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Full text of "Chiesa E Stato Nella Storia"

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CHIESA E STATO NELLA STORIA 


Chiesa e Stato 





24 ol | — DONAZ. DEL GIUDICE 5\9 


a red 


COLLANA “ATHENA,, di STUDI RELIGIOSI 


E. VERCESI 


CHIESA E STATO 
NELLA STORIA — 





Soc. Anonima 
EDIZIONI “ATHENA,, - Milano 
— 1931 — 


PROPRIETÀ LETTERARIA 
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti î paesì, 
compresa la Svezia, la Norvegia e l'Olanda. 
Copyright « Athena », 1931 





N 


UNIVERSITA’ DI ROMA 
FACOLTA” DI GIURISPRUDENZA 
ISTITUTO DI DIRITTO PUBBLICO 


————— 


DONAZIONE 
DEL 
Prof. VINCENZO DEL GIUDICE 


514 Mi 


-——__——_—————— ———@€ €—————@m6m —— 








Prem, Tipografia G. BIANCARDI - LODI (Milano 


Dr 





= SE 


Cesi il ——rrz——€=T=<1€ 


PREFAZIONE 


I rapporti tra Chiesa e Stato hanno variato 
nella storia. Ci furono periodi di lotta ad oltranza, 
di collaborazione con tendenza a prevalere dal- 
Puna:o dall'altra parte, di concordati; al di là 
dell'Atlantico uomini di Chiesa e uomini di Stato 
“vanno d’accordo nel levare a cielo, all'infuori di 
ogni ideologia preconcetta, e rimanendo sul ter- 
reno dei fatti, la separazione delle Chiese dallo 
Stato in uno spirito di libertà. In Francia, ven- 
ticinque anni iaddietro, ‘all'indomani del crollo 
del Concordato napoleonico, sorrise l’idea di una 
‘ separazione che non era di libertà, ma di combat- 
timento. A guerra terminata, dopo una lunga serie 
di negoziazioni, si trovò l’ubi consistam /ra Chiesa 
‘e Stato nell’esperimento leale delle Associazioni 
diocesane. | 

A Ginevra — la città di Calvino — l’abate 
Carry, cinque lustri or sono, portò la sua pietra, 
all'edificio della separazione nella libertà, ciò che 
‘non videro di buon occhio gli eredi di Calvino, 
per fatto che la separazione nella libertà favorisce 
ivi i più alti interessi spirituali del cattolicismo 
romano, 


Dopo la guerra, sotto il Pontificato di Pio XI, 
l’idea Concordataria ebbe nuove e svariate appli- 
cazioni in diversi paesi. Tutto ciò dimostra chia- 
ramente l’esistenza di un dinamismo nella storia 
che occorre constatare allo stato di fatto; e se i 
fatti, che sono di un’indubbia eloquenza, non deb- 
bono far perdere di vista l'ideale di una collabo- 
razione nell'unione tra il potere civile e religioso, 
non si deve nemmeno restare prigionieri di forme 
storiche più o meno oltrepassate. 

Il motto di Cristo: Date a Cesare quello che 
è di Cesare e a Dio quello che di Dio rimane sem- 
pre e dovunque il polo verso cui si deve tendere, 
ma le forme per la realizzazione di questo grande 
ideale variano. secondo le condizioni storiche, i 
paesi, i tempi. | 

Chi vorrà percorrere queste pagine, intese a 
mettere in rilievo le persecuzioni dei tre primi 
secoli, le sottili arti di Bisanzio, l'educazione dei 
barbari, il periodo di Carlo Magno, le lotte tra il 
sacerdozio e l’impero, l’assolutismo dei Re sino alla 
rivoluzione francese, il primo Napoleone, la sepa- 
razione della Chiesa dallo Stato, come era ambita 
dai giacobini alla Combes e com'è attuata nella 
repubblica stellata, dovrà constatare che rarissi- 
mamente venne raggiunta l'unione dei due poteri, 
com'è intesa generalmente. Il dinamismo storico ha 
il sopravvento sulla concezione statica, spesso con- 
lradetta dai fatti. 


Nelle pagine che seguono mi sono sopratutto 
preoccupato di esporre i fatti nella loro oggettiva 
realtà lasciandoli parlare nel loro genuino linquag- 
gio. Ho avuto sempre presente l’alto postulato di 
giustizia che ha segnato la Costituzione eterna di 
tutti i popoli cristiani: si deve dare a Cesare 
quello che è di Cesare e a Dio quello che è 
di Dio. 

Questo volume ha dunque un carattere di stu- 
dio, che permette di cogliere il monito della storia 
senza perdere di vista l'ideale perenne che deve 
presiedere alla storia di oggi e di domani. 


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CESARE 


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Cesare 


La patria era stato in ogni tempo ,pel mondo 
pagano la più santa delle divinità. Allorchè Roma 
divenne la patria comune delle genti civili, fu 
anche la loro religione comune. In mezzo alla con- 
fusione degli deî e dei culti innumerevoli, il culto 
di Roma era il solo universalmente professato. 
Giove, Isis, Mitra Cibele ricevevano l’omaggio di 
gruppi di adoratori, ma al disopra degli deî na- 
zionali troneggiava la religione dello stato univer- 
sale. L’ideologia dell’antichità pagana è nota. Era 
un assioma di diritto pubblico, accolto da tutte le 
intelligenze, che l’uomo fosse fatto per lo Stato, 
il cittadino per la patria, esclusivamente. La fi- 
losofia antica partiva da questo presupposto che 
non ammetteva contestazioni: « Essa — scrive 
Goffredo Kurth — era protesternata, come il resto 
del genere umano ai piedi dell’idolo comune, e, 
| per una eccezione. molto strana, il dio-stato era di 
tutte le divinità la sola che fosse fuori delle sue 
negazioni. Giammai il più audace pensatore del- 
l’antichità pensò a scuotere questo dogma fonda- 
mentale del paganesimo: la divinità della patria. 
Nessuno protestò contro l’asservimento della co- 
scienza allo Stato, nè rivendicò per la persona 


— 14 — 


umana i diritti imperscrittibili che teneva dalla 
natura » (!). L'impero romano, che fu il tipo più 
completo della società pagana, poggiava sulla di- 
vinizzazione di Cesare considerato come simbolo 
ed incarnazione della patria civilizzata. 

Regni interi erano stati convertiti in provincie 
romane. Capitali superbe come Alessandria, An- 
tiochia, Cartagine, Alene, Gerusalemme erano astri 
secondari gravitanti attorno la grande metropoli 
del Tevere. Roma era nel suo massimo splendore 
La si riteneva generalmente eterna. Si trovavano o- 
vunque l’opera della sua mano, tracce de’ suoi 
passi. Tutte le nazioni della terra andavano a se- 
sedere sui gradini del suo Colosseo che aveva 
80.000 seggi e del suo Circo che ne contava 
360.000. Le sue piazze pubbliche avevano: la mae- 
stà e l’opulenza dei Santuari. Dei templi magnifici 
si allineavano in file serrate, rivaleggiando in ric- 
chezza e grandezza. Era il cuore dell’Impero. 

La città era un mondo. Urbs Orbis dicevano 
i suoi poeti. Urbs aeterna, recavano le sue iscri- 
zioni molto tempo prima che il cristianesimo desse 
una consacrazione reale e solenne a queste affer- 
mazioni. I Romani salutavano l’impero come la 
patria di tutti i popoli civili della terra e «davano 
ai loro Imperatori il titolo di principi del genere 
umano, di padroni del mondo. L’eternità dell’im- 


(1) GopEerRoiD KuRTH: Les origines de la civilita. 
tion moderne. Victor Relaux. Paris. 


SE, 


pero era un assioma politico che riassumeva tutlo 
il credo del loro patriottismo. L'impero non era 
alcunchè di astratto ed invisibile; era una divinità 
che si lasciava vedere e toccare e si impersonifi- 
cava nell’Imperatore. Questi, in quanto era simbolo 
vivente della patria, aveva diritto allo stesso culto 
che s'era già reso a questa. In lui la vecchia dot- 
trina pagana della divinità dello stato trovava la 
sua espressione più completa. « L’insieme dei di- 
ritti divini ed umani — sono ancora parole di 
Kurth — risiedeva nella patria. Questa con un atto 
di sovrana volontà li conferiva, ogni volta che di- 
venivano vacanti, all'uomo che essa giudicava più 
degno. Il Senato serviva da organo per operare 
questa trasmissione e l’atto legale pel quale questa 
aveva luogo, è conosciuto sotto il nome di legge 
regale. Una volta che Cesare aveva ricevuto, in 
virtù di.questa legge, i diversi poteri che forma- 
vano, riuniti, tutta l'autorità sociale, non restava 
più alcuna particella della potenza pubblica che 
non fosse assorbita nella sua persona. L’anima 
della patria era passata nella sua. Egli partecipava 
della sua sacrosanta natura, era dio. Questa audace 
finzione, divenuta un vero principio costituzionale, 
può essere considerata come la chiave di volta 
del sistema imperiale. La divinità dell'Imperatore 
fu dedotta interamente per via di sillogismo dal- 
l’idea pagana della divinità della patria. Cesare 
diveniva ,come ebbe a dire un antico, un dio pre- 
sente e corporale, al quale. bisogna rendere un 


ss. Jr 


culto assiduo non appena ha ricevuto il titolo di 
Augusto (1). 
Indubbiamente una dottrina politica che do- 
mandava simili sacrifici alla ragione umana, tro- 
vava degli increduli. Indiscrezioni d’anticaméra 
riferivano talora le piaccenterie che gli imperatori 
stessi si permettevano sulla loro divinità. La reli- 
gione ufficiale non chiedeva l'assenso interno. Si 
accontentava di un’adesione puramente esteriore 
e non legava la coscienza. Chiedeva ubbidienza, 
non un atto di fede. Si poteva non credere, purchè 
sì agisse come si credesse. La divinità di Cesare 
era un'ipotesi costituzionale necessaria alla pro- 
sperità dello Stato. Occorreva sottomettersi per 
patriottismo là dove mancava la convinzione reli- 
giosa. Abbruciare alcuni granelli d’incenso da- 
vanti alla statua dell'Imperatore nelle feste solenni 
o fare qualche libazione sul suo altare era un atto 
di buon cittadino e nulla più. Chi rifiutava il 
‘ granello d’incenso era nemico di Cesare, e perciò 
stesso della patria. « Tu sei nemico di Cesare ». 
Bastava un’accusa del genere perchè una nube 
passasse sulla fronte del giudice romano, lasciasse 
cadere la bilancia dell’equità ed inviasse il Giusto 
alla morte. e” 

Questo stato di cose aveva trovato il cristiane- 
simo quando incominciò a diffondersi nel vasto im- 
pero romano. 





__ — —— 


(1) VegeT: De re militairi. II, 5. 


E 


E nota la formola lapidaria introdotta da 
Cristo ne’ rapporti con Cesare: « Date a Cesare 
quello che è di Cesare e a Dio quello *che è 
di Dio (1). Il fariseismo avrebbe voluto cogliere 
in fallo il Maestro di Galilea. Se egli avesse ri- 
sposto che bisognava sottostare ai balzelli di 
Cesare, l'avrebbero rappresentato come nemico del 
popolo; se al contrario avesse avuto un atteggia- 
mento ostile a Cesare l’avrebbero dipinto come 
sovvertitore e nemico dell'impero. 

Erano dei politicanti che volevano imprigio- 
nare il divino Maestro nelle loro querele di par- 
tito, querele che avvolgevano talora sotto abbiglia- 
menti nazionali; ma il Redentore non si turbava. 

Le sue risposte, mentre riempivano di confu- 
sione il fariseismo riottoso, recavano seco il fer- 
mento di una rivoluzione senza pari nella storia, 
tanto più radicate, in quanto non faceva appello 
‘alla forza e alla rivolta, ma all’evoluzione lenta 
che scaturisce dalle profonde viscere della co- 
scienza umana. | 

Date a Cesare quello che è di Cesare e a 
Dio quello che è di Dio. « Questa parola evan- 
gelica — è sempre l’eminente storico belga supe- 
riormente citato che parla — contiene in germe 
una grande e pacifica rivoluzione, la più conside- 
revole che si riscontri negli annali del mondo. E 
la sentenza di morte del Cesarismo, l’atto di affran- 





(1) Evangelo di S. Luca: XX, 25. 


Chiesa e Stato 1 


= 18. -— 


camento di tutti gli nomini. Il giorno in cui -fu 
pronunciata, un nuovo ordine sociale uscì dal 
nulla e quelli che l’intesero poterono intravedere 
da lontano l’aspetto luminoso e ridente della ci- 
viltà cristiana. Il principio civilizzatore era ora- 
mai naturalizzato quaggiù » (1). 

Cesare era ad un tempo /mperator et Summus 
Pontifex. Egli teneva nelle sue mani due ele- 
menti disparati, due poteri, il temporale e lo spiri- 
rituale. Cristo intervenne e, senza prendere diret- 
tamente posizione contro Cesare, fece la classica 
distinzione dei due poteri che non tardò ad avere 
.il sopravvento anche nell’ordine' dei fatti. 

Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio 
quello che è di Dio. V’ha dunque qualche cosa 
che sfugge all'impero diretto di Cesare. Quest’'im- 
pero ha un limite. Prima, Cesare era il solo 
arbitro delle coscienze, la sola misura della mo- 
ralità degli atti. Lo scopo della esistenza era 
raggiunto quando s'era contribuito alla grandezza 
della patria. Col cristianesimo è subentrato un 
nuovo elemento in cui la personalità umana rende 
omaggio a Cesare, secondo un precetto superiore 
consacrato dalla nuova legge, ma è e si sente libera 
nelle sfere del mondo spirituale. Non più ser- 
vaggio, ma ‘solo la legge dell'amore che addita Dio 
e la paternità divina in cielo e la ;fratellanza 
umana sulla terra. 


(1) G. KurtH: Op. cit. 


— 19 — 


Nel concetto cristiano, i due termini: Cesare 
e Dio non si contradicono, come non si confon- 
dono. Quando la folla vuol fare del Redentore un 
re, egli si sottrae e fugge; il suo non è un regnodi 
questo mondo. È apportatore della lieta novella, 
di un regno spirituale e mondiale; ma quando è 
questione di questo regno spirituale e della sua 
giustizia, Egli reclama pel Padre suo che è nei 
cieli l'esclusivo imperativo categorico. 

Dio solo è il padrone della vita e della morte. 
Questa idea sublime, applicata nelle leggi e nei 
costumi, ha fatto di più pel progresso del genere 
umano che ‘non tutti i sogni dei filosofi antichi e 
tutta la saggezza degli uomini di Stato dell’anti- 
chità. L’obbligo per l'individuo di rendere a Dio 
ciò che è di Dia è la sorgente e la misura della 
sua libertà civile. Ogni suo dovere verso Dio gli 
conferisce un diritto di fronte a Cesare. Il cri- 
stiano non si rivolta contro il potere legittimo 
anche quando è ingiusto, ma non viene meno 
all’imperioso dovere della sua coscienza. Rin- 
chiuso nella fortezza inespugnabile della sua co- 
scienza, attende che la burrasca passi. Nell'attesa, 
darà il sangue se occorre. Al cristianesimo si 
rimprovera talora di avere una dottrina rivolu- 
zionaria, come lo si accusa sovente di essere com- 
plice del despotismo. La storia è là per dimo- 
strare che il cristiano anche quando disobbedisce 
ad ordini ingiusti rispetta ancora il potere da cui 
emanano. Volendo essere consentaneo collo spirito 


— 20.— 


che emana dalle pagine eterne dell’evangelo, il 
cristiano non può essere complice di nessun di- 
spotismo nel suo cuore, ma non insorge nemmeno 
“a mano armata per imporre un ordine di cose che 
scaturirà sotto forma di evoluzione da un’idea 
luminosa fondamentale pel cristianesimo. Non ri- 
voluzione adunque, nè dispotismo, ma lo sviluppo 
lento e continuo di una fratellanza umana nella 
fraternità divina. Questa verità, come avremo oc- 
‘casione di constatare, balza fuori limpida ad ogni 
svolta della storia. 


Fu per altro necessario che passasse molta 
acqua sotto i ponti del Tevere prima che il nuovo 
ordine di cose divenisse un fatto compiuto. Paga- 
nesimo e cristianesimo si trovarono di fronte 
come due mondi. La Chiesa — vale a dire la so- 
cietà spirituale istituita da Cristo per la continua- 
zione, in una forma visibile, della sua redenzione 
ed azione nel mondo — aveva un bel protestare 
che si sottometteva alle leggi, ubbidiva al potere e 
pregava per la patria e l’imperatore. Essa era ciò 
nondimeno il germe vivente di un mondo nuovo, 
che non poteva svolgersi e grandeggiare che a de- 
trimento del mondo antico. Si procedette per 
tappe. Man mano che diveniva più tangibile l’e- 
spansione della Chiesa, lo Stato romano faceva 
pesare la sua mano. La Chiesa non aveva un’'esi- 


DI 


stenza legale, non era una religione autorizzata 
dallo Stato. Questo proibiva con gelosa severità 
qualsiasi collegio, vale a dire ogni associazione 
indipendente. Non vera aria respirabile per la 
Chiesa nell'atmosfera’ mefitica della legislazione 
romana. Essa era sediziosa pel fatto stesso della 
sua esistenza. Come potè adunque svolgersi, cre- 
scere, per tre secoli, senza venire soffocata? Le 
proibizioni rigorose contro le società private fa- 
cevano una eccezione in favore dei collegi funebri. 
Sì tolleravano, non credendosi di dover temere gran 
che, da gente che non si associava che per procu- 
rarsi una tomba. Quei collegi riconosciuti legal- 
mente, avevano la loro organizzazione, i loro beni 
comuni, la loro cassa, le assemblee periodiche, i 
banchetti, e sopratutto i cimiteri comuni dove tutti 
i loro membri erano assicurati dell’inviolabilità 
del loro ultimo soggiorno. La Chiesa prese di 
fronte allo Stato il carattere di collegio funebre ed 
ottenne la proprietà legale delle sue tombe. Il 
suo vescovo, inscritto sui registri del fisco come 
il capo riconosciuto dell’associazione, pagava in 
suo nome l’imposta privata sui collegi di questo. 
genere. A questo modo la Chiesa potè nascon- 
dere tutti i tesori della sua fede e del suo culto. 
La legge non discendeva nelle sue tombe per 
verificare che cosa essa facesse nelle tenebre. 
La Chiesa era d'altronde molto prudente. 
Iniziava i catecumeni poco a poco e non rivelava 
che a’ suoi fedeli il segreto Eucaristico. Una 


_ 22 — 


lingua tutta in figure e in emblemi facilitava la 
discrezione degli iniziati. Colui che fosse disceso 
nei santuari sotterranei delle catacombe per sor- 
prendere ciò che i cristiani nascondevano con 
tanta cura non- avrebbe trovato altro che delle 
camere mortuarie ornate secondo il gusto e le 
idec dell’epoca. Le iscrizioni non gli avrebbero 
appreso che dei nomi; gli affreschi delle pareti 
avrebbero messo sotto i suoi occhi i soggetti fa- 
voriti della scrittura decorativa dei pagani. Non 
avrebbe nememno sospettato il senso mistico di 
quei pesci, di quelle Ancore, di quelle palme che 
figuravano con profusione sui sarcofagi e nulla 
gli avrebbe potuto fare indovinare che quelle 
tombe oscure erano la culla di una rivoluzione 
senza precedenti nella storia del genere umano (1). 

I pavidi pescatori di Galilea, trasformati in 
pescatori d’anime, dopo la Pentecoste, caratteriz- 
zata da lingue di fuoco e tuoni risuonanti dal 
cielo, celebrata nel Cenacolo di Gerusalemme, ave- 
vano iniziata la prima missione agli Ebrei. Geru- 
salemme era stata scelta come centro della loro 
attività. Gerusalemme era allora un importante 
centro internazionale. Tra gli ebrei che si pigia- 
vano sulla via per ascoltare il discorso di’ Pietro 
sulla Risurrezione v’erano i rappresentanti di altre 
nazioni: cretesi, arabi, frigi, alamiti, romani, greci. 
cogli Ebrei gli apostoli argomentavano ad hominem, 


(1) G. KURTH: Op. cit. 


= O 


Ricorrevano all’Antico Testamento e specialmente 
alle profezie per passare a parlare di Cristo ri- 
sorto. Alla domanda degli Ebrei: « Che cosa 
dobbiamo fare? » Pietro rispondeva: « Pentitevi 
e fatevi battezzare ». Tre mila accolsero l’invito 
e vennero aggiunti col Battesimo alla prima co- 
munità. 

Dalla conversione degli .Ebrei si passò a 
quella dei Gentili. Gli Ebrei non tardarono ad in- 
sorgere contro il cristianesimo. Dopo il martirio 
di Santo Stefano, i fedeli di Gerusalemme si di- 
spersero nelle regioni vicine, nell’Arabia, nella 
Siria, in Cilicia, nella Galazia, Cappadoccia, Bi- 
tinia, Iliria, Dalmazia, ecc. Gli Apostoli si por- 
tavano di città in città per annunciare la buona 
novella. La situazione era questa. Ovunquie i figli 
d'Israele vivevano lontano dal loro paese e dal 
loro tempio costituivano una Sinagoga. Si riuni- 
vano pel Sabato. Si leggeva la Bibbia e qualcuno 
fra gli assistenti commentava. Se qualche notabile 
straniero si trovava colà, lo si invitava a dire il 
proprio pensiero a proposito del testo. Poi si fa- 
ceva la preghiera in comune. Gli Apostoli ap- 
profittarono di quesia organizzazione. Entrando 
in un paese andavano alla Sinagoga, alla ceri- 
monia del Sabato e prendevano la parola. Inco- 
minciavano da Mosè e finivano con Gesù. Tro- 


fr ro \ G 
pi \î 
DIRIT7 

PUABLICO , 








| vero Dio, dai simboli della legge ebrai 
speranze messianiche, vi sì appoggia 





Di 


tendo, costituivano immancabilmente una piccola 
comunità, separata dalla Sinagoga e vi mettevano 
alla testa i « presbiteri » o anziani. E gli Ellenisti 
convertiti si indirizzavano non soltanto ai loro 


simili, ma ‘anche ai pagani. Ad Antiochia, la 


metropoli dell’Ellenismo, doveva costituirsi la pri- 
ma comunità cristiana venuta dal Gentilesimo. 
Sono note le controversie che sorsero e che si 
doveltero superare (1). | 

— Noi non vi ci attarderemo. Presto la nuova 
religione supera numericamente la religione 
d'Israele. Nella lotta il giudaismo diviene di più 
in più nazionale, mentre il cristianesimo prende 
tutto il suo sviluppo universalistico. Così — è un 
critico protestante, Harnack, che ce lo richiama — 
sessant'anni dopo la fondazione ad Antiochia della 
prima comunità di pagani convertiti, l'espansione 
del cristianesimo nelle provincie romane poteva 
inquietare gravemente uno spettatore come Plinio. 
Passano ancora sessant’anni e la querela Pasquale 
mostra una Confederazione di Chiese cristiane che 
‘si estende da Lione ad: Edessa e che ha il suo 
centro a Roma. Qualche tempo dopo Dioclesiano 
dichiara che sopporterebbe piuttosto un rivale in 


(1) Vedi: GiusEPPE ScHMIDLIN: Manuale di storia 
delle missioni cattoliche, Traduzione del P. Tragella. 
Istituto Missioni Estere Milano - Vedi anche: Oriente 
ed Occidente di E. Vercesi. Casa Editrice Santa Lega 
Eucaristica. 


= pr — — - 


i Bb: — 


Roma che un vescovo cristiano. Finalmente, tra- 
scorso un altro periodo eguale, la Croce trionfa 
in Campidoglio ed è fissata sugli stendardi ro- 
mani (1). 

Man mano che la diffusione si accentua la 
persecuzione di Cesare s’intensifica a sua volta. 
Risuona allora la voce dei rappresentanti auto- 
revoli della tradizione apostolica: San Clemente 
nella sua lettera ai Corinti traduce ‘i sentimenti 
dei cristiani per rapporto ai detentori del potere: 
« Ai nostri principi, a coloro che ci governano 
sulla terra, sei tu o Signore che hai dato il potere, 
colla virtù magnifica ed inenarrabile della tua po- 
tenza, affinchè conoscendo la gloria e l’onore che 
Tu hai loro distribuito, noi siamo loro sottomessi e 
non ci opponiamo alla tua volontà. Accorda loro, 
o Signore, la salute, la pace, la concordia, la sta- 
bilità perchè esercitino senza ostacolo l’autorità 
che tu hai loro affidata. Poichè sei Tu, padrone 
celeste, Re dei secoli, che dai ai figli degli uomini 
la gloria, l’onore, il potere sulle cosce della terra. 
Dirigi o Signore, i loro consigli secondo il bene, 
secondo ciò che piace a’ tuoi occhi, affinchè, 
esercitando pacificamente e con dolcezza il potere 
che tu hai loro dato, ti trovino propizio » (?). 

Appena si troverebbe in queste ultime parole 


(1) HARNACK: Die Mission und ausbreitung des 
Christentums. Lipsia, 1906. 
(?) Vedi Origines Chrétiennes di DucHESNE, p. 181. 


— 26 — 


un'allusione assai discreta alla persecuzione. La 
sommissione è incondizionata, integrale, qualunque 
sia il principe che segga sul soglio di Cesare. 
Essa non procede dal prestigio o dal terrore del 
principe, ma da una concezione religiosa, che, 
nella sua attuazione, non s'inspira a metodi rivo- 
luzionari, ma alla coscienza umana e ai metodi | 
d’intima persuasione. Se si riflette all’aspra bat- 
taglia impegnata dal paganesimo questa soave 
serenità sorprende. Il cristianesimo, nei momenti 
più acuti della lotta, era considerato dai pagani 
come una delle forme più repugnanti della supe- 
stizione orientale. Nessuno si degnava di studiarlo 
prima di giudicarlo. Se si fa eccezione di Seneca 
che s’era chinato sulla nuova dottrina con sacra 
curiosità, i moralisti romani si limitavano a di- 
sprezzarla sulla fede degli Ebrei. 

I cristiani venivano rappresentati come l’ob- 
brobrio del genere umano. Tacito ne parla in 
questo senso e i suoi contemporanei fanno eco. 
Anche il cuore generoso di Marco Aurelio si 
chiude — nei lofo riguardi — ad ogni sentimento 
di pietà e di giustizia. Tiranni esecrati, come Ne- 
rone e Domiziano, si macchiarono di atrocità inau- 
dite senza che risuonasse una protesta in nome 
della umanità oltraggiata. « Il sangue sparso è a- 
dunque così puro? » si chiedevano i fieri rappre- 
sentanti della coscienza pagana. Correvano le voci 
più assurde. Il banchetto Eucaristico si trasfor- 
mava, pei nemici della nuova religione, in un 


cu 97 


pasto di cannibali, e la cerimonia più santa e più 
pura veniva rappresentata come un’orgia in cui 
l’incesto e l’adulterio sigillavano nelle tenebre un 
patto mostruoso tra gli adoratori dell'asino! 

In una parola, annegare la Chiesa nel suo 
sangue, o schiacciarla nel fango, tale era il De- 
lenda Carthago dell'impero in questo duello gi- 
gantesco con un nemico più pericoloso di tutte le 
flotte puniche. 

La Chiesa, invitta, sopportò il peso dell’ini- 
micizia romana. I fedeli, tradotti davanti ai giu- 
dici, si mostravano inflessibili. Ben lungi dal 
negare il crimine di cui venivano accusati, se 
ne gloriavano. Con orgoglio proclamavano: « Sono 
cristiano ». Alle questioni che venivano loro ri- 
volte sulla loro patria, la famiglia, la loro condi- 
zione sociale rispondevano: 

— Il mio vero padre è Cristo, diceva un mar- 
tire, e mia madre è la fede per cui io credo in Lui. 

Io sono schiavo di Gesù Cristo, diceva un cit- 
tadino libero. Io sono libero in Cristo, ripeteva 
uno schiavo. La mia patria è Gerusalemme, ag- 
giungeva un martire egiziano (1). 

In genere non si domandava ai cristiani che 
rinnegassero la loro fede direttamente. Si chie- 
deva loro di fare atto di buoni cittadini sacrifi- 
cando all'Imperatore. Si svolgevano delle scene 
in cuì s'incontrava la forma più acuta dell’oppo- 


(1) Acta Martyrum, pp. 44, 46, 51, 144 (Ruinart). 


_ 28 — 


sizione tra i principii della Chiesa e il Cesarismo. 

Diceva il giudice al cristiano: 

— Tu devi amare i nostri principi. 

— E chi ama più dei cristiani l'Imperatore ? 
Noi non cessiamo di pregare per lui. Domandiamo 
a Dio che abbia un regno lungo e pacifico, che 
governi i suoi popoli secondo le leggi della giu- 
stizia. Noi preghiamo anche per l’esercito e per 
la salute dell’impero. 

— Sta bene, replicava il giudice, ma perchè 
l’imperatore abbia delle prove più chiare della tua 
fedeltà, tu gli offrirai un sacrificio con noi. 

— lo onoro l’imperatore e faccio dei voti per 
lui, ma non posso offrirgli un sacrificio. Non adoro 
che Dio onnipotente creatore dell'universo. 

— Le leggi ti prescrivono di adorare il Divino 
Imperatore. 

— Dio mi proibisce di rendere un culto ad 
altri che a Lui solo. i 

— Tu devi obbedire alle leggi. 

— È meglio ubbidire a Dio che agli uomini (*). 

Questo argomento poneva termine al dibattito 
tra il mondo antico e il mondo nuovo. I martiri 
cristiani rendevano omaggio a Cesare in tutto ciò 
che era di appartenenza di Cesare, ma non vole- 
vano in nessun modo, anche semplicemente in una 
forma esteriore, riconoscergli gli attributi divini. 
Si attenevano rigorosamente alla formola lapi- 





—___ _—_ 


(1) Acta Martyrum, p. 78, 128 (Ruinart). 


— 29 — 


daria: Date a Cesare quello che è di Cesare e 
a Dio quello che è di Dio; e poichè Cesare — 
nel mondo romano — non voleva rinunciare alle 
sue prerogative come Pontefice, era di tutta evi- 
denza che la lotta ad oltranza caratterizzasse i 
suoi’ rapporti colla religione nuova, che reclamava 
pel suo Dio non già una nicchia nel Pantheon, 
ma l’edificio intero. È noto l’esito di questa lotta 
gigantesca. i 

Sul finire del secolo III, Dioclesiano si trovò 
di fronte a una realtà assai preoccupante. Nume- 
rosi erano i cristiani in tutto l’impero. Distruggen- 
doli, l'impero rischiava di recidere le sue stesse 
radici, proprio nel momento in cui l’onda barba- 
rica premeva minacciosa alle porte. Roma non 
aveva di fronte un rivale del dominio territoriale, 
ma della sua stessa podestà di dominio: « Si con- 
testava — scrive E. Costa — allo Stato il diritto 
alla sua essenza di Stato Sovrano, in nome di una, 
senza confronto, più alta sovranità divina, rispetto 
alla quale la divinità di Augusto appariva oscena 
parodia. Di fronte alla frammentarietà futile e 
pittoresca degli iddii del paganesimo, la ferrea 
unità di Roma costituiva un valore spirituale di 
indiscussa superiorità; ma l’unità che i cristiani 
assommavano nel loro Iddio — unico Signore, il 
Tutto — disperdeva e frantumava la unità mon- 
dana dello Stato romano, imponendole la legge 


“=: Sa 


nuova » (!). Era il trionfo del Regno di Dio, per 
realizzare il quale il Redentore era fuggito allor- 
quando lo si voleva incoronare Re. Il suo regno 
non era di questo mondo. Il suo era un regno 
spirituale, universale. Era il regno delle anime. 
Cesare avrebbe continuato il suo dominio nell’or- 
dine temporale. I successori di Pietro — rappre- 
sentanti del dolce Cristo in terra — avrebbero 
invece accentrato nelle loro mani il potere spi- 
rituale. E Roma? Nietzsche nel suo Anticristo 
non sa darsi pace del crollo dell'impero romano. 
L’impero di Tiberio e di Caligola portava in sè la 
potenza di vivere per parecchie migliaia di anni. 
Aveva un’architettura granitica che lasciava spe- 
rare d’essere eterna. Eterna? No. I cristiani 
l'hanno distrutta « Il cristianesimo — sono parole 
di Nietzsche — è stato il vampiro dell’impero 
romano. In una sola notte ha annientata l’azione 
enorme dei Romani ». Ippolito Taine non è dello 
stesso avviso. Egli rimprovera al cristianesimo, 
al Papato di avere troppo conservato dell’antico 
impero. I barbari l'hanno colpito spietatamente, 
ma « col ringiovanimento universale delle cose, 
esso è riapparso sotto una forma, nuova, spirituale 
e non più temporale ». Gli Ostrogoti, i Lombardi, 
i Franchi non hanno dominata abbastanza l’Italia. 
Questa sarebbesi ritrovata nel decimo secolo presso 
a poco tale quale era trecento anni prima di Gesù 


. 


(1) Vedi: Rivista d’Italia, vol. II, fasci II, 1922. 


ea 


Cristo. Taine esagera. È più nel vero lo storico 
inglese Gibbon quando nella sua Storia della de- 
cadenza e della caduta dell'Impero Romano scrive: 
Il grande impero all’ombra del quale s'erano ri- 
posati i popoli dalla terra, era ormai spogliato 

delle sue frondi e de’ suoi rami e il suo tronco 
arido languiva sulla terra disseccata. Al pari di 
Tebe, di Cartagine, di Babilonia, sarebbe stato 
cancellato dalla terra il nome stesso di Roma, se 
questa città non fosse stata animata da un prin- 
cipio vitale che la rese di nuovo agli uomini e 
alla civiltà ». Approfondiamo questo concetto sulle 
orme di uno storico cattolico: « Morendo a Roma, 
San Pietro fu il supremo benefattore e come il 
secondo fondatore di Roma; e se gli oracoli an- 
tichi che presentavano l’eternità del Campidoglio 
sfuggirono più tardi al rimprovero di menzogna, 
dovettero a Pietro questa fortuna. Scegliendo per 
capitale di un mondo nascente la capitale -di un 
mondo spirante, Pietro fece un colpo di genio. Egli 
mise al servizio di Roma il cristianesimo, potenza 
del domani, nel tempo stesso in cui metteva al 
servizio del cristianesimo la grandezza e la rino- 
manza di Roma, potenza della vigilia. Fece con- 
correre alla gloria del suo Dio il lavoro accumu- 
lato dalle vecchie generazioni romane. Ma questo 
colpo di genio era un colpo d’audacia. Collocandosi 
sui sette colli il cristianesimo impegnava imme- 


iu II 


diatamente un duello col nemico sopra un terreno 
di cui il nemico sembrava padrone » (1). 

Questo nuovo duello richiede una trattazione 
a parte. Il primo scontro è caratterizzato dall’ap- 
parizione di un potere spirituale. nettamente di- 
stinto dal potere temporale di Cesare. La lotta 
S'è appena iniziata; occorre seguirla nelle sue di- 
verse fasi. 


(1) Vedi: Le Vatican, les Papes et la Civilisation, 
di G. Goyau André Peratè Paul Fabre, Paris. 


BISANZIO 


, Chiesa e Stato 


Bisanzio 


Nel primo periodo, come abbiamo visto, sono 
stati nettamente distinti i due poteri, civile e reli- 
gioso. La persècuzione fu la caratteristica di que- 
sto periodo. La società spirituale, fondata da Cristo, 
per continuare la sua presenza in una forma visi- 
bile e tangibile nel mwndo, vale a dire la Chiesa 
fu ossequente a Cesare in tutto ciò che era del 
dominio di Cesare; e anche quando Cesare usciva 
dal suo dominio per mantenere intatto il duplice 
potere riconosciuto dal mondo pagano, la Chiesa 
non si rivoltava, non opponeva forza a forza ma- 
teriale. Quando gli Ebrei s’impossessarono del 
Redentore per tradurlo sul Golgota, Pietro trasse 
la spada per difenderlo. Gesù lo richiamò dolce- 
mente. Non voleva alcuna violenza. Il suo regno 
non era di questo mondo. Se avesse dovuto difen- 
dersi a questo modo per compiere l’opera di re- 
denzione, il Padre suo non avrebbe potuto inviare 
legioni d’angioli? Pietro era quindi invitato a 
rinfoderare la sua spada. Infatti se legioni d’an- 
gioli fossero venuti per stabilire colla forza 
ed esteriormente il dominio di Gesù, il Regno di 
Dio, ci sarebbe stato una specie di colpo di stato. 
Ci sarebbe stato un Cesare che si opponeva a un 


13° 


altro Cesare. Il regno di Dio non doveva venire 
in modo da colpire gli sguardi, ma alla chetichella, 
interiormente, per convinzione intima, in omaggio 
a una legge nuova d'amore. 

I discepoli coll’aiuto dello Spirito Santo com- 
presero. Essi andarono alla conquista delle na- 
zioni ma la loro era una conquista di nuovo ge- 
nere. Non ‘uccidevano, ma si facevano uccidere. 
La loro vendetta era di conquistare anime mentre 
davano il sangue come il Martire del Golgota. Non 
distruggevano colla violenza gli idoli. Non con1- 
battevano colle armi di Cesare. Rimanevano nel 
puro dominio spirituale. Per essere martiri di 
Cristo e rendere testimonianza della sua verità nel 
mondo, bisognava fare ciò che aveva fatto il Di- 
vino Maestro. Dopo tre secoli di persecuzione vio- 
lenta doveva incominciare un’'éra nuova. 

Siamo a Costantino. La Croce, simbolo della 
nuova religione, è uscita dalle Catacombe e tro- 
neggia sul Campidoglio. Nell'anno 313 viene pro- 
mulgato l’Editto di Milano. Esso consacra la li- 
bertà religiosa: « Bisogna permettere a ciascuno 
di ubbidire, nelle cose divine, al movimento della 
sua coscienza... Noi vogliamo semplicemente oggi 
che tutti quelli che hanno la volontà di seguire la 
religione cristiana lo possano fare senza timore di 
essere molestati. Ciò che noi loro accordiamo, l’ac- 
cordiamo anche agli altri che avranno la libertà 
di scegliere e di seguire il culto che preferiscono, 
come conviene alla tranquillità del nostro tempo ». 


— 37 — 


È la politica di Gallieno e di Galerio, realizzata 
da un principe di grande prestigio ed energia. 

Costantino debuttò colla libertà dei culti, e se, 
sopratutto dopo la morte di Licinio (324) lasciò 
vedere nelle sue parole spesso ingiuriose all’indi- 
rizzo dei pagani, le sue preferenze personali, si 
mantenne sempre sul terreno della libertà. Dopo. 
il periodo della persecuzione, la libertà poteva 
sembrare un privilegio, ma non lo era. Nel 313, 
319, 320 Costantino tolse ai sacerdoti cattolici gli 
oneri municipali; ma i preti pagani ne erano già 
esenti. Egli ebbe abbastanza prestigio personale 
per fare capitolare lo Stato pagano senza dimi- 
nuzione dello Stato. È stato osservato che era per 
parecchi titoli il rappresentante del paganesimo 
,nel suo tramonto: « Il rispetto che aveva pel Dio 
della sua vittoria era tutto pagano. Restava il 
Capo religioso dello Stato pagano, interveniva negli 
affari religiosi in virtù del vecchio principio pa- 
gano che il dominio della religione e quello dello 
Stato sono confusi. Alla fine della sua vita al- 
lorchè si faceva battezzare da un ariano, faceva un 
mercato col suo Dio nella maniera pagana » (1). 
Comunque, s'era fatto un bel passo. Da persegui- 
tata, la nuova religione diveniva protetta dallo 
Stato. Questa protezione non era nè gratuita, nè 
esente da pericoli. Sin d’allora si pose il pro- 


(1) Légendre e Chevalier: Le cattolicisme et la 
Société. Paris. 


Sat MM 


blema: Tra il potere spirituale e il potere tem- 
porale quali rapporti dovevano esistere? Da oltre 
sedici secoli dura il dibattito che promette d’es- 
sere eterno. Venne trasportato l’impero a Bi- 
sanzio. Bisanzio è Roma pagana rifugiata in O- 
riente. Il Cesarismo continua ad alzare bandiera 
contro lo spirito nuovo. La città del Bosforo che 
sembrava chiamata alla vita per dare una capitale 
cristiana agli imperatori convertiti smentiva ben 
presto le speranze concepite. 

Mentre Roma andava di più in più diventan- 
do la capitale della Chiesa universale, Bisanzio, 
edificata all'ombra della croce, diveniva il ba- 
luardo delle idee e dei costumi ripudiati dalla 
città eternà. Passando dalle rive del Tevere a 
quelle del Bosforo gli imperatori vi trasportarono 
il paganesimo ufficiale. La nostalgia del passato 
era più viva che mai. La sola concessione fatta 
alle idee cristiane fu di lasciare cadere alla lunga 
il titolo di «dii » che si dava ai Sovrani prima 
del secolo quarto. Nel quinto e anche più tardi 
non mancavano gli adulatori che non arrossivano 
di chiamare coll’appellativo di «divi » principi 
cristiani. A parle la questione nominale, i Cesari 
di Bisanzio, eredi diretti dei Cesari della vecchia 
Roma, reclamavano gli stessi diritti dei loro prede- 
cessori. I Cesari avevano esercitato l’ufficio di 
Sommi Pontefici del culto pagano. I Cesari di Bi- 
sanzio, come i boro predecessori, intendevano re- 
stare gli arbitri del cielo e della terra, regnare 


BI a 


nella società religiosa come in quella temporale. 
I loro canonisti giustificavano la pretesa di Cesare 
di conservare il titolo di Sommo Pontefice coll’ar- 
gomento specioso che aveva avuto lo stesso diritto 
nella religione pagana. Trascorsero settant'anni tra 
la conversione di Costantino e l’abdicazione da 
parte di Graziano a questa dignità che doveva 
considerarsi a buon diritto un anacronismo storico. 
Nel settimo secolo un’illustre confessore, San Mas- 
simo, periva nei supplizi per avere rifiutato di ri- 
conoscere il pontificato di Costante II e nel secolo 
VIII, un imperatore eretico, Leone l’Isaurico ri- 
vendicava, di fronte al Papa stesso, l’autorità 
assoluta sulla Chiesa e sullo Stato. 

« Io sono prete e Re » scriveva egli a Gre- 
gorio II (1). Questi strani pontefici, seguendo l’e- 
sempio di Costanzo e di Valente, dirimevano le 
controversie dottrinali, a colpi di editti imperiali 
e redigevano essi stessi gli articoli di fede che loro 
piaceva d’imporre ai popoli. Più di un dogma di 
marca ufficiale venne lanciato dalla Corte, senza, 
naturalmente, il riconoscimento della Chiesa. 

» E del resto lo stesso Costantino non s'era 
chiamato il vescovo esteriore? In base a questo 
ultimo epiteto, inviava talora il ricorso degli ere- 
tici al giudizio dei Concili. Esaltato invece dal 
titolo di vescovo, sosteneva tale altra fiata l’eresia 
contro l’ortodossia, Ario contro S. Atanasio, gli 


(1) S. Gregor, II, Epist. 


— 40 — 


Ariani contro S. Atanasio. L’ambiente in cui revi- 
vevano le pretese del nuovo Cesarismo era mera- 
vigliosamente preparato ad accoglierle. Le popo- 
lazioni d'Oriente non avevano la fermezza solida 
del cristianesimo d’occidente. Bisanzio — è stato 
giustamente detto — era un impero romano di 
nazione greca e di costumi orientali. L’assolutismo 
cesareo aveva trovato il terreno adatto. Ci furono 
indubbiamente delle nobili eccezioni, registrate nel 
libro d’oro della storia, ma non è meno vero che 
vescovi, preti, monaci e fedeli bizantini rivaleggia- 
vano d’abbiezione ai piedi di Cesare. Ma se l’O- 
riente era muto, l'Occidente non lo era. La voce 
del Papato risuonava come un grido di dolore tutte 
le volte che il Sacerdozio orientale si prostituiva 
ai piedi del Cesare di Bisanzio. Questo grido di 
dolore urtava il Sovrano del Bosforo, perchè la 
Sede di Roma — lo sì volesse o no — era consi- 
derata come il centro, la testa della Chiesa, ad 
Oriente come ad Occidente. Per soffocare quella 
voce la lotta contro Roma divenne per gli impera- 
tori una questione di vita o di morte. Tutte le 
forze d’Oriente vennero lanciate contro il Papato. 
Parecchi papi perirono in prigione o in esilio. 
Parecchie volte il mondo cristiano vide il suo capo 
spirituale trascinato come un malfattore attra- 
verso l'impero; ma se si facevano morire i Papi, 
non si poteva ottenere il loro silenzio. La loro 
missione era di parlare altamente, di richiamare 


cs RE a 


attraverso i secoli il motto liberatore: Date a Ce- 
sare quello che è di Cesare.... 

Il cesarismo si sentiva per altro battuto. Se 
non era possibile sigillare il labbro dei successori 
di Pietro, si potevano sottrarre i cristiani d'Oriente 
all'autorità dei Papi. Procedettero per tappe. Di 
fronte alla Sede di Roma, edificarono il Patriar- 
‘ cato di Costantinopoli. Come avviene sempre in 
queste contingenze, fecero appello al sentimento 
nazionale. Proclamarono che occorreva affrancare 
la Chiesa greca dal giogo umiliante — dicevano — 
della Chiesa di Roma e ristituirle la sua dignità 
di Chiesa nazionale e sovrana. I canonisti bizan- 
tini, per riuscire, rabbuiarono le idee. Pretesero 
che la supremazia, del Papa — che riconoscevano . 
in linea di fatto, ma che volevano sabotare — era 
dovuta alla supremazia politica che Roma aveva 
avuto nel passato. Ora che la Roma nuova era 
alla stessa altezza politica della Roma antica do- 
veva avere le stesse prerogative religiose. Il Pa- 
triarca di Costantinopoli doveva quindi venir con- 
siderato come pari, non inferiore al vescovo di 
Roma. 

Questo argomento aveva già servito a far pas- 
sare Bisanzio da semplice vescovato a Patriarcato. Si 
prescindeva dal carattere spirituale e dalla Costitu- 
zione divina della Chiesa. La si faceva dipendere 
dalle vicissitudini politiche. La plebe fanatica non 
si domandava se sottraendosi all’autorità di Pietro, 
fondamento e cardine della Chiesa universale il 


- 42 — 


Patriarca di Costantinopoli non sarebbe poi caduto 
sotto il despotismo illegittimo dell’imperatore. 

La roliura tra Bisanzio e Roma si rendeva 
così inevitabile. Fu Fozio ad alzare pel primo lo 
stendardo dello scisma orientale. Spezzando l’u- 
nione cristiana, Fozio inaridiva per la società 
greca le sorgenti di vita scaturienti dalla rocea di 
Pietro e gettava la Chiesa d’Oriente ai piedi dei 
Cesari bizantini. Il crimine era così empio ed in- 
sensato — sopratutto tenuto conto del pericolo 
che l’Islam dichiarasse una guerra di sterminio — 
che parecchi imperatori non osarono avanzare 
nella via aperta da Fozio. Ma ormai il dado era 
gettato. Michele Cerulario, due secoli dopo di luiì, 
andava sino al fondo della rottura. L’Islamismo 
| attraversava a passi da gigante le provincie greche 
dell’Asia Minore e si stabiliva a Nicca quasi di 
fronte al Palazzo imperiale. Dichiarata la rottura, 
‘gli imperatori stessi si videro obbligati di scon- 
fessarla. Di fronte alla minaccia della mezzaluna, 
supplicarono il Papa e le popolazioni cattoliche 
d'Occidente ad accorrere in soccorso. La procla- 
mazione dello scisma apriva gli occhi dei Cesari 
bizantini sul carattere fatale di questo. Le offerte 
ai Papi di ritorno all'unione si moltiplicarono. - 

Ancora alla vigilia del 1453, negoziavano al 
Concilio di Firenze per ristabilire l’unità religiosa 
da loro spezzata e per dare all'impero agoniz- 
zante la forza che attendevano dai Crociati. Ma era 
troppo tardi. Il popolo corrotto, che li aveva se- 


di MI 


guiti contro Roma, rifiutò di far macchina indie- 
tro, e nel momento in cui la scimitarra dell’Islam 
era già levata sul suo capo, profferì il grido stu- 
pido: Piuttosto turchi che Papisti! Fu l’ultimo ad- 
dio dal mondo greco spirante. La storia eseguì 
con una fedeltà implacabile questo desiderio di 
dannati (1). 

Questa era la conseguenza finale dell’asser- 
vimento della Chiesa d’Oriente ai voleri dei Ce- 
sari bizantini. « Invece di dominare il mondo per 
civilizzarlo, essa — la Chiesa d'Oriente — al dire 
di Goffredo Kurth si lasciava dominare da lui. Ogni 
qualvolta le circostanze la sollecitavano a qualche 
iniziativa generosa, essa si limitava a guardare 
dalla parte del trono, e, senza gioia e senza fie- 
rezza, eseguiva servilmente gli ordini che cadevano 
dall’alto. La regina delle anime era abbassata 
al rango di istituzione pelitica. 

Il suo Sacerdozio fu trasformato in un corpo 
di funzionari; i suoi preti divennero dei popì e 1 
suoi patriarchi dei compiacenti cappellani di Corte 
che tremavano sotto la mano dell'Imperatore, essi 
così alteri di fronte al Sommo Pontefice! Il popolo 
disprezzava quel clero che non sapeva rispettare 
sè stesso, e, passando al di sopra dei prelati, i suoi 
pii omaggi andavano alla corona imperiale che era 
l’unica sorgente della devozione pubblica (?). 


(1) Ducas. Histor. byzantin. XXXIX, p. 163. 
(?) G. KurtH: Op. cit., pag. 244-45, vol. I. 


RR 


A questo aveva portato l’abdicazione al pri- 
malto dello spirituale. La Chiesa di Bisanzio, pri- 
vata del succo vitale che traeva dalla sua Comu- 
nione con Roma Caput mundi, era divenuta un 
corpo senz'anima, una specie di gendarme spiri- 
rituale. I. non poteva essere che così. Vladimiro 
Soloviev nel suo libro: « La Russie et l’Eglise 
universelle » dopo aver constato i fatti più incon- 
troverlibili della storia, assorse alla radice di 
questi stessi fatti. Richiamando una delle sue pa- 
gine più lapidarie vediamo come in uno specchio 
la lezione di Bisanzio che si rinnovò a Mosca e a 
Pietroburgo. Scrive adunque Soloviev: « Il governo 
di una Chiesa nazionale separata non è che una 
istituzione storica e puramente umana. Ma il 
Capo dello Stato è il rappresentante legittimo della 
nazione come tale e un clero che vuol essere 
nazionale e niente altro che nazionale deve, volere . 
o no, riconoscere la sovranità assoluta del governo 
secolare. La sfera della esistenza nazionale non 
può avere in sè stessa, che un solo ed unico centro, 
il Capo dello Stato. L’episcopato di una Chiesa 
particolare non può per rapporto allo stato pre- 
tendere alla sovranità del potere apostolico che 
unendo realmente la nazione al Regno universale 
o internazionale di Cristo. Una Chiesa nazionale, 
se non vuole sottomettersi all’assolutismo dello 
Stato, vale a dire cessare di essere Chiesa per di- 
venire un dipartimento della amministrazione ci- 
vile, deve necessariamente avere un appoggio reale 


= I a 


fuori dello Stato e della nazione; legata a questa 
da vincoli naturali e storici, essa deve nello stesso 
tempo appartenere nella sua qualità di Chiesa a 
un circolo sociale più vasto con un centro indipen- 
dente e una organizzazione ‘universale di cui la 
Chiesa locale non può essere che un organo par- 
licolare. 

« I Capi della Chiesa russa non potevano, 
per resistere all’assolutismo assorbente dello Stato; 
appoggiarsi sulla loro metropoli religiosa che non 
era essa stessa che una Chiesa nazionale da lungo 
assoggetata al potere secolare. Non la libertà ec- 
clesiastica, ma il Cesare-papismo ci è venuto da 
Bisanzio dove questo principio anticristiano si svi- 
luppò senza ostacoli dal secolo IX. -La gerarchia 
greca, rigettando essa stessa il potente appoggio 
che trovava prima nel centro indipendente della 
Chiesa universale, si vide abbandonata completa- 
mente alla mercè dello Stato e del suo autocrate. 
Prima dello scisma, ogni volta che gli Imperatori 
greci invadevano il dominio spirituale e minaccia- 
‘vano la libertà della Chiesa, i rappresentanti di 
questa — sia S. Giovanni Grisostomo, S. Flaviano, 
S. Massimo il Confessore, S. Teodoro lo Studita, 
sia il Patriarca S. Ignazio — si volgevano verso il 
centro internazionale della cristianità, ricorrevano 
all’arbitrato del Sommo Pontefice, e se soccombe- 
vano essi stessi, vittime della forza brutale, la loro 
causa, la causa della verità della giustizia e della 
libertà non mancava mai di lrovare a Roma un 


°D 


sostegno incrollabile che le assicurava il trionfo 
definitivo. 

La Chiesa Greca in quel tempo era e si sen- 
tiva una parte vivente della Chiesa universale, 
intimamente legata ‘al grande tutto del centro co- 
mune dell’unità — la cattedra apostolica di Pie- 
tro. Questi rapporti di dipendenza salutare verso 
un successore degli Apostoli supremi, verso un 
' Pontefice di Dio, questi rapporti puramente spiri- 
tuali, legittimi e pieni di dignità, furono sostituiti 
da una soggezione profana, illegale ed umiliante 
al potere di semplici laici e d’infedeli. | 

« Non si tratta qui di un accidente storico 
ma della logica delle cose che toglie necessaria- 
mente ad ogni Chiesa puramente nazionale la sua 
indipendenza e la sua dignità e la mette sotto il 
giogo più o meno pesante, ma sempre disonorante, 
del potere temporale. 

« In ogni paese ridotto a una Chiesa nazio- 
nale il governo secolare (che sia aristocratico © 
costituzionale) gode della pienezza assoluta di tutta 
l'autorità; e l'istituzione ecclesiastica non figura 
che come un ministero speciale dipendente dalla 
amministrazione generale dello Stato. Lo Stato 
nazionale è qui un corpo reale e completo esi- 
stente da sè e per sè e la Chiesa non è che una 
parte, o, per meglio dire un certo lato dell’orga- 
nismo sociale del fuffo politico e non esistente 
| per sè che nell’astrazione. 


Sl Qi ee 
®» 

Questa servitù della Chiesa è incompatibile 
colla sua dignità spirituale, colla sua origine di- 
vina, colla sua missione universale... 

« Ci si dice che l’imperatore di Russia è un 
figlio della Chiesa. Dovrebbe esserlo come capo 
di uno Stato cristiano. Ma perchè lo sia effetti- 
vamente, bisogna che la Chiesa eserciti una auto- 
rità sopra di lui, che abbia un potere indipendente 
e superiore a quello dello Stato. Colla migliore 
volontà del mondo, il monarca secolare non po- 
trebbe essere veramente il figlio di una Chiesa di 
cui è nello stesso tempo il Capo e che governa per 
mezzo de’ suoi impiegati. 

« La Chiesa di Russia, privata di ogni punto 
d'appoggio, di ogni centro di unità fuori dello Stato 
nazionale, ha finito necessariamente per essere 
asservita al potere secolare; e quest’ultimo, non 
avendo più nulla al di sopra di sè sulla terra, 
non avendo nessuno da chi avrebbe potuto ricevere 
una sanzione religiosa, una delegazione dell’auto- 
rità di Cristo, è sboccato non meno necessaria- 
mente nell’assolutismo anticristiano... Dio s'è fatto 
uomo nella persona del Messia ebreo nel mo- 
mento in cui l’uomo si faceva dio nella persona 
del Cesare romano. Gesù Cristo non ha attaccato 
Cesare e non gli ha disputato il suo potere; ma 
ha dichiarato la verità su di lui. Ha detto che. 
Cesare non era Dio e che il potere cesareo era 
fuori del regno di Dio. Rendere a Cesare la 
moneta che fa battere e a Dio tutto il resto era 


e 48 


ciò che si chiama oggi la separazione della Chiesa 
dallo Stato, separazione necessaria finchè Cesare 
è pagano, impossibile quando diviene cristiano... 
Un cristiano, che sia re o imperatore, non può 
restare fuori del regno di Dio e opporre il suo 
potere a quello di Dio. Il comandamento supremo 
« Rendete a Dio quello che è di Dio » è neces- 
sariamente obbligatorio per Cesare stesso se vuole 
essere cristiano. Lui pure deve rendere a: Dio 
ciò che è di Dio ». 

Queste verità intuite dal genio di Soloviev 


sono il coronamento di questo capitolo e trove- 


“ranno nuova luce nel corso di questo studio. 


Lim ci cm lee 


L ie cit int N 


I BARBARI 


Chiesa e Stato 


| barbari 


Nel quarto secolo l'impero romano, dopo tre- 
cento anni di battaglie interne ed esterne, si tro- 
vava stremato di forze. I più gravi problemi che 
avrebbe dovuto risolvere si sollevavano dinanzi 
a lui più minacciosi che mai. Non aveva potuto 
estirpare il cristianesimo che aveva messe, anzi, 
radici più profonde ed estese in tutto l’impero, 
e non aveva saputo domare i barbari. il malessere 
era generale e .ad onta di ciò, come avviene in 
queste ore torbide, il mondo continuava a correre 
verso il baratro fatale ridendo e coronandosi di 
rose. Sarebbe stato necessario riconciliare l’impero 
coi cristiani e coi barbari, dando alla civiltà ro- 
mana una base più larga ed universale ed interes- 
sando il genere umano all’'« eternità » dell’impero 
in cuì s'era creduto lungamente. 

Costantino ebbe questo lampo di genio e ne 
prese l'iniziativa. Teodosio il grande ne proseguì 
con intelligenza e tenacia la realizzazione. Noi 
vediamo infatti sotto Costantino introdotti i bar- 
bari nelle cariche civili. Dal canto loro i vescovi 
seggono nei consigli dell'Imperatore. I persecutori 
di ieri non potevano varcare le soglie della reggia 
senza incontrare, favoriti da Cesari, quei Pon- 


cy BI 


tefici che prima solevano comparire davanti ai 
tribunali per sentirsi leggere le più terribili sen- 
tenze. Quale mutamento! Una Roma cristiana e 
barbara appariva un controsenso per coloro che 
vedevano nei barbari e nel cristianesimo la ne- 
gazione della civiltà romana! L'evoluzione andò 
accentuandosi. Graziano portava il costume bar- 
baro e rigettava con sprezzo la veste di grande 
Pontefice pagano per meglio soltolineare la du- 
plice riconciliazione dei barbari e della Chiesa 
cristiana coll’impero. Sotto Teodosio la trasforma- 
zione fu anche più visibile. I vescovi non avevano 
nemmeno l’aspetto di protetti, ma erano dei veri 
principi, circondati di una maestà senza pari. 
Non apparivano come debitori del loro splendore 
a Cesare, come sotto Costantino, ma sembravano 
invece comunicare parte della loro aureola al- 
l’imperatore. 

I barbari non disprezzavano la civiltà romana, 
ne erano anzi soggiogati: Tipico il caso di Ful- 
genzio, vescovo di Ruspa in Africa. Egli era stato 
un alto funzionario del regno vandalo. Recalosi a 
Roma, si unì alla folla, nel suo povero vestito 
da monaco per assistere alle solennità pubbliche 
che si davano sul Foro « Allora — dice il suo 
biografo — colto d’ammirazione alla vista di quei 
templi, di quegli archi di trionfo, di quei monu- 
menti d’onore, i,suoi pensieri s’innalzarono ed 
esclamò: Come deve essere bella la celeste Ge- 


- 53 — 


rusalemme, se la Roma terrestre ha tanto splen- 
dore! » (1). 

I cristiani che vedevano nell’Imperatore l’or- 
gano di quel potere che Dio stesso depose nel 
seno di tutte le società umane, quando Cesare 
ricevette l'onda battesimale, furono naturalmente 
portati a riconciliarsi sul terreno del patriottismo. 
Accettarono la teoria secondo cuì l’impero rappre- 
sentava nella vita terrestre quella unità del genere 
‘umano che la Chiesa realizzava nella vita spi- 
rituale. 

« La Chiesa — scrive Kurth — fece tutto 
quello che potè per realizzare questa grande idea. 
‘Accettò lealmente il protettorato degli imperatori. 
Alla stessa guisa con cui era stata cauta di fronte 
ai loro predecessori pagani, si mostrò altrettanto 
fiduciosa quando questi divennero suoi figli. Molte 
volte, dopo quesl’epoca, essa sostenne forli as- 
salti per difendere, contro principi cristiani, dei 
diritti che nella prima ora della riconciliazione 
aveva lasciato esercitare dagli imperatori, tanta 
era la sincerità con cui aveva aderito al regime 
inaugurato da Costantino > (?). Purtroppo l’im- 
pero non seppe approfittare — salve poche ecce- 
zioni — delle buone disposizioni trovate nel mondo 


(1) Quam speciosa potest esse Hierusalem coelestis 
si sic fulget Roma terrestris. Vita Fulgentii, Migne 
P. L., t. LXV, col. 131. 

(2?) G. KuRTH: Op. cit., p. 196-597. 


e 


germanico e nella Chiesa e allora l'inevitabile 
doveva avvenire. L’impero era rimasto pagano 
con imperatori e popolazioni cristiane. 

Di cristiano non aveva che la vernice. Il vec- 
chio principio pagano della divinità dello Stato e 
dei poteri illimitati di Cesare continuava a sus- 
sistere. Gli imperatori non potevano afferrare la 
nozione di una società spirituale indipendente 
dalla loro autorità. S'indignavano perchè questa 
società non si faceva loro ancella. Come? Ave- 
vano onorata, protelta, elevata alla dignità d’isti- 
tuzione ufficiale la Chiesa, e questa non era ancora 
soddisfatta! La situazione era peggiorata per la 
Chiesa sotto alcuni aspetti. Il nemico era pene- 
trato nella sua cittadella. Dopo la conversione di 
Costantino, la moltitudine delle anime venali che 
la vittoria attira e che divengono l'imbarazzo e 
l’obbrobrio del vincitore aveva varcate le soglie 
dei templi cristiani. Invano era scesa su di loro 
l'onda battesimale. Sopraviveva la vecchia anima 
pagana. Del cristianesimo non avevano che la 
tessera esteriore, che doveva facilitare il còm- 
pito di paganeggiare ad oltranza sotto la denomi- 
nazione cristiana. Trovarono nell’eresia la for- 
mula sopportabile del cristianesimo. Se l’Ariane- 
simo fu di tutte le eresie la più popolare e la più 
duratura, si deve a ciò che poggiava sulla reazione 
pagana interna. Professare l’arianesimo signifi- 
cava dar prova di cultura intellettuale. L’ariane- 
simo accettava volta per volta i Simboli più op- 


- 55 — 


posti, salvo a scartarli l’un dopo l’altro con inter- 
pretazioni sottili; ma non sapeva rassegnarsi ad 
acceltare la distinzione dei due poteri, civile e 
religioso. Non ci doveva essere che una forza, 
quella di Cesare, dello Stato, e quegli Ariani che 
si mostravano insolenti di fronte alla Chisea, si 
proslernavano volentieri davanti a Cesare. Lo 
salutavano sacriligamente col titolo di Vescovo 
universale (1). Negavano l'eternità del Verbo Fi- 
glio di Dio e trattavano l’imperatore come Si- 
gnore eterno (?). La risurrezione del Cesarismo 
pagano sotto gli auspici dell’Arianesimo trovava 
naturalmente favorevoli gli imperatori. I primi 
successori di Costantino considerarono l’eresia 
d’Ario come la vera forma del cristianesimo e 
l'avrebbero fatta trionfare se intrepidi difensori 
della fede ortodossa non avessero opposta la più 
energica resistenza. La Chiesa conobbe allora delle 
umiliazioni che le erano state risparmiate sotto gli 
imperatori pagani. I suoi vescovi vennero trasfo- 
mati in impiegati revocabili ad nutum del potere 
civile. I suoi Concili furono presieduti da com- 
missari imperiali coll’incarico di far prevalere le 
formole inviate dall’anticamera del Palazzo di Bi- 
sanzio. L'esilio e la prigione erano la sorte certa 
di quei prelati che preferivano ubbidire più a Dio 
che agli uomini. Tutte le resistenze erano state 


(1) Euseb. Vit. Costanten, I, 44. 
(3) Sozomen Hist. eccl., IV, 17. 


= 


spezzate. Il faro della vita religiosa parve spento. 
La parola di San Gerolamo, secondo cuì l'universo 
si risvegliò attonito di trovarsi ariano, non era. 
un’amplificazione rettorica (1). D’altra parte il pa- 
ganesimo, religiosamente, era stato colpito a morte. 
Sulle vette delle Alpi i soldati di Teodosio ri- 
devano strappando le folgori d’oro daile mani di 
Giove (2). A Roma in pieno tempio di Vesta, le 
donne silaccavano i co/liers della dea per sospen- 
derli ai loro colli (3). I pagani stessi deridevano 
Giuliano quando frugava nelle viscere delle bestie 
. per ristabilire i vecchi sacrifici (*). Il pagane- 
. simo, scomparso come religione, riviveva negli 
strati superiori come filosofia e come iendenza 
sociale. 

In questo stato di cose, l'impero non si po- 
teva più dire pagano in quanto toglieva esso 
stesso, dietro intervento dei vescovi cristiani, la 
Statua della Vittoria dalla Sala delle delibera- 
zioni del Senato; e d’altra parte la vernice di cri- 
stianesimo che aveva assunto nascondeva un'anima 
pagana che non permetteva il rinnovamento in- 
terno atto a trasformare il mondo barbaro. Ad 
onta di ciò, fino a che l’impero aveva saputo 
resistere ‘alle orde barbariche, la Chiesa gli fu 


(1) S.. Hieronym. Dialog avv. Lueiferiam c. 19. 
(2) S. Agostino: De Civittate Dei v. 26. 

(3) Zosim. V. 38. 

(4) Zosiîm. V. 19. 


- 57 — 


fedele. Gli scritti di S. Ambrogio, S. Agostino, 
S. Paolino da Nola abbondano di dichiarazioni di 
lealismo sincero. Anche nel periodo delle perse- 
cuzioni, la Chiesa era stala riconoscente all’im- 
‘pero per la pace e l’unità romana che avevano 
reso possibile in qualche modo la sua organizza- 
zione amministrativa. I primi urti dei barbari 
non scalfirono il suo lealismo. I missionari inviati 
alle tribù che avevano oltrepassato il Danubio 
ditfondevano il regno di Dio e la civiltà imperiale. 
Dietro l'esempio di Nicetas, vescovo di Remesiana 
nel paese dei Daci, essi insegnavano ai loro neofiti 
a « cantare Cristo con cuore Romano » (!). Quan- 
do l'impero d'occidente soccombette definitiva- 
mente sotto i colpi d’Alarico, la Roma cristiana 
divenne naturalmente l'erede di Roma imperiale. 
Ne conservò il senso pratico, lo spirito di governo, 
e abbastanza sovente persino le direzioni ammi- 
nistrative. Alla Civitas succedette il Vescovado, 
alla provincia romana la provincia ecclesiastica, 
retta da un metropolitano. È noto il sacco di Roma 
sotto Alarico. I templi, i palazzi, le case private 
soccombettero sotto le rovine. Per dieci giorni 
la città fu in preda ai barbari e alle fiamme. Non 
sussistette che un'oasi: il luogo sacro dove ripo- 
savano i corpl di S. Pietro e di S. Paolo. « Sono 
venuto a far guerra agli uomini non agli Apostoli » 


e de 4 tit nn 


(1) Per te barbari diiscunt resonare Christum Corde 
Romano: Paolino da Nola al suo amico Nicetas P. L. 


_ 58 — 


diceva il capo dei Visigoti. Ma un giorno gli Apo- 
stoli preservarono gli uomini. Una vecchia donna, 
che un soldato voleva spogliare, disse a quest’ul- 
timo: 

— Io sono depositaria dei tesori apostolici. 
Non ho nè la forza di difenderli, nè il diritto di 
darteli. 

Prevenuto Alarico, ordinò che quegli oggetti 
fossero portati con grande pompa alla Basilica 
alla quale appartenevano. Si formò un corteo di 
vinti e di vincitori. Goti e Romani unirono i 
loro canti. A questi tesori di S. Pietro per volontà 
di Alarico era unito come un diritto d’asilo am- 
‘bulante. O 

L’umile cristiana, che s'era detta depositaria 
di quei tesori, era stata più possente dei Senatori 
d'un tempo che attendevano i Galli sulle sedie 
curuli. Grazie al prestigio déi due Apostoli essa 
contribuiva a salvare Roma. Per comprendere 
ciò, occorre richiamare la mentalità pagana. In 
ogni città un oggetto sacro, rappresentazione del 
dio nazionale, era considerato come la difesa su- 
prema degli abitanti. Il nemico cercava di togliere 
quesl’oggetto, misterioso ostacolo alla sua vittoria. 
L'invasione d’Alarico dimostrò che il palladio di 
Roma s’era spostato. Non era più al Campidoglio 
o al tempio di Vesta, ma alla tomba degli Apostoli. 

Roma stessa era mutata, o, per meglio dire, 
verano due Rome, di cui una spirava sotto i 


Li 9. 


colpi dei soldati d’Alarico e l’altra nasceva a vita 
nuova. Occorreva sbarazzare il terreno per que- 
st'ultima. : 

Per mezzo de’ suoi vescovi, divenuti i difen- 
sori della città, la Chiesa servendo da interme- 
diaria tra i barbari e le popolazioni dell’impero, 
fu lo strumento della loro fusione. Per mezzo de’ 
suoi monasteri, salvò il tesoro della letteratura 
antica. Incominciò un nuovo apostolato missio- 
nario. La missione medioevale non tendeva tanto 
alla conquista del singolo individuo quanto piut- 
tosto alla conversione della massa, che teneva ‘ 
dietro alla conversione dei principi e dirigenli. 
Una volta che le popolazioni venivano aggregate 
alla Chiesa la linfa vitale veniva loro comunicata 
e lentamente, ma continuamente succedeva la tra- 
sformazione. L’avvicinare l'individuo singolo a- 
vrebbe giovato ben poco essendo esso incapace 
di decisioni proprie. Si pensò quindi di conquistare 
tutto il popolo, la tribù, incominciando dai capi € 
più tardi dai re e dai principi che ne assunsero 
il governo. Secondo il diritto germanico, il prin- 
cipe doveva a coloro che s’'impegnavano a se- 
guirlo da vicino, il vitto e la difesa, mentre alla 
loro volta i seguaci del principe dovevano sotto- 
stare — anche per ciò che riguardava la reli- 
gione — alla volontà del principe. E poichè il se- 
guito del Re esercitava una enorme influenza sul 
resto della popolazione, questa veniva general- 


+= 60 — 


mente acquisita all’Evangelo per mezzo suo (!). 

È tipica a questo riguardo la conversione di 
Clodoveo. La Chiesa trovavasi in condizioni parti- 
colarmente difficili. I despoti di Bisanzio le prepa- 
ravano ogni giorno nuove catene. Si potè affer- 
mare con frase molto espressiva che in tutto 
l'impero d'oriente non c'era un luogo dove la sua 
preghiera potesse ascendere verso Dio senza il 
visto di Cesare. In Occidente la situazione non 
era soverchiamente più brillante. Le frontiere del 
‘ cristianesimo, che, nel secolo IV, oltrepassavano 
quelle dell'impero, parvero restringersi. Le fonti 
d’acqua viva scalurienti dal cristianesimo sembra- 
vano inaridirsi al contatto coll’Arianesimo. Un bel 
giorno si apprese che Clodoveo, re dei Franchi, 
sera convertito al cattolicismo e che una grande 
parie del suo popolo era sceso con lui nell’acqua 
battesimale a Reims. In quell’ora critica la notizia 
assumeva il carattere di una vera rivoluzione sto- 
rica. Bianco veslito Clodoveo e tre mila guerrieri 
del suo popolo passarono sotto le volte auguste 
della cattedrale di Reims (?). Invece di divenire 
lo strumento dell’Oriente, Clodoveo preferì restare 
arbitro dell'Occidente. Gregorio di Tours ebbe 
a chiamarlo un novello Costantino. Sotto un certo 


o 


(1) Komen diede questa dimostrazione pei Franchi, 
per gli Anglo-sassoni, Danesi ecc. 
(*) S. Greg. Tur. His. eccl. Franc., II, 31. 


— 61 —- 


rispetto, la conversione di Cloiloveo fu più impor- 
tante di quella di Costantino. 

Questi infatti aprì soltanto un nuovo periodo 
nella, storia, mentre Clodoveo iniziò un’epoca nuo- 
va. Non si può determinare con certezza il mo- 
vente principale della conversione di Clodoveo. 


Alcuni con Nicezio di Treviri ritengono che fu 
avvinto dalla potenza della verità della dottrina 
cristiana. Altri vogliono scorgervi dei motivi po- 
litici. Come già Costantino, Clodoveo avrebbe rico- _ 
nosciuto che l’avvenire apparteneva al cristiane- 
simo. Per questo avrebbe favorita la fusione dei 
Franchi coi Romani cercando l’appoggio del clero. 
Dei terzi seguono una via di mezzo, non esclu- 
dendo il movente politico a cui sarebbe andata 
aggiunta la convinzione della potenza del Dio dei 
cristiani, di cui Clodoveo voleva assicurarsi la 
protezione. Checchè sia di ciò, quello che importa 
è il fatto. Il cristianesimo è un fatto che si impone 
per molteplici aspetti e si presenta con nuove ri- 
sorse ad ogni epoca storica. 

Nei primi secoli dell’éra nuova, gli apostoli, i 
missionari si affidaho allo splendore dell’ idea 
di cui sono depositari, se ne fanno banditori 0- 
vunque, facendo appello alle coscienze individuali, 
anche a costo di pagare col martirio il loro corag- 
gio apostolico. Nel periodo susseguente, lo Stato 
non si erige più contro la Chiesa di Cristo, ne è 
anzi divenuto il protettore, sebbene a modo suo. 
I missionari cambiano atteggiamento di fronte ai 


- 62 — 


pagani che si sono annidati specialmente nelle 
campagne; e quando crolla il colosso, l'impero 
romano d'Occidente, e i barbari si presentano 
come i nuovi dominatori, la Chiesa non li prende 
di fronte, ma si presenta loro come una grande 
forza morale. Questa forza morale ha anche la 
pretesa d’imporre loro la sua legge di civiltà e 
d'amore, e poichè la massa incolta non ha una vo- 
lontà propria distinta da quella del Principe, la 
missione della Chiesa è di circuire innanzi tutto 
il Principe e di aprire a lui e a' suoi popoli 
le vie della salute. Una volta che il Principe 
sarà convinto di ciò, la missione presso il popolo 
sarà preventivamente sicura del successo. I bar- 
bari non possono colturalmente competere coi 
missionari cattolici, ma dacchè i loro /eaders pas- 
sano il Rubicone, la massa si associa e varca le 
soglie della Chiesa. Spetterà poi ai missionari di 
trasformare colla parola e coll’esempio l’anima 
dei barbari su cui è discesa l’onda battesimale. 
Nella storia della Chiesa e della missione me- 
dioevale, Bonifacio rappresenta per l’importanza 
della sua personalità e dell’opera sua quello che 
fu l’Apostolo delle genti, Paolo ai primi tempi 
della cristianità, e San Francesco Saverio nell’e- 
poca moderna (!). 


(1) ERNESTO VERCESI: Oriente ed Occidente. L'at- 
tuale ciclo dell’apostolato missionario, Lega Eucaristica 
Milano. 


se I 


Scrittori non sospetti di preferenze per la 
Chiesa le rendono pubblico omaggio per l’opera sua 
civilizzatrice in mezzo al mondo barbaro. Ascol- 
tiamo Ippolito Taine: « Durante più di cinque- 
cento anni — così egli — la Chiesa salva ciò che 
si può ancora salvare della cultura umana. Essa 
va davanti ai barbari e li guadagna subito dopo 
la loro entrata... Davanti al vescovo in cappa do- 
rata, davanti al monaco vestito di pelli, il Ger- 
manico convertito ha paura: la divinazione vaga 
di un al di là misterioso e grandioso, il sentimento 
oscuro di una giustizia sconosciuta, il rudimento 
di coscienza che aveva già nelle sue foreste d’ol- 
tre-Reno si risvegliano in lui in subiti allarmi 
in semi-visioni minaccianti. Nel momento di vio- 
lare un Santuario, si domanda se non cadrà sulla 
soglia, colpito da 'vertigine. S’arresta, risparmia 
la terra, il villaggio, la città che vive sotto la tutela 
del prete. D’altra parte, fra i capi di guerra dai 
lunghi capelli, accanto ai re, il vescovo mitrato 
e l’abate dalla testa rasa seggono nelle assemblee. 
ÎSono i soli che tengono la penna e sanno discor- 
rere. Segretari, consiglieri, teologi, partecipano agli 
editti hanno la mano nel governo, lavorano per 
mettere un po’ d'ordine nel disordine immenso, 
per rendere la legge più ragionevole e più umana, 
per ristabilire o mantenere la pietà, l'istruzione, 
la giustizia, la proprietà e sopratutto il matrimo- 
monio.... Nelle sue Chiese e ne’ suoi conventi la 
Chiesa conserva le antiche conquiste del genere 


umano, la lingua latina, la letteratura, la teologia 
cristiana, una porzione della letteratura e delle 
scienze pagane, l’archittettura, la scoltura, la pit- 
tura, le arti e le industrie che servono al culto, 
le industrie più preziose che danno all'uomo il 
pane, il vestito e l'abitazione, e sopratutto la mi- 
gliore di tutte le conquiste umane € la più con- 
traria all'’umore vagabondo del barbaro saccheg- 
giatore ce pigro, vale a dire l'abitudine e il gusto 
del lavoro. Al pane del corpo unite quello dell’a- 
nima non meno necessario: poichè cogli alimenti 
occorreva dare ancora all'uomo la volontà di vi- 
vere o almeno la rassegnazione che gli facesse 
tollerare la vita. | 

Sino alla metà del secolo XIII il clero s'è 
trovato quasi solo a fornirla. Colle sue innumere- 
voli leggende di Santi, colle sue Cattedrali e la 
loro struttura ,colle sue statue e la loro espres- 
sione, co’ suol uffici e il loro senso ancora traspa- 
rente, ha reso sensibile « il regno di Dio >», ha 
innalzato il mondo ideale, al termine del mondo 
reale come un magnifico padiglione d’oro al ter- 
mine di una cinta fangosa... Durante più di do- 
dici secoli, il clero ha nutrito gli uomini di questo 
ideale e dalla grandezza della ricompensa, si 
può stimare la profondità della loro gratitudine. 
I suoi Papi sono stati durante due cento anni i 
dittatori dell'Europa. Non crediamo che l’uomo 
sia riconoscente senza un motivo volevole. È trop- 
po egoista e troppo invidioso per questo. Qualun- 


“ 
abb oGiniocone (non aslueoli 


ce n 


que sia l’istituto, ecclesiastico o secolare qualunque 
sia il clero, i contemporanei che l’osservano du- 
rante quaranta generazioni non sono mai cattivi 
giudici. Essi non gli abbandonavano le loro vo- 
lontà, e i loro beni che in proporzione de’ suoi 
servigi e l'eccesso della loro devozione può mi- 
surare l’immensità del beneficio (1) ». 
Allindomani della morte di Giorgio Clemen- 
ceau, la Revue catholique des idees et des faits 
pubblicò un colloquio avvenuto tra il cardinale Mer- 
cier e Clemenceau. Il Primate del Belgio ambiva 
il Mandato sulla Palestina pel suo paese e chie- 
deva al presidente del Consiglio francese che 
prendesse l'iniziativa della cosa. Clemenceau pro- 
mise che avrebbe fatto tutto il possibile per per- 
suadere Lloyd George che era uno dei principali 
arbitri per la soluzione del problema, a dare il 
‘consenso alla proposta. Poi, essendo caduta la di- 
scussione sulla Chiesa nei rapporti col potere 
civile, continuò: « La Chiesa è sorta nel momento 
in cui crollava l’impero romano. Non c’era nes- 
suno allora per prendere il posto dell’impero. 
La Chiesa lo prese per sè. Non c'è nulla di of- 
fensivo nel mio pensiero, signor Cardinale, quando 
io dico: Poichè non c’era più nessun Cesare, la 
Chiesa prese essa la funzione di Cesare. Si è an- 
dati \avanti così per un pezzo. La Chiesa aveva 


(1) H. TainE: Les origines de la France contem- 
poraine, l’ancien regime, p. 4-9. i 


Chiesa e Stato i x 


— 66 — 


allora una funzione. religiosa e una funzione po- 
litica ad un tempo >». È storicamente esatto. La- 
sciando Roma per Bisanzio, parve che gl’impera- 
tori volessero lasciare la città eterna per capitale 
alla Chiesa. 

Dopo la loro partenza, il Papa fu la più alta 
autorità riconosciuta. Era del resto degno di una 
tale missione. Al prestigio che gli dava la sua qua- 
lità di Capo Supremo del mondo cristiano aggiun- 
geva le rendite di numerosi patrimoni della Chiesa 
diffusi in tutte le provincie dell'impero e che fa- 
cevano della Santa Sede il più grande proprietario 
fondiario dell’Italia. L'intervento del Papa nel 
campo temporale era reclamato dai contempora- 
nei. Sotto il regno di Teodorico, il suo ministro 
Cassiodoro scriveva al Papa Giovanni I: 

«< Capo del popolo cristiano voi avete la guar- 
dia della sua sicurezza. lo ve ne prego non lasciate 
cadere sopra di me solo la cura della città di 
Roma. Voi non siete soltanto un Pastore spirituale. 
Voi non potete trascurare gli interessi temporali 
del nostro gregge (!) ». E ciò che ripeteva verso 
la fine dello stesso secolo S. Gregorio il grande: 
« Chiunque porta a Roma il titolo di Pontefice è 
talmente onerato dalla cura delle cose esteriori, 
che sovente si può domandare se è un pastore 
delle anime ovvero un capo temporale (?) ». Que- 





(1) Cassiod. Var. XI, 2. 
(2) S. Greg. Mag. Epist. 1-2. 


et 


‘o, Re 


ste parole fotografavano una situazione. 

L’esarca, al quale il governo imperiale affi- 
dava la cura dell’Italia, non era per le popolazioni 
che uno straniero, agente di un governo tirannico: 
« In quel tempo il Papa — così Goffredo Kurt — 
presente ovunque attivamente, alleviava o pren- 
deva .parte alle sofferenze del popolo ‘italiano e 
godeva di una libertà senza limiti. Con una specie 
di tacito consenso, gli Imperatori, gli esarchi, le 
popolazioni, tuiti vedevano in lui ìl protettore e 
l'arbitro dell’Italia. Giammai potere umano ebbe 
un’origine così santa e pura. Andò in qualche 
modo da sè al Papato, senza che lo cercasse nè 
lo desiderasse, poichè la responsabilità che impo- 
neva era crudele e la corona che dava era una 
corona di spine. Non cadde sui Papi che come un 
giogo penoso al quale si sottraevano gli impera- 
tori. Si difesero finchè potevano contro questa 
elevazione piena di pericoli e s'ostinarono a man- 
tenere il titolo e l’atteggiamento di sudditi di 
Bisanzio mentre erano da tempo i sovrani di 
Roma. Ma gli avvenimenti erano più forti della 
loro resistenza (1) ». 

Ciò riguarda i primi germi che portarono poi 
alla formazione del potere temporale. Per ciò 
che si riferisce all'educazione del mondo barbaro, 
e all'opera civilizzatrice della Chiesa, gli. storici, 
anche della sponda opposta, sono obbligati a ren- 


—. = —___cmc_————6@——6@6- 


(1) G. KuRrTH: Op. cit., 2 vol, pag. 37. 


— 68 — 


dere il debito omaggio, ma ciò che non sì mette 
sempre in rilievo è la gravità estrema del compito 
splendidamente assolto dalla Chiesa. Ci furono 
dei momenti in cui si potè temere che la Chiesa, 
vinta, dovesse rinunciare di civilizzare il mondo. 

La Chiesa, nel suo aspetto umano, non per- 
veniva sempre a sfuggire completamente all’in- 
fluenza della barbarie. Più di una volta si potè 
temere che soccombesse sotto i colpi del nemico 
che voleva domare. Bisanzio aveva fatto scuola 
anche tra i barbari. I re franchi si considerarono 
come i capi della Chiesa nazionale e la tennero 
- sotto il loro giogo. Come essi, credettero di poter 
riunire Concili. Come essi soppressero la libertà 
delle elezioni episcopali. Ciò rendeva oltremodo 
difficile l’opera educativa della Chiesa. L’entrata 
dei barbari nella Chiesa non aveva sempre agli 
occhi di questi ultimi la stessa portata che aveva 
per i missionari. Dichiarandosi fedeli di Gesù Cri- 
sto, molto di essi non gli facevano che un posticino 
nel loro cuore, poichè non rinunciavano intera- 
mente al dio Thor e Wodan. E allorchè, in se- 
guito alla severità del clero; acconsentirono a ban- 
dire le false divinità, portarono nel culto del vero 
Dio le pratiche superstiziose dell’idolatria antica. 
Ancora nell’ottavo secolo, la vita religiosa dei 
Franchi del Belgio s’ispirava ai vecchi miti e al 
vecchio culto. Attirati dall’orrore misterioso dei 
boschetti sacri, correvano sovente, in segreto, u- 
scendo dal festino eucaristico, ad offrire dei sacri- 


— 69 — 


ficii nel bosco, in mezzo agli alberi, alle fontane, 
cantando i loro inni tradizionali. | 

La Chiesa, positiva sempre, ricordandosi dei 
consigli di S. Gregorio il grande, non prendeva di 
fronte i barbari se non la ove c’era opposizione 
diretta allo spirito e alla dottrina della religione 
d'amore. Quante fontane sacre, che erano già state 
oggetto di un culto superstizioso, furono messe 
sotto il patronato di un Santo continuando ad atti- 
rare le moltitudini sotto le loro onde! 

E si avrà il quadro completo della situa- 
zione riflettendo ai bastoni tra le ruote posti dal 
cesarismo barbarico. I concili, privati dell’indipen- 
denza che era loro connaturale, cessarono poco a 
poco di riunirsi. Non ci fu vizio che non facesse 
irruzione anche nelle sedi episcopali coi barbari 
che le occupavano in virtù di una nomina reale. 
Si pùò immaginare come potesse essere il basso 
clero se il così detto alto clero non era immune 
dall’onda corruttrice. Numerosi erano i preti igno- 
ranti, grossolani, superstiziosi. Ve n’erano che non 
sapevano leggere e San Bonifacio nè trovò che 
battezzavano in nomine Patria et Filia, et Spiritus 
Sancti (*). E malgrado tutto ciò, malgrado altri 
scogli che si dovettero superare, nella questione 
della schiavitù per esempio, la civiltà potè uscire 
trionfante sulla barbarie grazie agli sforzi sovru- 
mani della Chiesa. Dopo di ciò, gli animi preve- 


(1) S. Bonif. Epist. 58 (Taffè). 


2: 90 


nuti possono ripetere i vecchi luoghi comuni con- 
tro il Medio Evo; per coloro che guardano in 
faccia alla realtà vera, il Medio Evo resta sempre 
« uno dei periodi più fecondi della storia, il perio- 
do in cui si formano le nazioni dell'Europa nuova, 
in cuì si crea una civiltà differente dalla civiltà 
greco-romana, ma che, sotto certi aspetti, non le 
è inferiore (!) ». In un capitolo a parte, vedremo 
il periodo che va da Carlo Magno a Gregorio VII. 
Ma fin d'ora non possiamo non osservare che al- 
lorquando la Chiesa parve assumere le parti di 
Cesare, l’opera sua era altamente reclamata da po- 
poli e dalla civiltà. Va richiamata a questo riguar- 
do una pagina di storia, altamente suggestiva di 
P. Laberthonniére, che sarà come il suggello 
di questo capitolo: 

+ «La Chiesa era nata nello Stato romano. Lo 
Stato aveva incominciato coll’essere per lei una 
condizione di fatto, anteriore a lei, di cui aveva 
dovuto tener conto come aveva potuto. Temporal- 
mente e naturalmente essa si sentiva dunque su- 
bordinata. Ed essa pensava tanto meno a conte- 
stare questa subordinazione in quanto s'era più 


(1) Lavisse RAMBAUD: Histoire générale Tomo 
1o. Per Augusto Comte il Medio Evo è « l’epoca in cui 
il mondo è stato meglio organizzato ». È ancora « l’im- 
pero romano che rivive spiritualmente, riunisce le ani- 
me europee in un solo fascio, suscitando le sole gran- 
di cose che si siano fatte allora ». Vedi Brunetière: 
L’utilizzazione del positivismo. 


I 


preoccupata della sua libertà spirituale. Di qui 
l'atteggiamento di protetta che abbiamo segnalato 
ma ora tutto era cambiato. Lo Stato romano era 
scomparso. Manifestando che la sua esistenza ne 
era indipendente la Chiesa era al contrario so- 
pravvissuta. E non soltanto era sopravissuta, ma 
‘aveva conquistato alla sua fede i barbari stessi 
che sembravano così non essere stati trascinati 
fuori delle foreste della Germania che per venire 
al battesimo. « Si è spesso parlato e a ragione, del 
prestigio che essa, in seguito, dovette avere ai loro 
occhi e come autorità religiosa e come erede della 
civiltà greco-romana. Ma ci fu qualche cosa di 
più. In questa rifusione generale, i popoli che si 
ricostituirono, erano nati nella Chiesa e sino a un 
certo punto per essa o almeno col suo concorso. 
Per gli Stati nuovi che si formarono, la Chiesa 
divenne adunque una condizione di fatto anteriore 
a loro, a cui dovettero accomodarsi. Frammentati, 
costituenti una polvere di popoli al posto di un 
popolo, con organizzazioni rudimentali, con sole 
tradizioni di costume e senza storia, essi non ave- 
vano più nulla della maestà romana. 

« Per la forza stessa delle circostanze si tro- 
varono alla loro volta portati a prendere di fronle 
alla Chiesa un atteggiamento di protetti, mentre 
da parte della Chiesa, non meno spontaneamente, 
sì era portati a prendere un atteggiamento di 
protettore. Senza che nulla fosse premeditato nè 
si facesse sistematicamente, la supremazia spiri- 


tuale tendeva adunque a prolungarsi in suprema- 
zia temporale. E la si reclamava meno perchè 
s'imponeva,.che perchè se ne aveva bisogno. Non 
si vede bene come, nella confusione che regnava 
allora, avrebbe potuto stabilirsi un po’ d'ordine 
diversamente. E notiamolo — a proposito della 
missione che assunse in quel momento — mnon si 
pensò affatto agli inizi a formulare una dottrina 
Non si penserà che quando sorgerà un’opposì- 
zione. Noi non vediamo ad esempio che la Chiesa 
abbia incominciato ad intervenire da sè per desi- 
gnare i capi dei popoli ne’ anche per confermarli 
nel loro potere. Ma questi, manifestando il loro 
rispetto e la loro deferenza a modo loro, conside- 
rano volontieri che non hanno nulla di meglio da 
fare che di mettere la loro spada al suo servizio. 
« Se fossi stato là come Franchi! » esclama Clo- 
doveo sentendo raccontare il dramma della Pas- 
sione. i 

E il sentimento espresso da queste parole 
circola, modificandosi, attraverso tutto il Medio 
Evo, facendo insorgere l’ Europa’ contro l’ inva- 
sione maomettana, ispirando le canzoni, susci- 
tando la cavalleria, spingendo innanzi le Crociate. 
Non avendo il Cielo inviate le sue legioni per di- 
fendere Cristo, sembra che la terra ora mandi le 
sue. E vengono spontaneamente e non subiscono 
un’ingiunzione, un’ordine ». 

(1) Vedi la prefazione di: Catholicisme et la So- 
ciété, Giard e Briére, Parigi. 


DA CARLOMAGNO A GREGORIO VII. 


Da Carlomagno a Gregorio VII. 


Correva l’anno 800. Il 25 dicembre il Re 
dei Franchi e il Sommo Pontefice Leone III si 
trovavano nella stessa Basilica di San Pietro per 
celebrare le feste del Natale. Erano circondati 
dall’elite dei Signori Franchi e dei Signori Ro- 
mani. Carlo, prostrato davanti alla Confessione di 
San Pietro, si teneva in piedi, chino, in atto di fare 
la sua preghiera. Il Papa pose sulla sua testa . 
‘ una corona preziosa; e la folla, prevenuta, gridò 
unanime: | 

« A Carlo Augusto, incoronato da Dio, gran- 
de e pacifico imperatore dei Romani vita e vitto- 
ria (*) ». Il Natale dell’anno 800, che chiudeva 
il secolo VIII, non apriva soltanto un secolo nuo- 
vo, era anche l’inizio di una èra nuova nella sto- 
ria della Chiesa e del mondo. 

Era fondato il Santo impero romano germa- 
nico. Stefano II aveva precedentemente consacrato 
Re Pipino. I Lombardi, divenuti padroni di tutto 


(1) Il racconto di questo grande avvenimento è 
dato da tutte le cronache dell’epoca. Il Liber Ponti- 
ficalis mette sopratutto in rilievo liniziativa del Papa 
(Liber Pontificalis II, 7). 


I — 


l’esarcato e di Ravenna stessa, marciavano sulla 
Città Eterna (752). Il Papa aveva dato un grido 
dall’arme all’indirizzo di Bisanzio, ma quel su- 
premo appello era rimasto senza eco. Il Cesare 
bizantino si mostrava sordo. Allora, dovendo sce- 
gliere tra il bene del suo popolo tradito da’ suoi 
difensori naturali e l'alleanza coi Franchi, Stefa- 
no II optò per questi ultimi. Egli aveva la respon- 
sabilità della Chiesa universale e di Roma. Si ri- 
volse a Pipino il Breve, e per sottolineare mag- 
giormente la cosa, valicò le Alpi e si recò alla 
Corte del principe Franco. Era il passaggio del 
Rubicone del Papato. Il viaggio di Stefano spostò 
l’asse del mondo cristiano. L'imperatore di Bi- 
sanzio non esercitava la funzione inerente al titolo 
che portava. I barbari minacciavano Roma. 1l 
Papa andò a cercare tra i padroni della Gallia 
un patrizio dei Romani. Così l'Occidente si sosti- 
tuiva all’Oriente nel protettorato della Chiesa. 
Riccheggiano tuttora le parole di Stefano ai Fran- 
chi: « Figli carissimi, ecco che io vi ho avvertiti. 
Se voi vi affrettate ad ubbidire, grande sarà la 
vostra ricompensa, poichè, aiutati da’ miei suffragi, 
voi trionferete di tutti i nostri nemici, voi mange- 
rete i beni della terra in una felice vecchiaia ed 
avrete la vita eterna (1) >». 

Pipino il Breve non esitò. Corse in Italia, 


(1) Stefano Il Epist anno 756 nel Codex Carolinus 
(Jaffé). 


— 77 — 


liberò Roma minacciata, riprese agli invasori l’e- 
sarcato di Ravenna e la Pentopoli e ne fece dono 
al Papato. Da quel momento i Papi, senza pren- 
dere il titolo di Re, si trovarono trasformati in veri 
Sovrani anche temporali e posti alla testa di uno 
Stato indipendente, di cui una parte, il Ducato 
di Roma, loro apparteneva da tempo e l’altra era 
stata offerta da un alleato vittorioso. La consacra- 
zione del Re Pipino da parte di Stefano II e l’in- 
coronamento di Carlomagno per imano di Leone III 
appaiono come fatti connessi nella storia. 

Al tempo di Carlomagno il titolo regale non 
corrispondeva più alla estensione che aveva preso 
il potere del Re de’ Franchi. Egli non era più 
il Sovrano di una sola nazione, ma un vero mo- 
narca internazionale. Si guardava a lui come al 
centro luminoso della civiltà. I Re della Gran 
Bretagna si proclamavano suoi vassalli, quelli 
della Spagna gli rendevano omaggio. Anche Bi- 
sanzio tremava davanti a lui. Gli stessi principi 
mussulmani ne subivano l’ascendente. Harun al 
Raschid gli offrì anche un giorno il protettorato 
dei Luoghi Santi. E così, divenuto a Gerusalemme 
come a Roma, l’erede di Bisanzio, si assumeva egli 
stesso la missione gloriosa-a cui erano venuti meno 
i Cesari di Bisanzio: la missione di difendere la 
civiltà. cristiana nel mondo intero. Allorchè una 
metà dell'Oriente era divenuto un campo dell'I- 
slam e l’altra metà restava un focolare di eretici, 
Roma doveva domandarsi se l’equilibrio dell’Eu- 


ropa doveva essere in eterno subordinato all’O- 
riente. Di qui il trasferimento dell'impero in 
Occidente. Di qui l’incoronamento di Carlomagno, 
imperatore romano. Questo nome designava la 
più alta potenza temporale che si potesse con- 
cepire « La Chiesa — sono parole di Goffredo 
Kurth — abituata da secoli a fare delle opere mo- 
derne con materiali antichi, non temette di dare 
questo nome terribile all'uomo che voleva ono- 
rare. È inutile di dire che non intendeva risusci- 
tare, col titolo imperiale, i ricordi odiosi del dispo- 
tismo pagano. Togliendo dal vocabolario della 
politica romana il termine con cui designava la 
suprema autorilà civile del mondo cristiano, lo 
trattava coine tutto ciò che prendeva dall’antichità. 
Incominciava col dargli un senso nuovo... C'era 
nella restaurazione di un titolo rimasto così glo- 
rioso qualche cosa che doveva sedurre l’immagi- 
nazione del popolo della città eterna, e il Papato 
sembrava rialzare sè stesso divenendo, con una 
iniziativa grandiosa, la sorgente visibile di una di- 
gnità senza pari nel mondo romano (!) » Carloma- 
gno, divenuto imperatore, si considerò rivestito, 
più che pel passato, della missione di lavorare 
per l'estensione del regno di Dio, si fece prestare 
da’ suoi sudditi un nuovo giuramento di fedeltà, 
non più in qualità di Re ma di Cesare. Così il 
Papato cingendo la fronte di Carlo del diadema 


(1) G. KuRTH: Op. Cit. pag. 272-73; vol. II. 


ne Me 


imperiale, coronava solennemente, sotto le volte 
del Laterano, l’opera incominciata trecento anni 
prima nel Battistero di Reims. Affermava con un 
istituto nuovo l’unità del mondo cristiano, realiz- 
zata per la prima volta sul terreno politico come 
era stato realizzato da tempo sul terreno religioso. 

Nella piazza silenziosa e raccolta che cir- 
conda la basilica di San Giovanni Laterano è tut- 
tora leggibile la pagina simbolica che Leone III 
aveva fatto tracciare sul muro. Cristo è ritto sulla 
montagna. A’ suoi piedi scorrono i quattro fiumi 
del paradiso. Con una mano tiene aperto il li- 
bro della vita. Coll’altra benedice i suoi disce- 
poli che partono alla conquista del mondo. A de- 
stra ed a sinistra di quest'immagine, che richiama 
i tempi primitivi della Chiesa, due quadri più 
piccoli simpongono pure alla nostra attenzione. 
In uno il Redentore è assiso sul trono ed ha ai suoi 
piedi il Papa Silvestro e l’imperatore Costantino. 
Al primo rimette le Chiavi, simbolo della sua 
dignità sacra; al secondo consegna il labaro, em- 
blema della sua missione guerriera. 

Nell’altro campeggia San Pietro nella sua 
qualità di vicario di Gesù Cristo ed ha ai suoi pie- 
da Papa Leone e l’imperatore Carlomagno. Pietro 
conferisce la dignità spirituale al Papa suo succes- 
sore, sotto la forma di una stola, e la temporale a 
Carlomagno, a cui rimette uno stendardo. E nel- 
l'arco di trionfo che inquadra questa triplice rap- 
presentazione del regno di Dio sulla terra, corre 


— 80 — 


come una voce dall’alto, quella stessa che fu in- 
tesa alla culla del cristianesimo: Gloria a Dio nel 
più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di 
buon volere ». | 

Pace in terra agli uomini di buon volere? 
Quanto tempo durerà questa pace tra Cesare e 
Pielro? | | 

La storia non ammette contestazioni a questo 
riguardo. L’idillio fu di breve durata. Non man- 
cano scrittori — anche tra i più rispettosi delle 
Somme Chiavi — che rimproverano a Leone III di 
aver risuscitato Cesare, sia pure coll’intendimento 
di dare all'impero un contenuto nuovo. Ecco ad 
esempio ciò che scrive Jean Carrère nel suo 
libro: Le Pape. « Creando il Sant’Impero, Pietro, 
lo volesse o no, esaltava Cesare e la spada e crea- 
va a sè stesso il più terribile dei nemici; poichè 
pur e.sendo Carlomagno un ammirabile maneg- 
giatore di uomini, severo coi cattivi, buono cogli 
umili, romanae ecclesiae ensis clypeusque, pur 
essendo, come la. storia ce lo insegna, umile di 
cuore davanti alla Chiesa e suo figlio sincero e sot- 
tomesso, nulla provava cle i suoi successori e di- 
scendenti lo avrebbero rassomigliato e tutta la 
storia prova al contrario che gli eredi'di un grande 
uomo potente e forte tendono sempre ad abusare 
della potenza e della forza ereditata. Così a- 
dunque, stabilendo il Sant'Impero sulle virtù di 
Carlomagno, Pietro abbandonava Pietro alle cupi- 
dità inevitabili dei Cesari futuri. Poichè se il suc- 





— 81 — 


cessore di Pietro è costretto, dalla sua stessa 
missione, a modellarsi più o meno su Pietro, il 
successore di Cesare non può evitare di somigliare 
a Cesare. E per un Carlomagno che passa nella 
«storia, vi sono tutti gli altri che sono venuti e 
che verranno » (!). Nè meno suggestive sono que- 
ste parole di P. Laberthonniére: « La Chiesa 
aveva lavorato a riedificare Cesare col pensiero 
più o meno esplicito che Cesare avrebbe portata 
la spada. Bisogna subito notare che Pietro conse- 
guentemente ha lasciata cadere dalle sue mani la 
spada, poichè accettando che un altro la portasse 
per lui, non poteva portarla egli stesso. Ma Cesare 
di nuovo prese gusto al suo mestiere e non tardò 
a volerla esercitare per suo conto e a suo profitto. 
Considerandosi da una parte come il continuatore 
degli imperatori di Roma fu portato ad assumere 
lo stesso atteggiamento e a bastare a sè stesso. 
D'altra parte come le circostanze dal punto di 
vista del diritto romano avevano ingenerato quasi 
naturalmente una giurisdizione della Chiesa sopra 
di lui, pure le circostanze avevano ingenerata una 
giurisdizione di lui, dal punto di vista del diritto 
germanico, sugli uomini di Chiesa per i feudi che 
questi possedevano e di cui egli era il suze- 


(1) JEAN CARRERE: Le Pape, pag. 86, Plon-Nourrit 
Editeurs, Paris. 


Chiesa e Stato > 5 


rain » (1). P. Laberthonniére insiste nel dare ca- 
rattere di contingenza, ed esclude una promulga- 
zione dottrinale nella interpretazione di eventi 
storici che si spiegano nel quadro. del loro tempo. 
‘ Leone III, incoronando Carlomagno, pretendeva 
attribuire a’ Papi suoi successori la disposizione 
delle corone? Sottile questione alla quale i po- 
lemisti diedero più tardi il loro inchiostro e i sol- 
dati il loro sangue. Non è verosimile che Leone 
III l’abbia considerata sotto questo aspetto. Nel 
Medio Evo le narrazioni dell’incoronazione di Car- 
lomagno furono passate al vaglio come testi d’e- 
vangelo dai teologi e dai legisti. Si vollero trovare 
degli argomenti pro e contro Barbarossa. Fede- 
rico II o Luigi di Baviera. Non conviene porsi 
su questa pista. È assai meglio collocarsi in quel- 
l'epoca storicamente senza abbandonarsi ad af- 
fermazioni d’ ordine dottrinale. Lo stesso Jean 
Carrère che vede nell’incoronazione di Carlomagno 
« il più funesto errore politico di Pietro » spiega 
assai bene il gesto di Leone III collocandolo 
nella sua epoca. 

« L'idea che l'Europa occidentale — scrive 
egli — potesse vivere senza un impero domi- 
nante e fronteggiare i piccoli regni che gli sta- 
vano attorno, non poteva ancora entrare nel cer- 
vello di un mortale al tempo degli ultimi mero- 


(1) Vedi la prefazione del volume: Le catholicisme 
et la Socièté già citato. 


— 83 — 


vingi, dei re lombardi e dei successori di Leone 
l’Iconoclasta. Ora dal momento che un impero non 
poteva esistere, tanto valeva e meglio che fosse 
sotto la protezione della Chiesa’ e anche al suo 
servizio, suo difensore e protettore secolare. Me- 
glio valeva che avesse per titolare il nobile Carlo, 
salvatore, romanae ecclesiae ensis clypeusque. Così 
ragionarono i due grandi Papi, Adriano I e Leone 
III e i loro successori; e noi dobbiamo convenire 
che, data l'epoca, non potevano ragionare diversa- 
mente. Era un errore tuttavia se non nel rela- 
tivo e nell’immediato, almeno nell’assoluto e nel- 
l'eterno » (1). Questo ultimo inciso è veramente 
singolare. Carrére ammette che non fosse un er- 
rore « nel relativo e nell'immediato ». L'errore 
doveva essere indubbiamente nell’assoluto e nel- 
l'eterno; quasi che gli eventi storici non do- 
vessero essere considerati nel « relativo e nel- 
l'immediato ». Volendo dare ad essi un valore 
« assoluto ed eterno » si rischia di uscire dalla 
storia per entrare nella metafisica e nella filo- 
sofia. Ora la metafisica ha un suo dominio a parte 
che si avrebbe torto di voler misconoscere, ma 
coloro che fanno la storia, che rispondono ai bi- 
sogni di un determinato periodo storico, non deb- 
bono perdere di vista le grandi idealità che do- 
vrebbero reggere il mondo, ma non possono nem- 
meno prescindere dal relativo e dall’immediato, 


—_—————_ 


(1) JEAN CARRERE: Le Pape, pag. 84-85. 


sul a 


sotto pena d’assentarsi dalla vita reale in cui pos- 
sono inserire quello che v’ha di buono e di pos- 
sibile lic et nunc. 

Il relativo e l'immediato non sono ‘in antitesi 
coll’assoluto e coll’eterno, ma nel tendere a ciò 
che ha carattere di assoluto e di eterno non si 
deve essere prigionieri di formole che sono spesso 
fuori della realtà contingente anche e sopratutto 
‘se vengono presentate come fossero effettivamente 
assolute ed eterne. 


* 
* * 


Ed eccoci in uno dei periodi più procellosi 
per la Chiesa. Cesare, in pieno paganesimo, po- 
teva condannare Pietro al patibolo, ma gli cingeva 
con ciò stesso la fronte della corona del martirio. 
La Cattedra di Pietro, rosseggiando, diveniva più 
risplendente ed attraeva maggiormente le folle. 

Nel periodo della feudalità, della lotta del Sa- 
cerdozio e dell'Impero, dei Guelfi e dei Ghibellini 
la situazione peggiora. Vi sono dei momenti in cui 
sembra che in qualche modo il faro della civiltà 
cristiana si eclissi anche all'ombra della Sede 
Apostolica. Esponiamo brevemente e con ordine. 

Anche dopo che Pipino e Carlomagno ebbero 
costituito nel centro dell’Italia attorno a Roma e 
a Ravenna un dominio privilegiato per assicurare 
la sovranità e l'indipendenza dei Papi, le fa- 
zioni pensarono a collocare sul soglio di Pietro 


creature proprie. Alla morte di Paolo I ad e- 
sempio (giugno 767) scoppiava nell’eterna città 
una rivolta. I congiurati, reclutati sopratutto tra 
la nobiltà delle campagne e delle piccole città, 
| invadevano il Palazzo Laterano al grido: <« Ora 
che il Papa è sovrano di tutto il Ducato di Roma, 
è giusto che tutti i suoi sudditi prendano parte al- 
l'elezione ». IE, comportandosi come se effetti- 
«| vamente avessero rappresentato tutto il popolo, 
elessero immediatamente un militare che non era 
neanche chierico, Costantino. Un vescovo presente 
‘venne costretto a tonsurarlo. All’indomani venne 
ordinato suddiacono, diacono e prete e finalmente. 
il 5 luglio lo si consacrava vescovo di Roma (!). 
Era naturale che il preteso Papa dovesse ricono- 
scenza a chi l’aveva portato così in alto. Era e- 
gualmente naturale che le reazioni e le controrea- 
zioni non dovessero mancare. Chi ne faceva le 
spese era la religione. 

Succede una rinascita morale e religiosa che 
continua dopo Carlomagno e anima di nuova vita 
tutta la cristianità latina. Se l’unità politica ed 
amministrativa dell'impero Carolingio s’indebolisce 
e non tarda a spezzarsi, l’unità religiosa rimane 
più solida. Per circa un secolo ancora si mantiene 
fra le diverse parti di esso il vincolo di leggi 
comuni e di una comune coltura. L'imperatore 
che regna ad Aquisgrana, a Milano, e a Roma è il 


o 


(1) Liber Pontific. I, 468-469. 


i 86 — 


protettore della cristianità latina. Il Papa non 
può prescindere in Roma stessa dell'appoggio dei 
missi imperiali contro le fazioni che lo minac- 
ciano. Ludovico il Pio accorda .a Pasquale I il 
primo privilegio scritto, di cui rimanga il testo, 
col quale confermando le donazioni del padre e 
dell’avo simpegna a lasciare al Papa il libero 
esercizio della sua sovranità, salvo il caso di grave 
tumulto (!). Resta precluso ogni intervento nella 
scelta del Papa, che, per altro, una volta consa- 
crato, dovrà notificare la sua nomina all’Impe- 
ratore e rinnovare l’alleanza (817). 

Nell’ 824 Lotario, figlio di Ludovico il Pio, si 
mette d'accordo col Papa per l’esercizio combi- 
nato della sovranità imperiale e pontificia. Le 
persone poste sotto la protezione del Papa e del- 
l'Imperatore sono dichiarate inviolabili. Il man- 
tenimento dell'ordine viene affidato .a due missi 
permanenti che rappresentano l’uno il Papa, l’al- 
tro l’imperatore. I magistrati romani debbono pre- 
sentarsi all'imperatore e prestargli giuramento. ìn 
caso di vacanza della Santa Sede, l’elezione spetta 
ai soli Romani; ma il neoeletto, prima della con- 
sacrazione, deve prestare giuramento al missus 
imperiale. Queste nuove regole furono applicate 
per la prima volta nell’ 827 in occasione dell’e- 





-_-- —c- 


(1) Cîr. Pactum Ludovici (M. G. H. legum. s. v. 
II, t. I, pag. 313. DucHESNE: Les premiers temps de 
l'Etat Pantifical. Parigi 1898, p. 95. 


25 RI 


lezione di (Gregorio IV (morto nell’ 844) (1). 

I successori immediati di Carlomagno vivono 
nel prestigio dell’opera grandiosa dell’avo. Sino 
al Pontificato di Leone IV, Roma e i suoi Papi 
assaporano la pace e la città eterna rinasce da 
tante ceneri. Ma spunta il secolo X, Vetà di ferro. 
La discendenza di Carlomagno s'è spenta e il 
globo del Sanio impero romano è passato nelle 
mani dei Cesari tedeschi. La lotta è ripresa più 
vivace che mai. Che il Papato abbia sopravissuto 
a questa età di ferro, di sangue, e di fango è la 
prova più evidente della sua trascendenza. Cesa- 
rismo e feudalità avrebbero segnata la tomba del 
Papato, se questo non fosse d’istituzione divina. 

I feudi coprivano l'Europa di una vasta rete 
a cui era legato ogni possessore di terra. Vescovadi, 
abbazie incatenavano i loro titolari nella trama 
complessa degli obblighi feudali. I minisiri di 
Cristo erano costretti al mestiere delle armi. Ave- 
vano obblighi anche più pericolosi. Chi dispo- 
neva del vescovado pretendeva fare il vescovo. 
Il carattere temporale del Signore ecclesiastico 
ecelissava il carattere spirituale del Pastore. L’in- 
vestitura che conferiva la terra, precedeva la 
consacrazione. 

Nella teoria feudale la terra episcopale di- 
veniva un feudo e allorchè il laico accordava al 


(1) JULES Gav: I Papi del secolo XI e la cristianità. 
Traduzione di A. Viggiani, Vallecchi, Firenze. 


— 88 — 


chierico « il dono del vescovado » pretendeva 
d’investirlo non soltanto del suolo legato alla 
mensa ma anche di una giurisdizione sulle anime. 
Il temporale aveva il primato sullo spirituale. Le 
regole canoniche — erano disprezzate. Talora il si- 
gnore dava il vescovado ad un parente e questi 
si ammogliava perchè la famiglia conservasse l’ap - 
panaggio; l'episcopato diventava una casta a detri- 
mento del celibato ecclesiastico. Tal fiata il Si- 
gnore vendeva il vescovado senza temere il rim- 
provero di simonia. 

Cesare si levava al di sopra delle innume- 
revoli sovranità che si dividevano l'Europa. Capo 
supremo del mondo feudale, l’imperatore consi- 
derava gli Stati di San Pietro come un feudo ed 
il Papa come un vassallo. Riappariva sotto forme 
nuove il Cesarismo antico che non poteva am- 
mettere che fosse scissa la dominazione del mondo 
e che al successore di Pietro fosse stato affidato 
il primato dello spirituale. I precedenti dei Ce- 
sari di Bisanzio che ratificavano le elezioni pon- 
tificie con una conferma burocratica, le concessioni 
di Eugenio II, di Giovanni IX, di Giovanni XII che 
avevano subordinato la consacrazione del Papa al 
‘consenso dei missi dell'Imperatore, invitavano i 
re di Germania a certe usurpazioni a detrimento 
della Santa Sede. Ci furono dei momenti in cui 
queste usurpazioni parvero anzi un beneficio. Ot- 
tone il grande nel decimo secolo. yEnrico III 
nell’undecimo liberarono il Papato confiscato come 


— 89 — 


un semplice vescovado dai feudali di "Tuscolo, e 
disputato da mani indegne; ma questa liberazione 
non significava restituzione al diritto, ma solo mu- 
tamento di padrone. Nel 1046 Clemente II, no- 
minato sotto la passione di Enrico III, acconsentì 
che la scelta stessa del Papa non potesse avve- 
nire, pel futuro, che alla presenza dell’impera- 
tore. Il suo successore Damaso venne diretta- 
mente designato da Enrico. Così dall’allo in basso 
della gerarchia, la Chiesa, inceppata nel duplice 
edificio imperiale e feudale, sembrava votata al 
servaggio. Essa sembrava incapace di spezzare i 
vincoli che la legavano alla feudalità. Come scrive 
Jules Gay « la Santa Sede resta proprietà dei 
| Conti di Tuscolo. Il clero romano.‘e i Papi stessi 
sono tenuti in semprc più bassa stima dalla parte 
. migliore del clero occidentale, mentre la devo- 
zione alla Roma ideale, alla città dell’Apostolo 
Pietro, lungi dall’indebolirsi, si diffonde sempre 
più fervida. I pellegrinaggi si moltiplicano, di- 
ventano più facili, attirano masse più numerose, 
tanto i pellegrinaggi ai Luoghi Santi d'Oriente 
quanto quelli più vicini, alla tomba dell’Apostolo 
Pietro o a San Giacomo in Galizia » (1). 

]l quadro dei tempi non potrebbe essere più 
fosco. Ma Dio aveva suscitato l’emancipatore della 


(1) Op. Cit. pag. 111. Cfr. Bréhier: L’Eglise e 
l’Orient au imoyen Age, p. 44. Le Vatican, Les Papes 
et la civilisation, pag. 52. 


zi 0-2 


sua Chiesa nel monaco Ildebrando. Questi accom- 
pagnava a Roma nel 1049 Leone IX che l’impera- 
tore aveva fatto Papa. Ildebrando gli fece pro- 
inettere di non conservare la propria dignità se 
non dopo d’aver domandato ed oltenuio il con- 
sentimento del clero e del oppolo. Si delineava 
così il movimento per cui la Chiesa, ripigliando 
l'antica libertà elettorale, si liberava dalle catene 
dell’imperatore. Nicola Il, elelto Papa nel 1059, 
dielro l’azione d’Ildebrando e il consenso del- 
l'imperatrice Agnese, fece l’atto decisivo: « Voi 
sapele — sono suo parole — quali disordini hanno 
afflitta la Sede Apostolica alla morte del mio pre- 
decessore Stefano. La Simonia ha messo in pericolo 
la Chiesa stessa. È nostro dovere di prevenire 
oramai simili abusi ». Ed emise la Bolla /n no- 
mine Domini intesa ad eliminare parte dei ca- 
pricci umani nella scelta del Papa. I cardinali 
vescovi ottennero una iniziativa sovrana per la 
designazione dei Pontefici. I Cardinali chierici, 
il clero inferiore e il popolo erano consultati in 
seguito. « Che si faccia l’elezione nel seno stesso 
del clero di Roma se vi si trova un personaggio 
capace. Se no, si cerchi il Papa in un altro clero, 
sotto la riserva e il rispetto .dovuto al nostro 
caro figlio Enrico, che presentemente è ricono- 
sciuto re, e che, noi lo speriamo, coll’aiuto di 
Dio, sarà imperatore. Noi gli abbiamo già con- 
cesso questo diritto, come a’ suoi successori che, 
personalmente l’avranno ottenuto da questa Sede 


A n --_ ——r —— 





- 91 — 


Apostolica ». Era un altro passo nella via dell’e- 
mancipazione. Nicola II riconosceva ad Enrico IV 
il diritto di confermare l’elezione, ma è per un 
favore personale che Enrico IV conserva questo 
privilegio. Implicitamente il Pontefice dichiara 
che il diritto di confermare la scelta del Papa non 
è un diritto regolare inerente alla corona. La 
Chiesa di Roma è padrona di sè, del suo avvenire. 
Non porterà altre catene che quelle che essa 
stessa consentirà. Dopo questa Bolla resta im- 
possibile di essere imperatore senza il Papa, men- 
tre è possibile di essere Papa senza l’imperatore. 

Ildebrando nel 1073 prende a sua volta la 
Tiara. Nello stesso giorno in cui si celebrano i fu- 
herali di Alessandro II nella Chiesa del Laterano, 
il clero, la folla acclamano l’arcidiacono ,Ilde- 
brando. Il neo-eletto viene portato nella Chiesa 
di S. Pietro in vincoli dove è solennemente posto 
sul trono. Per due inesi, egli s'intitola solamente 
« eletto Pontefice romano ». Attende l’esplicito 
consenso del Sovrano tedesco. Il 22 Maggio, un 
mese dopo l'elezione, è ordinato prete. Solo il 29 
giugno riceve nella Basilica di S. Pietro la con- 
sacrazione papale. Ma sin dall'inizio — non ap- 
pena è eletto, — esercita l'autorità apostolica in 
tutta la sua pienezza. È compreso delle diffi- 
coltà che dovrà superare. « Questa elezione -— 
scrive egli — che vi colma di gioia mi riempie 
d’inquietudine ». Si vede per un istante come 
avvolto nelle tenebre e chiama la sua epoca età ai 


_ 92 — 


ferro. Leone IX ,Vittorio II, Stefano IX, Nicola II, 
Alessandro II avevano, dietro le sue istanze con- 
dannati gli abusi del regime feudale nei rap- 
porti della Chiesa. Sotto Alessandro II la causa 
della Riforma aveva fatti seri progressi. Si erano 
tenuti tre Concili riformisti a Roma. I parti- 
giani dello statu quo levavano bandiera contro la 
riforina. 

A Milano gli ecclesiastici refrattari sostene- 
vano: « Il Pontefice di Roma non ha alcun potere 
di giurisdizione sulla Chiesa di S. Ambrogio >». 
Era venuto pel Papato il momento di fare un atto 
decisivo. Gregorio VII lo fece. Aveva contro di 
se l’imperatore, molti signori e vescovi. Fra i 
potenti del mondo la sola contessa Matilde di 
Toscana era la sua alleata. I monaci di Cluny 
serano pure schierati dalla parie sua .Occorreva 
agire. Si tennero a Roma due Concili, uno il 
30 Novembre 1074, l’altro alla fine .di febbraio 
del 1075. Circondato da una cinquantina di ve- 
scovi e da una moltitudine di preti e di abati, il 
nuovo Papa insorgeva contro l’investitura laica. 
Chiunque avesse ricevuto un vescovado o un’Ab- 
bazia da un laico non poteva riprendere posto 
tra i vescovi e gli abati. Parimenti ogni signore 
o sovrano che avesse data l'investitura di una 
dignità ecclesiastica, era scomunicato. I provve- 
dimenti adottati per distruggere la Simonia ed 
imporre il celibato a tutto il clero non erano stati 
del tutto efficaci. Bisognava porre la scure alle 


rn ie — 


- —_——- —_ tel». 


radici: ristabliire il regime delle elezioni ,cano- 
niche. Se si pensa alla somma di interessi che 
si ferivano in alto loco, il ritorno all'antico si- 
gnilicava lotta ad oltranza. S’incominciò coll’ac- 
cusare Gregorio di aver fatto innovazioni. Al che 
rispondeva il Papa dicendo che s'era limitato a 
rimettere in vigore antiche leggi canoniche obliate 
e trascurate. 

Fra il sereno che precede la tempesta. Dopo 
il complotto di Cencio contro il Papa, Enrico IV 
convocava a Worms una grande assemblea ,di 
Vescovi. Vi si accusava Ildebrando d’essersi im- 
possessato del Sommo Pontificato senza la regale 
autorizzazione. Si aggiungeva che aveva portata la 
discordia in tutte le Chiese dell’Italia, la Ger- 
mania, la Gallia, la Spagna, togliendo ogni potere 
ai vescovi e abbandonando l’amministrazione dei 
beni ecclesiastici alla plebe. Enrico re « non 
per usurpazione ma per pia volontà di Dio » si 
rivolgeva al Papa in questi termini: « Colpito 
dall’anatema, condannato dal giudizio di tutti i 
nostri vescovi, scendi, lascia il seggio che hai usur- 
pato e venga un altro ad occupare il posto del 
Beato Pietro. Io, Enrico, re per grazia di Dio 
e tutti ì nostri vescovi ti diciamo: scendi, scendi 
tu che devi essere condannato attraverso i se- 
coli » (1). A suo volta Gregorio VII convocavaa 


(1) Cfr. il -Registro di CSR VII, II, 10 a 
(Jaffé, Monumento Gregoriano). 


ing 


nella Chiesa del Laterano un Sinodo, al quale . 
parteciparono gli ambasciatori del Re. La lettura 
delle lettere di Worms provocò un tale clamore 
che i Vescovi tedeschi dovettero implorare la 
protezione del Papa contro le minacce della folla 
furibonda. Venne poi pronunciata questa sentenza 
esponente di tutta una situazione: « Beato Pietro, 
Principe degli Apostoli, ascolta il tuo Servo che 
tu hai nutrito sino dall'infanzia e preservato Îi- 
nora dalla mano dei malvagi. Tu mi sei testi- 
monio — e la Madonna, Madre di Dio e il Beato 
Paolo tuo fratello — che la tua Santa Chiesa 
Romana mi ha portato al timone contro mia vo- 
glia. Per grazia tua e non per merito delle mie 
opere, tu vuoi che il popolo cristiano mi ubbi- 
disca... Al tuo posto e per tua grazia mi è stato 
dato da Dio il potere di legare e sciogliere in 
cielo e in terra. Perciò, animato da tale fiducia, 
per l'onore e la difesa della tua Chiesa, in 
nome di Dio onnipotente con la tua potestà ed 
autorità, io tolgo al Re Enrico figlio dell’impera- 
tore Enrico, che si è levato contro la tua Chiesa 
con orgoglio inaudito, il governo di tutto il regno 
dei Teutoni e l’Italia. Sciolgo tutti i cristiani dal 
giuramento di fedeltà che gli hanno fatto o gli 
faranno; ordino che nessuno sia tenuto, verso di 
lui, al servizio che si deve a un re... Io lo lego 
col vincolo dell’anatemaa ». 

La risposta di Roma a Worms non poteva 
essere più tagliente. Per la cristianità del secolo 





_ 95 — 


XI, da oltre un secolo abituata a vedere nel mo- 
narca germanico il suo vero capo e come l’erede 
autentico di Costantino e di Carlomagno, la fol- 
gore scagliata dal successore di Pietro costituiva 
una novità ed un atto di audacia singolare. L’o- 
pera, cui s'era accinto Gregorio esigeva una tale 
audacia. Per emancipare effettivamente la Chiesa, 
nell'ordine spirituale, da Cesare bisognava eri- 
gersi contro Cesare. La vecchia Chiesa imperiale 
doveva lasciare il posto alla Chiesa spiritual- 


mente ringiovanita. Il duello gigantesco non era . . 


che a’ suoi inizi. Enrico comprese tosto che oc- 
correva ammainare le vele se voleva riprendere 
più tardi la lotta sopra un terreno più propizio. 
Decise di dare all’Apostolo Pietro piena ed intera 
soddisfazione. Annullò gli atti di Worms. Deci- 
samente sentiva odore di polvere. Vari principi 
tedeschi ,riuniti nella Dieta d’Augusta il 2 feb- 
braio 1077, chiesero al Papa di recarsi da loro, 
Gregorio lasciava Roma. Enrico IV decise im- 0 
provvisamente di correre incontro al Papa e di 
chiedergli in Italia l'assoluzione che gli permet- 
tesse di ritornare poi in Germania ufficialmente 
riconciliato colla Chiesa senza chje i suoi avversari 
avessero potuto intendersi col Papa. Questi era. 
ospite della Contessa Matilde nel Castello di Ca- 
nossa, posto su un altipiano roccioso dell’Ap:- 
pennino ,non lontano da Reggio Emilia. È a Ca- 
nossa che avvenne l’incontro tra il Papa e il Re. 
Quest’ incontro venne drammatizzato dalla fer- 


vida fantasia del cronista tedesco Lamberto di 
Hersfeld. La narrazione è nota. Il Re è descritto 
. solo, senza compagnia, fuori dalla cinta del Ca- 
stello, in abito da penitente, a piedi nudi sulla 
neve aspettando per tre giorni che il Papa gli 
facesse la grazia (!). Effettivamente occorsero tre 
giorni per i negoziati preliminari tra il Re, sua 
suocera Adelaide di Torino, la Contessa Matilde 
e l'Abate di Cluny. Il colloquio tra il Papa e il 
Re supponeva alcune condizioni di fatto, su cui 
.occorreva intendersi precedentemente. La Con- 
tessa Matilde e l'abate Ugo di Cluny intercedettero 
a favore di Enrico IV sostenendo la sua «buona 
fede. Il 22 gennaio 1077 Enrico si inginocchiava 
ai piedi del Papa, otteneva l’assoluzione, e rice- - 
veva poi dalle sue mani la comunione. Con so- 
lenne giuramento s impegnava ad accettare l’arbi- 
{rato e la sentenza della Santa Sede nel conflitto 
coi vescovi e coi principi tedeschi. Il Sire te- 
desco mirava sopratutto a prevenire un accordo 
tra il Papa e l'opposizione tedesca. In ciò ot- 
tenne pienamente il suo scopo poichè l'assoluzione’ 
papale gli conferiva un’aureola nuova e piena 
libertà d’azione in Germania. Suo padre, meno 
di trent'anni prima, aveva decretata la deposi- 
zione di tre Papi. Ma dal Concilio di Sutri del 
1046 si era fatto del cammino assai. Senza l’umi- 


(1) Per la crilica della narrazione di Lamberto 
cfr. Holder-Hegger. Neues Archiv., 1894, t. XIX, 537-68 


» Q7 


liazione di Canossa, Enrico IV e non Gregorio VII 
sarebbe stato deposto. Il Re lo comprese e fece 
giuoco d’astuzia. Non è nostro compito raccontare 
le diverse fasi del fiero combattimento tra Gre- 
gorio ed Enrico. Ciò che importa particolarmente 
è di mettere nel giusto rilievo in questo periodo 
l’epica lotta tra Cesare e Pietro. 

Era Pietro che invadeva i diritti di Cesare od 
era Cesare che inceppavaa quelli di Pietro? In 
altri termini: Il conflitto era di natura religioso 
e spirituale, ovvero prevalentemente politico? E 
se l'aspetto politico non può essere contestato, 
reclamando la supremazia dello spirituale Gre- 
gorio si riferiva particolarmente alla sua età od 
invocava il diritto alla libera disposizione delle co- 
rone e dei troni in omaggio ad una dottrina rigida 
da applicarsi in ogni tempo e in ogni luogo? Al- 
cuni storici ,sulle orme di Bossuet hanno attribuito 
a Gregorio la teoria « dell’origine puramente u- 
mana anzi diabolica dello Stato ». Non aveva que- 
sti detto: « Quando Dio ha dato particolarmente 
a Pietro il potere di legare e di sciogliere in 
cielo e in terra, non ha eccetuato nessuno, ne’ 
‘ ha sottratto niente al suo potere »? Indubbia- 
mente, sul terreno spirituale Cesare dipende da 
Pietro nè più nè meno di tutti gli altri credenti. 
Occorre per altro porre la questione ne’ suoi 
veri termini. Se Gregorio toglie ai principi come a 
tutti i laici Vinvestitura di vescovadi ed abbazie, 
non vuole con ciò sopprimere o rovinare la loro 


Chiesa e Stuto 6 


_ 98 — 


legittima autorità: « Circa il servizio e la fedeltà 
dovuti ai Re — sono sue parole — non vogliamo 
nè negarli, nè impedirli » (1). In una lettera a 
Guglielmo il Conquistatore ammetteva espressa- 
mente le due dignità, l’apostolica e la regale. Sono 
state fondate da Dio per governare il mondo 
come due astri di diversa grandezza, il sole e la 
luna (?). La questione vera che si poneva allora 
era-ben altra. L’investitura « col pastorale e l’a- 
nello » sconvolgeva da capo a fondo la natura 
della mistica Sposa di Cristo. Scompariva il celi- 
bato del clero. La simonia delle cose sacre dive- 
niva abituale. Il successore di Pietro che doveva 
reggere e governare la Chiesa universale diveniva 
un pupazzolo ‘nelle mani di Cesare. Questo non do- 
veva essere. La supremazia dello spirituale in un 
periodo in cui, fatta eccezione dell'Oriente  bi- 
zantino ,non esistevano ancora Stati organizzati 
nel vero senso della parola, doveva essere rista- 
bilita. S n: 

Alcuni storici hanno veduto in Ildebrando 
sopratutto un grande politico ed hanno avvicinato 
il suo nome a quello di Giulio Cesare, di Carlo- 
magno o di Napoleone. In verità ,portato sul 
soglio di Pietro in un'epoca procellosa come la 
sua, Gregorio non poteva esimersi dagli apporti 
umani e politici, ma errerebbe grandemente chi 


(1) Reg. V. 5, (17 sett. 1077). 
(® Reg. VII, 25 (8 Maggio 1080). 


*——y—_—_ I O | LL ii ei 


— 99 — 


non volesse vedere in lui l’asceta, il monaco, che, 
compreso dei bisogni impellenti della Chiesa as- 
servita al carro del Cesarismo e della feudalità, 
vuole spezzare le sue catene anche a costo di 
morire in esilio o peggio. Ascoltiamolo: « I prin- 
cipi delle nazioni e i principi dei sacerdoti ,con 
una grande moltitudine, si sono collegati contro 
Cristo e il suo Apostolo Pietro... Io grido, grido, 
e ancora grido e lo annunzio a tutti: la religione 
di Cristo, la vera fede, è caduta così in basso da 
essere oggetto di derisione, non solo per il Maligno, 
ma anche per gli Ebrei, i Saraceni e i pagani... 
Costoro osservano la loro legge; secondo le loro 
credenze; ma noi, inebbriati dall'amore del se- 
colo, siamo usciti dalla legge nostra... Continua- 
mente si veggono migliaia di uomini correre alla 
morte per i loro signori; e se ce n'è un piccolo 
numero che osì resistere agli empi, non sono aiu- 
tati, ma anzi sono trattati da imprudenti e da 
mentecatti... Io mì sono adoperato con tutte le 
mie forze perchè la Santa Chiesa, Sposa di Dio 
e nostra Signora e Madre, ritornando al suo pro- 
prio onore, restasse libera, casta e cattolica... 
Ma l'antico nemico ha suscitato contro di noi e, 
peggio, contro l’Apostolica Sede, una guerra così 
tremenda che non s'era mai vista la simile da 
Costantino il grande... S everamente voi credete 
‘che il Beato Pietro è il Padre dei cristiani e il 
loro primo Pastore dopo Cristo e che la Santa 
Romana Chiesa è madre e sovrana di tutte le 


— 100 — 


Chiese, io vi prego, vi ordino, in nome di Dio on- 
nipotente, quale che sia la mia indegnità, aiutate 
e soccorrete vostro padre e vostra madre (1) >». 


Ed ancora: « Stanco dall’affluenza dei visitatori 
e dalla cura di molti atfari — scrive all’abate 
di Cluny — scrivo poco a Colui che amo assai. 


Noi siamo sovracarichi di tante faccende che 
molto spesso la vita ci è di peso e la nostra carne 
desidera la morte. Ma quando il povero Gesù, 
il pio consolatore, vero Dio e vero uomo, tende 
la mano, egli rende la gioia a chi è oppresso dalla 
tristezza. In me certamente io muoio sempre, 
ma tuttavia in «Lui vivo. E quando sento man- 
carmi le forze, grido verso di Lui, gemendo: — Se 
tu imponessi un tale fardello a Mosè e a Pietro, 
credo che sarebbero oppressi; che sarà dunque 
di me, che a paragone di loro non posso niente? 
Perciò o tu stesso con Pietro reggi il Pontificato, 
o mi vedrai soccombere sotto di esso — Allora 
ricorro a questa invocazione: abbiate pietà di me, 
o Signore perchè sono debole (?) ». Se si vuole 
comprendere l’azione di Gregorio VII, bisogna 
contemplarla nella sua fede profonda che ne è 
la sorgente. « Egli scompare — così Jules Gay — 
nell’esilio e nell’amarezza della sconfitta, ma V’'i- 
deale da lui perseguito resta più vivo che mai. 


(1) WATTERICH, l. c. t. 1° pp. 467 e seguenti 
(Chron di Ugo di Flavigny). 
(2) Reg. 21 (7 Maggio 1098). 


101 


Rendere la Chiesa indipendente dai poteri laici, 
far riconoscere e trionfare dovunque il primato 
di Roma, risollevare, purificandoli, l’episcopato e 
il sacerdozio cristiano, questa è principalmente la 
sua ambizione. La supremazia che egli vagheggiò 
e cercò di stabilire al disopra di tutti i regni e di 
tutte le signorie, nella stato in cui si trovava allora 
la cristianità occidentale, non era che la logica 
conseguenza di tali premesse. Intendere di con- 
trapporre in lui al riformatore il politico e soste- 
nere come è stato fatto che dopo Canossa il primo 
scompare dinanzi al secondo, significa fermarsi 
alle apparenze o rimpicciolire d’assai la figura 
del grande Papa (1) ». Non si poteva dir meglio. 
Dal momento che. voleva rendere la Chiesa in- 
dipendente dal potere laico, far trionfare il pri- 
mato di Roma ovunque e risollevare l’episcopato 
e il sacerdozio cristiano, non poteva agire diversa- 
mente da quello che fece. L’ideale dell’Apostolo 
Pietro era sempre vivo nella società ad onta dell’età 
di fango che tendeva sovrapporsi a quell’ideale. 
Occorrevano una fede, un carattere, un'energia 
da gigante per rovesciare la situazione. Gregorio 
ebbe questa fede, questo carattere, quest'energia. 
Convinto della supremazia dello spirituale, prese 
di fronte uno stato di cose fondato sulla suprema- 
. zia del temporale e determinò un movimento che 





(1) GruLio Gay: Z Papi del Secolo XI e la Cri- 
stianità, pag. 313. 


— 102 — 


doveva condurre al crollo di un regime che inca- 
teneva la mistica sposa di Cristo. Riferiamo an- 
che queste altre parole di Jules Gay: « Signorie 
o monarchie, principati. o città libere, ciascuno 
ha il suo posto e il suo compito nella società 
cristiana. Lascino alla Chiesa le sue libertà es- 
senziali, rinuncino all’investitura « col pastorale 
e l’anello », non insorgano contro la nuova appli- 
cazione delle regole canoniche troppo a lungo 
neglette e Gregorio lascia loro la piena libertà 
d’azione nei loro domini, se osservano la giustizia 
e la legge divina. 

Quale sconvolgimento presuppongono nella 
società feudale, quale s'è sviluppata dai tempi 
carolingi, in poi, non solamente l'osservanza della 
giustizia e delle leggi divine, ma anche il semplice 
rispetto degli antichi canoni! Per far trionfare una 
riforma così profonda ,per infrangere ovunque le 
resistenze locali, bisogna che da un capo all’altro 
della cristianità le diverse chiese riconoscano più 
esplicitamente il primato di Roma e anche le po- 
tenze laiche si pieghino in un modo o nell’altro, 
innanzi alla supremazia dell’Apostolo Pietro, ac- 
celtandone la tutela o la protezione ». 

Chiudiamo con quest'altre parole dello stesso 
scrittore: « La riforma gregoriana fu una rivolu- 
zione più che una riforma. Essa rigenerò la Chiesa . 
e la mise in grado di guidare la cristianità anche 
senza il sostegno dell'impero e provocò un salutare 
rinascimento della vita e del pensiero cristiano. Per 


— 103 — 


opera della rivoluzione gregoriana l’Occidente cri- 
stiano incomincia ad uscire dal caos feudale e a 
fendarvi una nuova gerarchia di forze. L’immenso 
compito intrappreso dal coraggio e dall’audacia di 
Gregorio VII e continuata dalla saggia tenacia di 
Urbano IH assicura al Papato un ufficio, un’azione, 
un'influenza quali mai sino allora le condizioni 
politiche e sociali dell'Europa gli. avevano per- 
messo di esercitare ». 


RR i o ira 


L’ASSOLUTISMO 


L’assolutismo 


Prima di varcare la soglia dell’assolutismo 
regale conviene mettere nel debito rilievo la doi- 
trina politica medioevale. Il potere era concepito 
— come la proprietà del resto — non come un 
diritto assoluto, ima come un diritto avente una 
funzione sociale. Il potere rampolla da Dio, come 
da fonte prima, per l’intermediario del popolo. 
Il potere è un servizio pubblico pel bene comune. 
Il re è il più alto « funzionario ». L'interesse 
comune deve passare innanzi ai capricci del « fun- 
zionario » che è fatto pel bene della collettività 
e non viceversa. Il sovrano del inedio Evo è cir- 
condato da limiti ed è, nel concetto cattolico, l’an- 
titesi del despota. Sono note le parole di Fede- 


rico II: « Felici i Sovrani dell'Oriente e dell’A- 
sia. Essi non hanno da temere le armi dei loro 
sudditi, nè gli intrighi dei Pontefici! ». In Occi- 


dente non era così nell’età di mezzo. Non è che 
più tardi che fa capolino l’assolutismo. È noto 
il motto di Luigi XIV: «L'état c'est moi». A 
Luigi XV, fanciullo, s'apprende l’assolutismo pa- 
gano. Il suo precettore gli addita la folla dicendo: 
« Sire ,tutto ciò è per voi ». È il rovescio del 
pensiero politico medioevale. Il sovrano aveva 


— 108 — 


dei limiti che non doveva oltrepassare. Se li 
altrepassava. ci dovevano essere delle sanzioni. 
Da parte di chi? Del popolo? dei popoli? Teori- 
camente, si; ma praticamente ogni assemblea è 
divisa. C'è una maggioranza contro una minorail- 
za. Chi pronuncierà allora la deposizione, nel 
caso d’indegnità? Questa prerogativa spettava al 
Papa. | 

« Da questo luogo dove io sono stato collo- 
cato, debbo, volere o no, annunciare la verità e la 
giustizia ». Così scriveva Gregorio VII ai lom- 
bardi. Per comprendere il valore di queste pa- 
role, bisogna collocarle nel quadro dei tempi in 
cui vennero pronunciate. Agli occhi dei Papi 
medioevali un regno oppresso è una parte della 
cristianità. che soffre. Nè i Papi, nè il resto della 
cristianità possono rimanere insensibili. 

La cristianità è un blocco unico, ogni cri- 
mine impunito appare perlurbazione dell’econo- 
mia nel mondo. L’onda del male che ascende in 
un paese è un pericolo pel paese vicino. D’altron- 
de la nazione politica medioevale differisce total- 
mente dalla nazione politica odierna. La parola 
Italia suscita oggi immediatamente nel nostro pen- 
siero l’imagine di una linea di Îrontiere. Vediamo 
subito ciò che separa l’Italia dalla Francia, dalla 
Germania, dall'Austria o dalla Iugoslavia. Il regno 
di Francia, o dei Longobardi non era per Grego- 
rio VII un corpo distinto, un organismo a parte; 
era la frazione di un organismo. L'organismo in- 


— 109 — 


tegrale si chiamava « cristianità ». Il Papa — di- 
ceva Innocenzo III — è collocato al disopra delle 
nazioni. Non rivendicava una supremazia su cia- 
scuna delle nazioni ,ma tutte formavano un in- 
sieme al quale il Papa presiedeva. Egli inviava 
i suoi Legati in tutti i paesi d’Europa. Questi 
parlavano ovunque alto in faccia ai grandi in fa- 
vore dei piccoli, degli umili. « Grazie alla Chiesa 
Romana — sono parole di Giuseppe de Maistre — 
la grande carla europea era proclamata non su 
vile carta, non dalla voce di pubblici declamatori, 
ma in tutti i cuori europei allora tutti cattolici ». 
La cristianità non era ancora divisa. L’intervento 
della Santa Sede negli affari interni di questo o 
quel paese, di questo o quello Stato in materia 
che non fosse strettamente religiosa verrebbe con- 
siderato presentemente come l'invasione di un do- 
minio che esula dalle serene sfere del potere 
religioso. I Papi del secolo XII avevano un campo 
più vasto. Si consideravano ed erano considerati 
come gli arbitri ed i protettori dell’ordine sociale 
cristiano. Il disarmo ,che tanto affatica i contem- 
poranei, divenne allora una istituzione. 

La Tregua di Dio che proibiva le guerre 
private in alcuni giorni della Settimana, era stata 
stabilita in parecchi Concili. A Clermont Urbano 
II l’estese. Restrinse il numero dei giorni di guer- 
‘ra; restrinse i diritti dei combattenti. In nome 
della Tregua di Dio, durante periodi interi del- 
l’anno, era proibito di sfoderare la spada. Si obbli- 


— 110 — 


gavano i belligeranti a negoziare. I Papi, che co- 
noscevano i gusti per i combattimenti, ordinavano 
che in certe epoche le spade venissero appese, 
Allora entravano in scena i parlamentari che e- 
| rano sovente dei legati pontificii. 

A questo modo le razze germaniche cessa- 
rono di considerare la guerra come l’occupazione 
principale della esistenza. Se le prescrizioni d’Ur- 
bano fossero state strettamente osservate, la guerra 
paralizzata da rituali sospensioni d’armi, sarebbe 
sfata resa se non impossibile, difficile assai. Ora 
si contesta al Papato questo diritto, e poichè non 
s'è trovato di sostituire nella vita dei popoli la 
forza morale esercitata dal Papato nel Medio Evo, 
si cerca ora a Ginevra l’equivalente, mufatis mu- 
tandis, di ciò che rappresentava il Papato all’epoca 
in cui la cristianità era la vera Società delle na- 
zioni. E noi assistiamo ad uno spettacolo che non 
manca di qualche interesse. In genere sono le 
forze di sinistra che si fanno promotrici del ravvi- 
cinamento dei popoli, del movimento paneuropeo. 
Le forze conservatrici sono invece custodi del 
fuoco sacro della nazione e del nazionalismo, in- 
teso come antitetico o quasi ad un ordine più 
vasto, europeo, che non sopprimerebbe le patrie, 
ma darebbe loro una maggiore estensione pur 
rispettando le tradizioni e il genio di ogni gruppo 
etnico. E se un rappresentante del Pontefice di 
Roma, supponiamo il Nunzio di Parigi, Monsi- 
gnor Maglione nel discorso di Capo d’anno all’E- 


— lli — 


liseo. si permette di felicitare la politica di Gine- 
vra, di Locarno o di Briand, i vari Maurras sulle 
sponde della Senna si stracciano le vesti, mentre 
i paladini del vecchio anticlericalismo di sinistra 
trovano che il Vaticano s’inspirerebbe a un pro- 
gramma di pace non suo mettendosi alla testa 
del movimento pacificatore mondiale. È logico il 
nazionalismo francese che rimane fedele alla 
vecchia concezione pagana, mentre, supponendo 
la buona fede in quei cartellisti che rimproverano 
al Papato le sue direttive pacificatrici odierne, si 
dovrebbe ammettere in loro un’ignoranza colos- 
sale della storia del Papato in genere, del Medio 
Evo in ispecie. 

Nel sistema politico-religioso-sociale del Medio 
Evo la sovranità di Dio è al di sopra di ogni con- 
testazione. Il Papa è la spada spirituale, il Vicario 
spirituale di Dio. Cesare ne è la spada, e il Vica- 
rio temporale. Secondo la teoria imperiale, Cristo 
aveva rimessa la spada spirituale al Papa e la 
spada temporale all'imperatore. Secondo la teo- 
ria pontificia invece, Pietro aveva ricevute due 
spade, e, riservata a sè la spada spirituale, aveva 
trasmessa quella temporale all'imperatore. Que- 
st'ultima concezione importava per Cesare una 
certa soggezione e dipendenza che non poteva 
sorridergli. Cesare e i suoi si appigliavano quindi 
alla prima concezione. È d’altra parte incontesta- 
bile che, all’infuori di ogni ideologia, l’autorità 
del Vicario Spirituale era immensa; e quando 


- 112 — 


questi sembrava riluttante, per questa o quella 
ragione, ad esercitarla erano i popoli stessi a far 
pressione. su Pietro perchè agisse in conformità 
alla missione universalmente riconosciutagli. 

« Da tutte le parti della terra persone di 
ogni età, di ogni condizione, per tema della vio- 
lenza dei loro signori, o colpevoli di qualche cri- 
mine ,vengono verso la Chiesa romana come verso 
la madre universale e le chiedono la salute non - 
solo per le loro anime ma anche per i loro corpi ». 
Così scriveva Niccola I° nel nono secolo. Sino 
alla partenza dei Papi per Avignone questo qua- 
dro è esatto. Gli oppressi prendevano la via di 
Roma quando avevano bisogno d’essere liberati 
dall’oppressore. Al Concilio di Clermont nel 1094 
Urbano II difende la regina Berta contro Filippo 
I. Un anno dopo nel 1095 al Concilio di Piacenza 
l'imperatrice Prassede, maltrattata da Enrico IV, 
implora a sua volta l’aiuto di Urbano 1I. Ildegarda 
Contessa di Poitiers, si reca nel 1119 al Concilio 
di Rems per lamentarsi con Callisto II che suo 
marito l’ha ripudiata. I Papi avevano in qualche 
modo il compito di ministero pubblico. Se non 
l'avessero esercitato, i popoli, nei secoli che cre- 
dettero alla sovranità di Dio, avrebbero prote- 
stato, avrebbero accusato il Papato di esimersi da 
un’onere che era inerente all’alta loro autorità 
universalmente riconosciuta. Questa autorità era 
superiore a quella del Re e dell'Imperatore, alla 
slessa guisa con cui l’anima è superiore al corpo; 


— 113 — 


ima era evidente che coll’andare del tempo i fatti 
urtando contro il sistema vigente, avrebbero alla 
loro volta dato vita ad altri sistemi. Cesare non 
poteva tardare a reclamare l'allargamento della 
sua autorità e la sua piena indipendenza. Sotto 
gli Hohenstaufen il conflitto col Papato assumeva 
un carattere oltremodo acuto. Non si trattava sol- 
tanto, come al tempo degli imperatori Sassoni, del- 
la libertà delle Chiese ma della libertà dei popoli. 

Federico Barbarossa. Federico II accarezza- 
vano un'ideale di governo assoluto. Non poten- 
dolo realizzare in Germania dove la feudalità era 
potente e il diritto romano era poco conosciuto, 
intendevano realizzarlo in Italia. Sognavano l'u- 
nione personale della Germania e dell’Italia sotto 
lo scettro imperiale. Per giungere a ciò dovevano 
ledere i diritti dei re di Sicilia, feudatari del Papa, 
i diritti delle città lombarde, e quelli del Papa che 
non aveva alcuna voglia di diventare il cappellano 
dell’imperatore. Si doveva quindi impegnare una 
fiera lotta, durata un secolo, tra ì guelfi partigiani 
del Papa e i ghibellini partigiani dell’impera- 
tore. L’Italia doveva diventare per gli Hohenstau- 
fen un campo d'esperienza per la risurrezione del 
Cesarismo. Adriano IV e Alessandro III resistet- 
tero. Federico Barbarossa fece proclamare alla 
Dieta di Roncaglia il vecchio principio: « Ciò che 
piace al principe ha forza di legge ». 

.Sorrelto dalle città lombarde, dalla fiducia 


Chiesa è Stato 7 


— 114 — 


dei popoli, Alessandro III resisteite. Nella Ba- 
silica di S. Marco a Venezia Barbarossa s’ingi- 
nocchiò davanti al Papa. Era un omaggio reli- 
gioso imposto dalla consuetudine, ima poichè il 
Papa si chiamava Alessandro e l’imperatore Bar- 
barossa la genuflessione di quest’ultimo veniva 
a rivestire un carattere altamente politico, qual- 
che cosa di più di una semplice formalità di eti- 
chetta. Il regno di Federico II è l’ultimo episodio 
di questo conflitto. 

Appoggiandosi alla sua forza esclusiva Fe- 
derico II si rizzò contro il Papato impegnando 
un duello a morte. Rivolto ai re, ai principi, li 
invitò a schierarsi accanto a lui, ma senza risul- 
tato. .Fece venire dei Saraceni in Italia a Nocera 
‘e a Lucera come coloni ec come soldati. Aveva 
bisogno per i suoi colpi di mano di truppe che non 
temessero la scomunica. Voleva essere « una spina 
nell'occhio del Papa ». Introdusse nel vocabola- 
rio imperiale le vecchie formole pagane. Chiamava 
sua madre Diva, suo figlio Corrado « rampollo 
divino del sangue dei Cesari ». Le città che fon- 
dava si chiamavano Augusta, Cesarea, e battez- 
zava il suo nome di nascita, Jesi, « la nostra Be- 
tlemme ». Era la legge vivente: /ex legibus om- 
nibus soluta. 

Alla morte di Gregorio IX la Santa Sede fu 
vacante per due anni. 

Eletto il Cardinale Fieschi in voce di ghi- 
bellino, Federico II sperò di averlo sotto mano. 


— 115 — 

Fu invece lui, che, sotto il nome di Innocenzo IV, 
| depose Federico. Credeva spenta .la forza del 
Papato ed a un tratto la vedeva riapparire più 
forte che mai. Era passato sul trono degli Hohen- 
staufen come un anacronismo storico. Comunque, 
mentre i filosofi provavano l’unione teorica del 
sacerdozio e dell’impero, i cronisti non racconta- 
tavano che le lotte dei Papi e degli imperatori. 
Teoricamente non ci doveva essere che un solo 
Cesare accanto a un solo Pietro. Le due « metà » 
del mondo, i due Vicari di Dio, l’uno spirituale, 
l’altro temporale dovevano far convergere le loro 
forze per realizzare l'unificazione del genere uma- 
no, in omaggio alla comune paternità divina. L’i- 
deale era troppo bello ed alto. I fatti restarono 
ribelli. 

Solo il Papato rimase internazionale. L’im- 
pero fu nazionale quasi dalla sua culla. I due Vi- 
cari, attraverso il Medio Evo, andarono emanci- 
pandosi l’uno dall’altro, sino a che i tempi furono 
maturi per l’assolutismo regale. 

Il mutamento doveva operarsi per mezzo di 
un Sire francese, Filippo il Bello. Questi voleva 
essere un principe assoluto. All'indomani del gran- 
de interregno che aveva indebolito l’impero ger- 
manico, aveva pensato di raccogliere l’eredità im- 
periale per la razza dei Capeti. In faccia all’In- 
ghilterra voleva essere arbitro della pace e della 
guerra. Le proposte di arbitrato, di tregua o di 
trattati l’irritavano. Di fronte a Bonifacio VIII, 


- 


— 116 — 


che sedeva sul soglio di Pietro, fece ricorso ai pam- 
ipflets prima, a falsificazioni, e allo schiaffo d’Ana- 
gni, dopo. I termini della questione erano ancora 
quelli che si ponevano al tempo d’Innocenzo III, 
ma allora non sussisteva uno Stato fortemente co- 
stituito. Filippo il Bello credette necessario l’as- 
solutismo regale per la nazione francese, ed, aven- 
do trovato che l’assolutismo regale era incompa- 
tibile colle pretese di Bonifacio, intrapprese la 
lotta appoggiandosi sull’opinione. Riunì i borghesi 
negli Stati generali e fece proclamare che « il 
Re non ha alcun Sovrano sulla terra all'infuori 
‘di Dio ». Era la risposta a una Bolla di Boniì- 
facio VIII. 

Alla vigilia di Natale dell’anno 1303 il Papa 
era in procinto di pronunciare la scomunica mag- 
giore contro Filippo. Questi aveva inviato in Ita- 
lia Guglielmo de Nogaret dandogli per compagno 
un membro della famiglia Sciarra-Colonna. Muniti 
di forti somme di denaro questi assoldarono degli 
_avventurieri pronti a tutto e alla vigilia di Natale. 
prima che la sommossa fosse resa pubblica, giun- 
sero ad Anagni, posta sopra una collina pittore- 
sca al sud di Roma, dove sì trovava il Papa Boni- 

| facio VIII. Ii Pontefice, vestito degli abiti ponti- 
ficali, cinta la Tiara, attese impavido sul Trono 
i sicari. Nogaret e Sciarra, seguiti dalla loro ban- 
da ,non si lasciarono impressionare dalla maestà 
dell’agusto vegliardo e si abbandonarono alle più 
volgari ingiurie. Una mano guantata di ferro 


— 117 — 


schiaffeggiò il Papa proveniente dalla famiglia 
Gaetani. i | 
Non si poteva escogitare un affronto più vile 
ed-umiliante. Le città e le campagne vicine insor- 
sero contro gli emissari di Filippo e accorsero in 
soccorso del Pontefice che fu portato in trionfo 
a Roma; ma qualche giorno dopo vi moriva. 
Dante, che pure era nemico acerrimo di Bonifa- 
cio VIII, fustigò con parole roventi l’atto sacrilego 
del Re: 


Perchè men paia il Îmal futuro e il fatto 
Veggio in Alagna intrar lo fiordaliso 

E nel-Vicario Suo Cristo esser cotto. 
Veggiolo un’altra volta esser deriso; 
Veggio rinnovellar l’aceto e’l fele, 

E tra vivi ladroni esser anciso. 


(PuRG. cap. XX) 


L’Arcivescovo di Bordeaux che successe a Bo- 
nifacio sotto il nome di Clemente V, prese la via 
d’Avignone ed iniziò quella che fu chiamata la 
« cattività di Babilonia ». Durante questo pe- 
riodo l’opinione cattolica ritenne i Papi sotto l’in- 
fluenza dei Re di Francia. La storia del secolo 
XIV fa toccare con mano .la decadenza dell’in- 
fluenza di Pietro. La potenza internazionale del 
Papato sembra posta a disposizione dei Re di. 
Francia, e con ciò stesso va eclissandosi. Luigi di 
Baviera, erede -delle pretese Cesarge, non paven- 
“ta la scomunica, sotto pretesto che il Papa sa- 


-- 118 - 


rebbe stato al servizio dei Valois contro i Wittels- , 
bach. Poichè la Francia ha il suo Papa, Luigi 
di Baviera creerà il suo. Teoricamente si continua 
ad ammettere l’arbitrato del Papa, ma in linea di 
fatto vi si ricorre meno. Ì Papi d’Avignone of- 
frono come i loro predecessori \i loro servizi di 
pacificatori, ma la loro autorità è diminuita. Nel 
momento in cui le nazionalità assumono contorni 
più precisi il carattere internazionale della Chiesa 
s'attenua. Man mano che le nuove rivalità dei 
popoli velavano la concezione della cristianità, 
l'esistenza di una sovranità spirituale superiore 
alle frontiere nazionali assumeva l'aspetto di un 
anacronismo. 

I Sovrani aspiravano all’onore di albergare i 
Papi per servirsene anzitutto e per impedire che 
i rivali potessero fare altrettanto. Non appena 
Santa Caterina da Siena potè condurre da Avi- 
gnone a Roma Gregorio XI°, lo scandalo supremo 
desolò la Chiesa. Il grande Scisma doveva ta- 
gliare la cristianità in due 0 tre obbedienze. Roma 
ed Avignone avevano ciascuna il loro Pontefice. 
In una memoria Presentata al Concilio di Co- 
stanza si legge: « L’occasione e il fermento dello 
scisma erano la discordia tra i regni; divisi tra 
di loro ,sì unirono all’una o all’altra fazione che 
si disputavano la Tiara. Se questa discordia tra 
i regni non si fosse sviluppata, lo scisma non a- 
vrebbe avuta una durata così lunga e non sarebbe 
stato iniziato così leggermente ». 


-- 119 — 


I sovrani optavano per questo o quel Papa 
a seconda degli interessi della loro politica. Alla 
loro volta, i due Papi invece di presiedere alle 
lotte delle nazioni a scopo pacificatore venivano 
rimorchiati dai diversi belligeranti. Le conseguen- 
ze non polevano essere che disastrose. Tale abba- 
zia aveva due Abati, tale vescovado due vescovi, 
di cui ciascuno guardava all’uno o all’altro Papa. 
L’antico grandioso edificio crollava un po’ ogni 
giorno. Chi era il Papa ‘voluto da Dio? Chi l'Im- 
peratore? Santa Catterina da Siena teneva per i 
Papi di Roma. San Vincenzo Ferrier, il Beato 
Pietro di Lussemburgo per i Papi d’Avignone. La 
fede per altro restava profonda e, ben lungi dal 
mettere in dubbio la missione divina della Chiesa, 
i contemporranei vedevano nello scisma il castigo 
di Dio per i peccati della cristianità, sopratutto 
pel fasto del clero, la cupidità e il rilassamento 
della disciplina. Ristabilire l’unità, riformare il 
popolo cristiano: tale era il desiderio intenso dei 
devoti alla Chiesa. Altri, meno curanti dell'unità, 
predicavano sopratutto la riforma, preparando gli 
animi alle grandi defezioni del secolo XVI. 

Il Concilio di Costanza promulgò dei decreti 
di riforma senza però chiudere la ferita inferta 
alla Chiesa. Durante le lotte dello scisma le uni- 
versità difendevano la supremazia conciliare come 
. il solo rimedio al male comune; ma erano so- 
pratutto dei teologi universitari che sostenevano 
la superiorità del concilio. Alla monarchia papale 


— 120 — 


si tendeva a soslituire una repubblica di teologi 
intellettuali con Parigi per capitale. Questi do- 
mandavano di aver voce non solo consultiva ma 
anche definitiva in Concilio. Alla trentaquattresi- 
ma seduta del Concilio di Basilea il 25 giugno 
1439 i teologi erano trecento con soli fredici pre- 
lati e sette vescovi e pronunciarono la deposizione 
di Eugenio IV, deposizione che non ebbe del resto 
alcun effetto. I Papi si opposero energicamente 
a questo parlamentarismo teologico. Approfittando 
di queste difficoltà tra teologi e Papi, i re limita- 
rono la giurisdiziòne romana nei loro Stati. In 
Francia la prammatica sanzione di Bourges di- 
venne la carta del gallicanesimo. L’Inghilterra 
seguì praticamente la stessa condotta con ten- 
denza a costituire la sua Chiesa strettamente in- 
sulare. Nazionalismo e cattolicismo si scontrano: 
sono i primi urti che in alcuni paesi porteranno 
più tardi al divorzio. La fusione pertanto era pos- 
sibile come l’attesta l'esempio luminoso di (Gio- 
vanna d'Arco. Essa seppe unire ad un amore ar- 
dente per la patria un’attaccamento profondo alla 
Santa Sede. La grande eroina che andò al suo Re 
anche a costo di «< user les jambes jusqu’ aux ge- 
noux» prima di morire mise tutta la sua fiducia 
«nella Chiesa e în Dio: «Io mi rimetto al giudizio del 
nostro Santo Padre il Papa e voglio credere tutto 
ciò che crede la Santa Chiesa » (!). Ma non è que- 


—— 


(1) J. QuicHERAT: Le double Procés, t. II, p. 123. 


— 121 — 


sta correnle che ebbe il sopravvento. Doveva trion- 
fare invece lo spirito di Filippo il Bello. Filippo 
il Bello ed i suoi, pur dichiarandosi cattolici e 
figli devoti alla Chiesa e sottomessi alle Somme 
Chiavi in ciò che concerne lo spirituale soltanto, 
reclamarono altamente la summa regis libertas 
di fare nel mondo tutto ciò che loro fosse piaciuto, 
quanto al temporale. I governi che succedettero 
spinsero il loro zelo al punto di obbligare l’epi- 
scopato francese a sopprimere nel Breviario le le- 
zioni su San Gregorio VII colpevole di aver de- 
posto l’imperatore Enrico IV. Il ricordo di ciò 
che era avvenuto nel secolo XI non poteva susci- 
tare nostalgie e rimpianti? Non vha dubbio che 
la resistenza invitta di Gregorio VII tendeva prin- 
cipalmente a rivendicare la libertà e l’indipen- 
denza della Chiesa, nonchè la sua purezza spiri-. 
tuale. « Nessuno -- scriveva Innocenzo III nel 
1204 ai vescovi di Francia — deve immaginarsi 
che noi pretendiamo turbare o diminuire la giu- 
risdizione dell’illustre Re di Francia, come egli 
non vuole nè deve impedire la nostra... Noi non 
pretendiamo giudicare del feudo, il cui giudizio gli 
appartiene... ma pronunciare sul peccato, di cui 
la censura ci appartiene senza alcun dubbio, cen- 
sura che noi possiamo e dobbiamo esercitare con- 
tro chicchessia... Non enim intendimus de feudo 


— 122 —- 


sed decernere de peccato » (1). Invocarono la stessa 
ratio peccati Innocenzo IV contro Federico II e 
Bonifacio VIII contro Filippo il Bello, ma dacchè 
fece la sua apparizione l’assolutismo regale in 
Francia, in Inghilterra, in Germania, nell’Austria, 
finì per avere il sopravvento sul terreno dei 
fatti. Nè si limitò a reclamare la supremazia nel 
campo civile, temporale. Come scriveva Fénelon 
« il Re, nella pratica, è più capo della Chiesa che 
non il Papa in Francia. Libertés à l’egard du 
Pape, servitudes à l’egard du Roi ». Si può affer- 
mare la slessa cosa del gioseffismo. Lo stesso 
spirito assolutista aleggiò in tutti i paesi. Si re- 
clamava libertà nei rapporti col Papa, si accetta- 
vano le catene del Re (?). Sotto pretesto dell’indi- 
pendenza dello Stato « si reclamava l’'assoggetta- 
mento della Chiesa allo Stato col diritto per que- 
st’ullimo di utilizzare, controllare, regolamentare la 
forza morale e sociale che essa rappresenta. Il 
fine ultimo è l’interesse pubblico e nazionale che 
appartiene solo allo Stato ‘di amministrare con un 
dispotismo superiore a lutte le leggi » (3). Come si 
vede, il salto è notevole. Oramai alla fesi feocratica 


(1) Innocenzo III: Leltera Novit ille ai vescovi di 
l’rancia a proposito del conflitto tra Filippo Augusto e 
Giovanni Senza Terra. 

(?) DE MAISTRE: De l'Eglise ‘gallicane libr. II, 
cap. XIV. | 

(3) JEAN RIVIERE: Le probléme de l’Eglise et ‘de 
l'Etat aus temps de Philippe le Bel, pag. 261. 


PP 


si oppone la lesi gallicana in Francia, anglicana in 
Inghilterra, gioseffista in Austria. Se prima si po- 
teva ritenere che la Chiesa volesse fare dello 
Stato un suo strumento, i termini sono ora inver- 
titi.. E lo stato che vuol fare della Chiesa un suo 
strumento. Il potere politico si rifiula d’essere 
il vescovo del di fuori e di subire la giurisdizione 
della Chiesa. Assistiamo a un processo lento ma 
continuo, in cui l’assolutismo regale si riserva la 
parte del leone. L’eresia s'è infiltrata nei vari 
paesi con effetti deleteri. A chi spetta di giudi- 
carla? Con quali mezzi occorre combatterla? Poi- 
chè l'eresia reca seco disordini anche nel campo 
sociale, lo Stato non ha il diritto, non ha anzi il 
dovere di mettere la scure alla radice e di sop- 
primerla, di sopprimere l’eretico, prima ancora 
che l'eresia produca i suoi effetti esteriori? Que- 
sta pretesa, che tende a stabilire delle ortodossie 
di stato, è messa avanti. La Chiesa che ha rice- 
vuta la missione d’insegnare la verità, fa valere - 
il diritto che ne risulta di giudicare le opinioni 
contrarie. Volendo impedire ogni ingerenza dello 
Stato, si stabilisce che lo Stato farà opera di re- 
pressione dopo che la Chiesa avrà fatto conoscere 
le sue indicazioni. Siamo di fronte all’Inquisizione 
in tulta la sua semplicità teorica. Alla pretesa 
dello Stato di erigersi a giudice in materia spiri- 
tuale, si risponde istituendo un tribunale di 
Stato sarà l’esecutore, il braccio secolare. I 
secolare si allungherà man mano che 














DIRITTO 
puapLicO 


— 124 — 


gallicanesimo avrà raggiunte maggiori altezze. Si 
passerà dalla protezione, dall'esecuzione alla ma- 
nomissione dello Stato sulla Chiesa. Quando Luigi 
XIV revoca l’Editto di Nantes non ubbidisce alla 
legislazione della Inquisizione e non agisce per 
conto della Chiesa. Interviene per suo conto, a- 
gisce per suo conto ed a profitto dello Stato. Non 
serve la Chiesa, se ne serve. 

Dopo d'essersi identificata collo Stato — l’£tat 
c'est moi — 'melte la mano nel dominio riservato 
alla Chiesa. Ammette l’unione della Chiesa allo 
Stato ,ma l’unione che vagheggia è quella del 
cavallo al cavaliere. Ben inteso egli è e vuol 
essere il cavaliere. 

Superfluo aggiungere che i gallicani capeggiati 
da Bossuet, mentre reclamano libertà nei rap- 
porti col Papa, -acceltano la servitù dalla mano 
del Re. La Dichiarazione del 1682 è molto espli- 
cita. Essa suona. così: « I Re e i Sovrani non 
possono essere deposti ne’ direltamente, nè indi- 
rettamente dall'autorità delle Chiavi della Chiesa. 
I loro sudditi non possono essere dispensati dalla 
sottomissione e dall’ubbidienza che a loro debbono, 
nè sciolti dal giuramento di fedeltà e questa dot- 
trina deve essere inviolabilmente seguita come 
conforme alla parola di Dio, alla tradizione dei 
Santi Padri, all'esempio dei Santi ». Stando a que- 
sla dichiarazione, l’erede di Luigi XIV è sempre il 
Re legittimo della Francia e i francesi gli do- 
. vrebbero sempre sommissione ed ubbidienza. In 


— 125 — 


omaggio a questo principio Luigi XVIII fece in- 
cominciare il suo regno alla morte di Luigi XVII. 
Il Conte di Chambord avrebbe datato il suo dal 
1830 se la sua coscienza gli avesse permesso di 
accettare il tricolore invece dei gigli dei vecchi Re. 
di Francia. 

Nella dichiarazione del 1682 va sottolineato 
quest'altro gioiello: « Noi arcivescovi e vescovi che 
rappresentiamo la Chiesa gallicana, abbiamo giu- 
dicato conveniente, dopo matura deliberazione, di 
stabilire e di dichiarare: Che San Pietro e i suoi 
Successori, vicari di Gesù Cristo e che tutta la 
Chiesa stessa non hanno ricevuto altro potere da 
Dio che quello concernente le cose spirituali... 
Gesù Cristo stesso ci apprende che il suo regno 
non è di questo mondo. Noi dichiariamo con- 
seguentemente che i Re e i Sovrani non sono sotto- 
messi ad alcuna potenza ecclesiastica per ‘ordine 
di Dio nelle cose temporali ». Mentre alcuni Stali 
si staccavano radicalmente dal Centro della catto- 
licità, il gallicanesimo non spezzava ogni vincolo 
con Roma, ma era portato a dare a Cesare, anche 
quello che era dovuto a Dio. Vanno richiamate a 
questo proposito le seguenti parole di P. Laber- 
thonnière: « Bossuet può essere considerato come 
il portaparola della corrente d’idee che allora si 
diffuse. Afferma categoricamente che la Chiesa 
non ha nessuna giurisdizione sui governi nelle cose 
lemporali e che le sole armi che siano a sua di- 
sposizione contro di essi sono quelle che Gesù € 


— 126 — 


i suoi discepoli hanno usate. Il male è che Bos- 
suet, il quale comprendeva così bene che la Chiesa 
aveva allro da fare in questo mondo che di com- 
portarsi come se fosse essa stessa uno Stato eser- 
citante una giurisdizione sulle cose temporali, non 
comprese affatto che lo Stato aveva esso pure altra 
cosa da fare che di comportarsi come una Chiesa 
esercitanie una giurisdizione sulle cose spirituali: 
poichè ammetteva che in ogni paese la cura della 
religione era direttamente affidata al Principe, di 
modo che spettava logicamente al Principe di fare 
funzionare l’Inquisizione. E Luigi XIV non l’intese 
diversamente ». Ciò che si dice di Luigi XIV e del 
gallicanesimo vale a più forte ragione per l’Angli- 
canesimo e la Riforma. Si presenta generalmente 
la riforma protestante sotto smaglianti colori. Essa 
avrebbe fatto opera di liberazione, spezzando l’u- 
nità della Chiesa. La verità storica è ben altra. 
Cristo col motto: Date a Cesare quello che è di 
Cesare e a Dio quello che è di Dio aveva netta- 
mente idistinti i due poteri, civile e spirituale che i 
Cesari pagani assommavano nelle loro mani. Sotto 
questo rapporto la Riforma segna -un regresso. 
Ovunque essa prevalse, le due società, i due poteri 
si confusero di nuovo, sia che lo Stato, come in 
Inghilterra con Enrico VIII, si impadronisse della 
Chiesa, sia che la Chiesa come a Ginevra con 
Calvino si impadronisse dello Stato. 

Ovunque — tranne che a Roma — le Chiese 
protestanti od ortodosse scismatiche, sono divenute 


td 


il prolungamento del principe o del Parlamento 
nazionale. Ciò che è avvenulo recentissimamente 
nella Chiesa anglicana pie Prayer Book è alta- 
mente istruttivo. Un voto del Parlamento ha an- 
nullato in un istante le fatiche erculee dell’episco- 
pato anglicano che non sa ancora decidersi tra le 
due vie, che in pieno secolo XX gli si parano in- 
nanzi: o dì chiedere risolulamente la separazione 
della Chiesa dallo Stato, ovvero di accettare le di- 
rettive del Parlamento nazionale, che indubbia- 
mente non è competente nella sfera dello Spiri- 
tuale. 

Anche la Chiesa di Roma, nei secoli dell’as- 
solutismo dei principi, non potè sottrarsi ad umi- 
liazioni dovute all’imperativo categorico di Ce- 
sare. Gallicanesimo e gioseffismo andarono a gara 
a chi più s'addentrava nel dominio delle cose spi- 
rituali. i.a rivoluzione francese, abbattendo l’as- 
solutismo regale, dava in pari tempo un colpo al 
gallicanesimo. Non lo estirpava completamente, 
come avremo occasione di inettere in rilievo in un 
capitolo a parte, ma proprio nel momento in cui 
veniva abbattuto il trono € risuonava il motto: 
« Dieu croule si le Roi tombe » si verificava il 
fenomeno opposto. Il Papato ripigliava duranle il 
secolo XIX il posto che l’assolutismo gli aveva 
conteso. Le sue ascensioni sono continue in quello 
che Leone Daudet chiamò lo stupidissimo secolo 
XIX. L’assolutismo cercò di prendere nuove forme 
anche ammantandosi di libertà. Il legittimismo 


— 128 — 


borbonico in Francia, il Carlismo in Ispagna si 
levarono contro le direttive di un Pontefice di 
genio, di Leone XIII, colle stesse formole consa- 
crate nella dichiarazione del 1682, ma decisa- 
mente questi tenlativi sono anacronistici. S'è ini- 
ziato un periodo nuovo, di cui non s'è .detto 
ancora l’ultima parola, ma non vha dubbio che il 
Papato nell'epoca moderna ascende, per quanto 
di tratto in tratto si ‘senta ripetere la stessa 
melanconica canzone a proposito dei cosidetto: 
« ultimo Papa ». 


NAPOLEONE 


Chiesa e Stato 


CC rr —.  — ——r  —yT —— 


Napoleone 


Il Concilio dì Trento aveva restaurato tutto 
l'edificio cattolico avente alla sua base e alla 
sommità il Papato. Tutto parte dalla rocca di 
Pietro e tutto ritorna al Centro della cattolicità. 

Senza il Papa le Chiese nazionali diventavano 
istituti di Stato. I dogmi che Roma mantiene e de- 
finisce richiedono una fede integrale. Non si ha 
diritto di distinguere tra gli articoli, secondo la 
loro importanza o la loro fonte. La scrittura e la 
tradizione sono le basi granitiche su cui s'è in- 
nalzata la Chiesa Romana 


Avete il vecchio e il nuovo Testamento 
E il Pastor della Chiesa che vi guida 
Questo vi :basti a vostro salvamento (*). 


Dante Alighieri aveva già scolpite queste ve- 
rità che a Trento ebbero il loro coronamento 
autorevole. ” 

Contemporaneamente la pace d’Augusta colla 
proclamazione del noto principio: Cuius regio 
eius religio sommetteva ai principi la coscienza 


(1) DANTE: Paradiso Canto V. 


— 132 — 


religiosa dei sudditi. S'era falto macchina indietro 
a questo riguardo. L’abbiamo già detto, il cri- 
stianesimo dal suo primo sorgere aveva netta- 
mente distinti i due poteri, il religioso e il civile 
che nell’ antichità pagana si assommavano in 
Cesare. o 

La pace d’Augusta innovava o meglio catalo- 
gava un'innovazione. Il cristianesimo era insorto 
contro le strette religioni di Stato. La pace d’Au- 
gusta navigava verso il passato levando lo sten- 
dardo: Caius regio eius religio. La Chiesa di 
Roma non poteva non tenere conto della nuova 
situazione di fatto, pur rimanendo ferma, incrolla- 
bile alla pura dottrina definita a Trento. Si rim- 
proverava talora a Roma di aver frequentemente 
fatto ricorso nella Contro-riforma a ,dei mezzi 
politici, e non si riflette che non si poteva agire 
diversamente. Bisognava prendere l’Europa tale 
quale era. Lo statu quo creato dalla pace d'Augu- 
sta determinava un terreno d'azione su cui la 
Chiesa doveva operare immediatamente sotto pena 
di venir meno alla sua missione. La restaura- . 
zione della ortodossia cattolica doveva essere ne- 
goziata col principe prima che i missionari e le 
congregazioni nuovamente formate, potessero fare 
opera d’apostolato nella regione del principe.. Non 
si deve dimenticare che senza il favore dei So- 
vrani, la Riforma non avrebbe potuto conquistare 
la metà dell’Europa. 


a 193 


Fin dal 1563 l'ambasciatore veneziano So- 
ranzo scriveva: < Nella defezione della Gerinania 
e dell'Inghilterra l’interesse dei principi ebbe una 
parte maggiore che l'opinione di Martino Lutero, 
di Zuinglio e non sono nè Calvino nè Béze, ma le 
inimicizie particolari e il desiderio di governare 
che furono la principale ragione dei movimenti at- 
tuali in Francia ». S'era incominciato collo sta- 
bilire che la politica doveva essere indipendente 
dalla religione e si finì col dichiarare che la re- 
ligione è dipendente dalla politica. Laicizzata la 
politica, si volle secolarizzare la religione. Spez- 
zettata l'Europa in diverse nazioni, in ogni Stato 
sì trovarono in presenza le pretese del potere re- 
gioso e quelle del potere civile. Si discuteva meno 
sui principii e più sulle questioni pratiche. Una 
Chiesa puramente nazionale in queste discussioni 
non può essere che subordinata. L’episcopato na- 
zionale è nello Stato e lo Stato non tollererà mai 
che questo episcopato si eriga a sovrano anche 
nel campo esclusivamente spirituale. Al princi- 
pio: « Lo Stato è padrone di sè » non vera e 
non vha che una restrizione in favore dei Papi, 
appunto perchè il Papato è sopranazionale.. 

Coi Concordati i Papi abbandonano certe pre- 
tese della Chiesa e ratificano certe pretese dello 
Stato. Un Concordato — è stato detto giustamente 
— è ad un tempo un sacrificio fatto dal Papato e 
un’affermazione della sovranità pontificia, ricono- 
sciuta e sottoscritta dallo Stato contrattante. Lo 


— 134 — 


Stato confessa praticamente col Concordato che la 
Chiesa non gli appartiene interamente dal momento 
che negozia colla Santa Sede. A questo modo la 
Santa Sede potè mantenere l’indipendenza della 
Chiesa sotto la tutela di fatto dei governi assoluti. 
in questo stato di cose Roma nel secolo XVI do- 
veva tener conto del favore dei principi come nei 
paesi retti democraticamente nei secoli XIX e XX 
non poteva e non può prescindere dalle aspira- 
zioni del popolo e dei popoli. 

All’inizio del secolo XVII il Re d’Inghilterra 
Giacomo I° in un libro intitolato: « Prefazione 
ammonitrice » sosteneva questa tesi: I Re come i 
Papi tengono immediatamente il loro potere da 
Dio. Era l’apologia dell’assolutismo regale. Gli 
rispose il Gesuita Suarez. Per Suarez. la teoria 
di Giacomo I era « nuova » e « singolare ». Op- 
poneva quesl’altra tesi: È necessario l'intervento 
della Società per conferire il potere al Sovrano. 
Dio dà il potere, ma la nazione deve designare il 
titolare. Suarez sì spinge più in là, la nazione 
ha il diritto di difendersi, anche colla rivolta, 
se il principe viola il patto per cui il potere gli 
è trasmesso. Nei secoli dell’assolutismo regale si 
diceva correntemente: «Il Re non ha alcun So- 
vrano sulla terra all'infuori di Dio ». Si voleva 
con ciò togliere ogni dipendenza dai Papi, ma si 
creavano in pari tempo dei ceppi per il popolo. 
Difensore delle dottrine di libertà politica che il 
Medio Evo aveva ricevuto dal Papato, per cui la 


— 135 — 


regalità non poteva sfuggire alla funzione so- 
ciale inerente al bene comune, Suarez nell’erigersi 
contro Giacomo I appariva ad un tempo difensore 
del Papato e dei diritti del popolo, ma i tempi 
non erano maturi pel trionfo di questa tesi, È 
stato detto, e non a torto, che si può tracciare a 
grandi linee la storia politica del secolo XVII e 
XVIII senza menzionare il Papato. La nozione del 
Papato, potenza internazionale era obliterata. Le 
corone sembravano eclissare la Tiara. Per un se- 
colo e mezzo le guerre succedettero alle guerre 
senza che la Santa Sede potesse mettervi un 
freno. Il XVII e XVIII secolo furono l’epoca 
in cui l'indipendenza della Chiesa nei rapporti 
col potere civile, feconda novità del cristianesimo, 
ebbe maggiormente bisogno di essere preservata. 
Nel secolo XVII erano le massime assolutiste che 
minacciavano la libertà della Chiesa, nel XVIII 
secolo erano le massime filosofiche. 
Biasimando gli autori della dichiarazione gal- 
licana, Innocenzo XI osservava: « Voi ci resistete 
in una causa In cui si tratta della salute e della 
libertà delle vostre Chiese ». Era esattissimo. L’e- 
mancipazione di una Chiesa per rapporto al Papa 
creava la sua dipendenza di fronte al Re. Har- 
lay diceva cinicamente a Luigi XIV che bisognava 
baciare i piedi del Papa e legargli le mani. Il 
fenomeno era generale. In Germania nel secolo 
XVIII per quarant'anni il libro di Febronio sullo 
stato della Chiesa sollevò vivaci polemiche. Gli 


a. 


arcivescovi di Magonza, Colonia Treviri oppo- 
sero alla Santa Sede gli articoli di Ems. I filosofi 
sposarono la causa delle Chiese nazionali. Per 
vie diverse giunsero alla conclusione: « La Chiesa 
è nello Stato ». In omaggio a questa concezione 
Maria Teresa e Giuseppe II pretendevano di sotto- 
mettere le Bolle pontificie, le lettere Pastorali 
dei vescovi all'approvazione del governo. Nei pro- 
grammi del « despotismo illuminato » in Toscana, 
in Ispagna, nel Portogallo, a Napoli ovunque tro- 
vavasi la stessa pretesa. Pombal, d’Aranda, Ta- 
nucci sembrano sistematicamente preoccupati di 
chicaner la Santa Sede. Tra il sacerdozio ed i fe- 
deli s'interpone Cesare per epurare l’insegnamento 
divino. A Pistoia nel 1786 si pretende, senza tener 
conto del Papa, di trasformare la Chiesa di To- 
scana secondo il beneplacito del Granduca Leo- 
poldo. . 

Alla fine del secolo XVIII Giuseppe II s’in- 
titolava pomposamente: « avvocato della Chiesa 
cristiana, Vicario di Cristo, capo imperiale dei 
fedeli, comandante dell’esercito cristiano, protet- 
tore della Palestina, dei Concili generali, della 
fede cattolica ». Questi titoli di « avvocato » di 
« protettore » dissimulavano la tutela che Giu- 
seppe II pretendeva esercitare sulla Chiesa. Vo- 
leva regolare le circoscrizioni diocesane, di sua 
autorità, l’insegnamento dei Seminari, l’interpre- 
tazione del dogma, e in qualche modo anche il 
numero delle candele da accendere all’altare mag- 


— 137 — 


giore. Federico II lo chiamava lepidamente: « Mio 
fratello. il Segrestano » Pio VI gli scriveva il 
15 Dicembre 1781: « Noi abbiamo presa la riso- 
luzione di recarsi presso Vostra Maestà imperiale 
a Vienna senza lasciarci distogliere dalla lunghezza 
c dalla difficoltà del viaggio, dalla nostra età 
avanzata e dalle nostre forze indebolite. atteso- 
che noi saremo rianimati dalla consolazione reale 
di parlare a Vostra Maestà e di far conoscere la 
buona disposizione del nostro cuore per accondi- 
scendere a’ suoi desideri e per conciliare i suoi 
diritti cogli interessi della Chiesa ». Giuseppe lI 
rispondeva burberamente così: « Noi non possiamo — 
abbastanza esprimervi come la vostra risposta 
era inattesa per noi e quale amarezza ci ha cau- 
sata poichè la certezza che noi abbiamo di bene 
agire ci impone questa necessità di usare del no- 
stro diritto, checchè ne possa risultare ». Prepa- 
rato da tale scambio di lettere, l’incontro tra 
Pio VI e Giuseppe II doveva essere necessaria- 
mente sterile. Come siamo lontani dal Medio Evo! 
Al Conclave del 1769 i diversi Borboni ingiun- 
sero ai loro ambasciatori di ottenere la desi- 
gnazione di un Papa favorevole alla soppressione 
dei Gesuiti. Trattavasi di sostituire Clemente XIII 
che s'era rifiutato di attentare alla Compagnia. 

Clemente XIV piegò invece. Un agente di 
Federico II a Roma scriveva qualche tempo dopo: 
«Il Papa teme troppo il risentimento delle corti 
cattoliche, contrarie ai Gesuiti perchè osì autoriz- 


— 138 — 


zare espressamente la conservazione di quei reli- 
giosi negli Stati prussiani ». 

Un altro fatto significativo. Nella Cappella 
di Versailles Luigi XIV, il Re cristianissimo, pre- 
senta a Dio qualche omaggio. La Signora di 
Montespan s’inginocchia pure e Bossuet, al basso, 
protesta invano. Nel secolo XVIII Luigi XV ri- 
pete gli stessi giuochi dell'amore e del sacrilegio. 
Il popolo si scandalizza. Dio gli sembra muto, 
la Chiesa complice dei vizi coronati. I tempi erano 
mutati. I Re consideravano ;i Pontefici Sommi 
come legislatori della pietà non dell'umanità e 
li trattavano non come rappresentanti dell’ Uomo- 
°Dio ma tutt'al più come maestri di cerimonie. 
Speravano che l’assolutismo della morale, che solo 
è eternamente legittimo, non trovasse più eco e 
fosse inefficace. Ma il Papato, per quanto ostra- 
cizzato dalla vita sociale dei popoli, rappresen- 
tava sempre, secondo l’espressione energica di 
Lord Molesworth « un principio d'opposizione a 
un potere politico illimitato ». Tosto o tardì l’asso- 
lutismo regale doveva sentire i lenti rintocchi della 
sua tragica fine; e poichè questo stesso assolutismo 
era riuscito a far credere l’inscindibilità del trono 
dall’arte, il giorno in cui venne il dies irae pel 
trono, parve che l’altare dovesse essere travolto 
a sua volta per sempre. 


Il tempo, che è galantuomo, doveva dissipare 


l'equivoco. Il motto dì Victor Hugo: Dieu croule 
si le roi tombe si è rivelato antistorico. 


Si 


— 139 — 


Luigi XVI ascese sul patibolo senza che la 
causa del legittimismo fosse spenta con lui; ma il 
Papalo, che era stalo un oppresso dell’assolutismo 
non meno del popolo, quando scoppiò l’'uragano 
della rivoluzione francese, pur passando attraverso 
a tragici avvenimenti, lrovò aperta la via per le 
future ascensioni del secolo XIX e secolo XX. La 
rivoluzione si prefiggeva di abbattere il trono c 
l’altare che sembravano indissolubilmente uniti. 
Ma il vincolo non era indissolubile. Spezzato il 
il trono, quando si trattò di mettere un po’ di or- 
dine e di iniziare un periodo nuovo col trinomio 
di liberté, fraternité, egalité, il grande soldato che 
prese le redini del potere, comprese che l’altare 
era più vivo che mai nel cuore dei francesi e che 
occorreva far appello al Papa pel culto cattolico 
che non contrae vincoli indissolubili con nessun 
regime politico o sociale. Così, dopo che la rivo- 
luzione ebbe abbattuto l’assolutismo dei Re, ve-. 
niva schiusa la nuova éra che avrebbe dovuto 
essere di libertà. Praticamente saltava tutto il vec- 
chio mondo e sulle rovine del passato andava 
erigendosi la città nuova con parte del rottame 
antico ec uno spostamento di valori; e per quanto 
da parte avversa si gridasse che il Papato era 
incompatibile colle nuove libertà in maturazione, 
non è perciò meno vero che il secolo XIX segna 
l’inizio di nuove ascensioni del Pavato, collimanti 
— sotto il Pontificato di Lcone XIII sopratutto — 


sn 0 


colle ascensioni popolari. Bonaparie fu una me- 
leora, ma una meteora che doveva lasciare un 
grande solco. 


& 
% * 


Sono note le eloquenti parole di Lacordaire: 
« Un giorno — così egli — le porte di questa Ba- 
silica (Nòtre Dame di Parigi) si aprirono: un 
soldato apparve sulla soglia, circondato da gene- 
rali.c da venti vittorie. Dove va egli? Entra, attra- 
versa lentamente questa nave, ascende davanti 
al Santuario: Eccolo davanti l’altare. Che viene 
a fare qui, lui, il figlio di una generazione che ha 
riso dì Cristo? Egli si prosterna davanti al Vi- 
cario di Cristo ». Il soldato è Bonaparte. È noto 
come questo soldato, figlio della rivoluzione, s'è 
comportato col Papa a Parigi, a Roma, a Savona, 
a Fontainebleau. Non si può peraltro contendergii 
il. merito di aver compreso — ad onta che gli ele- 
menti più infidi, gallicani, giansenisti, legisti aves- 
sero voluto segnargli un’altra meta -— che biso- 
gnava trattare col Papa. La Francia della rivolu- 
zione era stanca, spossata. Sentiva il bisogno di 
un'uomo, di un’autorità. C'era stato troppo di- 
sordine perchè il paese non affrettasse co’ suoi 
voti l'avvento dell’ordine. E come avrebbe po- 
tuto sbocciare l’ordine se non si faceva l’appello 
alla religione? Frano stali. spezzati gli altari, 
ma la fede era ancora viva nei cuori. E d’altra 


— 141 — 


parte l’erede di Luigi XVI, fedele per principio 
e per calcolo all'alleanza tra il trono e l’allare, 
vegliava allo scopo di associare nuovamente ìil 
suo trono all'altare. Ecco perchè Napoleone fece 
sapere a Pio VII per mezzo del Cardinale de 
Martiniana che avrebbe volontieri stipulato un 
Concordato con Roma. Per essere più efficace 
insinuava che avrebbe voluto « far caso vergine 
della Chiesa gallicana ». Il papa non poteva non 
accogliere l’invito, che urtava invece i nervi di 
Luigi XVIII. « Erede legittimo di Francesco I — 
osservò giustamente il Cardinale Mathieu (!) — 
egli era d’avviso che avesse solo qualità per toc- 
care il Concordato di Francesco I e che ogni 
convenzione religiosa che potesse essere conchiusa 
tra la Santa Sede e l'usurpatore fosse colpita da 
nullità assoluta per mancanza di titolo in uno de’ 
suoi contraenti. Comprendeva che la monarchia 
avrebbe perduto in Francia il suo principale ap- 
poggio nel caso in cui l’altare fosse stato rial- 
zato senza il trono e gli onesti avessero cessato di 
confondere le due restaurazioni nella medesima 
speranza ». Egli stimulò quindi i suoi agenti ad 
agire suì vescovi, perchè all'occorrenza disubbi- 
‘ dissero al Papa. Scriveva al Vescovo di Nancy: 
« Se sua Santità avesse la debolezza di accettare 
le proposte di Bonaparte, il Re conta sulla’ fer- 


_————— 


(1) Le CarpINAL MaTHiEU: Le Concofdat de 1801. 
Parigi. 





— 142 — 


mezza della maggioranza dei vescovi del suo regno 
per non sottomettersi a leggi che il Papa stesso e 
molto meno un governo illegittimo non hanno il 
diritto d’imporre loro ». 

E quando il Papa fece sapere ai Vescovi che 
sì delineava la possibilità di un Concordato, il 
vescovo di Bèziers si rese interprete del pensiero 
di molti suoi colleghi quando disse: « Il sistema 
gnio di povero piccolo vescovo è, che senza mo- 
narchia legittima, non v’ha cattolicità in Francia, 
come d'altra parte senza cattolicità non vha mo- 
narchia ». Parole queste che possono sembrare 
alquanto strane, ma che si spiegano benissimo se 
si tiene conto del fatto che durante quattordici se- 
coli il trono e l’altare erano stati strettamente 
uniti in Francia. i 

È ancora il Cardinale Mathieu che parla: 
« Abbattuti dagli stessi nemici, sembrava alle ani- 
me pie che il trono e l’altare non potessero rial- 
zarsì che insieme, che la fede religiosa e la fede 
monarchica dovessero rifiorire nello stesso tempo 
sul suolo irrorato del sangue dei comuni martiri, 
che il patibolo di Luigi XVI aveva espiate le colpe 
dei predecessori ed ottenuta grazia per la poste- 
rità di S. Luigi. L’idea che ci potesse essere una 
Francia cristiana senza il re cristianissimo scan- 
dalizzava allora come una novità temeraria ». 

Pio VII non guardava tanto il passato che il 
presente e l'avvenire. Diceva al Cardinale Maury: 
« Darei la mia vita per rimettere Sua Maestà sul 





— 143 — 


trono » ma v'era qualche cosa di ancora più pre- 
zioso della sua vita, ed era la causa della religione. 

Si sovenne — al dire del Card. Mathieu — che 
una Chiesa che deve salvare le anime sino alla fine 
del mondo non ha il diritto di incatenare i suoi 
destini alle forme di governo che cambiano e alle 
dinastie che muoiono. A questo principio si ispire- 
ranno di più in più i suoi successori nel secolo 
XIX e Leone XIII colle direttive del Ralliement 
porrà il suggello a un orientamento dettato dai 
più vitali interessi di una religione, che per es- 
sere di tutti i tempi e di tutti i luoghi, non è legata 
a nessuna forma, politica o sociale in particolare. 
I re cristianissimi di Francia non avevano rispar- 
miata alcuna umiliazione ai Papi. I belli spiriti del 
gallicanesimo chiamavano correntemente Monsieur 
de Rome, il Papa e si ringalluzzivano pel fatto 
che erano riusciti ad organizzare la Chiesa di 
Francia senza il Pontefice. A sua volta il Monsieur 
de Rome, dopo l’uragano della grande rivoluzione, 
sentiva il dovere di riorganizzare la Chiesa di 
Francia senza il Re. Questa è la lezione che si deve 
trarré dalla storia. I. legittimisti non avevano 
alcun diritto di pretendere ‘che l’altare seguisse 
le sorti del trono. 

Bonaparte s'era rivolto a Roma perchè sen- 
tiva di non poterne fare a meno. Voleva far rati- 
ficare alcuni risultati della rivoluzione francese. 
La rivoluzione aveva venduti i beni della Chiesa. 
Occorreva un Concordato che precisasse: « Sua 


— 144 — 


Sanlità pel bene della pace e pel felice ristabili- 
menlo della religione caltolica, dichiara che nè: 
Essa mè i Suoi Successori turberanno in alcun 
modo coloro che li hanno acquistati ». La ri- 
voluzione aveva detronizzata una vecchia Dinastia 
consacrata dalla Chiesa; occorreva una dichiara- 
zione anche a questo riguardo: « Sua Santità 
riconosce nel primo Console della repubblica fran- 
cese i medesimi diritti e le stesse prerogative di cui 
godeva l'antico governo ». La ‘rivoluzione aveva 
fatto crescere accanto ad un clero fedele agli an- 
tichi Canoni un altro docile alla Costituzione ci- 
vile. Occorreva una sanazione in radice: « Sua 
Santità dichiarerà ai titolari dei vescovadi francesi 
che Essa attende da lore con ferma fiducia pel 
bene della pace e dell’unità qualsiasi sacrificio 
anche quello delle loro sedi ». Tre concessioni ra- 
dicali, come si vede, concernenti la proprietà ec- 
clesiastica, la legittimità politica, e il vincolo che 
lega il vescovo alla sua sede. 

Trattando con Pio VlI la Francia rivoluziona- 
ria venne a riconoscere che le ‘innovazioni da 
lei introdotte nella Chiesa rendevano necessario 
l'intervento del Papa. Solo il Papa in nome del 
bene e dell'unità della Chiesa aveva diritto di 
chiedere ai vescovi ligi a Luigi XVIII e a quelli 
docili alla Costituzione civile la rinunzia alle loro 
Sedi. Questa specie di colpo di Stato chiesto al 
Papa era un omaggio straordinario reso alla sua 
potenza, in contraddizione flagrante colle teorie 


— 145 — 


gallicane. ll Cardinale Antonelli, che pure faceva 
parte del gruppo d’opposizione al Cardinale Con- 
salvi, constatava con piacere quest'omaggio: « Io 
lrovo — diceva egli — un vantaggio in questo 
linguaggio franco ed aperto: quello .di dare 
un grande colpo alle libertà gallicane. Ognuno 
sa come i francesi sono gelosi che le cause dei ve- 
scovi non vengano giudicate a Roma in vista dei 
loro pretesi privilegi. Oggi il Papa, di sua sola. 
ec suprema autorità, depone cinquanta o sessanta 
vescovi dalle loro Sedi e non dà altra ragione al- 
l’infuori di quella del bene della Chiesa. Quest’atto 
di suprema autorità pontificia è senzionato dal 
governo stesso e diventa un’articolo del Concor- 
dato. Allora non si discuterà \più per sapere se 
il Papa può deporre un vescovo francese pel bene 
della Chiesa. Resterà sollanto da vedersi se la’ 
sentenza sarà esagerala, ciò che è una discussione 
di fatto, non più di dirtito. Se io fossi il Capo, 
dopo l'esortazione a dimettersi, aggiungerei: Noi 
lo comandiamo in virtù dell’obbedienza Manda- 
mus (1) ». Questo ragionamento non fa una grinza. 
Il primo Console Bonaparte sollecitando dal Papa 
questa specie di colpo di Stato — l’osservazione 
è di Emilio Ollivier — gli riconosceva per ciò 
stesso un’autorità che non era ammessa dai teologi 
francesi e portava così un colpo mortale al galli- 
canesimo. | 


(1) Memorie di Consalvi sul Concordato. 


Chiesa e Stato 9 


— 146 — 


Veramente, ciò che voleva Bonaparte era di 
fare del cattolicismo il servitore del suo dominio 
universale. La restaurazione dell'impero a: suo 
profitto era una prima tappa per lui; e se per 
giungere a questo risultato il primo Console fran- 
cese doveva dare un colpo al gallicanesimo, non 
indietreggiava, salvo a ricostituirne un altro a suo 
profitto in un secondo tempo. .L’opera sua era 
contradditoria. Intendeva fortificare la Chiesa e 
servirsi di essa. Il suo imperialismo doveva avere 
il Papato come ausiliare; e quando Consalvi fa- 
ceva osservare al dominatore che il Papa non 
poteva spingere la sua condiscendenza oltre certi 
limiti, questi minacciava di schiantare il potere 
religioso che avesse osato resistergli. Forte dei 
ricordi di Roma, di Carlomagno, del Santo Romano 
Impero, di Luigi XIV e della rivoluzione: faceva 
sentire che era di tempra a mettere in opera tutti 
gli elementi di ostilità dello Stato contro la Chiesa. 

In un accesso d’ira, scaraventò queste inso- 
lenze sul Cardinale Consalvi, che teneva conto del 
‘ volere di Cesare, ma anche € sopratutto di ciò che 
poteva in coscienza offrire Pietro: « Signor Car- 
dinale, voi avete voluto rompere? E sia. Io non 
ho bisogno di Roma. Agirò da solo. Non ho biso- 
gno del Papa. Se Enrico VIII, che non aveva la 
ventesima parte del mio potere, ha saputo cam- 
biare la religione del suo paese e riuscire in questo 
progetto, a più forte ragione lo saprò e lo potrò 
io. Cambiandola in Francia, la cambierò in quasi 


— 147 — 


tutta l'Europa, dovunque arriva l'influenza del 
mio potere. Roma s’accorgerà delle perdite che 
avrà fatte e piangerà quando non ci sarà più ri- 
medio. Voi potete partire. Non c'è più nulla da 
fare. Voi avete voluto rompere. E sia così, perchè 
l'avete voluto ». 

Roma non aveva voluto rompere; voleva sol- 
tanto conciliare le concessioni colle possibilità nel 
campo religioso e morale; del resto anche Napo- 
. leone, dopo i primi impeti di collera, sapeva te- 
ner conto delle realtà contingenti. Aveva di fronte 
a sè un Santo, dolce e cosciente della grandezza 
del suo compito, Pio VII. Fin dove la coscienza 
lo permetteva, Pio accondiscendeva; ‘ma era irre- 
movibile là dove si erigeva una forza morale su- 
periore. Divenuto imperatore, Bonaparte vuol es- 
sere consacrato dal Papa come gli imperatori del 
Medio Evo. Non sarà lui che andrà a Roma, ma 
il Papa dovrà andare a Parigi. Poichè questi ten- 
tenna in omaggio alla sua alta dignità, Napoleone 
gli scrive una lettera piena di cortesie e fa prodi- 
gare dal suo governo promesse che non dovrà 
mantenere. La speranza di far sopprimere gli 
articoli organici, non riconosciuti mai da Roma 
ma aggiunti all’ultima ora al Concordato da quella 
figura losca che risponde al, nome di Talleyrand, 
fa intrapprendere il viaggio a Parigi, ma Pio VII 
prende antecedentemente tutte le sue precauzioni. 
Terminata la consacrazione imperiale, il Cesare 
della Rivoluzione fa conoscere il suo pensiero re- 


— 148 — 


condito. Tutta la potenza spirituale del Papato 
dev'essere messa a disposizione dell'impero. Pio 
deve essere il cappellano maggiore di Napoleone. 
È lo stesso sogno di Barbarossa e di Carlo V°, ma 
più cinicamente espresso. Perchè restare a Roma? 
dice Bonaparte al Papa. Roma è una città morta. 
Parigi è la Roma nuova, la capitale del mondo 
moderno. Il Papato avrà tutto l’appoggio di Ce- 
sare. Un suntuoso Palazzo sorgerà sulla riva si- 
nistra della Senna in faccia alle Tuilieries. L’Im- 
peratore e il Papa non saranno separati che da un 
ponte. Potranno tutti i giorni parlare, senza dif- 
ficoltà, degli interessi comuni. 

Il canto della sirena non seduce Pio VII. Ce- 
sare offre allora Avignone. I ricordi di Avignone 
non sono soverchiamente brillanti. Pio VII tor- 
nerà a Roma all’ombra della tomba dei Sanli Apo- 
postoli. Gli si fà allora comprendere che per 
amore o per forza dovrà assecondare il desiderio 
di Napoleone. In caso di resistenza, sarà prigio- . 
niero. Ma Pio VII che aveva tutto previsto fa 
tenere al dominatore questa semplice risposta: 
« Prima di lasciare l’Italia ho firmata un’abdica- 
zione regolare. Essa è nelle mani del Cardinale 
Pignatelli, vescovo di Palermo e i francesi non 
possono toglierla. Invece di un Papa, resterà tra 
le vostre mani un povero monaco chiamato Bar- 
naba Chiaramonti! ». Questo biglietto è di un°e- 
loquenza irresistibile. Il Cesare onnipotente sente 
che la forza dello spirito sfugge alle forze matle- 


— 149 — 


riali. Sente anche che Pio VII è popolare e che 
il suo prestigio oltrepassa quello dell’imperatore. 
Lo confessa apertamente: « Per vedere me — dice 
con tristezza — percorerebbero un miglio, ma 
ne farebbero venti e più per esscre benedetti dal 
Papa ». 

Occorre lasciarlo partire. Suonerà anche l’ora 
in cui crederà di aver ragione sul Papa. Auster- 
litz, Jena, Fylan esaltano la sua ambizione, il 
suo orgoglio. Il Papa deve divenire il funzionario 
di Cesare. I pretesti — quando si vuole — non 
mancano. Il generale Miollis riceve l'ordine di 
prendere possesso degli Stati Pontifici e di fare 
prigioniero il Papa ne’ suoi appartamenti del Qui- 
rinale. Questo avviene il 2 febbraio 1808. Nel 
Maggio 1809 Napoleone decreta l’annessione degli 
Stati della Chiesa all’impero francese. Pio VII lan- 
cia una Bolla di scomunica che viene affissa il 
10 giugno suì muri esternì di San Pietro e di San 
Giovanni Laterano. L’effetto è enorme in Roma 
e in tutta la cattolicità. Nella notte dal 5 al 6 Lu- 
glio 1809 il generale Radet, in nome dell’impe- 
ratore, dà l’assalto al Quirinale dove sono rac- 
colti nella preghiera alcuni vecchi prelati. Si 
mettono le mani sul Papa e sul Cardinale Pacca. 
Occorrono 41 giorni per andare da Roma a Sa- 
vona. Savona è una prefettura dell'impero, ma 
è troppo lontana da Parigi, e il Papa sfugge trop- 
po alla sua influenza diretta. Bisognerà condurlo 
a Fontainebleau. Trionfa finalmente Cesare? La 


— 150 — 


forza dello spirito è compressa ed abbattuta dal- 
l’onnipotenza di Napoleone? Attendete: La pri- 
gione non è eterna, e l'impero nemmeno. Dopo 
la battaglia di Lipsia, un anno e qualche mese 
dopo la cattività di Fontainebleau, è Napoleone 
stesso — alla vigilia di essere vinto — che supplica 
il Papa di rientrare in Roma e di riprendere i 
suoi Stati minacclati dall'Austria e dal regno di 
Napoli. 

Il resto è noto. A un secolo e più di distanza 
possiamo misurare come in un quadro l’avvenimen- 
to storico. Il Cesare della rivoluzione passò come 
una meteora. Si cercò di mettere un’argine alla 
rivoluzione, ma in tutto il corso della rivolu- 
zione si osserva un duplice fatto: da una parte 
la Rivoluzione impone ai credenti durissime prove 
e gravi sacrifici, ma nello stesso tempo, senza vo- 
lerlo, essa li libera da ostacoli che rendevano dif- 
ficile la loro azione e si trovano in condizione di 
poter beneficiare dei vantaggi conquistati da tutta 
la società. Ad onta di tutto, Luigi XVIII OCCUpò 
il trono di Napoleone e non quello di Luigi XVI. 
La Corte faceva delle concessioni alla rivoluzione: 
ammetteva la libertà di culto e la libertà di 
stampa; e quando la restaurazione s’ostinò nel. 
tentativo di far macchina indietro, di risuscitare il 
gallicanesimo — la religione di Bossuet, secondo 
l’espressione del giansenista Gregoire — non riuscì 
che a rendere più rapido il movimento che spin- 
geva verso Roma ciò che v'era di più intelligente 


— 151 — 


nel clero, di più vivo nei fedeli. Il libro del Papa 
di Giuseppe de Maistre segna una tappa decisiva. 
Altre correnti si fanno strada nella prima metà del 
secolo XIX, le quali prendono uno sviluppo assai 
considerevole nella seconda metà. Dagli Stati U- 
niti viene un vento di libertà: Come annotano con. 
perspicacia Legendre e Chevalier nel loro volume: 
Le catholicisme et la Socielé: « Il liberalismo era 
allora volontieri ultraniontano, o piuttosto l’as- 
solutismo del Papa appariva come un correttivo 
desiderabile dell’assolutismo dello Stato, più vi- 
cino e meno sopportabile ». Lo stesso Gregorio 
XVI, che pure non può essere accusato di conces- 
sioni alla rivoluzione, alla vigilia della Monarchia 
di Filippo ÉEgalitè dava a Montalembert la parola 
d’ordine che reclamava la situazione: « Deploro 
estremamente l'intervento dell’arcivescovo di Pa- 
rigi nella politica. La Chiesa è amica di tulti i 
governi di qualsiasi forma purchè non opprimano 
la sua libertà ». La libertà e la democrazia tro- 
vavano diritto di cittadinanza tra i caitolici più 
chiaroveggenti. 

Nel 1829 Lamennais protestava in godi ter- 
mini contro l’espulsione dei Gesuiti: « Noi doman- 
diamo per la Chiesa cattolica la libertà promessa 
dalla Carta a tutte le religioni, la libertà di cui 
godono i protestanti e gli ebrei... Noi domandiamo 
la libertà di coscienza, la libertà di educazione. 
È ciò che domandano come noi i Belgi ». Il 15 
Aprile 1848 Lacordaire, Ozanam e l'abate Maret 


— 152 — 


avevano fatto uscire un giornale l’Ére Nouvelle 
colla benedizione calorosa dell'Arcivescovo di Pa- 
rigi Monsignor Affre: Nel primo numero si leg- 
geva: « Noi crediamo fermamente alla giustizia 
della Rivoluzione che s'è compiuta. Noi la -cre- 
diamo non soltanto permessa, ma voluta da Dio ». 
Ed ancora: « Noi solutiamo l'avvento definitivo 
della democrazia moderna, il compimento de’ suoi 
destini. Questa democrazia è l’opera di Dio, del 
lempo e del genio dell’uomo ». 

Teorizzando affrettatamente questi pionieri, in 
mezzo a lampi di genio divinatore, non porta- 
vano quell’esattezza dottrinale che richiedeva un 
più maturo esame dei tempi nuovi. Lamennais ac- 
cennava all'esempio dei cattolici del Belgio, ma 
questi si mantenevano più sul campo dei falti che 
non in quello dell’astrazione. Oggi dopo il Sillabo 
di Pio IX e la, Rerum Novarum e le altre Enci- 
cliche di Leone XIII noi possiamo accogliere parte 
delle aspirazioni dei Pellegrini della libertà — La- 
mannais, Lacordaire, Montalemberi — e fonderle 
in un linguaggio più corretto teologicamente e 
più rispondente alla realtà delle cose. Comunque, 
quello che premeva osservare è il fatto che la ri- 
voluzione francese ha segnata la parola fine per 
l’assolutismo regale. Napoleone che fu portato 
dalla forza degli avvenimenti a dare il colpo di 
grazia al gallicanesimo, sia pure per rifarlo a 
sua imagine e somiglianza, è più vicino a Barba- 
rossa e a Federico II che non a Luigi XIV. Que- 


— 153 — 


sti considerava il Papato come quantità trascura- 
bile in Europa. Barbarossa e Federico II lo te- 
mevano come una grande forza. Sono degne di 
nota queste riflessioni di (Giorgio froyau: « La- 
sciando ai Borboni la banale soddisfazione di 
essere i lutori della Chiesa gallicana, Napoleone 
volle essere padrone della Chiesa universale per 
mezzo del Papa. All'indomani delle piccinerie dei 
due secoli precedenti ci si riposa ed esalta as- 
sieme rileggendo la storia di Pio VII. Questo ve- 
gliardo trascinato da Roma a Savona e da Savona 
a Fontainebleau desta meno dolore di Innocenzo XI 
deriso dagli ambasciatori del preteso Re cristia- 
nissimo. | | 

Vi sono diverse forme di maltrattare i Papi. 
Vedendo agire Luigi XIV e Giuseppe II si soffre 
pel Papato. Vedendo agire gli .Hohenstaufen c 
Bonaparte si soffre solamente per le loro vittime. 
Napoleone minacciava Pio VII, lo violentava, l’im- 
prigionava perchè comprendeva, come i suoi an- 
tenati del secolo XII, la grandezza dell'istituzione 
Papale. Egli ne aveva l’intuito sino dal 1796 quan- 
do si augurava che il Direttorio s'intendesse col 
Papa (!) ». Scomparso Napoleone s’iniziò un pe- 
riodo nuovo che doveva dare un nuovo splendore 
al Pontificato romano. Commentando dall’alto 
della tribuna francese il significato della Bolla che 
il 29 Giugno 1868 convocava il Concilio del Va- 


(1) Le Vatican: Les Papes ct la civilisation. 


— 154 — 


ticano senza l’intervento dei principi, Emilio O1- 
livier si esprimeva così: « La Chiesa per la prima 
volta nella storia, per l’organo del suo primo Pa- 
store ,dice al mondo laico, alla Società laica, 
ai poteri laici: Io voglio agire, io voglio disten- 
dermi fuori di voi, senza di voi, Ho una vita mia 
propria, che non debbo ad alcun potere umano, 
che tengo dalla mia origine divina, dalla mia tra- 
dizione secolare. (Questa vita mi basta. Io non 
vi domando nulla all’infuori del diritto di reg- 
germi come mi piace ». Come si vede da Luigi 
XIV a Napoleone, da Napoleone ai tempi nostri 
s'è fatto del progresso. Poichè .il ciclo non è an- 
cora chiuso, converrà tener conto delle varie fasi 
e delle correnti che si delineano. Non vha dub- 
bio che pei credenti si presentano dei motivi per 
bene sperare dell’avvenire. 


LA SEPARAZIONE IN FRANCIA 


La separazione in Francia 


Il Concordato napoleonico durò un secolo, 
ciò che è enorme, sopratutto se si tiene conto del 
fatto che durante il secolo ,XIX crollarono ì re- 
gimi più diversi che lo tennero in vita. Sfasciato 
il secondo impero dopo Sedan, l'elemento più - 
rosso e giacobino delle terza repubblica, pensò 
tosto a porre la scure alle radici del Concordato 
che avrebbe dovuto venire sostituito dalla sepa- 
razione della Chiesa dallo Stato. Praticamente 
si temporeggiava. Altri problemi incalzano. La 
separazione poteva essere un’incognita disastrosa. 
Per queste ragioni si vedevano spesso dei deputati 
radicali invocare infallantemente ogni anno la sop- 
pressione del bilancio per l'ambasciata presso la 
Santa Sede e votare poi viceversa pel manteni- 
mento dell'ambasciata, poichè -— si diceva — non 
si voleva fare il giuoco della reazione. Un tale 
atteggiamento per altro non poteva essere eterno. 
L'affare Dreyfus e il vento di follia combista 
dovevano precipitare gli eventi. Combes, concor- 
datario nei primi diciotto mesi del suo ministero, 
rese inevitabile la separazione per non andare a 
Canossa. La visita del presidente della repub- 


— 158 — 


blica Loubet a Roma, fu il pretesto per la rot- 
tura definitiva. a 

Consci del grande passo che stava per com- 
piersi, i giacobini di Francia organizzarono le cose 
in modo da gettare — almeno questo era il loro 
desiderio — le responsabilità del grande divor- 
zio nazionale da Roma sulla Santa Sede. Il rav- 
vicinamento della Francia coll’Italia entrava bensì 
nel piano generale dell’On. Delcassé inteso ad 
isolare la Germania. ma nelle loggie ;,erasi detto, 
prima ancora dell’incontro delle nostre navi con 
quelle francesi nelle acque di Tolone, che, in- 
viando Loubet a Roma, come rappresentante 
della democrazia e della repubblica francese, il 
Papa non l’avrebbe potuto ricevere, e, per quanto 
seguace della politica di Fabio il temporeggiatore, 
avrebbe dovuto protestare, offrendo così il pretesto 
ai giacobini di Francia di rompere e di rendere 
responsabile Roma della rottura con ,Parigi. Gli 
avvenimenti sono noti. Leone -XIII scese nella 
pace del’ sepolcro, acclamato dal ,mondo intero, 
non esclusi gli onorevoli di Palazzo Borbone, 
prima che il presidente della repubblica francese 
ponesse piede sul suolo di Roma. Assunto al Pon- 


tificato Pio X, la diplomazia di Parigi negoziò se- . 


gretamente per ottenere l’incontro di Loubet col 
Santo Padre, ma le negoziazioni, come era a pre- 
vedersi, fallirono al loro scopo. Loubet non era 
più bello di Francesco Giuseppe. Non meritava 
quindi un trattamento di eccezione, e, poichè colla 


x 


i 


— 159 — 


| sua presenza a Roma, veniva a porre un prece- 
dente nuovo contro la Santa Sede, questa cre- 
dette doveroso di trasmettere alle potenze cattoli- 
che una nota, che, comunicata dal principe "di 
Monaco, all’on. Jaurès, fu il segnale della batta- 
glia. Trovato il pretesto ambito, i giocobini gri- 
darono che Roma voleva la separazione. Era una 
menzogna storica, come ebbe a dire con frase 
scultoria l’on. Ribot, ma la menzogna permise agli 
interessati di stracciare colle proprie mani un trat- 
, tato bilaterale: il Concordato, e di por mano alla 
legge di separazione. La Francia democratica è 
molto modesta e pacifista a Fachoda e ad Algesiras, 
ma può permettersi il lusso di bravare il « So- 
vrano straniero » che non ha .a sua disposizione 
una flotta potente, nè un esercito formidabile. At- 
terrato l’albero secolare del Concordato napoleo- 
nico, il Parlamento francese pose tosto mano alla 
legge di separazione, senz’intendersi colla Santa 
Sede. E in ciò sta il vizio originale. Il governo di 
Francia credette che bastava ignorare il Papa per 
dirimere da solo una questione essenzialmente 
religiosa. I fatti non dovevano tardare a dimo- 
strargli che s'era appreso a un metodo sbagliato. 

Ammettendo che la Francia repubblicana del- 
l’alba del secolo XX trovasse il Concordato na- 
poleonico non confacente all’epoca nuova e alla 
democrazia, si poteva, si doveva trattare con Roma 
come aveva fatto cento anni prima Napoleone. 
Uno Stato, anche se areligioso, non può, non deve 


— 160 — 


ignorare il fatfo dei sudditi credenti; e se la legge 
francese si accomoda egregiamente in Algeria alle 
esigenze religiose dei sudditi mussulmani, i cat- 
tolici di Francia, indipendentemente dalle ragioni 
superiori del cattolicismo, ponendosi semplice- 
mente sul terreno della libertà della loro coscienza 
religiosa ,avevano diritto che il loro governo non 
ignorasse le fait pontifical, per servirci di un’e- 
spressione di Ferdinando Brunetière; avevano il 
diritto i deputati cattolici, non sappiamo se il 
dovere, quando discutevasi alla Camera la legge 
di separazione, di uscire dall'aula e di non pren- 
dere parte a una legislazione che non era eviden> 
temente di loro spettanza. Trattandosi del dominio 
spirituale ,non rendono omaggio alla idea di se- 
parazione coloro che invadono i diritti della co- 
scienza religiosa e non s'intendono col Capo del 
cattolicismo. Il Primo console, Bonaparte, che 
aveva il senso della realtà delle cose e della pra- 
ticità, comprese che non poteva instaurare il culto 
pubblico in Francia senza un accordo con Roma. 
Fece pesare la mano del despota, ma a quel gi- 
gante non venne neppure in mente che potesse 
ignorare il Capo del cattolicismo; funzione que- 
sta che arrise ‘invece ai giacobini combisti, i 
quali credettero di dar prova di liberalismo par- 
lando in forma vaga e generale nell’articolo quar- 
to delle « regole di organizzazione generale del 
culto » regole non tenute invece nel debito conto 
nell'articolo ottavo. Ma la gerarchia non venne 


— 161 — 

designata nominalamente e solo si lasciò sospesa 
sopra di essa la spada di Damocle. 

Ora che cosa è avvenuto? Quando l’onorevole 
‘ Briand vide in porto la sua legge, quando cre- 
dette che a Roma non rimanesse che sottomettersi 
al fatto compiuto, la Santa .Sede ignorata oppose 
semplicemente il non possumus. Si vide allora il 
vizio capitale della legge. I ministri di Francia 
poterono declamare a piacimento contro. il « so- 
vrano straniero » .ma il Papa è si poco un « so- 
vrano straniero » che a un suo cenno, al suo non 
possumus la legge del 1905 diviene inapplicabile; 
i cittadini credenti di Francia si stringono attorno 
alla sua cattedra, e, uniti ai loro Pastori, uniti.ai 
Vescovi, affermano altamente, che amano il loro 
paese, amano la pace nazionale, ma non possono 
venir meno ai doveri di coscienza e sono cattolici 
col Papa, e non con Briand, o con Des Houx. 
Di fronte a questo spettacolo grandioso Briand 
corregge leggermente Clemenceau ed afferma dal- 
l'alto della tribuna che il Papa è una grande po-_ 
tenza morale. Il che è sintomatico. La non accet- 
tazione della legge Briand, da parte della Santa 
Sede, non va considerata come l’effetto di un ri- 
picco, e dell’amor proprio offeso anche giusta- 
mente. No, qualora il legislatore francese avesse 
offerte garanzie legali sufficienti, il Santo Padre 
Pio X avrebbe forse protestato contro il metodo se- 
guito, ma non avrebbe respinto, ad evitanda ma- 
| Jora damna l'esperimento leale. Se quindi fu op- 


Chiesa e Stato . 10 


— 162 — 


posto da Roma il non possumus all’Ignoramus del 
governo di Parigi, la ragione di un tale atto ener- 
gico non va cercata nella pressione cervellotica 
che avrebbero esercitato l’imperatore di Germa- 
nia od anche semplicemente il partito monar- 
chico. Il Papa respinse la legge perchè vide la 
spada di Damocle sospesa sopra la gerarchia cat- 
tolica. L’articolo IV parve offrire le necessarie 
garanzie, Ribot e Briand tennero testa valorosa- 
mente a Clemenceau e a Combes, desiderosi di 
stracciare la veste inconsutile della mistica Sposa 
di Cristo. Rechiamoci col pensiero alla .seduta 
del 20 Aprile 1905. Stralciamo dal Journal Of- 
ficiel alcune citazioni importanti: 


‘ Ribot: — Il culto cattolico riposa adunque 
sull’autorità dei vescovi? 
—  Dumont: — Benissimo. 

Ribot: — È un fatto. Io-non lo discuto, non 


mi costituisco giudice della gerarchia e della or- 
ganizzazione cattolica. Non ne ho nè la pretesa, 
nè il diritto. L’organizzazione cattolica riposa oggi 
di fatto sopra l'autorità dei vescovi. Ci possono es- 
sere delle evoluzioni... 

Dumont: — Di ieri e di domani... 

Ribot: — Noi non dobbiamo chiudere la 
porta ad alcuna evoluzione, ma noi prendiamo un 
fatto tale quale possiamo constatarlo. Questo fatto 
è l’organizzazione gerarchica della Chiesa catto- 
lica. Potete criticarla, ma esiste. L’autorità dei 
vescovi si esercita non soltanto nelle questioni di 


— 163' — 

dottrina, ciò che è troppo evidente, ma anche 
nelle questioni di organizzazione temporale, nel 
senso che tutte le associazioni, tutte le commissioni 
. d'amministrazione dei beni di Chiesa, destinati al 
culto, debbono restare sottomessi all'autorità del 
vescovo, agire con la sua approvazione, avere il 
suo consenso. Tale è il fafto sul quale noi dobbia- 
mo essere tutti d'accordo. (Parecchi deputati del- 
l'estrema sinistra gridano: No, no). 

Ribot: — Io non domando a voi che non siete 
cattolici di dichiarare che è una buona organizza- 
zione ma che è un fatto. Se la Commissione pensa 
che non si potrà fare la devoluzione dei beni, nè 
rimettere le chiese che ad associazioni che saranno 
in comuNione col vescovo, sottomesse all’autorità 
episcopale e create da essa, io domando al relatore 
di dare questo schiarimento. 

Briand: — ...Noi siamo in presenza di tre 
chiese, la Chiesa cattolica apostolica romana, la. 
chiesa israelita, la chiesa protestante. Queste chiese 
hanno delle costituzioni che non possiamo igno- 
rare. È uno stato di fatto che s'impone; e il primo 
nostro dovere di legislatori è di non far nulla che 
attenti alla libera costituzione ‘di queste chiese. 
Come non dobbiamo interdire alla comunità cat- 
tolica un largo diritto d’evoluzione nel seno stesso 
della sua organizzazione, noi non abbiamo il diritto 
di obbligarla a una costituzione novella. Noi con- 
statiamo uno stato di cose e noi facciamo la devo- 
luzione dei beni secondo questa constatazione... È 


— 164 — 


più che probabile, è certo che le associazioni sa- 
ranno composte se non totalmente almeno in 
grande parte dai membri che costituiscono all’ora 
attuale gli istituti pubblici del culto. Che farà 
la Chiesa nel momento in cui costituirà queste as- 
sociazioni ? Darà loro una formola, uno statuto che 
sarà uniforme nella Francia intera. Bisogna aspet- 
tarsi che domani le associazioni cattoliche si co- 
stituiscano conformemente alle prescrizioni di que- 
sta Chiesa. Le sue regole saranno precise. ln 
caso di processo gli statuti saranno evidentemente 


il principale elemento di apprezzamento ,nel iri- 


bunale. Noi-non abbiamo avuto mai il pensiero 
di strappare alla Chiesa cattolica il suo patrimonio 
per offrirlo in premio allo scisma. Sarebbe un atto 
di slealtà che è ben lontano dal nostro pensiero. 
Ribot: — ...Bisognerà che l'associazione per 
ottenere la devoluzionie e il godimento della Chiesa, 
mostri, in caso di contestazione, che ha in fatti un 
prete ,come diceva il relatore, ed io aggiungo dopo 
di lui, un prete in comunione col suo vescovo e col 
Papa, poichè tale è la Chiesa cattolica che noi 


vogliamo non garantire, ma ripettare nella sua. 


libertà. A questo modo si ebbe l’articolo IV nella 
sua redazione attuale, articolo contro cui Clemen- 
ceau lanciò le più velenose frecciate spingendosi 


al punto di dipingere Briand e Jaurès chini da- 


vanti al Papa in atto di baciargli il piede. 
Sventuratamente — osserva Giorgio Fonse- 
grive nella Quinzaine (1 Nov. 1906) — si cantò 


- —t sisi ini Losine iii È i iii E 


Le 


— 165 — 


troppo presto vittoria. Un articolo apparso nella 
Croix, dovuto alla penna brillante del Conte Al- 
berto de Mun, fu preso come pretesto per la reda- 
zione dell’articolo 8°, che toglieva quello che aveva 
accordato l’articolo IV. Rivolto ad Alberto de Mun, 
Briand ebbe a dirgli in un discorso pronunciato 
alla Camera: « Donde è uscito l’articolo 89, Si- 
gnor De Mun? È uscito da un vostro articolo, da 
un grido di trionfo uscito dalla vostra penna all’in- 
domani del voto di quell’articolo 4°, che era stato 
registrato con qualche dolorosa sorpresa dalla 
sinistra di questa assemblea. Voi avevate consta- 
tato quanti sforzi personali io avevo dovuto fare 
per ottenerlo dalla Camera e come ero pronto a 
rompere co’ miei migliori amici. In quel mo- 
mento voi avreste dovuto facilitare il mio compito, 
e, poichè voi avevate votato quell’articolo, che 
consideravate come un atto di giustizia, avreste do- 
vuto comprimere la vostra gioia e sopratutto non 
darle un carattere aggressivo. Ora voi avete scritto 
all'indomani: « La separazione è morta ». Quel 
giorno nasceva l'articolo 8° ». 

Infatti i giacobini di sinistra immaginarono il 
caso di conflitto tra associazioni formate per l’eser- 
cizio dello stesso culto. Queste associazioni dove- 
vano comparire davanti al Consiglio di Stato, e 
non al Vescovo, come riconosceva l'articolo IV. 
Il Consiglio di Stato avrebbe dovuto far conoscere 
quale delle due associazioni fosse conforme alle re- 
gole della organizzazione generale del culto cattolico. 


— 166 — 


A questo modo il Consiglio di Stato diveniva 
il giudice inappellabile della conformità delle as- 
sociazioni col diritto ecclesiastico. Coloro che e- 
rano stati battuti coll’articolo quarto, che erano 
stati obbligati a riconoscere i diritti della gerar- 
chia, senza nominarla, riportavano vittoria coll’ar- 
ticolo 8, e facevano entrare lo Stato separato dalla 
Chiesa in un dominio del tutto s;: irituale, che non è 
di sua speltanza. Si toglieva quindi quello che sem- 
brava già accordato. I giacobini parlano volontieri 
di libertà ,ma si guardano bene dall’accordarla 
realmente, oppure, se la dànno con una mano, si 
affrettano a toglierla coll’altra, salvo a gridare poi 
sui tetti che il cattolicismo è inconciliabile con un 
regime di libertà se il Capo del cattolicismo op- 
pone il non possumus a un regime in cui lo stato 
si arroga il diritto che è di assoluta spettanza del- 
l'autorità religiosa e della : gerarchia. Prima e 
dopo la condanna della legge di separazione, sì 
andava a gara nel campo avverso a rappresentare 
la Santa Sede e il cattolicismo come in antitesi col 
regime di libertà e di democrazia. Jaurès trovò 
modo di arieggiare questa canzone, con impeto di 
vera, calda eloquenza. Nel discorso pronunciato 
alla Camera il 13 novembre ebbe a dire fra l’altro: 
« E allora, rivolgendomi verso i caltolici, io dico 
loro: Perchè non avete colta, perchè non cogliete 
l'occasione incomparabile che la legge di separa- 
zione vi offriva di svincolarvi dalle potenze poli- 
tiche e sociali del passato e di tornare in comuni- 


— 167 — 


cazione colle due grandi forze del mondo mo- 
--derno, la scienza e la democrazia? Se voi aveste 
ancora fede in voi stessi, nella virtù dei vostri 
principii, nell’immortalità divina della vostra spe- 
ranza, voi non avreste dovuto temere questo con- 
tatto e questa comunicazione. Voi avreste potulo 
dire alle anime, voi Chiesa: « I vostri dotti affer- 
mano la legge d’evoluzione, ma a misura che l’ana- 
lizzano più profondamente, scoprono che ogni mo- 
mento d’evoluzione ci apporta qualche cosa di 
nuovo, che, sotto l'apparente continuità di questa 
evoluzione superficiale, vha una forza perpelua di 
. creazione, di rivelazione, di rivoluzione. La vostra 
scienza appoggiava il niondo sulla brutalità opaca 
e compatta della materia ed ecco che questa stessa 
scienza dimostra oggi che la materia va svapo- 
rando ed idealizzandosi, che l'antica opposizione 
dell’etere imponderabile e della materia pesante si 
risolve nell’unità dell'energia universale e che que- 
sta energia colle suc condensazioni prodigiose sim- 
boleggia ed annuncia la volontà, col suo potere ir- 
radiante simboleggia ed annucia la forza del pen- 
stero e dello spirito. Ai lavoratori ed ai proletari 
voi, Chiesa, avreste potuto dire: « Io vi aspetto al- 
l’indomani siesso della rivoluzione sociale anche 
se essa realizza il vostro regno di giustizia, sopra- 
tutto se lo realizza: Si, agite, proletari, pre- 
parate l’avvenire. lo, Chiesa, s'aspetto ancora al 
domani. Nel comunismo più ampio sussisterà an- 
cora la grettezza degli egoismi la impenetrabilità 


— 168 — 


oscura delle anime chiuse. Io, Chiesa, vi pro- 
porrò non già la cooperazione, non l'armonia, ma 
l'ardente fusione dei cuori nel centro di vita di 
una personalità incomparabile: Malgrado tutto 
resta una grande individualista, la morte, che re- 
gola tutti 1 conti e che sull’angolo duro delle tombe 
spezza le solidarietà sociali e umane. E poichè la 
vostra scienza constata che la natura si eleva di 
forma in forma, di grado in grado, sollecitata da 
un ideale che è a’ miei occhi una forma trascen- 
dente, io Chiesa ho anticipata la più audace spe- 
ranza che possa suggerire agli uomini questa 
legge d’evoluzione ascendente; io vi porto una 
promessa di vita che i rivoluzionari del pensiero 
e dell’azione non hanno potuto mai eguagliare. 
Così, rivendicate, agile, ascendete, io non colpirò, 
colle verghe dell’assolutismo delirante, le vostre 
democrazie moventesi come il mare, io non farò 
pesare un’immobilità stagnante sopra l’ccearo scos- 
so dal vento che viene dal largo e che è forse lo 
spirito di Dio passante .sulle acque di cui par- 
lano i miei antichi libri, ma io metterò un rag- 
gio di speranza sovrumana alla cima di tutte le 
onde sollevate ». 

Dopo questo squarcio d’eloquenza il retore 
umanitarista francese, tonava così: « Voi non a- 
vele più fede. Voi colpite tutto ciò che è vivo in voi. 
Anatema alla democrazia cristiana in Italia, ana- 
tema sull’ardimento di quegli esegeti che si sfor- 
zano di conciliare coll’essenziale dei vostri dogmi, 


— 169 — 


le scoperte indistruttibili della scienza, e della 
critica, anatema su una legge repubblicana di 
laicità e di libertà che vi metteva in comunica- 
zione col' popolo che vive ». 

Questa prosa del grande retore francese ap- 
pare, ad alcuni lustri di distanza, in tutta la sua 
vacua sonorità. La legge repubblicana di laicità 
e di libertà non fu vitale appunto perchè era la 
negazione della libertà. Il Papa, Pio X, privo di 
ogni garanzia legale che la gerarchia sarebbe 
stata rispettata, decretò che « le associazioni di 
culto, come le impone la legge, non possono es- 
formate senza violare i diritti sacri che tengono 
alla vita stessa della chiesa » e « che non è nep- 
pure permesso di fare l’esperimento colle asso- 
ciazioni che si dicono canoniche e legali fino a 
tanto che non consterà in un modo certo e legale 
che la divina costituzione della Chiesa, 1 diritti 
inviolabili del Romano Pontefice come la loro 
autorità sui beni necessari alla Chiesa, particolar- 
imente su gli edifici sacri, saranno irrevocabilmente 
in piena sicurezza in dette associazioni ». Questo 
atto del :Papa, questo Non possumus gridato in 
faccia al governo di Francia, parve ai più sba- 
lorditivo sulle rive della Senna. Forte della sua 
debolezza l'Uomo bianco del Vaticano conosceva 
i danni non indifferenti che il suo veto impor- 
tava; ma in nessun modo spaventato dalla po- 
vertà minacciata, nè dal rumore che avrebbe sol- 
levata la democrazia giacobina, si elevò, in un 


» 


— 170 — 


gesto ammirabile, chiedendo garanzie legali per 
la gerarchia della mistica Sposa di Cristo. 

La legge Briand riposava interamente sulle 
associazioni: di culto. Queste associazioni, composte 
da un certo numero di membri determinato dalla 
legge, dovevano, nella mente del legislatore, es- 
sere completainente libere nella redazione dei loro 
statuti. Solo a mezzo di esse poteva farsi la devo- 
luzione dei beni delle antiche fabbricerie. Lo 
Stato non domandava che l’osservanza di cerle 
regole pei beni e le rendite che dovevano ammi- 
‘nistrare. Lo Stato credeva con ciò di dare prova 
di liberalismo illuminato mia i cattolici non furono 
del suo avviso. Si designarono tosto due grandi 
correnti. Gli uni sostennero — e furono i ventitrè 
cattolici eminenti capitanati da Ferdinando Bru- 
netitre — che, poichè le associazioni di culto 
erano completamente libere nella redazione dei 
loro statuti, potevasi fare entrare in esse tutta la 
Costituzione della Chiesa. Redatti gli statuti, i 
tribunali civili avrebbero dovuto tenerne conto. 
I membri delle antiche fabbricerie avrebbero così 
continuato a funzionare sotto una forma nuova, 
nelle così dette associazioni di culto. 

Altri invece affermavano che l'esperimento 
leale della legge sarebbe stato funesto. La maggio- 
ranza delle associazioni di culto avrebbero potuto 
modificare gli statuti. La Chiesa non avrebbe a- 
vuta una cerla garanzia. I laici avrebbero avuto 
nel nuovo regime un'autorità esorbitante. Rima- 


— 171 — 


neva poi sempre la spada di Damocle sospesa, 
poichè l’arlicolo-8 poteva rendere possibili nuove 
associazioni con nuovi statuti. 

Le discussioni furono vivacissime da una parte 
e dall'altra. Cattolici schietti, egualmente desi- 
derosi del maggior bene della Chiesa, si trovarono 
nell’uno e .nell’altro campo; ma, mentre dalla 
parte di coloro che, ad evitanda majora damna 
chiedevano l’esperimento della legge, si trovavano 
‘non pochi increduli che avevano di mira più la 
pace nazionale che gli interessi cattolici; dalla 
parte opposta coloro che invocavano la resistenza, 
si trovavano a far campagna assieme alla Libre 
parole, all’Autoritè, all’Eclair, e in generale a 
coloro che volevano creare imbarazzi al governo. 
Tutti i cattolici, poi, protestavano che avrebbero 
accettate le direzioni di Roma con ossequio figliale. 
Nel frattempo ebbero luogo gli inventari che pos- 
sono attualmente venire apprezzati al loro giusto 
valore: la preoccupazione religiosa dei fedeli non 
andò disgiunta dall’azione dei partiti antirepubbli- 
cani che speravano di farsi una eccellente piatta- 
forma elettorale. Ne ebbero invece la peggio. Il 
trionfo del governo fu tanto più significativo in 
quanto che si dava in antecedenza per certo che il 
blocco avrebbe perduto una quarantina di seggi 
almeno. : 

Checchè sia di ciò, l’ 11 febbraio usciva la 
enciclica Velhementer nos, che condannava ener- 
gicamente la legge come contraria alla costituzione 


a 199 


della Chiesa. Il governo francese ne fu sconcertato, 
ma trovò modo di far sostenere da’ suoi organi che 
‘il Santo Padre aveva condannata la tesi, il prin- 
cipio dottrinale ,riserbandosi di accettare prati- 
camente il fatto della legge, ad evitanda maiora 
mala. Intanto aveva luogo la prima assemblea 
plenaria dei vescovi francesi all’arcivescovado di 
Parigi. Da secoli la Chiesa di Francia non respi- 
rava quest’aura di libertà. Sciolto il Concordato, 
la questione dell’accettazione del fatto o della re- 
sistenza era all'ordine del giorno. Si fece tosto 
correre la voce che l’Episcopato francese a grande 
maggioranza s'era pronunciato a favore dell’espe- 
rimento leale. Possiamo ora ristabilire con esat- 
tezza maggiore la verità storica. Effettivamente i 
vescovi di Francia, a grande maggioranza, sotto- 
misero all'esame del Santo Padre un progetto di 
statuto di associazioni che avrebbero dovuto sod- 
disfare ad un tempo alle prescrizioni canoniche 
e alle esigenze legali; ma lo stesso arcivescovo di 
Besancon, autore di. detto statuto, aveva premesso 
al suo rapporto queste parole: « Il dovere del- 
l’episcopato, del clero, di tutti i cattolici, sarà da 
ora in poi di lottare senza tregua, contro questa 
legislazione nefasta fino a che per le vie costi- 
tuzionali non ne abbiano ottenute iutte le modifi- 
cazioni essenziali ». Ed essendo stata posta in di- 
scussione la seguente questione: « È possibile- di 
accettare le associazioni culturali come la legge le 
organizza? » l'assemblea dei vescovi rispose: No, 


— 173 — 


all'umanità, meno due voti. Risoluta questa prima 
questione, venne la seconda: « Vi ha possibilità di 
fare delle associazioni di culto ad un tempo ca- 
noniche e legali? ». La maggioranza dei Vescovi, 
circa due terzi, rispose affermativamente. Senonche 
le polemiche rinacquero più vive che mai sino al 
15 Agosto ,in cui venne pubblicata l’Enciclica 
Gravissimo. Per apprezzare al giusto valore que- 
slo gravissimo documento storico, non sarà fuor di 
luogo aver presente il pensiero dell’arcivescovo 
di Rouen, Monsignor Fuzet favorevole alla tesi 
dell'esperimento leale: « Non si deve temere — 
così egli — soltanto la perdita dell'uso tempo- 
raneo dei vescovadi, presbiteri, seminari, la chiu- 
sura o l’alienazione delle chiese, la cessazione 
del culto pubblico, l'obbligo pei giovani preti in- 
feriori a 26 anni, di completare i loro anni di ser- 
vizio militare, le difficoltà senza fine per le riu- 
nioni private e pubbliche del culto cadenti sotto 
il colpo delle prescrizioni della legge del 30 giu- 
gno 1881, l’insicurezza di tali riunioni senza di- 
fesa di fronte ai perturbatori. 

| Si subiranno altri danni più importanti ed 
irreparabili. Si perderanno tutte le fondazioni di 
Messe e tutte le rendite dei Seminari. Vi sono delle 
Diocesi dove il capitale delle fondazioni di Messe 
oltrepassa parecchi milioni. Ora si può in co- 
scienza rinunciare a far celebrare le Messe di cui 
si ebbe il capitale, considerevole o no, di cui s'è 
preso l’incarico? Non si deve in coscienza impie- 


AIA: 


gare il solo mezzo legale che resta di liberarsi 
da un tale obbligo quando questo mezzo non ha 
nulla in sè di contrario alla coscienza? È la ra- 
gione invocata dai vescovi tedeschi nel Docu- 
mento VIII. Perdendo volontariamente le fonda- 
zioni di Messe non si manca solamente a un do- 
vere di coscienza di fronte ai fondatori, ma si 
privano i preti di elemosine che costituiranno per 
loro, nel tempo presente, una risorsa certa ed im- 
portante. La perdita delle rendite dei seminari 
sarà pure un’ingiustizia di fronte a coloro che le 
lianno costituite... Che diverranno allora il reclu- 
tamento già così difficile, e la formazione del 
clero? A queste perdite bisogna aggiungere la 
soppressione delle allocazioni temporanee fatte al 
clero. Non bisogna sperare che un governo ripa- 
ratore renderà queste fondazioni e queste rendite. 
Una volta alienate, saranno perdute per sempre 
per la Chiesa di Francia (Vedi Gayraud: Un an 
après. Revue du clergè frangais, 15 aprile 1906). 
Le perdite nell'ordine morale sorpasseranno le 
perdite materiali; senza le associazioni di culto 
sarà impossibile d'avere nelle diocesi una ammi- 
nistrazione regolare e senza un’amministrazione 
regolare, fortemente basata su statuti canonici, co- 
me governare una diocesi? E la « moltitudine » 
a sè stessa, è il « gregge » comandante al pastore, 
. è il clero al soldo e al servizio di un partito po- 
litico. Non bisogna pensare a sostituire alle asso- 
ciazioni di culto legali delle associazioni similari 


-_- _—r————_-__+—+—F+—+—++——+» P _ 


— 175 — 
create dall’autorità religiosa sola. Nelle campagne 
sopratutto non si troveranno cattolici che vogliano . 
fare parte di tali associazioni illegali che li espor- 
rebbero ad ogni sorta di responsabilità. È poi 
un'illusione il credere che si formerà una correnic 
salutare di opinione cattolica che trascinerà le 
folle. Nelle ‘diocesi dove il clero ha più lavorato 
per creare questa corrente, le folle sono rimaste 
presso a che indifferenti, e la prova è che non si 
sono raccolte che alcune miserabili migliaia di 
franchi pel sostentamento dei preti » (!). Il qua- 
dro non è brillante davvero. | 
Tutti questi danni furono pesati attentamenie 
minulamente a Roma, ma, come ebbe a dire elo- 
quentemente l'on. Giacomo Piou a Palazzo Bor- 
bone: « Costretto a scegliere tra le rovine mate- 
riali e le rovine morali della Chiesa, il Papa sa- 
crificò i beni temporali preferendo per la Chiesa 
la povertà all'abbandono delle sue dottrine ». 
L’Enciclica Gravissimo pubblicata il 15 a- 
gosto 1906 fece un’impressione enorme in tutta 
la Francia. L’Uomo bianco del Vaticano, che non 
aveva per sè il suffragio universale e non poteva 
nemmeno far assegnamento sull’opinione politica, 
ripeteva il motto: Non possumus. Il governo, che 
‘ affettava prima dell’Enciclica Gravissimo una si- 


(1) Vedi Les Associations Cultuelles en Allemagne: 
Legislation et Documents. Memoire confidentiel di mon- 
signor Fuzet, Roger e .Chernoviz editori, Parigi. 


— 176 — 


curezza illimitata, si trovò scombussolato. Giorgio 
Clemenceau lanciò le sue frecce contro il « So- 
vrano straniero » dietro il quale additava l’ombra 
di Guglielmo II. Dal canto suo Briand lanciava la 
famosa circolare del 30 Agosto nella quale era 
detto esplicitamente che là « dove non ci saranno 
associazioni di culto, il culto non potrà essere 
celebrato ». Era una minaccia pei vescovi. A ciò 
si aggiunga la comparsa sulle scene del Papa 
bleu, Enrico des Houx. Voleva questi dare vita 
all’anacronismo storico di uno scisma religioso. A 
differenza del Papa di Roma che vietava le asso- 
ciazioni di culto, il redattore del Matin, già cle- 
ricale temporalista a suo tempo, benediceva quelle 
che furono recentemente chiamate da Briand ca- 


ricature di associazioni di culto. Il fiasco non 


si fece aspettare e non poteva essere più completo. 
Il Papa bleu cadde nel ridicolo. I cattolici fran- 
cesi, divisi prima della parola del Papa, furono 
ammirabili nel far tacere le opinioni individuali 
e nell’adesione incondizionata al Santo Padre. Que- 
sto fatto è degno della massima considerazione. 
L’autorità del Papa non fu mai riconosciuta in un 
modo più luminoso, che in questi ultimi tempi 
sul suolo francese. Clemenceau e Briand non s’at- 
tendevano un simile spettacolo, che furono co- 
stretti ad ammirare dall’altra sponda, e poichè 
avevan fatto annunciare ai quattro venti che non 
avrebbero chiuse le chiese nè sarebbero andati a 
Canossa di fronte al blocco irremovibile dei cat- 


PNT 


— 177 — 


tolici ossequienti al Papa, fu gioco forza d’ammai- 
nare le vele. Il « Sovrano straniero » fu trattato 
con maggior rispetto. Nell’abilissimo discorso pro- 
nunziato alla Camera francese, discorso che ebbe 
l'onore dell’affissione, l’on. Briand ebbe a dire 
rivolto ai deputati cattolici: « Io non dico che il 
Papa è per voi uno straniero; so ciò che è per noi. 
Il Papa iper noi non è un sovrano. Non è una po- 
lenza colla quale possiamo trattare, ma è una 
grande autorità ‘morale. Per voi, cattolici francesi, 
è un Papa cattolico e francese; è tedesco coi cat- 
tolici tedeschi; è austriaco coi cattolici austriaci. 
Tale la verità. Ma quando io lo considero ne’ 
suoi rapporti colla Francia, io lo confondo colla 
massa dei cattolici francesi; io non lo separo; non 
ho il diritto di considerarlo come il loro re, che 
disponga di essi a suo grado; ciò non è possibile; 
voi non potete domandarlo. Il Papa, io l’incorporo 
in voi ». 

— Ebbene, parlategli, scattò Deny Cochin. 

— Non è ancora venuta l’ora — ribattè 
Briand. Ed aggiunse: « Abbiamo messo nella no- 
stra legge il massimo delle trattative indirette. 

E Piou di ripicco: 

-- Col minimo delle trattative dirette avreste 
risparmiati tanti errori. Non riesco a comprendere 
come possa essere più degno per un governo il 
ricorrere a trattative indirette che non a trattative 
dirette. 


Chiesa e Stato ; 11 


— 178 — 


Briand non volle andare a Roma. Non poteva 
sembrare un’andata a Canossa? S’appigliò a una 
via di mezzo. Ottenne dal Consiglio di Stato un 
anno di tempo. Nel periodo che va dall’11 di- 
cembre 1906 all’11 Dicembre 1907 il culto pub- 
blico sarebbe stato regolato dalle leggi 1881 e 
1905 messe assieme. Che cosa sarebbe avvenuto? 
Interrogato il 9 Novembre dal Matin Briand fece 
le seguenti dichiarazioni: 

« Che cosa avverrà l 11 Dicembre? Mio Dio, 
una cosa molto semplice. La Chiesa che non ha 
voluto una legge di privilegio e di favore dovrà 
subire la legge del diritto comune. Che cosa si- 
gnifica il diritto comune? Forse che si ripren- 
deranno tutte le Chiese appartenenti allo Stato e 
ai Comuni e. verranno sottratte al culto e s’inter- 
dirà la celebrazione degli uffici religiosi? Niente 
affalto. L’articolo 1° della Separazione dichiara che 
«la repubblica garantisce il libero esercizio del 
culto ». Il culto cattolico ha dunque il diritto al 
libero esercizio come ogni altro. Lo Stato non in- 
intende punto interdire un tale diritto: lascierà 
come pel passato, a libera disposizione gli edifici 
consacrati a tale effetto. Il curato potrà andare 
alla chiesa per la messa come prima. Potrà mon- 
tare sul pergamo, soltanto non avrà più che l’uso 
della chiesa, della cattedra, di tutto l’edificio men- 
tre in virtù dell’associazione di culto, avrebbe po- 
tuto averne la quasi proprietà. Sarà là per tolle- 
ranza dello stato o del comune, menire avrebbe 


— 179 — 


potuto esservi in virtù di un diritto garantito dalla 
legge. Si dica lo stesso degli edifici che erano di 
proprietà della Chiesa cattolica. Lourdes vedrà. 
sempre i suoi pellegrinaggi di fedeli, e Montmartre 
potrà sempre ricevere delle visite episcopali; ma 
Lourdes e Montmartre, come le altre 2000 chiese 
di Francia, diverranno proprietà dello Stalo, men- 
tre avrebbero polulto restare proprietà della Chiesa. 
Infine quei 400 milioni che formano i beni del 
culto e di cui le associazioni non avevano che a 
pronunziare una parola per diventarne proprietarie, 
quei 400 milioni saranno messi sotto sequestro. Il 
ministro delle finanze ne sorveglierà la gestione, 
e ne impiegherà le rendite a mantenere gli edifici 
messi dallo Stato o dai comuni alla disposizione 
dei fedeli perchè il culto abbia a continuare ad 
esercitarsi in Francia. Il curailo potrà continuare 
a fare delle questue nella sua chiesa, come nelle 
riunioni pubbliche si fanno quesiue per non im- 
porta quale opera: non poirà però ricevere dei 
legati per fondazioni pie perchè la legge glielo 
interdice. Nulla sarà cambiato pei fedeli; po- 
tranno assistere, come pel passato, alla celebra- 
zione del culto; ma tutto sarà cambiato pel curato. 
Avrebbe potuto essere il padrone nella sua chiesa; 
non sarà che un passante, alla cui disposizione si 
accorda per accondiscendenza un locale. Se la 
Chiesa si accomoda a questa situazione precaria, 
va bene, non abbiamo nulla a ridire; se invece 
preferisce essere una collettività inorganica, senza 


“la (18001 


coesione e senza privilegi, senza beni, ciò la ri- 
guarda, non riguarda che essa ». Evidentemente, 
non siamo di fronte al piano di un leone che 
fugge ma di una volpe che tende l'agguato. Si era 
detto: « Senza le associazioni di culto, nessun 
culto pubblico ». Il Papa tenne duro, e il culto 
pubblico fu tollerato -« per un anno almeno ». 
Non si volle prendere di fronte la coscienza dei 
fedeli. Come nel Kulturkampf bismarchiano si 
ebbero riguardi pei credenti, rigori pel clero. 
Briand diceva alla Camera: « I cattolici vedendo 
all'indomani dell’ 11 Dicembre le Chiese aperte 
e i preti pronti ad ufficiare diranno: v'è ancora 
qualche .libertà a questo ‘mondo. La legge del 
1905 non interdice il culto; non è adunque la legge 
tirannica e persecutrice che era stata annunziata » 
Da notarsi l’arte volpina. Le chiese rimangono 
aperte sino a nuovo avviso, fino a che ìl bene- 
placito dello Stato e dei Comuni lo consente. 
Grande tolleranza repubblicana nel paese della 
liberté, fraternité, égalitè! Ma tutto ciò dipende 
dal beneplacito di un uomo di governo. Andando 
al potere Combes invece di Briand avrebbe tolto 
alla Chiesa anche il regime di tolleranza. 

I nemici del regime avrebbero desiderato una 
soluzione alla Combes. Sul suolo di Francia non 
sarebbero mancati atti di eroismo come in Ger- 
mania durante il Ku/turkampf. I vescovi, i sa- 
cerdoti avrebbero preso con gaudio la via del- 
l'esilio, della prigione. Vana speranza! Il governo 


SERRE 


— 181 — 


di Briand non volle fare dei martiri a buon 
mercato. Preferì condannare i credenti a un marti- 
rio più lento, a piccole dosi, senza rumore, senza 
le palme. Fu giuocoforza tener conto di questa si- 
tuazione di fatto, adattandosi alla meglio alle di- 
rettive di Leone XIII sul ralliement alla repub- 
blica. I neo-monarchici dell’ Action francaise a- 
vrebbero voluto l'urto diretto tra la Chiesa e la 
repubblica, nella speranza che la monarchia lra 
i due litiganti fosse il terzo ad approfittarne. 


Se questo urto fosse avvenuto, il cattolicismo ne . 


avrebbe fatto sicuramente le spese. Prevalse — e 
fu ottima cosa — il consiglio di far opera di rac- 
coglimento e di attendere giustizia dal tempo che 
è galantuomo. Ricostruire la Chiesa di Francia 
sopra basi nuove, la parrocchia popolare, la dio- 
cesi sotto la dipendenza del Vescovo, in relazione 
con Pietro, far pervenire la parola di Cristo o- 
vunque, anche negli ambienti più refrattari, di- 
mostrare che questa parola non contraddice ciò 
che vha di più solido e consistente nell’aspira- 
zione alla giustizia sociale e a una libertà fraterna, 


ecco un programma che il primo Vescovo della. 


separazione, Monsignor Gibier, vescovo di Ver- 
sailles si propose di attuare: « Bisogna rifare 
— così egli — la Francia parrocchia per parroc- 
chia e in ciascuna parrocchia bisogna mettere a 
lato della Chiesa la scuola cristiana che alimenti 
la parrocchia e ne assicuri la vitalità, l'avvenire, 
Non ci si obbietti che questo programma è diffi- 


4 


MA 


cile, che l'esecuzione sarà molto lunga, lenta, che 
non ne vedremo la fine. Ciò importa poco. Quando 
i nostri Padri incominciarono quegli ammirabili 
atti di fede che sono le nostre cattedrali, sapevano 
benissimo che non le avrebbero ierminate, ma 
ne trasmeltevano la cura ai loro discendenti. A 
un’opera che doveva durare parecchi secoli appor- 
tavano la loro collaborazione di un ‘giorno e 
dopo di avere lavorato per Dio, per l'avvenire, 
‘ saddormentavano contenti. Imitiamo la fede e la 
perseveranza dei nostri antenati. Noi dobbiamo 
ricostituire una Francia nuova, una Francia cat- 
tolica » (!). Sono passati ‘cinque lustri dal giorno 
in cui il vescovo popolare di Versailles vergava 
questo programma. In questo frattempo è pas- 
sata molta acqua sotto i ponti della Senna. La 
grande guerra interruppe l’opera dei giacobini. 
Mentre lonava il cannone non si volle oltrepas- 
sare il portone di bronzo del Vaticano per tema di 
andare a Canossa. Viviani, che era presidente 
del Consiglio, allo scoppio della guerra, s'era van- 
tato di aver spente le stelle in cielo; ma a guerra 
terminata, colla vittoria delle armi alleate, la Fran- 
cia comprese che era venuta l’ora di riaccenderle. 
Il Quai d'Orsay si rese conto che nell’interesse 
della politica nazionale. occorreva riprendere le 
relazioni diplomatiche col Vaticano. La ripresa 
delle relazioni diplomatiche era intimamente con- 


_ 





—_—_——_ 


(1) Semaine Religieuse di Versailles, 29 Luglio 1906. 


— 183 — 


nessa colla questione religiosa interna. La Chiesa 
di Francia, dacchè Pio X aveva respinta la legge 
unilaterale forgiata da Palazzo Borbone, non aveva 
uno Statuto legale. Fra semplicemente tollerata. 
Bisognava offrirle la garanzia che non sarebbesi 
attentato alla sua gerarchia. Si negoziò a Roma. 
Questa con qualche ritocco accettava le domande 
francesi. In possesso ufficiale della giurisprudenza 
del Consiglio di Stato sulle associazioni di culto, 
Benedetto XV dichiarava di trovarvi le garanzie 
del rispetto dei diritti della gerarchia cattolica 
reclamati da Pio X. Tultavia il Papa, prima di 
dare la sua risposta definitiva, voleva consultare 
l’episcopato. La canonizzazione di Giovanna d'Arco 
— la Santa della patria francese — faceva accor- 
rere a Roma numerosi vescovi. Questi furono più 
intransigenti di Benedetto XV. Non trovarono suf- 
ficienti le garanzie. La questione dello ‘Statuto 
della Chiesa di Francia rimase quindi sospesa. Per 
ciò stesso fu messa in discussione la stessa am- 
basciata presso la Santa Sede; ma il governo di 
Parigi voleva l'Ambasciata per ragioni di politica 
estera e la Santa Sede la desiderava per la pace 
della Francia e dell'Europa. S’incominciò con una 
missione straordinaria che fu affidata, in Roma, a 
‘Jonart e a Parigi a Monsignor Bonaventura Cer- 
retti, attualmente Cardinale. La missione straor- 
dinaria fu più tardi trasformata in ambasciata 
‘ regolare. La questione dello Statuto legale della 
Chiesa di Francia doveva essere definitivamente 


— 184 — 


regolata all'alba del Pontificato di Pio Xl. Il 
Nunzio Bonaventura Cerretti seppe condurre in 
porto le Associazioni Diocesane vincendo gravis- 
sime difficoltà. 

La Francia della separazione ha oggi il suo 
Statuto legale nei rapporti colla Chiesa. Pio X vide 
la rottura diplomatica e il crollo del concordato 
napoleonico. Pio XI suggellò l'accordo delle Asso- 
ciazioni Diocesane in periodo di separazione, men- 
ire la ripresa delle relazioni diplomatiche fu cef- 
fettuata sotto Benedetto XV. 

Oggi ancora l'elemento cartellista non disar- 
ima, ma si nota negli ambienti repubblicani mode- 
rali una specie di nostalgia verso un nuovo con- 
cordato. E la seduta continua (1). 





(1) E. VeRcEsI: Tre Papi. Edizioni Athena, Milano. 


AL DI LÀ DELL'OCEANO . 


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Al di là dell'Oceano 


All'indomani della morte di Giorgio Clemen- 
ceau, il Jurnal des Debats pubblicava il testo di 
una conversazione avvenuta tra l’ex presidente del 
Consiglio spagnuolo Moret e Clemenceau nel set- 
tembre 1908. Morel aveva chiesto al-Tigre la sua 
opinione sopra un progetto di separazione della 
Chiesa dallo Stato che vagheggiava di condurre in 
porto in Ispagna. Clemenceau gli fece queste di- 
chiarazioni: « Îl mio predecessore Combes, di cui 
non posso mettere in dubbio l’onorabilità e la 
fermezza delle convinzioni, ma la cui intelligenza 
come uomo di Governo non mi sembra meritasse 
una grande apologia, travolto dalla sua buona fede 
e spinto dalle sue convinzioni tanto radicate da as- 
sumere nel suo spirito l'aspetto di un puro setta- 
rismo, credette di realizzare una politica conve- 
niente e utile per la Francia decidendosi alla rot- 
tura del Concordato, per separare la Chiesa dallo 
Stato. Quello fu il suo grande errore, non sol- 
tanto perchè sollevò una gran parte dell'opinione 
pubblica francese che si sentì ferita nelle sue con- 
vinzioni e nelle sue credenze, ma anche perchè 
rese impraticabili le vie che si aprivano a lui per 


— 188 — 


permettere di ottenere a poco a poco con tenacia 
e abilità il limite estremo delle concessioni che 
certamente Roma gli avrebbe consentito. Io farei 
il più grande dei sacrifici se potessi ristabilire il 
Concordato senza diminuire il prestigio della 
Francia. Mi trovo di fronte ad un episcopato ri- 
belle e ad uno stato di esaltazione straordinaria € 
non posso dignitosamente accordarmi coi vescovi 
perche per irattare con loro ho bisogno dell’organo 
di Roma, unica autorità che essi riconoscono, ed 
io mi trovo in un isolamento disperato. ]l cam- 
mino che si sarebbe dovuto battere per questo 
compito mi è stato tagliato dal mio predecessore. 
Perciò io vi consiglio di non trascinare mai in nes- 
suna occasione e per nessun motivo il vosiro paese 
sulla via della rottura con Roma ». 

I giornali riferirono pure in occasione della 
morte di Clemenceau un colloquio di quest'ultimo 
col Cardinale Mercier. L’uomo di Stato francese 
aveva osservato al grande Porporato belga che, 
mantenendosi la Chiesa al di fuori e al di sopra 
dei partiti, in un'atmosfera altamente spirituale, 
non poteva che aumentare il suo prestigio e la 
sua autorità anche nel campo d’Agramante. Il 
Primate belga richiamava dal canto suo la visita 
da lui fatta, all'indomani della guerra, agli Stati 
Uniti d'America. Il Cardinale Gibbons ebbe a 
dirgli in quell’occasione che i cattolici dell’ America 
del Nord erano soddisfattissimi della loro situa- 
zione nella repubblica stellata, In regime di li- 


— 189 — 


bertà e di democrazia il cattolicismo fioriva al di 
là dell’Atlantico. Se anche i cattolici fossero stati 
l'immensa maggioranza del paese, egli Gibbons 
avrebbe sempre preferito un regime di libertà a 
quello di protezione. 

Quest’ordine di idee è largamente diffuso nel- 
l'America del Nord. La separazione della Chiesa 
dallo Stalo, come è concepita agli Stati Uniti, dif- 
ferisce foto coelo dalla separazione come venne at- 
tuata in Francia da Emilio Combes. La sepa- 
razione nella libertà. fu sempre il bau bau del 
giacobinismo francese. Anche in separazione, sus- 
siste sempre negli uomini di Stato francesi un 
senso di nostalgia pei vecchi Concordati che incep- 
pavano la libertà della Chiesa. Maurice Pernot 
— che fu tra i più accanili avversari dei Patti 
del Laterano — in un articolo comparso nel Jour- 
nal des Debats (13 Maggio 1929) intorno: La 
Santa Sede, lo Stato moderno e la politica dei 
Concordati, scriveva: « Non mancano buoni argo- 
menti per sostenere che i due Concordati francesi 
quello del 1516 e quello del 1801, sono stati im- 
posti alla Curia romana e non furono liberamente 
accettati da essa. Ma senza andare così lontano, 
basta richiamare che mel pensiero del primo Con- 
sole, come in quello di Francesco I il Concordato 
con Roma era sopratutto destinato a garantire l’in- 
dipendenza e la Sovranità dello Stato, del potere 
civile contro ogni intervento, ogni giurisdizione 
straniera, fosse pur quella del Capo Supremo 


i — 190 — 


della Chiesa cattolica. Questa tradizione della no- 
stra politica era ancora presente allo spirito di 
un Waldeck-Rousseau « concordatario », e che lo 
fu sino all’ultimo poichè la sua ultima prepara- 
zione fu quella di un discorso contro la separa- 
zione, che la malattia, poi la morte impedirono 
di pronunciare ». 

Il Pernot passava poi a parlare dei Con- 
cordali di questi ultimi tempi. Scriveva egli: 
« Ma ritorniamo ai Concordati di questi ulti- 
mi dieci anni. Se si guardano da vicino le ra- 
gioni per cui sono stali conchiusi, non appaiono 
molto differenti da quelle che determinarono gli 
antichi concordati francesi. Piuttosto di lasciare 
la Chiesa cattolica intervenire liberamente nella 
loro vita, nei loro affari, gli Stati hanno giudi- 
cato che avevano ogni interesse a trattare con essa 
in modo da definire i suoi diritti e a limitare la 
sua azione. Avendo riconosciuto nella Chiesa una 
grande forza morale sociale ed anche politica 
hanno voluto che questa forza fosse loro propizia 
o almeno non fosse loro ostile; ovvero, obbligati 
di ammettere i diritti dell'autorità spirituale, han- 
no risolto di regolarne strettamente, limitatamente 
l'esercizio. . 

Nei due casi gli Stati hanno trattato con Roma 
affine di restare padroni in casa propria ». Maurice 
Pernol si riferiva particolarmente ai Concordati 
colla Lettonia, maggio 1922, colla Baviera, Marzo 
1924, colla Polonia, febbraio 1925, colla Romania 


— 191 -- 


maggio 1927, colla Lituania, Settembre 1927, colla 
Cecoslovacchia, sotto la forma particolare di un 
modus vivendi, febbraio 1928, col Portogallo, Apri- 
le 1928, coll’Ilalia, febbraio 1929. Non era ancora 
slalo conchiuso il Concordato colla Prussia e in 
alcuni ambienli francesi si sussurrava che anchela 
Francia non sarebbe stata aliena dallo stipulare un 
nuovo Concordato colla Santa Sede. Pernot spie- 
gava anche le ragioni per cui «il Concordato ri- 
torna alla moda » dopo la grande guerra, mentre 
la rottura della Francia colla Santa Sede « aveva 
recato seco negli ambienti del Valicano un brusco 
cambiamento d'opinione. Ogni accordo col potere 
civile apparve come una transazione in cui il po- 
tere religioso alienava una parte de’ suoi diritti. 
L'indipendenza complela — dovesse anche portare 
A persecuzioni e a rovine — fu ritenuta più con- 
forme alla dignità della Chiesa e a’ suoi interessi 
Supremi, che non il migliore dei Concordati ».. 

Questo lo stato di cose nel mondo europeo 
nell’ultimo decennio, dopo la grande guerra. Nel- 
l'America del Nord abbiamo il rovescio della me- 
daglia. 
Nella Vifa del Cardinale Gibbons arcivescovo 
di Baltimore di Allen Sinclair Will leggiamo: 
« La sua prima preoccupazione fu di vedere l’a- 
daltamento della Chiesa al fatto della democrazia 
americana. Riteneva che i loro destini fossero le- 
gati. Con Leone XIII pensava che la democrazia 
era il governo dell’avvenire ...Tutti e due crede- 


>: 190 


vano che la Chiesa dovesse precedere gli eventi. 
La sua inissione non poteva essere di sostenere una 
forma qualsiasi di governo e meno di tutto una 
forma che sta per scomparire. Doveva aiutare gli 
uomini nella via del progresso ed accettare l’evo- 
luzione inevitabile delle forme: politiche. Ma men- 
tre Leone XIII considerava la questione sotto un 
aspetto più generale, Gibbons pensava sopratutto 
al suo paese. Poteva essere il collaboratore di 
Leone XIII in qualità di capo della Chiesa di una 
delle più grandi repubbliche del mondo, che d’al- 
tronde aveva probabilmente provocato il movi- 
mento mondiale. L'America aveva insegnato la 
democrazia all'Europa e restava in prima fila tra 
le nazioni progressiste. La rovina della democra- 
zia americana, pensava Gibbons, segnerebbe la ro- 
vina della civiltà. Ora la Chiesa cattolica poteva 
contribuire a salvarla, aderendo anzitutto al si- 
stema attuale sanzionato dal suo popolo. Gibbons 
non cercava punto l’unione tra la Chiesa e lo Sta- 
to. Non la credeva nemmeno desiderabile. Pen- 
sava che restando i due poteri interamente indi - 
pendenti, la Chiesa sarebbesi trovata più protetta 
in'America che ovunque. Vedeva che un appello 
al cuore e alla coscienza degli Americani reste- 
‘rebbe vano finchè i cattolici del paese non aves- 
sero approvalo senza recondito pensiero le isti- 
tuzioni civili in vigore, finchè la Chiesa stessa 
co’ suoi preti, i suoi fedeli non si fosse mostrata 
il sostegno di queste istituzioni. Voleva che la 


— 193 — 


Chiesa divenisse americana come la Costituzione 
stessa. Evitando d’immischiarsi ne’ suoi affari po- 
litici, essa doveva proseguire la sua missione spi- 
rituale sicura d’essere sempre sostenuta dall’opi- 
nione pubblica ». Queste idee egli proclamò ovun- 
que, anche quando suonavano meno bene per 
orecchie europee. Nel 1887, recatosi a Roma per 
ricevere il cappello Cardinalizio, si trovò circon- 
dato da prelati americani che la pensavano come 
lui, Monsignor O’ Connell, allora direttore del Col- 
legio americano, Monsignor Ireland arcivescovo 
di S. Paolo nel Minnesota, Monsignor Keane e 
parecchi altri. Pronunciò un discorso che era un 
programma: « Rendo grazie a Dio — così egli — 
‘di aver permesso che il piccolo grano seminato nel 
mio paese diventasse un’albero gigante i cui rami 
lo coprono in lungo e in largo. All’inizio del se- 
colo presente, l'America non contava che un ve- 
scovo. Ne abbiamo ora settantacinque. Noi dob- 
biamo questo progresso, sotto la protezione di 
Dio e della Santa Sede alla libertà di cui godiamo 
nella nostra repubblica. 

« Il Nostro Santo Padre Leone XIII nella sua 
luminosa Enciclica sulla costituzione degli Stati 
cristiani dichiara che la Chiesa non è legata ad 
alcuna forma di governo. Essa si adatta a tutti. 
Essa da frutti grazie al lievito sacro dell’Evangelo. 
Essa ha vissuto sotto monarchie costituzionali, in 
libere repubbliche. Ovunque essa s'è sviluppata. 
« Essa è stata sovente ostacolata nella sua mis- 


Chiesa e Stato 12 


— 194 — 


sione divina, obbligata a lottare per la sua esi- 
stenza dovunque il dispotismo getta la sua ombra 
come una pianta privata di sole. Ma nell’atmo- 
sfera benefica della libertà essa fiorisce come una 
rosa. Per me cittadino degli Stati Uniti, e senza 
farmi illusioni sulle manchevolezze del mio paese, 
dichiaro con fierezza e gratitudine che appartengo 
a un paese in cui il governo civile stende su noi 
la sua protezione senza intervenire nel libero e- 
.sercizio della nostra sublime missione di ministri 
di Cristo. Il nostro paese gode di una libertà 
senza licenza, di un'autorità senza dispotismo ». 
Queste parole pronunciate a Roma non potevano 
passare inosservate nel momento in cui — dice il 
suo biografo — « l'unione della Chiesa e dello 
Stato era considerato da protestanti e da cattolici 
come la situazione normale e la separazione si- 
gnificava antagonismo ». Il suo discorso fu trovato 
a Roma « singolarmente americano » ma questo 
bastava al Primate d'America. Egli non inten- 
deva opporre una teoria ad un’altra. Per lui ba- 
stava di poter affermare che agli Stati Uniti in 
linea di fatto la Chiesa prosperava in regime di 
libertà. Il suo gesto non era meno audace per que- 
. slo. S’era fatto forte delle ammirabili Encicliche 
di Leone XIII e particolarmente dell’Enciclica 
« Immortale Dei ». Più tardi Gibbons precisò 
anche meglio il suo pensiero: « Ci si domanda 
quale è il migliore sistema: la separazione della 
Chiesa dallo Stato o la loro unione. Io non debbo 


“ 


ri SAT Ain n 


— 195 — 


parlare degli altri paesi, ma ritengo che per lA- 
merica niente può meglio convenire che le rela- 
zioni amichevoli che esistono tra la Chiesa e lo 
Stato, senza che vi sia tra di loro unione ufficiale. 

« La Chiesa ha esperimentati i due sistemi. 
Coll’unione essa è stata sovente ostacolata nella sua 
missione divina da governi dispotici che invade- 
vano i suoi diritti. Pel mio paese preferisco il n0- 
stro sistema. Esso reca delle relazioni amichevoli, 
una mutua cooperazione che permettono a cia 
scuno di muoversi parallelamente senza urti e 
conflitti di poteri. Ciascuno aiuta l’altro nel com- 
pimento della missione che ha ricevuto.‘da Dio. 

« Io non desidero vedere il giorno in cui la 
Chiesa domanderà e riceverà l’aiuto dal governo 
per costruire le nostre chiese e pagare il nostro 
clero. Possa la felice situazione attuale durare 
sempre! Le relazioni tra il clero e il popolo sono 
dirette ed immediate; i vescovi danno volontaria- 
mente ai loro figli spirituali la loro sollecitudine, 
la loro paterna affezione, pronti a versare, oc- 
correndo, il loro sangue per loro, ricevendo in 
cambio dai loro figli dilettissimi larghezze spon- 
tanee, devozione, e riconoscenza ». E non era solo 
il Primate degli Stati Uniti in quest'ordine di idee. 
Una schiera di prelati eloquenti arieggiava la stes- 
sa canzone. Fra questi primeggiava Monsignor 
John Jreland molto conosciuto anche in Italia e in 
Francia. Il suo sermone: « Il nuovo secolo, Re- 


— 196 — 


sponsabilità, speranze e doveri » è tutto un pro- 
. gramma. Ne diamo un breve sunto: 

« I nostri padri hanno fatto il nostro passato. 
Noi dobbiamo fare l'avvenire. Il nuovo secolo 
della Chiesa in America sarà quello che noi fa- 
«remo. La nostra missione è di rendere l'America 
cattolica. Se amiamo l'America, se amiamo la 
Chiesa, basterà pensare a questo lavoro. Il- nostro 
grido sarà: « Dio lo vuole » e i nostri cuori bat- 
teranno dell'entusiasmo dei Crociati. 

« La Chiesa cattolica fortificherà e proteg- 
gerà più di qualsiasi altra Chiesa o di qualsiasi 
altra potenza umana, la libertà della repubblica. 
L’America può molto per la religione. È una na- 
zione provvidenziale, così giovane e già così pos- 
sente! E con si gloriose promesse! 

« La Chiesa deve simpatizzare col paese. Essa 
deve essere in America così cattolica coma a Ge- 
rusalemme e a Roma. Tuttavia essa deve essere 
| americana, nella misura in cui la veste prende il 

colore dell'atmosfera che la circonda. 

Che non si cerchi di dipingere il suo volto 
di un colore straniero o di aggiungere al suo 
ianto dei ricami d’altre contrade. Questo è il pe- 
ricolo. Essa riceve fra i suoi fedeli della gente di 
tutti i paesi. Dio sa che sono i benvenuti! Non mi 
preoccupo nè dei loro gusti nè delle loro prefe- 
renze personali, ma se sono stranieri, non debbono 
infiltrarsi nella Chiesa. 


— 197 — 


« Gli americani non desiderano una Chiesa 
dal portamento straniero. Essa non avrebbe al- 
cuna influenza su di loro. Non potrebbe svilup- 
parsi. Una pianta esotica resta sempre debole. 
Vorrei che i cattolici fossero i più ardenti pa- 
lrioti. 

« Noi siamo nell’età dell’intelligenza. La si 
adora. Essa regola tulte le questioni e dirige il 
governo e l’opinione pubblica. La Chiesa sarà 
giudicata da essa. Noi dobbiamo lirare da certi 
paesi d'Europa una lezione spaventevole: La Chie- 
sa, legata ai troni, ha perduto (l’influenza sul 
popolo. Non commettiamo quest’'errore. Noi non 
abbiamo nè principi, nè nobiltà ereditaria... ». 

Tanto Gibbons che Ireland godevano di larghe 
simpatie alla Casa Bianca come nel mondo poli- 
lico. Appparivano come l’espressione viva del pa- 
triottismo americano. Gibbons ebbe rapporti di 
amicizia con tutti i presidenti della repubblica, da 
Cleveland a Roosevelt, a Wilson. Cleveland, in 
occasione del giubileo sacerdotale di Leone XIII, 
fece pervenire al Papa una copia della Costitu- 
zione americana, riccamente rilegata. Leone XIII 
ne fu contentissimo. Egli disse a Monsignor Ryan 
che gliela presentò: « Come arcivescovo voi go- 
dete agli Stati Uniti di una perfetta libertà. Noi 
pensiamo che questa libertà è eccellente per lo 
sviluppo della religione. Il vostro governo è li- 
bero e il vostro avvenire è pieno di promesse. 
Ho pel vostro Presidente la più grande ammira- 


— 198 — 


zione ». Scrisse poi di suo pugno una lettera al 
Cardinale Gibbons d’ammirazione per la Costi- 
tuzione della repubblica stellata. Essa diceva: 
« Noi vorremmo che voi diceste al Presidente 
tutta la vostra ammirazione per la Costituzione 
degli Stati Uniti, non solamente perchè permette 
ai cittadini attivi ed intelligenti un sì alto grado di 
. prosperità, ma anche perchè, sotto la sua prote- 
zione, i cattolici hanno goduto di una libertà che 
ha manifestamente permesso lo straordinario svi- 
luppo della loro religione nel passato, permet- 
tendole ,noi lo crediamo, nell’avvenire di aiutare 
le istituzioni politiche ». 

Il Cardinale Gibbons preparò in tutte le chiese 
pel 1° Gennaio 1888 la celebrazione del giubileo 
del Papa. Pronunciò un discorso nel quale diede 
il ritratto morale di Leone XIII: « Leone XIII 
— disse — è forse oggi l’uomo più popolafe d’Eu- 
ropa, se non del mondo. Ecco il segreto della sua 
popolarità: Ha compreso il suo tempo. Ha saputo 
rendersi conto che noi viviamo nel secolo XIX e 
non nel secolo IX. Ha compreso i bisogni del 
popolo ed ebbe simpatia per le sue legittime aspi- 
razioni, pur restando il protettore e il difensore 
della legge, dell'ordine e del governo legittimo 
in tutti i paesi. Ha trovata la chiave, che apre il 
cuore dei popoli ed ha saputo penetrarvi... ». E 
subito dopo si domandava: « Ma il Papato non 
ha da temere il progresso della libertà? Che ci si 
dia la libertà! È tutto ciò che noi domandiamo, 


— 199 — 


un campo d’azione ragionevole, e non favori. La 
Chiesa è sempre stata ostacolata ne’ suoi lavori. 
ovunque il dispotismo stendeva la sua ombra. Essa 
si sviluppa e fiorisce sempre all'aria vivificante 
della libertà. Fra le mutevoli istituzioni umane il 
Papato è un'istituzione che non cambia. Ha visto 
nascere tutti i governi d'Europa e senza dubbio 
vedrà la morte di certi fra essi e canterà loro il 
requiem. Esisteva quattordici secoli prima che 
Cristoforo Colombo scoprisse l'America e il no- 
stro governo, paragonato al Papato, è appena 
nato ». 

« La Chiesa e l'America »: ecco il tema pre- 
diletto da Gibbons, Ireland, Spalding. Un altro 
tema preferito era: « La Chiesa e il popolo ». 
E non si trattava di declamazioni rettoriche. La 
causa dei Cavalieri del lavoro venne sposata dai 
Presuli americani con tale energia da rendere evi- 
dente a tutti come stesse a cuore della Chiesa ame-. 
ricana la’causa dei lavoratori. Il Cardinale Man- 
ning dall’altra parte dell'Oceano portava tutto il 
peso della sua. autorità a pro’ della causa di 
Gibbons. Egli scriveva: « Approvo interamente 
il rapporto del Cardinale Gibbons sui Cavalieri 
del lavoro. Io sono certo che la Santa Sede po- 
trà così rendersi esattamente conto della situazione 
del Nuovo Mondo. Spero che ciò susciterà nuove 
riflessioni seguite da atti... La Chiesa è la madre, 
l'amica e la protettrice del povero. Come Nostro 
Signore visse tra di loro, la Chiesa deve vivere 


— 200 — 


tra di loro (1!) ». La vittoria doveva arridere 
ai Prelati Americani. I Cavalieri del lavoro non 
furono condannati, non solo ,ma nel Canadà, dove 
era già stata pronunciata la condanna, venne le- 
vata. Si dovette però lavorare e come! Uno degli 
| avversari più tenaci era il Commissario del San- 
Ufficio. Gibbons ebbe con lui un colloquio molto 
animato. Gli dichiarò che l’avrebbe tenuto per 
responsabile delle perdite delle anime in America 
se i Cavalieri del lavoro fossero stati condannati. 
Parecchi anni dopo la vittoria riportata Gibbons 
diceva: « Quali battaglie dalle due parti dell’O- 
ceano! Io vedevo tali difficoltà davanti a me che 
sono- ancora sorpreso di averle superate. È così 
duro il persuadere dei vescovi! Hanno delle idee 
già fatte e non si possono immaginare uomini più 
difficili da maneggiare sopra argomenti simili. 
Ed eccomi nella calma più perfetta. Mi si accu- 
sava di avere delle opinioni avanzate ed io dovevo 
mantenermi sulle mie posizioni. Il Puk ebbe l’au- 
dacia di fare la mia caricatura. Ricordo che venni 
rappresentato unitamente al Cardinale Manning 
assisi l’uno a destra e l’altro a sinistra del nostro 
Santo Padre (Leone XIII). Il Papa, nel disegno, 
aveva una testa volpina, ci guardava con sfiducia 
e diceva, me ne ricordo: Bisognerà che io sorve- 
gli queste volpi furbissime ». 


——_o-——— 





- 


(1) TayLoR: The Cardinal Democrat p. 180. 


— 201 — 


Era evidente che quest’atteggiamento doveva 
avere una ripercussione anche in Europa. Era 
il periodo della /terum Novarum e del Ralliement 
alla repubblica in Francia. Com'è noto la Rerum 
Novarum non sbocciò d'un giorno all'altro come 
per generazione spontanea. IIo esposto ne Tre 
Papi (1) il movimento che doveva sboccare nella 
Rerum Novarum il 15 Maggio 1891 e un anno 
dopo nel /talliement. I più autorevoli sociologi cat- 
tolici sì raccoglievano ogni anno a Friburgo in 
Isvizzera sotto l’alta direzione del cardinale Mer- 
millord. ssi discutevano sui problemi più gravi 
del giorno nel campo del lavoro e del capitale. 
Mandavano poi le loro conclusioni a Roma perchè 
il Papa ne prendesse visione. Ed attendevano che 
venisse una parola autorevole dalla Cattedra di 
Pietro. La Rerum Novarum fu il coronamento di 
studi in cui cbbero parte italiani, francesi, tede- 
schi, belgi, svizzeri, inglesi. Essa fu subito consi- 
derala come la magna carta delle rivendicazioni 
cristiane nel campo del lavoro. 

Per la Francia fece più rumore l’Enciclica di 
Leone XIII che eccitava i cattolici ad accettare la 
repubblica. I refrattari a queste direzioni erano 
stati allevati nella mentalità che il trono e l’altare 
formavano un blocco unico. Repubblica e catto- 
licismo costituivano per loro due termini anti- 
etici. Leone XIII mandò Monsignor Ireland a Pa- 


(1) Edizioni Athena. 


— 202 — 


rigi perchè dicesse altamente che agli Stati Uniti 
repubblica, democrazia e cattolicismo non si con- 
trastavano affatto. Nacque così quello che fu chia- 
. mato l Americanesimo. Veramente, finchè si rima- 
neva sul campo politico e sociale, e sì rimaneva 
nel campo dei fatti senza teorizzare per l'America 
e per l'Europa, si era nel pieno diritto. Ma tosto fu 
allargato il campo. Venne in discussione anche 
l’Heckerismo. Ne seguirono confusioni che dovevano 
determinare l'intervento di Roma. Il P. Walter 
Elliott ,membro della Congregazione di San Paolo 
di cui Heker era stato superiore, aveva pub- 
blicata « La vita del Padre Hecker ». Questi era 
un convertito pieno di zelo, ma alcune sue idee 
risentivano ancora dall’ambiente da cui proveniva. 
Nel 1897 si pubblicò una traduzione francese 
del libro d’Elliott con una prefazione dell’abate 
Klein, professore all'Istituto cattolico di Parigi. 
Klein — più letterato che teologo — espresse tutta 
la sua ammirazione per Hecker. I refrattari al 
Relliement, che avevano per organo la Verité fran- 
caise, colsero la palla al balzo facendo un blocco 
‘della repubblica e dell’ortodossia religiosa. L’a- 
bate Maignen della Congregazione di San Vincen- 
zo de Paoli criticò vivamente le idee di P. Hecker 
in un libro intitolato: « Le Pére Hecker est'il un 
Saint? » e lo tradusse in inglese con qualche 
modificazione. Il Cardinale Richard, arcivescovo 
di Parigi rifiutò l’/mprimatur. Il Maignen si ri- 
volse allora a P. Lepidi, religioso Domenicano 


— 203 — 


maestro del Sacro Palazzo a Roma, che fece ol- 
tenere l’/mprimatur del Vaticano ed attirò così 
l’altenzione di Roma sulla questione. Ne segui- 
rono discussioni appassionale. Gli Americani non 
vi presltarono da principio che una attenzione 
molto limitata, non comprendendo la ragione del- 
l'agitazione. Più tardi sostennero che Hecker non 
aveva le idee che gli si prestavano in Europa. 
Comunque, poichè s'erano create delle confusioni, 
Leone XIII che era altrettanto ardito nelle sue di- 
rettive sociali, quanto preoccupato d’incanalarle 
nelle acque della più perfetta ortodossia dottri- 
nale, decise di intervenire nel dibattito. Il 22 gen- 
naio 1899 Egli indirizzò a Gibbons una lunga 
lettera che mise fine alla discussione. Incomin- 
ciava col dichiarare che la pubblicazione della 
vita del P. Hecker « sopratutto interpretata e tra- 
dotta in lingua straniera » aveva provocato una 
controversia sulle opinioni di Hecker a proposito 
della regola di vita da seguire da un cattolico. Vi 
si condannavano ancora alcune idee come erano 
state tradotte ed interpretate, che rappresentavano 
un pericolo per la verità caltolica. Il biografo di 
Gibbons scrive in proposito: « Gibbons aveva sol- 
ferto di questa nube di una falsa interpretazione. 
Fu felice di dissiparla. L’Americanesimo riteneva 
il suo vero senso, La lettera di Leone XIII fu rice- 
vuta come una interpretazione intelligente delle 
condizioni moderne. Essa si fondava sull’obbedien- 


— 204 — 


za intera alla dottrina € alla disciplina della 
Chiesa ». | vile | 
Monsignor Ireland, difensore del P. Hecker, 
scrisse a Leone XIII dichiarando espressamente 
che non aveva mai divise le idee stravaganti pre- 
state all’estero al Capo dei Paulisti. Riteneva che 
si fosse ferito tutto l’episcopato degli Stati Uniti 
discutendo sotto il termine « Americanismo » gli 
errori condannati dal Pontefice. « Oggi — di- 
ceva — la luce è fatta. Il malinteso è cessato. 
Oggi noi possiamo definire l'errore a cui alcuni 
volevano affibbiare il motto di « americanismo » 
e definire la verità che soli gli Americani chia- 
mano « americanismo ». E costatando l'enorme 
confusione di idee e di violenti discussioni solle- 
vate specialmente in Francia a proposito del li- 
bro: «La vita del P. Hecker >» e che la lettera 
apostolica indica così bene, sono obbligato a ri- 
conoscere che il Primo Pastore doveva far inten- 
dere la sua voce per illuminare e pacificare lo 
spirito degli uomini ». I Padri Paulisti s’affret- 
tarono essi pure ad aderire alla lettera Apostolica 
di Leone XIII. Sono passati trent'anni da quel 
| tempo. Dell’Americanesimo come sinonimo di He- 
ckerismo non s'è parlato più. Introdotte \le debite 
distinzioni, la chiarificazione fu un fatto compiuto. 
I Gibbons, gli Ireland, i Spalding dormono il 
sonno dei giusti, e le loro idee sulla democrazia, 
su gli Stati Uniti come pionieri della civiltà, sulla 
Chiesa e il popolo non hanno mutato. Ciò che mutò 


— 205 — 


è la situazione degli Stati Uniti nel mondo. Prima 
della grande guerra l'America del Nord occu- 
pava già una posizione di primissimo ordine nel 
mondo; ma, a guerra terminata, nessuno può 
seriamente contestare il primato della repubblica 
stellata. Se il vecchio mondo non rinsavisce, se 
non tiene conto della lezione inflitta dalla grande 
guerra, l'Europa andrà declinando di più in più. 
Gli americani parlano correntemente di una nuova 
civiltà americana. Noi non conosciamo tutte le 
forze latenti che fermentano nella grande repub- 
blica d’oltre oceano. Non v’ha dubbio che il Nord- 
America ha il primato del dollaro e che il benes- 
sere materiale è largamente diffuso. Ma il fattore 
economico, pur essendo un coefficiente di civiltà, 
non basta da solo a crearla. Occorrono altri fattori 
intellettuali e morali. Prescindendo da questi fat- 
tori, il dollaro può essere causa di rovina più che 
di civiltà. Per questo vediamo che in questo mo- 
mento — come già nel passato — al di là dell’A- 
tlantico si fa appello alle forze morali e relt- 
giose perchè l’onda del materialismo non abbia 
il sopravvento sull’onda spirituale. Il cattolicismo 
americano ascende di più in più. La Porpora 0- 
nora i Prelati di New York, Boston, Chicago. 
Il cattolicismo non chiede privilegi; gli basta la 
libertà. Per la fusione delle razze nell'unità del- 
l’Americanesimo, il cattolicismo non ammette ri- 
vali. A una sola cosa si deve porre mente: che non 
si trasportino al di là dell'oceano le controversie 


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e i rancori coltivati nel vecchio mondo. In occa- 
sione dell'ultima battaglia presidenziale, i parti- 
giani del Ku-Klux-Klan hanno dimostrato di vo- 
ler contrastare coi metodi più violenti l’ascensione 
dell'onda del cattolicismo. I cattolici si sono di- 
fesi sulla piattaforma democratica e repubbli- 
cana. Le idee di Gibbons, Ireland, Keane sono 
più radicate che mai. Esse contrastano redical- 
mente le vecchie idee continentali gallicane, gio- 
seffiste, superate o quasi anche in Europa. Se si 
liene conto di ciò che rappresenta nel mondo l’A- 
merica del Nord, e del posto che occupa il catto- 
licismo americano nella vita della Chiesa univer- 
sale, la posizione e la mentalità dei cattolici ame- 
ricani assumono un valore anche maggiore. Non 
è il caso di dare un valore assoluto alle idee su- 
periormente esposte, come non glielo davano Gib- 
bons e gli altri prelati americani, che si limi- 
tavano ad esprimere le preferenze sul terreno 
dei fatti. Se l'America dovesse far scuola in Eu- 
ropa in un avvenire più o meno lontano anche nei 
rapporti tra Chiesa e Stato, come detta legge in 
altri domini, resterebbe da augurarsi che preva- 
lessero le correnti di libertà come in America 
non quelle del giacobinismo, come in Francia. 
Nel Catholicisme et la Societé più volte citato 
viene così ‘descritta la situazione del cattolicismo 
in America: « La Chiesa cattolica è stata la 
prima a beneficiare dal regime di separazione. Af- 
francata, come tutte le Chiese, dalla tutela dello 


— 207 — 


Slalo, senza soffrire di una politica di vessazione, 
riconosciuta e qualche volta aiutata finanziaria- 
mente, come associazione di utilità pubblica, la 
Chiesa ha potuto svilupparsi in tutta libertà, senza 
compromessi. | 

In nessun luogo la disciplina cattolica è così 
coerenle come in America. I Vescovi delle $9 
diocesi non dipendono che dai loro metropolitani e 
dal Papa. Non hanno nulla del funzionario. o 
Stato non interviene nè per sorvegliare l’ammi- 
nistrazione diocesana, nè per regolare i rapporti 
dei Vescovi tra di loro e con Roma. Sono liberi di 
formare nuove parrocchie, di fondare scuole, ospe- 
dali, di riunirsi; finchè le leggi comuni sono osser- 
vate lo Stato ignora ciò che fanno. Tutti i tre 
“anni, in ciascuna delle quattordici province, il 
metropolitano convoca i suffraganei. Ogni anno i 
Vescovi si riuniscono a Washington. Di tanto in 
tanto l’episcopato americano si riunisce in Concilio 
plenario. La Chiesa d'America è fortemente unita 
a Roma. È la Santa Sede che nomina i suoi nuovi 
vescovi ,dietro presentazione di una lista di tre 
nomi preparata dal Clero e ratificata, con o senza 
modifica, dall'assemblea provinciale dei Vescovi. 

Nel 1892 la difficoltà di un appello alla Santa 
Sede portò alla creazione della Delegazione Apo- 
stolica di Washington incaricata di « esaminare, e 
di dirimere, sul rinvio della Propaganda, le deci- 
sioni rese canonicamente dai Vescovi e dai metro- 
politani ». D'altra parte il carattere religioso di 


— 208 — 


un episcopato designato dal clero, nominato dal 
Papa, il temperamento di questi Vescovi nuovo- 
regime, danno loro una presa maggiore sulle loro 
diocesi. I fedeli s’interessano più direttamente alle 
opere, il cui mantenimento è dovuto alla loro gene- 
rosità. Dopo le lotte sopravvenute nel 1822 a Fila- 
delfia, nel 1830 a New York tra fedeli e vescovi 
i laici hanno continuato ad associarsi per sotto- 
scrivere i fondi e nominare il Consiglio d’ammi- 
nistrazione della parrocchia; ma non hanno più 
cercato d’invadere i diritti del curato e del vescovo. 
Infine il carattere ristretto dei gruppi parrocchiali, 
la sorveglianza da parte del clero di tutti gli 
iscritti, uniti in associazioni, permettono ai preti 
e ai fedeli di mantenersi in rapporto costante. 
Una tale chiesa può fare molto per la rinno- 
vazione di una Società tale quale l'America. 
| Chiesa molto romana, l'unione stretta con 
Roma e | cattolici del vecchio mondo la preserva 
da un americanesimo di tipo gallicano, di un pa- 
triottismo esclusivo, dal disprezzo della specula- 
zione. Chiesa nazionale, nel pieno senso della pa- 
rola essa è tanto più preparata ad agire sulla 
società americana quanto meno dipende dallo stato 
e dai partiti politici ». 


sly 


Chiesa e Stato 


RIEPILOGANDO 


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Riepilogando 


Abbiamo visto rapidamente e per summa ca- 
pita le diverse fasi attraverso cui si svolse il regno 
di Dio fondato dal Redentore. Contrariamente ai 
suoi connazionali che attendevano il regno d’Israe- 
le, libero ed indipendente dalle aquile romane, ca- 
pace di imporsi colla forza materiale, Cristo pro- 
clamò tosto che il suo non era un regno di questo 
mondo. Il suo regno doveva essere spirituale ed 
universale; doveva abbracciare tutte le nazioni, 
tutte le razze di ogni tempo e luogo. In omaggio a 
questo grande disegno, egli fuggì e si sottrasse alle 
ricerche di coloro che lo volevano fare re dii 
questa terra; e mentre nell’apogeo della popolarità 
avrebbe potuto condurre le folle dove .voleva, 
preferì la via del Calvario. La sua dominazione 
non doveva rassomigliare alla dominazione dei 
forti della terra. Dalla croce doveva attrarre a 
sè le genti. Il suo martirio doveva schiudere l’éra 
veramente nuova. Il suo motto: Date a Cesare 
quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di 
Dio reca seco la caratteristica della sua religione 
e della sua civiltà, su questo l’accordo è completo © 
‘tra gli uomini di buona volontà. Ciò che invece. 
non è sempre valutato al suo giusto valore, è lo 


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spirito che il Redentore ha voluto imprimere al 
suo regno, la Chiesa. Quando gli Ebrei, dopo -l’ul- 
tima Cena, s'impadronirono del Divin Maestro, 
Pietro trasse dal fodero la spada per difenderlo. 
« Se io dovessi essere difeso a questo modo — 
ammonì dolcemente Gesù — e compiere così la 
mia missione, il Padre mio manderebbe delle le- 
gioni d’Angeli. Rinfodera adunque la tua spada >». 
Non è sulla forza materiale che faceva assegna- 
mento, ma sulla forza dello spirito. Nei tre anni 
del suo apostolato pubblico aveva sempre in- 
sistito su questo punto e gli stessi suoi discepoli 
non lo avevano compreso. Furono necessarie la 
risurrezione e la discesa dello Spirito Santo per- 
chè le menti degli Apostoli fossero rischiarate. 
Vittore Poucel volendo recare luce sulla na- 
tura del regno costruito dal Divin Maestro, in un 
momento in cui l’Action francaise rabbuiava la 
situazione per mantenere il piedestallo di’ Carlo 
Maurras — il pagano dei così detti neo-monar- 
chici in Francia — tracciò sulle colonne della va- 
lorosa rivista parigina: Etudes (*) un quadro al- 
trettanto veridico che suggestivo dello stato di cose 
esistente nella Giudea al tempo di Gesù. Introdusse 
S. Paolo e Filemone in un dialogo del più alto in- 
teresse sopra Aristonoùs e Cristo. Il primo era 
una specie di Maurras, contemporaneo del Re- 
‘ dentore. Vediamo di seguirne le traccie breve- 


(1) 5 Novembre 1929. 


— 213 — 


mente e fedelmente: Bisogna convenire che la 
situazione della Giudea, nei primi anni dell’éra 
cristiana, era poco brillante per gli Ebrei. Questo 
popolo guerriero gemeva solto il giogo dei Romani. 
Frode avviliva l’aristocrazia colle compiacenze del 
potere. È vero che ,venendo il Messia, avrebbe 
tutto ristabilito, ma il Messia tardava. Dopo i 
giorni di Malacchia le orecchie s'erano disabi- 
tuate alla voce rauca dei profeti e in mancanza 
del Messia s’attendeva un capo, un conduttore. 

Vittore Poucel gli dà un nome: Aristonotis. 
Questi diceva con fierezza: « Io sono romano », 
per quanto la parola non fosse giusta, poichè era 
piuttosto un elleno romanizzato, amante della na- 
tura alla maniera dei Greci, Comunque egli an- 
dava ai Gerosolimitani apportatore del segno del. 
l’ordine, deciso a rialzare la sua nazione grazie 
ai segreti che Roma gli aveva appreso. Egli ali- © 
mentava il fuoco sacro nazionale. Non era Israele 
‘predestinato ad una durata eterna? La razza eletta 
non doveva finalmente prevalere sui troni e sui 
Re? 

Le cose erano a questo punto quando apparve 
Gesù ‘preceduto dall’annunzio del Battista. Egli 
predicava il Regno di Dio. Fu quello un grande 
“avvenimento. Dalla sua persona emanava un fa- 
scino irresistibile. Stendeva le mani e seminava 
dei prodigi. La sua Wdolcezza, la pace del suo 

sguardo, le sue ‘parole, scaturienti dal profondo 
— del cuore, attraevano le folle al Maestro (con questo 


— 214 — 


nome lo designavano tutti). Un giorno il Maestro 
montò sulla Montagna e pronunciò il noto discor- 
so: « Beati quelli che hanno lo spirito di po- 
vertà, beati i perseguitati, beati i dolci ». Aristo- 
nois non potè reprimere un gesto di collera. 
Parlando nell’intimità co’ suoi.anàici ebbe a dire: 
« Chi mi libererà da questo uomo? ». Vedeva 
nel Messia un « rivoluzionario mistico più peri- 
coloso che i semplici malfattori ». Colla sua ri- 
cerca incessante dei beni dello spirito che sono in- 
visibili ,Gesù sembrava rilegare un pò troppo basso 
quelli della terra. Poichè non voleva circoscri- 
versi in un ordine considerato come nazionale, 
gli amici di Aristonoùs sussurravano che misco- 
nosceva la patria se pure non la tradiva. Alcuni 
andavano più innanzi. Insinuavano non sappiamo 
bene quali trattative tra il governatore e la setta 
dei Nazareni. Questi andavano predicando il regno 
di Dio preferibile ai troni di quaggiù... Gesù ta- 
ceva. Durante tutta la sua vita fu sollecitato 
fuori della sua via dalla prospettiva ‘di un suc- 
cesso temporale immediato e in apparenza ra- 
gionevole. E che? Era apportatore della salute 
della sua nazione e non glie la dava! Fra, di 
diritto, il monarca rampollato da Davide per con- 
durre l’unità negli animi e l'ordine nella condotta 
e la sua ignoranza volontaria del momento pro- 
pizio, de’ suoi titoli, del suo potere, il suo di- 
sprezzo dei soccorsi da prodursi con prontezza in- 
generavano invece la confusione e gli odi intermi- 


— 215 — 


nabili. Questi pensieri che la serenità infinita del- 
l’anima sua conteneva lontano dal loro effetto, chi 
dirà come prendessero corpo in Lui agli occhi di 
una ragione teneramente umana? Poichè non e- 
rano soltanto degli avversari politici che gli rim- 
proveravano il suo evangelo ostinato; i parenti. 
gli amici gli facevano balenare giorno e notte il 
sogno nazionale. Gli si diceva: « Manifestati al 
mondo ». Parecchie volte la folla aveva cercato 
di dargli la corona. Egli aveva declinato sempre, 
riguadagnando i luoghi segreti della sua preghiera. 
Ma ogni giorno doveva premunirsi contro la ma- 
novra. 

Frano i discepoli, gli apostoli, i figli di Zebe- 
deo presentati dalla loro madre con una specie 
di contratto: domani il primogenito sarebbe alla 
destra del trono, il secondo a sinistra. Li vedeva 
lutti sotto i suoi occhi — fossero Matteo, Bartolo- 
meo € lo stesso Simone — disputarsi ì primi posti 
‘e la sera della loro prima comunione al Cena- 
colo, si querelavano ancora per rapporto alla 
loro dignità. Come avrebbe potuto Egli ignorare 
i progetti, il pro e il contro di una restaurazione? 
: Non intendeva parlare che di ciò. Un giorno, lo 
si può credere, Gesù acconsentì di dare una specie 
di soddisfazione ad appetiti così naturalmente d’o- 
rigine terrestre. Fu un’esplosione di gioia in tutta 
la città. L’Evangelo ha ritenuto alcuni tratti di 
quella giornata delle palme che lasciano indovi- 
nare gli altri. Quelle grida, quei ramoscelli ta- 


— 216 — 


gliati, quel corteo di una pompa mistica e orien- 
tale ci illuminano vivamente sull’audacia quasi 
lemeraria di quel dolce. Certo c'era nel suo gesto 
qualche cosa atta a provocare delle gelosie, che 
da tempo non domandavano che di esplodere. 

In quel giorno il partito di Aristonoùs sentì 
che le sue prevenzioni si cancellavano, talmente 
sembrava prossimo il termine capitale delle spe- 
ranze. Si faceva l’accordo sopra una candidatura! 
Si annunciava una rivoluzione così fatale che la 
più parte fra di loro, pronti a dimenticare e tar- 
divi a comprendere, annunziavano come immi- 
nente la fusione dei partiti. Lo stesso Aristonoùs, 
di più in più prevenuto in favore di Gesù e de’ 
suoi discepoli, avrebbe abbandonato, si diceva, 
quel resto di filosofie venute dai pagani e sareb- 
besi fatto iscrivere nel numero dei Nazareni. 

Ma Gesù non s°era affatto avvicinato alla 
concezione di cui Aristonois era l’alto esponente. 
Egli aveva sempre davanti a sè la sua missione, 
e volle bere il calice sino all'ultima goccia. Gli 
era salita dal cuore sulle labbra la sublime pre- 
ghiera: Transeat a me calia iste; ma aveva subito 
soggiunto: Fiat! Sia fatta la volontà del Padre 
«che è nei cieli! Allora, dice l’Evangelista, un an- 
gelo ‘apparve per consolarlo. Israele periva, ma 
era per ritrovarsi un giorno vivo e giubilante 
nella verità. La città e la sinagoga perivano pure, 
ma un regno immenso avrebbe cinta la terra. Il 


- 217 — 


Sangue dcl Martire di Dio avrebbe rinnovato il 
mondo. 

E fu sborsato il prezzo del riscatto! Ignoriamo 
ciò che divennero Aristonoùs e i suoi seguaci, ma 
— aggiunge Paolo nella conversazione con File- 
mone — il giorno stesso in cui Gesù si separò dai 
discepoli che aveva formati, questi ancora una 
volta e sotto forma d’addio lo circondarono di 
questioni pressanti, e voi vi ricordate Filemone 
di ciò che domandavano in quel mattino dell’A- 
scensione: « È oggi, o Signore, che voi ristabi- 
lirete il regno d’Israele? ». Avevano ben bisogno 
di ricevere lo Spirito Santo! Nel momento di 
porre la prima pietra dell’edificio spirituale, fa- 
cevano della politica. 

Ben altra cosa era il Regno di Dio fondato 
dal grande Martire del Golgota! Era una costru- 
zione tutta spirituale ed universale. Gli Aristonoùs 
moderni — si chiamino Maurras o con altro nome 
— oppongono al programma religioso di restaura- 
zione in Cristo, un programma eminentemente po- 
litico. 

Politique d’abord: politica innanzi tutto, ecco 
l'articolo fondamentale dell’ Action francaise. E la 
politica è intesa a risuscitare l’assolutismo regale; 
e poichè questo cadavere è più che quotidiano, 
secolare, debbono essere i cattolici a risuscitarlo 
con un colpo di spalla. Ben inteso, non riuscendo 
il colpo, saranno i cattolici a fare le spese. Si 
dirà di loro che sentono la nostalgia del passato, 


— 218 — 


che si trovano a disagio nelle Costituzioni moderne. 
Non importa. Gli Aristonoùs moderni pretendono 
che in Francia almeno — il palcoscenico d’Eu- 
ropa — il trono e l’altare sono inscindibili. Non 
obbiettate che l'esperimento è stato fatto: Il trono 
non è più; e l’altare è sempre in onore. Nel 1873 
il Conte di Chambord non ha saputo cogliere 
l'attimo fuggente. Non potendo rassegnarsi a to- 
gliere i bianchi gigli dei Re di Francia dalla ban- 
diera nazionale, ha lavorato per la terza repub- 
blica che ha sessant'anni di vita. Non importa 
ancora; in mancanza del re legittimo, Carlo Maur- 
ras che non è cristianissimo e nemmeno cristiano 
‘pretende in nome del motto: Polifique d’abord di 
disporre dei destini del cattolicismo francese; e 
poichè Pio XI non è dello stesso parere, noi ab- 
biamo visto il pagano ellenista romanizzato in- 
sorgere contro la cattedra di Pietro in nome di un 
passato che non risorge più, vogliamo ben crederlo. 

Ai tempi di Luigi XIV si consigliava il Re Sole 
di baciare il piede al Papa per meglio legargli 
le mani. Tutto ciò appartiene alla storia. Il lai- 
cismo, il massonismo della terza repubblica sono 
quello che sono, ma una cosa è mutata in favore 
di Roma. Se le radici del gallicanesimo non sono 
ancora del tutto strappate, nei giardini di Fran- 
cia è nato un fiore che da qualche secolo non 
sbocciava più: il romanesimo. I cattolici guardano 
a Roma con intenso affetto. Nella Rocca di Pietro 
vedono la loro salute. Colui che i vecchi gallicani 


— 219 — 


chiamavano Monsieur de Rome, riceve un altro. 
nome: il dolce Cristo in terra. La terza repubblica 
può forgiare armì contro il cattolicismo; può ten- 
dere a sostituire la scuola unica alla scuola libera.. 
Tutto ciò spinge maggiormente i credenti verso chi 
fu chiamato « Sovrano straniero » ma che non è 
mai stato meno straniero di ora, essendo egli nel 
cuore dei credenti tutti. I Pontefici di Roma — in- 
cominciando da Leone XIII — da oltre mezzo se- 
colo sì sono adoperati a creare una mentalità nuo- 
va, rispondente alle mutate condizioni della so- 
cietà. Se la democrazia vorrà essere cristiana 
— diceva Leone XIII ai pellegrini operai condotti 
a Roma da Leone Harmel nel 1898 — essa darà 
al vostro paese un avvenire di prosperità. 

La democrazia è restia ad accogliere l’onda 
battesimale, ma non v’'ha dubbio che s’è fatto del 
progresso un pò in tulti i paesi e la condanna 
clamorosa dell’Action francaise da parte del Papa 
dell’Azione Cattolica, chiamata a tenersi al di 
fuori e al di sopra dei partiti politici, ha il valore 
di un gesto storico nella storia delle idee religiose 
in Francia (1). 

Vittore Poucel nell’articolo sopracitato d’Etu- 
des chiudeva con un episodio significantissimo... 
Riferiva di un giovane cattolico già appartenente 
alle file dell’Action francaise. Poucel lo trovò. 


(1) E. Vercesi: Carlo Maurras e la sua condanna. 
S. Lega Eucaristica, 


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dopo la ribellione di Maurras a Pio XI, cristiano 
totale. « Gli domandai — così Poucel — come a- 
vesse potuto ritirarsi dalla stretta. Mi diede questa 
risposta che io giudicai sufficiente subito: 

— Ho compreso che non potevo sacrificare la 
mia anima a un partito. i 

Ma aggiunse subito dopo cogli occhi lampeg- 
gianti: 

— La mia anima! Non la darei nemmeno per 
la Francia! 

Avendo offerto la sua vita più di cento volte 
sul campo di battaglia, voi penserete che aveva 
il diritto di pronunciare questa parola. La disse 
con un entusiasmo di fede che mi colpì ». 

Era la risposta di un cristiano sincero che 
non voleva essere asservito al carro di chi vuol 
servirsi della religione per risuscitare un anacro- 
nismo storico. | 


Essendo il cattolicismo universalistieo, dif- 
fuso in tutti i Continenti della terra, i suoi adepti, 
che vivono sotto diversi cieli, e sottostanno a di- 
versi regimi, non mantengono l’unità nell’universa- 
lità che nel campo religioso e morale. Politica- 
mente e socialmente si hanno variazioni secondo 
i paesi, i gusti, il grado di coltura e di evoluzione. 
L'idea cattolica non è per sè legata ad una forma 
di governo, e nemmeno a questa o quella forma so- 


— 221 — 


ciale. Appunto perchè il cattolicismo è religione di 
tutti i tempi e di tutti i luoghi non può contrarre 
matrimonio indissolubile con una forma politica o 
sociale, la cui natura è di essere per sè tran- 
seunte. Ciò che il cristianesimo esige è il mante- 
nimento dell'ordine e della giustizia. 

Sotto questa riserva, si può, si deve evolvere 
in senso progressista, cercando di far sempre ed 
ovunque alitare il soffio del cristianesimo che è 
religione d’amore e di fratellanza umana, nella 
paternità divina. Ma per tutto ciò che riguarda 
i regni di questo mondo, Roma Caput mundi è 
talmente rispettosa dei diritti di Cesare per ciò 
che riguarda l’evoluzione sociale, che si guarda 
bene dal mostrare una sua preferenza. Essa ri- 
conosce praticamente — prima che Wilson, l’uo- 
mo della Casa Bianca apparisse sulla ribalta — 
il diritto dei popoli a governarsi da sè. Vi siete 
data la forma monarchica? Siete pienamente li- 
beri di svolgere la vostra attività nell’ambito della 
monarchia. Il vostro paese è retto democratica- 
mente in repubblica? Non è vero che esiste un 
dissidio fondamentale tra la democrazia e la re- 
pubblica da una parte, e il cattolicismo dal- 
l’altra. La prova di questa verità esiste agli 
Stati Uniti, in Isvizzera e in parecchi altri paesi 
dove i cattolici prosperano all’ombra della libertà. 
Roma non ostacola nessun regime. Si mantiene a 
contatto coi rappresentanti dei regimi di autorità, 
come coi rappresentanti dei regimi democratici. Il 


— 222 — 


portone di bronzo è aperto a tutti. Alberto De 
Mun disse un giorno eloqueritemente che la Scala 
regia in Vaticano era attonita di vedersi calcata 
dalla sovranità moderna, la democrazia. 

Pensandoci bene, non potrebbe non essere 
così. Il regno di Dio, non essendo di questo mondo, 
deve potersi adattare a tutti i regni, in tutti i tempi 
e in tutti i luoghi, poichè tutti gli uomini sono 
chiamati alla vita eterna. Se la Chiesa dovesse 
essere solamente compatibile colla monarchia, o 
colla repubblica, coi regimi d'autorità o coi regimi 
di libertà, fatalmente sarebbero esclusi dalla vita 
spirituale eterna coloro che vivessero alla sponda 
opposta ,ciò che è assurdo poichè il Divin Maestro 
è morto in croce per tutti. 

Si dirà che allora Roma Caput mundi è agno- 
stica, almeno a questo riguardo, ed indifferente, 
sia che si abbraccino le forme di progresso o di 
regresso. L’obbiezione non regge. È esatto che il 
cattolicismo, rimanendo nella sua orbita spirituale, 
non si occupa direttamente delle forme che si 
sono date politicamente e socialmente questo o 
quel popolo. Ciò non entra direttamente nel suo 
campo, nel suo regno essenzialmente spirituale; 
ma non è meno vero che dal suo seno si sprigiona 
uno spirito di natura sua civilizzatore e progres- 
sivo. Ne abbiamo delle prove lampanti sotto gli 
occhi. Dal 1870 in qua i cattolici di Francia e di 
Germania — per quanto costituenti un corpo mi- 
stico unico sul terreno spirituale — ubbidivano 


— 223 — 


per un complesso di circostanze a preoccupazioni 
d’ostilità comuni ai due paesi considerati come ne- 
| mici nati. In omaggio alle direttive pontificie re- 
clamanti il ravvicinamento dei popoli, non solo 
in base alla fratellanza comune, ma anche alla 
civiltà e alla prosperità europea, i cattolici fran- 
cesi e tedeschi stanno cercando un terreno d’intesa, 
pur alimentando da una parte e dall’altra il fuoco 
sacro del patriottismo epurato ed allargato secondo 
l'evoluzione dei tempi. I giornali hanno riferito in- 
torno alle due conferenze che ebbero luogo a Pa- 
rigi nel 1928 e a Berlino il 20 e 21 Dicembre 
1929. La Germania, organo ufficiale del Centro 
(24 Dic. 1929) scriveva: « Grazie a un prezioso 
contatto personale da uomo a uomo, si potè par- 
lare a Berlino tra cattolici francesi e cattolici te- 
deschi, senza rancore, di problemi difficili. È 
necessario mettere, un momento o l’altro, un punto 
finale alle lotte e chiudere un capitolo pieno di 
lacrime e di dolori. La Conferenza di Berlino non 
aveva obbiettivi determinati; non si lavorava che 
per creare una certa atmosfera, creare un’atmo- 
sfera di pace tra i cattolici. La via sarà lunga. 
Bisognerà svilupparla con sforzi continuati da 
uomo a uomo e passo a passo. Il colonnello Picot 
proclamò che la pace era al di sopra della guerra 
e che l’amore era superiore alla distruzione. Fu 
un grande spettacolo quello in cui un ex-ufficiale 
tedesco lo ringraziò in termini calorosi e gli strinse 
la mano da buon camerata. La generazione che ha 


— 224 — 


sofferto della guerra comprende l’importanza del- 
l’opera di ravvicinamento che organizzerà la pace. 
Non bisogna che la giovane generazione sia alle- 
vata in idee di rivincita e di politica di potenza ». 
La Vie Catholique di Parigi (28 dic. 1929) scriveva 
a sua volta: « Certi giornali francesi non hanno 
fatto menzione della commovente dichiarazione del 
glorioso presidente delle « Gueules cassées » il 
colonnello Picot e della risposta patetica di von 
Papen, lui pure ex ufficiale di carriera, allorchè 
affermò la stessa volontà d’impiegare tutte le 
forze pel ravvicinamento ‘dei nostri due paesi. 
Quale scena indimenticabile, quando tutta la Sala 
in piedi, tedeschi e francesi che non cercavano di 
nascondere la loro emozione, acclamava senza 
fine i due eroi che un gesto spontaneo aveva gettati 
nelle braccia l’uno dell’altro nella più fraterna 
accolade. | 

È salutare che i cattolici di Francia abbiano a 
rendersi conto sul posto della Germania del dopo 


guerra. Debbono corioscerla tale quale è, co” suoi” 


dolori, le sue ambizioni legittime o inquietanti; 
debbono alla loro volta sforzarsi di far conoscere 
il vero viso della Francia. Noi vogliamo essere gli 
ardenti operai della pacificazione degli animi e 
de’ cuori. Non dimentichiamo adunque d’affer- 
mare altamente ciò che noi siamo andati a fare 
a Berlino « dissipare i malintesi, far cadere le pre- 
venzioni, stabilire tra i membri della stessa fa- 
miglia cristiana delle solide amicizie, in una pa- 


—— —— 


— 225 — 


rola lavorare all'avvento della pace di Cristo nel 
regno di Cristo ». L’on. Joos, vice presidente del 
Centro germanico, aveva a sua volta spiegato le 
ragioni superiori che determinarono la Conferenza 
di Berlino. Egli incominc#ò col dire che i Congres- 
sisti di Berlino non erano i rappresentanti nè dei 
rispettivi. governi e nemmeno di partiti. Erano 
cattolici, rappresentanti di cattolici, figli devoti 
della Madre comune, la Chiesa, che si preoccu- 
pavano della pace dei popoli. Trattavasi del de- 
stino di due popoli, anzi, trattavasi dell'Europa. 
Cattolici francesi e cattolici tedeschi avevano par- 
lato in un mondo, pieno di opposizioni, d’intesa, di 
conciliazione, di pace non ad occhi chiusi, ma ad 
occhi aperti. Non s'erano fatte illusioni nè dal- 
l’una nè dall’altra parte. Avevano visto il mondo 
com'è e volevano malgrado tuito la pace. Non v'ha 
nulla di più arduo che la pace, poichè essa ri- 
chiede uno sforzo continuo. Si deve lavorare a 
questo scopo senza interruzione. I cattolici pre- 
senti alla Conferenza, sottoscrissero a questo com- 
pito per sè e per i due popoli. Ciò facendo, s’in- 
spirarono ad un principio vitale per l’Europa. 
Se l’Europa vuol vivere e non morire, deve ta- 
gliar corto allo spirito di guerra (1). 

Questa tendenza al ravvicinamento dei popoli 
non è esclusiva dei cattolici, ma non vha dubbio 
che scaturisce dalle viscere stesse di una reli- 


(1) ABENLAND: Gennaio 1930. 


— 226 — 


gione che non è limitata dalle frontiere nazionali. 
Oggi il mondo moderno più evoluto cerca la sua 
salute a Ginevra, nel Patto Kellogg, nel sottrarsi 
alla corsa agli armamenti. La lezione della grande 
guerra è stata troppo dura, e dal punto di vista 
europeo troppo svantaggiosa perchè non dovesse 
provocare una grande reazione; e se, malgrado 
ciò, la Società delle Nazioni, o il Patto Kellogg, o 
il pacifismo degli anglo-sassoni fanno spuntare in 
più di un ambiente un sorriso ironico, la ragione è 
evidente: Si ritiene dagli uni che il pacifismo dei 
vincitori sia una forma per assicurare il possesso 
delle conquiste al di quà e al di là dell'Oceano. 
Altri, che pure rendono omaggio a un’ideologia 
umanitaria, osservano mestamente che per con- 
{rastare l’onda materialistica paganeggiante che ci 
circonda occorerebbe un'anima cristiana che fa 
difetto; e mancando questo lievito, scaturiente dai 
principii del sublime discorso della montagna, si 
va alla ricerca di una forza materiale internazio- 
nale che dovrebbe servire di freno ai vari na- 
zionalismi in ebollizione. Nel Medio Evo questa 
forza internazionale pacificatrice per eccellenza 
era il Papato. La Cristianità era la Società delle 
nazioni dell’età di mezzo; ma dacchè la Riforma 
ebbe spezzata l’unità religiosa in Europa e il lai- 
cismo dei secoli che tennero dietro portò all’ostra- 
cismo dell’influenza religiosa nella società, assi- 
stiamo a questo fenomeno curioso, che anche quel- 
le forze radicaleggianti che vagheggiano gli Stati 


— 227 — 


Uniti d'Europa e salutano nell’Ente di Ginevra 
il tribunale della pace internazionale, vorrebbero 
prolungare l’ostracismo del Vicario del principe 
della pace. Gli negherebbero volontieri l’accesso 
a Ginevra, se per deliberato proposito non fosse il 
Papa stesso a volersene mantenere lontano. Un 
giornalista principe d’oltre Alpi, Augusto Gauvain 
del Journal des Debats. commentando le dichiara- 
zioni del Trattato del Laterano secondo cui « La 
Santa Sede vuole restare e resterà estranea alle 
competizioni temporali tra gli altri Stati e dei 
Congressi internazionali convocati a tale scopo, 
a meno che le parti in conflitto non facciano una- 
nimemente appello alla sua missione di pace». 
applaudiva alla saggezza che faceva « respingere 
energicamente la vecchia tentazione d’immischiarsi 
nelle competizioni temporali. fonte di tanti imba- 
razzi e di prove pel Papato ». Conoscitore pro- 
fondo del meccanismo complicato di Ginevra, 
Gauvain osservava che il Papa possiede d’altronde 
diversi mezzi per far intendere la sua voce a Gi- 
nevra quando lo giudicasse opportuno. In tutti i 
casi la parola caduta dalla Cattedra di S. Pietro 
risuonerebbe più forte e più lontano che non un 
discorso pronunciato alla tribuna della Sala della 
Riforma. E quasi contemporaneamente l’on. Tit-. 
toni nella Nuova Antologia si domandava: « Pen- 
sate in quale posizione sarebbesi trovato il Legato 


— 228 — 


Pontificio se avesse dovuto firmare il trattato di 
Versaglia (1). 

Quando la Chiesa dovette fare opera civiliz- 
zatrice di educazione tra i barbari, fece, per ne- 
cessità di cose, anche da Cesare, poichè doveva an- 
zitutto dirozzarli, farli uomini, suscettibili di schiu- 
dersi al bacio della nuova civiltà, il cristianesimo. 
L’impero romano era scomparso. La Chiesa no. I 
barbari, trovandola ritta in mezzo alle rovine del- 
l'impero, presero spontaneamente un atteggiamento 
di protetti. Non fu lungo del resto. Presto il virus 
dei Cesari di Bisanzio venne inoculato anche ai 
principi del mondo barbarico ostacolando essi l’o- 
pera civilizzatrice della Chiesa. Ci fu una tregua, 
| un idillio di breve durata con Carlo Magno, se- 
guito presto dalle lotte tra il Sacerdozio e l’im- 
pero. Parlando di questo periodo, ricorre subito 
il nome di Gregorio VII, di Enrico IV, e di Ca- 
nossa. L’assolutismo regale in Francia, in Austria, 
un po’ ovunque fece scomparire il nome del mo- 
naco Ildebrando anche dall’ufficiatura perchè su- 
scitava il ricordo di Canossa; ma lo storico impar- 
. ziale deve riconoscere che in questa lotta Gregorio 
VII e gli altri Papi del secolo XI combattevano per 
la purezza della Chiesa, per la supremazia nell’or- 
dine spirituale. E se più tardi s'insorse contro la 
tesi teocratica, non si deve nemmeno dimenticare 


(1) E. VERCEsi e A. Monpink: / Patti del Laterano. 
Libreria d’Italia, Milano. 


a QI9: 


che i legisti, i gallicani, i gioseffisti, i febroniani, 
ecc. convenivano in ciò che volevano dare a Cesare 
quello che era di Dio e fecero mano bassa di tutto 
ciò che si traduceva in beneficio dei poveri, degli 
umili, del popolo. 

Comunque, lo storico deve constatare che, se 
l'unione tra Chiesa e Stato può apparire come un 
ideale, praticamente questo ideale s'è realizzato 
ben poche volte e la realizzazione di un giorno 
conteneva . germinalmente, per un complesso di 
circostanze, gli elementi di nuove battaglie. L’u- 
nione non va del resto concepita staticamente, ma 
dinamicamente. 

Nel Medio Evo, prima del seas XIII si di- 
stinguevano colla società il poterne civile e il potere 
religioso, ma non si distinguevano due società. 
Civile e religiosa la società era unica. Era la 
Chiesa corpo mistico di Cristo. Nella monarchia 
universale di Cristo, prete e Re, due poteri subal- 
terni, quello del Papa e quello del Re, si divide- 
vano distintamente il governo, spirituale 0 tem- 
porale, della medesima società. Il Papa e il Re 
erano « ministri di una stessa Chiesa ». Le famose 
lotte del sacerdozio e dell’impiero che scuotono la 
cristianità dopo il secolo XI hanno per oggetto 
non di separare la Chiesa e lo Stato, ma di ‘uni- 
ficare la Chiesa polarizzandola attorno dell'uno e 
dell’altro dei due poteri. 

Ma nel secolo XIII appare una traduzione 
latina della Politica di Aristotile. Essa reca una 


= 230 — 


nuova concezione dello Stato, considerato come 
una società perfetta di diritto naturale. San Tom- 
maso accetta questa teoria, subordinando però l’an- 
tonomia relativa dello stato alla Chiesa nelle cose 
concernenti la vita spirituale, Giacomo di Viterbo, 
nel XIV secolo, stabilizza la nuova teoria. Tuttavia 
i legisti struttano il Diritto Romano dell’epoca 
imperiale per lavorare all’indipendenza completa 
della monarchia. Nel 1324 Marsilio di Padova 
sostiene anzi la teoria della subordinazione com- 
pleta della Chiesa allo Stato. Scoppia la lotta non 
più soltanto tra due poteri di una stessa società 
come nel secolo XI, ma tra due società. diverse. 
Filippo il Bello e Bonifacio VIII simboleggiano 
questa lotta. A partire dal secolo XV si cerca di 
temperarla con Concordati e compromessi diplo- 
matici. Sopravviene il protestantesimo che am- 
mette la Chiesa allo Stato. Nei paesi cattolici più 
lente sono le tendenze all’accapparamento civile 
. della Chiesa. Ma il preteso « diritto divino » dei 
Re, di cui Giacomo I° d’Inghilterra fu il grande 
teorico, circonda la monarchia di un’aureola mi- 
stica e sbocca nell’assolutismo anche religioso dei 
Re. Reagisce allora la libertà di coscienza contro 
il Cesarepapismo, Al filosofismo del secolo XVIII 
tien dietro il laicismo che considera la religione 
come un affare privato e tende alla separazione 
Non si tratta di un meccanismo montato una 
volta per tutto. Le situazioni mutano. La Chie- 
sa non può avere un lungo periodo di riposo 


- 21 — 


se non a patto di accettare le catene di Cesare. 
La sua missione è di trarre dalle verità di cui è 
depositaria uno spirito di vita e di civiltà che ap- 
plicato alle diverse forme civili e sociali, confe- 
risce a queste ultime una giovinezza perenne. 
La supremazia dello spirituale consiste princi- 
palmente in ciò. I credenti, vivendo la loro fede, 
sono necessariamente dinamici, e ben lungi dal- 
l'essere imprigionati in una forma del passato, 
hanno il segreto della vitabilità delle forme d’av- 
“venire. Queste forme non possono essere esclu- 
sivamente meccaniche, ma debbono essere avvi- 
vate dallo spirito. Visto in questa luce il Regno 
di Dio, stabilito sulla terra dal biondo predicatore 
di Galilea, va continuamente elaborandosi passando 
da Gerusalemme ad Atene, a Roma, a Washington 
a Tockio non solo nel suo contenuto essenzial- 
mente spirituale, ma anche in quello di civiltà. Il 
piccolo seme lanciato in Galilea è divenuto il 
grande albero che i suoi rami stende dall’uno al- 
l’altro mare. Alcuni rami sono stati staccati dal- 


h l'albero. Sono state create delle chiese nazionali 


che vanno perdendo poco a poco il succo vitale. 
Private dell'appoggio dei principi che le democra- 
zie moderne hanno spodestati cercano la loro sa- 
lute nel pancristianesimo, vale a dire nel movi-. 
mento associativo, di elementi disparati da cui 
esula l’unicità nell’universalità di magistero e di 
direzione. Solo Roma Caput mundi rimane ferma 
come torre che non crolla. Due razze che, per-. 


— 232 — 


seguitate in Europa cercarono rifugio sotto altri 
cieli, la razza irlandese e tedesca, hanno rinver- 
dito gli allori del cattolicesimo al di là dell’Atlan- 
tico nella repubblica stellata, trovandosi perfet- 
tamente a posto in terra di libertà. E al di là del 
Pacifico, noi salutiamo a Tockio, a Pechino, nelle 
Indie una giovane Chiesa che ha una gerarchia 
propria, un colore proprio, e che ubbidisce al- 
l'imperativo categorico di Cristo: « Andate, pre- 
dicate l’evangelo ad ogni creatura ». Noi ci augu- 
riamo che l'Europa non venga meno alla fede 
che le diede la fiaccola della civiltà. Dal nostro 
cuore si eleva la preghiera: « Mane nobiscum 
Domine » ma se ci dovesse essere una defezione 
che deprechiamo, se il primato dovesse passare 
dal bacino del Mediterraneo all’Atlantico, al Pa- 
cifico, in un’avvenire più o meno lontano, ci arride 
sempre la speranza sicura che Cristo rinascerà nel 
mondo asiatico dove scorre il sangue dei martiri 
semen christianorum. | 

Il regno di Dio, spirituale ed universale, è 
in pieno continuo sviluppo che nessuna forma con- 
tingente e transeunte potrà mai adeguare. 


IMPRIMATUR 
Curia Arc. Mediolani die 23 - II - 31 
Can. Hyac. Tredici, Vic. Gen. 


INDICE 


Prefazione . 2 . Pag. 
Cesare... 0.00... > 
Bisanzio . i È i a > 
I Barbari . . Ze » 
Da Carlomagno a Gregorio VII . > 
L’assolutismo . ; i » 
Napoleone . . i » 
La separazione in Francia . » 
AI di tà dell'Oceano . i » 


Riepilogando . i | . » 


N n in 


1l 
35 
49 
73 
105 
129 
155 
185 
209 


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