo, 
— e la propria benevolenza, dinnanzi a ciò che di straordinario è 
in esso racchiuso —; da ultimo, giunge il momento nel qualo vi 
ci abituiamo, nel quale lo attendiamo e lo sospettiamo, © nel quale 
esso, se mancasse, mancherebbe anche a noi; ed allora, esso continu® 
a esercitare la sua costrizione ed il suo fascino, e non cessa sino 
a che noi non si sia divenuti suoi umili ed estatici amanti, i quali 
nulla fuori di questo richiedono al mondo, di meglio. — Ma così 
non ci accade, con la Musica soltanto: in questo stosso modo, &P- 
punto, noi abbiamo appreso ad amare tutte le cose che ora amiamo. 
Noi saremo, in fondo, ricompensati sempre, per la nostra buona 
volontà, per la nostra pazienza, equità e dolcezza, verso ciò ch'è 
strano, dal fatto stesso che ciò ch'è strano getta via lentamente 
i suoi veli, e finisce col rivelarsi quale un’indicibile bellezza n0- 
vella —: questo è il suo atto di ringraziamento per la nostra cor” 
tesia ospitale. Anche, quegli che ama sè stesso avrà appreso pel 


questo mezzo a vieppiù amarsi. Altri mezzi non ci sono. Anche 
; x 
l'amore deve venire appreso. 


335. 


Viva la Fisica! — Quanti uomini, dunque, sono capaci d'osser- 











dr 


LIBRO QUARTO 189 





vare? E fra i pochi che sono eventualmente capaci, quanti mai 
osservano sè medesimi? “ Ciascuno è il più lontano da sè stesso , : 
— questo sanno, per loro sconforto, gli scrutatori di visceri; ed 
il monito “ Conosci te stesso! , è, nella bocca d'un Dio, che lo 
rivolge all'uomo, quasi una perversità. Ma per dimostrare come 
l'osservazione di sè medesimo sia cosa disperata, nulla è più con- 
vincente del modo in cui quasi ciascuno parla dell'essenza d'una 
azione morale, di quel modo, cioè, rapido pronto convinto e ciar- 
liero, accompagnato da sguardi, da sorrisi e da un piacevole zelo, 
tutto speciale in chi s'intrattenga a parlare di ciò, onde sembra 
volerti dire: “ Ma, caro mio, questo è appunto di mia competenza! 
Tu ti sei rivolto, con la tua domanda, a colui che ben è in grado di 
risponderti: io non sono, per combinazione, in nulla tanto sapiente 
quanto in questo argomento. Dunque ; allorquando l’uomo decide che 
“ ciò è bene ,, allorquando egli conclude, conseguentemente, che “ per 
questa ragione appunto, ciò deve accadere n, e, quindi, fa ciò ch'egli 
ha stimato giusto e riconosciuto necessario, — allora, l'essenza 
della sua azione è morale! , “ Ma, amico mio, tu qui mi parli di 
tre azioni distinte, anzichò d’una sola: anche il tuo stesso giudizio 
“ ciò è bone ,, è, in sè, un’azione, — e non potrebbe già esso 
stesso essere un giudizio morale o immorale ? Perchè, dunque, con- 
sidori tu questo, e questo soltanto, come giusto? , — “ Perchè la 
mia coscienza me lo dice; e la coscienza non parla mai immoral- 
mente, chò essa anzitutto stabilisce ciò che dev'essere morale! , — 
Ma perchè, dunque, ascolti tu la voce della tua coscienza? E sino 
a qual punto hai tu il diritto di considerare cotesto suo giudizio 
come vero ed infallibile? Per questa fede, non esiste più nessuna 
coscienza? Sai tu nulla d’una coscienza intellettuale? d'una co- 
scienza, che sta immediatamente dietro la tua “ coscienza ,? Il tuo 
giudizio “ ciò è bene ,, ha una storia anteriore, nei tuoi istinti, 
nello tue inclinazioni, nelle tue antipatie, e nelle tue esperienze ed 
inesperienze; “ come è, dunque, esso mai sorto? , tu devi chiedere, 
e, quindi, ancéra: “ quale cosa mi spinge, propriamente, % prostargli 
docile orecchio? , Tu puoi prestare orecchio al suo comando, come 
un bravo soldato, il quale ascolti gl’ordini del suo ufficiale. Ov- 
vero come una donna, la quale ami chi le comanda. Ovvero come 
un adulatore o un vigliacco, il quale abbia timore di chi gli co- 
manda. Ovvero anche, come uno stolto, il quale obbedisce perchè 
nulla ha da dire in senso contrario. In breve, tu puoi prestare 





al ritiri 










190 LA GAIA SCIENZA 


orecchio alla tua coscienza in cento modi diversi. Ma il fatto che 
tu sia pronto & seguire questo 0 quel giudizio, quale voce della 
tua coscienza, — il fatto, quindi, che tu sia per considerare come 
giusta qualche cos®, può avere la sua origine in ciò che tu mai 
ti sei piegato su te stesso a meditare, o che hai ciecamente ac- 
cettato quello che sin dall'infanzia t’è stato indicato come giusto: 
o in ciò che, per te, il pane e gl'onori hanno fatto parto di quello 
che tu chiami il tuo Dovere, — il quale Dovere è da te risguar- 
dato come “ giusto », perchè esso sembra essere la “ condizione 
della tua esistenza » (che tu, però, abbia, a tua volta, un dirilto al- 
l’esistenza, ti sembra inconfutabile!). La solidità del tuo giudizio 
morale potrebbe pur sempre essere una prova della tua miseria 
personale, della tua mancanza d’individualità, mentre la tua “ forza 
morale , potrebbe derivare dalla tua cocciutaggine, 0 dalla tua 
inettitudine nello scorgere muovi Ideali! O per dirla brevemente, se 
tu avessi pensato più sottilmente, se tu avessi osservato meglio 
ed avessi di più appreso, per nessuna ragione t'indurresti a chia- 
mare dovere e coscienza, questo “ dovere , 0 questa “ coscienza n, 
che tu credi esserti propri: l'osservazione del modo, nel quale si 
sono andati sempre formando î giudizî morali, ti renderebbe insof- 
fribili cotesti modi di dire tanto patetici, — nella stessa guisa 
che già ti sono divenute insopportabili altre parole patetiche, come 
ad esempio, “il peccato ,,, “ la saluto dell'anima ,, £ la reden- 
zione! , E non venirmi, ora, a parlare, amico mio, dell’Imporativo 
categorico! — questa parola mi solletica l'orecchio, sì ch'io devo 
ridere malgrado la tua prosenza così seria: esso mi fa ponsare al 
vecchio Kant, il quale per pona dell’essersi arlificiosamente impos- 
sessato * della cosa in sò ,, — un’altra ridicola cosa, in verità! —; 
fu artificiosamente afferrato dall’ “Imperativo categorico » ©; con 
dpesto nel cuore, si smarrì ancora una volta dietro “ Dio n 

Anima ,, “la Libertà , e “ l’Immortalità ,, simile a una volpe, 
la quale, credendo di poter scappare, sì smarrisce ancora una volta 
nella sua gabbia, malgrado che la sua forza e la sua astuzia fos- 
sero già riuscite a infrangerne le grate! — Come? tu ammireresti 
in te stesso l’Imperativo categorico ? Cotesta “ solidità », cioè, di 
quello che tu chiami il tuo giudizio morale? Cotesto sentimento 

assoluto ,, forse, secondo il quale “ tutti, a proposito d'una data 
cosa, debbono avere il giudizio stesso che io ho » ? Ammira piut- 
tosto il tuo egoismo, riguardo a cid! E la cecità, la piccineria © 





er 








LIBRO QUARTO 191 





la modestia del tuo egoismo! Perchè è pretto egoismo, il consi- 
derare il proprio giudizio quale logge universale ; un egoismo cieco, 
meschino e modesto, d’altro lato, poichò esso rivela come tu non sia 
ancéra riuscito a scoprire.te stesso, nè a crearti un tuo proprio Ideale, 
quello che mai potrebbe essere l’Ideale di qualchedun altro, e tanto 
meno l’Ideale di tutti. — Quegli ancéra che giudica: “in questo caso, 
ognuno dovrebbe agiro così », non è certo proceduto, nemmeno 
cinque passi, nella conoscenza di sò medesimo: altrimenti, egli ben 
saprebbe che non ci sono nè ci possono essere azioni eguali; — 
che ogn’azione ch'è stata compiuta, lo è stata in un modo unico 
ed irreparabile; che così dovrà necessariamente accadere d'ogni 
azione futura, e che tutte le prescrizioni sul modo d'agire, si ri- 
feriscono soltanto alla rude parte esteriore (e così anche le pre- 
scrizioni più intime e sottili d'ogni Morale finora esistita); — che 
per mezzo di esse, una parvenza d’'uguaglianza, ma una parvenza 
soltanto, può venire raggiunta ; — che ogni azione, considerata din- 
nanzi o di dietro, è e rimane, una cosa impenetrabile; — che i 
nostri criterì di “ bontà ,, di “ nobiltà , e di “ grandezza , non po- 
tranno venire mai dimostrati per mezzo delle nostre azioni, perchè 
ogni azione è per sò stessa irriconoscibile; — che, certamente, le 
nostre opinioni, i nostri apprezzamenti e le nostre tavole dei va- 
lori appartengono alle più potenti leve, nell’ingranaggio delle nostre 
azioni, ma che per ogni singola azione, la legge del suo mecca- 
nismo è assolutamente indimostrabilo. Limitiamoci, dunque, all’epu- 
razione delle nostre opinioni e dei nostri apprezzamenti, ed alla 
creazione di nuove e proprie tavole dei valori: — ma non andiamo 
più, per carità, a cercare la ragione del “ valore morale delle nostre 
azioni ,! Sì, amici miei! È tempo di sentiro nausea per tutte le 
ciarlo morali degl'uni a proposito degl’altri. Pronunciare sentenze 
morali, è contro il nostro. gusto, oramai! Lasciamo, dunque, co- 
teste chiacchiere e cotesto cattivo gusto a coloro che non hanno 
più altro da fare che trascinarsi dietro il Passato, attraverso il 
Tempo, per un piccolo tratto di strada, e che non sono capaci di 
mai rappresentare il Presente, — ai molti, dunque; anzi ai più 1 Ma noi 
vogliamo divenire tali che, in realtà, siamo, — gl’uomini nuovi, gl’uni- 
geniti, gl'incomparabili, i logislatori di sè medesimi, i creatori di 
sè medesimi! Ed inoltre, dobbiamo divenire i migliori maestri © 
scopritori di ogni Legge © di ogni Necessità nel Mondo: noi dob- 
biamo essere fisici, per poter essere in cotesto senso anche crea- 











192 LA GAIA SCIENZA 


tori, — mentre che sin’ora tutti gl’apprezzamenti e tutti gl’Ideali 
sono stati costruiti sulla base dell'ignoranza della fisica ed in con- 
traddizione con essa. E per ciò: Viva la Fisica! E viva anche più 
ciò che ne avvince ad essa, — la nostra lealtà! 


336. 


Avarizia della Natura. — Perchè mai la Natura è stata così 
parca con gl’uomini, da non permettere loro di brillare, chi più 
chi meno, a seconda della loro interiore abbondanza di luce? Perchè 
gl’uomini grandi non sono, tanto nel sorgere che nel tramontare, 
così visibili che il sole? Quanto meno ambiguo vorrebbe essere, 
il vivere in mezzo agl’uomini ! 


397. 


“L'Umanità , a venire. — S'io riguardi, con gl’occhi di un'epoca 
a venire lontana, a questa nostra presento età, altro non mi vien 
fatto di scorgervi di rimarchevole, se non, per avventura, cotesta 
sua particolar giovinezza e malattia che ora vien definita quale 
“ senso storico ». Nella Storia ci avviene d’assai spesso osservare 
una specie d’aggiunta a ciò ch'è del tutto nuovo e straniero: qua- 
lora si concedano a cotesto germoglio alcuni secoli di tempo, ne 
vedremo spuntare una pianta meravigliosa, promanante una me- 
ravigliosa fragranza, grazie alla quale la nostra vecchia Terra po- 
trebbe forse divenire più piacevole che non sia stata sinora a chi 
l'abbia abitata. Noi, uomini moderni, cominciamo a formare, anello 
per anello, la catena di un potentissimo sentimento a venire, — 
RA Uasienon sappiamo ciò che stiamo facendo. Ci sembra quasi non 
LAVtATsI di un sentimento novello, sì dell'abolizione soltanto, di 
tutt'i vecchi sentimenti: — il senso storico è qualche cosa d'an- 
cora tanto povero o freddo, che molti uomini, nel contagio, ne di- 
vengono anche più poveri e più freddi, non anche fossero stati 
colpiti d'assideramento. Ad altri, invece, esso pare quale il segno 
dell imminente vecchiezza, sì che il nostro pianota sembra loro un 
melanconico ammalato, il quale per dimenticare il Presente, si dè 
ag la A della sua Giovinezza. In realtà, questo è apr 
È ingo o coloro del nuovo sentimento: chi è capace di con- 
siderare la storia degl’uomini nel suo complesso, quasi essa fosse 





LIBRO QUARTO 198 





la propria, riesce a sentire, in un’enorme generalizzazione, tutta la 
tristezza dell’ammalato che sogna la salute, del vecchio il quale 
pensa al suo sogno di gioventù, dell'amante cui è stata tolta 
l'amata, del martire che vede crollare il suo Ideale, dell'eroe, alla 
sera della battaglia, la quale, anzi che venire definitivamente de- 
cisa, non gli ha recato che ferite e la morte del suo amico diletto; 
— ma, se sì potesse sopportare tutta quest’'enorme somma di tri- 
stezze d'ogni specie, ed essere simile, tuttavia, all’eroe, il quale, 
nel secondo giorno della battaglia, saluta così l’aurora che la sua 
felicità, o essere come l’uomo, cui s’estende, dinnanzi e di dietro, 
un orizzonte di molte migliaia d’anni, o come l’erede obbligatorio 
d’ogni nobiltà di tutti gli spiriti trapassati, o come, ancéra, il più 
nobilo di tutti nobili antichi, e, nello stesso tempo, il primogenito 
di una nobiltà novella, cui nessun tempo mai aveva nè veduto nè 
sognato l’eguale: se si potesse accogliere tutto questo nell’anima 
propria, ogni cosa più antica, ogni cosa più nuova, e le perdite, 
le speranze, le conquiste, lo vittorie dell'umanità, — se si potes- 
sero concentrare tutte queste in un'anima sola e in un unico sen- 
timento —: ne dovrebbe, certo, conseguire una felicità, giammai 
ancéra potuta sognare dall'uomo, — la felicità d’un Dio, pieno di 
potenza e d’amore, ricco di lagrime e di sorrisi, una felicità, la 
quale, a simiglianza del sole che tramonta, espandesse e versasso 
nel mare le sue inesauribili ricchezze, e che, pari al sole, non sen- 
tisse d’ossere la più ricca d'ogni altra, che allorquando al più mi- 
sero dei pescatori vonisse fatto di vogare con remi d’oro! — E 
ben possa cotesta divina felicità chiamarsi, allora, umanità ! 


398. 


La volontà di soffrire, e le persone pietose. — Quale utilità vi 
deriva dall’essere, anzi tutto, uomini compassionevoli? E qualo mai 
utilità hanno esse, lo persone sofferenti, se voi siate tali? Ma la- 
sciamo pure, per un momento, senza risposta, la prima delle due 
interrogazioni. — Ciò onde noi si soffre, nel modo più profondo 
e personale, è quasi inconcepibile ed incomprensibile agli altri: 
è per questa ragione, che noi rimaniamo nascosti al nostro pros- 
simo, pure s'egli mangi con noi dal piatto medesimo. Ma dovunque 
si osservi che noi si è sofferenti, la nostra sofferenza è fraintesa; 
poichè lo spogliare la sofferenza altrui di ciò ch’ossa ha di perso- 


F. Nrerzsenr La gaia scienza. 








194 LA GAIA SCIENZA 


nale, è cosa tutta propria ‘ed essenziale del sentimento di compas- 
sione: — i nostri “ benefattori , sono, più degli stessi nostri ne- 
mici, detrattori del nostro valore e della nostra volontà. Nella 
maggior parte degl’atti di beneficenza, prodigati agl infelici, c’è 
qualche cosa di tracotante, a causa della grande leggerezza intel- 
lettuale, onde la persona pietosa ama di giuocaro col Destino: 
essa ignora tutte le intime angustie e complicazioni, che por me 0 
per te costituiscono la vera infelicità. L'economia pompeo del 
mio spirito, e l'equilibrio da essa raggiunto per mezzo dell info- 
licità ,, l'irrompere di nuove fonti e di nuovi bisogni, il rimargi- 
narsi delle antiche piaghe, l’indietreggiare progressivo dell'intero 
Passato, — tutto ciò, in fine, che può essere collegato all’ infeli- 
licità, non indispone punto la cara persona compassionevole: essa 
vuole soltanto ciutare, ond’è che non si preoccupa troppo del fatto 
che esiste una necessità personale dell’infelicità, — che, sì io che 
tu, abbiamo bisogno del terrore, delle privazioni, della povertà, 
delle lunghe veglie notturne, delle avventure, dello audacie, degli 
errori, nella stessa guisa che dei loro contrarì, e che, per espri- 
mermi misticamente, il viottolo per giungere al nostro cielo passi 
f sempre attraverso la voluttà del nostro proprio inferno. No, di 
‘tutto questo, la persona compassionevole nulla sa: la “ religione 
della Pietà , (ovverossia “il cuore ,) comanda di soccorrere, onde 
si crede di aver soccorso ottimamente, qualora lo si sia fatto nel 
modo più rapido! Se voi che parteggiate per cotesta religione, 
avete veramente verso voi stessi lo stesso sentimento, da voi nu- 
trito verso il prossimo vostro; se non volete trattenere in vol 
stessi, per un'ora almeno, il vostro proprio dolore, opponondovi, 
pur di lontano, al suo sopraggiungere; e se considorate la soffe- 
renza e la miseria, in generale, pessime, odiose e degne d'essere 
sradicate, quale tabe della Vita: — voi certo professate nel vostro 
cuore, oltre che la vostra religione della pietà, un’altra ancéra; 
la quale è, forse, madre dell'altra: — la religione del benessere. 
Ahimè! quanto poco voi conoscete della felicità dell’uomo, o uo- 
mini comodi e bonarî! poichè la felicità © l’infelicità sono fratelli ge- 
melli, i quali alcune volte divengono grandi insieme, ed altre volte, 
Invece, come nel vostro caso, s'impiccioliscono! — Ma ritorniamo; 
ora, alla prima domanda. — Com'è mai possibile di rimanere sul 
proprio sentiero? Un grido incessante ci chiama in disparte; il 
nostro occhio scorge ben raramente qualche cosa, per la quale non 





PRO TE Yi li nege pre ET TOT OTO TS er T ENIT VIN a 


LIBRO QUARTO 195 





sarà necessario di abbandonare le proprie faccende, per accorrervi 

in aiuto. Io so bene: “ ci sono cento modi decenti e stimabili, per 
i farmi deviare dal mio sentiero, e tutti, in vero, modi altamente 
morali ,! E la stessa opinione degli odierni predicatori di Morale 
e di Pietà tende a stabilire che questa cosa, e questa solamente, 
sia morale: — perdere il proprio sentiero, per accorrere in aiuto 
del prossimo. E so pure, con altrettanta certezza, ch'io altro non 
ho bisogno di fare che di abbandonarmi, per qualche istante, a una 
miseria reale, per essere io stesso, perduto! E se un amico soffe- 
rente mi dicesse: “ Ecco, io morirò, in breve; promettimi, dunque, 
di voler morire con me, , — io glielo prometterei, nello stesso modo, 
che la vista di una piccola gente alpestre, la quale combattesse per 
la sua libertà, mi suggerirebbe, offerendogli, cioè, così la mia mano 
che la mia vita: — e ciò per scegliere cattivi esempi da buone 
ragioni. C'è, ben è vero, una secreta seduzione, pure in tutti co- 
desti risvegli dolla pietà, e in tutte queste invocazioni d'aiuto ; 
poichè il nostro “ proprio sentiero , è appunto, qualche cosa di 
troppo aspro, di troppo arduo, di troppo lontano dall'amore e dalla 
gratitudine degli altri, — sì cho noi ben volontieri ne scappiamo 
fuori, e sfuggiamo alla nostra più intima coscienza, per ripararci 
nella coscienza degli altri e nel leggiadrissimo tempio della “ reli- . 
gione della Pietà ,. Ogni volta che ora sia per scoppiare una ‘ 
guerra, erompe, ad un tempo, sebbene intimamente contenuta, pure 
dal cuore degl’uomini più nobili, una gioia senza pari, ond'essì, 
come rapiti, si scagliano incontro al nuovo pericolo della Morte, 
perchè essi credono d'avere finalmente trovato, nel sacrifizio di sò 
stessi per la Patria, il permesso, da così lungo tempo atteso, di 
sfuggire alla loro mèla: — la guerra è, per loro, una deviazione 
verso il suicidio, ma una deviazione perpetrata con buona coscienza. 
E, pur sottacendo altre cose, non amo sottacero, tuttavia, la mia 
Morale, la quale mi consiglia : Vivi nascosto e solitario, affinchè 
tu possa vivere per te medesimo! Vivi ignorante di ciò che alla — 
tua epoca sembra essero la cosa più importante! Poni fra te e 
l'oggi la distanza d’almeno tre secoli! E tutt'i clamori dell’oggi, 
tutto il frastuono delle guerre 0 delle rivoluzioni, altro per te non 
siono che tenuo mormorìo lontano! E se tu voglia anche aiutare 
qualcuno, aiuta soltanto coloro, la cui necessità è da te compresa, 
poichè questi che sono amici tuoi hanno comuni con te sì il dolore 
che la speranza: — © soccorrili solo nel modo, onde tu soccort 





196 LA GAIA SCIENZA 





a te stesso: — quanto a me, io voglio che tu li renda più corag- 
giosi, più resistenti, più semplici, più lieti! Io voglio insegnare a 
loro ciò che ora ben pochi comprendono, e meno di tutti i pre- 
dicatori della Pietà: — la gioîa comune! 


339. 


Vita femina. — Tutta la scienza e tutta la buona volontà possi- 
bile, non sono sufficienti per riuscire a scorgere la bellezza su- 
prema di un’opera; sono, invece, necessari i casi più singolari e 
fortunati, perchè il velario di nubi disasconda, per noi, i vertici 
luminosi, che n'erano rivestiti, e perchè il sole li riaccenda de’ 
suoi raggi. Non soltanto è necessario che noi ci poniamo ad osser- 
vare dal punto giusto, ma sì anche che la nostra anima stessa 
abbia allontanato da quei vertici il velario, ed ora senta il bisogno 
di un’espressione e di una similitudine, esteriori, quasi per indu- 
giarsi un istante e ridivenire padrona di sè medesima. Ma tutto ciò 
si trova così raramente insieme riunito, che io amerei piuttosto 
credere che le sommità più alte di ogni Bene, sia esso l’opera o 
l’azione, l’uomo o la Natura, sieno rimaste, per la maggior parte 
degl’uomini, pure per i migliori, qualche cosa di occulto e di ve- 


lato: — ciò che a noi, però, si rivela, sé rivela per una sola volta! — 
Ben è vero che i Greci pregavano: “ Due e tre volte anche, sì 
compia ciò ch'è bello! , — essi avevano, ahimè!, una buona ra- 


gione d'implorare gli Dei, mentre a noi la banale realtà non con- 

cede mai ciò ch'è bello, o tutt'al più lo concede una volta sola! 

To voglio dire che il mondo è strapieno di cose belle, ma ciò mal- 
Di; grado, è povero, straordinariamente povero di bei momenti e di 
tali cose, Ma questo è, forse, il più grande fascino della Vita; essa 
à ammantata d'un velo, trapunto d’oro, di belle possibilità promet- 
tenti, ostili, pudiche, schernevoli, pietose e seduttrici. Oh sì, 1® 
Vita non è altro che una femmina qualsiasi! 


340. 


e Da do ammiro il valore e la saggezza di So- 
stregone ricco di De sea 3 so eo e ono: Questo 
tore di sorci, il erno © d'amore, questo ateniese accalappia- 

Tei, 11 quale faceva tremare e singhiozzare gli adolescenti 








IO a n ro corto cp ar a vg. sit Ls er Ra na n 





LIBRO QUARTO 197 





più tracotanti del suo paese, non era solamente il più saggio dei 
chiacchieroni, che sieno mai esistiti, ma sì anche il più grande 
taciturno. Io vorrei ch'egli fosse rimasto silenzioso, pure negl’ul- 
timi istanti della sua Vita, — chè allora noi lo ammireremmo, in 
una sfera anche più elevata di spiriti. È stata la Morte, o il ve- 
leno, o la pietà, o la naturale malignità, a snodargli la lingua e 
a fargli dire: “ Oh Critone, io sono debitore di un gallo a Escu- 
lapio! ,? Queste “ ultime parole ,, ridicole e terribili, significano 
per chi abbia orecchie da udire: “ oh Critone, la Vita è una ma- 
lattia! , È ciò possibile mai? Che un uomo come lui, il quale ha 
vissuto, sereno, dinnanzi a tutti, come un soldato, — sia stato un 
pessimista? — Egli aveva soltanto fatto buon viso alla Vita, ed 
aveva tenuto celato nel cuore, per tutta l’esistenza, il suo ultimo 
giudizio, il suo più intimo sentimento! Poichè Socrate ebbe a sof- 
frire il male della Vita! Onde se ne vendicò con quello sue ultime 
parole, velate e terribili, pie e bestemmiatrici ! Era necessario che 
anche un Socrate si vendicasse ? O forse alla sua virtù straricca 
ebbe a far difetto un granello di generosità? — Ahimè! amici 
miei! Noi dobbiamo superare anche i Greci stessi ! 


S41. 


Il peso più grande. — Cho cosa accadrebbe se, un giorno o un® 
notte, un demonio s’introducesse nella più solitaria delle tue soli- 
tudini, e ti dicesse: “ Questa Vita, quale tu ora la vivi e quale l'hai 
sinora vissuta, dovrai viverla ancora una volta, e poi ancéra in- 
numerevoli volte; ed in essa nulla ci sarà di rinnovato, ma sì ogni 
dolore e ogni gioia © ogni pensiero e ogni sospiro, e tutto ciò che 
d’indicibilmente piccolo e grande esiste nella tua Vita, deve per te 
riprodursi, e tutto nella stessa disposizione e nello stesso ordine, 
— e questa stessa ragnatela, ancho, e questo stesso lume di luna 
fra gl’alberi, o questo istante medesimo, ed io stesso. L'eterna 
clopsidra della Vita sarà rivoltata incessantemente ancora, — e 
tu insieme ad ossa, o pulviscolo d’arena ! ,? Non ti getteresti forse 
a terra, per la disperazione, digrignando i denti ed imprecando al 
demonio che ti avesse così parlato ? Ovvero hai tu mai vissuto un 
attimo straordinario, nel quale avresti potuto rispondergli: ; Tu 
sei un Dio, e nulla mai ho udito di più divino!,? Se cotest'idea 
sopraffacesse te, qual sei, essa ti trasformerobbe, forse, o ti an- 








198 LA GAIA SCIENZA 


nichilirebbe; la domanda: “ Vuoi tu rivivere ciò ancora una volta, 
e quindi infinite volte? , — incomberebbe sulle tue azioni, come 
il peso più grave! O altrimenti, quanto dovresti tu amare te 
stesso e la Vita, per non richiedere altro che cotesta conferma e 
cotesta eterna rassicurazione? 


342. 


Incipit tragoedia. — Allorquando Zaratustra ebbe raggiunto il suo 
trentesimo anno d'età, egli abbandonò la sua Patria ed il lago di 
Urmi, ed andò verso la montagna. Ivi egli godette del suo spirito 
e della sua solitudine, e non se ne stancò per dieci interi anni. 
Ma da ultimo, il suo cuore si trasformò, — ed una mattina, egli 
si alzò con l'aurora, s'avanzò verso il Sole e così gli parlò: “O tu, 
grande astro! Che cosa sarebbe mai la tua felicità, se tu non pos- 
sedessi anche ciò che da te è illuminato ? Per dieci anni, tu sel 
venuto sopra la mia grotta: e certo ti saresti stancato, così della 
tua luce che del tuo cammino costante, senza di me, della mia 
aquila e del mio serpente; ma noi t’abbiamo atteso ogni mattina, 
abbiamo preso da te ciò che t’era superfluo, o ti abbiamo be- 
nedetto. Ecco! Io sono nauseato della mia saggezza, come l'ape 
che abbia ragunato troppo miele; onde abbisogno di mani che sì 
protendano verso di me, e vorrei dividere e donare, sinchè i saggi; 
fra gli uomini, sieno ridivenuti lieti per la loro follia, ed i poveri 
paghi della loro ricchezza. Per ciò è d’uopo ch'io discenda nelle 
profondità : come tu fai, la sera, quando te ne vai dietro i mari, 
arrecando la tua luce alle plaghe situato sotto la Terra, o astro 
straricco! — Io devo, a simiglianza di te, tramontare, come dicono 
gli uomini, verso coloro a cui amo di discendere. Benedicimi, dunque; 
occhio tranquillo, che puoi vedere, pur senza invidia, una felicità 
anche troppo grande ! Benedici alla coppa che vuole strariparo, af- 
finchè l’acqua si espanda dorata, ed arrechi dovunque il riflosso 
della tua voluttà! Ecco! Questa coppa vuol essere ancéra una 
volta vuotata, o Zaratustra vuole ridivenire uomo. ,, — In questo 
modo incominciò la discesa di Zaratustra. 



















E 


TEA 
ELLIOT DI D COEeuiamAATI 





LIBRO QUINTO 


—_—_—_—_ 


Noi, impavidi. 


Carcasso, tu trembles? Tu tromblerais 
bion davantage, sì tu savais, où jo te 


mène. 
TORENNE. 


343. 

























Ciò che c'è nella nostra serenità. — Il più importante degli av- 
vonimenti recenti, — il fatto, cioè, che “ Dio sia morto », € che 
la fedo nel Dio cristiano sia divenuta inverosimile, — comincia & 
proiettare, oramai, le sue primo ombre sull'Europa. Per i pochi 
almeno, il cui occhio e la diffidenza che ne balena, sono sufficien- 
temente acuti o sottili a cotesto spettacolo, sembra che un sole 
sia tramontato e cho un'antica © profonda confidenza siasi trasfor- 
mata in dubbio: è a costoro che il nostro vecchio mondo deve ap- # 
parive ogni dì più diffidente, più strano, più “ vecchio , © più per- = 
vaso della luce vespertina. Ma ben si può, in particolar modo, 
affermare che l’avvenimento è troppo grande e lontano, @ troppo 
discosto dalle facoltà intellettive di molti, perchè il suo semplice 
annunzio debba raggiungere il suo fine; senza inoltre ricordare, che 
molti ben sanno ciò che in realtà cotesto avvenimento significhi, | 
— e tutto quello che debba derivare, poi che la fede sia seppel- 
lita, a ciò che sopra di essa poggia ed è edificato ed è conere- 
sciuto: come ad esempio, l’intera nostra morale europea. Chi, dunqu i 


potrebbe sufficientemente oggi scrutare in tutta cotesta lunga 





























200 LA GAIA SCIENZA 
Ai ______ 


quela di demolizioni, di distruzioni, di decadimenti e di rovine, la 
quale d'ogni parte ci sovrasta, tanto da divenire l’apostolo e il pro- 
curatore della mostruosa logica della paura, il profeta delle tenebre 
e di un’eclissi solare, giammai prima, forse, apparita sulla terra? 
Noi stessi, indovini nati, che stiamo in vedetta sui monti, fra l’ieri 
e l'indomani, sbalestrati dalle contraddizioni d’ieri e di domani, noi 
primogeniti e precoci figli del secolo venturo, che giù dovremmo 
scorgere ombre d’ogni intorno, imminenti sull'Europa, — per quale 
ragione attendiamo, senza un interesse speciale, e anzitutto senza 
nè preoccupazioni nè timori, l'avvento di cotesta eclissi? Siamo 
noi, forse, ancéra sbigottiti dalle prossime conseguenze dell’avve- 
nimento? — e coteste prossime conseguenze, al contrario di ciò 
che si potrebbe, forse, aspettarsi, non ci appaiono affatto tristi e 
tenebrose, ma sì quasi un’emanazione di luce novella, difficile a 
descriversi, come una specie di felicità, d’alleggerimento, di serenità, 
d'incoraggiamento, d’aurora. In realtà, noialtri, filosofi e “ liberi 
Spiriti ,, ci sontiamo illuminati da un'aurora novella, quando udiamo 
che “ il vecchio Iddio è morto ,; il nostro cuore trabocca di gra- 
titudine, di stupore, di sospetto e d’attesa, — l'orizzonte ci sembra 
finalmente anedra libero, puro ammettendo ch’esso non sia ancora 
del tutto rischiarato, — le nostre navi possono ancora navigare, 
navigare dinnanzi a ogni pericolo, poichè ogni audacia della Cono- 
scenza è di nuovo lecita, ed il Mare, il nostro Mare, s’estende li- 


bero dinnanzi a noi, sì che mai ci sembra essere prima esistito “ un 
Mare così aperto ,. 


944, 


Quanto ancora noi siamo devoti. — Nella 


E - Scienza, ben a ragione 
sì afferma, le convinzioni non h 


sn anno cittadinanza: appena quando 
osse si decidano d’umiliarsi sino alla modestia di un'ipotesi, o di un 


provvisorio punto di vista sperimentale, o d’una finzione ordina- 
trice, può venir loro conceduto l’accesso, ed un corto qual valore, 
nel dominio della Conoscenza, — con la restrizione, però, di dover 
“unanere sotto la sorveglianza diretta della polizia della diffi- 
denza. — Ma ciò non significa, forse, più esattamente: appena che 
la convinzione cessì d'essere convinzione, può pretendere all’ac- 
Lesso nella Scienza? La disciplina dello spirito scientifico non in- 
comincerebhe essa, forse, soltanto allora che le convinzioni fossero 





gr 





| 





era Sun 


LIBRO QUINTO 201 





soppresse ?... E probabile che ciò avvenga: rimane soltanto da chie- 
dere, se non sia per avventura necessaria una convinzione, una 
persuasione talmente imperiosa e incondizionata, la quale costringa 
ogni altra persuasione a sacrificarlesi, — per poter iniziare cotesta 
disciplina? Ben è chiaro come la Scienza stessa si riposi sopra una 
certa fede, non potendo in alcun caso sussistere una Scienza “ in- 
condizionata ,. La domanda, se la Verità sia necessaria, non deve 
soltanto ricevero da prima una risposta affermativa, ma sì tale 
risposta dev'essere fatta in modo, che tanto il principio quanto la 
fede e la convinzione, vi sieno in questa guisa espressi: “ nulla 
essere più necessario della Verità, ed in rapporto ad essa, tutto 
il rimanente avere un valore di secondo grado ,. — Che cosa è 
mai cotesta incondizionata volontà di raggiungere, a qualsiasi costo, 
la Verità? È dessa, forso, la volontà di now lasciarsi ingannare ? 
O la volontà di non ingannare? Imperochè la Volontà della Ve- 
rità potrebbe venire ancora interpretata nel seguente modo: am- 
mettendo, cioè, che la generalizzazione del concetto “ io non voglio 
ingannare , comprenda anche il concetto particolare “ io non voglio 
ingannarmi ,. Ma perchè, dunque, non voler ingannare ? E perchè, 
non voler essere ingannati ? — Si osservi como i motivi della prima 
eventualità si basano sopra un tutt'altro criterio, che quelli della 
seconda: non si vuole essero ingannati, perchè si pensa che ciò 
sia cosa ben dannosa, pericolosa e fatale, — talmente che, osser- 
vata da questo punto di vista, la Scienza vorrebbe quasi essere 
una specie di prolungata astuzia, di prudenza e d’utilità, alla quale 
si potrebbe agevolmente opporre: como? il non voler essere in- 
gannato è realmente meno dannoso, meno pericoloso e meno fa- 
tale, del suo contrario ? Che cosa sapeto voi, dunque, già antici- 
patamente, del carattere della Vita, per poter decidere se il più 
grande vantaggio sussista nell’ incondizionata diffidenza o nella 
fiducia assoluta? Ma nel caso cho ambedue, molta diffidenza © 
molta fiducia, fossero necessario, donde mai potrebbe essa la Scienza 
derivare la sua fede incondizionata e la sua convinzione, sulle 
quali essa si basa: che la Vorità, cioè, sia più importante d'ogni 
altra cosa, e più di ogn’altra persuasione ? Poichè questa persua- 
sione non avrebbe potuto certo formarsi, se la Verità e la Fal- 
sità si fossero dimostrate, incessantemente, ambedue, come utili: 
quali, cioè, realmente sono. L’inconfutabile nella Scienza, non può, 
dunque, aver tratto la sua origine d'un tale calcolo utilitario, ma 








202 LA GAIA SCIENZA 


sì piuttosto è venuta formandosi spontanoamente, malgrado che le 
venissero costantemente dimostrati così l’inutilità che il. pericolo, 
della # Volontà della Verità ,, della “ Verità a qualsiasi costo ,. 
“ A qualsiasi costo »: ohimè! noi comprendiamo sin troppo hene 
ciò che questo significhi, specie dopo aver offerta e immolata su 
questo altare, una fede dopo l’altra! — Per conseguenza, “ la vo- 
lontà della Verità , non significa “io non voglio essere ingan- 
nato ,, ma sì — ed alcun'altra scelta non è concessa, — “ io non 
voglio ingannare nemmeno me stesso ,: — e con ciò, noi ci tro- 
viamo sul terreno della Morale. Imperochè sarà consigliabile di 
chiederci esauriontemento: “ perchè non vuoi tu ingannare? ,, in 
ispecie quando paresse — ed in realtà pare! — che la Vita si 
basi sull’apparenza; sull’errore, cioè, sull'inganno, sulla dissimula- 
zione, sull’abbagliamento, sull’accecamento di sè medesimi; e quando 
dall'altro lato, apparisse che la forma grandiosa della Vita siasi 
sempre manifestata sotto l’aspetto meno razionalmente to\vtpotot. 
Una tale premessa potrebbe, forse, assomigliare a una Don-Quijo- 
teria, a un piccolo nonsenso entusiastico; ma potrebbe anche es- 
sere qualche cosa di peggio, un principio distruttore, cioè, od 
ostile alla Vita... “ La volontà della Verità , — questa potrebbe 
anche essere una celata volontà di Morte. — Per modo che la 
domanda “ perchè la Scienza? , ci riconduce al problema morale: 
“ perchè allora la Morale, se la Vita la Natura e la Storia sono 
“ immorali ?, Ciò ch'è verosimile, nel senso più audace ed ul- 
timo della parola, quale è ammesso dalla fede nella Scienza, af 
ferma, non c'è dubbio, l’esistenza d'un altro Mondo, diverso da 
quello della Vita, della Natura e della Storia; e perchè, dunque; 
non dovrebbe esso negare questo Mondo, il nostro Mondo, — in 
quanto al meno sia da quesio affermata l’esistenza dell’“ altro 2... 
Ma sl avrà omai, credo, compreso, dov'io tenda, — ad asserire, 
cioè, che la nostra fede nella Scienza si appoggia pur sempre 
sopra una credenza metafisica, — e che noi stessi, noi che cer- 
chiamo oggi la Conoscenza, noi, gl’atei e gl’antimetafisici, deri- 
viamo ancora il nostro fuoco dall’incendio, suscitato da una vecchia 
23 che dieci volte secolare, da cotesta fede cristiana, la quale 
SE o era pur quella di Platone, e che stabilisce Iddio essere l@ 
io: a cre cosa divina... Ma che cosa accadrebbe 

pre meno verosimile, se nulla si dimostrasse 


BERROA UR tranne l'errore, l'accecamento, la menzogna, — ® 
10 Stesso rivelasse d’essere la nostra menzogna più lunga? 






ì 
| 


er _£ 


peli —- 


<>r-/ 


345. 


La Morale come problema. — La mancanza di personalità s’espia 
dovunque : una personalità indebolita, meschina, intorpidita, la quale 
neghi e rineghi sè stessa, non riesce a nulla di buono, — e, meno 
ancéra che in altro, nella Filosofia. La mancanza d'egoismo non ha 
alcun valore nò nel cielo nè sulla terra; ogni grande problema ri- 
chiede un grande amore, e solo agli spiriti forti, tetragoni e saldi, 
i quali solo in sè stessi confidano, è dato d’affrontarli. Fa una 
grande differenza, se un pensatore affronti personalmente i suoi 
problemi, por modo ch'egli scorga in essi così il suo destino che 
la necessità sua e la sua felicità, o s'egli vi s'accosti “ imperso- 
nalmente ,, S'egli, cioè, sì disponga @ toccarli ed afferrarli, con pen- 
siori di fredda ed impassibile curiosità. In questo secondo caso, 
nulla potrà risultarne, per quanto mai ci si possa ripromettercì ; 
poichò ammesso pure che i grandi problemi si lascino afferrare, 
non certo essi si lasciano trattenere dai ranocchi e dagli uomini 
deboli: questo essendo ad aelerno il loro gusto, un gusto ch’essì, 
del resto, si degnano di condividere con tutte le brave e imbelli 
fomminucce. — Come, allora, avviene, ch'io non mi sia mai ancora 
imbattuto .in qualcuno, anche negli stessi libri, il quale si dispo- 
nesse ad affrontare la Morale, come qualche cosa di personale, e 
il quale da essa traesse fuori un problema, e questo problema con- 
siderasse quale sua personale necessità, quale sofferenza e voluttà 
e passione ? Evidentemente, la Morale non ha sinora costituito 
alcun problema; sì piuttosto essa è stata il punto, in cui ora utile, 
insieme di convergere, dopo ogni diffidenza, dopo ogni discordia; 
dopo ogni contraddizione, il sacro luogo della pace, nel quale ai 
pensatori veniva fatto di riposarsi, pur di sè stessi, di liberamente 
respirare © di rivivere. To non riesco a scorgere alcuna persona, 
la quale abbia osato di concepire una critica dei valori morali; nè 
mi si appalesano, 2 proposito di questo argomento, gli stessi ten- 
tativi consueti della curiosità scientifica, di cotesta forza d’imma- 
ginazione audaco 0 tentatrice, onde sono dotati i psicologi e gli 
storici, la quale assai facilmente presenta un problema e lo coglie 
a volo, senza nemmeno conoscerne la natura. Molto, s'io sla TIU- 
scito a scovar fuori qualche raro saggio d'una storia delle origini 
di cotesti sentimenti e di coteste estimazioni dei valori (la quale 





Sa 


LA GAIA SCIENZA 


cosa è alquanto diversa da una critica dei medesimi, e da una 
storia dei sistemi etici)! In un unico (350; ho fatto tutto ciò che 
mi fosse possibile, per incoraggiare 1 inclinazione d'un talento, 
dedito a tale specie di storia, — ma in vano, come m è dato oggi 
di scorgere. Questi storici della Morale (inglesi, in ispecie), hanno 
un assai scarso valore: essi obbediscono, puro oggi, abitualmente, 
ai cenni d'una data Morale, e ne formano inconsciamente così il 
seguito che la scorta armata; conformandosi, forse, a cotesto pre- 
giudizio popolare dell'Europa cristiana, il quale, ripetuto con tanta 
insistenza fedelmente cordiale, esige che la caratteristica d’ogni 
azione morale sia riposta nell’altruismo, nella rinuncia a sè stessi 
e nella pietà. Il loro errore consueto sta nel sostenere che esiste 
una specie di consensus dei popoli, o almeno dei popoli addomesti- 
cati, a proposito d’alcuni principî della Morale, e nel concludere 
che ne deriva un obbligo assoluto e generale tanto per mo quanto 
per te; o al contrario, nel dedurre l'indipendenza d'ogni Morale, 
poichè sono riusciti a convincersi dell’opposta Verità, secondo la 
quale i valori morali sono necessariamente differenti nei difforenti 
popoli: le quali due asserzioni, sembranmi essere egualmente infan- 
tili. L'errore, invece, dei più acuti fra loro, sta nello scoprire e nel 
criticare le opinioni, forse fallaci, di un popolo, a proposito della 
sua Morale, come pure quelle di tutti gli uomini, a proposito di 
ogni Morale umana, e quelle, a proposito dell’origine della Mo- 
rale, della sua sanzione religiosa, del pregiudizio del libero ar- 
bitrio, ecc., ecc., e nel credere con ciò, di avere criticato la Morale 
stessa. Ma il valore del precotto “ tu devi, è fondamentalmente 
diverso, ed indipendente da tali opinioni sul precetto stesso e dalle 
male erbe dell'errore, ond’esso precetto è forse ammantato: nella 
stessa guisa, l'efficacia d'una medicina sopra un ammalato non ha 
alcuna relazione con le cognizioni mediche dell’ammalato stesso; 
sia ch'egli ragioni scientificamente o come una volgare femminuccia 
qualunque. Una Morale potrebbe essere anche cresciuta su da un er- 
tore: anche sotto questo aspetto rimarrebbe pur sempre intatto il 
problema del suo valore. Nessuno ha, dunque, esaminato sinora il 
valore di cotesta più celebrata fra tutte le medicine, che ha nome 
Morale; per fare ciò, sarebbe anzi tutto necessario di rivolgerle 
alcune domande. — Ebbene! Questa è, appunto, l’opera nostra. 









ì 


ccm 


e no 


SISRVAZIE" POSE TENNE ; Ei EE I A PE EAT 





LIBRO QUINTO 205 
346. 
Il nostro punto interrogativo. — Ma come non comprendete voi 


ciò? In verità sarà necessaria alquanta fatica, per poterci com- 
prendere. Noi cerchiamo le parole, ed anche, forse, le orecchie, 
adeguate. Chi siamo noi dunque? Se volessimo, con antica frase, 
denominarci atei o increduli, o anche immoralisti, non riusciremmo 
a credere noi stessi, per un ben lungo tempo, alla possibilità di 
venire designati come tali: noi siamo tutt'e tre queste cose, in 
uno stadio un po’ troppo tardivo, perchè si possa comprendere, 
perchè voi possiate comprendere, o miei cari curiosi, in quale stato 
d'animo noi ci si trovi. No! bando all’amarezza e alla passione 
dell’uomo strappato al suo Destino, il quale deve foggiarsi dalla 
sua incredulità anc6ra una fede, una mèta, un martirio! Noi siamo 
ormai freddi e indurati nell’opinione, che nulla di ciò che accade 
nel Mondo sia divino, e neppure, secondo umani criteri, ragionevole 
giusto o pietoso: noi ben sappiamo che il Mondo in cui viviamo, 
è cosa tutt'altro che divina, ma sì immorale ed “ inumana ,, — 
onde, per troppo lungo tempo l'abbiamo considerato da un lato 
falso e menzognero, a seconda del desiderio e della volontà della 
nostra venerazione, a seconda, cioè, d'un reale disogno. Imperochè 
l’uomo è un animale venerabile ! Ma egli è anche un animale dif- 
fidente: sì che la cosa più certa, della quale la diffidenza nostra 
abbia finito coll’impossessarsi, consiste nell'opinione, che il Mondo 
non valga quanto noi avevamo opinato. Tanta diffidenza, in ciò, 
quanta filosofia. Noi, però, ci guardiamo beno dall’asserire che il 
Mondo ha, ora, minor valore: chò ci sembrerebbe, in verità, cosa 
assai ridicola, se l’uomo pretendesse, oggi, di scoprire valori, i quali 
oltrepassassero il valore del Mondo reale, — ed è da ciò, appunto, 
che noi siamo, ora, ritornati, come da uno strano traviamento della 
vanità e della stolidezza, umane, le quali per lungo tempo non 
furono riconosciute tali. Cotesto traviamento ha trovato la sua ul- 
tima espressione nel moderno pessimismo, espressione la quale, più 
antica e più valida, trionfa già nelle dottrine di Budda; ed il Ori- 
stianesimo stesso n'è pervaso, rivelandosi essa in questo, e più 
dubbiosa e più ambigua, ben è vero, ma non perciò meno sedu- 
conte. Tutti gli atteggiamenti dell’“uomo contro il Mondo », dol 
l’uomo come pietra di paragone delle cose e come giudice del- 








206 LA GAIA SCIENZA 


L'Universo, il quale finisce col mettere l’esistenza stessa sulla sua 
bilancia, e col trovarnela troppo leggera, — si sono rivelati nella 
nostra coscienza, insieme al loro straordinario cattivo gusto, tal- 
mente che noi ne siamo ormai nauseati, e siamo costretti di ri- 
dere ogni qual volta troviamo “ l’uomo e il Mondo ,, posti l’un 
presso all’altro, divisi soltanto dalla sublime presunzione della par- 
ticella “ e ,! Come dunque? Non siamo noi riusciti, nemmeno ri- 
dendo, a procedere d’un solo passo, nel disprezzo degl’uomini? e 
nemmeno nel pessimismo, nel disprezzo, cioè, dell’esistenza, quale 
noi la percepiamo ? Non siamo noi, forse, anche per questa ragione, 
caduti nella diffidenza, derivata dal contrasto fra il Mondo, il 
quale era stato sinora l’asilo nostro e delle nostre venerazioni, — 
coteste venerazioni, per le quali noi, forse, tolleriamo la Vita, — 
ed un altro Mondo, formato da noi stessi: in una diffidenza, cioè, 
implacabile, fondamentale e radicale, di noi medesimi, la qualo sì 
impadronisce sempre più, e sempre più aspramente, di noi Europei, 
e potrebbe assai agevolmente mettere le future generazioni faccia 
a faccia con questo terribile dilemma: “o sopprimete le vostre 
venerazioni, o sopprimete voi stessi! , Questo secondo imperativo 
farebbe parte del nichilismo; ma non sarebbe eziandio il primo, 
nichilismo pretto? — Questo, il nostro punto interrogativo. 


347, 


I credenti ed il loro bisogno di fede. — Si misura il grado di forza 
della fede d'una persona (o meglio il grado di debolezza), dalla 
quantità di principii “ solidi ,, che ad essa è necessaria per pro 
sperare, di quei principi ch’essendo il suo appoggio, essa non ame 
rebbe di vedere scossi. La maggior parte degli abitanti della vecchia 
Europa ha pur oggi, mi sembra, bisogno del Cristianesimo: dal 
quale bisogno, questo trova pur sempre un consenso tanto gene 
rale. Poichè l’uomo è così fatto: si potrebbe confutargli ben mille 
volte un suo principio di fedo, — ammesso ch’egli ne avesse bi- 
Sogno; — ed egli s’affretterebbe ogni volta a ritenerlo ancéra 

Vero », — a simiglianza di quella celebre “ prova della forza x; 
onde si narra nella Bibbia. Qualcuno ha ancora bisogno di Meta- 
Te SE poesie furioso desiderio di certezza, il quale sì 

oggi fra n È È :}]- 
vismo, il iano i SÉ È SoS Sosicache te LI È 
’ vere a qualsiasi costo quale 





LIBRO QUINTO 207 





cosa di sicuro (mentre, in realtà, a causa del fervore di cotesto 
desiderio, si trattano assai leggermente e superficialmente le basi 
di tale certezza), — è, in fondo, il desiderio di riposo e di prote- 
zione, o per definirlo brevemente, è quell’istinto della debolezza, il 
quale, se pur non sia atto a creare le religioni, le metafisiche e le 
convinzioni d’ogni specie, le conserva. In realtà, in torno a tutti 
cotesti sistemi positivisti, s'eleva la nuvola della fuliggine pessimi- 
stica, qualche cosa di simile alla stanchezza, al fatalismo, alla di- 
sillusione e alla paura di nuove disillusioni, — o ancéra l'ostenta- 
zione d’un’intima collera, di un cattivo umore, d’' un’anarchico 
disdegno, o di tutto ciò che sia sintomo o maschera del sentimento 
di debolezza. La stessa impetuosità, onde alcuni fra i più abili nostri 
contemporanei si abbandonano perdutamente fra meschine angolo- 
! sità e strettoio, come ad esempio nel vortice del patriottismo retorico 
(così mi piace di definire ciò che in Francia è chiamato chauvi- 
nisme, ed in Germania “ germanico »), 0 nelle scuole estetiche piene 

di scabrosità dolla specie del naturalisme parigino (il quale non 

I elegge nè scopre, dalla Natura, che quella parte soltanto che possa 
suscitare disgusto e stupore, — la quale parte, usa oggi di chia- 

marsi Za verité vraîe), o nel nichilismo di modello pietroburghese 

(nella fede nell’incredibile, cioò, spinta sino al martirio), — cotesta 

impetuosità rivela sempre anzi tutto, il bisogno di fede, di riposo, 

di appoggio, di ritegno... La fede è sempre più desiderata e più 

urgentemente necessaria là dove la Volontà fa difetto: imperochè, 

‘ essendo la Volontà, l’emozione del comando, essa è il segno distin- 
tivo del dominio di sò medesimi e della Forza. La quale cosa si- 

gnifica che quanto meno uno sa comandare, tanto più violentemente 

ogli aspira a qualcuno che comandi, che severamente s' imponga, 

a un Dio, a un principe, a uno Stato, a un medico, a un confes- 

sore, a un dogma, a una coscienza di partito. Dal qual fatto si 

potrebbe, forse, dedurre che le duo grandi religioni mondiali, il 

Buddismo ed il Cristianesimo; potrebbero avere derivato la loro 

origine e l'improvviso sviluppo in un'enorme malattia della Volontà. 

E così è anche, in realtà, avvenuto: ambedue le religioni si sono 

imbattute in un’aspirazione eretta sul nonsenso, tesa sino alla di- 

sperazione, a causa dell’intorpidimento della Volontà, aspirazione, 

la quale convergeva nel bisogno d'un“ tu devi , qualsiasi; ambedue 

erano maostre di fanatismo, in epoche d’affievolimento della Volontà, 

ed offrivano, per tal modo, un appoggio a una moltitudine innumere- 














208 LA GAIA SCIENZA 


revole, una possibilità nuova di volere, una gioia della Volontà, 
Imperochè il fanatismo è l’unica “ forza di Volontà ,, cui possono 
venire addotti pure i deboli e gl’incerti, come a una specie d’ipno- 
tizzazione dell'intero sistema sensorio e intellettuale, in favore del 
nutrimento sovrabbondante (ipertrofia) d'un unico sentimento, d’un 
unico punto di vista omai dominatore, — di ciò, appunto, che il 
cristiano chiama la sua fede. Allorquando un uomo giunge alla 
convinzione fondamentale, essere necessario che gli venga coman- 
dato, egli diviene “ credente ,; Se avvenisse il contrario, potremmo 
imaginare una gioia e una forza d’autodominazione, una libertà del 
volere, onde lo spirito si congederebbe da ogni fede e da ogni de- 
siderio di certezza, esercitato, qual’è, a tenersi in equilibrio sulle sot- 
tili corde della possibilità ed a danzare sull'orlo degli abissi. Un 
tale spirito sarebbe il libero spirito PAR FXCELLENCE. 


348. 


Dell’origine degl’uomini dotti. — L'uomo dotto trae le sue origini, 
in Europa, da ogni ceto possibile e da ogni specie di condizioni 
sociali, simile a una pianta, la quale non abbisogni d’un terreno 
speciale di cultura; è per ciò ch'egli appartiene, essonzialmente © 
involontariamente, ai depositari dell’iden democratica. Ma cotesta 
origine si rivela spontaneamente. Se si abbia un po’ l’occhio eser- 
citato a scoprire e a cogliere sul fatto, in un libro erudito o in un 
trattato scientifico, l’idiosinerasia dell’uomo dotto, — ed ogni per 
sona dotta ne ha una, — si riconoscerà quasi sempre, dietro di 
questo, “la sua preistoria ,, la sua famiglia, ed in ispecie lo condi- 
zioni ed i mestieri di questa sua famiglia. Allorquando il sentimento 
“ d’avere dimostrato qualche cosa, sì da sentirseno soddisfatto » 
trova la sua adeguata espressione, è generalmente la generazione 
avita del sangue e dell’istinto, del dotto, quella che, secondo i 
propri criteri, approva “un lavoro fornito ,; — la fede nella di- 
mostrazione è soltanto un sintomo di ciò che in tutti i tempi, in 
una stirpe laboriosa, è stato considerato quale “ un buon lavoro n 
Un esempio: i figliuoli dei cancellieri e dei burocratici d'ogni speci 
Îl cui c6mpito principale è sempre stato quello di ordinare un m& 
teriale molteplico, di catalogarlo e, in generale, di schematizzarlo; 
dimostrano, qualora sieno per divenire uomini dotti, una inclina 
zione a voler ritenere un problema, quasi omai risoluto, tosto che 











LIBRO QUINTO 209 


_rrr—______@@@rlm.m@—@—m@—r@r@rr__r_@—t——_——mtmmm.).ÒÙeWÒIu 


essi l'abbiano ordinato schematicamente. Ci sono filosofi, i quali 
non sono, in fondo, che cervelli schematici, per i quali la parte 
formale dell’occupazione del loro padre è divenuta la sostanza stessa 
dell’intelligenza. Il talento atto a classificare e a riempire casel- 
larî, rivela qualche cosa; non si è impunemente figliuoli dei propri 
genitori. Il figlio di un avvocato, anche se dedito alle ricerche 
scientifiche, dovrà pur sempre restare avvocato: egli vorrà che, 
anzi tutto, la sua causa sembri ragionevole e, quindi, forse, che 
abbia ragione. I figliuoli dei sacerdoti e dei maestri protestanti 
possono venir riconosciuti dall’ingenua sicurezza, ond'essi, quali 
dotti, considerano la loro causa già come dimostrata, quand’essa, 
invece, sia soltanto da loro cordialmente e calorosamente esposta: 
poichè essi sono sin troppo abituati a essere creduti, — ciò essendo 
stato proprio del “ mestiere , dei loro padri! Un ebreo, invece, è 
assai poco avvezzo, conformemente alla cerchia d'affari e al pas- 
sato del suo popolo, a venire creduto: si osservino, in quanto & 
ciò, i dotti giudei; — tutti loro hanno una grandissima fede nella 
Logica, come in quella che, per mezzo d’argomentazioni, costringe 
all’approvazione; essi ben sanno di dover vincere per mezzo di 
essa, pure là dove esista contro di loro una ostilità di razza e di 
classe, o dove assai malvolentieri si usi loro credere. Imperochè 
nulla esiste di più democratico della Logica: essa, non conosce ri- 
guardi di persone, e gli stessi nasì aquilini le sembrano diritti. 
(E qui giova osservare: l'Europa dev'essere non poco grata agli 
Ebrei, per ciò che si riferisco alla Logica e alla pulizia delle abi- 
tudini cerebrali; ed i Tedeschi, prima di tutti, razza compassionevol- 
mente sragionevole, cui è pur oggi ancéra necessario di “ lavare & 
volte la testa ,. Dovunque gl’Ebrei abbiano estesa la loro influenza, 
ossi hanno insegnato a distinguere più sottilmente eda più acuta- 
mente inferire, a scrivere più chiaramente e più nettamente: loro 
compito è stato sempre quello di condurre un popolo alla reison). 


349. 


Anodra dell'origine degl'uomini dotti. — Il voler conservare sè me- 
desimi è l’espressione d'una distretta, d’una delimitazione del vero 
istinto fondamentale della Vita, il quale tende all'ampliamento della 
potenza e, nel tendere & ciò, mette in repentaglio © sacrifica la 
conservazione di sè stessi. Si ritenga sintomatico il fatto che alcuni 


. ° 14 
F. Nierzscue, ‘La gata scienza. 








210 LA GAIA SCIENZA 

n e {e 
filosofi, fra i quali, ad esempio, il tisico Spinoza, hanno considerato 
e dovettero considerare nel cosidetto istinto di conservazione, la 
causa decisiva del tutto: — ben ò vero ch'’essi dovettero trovarsi 
allora in ben crude distretto. Il fatto che le nostre moderne scienze 
naturali siensi sino @ tale punto inviluppate nel dogma spino- 
ziano (da ultimo e nel modo più grossolano, col Darwinismo e con 
la sua dottrina incomprensibilmente unilaterale della “ lotta per 
l’esistenza, —), dipende, assai probabilmente, dall'origine della 
maggior parte dei naturalisti: essi appartengono, rispetto a ciò, 
al “ popolo »; ed i loro antenati erano povere e grame persone, le 
quali avevano, sin troppo da vicino, conosciuta la difficoltà del 
trarsi d’impiccio. Intorno all'intero Darwinismo inglese alita qualche 
cosa di simile alla mancanza d’aria, derivata dall’eccesso di popo- 
lazione nelle città inglesi, qualche cosa di simile all'’odor di mi- 
seria, promanante dalla piccola gente. Ma, essendo naturalista, 
sarebbe opportuno d’uscire dal proprio ristretto angolo umano, 
poichè nella Natura non le distrette dominano, sì l'esuberanza @ 
lo sperpero sino quasi alla follia. La lotta per l’esistenza è sol- 
tanto un'eccezione, una temporanea restrizione della Volontà di Vita; 
la grande e la piccola lotta vertono tutt’ intorno alla preponde- 
ranza, all’accrescimento ed all'ampliamento della potenza, confor- 


memente alla Volontà di potenza, la quale è, appunto, Volontà 
di Vita. 


390, 


In onore degli homines religiosi. — La lotta contro la Chiesa è fra 
altro, — poichè essa significa parecchie coso, — anche la lotta delle 
nature più volgari, più soddisfatte, più fiducioso, più superficiali, 
contro la signoria degl’uomini più gravi, più profondi, più con 
templativi, più perversi, cioè, e più diffidenti, i quali ruminano Un 
0004 sospetto sul valore dell’esistenza e sul proprio valore: — 
l’istinto volgare del popolo, la sua gioia sensuale, il suo « buon 
cuore , si sono dovuti necessariamente ribellare contro questi uomini. 
Tutta la Chiesa romana si basa sopra una diffidenza meridionale 
della natura umana, la quale diffidenza, stata sempro falsamente 
intesa nel Settentrionale, è stata ereditata dall'Oriente profondo; 
dall'Asia primitiva e misteriosa e dal suo spirito contemplativo. 
Già il Protestantesimo stesso è una ribellione popolare, in favore 





8, 











ESS o nen N, TE TALES LA NATE A SETA 


ii IR e 


LIBRO QUINTO 9211 





degl’uomini bonarî, candidi e superficiali (il Nord è stato sempre 
più dolce e più piano del Mezzogiorno); ma la Rivoluzione fran- 
cese soltanto, ha consegnato completamente e solennemente nelle 
mani all’ “uomo buono , lo scettro, (alla pecora, all’asino, all’oca 
e a ogni animale, il quale sia incurabilmente superficiale e collo 
torto, e maturo per il manicomio delle “ Idee moderne ,). 


351. 


In onore delle nature pretine. — Io penso che i filosofi si sieno 
tenuti sempre lontanissimi da ciò che il popolo pensa essere la 
Saggezza vera (e chi non è oggi “ popolo ,? —), da quella prudente 
tranquillità d'animo, da quella devozione e da quella dolcezza da 
parroco di campagna, propria quasi delle vacche, le quali sdraiato 
sopra l'erba d’una prateria, assistono con occhio serio, ruminando, 
allo spettacolo della Vita; — e ciò è forse avvenuto perchè essi 
i filosofi non si sentono abbastanza “ popolo , non abbastanza par- 
roci di campagna. Nello stesso modo, essi saranno gli ultimi a 
voler credere che il popolo posse comprendere qualche cosa di ciò 
che gli è più ostraneo, della grande passione, cioè, di colui che 
corca la Conoscenza, il quale costantemente vive deve vivere in 
mozzo alla nube temporalesca dei più alti problemi e delle più 
gravi responsabilità (il quale non è, dunque, affatto, fatta estrin- 
socazione dalla sua professione, nè contemplativo, nè indifferente, 
nò sicuro, nè oggettivo...) Il popolo venera una specie ben diffe- 
rente d’uomini, conformandosi, a sua volta, a un suo ideale del- 
l’uomo “ saggio », e ha mille volte ragione di rendere omaggio di 
onori e di parole a una tale specie d'uomini: questi sono ì carat- 
tori miti sorì semplici e casti, di preti, © di ciò ch'è simile a 
loro; — ad essi salgono le lodi che il popolo innalza, nella sua 
venerazione della Saggezza. E a chi, dunque, tributerebbe il popolo, 
a ragione, maggiore gratitudine, di quello che a questi uomini che 
gli appartengono, © che sono nati da lui, eletti, consacrati e sa- 
crificati al suo benessere, — poichè essi stessi si reputano d'essere 
sacrificati a Dio? — & questi uomini, dinnanzi ai quali gli è con- 
cesso d’impunemente sfogare il suo cuore, e di liberarsi de' suoi 
segreti, delle sue preoccupazioni e di cose anche peggiori (— poichè 
luomo che “si confida », sì libera di sè stesso; e chi ha “ cono- 
sciuto ,, dimentica)? Una grande necessità qui s'impone: impe- 








212 i LA GAIA SCIENZA 


rochò anche per le coso immonde dell’anima sono necessari ca- 
nali di scolo ed acque purificatrici, sono necessari impetuosi torrenti 
d'amore e cuori gagliardi umili e puri, pronti, sempre, e devoti a 
un tale ufficio di privata sanità, — perchè già questo ufficio stesso 
è una specie d'opera sacrificale, ed i preti stessi altro non sono, 
in fondo, che sacrificatori d’uomini... Il popolo considera tali uomini 
della “ fede ,, così sacrificati e serì e silenziosi, come saggi, come 
gente, cioè, che si sia acquisita la sapienza, come uomini “ sicuri ,, 
in relazione alla sua propria incertezza : chi vorrebbe, dunque, pri- 
varlo di queste parole e di questa venerazione? — Ma viceversa, 
è giusto che tra i filosofi il prete sia considerato quale un uomo del 
* popolo ,, e nor quale un sapiente, — anzitutto, perchè ossi stessi 
non credono nei “sapienti ,, e cotesta fede 0 superstizione sa loro 
di troppo “ popolare ,. È stata la modestia, quella che in Grecia 
creò la parola “ filosofo ,, lasciando ai commedianti dello spirito 
il magnifico orgoglio di chiamarsi saggi, — la modestia di quei 
mostri di superbia e di dominio di sè medosimi, che furono Pi- 
tagora e Platone —. 


302. 


Sino a qual punto sì possa appena, rinunciare alla Morale. — 
L'uomo nudo è, generalmente, uno spettacolo osceno — io parlo di 
noi Europei (e non, ben inteso, dell’ Europeo!). Supponiamo, per 
un momento, che i più giocondi convitati d’un festino, per il ma- 
ligno incantamento d’un mago, si vedessoro d’un tratto spogliati 
e nudi; io credo che non soltanto la loro letizia, ma anche il loro 
più formidabile appotito no sarebbe scoraggiato: — poichò e' pure 
che noialtri Europei non si possa in alcun modo rinunciare a 07 
testa mascheratura che si chiama vestito. Ma il travestimento 
degli È uomini morali, non avrebbe, forse, le sue buone ragioni 
di ricercare il suo velamo tra lo formolo morali ed i dettami della 
decenza, affinchè le nostre azioni fossero benignamente nascoste 
dai concetti del dovere, della virtù, del senso comune, dell'onora: 
tezza, del disinteresse? Non ch'io mi creda essere necessario di 
mascherare così la cattiveria e la perversità umana, 0 meglio la 
mala bestia selvaggia ch'è in noi; è mia idea, invece, che noi of- 
friamo un ben vergognoso spettacolo, quali animali domestici, Sì 
che necessariamente abbisognamo d’un travestimento morale; — 








tn 


LIBRO QUINTO i 213 





chè “ l’uomo interiore ,, in Europa, non è abbastanza malvagio 
da potero ragionevolmente “ farsi vedere , come tale (per vg 
rire dello, come tale —). L’ Europeo si traveste nella Morale, perchè 
egli è divenuto un animale ammalato, malaticcio e storpio, fi quale 
ha le suo buone ragioni d’essere “addomesticato ,, essendo egli 
quasi un aborto, qualche cosa d' imperfetto, di debole e di sinistro... 
Non alla ferocità dell'animale predaco è necessario un travesti- 
mento morale, ma sì piuttosto alla bestia della mandra, con la sua 
mediocrità profonda, con la sua paura, e con la noia che da sè 
stossa le doriva. La Morale illeggiadrisce V Europeo, — confessiamolo, 
adunque! — sì da renderlo più distinto, più significativo, più rag- 
guardevole, e “ divino ». — 


359. 


Dell’origine delle religioni. — La vera trovata dei fondatori di re- 
ligioni consiste, d'un lato, nell'avere stabilito un modo di Vita e 
un regime speciale dei costumi, il quale agisce come disciplina vo- 
luntatis, e mette in fuga, nel medesimo tempo, la noia; nell'avere, 
quindi, data a cotesta Vita un’interpretazione, mercò la quale essa 
sembra irradiata da un valore superiore, per modo che è divenuta 
un bone, per il quale si combatte ed, in certe circostanze, sì sa- 
crifica la stessa esistenza. In realtà, di queste duo trovate, la se- 
conda è la più importante; la prima, il modo di vivere, esisteva 
già, in generale, ma vicino ad altri modi di vivere, e sonza avere 
un'idea del valore ad esso inerente. Il significato, l'originalità del 
fondatore di religioni si appalesa, ordinariamente, nel fatto ch'egli 
vede e sceglie cotesto modo di vivere e, per la prima volta, indo- 
vina a che cosa esso possa servire e come lo si possa interpre- 
tare. Gesù (o Paolo), per esempio, trovò intorno a sè stesso la 
vita delle piccole persone delle province romano, una vita modesta 
virtuosa ed oppressa: egli 1° interpretò, e v'infuse un senso ed un 
valore, più alti, — ed insieme a questi, il coraggio di disprezzare 
ogni altra specie di vita, il tranquillo fanatismo, la secreta e sot 
terranea confidenza in sò stessi, la qualo crebbe sino a “ soggio- 
gare il Mondo , (cioò, Roma ed i ceti superiori di tutto l'Impero). 
Anche Budda, nella stessa guisa, trovò tale sorta d’uomini, sparsi 
ceti e per tutt'i gradini sociali del suo popolo, la quale 


per tutti 
così buona che bonaria (o più che tutto, inof- 


è, per mera pigrizia, 








4 i LÀ GAIA SCIENZA 
P_i spo 
fensiva), così temperante che scevra d'esigenze: egli comprese la 
necessità d’irreggimentare una tale sorta d’uomini, con tutta la loro 
vis inertiae, in una fede sola, la quale promettesse di celare il ri- 
torno delle miserie terrestri (del lavoro, cioè, e dell’azione in 
ispecie); — © il comprendere una tale cosa, fu la realizzazione del 
suo Genio. Spetta al fondatore di religioni di conoscere l’ infallibi- 
lità psicologica, necessaria al saper distinguere una speciale cate- 
goria d’anime, le quali erano prima sembrate fra loro eterogenee, 
Egli solo potrà tutte insieme raccoglierle; ond’'è che la fondazione 
d'una religione degenera, sempre, in una lunga festa di riconosci- 
mento. 


sod. 


Del “ Genio della Specie ,. — Il problema della coscienza (o me- 
glio: del divenire della coscienza di sè stesso) non ci si presenta 
che allorquando cominciamo a comprendere, in quale misura noi 
si potrebbe fare a meno della coscienza: e la fisiologia e la z0o- 
logia sono quelle che, prime, ci fanno comprendere ciò (esse, cui 
sono stati necessarì ben due secoli per smagare la precoce diffi- 
denza di Leibniz). Poichè noi si potrebbe pensare, sentire, volere, 
ricordarci, ed anche “ agire ,, in ogni senso della parola, senz'avere; 
tuttavia, bisogno di “averne la coscienza , (como fisurativamente 
si dice). L'intera vita sarebbe possibilissima, pur senza ch'ess@ si 
rimirasse, in qualche modo, nello specchio: come d’altronde, anche 
adesso, la maggior parte della nostra vita scorre, senza la neces: 
sità d’un tale riflesso, — nella stessa guisa che la nostra vita pen- 
sante, senziente e volente, per quanto ciò possa parere ostico © 
qualche vecchio filosofo. A che pro’, dunque, la coscienza, s'0ssa 
nelle cose più rilevanti è superflua? — Ora a me sembra, se sì 
voglia prestare orecchio alla mia risposta a questa domanda, ® alle 
AROLOSIZIONI da essa suggeritemi, che la sottigliezza e la gagliardia 
della coscienza stieno sempre in relazione con la facoltà comuni 
cativa di un uomo (o di un animale), e che questa facoltà comunica 
tiva, a sua volta, s'accordi col disogno di comunicazione: ma non 
ce SER 
FE soluto ella comunicazione © dell’esplicazio! 
a Sr sa I di ripromettersi dagli altri uomun! da 

i estì suoi bisogni. Questo potrà, forse, accadere 











du 


per una razza intera o per stirpi succedentisi: là dove il bisogno 
e la miseria hanno costretto per lungo tempo gli uomini a comu- 
nicare fra loro e a comprendersi reciprocamente in modo sottile 
o rapido, sopravviene, da ultimo, un'esuberanza di cotesta forza e 
di cotest'arte della comunicazione, similmente a una grande ric- 
chezza lentamente accumulatasi, la quale ora attenda un erede che 
prodigalmente la spenda (— i cosidetti artisti sono di questi eredi, 
come anche gli oratori i predicatori gli scrittori: tutti uomini, i 
quali giungono alla fine d'una catena di stirpi, uomini “ tardivi », 
nel migliore significato della parola, i quali, come abbiamo già 
‘ detto, sono, per loro natura, scialacquatori). Ammesso che questa 
osservazione sia giusta, io posso spingermi innanzi nella supposi- 
zione che la coscienza siasi soltanto sviluppata, sotto la pressione 
del bisogno di comunicazione, — che essa non sia stata, da prin- 
cipio, necessaria ed utile, che nei rapporti fra uomo e uomo (in 
ispecie, nei rapporti fra coloro che comandano 0 coloro che obbe- 
discono), e non siasi sviluppata che in relazione al suo grado di 
utilità. La coscienza non è altro propriamente che una rete di. co- 
municazione fra uomo e uomo, — © soltanto come tale, essa è stata 
costretta a svilupparsi: poichè, in voro, l’uomo solitario © predace 
avrebbo potuto farne a meno. Il fatto che le azioni nostre, ì nostri 
pensieri, 1 nostri sentimenti, i nostri movimenti, giungono sino alla 
nostra coscienza, almeno in parto, è la conseguenza d’un’atroce 
«“ necessità ,, che por lungo tempo ha signoreggiato l'uomo: questi, 
in quanto che animale esposto a ogni pericolo, abbisognava d'aiuto 
e di protezione, © gli era necessario un Suo simile, cui esprimere 
la sua miseria e cui rendersi intelligibile, — © por tutto ciò, gli 
era primamonte necessaria una “ coscienza », gl'era necessario di 
“ sapere , quello che gli mancasse, di “ sapere , quale fosse il suo 
stato d’animo e ciò ch'egli pensasse. Imperochè, giova ripeterlo, 
l’uomo, a simiglianza d'ogni altra creatura vivonte, pensa inces- 
santemente, senza però saperlo; il pensiero che diviene cosciente, 
non ne è che la parte più piccola, più cattiva e più superficiale: 
— poichò solo questo pensiero cosciente riesce realizzarsi in pa- 
role, in segni, cioè, di comunicazione, Per mozzo dei quali si rivela 
l'origine stessa della coscienza. O per dire brevemente, lo sviluppo 
della lingua € quello della coscienza (non della ragione in sé; mal 
sì della ragione, soltanto, la qualo diviene per Sé stessa cosciente), 
sono concomitanti. Bisogna aggiungero che non la lingua sola- 








216 LA GAIA SCIENZA 


mente, serve d’intermediario fra gli uomini, ma sì pure lo sguardo, 
la stretta di mano ed il gesto; la coscienza dell’impressioni dei 
nostri sensi e la forza di poterle fissare e determinare, in qualche 
modo, fuori di noi stessi, si sono aumentate nella misura, onde cre- 
sceva la necessità di comunicarle ad «altrî per mezzo di segni, 
L’uomo inventore di segni è, ad un tempo, l’uomo che acquista 


sempre più acutamente la coscienza di sè medesimo; appena come ‘ 


animale sociale, l’uomo appreso a divenire cosciente di sè mede- 
simo, — la quale cosa egli fa ancéra, e sempre in grado mag- 
giore. — È mia idea, come ben si vede, che la coscienza non 
appartiene propriamente all'esistenza individuale dell’uomo, ma! 
piuttosto a ciò che in lui è proprio della natura collettiva e della 
mandra; e che per conseguenza, essa la coscienza non s'è venuta 
così sottilmente sviluppando, che in rapporto agl’interessi della 
collettività e della mandra, e che ciascuno di noi, adunque, mal- 
grado il suo desiderio di farsi intendere il più individualmente che 
gli è possibile e “ di conoscere sè medesimo yy Don avrà coscienza 
che di ciò che di non-individuale esiste in lui, che di ciò che di 
“mediano , gli è proprio; — che il nostro stesso pensiero è inces- 
santemente, in qualche modo, influenzato dal carattere della co- 
scienza, dal “ Genio della Specie , che lo regola, o dalla prospet- 
tiva della mandra, che finisce coll'assoggettarlo. Tutte le nostre 
azioni complessivamente prese, sono, in fondo, senz’alcun dubbio, 
incomparabilmente personali, uniche ed individuali; ma tosto che 
noi le si trasmuti in coscienza, non sembrano più tali... Questo è 
il vero fenomenalismo 6 prospettivismo, quale è da me inteso: la 
natura della coscienza animale vuole che il Mondo, onde noi pos- 
slamo avere coscienza, non sia altro che un Mondo superficiale © 
convenzionale, generalizzato e volgarizzato; e che tutto ciò che 
diviene cosciente, diviene, nel medesimo tempo, piano, meschino, 
relativamento sciocco, generale, e importa quasi con sè il suggello 
della mandra; e che insieme al divenire della coscienza, è colle- 
gata una grande e fondamentale corruzione, una falsificazione, un& 
tizione ed una generalizzazione. Da ultimo, Lacan 
na È un vero pericolo ; e chi vivo fra 8 s 
io 388. ene che tale fioritura della coscienza ò una 
5 la. Non l'opposizione fra il soggetto e l'oggetto è 

scio al teorici della Conoscenza, i quali sono 


n”, 





rimasti presi fra i lacci della Grammatica (della Metafisica del 
popolo). E ancora meno l’opposizione fra la “ cosa in sè , © l'are 
parenza : poichè noi siamo ben lontani dal “ conoscere nun 
temente, per poter legittimamente distinguere fra le COSÌ In verità 
noi non abbiamo alcun organo per la Conoscenza, per “ la Verità i 
noi “sappiamo » (0 meglio, crediamo di sapere 0 Fira) 
appena il tanto ch'è utile di sapere nell'interesse Dm Serro 
della Specie: e anche ciò che qui sì chiama “ utilità , non è, in fine, 
altro che un’opinione, un’imaginazione, © forse, quella ia alissna 
stoltezza, per la quale un giorno dovremo perire. 


355. 
L'origine del nostro concetto della “ Conoscenza ,. — To raccolgo 
dalla via questa delucidazione; io ho udito qualcuno del popolo 
dire: “ egli mi ha riconosciuto , —: onde mi sono chiesto: che 


cosa, dunque, il popolo intendo propriamente per Conoscenza? che 
cosa vuole esso mai, quando vuole la Conoscenza? Null’altro che 
questo: qualche cosa di estraneo deve essere riportato su qualche 
cosa di conosciuto. E noi filosofi abbiamo, forse, voluto intendere 
qualche cosa di più nella Conoscenza? Ciò ch'è conosciuto, significa 
ciò cui siamo abituati, talmente che non ce ne meravigliamo più, ciò 
che ci è cotidiano, una regola generale qualsiasi, nella quale ripo- 
Siamo tutto ciò che sappiamo esserci familiare: — come? non ò 
forso il nostro bisogno di Conoscenza, appunto, il bisogno di ciò 
che ci è noto? la Volontà di scoprire, fra tutte le cose che ci sono 
estranee inconsuete incerte, qualche cosa che non ci sia causa ul- 
teriore d’inquietudino? E non sarebbe, forse, questo stesso: istinto 
dì paura, che cì spinge & conoscere? E la gioia di chi conosce non 
è essa, forse, la gioia causata dal ricuperato sentimento della si- 
curezza?... Un certo filosofo era uso di considerare il Mondo come 
« conosciuto », tosto ch'egli l'avesse ridotto a “ un' Idea , : ahimè, 
non avveniva ciò, forse, perchè l' © Idea, era cosa a lui nota © 
abituale? e perchè egli aveva molto minor paura dell’ “ Idea , che 
del resto? — Oh quanta mediocrità di desiderî in coloro che s'in- 
dugiano nel cercaro la Conoscenza! Esaminate, dunque, î loro prin- 
cipî © le loro soluzioni dell’enigm® del Mondo: Quand’essìi s10n0 
per iscoprire nelle cose, fra le cose 0 dietro le cose, qualchecosa 
di ciò cho ci è purtroppo notissimo, come, por esempio, la nostra 








918 LA GAIA SCIENZA 


moltiplicazione aritmetica o la nostra Logica o la nostra Volontà 
o i nostri desideri, di quanta mai felicità non sono essi accesi! 
Imperochè “ ciò che è conosciuto è, a sua volta, riconosciuto i 
essi sono perfettamente d'accordo in ciò. Anche i più cauti fra 
loro, pensano che almeno ciò clrè noto sia più facilmente ricono- 
scibile di ciò ch'è estraneo; essi opinano, ad esempio, che per pro- 
cedere metodicamente, è necessario di partire dal “ Mondo interno , 
dei “ fatti della coscienza ,, questo essendo il Mondo da noi meglio 
conosciuto! Errore più grave d'ogni altro errore! Ciò ch'è conosciuto 
è ciò ch'è abituale; e ciò ch'è abituale è ciò ch'è più arduo ad 
“ essere riconosciuto ,, ch'è più difficile di considerare quale un 
problema estraneo lontano e “ fuori di noi ,... La grande certezza 
delle Scienze naturali, a paragone della Psicologia e della critica 
elementare della coscienza, — Scienze, queste, quasi potrebbe dirsi, 
innaturali, — consiste appunto in ciò che lo prime hanno per og- 
getto la scoperta d’una cosa estranea: montr'è quasi una contrad- 
dizione e un azzardo il volere prendere per oggetto ciò che non sia 
estraneo... 


506. 
In quanto l'Europa sarà per divenire sempre “ più artistica ,. — 
La previdenza della vita costringe pure oggi, — in un'epoca tran- 


sitoria, nella quale tante cose cessano di venire costrette, — quasi 
tutti gl'uomini Europei ad assoggettarsi a un ufficio prestabilito, 
a dedicarsi, cioè, a una carriera; ad alcuni rimane tuttavia una 
qualche indipendenza apparente nella scolta di tale ufficio, ma ai 
più questo viene assegnato da altri. Il risultato n'è abbastanza 
strano: quasi tutti gl'Europei, in un'età avanzata, si confondono 
col loro Stesso ufficio, sono essi stessi le vittime del loro zelo, ed 
hanno ormai dimenticato în quale misura, così il caso che il ca- 
priccio e l’arbitrio, abbiano disposto di loro quando la loro “ car 
Mera , fu decisa, — 0 come essi avrebbero, forse, potuto investire 
sio tt ili pp rd Co 
o Diù da vicino, il loro ufficio è realmente divenuto il carat- 
co ne se LO fatta natura. Ci furono epoche, nelle 
0 ; Con rigida sicurezza e con una tal quale reli- 
giosità, alla Propria predestinazione a un determinato mestiere 
o ad una speciale Occupazione, dalla quale derivasse il guadagno 








e 
\ 





del pane, © nelle quali non si voleva assolutamente ammettere che 
il caso 10 l’arbitrio avessero in qualche modo cooperato cotesta 
predestinazione : le caste, le maestranze, i privilegi ereditari di 
certe industrie hanno realizzato, coll’aiuto di questa convinzione 
quelle anormalità di agglomerati sociali, circondate da torri, che 
furono le città onde è contradistinto il Medioevo, e in cui una cosa 
almeno convieno, in ogni caso, elogiare: la durabilità (— © questa, 
sulla terra, è, senz'alcun dubbio, un valore di prim'ordine). Ma ci 
sono pure, epoche opposto a quelle, epoche veramente democra- 
tiche, nelle quali sempre più si dimentica cotesta convinzione, @ 
nelle quali una contraria opinione ed una credenza audace emer- 
gono e s'impongono, — cotesta credenza degli Ateniesi, che si ri- 
scontra per la prima volta all'epoca di Pericle, 0 cotesta credenza 
degli odierni uomini dell'America, la quale tende ogni dì più a 
divonire anche credenza europea: credenza, por la quale l'Indi- 
viduo è persuaso d'essere capace di fare quasi ogni cosa, d'essere 
alto a tutte le mansioni, © per la quale ciascuno fa dei tentativi 
con sè medesimo, ® improvvisa e rinnova giocondamente i suol 
tentativi, sinchè Ja Natura cessi per divenire Arte... Non appena 
che i Greci ebbero & professaro tale credenza, — UNa credenza d’ar- 
tisti, se vogliamo, — subirono a mano a mano, com'è noto, una 
trasformazione meravigliosa, sebbene non sempre degna d'imita- 
zione: essi divennero, veramente, commedianti; come tali, essi affa- 
scinarono e soggiogarono il Mondo intero — ® da ultimo, anche 
« Quella che aveva soggiogato il Mondo , (imperochò il Graeculus 
histrio ha vinto Roma, © n0%, come usa affermarsi dalle persone 
innocenti, la cultura groca...). Ma ciò ch'io temo, ciò che può essere 
pure oggi, Se sì abbia voglia, toccato con mano, è che noi, uomini 
moderni, ci troviamo perfettamente sulla medesima via;o ogni volta 
che l’uomo sta per iscoprire in quale misura egli possa fungere Un 
ufficio o essere Un commediante, diviene, certo, commediante... In- 
siomo a ciò, si sviluppa una novella flora ed una fauna d’uomini, 
le quali non potrebbero, certo, prosperare in tempi più certi o più 
angusti, — 9 almono, ne sarebbero deprezzate © cacciate in bando 
e bollate col disonore, —; ed allora, s'avanzano le epoche più sfre- 
nate e più interessanti della Storia, nelle quali : i commedianti n 
ogni specie di commedianti, riescono ad essere 1 veri dominatori. 
Per ciò stesso; un'altra specie ben differente d’uomini viene & sca- 


pitarno, sino @ che essa sia resa del tutto impossibile; ed anzi 
S 3 








9220 LA GAIA SCIENZA 


tutto i grandi “ costruttori ,; l’energie costruttrici sembrano, allora, 
come fiaccate; il coraggio di tracciare piani nelle lontananze, è af. 
fievolito; i genî organizzatori incominciano a fare difetto: — chi 
osa, dunque, più d’intraprendere opere, al cui compimento sareh- 
bero necessarie parecchie migliaia d'anni? Imperochèò cotesta cre- 
denza fondamentale, di cui abbiamo più sopra parlato, incomincia 
a deperire, cotesta credenza, mercè la quale è dato a qualcuno di 
contare, di promettere, di progettare disegni per l'avvenire, e di 
sacrificare l'avvenire ai proprî disegni; sicchè ora, l’uomo ha sol- 
tanto valore e significato, in quanto ch'egli sia la pietra nel com- 
plesso di un grande edificio: por la quale ragione, egli deve, anzi 
tutto, essere saldo, e dev'essere “ pietra ,... Ed in ispocie, ch'egli 
non sia commediante! — In una parola, — ahimè! ciò sarà sotta- 
ciuto ancora per lungo tempo, — quello che d’ora in poi non sarà 
costruito e non potrà venire più costruito, è una Società, nel più 
vecchio senso della parola: per costruire un tale edificio, tutto ci 
manca e, più di tutto, il materiale. Noi tutti non siamo più mate- 
riale atto a costituire una Società: questa la Verità, ch'è noll’ora! 
Mi pare indifferente che, per il momento, la categoria d’uomini più 
miope, può darsì anche la più onesta, ma in ogni modo la più ru- 
morosa che oggi ci sia, quella, cioè, dei nostri signori socialisti, 
creda speri sogni, e sopra tutto, gridi e scriva, press'a poco il 
contrario; poichè su tutt’i tavoli e su tutt’i muri già ci è dato di 
leggere la sua parola dell'avvenire: “Società libera n° Società 
libera? Va bene. Ma sapete voi, signori miei, con cosa edificarla? 
Con ferro di legno, se vi aggrada, col tanto celebrato ferro di 
legno! E forse, con meno che di legno, anche... 


307. 


Del Vecchio problema: “ che cosa è tedesco? ». — Si calcolino & 
un dipresso, le reali conquiste del pensiero filosofico, dovute a cer- 
velli tedeschi: è forse lecito di tenerne conto, in qualche modo, 
anche in favore dell’intera razza? Possiamo noi, forse, dire: osso 
le conquiste sono l’opera dell’ # anima germanica ,, o almeno il sin- 
VERO quest'anima, press'a poco nel medesimo significato, onde 
nol siamo usì considerare l’ideomania di Platone, la sua follia quasi 
religiosa delle forme, come un avvenimento e, ad un tempo, come 
testimonianza dell “ anima greca ,? O il contrario sarebbe, forse, 





uni Bi i: 


LIBRO QUINTO 9221 


_ _ _—_—___..{eii 





più esatto? le conquiste filosofiche dei Tedeschi sarebbero qualche 


cosa di tanto individuale, di tanto eccezionale, nello spirito della 
razza, quanto lo è, fra gli stessi, il sincero paganesimo di Goethe? 
o meglio, il sincero machiavellismo di Bismarck, la sua cosidetta 
«“ politica realista ,? Ed i nostri filosofi sarebbero essì stessi in 
contraddizione coi bisogni dello “ spirito tedesco ,? In breve, furono 
essi, realmente, i filosofi tedeschi, Tedeschi filosofici? — Io ram- 
mento tro casi. Anzi tutto, l'intuizione incomparabile di LEIBNIZ, 
per la quale egli ebbe ragione, non soltanto di Descartes, sì di 
tutti che sino a lui avevano filosofato, quand’egli ebbe a ricono- 
scero, la coscienza non altro essere che un accidens della rappre- 
sentazione, e 207 il suo attributo necessario ed essenziale, e che 
ciò, dunque, che da noi è chiamato coscienza, lungi dall'essere la 
coscienza stessa, altro non è che una condizione del nostro Mondo 


intellettuale e spirituale (e forse, una condizione non troppo sana): 


— c'è qualche cosa di tedesco in questo pensiero, la cui profon- | 


dità non sembra, nemmeno oggi, d’essersi esaurita? Esiste una ra- 


gione, per poter dedurre che un Latino non sarebbe agevolmente 


giunto a una tale inversione dell'apparenza? Ricordiamoci, in se- 
condo luogo, dell'enorme punto interrogativo, apposto da KANT, 
dopo l’idea di “ causalità ,; — non ch'egli, come Hume, avesse pur 
un istanto dubitato del buon diritto di questa: anzi, egli primo, 
incomincid a delimitare cautamente il dominio, nel quale questa 
idea può avere un qualche significato (neppure oggi, sì è ancéra 
finito con cotesta delimitazione). È prendiamo, da ultimo, il me- 
raviglioso concetto di HEGEL, munito del quale; questo filosofo 
passò attraverso tutte le consuetudini e le viziature della Logica, 
allorquando osò insegnare che le idee specifiche 81 sviluppano l'una 
dall'altra: per il qualo principio, gli spiriti in Europa furono pre- 
disposti all’ultimo grande movimento scientifico, al Darwinismo, 
poichè senza di Hegel, non ci è dato di poter imaginare Darwmn. 
E c’è, forse, in cotesta innovazione Hegeliana, la quale prima 


ebbe ad arrecare nolla Scienza l’idea dell’ È evoluzione ” qualche 
cosa di germanico? — Sì, senz'alcun dubbio: in tutti e tre i casi, nol 
sentiamo che qualche cosa di noi stessi è stato à rivelato ne di 
vinato, onde ne siamo grati, ad un tempo, e sorpresi; PRERET 
di questi tre principì è una concettos& contribuzione per i Tedeschi 
alla Conoscenz® di sè medesimi, all'esperienza personale © alla con- 


cozione individuale. “ Il nostro Mondo interiore è molto più ricco, 








929 LA GAIA SCIENZA 

r———@—7——@EEE:W-.: WLW LL: G segg. 0 <> ©, rr@"cce 
più esteso, più occulto » — è così che noi si pensa, con Leibniz; 
quali Tedeschi, poi, dubitiamo insieme al Kant, del valore definitivo 
della conoscenza delle Scienze naturali e, in generale, di tutto ciò 
che si lascia conoscere soltanto causaliter: sì che il conoscibile, 
come tale, ci pare già possedere un valore minore. Noialtri Te. 
deschi saremmo Hegeliani, pure se mai un Hegel fosse esistito, in 
quanto che, (al contrario dei Latini) noi accordiamo istintivamente 
un più profondo significato ed un più ricco valore al Divenire, 
all'evoluzione di quello che “è, — noi a mala pona crediamo 
alla legittimità del concetto “ essere , —; nello stesso modo, 
onde non siamo troppo disposti a considerare la nostra Logica 
. umana, come la Logica in sè e l’unica specie di Logica esistente 
(noi vorremmo, piuttosto, convincerci che essa altro non è che un 
caso speciale, e forse, uno dei più straordinarî e dei più sciocchi —). 
Una quarta: domanda sarebbe questa: se lo stesso ScmoPENHAUER, 
col suo pessimismo, col problema, cioè, del valore dell’esistenza, sia 
stato veramente un tedesco. Io non lo credo. L’avvenimento che 
avrebbe dovuto tener dietro, con sicurezza, alla proclamazione di 
cotesto problema, talmente che un astronomo dell’anima ne avrebbe 
potuto prestabilire così l’ora che il giorno, il tramonto della fede 
nel Dio cristiano, la vittoria dell’ateismo scientifico, è per sè stesso 
di natura così complessivamente europea, che tutte le razze devono 
attribuirsene la giusta parte di merito e d'onore. Sarebbe giusto, 
invece, l’imputare ai Tedeschi, a quei Tedeschi che furono i con- 
temporanei di Schopenhauer, — d’avere ritardato il più che possi- 
bile e il più pericolosamente, cotosta vittoria dell'ateismo; Hegel, 
sopra tutti, fu un procrastinatore par excellence, grazie al tentativo 
grandioso da lui fatto, di convincerci, da ultimo, della divinità 
dell'esistenza, con l’aiuto del nostro sesto senso, cioè del “ senso 
storico ». Schopenhauer fu, quale filosofo, il primo ateo convinto ed 
inflessibile, che noialtri Tedeschi si abbia avuto: la sua inimicizia 
per Hegel ha in questo fatto le sue ragioni. La non-divinità della 
esistenza valeva per lui, come qualche cosa di ormai ammesso, di 
tangibile, d’indiscutibile; egli perdeva la sua ponderatezza filoso- 
fica e andava su tutte le furie, ogni qual volta vedesse qualche- 
duno esitare © divagare, a proposito di questo argomento.In ciò, 
appunto, sta tutta la sua rettitudine: poichè l’ateismo assoluto © 
leale è Ja premessa del suo problema, quale una vittoria, aspra- 


mente e definitivamente riportata, sulla Coscienza europea, — l'atto 





LIBRO QUINTO 928 
I... E ‘O - e 


più fecondo d'un’educazione due volto millenaria, per attingere la 
Verità, —la quale Coscienza s’ inibisce finalmente la menzogna della 

fede in Dio... Ben si vede, adunque, quale cosa abbia trionfato 
dell’Iddio cristiano: è stata essa stessa, la Morale cristiana, il con- 

cetto, sempre più severamente attuato, della Veracità, la coscienza 
cristiana acuitasi nei confessionali, tradotta e sublimata sino ® 
divenire coscienza scientifica e purità intellettuale a qualsiasi 
prezzo. Considerare la Natura, quasi essa sia una prova della bontà 
e della proteziono d’Iddio; interpretare la Storia, in onore della 
Ragione divina, quale testimonianza costante di un ordine morale 
e dei fini morali dell'Universo; interpretare i proprì avvenimenti, 
come li hanno per un lunghissimo tempo interpretati gli uomini 
pii, quasi che tutto fosso amorosamente premeditato e predesti- 
nato, per divina disposizione e per un cenno divino, alla salute 
dell'anima: tutta questa bigotteria è già passata ormai, sì che, ora, 
la coscienza stessa le sta contro, ed agli spiriti più sottili essa 
sombra indecente e disonorevole, come la menzogna, come il fem- 
minismo, come la debolezza e la vigliaccheria, — onde noi siamo 
buoni Europei, in conseguenza di questa severità, cd eredi della 
più lunga e coraggiosa vittoria su sè medesimi, che fosso mai stata 
riportata in Turopa. Allorquando respingiamo da noi, per tal modo, 
l’interpretazione cristiana ed il suo significato, giudicandola alla 
stregua d’un’impresa da falsi monetarî, ci sì presenta immediata- 
mente dinnanzi, terrificante, la domanda dello Schopenhauer: l'esì- 
stenza non ha essa, dunque; alcun significato? — cotesta domanda, 
la quale avrà bisogno d'un paio di secoli, per venire compresa per- 
fettamente o in tutte lo sue profondità. Cid che lo Schopenhauer 
stesso ha risposto a cotesta domanda, ora — mi sì perdoni! — 
qualche cosa di promaturo, di giovenile, un accomodamento , sol- 
tanto, una sosta ed un incaglio nella prospettiva della Morale 
‘ cristiana ed ascetica, la quale, insieme alla fede in Dio, avea; 
per ciò stesso, rinunciato alla fede. Ma egli ha posta l'interrogazione, 
quale un buon Europeo, come abbiamo già avvertito, e non quale 
un Tedosco. — 0 forse, avrebbero i Tedeschi dimostrato, per il 
modo almeno, ond’essi si sono impadroniti della domanda Scho- 
penhaueriana, la loro intima affinità © parentela col n Dee 
la loro preparazione, ed il Joro bisogno dollo stesso? 7 on 
dopo lo Schopenhaner, anche in Germama — abbastanza ari Da 
resto! — si fosse pensato al problema da lui proposto © Sì 108" 








294 LA GAIA SCIENZA 


sero pubblicati studîì speciali, non riesce certo a decidere in favore 
di cotesta meschina eventuale affinità; si potrebbe, all'opposto, far 
valere la inabilità di questo pessimismo post-Schopenhaueriano, — 
poichè, certo, ì Tedeschi non vi si sono comportati, come in un pro- 
prio elemento. Con ciò, io non intendo assolutamente di alludere a 
Edoardo von Hartmann; al contrario, nemmeno oggi è ancora di- 
i leguato il mio sospetto, ch'egli, in verità, sia sin troppo abile per 
noi, poichè egli, quale un vecchio astuto, non soltanto s'è fatto 
beffe, sin quasi da principio, del pessimismo tedesco, — ma sì anche 
potrebbe finire col legare in testamento ai Tedeschi il modo, col 
quale egli, all'epoca delle prime scherme, li aveva trattati da 
pazzi. Ma io chiedo: dovremo noi forse onorare, quale Tedesco, 
cotesto vecchio burbero di Bahnsen, il quale durante tutta la sua : 
vita s'è aggirato voluttuosamente intorno alla sua miseria rea- 
listica o dialettica, e alla sua propria “ mala ventura personale ,? — 
sarebbe in cotestui, qualche cosa, forse, di tedesco? (Io racco- 
mando, intanto, i suoi scritti, per l’uso ch'io medesimo ne ho fatto, 
quale nutrimento, cioè, antipessimistico, specie per le sue elegantiae 
psicologicae, con le quali, a quanto mi sembra, si potrebbe aiutare 
lo spirito e il corpo, i più gravemente rimpinzati.) O forse, sì po- 
trebbero calcolare fra i Tedeschi veri, dilettanti e vecchie zitello, 
quali il dolciastro apostolo di verginità Mailinder? (Questi è stato, 
in fondo, un Ebreo, e tutti gl’Ebrei, com'è noto, divengono dol- 
ciastri, quando s'impancano a moralizzatori.) Nè Bahnsen, nè Mai- 
liinder, nè lo stesso Edoardo von Hartmann non danno una indi- 
cazione sicura, a proposito della domanda, se il pessimismo dello 
Schopenhauer, insieme al suo sguardo terrificato, ch’esso lancia 
în un mondo privato d'Iddio, sciocco, cieco, pazzo e problematico, 
ed Insieme al suo onesto terrore,... non soltanto sia stato un caso 
eccezionale fra i Tedeschi, ma sì un avvenimento tedesco: mentre 
che tutto ciò che si trova al primo ripiano, la nostra politica 
strenua, il nostro gioioso patriottismo, il quale considera abba- 
stanza fermamente tutte lo cose, alla stregua d’un principio bon 
Loco filosofico (“ La Germania, la Germania sopra tutto ,), sud 
2 e sormanica, cioò, — dimostra assai chia: 
E lo CA, 0, i Tedeschi odierni non sono pessimisti‘ 
Ls pessimista, come abbiamo già ripetutamente 
3 uon Europeo, e non quale un Tedesco. 








w TEA >, at I IA EE TTI —____ == —._— -———-_ —— 


LIBRO QUINTO 9925 





308. 


La rivolta dei contadini nel dominio dello spirito. — Noialtri Eu- 
ropel ci troviamo dirimpetto a un enorme mondo di rovine, nel 
quale ancora qualche cosa emerge, molto, però, appare omai de- 
composto e pauroso, e più anche s'accumula sul terreno, abba- 
stanza pittorescamente, in verità, — poichè, dove mai sono esistite 
rovine più hello? —, ma già rivestito di male erbe parassitarie, 
grandi e piccole. Tale città in rovina è la Chiesa: noi scorgiamo 
la Società religiosa del Cristianesimo, scossa sino nelle sue ime fon- 
damenta, — mentre la fede in Dio è stata abbattuta, e la fede nel- 
l'ideale cristiano ed ascetico combatte, già, la sua ultima battaglia. 
Un'opera, così lentamente e solidamente costruita, come il Cristiane- 
simo, — esso è l’ultima delle costruzioni romane! — non poteva na- 
turalmente venire distrutta tutt’in una volta; ogni specio di terre- 
moto deve avervi arrecato un nuovo crollo, ogni sorta di spiriti 
perforatori, scavatori, arrovellatori dove avervi contribuito con la 
propria opora. Ma ciò ch'è più meraviglioso ancéra, quelli che più si 
sono affannati nel tenere in vita e nel conservare il Cristianesimo, 
sono divenuti i suoi migliori distruttori, — i Tedeschi. Sembra che i 
Tedeschi non sieno atti a comprendere ciò che forma l’essenza di una 
Chiesa. Non sono essi, forse, abbastanza spirituali per ciò? o non ab- 
bastanza diffidenti? La costruzione della Chiesa si basa in ogni modo 
sopra una libertà e una indipendenza di spiriti, del tutto meridionali, 
e così pure sopra un sospetto meridionale, contro la Natura, contro 
l’uomo e contro l’anima, — essa, in fine, s'appoggia a una Cono- 
scenza e a un'esperienza dell’uomo, ben differenti da quelle che 
siono mai sussistite nel Settentrione. La Riforma di Lutero è stata 
nel suo complesso, null'altro cho l’espressione di sdegno della sem- 
plicità contro la “ multiplicità », 0, per parlar con prudenza, un 
malinteso onesto © grossolano, cui è d’uopo di molto perdonare; — 
poichò pure allora non si riusciva 2 comprendere la manifesta- 
ziono d'una Chiesa trionfante, della quale non sì scorgeva altro che 
la corruzione, e se ne fraintendova lo scetticismo distinto, quel 
magnifico lusso di scetticismo e di tolleranza cul ogni potenza, 
vittoriosa e di sè stessa sicura, si concedo... Oggi usa sorvolare 
sul fatto che Lutero ebbe la vista fatalmente corta, in tutte lo 


questioni cardinali della potenza, © cho fu superficiale, sempre; © 


15 
F. Nierzscne, La gaia scienza. 








AIA SCIENZA 
296 LA G 


e = —»., ss 
imprudente, anzi tutto, quale uomo nato di pIche; cui doveva 
essere necessariamente estranea, così qualsiasi el edità di una casta 
dominatrice, come ogn’istinto di potenza: così che l’opera sua, 
la sua volontà di restaurazione di cotesto edificio romano, ‘senza 
ch'egli lo volesse, senza ch'egli lo sapesse, non fu altro che l’inizio 
d'un’opera di distruzione. Egli abbatte e dilacerò, pieno il cuore 
d'un'ira sincera, là dove il vecchio ragno aveva tessuto la sua 
tela, con lunga pazienza e cautela. Egli porse ad ognuno i Libri 
Sacri, onde questi finirono col cadere nelle mani dei filosofi pon- 
zatori, dei distruttori, cioè, d’ogni fede che sì basi sui libri. Egli 
distrusse il concetto di “ Chiesa ,, rifiutando di credere nell ispi- 
razione dei Concilii: poichè solo a condizione che lo spirito in- 
spiratore, da cui la Chiesa è stata fondata, continui a vivere e a 
costruire, in essa, e ad edificarvi la sua casa, “ il concetto di 
“ Chiesa , può conservare la sua forza. Egli ridiede al sacerdote 
la libertà dei rapporti sessuali con la donna, ma la venerazione, 
onde il popolo è capace, e, più di tutto, la donna del popolo, sì 
basa per tre quarti sulla credenza, che un uomo, il quale © ecce- 
zionale riguardo a cotesto punto, sarà anche eccezionale riguardo 
ad altri punti, — ed è in ciò, appunto, che la credenza popolare 
in qualche cosa di superumano nell'uomo, nel miracolo, in un Dio 
redentore dell’uomo, si accentra nel modo più sottile ed insidioso. 
Lutero, dopo avere concessa la donna al sacerdote, dovette to- 
gliergli l'audizione confessionale, e ciò fu psicologicamente assai 
giusto: ma, per mezzo di ciò, veniva soppresso il sacerdote Cri 
stiano medesimo, il sacerdote, cui fu sempre di somma utilità l’es- 
sere un orecchio sacro, una fonte silenziosa, una tomba per i se 
creti. “ Ognuno sia il sacerdote di sè medesimo s: — dietro tali 
formule e la loro astuzia villereccia, si nascondeva, in Lutero, l'odio 
profondo per “ l’uomo superiore , ‘e per la sua signoria, quale la 
Chiesa ebbe a concepirla: — egli, invece, infranse un Tdealo, non 
potuto raggiungere, mentre ostentava di combattere e di odiare la 
degenerazione di cotesto Ideale. In realtà, egli, il monaco impos- 
sibile, respinso da sè medesimo la potestà degli Homines religiost; 
egli fece, dunque, nell'ordine ecclesiastico, la stessa cosa, da lui 
tanto aspramente combattuta nell'ordine sociale, — una specie di 
‘ rivolta di contadini ,, — Quanto a tutto ciò che, più tardi; 
ebbe a svolgersi dalla sua Riforma, di bene e di male, e che ® 
mala pena ci è dato oggi di poter calcolare, — chi, dunque, vo! 





LIBRO QUINTO 227 





rebbe essere così ingenuo d'attribuirlo, per le sue conseguenze, a 
lode o a biasimo di Lutero ? Egli è, invece, innocente di tutto, 
poichè nulla seppe di quello che fece. La banalità dello spirito eu- 
ropeo, in ispecio nel settentrione, la sua bonarietà, se si preferisca 
d'udirla definire con una parola morale, ha fatto, senz'alcun dubbio, 
con la Riforma di Lutero, un abile passo innanzi; e così pure, per 
mezzo di essa, s'accrebbe la mobilità e l’irrequietudine dello spirito, 
la sua fede in un diritto alla Libertà e alla sua “ condizione na- 
turale ,. Se si voglia, da ultimo, riconoscere alla Riforma il me- 
rito d'avere preparato e favorito ciò che noi oggi veneriamo sotto 
il nome di “ Scienza moderna ,, conviene aggiungere, ben è vero, 
ch'ossa ha notevolmente contribuito alla degenerazione del moderno 
sapiente, o, in breve, a quell’implebeamento dello spirito, ch'è proprio 
dei due ultimi secoli, e dal quale nemmeno il nostro pessimismo è 
riuscito sinora a liberarci; — anche le “ moderne idee , spettano 
a quella “ rivolta dei contadini , del Settentrione, contro lo spi- 
rito più freddo, più ambiguo e più diffidente, del Mezzogiorno, il 
qualo s'era inalzato, nella Chiesa, il suo più grandioso monu- 
mento. Non dimentichiamo, finalmente, ciò ch'è una Chiesa, in op- 
posizione con ogni altro “ Stato » : unà Chiesa è, anzi tutto, un 
edifizio di dominazione, il quale assicura agli uomini più spirituali, 
l'ordine superiore, degno di loro, o crede alla potenza della spi- 
ritualità sino ad inibirsi tutti i mezzi più rudi di violenza, — per 
la quale ragione la Chiesa è, d'ogni lato, un'istituzione più distinta 
dello Stato. 


359. 


La vendetta sullo spirito ed altri sfondi della Morale. _ La Mo- 
rale, — dove credete voi mai, ch’essa abbia i suol avvocati più 
pericolosi © più maliziosi? Eccovi là un uomo mancato, il quale 
non ha abbastanza di spirito da gioirne, e non abbastanza di 
cultura da saperlo; annoiato e nauseato, egli altro non sa che dis- 
prezzare sè medesimo; possedendo una sua piccola eredità, gli 
manca pure l’ultima possibile consolazione, “ la benedizione Coe 
voro », l'oblio di sè stesso nella sua “ opera cotidiana si un tale 
uomo; il quale, in fondo, si vergogna della Sua esistenza, ner 
cova, forse, in sè stesso qualche altro piccolo vizio, — e che; S 
altro lato, non può impedire di corrompersi sempre peggio © 








A GAIA SCIENZA 
928 LA GAI 


divenire sempre più vanitoso, un po’ per i Libri, cui egli non ha 
diritto, e um po’ per una Società alquanto più intellettuale, ch'egli, 
in vero, non può digerire: un talo uomo, penetrato oltre per oltre 
dal veleno, — poichè in un uomo similmente mancato, lo spirito 
diviene veleno, la cultura si trasmuta in veleno, e così il possesso 
e così la solitudine, che divengono, alla loro volta, veleno, — 
finisce coll’assimilarsi una disposizione abituale alla vendetta, quasi 
una volontà di vendetta... E di quale cosa credete voi, dunque, 
ch'egli possa abbisognare, assolutamente abbisognare, per darsi 
dinnanzi a sè stesso, un aspetto di superiorità sugli uomini più n- 
tellettuali, per procurarsi la gioia della vendetta compiuta, almeno 
per la propria illusione ? Egli ha bisogno sempre, potremmo scom- 
mettere, della Moralità, dei grandi paroloni morali, dello stambu- 
ramento della Giustizia, della Saggezza, della Santità, della Virtù, 
ed in ispecie, dello stoicismo nel suo atteggiamento (— oh come bene 
può questo stoicismo nascondere ciò cho uno non ha!...); egli ha 
sempre bisogno del mantello del prudente riserbo, dell’affabilità, della 
mitezza, e di quei mantelli da idealista, sotto i quali si nascondono 
i più incurabili dispregiatori di sè stessi, ed i più incurabili va 
nitosi. Non mi si fraintenda, però, chè a volte può accadere che 
di tali nemici nati dello spirito sorgano quei rari campioni d’uma- 
nità, che sono venerati dal popolo, sotto il nome di Santi e di 
Saggi; da tali uomini derivano anche cotesti mostri della Morale, 
i quali tanto suscitano rumore, quanto creano la Storia, — santo 
Agostino n'è uno singolo. La paura dello spirito, la vendetta sullo 
spirito, — ahimè! quanto spesso questi vizì che tengono in sè 
istintive energie, sono divenuti radice della virtù! Sì, della virtù ! 
— E, detto fra noi, quella stessa aspirazione dei filosofi alla Sag- 
gezza, quell’aspirazione, delle più folli e delle più immodeste, la 
quale emerse qua e là, di tempo in tempo, sulla terra, non è stata 
essa sinora, nell'India come in Grecia, anzi tutto un pretesto? À 
volte, forse, dal punto di vista dell'educazione il quale consacr® 
tante menzogne, quale tenero riguardo per coloro che divengono 
È che crescono, per i giovanetti, che devono assai spesso difen- 
dersi contro sè stessi per mezzo della fede nella persona (per 
mezzo d'un errore, dunque)... Nei casi più frequenti, invece, un 
pretesto del filosofo, dietro al quale egli si salva dalla spossatezza; 
dalla vecchiaia, dal raffreddamento e dall’indurimento, da poichè 
egli ha in sè contemporaneamente il sentimento della sua fine 








LIBRO QUINTO 229 





DOO la sottigliezza di quell’istinto che gli animali hanno prima 
È a morte; = essi sì ritirano in disparte, divengono silenziosi 
” 7 ; ì 
eleggono la solitudine, si accovacciano nelle spelonche, ranno 
D 


saggi... Come? La saggezza sarebbe essa, forse, un pretesto del 
filosofo, dinnanzi allo spirito? 


360. 


Due specie di cause, che si suole confondere. — Questo mi sembra 
essere uno dei miei passi in avanti, uno dei miei progressi più 
rilevanti: io ho appreso a distinguere la causa dell’azione in ge- 
nerale, dalla causa dell’azione in particolare, dell'azione svolgen- 
tesì in questa data direzione 0 @ quel dato fine. La prima specie 
di causa è una quantità di forza accumulata, la quale aspetta di 
essere utilizzata quando che sia, in qualsiasi modo, per qualsivoglia 
scopo; la seconda specie è qualche cosa, invece, d’insignificante, 
che si misura alla stregua di quella forza, ò per lo più un piccolo 
caso, in conformità del quale, cotesta quantità “ sì risolve », oramai, 
in un modo singolo e determinato : il fiammifero in rapporto col 
barile di polvere pirica. Tra questi piccoli casì e questi fiammi- 
feri, io comprendo tutto ciò che si chiama “ fine , © le cosidette 
« vocazioni ,: tutto queste sono relative, arbitrarie, quasi indiffe- 
renti, in rapporto @ cotesta enorme quantità di forza, la quale 
tendo, come ho già avvertito, ad essere impiegata in un modo 
qualsiasi. Ma di solito, si considera ben diversamente tutto ciò: si 
è abituati a scorgere la forza attiva nel fino (scopi, vocazioni, ecc.); 
conformemente ad un errore primitivo, — ma il fine non è altro, 
in realtà, che la forza dirigente, onde sembra che qui siasi con- 
fuso il timoniere col vapore. Fd a volte, nemmeno il timoniere è 
la forza dirigente..... Il 4 fine, e lo “ scopo » NOn sono essi, ab- 
bastanza frequentemente, soltanto pretesti d’abbellimento, un ac- 
cecamento volontario prodotto dalla vanità, la quale non vuole 
ammettere che la navo segue la corrente, in cui essa siasi per 
caso avviata ?_ ch'ess@ « vuole , procedere così, poichè deve? che 
essa ha, ben è vero, una sua direzione, ma non ha alcun pilota? 
Noi abbisognamo ancéra d'una critica del concetto “ fine ». 








N fat 
9230 LA GAIA SCIENZA 


361. 





Del problema del commediante. — Il problema del commediante 

è stato quello che mi ha reso, per più lungo tempo, irrequieto; 
io mi trovavo nell’incertezza (e lo sono pur ora, a volte), se non 
per avventura fosse necessario di seguire una determinata via, 
per giungere al pericoloso concetto dell’ “ artista ,, — un concetto, 
questo, trattato sinora con imperdonabile leggerezza. — La fal- 
sità, perpetrata con buona coscienza; il piacere della finzione, ir- 
ruente come un’energia novella, onde il cosidetto “ carattere , è 
ripudiato, sommerso e a volte soppresso; l’intimo desiderio di ve- 
stirsi dei panni e della maschera, di un dato personaggio, e di 
penetrare nella sua apparenza; un eccesso di facoltà d’assimila- 
zione, d'ogni specie, le quali non sanno più appagarsi d'una qual- 
siasi prossima e limitata utilità: tutto questo non è, forse, sola- 
mente proprio del commediante?..... Tali istinti si saranno assai 
probabilmente sviluppati in alcune famiglie del popolo basso, le 
quali, sotto la varia oppressione e nella rigida dipendenza dal 
Caso, avranno dovuto condurre gramamente la loro esistenza, e 
saranno state costrette a piegarsi e ad assuefarsi, sempro no- 
vellamente, alle nuove circostanze, e a presentarsi, sempre, sotto 
aspetti differenti; onde si saranno lentamente impratichite nello 
spiegare i loro mantelli in faccia ad ogni vento, identificandosi 
quasi con cotesti loro mantelli, quali maestri nell’arte dell’assimi- 
lazione e nell’eterno giuoco del nascondorello, il qualo fra gli ani- 
mali è chiamato mimicry: sinchè, da ultimo, tutte queste doti, 
accumulatesi di generazione in generazione, sieno divonute dispo- 
tiche, irragionevoli, indomabili, e quali istinti omai radicati, ab- 
biano appreso ad imporsi agli altri istinti, ed abbiano prodotto il 
commediante, Il “ artista , (lo scurra, il narratore di frottole, l’ar- 
lecchino, il pazzo, il clown, ed anche il servitore classico, il Gil Blas: 
poichè fra tali tipi troviamo i precursori dell'artista, ed abbastanza 
spesso anche quelli del “ Genio ,). Pure, in condizioni sociali più 
i sotto una simile pressione, si sviluppa una simile cate- 
a ne pot Reano del commediante è quasi sempre 
“ diplomatici ,; i, = ; 3a TRA fa 
CE o > o ol resto, credere che un buon diplo- 
possibilità di esibirsi quale buon comme- 


2 


diante, supposto che ciò gli sia “ concesso » dalla sua dignità. Ma 
per ciò che si riferisce agl’Ebrei, a questo popolo assimilatore per 
eccellenza, sì sarebbe disposti a scorgere in loro, conformemente 
a quest ordine d'idee, quasi un'istituzione storica per l'allevamento 
dei commedianti, una vera covata di commedianti; e, in realtà, 
pui sembra essere, ln questo momento, opportuna la domanda: 

quale buon attore non è 0ggì Ebreo ? ,. L’Ebreo, anche quale 
letterato nato, e quale dominatore effettivo della stampa europea, 
osercita questo suo potere, basandosi sulla sua capacità di com- 
mediante: poichò il letterato è essenzialmente commediante, — 
atteggiandosi egli assai volentieri a “ perito , 0 a “ specialista ». 
— E, finalmento, le donne: sì pensi a tutta la storia delle donne, 
per un istante; — non è, forse, necessario ch’esse sieno, anzi tutto 
e sopra tutto, commedianti? Si ascolti parlare, @ proposito di ciò, 
qualche medico, il quale abbia ipnotizzato delle donne. Ma, infine, 
amiamole, dunque, queste signore donne, e lasciamoci “ ipnotiz- 
zaro , tutt'al più da loro! Che cosa ne risulta, ordinariamente ? 
Cl'esse sono, in fondo, quelle che “ si danno ,, pure allora ch'esse 
si dieno per... La donna è talmente artista !... 


362. 


La nostra fede in una virilizzazione dell'Europa. — Dobbiamo es- 
sero grati & Napoleone (ed assolutamente no, alla Rivoluzione 
francese, la quale tendeva esclusivamento alla fraternità vicende- 
vole dei popoli ed all'amore universale), 5° ci è dato di presen- 
tire, ora, l'imminenza del succedersi di un paio di secoli bellicosi, 
i quali non hanno i loro oguali nella storia; o, In una parola, so 
siamo entrati nel periodo classico della querra, della guerra sclen- 
tifica, ad un tempo, © popolare; fatta su larga scala (compresi 1 
mezzi, i talenti © la disciplina, che vi saranno acuiti), sul quale ‘ 
tutte le migliaia d'anni a venire, como sopra un esempio di per- 
fezione, rivolgeranno indietro i loro sguardi accesi d'invidia © di 
— imperochè il movimento nazionale; dal quale Sì 
ovolverà questa gloria guerresca non è altro che il risultato della 
reazione napoleonica, ond’è che senza Napoleone esso 0ggì non 
osisterebbe. A questi, dunque, verrà, un giorno, attribuito il me- 
all'Uomo la sua antica privilegiata posizione di 
onto del mercante e del “ filisteo 3; 0 al con- 


venerazione : 


rito d'avere ridato 
dominatore, al conf 





932 LA GAIA SCIENZA 





fronto, forse anche, della “donna ,, blandita omai troppo dal 
Cristianesimo, dallo spirito entusiastico del secolo decimottavo, e 
più ancéra dalle “Idee moderne ,. Napoleone, il quale scorgeva 
nelle moderne Idee ed, in generale, nella civiltà, qualche cosa di 
simile a un inimico personale, s'è rivelato, per mezzo di questa 
ostilità, quale uno dei continuatori più grandi del Rinascimento: egli 
ha rimesso in luce un lato intero della vita antica, il decisivo, 
forse, — quello di granito. E chi sa che quest’antica faccia del 
vecchio mondo, l’eroismo antico, cioè, non ridivenga ancora una 
volta la dominatrice di cotesto movimento nazionale, e, nel senso 
‘ più positivo, l'erede e la continuatrice di Napoleone ? — di questi, 
il quale voleva l'Europa, una, com'è noto, e signora della Terra? 


368. | 


Come ciascuno dei due sessi ha il suo pregiudizio sull'amore. — 
Malgrado tutte le concessioni ch'io sia disposto a fare al pregiu- 
dizio della monogamia, non vorrei in nessun caso permettere che 
si discorra, così per l’uomo che per la donna, di eguali diritti in 
amore: poichè questi diritti, in realtà, non esistono. E ciò accade 
perchè tanto l’uomo che la donna, intendono ognuno, una diffe- 
rente cosa per “ amore ,, — questa essendo una delle condizioni 
dell'amore stesso, nei due sessi, che l’uno won debba avere lo 
stesso sentimento che l’altro, a proposito di questo argomento. Ciò 
che dalla donna è inteso per amore, è abbastanza chiaro: com- 
pleta dedizione (non soltanto, devozione) del corpo e dell'anima, 
senza riguardo alcuno e senza ritegno; sì con pudore e con paura, 
al pensiero di una dedizione condizionata e delimitata. In quest’as- 
senza di condizioni, il suo amore è una vera fede: anzi, la donna 
non ne ha altra, fuori di questa. — L'uomo, invece, allorquando ama 
una donna, GIL da essa, appunto, cotesto amore, pur essendo 
egli, quanto a Sè stesso, il più che possibile lontano dalle ipotesi 
dell amore femminile; ma se anche ammettiamo che ci sono pure 
uomini cui non è estraneo il desiderio di una completa devozione; 
dobbiamo necessariamente asserire che cotesti non sono uomini 
uomo ae ami a simiglianza di una donna, diviene, 
San divieno oe paoli: ma una donna, che ami come una donna i 
Line de: pei fetta... La passione della donna, nella 

cia al propri diritti, fa supporre che dal- 

















É Neto. SE 
Leman IE 


n 


l’altro lato non esista un sentimento simigliante e una tale vo- 
lontà di rinunela ; imperochè se ambedue rinunciassero, per amore 
a sè medesimi, ne deriverebbe... nemmeno io posso anto 
quale cosa: forse, un vuoto ? — La donna vuole essere presa e 
accettata quale proprietà; essa vuole confondersi nel concetto di 
« proprietà », di “ POSSOSSO fa P9r CONSSSUONZA ; ella vuole qualcuno 
che prenda, e non si dia nè si conceda, il quale voglia, invece, 
arricchire il proprio “Io, per mezzo d’un’aggiunta di forza, di 
folicità e di fede, per mezzo di quello, cioè, onde la donna gli si 
dà. La donna si dà, l’uomo prende: io penso che non si debba mai 
sorvolare sopra questa contraddizione naturale, nè a causa di con- 
tratti sociali, nè a causa del migliore desiderio di giustizia: per 
quanto anche possa desiderarsi di non aver sempre dinnanzi agli 
occhi cid che vi è di duro, di terribile, d’enigmatico e d’'immorale, 
in questo antagonismo. Poichè l’amore, completo grande e pieno, 
è Natura, e quale Natura, dev'essere, per tutta l'eternità, un po' 
“ immorale ,. La fedeltà è, perciò, compresa nell'amore della donna, 
o scaturisce dalla stessa definizione di questo; nell’uomo, essa può 
nascere in conseguenza del suo amore, sia quale forma di grati- 
tudine, o quale idiosincrasia del gusto, o quale effetto della così- 
detta affinità elettiva, ma essa non appartiene alla sostanza del 
suo amore, — e v’appartiene così poco, che quasi possiamo par- 
lare d'una specie di antinomia naturale fra l'amore e la fedeltà, 
nell'uomo: il quale amore è appunto un desiderio d'avero, e 20% 
una rinuncia ed una donazione; il desiderio d'avere finisce, però, 
ogni volta, coll’avere stesso... In realtà, il desiderio di possesso, 
così sottilo e sospettoso nell'uomo, avverte assai di rado ‘e tardi 
questa “ possessione n, la quale cosa fa sì che l’amore possa con- 
tinuare a sussistere; ed è pure possibile, ch’esso l’amore aumenti, 
anche dopo la dedizione, — poichè l'uomo non ammette troppo 
agevolmente che la donna non ha più nulla da « offrirgli ». 


364. 


L'eremita parla. — L'arte di convivere con gli uomini ripos® 
essenzialmente sulla consuetudine (la quale suppone un lungo eser- 
cizio) d’accettare Un pasto nella cui cucinatura non Sl ha alcuna 
fiducia. Posto che Sì vada a tavola con una fame da lupi, tutto 


andrà bene (“ la peggiore società ti permette di sentire = — COMe 








234 LA GAIA SCIENZA 


dice Mefistofele); ma non la si ha, di solito, cotesta fame da lupi, 
quando se ne abbia più bisogno! Ahimè! quanto il prossimo è dif- 
ficile a venir digerito! Primo principio: armarsi del proprio co- 
raggio, come per il sopravvenire d'una sventura, afferrare le cose 
arditamente, essere pieno d’'ammirazione per sè stesso, serrare 
nella chiostra dei denti la propria nausea, inghiottire il proprio 
disgusto. Secondo principio: rendere il proprio prossimo “migliore ,, 
per mezzo di una lode, ad esempio, affinchè egli incominci ad essu- 
dare la propria felicità; 0 prendero un lembo delle sue buone o 
“ interessanti , qualità, e tirarlo sinchè non ne esca tutta intera 
la virtà, per poterne, quindi, ammantare il prossimo. Terzo prin- 
cipio: l’ipuotizzazione di sè stesso. Fissare l'oggetto delle proprie 
relazioni, alla guisa d'un bottone di vetro, sino a tanto che si 
cessi di più provare sia piacere che dispiacere, ci si addormenti 
inconsapevolmente, si divenga rigidi, e ci si atteggi convenevol- 
mente: un rimedio domestico, tolto dal matrimonio e dall’amicizia, 
provato abbondantemente e vantato come indispensabile, ma non 
ancéra scientificamente formulato. Il suo nome popolare è “ Pa- 
Zienza ». 


360. 


L’eremita parla ancora una volta. — Anche noi conviviamo con 
gli “ uomini ,, anche noi vestiamo modestamente l’abito, onde ci 
sì conosce, ci si rispetta, ci si cerca, e ci rechiamo in società, fra 
persone, cioè, travestito, che non vogliono essere chiamate tali; 
anche noi operiamo similmente a tutte le maschere astute, e met- 
tiamo cortesemente alla porta ogni curiosità, la quale non sì 
riferisca al nostro “ vestito ,. Ma ci sono pure altri mezzi ed altri 
artifici, per poter “ convivere , in relazione con gli uomini: come 
fantasma, ad esempio, — la quale cosa è consigliabilissima, se si 
voglia sbarazzarsene ed incutere loro paura. Prova, dunque: si 
protende la mano verso di noi, e non si riesce ad afferrarci. Ciò 
spaventa. Ovvero: noi penetriamo attraverso una porta chiusa. 
Ovvero: quando tutti i lumi sieno spenti. Ovvero: dopo che noi sì 
sla già morti. Quest'ultimo è l’artifizio degli uomini postumi, pa 
excellence. (“ Che cosa pensate voi, dunque? — disse un tale, una 
volta, con impazienza, — che noi, forse, ameremmo sopportare 
intorno a noi tutta questa lontananza, questo freddo, questo si 





| 
| 





TE TT TIA PORTO 





Rc 


lenzio di tomba, questa solitudine, sotterranea nascosta muta ine- 
splorata, che presso di noi si chiama Vita, e potrebbe per le oe 
ragioni chiamarsi anche Morte, se non sapessimo ciò che di noi 
sarà per avvenire, — e che dopo la Morte appena, vivremo la 
nostra vera Vita e diverremo viventi, oh, in un modo straordinario 
viventi! noialtri uomini postumi! , —). 


366. 


Riguardo a un libro dotto. — Noi non apparteniamo a coloro, cui 
non è dato di pensare che fra i libri e che da questi soltanto ricevono 
l’incitamento a pensaro, — noi abbiamo l'abitudine di pensare al- 
l’aperto, camminando, saltando, salendo, danzando, preferibilmente 
sulle montagne solitario 0 vicino al Mare, là dove le stesse vie 
divengono sconosciute e problomatiche. La prima domanda che ci 
facciamo, a proposito di un libro, di un uomo o d'una Musica, 
suona così: “ può @ss0 camminare? o più anche, può esso dan- 
zare? ,... Noi leggiamo raramente: non per questo, però, leggiamo 
peggio; — oh quanto rapidamente noi indoviniamo come uno sia 
giunto @ qualche dato pensiero, se assiso dinnanzi al suo calamaio, 
col ventre piegato, chino il capo sulla carta: oh quanto presto noi 
finiamo allora di leggere il suo libro! Riusciamo a indovinarvi per 
entro i visceri compressi, potremmo anche scommetterlo, nella stessa 

! guisa che l'atmosfera della stanza, od il soffitto e la larghezza della 
medesima. — Questi furono i miei pensieri nel chiudere, or è poco, 
con gratitudine molta ma con sollievo, un libro probo e dotto. Nel 

libro d'un uomo dotto c'è sempre qualche cosa di oppresso che @ 

sua volta opprime: lo * specialista , sbuca sempre fuori da qualche 

angolo, insieme al suo zelo, alla sua serietà, alla sua ira, alla sua 
smisurata estimaziono del proprio lavoro, © alla sua gobba, — 1M- 
perochè ogni specialista ha lasua gobba! Un libro dotto rispecchia 

sempre anche un'anima rattrappità: ogni mestiero è causa di rat: 

: trappimento. Si provi, dunque, di rivedere gli amici, col quali s'è 
è stati giovani, dopo che essi si sono impadroniti della Scienza: 
ahimè! quanto spesso è avvonuto il contrario, cho la Scienza, cioè, 

sì sia impadronita di loro! Cresciuti nel loro angolo, ed ‘oppressi 
iconoscibili, privi di libertà © d'equilibrio, di- 
ogni parto; eccetto che in un solo punto; nel 
e rima- 


er - 


sino ® divenirne irr 


magriti © angolosi in 
quale sono prodigiosamento rotondi, -—— siamo commossi 


A (S a cei ca & 








e VERI, 


236 i LA GATA SCIENZA 





niamo silenziosi, allorquando li rivediamo. Ogni mestiere, pure am- 
mettendo ch’esso sia una miniera inesauribile d'oro, ha sopra di 
sè una cappa di piombo, la quale schiaccia l’anima, sin che l’abbia 
fatta raggomitolarsi in sè stessa. Non ci è dato di fare nulla per ciò. 
Non si creda nemmeno che sia possibile d’evitare cotesta trasfor- 
mazione, per mezzo di qualche artificio dell’educazione. Ogni specie 
di maestria sì paga ben cara sulla Terra, dove, forse, tutto si paga 
troppo caro; sì è l’uomo del proprio mestiere, a costo di divenirne 
anche la vittima. Ma voi volete che non debba accadere così, — 
voi volete pagare “ a più buon mercato ,, e, sopra tutto, volete 
vivere più comodamente, — non è vero, 0 miei cari contempo- 
ranei? Ebbene, provatevi, dunque! Ma allora, invece dell’artiero e 
del mastro d'arti, avrete immediatamente qualche cosa d'altro, il 
letterato, ad esempio, l’agile e “ molteplice , letterato, cui, ben è 
vero, manca la gobba, — fatta eccezione almeno, di quella ch’ogli 
ostenta dinnanzi, quale valetto dello spirito e “ facchino » della 
cultura; — il letterato, il quale non è nulla veramente, © tuttavia 
“ rappresenta , quasi tutto; il letterato, il quale s’atteggia a conosci- 
tore delle cose, e magari anche sostituisce questi, modestamente adat- 
tandosi a farsi, invece di lui, pagare onorare e celebrare. — No, miei 
dotti amici! lo vi benedico anche per la vostra gobba! e per ciò anche 
che, a somiglianza mia, disprezzate i letterati ed i parassiti della 
cultura! e perciò anche che voi non sapete mercanteggiare col 
vostro spirito! e perciò che voi non avete che opinioni, le quali 
non possono venire espresse a valor di contanti! e perciò che nulla 
mai rappresentate di ciò che, in realtà, non siate! e por ciò che il 
vostro unico desiderio è quello di divenire mastri del vostro m@- 
stiere, rispettando ogni specie di maestria e d’abilità, con la più 
aperta avversione a tutto ciò che non è altro che apparente; 
semigenuino , lucidato, virtuoso, demagogico e scurrile, lit- 
teris et artibus, — e a tutto ciò che non può degnamente essere 
SALO dinnanzi a voi, a cagiono della vostra assoluta probità 
d'educazione e di ammaestramenti! (Il genio stesso non riesce @ 
sorvolare sopra queste mancanze, malgrado ch'egli possa anche 
farle, per avventura, dimenticare: ciò ne verrà fatto d'agevolmente 
comprendere, tosto che avremo potuto accostarci, una volta, 2 qual- 
i en 
e i iano, per Peri 

azioni, di subdoli modi e di principii ostentati, l'art@ 


È 





Cee 








i O ______“ 


di cotesta probità, di cotesta solidità di scuola e di cultura, senza 
naturalmente riusciro a ingannare sè medesimi, senza o im- 
porre silenzio alla propria cattiva coscienza. Imperochè — voi lo 


sapete, non è vero? — tutti i grandi artisti moderni soffrono a 
cagione della loro cattiva coscienza...). 


367. 


Ghe cosa sia anzi tutto necessario di distinguere nelle opere d’arte. 
— Tutto ciò ch'è pensato poetizzato dipinto composto, ed anche 
costrutto e formato, appartiene 0 all'Arte monologica o all'Arte 
con testimonî. Giova includere in quest’ultima anche l'Arte, la 
quale non è che apparentemente monologica è che comprende la 
fede in Dio e tutto il lirismo della preghiera: poichè per un uomo 
pio non esiste solitudine vera, — Siamo stati noi, atei, a primi 
inventare la solitudine. Io non conosco una distinzione più profonda 
della seguente, nel sistema ottico complessivo d'un artista: s’egli 
osservi la propria opera d'Arte (o meglio “ sè stesso »), durante 
il suo lavoro, con l'occhio del testimonio, o con quello “ di colui 
che abbia dimenticato il Mondo ,; la quale ultima cosa è essen- 
ziale per ogni Arte monologica, — poichè questa specie d'Arte, 
in ispecio, sì basa sull’oblio, ed altro non è che la Musica del- 
l'oblio. 


368. 


Il cinico parla. — Le mie obbiezioni alla Musica di Wagner sono 
obbiezioni di carattere fisiologico: perchè, dunque, volerle rivestire 
di formole estetiche? Tì mio 4 argomento , è, ch'io non riesco a 
più respirare liberamente, quando questa Musica incominea ad 
agiro sopra di me: che il mio piede si sente da essa immediata- 
mente contrariato, onde le si ribella, — 0550; che ha tanto bisogno 
di battute ritmiche, di danze o di marcio, esige dalla Musica, anzi 
tutto, le estasi, le quali derivano da un passo © da un andare leg- 
giadro, da un salto e da una danza. — Ma il mio stomaco non 


i il mi ziandio? e la 
s'unisce, esso, forso; alla protesta? © il mio cuore, ezia 


circolazione del mio sangue? e le mie viscere? Non è vero, forse, 
ch'io, con una tale Musica, insensibilmente mi piglio un raffred- 
? 


dore? — E per ciò mi domando: che cos® vuole, in fondo, il mo 


» 
A 





vesttalio f 
<a dea LT ri ne 





tt, y si 
238 LA GAIA SCIENZA 





organismo dalla Musica? Io penso ch’'esso lo chieda il suo sollievo: 
come so tutte le funzioni animali dovessero venire accelerate, per 
mezzo di ritmi lievi audaci sfrenati e ambiziosi; come se la nostra 
Vita, così greve di piombo e di bronzo, dovesse sobbalzare leggera 
nel vento di buone e delicate armonie infuse d'oro. La mia tri- 
stezza vuole riposarsi nelle cavità e negli abissi della perfezione: 
od è per questo ch'io ho bisogno della Musica. Che cosa m'importa 
mai del dramma? che cosa, degli spasimi delle sue estasi morali, 
onde il “ popolo , trae la sua soddisfazione? che cosa m’importano 
i gesti ciarlataneschi degli attori?... Ben s’indovina che la mia è 
un’indole essenzialmente antiteatrale, — mentre Wagner è essen- 
zialmente un uomo di teatro ed un commediante, il più entusiasta 
mimomane che sia mai esistito, pur essendo un musicista!... E, 
sia detto di passaggio, se la teoria del Wagner è che “il dramma 
è il fine, del quale la Musica altro non è che il mezzo ,, — la 
sua pratica è stata, invece, sempre, dal principio alla fine, con- 
forme al criterio, che “il gesto è lo scopo, e cosìil dramma che 
la Musica ne sono soltanto i mezzi ,. La Musica serve a rendere 
chiaro, vigoroso ed intimo l’atteggiamento drammatico e lo svi- 
luppo sentimentale dell’attore, sicchè il dramma wagneriano non è 
che un pretesto a molteplici gesti drammatici. Wagner, presso 
agli altri istinti, aveva l’istinto poderoso di un grande attore, — 
e ciò, come ho già avvertito, pure nelle sue qualità di musicista. 
— È ciò appunto, ch'io ho dimostrato una volta, con molta chia- 
rezza, ma con alquanto di fatica, a un ottimo Wagneriano; ed 
avevo i miei buoni motivi d’aggiungere ancora la raccomandazione 
seguente: “ Siate, adunque, un poco più onesto verso voi stesso; 
noi non siamo mica a teatro! A teatro, si è soltanto onesti collettiva: 
mente; quali individui singoli, è consuetudine di mentire a sè mede- 
simi e d’illudersi. Ma e’ si conviene di lasciare sè stessi a casa pro- 
pria, allorquando sì va a teatro, e di rinunciare, quindi, al diritto di 
parlare e di scegliere, al proprio gusto e persino al proprio valore, 
il quale ci vien fatto di esercitare, verso Dio e verso gli uomini, 
soltanto fra le quattro pareti domestiche. Nessuno ama arrecare 
a teatro il significato più sottile della propria Arte, nemmono l’ar- 
tista stesso che vi collabora; ivi, si diviene popolo, pubblico; 
gresso, femmina, fariseo, bestia da votazione elettorale, democra: 
tico, prossimo; ivi, la più personale delle coscienze soggiace al fa- 
scino livellatore della * maggioranza ,; ivi, l’ umana imbecillità 





__ 


=, * 


pet 


LIBRO QUINTO 5 9239 





agisce quale frenesia e contagio, ed il “ vicino , regna sovrano, e 
ciascuno a sua volta diviene vicino... , (Io cone di TIE 
ciò che il mio wagneriano illuminato si degnò di rispondere alle 
mie obbiezioni fisiologiche: “ Lei, dunque, non è propriamente ab- 
bastanza sano per la nostra Musica? , —). 


369. 


La nostra vicinanza reciproca. — Non dobbiamo, forse; confes- 
saro a noi stessi, che in noialtri artisti c'è un contrasto inquie- 
tante, per il quale il nostro gusto e la nostra forza creatrice sono 
separati in un modo straordinario, onde ognuno dei due sta e cresce 
por sè stesso, indipendentemente dall'altro, seguendo gradazioni e 
tempi diversi, di vecchiaia, di giovinezza, di maturità, di decrepi- 
tezza e di corruzione? Per modo che un musicista, ad esempio, 
potrebbe comporre durante tutta la sua vita cose le quali fossero 
in contraddizione con ciò che il suo orecchio esercitato e il suo 
cuore d'ascoltatoro apprezza, ama e predilige: — e nemmeno sa” 
rebbe, in verità, necessario che cotesta contraddizione gli fosse nota! 
Si può, come lo prova una esperienza purtroppo regolare, sorpas- 
sare agevolmente col proprio gusto il gusto che deriva dalla propria 
forza, senza nemmeno che cotesta forza ne sia paralizzata e osta- 
colata ne’ suoi risultati; ma può anche accadere il contrario, — 
ed è sopra di ciò ch'io vorrei richiamare l’attenzione dell'artista. 
Un creatore costante, — una ‘ madre , fra gli uomini, nel signi- 
ficato superiore della parola, 0 qualcuno che di nulla altro vuole 
più sapere, tranne che delle gravidanze e dei parti del suo spi- 
rito, il quale non ha tempo di pensare & sò stesso © all opera 
propria, e di trarne dei paragoni, il quale inoltre non ha il desi- 
dorio di esercitare il proprio gusto, sì che lo dimentica e lo lascia 
decadere, — un tale creatore finirà, forse, col produrre opere, per 
le quali egli da lungo tempo omai non sembrava più adattato: tal- 
mente ch'egli sarà ridotto a dire e a pensare sciocchezze, tanto In- 
torno a sè stesso che a quelle. Questa mi sombra essere la con- 
dizione quasi normale degli artisti fecondi, — nessuno e pi 
fanciullo peggio dei suoi genitori, — © forse Rue: per Dein a 
un esempio enorme, dell'intero Mondo poetico © artistico, greco: 


Ì iù va prodotto... 
esso non ba mai “ saputo » CIÒ che aveva p 








240 LA GAIA SCIENZA 





370. 


Che cosa è il romanticismo? — Si ricorda ancora, forse, o almeno 
fra i miei amici, com'%0 mi sia scagliato, da principio, contro il ‘ 
mondo moderno, armato di qualche errore, se si vuole, e di qualche 
esagerazione, ma in ogni caso, acceso di speranza. Io credevo di 
vedere — chi sa per quali mai esperienze personali? — nel pes- 
simismo filosofico del secolo decimonono, un sintomo della forza 
superiore del pensiero, o di un valore temerario, o di una pienezza 
di vita più vittoriosa di quella ch’era stata propria, nel secolo de- 
cimottavo, dell’epoca di Hume di Kant di Condillac e dei sen- 
sualisti: per modo che la tragica nostra Conoscenza mi parve, per 
un istante, essere il vero lusso della nostra civiltà, ed il modo più 
prezioso più distinto e più pericoloso, di prodigalità, ma sempre 
tuttavia, in grazia della sua sovrabbondante ricchezza, un lusso 
che le fosse del tutto lecito. Nello stesso modo, mi sembrava che 
la Musica tedesca fosse l’espressione d’una potenza dionisiaca del- 
l’anima germanica: in essa io credeva di udiro lo scuotimento della 
Terra, provocato da una forza primordiale, compressa da lunghis- 
simo tempo, la quale finisce coll’erompere, — indifferente, anche | 


- 


i nn 


se tutto ciò che oggi chiamasi cultura dovesse d'un tratto diroc- 
care. Ben è chiaro quant’io misconoscessi, allora, così nel pessi- 
mismo filosofico come nella Musica tedesca, ciò cho loro conferiva 
il carattere tutto speciale, — io vo’ dire, il loro romanticismo. Che 
cosa è, dunque, il romanticismo? Ogni Arte ed ogni Filosofia pos- 
sono venire considerati quali rimedì e quali soccorsi, nel prospe- 
rare e nel combattere continuo della Vita: essi prosuppongono; 
quindi, i dolori ed î sofferenti. Ma ci sono duo specio di sofferenti: 
anzi tutto, quelli che soffrono per esuderanza di vita, i quali vo- 
gliono un’Arte dionisiaca ed una visione tragica della Vita inte- 
riore e dell’esteriore, — e quelli, poscia, i quali soffrono d’impo- 
verimento della vita, e chiedono, dall’Arte © dalla Filosofia, la quiete; 
il silenzio, il mare in bonaccia, la liberazione da sè medesimi, pel 
mezzo dell’ Arte e della Conoscenza, ovvero anche l’ ebrezza, lo 
spasimo, lo stordimento e la follia. Al duplice bisogno di questi 
ultimi corrisponde ogni romanticismo, nell'Arte e nella Filosofia, © 
così tanto Schopenhauer che Wagner, per citare due dei romane 
tici più celebri e più significativi fra quelli che avevo allora frain- 





FIST 
leso, "i del resto non a loro discapito, ben mi sì vorrà concedere 
Quegli ch'è più ricco d’esuberanza vitale, Dioniso, dio ed vomo 
si diletta non soltanto dello spettacolo di ciò ch'è terribile Sa 
enigmatico, ma predilige l’azione terrificante per sè stessa, e ogni 
medie di ino RS 
guenza d'una sovrabbondanza ni no De È PN Meate en 

i produttive e feconde, la quale 
di ogni deserto sarebbe capace di creare un meraviglioso paese 
fruttifero. L'uomo’ più sofferente ed il più povero di forza vitale, 
avrebbero, invece, bisogno di dolcezza, di pace, di bontà, tanto nei 
pensieri quanto nelle azioni, e, se fosse possibile, d'un Dio, il quale 
sarebbo propriamente un Dio per gli ammalati, un “ Salvatore ,; 
inoltre, essi avrebbero bisogno di Logica, di una comprensione 
astratta dell’esistenza, — poichè la Logica tranquillizza e ispira 
fiducia —, in una parola, d'una certa intimità stretta e calda, che 
tenesse lontana la paura, © d’un incarceramento in orizzonti otti- 
mistici. Per tal modo, io ho appreso lentamente a comprendere 
Epicuro, il contrapposto del pessimista dionisiaco, e così pure “ il 
cristiano ,, il quale non è; in realtà, che una specio d’epicureo, e, 
similmonte a questi, è essenzialmente romantico; — ed il mio 
sguardo s'è sompro più acuito nell'osservare quella pericolosissima 
ed ingannevole forma di riferimento dell’ opera al suo creatore, 
dell’azione al suo autore, dell’Ideale a cui 0ss0 è una necessità, di 
ogni specie di pensiero € d’apprezzamento al disogno che lo im- 
‘pone. — Riguardo, poi, & tutt'i valori ostetici, io mi servo pre- 
sentemente di questa distinzione capitale: «è la fame o l'abbon- 
danza, che in questo caso è divenuta creatrice? ». Apparentemente, 


ltra distinzione meglio raccomandarsi, — poichè 


sembrerebbe un'a 
essa è assai più evidente dell'altra, —* quella, cioè, di sapere s0 
il desiderio di stabilità, d’eternità © dell'essere, SIR per avventura 
la causa creatrice, 0 viceversa, il desiderio di distruzione, di mu 
tamento, di novità, di avvenire © di divenire? Ma ambedue le specie 
di desiderio, considorate più profondamente, sembrano ancora am- 
bigue, 6 possono solo divenire chiare se studiato alla stregua collo 
schem@ suesposto, il quale mi sembra giustamente preferibile. 
desidorio di distruzione, di cambiamento, di divenire, può see 
l’espressione della forza sovrabbondante, gravida già d'avveniro (i 
mio terminus è Per questo, com'è noto, la pala dionisiaco oh 
ma può anche essere l’odio di chi senta d'essero uu uomo man: 
16 



























—— — 


I 


F, Nierzscue La gaia scienza. 








re *_ 


942 © LA GAIA SCIENZA 
erre Mo] = GU. 
cato, bisognoso, male plasmato, il quale distrugge ed è costretto 
di distruggere, poichè lo stato di cose presente, ogni stato di cose 
come anche ogni essere, lo irrita e gli dà nausea; — per compren- 
dere questa passione, si guardino da vicino i nostri anarchici. La 
volontà d’eternare qualche cosa ha ugualmente bisogno di una 
doppia interpretazione. Essa può anche, a volte, derivare da gra- 
titudine e d'amore: — un’Arte che abbia una tale origine, sarà 
sempre un’Arte d’Apoteosi, ditirambica forse, con Rubens, beata 
e schernevole con Hafis, luminosa e benevola con Goethe, effon- 
dente su tutte le cose un raggio omerico di luce e di gloria. — 
Ma essa può anche essere la tirannica volontà di chi soffra atro- 
cemento, e lotti e sia torturato, di colui il quale vorrebbe sotto- 
porre tutto ciò che gli è più personale, più caratteristico e più 
prossimo, la speciale idiosinerasia del suo dolore, al vincolo d'una 
legge e d’una costrizione, e il quale si vendica di tutte le cose 
che lo circondano, incidendovi indelebilmente la propria imagine, 
l’imagine della propria tortura. Quest'ultimo caso è il pessimismo 
romantico nella sua forma più espressiva, sia como Filosofia Scho- 
penhaueriana della Volontà, sia come Musica Wagneriana: — il 
pessimismo romantico, ch'è il più grande avvenimento nei destini 
della nostra civiltà. (Deh! possa ancéra sopravvenire un pessimismo 
ben diverso, un pessimismo classico: — questo il mio voto ed il 
mio presentimento, omai inseparabili da mo, i quali costituiscono 
il mio proprium ed il mio ipsissimum: ma il mio orecchio si ri- 
bella alla parola “ classico ,, chè essa è divonuta omai troppo 
sciupata, troppo rotonda e troppo irriconoscibile. Onde amo chia- 


mare il pessimismo del prossimo avvenire — imperochè esso ò: 
imminente, ed io lo scorgo avanzarsi! — pessimismo dionisiaco.) 
SIE 


Noialtri uomini incomprensibili. — Ci siamo noi, forse, lagnati 
mai di venire fraintesi, misconosciuti, male interpretati, calunniati; 
ed erroneamente uditi? Questa, appunto, ‘sarà la nostra sorte — 
ahimè, per un lungo tempo ancdra! diciamo, modestamente, sino 
al 1901, — è questa, la nostra distinzione ; noi non ci stimeremmo 
abbastanza, se ci augurassimo che fosse altrimenti. Ci si misco- 
nosce, — mentre noi diveniamo più grandi, ci trasformiamo in- 
cessantemente, ci spogliamo della nostra vecchia corteccia, rifa- 


pier io ng o 






E 


i 





STI STE ZITO SIIT ARTO TIRO ITER 


| 


e E° SERIO ATZORI 
, x È 


LIBRO QUINTO 243 





ciamo un’epidermide nov i pri iveni 
E P CRE ella ad ogni primavera, diveniamo sempre 
più giovani, più fervidi d'avvenire, più alti, più gagliardi s 
giamo, co i ; DE io PIU Sg aN il Sas i 
giamo, con sempre maggiore energia, l tr ici 
e 88 gia, le nostre radici nella pro- 
ondità — nel Male, cioè, — mentre, ad t i 
OR ,. 3 un tempo, abbracciamo 
ento con un amore sempre più ampio ed ardente, aspi- 
DI , 
TO la luce del cielo, con sempre maggiore avidità, con tutt’ i 
nostri rami e con t 1 i i i i 
pei o on foglie. Noi cresciamo come gli 
; ifficile a compr esì ì di 
cile che la Vita istessa! — noi cr N Sa a DOLO 
; ossa! cresciamo, non in un luogo solo 
ma dovunque, non in una sola direzione, ma così in alto che in 
basso, così esteriormente che interiormente; la nostra forza affluisce 
contemporaneamente, nel tronco, nei rami e nelle radici, onde non 
siamo più assolutamente liberi di fare qualche cosa singolarmente, 
d'essere qualche cosa singola... Poichè tale è la nostra sorte: noi 
cresciamo in altezza; pure ammettendo che questo sia il nostro 
infausto Destino, — imperochè noi abitiamo sempre più prossimi 
al fulmine! —, non per ciò sentiamo di doverlo meno onorare, 
poichè esso rimane ciò che noi non ameremmo nè di dividere, nò 
di far parte con altri: il Destino delle altezze, il nostro Destino... 


372. 


Perchè non siamo Idealisti. — Una volta, i filosofi avevano paura 
dei sensi: abbiamo noi, forse, dimenticato un po’ troppo questa 
paura ? Noi siamo, oggi, complessivamente dei sensualisti, noialtri, 
uomini odierni ed uomini dell'avvenire, nella Filosofia, non soggetti 
alla teoria, ma, praticamente, alla pratica... Quelli, invece, che sono 
stati schiavi sinora della teoria, credevano di venire attirati per 
mezzo dei sensi, fuorì del toro Mondo, e dal freddo reame delle 
“ Idee ,, in un'isola pericolosa ma più meridionale, nella quale 
essi temevano di vedere le loro virtù filosofiche fondersi al sole; 
simili alla neve. © L’avere gli orecchi chiusi con la cera , era, 
allora, quasi una condizione, per chi volesse filosofare; un vero 
filosofo non udiva più la Vita, in quanto ess@ è Musica, ed amava 
negare cotesta Musica, — poichè è una superstizione invete- 
rata dei filosofi, quella di voler credere che ogni Musica sia 
soltanto Musica di sirena. — Ora, noi ameremmo di giudicare ogg! 


nel se 


in sò stessa): opinando, cioè, che le Idee sono soduttrici ben pog- 





nso opposto (la quale cosa potrebbe essere ugualmente falsa = 





dd LA GAIA SCIENZA 


giori dei sensi, col loro aspetto freddo e anemico, — e pure a 
volte senza cotesto aspetto; — esse sono sempre vissute, nutren- 
dosi del “ sangue , dei filosofi, dilaniandone i sensi, ed anche, se 
ci si voglia credere, il “ cuore ,. Quei filosofi antichi erano, per 
ciò, senza cuore: il filosofare era sempre una specie di vampirismo, 
Non provate voi, forse, dinnanzi a figure come quella di Spinoza, 
un sentimento profondamente enigmatico ed inquietante? Non scor- 
gete, forse, lo spettacolo che qui si rappresenta, lo spettacolo del 
pallore costantemente progressivo, — della liberazione dei sensi, 
interpretata sempre più idealmente ? Non sospettate voi, forse, 
nello sfondo, l’esistenza d'una sanguisuga, rimasta per lungo tempo 
nascosta, la quale comincia col suggere i sensi e finisce col 
non lasciare altro più che le ossa ed il loro crocchiare, — ca- 
tegorie, cioè, e formole © parole? (poichè, mi si perdoni, ciò ch'è 
rimasto di Spinoza, amor intellectualis dei, è un semplice crocchiare 
d'ossa, e nulla più! — che cosa è, omai, l'amor e il deus, se loro più 
non resta nemmeno una goccia di sanguo?). In summa: tutto l'Idea- 
lismo filosofico è stato sinora qualche cosa di simile a una ma- 
lattia, dovunque egli non sia stato, come nel caso di Platone, la 
prudenza d’una salute esuberante o pericolosa, la paura doi sensi 
. strapotenti, la saggezza di un saggio discepolo di Socrate. — I'orse, 
noi, uomini moderni, non siamo abbastanza sani per avere bisogno 
dell'Idealismo di Platone? E non temiamo i sensi, perchè..... 


373. 


La “ Scienza , quale pregiudizio. — È una conseguenza delle leggi 
gerarchiche, che i dotti, in quanto appartengano al medio ceto in- 
tellettuale, non possono scorgere i problemi ed i punti interrogativi 
di grande importanza: il loro coraggio ed il loro sguardo non sono 
capaci di arrivare così lontano, — poichè il loro bisogno e la loro 
preveggenza intima ed il desiderio di ottenere questo o quel risultato, 
mentre tanto la paura che la speranza loro si acquetano e si 
ppnagano anche troppo rapidamente, li rendono anzi tutto ricerca- 
tori. Ciò che, ad esempio, riesce ad entusiasmare, a suo modo; 
quell’inglese pedante ch'è Herbert Spencer, e gli fa tirare una 
linea di speranza sino all’orizzonte de’ suoi desideri, cotesta defi- 
nitiva riconciliazione fra “l’egoismo e l’altruismo ,, onde egli ama 
favoleggiare, è causa in noi di una nausea profonda: — una uma- 


















nr 


LIBRO QUINTO 945 





nità con tali prospettive spenceriane, quali prospettive ultime, ci 
parrebbe degna di disprezzo e di distruzione! Ma già il fatto Cna 

qualche cosa, ch'egli è costretto di considerare quale suprema spe- 
LAZ sembra nè può sembrare agli altri che una incresciosa 

possibilità, — è per sò stesso un problema che Spencer non avrebbe 

potuto prevedere... La stessa cosa accade di quella fede, onde ora 

sl appagano tanti dotti materialisti, della fede, cioè, in un Mondo 

che deve avere il suo equivalente e la sua misura nel pensiero 
umano e nella concezione umana dei valori, in un “ Mondo di ve- 
rità ,, cui si potrebbe forse anche accostarci, auspice la nostra 
breve e quadrata ragione umana; — come ? vogliamo noi, dunque, 
realmente permettere che l’esistenza si avvilisca sino a divenire 
un esercizio servile di conteggio e un computo cabalistico per ma- 
tematici? Non si deve, anzi tutto, spogliare l'esistenza della sua 
natura molteplice; questo è ciò che il buon gusto esige, signori 
mici, il gusto del rispetto, sopra tutto, — la quale cosa supera, 
in verità, l’angustia del vostro orizzonte! Che sola sia corrispondente 
al vero un’interpretazione del Mondo, nella quale voi siate nel vero, 
nella quale si possa continuare a speculare scientificamente e a 
lavorare secondo il vostro intendimento (— voi intendete forse di 
diro, meccanicamente?)? Una tale interpretazione, la quale concede 
che si conteggi, sì calcoli, sì pesi, si guardi, si tocchi, e niente 
altro, è una mera sciocchezza © un’ingenuità, por non dire piut- 
tosto, un'insania e un’idiozia. Non parrebbe, invece, assai più 
probabile, che ciò che di più superficiale e di più esteriore è nel- 
l'esistenza, — ciò che c'è di più apparente, la sua epidermide 
e la sua parte sensori, — potrebbe venir colto da prima? 6, 
forse, solamente? Una interpretazione “ scientifica , del Mondo, 
come voi l’intendete, potrebbe essere anche, per conseguenza, Una 
delle più sciocche interpretazioni, delle più prive, cioè, di buon 
senso: di ciò giova ammonire i nostri signori Meccanici, 1 quali 
amano oggi d’immischiarsi nelle faccende dei filosofi, e presu- 
mono assolutamente che la Moccanica sia la Scienza delle leggi 
prime ed ultime, sulle quali, como Sopra una sua Da Lan 
ogni esistenza dovrebbe venire edificata. Ma un mon di Sa n 

mente meccanico sarebbo necessariamente anche un Mondo privo 
di sensi! Ammesso, dunque, che si valuti il valore di tI Da 
alla strogua della sua capacità di conteggiare, di AI ne o on i 
durre in formole, dovremmo concludere che una tale valuta: ip 





LA GAIA SCIENZA 
















« scientifica , della Musica è, per sè stessa, oltremodo assurda! 
Che cosa si sarà mai potuto, per tal modo, così afferrare che 
comprendere, nella medesima? Nulla, assolutamente nulla di ciò 
che in essa è propriamente “ Musica »... 


374. 


Il nostro nuovo “ Infinito ,, — Il sapere sino a dove possa giun- 

gere il carattere prospettico dell’esistenza, o se l’esistenza pos- 

segga ancòra in sè un altro carattere, se un'esistenza senza pos- 

sibilità d'espansione e senza “ senso ,, non divenga per avventura 

un “ nonsenso , e se, d’altro lato, ogni esistenza non sia essen- 

zialmente “ espansiva ,, —- è per sè stesso un fatto che, come è 

naturale, non può venire deciso per mezzo delle analisi più. co- 

scienziose e degli esami più diligenti dell’intelligenza: imperochè 
l’umana intelligenza, durante queste analisi, non può fare altro che 
vedere unicamente sè stessa, rispecchiata fra le sue innumerevoli 
forme prospettiche. Noi non possiamo assolutamente vedere di là 
dal nostro angolo visuale: ed è una curiosità senza speranza, quella 
di voler conoscere quali altre specie d’intelligenza e di prospettiva 
sieno ancora possibili: come ad esempio, se possa esistere qualche 
essere capace di concepire retroattivamente il Tempo, 0 di con- 
cepirlo in dietro ed in avanti, contemporaneamente, (nel qual caso 
potrebbesi realizzare un’altra direzione della Vita e un’altra conce- 
zione di causa e d'effetto). Io penso tuttavia, che noi siamo, oggi 
almeno, abbastanza lontani da cotesta ridicola mancanza di mo- 
destia, per la quale presumiamo che solo dal nostro angolo visuale 
sia lecito di misurare lo prospettive. Il Mondo, invece, è ridivenuto 
per noi infinito: tanto che noi non possiamo respingere la possi- 
bilità ch'esso contenga innumerevoli interpretazioni. Ancora una volta 
siamo presi dal grande terrore: — ma chi, dunque, avrebbe an- 
cora desiderio di divinizzare nuovamente, nell'antico modo, cotesto 
mostro ch’è il Mondo sconosciuto? ed adorare l’Ignoto, quasi esso 
fosse una cosa ignota? Ahimè, esistono troppe possibilità non di 
vine d interpretazione, inchiuse in cotesto Ignoto, e troppe diavo- 
lerie e sciocchezze e pazzie d’interpretazione, -- ed in ispecie, la 
nostra, umana, troppo umana, che noi hen conosciamo!... 


Mr MEI 2 SSR 








LIBRO QUINTO A AT 





375. 


Perchè noi sembriamo epicurei. — Noi "ni Cn: : 
cauti, a proposito e) SEDE VE ona ren 
sta sull’attenti, contro gl’incantesimi I IA dn 
Ì h’emergono d’ogni fedo gliar SOITAZIE 4 sla Sane 
i CH'SIMOTO S © gag iarda, in ogni sì o in ogni no as- 
| solut: come dunque spiegare ciò? I forse possibile che sia neces- 
Î sario di scorgervi, per una buona parte, la precauzione del “ fan- 
| ciullo scottatosi alla fiamma ,, dell’idealista disilluso, ma, d'altro 

lato e dal migliore lato, la curiosità piena di gioia di colui il quale 

sia stato una volta uso d’indugiare ai canti delle vie, e che, stan- 

catosi sino alla disperazione del suo angolo, s'inehria e si esalta 

ora, per contrasto coll’angustia degli angoli, nell'orizzonte libero ed 

infinito. Una tendenza quasi cpicurea alla Conoscenza si sviluppa per 
Î tal modo, una tendenza, la quale non lascia facilmente sfuggire inos- 
servato il carattere vago delle cose; 0, nello stesso tempo, un'anti- 
patia contro i grandi paroloni ed i gesti della Morale, un gusto che 
respinge tutt'i contrasti pesanti e volgari e ch’è superbo della sua 
| pratica di riserbo. Imperochè è ciò, appunto, che costituisce la 
nostra superbia, è cotesta leggera tensione delle redini, mentre che 
il nostro bisogno di certezza ci spinge impetuosamente innanzi, è 
il dominio di sè medesimo, che ;l cavaliere s'impone nella sua corsa 
più selvaggia: poichè noi cavalchiamo sempre animali violenti © 
focosi, e se pure ®% volte esitiamo, il pericolo è certamente la 


minor causa della nostra esitazione. 


376. 















La lentezza dei nostri tempi. — Tutti gli artisti e tutti gli uo- 
mini che producono “ Opere n; la specie materna, cioè, fra gli uo- 
mini, imaginano sempre, ogni volta che un periodo della Loro vita 
sia compiuto, — Un periodo che segni il compimento di un'opera, 
— di avere raggiunta la loro mèta, talmente che affronterebboro 
pazientemente anche la Morte, pensando di “ essere maturi per 
essa ,. Cotesta non ò una espressione di spossatezza, ma a piut- 
tosto d'una certa dolcezza d'autunno solatio, lasciata Ogni volta, 
in sua traccia dall'opera stessa, 0 meglio, dalla maturità dl ui 
opera, nel suo autore. Il tempo della Vita sì rallenta, allora, Sap: 








248 LA GAIA SCIENZA 


pesantisce ed acquista la fluidità vischiosa del miele, — e ciò per 
lunghe pause, nella speranza delle lunghe pause... 


= 


977. 


crei 


Noi, senza-patria. — Fra gli odierni Europei, non mancano quelli 
cui spetta il diritto di chiamarsi, in un senso distintivo e onori- 
fico, senza-patria: a costoro raccomando, in ispecie, la mia segreta 
saggezza, la mia Gaia scienza. Imperochè la loro sorte è ben dura, 
la loro speranza, incerta, ed è cosa ben ardua il poter loro inven- | 
tare qualche consolazione. — Ma che cosa importa tutto ciò ?. Noi, ANNI 
fanciulli dell'avvenire, come mai potremmo trovarci, oggi, a casa I 
nostra? Noi siamo ostili a tutti gl’Ideali, nei quali ad alcuno sa- 
rebbe possibile, in quest'epoca di transizione così fragile e così 
frammentaria, di rifugiarsi; per quanto poi sì riferisce alla “ rea- 
lità, di cotest'Ideali, noi non crediamo assolutamente alla possi 
bilità della loro durata. Il ghiaccio, che ancéra oggi resiste a 
qualche peso, s'è già alquanto assottigliato : il vento di sgelo soffia 
impetuoso, e noi stessi, i senza-patria, amiamo frangere così il 
ghiaccio che le altre “ realità , troppo sottili... Noi non * conser- 
viamo , nulla, nè vogliamo arretrarci in alcun passato; noi non 
siamo “ liberali ,, noi non lavoriamo per il “ progresso », noi non 
abbiamo bisogno d’otturare lo nostre orecchie, per non udire le si- 
rene dell'avvenire, cantare in sulla piazza, — ciò che esse can- 
tano: “ Diritti eguali per tutti! ,, “ libera Società! ,, “ non più 
padroni nè servi! ,, non ci attira! —; non crediamo nè opportuno 
nè desiderabile che il regno della Giustizia e della Concordia sia 
instaurato sulla Terra (poichè cotesto regno sarebbe, in ogni caso, 
il regno della mediocrità più profonda e della cineseria), noi ci com- 
piaciamo di tutti coloro che, come noi, hanno l’amore del pericolo; 
della guerra e delle avventure, e che non si lasciano nè traviare 
nè cogliere al laccio, nè conciliare nè tentare: noi contiamo noi 
stessi fra i conquistatori, e meditiamo Ja necessità d’un ordina- 
mento novello di cose, e d'una schiavitù novella, — imperochè 
RONSSELI rinvigorimento e per ogni elevazione del tipo “ UOMO x; 
necessaria una nuova specie di schiavitù! — Con tutto ciò, n01 
ci sentiamo a disagio in un'epoca, la quale aspira all’onore d'es- 
sere la più umana, la più caritatevole, la più giusta che mai sia 
esistita sotto il sole. E abbastanza triste che così belle parole su- 


Pina 





ca: 1 


{ 
Ì 
} 
y 





LIBRO QUINTO - 249 


scitino in noi pensieri così brutti! poichè noi non altro vi scor- 
ana TORE Ri o — © la mascherata! — di pro- 
i dr È za, di senilità e di decadimento delle 
Pesio 3i Ro da n e volere segnalarsi! Che cosa ci 
pello un ammalato adorni la sua 

fiacchezza? e s'egli l'ostenti come una sua virtù? — poichè la 
debolezza, senz’ alcun dubbio, rende gl’uomini tanto dolci e miti 
e giusti ed inoffensivi ed “ umani ,! La “ religione della Pietà ,, 
alla quale si amerebbe di convertirci: — oh quanto bene noi co- 
nosciamo i piccoli uomini isterici e le donnaccole, che hanno bisogno 
di farsene oggi un velo ed un adornamento! Noi non siamo uma- 
nitarî, noi non permetteremo mai che sì parli del nostro “ amore 
per l'umanità ,, chè non siamo abbastanza commedianti da per- 
mettere ciò! o meglio non abbastanza Saint-Simonisti, non abba- 
stanza Francesi! Si deve essere già afflitti d’eccessiva eccitabilità 
erotica e d’impazienza amorosa, del tutto galliche, per accostarsi 
ancéra all'umanità, pure nel modo più onesto e fervente... All’uma- 
nità! È mai esistita una vecchia più orrida, fra tutte le orride 
vecchie? (— a meno che non voglia essere la “ Verità ,; una do- 
manda ai filosofi!) Noi non amiamo l’umanità; ma, d'altro lato, 
siamo ben lontani dall'essere abbastanza “ tedeschi , — quale oggi 
è usata la parola “ tedesco ,, — per essere i portavoce del nazio- 
nalismo e dell'odio di razze, per potere compiacerci dei mali di 
cuore nazionali e dell’intossicamento del sangue, che fanno sì che 
in Europa un popolo si ristringa in sè stesso ed ermeticamente si 
asserragli, contro l’altro, come se la quarantena d'un morho epi- 
demico ne li tenesse separati. Per cio, noi siamo troppo liberi di 
ogni pregiudizio, troppo maliziosi, troppo sottili, troppo istruiti, ed 
abbiamo troppo viaggiato: noi preferiamo assal di vivere fra i 
monti, solitari, “ inattuali ,, in secoli passati e futuri, non fosse 
altro che per risparmiarci l'ira silenziosa, cui ci costine a n 
spettacolo d'una politica che isterilisce lo spirito tedesco, e o RI 
vano, pur essendo tuttavia una politica meschina: _ Der Ro N 
forse bisogno, affinchè ciò ch'essa va odificando non SO Ta 
principio, d’imalzarsi fra due odi mortali ? non è Si = 7 q 
petuazione del sistema dei piccol staùu, 1 


stretta a volere la per pic i 

Euvopa?... Noi, senza-patria, s1amo troppo molteplici e troppo DI 

scolati, di razza © d'origine, quali “ uomini moderni ,, © per con 
«LUI, 


seguenza, poco tentati a partecipare & cotesta bugiarda autoammira: È 
1 

























9250 | LÀ GAIA SCIENZA 
“n = — . les 
zione di razza e ® cotesta lussuria, — onde oggi in Germania si mena 

È gran vanto, quasi di un sintomo del sentimento tedesco, — la quale 

fra i popoli dotati di “ senso storico , sembra doppiamente falsa e 
indecente. Noi siamo, in una parola, — © che questo sia il nostro | 

motto gentilizio! — buoni Europei, eredi dell'Europa, eredi stra- 

ricchi, ma abbondantemente soverchiati d’obblighi, di molte mi- ! 

gliaia d'anni dello spirito europeo, fuorusciti e ribelli del Cristia- 

nesimo, per ciò stesso che siamo nati da esso e che i nostri 

antenati furono cristiani di una integrità senza pari, pronti sempre 

a sacrificare per la loro fede i loro beni ed il loro sangue, il loro 

stato e la loro patria. Noi facciamo a nostra volta lo stesso. Ma 

perchè, dunque? Per la nostra incredulità, forse? per ogni specie 

d’incredulità? No, voi sapete assai meglio ciò, amici miei! Il S, 

ch'è celato in voi, è più forte di tutt'i No e di tutt'i orse, onde 

siete insieme al vostro tempo ammalati! e so sia necessario che 

voi ve ne andiate errando per i Mari, o emigranti, costringetevi 

ad inalberare il vessillo d'una Fedel... 


378. 


“« E ridivenire chiari ,, — Noi che siamo ricchi © prodighi, di 
spirito, e che, a simiglianza delle pubbliche fontane, non possiamo 
impedire ad alcuno d’attingere delle nostre acque, non sappiamo 
disgraziatamente, pure quando lo potremmo fare, impedire ciò che 
ne dispiace, ciò che ci turba e che ci offusca: — che l'epoca, ad 
esempio, nella quale viviamo, proietti in noi l'ombra della sua 
“ contemporaneità ,, che gl’'immondi uccelli di quest'epoca vi get- 
tino i loro escrementi, che i fanciulli vi facciano risuonare il loro 
ciangottio e che i viandanti affaticati vi sfoghino la loro piccola 
e la loro grande miseria. Ma noi faremo ciò che abbiamo sempre 
fatto: noi raduneremo tutto che ci si getta, nella nostra profon- 
de pri noi siamo profondi, non dimentichiamolo!, e ridive- 


379. 


Intermezzo del pazzo. — Chi ha scritto questo libro non è per 
ae natura misantropo: l'odio umano si paga, oggidì, troppo caro. 
er potere odiare como una volta si è saputo odiare l’uomo, nel 





i 
| 








sario di salire, d'arrampi 


LIBRO QUINTO 951 


O 


modo di TA mona, complessivamente e senza delimitazione, con tutto 
l’amore dell'odio, sarebbe necessario di rinunciare al inn _ 
E a noi ai e Dole Frane a questo disprezzo, 
bontà, che no derivano! Parma o È PERITIRE perfe a 
7 PSI esso, nol siamo gli “ eletti 

del Signore ,: il disprezzo sottile è conforme al nostro gusto, — 
esso è il nostro privilegio, la nostra arte e forse la nostra SI 
per noi, moderni fra tutti gli uomini moderni!... L’odio, invece, vi 
agguaglia, vi pone gli uni in faccia agli altri; nell’odio c'è l'onore 
o la paura, una grande parte della paura. Ma noi che siamo senza 
timore, noi, gli uomini più intellettuali di quest'epoca, quali intel- 
lettuali superiori, conosciamo abbastanza bene il nostro vantaggio, 
por vivere nell’indifferenza più completa a proposito di questo tempo. 
Non sembra, per ora, possibile che ci si decapiti, cho ci s'im- 
prigioni, che ci si bandisca; i nostri libri non saranno nemmeno 
proibiti ed abbruciati. L'epoca nostra ama lo spirito, essa ci ama, 
ed avrebbe bisogno di noi, se noi riuscissimo a farle credere che 
siamo dei veri artisti nell'arte del disprezzare; che ogni relazione 
con gli uomini ci è cagione d'un lieve spavento; che, malgrado la 
nostra dolcezza, la nostra pazienza, la nostra amorevolezza, la nostra 
cortesia, noi non potremmo in alcun modo persuadere il nostro 
naso ad abbandonare il pregiudizio istintivo che gli è proprio, 
contro la vicinanza degli uomini; che, quanto meno la Natura è 
umana, tanto più sentiamo d'amarla, e che noi amiamo l'Arte, quando 
essa sia simile a una fuga dell'artista, lontano dall’uomo, 0 sia 
lo scherno dell’artista per l'uomo, 0 lo scherno dell'artista per 


sè medesimo... 


380. 


“ II Viandante , parla. — Per considerare una volta, alla lon- 
tana, la nostra moralità europea, per misurarla alla stregua d altre 
moralità, più antiche o future, è d'uopo procedere nella stessa So 
del viandante, il qualo voglia conoscere l'altezza delle torri LE 
città cui egli abbandona, per poter ciò faro. “ Pensieri IRC ai 
pregiudizi morali ,, nel caso ch'essi non sieno pregiudizi del pre 

indi a posizione fuori della Morale, qualche 
giudizi, presuppongono Uni P 


cosa di simile a un di là dal Bene @ dal Male, cui sarebbe es 
jcarsi e di volare, e nel dato caso, un ll 





LA GAIA SCIENZA 


lì dal nostro Bene e dal nostro Male, una libertà dell'intera “ Eu- 

ropa », intesa quale un complesso di estimazioni coercitive di va- 

lore, penetrateci nel sangue. Il voler porsi al di fuori ed al di sopra 

è, forse, una piccola follia, un “ tu devi , singolare e sragionevole, 

poichè noi stessi che cerchiamo la Conoscenza, andiamo soggetti a 

idiosinerasie della “non libera volontà, —: si tratta soltanto di ve- 

dere, se ci sia concesso di salire sino a lassù. Ciò può dipendere da con- 

dizioni molteplici. In complesso, si tratta di sapere se siamo pesanti o 

leggeri, onde questo è il problema del “peso specifico ,. È necessario 

d'essere assai leggeri, per spingero la propria volontà di Conoscenza 

così lontano, e, per così dire, di là dal proprio tempo, e per crearsi 

occhi i quali possano abbracciare migliaia d’anni, e nei quali tutto 

il limpido cielo si rifletta! È necossario d’essersi distaccato da molte 

cose, che ci opprimono, e trascinano, ed abbassano, ed appesan- 

tiscono noi moderni Europei. L'uomo che abbia raggiunto un tale 

di là, ed il quale voglia tutte abbracciare le valutazioni superiori 

della sua epoca, ha bisogno, anzi tutto, di “ superare » in sò me- 
desimo quest'epoca stessa; — in ciò è compresa la prova della PS 
sua energia, e, per conseguenza, non l'epoca sua soltanto, ma an- ‘ 
cora l'ostilità nutrita sinora contro quest'epoca, la contraddizione 

e la sofferenza, derivatele da quest'epoca sua, l’inattualità sua ed 

il suo romanticismo... 





381. 


A proposito della comprensione. — Si vuole non soltanto venire 
compresi quando si scrive, ma sì anche non vonire compresi. Se 
pure ci sia qualcuno che trovi incomprensibile il libro, questa non 
può venire considerata quale obbiezione contro il libro stesso: 
tale è stata, forse, l'intenzione dell’autore, il quale deve avere in- 
tenzionalmente voluto che non lo si comprendesse da chisissia. Ogni 
spirito distinto, che possegga un gusto distinto, sceglie per tal 
modo i suoi ascoltatori quando egli voglia comunicare con gli altri; 
scegliendoli per tal modo, egli esclude “ gli altri ,. Tutte le norme 
sottili d'uno stile hanno in ciò, appunto, la loro origine: ess® al- 
lontanano e creano, ad un tempo, la distanza, proibiscono l’ * en- 
trata ,, la comprensione, — mentre ch’esse aprono le orecchie di 
coloro che ci sono parenti per riguardo alle orecchie. E per dirla fra 
noi ed il nostro caso particolare, io non voglio impedire nè a caus@ 











LIBRO QUINTO DA 


Ca DIOR URI oe SE dI mio temperamento, d'essere 
Ca Al SR nt a a causa della vivacità stessa, 
cAICho osti dire S'io voglia approssimarmi a 
5 E apidamente. Poichè io opero, ri- 
guardo ai problemi profondi, nella stessa guisa che con un bagno 
freddo: — v'entro e n’esco, con rapidità. Il credere che ce 
modo non sia possibile di penetrare nelle profondità e di toccare 
il fondo, costituisce la superstizione di quelli che temono l’acqua, 
dei nemici dell’acqua fredda; essi parlano senza nessuna esperienza. 
Oh! come il gran freddo rende alacri! — E, sia detto di passaggio: 
una cosa, per ciò stesso ch'essa non è sfiorata che a volo, che colta 
con uno sguardo in un lampo, rimane essa, forse, veramente in- 
compresa e sconosciuta? E proprio necessario d’incominciare ad 
assidervisi sopra? e di covarla come un uovo? Diw noctuque incu- 
bando, come asseriva Newton, a proposito di sè stesso? Esistono 
almeno, alcune Verità d’un pudore e d’una suscettibilità, singolari, 
delle quali non c’è dato d’impadronirci che in un modo impre- 
visto, e cho bisogna o sorprendere o abbandonare... Da ultimo, la 
mia brevità ha un'ulteriore ragione: fra le ragioni che mi preoc- 
cupano, ci sono molte ch'io devo spiegare in poche parole, affinchè 
mi si comprenda ancora più concisamente. Poichè è necessario 
d'evitare, quale immoralista, di corrompere l'innocenza, gli asini, 
cioè, e le vecchie zitelle dei due sessi, le quali non traggono altro 
vantaggio dalla vita che cotesta loro innocenza; 0; più ancora, Ì 
mici scritti devono entusiasmarle, elevarle e trascinarle alla virtù. 
Io nulla conosco, sulla Terra, che sia più sollazzevole dello spet- 
tacolo dei vecchi asini e delle vecchio zitelle, eccitati dal dolce 
sentimento della virtù: ed “ io ho veduto cid , — così disse Za- 
ratustra. Questo, quanto alla brevità; peggio, però, accade con la 
mia ignoranza, ch'io non mi nascondo. Ci sono ore, nelle quali io 
ne provo vergogna; ben è vero, del resto, che ci sono anche a 
volte oro, nelle quali mi avviene di avere vergogna di cotesta 
vergogna. Forse, noialtri filosofi ci sentiamo tutti OE 
dirimpetto al sapere umano: la Scienza cresce, Se più a a 
noi sono pronti a confessare di conoscere troppo poche cose. E 
che sarebbe peggio, se accadesse altrimenti, — s0 nol sì SApes 


troppe cose. Nostro dovere è, anzi tutto, quello di non fare con- 


fusione con noi stessi. Noi siamo ben altro che uomumi sapienti, 


ia inevitabi ra l'altre i si possa anche 
malgrado che sla inevitabile che, fra l'altro, nol Sl P 








dD4 LA GAIA SCIENZA 


Do 


[ 








essere sapienti. Noi abbiamo ben diversi bisogni, un altro accre- 
scimento, un’altra digestione : abbiamo bisogno di più ed anche, a 
volte, di meno. Non esiste una formula atta a definire la quantità 
di cibo, necessaria allo spirito; se, tuttavia, il suo gusto sia più 
incline alla libertà, a un arrivo improvviso, a una subita partenza, 
ai viaggi, e forse alle avventure, le quali da sole possono venire 
considerate fra le più rapide energie, egli preferirà di vivere li- 
beramente, con un frugale nutrimento, che non liberamente e co- 
stantemente inceppato. Non il grasso, ma una maggiore flessuosità 
ed un più grande vigore, sono richiesti dal buon danzatore, per il suo 
pasto consueto, — ed io non potrei nulla imaginare di meglio, per 
lo spirito d’un filosofo, del fatto d’essero un buon danzatore. Poichè 
la danza è il suo Ideale, la sua Arte, la sua unica Pietà e la sua 


“ Religione ». 
382. 


La grande salute. — Noi, uomini nuovi, senza nome, ardui a 
comprendere, precursori d'un Avvenire non ancora potuto dimo- 
strare, — abbiamo bisogno di nuovi mezzi per uno scopo novello, 
d'una nuova salute, cioè, più gagliarda, più acuta, più tenace, più 
temeraria e più lieta, di quello che mai sia stata alcun’altra sa- 
lute. Quegli, la cui anima aspira @ saggiare tutt’i valori già esi- 
stiti e tutti desiderì sinora soddisfatti, e ad esplorare tutte le 
spiagge di questo “ Mediterraneo , ideale della Vita, — quegli 
che vuole conoscere, per mezzo delle avventure della propria espe- 
rienza, quali sieno i sentimenti d'un conquistatore e d’un esplora- 
tore dell’ Ideale, e inoltre, quali sieno i sentimenti d’un artista, 
d'un santo, d’un legislatore, d’un saggio, d’un uomo dotto, d'un 
devoto, d’un indovino, d’un divino eremita di vecchio stampo: 
quegli avrà, anzi tutto, bisogno della grande salute, — di una st 
lute, che non solamente si possiede, ma che bisogna pure conqui- 
starsi senza mai tregua, poichè senza mai tregua è d’uopo sacri 
ficarla!... Ed ora, dopo essere stati così lungamente in via, no); 
gli Argonauti dell’Ideale, più coraggiosi, forse, che la prudenza 
non lo richieda, frequentemente naufraghi, ma più sani che per aY- 
ventura non sì vorrebbe concederci, pericolosamente sani, sani 
sempre novellamente, — crediamo di avere dinnanzi a noi, quasi 
ricompensa, un paese sconosciuto, del quale a nessuno ancòra venne 





o ____2 


PETE CERRI "e nr —= Treo: 





I TOTO 


LIBRO QUINTO 255 


TI di vedere 1 confini, un di là da tutt'i paesi, da tutt'i recessi 
seine delie io poni E 

) ine, che la nostra curiosità e la 
nostra sete di possesso ne sono rimaste perplesse! — Ahimè! che 
più nulla è in grado, ora, di ancéra saziarci! Come potremmo noi, 
dunque, dopo tali spettacoli, e con una tale fame nella coscienza, 
con una tale bramosia di Scienza, soddisfarci ancéra degli uomini 
attuali? E triste, ma inevitabile: noi non consideriamo più i loro 
fini e le loro speranze più degne, che con una serietà mal frenata, 
e probabilmente, non li consideriamo già più. Un altro Ideale ci 
precede, un Ideale singolare, tentatore, pieno di pericoli, un Ideale 
che non ameremmo raccomandare a nessuno, poichè in nessuno noi 
riscontriamo agevolmente il diritto a questo Ideale: esso è l’Ideale 
d'uno spirito cheingenuamente trascorre folleggiando, senza intenzioni 
di veruna specie, esuberante di potenza; l’Ideale di tutto ciò che s'è 
sinora chiamato sacro, buono, intangibile, divino; per il quale le 
più alte cose, che servono giustamente quale misura al popolo, 
significherebbero giù qualche cosa che assomiglia al pericolo, al 
decadimento, all’abbassamento, o meglio alla convalescenza, all’ac- 
ciecamonto, alla dimenticanza di sè medesimo; esso è l'Ideale d'un 
benessere e d’una. benignità, umani superumani, un Ideale che 
assai spesso sembrerà inumano, per esempio quando esso si ponga 
vicino a tutto ciò che sinora è stato serio o terreno, vicino a ogni 
specie di solennità nell’atteggiamento, nella parola, nel SUONO, nello 
sguardo, nella morale, noll’ufficio, come loro vivente ed involon- 
taria Parodia; — e col quale, malgrado tutto ciò, la grande se- 
rietà appena incomincia, il vero problema è posto soltanto, il de- 
stino dell'anima si volge, la lancetta oscilla e la Tragedia 4a 


principio. 
389. 


Epilogo. — Ma disegnando lentamente, per finire, DS 
punto interrogativo, ed avendo ancéra l'intenzione di ramme x 
al lettore le virtù della vera Arte del leggere, — ahimè, quali 
virtù obliate o sconosciuto ! —, m'accade di udire DI Re 
un trillo di riso maligno e giocondo: gli spiriti de SER 
si lanciano sopra di me, mì tirano l'orecchio e mi chiam 


È = ) i pan 
dine. “ Noi non ci teniamo più, ormu, mi apostrofano essì —; 






























al diavolo, dunque, questa musica cupa e nera di cornacchia! La 
chiarità dell'aurora non brilla essa, tutt'intorno a noi ? Non siamo 
ieri verdi e fioriti, — ove ha suo regno 


noi, forse, circondati da verzi 
la danza? C'è mai stata un'ora più bella di questa, per essere lieti ? 
Chi vuole intonare un canto mattinale, talmente ebro di sole, tal- 
mente leggero ed aereo, che anzi che discacciare le melanconie, le 
invita a seco voler cantare e danzare? Noi amiamo pur sempre 
la melodia di una monotona agreste cornamusa, assai più di certi 
suoni misteriosi, di certo gracidare di rospi, di certe voci di tomba, 


di certi sibili di marmotte, dei quali voi ci aveto sinora regalati 
eremita e musicista dol- 


nella vostra selvatichezza, 0 mio signor 
L'Avvenire! No! Non tali suoni noi vogliamo! Ma sì lasciateci into- 
nare arie più piacevoli e più liete! ,. Vi piace così, o miei impazien- 
tissimi amici? Orsù! Chi mai non vi obbedirebbe volontieri ? La 
mia cornamusa già aspetta, © la mia gola anche; — deh voglia- 
temi perdonare se la mia voce sarà un po’ rauca ! Non per nulla 
siamo fra i monti! Ma ciò che udirete suonare, è nuovo almeno; 
e se voi non lo comprendete, se fraintendeto il cantore, che cosa 
v'importa ? Questa è, appunto, “ Ja maledizione del cantore ,. Voi 
potrete udire, tanto più limpida, risuonare la sua Musica e la sua 
aria, onde tanto più alacremente vi verrà fatto di ballare a se- 


conda delle sue modulazioni. Volete voi ciò ?... 
































pr e DI I TTI RESTO 


pei 


sere rn o 





APPENDICE 


CANTI DEL PRINCIPE VOGELFREI È 
A Goethe. 3 
L’Immortalità, È 5 G 


tuo sol paragone! 
Afflato è de i vati 
la Divinità... 


O ruota de l’Orbe, 
persegui tua mèta:, 
trastullo, tu, a ’l folle; 
destino, a ’l poeta... 


‘Trastullo de l’Orbe, 
Essenza e Apparenza: 
l'eterna Follìa 
in lor ne travolvel... 


ata 
La Vocazione del Poeta. 


A ristorarmi, sotto la ramaglia, 
ne la selva m'assisi, erma ed oscura; È 
allor che un picchio, di tra la boscaglia, 
scandere udii qual ritimo, in misura. 


F. Nierzscue, La gaia scienza. 





Poi che, sillaba a sillaba intessendo, 


LA GAIA SCIENZA 





L'ira mi vinse, un attimo; poi, cesse 

a l’incanto de ’1 metro singolare, 

onde il cuore in un canto agile espresse 
l’eco di quel sottil picchierellare. 


l’opra de ’1 verso a compiere m’intesi, 

in un subito riso ampio irrompendo, 

non per un’ora lunga io mi ripresi. 

Tu, Poeta? — mi chiesi, — Tu, Poeta? 

Or, dunque, hai tutto il tuo senno smarrito? 
— “Sì, mio Signore, voi siete un Poeta ,. 
Schietto il picchio risposemi, impettito. 





Chi ne la siepe attendo ora, fra’ canti? 


Quale orma di briganti a perseguire? 
Scorgo io, forse, un’imagine fiorire, 

la rima suadendo per incanti? 

Tutto è subito verso, ecco, — a ’1 Poeta, — 
che s’alzi o sbalzi in torno a l'improvviso. 
— “Sì, mio Signore, voi siete un Poeta ,. 
Schietto il picchio risposemi, e conciso. 


aa 


Sono le rime, forse, irte saette? 


Versicoletti obliqui e frettolosi, 


Simili a queste, oscillano scattando, 

quale se freccia domi sibilando 

una fiera, con sue bifide alette. 

Lor perir sì convien, técca la mòta, 

paghe di sè, ne ’l verso illeggiadrito! 

— “ Sì, mio Signore, voi siete un Poeta 7 
Schietto il picchio risposemi, impettito. 


quanto rissare in voi d’ebre parole; 

sin che tutti, scandendo sotto il sole, 
v'attillate ne ì ritmi gloriosi! 

E pur qualcuno esiste, senza pieta, 

cui tal giuoco terribile è sorriso! 

— “ Sì, mio Signore, voi siete un Poeta s: 
Schietto il piechio risposemi, e conciso. 








































APPENDICE 





Sogghigui o ridi, uccello schernitore? 
o vacillando il mio capo delira? 
o cieco impazza il mio povero cuore? . 
La mia vendetta temi, uccello, e l'ira! 
Ma rime inflette, ahimè, sempre il Poeta, 
prette e sincere, se anche è incollerito. 
— “ Sì, mio Signore, voi siete un Poetal , 
Schietto il picchio risposemi, impettito. 


04 


* 
» * 


Nel Mezzogiorno. 


A un bronco appeso, d'albero contorto, 4 
quivi la mia fatica si molleggia; SI 
i chè Ospite io venni ne l’aperta reggia 
d'un uccello, e ne 1 suo nido ho conforto. 
Dove son dunque? — Ohimè, lunge così! 


TI mar canuto e placido s'addorme, Mi 
cullando in panna un'ala di carminio : a 

- rocce e ficulni e bianche agnelle a tormo a 
e torri, ne ’l1 mio idillico dominio. i 

Mi afferra, o purità de ’l Mezzodì! 


TEA 


Passo con passo breve seguitando, 
lurco tedesco e greve m’addoventi! a 
Ma con gli uccelli io m'alzo ebro volando, “i 
ne l'ampio ansando turbine de i Vénti. 0 
Voliamo a ’l radioso Mezzodil 


Sii saggio! Chè già prossima è la mètal 
Lungi è il dolore abitual selvaggio! 
Ne "1 volo appresi l'ansia mia segreta, 
il mio sangue innovando e il mio coraggio, s 


per la mia Vita che rifiorirà! 


Chi solitario pensi, ha savio il cuore; 

ma chi solingo cauti, ecco, è pusillo! 

Una canzone udite, in vostro onore, 

e a 1 mio desco assidetevi, tranquillo, dt 

maligni uccelli, che il mio canto sal È 3 "a ; 
(ila © 


F. Nierzsone, 4 gaia scienza. 

























LA GAIA SCIENZA 


Così giovini e falsi ed errabondi, 
a l’amor nati or mi sembrate, uccelli, 
e a tutti giuochi liberi e giocondi! 
Ma ne ’l Settentrion gli anni più belli, 
per amor d’una femmina, ho sciupati, 


vecchia e proterva: — e ha nome Verità! 


nia 
Beppa, la devota. 


Sin tanto che leggiadro è il corpo mio, 

ben viver mi convien devotamente. 
Quanto le donne, ohimè, piacciano a Dio, 
è noto, e le più belle, specialmente! 

= Oh certo a ’1 fraticel de’ miei pensieri 

Ei vorrà perdonar volentieri, 

se, come certun altro penitente, 

di starsi presso a me goda sovente. 


Non un canuto Padre de la Chiesa; 
egli è un giovine arzillo e primaticcio, 
sebben l’anima sua sia tutta presa 
da gelosia pazzesca e da capriccio! 
To non amo co i vecchi a m'inretive, 
com’ei non può le vecchie sofferire. 
- Con quanta mai previdenza secura, 
| ha sì disposta Iddio nostra Natura! 










La Madre Chiesa bene s’argomenta, 
il cuor scrutando, con la mia sostanza; 
de ’l suo perdono sempre mi tormenta, 
qual s'altri mi negasse perdonanza... 

3 A fior di labbra un lento mormorio, 
un inchino, un cachinno: indi, m’avvio; 
sì che la colpa nuova ormai cancella 

l'antica, e pronta un’altra rinnovella. 









enedetto Iddio sopra la terra, 
che le femmine belle ama sincero, 
sè, ne ’l suo chiuso pensiero, 
olte l’amorosa guerra! 






Ng oa ir 


» 
° 
È 


i 
) 
\ 
4 





APPENDICE 


Sin tanto che leggiadro è il corpo mio 

ben viver mi convien devotamente; i 
chè, se vecchiezza incombami inclemente 
liberarmi saprà Satana il pio! i 


La navicella misteriosa. 


Stanotte, ne ’1 gran sonno de le cose, 
quando il vento traea per ì sentieri, 
con sue vaghe querele dolorose, 
non suasermi il sonno gli origlieri, 
non de ’1 leteo papavero l’essenza, 
e non pure la buona coscienza. 


Libero, adunque, ne l’insonne cuore, 
verso le piagge io venni sonnolente: 
chè su l'arena morbida e tepente 
la luna anco effondea mite un candore. 
Presso a la barca il navicchier dormiva, 
e, quasi in sonno, abbandonai la riva. 


Un'ora, — 0, forse, due, — breve trascorse, 
o, forse, un anno, in quel muto viaggio, 
quando improvviso i miei spiriti avvolse 

un incombente eterno egual miraggio. 


E una tetra voragine infinita 
s'aperse: — poi che spenta era la Vital 


— Su l'alba, ne la rada erma 6 tranquilla, 
sta la barca su l’acque nereggianti. 
Che cosa avvenne? — D'ogni parte squilla 
una voce, — poi, cento, conclamanti. 
Sangue? — No, dice, meno che niente! 
Tutti dormimmo sì placidamente! 






























262 LA GAIA SCIENZA Ù 
et t 


Dichiarazione d’amore 
(dopo la quale, però, il Poeta precipitò in una fossa). 


Vola ancora? oh meraviglia! 

No, sale; e l’ale sue libransi lente. 
Che l’inalza sì repente? 

Dove la mèta e dove la sua briglia? 


Ne le altezze senza Vita, 
come l’Eternità, come le stelle, Î 
vive con pietà infinita 
pur per l’invidia, ei libero e ribelle! 


Incessantemente io bramo 

ne l’alto di salir pe ’1 cielo immenso, é 
sì che in lacrime ora penso, 

o grande slbatro, a te, ch’'amo e conclamo! 


Canto di un capraio teocriteo. 


Egro su ’l giaciglio poso, 
preda de le impure cimici, 
| che, danzando lievi e innumeri, 
or mì turbano il riposo. 


Ella pur, verso quest'ora, 
a me giunger solea docile; 
ond’io, quale un can fedele, 
ahimè in van l’attendo ancéra! 


E quel segno cui credetti? 
come mai mentir potè? 
— Corre, dunque, dietro a ognuno, 
come dietro a’ mici capretti? 


en ari da 
TELL 




























APPENDICE 


La tua serica gonnella, 
d'onde mai vienti, o superba? 
— Forse ancor qualche montone 
quivi bruca i fili d’erba? 


Come turbolento e amaro, 
rende l’ansia amorosa! 
Tale il fungo de ’l giardino 
sboccia ne la notte afosa! 


Quali i mali capitali, 

‘sì l'amor folle m’adugna: 
non più ho voglia di mangiare, 
chè pur l’aglio mi ripugna. 


Già la luna è tramontata, 
vedo gli astri impallidire: 
grigio il giorno in ciel s’effonde. 
Deh potessi ora morire! 


“ Contro queste anime incerte ,. 


Contro queste anime incerte, 
l'odio mio cresce in rampogna. 
Un tormento è il loro amore, 
è l'elogio a me vergogna. 


Poi che a i loro ceppi avvinto, 
oltre il tempo io non procedo, 


senza speme e velenoso, 
ne i lor sguardi io l’astio vedo. 


Così al men, volte le spalle, 
m’imprecasser di lontano! i 
Poi che sempre gli occhi supplici 

dovran volgersi a me in vano | 


"ione si 
a Sia Tre, A ) 
e, % net 


aa 


nea 


LA GAIA SCIENZA 


Il pazzo in disperazione. 


Ahimè! ciò che su ’l desco e la muraglia, 
con man di folle io scrissi e cuor di folle, 
la muraglia e il mio desco adornerà?... 





Ma voi dite: “ La man del folle imbratta 


sì la muraglia che il desco; onde vuolsi È 
lavarli, sin che il segno vanirà! , | 
s 

Permettetemi, dunque! Ecco, ora afferro : 


una spugna e una scopa, onde servirmi 
bene appresi, qual critico e forzato. 


Ma quando l’opra mia sarà fornita, 
o gran saccenti, io yo” che la saggezza “n ® 
vostra, il desco ed il muro abbia imbrattato! 


Rimus remedium 
(ovverossia: come î poeti ammalati si consolano). 


Da la tua bocca, o Tempo incantatore, 
qual bava, lenta, ora dietr’ora scocca, 
onde il disgusto ne ’1 mio cuor trabocca: 
“ Maledetto, il tuo golfo, Eternità! z 


Di bronzo, il Mondo: simile a un furente 

toro, ch'è sordo! Ne ’1 cervello incide 

con uno stocco, il mio Dolore, e irride: 

“ Se il Mondo è sordo, qual mai fia pietà? , 
Tutt' i letei papaveri distilla, 

| Febbre, e i veleni ne ’1 mio capo infermo! 

Che più vuoi? — Maledico, ecco, a ’1 tuo scherno; 

—_Meretrice, e a la tua complicità! 






































APPENDICE 


‘ No. Ritorna! chè l’aere piovorno 
è sì gelido, fuori! Ed io, clemente 
de l’oro t'offro. Prendi: è sì i 
— o Febbre, unica mia Felicità! 


La porta s’apre. Onde la pioggia irrompe 
in sino a ’l letto de ’l tormento lento. 
Pur la lampada spengesi ne ’l vento. 
Disgrazia! Chi resisterti potrà, 


se le rime non colga, a cento a cento? 


“O mia Felicità! , 


Colombi di San Marco, a voi ritorno! 
Ne ’1 rezzo de ’1 mattin, silenziosa 
è la Piazza, onde valca luminosa 
l'onda de i canti miei, simile a stormo 
di colombe ne l’ampia azzurrità! 
Solo ch'io colga un’altra rima ancora, 
— 0 mia Felicità! 


Arco de’ cieli serico @ tranquillo, 
come su l’alto oscilli monumento, 
ch’invidiando io venero pusillol... 
tutta fluire in te l’anima sento! 
Or quando refluire a me potrà? 
Non più te.miri, 0 mio vano tormento, 
o mia Felicità! ? 


Torre severa libera e vittrice, 
con qual t’inalzi possa leonina! 
acuto accento, onde dominatrice 
va la romba ne l'aura mattutina! 
Oh se mai teco rimanessi là, 
ben domarla saprei con sforzo lento, 
la mia Felicità!... 





IO 





LA GAIA SCIENZA / “ 


> 


Lunge, o Musica! E sien l’ombre più folte, 
sin che la notte effondasi tepente! 
Non melodia pervaghi il dì candente, i 
sin che di rose non sien l’aure avvolte! ; di 
Deh così ancòra io rimanessi là, 
a sognar solitario e a poetare, 
o mia Felicità! 


Verso nuovi mari. 


Là voglio andar, fidando 
così in me che ne ’l mio savio consiglio. 
Già su ’1 cerulo mare 
veleggia il genovese mio naviglio. 


fa 


Tutto si rinnovella, 
su lo Spazio e su ’l Tempo il giorno ardendo: 
sol tu di lunge miri, 
Infinito, co ’1 fiso occhio tremendo! 


Sils-Maria, 


Qui sedetti aspettando, aspettando niente, 
di là da ’1 Mal, da ’1 Bene, — ora, de l’incombente 


luce godendo in cuore; ora, de l'ombra cheta, 4 
or de ’l giorno, de ’l lago, de ’1 tempo senza méta. 


Ma due tosto io divenni, amica dolce, in tanto, 
— allor che Zaratustra s’assise a me d’accanto! 






























APPENDICE 





Al vento maestrale 
(canzone a ballo). 


Maestrale, o de i nembi cacciatore, 
che sì la nube fughi che il dolore, 
come t'amo, o rugghiante! 

Noi, primigenî, d’un sol grembo nati, cal 
; non forse comunanza urge di Tati a 
per un sentier costante? 
Ecco: danzando io traggo a T°incontrare, 
danzando come Tu canti a la spiaggia, 
| fra le rupi e su ’l Mare: 
è o Tu, che senza nè remo 0 naviglio, 
di Libertade o il più libero figlio, 
vai su l’onda selvaggia! 


Î 

Ì Appena desto, udii fido il Tuo grido, 
onde fra’ rocchi accorsi aspri de ’l lido, 
a la duna arenosa. 

Oh gloria! Adamantina correntia, 
discendevi ebro per l’alpestre via, 

l'ala vittoriosa! 


Su i pianori de "l cielo e per le valli 
udito ho scalpitare i Tuoi cavalli, 


scorto ho il carro fatale: 
ed irata in Tua man la sferza alzarsi 


su le' groppe & i corsieri agili ed arsi, 
a la folgore uguale! 


Balzar da ’1 carro baldanzosamente, 
più ratto anco spingendo il cocchio ardente; 
freccia arguta 0 Sonora, 
precipitar Ti ho scorto pe "l declino sa 
de ’1 ciel, simile & »1 raggio de "l Mattino, sot 


che LAlba attinge © indora! 





» 


uo 


} de i sO 






268 LA GAIA SCIENZA 
—1.r = _____‘ 
Or furiando scendi a queste sponde, . 
per danzare su i dorsi irti de l’onde! — 
Gloria a chi nuovi integra | 
balli! — Chè sì noi danzeremo in via, 
tal che nostr'Arte al fin libera sia, 
nostra Scienza, allegra! 
I 
| 


Un fiore d’ogni rama per la gloria, 
e due foglie pe ’l serto di vittoria, 
teco io strappi giocondo! 
E danziam, pari a trovatori amanti, 
a gara fra le meretrici e i Santi, 
fra l’Iddio sommo e il Mondo! 


Chi senilmente di viltà vestito, 
di ballare con noi s’abbia il prurito, 
mal celando il suo viso, — | 
chi non abbia, co i Vénti, costumanza ! 
di muovere cantando ilare a danza, I 
— lunge da ’1 nostro Eliso! i 


Or tutto de le strade il polverone & 
ne ’l naso a queste mille egre persone 
travolgiamo securi; 
de i tisici terror, — l’erta romita 
purifichiam d’ogni occhio senza vita Ì 
e da gli aliti impuri! 


Chi l’étere conturba o il mondo annera 
o dietro a sè raddensa la bufera, 
scacciam quale angue infesta! 
I cieli illuminiam! Tu ruggi, ed io 
Te seguo, anco rugghiando il piacer mio 
con voce di tempesta | 


E se di tanta ebrietà Ja gloria 
oltre s’eterni de la mia memoria, 
questa Corona prendi: 
più alto anco la Sitta e più lontano, 
A‘ ciel da 1 glauco avvéntati Oceano, 
ed a gli astri l’appendi! 


FINE DELLA “ Gara SCIENZA ,. 





INDICE DELLE MATERIE 


SCHERZO, ASTUZIA E VENDETTA 





Invito . . Pag. 9 | Il prossimo . Pa 
LE lr ell n ivi Il santo incappucciato . di 
l : . ivi | Lo schiavo . 
Dialogo . 10 | Il solitario . ; 
i» Ai virtuosi . , . ivi | Seneca et hoc genus omne . 
1 Prudenza del Nino nu ivi Ghiaccio . 
Vademecum-Vadetecum . divi | Scritti giovanili 
Peril terzo cambiamento della Attenzione! . i 
pelle . 2 . + ivi | L'uomo devoto parla 
i Le mie rose . 11 | D'estate . 
| Lo sdegnoso - ivi | Senza invidia . 
| ul proverbio dice . ivi | Eraclitismo . + 
| A un amico della Luce . ivi | Criterio amen i nu 
Per i danzatori - divi tili SERRA 
Ì Il bravo . _ 12 | Consiglio. 
Ruggine . - ivi | Radicalmente . 
Verso l'alto. . + _ ivi | Per sempre. + ot 
I Aforisma dell'uomo forte . , dvi Giudizio degli sani 7 
i Anime piccole . : ivi | Discesa 7 
j Il seduttore RS O è ivi | Contro le leggi 
Da meditarsi 7 _ ivi | Jl saggio parla 
| Contro l’alterigia . - 13 | Perduta la testa . . 
Uomo e donna. . divi | Pii desideriì 7 
% Interpretazione 7 . ivi! Lo scrivere coi piedi . 
Rimedio del pessimista ivî | © Umano, troppo mano , Un 
Preghiera NEC ivi libro . Sn 
14 | Al mio lettore. 





La mia durezza 
Il viandante + 
Consolazione peri ‘principi 
Egoismo stellare - 


iau 


ivi di Il pittore realista . 


Vanità di poeta + 
1) gusto che sceglie . 




































270 


Ai realisti Se 
Soltanto quali creatori . 
Noi artisti! , 


Le donne ela loro. RI I 
lontananza. . È 

In onore dell'amicizia SO. 

A'MOFO Carenate CRA. È 


» 


Pag. 


n 


Il naso camuso . . Pag. 
La penna scarabocchia . . . 1, 
Uomini superiori . . . . . , 


20 
21 


ivi 


Tprecettori del fine dellaVita: Pag. 28 
La coscienza intellettuale . . , 26 
Nobile e volgare . . . 03:00:27 
Ciò che conserva la Specie 4:29 
Doveri imprescindibili . . . , dvi 
Perdita della dignità. . . . , 80 
Qualche cosa per gli uomini at- 
lavi n i BI 
Virtù incoscienti .. I... , 82 
Le nostre eruzioni . . . . , 88 
Una specie di atavismo. . . , ivi 
La Coscienza. ” 2 84 
Sul fine della Scienza 35 
Per l'insegnamento del senso o di 
potenza . » 96 
Tutto ciò ch'è tiamiato! amore , 87 
Di lontano » 89 
Sul sentiero . one ivi 
Motivare la propria povertà . n 40 
Superbia antica » fvi 
Il Male. | Sed 
Dignità della Eos <- an Îvi 
A coloro che Paso il disin- 
teresse n ivi 
L'ordre du jour pour i roi 44 
I segni della corruzione » 45 
Malcontento diverso . N 3_c48 
Non essere predestinato alla Co- 
noscenza. n 49 
Che cosa significa la Vita? » Îvi 
Il rinunciatore . , îvi 


67 
68 


ivi 


69 
70 
71 


INDICE DELLE MATERIE 


ifflultbteeggegeee pena GM 


Pag. 


Lo scettico parla . 
Ecce homo. 
Morale stellare . 


LIBRO PRIMO. 


Nuocere con ciò che si ha di mi- 


gliore : Pag. 
Quelli che aggiungono una men- 
zogna. 


Commedia degli uomini Celi 

Commercio e nobiltà. 

Discepoli non desiderati 

Fuori della sala delle prelezioni 

Historia abscondita 

Eresia e stregoneria . 

Ultime parole 

Per tre errori 

Gli esplosivi. 

Gusto mutato 

Della mancanza di forme nobili A 

Contro il pentimento . ... , 

Lavoro e noia . di 

Ciò ch'è rivelato dalle nà Den 

I motivi creduti . . . . . A 

Epicuro ” 

La nostra meraviglia” Sl 

Della repressione delle passioni , 

Conoscenza della miseria . N 

Generosità e sue affinità ° 

L'argomento dell'isolazione n 

Sentimento della Verità . . , 
» 
n 
n 
»n 


E Pe PELI 


Ciò che gli altri sanno di noi 
Dove incomincia il Bene 

Il sentimento dell'apparenza . 
L'ultimo sentimento nobile 

Il desiderio di soffrire . . . 


LIBRO SECONDO. 


La donna nella musica . Pag. 
Donne scettiche . . ... n 
Dedizione. . . eee 
La forza dei AGNOLE Slo ge 
Nascondere sè medesimo . . ” 


Volontà e sottomissione . . 4 
Capacità di vendetta. . . . 4 


21 


ivi 


22 


ivi 
51 
ivi 
52 
53 
ivi 
ivi 
ivi 
d4 
do 
ivi 
ivi 
56 
57 
ivi 
58 
59 
ivi 
60 
ivi 
62 
ivi 
63 
ivi 
ivi 
ivi 


65 


ivi 
ivi 
ivi 
72 


ivi 





I 





INDICE DELLE i? 





Le We — dei loro padroni: Pag 


Della castità femminile. 
Le madri . 

Santa crudeltà . 

Senza successo . 

Il terzo sesso SIE: 
]1l più grande pericolo . 


» 


s > 9 ss = 


L'animale dalla buona coscienza , 
Per quale ragione noi si debba 


essere grati 


lascino dell’incompiutezza ; 
Arte e Natura . î 
Gusto greco . : si 
L'’esprit non è greco . 5 
Traduzioni . n 
Della genesi TI Pocsio 5 ai 
Il Bene e il Male. a 
Del Teatro È 


Della vanità Sogni A . 
La serietà della verità . 


» 


” 


- 78 


ivi 
74 
9 
ivi 
ivi 
ivi 
77 


78 
ivi 
79 
SI 
ivi 
82 
83 
8ò 
86 
87 
88 


i. RO 
LA 


Ora e una volta 

Luci ed Ombre. 
Prudenza . 

Prosa e Poesia , 

Ma perchè mai' scrivi tu?. 
Il crescere dopo la Morte . 
Chamfort . 

Due oratori . ‘ 
Della loquacità degli aloni 
In gloria di Shakespeare . 

I fautori di Schopenhauer . 
Imparare a rendere omaggio . 
Voltaire . . . ACE 
Una parola per i flologi , 
Della musica tedesca 


Pag. 


” 
n 
n 
» 
» 
n 
” 
n 
» 
n 
n 
» 
n 
” 


Del suono della lingua tedesca , 101 
n 108 


I Tedeschi quali artisti. 
La musica quale intercessore , 
La nostra ultima gratitudine per 

L'ATTO RR 


LIBRO TERZO. 


Nuove lotte . Pag- 107 
Badiamo! . n ivi 
Origine della oagtcenta 7 n 109 
Origine della Logica . MOLLI 
Causa ed effetto Î n 112 
Per la scienza dei veleni . n 118 
L'estensione della Morale . n dui 
I quattro errori n ivi 
L’istinto della mandra . n 114 
Rimorsi della mandra SIEtOI 
Benevolenza . , 119 
Nessun aliruismo . n ivi 
Salute dell'anima . REELL6 
lia Vita non è un argomento n ivi 
Lo scetticismo morale nel Cristia 
nesimo . + ELLI: 
La Conoscenza, o O. un sem- 
plice istrumento . n ivi 
Nell'orizzoute dell’ Infinito . MELI9 
L'uomo folle . so ivi 
Spiegazioni mistiche . +» Da 120 
Etictto della più antica religiosità n is 


Il valore della preghiera - 
Le condizioni d' Iddio 


” 


128 Î Homo poeta + 


Una risoluzione pericolosa. Pag. 
Cristianesimo e suicidio 
Contro il Cristianesimo . 
Principio fondamentale . 
I pessimisti quali vittime . 
Origine del peccato . 
Il popolo eletto ; 
Detto per mezzo di paragoni . 
L'errore di Cristo . 
Colore delle passioni . 
‘Troppo ebreo 
‘Troppo orientale . 
Suffumigi. . 
L'utilità più mana del politgiamo! 
Guerre di religione + 
Il pericolo dei vegetariani . 
Speranze tedesche . 
' Domanda e risposta - 
Dove nascono le Riforme . 
Insuccesso delle Riforme 
| Per la critica dei Santi. 
Dell’origine della religione 
Il più grande mutamento + 


E IO RE III ZII 


uu . n" =. ai = “ . = 










ivi 


ivi 


104 


ivi 
ivi 
ivi 
124 
ivi 
125 
126 
ivi 
ivi 
127 
iri 
ivi 
ivi 
128 
129 
ivi 
ivi 
130 
ivi 
ivi 
ivi 
132. 
ivi 








Alcuni pericoli della Vita. Pag. 
Ciò che ci manca. . . . . > 
L'uomo più influente. . . . 4% 
IMIENZITI CE e e cre ci ca 
Qualità incomode . . . . . | 
Ogni Virtù ha il suo tempo . , 
In rapporto con le Virtù . . +. 
Agli amanti del Tempo . . + 
IHIDONRINOMINME AR ee e in 


Dopo una grande vittoria . . |, 
Quelli che cercano il riposo . |, 


Della felicità di chi rinuncia. 
Sempre in nostra compagnia. , 
Misantropia e amore. . . . | 
Pintammalato Reg e 
Nemici aperti . 3 
GConslasfollatstio- cc + + 
Fama . . . Se 


Il corruttore del DO Ra 
Essere profondo e apparire pro- 
fondono 
In disparte . 
Dell'eloquenza . . . . 
Compassione. . . ; 
Per il “ sistema d’ Samnasione! 33 
Per la spiegazione della morale , 
Pensieri . . . Me 
Il tempo nord ai liberi Hot 
LIL a 
Seguire e precedere . . . 
Nella solitudine . . a 
La musica del migliore avvenire 
Giustizia . . |. 
Poverotrco. eeaso 
Cattiva coscienza . . . . 
Ciò che d'offensivo c'è nell'enpres: 
sione... 
Lavoro. . . 
Il pensatore . Ni 
Contro gli elogiatori . 
Contro certe difese 
I caritatevoli i, 
La maliguità di Kant . ; 1 © 
Quegli che ha “ il cuore aperto , 
Per ridere . . . 
I limiti del nostro 0 
Attenzione! . 


n 


di n 


. . . . . rn 


» 


. . » 


. . » 


133 


ivi 


ivi 
ivi 
‘ivi 
134 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 
185 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 
136 
ivi 
ivi 
ivi 


137 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 

138 


ivi 


rr eriasiiprr A siii GIOIA nare e OTTO] 
co... i1°——’—*——r_———1!—r-_r _r—r -rr “P0+.. Tr 1.'’r121 ic Gis U0000 


INDICE DELLE MATERIE 


Disgusto del superbo 
Liberalità . 

Ridere . 

Nell’applauso 

Uno scialacquatore 

Hic niger est. 7 

Il mendicante e la gentilcaa? 
Bisogno 2 

Durante la pioggia 
L'invidioso . 

Grand'uomo!. 

Un modo di Gniedsre! i siolsi 
Misura nella diligenza 

Nemici segreti . 

Non lasciarsi ingannare 

La via alla felicità . ; 
La fede rende beati. . . . , 


Pag. 


. 


Ideale e; Materia . . .. . 4 
Pericolo nella voce . . . . , 
Causa ed effetto . . . . . 
La mia antipatia. . . . ._% 
Scopo della pena. . . . . + 


SECIIAZION: gt e E 
Rispetto Marti er RIA 


Poeta e mentitore. . . . . | 
Vicariato dei sensi . . . . _&% 
Critica degli animali. . . . % 


Quelli che sono secondo Natura , 
I diffidenti e lo stile. . . . + 
Conclusione sbagliata, colpo man- 


COLO fee AE I N 
Contro i mediatori . . . . >» 
Cocciutaggine e fedeltà. . . » 


Mancanza di discrezione . . © 
Quelli che amano andare sino al 

fondo delle cose. . . . 
Sognare fran. 0. n 
Il punto di vista più cio » 
Discorso consolatore d'un musi- 

CANE es ST, en 
Spirito e carattere . . . . >» 
Per muovere la moltitudine . > 
L'uomo cortese. . . . . n 
Senzaginyidia pet o. 
L'uomo senza gioia . . . . - 
Sulla spiaggia del mare . . - 
L'opera e l'artista. . . . - 


141 
ivi 
ivi 
ivi 

142 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 

143 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 

144 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 

145 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 

146 


ivi 
ivi 
ivi 
ivi 


ivi 
147 
ivi 


ivi 
ivi 
ivi 
148 
ivi 
ivi 
ivi 
ivi 


9 


è 





IEEE Da 
n È ta he I 
. - de Di n 


INDICE DELLE MATERIE 


Suum cuique . 













Origine del “ B * = > Pag. 148 | Nel paradiso. 
L e uono , e del “ Cat- Una volta uno . IDO 
Pearl persi COR , 149 | Originalità Nidi 
Lode nella scelta . Tia Sub specie aeterni . 190 
Matematica . x fof | Senza vanità. "E 
SO C Di 1 de che noi facciamo È na 
ibri 1 Piltee imo scetticismo regno 
Il sospiro di chi cerca la Cono. ivi | Dove la crudeltà è necessaria + ivi 
scenza ie Con una grande mòta . : 153 
Colpa r Er Quale cosa renda eroici. , iei 
i Sofferenti E NONNOrS NA Moi Ta che-cosa credi iui , dui 
i Piuttosto debitore . 7 o Che cosa dice la tua coscienza? , ivi 
Sempre a casa propria . î ini Dove sono i pericoli più graudi?), sol 
Corto l'im DI " n ; due cosa ami tu negli altri? , ivi 
nun sa ì chiami tu cattivo? . , fvi 
Epidermide . i toi dr cosa la Spia amante ii 
Paini SM n e uale 3 il suggello della Libertà ivi 
Il negatore del Caso. . . + È ivi Pa ratti 
È LIBRO QUARTO. 
# Per il nuovo anno. 5 7 i s ° 1 
Provvidenza personale . . Si a Sa CR TRICASE 
Il pensiero della morte. . 3 156 | Preludî E 
Amicizia stellare une 157 o Il > Scene im to 
Architettura di coloro o di nano - Lo 1 
Re CSO p î ericolo dell uomo più felice . , 172 
i -. +» 158 | Due uomini felici. . + EL TEL, 
Saper trovare la fine. . . . » ivi | Operando, omettinmo , 178 
L'andare . . - . 0. + = 159! Dominio di sè medesimo . 174 
Gli uomini che preparano : . , dvi | Stoico ed epicureo ? ivi 
La fede in sè medesimo . . » 160 | La fame della critica a 105 
BExcelsioni. << +0 + + + + an ivi |,La storia d'ogni giorno . n îvi 
PE , , 161 | Dalla settima solitudine a 176 
a gioia d'essere Seni ; ivi | La volontà e l'onda . a div 
Elevata disposizione dell'animo , ivi | Luce interrotta . 3 
Sulle navi! È , 162; Il mio cane . + LA n ITS 
Una sola cosa è a , ivì | Nessun' imagine si tortura. n dvi 
Genova. , 164 | Nuovi animali domestici Pani ti 
Dell'ultima ora. . » + , ivi 








Ai predicatori della none Sr 


EOEpilo nen 


165 


| 
| 
| 


Uomini profetici 


, 199 






L'aria nostra. . ivi 
Contro i as ligniatori della Na: Sguardo retrospettivo s ivi 
EI ESTE Gti TSI) 166 | Saggezza nel dolore . + , ivi 
Brevi abitudini . , 167 | Quali interpreti degl’avvenimenti ; 
La fama stabile i n= ca 168 della nostra Vita T 1802058 
Poter contraddire . . + - * * 169 | Nel rivedersi, . «+ + * * , 181 
ivi | Nuova precauzione "doi 





274 

Paragone . . . von ca CAzp dl 
Felicità nel Destino e E r-192 
In media vita . . . toi 


Ciò che appartiene alla nd ivi 


Imedici dell'anima e il dolore , ivi 
Prendere sul serio . . . . 184 
Nuocere alla stoltezza . . ; ivi 
Ozio e inazione. . . . MEISO 
Applauso . . . , 186 
Piuttosto sordo Rato! De reso ) tale n ivi 
L'ora cattiva. . . . MEL87: 
Che cosa vuol dire conoscere? - 
LIBRO 


Ciò che c'è nella nostra sere- 
nità . Pag. 199 
Quanto ancora noi siamo devoti , 200 
La Morale come problema. . , 208 
Il nostro punto interrogativo. , 205 

1 credenti ed il loro bisogno di 
fed O n a 200 
Dell’origine degl'uomini dotti , 208 

° Ancora dell'origine degl'uomini 
dotbigamicana fur, 209 
In onore degli Homines religiosi , 210 
In onore delle nature pretine , 211 

Sino a qual punto si possa ap- 
pena, rinunciare alla Morale , 212 
Dell'origine delle religioni. . , 213 
Del “ Genio della Specie ,. . n 214 

L' origine del nostro concetto della 
“ Conoscenza , 2 » 217 
ln quanto » Europa sarà per tro 
nire sempre “ più artiatica sen8248 

Del vecchio problema: * che cosa 
è tedesco? , . . ” n 220 

La rivolta dei contadini nel h° 
minio dello Spirito . 0225 

La vendetta sullo Spirito ed altri 
sfondi della moralo. RD07 

Due specie di cause, che si suole 
confondere . , 229 


INDICE DELLE MATERIE 


Non ridere, non lugere, neque 
detestari, sed intelligere! Pag. 
Si deve apprendere ad amare 
Viva la Fisica! , 
Avarizia della Natura 


” 


“L'Umanità , a venire. o 
La volontà di soffrire, e le Der 
sone pietose » 198 
Vita femina . , 196 
Socrate morente s ivi 
Il peso più grande s 197 
| Incipit tragoedia s 198 
QUINTO. 


j 


_P_——__—_——————rrrry»Ò»»—»—»»_—@-  y]ìt't(t-__—————————————t—@- 


Del problema del commediante: Pag. 230 

La nostra fede in una vivilizza- 
zione dell'Europa . . . 281 

Come ciascuno dei due sessi ha il 
suo pregiudizio sull'amore , 282 


L’eremita parla . . . . » 298 
L'eremita parla ancéra una v sa n 294 
Riguardo a un libro dotto. . » 235 


Che cosa sia anzi tutto necessa 

rio di distinguere nelle opere 

QVArte sd ene RO 
Il cinico parla . . . . » ivi 
La nostra vicinanza reciproca n 299 
Che cosa è il romanticismo?. » 240 
Noialtri uomini incomprensibili , 242 
Perchè non siamo idealisti . » 243 
La “ Scienza, quale pregiudizio , 244 
Il nostro nuovo “Infinito, + n 246 
Perchè noi sembriamo epicurei , 247 
La lentezza dei nostri tempi. = ?! 


Noi, senza-patria . . . . - » 248 
“E ridivenire chiari, . . + » 250 
Intermezzo del pazzo. . . . n ?0! 

251 


“ll Viandante , parla . . - » 
A proposito della comprensione 252 
La grande salute . . . . . n 204 
Ia MT PORRE DI) 














INDICE DEILE MATERIE 


CANTI DEL PRINCIPE VOGELFREI. 











A Goethe. . . . . . . Pag. 257 | “Controquesteanimeincerte, Pag. 268 
La vocazione del Poeta. . . , ivé | Il pazzoindisperazione. . . , 264 
Nel Mezzogiorno . . . . . ,259 | Rimus remedium . . ..., ivi 
Beppa, la devota . » 260 | O mia felicità . . . . . . 265 
La navicella misteriosa. . . ,261 | Verso nuovi mari. , . . . 266 
Dichiarazione d'amore . . . 262 | Sils-Maria . . .... x fu 
Canto di un capraio teocriteo , ivi | Al vento maestrale . . . . , 267 


“ 


14086 





Biblioteca di Scienze IModerne 


È ; — e=bide—_ 
| N° ; 
| 1, SeroI Gruserre. Africa» Antropologia della stirpe Camitica. — Un 
| vol. in-8° con 118 fig. ed una carta . . . 
I » 2. Nrerzscne Feperico. AL di Tà del bene e del male. Preludio di 
| una filosofia dell'avvenire. — 2* edizione. Un vol. in-8°. 
& 


n 8. Zrnt Zixo. Proprietà individuale o proprietà collettiva? 
Ricerche sulle tendenze economiche delle Società moderne. — Un 
vol. in-8%. . . «_* eci 


t) » 4 Verworn Max. Fisiologia A sugin sulla teoria della vita. 
}l — Un vol, in-8° con 270 fig. . . . . Rd, 


\ 5. Ciocorti Errore. IT tramonto della schiavità net mondo an- 
tico. — Un vol. in-8° . . - ” Sai Ò 


. 6. Via Gumo, L@ psicologia SE vol.in-8° 1» 
» 7. Nierzsone FeperIco. Così partò Zarathustra, Un libro per tutti 


e per nessuno. — Un Voli in:8* N80 % 
» 8. Sens: Gruserre. Specie e varietà umane ‘Saggio di una siste- 
matica antropologica. — Un' vol. in-8° con molte figure . . » 


» 9. BARATTA Manro. I terremoti. d’Italia. Saggio ‘di storia, geografia 
e bibliografia sismica italiana. — Un vol. in:8° con 186 sismocar- 


togrammi - . 
» 10. SrenoeR H. I a rinoigd — 2° edizione, Un vol. in-8° . 
a 11. STIRNER M. L'unico. Con introduzione di E. Zoccota. — Un vol.in-8%, 
12. De Micnenis E. Le origini degli Indo-Europei. — In-8° . a 


TT e po Ro AS. . 


a 13. SPsncsR H. Fatti e commenti. — Un vol. in-8° 
, 14. SERGI G. L'origine dei seno 
ficato biologico. . » - DÈ 
, 15. SPENCER H. Introduzione alla s 
2 16. SPENOER H. Le basi della morale . «| / 000% 70 
, 17. Jances W. La coscienza religiosa oi 
, 18. SPENOBE H. Le basti della vita . .- - 
, 19-20. Prspson N. G. Trattato di economia stri 
corso di stampa). i 
n 21. FABNACE A.La missione e la propagazione del cristian 
net primi tre secoli. (In corso di stampa). 
fregi 
vere logati elegantemente in tela con 
ti volumi si possono &Ver a 


Ques 
con o sul prezzo, di di L. 1,50 por quelli i 





, 





Torino-Milano — FRATELLI BOCCA, Editori — Roma-Firenze 








spes L. 10_ 


eni psichici e {il toro signi» 


cienza sociale . . + - © * 


— Due vol. (4 


esimo 


ori allo L.10—, 0 di L2= per